Un’industria tessile davvero equa?  

 
 

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Il disastro di Rana Plaza a Dhaka in Bangladesh, avveniva quasi quattro anni fa. Oltre 1100 morti e 2500 i feriti nel crollo di un palazzo che ospitava decine di laboratori impiegati nella produzione di abiti per alcune dei più grandi marchi internazionali di moda. Giovedì il Parlamento ha votato a favore di una risoluzione per assicurare che i capi acquistati nei negozi non siano il risultato di violazioni dei diritti umani, della salute e dignità dei lavoratori.

Il commercio della moda globale è un settore estremamente competitivo con un fatturato di circa 2,86 trilioni di euro e oltre 75 milioni lavoratori. Da sola l’Asia conta ad oggi  il 58,4% di esportazioni tessili nel mondo (OMC). Questo soprattutto grazie a costi di produzione molto bassi. Oltre il 70% delle importazioni UE di prodotti tessili e di abbigliamento provengono proprio dal continente asiatico (Briefing EPRS).


La costante ricerca di prezzi di produzione minori e di tempi di consegna più brevi si traduce spesso in condizioni di lavoro poco attente agli standard internazionali.


La tragedia del Rana Plaza nel 2013 ha focalizzato l'attenzione sulle condizioni di lavoro nel settore e ha dato vita ad una serie di iniziative, sia a livello nazionale che sotto forma di volontariato.


Nella risoluzione adottata il 27 Aprile, i membri della Commissione per lo Sviluppo sostenibile invitano la Commissione a proporre un sistema di dovuta diligenza vincolante per le imprese dell'UE che delocalizzano la produzione in altri Paesi. Ciò significa che le aziende sono obbligate a far si che le linee guida dell'OCSE e le norme internazionali sui di diritti umani e sociali vengano rispettate durante lungo tutta la catena di produzione.


“Se non abbiamo uno schema preciso che renda chiaro come le aziende devono agire ... se ci affidiamo unicamente all’impegno volontario delle imprese, allora non vedremo mai un vero e proprio rispetto dei diritti dei lavoratori, dei diritti umani e dei diritti sociali”, afferma la relatrice Lola Sánchez Caldentey (ES, GUE / NGL).


Nella risoluzione appena approvata si parla inoltre di introdurre incentivi ed etichette speciali per i tessuti prodotti in modo sostenibile.

Fact box 
  • Quanto spendiamo in abbigliamento ogni anno? In Portogallo si spendono circa 497 euro all’anno in capi d’abbigliamento, meno della metà del Lussemburgo e sei volte più della Bulgaria. http://www.eea.europa.eu/data-and-maps/daviz/per-capita-household-expenditure-on#tab-chart_2 Quanto spendiamo in abbigliamento ogni anno? In Italia si spendono circa 926 euro all’anno in capi d’abbigliamento, appena sotto l’Austria con 978 e quasi il doppio della Grecia.