Indice 
Testi approvati
Giovedì 15 gennaio 2015 - StrasburgoEdizione definitiva
Russia, in particolare il caso di Alexey Navalny
 Pakistan, in particolare la situazione dopo l'attacco a una scuola a Peshawar
 Kirghizistan, legge contro la propaganda omosessuale
 Relazione annuale concernente le attività del Mediatore europeo nel 2013
 Situazione in Libia
 Situazione in Ucraina
 Situazione in Egitto
 Il caso dei due marò italiani
 Libertà di espressione in Turchia: recente arresto di giornalisti e dirigenti mediatici e pressioni sistematiche sui media

Russia, in particolare il caso di Alexey Navalny
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Risoluzione del Parlamento europeo del 15 gennaio 2015 sulla Russia, in particolare il caso di Alexei Navalny (2015/2503(RSP))
P8_TA(2015)0006RC-B8-0046/2015

Il Parlamento europeo,

–  vista la Costituzione della Russia, in particolare l'articolo 118, che attribuisce ai soli tribunali il potere di amministrare la giustizia nella Federazione russa, e l'articolo 120, che sancisce l'indipendenza dei giudici e l'assoggettamento degli stessi unicamente alla Costituzione russa e alle leggi federali;

–  viste le sue precedenti risoluzioni sulla Russia, in particolare le sue risoluzioni del 23 ottobre 2012 sull'applicazione di restrizioni comuni in materia di visti ai funzionari russi coinvolti nel caso Sergei Magnitsky(1), del 13 giugno 2013 sullo Stato di diritto in Russia(2), del 13 marzo 2014 sulla Russia: condanna di manifestanti che hanno partecipato agli eventi della Piazza Bolotnaya(3) e del 23 ottobre 2014 sulla chiusura della ONG "Memorial", titolare del premio Sakharov 2009, in Russia(4), nonché la sua raccomandazione al Consiglio, del 2 aprile 2014, concernente l'applicazione di restrizioni comuni in materia di visti ai funzionari russi coinvolti nel caso Sergei Magnitsky(5),

−  vista la sua risoluzione dell'11 dicembre 2013 sulla relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2012 e sulla politica dell'Unione europea in materia(6),

−  vista la dichiarazione del portavoce del vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (VP/AR), rilasciata il 30 dicembre 2014, sulla condanna di Alexei Navalny e di suo fratello Oleg Navalny da parte del tribunale di Zamoskvoretsky,

−  viste le consultazioni UE-Russia in materia di diritti umani del 28 novembre 2013,

−  visti il vigente accordo di partenariato e di cooperazione (APC) che istituisce un partenariato tra le Comunità europee e i loro Stati membri, da una parte, e la Federazione russa, dall'altra, e i negoziati sospesi per un nuovo accordo UE-Russia,

–  visti l'articolo 135, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 4, del suo regolamento,

A.  considerando che la Federazione russa, quale membro a pieno titolo del Consiglio d'Europa e dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) e quale firmataria della dichiarazione delle Nazioni Unite, si è impegnata a osservare i principi della democrazia, dello Stato di diritto e del rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti umani; che, a seguito di numerose gravi violazioni dello Stato di diritto e dell'approvazione di leggi restrittive negli ultimi mesi, sono emerse forti preoccupazioni circa il rispetto degli obblighi internazionali e nazionali da parte della Russia; che l'Unione europea ha offerto a più riprese assistenza e competenze supplementari, attraverso il partenariato per la modernizzazione, per aiutare la Russia ad ammodernare e rispettare il proprio ordine costituzionale e giuridico, in linea con le norme del Consiglio d'Europa; che esistono molteplici casi giudiziari in cui motivazioni di matrice politica sono state utilizzate per eliminare la concorrenza politica, minacciare la società civile e dissuadere i cittadini dal partecipare a manifestazioni e raduni pubblici ostili agli attuali leader del paese;

B.  considerando che Alexei Navalny ha sistematicamente denunciato la corruzione generalizzata ai più alti livelli dell'apparato statale russo; che il primo verdetto con cui è stato condannato a cinque anni di carcere nel luglio 2013 è stato considerato di natura politica; che nel febbraio 2014 egli è stato posto agli arresti domiciliari per due mesi e che nel marzo 2014 gli è stato applicato un braccialetto elettronico per controllarne le attività;

C.  considerando che Alexei Navalny ha ottenuto il 27% dei voti alle elezioni municipali di Mosca del settembre 2013, confermandosi così come una delle figure di maggior rilievo dell'opposizione russa al Cremlino;

D.  considerando che il secondo verdetto nei confronti di Alexei Navalny doveva essere pronunciato il 15 gennaio 2015, ma che il tribunale ha inspiegabilmente anticipato la data al 30 dicembre 2014, quando l'attenzione della maggior parte dei russi era rivolta alle festività di fine anno; che la stessa tecnica di anticipare la data è stata utilizzata anche nel caso di Mikhail Khodorkovsky;

E.  considerando che la situazione dei diritti umani in Russia è peggiorata drammaticamente negli ultimi anni e che le autorità russe hanno adottato una serie di leggi contenenti disposizioni ambigue, utilizzate per imporre ulteriori restrizioni ai membri dell'opposizione e agli attori della società civile e ostacolare le libertà di espressione e di riunione;

F.  considerando che durante l'ultimo anno le norme sulle ONG e sul diritto alla libertà di riunione sono state utilizzate per reprimere la società civile, mettere a tacere le opinioni politiche contrastanti e vessare le ONG, l'opposizione democratica e i mezzi di comunicazione; che l'organizzazione indipendente per la difesa dei diritti "Memorial" è stata chiusa de facto in applicazione della legge sugli "agenti stranieri"; che l'applicazione di tale legge ha dato luogo ad azioni severe volte a ostacolare le organizzazioni della società civile, inclusa l'organizzazione "Madri dei soldati", e a dissuaderle dallo svolgimento delle loro attività;

G.  considerando che alla fine del dicembre 2014 il ministero della Giustizia della Federazione russa ha apportato sostanziali modifiche all'elenco degli "agenti stranieri", aggiungendovi diverse organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani, incluso il Centro Sakharov, ostacolando così, in particolare le, loro attività e la protezione dei diritti umani in Russia;

H.  considerando che negli ultimi anni diversi processi e procedimenti giudiziari, quali ad esempio i casi Magnitskij, Chodorkovskij e Politkovskaja, hanno sollevato dubbi circa l'indipendenza e l'imparzialità delle istituzioni giudiziarie della Federazione russa; che tali casi di alto profilo, come quello di Alexei Navalny, sono solo i più conosciuti al di fuori della Russia in quello che costituisce un fallimento sistematico dello Stato russo per quanto concerne il rispetto dello Stato di diritto e la garanzia della giustizia per i propri cittadini; che l'ultima decisione del tribunale rappresenta un tentativo dettato da ragioni politiche di punire Alexei Navalny per essere uno dei principali oppositori del governo;

I.  considerando che si rivela sempre più necessario che l'UE adotti una politica risoluta, coerente e globale nei confronti della Russia, appoggiata da tutti gli Stati membri, nell'ambito della quale il sostegno e l'assistenza siano accompagnati da critiche ferme e giuste;

1.  esprime la più profonda preoccupazione per il fatto che, in Russia, la legge sia utilizzata come strumento politico; sottolinea che la condanna del noto avvocato Alexei Navalny, militante impegnato nella lotta contro la corruzione e attivista sociale, a tre anni e mezzo di reclusione con sospensione della pena, e di suo fratello Oleg Navalny a tre anni e mezzo di carcere, si basa su accuse infondate; deplora fortemente il fatto che il processo appaia motivato da ragioni politiche;

2.  constata con preoccupazione che, sebbene Alexei Navalny sia fuori prigione, suo fratello Oleg Navalny si trova attualmente in carcere, e che ciò suscita il timore di un possibile uso politico di un membro della famiglia per intimidire e mettere a tacere uno dei leader dell'opposizione russa, Alexei Navalny; rammenta che il fratello di Alexei, Oleg, padre di due bambini piccoli ed ex dirigente del servizio postale statale, non ha mai svolto alcun ruolo all'interno del movimento di opposizione russo;

3.  esorta le autorità giudiziarie e le autorità preposte all'applicazione della legge della Russia a espletare le proprie funzioni in modo imparziale e indipendente, senza interferenze politiche, e a garantire che i procedimenti giudiziari nei casi Navalny, come pure tutte le altre indagini e i processi a carico di attivisti dell'opposizione, siano conformi alle norme riconosciute a livello internazionale; sottolinea l'importanza di assicurare che le decisioni giudiziarie siano prese senza interferenze politiche e nel pieno rispetto dello Stato di diritto;

4.  sostiene pienamente la campagna contro la corruzione in Russia avviata da Alexei Navalny e appoggia gli sforzi del popolo russo per giungere a una soluzione che garantisca democrazia, pluralismo politico, unità e rispetto dei diritti umani;

5.  ritiene che la Federazione russa, in quanto membro del Consiglio d'Europa e dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, debba rispettare gli obblighi che ha sottoscritto; fa notare che i recenti sviluppi vanno in una direzione contraria allo Stato di diritto e all'indipendenza del sistema giudiziario nel paese;

6.  invita i presidenti del Consiglio e della Commissione, nonché il vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (VP/AR), a continuare a seguire da vicino questi casi, a sollevare tali questioni in diversi formati e incontri con la Russia e a riferire al Parlamento sugli scambi con le autorità russe;

7.  sottolinea che la libertà di riunione nella Federazione russa è sancita dall'articolo 31 della Costituzione russa e dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, di cui la Russia è firmataria, e che le autorità russe sono pertanto obbligate a rispettare tale libertà;

8.  esorta il Consiglio a definire una politica unitaria nei confronti della Russia in base alla quale i 28 Stati membri e le istituzioni dell'Unione europea si impegnino a mandare un forte messaggio comune sul ruolo dei diritti umani nelle relazioni UE-Russia e sulla necessità di porre fine alle repressioni contro la libertà di espressione, di riunione e di associazione in Russia;

9.  chiede al VP/AR di definire con urgenza una strategia globale nei confronti della Russia intesa a preservare l'integrità territoriale e la sovranità degli Stati europei e a sostenere nel contempo il rafforzamento dei principi democratici, il rispetto dei diritti umani e lo Stato di diritto in Russia;

10.  esprime profonda preoccupazione per le continue ondate di attacchi rivolti contro le organizzazioni impegnate nel settore dei diritti umani e i gruppi della società civile indipendenti in Russia, che rappresentano un ulteriore segnale della repressione delle voci indipendenti, una tendenza che è fonte di crescente preoccupazione per l'Unione europea; esorta la Commissione e il SEAE, in relazione all'attuale fase di programmazione degli strumenti finanziari dell'UE, a incrementare l'assistenza finanziaria stanziata a favore della società civile russa attraverso lo Strumento europeo per la democrazia e i diritti umani nonché i fondi destinati alle organizzazioni della società civile e agli enti locali, come pure a includere il Forum della società civile UE-Russia nello strumento di partenariato al fine di garantire un sostegno a lungo termine sostenibile e credibile; si compiace della decisione del Consiglio dei governatori del Fondo europeo per la democrazia (EED) di consentire al Fondo di estendere le sue attività anche alla Russia;

11.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, al Consiglio, alla Commissione, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, al Consiglio d'Europa, all'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa nonché al presidente, al governo e al parlamento della Federazione Russa.

(1) GU C 68 E del 7.3.2014, pag. 13.
(2) Testi approvati, P7_TA(2013)0284.
(3) Testi approvati, P7_TA(2014)0253.
(4) Testi approvati, P8_TA(2014)0039.
(5) Testi approvati, P7_TA(2014)0258.
(6) Testi approvati, P7_TA(2013)0575.


Pakistan, in particolare la situazione dopo l'attacco a una scuola a Peshawar
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Risoluzione del Parlamento europeo del 15 gennaio 2015 sul Pakistan, in particolare la situazione in seguito all'attacco alla scuola di Peshawar (2015/2515(RSP))
P8_TA(2015)0007RC-B8-0050/2015

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni sul Pakistan, in particolare quelle del 27 novembre 2014(1), del 17 aprile 2014(2), del 10 ottobre 2013(3) e del 7 febbraio 2013(4),

–  vista le dichiarazioni del Presidente del Parlamento europeo del 16 dicembre 2014 e dei presidenti della sottocommissione per i diritti dell'uomo e della delegazione per le relazioni con l'Asia meridionale del 17 dicembre 2014,

–  viste la dichiarazione del vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza sull'attacco contro una scuola a Peshawar, Pakistan, del 16 dicembre 2014, la dichiarazione dell'UE a livello locale sulla ripresa delle esecuzioni in Pakistan del 24 dicembre 2014 e il comunicato stampa sulla visita del rappresentante speciale dell'Unione europea per i diritti umani in Pakistan del 29 ottobre 2014,

–  vista la dichiarazione del Premio Nobel per la pace e vincitrice del premio Sacharov Malala Yousafzai del 16 dicembre 2014,

–  visto l'accordo di cooperazione tra il Pakistan e l'Unione europea, il piano d'impegno quinquennale, il dialogo strategico UE-Pakistan e il regime SPG+ di preferenze commerciali,

–  viste le dichiarazioni dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani del 16 dicembre 2014 e del comitato dell'ONU sui diritti dell'infanzia sull'attacco terroristico contro una scuola a Peshawar del 17 dicembre 2014,

–  vista la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948,

–  vista la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia del 1989,

–  viste le conclusioni del Consiglio del 16 novembre 2009 sulla libertà di religione o di credo, in cui il Consiglio sottolinea l'importanza strategica di tale libertà e di lottare contro l'intolleranza religiosa,

–  vista la relazione del 5 agosto 2011 all'Assemblea generale delle Nazioni Unite del Relatore speciale dell'ONU sul diritto all'istruzione sulla tutela dell'istruzione durante le emergenze,

–  vista la sua risoluzione del 12 marzo 2014 sul ruolo regionale e le relazioni politiche del Pakistan con l'UE(5),

–  visto il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966, di cui il Pakistan è firmatario,

–  visti l'articolo 135, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 4, del suo regolamento,

A.  considerando che il 16 dicembre 2014, sette uomini armati hanno sferrato un attacco mortale contro una scuola pubblica dell'esercito nella città di Peshawar – che è circondata su tre lati dalle aree tribali ad amministrazione federale (FATA) – uccidendo più di 140 persone, tra cui 134 studenti e ferendone quasi altrettanti;

B.  considerando che l'attacco ha provocato forte shock all'interno e all'esterno del Pakistan, ed è considerato come il più crudele atto terroristico della storia del paese, tanto più che ci sono volute otto ore prima che i militari riprendessero il controllo della scuola; considerando che molte persone, tra alunni e personale scolastico, sono state uccise o ferite in quell'intervallo e i sopravvissuti alla tragedia sono rimasti profondamente traumatizzati;

C.  considerando che Malala Yousafzai, la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la pace e del premio Sacharov, è stata colpita alla testa da un colpo sparato da un talebano nell'ottobre 2012 per aver difeso il diritto delle ragazze all'istruzione in Pakistan;

D.  considerando che il gruppo Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP) ha rivendicato la responsabilità del massacro e ha dichiarato che uno degli obiettivi dell'attacco alla scuola era di inviare un messaggio forte ai sostenitori di Malala, la quale difende il diritto all'istruzione delle donne e dei bambini, nonché di "vendicarsi" della campagna dell'esercito contro i militanti;

E.  considerando che dall'inizio dell'offensiva del governo contro i talebani e altri gruppi militanti nella zona tribale ad amministrazione federale (FATA), una delle aree più povere del Pakistan, oltre un milione di persone è stato sfollato verso l'Afghanistan o diverse parti del Pakistan;

F.  considerando che la libertà di credo e di religione in Pakistan è minacciata sia dalla violenza terroristica sia dalle diffuse violazioni delle leggi sulla blasfemia; considerando che le donne e le ragazze sono doppiamente esposte sia alla conversione forzata sia alle diffuse violenze sessuali;

G.  considerando che secondo la relazione della Global Coalition to Protect Education from Attack (GCPEA, coalizione globale per proteggere l'istruzione dagli attacchi) dal 2009 al 2012 vi sono stati oltre 800 attacchi contro scuole in Pakistan; considerando che i militanti hanno reclutato anche bambini da scuole e madrasse, alcuni di essi per diventare terroristi suicidi; considerando che, secondo la relazione, almeno trenta bambini e decine di insegnanti e altro personale scolastico, incluso un ministro provinciale dell'istruzione, sono stati uccisi in attacchi contro scuole e trasporti scolastici tra il 2009 e il 2012;

H.  considerando che il comitato dell'ONU sui diritti dell'infanzia ha suggerito che il Pakistan istituisca un sistema di risposta rapida per reagire contro gli attacchi agli istituti di istruzione, al fine di ristrutturarli e ricostruirli rapidamente e sostituire il materiale scolastico in modo che gli studenti possano essere reintegrati nelle scuole o nelle università nel più breve tempo possibile; considerando che recenti modifiche alla Costituzione hanno introdotto il diritto all'istruzione gratuita e obbligatoria come diritto fondamentale;

I.  considerando che alcune ore dopo l'attacco alla scuola pubblica militare di Peshawar, il primo ministro Nawaz Sharif ha sospeso la moratoria della pena di morte che era in vigore da sei anni; considerando che finora numerosi detenuti condannati a morte con accuse di terrorismo sono stati giustiziati; considerando che secondo funzionari pakistani 500 condannati potrebbero essere giustiziati nelle prossime settimane; considerando che secondo le stime in Pakistan 8 000 persone si troverebbero nel braccio della morte;

J.  considerando che il 6 gennaio 2015, in reazione al massacro della scuola, il parlamento pakistano ha adottato un emendamento alla Costituzione che autorizza i tribunali militari nei prossimi due anni a processare le persone sospettate di militare in gruppi islamisti e potrebbe far sì che gli accusati passino dall'arresto all'esecuzione nel giro di alcune settimane; considerando che, in quanto parte del Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), il Pakistan è tenuto a sostenere e adottare misure atte a garantire processi di base equi e non può fare ricorso a tribunali militari per processare i civili quando i tribunali regolari sono funzionanti;

K.  considerando che il Pakistan ha recentemente ratificato sette dei nove accordi internazionali più significativi in materia di diritti umani, incluso il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici e la Convenzione della Nazioni Unite contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani e degradanti, che contengono una serie di disposizioni relative all'amministrazione della giustizia, al diritto a un processo equo, all'uguaglianza di fronte alla legge e alla non discriminazione;

L.  considerando che le raccomandazioni del relatore speciale delle Nazioni Unite sull'indipendenza dei giudici e degli avvocati nella sua relazione del 4 aprile 2013 riguardano tra le altre cose la riforma del sistema giuridico al fine di garantire la difesa dei diritti fondamentali e l'efficacia del sistema; considerando che le organizzazioni dei diritti umani richiamano regolarmente l'attenzione sulla corruzione nel sistema giudiziario;

M.  considerando che l'UE e il Pakistan hanno approfondito e ampliato i loro legami bilaterali, come testimoniato dal piano d'impegno quinquennale, lanciato nel febbraio 2012, e dal secondo dialogo strategico UE-Pakistan, tenutosi nel marzo 2014; considerando che l'obiettivo del piano d'impegno quinquennale UE-Pakistan è di instaurare una relazione strategica e creare un partenariato per la pace e lo sviluppo fondato su valori e principi condivisi;

N.  considerando che la stabilità del Pakistan riveste un'importanza fondamentale per la pace nell'Asia meridionale e oltre; considerando che il Pakistan svolge un ruolo importante nel promuovere la stabilità nella regione e potrebbe essere chiamato a dare l'esempio nel rafforzare lo Stato di diritto e i diritti umani;

1.  condanna con forza il brutale massacro degli studenti, perpetrato dal gruppo scissionista di talebani pakistani Tehreek-e-Taliban (TTP), come un atto orribile e codardo ed esprime il suo cordoglio alle famiglie delle vittime dell'attacco della scuola di Peshawar ed il suo sostegno ai cittadini e alle autorità del Pakistan;

2.  esprime il suo pieno impegno volto a combattere la minaccia rappresentata dal terrorismo e dall'estremismo religioso e la sua disponibilità ad assistere ulteriormente il governo pakistano in questa lotta;

3.  si aspetta che il governo pakistano adotti misure urgenti ed efficaci, in linea con le norme sullo Stato di diritto riconosciute a livello internazionale, per affrontare la minaccia contro la sicurezza rappresentata dai gruppi di militanti attivi all'interno del Pakistan e nella regione circostante, senza eccezioni; sottolinea che le autorità non dovrebbe sostenere alcuna forma di terrorismo o estremismo;

4.  invita il governo pakistano a garantire la sicurezza nelle scuole e ad assicurarsi che i bambini, indipendentemente dal genere, non subiscano alcuna intimidazione nel recarsi a scuola; ritiene che il governo debba dar prova di una determinazione molto maggiore ed intensificare i suoi sforzi per arrestare e processare i militanti del TTP e altri militanti che prendono di mira le scuole per atti di violenza, poiché, se non lo farà, la sua credibilità internazionale sarà compromessa;

5.  ricorda la sua costante opposizione alla pena di morte in qualsiasi circostanza; si rammarica della decisione del primo ministro pakistano Nawaz Sharif di abrogare una moratoria non ufficiale in vigore da quattro anni della pena capitale, e chiede che tale moratoria sia immediatamente ripristinata;

6.  chiede al governo pakistano di riservare le leggi antiterrorismo ad atti di terrore, invece di usarle per i processi di cause penali ordinarie; deplora fortemente il ricorso ad una giustizia militare sommaria che non presenta le condizioni minime delle norme internazionali dello Stato di diritto, e sottolinea che il mantenimento della concessione delle preferenze SPG+ è subordinato al rispetto di alcune norme di base sancite dalle convenzioni dell'ONU e dell'OIL;

7.  accoglie con favore la volontà dei partiti politici pakistani di presentare un piano nazionale di lotta contro il terrorismo; sottolinea che per lottare contro il terrorismo e l'estremismo religioso è essenziale lavorare sulle cause che ne sono alla base, anche riducendo la povertà, assicurando la tolleranza religiosa e la libertà di credo, rafforzando lo Stato di diritto e garantendo il diritto e l'accesso sicuro all'istruzione per le bambine e i bambini; chiede una strategia a lungo termine per prevenire la radicalizzazione dei giovani in Pakistan e lottare contro la "vasta crisi dell'istruzione" che secondo l'UNESCO colpisce il Pakistan, in particolare aumentando gli investimenti in un sistema scolastico finanziato con fondi pubblici e assicurandosi che le scuole religiose dispongano del materiale necessario al fine di fornire ai giovani un'istruzione equilibrata ed esaustiva;

8.  sollecita il governo pakistano a rispettare gli accordi internazionali ratificati di recente in materia di diritti umani, incluso il Patto internazionale delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici e la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, che obbliga le autorità a garantire processi equi di base e vieta loro di ricorrere a tribunali militari per processare i civili quando i tribunali regolari sono funzionanti;

9.  chiede un impegno internazionale rinnovato per lottare contro il finanziamento e il sostegno delle rete terroristiche;

10.  invita la Commissione, il vicepresidente/alto rappresentante Federica Mogherini, il Servizio europeo per l'azione esterna e il Consiglio ad impegnarsi appieno al fine di far fronte alla minaccia rappresentata dal terrorismo ed assistere ulteriormente il governo pakistano e il popolo del Pakistan a proseguire i loro sforzi per eliminare il terrorismo;

11.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, al rappresentante speciale dell'Unione europea per i diritti umani, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, al Segretario generale delle Nazioni Unite, al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, nonché al governo e al parlamento del Pakistan.

(1) Testi approvati, P8_TA(2014)0064.
(2) Testi approvati, P7_TA(2014)0460.
(3) Testi approvati, P7_TA(2013)0422.
(4) Testi approvati, P7_TA(2013)0060.
(5) Testi approvati, P7_TA(2014)0208.


Kirghizistan, legge contro la propaganda omosessuale
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Risoluzione del Parlamento europeo del 15 gennaio 2015 sul Kirghizistan, legge contro la propaganda omosessuale (2015/2505(RSP))
P8_TA(2015)0008RC-B8-0054/2015

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni sul Kirghizistan e sulle repubbliche dell'Asia centrale, in particolare quella del 15 dicembre 2011 sullo stato di attuazione della strategia dell'UE per l'Asia centrale(1),

–  vista la Costituzione del Kirghizistan, in particolare gli articoli 16, 31, 33 e 34,

–  visti gli obblighi e gli strumenti internazionali in materia di diritti umani, compresi quelli che figurano nelle convenzioni dell'ONU sui diritti umani e nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, che garantiscono i diritti umani e le libertà fondamentali e vietano la discriminazione,

–  visto il Patto internazionale sui diritti civili e politici, che garantisce la libertà di espressione, la libertà di riunione, il diritto al rispetto della vita personale, privata e famigliare delle persone e il diritto all'uguaglianza, e vieta la discriminazione nel godimento di tali diritti,

–  viste la risoluzione A/HRC/17/19, del 17 giugno 2011, del Consiglio dell'ONU per i diritti umani, e la risoluzione A/HRC/27/32, del 24 settembre 2014, del Consiglio dell'ONU per i diritti umani, sui diritti umani, l'orientamento sessuale e l'identità di genere,

–  vista la dichiarazione sul Kirghizistan rilasciata il 24 ottobre 2014 dal portavoce dell'Alto commissario dell'ONU per i diritti umani,

–  visto lo status di "Partner per la democrazia" rivestito dal parlamento kirghiso nell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (APCE),

–  vista la risoluzione dell'APCE 1984 (2014), dell'8 aprile 2014, sulla richiesta relativa allo status di partner per la democrazia in seno all'Assemblea parlamentare presentata dal parlamento della Repubblica del Kirghizistan, in particolare i paragrafi 15.24, 15.25 e 15.26,

–  visto l'accordo di partenariato e cooperazione che istituisce un partenariato tra l'Unione europea e i suoi Stati membri, da una parte, e la Repubblica del Kirghizistan, dall'altra, in particolare l'articolo 2 e l'articolo 92,

–  visti gli orientamenti dell'Unione europea sui difensori dei diritti dell'uomo, adottati nel giugno 2004 e riesaminati nel 2008, e gli orientamenti per la promozione e la tutela dell'esercizio di tutti i diritti umani da parte di lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali (LGBTI), adottati dal Consiglio il 24 giugno 2013,

–  vista la Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne (CEDAW), adottata nel 1979,

–  visti gli obiettivi di sviluppo del Millennio e l'agenda post 2015,

–  visti l'articolo 135, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 4, del proprio regolamento,

A.  considerando che negli ultimi anni il Kirghizistan ha registrato forti progressi rispetto agli altri paesi della regione, diventando in particolare una democrazia parlamentare, incrementando gli sforzi nella lotta alla corruzione e impegnandosi nei confronti delle norme universali in materia di diritti umani;

B.  considerando che l'UE è interessata in modo palese a un Kirghizistan pacifico, democratico ed economicamente prospero; che l'UE si è impegnata, in particolare per mezzo della sua strategia sull'Asia centrale, ad agire come partner dei paesi della regione;

C.  considerando che i paesi dell'Asia centrale devono affrontare diverse sfide comuni, come la povertà e le gravi minacce nei confronti della sicurezza delle persone, e la necessità di rafforzare la democrazia e il rispetto dei diritti umani, la buona governance e lo Stato di diritto;

D.  considerando che tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali per dignità e diritti; che tutti gli Stati hanno l'obbligo di prevenire le violenze e le discriminazioni, anche quelle basate sull'orientamento sessuale, l'identità di genere e l'espressione di genere;

E.  considerando che le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali (LGBTI) devono beneficiare degli stessi diritti umani di cui beneficiano le altre persone;

F.  considerando che la Repubblica del Kirghizistan ha depenalizzato l'omosessualità maschile nel 1998;

G.  considerando che il 15 ottobre 2014 il parlamento kirghiso ha varato in prima lettura la proposta di legge 6‑11804/14, che contiene modifiche al codice penale, al codice sulla responsabilità amministrativa, alla legge sulle riunioni pacifiche e alla legge sui mass media, finalizzate a vietare la "promozione di relazioni sessuali non tradizionali in maniera aperta o indiretta" e a infliggere pene detentive fino a un anno;

H.  considerando che alcuni media e alcuni leader politici e religiosi del paese tentano sempre più spesso di intimidire le persone LGBTI, di limitarne i diritti e legittimare la violenza nei loro confronti;

I.  considerando che numerosi capi di Stato e di governo, leader delle Nazioni Unite nonché rappresentanti di governi e parlamenti, al pari dell'Unione europea, ivi inclusi il Consiglio, il Parlamento, la Commissione e l'ex Alto rappresentante Ashton, hanno condannato duramente simili leggi "anti-propaganda";

J.  considerando che le discriminazioni basate sul sesso, sull'orientamento sessuale e l'identità di genere sono collegate, che varie ONG e l'ONU hanno sottolineato che le disuguaglianze di genere restano significative, e che nel Kirghizistan le ragazze e le donne continuano a subire abusi come l'aborto e il matrimonio forzato, sebbene la legge del 1994, che ne prevede il divieto, sia stata rafforzata nel gennaio 2013;

1.  deplora fortemente la presentazione di questa proposta di legge e qualsiasi azione che possa condurre a trattamenti crudeli, disumani e degradanti, e invita tutti i paesi a porre immediatamente fine alla penalizzazione dell'omosessualità;

2.  ribadisce il fatto che l'orientamento sessuale e l'identità di genere sono questioni che rientrano nella sfera del diritto individuale alla privacy, garantito dal diritto internazionale dei diritti umani, secondo cui l'uguaglianza e la non discriminazione devono essere protetti, mentre la libertà di espressione deve essere salvaguardata;

3.  ricorda al parlamento kirghiso i suoi obblighi internazionali e l'accordo di partenariato e cooperazione stipulato con l'Unione europea, in cui il pieno rispetto dei diritti umani è un elemento fondamentale, e invita a ritirare la proposta di legge sulla "diffusione di informazioni concernenti relazioni sessuali non tradizionali", attualmente all'esame del parlamento;

4.  osserva che la proposta di legge ha superato la prima lettura e deve essere votata ancora due volte prima di essere sottoposta alla firma del presidente; sottolinea che l'adozione di qualsiasi norma sulle "relazioni non tradizionali" non deve essere contraria agli obblighi e impegni del Kirghizistan in materia di diritti umani;

5.  invita le autorità kirghise a ribadire pubblicamente che in Kirghizistan tutte le persone hanno il diritto di vivere senza discriminazioni e violenze basate sull'orientamento sessuale e l'identità di genere e che qualsiasi atto contrario è illecito e sarà perseguito;

6.  invita il parlamento kirghiso a seguire le raccomandazioni adottate dall'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa con la risoluzione 1984 (2014) sulla richiesta concernente lo status di partner per la democrazia, in particolare le raccomandazioni 15.24, 15.25 e 15.26;

7.  invita il parlamento kirghiso a rispettare la sua Costituzione, compreso l'articolo 16, secondo cui "La Repubblica del Kirghizistan non adotta leggi che negano i diritti umani e civili o che prevedono deroghe in materia", e gli articoli 31, 33 e 34, che stabiliscono la libertà di parola, la libertà di informazione e la libertà di riunione, e a respingere la proposta di legge 6-11804/14;

8.  esprime profonda preoccupazione per le conseguenze negative della discussione e l'eventuale adozione della legge in parola, in quanto intensificano la stigmatizzazione, la discriminazione e la violenza contro le persone LGBTI; invita i leader politici e religiosi ad astenersi dalla retorica anti-LGBTI, nonché dall'istigazione e dall'incitamento all'odio;

9.  esprime preoccupazione per gli eventuali effetti di tale norma sui donatori internazionali, sulle organizzazioni non governative e sulle organizzazioni umanitarie attive nell'ambito delle questioni LGBTI e della prevenzione contro l'HIV;

10.  invita il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani a tenere in considerazione, nell'ambito del prossimo esame periodico universale del Kirghizistan, il mancato rispetto dei principi di uguaglianza e di non discriminazione scaturito dalla proposta di legge in parola;

11.  invita le autorità kirghise ad adottare tutte le misure necessarie per garantire che i paladini dei diritti umani possano esercitare senza ostacoli la propria attività di promotori e difensori dei diritti umani;

12.  esorta il Kirghizistan, in vista della 14ª riunione del Consiglio di cooperazione tra l'UE e la Repubblica del Kirghizistan, a portare avanti le riforme concernenti la trasparenza, l'indipendenza della magistratura, la riconciliazione interetnica e il rispetto dei diritti umani, in quanto si tratta di fattori fondamentali per lo sviluppo sostenibile a lungo termine del paese;

13.  plaude ai progressi compiuti dalle autorità kirghise nell'ambito dei diritti umani nel periodo compreso tra il quarto e il quinto ciclo del dialogo sui diritti umani tra l'UE e la Repubblica kirghisa; esorta vivamente le autorità kirghise a continuare a progredire in questo ambito;

14.  invita la Commissione, il Consiglio e il Servizio per l'azione esterna a precisare alle autorità kirghise che l'eventuale adozione della proposta di legge potrebbe avere conseguenze sulle relazioni con l'UE, conformemente a quanto previsto dall'articolo 92, paragrafo 2, dell'accordo di partenariato e cooperazione; invita altresì il Consiglio e il Servizio per l'azione esterna a sollevare la questione nelle pertinenti sedi internazionali, come l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e le Nazioni Unite;

15.  invita le autorità kirghise a garantire che le accuse di tortura e di trattamento disumano e degradante siano oggetto di indagini rapide ed efficaci e che i responsabili siano assicurati alla giustizia; chiede, inoltre, il rilascio di tutti i prigionieri di coscienza, con particolare riferimento ad Azimjon Askarov, in attesa di un'indagine completa, imparziale ed equa, anche per quanto riguarda le sue accuse di torture e maltrattamenti;

16.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al vicepresidente della Commissione europea/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, all'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, al parlamento del Kirghizistan e al presidente del Kirghizistan.

(1) GU C 168 E del 14.6.2013, pag. 91.


Relazione annuale concernente le attività del Mediatore europeo nel 2013
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Risoluzione del Parlamento europeo del 15 gennaio 2015 sulla relazione annuale concernente le attività del Mediatore europeo nel 2013 (2014/2159(INI))
P8_TA(2015)0009A8-0058/2014

Il Parlamento europeo,

–  vista la relazione annuale concernente le attività del Mediatore europeo nel 2013,

–  visto l'articolo 228 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea,

–  visto l'articolo 43 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea,

–  vista la decisione 94/262/CECA, CE, Euratom del Parlamento europeo del 9 marzo 1994 sullo statuto e le condizioni generali per l'esercizio delle funzioni del Mediatore(1),

–  visto il Codice europeo di buona condotta amministrativa approvato dal Parlamento europeo nel settembre 2001,

–   visti i principi di trasparenza e integrità nel lobbismo, pubblicati dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE),

–  viste le sue precedenti risoluzioni sulle attività del Mediatore europeo,

–  visto l'articolo 220, paragrafo 2, frasi seconda e terza, del suo regolamento,

–  vista la relazione della commissione per le petizioni (A8-0058/2014),

A.  considerando che la relazione annuale concernente le attività del Mediatore europeo nel 2013 è stata ufficialmente presentata al Presidente del Parlamento europeo il 15 settembre 2014 e che il Mediatore europeo, sig.ra Emily O’Reilly, ha presentato la relazione alla commissione per le petizioni il 24 settembre 2014 a Bruxelles,

B.  considerando che l'articolo 24 del TFUE dispone che "Ogni cittadino dell'Unione può rivolgersi al Mediatore istituito conformemente all'articolo 228";

C.  considerando che l'articolo 228 del TFUE abilita il Mediatore europeo a ricevere denunce riguardanti casi di cattiva amministrazione nell'azione delle istituzioni, degli organi o degli organismi dell'Unione, salvo la Corte di giustizia dell'Unione europea nell'esercizio delle sue funzioni giurisdizionali;

D.  considerando che l'articolo 41 della Carta dei diritti fondamentali afferma: "Ogni persona ha diritto a che le questioni che la riguardano siano trattate in modo imparziale ed equo ed entro un termine ragionevole dalle istituzioni, organi e organismi dell'Unione";

E.  considerando che l'articolo 43 della Carta recita: "Ogni cittadino dell'Unione nonché ogni persona fisica o giuridica che risieda o abbia la sede sociale in uno Stato membro ha il diritto di sottoporre al Mediatore europeo casi di cattiva amministrazione nell'azione delle istituzioni, organi o organismi dell’Unione, salvo la Corte di giustizia dell'Unione europea nell'esercizio delle sue funzioni giurisdizionali";

F.  considerando che tale definizione non limita la fattispecie della cattiva amministrazione ai casi in cui la norma o il principio violati sono giuridicamente vincolanti; che i principi di buona amministrazione vanno oltre quanto stabilito dal diritto; che, secondo il primo Mediatore europeo, "[S]i ha cattiva amministrazione quando un organismo pubblico non opera conformemente a una norma o a un principio per esso vincolante"; che ciò richiede che le istituzioni, gli organi e gli organismi dell'UE non solo rispettino i loro obblighi giuridici, ma siano anche improntati a una cultura del servizio e assicurino che i cittadini siano trattati nel modo opportuno e godano appieno dei loro diritti;

G.  considerando che la nozione di buona amministrazione dovrebbe essere estesa al concetto di migliore amministrazione, intesa come processo costante di miglioramento continuo;

H.  considerando che la principale priorità del Mediatore europeo è garantire che i diritti dei cittadini siano pienamente rispettati e che il diritto a una buona amministrazione rifletta i più elevati standard, come ci si aspetta dalle istituzioni, dagli organi o dagli organismi dell'Unione; che il Mediatore europeo svolge un ruolo essenziale nell'aiutare le istituzioni dell'UE a diventare più trasparenti, efficaci e vicine ai cittadini, rafforzando così la fiducia dei cittadini nell'Unione;

I.  considerando che Emily O’Reilly è stata eletta Mediatore europeo dal Parlamento europeo nella seduta plenaria del 3 luglio 2013 e ha prestato giuramento il 30 settembre 2013;

J.  considerando che 23 245 cittadini nel 2013 hanno chiesto aiuto ai servizi del Mediatore; che, con riferimento ai suddetti, 19 418 cittadini hanno ricevuto consigli attraverso la guida interattiva sul sito web del Mediatore mentre 1 407 richieste sono state trasmesse per ricevere informazioni; che 2 420 richieste sono state registrate come denunce (2 442 nel 2012); che il Mediatore ha dato seguito a 2 354 denunce ricevute nel 2013;

K.  considerando che è importante che il Mediatore fornisca informazioni più dettagliate sui tipi di formato delle denunce, così che sia possibile effettuare confronti nel corso degli anni tra le denunce ricevute in formato elettronico attraverso il sito web interattivo del Mediatore e le denunce ricevute offline;

L.  considerando che nel 2013 il Mediatore ha avviato 350 indagini (465 nel 2012) tra cui 341 sono state avviate in base a una denuncia e 9 sono state indagini di propria iniziativa;

M.  considerando che nel 2013 il Mediatore ha archiviato 461 indagini (390 nel 2012), di cui 441 sulla base di denunce e 20 di propria iniziativa; che, per quanto attiene alle indagini completate, 340 (77,1%) sono state presentate da singoli cittadini e 101 (22,9%) da imprese, associazioni o altre entità giuridiche;

N.  considerando che le indagini completate nel 2013 riguardavano richieste di informazioni e accesso a documenti (25,6%), il ruolo della Commissione come custode dei trattati (19,1%), questioni istituzionali e politiche (17,6%), l'amministrazione e gli statuti dei funzionari (16,5%), i concorsi e le procedure di selezione (14,8%), l'aggiudicazione di appalti o sovvenzioni (9,5%) e l'esecuzione di contratti (7,4%);

O.  considerando che, per quanto riguarda le indagini avviate dal Mediatore nel 2013, si possono identificare i seguenti temi chiave: la trasparenza all'interno delle istituzioni dell'UE, le questioni etiche, la partecipazione dei cittadini nel processo decisionale dell'UE, i progetti e programmi finanziati dall'UE, i diritti fondamentali e la cultura del servizio;

P.  considerando che le questioni sollevate più di frequente nel settore della trasparenza riguardano il negato accesso ai documenti o alle informazioni da parte delle istituzioni, le riunioni a porte chiuse e la poca chiarezza nella nomina dei membri dei gruppi di esperti dell'UE; che l'accesso del pubblico ai documenti è uno dei diritti garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell'UE;

Q.  considerando che nel 2013 il Mediatore ha ricevuto numerose denunce relative a conflitti di interesse o alla pratica delle "porte girevoli", vale a dire lo spostamento di alti funzionari tra posti del settore pubblico e privato strettamente correlati; che un comportamento etico esemplare deve rivestire la massima importanza per l'amministrazione dell'UE; che, in tal senso, il Mediatore ha pubblicato i principi del servizio pubblico e una serie di linee guida etiche; che molte ONG sostengono che la Commissione non gestisca adeguatamente quelli che esse definiscono casi delle "porte girevoli" di natura sistemica;

R.  considerando che il Mediatore lavora a stretto contatto con le varie reti, la più importante delle quali è la Rete europea dei difensori civici, che comprende 94 uffici in 35 paesi europei; che le denunce che esulano dal mandato del Mediatore si riferiscono al membro della rete più idoneo a gestire il caso; che il 52,5% delle denunce ricevute è stato trasferito ad altri membri della Rete;

S.  considerando che la commissione per le petizioni del Parlamento è membro a pieno titolo della Rete europea dei difensori civici; che nel 2013 il Mediatore ha deferito 51 casi a tale commissione; che 178 casi sono stati deferiti alla Commissione e 503 ad altre istituzioni e organi;

T.  considerando che il Mediatore collabora anche con altre organizzazioni internazionali, come l'ONU; che il Mediatore, il Parlamento, la Commissione, e l'Agenzia per i diritti fondamentali (FRA) e il Forum europeo della disabilità (EDF) formano insieme il quadro UE ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CDPD); che tale quadro ha il compito di proteggere, promuovere e monitorare l'attuazione della Convenzione a livello delle istituzioni dell'UE;

U.  considerando che la relazione annuale del 2013 non contiene dati precisi sulla percentuale di denunce che rientravano nel mandato del Mediatore o ne esulavano; che è essenziale in futuro includere cifre concrete in tutte le relazioni annuali, in modo da poter fare confronti tra anni e distinguere facilmente le tendenze in materia di (in)ammissibilità delle denunce; che, stando a tale relazione, su 100 denunce tipiche ricevute, 68 non rientravano nel mandato del Mediatore e sono state trasferite ai difensori civici nazionali o regionali, trasmesse alla commissione per le petizioni del Parlamento, o deferite ad altri organismi di gestione delle denunce, come la Commissione europea, SOLVIT, Your Europa Advice o i Centri europei dei consumatori; che è necessario disporre di una procedura di follow-up e di informazioni sulle denunce trasferite ad altre istituzioni o ad altri organi, così da garantire che gli affari dei cittadini siano trattati in maniera imparziale ed equa ed entro un termine ragionevole;

V.  considerando che su 100 denunce tipiche ricevute, solo 32 rientrano nel mandato del Mediatore; che 17 delle suddette non portano a un'indagine (9 sono considerate inammissibili e 8 risultano ammissibili ma non si ritiene che contengano motivi sufficienti per avviare un'indagine); che, su 100 denunce tipiche ricevute, 15 hanno dato luogo ad un'indagine; che 4 di queste sono state risolte durante l'indagine, 4 hanno portato a risultanze di cattiva amministrazione, 1 a una risultanza di cattiva amministrazione e 6 sono state considerate prive di motivi per svolgere ulteriori indagini;

W.  considerando che l'80% (40 casi) delle indagini in cui è stata ravvisata la cattiva amministrazione sono state chiuse con osservazioni critiche indirizzate all'istituzione interessata e il 18% (9 casi) sono state chiuse con progetti di raccomandazione, totalmente o parzialmente accettati dall'istituzione; che in un caso (2%) il Mediatore ha elaborato una "Relazione speciale del Mediatore europeo sull'indagine di propria iniziativa OI/5/2012/BEH-MHZ relativa a Frontex"; che il numero di relazioni speciali presentate dal Mediatore europeo è pari a circa una relazione all'anno;

X.  considerando che la relazione speciale presentata al Parlamento era il risultato di un'ampia indagine di iniziativa concernente gli obblighi di FRONTEX rispetto alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e che, in definitiva, era principalmente motivata dalla risposta dell'agenzia alle raccomandazioni specifiche del Mediatore volte a correggere l'assenza di un meccanismo di ricorso per i richiedenti asilo;

Y.  considerando che l'elaborazione di una relazione speciale rappresenta l'extrema ratio per il Mediatore per trattare casi di cattiva amministrazione che riguardano le istituzioni, gli organi o gli organismi dell'Unione; che il Mediatore dovrebbe avvalersi ulteriormente dei suoi poteri politici e sviluppare gli strumenti di cui dispone;

Z.  considerando che la conformità con le proposte del Mediatore nel 2012 era dell'80%; che la Commissione, che rappresenta la più alta percentuale di indagini del Mediatore, ha avuto un tasso di conformità dell'84%; che ogni anno il Mediatore pubblica un resoconto completo sul modo in cui le Istituzioni dell'UE hanno risposto alle proposte del Mediatore per il miglioramento dell'amministrazione dell'UE; che il tasso di non conformità del 20% relativo alle proposte del Mediatore costituisce una grave minaccia che potrebbe tradursi in un'ulteriore erosione della fiducia dei cittadini nell'efficacia delle istituzioni dell'UE;

AA.  considerando che la Commissione europea è l'istituzione in merito alla quale il Mediatore riceve il maggior numero di denunce; che una delle indagini concluse nel 2013 ha riguardato i documenti concernenti la clausola di esenzione dalla Carta dei diritti fondamentali dell'UE per il Regno Unito;

AB.  considerando che la durata media delle indagini nei casi archiviati dal Mediatore nel 2013 è stata di 13 mesi; che il 22% dei casi è stato chiuso entro 3 mesi, il 37% in un arco di tempo dai 3 ai 12 mesi, il 14% in un arco di tempo dai 12 ai 18 mesi e il 27% dopo più di 18 mesi;

AC.  considerando che il bilancio del Mediatore nel 2013 è stato pari a 9 731 371 EUR e che l'organigramma del Mediatore comprende 67 posti; che il mantenimento di sufficienti risorse umane e di bilancio è essenziale per garantire l'efficienza dei servizi del Mediatore e una rapida risposta alle denunce dei cittadini;

AD.  considerando che Emily O'Reilly è stata la prima donna eletta alla posizione di Mediatore europeo;

1.  approva la relazione annuale per il 2013 presentata dal Mediatore europeo; si congratula con Emily O'Reilly per la sua prima relazione annuale come Mediatore e si compiace del suo approccio volto a mantenere i buoni rapporti di lavoro e la positiva cooperazione con il Parlamento, in particolare con la sua commissione per le petizioni; riconosce che il 2013 è stato un anno di transizione e che una gran parte della relazione annuale riguarda il lavoro del Professor Nikiforos Diamandouros, Mediatore europeo uscente, e rende omaggio alla sua eredità;

2.  si impegna a ripristinare la prassi del Parlamento di invitare il Mediatore in Aula immediatamente dopo la sua elezione;

3.  esprime il suo pieno appoggio al fine ultimo dichiarato del nuovo Mediatore, che è quello di contribuire a rafforzare le strutture e le istituzioni di responsabilità e trasparenza a livello europeo, così da promuovere una buona amministrazione per ogni cittadino e residente dell'UE, e di migliorare la qualità della democrazia nell'Unione; ribadisce che il Mediatore europeo riveste un ruolo cruciale nel dare seguito alle preoccupazioni dei cittadini e nel contribuire a colmare la distanza che li separa dalle istituzioni dell'UE;

4.  sottolinea l'importanza dei media sociali come canale per le comunicazioni e incoraggia gli uffici del Mediatore ad avvalersi maggiormente di questi media per sensibilizzare l'opinione pubblica sulle attività del Mediatore e promuovere i diritti dei cittadini dell'UE; ritiene, tuttavia, che l'ulteriore digitalizzazione dei servizi del Mediatore non dovrebbe portare all'esclusione dei cittadini che non hanno accesso a Internet o che non possono utilizzarlo; invita il Mediatore a prestare particolare attenzione alle necessità di questi cittadini in modo da garantire parità di accesso a ogni cittadino dell'UE, che potrà così avvalersi appieno dei servizi del Mediatore;

5.  rileva che la relazione annuale del Mediatore è stata modificata per il 2013 e che, oltre alla versione stampa tradizionale, una versione interattiva scaricabile è ora disponibile anche in formato e-book; rileva che la relazione è stata suddivisa in due parti, una parte costituita da un testo di riferimento di facile lettura e che stabilisce i fatti e le cifre più importanti sull'attività del Mediatore nel 2013, e l'altra contenente un resoconto approfondito di casi chiave oggetto di indagine del Mediatore nel 2013(2);

6.  elogia questo nuovo approccio da parte del Mediatore, che è stato adottato per rispecchiare il suo desiderio di rendere la sua istituzione il più possibile di facile accesso e utilizzo; incoraggia le parti interessate a leggere la sezione dedicata alle indagini approfondite intitolata "La buona amministrazione in pratica: le decisioni della Mediatrice europea nel 2013" e a prendere a cuore le considerazioni e le raccomandazioni del Mediatore;

7.  rileva che, come nel 2013, lo Stato membro con il maggior numero di denunce era la Spagna (416), seguita dalla Germania (269), dalla Polonia (248) e dal Belgio (153); rileva che per quanto riguarda le indagini avviate per Stato membro, il Belgio (53) è in testa, seguito dalla Germania (40), dall'Italia (39), e dalla Spagna (34);

8.  osserva che le questioni relative alla trasparenza ancora una volta sono in cima alla lista di indagini archiviate (64,3%), il che rappresenta un incremento rispetto al 2012 (52,7%); osserva che gli altri temi chiave nelle denunce sono stati le questioni etiche, la partecipazione dei cittadini al processo decisionale dell'UE, i progetti finanziati dall'UE, i diritti fondamentali e la cultura del servizio;

9.  ritiene che la trasparenza, l'apertura, l'accesso alle informazioni, il rispetto dei diritti dei cittadini ed elevati standard etici siano essenziali per creare e conservare la fiducia nella funzione pubblica europea tra i cittadini e i residenti e le istituzioni; sottolinea che la fiducia tra i cittadini e i residenti e le istituzioni è essenziale nel contesto della difficile congiuntura economica attuale; concorda con il Mediatore che la trasparenza è una pietra miliare di una democrazia avanzata, nella misura in cui consente di esaminare le attività delle autorità pubbliche, valutare le loro prestazioni e chiamarle a rendere conto delle loro azioni; concorda ugualmente che l'apertura e l'accesso del pubblico ai documenti costituiscono una parte essenziale del sistema di pesi e contrappesi istituzionali; riconosce il diritto dei cittadini alla privacy e alla protezione dei dati personali;

10.  constata che le raccomandazioni e le osservazioni critiche non sono giuridicamente vincolanti ma sottolinea che, ciononostante, le istituzioni dell'UE possono avvalersene come un'opportunità per risolvere un problema, trarre insegnamenti per il futuro ed evitare che si ripresentino casi analoghi di cattiva amministrazione; esorta tutte le istituzioni, gli organi e organismi dell'Unione a cooperare pienamente con il Mediatore e ad assicurare il pieno rispetto delle sue raccomandazioni, nonché a sfruttare appieno le sue osservazioni critiche; ricorda che la Carta dei diritti fondamentali include il diritto a una buona amministrazione come diritto fondamentale dei cittadini dell'Unione europea (articolo 41);

11.  rileva che la maggior parte delle indagini condotte dal Mediatore nel corso dell'anno passato (64,3%) ha riguardato la Commissione europea; riconosce che la Commissione è l'istituzione le cui decisioni hanno conseguenze dirette sui cittadini, sulle organizzazioni della società civile e sulle imprese; comprende che la Commissione sia pertanto il principale oggetto del controllo pubblico; rileva, tuttavia, con preoccupazione che la quota di denunce relative alla Commissione è aumentata rispetto al 2012 quando era del 52,7 %; esorta il Mediatore a esaminare le ragioni alla base di tale incremento, così da contribuire a migliorare l'amministrazione della Commissione e rafforzare quindi la credibilità delle istituzioni dell'UE nel loro insieme; esorta la nuova Commissione a intraprendere azioni rapide e a migliorare le sue prestazioni allo scopo di ridurre il numero di denunce che la riguardano; ritiene che il coinvolgimento della Commissione in organismi opachi come la troika non aiuti a promuovere la trasparenza e la responsabilità nell'Unione né rispetti il principio di sussidiarietà;

12.  rileva con preoccupazione che la percentuale di denunce relative agli organismi dell'UE è quasi raddoppiata, dal 12,5 % nel 2012 al 24 % nel 2013; suggerisce che il Mediatore indichi se questo aumento è imputabile a una maggiore sensibilizzazione sulle procedure di denuncia od è stato causato da altri fattori, come l'eventuale non conformità degli organismi dell'UE con le raccomandazioni del Mediatore europeo degli anni precedenti; incoraggia il Mediatore a monitorare gli sviluppi negli organismi e a riferire in tempo utile; sostiene i piani del Mediatore per raggiungere i vari organismi al fine di porre in rilievo l'importanza di una buona amministrazione, una buona gestione delle denunce e una cultura del servizio;

13.  è lieto di constatare che la percentuale di denunce riguardanti l'Ufficio europeo di selezione del personale (EPSO) è più che dimezzata nel 2013, scendendo dal 16,8% nel 2012 al 7,1% nel 2013; è altrettanto lieto che la percentuale di denunce contro il Parlamento europeo sia diminuita dal 5,2% nel 2012 al 4,3% nel 2013; riconosce il lavoro del Mediatore e dell'EPSO nel ridurre il numero di denunce contro tale organismo;

14.  rileva che nel 2013 il Mediatore ha pubblicato una nuova versione del Codice europeo di buona condotta amministrativa; invita tutte le istituzioni a rispettare e applicare pienamente tale codice; invita la nuova Commissione ad adottare norme e principi comuni vincolanti sulla procedura amministrativa dell'amministrazione dell'UE e, in particolare, a presentare un progetto di regolamento a tal fine; ricorda che l'articolo 41 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea stabilisce che "Ogni persona ha diritto a che le questioni che la riguardano siano trattate in modo imparziale ed equo ed entro un termine ragionevole dalle istituzioni, organi e organismi dell'Unione";

15.  incoraggia tutte le istituzioni, gli organi e gli organismi dell'UE a migliorare le loro prestazioni accrescendo il loro impegno per una buona amministrazione e per principi di una cultura del servizio ai cittadini; li invita ad assistere il Mediatore rispondendo rapidamente alle sue richieste di informazioni e a collaborare con lei più strettamente per ridurre i tempi delle indagini relative alle denunce; accorda il suo sostegno al Mediatore negli sforzi che esplica per accelerare ulteriormente il processo di indagine e ridurre i tempi di risposta per il trattamento delle denunce in uno spirito di servizio rapido e appropriato nei confronti dei cittadini che esercitano i loro diritti;

16.  osserva che la conformità generale con le raccomandazioni del Mediatore si attesta all'80% nel 2012, in leggero calo rispetto all'82% nel 2011; sostiene il Mediatore nella sua ambizione di migliorare il tasso di conformità; esorta la Commissione, in particolare, ad esplicare tutti gli sforzi possibili per migliorare il suo tasso di conformità; esprime preoccupazione per il 20% del tasso di non conformità ed esorta le istituzioni, gli organi e gli organismi dell'Unione a rispondere e a reagire entro tempi ragionevoli alle osservazioni critiche del Mediatore e a compiere tutti gli sforzi necessari per migliorare il tasso di follow-up grazie alla rapida attuazione delle raccomandazioni e osservazioni critiche del Mediatore; attende con interesse le informazioni specifiche che saranno fornite nella prossima relazione annuale del Mediatore sulla conformità nel 2013;

17.  rileva che il Mediatore ha riscontrato una cattiva amministrazione nel 10,8% delle indagini chiuse nel 2013 e che nell'80% di questi casi ha formulato un'osservazione critica all'istituzione interessata; rileva che nel 18% dei casi di cattiva amministrazione, i progetti di raccomandazione del Mediatore sono stati accettati completamente o parzialmente dalle istituzioni;

18.  rileva che il Mediatore ha presentato una relazione speciale al Parlamento, il cui soggetto era l'assenza di un meccanismo nell'agenzia Frontex per trattare le denunce sulle violazioni dei diritti fondamentali derivanti dal suo lavoro; ha fiducia che tale relazione speciale sarà oggetto di una relazione redatta dalla sua commissione per le petizioni in collaborazione con la sua commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni;

19.  incoraggia il Mediatore ad approfondire le sue relazioni e la cooperazione con le varie reti, in particolare la Rete europea dei difensori civici e il quadro ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità; ricorda la richiesta del Parlamento nella relazione annuale del 2012 della commissione per le petizioni volta all'istituzione, da parte del Parlamento, di una rete che comprenda le commissioni per le petizioni negli Stati membri, che potrebbe essere complementare alla Rete europea dei difensori civici;

20.  ricorda che la sua commissione per le petizioni è un membro a pieno titolo di entrambe le reti di cui sopra; rileva che nel 2013 il Mediatore ha deferito 51 denunce alla commissione; ritiene che, data l'attività parallela e talvolta complementare svolta dalla commissione per le petizioni per garantire che la legislazione dell'UE sia adeguatamente attuata a ogni livello amministrativo, occorra destinare più risorse a tale commissione, in analogia con quelle del Mediatore europeo;

21.  prende atto della nuova strategia del Mediatore "Verso il 2019", che comprende tre pilastri principali indicati dai termini "Impatto, Pertinenza e Visibilità"; comprende che il Mediatore intenda avere un impatto maggiore conducendo indagini strategiche a livello di problemi sistemici, che intenda rafforzare il suo ruolo contribuendo alle discussioni chiave dell'UE e che intenda aumentare la sua visibilità migliorando la sua apertura verso le parti interessate e attirando l ' attenzione sui casi importanti;

22.   esorta il Mediatore a dare seguito ai suoi sforzi volti a migliorare i canali di comunicazione e a trarre insegnamento dalle attività svolte nel quadro dell'Anno europeo dei cittadini 2013 come pure a migliorare la fornitura di informazioni ai cittadini europei così che questi conoscano i servizi del Mediatore e il suo ambito di competenza;

23.  ribadisce l'importanza dell'iniziativa dei cittadini europei quale nuovo strumento che consente la partecipazione diretta dei cittadini al processo decisionale durante l'elaborazione della legislazione europea;

24.  accoglie con favore una serie di importanti indagini che il Mediatore ha avviato, come le indagini in materia di mancanza di trasparenza nei negoziati per un partenariato transatlantico su commercio e investimenti (TTIP), la segnalazione di illeciti da parte di dipendenti nelle istituzioni dell'UE, la mancanza di trasparenza nei gruppi di esperti della Commissione, i casi della cosiddetta "porta girevole" e dei conflitti di interesse, i diritti fondamentali della politica di coesione e l'iniziativa dei cittadini europei; attende con interesse le risultanze di tali indagini;

25.  plaude alla decisione del Consiglio dell'Unione europea di pubblicare le direttive negoziali dell'UE sui negoziati in corso sul TTIP tra l'UE e gli USA; plaude altresì alla decisione della Commissione di pubblicare altri testi negoziali dell'UE e consentire un accesso più ampio ad altri documenti nel quadro dei negoziati del TTIP; ritiene che il fatto di controllare attentamente la trasparenza nei negoziati TTIP abbia rafforzato il ruolo del Mediatore come guardiano della trasparenza dell'UE; appoggia l'appello del Mediatore per un approccio politico trasparente e una campagna di informazione sul TTIP, che devono essere adottati dalle istituzioni europee; si impegna a seguire i risultati della consultazione sulla trasparenza per quanto riguarda il TTIP, tra l'altro esaminando le petizioni ricevute sulla questione, in particolare tenendo conto dell'impatto potenziale del TTIP e di altri negoziati commerciali sulla vita dei cittadini europei;

26.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione e la relazione della commissione per le petizioni al Consiglio, alla Commissione, al Mediatore europeo, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri e ai loro difensori civici o agli organi competenti analoghi.

(1) GU L 113 del 4.5.1994, pag. 15.
(2) http://www.ombudsman.europa.eu/en/activities/annualreports.faces


Situazione in Libia
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Risoluzione del Parlamento europeo del 15 gennaio 2015 sulla situazione in Libia (2014/3018(RSP))
P8_TA(2015)0010RC-B8-0011/2015

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni sulla Libia, in particolare quelle del 15 settembre 2011(1), del 22 novembre 2012(2) e del 18 settembre 2014(3),

–  viste le recenti dichiarazioni del vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, sulla Libia, comprese quelle rilasciate il 16 e 30 dicembre 2014 e il 10 gennaio 2015,

–  viste le conclusioni del Consiglio "Affari esteri" del 15 e 30 agosto 2014, del 20 ottobre 2014, del 17 e 18 novembre 2014 e del 15 dicembre 2014,

–  vista la dichiarazione congiunta dei governi di Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti dell'11 gennaio 2015 sulla Libia,

–  viste le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite 1970, 1973 (2011) e 2174 del 27 agosto 2014,

–  vista la relazione della missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) intitolata "Overview of violations of international human rights and humanitarian law during the ongoing violence in Libya" (Quadro generale delle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario durante le violenze in corso in Libia), che è stata pubblicata il 4 settembre 2014 e aggiornata il 27 dicembre 2014,

–  visti le convenzioni di Ginevra del 1949 e i relativi protocolli aggiuntivi del 1977, come pure l'obbligo che incombe alle parti belligeranti di rispettare e garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario in qualsiasi circostanza,

–  vista la decisione 2013/233/PESC del Consiglio, del 22 maggio 2013, sulla missione dell'Unione europea di assistenza alla gestione integrata delle frontiere in Libia (EUBAM Libia),

–  visto il pacchetto PEV sulla Libia del settembre 2014,

–  visto il vertice del Sahel tenutosi in Mauritania il 19 dicembre 2014, cui hanno partecipato i leader di Mauritania, Mali, Niger, Ciad e Burkina Faso,

–  visto il comunicato congiunto rilasciato il 22 settembre 2014 da tredici paesi(4), che s'impegnano a condurre una politica di non-interferenza negli affari della Libia,

–  visto l'articolo 123, paragrafi 2 e 4, del suo regolamento,

A.  considerando che nel febbraio 2011 i cittadini libici sono scesi in strada per ottenere diritti politici e hanno subito un'indiscriminata repressione da parte dello Stato, il che ha scatenato nove mesi di conflitto civile e portato alla caduta del regime di Gheddafi;

B.  considerando che nel giugno 2014 i cittadini libici si sono recati alle urne per la terza volta, nell'ambito di un processo democratico e libero, per l'elezione della Camera dei rappresentanti destinata a sostituire il Congresso nazionale generale eletto nel luglio 2012;

C.  considerando che, nonostante le elezioni parlamentari nazionali del giugno 2014, le aspirazioni del popolo libico, nate dalla caduta del colonnello Gheddafi, sono state vanificate dalla divisione politica e dalla violenza in un contesto che si sta trasformando in una guerra totale; che governi e parlamenti rivali operano a Tripoli e a Tobruk da diversi mesi;

D.  considerando che la Libia resta invischiata in scontri politici interni che si sono trasformati in una violenta lotta di potere tra le due sedi di governo rivali e le numerose fazioni opposte di forze nazionaliste, islamiche, tribali e regionaliste, aggravando le sofferenze della popolazione e provocando ulteriori vittime, sfollamenti di massa e la propagazione della crisi umanitaria;

E.  considerando che entrambe le parti avrebbero commesso un'ampia gamma di violazioni e abusi dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario; che, stando alle stime dell'UNSMIL, l'ultima ondata di scontri avrebbe causato lo sfollamento interno di almeno 400 000 libici e l'abbandono del paese da parte di altre 150 000 persone, tra cui molti lavoratori migranti; che gli operatori umanitari e i diplomatici stranieri, tra cui il personale dell'UE e dell'UNSMIL, sono stati evacuati dalla Libia; che l'afflusso massiccio di rifugiati libici nella vicina Tunisia sta mettendo a dura prova le capacità del paese e la sua stabilità; che, secondo le stime, più di un milione di libici sarebbero già entrati in Tunisia;

F.  considerando che il 23 dicembre 2014 l'alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra'ad al-Hussein ha affermato che il bombardamento indiscriminato di civili in Libia potrebbe dar adito a una procedura giudiziaria per crimini di guerra;

G.  considerando che l'inviato speciale delle Nazioni Unite Bernardino León si è attivamente impegnato a fungere da mediatore nei colloqui tra le fazioni in guerra e ad avviare un dialogo nazionale per un processo di riconciliazione e la formazione di un governo di unità nazionale; che, il 29 settembre 2014, si è tenuto un primo ciclo di colloqui a Ghadames, proseguito a Tripoli l'11 ottobre 2014, mentre un nuovo ciclo, inizialmente previsto per il 5 gennaio 2015, è stato rinviato per mancanza di un accordo tra le due parti; che l'UNSMIL ha annunciato che le parti libiche hanno ora accettato di tenere un nuovo ciclo di colloqui a Ginevra, presumibilmente il 14 gennaio 2015; che entrambi i fronti si sono finora dimostrati per lo più riluttanti o incapaci di trovare un compromesso;

H.  considerando che l'inviato dell'ONU per la regione del Sahel, Hiroute Guebre Selassie, ha avvertito il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che la crisi libica rischia, in un prossimo futuro, di destabilizzare l'intera regione, e ha dichiarato altresì che le reti terroristiche e criminali in Libia stanno sviluppando legami più stretti con il Mali e la Nigeria settentrionale, dedicandosi alla vendita di armi e al traffico di droga, oltre che ad altri traffici illegali;

I.  considerando che è in gioco l'unità dello Stato libico ed esiste un rischio reale di secessione almeno in tre regioni (Fezzan, Cirenaica e Tripolitania) se non si raggiunge una soluzione di compromesso accompagnata da un processo di riconciliazione;

J.  considerando che i recenti scontri hanno notevolmente agevolato la diffusione e l'insediamento di gruppi terroristici come l'ISIS nel paese; che, se non viene affrontato, tale problema potrebbe rappresentare una grave minaccia per la sicurezza della regione e dell'Unione europea; che il ramo dello Stato islamico stabilito nella regione orientale della Libia ha dichiarato, l'8 gennaio 2015, di avere giustiziato il giornalista Sofien Chourabi e l'operatore video Nadhir Ktari;

K.  considerando che il 4 gennaio 2015 aerei militari libici delle forze leali al governo riconosciuto dalla comunità internazionale hanno bombardato una petroliera greca nella zona militare del porto di Derna, causando l'uccisione di due membri dell'equipaggio, un greco e un rumeno, e il ferimento di altri due; che il porto è sotto il controllo di militanti islamici ed è stato oggetto di diversi attacchi nel corso dell'ultimo anno;

L.  considerando che in un comunicato ufficiale del 3 gennaio 2015 il governo ha dichiarato che le milizie dello Stato islamico hanno ucciso 14 soldati dell'esercito libico e ha invitato la comunità internazionale a revocare l'embargo sulle forniture di armi al paese per poter combattere tali milizie, che definisce terroristi;

M.  considerando che l'ISIS sta addestrando combattenti in Libia e stabilendo un ramo dell'organizzazione nella regione orientale del paese; che il 3 gennaio 2015 alcuni terroristi hanno fatto esplodere un'autobomba a Tobruk contro la Camera dei rappresentanti mentre era in corso una seduta; che nel Maghreb islamico elementi di al-Qaeda avrebbero stabilito dei centri logistici nella periferia meridionale della Libia; che, secondo una dichiarazione ufficiale del governo, le milizie dello Stato islamico avrebbero ucciso 14 soldati dell'esercito libico il 3 dicembre 2014;

N.  considerando che il 28 dicembre 2014 il generale Heftar, comandante delle forze armate, ha lanciato raid aerei su Misurata, una roccaforte del gruppo di milizie "Alba libica", e che tale operazione è considerata un atto di vendetta in risposta agli attacchi delle milizie del 25 dicembre 2014 contro il maggiore terminale petrolifero libico a Sidra e contro l'esercito libico a Sirte, durante i quali 22 soldati sono rimasti uccisi;

O.  considerando che circa 20 cristiani copti egiziani sono stati sequestrati da militanti di Ansar al-Sharia a Sirte, che si trova sotto il controllo delle milizie, e che ciò costituisce l'ultimo episodio di un crescente numero di attacchi rivolti contro i cristiani e altre minoranze religiose in Libia; che si registra inoltre un costante aumento dei casi di detenzione, rapimento, tortura ed esecuzione di sospetti combattenti di tutte le parti coinvolte;

P.  considerando che centinaia di migranti e rifugiati in fuga dalle violenze in Libia avrebbero perso la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per giungere in Europa, causando una crisi di profughi su vasta scala in Italia e a Malta; che la Libia è un punto di partenza primario per i migranti che tentano di raggiungere l'Europa;

Q.  considerando che, il 6 novembre 2014, la Corte suprema libica ha decretato l'illegittimità delle elezioni parlamentari di giugno che hanno istituito la Camera dei rappresentanti di Tobruk, riconosciuta a livello internazionale;

R.  considerando che la Camera dei rappresentanti ha respinto la sentenza affermando che supera i limiti del mandato della Corte ed è stata pronunciata sotto le pressioni delle milizie islamiche a Tripoli e che la Camera dei rappresentanti e il governo proseguiranno la loro attività;

S.  considerando che la risoluzione 2174 (2014) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite autorizza il divieto di viaggio e il congelamento dei beni nei confronti delle persone e delle entità che, secondo quanto stabilito dal comitato delle sanzioni, intraprendono o sostengono atti che minacciano la pace, la stabilità o la sicurezza della Libia o che ostacolano o pregiudicano il positivo completamento della sua transizione politica;

T.  considerando che un elemento cruciale del conflitto riguarda il controllo e l'amministrazione della Compagnia petrolifera nazionale; che ambedue le parti in lotta hanno designato i propri ministri del petrolio nell'intento di convogliare i proventi del petrolio nelle proprie casse; che il petrolio è alla base del 95% delle entrate della Libia e del 65% del PIL del paese; che la Libia detiene le maggiori riserve di petrolio in Africa e le quinte a livello mondiale;

1.  condanna fermamente la rapida escalation della violenza in Libia, che colpisce in particolare i civili, e che mette seriamente a repentaglio le prospettive future di giungere a una soluzione pacifica; sostiene con forza i colloqui mediati dalle Nazioni Unite a Ginevra e invita tutte le parti coinvolte nel conflitto ad accettare la sospensione delle operazioni militari proposta dal rappresentante speciale delle Nazioni Unite, Bernardino León, al fine di creare un contesto favorevole;

2.  invita tutte le parti coinvolte nelle violenze a impegnarsi a favore di un cessate il fuoco incondizionato, ad astenersi dal compiere azioni che creino nuove divisioni e accrescano la polarizzazione, a dichiarare pubblicamente che non intendono tollerare tali azioni e a sostenere, senza precondizioni, gli sforzi del rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Bernardino León, volti a riunire i gruppi rivali in un dialogo politico nazionale inclusivo; insiste affinché sia prestata la dovuta attenzione alla partecipazione delle donne e delle minoranze in questo processo; rammenta che la soluzione dell'attuale conflitto non può essere di tipo militare;

3.  ribadisce il suo fermo e pieno appoggio alla missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia; plaude agli sforzi instancabili del rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Bernardino León, nella sua veste di mediatore del dialogo politico; si compiace del fatto che un nuovo ciclo di colloqui politici dovrebbe avere luogo tra pochi giorni a Ginevra;

4.  chiede all'Unione europea di sostenere tali sforzi imponendo immediatamente sanzioni mirate proprie, compreso il congelamento dei beni e il divieto di viaggio, ai responsabili delle violenze armate nonché delle violazioni e degli abusi dei diritti umani e di aver boicottato i negoziati sostenuti dalle Nazioni Unite;

5.  ribadisce il suo sostegno alla Camera dei rappresentanti di Tobruk quale unico organo legittimo scaturito dalle elezioni del giugno 2014; ribadisce il suo appello alla Camera dei rappresentanti eletta e al governo ufficiale ad assolvere ai propri compiti nel rispetto dello Stato di diritto e dei diritti umani, in uno spirito improntato all'inclusione, nell'interesse del paese e con l'obiettivo di tutelare i diritti di tutti i cittadini libici, incluse le minoranze religiose ed etniche;

6.  è profondamente preoccupato per la crescente presenza di gruppi terroristici legati ad Al-Qaeda, di milizie dello Stato islamico e di altre organizzazioni e movimenti estremisti in Libia; ritiene che la regione rischi di precipitare in un caos distruttivo analogamente a quanto sta accadendo in Siria e in Iraq; è del parere che tali gruppi rappresentino una grave minaccia per la stabilità e la sicurezza dell'intera regione, come pure per la sicurezza dell'Europa; ribadisce la necessità di combattere, con tutti i mezzi e conformemente alla Carta delle Nazioni Unite e al diritto internazionale, comprese le normative internazionali in materia di diritti umani e rifugiati e il diritto internazionale umanitario in vigore, le minacce alla pace e alla sicurezza internazionali causate da atti di terrorismo;

7.  invita l'Unione europea e la comunità internazionale a continuare a sostenere gli sforzi per combattere il terrorismo, fermo restando il rispetto del diritto internazionale, e prevenire la sua ulteriore diffusione e la costituzione di nuove basi in Libia;

8.  sottolinea l'impatto destabilizzante del conflitto libico su altri paesi della regione del Sahel e sulla sicurezza europea; invita i paesi vicini e gli attori regionali, in particolare l'Egitto, il Qatar, l'Arabia Saudita, la Turchia e gli Emirati arabi uniti, ad astenersi da azioni che potrebbero inasprire le attuali divisioni e pregiudicare la transizione democratica della Libia, e a sostenere pienamente il processo di Ghadames sotto la guida delle Nazioni Unite; rammenta che coloro che ostacolano attivamente il raggiungimento di una soluzione politica consensuale violano le risoluzioni del Consiglio di sicurezza sulla Libia e devono far fronte alle conseguenze delle loro azioni;

9.  plaude alle recenti dichiarazioni rilasciate dall'Unione africana il 3 dicembre 2014 e dalla Lega degli Stati arabi il 5 gennaio 2015 e al loro impegno pubblico a sostegno del processo guidato dalle Nazioni Unite;

10.  sottolinea la necessità di un'azione comune e coordinata di tutti e 28 gli Stati membri sotto la supervisione dell'alto rappresentante; invita la Commissione e il Servizio europeo per l'azione esterna a coordinare gli interventi degli Stati membri e a incentrare il loro sostegno sul consolidamento dello Stato e delle istituzioni e, insieme agli Stati membri, alle Nazioni Unite, alla NATO e ai partner regionali, a coadiuvare la creazione di forze di sicurezza efficaci (forze armate e di polizia), sotto il comando e il controllo nazionale, in grado di garantire la pace e l'ordine nel paese, nonché a sostenere la firma di un cessate il fuoco e a mettere a punto un meccanismo per il suo monitoraggio; sottolinea che l'Unione europea dovrebbe inoltre dare priorità al sostegno della riforma del sistema giudiziario libico, come pure di altri settori cruciali per la governance democratica;

11.  ricorda il fermo impegno dell'Unione europea a favore dell'unità e dell'integrità territoriale della Libia e la necessità di prevenire la propagazione del terrorismo; rammenta la risoluzione 2174 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, approvata il 27 agosto 2014, che estende le attuali sanzioni internazionali nei confronti della Libia includendovi la responsabilità penale di coloro che intraprendono o sostengono atti che minacciano la pace, la stabilità o la sicurezza della Libia o che ostacolano o pregiudicano il positivo completamento della sua transizione politica; invita l'Unione europea a prendere in considerazione nuovi provvedimenti, comprese misure restrittive;

12.  sottolinea la necessità che i responsabili di tutte le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario rispondano delle loro azioni; sottolinea la dichiarazione dell'UNSMIL secondo cui molte delle violazioni e degli abusi commessi in Libia rientrano nella giurisdizione della Corte penale internazionale, e chiede che si attribuiscano a quest'ultima le risorse politiche, logistiche e finanziarie per consentirle di indagare su questi crimini; ritiene che il rafforzamento dei meccanismi internazionali di responsabilità possa dissuadere le milizie dal perpetrare ulteriori abusi e violazioni, e chiede che sia vagliata la possibilità di creare una commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite o un meccanismo analogo per indagare sulle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario;

13.  esprime la sua solidarietà al popolo libico; ritiene che l'Unione europea debba aiutare il popolo libico a soddisfare la sua ambizione di creare uno Stato democratico, stabile e prospero, in linea con gli impegni stabiliti nelle sue politiche di vicinato per il Mediterraneo meridionale; chiede che l'Unione europea e la comunità internazionale continuino a fornire assistenza umanitaria, finanziaria e politica per far fronte alla situazione umanitaria in Libia, alle sofferenze degli sfollati interni e dei profughi e a quelle dei civili costretti a subire un'interruzione dell'accesso ai servizi di base;

14.  chiede a tutte le parti in Libia di garantire la sicurezza e la libertà dei cristiani e di altre minoranze religiose che stanno affrontando una discriminazione e una persecuzione crescenti e si trovano in mezzo ad un fuoco incrociato; Invita l'Unione europea e i suoi Stati membri a garantire che gli accordi bilaterali futuri includano meccanismi di controllo efficaci per la tutela dei diritti umani delle minoranze religiose;

15.  insiste sul mantenimento della neutralità delle principali istituzioni libiche, in particolare la Banca centrale, la Compagnia petrolifera nazionale e il fondo sovrano, che sono autorizzati dalle Nazioni Unite a ricevere i proventi del petrolio dall'estero;

16.  plaude all'ospitalità attualmente offerta dalla Tunisia a circa 1,5 milioni di cittadini libici in fuga dalle violenze; chiede all'Unione europea di fornire l'assistenza finanziaria e logistica necessaria per sostenere il governo tunisino in tale compito;

17.  chiede alle società internazionali di accertare, prima di concludere qualsiasi transazione relativa al petrolio libico, che appartiene al popolo della Libia, che tali transazioni non finanzino, direttamente o indirettamente, le milizie coinvolte nel conflitto; invita nuovamente le società internazionali attive in Libia a rendere note le loro operazioni finanziarie nel settore energetico;

18.  ribadisce la propria preoccupazione per la proliferazione di armi, munizioni ed esplosivi come pure per il contrabbando di armi, che rappresentano un rischio per la popolazione e per la stabilità del paese e della regione;

19.  ribadisce il suo invito all'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza affinché riveda il mandato della missione dell'Unione europea di assistenza alle frontiere (EUBAM) in Libia, attualmente sospesa e di stanza in Tunisia, per tenere conto dei radicali mutamenti nella situazione nel paese e nell'ottica di progettare una missione adeguatamente coordinata nell'ambito della politica di sicurezza e difesa comune (PSDC) che operi in collaborazione le Nazioni Unite e i partner regionali qualora si trovi una soluzione politica; ritiene che tale missione PSDC dovrebbe mirare a sostenere l'attuazione di una soluzione politica, dare priorità alla riforma del settore della sicurezza e al disarmo, alla smobilitazione e al reinserimento, e rispondere inoltre ad altre necessità urgenti in materia di governance; ritiene altresì che di fronte al perdurare della guerra in Libia, all'aggravamento dell'instabilità e alle gravi minacce per la sicurezza europea, la missione PSDC dovrebbe essere pronta a partecipare a un'azione coordinata sotto il mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per stabilizzare il paese;

20.  esprime grave preoccupazione per il destino dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati in Libia, la cui situazione già precaria continua a peggiorare; invita l'UE e gli Stati membri ad aiutare in modo efficace l'Italia nel suo lodevole impegno ad affrontare i flussi migratori in vertiginosa crescita provenienti dal Nord Africa, e in particolare dalla Libia;

21.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, al governo e alla Camera dei rappresentanti della Libia, al Segretario generale delle Nazioni Unite, alla Lega araba e all'Unione africana.

(1) GU C 51 E del 22.2.2013, pag. 114.
(2) Testi approvati, P7_TA(2012)0465.
(3) Testi approvati, P8_TA(2014)0028.
(4) Algeria, Egitto, Francia, Germania, Italia, Qatar, Arabia Saudita, Spagna, Tunisia, Turchia, Emirati arabi uniti, Regno Unito e Stati uniti d'America nonché Unione europea e Nazioni Unite.


Situazione in Ucraina
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Risoluzione del Parlamento europeo del 15 gennaio 2015 sulla situazione in Ucraina (2014/2965(RSP))
P8_TA(2015)0011RC-B8-0008/2015

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni sulla politica europea di vicinato e sul partenariato orientale,

–  viste le risultanze preliminari dell'OSCE/ODIHR sulle elezioni parlamentari anticipate tenutesi in Ucraina il 26 ottobre 2014,

–  viste l'8a relazione dell'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) sulla situazione dei diritti umani in Ucraina, del 15 dicembre 2014, e la relazione n. 22 sulla situazione in Ucraina al 26 dicembre 2014 dell'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA),

–  viste la firma in data 27 giugno 2014 dell'accordo di associazione UE-Ucraina, che include un accordo di libero scambio globale e approfondito, e la sua ratifica simultanea da parte del Parlamento europeo e della Verkhovna Rada il 16 settembre 2014,

–  visti il protocollo di Minsk del 5 settembre 2014 e il memorandum di Minsk del 19 settembre 2014 sull'attuazione del piano di pace in 12 punti,

–  viste la relazione dell'ONU del 20 novembre 2014 sulle gravi violazioni dei diritti umani nell'Ucraina orientale e le relazioni dell'Osservatorio dei diritti umani sugli abusi in Crimea,

–  vista la dichiarazione congiunta della commissione NATO-Ucraina del 2 dicembre 2014,

–  viste le conclusioni del Consiglio europeo sull'Ucraina del 21 marzo 2014, del 27 giugno 2014, del 16 luglio 2014, del 30 agosto 2014 e del 18 dicembre 2014,

–  visto l'esito della prima riunione del Consiglio di associazione tra l'UE e l'Ucraina tenutasi il 15 dicembre 2014,

–  viste le conclusioni del Consiglio del 17 novembre 2014,

–  visto l'articolo 123, paragrafi 2 e 4, del suo regolamento,

A.  considerando che il 26 ottobre 2014 l'Ucraina ha tenuto elezioni politiche che sono state condotte in modo efficiente, ordinato e pacifico e nel rispetto generale delle libertà fondamentali, nonostante il conflitto in corso nelle regioni orientali e l'annessione illegale della Crimea da parte della Russia;

B.  considerando che il nuovo governo, formato da forze filoeuropee, gode della maggioranza costituzionale necessaria per portare avanti le riforme e ha già adottato un accordo di coalizione che getta le basi per un processo di riforma rigoroso volto a promuovere una maggiore integrazione europea, a modernizzare e sviluppare il paese, a instaurare un'autentica democrazia e lo stato di diritto, nonché a elaborare le modifiche costituzionali proposte dal piano di pace di Porošenko;

C.  considerando che le cosiddette "elezioni presidenziali e parlamentari" tenutesi a Donec'k e Luhans'k il 2 novembre 2014 si sono svolte in violazione del diritto ucraino e degli accordi di Minsk e pertanto non possono essere considerate valide; che lo svolgimento di tali elezioni ha avuto un impatto deleterio sul processo di pace e di riconciliazione;

D.  considerando che il cessate il fuoco del 5 settembre 2014 è stato violato quotidianamente dai separatisti e dalle forze russe; che dal 9 dicembre 2014, grazie all'iniziativa del presidente Porošenko di promuovere un "regime del silenzio", il numero delle violazioni si è ridotto drasticamente; che tuttavia i punti principali del memorandum del 19 settembre 2014 non sono stati attuati dai separatisti sostenuti dalla Russia; che, stando a fonti attendibili, la Russia continua a sostenere le milizie separatiste attraverso un flusso costante di attrezzature militari, mercenari e unità russe regolari, accompagnate da carri armati, sofisticati sistemi anti-aerei e artiglieria;

E.  considerando che il conflitto armato nell'Ucraina orientale ha provocato migliaia di vittime militari e civili, un numero ancora maggiore di feriti e centinaia di migliaia di persone che hanno abbandonato le proprie case, fuggendo prevalentemente in Russia, mentre la situazione nella zona di conflitto è fonte di profonda preoccupazione da un punto di vista sia umanitario che sanitario;

F.  considerando che l'annessione illegale della penisola di Crimea costituisce il primo caso in Europa, dopo la seconda guerra mondiale, di incorporazione forzata di parte di un paese in un altro, ed è in violazione del diritto internazionale, ivi compresi la carta delle Nazioni Unite, l'atto finale di Helsinki e il memorandum di Budapest del 1994;

G.  considerando che il Consiglio "Affari esteri" dell'UE del 17 novembre 2014 ha preso una decisione di principio su ulteriori sanzioni nei confronti dei leader separatisti;

H.  considerando che sussistono violazioni diffuse dei diritti umani sia nelle zone occupate dell'Ucraina orientale che in Crimea, soprattutto ai danni dei tatari di Crimea, tra l'altro mediante intimidazioni e una nuova ondata di sparizioni;

I.  che sarebbe auspicabile una più stretta cooperazione tra l'UE e gli Stati Uniti in materia di politiche connesse all'Ucraina;

J.  considerando che il 23 dicembre 2014 il parlamento ucraino ha votato a favore della rinuncia dello status di paese non allineato;

1.  esprime piena solidarietà all'Ucraina e alla sua popolazione; ribadisce nuovamente il proprio impegno a favore dell'indipendenza, della sovranità, dell'integrità territoriale, dell'inviolabilità delle frontiere e della scelta europea dell'Ucraina;

2.  condanna gli atti di terrorismo e il comportamento criminale dei separatisti e di altre forze irregolari in Ucraina orientale;

3.  accoglie con favore la valutazione positiva delle elezioni politiche del 26 ottobre 2014, nonostante le difficoltose circostanze sul piano politico e della sicurezza, e il successivo insediamento della nuova Verkhovna Rada; si compiace del forte impegno politico del presidente Porošenko, del primo ministro Jacenjuk e del presidente del parlamento Groysman teso a cooperare e a rafforzare il rigoroso processo di riforma; incoraggia vivamente il nuovo governo e il nuovo parlamento dell'Ucraina ad adottare e attuare senza indugio le tanto necessarie riforme politiche e socioeconomiche al fine di costruire uno Stato democratico e prospero fondato sullo stato di diritto;

4.  deplora che, come risultato dell'attuale situazione nel paese, non tutte le parti del territorio e della popolazione dell'Ucraina siano rappresentate nella Verkhovna Rada; ricorda che il governo e il parlamento dell'Ucraina devono garantire la tutela dei diritti e delle esigenze dei cittadini che non hanno rappresentanza nel processo decisionale dello Stato;

5.  condanna fermamente la politica aggressiva ed espansionistica della Russia, che costituisce una minaccia per l'unità e l'indipendenza dell'Ucraina e pone una potenziale minaccia per la stessa Unione europea, segnatamente l'annessione illegale della Crimea e la conduzione di una guerra ibrida non dichiarata contro l'Ucraina, ivi compresa una guerra informatica che combina elementi di ciberguerra, uso di forze regolari e irregolari, propaganda, pressioni economiche, ricatto energetico e destabilizzazione diplomatica e politica; sottolinea che queste azioni violano il diritto internazionale e costituiscono una grave minaccia alla situazione della sicurezza in Europa; sottolinea che non vi è giustificazione per l'uso della forza militare in Europa a difesa di cosiddette ragioni storiche e di sicurezza o per la protezione di sedicenti "compatrioti che vivono all'estero"; esorta Mosca a cessare di aggravare la situazione ponendo immediatamente fine al flusso di armi, di mercenari e di soldati in appoggio alle milizie separatiste e a esercitare la sua influenza sui separatisti per persuaderli a partecipare al processo politico;

6.  esorta tutte le parti ad attuare pienamente e senza ulteriori ritardi il protocollo di Minsk e quindi a dar prova del loro reale impegno nei confronti dell'allentamento della tensione e della massima moderazione; invita la Russia a consentire il monitoraggio internazionale del confine russo-ucraino, a esercitare la sua influenza sui separatisti per assicurare che rispettino il cessate il fuoco e a lavorare in modo costruttivo per l'applicazione degli accordi di Minsk; incoraggia l'adozione di misure di fiducia a sostegno degli sforzi di pace e di riconciliazione; sottolinea in tale contesto l'importanza di un dialogo politico inclusivo e di un programma economico per la ripresa economica nella regione del Donbas;

7.  chiede il proseguimento dell'attuale regime di sanzioni imposto dall'UE, in particolare in vista della prossima riunione del Consiglio del marzo 2015, finché la Russia non rispetterà pienamente e soprattutto non metterà in atto gli obblighi assunti a Minsk, ed esorta la Commissione a trovare opportune modalità per rafforzare la solidarietà tra gli Stati membri nel caso in cui la crisi con la Russia dovesse persistere; sottolinea la necessità di adottare una serie chiara di obiettivi di riferimento che, una volta conseguiti, potrebbero evitare l'imposizione di nuove misure restrittive nei confronti della Russia o portare alla sospensione delle misure già adottate, obiettivi di riferimento tra i quali: attuazione del cessate il fuoco, ritiro incondizionato dall'Ucraina di tutte le truppe russe e dei gruppi illegali armati e mercenari appoggiati dalla Russia, lo scambio di tutti i prigionieri, tra cui Nadia Savchenko, e il ripristino del controllo dell'Ucraina sul suo intero territorio, inclusa la Crimea; invita il Consiglio europeo, nell'eventualità di ulteriori azioni russe volte a destabilizzare l'Ucraina, ad adottare misure restrittive aggiuntive e ad ampliarne la portata, includendo il settore nucleare e limitando la capacità degli enti finanziari russi di effettuare transazioni finanziarie internazionali; riconosce che l'UE deve essere pronta a sostenere gli Stati membri confinanti, a cui dovrebbe essere garantito il medesimo livello di sicurezza di tutti gli Stati membri;

8.  ritiene che le sanzioni dovrebbero formare parte di un più ampio approccio dell'UE alla Russia e degli sforzi del vicepresidente/alto rappresentante volti a rafforzare il dialogo; ricorda che il solo scopo di queste sanzioni è quello di far sì che il governo russo si impegni a mutare la sua politica attuale e a contribuire in modo significativo a una soluzione pacifica della crisi ucraina; sottolinea che il mantenimento, l'inasprimento o il ritiro delle misure restrittive imposte dall'UE dipenderà dall'atteggiamento della Russia e dalla situazione in Ucraina;

9.  sottolinea che i canali politici e diplomatici verso la Russia devono rimanere aperti al fine di consentire soluzioni diplomatiche al conflitto ed è pertanto favorevole a formule del tipo "Ginevra" e "Normandia", se possono essere conseguiti risultati concreti;

10.  sostiene la politica di non riconoscimento dell'annessione illegale della Crimea da parte della Russia e, in questo contesto, prende atto con favore delle ulteriori sanzioni recentemente adottate sugli investimenti, i servizi e gli scambi con la Crimea e Sebastopoli;

11.  sottolinea che l'attuazione dell'accordo di associazione/accordo di libero scambio globale e approfondito dovrebbe costituire la tabella di marcia per un'adozione rapida delle necessarie riforme da realizzare con urgenza, nonostante le difficoltà causate dal conflitto in alcune zone delle regioni di Luhans'k e Donec'k; invita il Consiglio e la Commissione a compiere ogni sforzo per assistere l'Ucraina nell'adozione e, soprattutto, nella realizzazione di tali riforme, nell'ottica di gettare le basi per la piena attuazione dell'accordo di associazione UE-Ucraina; si compiace, a tal riguardo, dell'avvio della missione consultiva dell'Unione europea (EUAM); condivide il parere della commissione di Venezia secondo cui, affinché una riforma costituzionale sia coronata da successo, è essenziale che sia preparata in maniera inclusiva, garantendo ampie consultazioni pubbliche;

12.  chiede un'assistenza tecnica più rapida e più incisiva da parte del "gruppo di sostegno all'Ucraina" della Commissione, che includa l'individuazione dei settori in cui tale assistenza si rende necessaria per sostenere l'Ucraina nell'elaborazione e nell'attuazione di un programma globale di riforma nonché il ricorso a consulenti delle istituzioni dell'UE e degli Stati membri; invita le autorità ucraine a istituire un ministero o un ufficio per il coordinamento dell'assistenza e per l'integrazione nell'UE nonché un comitato di coordinamento interministeriale di alto livello ai quali sia attribuito il potere di monitorare e sorvegliare efficacemente i progressi verso il ravvicinamento all'UE e le riforme e che siano in grado di preparare e coordinare la loro attuazione;

13.  è fermamente convinto che sia necessario attuare con urgenza in Ucraina un ambizioso programma anticorruzione, compresa una politica di tolleranza zero nei confronti della corruzione; invita la dirigenza ucraina a eliminare la corruzione sistematica mediante l'attuazione immediata ed efficace della strategia nazionale contro la corruzione e sottolinea che la lotta contro tale pratica deve divenire una delle principali priorità del nuovo governo; propone, a tal fine, di istituire un Ufficio anticorruzione politicamente indipendente dotato delle competenze e delle risorse sufficienti per consentirgli di contribuire in modo significativo al buon funzionamento delle istituzioni statali; accoglie positivamente la richiesta dell'Ucraina a Interpol e l'emissione di un mandato d'arresto contro l'ex presidente Janukovyč con l'accusa di appropriazione indebita di fondi pubblici; invita gli Stati membri a eseguire il mandato d'arresto di Interpol e ad aiutare a recuperare i beni sottratti indebitamente; plaude alla creazione dell'istituzione del Mediatore per le imprese e invita il governo ucraino a presentare un relativo progetto di legge;

14.  ricorda che il 16 luglio 2014 il Consiglio dell'Unione europea ha revocato l'embargo sulle armi all'Ucraina e pertanto non vi sono più obiezioni, né restrizioni giuridiche, che impediscano agli Stati membri di fornire all'Ucraina armi di difesa; ritiene che l'UE debba vagliare soluzioni per sostenere il governo ucraino nel rafforzamento delle sue capacità di difesa e nella protezione delle sue frontiere esterne, sulla base dell'esperienza della trasformazione delle forze armate degli Stati membri dell'UE che erano membri del Patto di Varsavia, in particolare nel quadro di missioni di formazione già effettuate per le forze armate in altre parti del mondo; sostiene l'attuale fornitura di attrezzature non letali;

15.  prende atto dell'adozione di una legge che abolisce lo "status di paese non allineato" introdotto nel 2010; pur riconoscendo il diritto dell'Ucraina di operare in libertà le proprie scelte, sostiene la posizione del presidente Porošenko, secondo cui ora l'Ucraina ha urgente bisogno di concentrarsi sulle riforme politiche, economiche e sociali, e l'adesione alla NATO è una questione che dovrebbe essere sottoposta al giudizio dei cittadini in un referendum panucraino da tenersi in una fase successiva; sottolinea che la questione di una più stretta relazione dell'Ucraina con l'UE è distinta dalla questione dell'adesione alla NATO;

16.  sottolinea l'importanza di un impegno della comunità internazionale a sostegno della stabilizzazione politica ed economica e delle riforme in Ucraina; invita la Commissione e gli Stati membri a elaborare un importante piano di assistenza per l'Ucraina basato sul principio "più progressi, più aiuti" e sulla condizionalità e a intensificare gli sforzi per fornire assistenza all'Ucraina organizzando, tra l'altro, una conferenza dei donatori e degli investitori e cooperando con le istituzioni finanziarie internazionali per definire ulteriori passi ai fini della ripresa economica e finanziaria del paese; accoglie con favore il pacchetto di sostegno di 11 miliardi di euro destinato all'Ucraina da erogare nei prossimi anni nonché la proposta della Commissione di destinare all'Ucraina 1,8 miliardi di euro aggiuntivi sotto forma di prestiti a medio termine;

17.  ribadisce, in tale contesto, che l'accordo di associazione non costituisce l'obiettivo finale delle relazioni UE-Ucraina; sottolinea inoltre che, a norma dell'articolo 49 TUE, l'Ucraina, come qualsiasi altro Stato europeo, ha una prospettiva europea e può domandare di diventare membro dell'Unione europea, purché si attenga ai criteri di Copenaghen e ai principi democratici, rispetti le libertà fondamentali e i diritti umani e delle minoranze e garantisca lo Stato di diritto; esorta gli Stati membri dell'UE a ratificare l'accordo di associazione prima del vertice di Riga;

18.  sottolinea l'importanza della sicurezza energetica in Ucraina e sottolinea la necessità di riforme nel settore energetico ucraino, in linea con i suoi impegni nel quadro della Comunità dell'energia; accoglie positivamente l'accordo tra l'UE, la Russia e l'Ucraina sul pacchetto "inverno" al fine di garantire la fornitura di gas dalla Russia fino al marzo 2015 e la solidarietà dimostrata dall'UE, nonché le accresciute quantità di gas che entrano in Ucraina attraverso flussi inversi dagli Stati membri dell'UE;

19.  evidenzia la necessità di accrescere in modo radicale la sicurezza e l'indipendenza energetiche dell'Unione e la sua capacità di resistere alle pressioni esterne, nonché di ridurre la sua dipendenza dalla Russia, mettendo in atto nel contempo soluzioni alternative concrete per aiutare gli Stati membri che attualmente si avvalgono della Russia come unico fornitore; invita l'UE a perseguire un'autentica politica energetica esterna comune e ad adoperarsi per la creazione di un'Unione europea dell'energia; incoraggia la piena attuazione del mercato comune interno dell'energia, compreso il terzo pacchetto per l'energia, e il proseguimento incondizionato della causa pendente contro Gazprom;

20.  sottolinea che occorre attribuire la priorità a progetti relativi a gasdotti che diversifichino la fornitura energetica verso l'UE e pertanto accoglie con favore l'interruzione del progetto South Stream; invita la Comunità europea dell'energia a sviluppare un programma di cooperazione con l'Ucraina e con i paesi del Caucaso meridionale, dell'Asia centrale, del Medio Oriente e del Mediterraneo, con l'obiettivo di sviluppare le infrastrutture e l'interconnessione tra l'UE e i suoi vicini europei indipendentemente dalla geopolitica russa in materia di gas; riconosce che la fornitura stabile di gas all'Ucraina è fondamentale anche per garantire la sicurezza energetica degli Stati membri;

21.  sottolinea la necessità che l'UE, insieme alle autorità ucraine, presti maggiore attenzione alla crisi umanitaria in Ucraina e in Crimea e faccia fronte alla catastrofica situazione umanitaria, in particolare alla condizione degli sfollati interni; invita la Commissione e il commissario per gli aiuti umanitari e la gestione delle crisi a preparare un'azione umanitaria decisa e diretta, attesa ormai da tempo, escludendo le organizzazioni intermediarie, sotto forma di "convogli blu" chiaramente contrassegnati come provenienti dall'UE; invita la Commissione a presentare tale piano d'azione al Parlamento europeo entro i prossimi due mesi; sottolinea la necessità di un'ulteriore assistenza finanziaria per l'Ucraina da parte dell'UE e dei suoi Stati membri per aiutare il paese ad affrontare la disastrosa crisi umanitaria; fa eco all'allarme lanciato dall'OMS, che segnala come l'Ucraina si trovi a fronteggiare un'emergenza sanitaria, con ospedali che non funzionano pienamente e scarsità di medicinali e vaccini, e chiede che venga prestata una maggiore e più efficace assistenza umanitaria agli sfollati interni, in particolare ai bambini e agli anziani, e che il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) abbia un accesso libero e senza restrizioni alle zone interessate dal conflitto; accoglie con favore l'entrata in vigore della tanto attesa legge sugli sfollati interni nonché la decisione di ricorrere a esperti dell'UE attraverso il meccanismo di protezione civile dell'UE per fornire consulenza alle autorità ucraine sulle problematiche attinenti agli sfollati;

22.  chiede ulteriori aiuti umanitari e assistenza per le popolazioni colpite dal conflitto; ricorda che la fornitura di aiuti umanitari all'Ucraina orientale deve avvenire nell'assoluto rispetto del diritto internazionale umanitario e dei principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza, nonché in stretto coordinamento con il governo ucraino, le Nazioni Unite e il CICR; invita la Russia a consentire l'ispezione internazionale dei convogli umanitari diretti nel Donbas al fine di fugare i dubbi circa i carichi trasportati;

23.  sottolinea che l'OSCE ha un ruolo cruciale da svolgere ai fini della risoluzione della crisi ucraina in ragione della sua esperienza nell'affrontare i conflitti armati e le crisi e in quanto sia la Federazione russa che l'Ucraina sono membri dell'organizzazione; si rammarica che la missione di monitoraggio speciale dell'OSCE continui a essere sotto organico e abbia pertanto un rendimento inferiore alle aspettative; invita gli Stati membri, il vicepresidente/alto rappresentante e la Commissione a compiere ulteriori sforzi per rafforzare la missione speciale di monitoraggio dell'OSCE in Ucraina in termini di personale e di attrezzature; ritiene che l'UE debba inviare, se richiesto dalle autorità ucraine, una missione di monitoraggio dell'UE per contribuire a un efficace controllo e monitoraggio del confine russo-ucraino;

24.  invita il vicepresidente/alto rappresentante e il commissario per la politica europea di vicinato e i negoziati di allargamento a fare tutto quanto in loro potere per facilitare una soluzione politica alla crisi ucraina che venga rispettata da tutte le parti coinvolte; sottolinea che tale soluzione deve evitare uno scenario di conflitto congelato nell'Ucraina orientale e in Crimea; invita il vicepresidente/alto rappresentante a tracciare un approccio che combini una posizione basata su principi e rigore per quanto riguarda la sovranità dell'Ucraina e la sua integrità territoriale e i principi del diritto internazionale, con la ricerca di una soluzione negoziata della crisi nell'Ucraina orientale e in Crimea; ribadisce che l'unità e la coesione tra gli Stati membri dell'UE costituiscono un presupposto per il successo di qualsiasi strategia dell'UE nei confronti della Russia; invita in tale contesto i governi degli Stati membri ad astenersi da azioni unilaterali e dalla retorica e a intensificare gli sforzi per sviluppare una posizione comune europea nei confronti della Russia;

25.  chiede la ripresa di un dialogo nazionale autentico e inclusivo che possa anche condurre a una soluzione per il pagamento delle indennità e delle pensioni sociali e per la fornitura di assistenza umanitaria da parte del governo ucraino alla popolazione nelle zone in conflitto; ritiene che rivesta cruciale importanza lo svolgimento di indagini imparziali ed efficaci in merito a tutti i principali momenti di violenza, compresi quelli verificatisi in piazza Maidan, in via Rymarska, a Odessa, a Mariupol, a Sloviansk e a Ilovaisk; ritiene che le organizzazioni della società civile possano svolgere un ruolo importante nel facilitare i contatti interpersonali e la comprensione reciproca in Ucraina, nonché nel promuovere il cambiamento democratico e il rispetto dei diritti umani; sollecita l'Unione europea a intensificare il suo sostegno alla società civile;

26.  accoglie con favore la decisione del governo francese di bloccare la consegna delle portaelicotteri di classe Mistral e invita tutti gli Stati membri a seguire un approccio analogo in merito alle esportazioni non coperte dalle decisioni dell'UE in materia di sanzioni, in particolare per quanto riguarda le armi e i materiali a duplice uso;

27.  invita la Commissione e il commissario per la politica europea di vicinato e i negoziati di allargamento a preparare e presentare al Parlamento europeo, entro due mesi, una strategia di comunicazione rivolta all'UE, ai suoi vicini orientali e alla Russia stessa per rispondere alla campagna di propaganda russa, nonché a sviluppare strumenti che consentano all'UE e ai suoi Stati membri di far fronte alla campagna di propaganda a livello europeo e nazionale;

28.  riafferma il proprio sostegno ai fini di un'inchiesta internazionale sulle circostanze del tragico abbattimento del volo MH17 delle Malaysia Airlines e ribadisce il proprio appello affinché i responsabili siano assicurati alla giustizia; deplora gli ostacoli incontrati in questo processo ed esorta tutte le parti a dare prova di un'effettiva volontà di collaborare, a garantire un accesso continuo, sicuro e senza restrizioni alla zona del disastro del volo MH17 e a consentire l'accesso a tutte le altre risorse pertinenti che possono contribuire alle indagini; esprime l'auspicio di essere tenuto informato sullo stato di avanzamento di questa inchiesta;

29.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, agli Stati membri, al Presidente dell'Ucraina, ai governi e ai parlamenti dei paesi del partenariato orientale e della Federazione russa, all'Assemblea parlamentare Euronest e alle assemblee parlamentari del Consiglio d'Europa e dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.


Situazione in Egitto
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Risoluzione del Parlamento europeo del 15 gennaio 2015 sulla situazione in Egitto (2014/3017(RSP))
P8_TA(2015)0012RC-B8-0012/2015

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni, in particolare quella del 6 febbraio 2014 sulla situazione in Egitto(1) e quella del 17 luglio 2014 sulla libertà di espressione e di riunione in Egitto(2),

–  viste le conclusioni del Consiglio "Affari esteri" dell'UE sull'Egitto dell'agosto 2013 e del febbraio 2014,

–  viste le recenti dichiarazioni del Servizio europeo per l'azione esterna sull'Egitto, tra cui quelle del 21 settembre 2014 sull'attentato dinamitardo al ministero degli Affari esteri egiziano e del 3 dicembre 2014 sulle sentenze dei tribunali in Egitto,

–  viste le dichiarazioni del Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, e dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Navi Pillay, del 23 giugno 2014, sulle pene detentive a carico di diversi giornalisti e sulla conferma della condanna alla pena capitale di vari membri e sostenitori dei Fratelli musulmani; vista la dichiarazione del Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, del 25 ottobre 2014, riguardo agli attentati terroristici nel Sinai,

–  visti l'accordo di associazione UE-Egitto del 2001, entrato in vigore nel 2004 e rafforzato dal piano di azione del 2007, nonché la relazione della Commissione del 20 marzo 2013 sullo stato di avanzamento della sua attuazione; vista la politica europea di vicinato e l'ultima relazione sui progressi compiuti dall'Egitto del marzo 2014,

–  vista la Costituzione egiziana adottata a seguito del referendum del 14 e 15 gennaio 2014, in particolare gli articoli 65, 70, 73, 75 e 155,

–  vista la legge egiziana n. 107, del 24 novembre 2013, sul diritto di tenere raduni pubblici, cortei e manifestazioni pacifiche,

–  visto il decreto presidenziale – legge n. 136 del 2014 – che pone sotto giurisdizione militare per un periodo di due anni tutte le "infrastrutture pubbliche e vitali",

–  vista la sua risoluzione dell'11 dicembre 2012 dal titolo "Una strategia di libertà digitale nella politica estera dell'UE"(3),

–  vista la sua risoluzione del 13 giugno 2013 sulla libertà della stampa e dei media nel mondo(4),

–  vista la relazione speciale della Corte dei conti del 2013 dal titolo "La cooperazione UE con l'Egitto in materia di governance",

–  vista la dichiarazione finale resa il 22 luglio 2014 dalla missione UE di osservazione elettorale alle elezioni presidenziali in Egitto,

–  visti gli interventi del Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi del 1° gennaio 2015 sull'estremismo islamico e del 6 gennaio 2015 sulla necessità di relazioni pacifiche e costruttive tra i musulmani e i cristiani d'Egitto,

–  visti gli orientamenti dell'UE sulla libertà di espressione online e offline, gli orientamenti dell'UE per la promozione e la tutela dell'esercizio di tutti i diritti umani da parte di lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali (LGBTI) e gli orientamenti dell'UE sui difensori dei diritti umani,

–  visto il Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, di cui l'Egitto è firmatario,

–  vista la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948,

–  visto l'articolo 123, paragrafi 2 e 4, del suo regolamento,

A.  considerando che la libertà di espressione e la libertà di riunione sono pilastri indispensabili di una società democratica e pluralistica; che la libertà di stampa e dei mezzi d'informazione è un elemento essenziale della democrazia e di una società aperta; che le libertà fondamentali, tra cui la libertà di espressione e di riunione, sono sancite dalla Costituzione egiziana adottata nel 2014;

B.  considerando che l'Egitto è un partner strategico di lunga data dell'Unione europea, che persegue gli obiettivi comuni di costruire la stabilità, la pace e la prosperità nelle regioni del Mediterraneo e del Medio Oriente; considerando che l'Egitto ha dovuto affrontare un insieme di ardue sfide politiche dalla rivoluzione del 2011 e che i suoi cittadini necessitano del sostegno e dell'assistenza della comunità internazionale per far fronte alle sfide economiche, politiche e di sicurezza che si pongono al paese;

C.  considerando che, in seguito al golpe militare del giugno 2013, il governo egiziano ha portato avanti una vasta campagna di detenzioni arbitrarie, vessazioni, intimidazioni e censura nei confronti di coloro che esprimono opinioni critiche del governo, semplicemente per aver esercitato il loro diritto alla libertà di riunione, di associazione e di espressione, tra cui giornalisti, studenti e difensori dei diritti umani, come pure nei confronti di oppositori politici, inclusi i membri dei Fratelli musulmani; che, stando alle notizie diffuse, dal luglio 2013 oltre 40 000 persone si trovano in stato di fermo a seguito di ondate di arresti collettivi senza precedenti e circa 1 400 manifestanti sono stati uccisi in ragione del ricorso eccessivo e arbitrario alla forza da parte delle forze di sicurezza; che le libertà di associazione, di riunione e di espressione sono ambiti che continuano a destare particolare preoccupazione dal luglio 2013; che, nella sua relazione 2014 sulla libertà nel mondo, l'organizzazione Freedom House classifica l'Egitto tra i paesi "non liberi";

D.  considerando che migliaia di manifestanti e di prigionieri di coscienza si trovano in stato di detenzione in Egitto dalla presa del potere da parte dell'esercito egiziano nel luglio 2013; che gli arresti e gli episodi di detenzione arbitraria sono continuati dopo l'elezione del Presidente al-Sisi nel maggio 2014; che l'11 giugno 2014 un tribunale ha condannato Alaa Abdul Fattah, un noto attivista che ha svolto un ruolo di primo piano nella rivoluzione del 2011, e altre persone a 15 anni di reclusione con l'accusa di aver violato la legge n. 107 del 2013 concernente il diritto di tenere raduni pubblici, cortei e manifestazioni pacifiche (legge sulle manifestazioni); che altri attivisti di spicco, compresi Mohamed Adel, Ahmed Douma e Ahmed Maher, come pure importanti difensori dei diritti delle donne, quali Yara Sallam e Sana Seif, permangono in stato di fermo; che il 28 aprile 2014 il tribunale degli affari urgenti del Cairo ha emesso una sentenza che ha dichiarato fuorilegge il Movimento giovanile 6 Aprile;

E.  considerando che il 10 gennaio 2015 un tribunale egiziano della provincia di Baheira, nella regione del Delta del Nilo, ha condannato Karim al-Banna, uno studente di 21 anni, a tre anni di reclusione per essersi dichiarato ateo su Facebook e per aver insultato l'Islam;

F.  considerando che le autorità egiziane hanno imposto un giro di vite alla libertà di espressione e di riunione in virtù della legislazione repressiva emanata, che rende più semplice per il governo mettere a tacere le critiche e reprimere le manifestazioni;

G.  considerando che, in assenza di un parlamento, il governo del Presidente al-Sisi ha approvato una serie di leggi repressive, quale ad esempio il decreto presidenziale – legge n. 136 del 2014 – secondo cui tutte le proprietà pubbliche sono dichiarate installazioni militari e la cui conseguenza più immediata consiste nel fatto che gli eventuali reati commessi su tali proprietà pubbliche possono essere processati nei tribunali militari, con effetto retroattivo; che la Commissione africana per i diritti dell'uomo e dei popoli, interpretando la Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli (di cui l'Egitto è firmatario), ha affermato che in nessuna circostanza i tribunali militari possono esercitare la loro giurisdizione su civili;

H.  considerando che nella revisione periodica universale delle Nazioni Unite sono state formulate 300 raccomandazioni, tra cui la liberazione di tutte le persone arrestate per aver esercitato la libertà di espressione; che sette gruppi per la difesa dei diritti umani in Egitto non hanno partecipato alla revisione ONU della situazione nel loro paese temendo persecuzioni;

I.  considerando che la libertà di stampa subisce tuttora forti pressioni in Egitto e che alcuni giornalisti sono ancora in stato di fermo sulla base di accuse infondate; che diversi giornalisti sono stati perseguiti nel 2014 con l'accusa di minacciare l'unità nazionale e la pace sociale, di divulgare notizie false e di collaborare con i Fratelli musulmani; che, secondo una sentenza della Corte di Cassazione, che è il tribunale di ultima istanza in Egitto, il processo a carico dei giornalisti di Al-Jazeera, Mohammed Fahmy, Peter Greste e Baher Mohamed, era viziato da irregolarità procedurali; che, ciò nonostante, i tre giornalisti dovranno affrontare un nuovo processo e che le accuse mosse nei loro confronti di diffondere notizie false e di sostenere i Fratelli musulmani non sono state ritirate; che altri tre giornalisti – Sue Turton, Dominic Kane e Rena Netjes – sono stati condannati a 10 anni di reclusione in contumacia; che i giornalisti egiziani Mahmoud Abdel Nabi, Mahmoud Abu Zeid, Samhi Mustafa, Ahmed Gamal, Ahmed Fouad e Abdel Rahman Shaheen sono stati condannati semplicemente per aver svolto le loro legittime attività; considerando l'estrema polarizzazione degli organi d'informazione egiziani in fazioni favorevoli e contrarie all'ex Presidente Morsi, il che acuisce la polarizzazione della società egiziana;

J.  considerando che il 2 dicembre 2014 un tribunale penale egiziano ha emesso una sentenza preliminare di condanna a morte nei confronti di 188 imputati, in quella che è la terza sentenza capitale collettiva del 2014; che siffatti processi collettivi hanno preso di mira per lo più i membri dei Fratelli musulmani, il maggiore movimento di opposizione egiziano, che è stato bollato dalle autorità come gruppo terroristico nel dicembre 2013; che tali condanne sono le ultime di una serie di procedimenti giudiziari viziati da irregolarità procedurali e svoltisi in violazione del diritto internazionale; che non è stata individuata nessuna responsabilità per il ricorso eccessivo alla violenza nell'agosto 2013, allorché le forze di sicurezza hanno preso d'assalto gli accampamenti sulla piazza Rabaa al-Adawiya, uccidendo 1 150 manifestanti favorevoli al Presidente Morsi e, secondo una commissione d'indagine egiziana indipendente, hanno ucciso 607 manifestanti favorevoli al Presidente Morsi;

K.  considerando che la maggior parte delle pene capitali – ma non tutte – comminate nell'ambito di processi collettivi nel marzo e aprile 2014 contro membri della Fratellanza musulmana e presunti simpatizzanti del deposto Presidente Morsi, è stata commutata in ergastolo;

L.  considerando che i 167 membri delle due camere del parlamento eletto nel 2011 sono attualmente in stato di fermo;

M.  considerando che l'ex Presidente Mubarak, il suo ex ministro degli Interni, Habib al-Adly, e altri sei funzionari sono stati rilasciati il 29 novembre 2014, a seguito del ritiro delle accuse di omicidio e di corruzione sulla base di un errore tecnico; che il 13 gennaio 2015 la Corte di cassazione egiziana ha annullato le condanne per appropriazione indebita a carico dell'ex Presidente Hosni Mubarak e dei suoi due figli e ha ordinato la celebrazione di nuovo processo, adducendo la mancata osservanza delle procedure legali;

N.  considerando che siffatte recenti pratiche giudiziarie sollevano seri dubbi sull'indipendenza del sistema giudiziario e sulla sua capacità di garantire che i responsabili rendano conto delle proprie azioni; che, in particolare, le condanne che prevedono la pena capitale rischiano di compromettere le prospettive di stabilità a lungo termine in Egitto;

O.  considerando che l'Egitto si trova confrontato a notevoli sfide economiche, tra cui in particolare la fuga dei capitali esteri, l'aumento dell'inflazione, la disoccupazione e la crescita esponenziale del debito pubblico, come pure a sfide in termini di sicurezza rappresentate dalla minaccia globale del terrorismo; che le condizioni di sicurezza nel Sinai sono critiche, con centinaia di soldati uccisi dai gruppi jihadisti che operano nella regione; che il 24 ottobre 2014 almeno 33 soldati sono rimasti uccisi in un attentato terroristico; che in questa regione gli atti di terrorismo si verificano pressoché quotidianamente; che lo Stato ha ordinato l'espulsione di migliaia di residenti di Rafah e ha creato una zona cuscinetto di 500 metri lungo il confine con la striscia di Gaza e che nella penisola del Sinai è in vigore lo stato di emergenza dal 24 ottobre 2014; che le reti criminali stanno ancora operando sulle rotte della tratta di esseri umani e del contrabbando in direzione del Sinai e al suo interno;

P.  considerando che l'articolo 75 della Costituzione egiziana afferma che tutti i cittadini hanno il diritto di costituire associazioni e fondazioni non governative su base democratica; considerando che la nuova legislazione proposta imporrebbe ulteriori vincoli alle attività delle ONG nazionali ed estere, che temono in particolare la nuova proposta di legge intesa a impedire la fornitura di denaro e materiale ai terroristi e ad altri gruppi armati ma che potrebbe impedire alle organizzazioni non governative di ricevere finanziamenti esteri, da cui molte di esse dipendono; che un decreto presidenziale del 21 settembre 2014 inteso a modificare il codice di procedura penale prevede gravi conseguenze, tra cui l'ergastolo, per le ONG che ricevono finanziamenti esteri nell'intento vagamente formulato di "nuocere all'interesse nazionale";

Q.  prendendo atto del discorso del Presidente al-Sisi all'università del Cairo circa la necessità di modernizzare e riformare il pensiero islamico;

R.  considerando che le violenze contro le donne sarebbero in aumento nonostante l'adozione di una nuova legge contro le molestie sessuali, la quale resta a tutt'oggi inapplicata, secondo le ONG egiziane di difesa dei diritti delle donne; che le attiviste egiziane si trovano in una situazione particolarmente vulnerabile e sono spesso vittime di violenze, aggressioni sessuali e altre forme di trattamento degradante in relazione alle loro attività pacifiche; che, nonostante la promulgazione nel 2008 di una legge che criminalizza la mutilazione genitale femminile, si tratta di una pratica tuttora ampiamente diffusa e coloro che l'hanno praticata su ragazze non sono stati perseguiti con efficacia;

S.  considerando che negli ultimi mesi gli arresti di omosessuali hanno registrato un forte aumento; che vi è stata una serie di retate della polizia in presunti luoghi di incontro di omosessuali in tutto l'Egitto; che la comunità LGBT è perseguitata e umiliata pubblicamente; che, secondo le stime dell'organizzazione Egyptian Initiative for Personal Rights, almeno 150 persone sono state arrestate nel corso degli ultimi 18 mesi con l'accusa di depravazione; che il 12 gennaio 2015 un tribunale egiziano ha prosciolto 26 uomini arrestati un mese prima nel corso di una retata in un hammam del Cairo e accusati di "fomentare la depravazione";

T.  considerando che le elezioni presidenziali del 2014 in Egitto si sono svolte in un contesto caratterizzato da severe restrizioni alla libertà di espressione, in cui era stata soffocata ogni forma di dissenso e critica, anche da parte delle organizzazione di difesa dei diritti umani; che le elezioni parlamentari sono state ufficialmente annunciate per il 21 marzo e il 25 aprile 2015;

U.  considerando che il settore petrolifero è storicamente il maggiore fattore di attrazione per gli investitori esteri in Egitto e costituisce il principale bene di esportazione dell'Egitto; che l'Egitto ha ricevuto forniture di petrolio gratuite dagli Stati del Golfo per sostenere il nuovo governo; che il governo sta adottando un piano dichiarato per eliminare le sovvenzioni energetiche entro cinque anni a decorrere dal luglio 2014 e che intende attuare un piano per la distribuzione di combustibile attraverso schede intelligenti nell'aprile 2015, al fine di controllare il contrabbando di petrolio verso i paesi confinanti e determinare l'esatto fabbisogno di combustibile;

V.  considerando che l'Egitto ha avviato a più riprese negoziati con l'FMI dopo la rivoluzione del gennaio 2011, in cui ha chiesto un prestito di 4,8 miliardi di dollari USA, ma che i negoziati sono stati interrotti dopo il 30 giugno 2013; che vi sono stati nuovi contatti e che esperti dell'FMI si sono recati in visita in Egitto nel novembre 2014 per svolgere le consultazioni ex articolo IV, una valutazione da parte degli esperti dell'FMI della situazione finanziaria ed economica di un paese;

W.  considerando che il grado di impegno dell'Unione europea nei confronti dell'Egitto dovrebbe basarsi sugli incentivi, conformemente al principio "di più a chi fa di più" nell'ambito della politica europea di vicinato e dovrebbe dipendere dai progressi conseguiti nella riforma delle istituzioni democratiche, dello Stato di diritto e dei diritti umani;

X.  considerando che l'Unione europea è tradizionalmente il principale partner commerciale dell'Egitto, avendo coperto il 22,9% del volume commerciale del paese nel 2013 e classificandosi al primo posto come partner del paese, sia in termini di importazioni che di esportazioni; che, secondo la task force UE-Egitto, la Commissione si è impegnata a erogare un sostegno finanziario supplementare all'Egitto per un importo complessivo di circa 800 milioni di EUR; che tale importo è costituito da 303 milioni di EUR sotto forma di sovvenzioni (90 milioni di EUR in finanziamenti di SPRING, 50 milioni di EUR a titolo di sovvenzioni nell'ambito dell'operazione di assistenza microfinanziaria e l'importo restante a titolo del Fondo d'investimento per la politica di vicinato) e 450 milioni di EUR sotto forma di prestiti (assistenza macrofinanziaria); considerando che, tuttavia, l'UE concederà effettivamente il proprio sostegno finanziario soltanto se saranno soddisfatte le necessarie condizioni politiche e democratiche, con il proseguimento e il rafforzamento di una transizione democratica pienamente inclusiva, nel pieno rispetto dei diritti umani e dei diritti delle donne;

Y.  considerando che, il 16 giugno 2014, Stavros Lambrinidis, rappresentante speciale dell'Unione europea per i diritti umani, si è recato in visita al Cairo, dove ha incontrato la Presidenza, il Consiglio della Shura e i rappresentanti della società civile; che al centro dei colloqui vi sono stati i preparativi per una nuova legge sulle ONG ed è stata evidenziata l'importanza che l'Unione europea annette al ruolo cruciale della società civile in Egitto;

1.  sottolinea l'importanza che l'UE annette alla cooperazione con l'Egitto in quanto importante paese vicino e partner; evidenzia l'importanza del ruolo svolto dall'Egitto per la stabilità della regione; sottolinea la propria solidarietà con il popolo egiziano e si impegna a continuare a sostenere l'Egitto nel processo di costruzione delle sue istituzioni democratiche, nel rispetto e nella difesa dei diritti umani e nella promozione della giustizia sociale e della sicurezza; esorta il governo egiziano a rispettare i suoi impegni internazionali, come attore importante nella regione del Mediterraneo meridionale;

2.  rammenta al governo egiziano che il successo a lungo termine dell'Egitto e del suo popolo dipende dalla tutela dei diritti umani universali e dall'istituzione e dal consolidamento di istituzioni democratiche e trasparenti, anch'esse impegnate nella tutela dei diritti fondamentali dei cittadini; chiede, pertanto, alle autorità egiziane di dare piena attuazione ai principi delle convenzioni internazionali;

3.  esprime una profonda preoccupazione per le costanti restrizioni dei diritti fondamentali, in particolare le libertà di espressione, associazione e riunione, il pluralismo politico e lo Stato di diritto in Egitto; chiede che si ponga fine a tutti gli atti di violenza, incitamento, istigazione all'odio, vessazione, intimidazione o censura contro gli oppositori politici, i manifestanti, i giornalisti, i blogger, gli studenti, i sindacalisti, gli attivisti per i diritti delle donne, gli attori della società civile e le minoranze, da parte delle autorità statali, delle forze e dei servizi di sicurezza e di altri gruppi in Egitto; condanna il ricorso sproporzionato alla violenza contro i manifestanti;

4.  si compiace del fatto che Yasser Ali, l'ex portavoce del deposto Presidente Morsi, e figura di spicco dei Fratelli Musulmani è stato rilasciato e assolto dalle accuse; chiede la rapida liberazione di tutti i prigionieri politici;

5.  chiede il rilascio immediato e incondizionato di tutti i prigionieri di coscienza e di tutte le persone detenute per aver esercitato pacificamente il diritto alla libertà di espressione, riunione e associazione, come pure delle persone detenute per la loro presunta appartenenza al movimento dei Fratelli musulmani; invita le autorità egiziane a garantire il diritto a un processo equo in conformità delle norme internazionali; esorta le autorità egiziane ad adottare misure concrete per garantire che le disposizioni della nuova Costituzione in materia di diritti e libertà fondamentali, compresa la libertà di espressione e di riunione, siano attuate appieno;

6.  sottolinea che il rispetto della libertà di stampa, di informazione e di opinione (online e offline) nonché del pluralismo politico costituisce una base fondamentale della democrazia; chiede alle autorità egiziane di garantire che tali libertà possano essere esercitate senza limitazioni o censure arbitrarie nel paese e chiede loro altresì di garantire la libertà di espressione; ritiene che tutti i giornalisti debbano poter riferire in merito alla situazione in Egitto senza temere di essere perseguiti, incarcerati, sottoposti a intimidazioni o limitazioni nell'esercizio della libertà di parola o di espressione;

7.  esorta le autorità egiziane a svolgere indagini tempestive, imparziali e indipendenti sulle accuse di uso sproporzionato della forza, maltrattamenti e altre violazioni dei diritti umani, compresi gli abusi sessuali, da parte delle forze dell'ordine durante le manifestazioni, a punire i responsabili, a garantire un risarcimento alle vittime e a creare un sistema indipendente per esercitare un controllo e indagare sul comportamento delle forze di sicurezza; invita l'Egitto a ratificare lo Statuto di Roma e a diventare membro della CPI;

8.  invita le autorità egiziane ad annullare le condanne a morte inflitte senza alcuna considerazione per un giusto processo che rispetti i diritti degli imputati e a revocare le leggi repressive e anticostituzionali che limitano drasticamente i diritti umani e le libertà fondamentali, in particolare il decreto presidenziale (legge 136 del 2014); chiede alle autorità di annullare tutte le sentenze emesse nei confronti di civili da parte di tribunali militari a partire dal luglio 2013; chiede la liberazione dei 167 membri del parlamento eletti nel 2011 e attualmente detenuti; invita le autorità a istituire immediatamente una moratoria ufficiale sulle esecuzioni come primo passo verso la loro abolizione;

9.  invita le autorità egiziane a revocare la legge sulle manifestazioni del novembre 2013 e ad avviare un dialogo effettivo con le organizzazioni della società civile e con esperti legali, al fine di attuare la legislazione sulle associazioni e sulla libertà di riunione in conformità delle norme internazionali, e a tutelare il diritto di costituire un'associazione sancito dall'articolo 75 della Costituzione egiziana, compreso il diritto di ricevere e accordare finanziamenti; invita le autorità competenti a rivedere il nuovo progetto di legge sulle organizzazioni non governative presentato dal ministro della Solidarietà sociale; insiste affinché il nuovo progetto di legge sia conforme alla Costituzione egiziana e a tutti i trattati internazionali di cui l'Egitto è firmatario;

10.  ricorda al governo egiziano che è sua responsabilità garantire la sicurezza di tutti i cittadini, indipendentemente dalle loro opinioni politiche, dalla loro appartenenza politica e dalla loro confessione; sottolinea che solamente la creazione di una società che sia veramente pluralistica e rispettosa della diversità di opinioni e di stili di vita può garantire la stabilità e la sicurezza a lungo termine in Egitto, e invita le autorità egiziane a impegnarsi a favore del dialogo e della non violenza nonché di una governance inclusiva;

11.  accoglie con soddisfazione e incoraggia le misure adottate dal governo egiziano a favore del rispetto dei diritti e delle libertà delle comunità religiose; rammenta il disposto dell'articolo 235 della Costituzione egiziana, secondo cui il neoeletto parlamento, nel corso della prima legislatura, deve emanare una legge a disciplina della costruzione e della ristrutturazione di chiese che garantisca ai cristiani il libero esercizio delle loro pratiche religiose; si compiace del fatto che il Presidente al-Sisi sia diventato il primo presidente ad assistere a una messa in una chiesa del Cairo, in occasione della vigilia del Natale copto, e ritiene che si tratti di un'importante dichiarazione simbolica nel quadro degli sforzi volti a costruire l'unità in seno alla società egiziana;

12.  sottolinea l'importanza dell'Egitto sulla scena internazionale e si augura che continui a svolgere un ruolo attivo nell'avvio di autentici negoziati di pace in grado di porre fine al conflitto fra Israele e Palestina e che continui a offrire un contributo costruttivo al perseguimento della stabilità nella regione del Mediterraneo, segnatamente ‒ in questo momento ‒ in Libia e in Medio Oriente; chiede il rilascio immediato e incondizionato di tutti i cittadini egiziani rapiti e attualmente detenuti in Libia, tra cui i 20 egiziani copti sequestrati il 3 gennaio 2015; ribadisce la volontà dell'Unione europea di cooperare con l'Egitto quale partner nella regione per far fronte alle gravi minacce cui è esposto;

13.  condanna fermamente i recenti attentati terroristici nella penisola del Sinai e tutti gli altri atti di terrorismo contro l'Egitto; esprime il proprio sincero cordoglio alle famiglie delle vittime; sottolinea che l'UE e la comunità internazionale devono schierarsi risolutamente al fianco dell'Egitto e cooperare con tale paese nella lotta al terrorismo; esorta le autorità egiziane a fare tutto quanto è in loro potere per fermare le reti criminali che stanno ancora operando sulle rotte della tratta di esseri umani e del contrabbando in direzione del Sinai e al suo interno;

14.  rammenta alle autorità egiziane i loro obblighi giuridici nazionali e internazionali e le invita a dare precedenza alla protezione e alla promozione dei diritti umani, nonché a garantire che i responsabili delle violazioni di tali diritti rispondano delle loro azioni, anche grazie a una gestione indipendente e imparziale della giustizia;

15.  osserva che la diminuzione del prezzo del petrolio comporterà direttamente la riduzione delle sovvenzioni per l'energia, il che rappresenta la principale sfida affrontata dai regimi post-rivoluzionari dopo la rivoluzione del 25 gennaio; teme che tale diminuzione possa avere forti ripercussioni su svariati piani governativi, il più importante dei quali riguarda gli sforzi per mantenere una riserva sicura di valute estere;

16.  esorta il governo egiziano ad attuare pienamente strategie nazionali per combattere la violenza nei confronti delle donne ed eliminare ogni forma di discriminazione, garantendo un'effettiva consultazione delle organizzazioni a difesa dei diritti delle donne e di altre organizzazioni della società civile e il loro coinvolgimento in tutte le fasi del processo;

17.  esprime sdegno per la crescente repressione nei confronti della comunità LGBT in Egitto ed esorta le autorità egiziane a porre fine alla criminalizzazione delle persone LGBT, sulla base della "legge sulla depravazione", per l'espressione del loro orientamento sessuale e l'esercizio del diritto di riunione, e a rilasciare tutte le persone LGBT arrestate e imprigionate in virtù della suddetta legge;

18.  invita le autorità egiziane a cooperare pienamente con i meccanismi delle Nazioni Unite in materia di diritti umani, anche accogliendo le richieste di diversi relatori speciali dell'ONU, ancora in sospeso, di visitare l'Egitto e a tener fede all'impegno assunto dal paese riguardo all'apertura di una sede regionale dell'Ufficio dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani;

19.  ribadisce, conformemente alle risultanze della missione di monitoraggio elettorale dell'Unione europea alle elezioni presidenziali del 2014, che queste ultime non erano conformi alle vigenti norme internazionali, né hanno rispettato appieno i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione recentemente adottata, in ragione soprattutto dei vincoli imposti alla libertà di espressione e di riunione e delle carenze della legislazione sul finanziamento della campagna elettorale, nonché sul diritto di voto attivo e passivo; invita il governo egiziano a ovviare alle carenze constatate nelle elezioni presidenziali nel quadro dei preparativi per le elezioni parlamentari annunciate per il 21 marzo e il 25 aprile 2015;

20.  chiede che gli Stati membri adottino una strategia comune nei confronti dell'Egitto; esorta nuovamente il Consiglio, il vicepresidente della Commissione/alto rappresentante (VP/AR) e la Commissione, nell'ambito delle loro relazioni bilaterali con l'Egitto e dell'assistenza finanziaria a suo favore, a operare attivamente nel rispetto del principio di condizionalità ("più progressi, più aiuti") e a tener conto delle grandi sfide economiche cui l'Egitto deve far fronte; chiede nuovamente, a tale riguardo, la definizione di parametri di riferimento chiari e condivisi; ribadisce il suo impegno ad assistere il popolo egiziano nel suo cammino verso le riforme democratiche ed economiche;

21.  incoraggia i rappresentanti della delegazione dell'UE e le ambasciate degli Stati membri dell'UE al Cairo a presenziare ai processi politicamente sensibili a carico di giornalisti egiziani e stranieri, blogger, sindacalisti e attivisti della società civile nel paese;

22.  invita il VP/AR a chiarire le misure specifiche adottate in risposta alla decisione del Consiglio "Affari esteri" di rivedere l'assistenza dell'UE all'Egitto, anche facendo riferimento alla relazione della Corte dei conti del 2013; chiede, in particolare, di chiarire la situazione attuale: i) del programma pianificato di riforma della giustizia; ii) dei programmi dell'UE di sostegno al bilancio; iii) del programma per la promozione degli scambi e dell'attività interna; e iv) della partecipazione dell'Egitto ai programmi regionali dell'UE, come Euromed Police ed Euromed Justice; invita la Commissione a precisare le garanzie poste in essere nell'ambito dei programmi finanziati al titolo del Fondo d'investimento per la politica di vicinato per quanto riguarda i rischi di corruzione, nonché le entità economiche e finanziarie controllate dai militari;

23.  chiede di vietare in tutta l'Unione europea l'esportazione in Egitto di tecnologie di intrusione e sorveglianza che potrebbero essere utilizzate per spiare e reprimere i cittadini; chiede di vietare, conformemente all'intesa di Wassenaar, l'esportazione di dispositivi di sicurezza o aiuti militari che potrebbero essere impiegati per reprimere manifestazioni pacifiche o in modo contrario agli interessi strategici e di sicurezza dell'UE;

24.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, nonché ai parlamenti e ai governi degli Stati membri e al Presidente e al governo ad interim della Repubblica araba d'Egitto.

(1) Testi approvati, P7_TA(2014)0100.
(2) Testi approvati, P8_TA(2014)0007.
(3) Testi approvati, P7_TA(2012)0470.
(4) Testi approvati, P7_TA(2013)0274.


Il caso dei due marò italiani
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Risoluzione del Parlamento europeo del 15 gennaio 2015 sul caso dei due marò italiani (2015/2512(RSP))
P8_TA(2015)0013RC-B8-0006/2015

Il Parlamento europeo,

–  visto il trattato sull'Unione europea,

–  vista la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea,

–  visti la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e i relativi protocolli aggiuntivi,

–  vista la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo,

–  visto il Patto internazionale sui diritti civili e politici, in particolare gli articoli 9, 10 e 14,

–  viste le dichiarazioni del vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza sul caso dei fucilieri di marina italiani (marò) Massimiliano Latorre e Salvatore Girone,

–  vista la sua risoluzione del 10 maggio 2012 sulla pirateria marittima(1),

–  vista la dichiarazione in data 6 gennaio 2015 del portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, con cui si invitano i due paesi interessati – Italia e India – a ricercare una soluzione ragionevole e accettabile per entrambe le parti,

–  visto l'articolo 123, paragrafi 2 e 4, del suo regolamento,

A.  considerando che la notte del 15 febbraio 2012 la nave mercantile italiana Enrica Lexie, in rotta da Singapore a Gibuti, ha incrociato il peschereccio St. Antony al largo delle coste del Kerala (India);

B.  considerando che a bordo dell'Enrica Lexie si trovavano sei marò italiani incaricati di proteggere la nave da eventuali attacchi di pirati; che, nel timore di un attacco pirata, sono stati esplosi colpi d'avvertimento all'indirizzo dell'imbarcazione in avvicinamento e che due pescatori indiani, Valentine alias Jelastine e Ajeesh Pink, sono rimasti tragicamente uccisi;

C.  considerando che il 19 febbraio 2012 membri delle forze di polizia indiane sono saliti a bordo della nave, hanno sequestrato le armi dei fucilieri e hanno arrestato i due identificati come i responsabili dei colpi esplosi in direzione del peschereccio;

D.  considerando che tali eventi hanno provocato tensioni diplomatiche, data l'incertezza giuridica che circonda il caso dei due marò italiani; che, pur essendo trascorsi tre anni, le autorità indiane non hanno ancora formulato alcuna imputazione;

E.  considerando che uno dei militari, Massimiliano Latorre, ha lasciato l'India per trascorrere quattro mesi a casa dopo essere stato colpito da ischemia cerebrale e che necessita ancora di cure mediche, mentre Salvatore Girone si trova tuttora presso l'ambasciata italiana in India;

F.  considerando che entrambe le parti si richiamano al diritto internazionale, l'Italia per asserire che, essendosi l'incidente verificato in acque internazionali, i fucilieri dovrebbero essere processati in Italia o davanti a un tribunale internazionale, l'India per sostenere la sua competenza a processarli poiché l'incidente sarebbe accaduto nelle acque costiere poste sotto la sua giurisdizione;

G.  considerando che il 15 ottobre 2014 l'allora alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Catherine Ashton, ha rilasciato una dichiarazione sul comportamento delle autorità indiane, invitando il governo del paese a trovare una soluzione rapida e soddisfacente in conformità della Convenzione internazionale sul diritto del mare e del diritto internazionale;

H.  considerando che il 16 dicembre 2014 il nuovo alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha espresso delusione per la scarsa comprensione mostrata in relazione alla richiesta di Massimiliano Latorre di prolungare il suo soggiorno in Italia per sottoporsi a cure mediche;

I.  considerando che il 14 gennaio 2015 la Corte suprema indiana ha concesso una proroga per consentire al sergente Latorre di trascorrere più tempo in Italia per ragioni mediche;

J.  considerando che i due marò sono cittadini europei e che il 15 febbraio 2012 essi si trovavano a bordo di una nave mercantile italiana, che navigava al largo delle coste dello Stato del Kerala, e stavano svolgendo le proprie mansioni nell'ambito di attività internazionali antipirateria, che vedono fortemente impegnata l'Unione europea;

1.  esprime profonda tristezza e manifesta il proprio cordoglio per la tragica fine dei due pescatori indiani;

2.  sottolinea che le conseguenze dell'evento del 15 febbraio 2012 dovrebbero comunque essere gestite nella rigorosa osservanza dei principi dello Stato di diritto, rispettando pienamente i diritti umani e giuridici delle persone presumibilmente coinvolte;

3.  esprime grande preoccupazione per la detenzione dei fucilieri italiani senza capi d'imputazione; pone l'accento sul fatto che essi devono essere rimpatriati e sottolinea che i lunghi ritardi e le restrizioni alla libertà di movimento dei fucilieri sono inaccettabili e rappresentano una grave violazione dei loro diritti umani;

4.  si duole del modo in cui la questione è stata gestita e sostiene gli sforzi esplicati da tutte le parti coinvolte per ricercare con urgenza una soluzione ragionevole e accettabile per tutti, nell'interesse delle famiglie coinvolte - indiane e italiane - e di entrambi i paesi;

5.  auspica che, alla luce delle posizioni assunte dall'Italia, in quanto Stato membro, in relazione agli eventi collegati all'incidente, la competenza giurisdizionale sia attribuita alle autorità italiane e/o a un arbitraggio internazionale;

6.  incoraggia l'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza a intraprendere ogni azione necessaria per proteggere i due fucilieri italiani ai fini del raggiungimento di una soluzione rapida e soddisfacente del caso;

7.  ricorda alla Commissione che è importante porre l'accento sulla situazione dei diritti umani nel quadro delle relazioni con l'India e la invita quindi a prendere in considerazione ulteriori misure per facilitare una soluzione positiva del caso;

8.  ricorda che i diritti e la sicurezza dei cittadini dell'UE nei paesi terzi dovrebbero essere salvaguardati dalla rappresentanza diplomatica dell'Unione, la quale dovrebbe operare attivamente per la difesa dei diritti umani fondamentali dei cittadini dell'UE detenuti in qualsiasi paese terzo;

9.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, agli Stati membri dell'UE, nonché al Segretario generale delle Nazioni Unite e al Presidente e al governo dell'India.

(1) GU C 261 E del 10.9.2013, pag. 34.


Libertà di espressione in Turchia: recente arresto di giornalisti e dirigenti mediatici e pressioni sistematiche sui media
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Risoluzione del Parlamento europeo del 15 gennaio 2015 sulla libertà di espressione in Turchia: recenti arresti di giornalisti e dirigenti mediatici e pressioni sistematiche nei confronti dei mezzi di comunicazione (2014/3011(RSP))
P8_TA(2015)0014RC-B8-0036/2015

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni sulla Turchia,

–  viste le conclusioni del Consiglio "Affari generali" del 16 dicembre 2014,

–  vista la dichiarazione rilasciata il 15 dicembre 2014 dal Commissario per i diritti dell'uomo del Consiglio d'Europa,

–  vista la dichiarazione congiunta rilasciata il 14 dicembre 2014 dal vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e dal commissario per la politica europea di vicinato e i negoziati di allargamento,

–  vista la relazione 2014 relativa ai progressi compiuti dalla Turchia dell'8 ottobre 2014,

–  visto il documento di strategia indicativo per la Turchia (2014-2020) della Commissione del 26 agosto 2014,

–  visto il Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1996, in particolare l'articolo 19,

–  visto l'articolo 123, paragrafi 2 e 4, del suo regolamento,

A.  considerando che il 14 dicembre 2014 la polizia turca ha arrestato giornalisti e dirigenti mediatici, tra cui Ekrem Dumanlı, caporedattore del quotidiano Zaman, e Hidayet Karaca, direttore generale dell'emittente Samanyolu; che secondo un mandato d'arresto emesso da un giudice di Istanbul essi sono stati sottoposti a indagine penale per aver costituito un'organizzazione che aveva "cercato di impadronirsi del potere statale mediante pressioni, intimidazioni e minacce" e lo aveva fatto "ricorrendo alla menzogna, privando le persone della loro libertà e falsificando documenti";

B.  considerando che diverse persone arrestate nel dicembre 2014 sono state rilasciate; che il 19 dicembre 2014 un tribunale di Istanbul ha annunciato il rilascio di Ekrem Dumanlı, soggetto a libertà vigilata e a un divieto di viaggio in attesa della conclusione delle indagini penali, e il protrarsi della detenzione di Hidayet Karaca, in attesa della conclusione delle indagini; che il 31 dicembre 2014 un tribunale di Istanbul ha respinto l'obiezione di un procuratore al rilascio di Ekrem Dumanlı e di altre sette persone;

C.  considerando che la risposta del governo alle accuse di corruzione del dicembre 2013 ha sollevato seri dubbi sull'indipendenza e sull'imparzialità del sistema giudiziario e ha evidenziato una crescente intolleranza nei confronti dell'opposizione politica, delle proteste pubbliche e dei mezzi di comunicazione che esprimono posizioni critiche;

D.  considerando che in Turchia vi è già un numero molto elevato di giornalisti in carcere o in attesa di giudizio e che la pressione nei confronti dei media è aumentata negli ultimi anni, ivi compreso nei confronti di proprietari e dirigenti di gruppi mediatici, come anche di piattaforme online e media sociali; che le affermazioni intimidatorie da parte di politici e i procedimenti giudiziari avviati contro giornalisti che hanno espresso posizioni critiche, abbinati all'assetto proprietario del settore dei media, hanno portato a una diffusa autocensura da parte dei proprietari dei media e dei giornalisti, nonché al licenziamento di giornalisti; che le accuse mosse dal governo turco nei confronti dei giornalisti si fondano prevalentemente sulla legge antiterrorismo del paese e sugli articoli del codice penale relativi alle "organizzazioni terroristiche";

E.  considerando che il 6 gennaio 2015 la giornalista olandese Frederike Geerdink è stata arrestata a Diyarbakir, interrogata dalla polizia e rilasciata lo stesso giorno dopo l'intervento del ministro degli Affari esteri olandese, che era in visita in Turchia proprio in quei giorni, e che il 7 gennaio 2015 un altro giornalista olandese, Mehmet Ülger, è stato arrestato mentre era in partenza all'aeroporto di Istanbul, interrogato in una stazione di polizia e rilasciato il giorno stesso;

F.  considerando che il rispetto dello Stato di diritto e i diritti fondamentali, compresa la libertà di espressione, sono valori fondamentali dell'Unione europea, e che la Turchia ha assunto un impegno formale in relazione a tali valori attraverso la domanda di adesione all'UE e i relativi negoziati, nonché in quanto membro del Consiglio d'Europa;

G.  considerando che l'UE e i suoi Stati membri hanno fortemente criticato gli arresti del 14 dicembre 2014, dichiarandoli "incompatibili con i valori europei" e "incompatibili con la libertà dei media"; che il presidente Erdoğan ha respinto con forza le critiche dell'Unione;

1.  condanna le recenti retate della polizia e l'arresto di numerosi giornalisti e rappresentanti dei mezzi di comunicazione avvenuti il 14 dicembre 2014 in Turchia; sottolinea che tali azioni mettono in dubbio il rispetto dello Stato di diritto e della libertà dei media, che costituisce un principio fondamentale della democrazia;

2.  rammenta che una stampa libera e pluralista è una componente essenziale di ogni democrazia, come lo sono il giusto processo, la presunzione di innocenza e l'indipendenza del potere giudiziario; sottolinea pertanto che, per quanto riguarda quest'ultima serie di arresti, occorre in tutti i casi: i) fornire informazioni ampie e trasparenti sulle accuse mosse agli imputati, ii) concedere agli imputati pieno accesso agli elementi di prova a carico e a tutti i diritti della difesa, nonché iii) garantire il corretto trattamento delle cause onde stabilire la veridicità delle accuse, senza indugio e al di là di ogni ragionevole dubbio; ricorda alle autorità turche che occorre fare estrema attenzione quando si ha a che fare con media e giornalisti, in quanto la libertà di espressione e la libertà dei media sono essenziali per il funzionamento di una società democratica e aperta;

3.  esprime preoccupazione per il regresso nell'ambito delle riforme democratiche, in particolare per la sempre minore tolleranza del governo nei confronti delle proteste pubbliche e dei mezzi di comunicazione critici; osserva a tale proposito che gli arresti del 14 dicembre 2014 seguono un modello deplorevole di inasprimento della pressione e delle restrizioni nei confronti della stampa e degli organi di informazione, compresi i media sociali e i forum su Internet; rileva che i divieti di accesso ai siti web hanno una portata sproporzionata in Turchia; deplora il fatto che numerosi giornalisti siano sottoposti a carcerazione preventiva, venendo in tal modo di fatto puniti, e invita le autorità giudiziarie turche a riesaminare e trattare quanto prima tali casi;

4.  esorta la Turchia a mettere mano a riforme che dovrebbero assicurare un sistema adeguato di pesi e contrappesi (checks and balances) che garantisca pienamente la libertà, incluse la libertà di pensiero e di espressione e la libertà dei media, nonché la democrazia, l'uguaglianza, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani;

5.  sottolinea l'importanza della libertà di stampa e del rispetto dei valori democratici ai fini del processo di allargamento dell'Unione; evidenzia che la libertà di espressione, compresa la libertà dei media, continua a essere ostacolata da una serie di disposizioni dell'ordinamento giuridico turco e dalla loro interpretazione da parte della magistratura; rammenta che la libertà di espressione e il pluralismo dei media sono al centro dei valori europei e che una stampa indipendente è essenziale per una società democratica, dal momento che consente ai cittadini di partecipare attivamente e con consapevolezza ai processi decisionali collettivi e rafforza quindi la democrazia; esorta in tale contesto il governo turco ad affrontare la questione della libertà dei media in via prioritaria e a fornire un quadro giuridico adeguato a garanzia del pluralismo in linea con le norme internazionali; chiede inoltre che siano cessate le pressioni e le intimidazioni nei confronti dei mezzi di informazione e dei giornalisti che esprimono posizioni critiche;

6.  rileva che il piano d'azione per la prevenzione delle violazioni della Convenzione europea dei diritti dell'uomo non prevede la revisione di tutte le disposizioni pertinenti della legge antiterrorismo o del codice penale utilizzate per limitare la libertà di espressione; sottolinea la necessità di riformare con urgenza tali norme;

7.  richiama l'attenzione sul fatto che, conformemente alle conclusioni del Consiglio del 16 dicembre 2014, lo strumento di assistenza preadesione (IPA II) per il periodo 2014‑2020 prevede l'introduzione di una maggiore coerenza tra l'assistenza finanziaria e i progressi generali conseguiti in relazione all'attuazione della strategia di preadesione, compreso il pieno rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali;

8.  chiede che sia prestata maggiore attenzione ai media indipendenti nel quadro dello strumento di assistenza preadesione; sottolinea inoltre, in tale contesto, l'importanza di sostenere anche le organizzazioni della società civile, poiché solo una società civile trasparente e ben funzionante può instaurare la fiducia tra le diverse componenti di una società vivace e democratica;

9.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza nonché al governo e al parlamento della Turchia.

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