Indice 
 Precedente 
 Seguente 
 Testo integrale 
Procedura : 2016/2911(RSP)
Ciclo di vita in Aula
Ciclo dei documenti :

Testi presentati :

RC-B8-1062/2016

Discussioni :

Votazioni :

PV 06/10/2016 - 5.2
CRE 06/10/2016 - 5.2

Testi approvati :

P8_TA(2016)0379

Testi approvati
PDF 175kWORD 48k
Giovedì 6 ottobre 2016 - Strasburgo Edizione definitiva
Sudan
P8_TA(2016)0379RC-B8-1062/2016

Risoluzione del Parlamento europeo del 6 ottobre 2016 sul Sudan (2016/2911(RSP))

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni sul Sudan,

–  visto il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici,

–  vista la dichiarazione congiunta dell'UE, dei rappresentanti della Troika (Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti) e della Germania dell'8 agosto 2016, in cui si accoglie con favore la firma della tabella di marcia del Gruppo di attuazione di alto livello dell'Unione africana per il Sudan (AUHIP) da parte dei firmatari della dichiarazione "Sudan Call",

–  viste la relazione dell'esperto indipendente sulla situazione dei diritti umani in Sudan del 28 luglio 2016 e la relazione del relatore speciale sull'impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sull'esercizio dei diritti dell'uomo e sulla sua missione in Sudan del 4 agosto 2016,

–  vista la dichiarazione del 27 giugno 2016 del portavoce del vicepresidente/alto rappresentante (VP/AR) sull'annuncio, da parte del governo sudanese, di una cessazione unilaterale delle ostilità per un periodo di quattro mesi,

–  vista la risoluzione n. 2296 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul Sudan approvata durante la sua 7728a riunione il 29 giugno 2016,

–  visto il comunicato del Consiglio per la pace e la sicurezza dell'Unione africana, del 13 giugno 2016, sulla situazione in Darfur,

–  visti l'articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e l'articolo 7 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, i quali stabiliscono che nessuna persona deve essere soggetta a torture o a pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti,

–  vista la dichiarazione rilasciata il 9 aprile 2015 dall'alto rappresentante, a nome dell'Unione europea, sulla mancanza di un ambiente favorevole per le elezioni in Sudan dell'aprile 2015,

–  vista la dichiarazione "Sudan Call" relativa all'istituzione di uno Stato di cittadinanza e democrazia,

–  vista la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW) del 18 dicembre 1979,

–  visti l'articolo 135, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 4, del suo regolamento,

A.  considerando che il conflitto che imperversa nel Darfur da 13 anni ha già causato oltre 300 000 vittime e che le forze del governo sudanese continuano ad attaccare i civili, soprattutto nella zona del Jebel Marra; che i continui bombardamenti indiscriminati sui civili, tra cui anche attacchi illegittimi da parte delle forze sudanesi contro i villaggi nel Kordofan meridionale, nel Nilo Azzurro e nel Darfur, hanno causato numerose vittime e hanno distrutto le infrastrutture civili;

B.  considerando che la legge sulla sicurezza nazionale del 2010 ha conferito al governo sudanese poteri molto ampi che gli consentono di trattenere, come prassi abituale, i detenuti in regime di isolamento, anche in assenza di capi d'accusa e per lunghi periodi, e che alcune organizzazioni sono state chiuse con la forza e le loro sedi sono state oggetto di perquisizioni;

C.  considerando che, nel quadro dell'esame periodico universale dell'ONU del 21 settembre 2016, il Sudan ha ribadito il suo impegno ad aderire alla Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti e alla Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate;

D.  considerando che nel Darfur, e in particolare nel Kordofan meridionale e nel Nilo azzurro, si stanno moltiplicando i casi di abusi e violazioni dei diritti umani, tra cui esecuzioni extragiudiziali, un uso eccessivo della forza, sequestri di civili, atti di violenza sessuale e di genere contro le donne, violazioni e abusi nei confronti dei minori e detenzioni e arresti arbitrari;

E.  considerando che in Sudan i partiti politici di opposizione, la società civile e i difensori dei diritti umani dispongono di uno spazio civico limitato; che, secondo quanto riferito, i difensori dei diritti umani, gli studenti attivisti e gli oppositori politici che svolgono le rispettive legittime attività sono costantemente molestati, presi di mira e perseguitati dai servizi nazionali sudanesi di sicurezza e di intelligence (NISS); che quest'anno sono stati arrestati arbitrariamente già numerosi attivisti della società civile, tra cui quattro rappresentanti della società civile sudanese intercettati dagli agenti dei servizi di sicurezza all'aeroporto internazionale di Khartoum mentre erano diretti a una riunione di alto livello sui diritti umani, tenutasi a Ginevra il 31 marzo 2016 con la partecipazione di vari diplomatici;

F.  considerando che gruppi di sostenitori dei diritti umani hanno scoperto prove credibili di attacchi con armi chimiche compiuti dalle forze del governo sudanese contro i civili e che gli abitanti dei villaggi della regione del Jebel Marra nel Darfur hanno mostrato gli effetti devastanti dei presunti attacchi con armi chimiche, il più recente dei quali ha avuto luogo il 9 settembre 2016 nel villaggio di Gamarah; che sono stati altresì denunciati attacchi delle forze di supporto rapido (Rapid support forces – RSF), un'unità militare sudanese composta da ex milizie filogovernative sotto il comando dei NISS;

G.  considerando che il 29 febbraio 2016 i NISS hanno compiuto una violenta irruzione presso il centro per la formazione e lo sviluppo umano di Karthoum (TRACKS), un'organizzazione della società civile, in seguito alla quale il direttore Khalfálah Alafif Muktar e gli attivisti Arwa Ahmed Elrabie, Al-Hassan Kheiry, Imani-Leyla Raye, Abu Hureira Abdelrahman, Al-Baqir Al-Afif Mukhtar, Midhat Afifadeen e Mustafa Adam sono stati arrestati e accusati di associazione a delinquere e incitamento alla guerra contro lo Stato, crimini punibili con la pena di morte; che il direttore si troverebbe in cattive condizioni di salute e non gli sarebbe concesso di ricevere visite da parte dei suoi familiari;

H.  considerando che le autorità sudanesi impongono rigide restrizioni della libertà di religione; che le minacce contro gli esponenti della Chiesa e le intimidazioni nei confronti delle comunità cristiane si sono susseguite con ritmo sempre più accelerato negli ultimi anni; che Petr Jašek, un operatore umanitario di origine ceca della missione Christian Aid, Hassan Abduraheem Kodi Taour e Kuwa Shamal, pastori sudanesi, e Abdulmonem Abdumawla Issa Abdumawla, uno studente del Darfur, sono detenuti già da nove mesi dai NISS e devono affrontare un processo per aver denunciato le presunte sofferenze dei cristiani nelle zone del Sudan devastate dalla guerra; che negli ultimi anni è stato registrato un aumento dei procedimenti giudiziari e delle conseguenti condanne a morte per il reato di apostasia;

I.  considerando che le RSF sono state recentemente dispiegate lungo il confine settentrionale del Sudan allo scopo di contrastare il flusso di migranti irregolari; che il 31 agosto 2016 il capo delle RSF ha dichiarato che dette forze stavano pattugliando il confine con l'Egitto e la Libia e che, svolgendo tale operazione, il Sudan stava combattendo l'immigrazione illegale per conto dell'UE; che il 6 settembre 2016 la delegazione dell'UE in Sudan ha negato tale sostegno;

J.  considerando che, il 24 agosto 2016, 48 potenziali richiedenti asilo sudanesi sono stati deportati dall'Italia al Sudan; che a maggio 2016 le autorità sudanesi hanno deportato oltre 400 eritrei che erano stati arrestati mentre tentavano di raggiungere la Libia;

K.  considerando che le autorità sudanesi ricorrono in modo sproporzionato alla condanna di donne e ragazze in base ad accuse di reati mal definiti; che le donne devono far fronte a una discriminazione sistemica e all'imposizione di pene corporali e della fustigazione per violazioni del codice d'abbigliamento definite in modo vago;

L.  considerando che i cofirmatari della dichiarazione "Sudan Call" (rappresentanti dei partiti di opposizione politici e armati, tra cui il partito nazionale Umma, le Forze di consenso nazionale e il Fronte Rivoluzionario del Sudan) si impegnano ad adoperarsi per porre fine ai conflitti che imperversano in diverse regioni del Sudan e per realizzare riforme giuridiche, istituzionali ed economiche;

M.  considerando che la Corte penale internazionale (CPI) ha emesso due mandati di arresto a carico del presidente al-Bashir nel 2009 e nel 2010, accusandolo di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e atti di genocidio; che, sebbene il Sudan non abbia sottoscritto lo Statuto di Roma, esso è tenuto a cooperare con la CPI in forza della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite n. 1593 (2005) e deve pertanto dare esecuzione ai suddetti mandati di arresto;

N.  considerando che nel giugno 2008 i ministri degli Esteri dell'UE, riuniti in seno al Consiglio Affari generali e relazioni esterne, hanno concluso che il Consiglio è pronto a prendere in considerazione misure nei confronti dei soggetti responsabili di non cooperare con la CPI;

O.  considerando che l'UE sta attualmente realizzando un progetto in merito a una migliore gestione della migrazione con il Sudan;

1.  deplora l'utilizzo di armi chimiche contro i civili nella zona del Jebel Marra nel Darfur da parte del governo sudanese e sottolinea che si tratta di una grave violazione delle norme internazionali nonché di un crimine di guerra; ricorda che il Sudan ha sottoscritto la Convenzione sulle armi chimiche e chiede un'indagine internazionale su tali accuse guidata dall'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche; ricorda alle autorità sudanesi la loro responsabilità di proteggere i diritti umani;

2.  resta profondamente preoccupato per le continue uccisioni illegali, i rapimenti e la violenza di genere e sessuale nelle zone di conflitto, in particolare nel Darfur, nel Kordofan meridionale e nel Nilo Azzurro, nonché per la concomitante grave emergenza umanitaria causata dai notevoli sfollamenti interni; chiede che si ponga immediatamente fine ai bombardamenti aerei sui civili da parte delle forze sudanesi;

3.  condanna l'arresto e la detenzione arbitrari di attivisti nonché la detenzione in atto di difensori dei diritti umani e giornalisti in Sudan; esorta il governo del Sudan a garantire l'esercizio pacifico delle libertà di espressione, di associazione e di riunione; sottolinea che il dialogo nazionale avrà successo unicamente se sarà condotto in un contesto nel quale sono garantite le libertà di espressione, dei media, di associazione e di riunione;

4.  invita l'Unione africana e il governo del Sudan a indagare tempestivamente su tutte le accuse di tortura, maltrattamenti, detenzioni arbitrarie e ricorso eccessivo alla forza e ad assicurare i responsabili alla giustizia in processi equi, senza ricorrere alla pena di morte; invita il governo del Sudan a proclamare una moratoria immediata di tutte le esecuzioni nonché l'abolizione della pena di morte e di tutte le forme di punizione corporale;

5.  esprime particolare preoccupazione per le limitazioni di accesso ancora imposte alle agenzie e organizzazioni umanitarie internazionali; esige che il governo sudanese compia ogni sforzo possibile per migliorare l'accesso delle agenzie umanitarie internazionali a tutti i soggetti in cerca di aiuto umanitario in linea con i suoi impegni nel quadro dell'esame periodico universale; esorta il governo del Sudan ad impegnarsi in uno spirito costruttivo con le organizzazioni della società civile onde promuovere senza indugio la consapevolezza dei diritti umani in Sudan;

6.  ribadisce che la libertà di religione, di coscienza e di credo è un diritto umano universale che deve essere protetto ovunque e per tutti; chiede che il governo sudanese abroghi tutte le disposizioni di legge che penalizzano o discriminano le persone per le loro convinzioni religiose, soprattutto nei casi di apostasia e in particolare Petr Jašek, un operatore umanitario di origine ceca della missione Christian Aid, Hassan Abduraheem Kodi Taour e Kuwa Shamal, pastori sudanesi, e Abdulmonem Abdumawla Issa Abdumawla, uno studente del Darfur;

7.  esprime la propria preoccupazione in merito all'aumento delle repressioni da parte dei NISS sui cittadini attivisti della società civile ed esorta il Sudan a rilasciare immediatamente e senza condizioni i detenuti e a porre fine senza indugio alle detenzioni arbitrarie, a ritirare tutte le accuse che derivano dalle loro attività pacifiche e a consentire alle ONG, ad esempio al personale di TRACKS, ai relativi affiliati e agli studenti attivisti di svolgere il proprio lavoro senza timore di rappresaglie;

8.  prende atto che il Sudan ha accettato le raccomandazioni a ratificare la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti e a intensificare gli sforzi per impedire la tortura e i trattamenti disumani; invita tuttavia il governo sudanese a rivedere con urgenza la propria legge sulla sicurezza nazionale, che consente la detenzione degli indagati per un periodo fino a quattro mesi e mezzo senza alcuna forma di riesame giudiziario, e a riformare il proprio ordinamento giuridico conformemente alle norme internazionali in materia di diritti umani;

9.  invita il governo del Sudan ad abrogare le ampie immunità previste nella legislazione sudanese, a pubblicare le conclusioni delle tre commissioni d'inchiesta statali e ad ammettere pubblicamente l'entità delle uccisioni avvenute durante la repressione dei manifestanti contro l'austerità nel settembre 2013 nonché a garantire giustizia alle vittime;

10.  rammenta le conclusioni del Consiglio Affari generali e relazioni esterne del giugno 2008, che denunciano il continuo rifiuto da parte del governo del Sudan di cooperare con la CPI e sottolineano l'obbligo, e la capacità, del governo sudanese di impegnarsi in tale cooperazione, segnalando altresì la necessità di rispettare tutti i mandati d'arresto emessi dalla CPI; esorta Omar al-Bashir a rispettare il diritto internazionale e a comparire dinanzi alla CPI per crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio;

11.  invita gli Stati membri dell'Unione africana, in particolare i paesi che hanno ospitato il presidente Bashir (Repubblica democratica del Congo, Ciad, Sud Africa, Uganda e Gibuti), a rispettare lo statuto di Roma e le decisioni della CPI;

12.  invita l'UE ad attivarsi per imporre sanzioni punitive mirate nei confronti dei responsabili di continui crimini di guerra e mancata collaborazione con la CPI; chiede al SEAE di elaborare un elenco di persone destinatarie di tali sanzioni senza ulteriori indugi;

13.  prende atto che il governo del Sudan ha firmato l'accordo su una tabella di marcia il 16 marzo 2016 e ha successivamente precisato i suoi impegni in merito all'inclusione di altri pertinenti soggetti interessati nel dialogo nazionale e sul fatto di continuare a rispettare le decisioni adottate tra i firmatari dell'opposizione e il meccanismo 7 + 7, il comitato direttivo del dialogo nazionale; insiste sulla necessità che tutte le parti rispettino i loro impegni e chiede un dialogo continuo verso l'istituzione di un cessate il fuoco definitivo; invita l'UE e i suoi Stati membri a portare avanti il loro impegno a sostenere gli sforzi dell'Unione africana per portare la pace in Sudan e al popolo sudanese nella transizione verso una democrazia riformata dall'interno;

14.  invita le Nazioni Unite e la missione dell'Unione africana nel Darfur (UNAMID) a stabilire una presenza permanente all'interno della zona del Jebel Marra; invita l'UNAMID a indagare senza indugio e a riferire pubblicamente in merito alle accuse di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di membri delle forze del governo sudanese e delle forze di opposizione nella zona del Jebel Marra;

15.  invita il SEAE e la Commissione a sorvegliare da vicino l'assistenza allo sviluppo dell'UE in Sudan al fine di evitare qualsiasi sostegno diretto o indiretto alle milizie locali e ad assicurare che le RSF che pattugliano le frontiere del Sudan con l'Egitto e la Libia non dichiarino di combattere la migrazione illegale a nome dell'UE;

16.  esorta la Commissione e gli Stati membri interessati a garantire la completa trasparenza circa il progetto in merito a una migliore gestione della migrazione con il Sudan, compresi tutte le attività previste e i beneficiari di finanziamenti UE e nazionali, e ad elaborare una relazione completa sulla visita di una delegazione tecnica dell'UE in Sudan nel maggio 2016;

17.  invita l'UE e i suoi Stati membri a garantire che il Parlamento sia pienamente informato in merito al dialogo instaurato nell'ambito del processo di Khartoum e che le attività finanziate dal Fondo fiduciario UE-Africa, in particolare quelle volte a sviluppare le capacità del governo del Sudan, siano eseguite in piena conformità con gli accordi esistenti, garantendo che il rispetto degli obblighi internazionali e delle leggi sia pienamente trasparente per i cittadini e la società civile nell'UE e in Sudan;

18.  rileva con preoccupazione la persistente e frequente violazione dei diritti delle donne in Sudan, e in particolare dell'articolo 152 del codice penale, ed esorta le autorità sudanesi a firmare e a ratificare in tempi brevi la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna;

19.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al governo del Sudan, all'Unione Africana, al Segretario generale delle Nazioni Unite, ai Copresidenti dell'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE, al Parlamento panafricano e all'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche.

Avviso legale