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Economia della cultura

Siamo parte di un territorio, di una comunità, intesi come un sistema materiale ed immateriale di valori, identità, usi, costumi, tipicità, simboli, segni, vincoli, storia. Siamo eredi e costruttori di tutto ciò che si tesaurizza meravigliosamente in ciò che chiamiamo Cultura. Territorio e Comunità sono un organismo  vivente, dinamico, interattivo. Un nous finalizzante di cui avere cura.

Per trasformare la Cultura ed il patrimonio che sa creare, in un volano di sviluppo economico, diventa indispensabile adottare un modo ordinato di ragionamento, un approccio progettuale integrato e partecipativo. Il piano di lavoro che propongo si declina nella correlazione tra Cultura e le tre grandi macro aree simboliche della vita dell’umanità: società, ambiente ed economia.  

Nella prima vi è il rapporto tra cultura e società e chiama in causa la sociologia che ci aiuta a conoscere il “capitale sociale”, le diverse forme attraverso le quali le comunità sono articolate in senso politico (le istituzioni di rappresentanza, di governo, il sistema legislativo) e in senso espressivo (artistico, scientifico, ecc.).
La seconda grande macro area mette in relazione cultura e natura e questo chiama in causa discipline come l’antropologia, dove il rapporto non più solo tra individui ma anche tra individui e l’ambiente nel quale sono inseriti. Città, campagna, periferia, aree interne, gruppi sociali, edificano schemi culturali in relazione ai contesti ambientali e comunità di vita.  
La terza macro area, tema del programma europeo 2018 per la valorizzazione del patrimonio culturale, mette in relazione cultura e sviluppo, e questo è il campo dell’economia.

Provando ad immaginare un ambito nel quale la parola cultura è anche economia, lì troveremo bellezza, armonia, solidarietà, valori condivisi, etica, comunità di progetto. La Bellezza allora diventa un prodotto/servizio che si trasforma da ammirazione ed estasi, in studio ed equazione economica. “La bellezza salverà il mondo”, faceva dire Dostoevskij al principe Mynskin nel romanzo l’idiota, e su questo frame sembra che ci siamo un po’ adagiati, in attesa di un evento esoterico-mistico, esterno a noi.

Già Salvatore Settis, nei suoi saggi, denunciava questa posizione di attesa di un messia culturale che avrebbe  risolto i problemi dell’umanità al posto nostro. La storia ci dimostra invece, che non è la bellezza a salvare il mondo ma sono gli uomini e le loro azioni, le loro decisioni a salvare la bellezza/cultura. Basterebbe accennare al perverso modo in cui le guerre non si combattono più soltanto tra eserciti ma distruggendo patrimoni culturali universali.
“Il noi-mondo salverà la bellezza”, anche nelle nostre comunità locali, nelle nostre attività quotidiane. Iniziamo a ridare cittadinanza alla Cultura, imparando a riconoscere la sua bellezza intesa come equilibrio, armonia, relazioni e potenzialità economiche e poi farla vivere e darle spazio.

Italo Calvino chiudeva “Le città invisibili” con parole memorabili, dando prima una definizione di inferno che potremmo identificare come la riflessione da cui partire: "L’inferno dei viventi, non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme". E poi indicando due possibili soluzioni: "Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio".

Dobbiamo allora cercare e riconoscere la Cultura e darle spazio. Patrimonio culturale è archeologia, architettura, arte, ma anche quel “Luogo” nel quale si tutelano le identità locali, si riproducono relazioni sociali di senso e si scrive la storia. In questo “inferno” noi non siamo tra quelli che lo accettano e si rassegnano, ma tra quelli che costruiscono modelli di sviluppo partecipativo, valorizzano i saperi tradizionali e sanno fare innovazione, consolidano partenariati di sviluppo, creano reti di impresa, progettano piani di sviluppo integrato e sanno anche porre attenzione alla sostenibilità ambientale. La cultura, con tutte le sue espressioni, non è più soltanto un concetto estetico da contemplare ma diventa un valore economico, un bene comune, il profitto migliore per tutti.

Una priorità su cui impegnare la programmazione europea, anche sul modello del Community-Led Local Development, è quella di potenziare il riconoscimento di istituzioni, non soltanto politiche, che si fanno portavoce, a livello di comunità locali, di Cultura in senso sociale, ambientale ed economico.

Arduino Fratarcangeli, Forum Terzo Settore Lazio