Procedura : 2015/2685(RSP)
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B8-0839/2015

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PV 10/09/2015 - 8.5
CRE 10/09/2015 - 8.5
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P8_TA(2015)0318

PROPOSTA DI RISOLUZIONE
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Vedasi anche la proposta di risoluzione comune RC-B8-0836/2015
7.9.2015
PE565.807v01-00
 
B8-0839/2015

presentata a seguito di una dichiarazione del vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

a norma dell'articolo 123, paragrafo 2, del regolamento


sul ruolo dell'UE nel processo di pace in Medio Oriente (2015/2685(RSP))


Tamás Meszerics, Margrete Auken, Bodil Valero, Molly Scott Cato, Alyn Smith, Igor Šoltes, Bart Staes, Pascal Durand, Karima Delli, Klaus Buchner, Judith Sargentini, Ernest Maragall, Jordi Sebastià a nome del gruppo Verts/ALE
Fabio Massimo Castaldo, Ignazio Corrao, Eleonora Evi, Laura Ferrara, Laura Agea, Tiziana Beghin, Daniela Aiuto, Piernicola Pedicini, Dario Tamburrano, Rosa D’Amato a proprio nome

Risoluzione del Parlamento europeo sul ruolo dell'UE nel processo di pace in Medio Oriente (2015/2685(RSP))  
B8‑0839

Il Parlamento europeo,

–       viste le sue precedenti risoluzioni sul conflitto israelopalestinese,

–       viste le conclusioni del Consiglio "Affari esteri" dell'UE del 20 luglio 2015 sul Medio Oriente,

–       visti gli orientamenti dell'UE sul diritto internazionale umanitario,

–       viste le dichiarazioni del vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (VP/AR) Federica Mogherini sulla situazione in Israele e in Palestina,

–       vista la decisione del governo svedese del 30 ottobre 2014 di riconoscere lo Stato di Palestina,

–       visto il riconoscimento della Palestina da parte del Vaticano nel giugno 2015,

–       vista la lettera inviata al VP/HR da 16 ministri degli Esteri dell'UE in data 13 aprile 2015, in cui si chiede l'introduzione in tutta l'UE di orientamenti sulla corretta etichettatura dei prodotti degli insediamenti,

–       viste le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul conflitto israelopalestinese,

–       viste le convenzioni delle Nazioni Unite sui diritti umani di cui Israele e Palestina sono firmatari,

–       visto il voto dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 29 novembre 2012 con cui è stato concesso alla Palestina lo status di Stato non membro osservatore,

–       vista la risoluzione del Consiglio dei diritti umani dell'ONU sull'assunzione di responsabilità e la giustizia per tutte le violazioni del diritto internazionale nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, adottata il 3 luglio 2015 con il sostegno unanime dell'UE,

–       vista l'iniziativa di pace araba adottata nel marzo 2002 dal Consiglio della Lega degli Stati arabi,

–       visto lo studio del Parlamento europeo dal titolo "Occupazione/annessione di un territorio: rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, e coerenza della politica dell'UE" del 25 giugno 2015,

–       visto l'articolo 123, paragrafo 2, del suo regolamento,

A.     considerando che i negoziati guidati dagli Stati Uniti per una soluzione globale del conflitto israelopalestinese sono stati sospesi nell'aprile 2014 e che, nel breve o medio termine, non ci sono prospettive realistiche di una loro riapertura nell'ambito degli attuali parametri del cosiddetto processo di pace in Medio Oriente;

B.     considerando che i primi provvedimenti legislativi del governo di coalizione israeliano, al potere da maggio 2015, hanno confermato il suo orientamento ideologico nazionalista, a favore degli insediamenti e di estrema destra, come dimostrano l'adozione della legge sull'alimentazione forzata, l'inasprimento delle sanzioni contro i lanciatori di pietre e una proposta di estendere il ricorso alla pena capitale; che sono in fase di elaborazione progetti di legge miranti a limitare l'autorità della Corte suprema e a restringere lo spazio per i soggetti della società civile; che il governo di Israele ha annunciato la costruzione di centinaia di nuovi insediamenti a Gerusalemme Est e in Cisgiordania e ha ripreso a costruire il muro di separazione, sebbene la Corte internazionale di giustizia lo abbia dichiarato illegale nel 2004;

C.     considerando che la popolazione palestinese in Cisgiordania, in particolare nella zona C e a Gerusalemme Est, è vittima di palesi violazioni dei loro diritti, tra cui la violenza dei coloni, la deviazione dei corsi d'acqua, severe restrizioni alla libertà di circolazione, la distruzione delle loro abitazioni e gli sfratti forzati; che 5 700 palestinesi, compresi 160 bambini, 26 donne e 400 persone in detenzione amministrativa, sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane; che il trasferimento forzato dei residenti di un territorio occupato costituisce una grave violazione del diritto internazionale umanitario; che la politica di pianificazione è sfruttata come mezzo per sfrattare i palestinesi ed estendere gli insediamenti; che anche le esercitazioni militari sono usate come mezzo per far trasferire con la forza centinaia di palestinesi, in particolare nella valle del Giordano; che, secondo l'ONU, dall'inizio del 2015 i coloni israeliani hanno compiuto almeno 120 attacchi contro i palestinesi a Gerusalemme Est e in Cisgiordania; che, secondo la ONG israeliana B'Tselem, almeno 13 palestinesi sono stati uccisi dalle forze di sicurezza di Israele e tre civili israeliani sono stati uccisi dai palestinesi nei territori palestinesi occupati durante la prima metà del 2015;

D.     considerando che, secondo l'OCHA, nell'agosto 2015, nella zona C e a Gerusalemme Est, sono state demolite 142 strutture di proprietà palestinese, 16 delle quali finanziate da paesi donatori; che a causa di tali demolizioni sono state sfollate 201 persone, compresi 121 bambini, e che le persone coinvolte in senso più ampio sono 426, di cui 233 bambini; che si è trattato della maggiore demolizione registrata in tali zone dal gennaio 2013;

E.     considerando che a un anno dall'operazione militare israeliana "Margine protettivo" contro Gaza, cha ha provocato la morte di oltre 2 100 palestinesi e 66 israeliani (tra cui, rispettivamente, 1 462 e 5 civili), le parti non hanno adempiuto al loro dovere di indagare effettivamente sulle presunte violazioni e perseguirne i responsabili; che la commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite incaricata di indagare sulla suddetta operazione ha concluso, nel giugno 2015, che sia Israele che Hamas hanno commesso crimini di guerra e che la devastazione del territorio non ha precedenti; che Israele si è rifiutato di cooperare con la suddetta commissione d'inchiesta, cui ha precluso l'accesso a Gaza;

F.     considerando che l'accordo di cessate il fuoco raggiunto il 26 agosto 2014 non è stato attuato, segnatamente per quanto riguarda la revoca del blocco; che finora non è stata ricostruita nessuna delle 19 000 abitazioni interamente distrutte a causa delle pesanti restrizioni all'ingresso di materiali da costruzione; che 100 000 persone sono a tutt'oggi sfollati; che il 95% dell'acqua non potabile; che il perdurare del blocco di Gaza sta avendo un impatto devastante sugli 1,8 milioni di persone che ci vivono; che, secondo il CICR, la chiusura di Gaza continua a costituire una punizione collettiva imposta in palese spregio degli obblighi di Israele derivanti dal diritto internazionale umanitario; che, secondo le conclusioni della relazione dell'UNCTAD del 1° settembre 2015, il blocco ha provocato una brusca inversione nello sviluppo di Gaza e che quest'ultima potrebbe diventare inabitabile entro il 2020;

G.     considerando che, dal cessate il fuoco dell'agosto 2015, da Gaza sono stati lanciati razzi in varie occasioni; che tali attacchi sono stati rivendicati da organizzazioni salafite o da altri movimenti rivali di Hamas; che, stando a quanto segnalato, tali attacchi non hanno mietuto vittime israeliane;

H.     considerando che nell'aprile 2014 si è insediato un governo di unità palestinese appoggiato da Hamas e Fatah che accetta i principi del Quartetto, ovvero la non violenza, il rispetto degli accordi precedenti e il riconoscimento di Israele, ed è sostenuto dagli Stati Uniti e dall'Unione europea; che, tuttavia, gli sforzi mirati alla riconciliazione palestinese non hanno compiuto alcun progresso tangibile; che il governo non è stato in grado di esercitare la propria autorità nella striscia di Gaza; che la leadership palestinese continua ad essere invischiata in lotte intestine di potere e che da ultimo il presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas si è dimesso dal comitato esecutivo dell'OLP e ha convocato una riunione di emergenza del Consiglio nazionale palestinese; che l'Autorità palestinese deve rispondere a numerose accuse di atti di clientelismo, autoritarismo, arresto degli oppositori, corruzione e uso indebito di fondi pubblici;

I.      considerando che il Presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas ha comunicato l'intenzione di fissare un calendario, per il tramite delle Nazioni Unite, per porre fine all'occupazione israeliana dei territori palestinesi entro tre anni; che la Lega araba ha appoggiato questo piano d'azione e ha chiesto la convocazione di una conferenza internazionale con l'obiettivo di giungere a una soluzione definitiva sulla base dell'iniziativa di pace araba; che sforzi analoghi sono profusi in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sotto la guida della Francia;

J.      considerando che, dalla firma della Dichiarazione di principi di Oslo, nel 1993, la comunità dei donatori ha investito nei territori palestinesi occupati più di 23 miliardi di EUR per la pace e l'aiuto allo sviluppo; che da tale data a oggi si è registrato un aumento costante delle disuguaglianze e dei tassi di disoccupazione e povertà fra i palestinesi;

K.     considerando che, secondo le conclusioni dello studio realizzato per conto della Commissione nel maggio 2014 per valutare la cooperazione dell'Unione europea con i territori palestinesi occupati e il sostegno al popolo palestinese, l'attuale modello di cooperazione ha raggiunto i propri limiti in mancanza di una strategia politica parallela dell'Unione per superare gli ostacoli rappresentati dalla politica israeliana di occupazione e insediamento e dalla divisione politica della Cisgiordania e di Gaza;

L.     considerando che, in base al diritto internazionale, le parti terze, inclusi gli Stati membri, sono tenute a non riconoscere, aiutare o assistere gli insediamenti, e sono altresì tenuti ad opporvisi efficacemente;

M.    considerando che il vicepresidente/alto rappresentante precedente si è impegnato a pubblicare entro luglio 2013 linee guida valide a livello di Unione per la corretta etichettatura dei prodotti d'importazione provenienti da territori situati all'esterno dei confini israeliani anteriori al 1967; che in una lettera dell'aprile 2015 una chiara maggioranza di Stati membri dell'Unione ha espresso la sua irritazione per il fatto che il vicepresidente/alto rappresentante avesse nuovamente rinviato la loro pubblicazione e lo ha sollecitato a provvedere; che tre Stati membri – Regno Unito, Danimarca e Belgio – hanno pubblicato proprie linee guida nazionali su base volontaria;

1.      esorta l'Unione europea ad abbandonare le proprie illusioni relativamente al "processo di pace in Medio Oriente", di fatto defunto, che nel formato attuale si è rivelato un costoso fallimento; chiede un nuovo approccio da parte dell'Unione che risponda autenticamente agli interessi sia del popolo palestinese che di quello israeliano in termini di pace e sicurezza;

2.      invita l'Unione a cessare di nascondersi dietro la leadership degli Stati Uniti, che hanno dimostrato scarsa determinazione nel favorire un processo negoziale credibile, basato sulla parità tra le parti e il rispetto del diritto internazionale;

3.      esorta l'Unione ad assumersi le proprie responsabilità in quanto attore influente, nonché a farsi promotrice di un'iniziativa di pace ambiziosa e globale per la regione, specificamente sulla base dell'iniziativa di pace araba; prende atto, a questo proposito, dei progetti di creare un gruppo di sostegno internazionale, come annunciato dal Consiglio Affari esteri il 20 luglio 2015; sottolinea che tutte le eventuali iniziative sostenute da tale gruppo dovrebbero basarsi sui criteri enunciati nelle conclusioni del Consiglio del luglio 2014, così come sull'impegno inequivocabile delle parti a rispettare il diritto internazionale e a partecipare ai colloqui senza condizioni previe e in buona fede;

4.      sottolinea una volta di più che le soluzioni non violente sono l'unico modo per conseguire la pace tra israeliani e palestinesi mediante un accordo negoziato sullo status definitivo che ponga fine a tutte le rivendicazioni reciproche; condanna tutti gli atti di violenza che hanno come obiettivo o mettono in pericolo la popolazione civile di entrambe le parti; ribadisce il suo risoluto impegno per la sicurezza di Israele; continua a sostenere la strategia di resistenza non violenta sposata dalla società civile palestinese e dal Presidente palestinese, Mahmud Abbas;

5.      condanna energicamente la continua espansione degli insediamenti israeliani, che violano il diritto internazionale umanitario, alimentano i risentimenti palestinesi e compromettono la fattibilità e le prospettive della soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati; invita le autorità israeliane a cessare immediatamente la loro politica di insediamenti e a fare marcia indietro;

6.      esprime profonda preoccupazione per lo sfruttamento da parte israeliana delle risorse naturali palestinesi e per la prassi invalsa dei trasferimenti forzati, soprattutto nell'area C, che costituisce una grave violazione del diritto internazionale; deplora, in particolare, le recenti decisioni di tribunali israeliani che autorizzano le demolizioni e il trasferimento forzato di comunità beduine in Cisgiordania per la costruzione di insediamenti ebraici; invita le autorità israeliane a rispettare integralmente i diritti dei beduini e ad annullare immediatamente gli ordini di demolizione e sgombero dei villaggi delle comunità di Susya e Abu Nwar;

7.      esprime profonda costernazione per la crescente tendenza ad atti di violenza incontrollata da parte dei coloni, tra cui l'uccisione di un bambino palestinese di 18 mesi in un attentato incendiario nel villaggio palestinese di Douma il 28 luglio 2015; plaude al fatto che tale crimine sia stato generalmente condannato dagli esponenti politici israeliani, sebbene essi non abbiano in buona parte riconosciuto la natura endemica della violenza dei coloni, favorita da un clima di impunità e incitamento che dura da decenni;

8.      ritiene che la composizione del governo di coalizione israeliano e il suo programma, inclusi l'intensificazione dell'espansione degli insediamenti, la perdurante impunità per le violazioni nei territori occupati e il trasferimento forzato dei palestinesi, costituiscano un serio ostacolo per la soluzione basata sull'esistenza di due Stati ed evidenzino la necessità che l'Unione europea adotti misure urgenti per proteggerne la fattibilità; invita l'Unione europea a contestare la mancanza di volontà e di interesse del governo israeliano a negoziare per porre fine al conflitto;

9.      invita le istituzioni dell'Unione e gli Stati membri a rispettare il proprio obbligo giuridico di non riconoscimento e ad attuare una politica efficace e globale di differenziazione, a livello di Unione, tra Israele e i suoi insediamenti, sulla base del rigoroso rispetto del diritto internazionale e dei principi dell'Unione europea;

10.    è convinto che tale politica di differenziazione sia indispensabile per creare una dinamica positiva a favore di veri negoziati di pace; ritiene che un approccio siffatto contribuirebbe a modificare la struttura degli incentivi su cui si fonda la politica israeliana in materia di insediamenti, mettendo in discussione la visione che le élite pubbliche e politiche israeliane hanno dei costi e dei benefici dell'occupazione;

11.    incoraggia l'Unione europea, nel quadro di tale politica di differenziazione, ad adottare le misure seguenti:

a.   intensificazione della sua diplomazia pubblica in risposta alle attività di insediamento, facendo chiaramente capire all'opinione pubblica israeliana che tale strategia è figlia dell'intensità, dell'ampiezza e della profondità dei legami tra l'Unione europea e Israele e si basa su un imperativo giuridico;

b.   rigorosa esclusione dell'applicazione degli accordi UE-Israele ai territori palestinesi occupati;

c.   adozione di linee guida dell'Unione per l'etichettatura dei prodotti provenienti dagli insediamenti, che dovrebbe coprire l'intera filiera;

d.   istituzione di un meccanismo di monitoraggio e controllo della conformità più robusto per quanto concerne il libero scambio, per impedire che le merci israeliane contenenti prodotti non trasformati provenienti dagli insediamenti beneficino dei dazi tariffari preferenziali previsti dall'accordo di libero scambio UE-Israele;

e.   divieto di accesso al mercato interno dell'UE per i prodotti originari degli insediamenti israeliani, sulla scorta della rapida ed efficace messa al bando decretata dall'Unione per i prodotti originari della Crimea;

f.    individuazione delle società europee le cui attività sono collegate agli insediamenti;

g.   adozione a livello di Unione di una raccomandazione rivolta ai cittadini e alle società dell'Unione per scoraggiarli dall'avere impegni economici con società le cui attività contribuiscono alla nascita o al perpetuarsi degli insediamenti illegali e ad altre violazioni del diritto internazionale nei territori palestinesi occupati, e incoraggiarli a porre fine ai rapporti commerciali esistenti, secondo lo spirito dei principi guida dell'ONU in materia di imprese e diritti umani;

h.   adozione di misure concrete nei confronti dei coloni, tra cui una politica di non contatto e il divieto di concessione del visto per quanti sono coinvolti in atti di violenza;

i.    messa a punto di linee guida per la cooperazione finanziaria tra istituti europei e israeliani che garantiscano che i fondi d'investimento e le banche dell'Unione non finanzino società o fondi operanti negli insediamenti;

j.    non ammissibilità dei documenti giuridici rilasciati negli insediamenti israeliani, ad esempio titoli di proprietà o diplomi di studio;

k.   conferimento alla Commissione e al SEAE del compito di procedere a una valutazione sistematica delle interazioni dell'UE e degli Stati membri con Israele e di garantire l'applicazione coerente della politica di differenziazione;

l.    revisione delle relazioni tra l'Unione europea e Israele alla luce dell'articolo 2 dell'accordo di associazione;

12.    esorta vivamente tutti gli Stati membri dell'Unione europea a riconoscere incondizionatamente lo Stato di Palestina sulla base dei confini del 1967; è fermamente convinto che un riconoscimento a livello europeo dello Stato di Palestina migliorerà le prospettive di pace e incoraggerà gli sforzi, anche da parte della società civile israeliana, tesi a garantire una soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati;

13.    esprime allarme per l'aumento della distruzione, del sequestro e della confisca dell'assistenza e di attrezzature umanitarie nell'Area C e invita la Commissione a riferire al Parlamento sugli sforzi compiuti per richiedere un risarcimento e a garantire il non ripetersi di simili episodi da parte delle autorità israeliane, a continuare a investire nell'Area C e a fornire aiuti UE di carattere umanitario e allo sviluppo; prende atto a tale riguardo dell'iniziativa dell'UE di avviare un dialogo strutturato con Israele sulla situazione in Cisgiordania, ma deplora che esso non includa la questione degli insediamenti; ribadisce che le richieste di indennizzo per la distruzione delle infrastrutture finanziate dall'UE sono legittime e non dovrebbero essere subordinate all'esito del dialogo strutturato;

14.    invita la Commissione a fornire l'elenco dei progetti finanziati dall'UE danneggiati dalle forze militari israeliane durante il conflitto del 2014 a Gaza e chiede al SEAE di informare il Parlamento in merito alle iniziative avviate finora nei confronti delle autorità israeliane per ottenere un indennizzo pecuniario; chiede, in particolare, dettagli per quanto riguarda l'impianto di trattamento delle acque reflue del Nord di Gaza cofinanziato dal bilancio dell'UE e da Francia, Belgio e Svezia, il quale è stato gravemente danneggiato durante il conflitto;

15.    invita la Commissione europea a modificare radicalmente il proprio modello di aiuti ai palestinesi al fine di garantire che gli aiuti dell'UE integrino pienamente la dimensione politica dell'occupazione e sostengano efficacemente l'autodeterminazione palestinese, invece di sovvenzionare l'occupazione israeliana e alimentare la dipendenza dei palestinesi dai donatori; sottolinea, a tale proposito, l'importanza fondamentale di sostenere il diritto dei palestinesi all'accesso alle loro risorse naturali, in particolare l'acqua; incoraggia l'UE a intensificare il suo sostegno alla società civile palestinese, anche nel campo della responsabilità del governo e della lotta alla corruzione;

16.    esorta tutte le parti a dare effettiva attuazione alle condizioni stabilite ai sensi dell'accordo di cessate il fuoco raggiunto nell'agosto 2014; esorta in particolare le autorità israeliane a revocare immediatamente, incondizionatamente e integralmente il blocco illegale della Striscia di Gaza; invita l'Unione europea ad adottare misure concrete per spingere Israele a porre fine al blocco, in particolare fissando un calendario; deplora le continue restrizioni imposte da Israele sull'ingresso dei materiali da costruzione a Gaza; invita il governo israeliano a cessare la sua procedura arbitraria e non trasparente che consiste nel classificare i materiali "a duplice uso" e di conformare il proprio elenco di materiali a duplice uso agli standard internazionali, in particolare eliminando il legno, i conglomerati, le barre d'acciaio e il cemento;

17.    condanna i recenti lanci di razzi da parte di gruppi militanti della striscia di Gaza, in quanto tale azione aumenta il pericolo di innescare una nuova spirale di violenza; chiede con insistenza a tutte le parti di impegnarsi a favore della non violenza;

18.    accoglie con favore il voto unanime degli Stati membri dell'UE a favore della risoluzione del 3 luglio 2015 del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite su "Garantire l'assunzione di responsabilità e la giustizia per tutte le violazioni del diritto internazionale nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est" e invita l'Unione europea ad assicurare la piena attuazione delle raccomandazioni contenute nella relazione d'inchiesta della Commissione indipendente delle Nazioni Unite, comprese le sue raccomandazioni di sostenere attivamente i lavori della Corte penale internazionale in relazione ai Territori palestinesi occupati;

19.    si compiace nuovamente della ratifica da parte palestinese dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale; deplora che l'AR/VP non abbia voluto neanche prendere atto di questo importante passo verso l'assunzione di responsabilità per le eventuali future violazioni commesse da tutte le parti; ritiene che un siffatto comportamento pregiudichi manifestamente la credibilità della politica dei diritti umani dell'Unione e le sue dichiarazioni sulla rendicontabilità e la giustizia internazionale;

20.    esprime preoccupazione per le notizie relative a un deterioramento del clima per le ONG attive nel campo dei diritti umani in Israele e i crescenti tentativi da parte del governo di soffocare il dissenso e l'arte indipendente, anche attraverso l'adozione di progetti di legge volti a limitare fortemente le attività delle ONG; invita le rappresentanze diplomatiche dell'UE a impegnarsi con le autorità israeliane su tale questione urgente e a continuare a sostenere gli attori nel settore dei diritti umani nel paese;

21.    prende atto degli sforzi degli israeliani palestinesi che si sono coalizzati nella Lista comune per ottenere un risultato significativo in occasione delle ultime elezioni legislative; invita il SEAE e la Commissione a intensificare notevolmente il loro sostegno e il loro impegno a favore delle minoranze in Israele e ad appoggiarne gli sforzi tesi al raggiungimento di una migliore partecipazione politica, economica e sociale;

22.    deplora le perduranti spaccature nel campo palestinese e invita tutte le forze palestinesi a riprendere gli sforzi di riconciliazione, in particolare mediante la convocazione di elezioni presidenziali e legislative attese da tempo; denuncia i tentativi di compromettere questo processo potenzialmente storico e chiede alle autorità israeliane di liberare tutti e 12 i membri del Consiglio legislativo palestinese attualmente in carcere, nonché tutti gli altri prigionieri politici palestinesi e quelli in detenzione amministrativa senza alcuna accusa; invita l'UE a intraprendere azioni concrete per promuovere la riconciliazione e sostenere il governo di unità palestinese;

23.    decide di elaborare una relazione sul commercio di armi e di altre attrezzature di sicurezza tra gli Stati membri dell'UE e Israele/la Palestina e sulla compatibilità di tale commercio con la posizione comune dell'UE; chiede l'imposizione a tutte le parti coinvolte della regione di un embargo totale sulle armi sancito dalle Nazioni Unite, al fine di evitare ulteriori violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani; insiste sul fatto che nessun fondo nell'ambito del programma quadro dell'UE per la ricerca dovrà sostenere imprese israeliane per la produzione di droni;

24.    ritiene che la nomina di Tony Blair in qualità di inviato speciale del Quartetto per il Medio Oriente sia stata una decisione infelice ed esprime sollievo per la revoca del suo mandato; ritiene, più in generale, che gioverebbe all'UE designare emissari dotati di una comprovata conoscenza della regione, peso politico e credenziali etiche impeccabili;

25.    decide di avviare un'iniziativa di "Parlamentari per la pace", volta a riunire parlamentari europei, israeliani e palestinesi per contribuire a far progredire un'agenda di pace e integrare gli sforzi diplomatici dell'Unione europea;

26.    esprime indignazione per la continua e ingiustificata ostruzione da parte delle autorità israeliane a qualsiasi visita da parte di organi ufficiali del Parlamento europeo a Gaza; avverte che saranno prese misure se la situazione non migliorerà entro il 1° novembre 2015;

27.    decide di inviare una delegazione ad hoc a Gaza/in Palestina e in Israele, per valutare sul terreno la situazione riguardo alla distruzione di progetti finanziati dall'UE nell'Area C e a Gaza, nonché le prospettive di una soluzione sostenibile al conflitto;

28.    incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, al Segretario generale delle Nazioni Unite, al Quartetto, al governo israeliano, alla Knesset, al Presidente dell'Autorità palestinese, al Consiglio legislativo palestinese e agli organi dell'Assemblea parlamentare euro-mediterranea.

Avviso legale