Procedura : 2019/2690(RSP)
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Ciclo del documento : RC-B8-0255/2019

Testi presentati :

RC-B8-0255/2019

Discussioni :

PV 18/04/2019 - 6.1
CRE 18/04/2019 - 6.1

Votazioni :

PV 18/04/2019 - 10.1
CRE 18/04/2019 - 10.1

Testi approvati :

P8_TA(2019)0422

<Date>{17/04/2019}17.4.2019</Date>
<RepeatBlock-NoDocSe> <NoDocSe>B8-0255/2019</NoDocSe> }
 <NoDocSe>B8-0256/2019</NoDocSe> }
 <NoDocSe>B8-0258/2019</NoDocSe> }
 <NoDocSe>B8-0259/2019</NoDocSe> }
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PDF 155kWORD 56k

<TitreType>PROPOSTA DI RISOLUZIONE COMUNE</TitreType>

<TitreRecueil>presentata a norma dell'articolo 135, paragrafo 5, e dell'articolo 123, paragrafo 4, del regolamento</TitreRecueil>


<Replacing>in sostituzione delle proposte di risoluzione seguenti:</Replacing>

<TablingGroups>B8-0255/2019 (ECR)

B8-0256/2019 (Verts/ALE)

B8-0258/2019 (S&D)

B8-0259/2019 (PPE)

B8-0260/2019 (ALDE)</TablingGroups>


<Titre>sulla Cina, in particolare la situazione delle minoranze religiose ed etniche</Titre>

<DocRef>(2019/2690(RSP))</DocRef>


<RepeatBlock-By><Depute>Cristian Dan Preda, Michaela Šojdrová, José Ignacio Salafranca Sánchez-Neyra, Esther de Lange, Jarosław Wałęsa, Romana Tomc, Csaba Sógor, Pavel Svoboda, Milan Zver, Tunne Kelam, Tomáš Zdechovský, David McAllister, Adam Szejnfeld, Andrzej Grzyb, Inese Vaidere, Seán Kelly, Andrey Kovatchev, Marijana Petir, Sandra Kalniete, Laima Liucija Andrikienė, Krzysztof Hetman, Julia Pitera, László Tőkés, Elmar Brok</Depute>

<Commission>{PPE}a nome del gruppo PPE</Commission>

<Depute>Elena Valenciano, Soraya Post, Jo Leinen</Depute>

<Commission>{S&D}a nome del gruppo S&D</Commission>

<Depute>Charles Tannock, Bas Belder, Monica Macovei, Branislav Škripek, Anna Elżbieta Fotyga</Depute>

<Commission>{ECR}a nome del gruppo ECR</Commission>

<Depute>Nathalie Griesbeck, Petras Auštrevičius, Beatriz Becerra Basterrechea, Izaskun Bilbao Barandica, Gérard Deprez, María Teresa Giménez Barbat, Marian Harkin, Petr Ježek, Louis Michel, Javier Nart, Urmas Paet, Maite Pagazaurtundúa Ruiz, Carolina Punset, Frédérique Ries, Robert Rochefort, Marietje Schaake, Jasenko Selimovic, Johannes Cornelis van Baalen, Hilde Vautmans, Mirja Vehkaperä</Depute>

<Commission>{ALDE}a nome del gruppo ALDE</Commission>

<Depute>Barbara Lochbihler, Reinhard Bütikofer, Heidi Hautala, Indrek Tarand, Helga Trüpel</Depute>

<Commission>{Verts/ALE}a nome del gruppo Verts/ALE</Commission>

</RepeatBlock-By>


Risoluzione del Parlamento europeo sulla Cina, in particolare la situazione delle minoranze religiose ed etniche

(2019/2690(RSP))

Il Parlamento europeo,

 viste le sue precedenti risoluzioni sulla situazione in Cina, in particolare quelle del 26 novembre 2009 sulla situazione in Cina: diritti delle minoranze e applicazione della pena di morte[1], del 10 marzo 2011 sulla situazione e il patrimonio culturale a Kashgar (regione autonoma uigura dello Xinjiang, Cina)[2], del 15 dicembre 2016 sui casi dell'accademia buddista tibetana Larung Gar e di Ilham Tohti[3], del 12 settembre 2018 sullo stato delle relazioni UE-Cina[4] e del 4 ottobre 2018 sulla detenzione di massa arbitraria di uiguri e kazaki nella regione autonoma uigura dello Xinjiang[5],

 visti il partenariato strategico UE-Cina, avviato nel 2003, e la comunicazione congiunta della Commissione europea e dell'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, del 22 giugno 2016, dal titolo "Elementi per una nuova strategia dell'UE sulla Cina" (JOIN(2016)0030),

 visti gli orientamenti dell'UE sulla promozione e la tutela della libertà di religione o di credo, adottati dal Consiglio "Affari esteri" il 24 giugno 2013,

 vista la comunicazione congiunta della Commissione europea e dell'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, del 12 marzo 2019, dal titolo "UE-Cina – Una prospettiva strategica" (JOIN(2019)0005),

 vista la dichiarazione congiunta del 21° vertice UE-Cina del 9 aprile 2019,

 visti il dialogo UE-Cina sui diritti umani, avviato nel 1995, e il suo 37° ciclo tenutosi a Bruxelles l'1 e il 2 aprile 2019,

 visti l'articolo 36 della Costituzione della Repubblica popolare cinese, che garantisce a tutti i cittadini il diritto alla libertà di confessione religiosa, e l'articolo 4, che difende i diritti delle "nazionalità minoritarie",

 visto il Patto internazionale sui diritti civili e politici del 16 dicembre 1966, firmato dalla Cina nel 1998 ma mai ratificato,

 vista la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948,

 viste le osservazioni conclusive contenute nella relazione sulla Cina a cura del Comitato delle Nazioni Unite per l'eliminazione della discriminazione razziale,

 visti l'articolo 135, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 4, del suo regolamento,

A. considerando che, nel suo quadro strategico sui diritti umani e la democrazia, l'UE si impegna a promuovere i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto in tutti i settori della sua azione esterna, senza eccezioni, ponendo i diritti umani al centro delle sue relazioni con tutti i paesi terzi, ivi compresi i suoi partner strategici; che tale approccio dovrebbe restare al centro del partenariato di lunga data tra l'Unione europea e la Cina, conformemente all'impegno dell'UE per la difesa di questi stessi valori nella sua azione esterna e all'interesse manifestato dalla Cina ad aderire ai suddetti valori nell'ambito della sua cooperazione allo sviluppo e internazionale;

B. considerando che la Cina è riuscita a sottrarre alla povertà 700 milioni di persone, ma che, dall'ascesa al potere del Presidente Xi Jinping nel marzo 2013, la situazione dei diritti umani in Cina ha continuato a peggiorare, con un'intensificazione dell'ostilità del governo nei confronti del dissenso pacifico, della libertà di espressione e di religione e dello Stato di diritto; che le autorità cinesi hanno arrestato e perseguito centinaia di difensori dei diritti umani e avvocati e giornalisti impegnati in tale ambito;

C. considerando che le nuove disposizioni in materia di religione, entrate in vigore il 1° febbraio 2018, si presentano più restrittive nei confronti delle attività e dei gruppi religiosi, costringendoli ad allinearsi maggiormente alla politica del partito; che la libertà di religione e di coscienza ha toccato un nuovo minimo storico dall'avvio delle riforme economiche e del processo di apertura della Cina della fine degli anni Settanta; che la Cina è uno dei paesi con il maggior numero di persone detenute per motivi religiosi;

D. considerando che, malgrado l'accordo raggiunto nel settembre 2018 tra la Santa Sede e il governo cinese per quanto concerne le nomine dei vescovi in Cina, le comunità religiose sono vittime di una crescente repressione in Cina e che i cristiani, appartenenti a chiese sia clandestine che approvate dal governo, sono presi di mira, ad esempio attraverso la persecuzione e la detenzione dei fedeli, la demolizione di chiese, la confisca di simboli religiosi e un giro di vite sugli incontri cristiani; che, in alcune province, le autorità cinesi non consentono ai minori di 18 anni di prendere parte ad attività religiose; che nel settembre 2018 la Cina ha messo al bando la Chiesa di Zion, la più grande congregazione del paese, che conta oltre 1 500 fedeli;

E. considerando che la situazione nello Xinjiang, patria di dieci milioni di uiguri musulmani e persone di etnia kazaka, è peggiorata rapidamente, dal momento che la stabilità e il controllo dello Xinjiang sono diventati una massima priorità delle autorità cinesi in seguito ai ricorrenti attentati terroristici nella regione, o presumibilmente collegati ad essa, da parte degli uiguri e in virtù della posizione strategica della regione autonoma uigura dello Xinjiang per l'iniziativa "Nuova via della seta"; che, secondo alcune segnalazioni, il sistema dei campi di rieducazione dello Xinjiang si è esteso ad altre parti della Cina;

F. considerando che è stato istituito un programma di detenzione extragiudiziale nell'ambito del quale, secondo le stime del Comitato delle Nazioni Unite per l'eliminazione della discriminazione razziale, decine di migliaia, se non addirittura un milione, di uiguri vengono trattenuti e costretti a seguire programmi di rieducazione politica, senza che siano stati presentati capi d'accusa a loro carico o che sia stato celebrato un processo, e vengono dunque detenuti arbitrariamente con il pretesto della lotta al terrorismo e all'estremismo religioso; che nella provincia dello Xinjiang è stata messa a punto una politica che impone gravi restrizioni alle pratiche religiose nonché alla lingua e alle usanze uigure;

G. considerando che è stata sviluppata una sofisticata rete di sorveglianza digitale intrusiva che prevede, tra l'altro, l'utilizzo di tecnologie di riconoscimento facciale e la raccolta di dati;

H. considerando che il governo cinese ha respinto le numerose richieste avanzate dal gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate o involontarie (WGEID), dall'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani nonché da altri mandati delle procedure speciali delle Nazioni Unite con le quali si chiedeva l'invio di investigatori indipendenti nello Xinjiang;

I. considerando che negli ultimi anni, nonostante la crescita economica e lo sviluppo delle infrastrutture, la situazione in Tibet è peggiorata, stanti la limitazione di una serie di diritti umani imposta dal governo cinese con il pretesto della sicurezza e della stabilità e gli implacabili attacchi dello stesso governo contro l'identità e la cultura tibetane;

J. considerando che le misure di sorveglianza e di controllo sono aumentate negli ultimi anni, così come le detenzioni arbitrarie, gli atti di tortura e i maltrattamenti; che il governo cinese ha creato, in Tibet, un ambiente in cui non esistono limiti all'autorità statale e in cui la paura è pervasiva e ogni aspetto della vita pubblica e privata è strettamente controllato e regolamentato; che in Tibet qualsiasi atto di dissenso o critica non violento delle politiche statali per quanto riguarda le minoranze etniche o religiose può essere considerato "separatista" e quindi perseguibile penalmente; che l'accesso alla Regione autonoma del Tibet è oggi più limitato che mai;

K. considerando che dal 2009, in base a quanto segnalato, un numero estremamente elevato di tibetani, principalmente monaci e suore, si sono dati fuoco per protestare contro le politiche restrittive attuate in Tibet dalla Cina e chiedere il rientro del Dalai Lama nonché il diritto alla libertà religiosa nella contea di Aba/Ngaba (provincia del Sichuan) e in altre zone dell'altopiano tibetano; che negli ultimi dieci anni non sono stati compiuti progressi nella risoluzione della crisi tibetana;

1. esprime profonda preoccupazione per il regime sempre più repressivo cui si trovano confrontate numerose minoranze religiose ed etniche, in particolare uiguri e kazaki, tibetani e cristiani, che limita ulteriormente le garanzie costituzionali del loro diritto alla libertà di espressione culturale e di credo religioso, alla libertà di parola e di espressione, nonché alla libertà di riunione e associazione pacifiche; chiede alle autorità di rispettare tali libertà fondamentali;

2. invita il governo cinese a porre immediatamente fine alla pratica delle detenzioni di massa arbitrarie – in assenza di capi d'accusa, di processo o di condanne per reati – dei membri delle minoranze uigura e kazaka, a chiudere tutti i campi e i centri di detenzione e a liberare immediatamente e senza condizioni le persone detenute;

3. chiede l'immediata liberazione delle persone detenute arbitrariamente, dei prigionieri di coscienza, tra cui i seguaci del movimento del Falun Gong, come pure la cessazione delle sparizioni forzate e insiste affinché ciascun individuo possa scegliere il proprio rappresentante legale, contattare la propria famiglia, beneficiare di cure mediche e far svolgere accertamenti del caso che lo vede coinvolto;

4. invita il governo cinese a rilasciare immediatamente i cittadini di origine uigura, tra cui Ilham Tohti, Tashpolat Tiyip, Rahrile Dawut, Eli Mamut, Hailaite Niyazi, Memetjan Abdulla, Abduhelil Zunun e Abdukerm Abduweli, gli individui perseguitati per il loro credo religioso, tra cui Zhang Shojie, Hu Shigen, Wang Yi e Sun Qian, nonché attivisti, scrittori ed esponenti religiosi tibetani che sono oggetto di procedimenti penali o che sono stati imprigionati per aver esercitato il loro diritto alla libertà di espressione, tra cui Tashi Wangchuk e Lobsang Dargye;

5. chiede la liberazione immediata dell'editore svedese, Gui Minhai, e dei due cittadini canadesi, Michael Spavor e Michael Kovrig;

6. esorta il governo cinese a comunicare alle rispettive famiglie le generalità complete delle persone scomparse nello Xinjiang;

7. invita le autorità cinesi a cessare le campagne contro le congregazioni e le organizzazioni cristiane, a porre fine alle molestie e alla detenzione di pastori e sacerdoti cristiani, nonché alla demolizione coatta di chiese;

8. invita le autorità cinesi a rispettare la libertà linguistica, culturale e religiosa e le altre libertà fondamentali del popolo tibetano, ad astenersi dalle politiche di insediamento che favoriscono l'etnia Han a discapito dei tibetani e dal costringere i nomadi tibetani a rinunciare al proprio stile di vita tradizionale;

9. condanna le campagne condotte nell'ambito dell'approccio della cosiddetta "educazione patriottica", che comprendono misure per il controllo statale dei monasteri buddisti tibetani; teme che il diritto penale cinese sia utilizzato in maniera abusiva per perseguitare tibetani e buddisti le cui attività religiose sono equiparate ad atti di "separatismo"; deplora il netto peggioramento delle condizioni per la pratica del buddismo a seguito delle proteste tibetane del marzo 2008, con l'adozione da parte del governo cinese di un approccio più invasivo alla "educazione patriottica";

10. esorta le autorità cinesi a dare attuazione al diritto costituzionale alla libertà di credo religioso per tutti i cittadini cinesi;

11. rammenta l'importanza che l'UE e gli Stati membri sollevino la questione delle violazioni dei diritti umani presso le autorità cinesi, a tutti i livelli politici, in linea con l'impegno dell'UE di esprimersi con una voce forte, chiara e univoca nell'interazione con il paese, anche in occasione del dialogo annuale sui diritti umani, del dialogo strategico, del dialogo economico ad alto livello e del prossimo vertice euroasiatico;

12. sottolinea che, sebbene nella dichiarazione congiunta rilasciata al termine del 21° vertice UE-Cina, l'Unione europea e la Cina abbiano ribadito che tutti i diritti umani sono universali, indivisibili, interdipendenti e correlati, l'UE dovrebbe esortare la Cina ad agire di conseguenza; deplora il fatto che, in occasione del vertice UE-Cina del 9 aprile 2019, le questioni urgenti in materia di diritti umani abbiano avuto, una volta di più, una posizione marginale; è del parere che, laddove le formulazioni impiegate durante i vertici UE-Cina risultino deboli in termini di diritti umani, il Consiglio, il Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) e la Commissione dovrebbero rifiutarsi di prenderle in considerazione e rilasciare una comunicazione distinta sulla questione, con una valutazione significativa sia della situazione che del motivo per cui non sono state adottate formulazioni più incisive;

13. invita gli Stati membri dell'UE a impedire qualsivoglia attività delle autorità cinesi sul territorio dell'Unione che sia intesa a vessare i membri delle comunità turche, i tibetani e altri gruppi religiosi o etnici per costringerli ad agire come informatori, costringerli a tornare in Cina o ridurli al silenzio;

14. invita le autorità cinesi a garantire un accesso libero, ragionevole e senza restrizioni alla provincia dello Xinjiang e alla regione autonoma del Tibet per i giornalisti e gli osservatori internazionali, tra cui l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e le procedure speciali delle Nazioni Unite; invita l'UE e gli Stati membri a prendere l'iniziativa in occasione della prossima sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite riguardo a una risoluzione sull'invio di una missione conoscitiva nello Xinjiang;

15. invita il governo cinese a garantire il pieno rispetto dei diritti dei cittadini sanciti dalla Costituzione cinese, in particolare l'articolo 4 che tutela le minoranze nazionali, l'articolo 35 che tutela la libertà di espressione, di stampa, di riunione, di associazione, di corteo e di manifestazione, l'articolo 36 che riconosce il diritto di confessione religiosa e l'articolo 41 che garantisce il diritto di criticare qualsivoglia organismo o funzionario statale ed esprimere suggerimenti a riguardo del loro operato;

16. esorta la Cina a ratificare il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici;

17. insiste affinché la Cina garantisca a diplomatici, giornalisti e cittadini dell'UE accesso illimitato al Tibet in reciprocità con l'accesso libero e aperto a tutti i territori degli Stati membri dell'UE di cui godono i viaggiatori cinesi; esorta le istituzioni dell'UE a prendere in seria considerazione la questione dell'accesso al Tibet nelle discussioni relative all'accordo di facilitazione dei visti fra l'UE e la Cina;

18. si rammarica del fatto che il 37º ciclo del dialogo UE-Cina sui diritti umani non abbia dato risultati sostanziali; deplora, inoltre, che la delegazione cinese non abbia partecipato il 2 aprile al prosieguo del dialogo che prevedeva uno scambio di opinioni con le organizzazioni della società civile;

19. esorta il VP/AR, il SEAE e gli Stati membri a controllare con maggiore attenzione i preoccupanti sviluppi in materia di diritti umani nello Xinjiang, tra cui un'accresciuta repressione e sorveglianza da parte governativa, e a denunciare le violazioni dei diritti umani in Cina, sia a livello privato che pubblico;

20. invita il Consiglio a prendere in considerazione l'adozione di sanzioni mirate nei confronti dei funzionari responsabili della repressione nella regione autonoma uigura dello Xinjiang;

21. invita l'UE, i suoi Stati membri e la comunità internazionale a sospendere qualsiasi esportazione e trasferimento tecnologico di beni e servizi utilizzati dalla Cina per intensificare e migliorare l'apparato per la sorveglianza informatica e la "definizione di profili predittivi"; esprime profonda preoccupazione per il fatto che la Cina stia già esportando tali tecnologie in Stati autoritari in tutto il mondo;

22. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, al Consiglio, alla Commissione, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri nonché al governo e al parlamento della Repubblica popolare cinese.

[1] GU C 285 E del 21.10.2010, pag. 80.

[2] GU C 199 E del 7.7.2012, pag. 185.

[3] GU C 238 del 6.7.2018, pag. 108.

[4] Testi approvati, P8_TA(2018)0343.

[5] Testi approvati, P8_TA(2018)0377.

Ultimo aggiornamento: 18 aprile 2019Avviso legale