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La battaglia di Bruxelles

Introduzione

I dodici mesi che raccontiamo in questo volume, dal 1° gennaio al 31 dicembre 2011, rappresentano la fase più acuta della Grande Crisi che a partire dal 2010 si abbatté sull'Europa e sull'Italia, e che peraltro non è ancora conclusa. In quell’anno, la mappa del potere nel Vecchio Continente venne ridisegnata in profondità.

In quei mesi si verificarono eventi davvero straordinari. Un piccolo paese, come la Grecia, il cui PIL è pari a quello della provincia di Vicenza, è riuscito a trascinare nel vortice della recessione un intero Continente. La Germania, dopo la lunga e, a tratti, tragica fase del direttorio Merkel-Sarkozy, riconquistò il proprio posto di perno della politica e dell'economia europea, circondata dai suoi fedeli alleati nordici che condividono con lei l’etica del rigore finanziario. La Francia, tramontati i sogni di grandeur di Sarkozy, sprofondò, invece, nel girone dei «peccatori», dei paesi che hanno abbandonato la retta via dell'austerity. «Parigi e Roma sono i bambini problematici dell’Eurozona» ha detto con il consueto tono sprezzante, a fine 2014, il presidente della Bundesbank, il «falco» Jens Weidmann, mostrando in quanta considerazione l’establishment finanziario tedesco tenga i principali partner europei.

Senza voler tacere le evidenti responsabilità politiche e i colpevoli ritardi di molti paesi europei, fra i quali l’Italia e, soprattutto, la Grecia, oggi risulta del tutto evidente che l’«Europa tedesca» non fu all'altezza della sfida che la congiuntura negativa poneva all'Unione. La Germania della Merkel evitò con ostinazione di affrontare il nodo di fondo, cioè la creazione di un potente «scudo» anti-crisi dotato di fondi potenzialmente illimitati in grado di scoraggiare la speculazione. Impose, invece, agli europei un doloroso cilicio di regole e di controlli che non avrebbe risolto il problema del contagio, ma al contrario l’avrebbe reso più acuto, bloccando la crescita europea per molti anni. L’«ideologia tedesca» del rigore fallì l'obiettivo di stabilizzare l'Eurozona, ma  riuscì ugualmente, a conclusione di questo tormentato processo, ad imporsi come pensiero unico in Europa.

Il «peccato originale» della crisi del debito è stato individuato da molti economisti - e per primo da Jean-Claude Trichet, ex presidente della BCE - nello sciagurato Patto di Deauville dell’ottobre 2010 fra Angela Merkel e François Sarkozy. Un'intesa che introdusse in Europa, per volontà tedesca, una forma di default pilotato per i paesi in difficoltà, creando un clima di sfiducia fra i creditori ed aprendo la strada al contagio della crisi greca ad Irlanda e Portogallo. Fu solo il primo anello di una catena davvero impressionante di errori fatali della coppia franco-tedesca. I due dirigenti europei non hanno mai avuto la stoffa di alcuni dei loro predecessori, come  Helmut Kohl e François Mitterrand. E forse di questo non se ne può far loro una colpa, essendo figli dei loro tempi, assai poco eroici. Ad «Angela» e «François» mancò soprattutto una «visione» politica, cioè la capacità propria dei grandi statisti di immaginare un futuro e di indicare una direzione di marcia. Il loro orizzonte non è mai stato lo sviluppo di un grande progetto europeo, ma il successo elettorale in casa propria. Obiettivo che la Merkel riuscì pienamente a centrare, ma che Sarko fallì.

La nuova fiammata della crisi del debito, nell’estate 2011, e la sua improvvida gestione da parte di Berlino, Parigi e Bruxelles,  generarono divisioni che ancora oggi lacerano l’Europa. Il disastro economico e il dissesto sociale di molti paesi ne sono le conseguenze più dolorose. Ma la ferita più difficile da rimarginare è forse anche la meno evidente: è quell'astioso sentimento di  rivalsa e di sfiducia reciproca che si è ormai diffuso fra tutti i popoli e i paesi del Vecchio Continente. L'eclissi del principio di solidarietà e l’assenza di una dimensione politica e culturale dello stare insieme ha determinato la rinascita di antichi pregiudizi, di stereotipi, di secolari diffidenze, che avevano già segnato la storia tragica del Novecento. In un paio di anni, fra il 2011 e il 2012, l’Europa ha cancellato il proprio futuro, azzerando i progressi che aveva compiuto in più di 60 anni e lasciando una sconfinata prateria politica, nuova terra di conquista per populisti e il nazionalisti di ogni genere.

Di fronte ad una UE che in quel 2011 sembrava in preda ad una cieca furia auto-distruttrice, neanche le pressioni del presidente Obama riuscirono a cambiare il corso degli eventi. La Casa Bianca, preoccupata per un possibile ritorno di fiamma dal Vecchio Continente della crisi finanziaria, in quei mesi ebbe frequentissimi contatti con i dirigenti europei. I suoi ripetuti tentativi di convincere la Germania a cedere sul potenziamento del Fondo salva-Stati europeo, si infransero contro il muro della Cancelliera e della Bundesbank. Obama, al vertice di Cannes del 4 novembre, riuscì a mettere alle strette Angela Merkel fino farla piangere, ma non a farla cedere di un millimetro dalle sue posizioni. Era anche questo il segno di tempi nuovi, la misura del declino del potere finanziario, politico e militare degli Stati Uniti. La Super-Potenza americana, ormai dismessa la divisa di «gendarme del mondo», nel 2011 dovette fare i conti con problemi drammatici, come il rischio di fiscal cliff, il baratro fiscale, e l’onta della perdita della «Tripla A».

Del resto, la Grande Crisi ha messo a nudo una inequivocabile realtà: gli equilibri geopolitici del Pianeta si stavano ridisegnando, in un processo non ancora concluso. Ad Oriente si affermava nuove, potenti economie, come la Cina e l’India, capifila dei cosiddetti BRICS, mentre in Europa, 60 anni dopo la fine della II Guerra Mondiale, il paese che l’aveva scatenata e perduta tornava ad essere il fulcro economico e politico dell'intero Continente.

Uno sconvolgimento globale come quello che si produsse in quei mesi, fu un’occasione irripetibile, in Italia e all'estero, per i cultori del genere «complottista». Ma la tesi di un Grande Vecchio che muove i fili del caos planetario per realizzare un progetto di potere a vantaggio di un’oligarchia finanziaria o politica, non riesce a spiegare le ragioni reali di quella crisi. Il cui senso più profondo è esattamente l’opposto. E’ cioè la perdita dei tradizionali punti di riferimento, l’assenza di consolidate leadership europee e mondiali in grado di indicare una rotta all’Occidente in preda alla più grave recessione dal Secondo Dopoguerra. La politica in quegli anni perse ogni potere di controllo sulla grande finanza e l'anarchia dei mercati, alla fine, prese il sopravvento sulle scelte della politica. Forse neanche Obama fu all’altezza di alcuni dei suoi più illustri predecessori, ma riuscì, comunque, a tirar fuori il suo paese dalle secche nelle quali si era incagliato. Gli europei non seppero neanche far questo. La risposta europea alla crisi fu un «si salvi chi può», al termine del quale riuscì a salvarsi solo la Germania, insieme ad alcuni dei suoi alleati del nord.

L’Italia, per i suoi storici ritardi legati al corporativismo e alla perdita di competitività, aggravati dall’altissimo debito pubblico, si trovò ad essere l’epicentro del sisma che sconvolse l’intero continente.

[…] Proprio la ricerca delle ragioni della caduta del governo Berlusconi ha prodotto vari filoni interpretativi, alcuni dei quali particolarmente interessanti perché scritti da protagonisti o testimoni autorevoli di quegli eventi. Il teorema più noto è quello del «complotto» anti-Berlusconi, ordito grazie ad una triangolazione Deutsche Bank-Markel-Napolitano, del quale parla diffusamente Brunetta nei suoi numerosi scritti sull’argomento e che il Cavaliere ha fatto proprio. E’ una tesi suggestiva, ma ha evidenti finalità auto-assolutorie e presenta numerose contraddizioni e incongruenze. C’è poi la tesi di Bini Smaghi, all’epoca membro del board della BCE, che attribuisce la caduta del governo alla minaccia del premier di portare l’Italia fuori dall’euro. E, ancora, il racconto di Giulio Tremonti, nel suo Bugie e Verità. Secondo l’allora ministro dell’Economia, il suo diniego ad accettare le condizioni imposte da Germania e Francia per la contribuzione dell’Italia al Fondo salva-Stati sarebbe stato all’origine della fine dell’esecutivo di centro destra. Nuova linfa alle teorie «dietrologiche» venne infine dalla pubblicazione di Stress Test, il libro scritto dall’ex segretario al Tesoro americano, Tim Geithner, dove si parla di un piano che alcuni dirigenti europei gli sottoposero nell’autunno 2011 per far fuori Berlusconi. Un piano però non privo di contraddizioni, come spiegheremo, ma che ben descrive il clima da homo homini lupus che regnava in quei mesi in Europa.

Ed è proprio questo il solo punto comune a tutte le ricostruzioni. La descrizione di un’Europa impegnata in un’opera sistematica di autolesionismo ed in un esercizio smisurato di egoismo. Tale certamente parve al pragmatico Geithner nelle sue varie missioni nel Vecchio Continente per conto di Obama. Un’Europa nella quale la credibilità del governo italiano – e, di conseguenza, dell'intero paese – era precipitata a livelli prima di allora sconosciuti.

[…] C’è, tuttavia, da ricordare, in proposito, che in quei mesi di andava sviluppando nel Vecchio Continente una cultura autoritaria, fondata su un presunto «diritto d’ingerenza» che l'asse Merkel-Sarkozy riteneva di avere nei confronti dei paesi economicamente più fragili. L’effetto fu la nascita di una democrazia europea «a due velocità»: una piena e legittima, per i paesi ricchi e finanziariamente stabili, l’altra «a sovranità limitata» per gli Stati in difficoltà.

Sull’onda della drammatica emergenza di quell’autunno 2011, quando i grandi gruppi bancari transnazionali già si preparavano ad affrontare il collasso della moneta unica, era ritenuto del tutto naturale che le sorti dei governi della Grecia e del Portogallo venissero decise a Berlino o a Bruxelles; o che il referendum ellenico sull’austerità annunciato dal premier eletto Papandreou, venisse fatto abortire nel chiuso di una stanza a Cannes, per decisione non del primo ministro greco, ma di Merkel, Sarkozy e Barroso;  o, ancora, che il capo dell’Eliseo ritenesse un suo diritto volare a Roma, insieme ad «Angela», per sostenere la candidatura di Mario Monti, rischiando in tal modo seriamente di farla saltare. Tutto veniva giustificato in nome della presunta «esigenza superiore» di salvare la moneta unica. In quei mesi, in sostanza, si andava affermando il principio che, in nome della stabilità dell'euro, tutto potesse essere mortificato e cancellato: anche la democrazia, che è uno dei valori fondanti dell'Unione europea.

Tutte queste vicende, e molte altre ancora, sono raccontate nelle pagine che seguono. Pagine che hanno l'aspetto di un diario, articolato nell’arco di 12 mesi. In parte si tratta effettivamente di una cronaca quasi quotidiana degli eventi che si andavano sviluppando fra Italia ed Europa, dal momento che di molti degli avvenimenti raccontati - certamente dei più rilevanti - ho avuto occasione di essere testimone diretto.

Uno dei motivi che mi hanno spinto a mettere nero su bianco l’esperienza straordinaria che ho avuto l’opportunità di vivere in quegli anni come corrispondente europeo e inviato del Giornale Radio è stato il desiderio di fissare in un testo scritto quella disordinata congerie di materiale grezzo e «volatile» messa insieme nel corso della crisi, che altrimenti sarebbe andata dispersa e che, invece – mi auguro -  può essere utile a ricostruire lo spirito di quel tempo: si tratta di appunti, ricordi di indiscrezioni e conversazioni informali, flash di agenzie di stampa, effimeri articoli apparsi su giornali online, ed altro. Materiale che consente di dare vita e colore ad un racconto che diversamente rischierebbe di diventare un’arida e fredda elencazione di una sequenza di avvenimenti.

Ho posto, però, la massima cura ad evitare di scrivere qualcosa che somigliasse ad un libro di memorie. Così come non ho ceduto neanche per un istante alla presunzione di raccontare la presunta «vera storia della crisi», di cui sono piene le edicole e le librerie. L’ambizione delle pagine che seguono è semmai quella di offrire al lettore una ricostruzione attendibile e documentata degli avvenimenti di quell'anno, e di dar loro un senso compiuto. Un lavoro di «ricucitura» e di reinterpretazione di quegli eventi, che oggi può avvalersi di una mole davvero imponente di ricostruzioni e testimonianze dirette di alcuni dei protagonisti di quella stagione, oltre che di libri, di interviste e di articoli pubblicati sulla stampa italiana e soprattutto straniera o trasmessi da radio e televisioni.

Questi nuovi contribuiti mi hanno portato a rivedere giudizi e pregiudizi che in origine mi apparivano come certezze inconfutabili, a riformulare tesi e teorie che credevo definitive. Cercare di restituire ad un racconto così complesso una logica e una coerenza interna è stata la sfida più difficile delle pagine che seguono. Sfida resa più complessa dalla vibrante attualità di quegli avvenimenti, che in larga misura sono parte integrante del nostro presente – basti pensare al dramma infinito della Grecia - e interpellano ancora le nostre coscienze di europei.