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Come contrastare il potere della disinformazione

Tornata Articolo - Istituzioni / Relazioni esterne10-04-2017 - 18:28
 

Sempre di si sente parlare di notizie false, o “fake news”, che sui social media, ma non solo, creano disinformazione. Quasi la metà dei cittadini dell'UE (circa il 46% nel 2016) si informano sui social media senza controllare l’attendibilità delle fonti: sei notizie su dieci vengono condivise senza esser state lette. Anche la propaganda politica e i discorsi d’odio vengono diffusi on-line, tanto da spingere il Parlamento a cercare una soluzione in un dibattuto in seduta plenaria il 5 Aprile.


Cosa sono le “fake news”:

  • storie deliberatamente inventate (disinformazione e bufale) vendute al pubblico come se fossero notizie giornalistiche vere con l'obiettivo di manipolare i lettori;
  • è un fenomeno antico, ma i social media con i loro strumenti di personalizzazione e condivisione ne hanno accelerato la diffusione;
  • l’Oxford English Dictionary, ha eletto “post-verità” la parola dell’anno 2016 di cui le notizie false fanno parte;
  • Le “notizie false” divenute virali hanno coinvolto gli utenti Facebook molto più che le notizie reali riguardanti gli ultimi tre mesi della campagna elettorale per le elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016. Una tra tante fu quella secondo cui il Papa Francesco avrebbe appoggiato la candidatura di Donald Trump, rivelatasi una bufala.


Perché le “fake news” vengono create e poi diffuse:

  • “clickbait” o anche “acchiappa - click”, sono quei contenuti online il cui scopo principale è attirare l'attenzione dell’internauta e generare traffico verso una determinata pagina web, quindi produrre guadagni dalle pubblicità;
  • “disinformazione” attraverso contenuti ingannevoli creati appositamente per influenzare l’opinione del lettore. L'obiettivo è quello di minare avversari politici e questa pratica viene utilizzata sia dallo Stato (ad esempio la Russia nella sua guerra ibrida contro l'Ucraina) e gli attori non statali (come nella campagna elettorale USA).



Cosa può fare l’UE

Come dimostrato dal dibattito in plenaria mercoledì, non v'è accordo in Parlamento su come affrontare meglio la proliferazione di discorsi d’odio e di false notizie on-line.


Alcuni membri preferiscono un sistema di auto-regolamentazione, altri invece prediligono il ricorso ad azioni legali e multe.


Per esempio la deputata slovena Tanja Fajon (S&D) ha accolto con favore il Codice di condotta della Commissione contro i discorsi d’odio online, ma ha comunque invitato il Parlamento a prendere in considerazione anche le misure legislative con tanto di sanzioni da infliggere a coloro che non eliminano le false notizie o i contenuti illegali da internet. Della stessa opinione è il deputato austriaco Josef Weidenholzer (S&D) ha appoggiato tale posizione ribadendo che: “il Codice di condotta è un’iniziativa importante, ma le norme volontarie non bastano”


La deputata tedesca Monika Hohlmeier (PPE) ha parlato a favore della lotta alle notizie false per mezzo di leggi appropriate: “Abbiamo la libertà di opinione, ma non abbiamo fatti alternativi, solo fatti. E’ essenziale adottare misure legali a livello europeo in modo da poter reagire in modo efficace “.


“Nessuna tecnologia può prendere le difficili decisioni necessarie ad individuare l’incitamento all’odio.” ha affermato la tedesca Julia Reda (Greens/EFA). “Facendo affidamento esclusivamente sulla tecnologia, non aiutiamo le vittime, ma invece mettiamo a tacere la libertà di espressione “, ha avvertito. Secondo lei dunque sarebbe meglio investire di più nella legge per quanto riguarda il discorso d’odio rendendo più facile segnalarli.


Altri deputati invece criticato aspramente entrambe le scuole di pensiero, etichettandole come tentativi di imbavagliamento di Internet, censurando il libero scambio di opinioni politiche differenti come i “ministeri della verità” orwelliani.


“La censura non è un'alternativa dal momento che stiamo cercando di rendere lo stato di diritto funzionante online”, ha affermato l’eurodeputata dell’Olanda Marietje Schaake (ALDE) aggiungendo che: “Non mi rassicura comunque che la Silicon Valley o Mark Zuckerberg siano di fatto gli artefici delle nostre realtà e delle nostre verità”.


Anche il deputato inglese Andrew Lewer (ECR,) ha espresso le proprie perplessità a riguardo: “Chi decide cosa sono i discorsi d’odio? “, ha detto, per poi lanciare un avvertimento contro la censura aggiungendo che “mentre la battaglia contro i discorsi d’odio può sembrare lodevole, senza le dovute precauzioni può portare alla censura”.


Per qualcuno il problema sarebbe ancora più ampio, ben oltre l’Intenet.


Secondo la tedesca Martina Michels (GUE / NGL) sarebbe quanto mai ingenuo credere che il problema possa risolversi con un regolamento: “Se si dà un'occhiata alle cause del populismo, dei discorsi d’odio ecc., ci si accorge che queste non sono su Internet (...) si trovano nella società stessa ed è proprio il clima sociale che dovremo cambiare “.

RIF. : 20170331STO69330