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Dossier immigrazione illegale

Immigrazione - 25-06-2008 - 18:59
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Immigrati illegali detenuti in un centro

Il dossier immigrazione bussa alle porte dell'Europa

Il compromesso raggiunto fra Parlamento europeo e Consiglio sulla direttiva per il rimpatrio degli immigrati irregolari presenti in Europa ha avuto il disco verde dell'Aula lo scorso 18 giugno. La legge, che rappresenta un passo concreto verso una politica europea dell'immigrazione, incoraggia il rientro volontario degli immigrati illegali e fissa gli standard minimi per il loro trattamento.

In questo focus presentiamo una serie di pezzi che fanno il punto della situazione, dalle prime discussioni in commissione parlamentare fino all'approvazione in plenaria. Ogni storia è collegata al focus sulla visita di una delegazione parlamentare ai centri di permanenza immigrati in Danimarca.
 
Attualmente il Parlamento sta affrontando altre misure collegate alla problematica, come la direttiva della cosiddetta Blue Card e quella sulle regole per scoraggiare e punire chi impiega lavoratori irregolari.
 
 
RIF.: 20080625FCS32672

Immigrazione illegale: approvata la direttiva rimpatri

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© Belga/AFP

Il Parlamento ha approvato un compromesso con il Consiglio sulla direttiva che costituisce una prima tappa verso una politica europea dell'immigrazione. Promuovendo il ritorno volontario degli immigrati illegali, stabilisce norme minime sulla durata e sulle condizioni di detenzione temporanea e sul divieto di reingresso nonché una serie di garanzie giuridiche. Gli Stati membri restano liberi di applicare misure più favorevoli. L'esito del voto consente l'adozione definitiva della direttiva.
 
Approvando con 369 voti favorevoli, 197 contrari e 106 astensioni la relazione di Manfred WEBER (PPE/DE, DE) che accoglie il compromesso negoziato con il Consiglio, il Parlamento ha adottato definitivamente la direttiva che stabilisce norme e procedure comuni da applicarsi negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di paesi terzi in posizione irregolare, nel rispetto dei diritti fondamentali e del diritto internazionale, compresi gli obblighi in materia di protezione dei rifugiati e di diritti umani. Con 114 voti favorevoli, 538 contrari e 11 astensioni, il Parlamento non ha accolto la proposta di Verdi e GUE/NGL di respingere in toto la proposta di direttiva. Ha inoltre respinto gli emendamenti di questi gruppi e del PSE, volti a rendere il testo più favorevole alle persone interessate da una decisione di rimpatrio.
 
La direttiva incoraggia il ritorno «volontario», stabilisce la durata massima di detenzione e definisce degli standard minimi da garantire per le condizioni di vita nei centri di accoglienza. Il testo prevede inoltre talune garanzie e la possibilità di ricorso a favore delle persone espulse. Queste, inoltre, potrebbero vedersi imporre un periodo di "divieto di reingresso" durante il quale non potranno accedere nuovamente nel territorio dell'UE. La direttiva impone agli Stati membri il divieto di introdurre norme meno favorevoli, lasciandoli liberi tuttavia di applicarne di più favorevoli e affida loro la responsabilità di regolarizzare o meno gli immigrati illegali. Sottolinea peraltro la necessità di accordi comunitari e bilaterali di riammissione con i paesi terzi. Gli Stati membri dovranno attuare le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva entro 24 mesi dalla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
 
Campo d'applicazione
 
La direttiva si applica ai cittadini di paesi terzi in posizione irregolare nel territorio di uno Stato membro, il quale può però decidere di escluderne i cittadini di paesi terzi sottoposti a respingimento alla frontiera, ovvero fermati o scoperti dalle competenti autorità in relazione all'attraversamento irregolare della frontiera esterna di uno Stato membro, e che non hanno successivamente ottenuto un'autorizzazione o un diritto di soggiorno. Come pure a quelli sottoposti a rimpatrio come sanzione penale o come conseguenza di una sanzione penale, in conformità con la legislazione nazionale, o sottoposti a procedure di estradizione. Non si applica, comunque, alle persone beneficiarie del diritto comunitario alla libera circolazione.
 
Il testo precisa d'altra parte che, in conformità dei principi generali del diritto comunitario, le decisioni adottate in base alla direttiva «dovrebbero essere applicate caso per caso e tenendo conto di criteri obiettivi, non limitandosi quindi a prendere in considerazione il semplice fatto del soggiorno irregolare».
 
Disposizioni più favorevoli e principio di "non refoulement"
 
La direttiva, inoltre, lascia impregiudicate le disposizioni più favorevoli vigenti in forza di accordi bilaterali o multilaterali tra la Comunità, o la Comunità e i suoi Stati membri, e uno o più paesi terzi, nonché di accordi bilaterali o multilaterali tra uno o più Stati membri e uno o più paesi terzi. Non inficia, poi, le disposizioni più favorevoli ai cittadini di paesi terzi previste dall'acquis comunitario in materia di immigrazione e di asilo, né la facoltà degli Stati membri di introdurre o mantenere disposizioni nazionali più favorevoli, purché siano «compatibili con le norme» stabilite dalla direttiva.
 
Quando applicano la direttiva, è anche precisato, gli Stati membri devono tenere nella dovuta considerazione l'interesse superiore del minore, la vita familiare, le condizioni di salute del cittadino di un paese terzo interessato, e devono rispettare il principio di "non-refoulement".
 
Partenza volontaria
 
In base al compromesso, una decisione di rimpatrio deve anzitutto fissare «un periodo congruo» per la partenza volontaria che abbia una durata compresa tra sette giorni e trenta giorni e, se la legislazione nazionale prevede  che tale periodo sia concesso unicamente su richiesta, devono informare gli interessati di questa possibilità. Il periodo previsto, comunque, non esclude la possibilità di partire prima. E' inoltre possibile prorogare tale periodo per tenere conto delle circostanze specifiche del singolo caso, quali «la durata del soggiorno, l'esistenza di figli che frequentano la scuola e l'esistenza di altri legami familiari e sociali».
 
Per la durata del periodo in questione, possono essere imposti obblighi diretti a evitare il rischio di fuga, come l'obbligo di presentarsi periodicamente alle autorità, la costituzione di una garanzia finanziaria adeguata, la consegna dei documenti o l’obbligo di dimorare in un determinato luogo. D'altro canto, se sussiste il rischio di fuga o se una domanda di soggiorno regolare è stata respinta in quanto manifestamente infondata o fraudolenta o se l'interessato costituisce un pericolo per la sicurezza pubblica, l'ordine pubblico o la sicurezza nazionale, gli Stati membri «possono astenersi dal concedere un periodo per la partenza volontaria o concederne uno inferiore a sette giorni».
 
Decisione di rimpatrio e allontanamento
 
Gli Stati membri dovranno adottare tutte le misure necessarie per eseguire una decisione di rimpatrio qualora non sia stato concesso un periodo per la partenza volontaria o per mancato adempimento dell’obbligo di rimpatrio entro il periodo per la partenza volontaria. La direttiva precisa che se gli Stati membri ricorrono - «in ultima istanza» - a misure coercitive per allontanare un cittadino di un paese terzo che oppone resistenza, tali misure dovranno essere «proporzionate», non potranno eccedere «un uso ragionevole della forza» e dovranno essere attuate, conformemente a quanto previsto dalla legislazione nazionale, «in ottemperanza ai diritti fondamentali e nel debito rispetto della dignità e dell'integrità fisica del cittadino».

L'allontanamento, d'altra parte, può essere rinviato per tenere conto delle condizioni fisiche o mentali della persona e delle ragioni tecniche, come l'assenza di mezzi di trasporto o l'assenza di identificazione. Inoltre, prima di adottare una decisione di rimpatrio nei confronti di un minore non accompagnato, dovrà essere fornita un'assistenza da parte di organismi appropriati tenendo nel debito conto l'interesse superiore del minore. E prima di allontanarlo dal loro territorio, le autorità dello Stato membro dovranno accertarsi che questi «sarà ricondotto ad un membro della sua famiglia, a un tutore designato o presso adeguate strutture di accoglienza nello Stato di ritorno».
 
Divieto di reingresso per un massimo di cinque anni
 
La direttiva prevede che provvedimenti di allontanamento comportino un divieto di reingresso per una durata che non può superare cinque anni se non è stato concesso il periodo di ritorno volontario o se l'obbligo di rimpatrio non è stato rispettato. D'altra parte, è prevista la possibilità di prolungare oltre i cinque anni tale divieto se il cittadino in questione «rappresenta una grave minaccia per l'ordine pubblico, per la sicurezza pubblica o per la sicurezza nazionale». Gli Stati membri possono però astenersi dall'imporre un divieto di ingresso, revocarlo o sospenderlo in singoli casi, per motivi umanitari o per altri motivi.
 
Garanzie procedurali e mezzi di ricorso
 
La decisione di rimpatrio e - se prese - la decisione di divieto di ingresso e la decisione di allontanamento dovranno essere adottate in forma scritta, dovranno essere motivate e informare sulle modalità di impugnazione disponibili. Se richiesto, gli Stati membri sono anche tenuti a tradurre (per iscritto o oralmente) i principali elementi delle decisioni «in una lingua comprensibile per il cittadino» interessato. A determinate condizioni, sarebbe possibile non procedere di sorta nel caso di persone entrate illegalmente nel territorio di uno Stato membro e che non hanno successivamente ottenuto un'autorizzazione o un diritto di soggiorno in tale Stato.
 
Alla persona interessata, dovranno essere concessi «mezzi di ricorso effettivo» contro le decisioni connesse al rimpatrio, o per chiederne la revisione dinanzi ad un'autorità giudiziaria o amministrativa competente e indipendente che avrebbero la facoltà di rivedere decisioni, «compresa la possibilità di sospenderne temporaneamente l'esecuzione, a meno che la sospensione temporanea sia già applicabile ai sensi del diritto interno». Il cittadino deve inoltre avere la facoltà di farsi consigliare e rappresentare da un legale e può, se necessario, avvalersi di un’assistenza linguistica. Se non dispone di risorse sufficienti, gli Stati membri, su sua richiesta, devo garantire un'assistenza legale gratuita in base alla pertinente normativa nazionale in materia e alle condizioni fissate dalla direttiva europea sulle procedure in materia di asilo.
 
Prima del rimpatrio, gli Stati membri devono come regola generale provvedere affinché si tenga conto il più possibile di alcuni principi, quali il mantenimento dell'unità del nucleo familiare per quanto riguarda i membri della famiglia presenti nel territorio, le prestazioni di pronto soccorso e il trattamento essenziale delle malattie, la garanzia di accesso al sistema educativo di base per i minori, «tenuto conto della durata del soggiorno», e la presa in considerazione delle esigenze particolari delle persone vulnerabili.

Permanenza per massimo sei mesi, prolungabile di altri dodici
 
Salvo se nel caso concreto possano essere efficacemente applicate altre misure sufficienti ma meno coercitive, la direttiva consente agli Stati membri di trattenere il cittadino di un paese terzo sottoposto a procedure di rimpatrio «soltanto per preparare il rimpatrio e/o effettuare l'allontanamento». In particolare quando sussiste un rischio di fuga o il cittadino del paese terzo evita o ostacola la preparazione del rimpatrio o dell'allontanamento. La direttiva prevede che il trattenimento avvenga di norma in appositi centri di permanenza temporanea ma, qualora ciò non sia possibile e non resta che ricorrere a un istituto penitenziario, «i cittadini di paesi terzi trattenuti sono tenuti separati dai detenuti ordinari».
 
Tale trattenimento, disposto dalle autorità amministrative o giudiziarie, deve avere una durata «quanto più breve possibile ... solo per il tempo necessario all'espletamento diligente delle modalità di rimpatrio». Spetta a ciascuno Stato membro stabilire un periodo limitato di trattenimento che, comunque, «non può superare i sei mesi». Il periodo fissato dalla legislazione nazionale, tuttavia, può essere prolungato per un periodo limitato «non superiore ad altri dodici mesi» nei casi in cui, nonostante siano stati compiuti tutti gli sforzi che è lecito aspettarsi, l'operazione di allontanamento rischia di durare più a lungo «a causa della mancata cooperazione da parte del cittadino di un paese terzo o dei ritardi nell'ottenimento della necessaria documentazione dai paesi terzi».
 
Anche per la decisione di trattenimento vi deve essere la possibilità di presentare ricorso e, in ogni caso, questa deve essere soggetta a riesame periodico. Il cittadino del paese terzo deve essere liberato immediatamente se non esiste più alcuna prospettiva ragionevole di allontanamento per motivi di ordine giuridico o per altri motivi e «se il trattenimento non è legittimo».
 
Condizioni di vita nei centri di permanenza temporanea
 
I cittadini trattenuti in un centro, su richiesta, devono avere la possibilità di entrare, a tempo debito, in contatto con rappresentanti legali, familiari e autorità consolari competenti. Inoltre, le pertinenti e competenti organizzazioni ed organismi nazionali, internazionali e non governativi devono avere la possibilità di accedere ai centri di permanenza temporanea, previa autorizzazione. Particolare attenzione deve essere prestata alla situazione delle persone vulnerabili e vanno assicurati le prestazioni di pronto soccorso e il trattamento essenziale delle malattie.
 
I minori non accompagnati e le famiglie con minori devono essere trattenuti «solo in mancanza di altra soluzione e per un periodo il più possibile breve in funzione delle circostanze». Le famiglie trattenute devono poter usufruire di una sistemazione separata che assicuri loro «un adeguato rispetto della vita privata». Ai minori, inoltre, deve essere offerta la possibilità «di svolgere attività di tempo libero, compresi il gioco e le attività ricreative, consone alla loro età e, in funzione della durata della permanenza, l'accesso all'istruzione». A quelli non accompagnati, poi, deve essere fornita, per quanto possibile, una sistemazione in istituti dotati di personale e strutture «consoni a soddisfare le esigenze di persone della loro età». In generale, il prevalente interesse del minore «costituisce un criterio fondamentale per il trattenimento dei minori in attesa di allontanamento». L'Aula ha respinto un emendamento del PSE (404 no, 256 sì e 14 astensioni) che intendeva rafforzare ulteriormente le garanzie da assicurare ai minori per il rimpatrio.
 
Deroghe per le situazioni di emergenza
 
Come richiesto dal Consiglio, nei casi in cui un numero eccezionalmente elevato di cittadini di paesi terzi da rimpatriare comporta un notevole aggravio imprevisto per la capacità dei centri di permanenza temporanea di uno Stato membro o per il suo personale amministrativo o giudiziario, la direttiva consente, sino a quando persiste la situazione anomala, di accordare per il riesame giudiziario periodi di tempo superiori e prendere di misure urgenti quanto alle condizioni di trattenimento. E' peraltro precisato che ciò non autorizza gli Stati membri a derogare al loro obbligo generale di adottare «tutte le misure di carattere generale e particolare atte ad assicurare l’esecuzione degli obblighi derivanti dalla presente direttiva».
 
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Direttiva rimpatri: posizioni divergenti tra i gruppi politici

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Il Parlamento vota

Il Parlamento vota

I deputati hanno discusso il testo della direttiva sul rimpatrio, negoziato tra il relatore per il Parlamento, Weber, e il Consiglio. I gruppi a favore del testo hanno sottolineato l'importanza di compiere passi in avanti nella politica europea dei flussi migratori, mentre i contrari hanno evidenziato come il relatore abbia conferito troppo importanza al Consiglio ed il Parlamento deve emendarne il testo. La votazione si svolgerà mercoledì alle 11.30.
 
Dichiarazione della Presidenza
 
In apertura del dibattito il Ministro degli Interni sloveno, Dragutin MATE, ha sottolineato che la direttiva rimpatri costituisce il primo atto legislativo di Parlamento e Consiglio relativo all'immigrazione. Nei negoziati a livello di Consiglio uno dei temi problematici è stato il periodo massimo di detenzione, ma il periodo di sei mesi stabilito dalla direttiva si applicherà ora in tutti gli Stati membri. Tuttavia, la maggior difficoltà si è avuta con l'assistenza legale, specialmente perché gli Stati membri avevano approcci diversi, a seconda che fossero ubicati vicini oppure lontano dai flussi migratori. Il ministro ha inoltre sottolineato che la direttiva protegge i gruppi vulnerabili quali i bambini. Su tutte queste tematiche ha rilevato che il compromesso raggiunto nella direttiva «rappresenta un progresso» e ha esortato il Parlamento ad approvare il testo.
 
Dichiarazione della Commissione
 
Jacques BARROT ha sostenuto che la Commissione sostiene «una approccio integrato all'immigrazione». Se non si prendessero misure, ci sarebbe un «circolo vizioso» nella politica di immigrazione. Sottolineando poi che «la direttiva è in linea con la Convenzione europea sui diritti umani», ha rilevato che essa «dà la priorità ai ritorni volontari» e «protegge i diritti dei bambini e delle famiglie». La Commissione monitorerà l'attuazione della legislazione per assicurarsi che gli standard della Convenzione europea e della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti umani siano osservati.
 
Intervento del relatore
 
Henri WEBER (PSE, FR) ha sottolineato che si tratta di «una tematica complessa», ma che in commissione per le libertà civili un'ampia maggioranza si è detta favorevole al compromesso. Sottolineando che la direttiva non tratta di asilo ma di immigrazione, ha poi ribattuto a talune critiche rivolte al testo asserendo che si tratta di un modo per assicurarsi che «la schiavitù nell'UE giunga al termine». La direttiva include la protezione per «bambini e minori non accompagnati, l'accesso ai sistemi d'istruzione e sanitari e prevede la detenzione solo in caso di necessità». Si è quindi chiesto perché si «getta fango» sulla direttiva, come hanno fatto ad esempio talune organizzazioni non governative. Ha infine, notato che tutte le linee guida del Consiglio d'Europa sono state incluse nella direttiva.
 
Interventi in nome dei gruppi politici
 
Augustín DÍAZ DE MERA GARCÍA CONSUEGRA ha descritto la direttiva come «un passo fermo e decisivo» verso la regolamentazione dell'immigrazione illegale. Un obiettivo chiave, ha rilevato, è stato l'incoraggiamento dei ritorni volontari. «Il ritorno obbligatorio sarà utilizzato solo come ultima istanza» e dovrebbero essere garantiti «la protezione dei diritti fondamentali, l'accesso a servizi linguistici e il diritto di appello». Fino ad oggi, ricorda il parlamentare, c'erano luoghi nell'UE in cui gli immigrati avrebbero potuto essere trattenuti in custodia a oltranza, ma la direttiva cambierà tutto questo. Ha poi sottolineato la chiara distinzione tra legislazione sull'immigrazione e sull'asilo e il fatto che la Corte di giustizia dovrebbe avere giurisdizione.
 
Martine ROURE (PSE, FR) ha affermato che il suo gruppo vorrebbe non accettare il compromesso proposto, non perché i socialisti siano contrari alla politica sui ritorni, ma perché il compromesso non fornisce un'adeguata protezione dei diritti fondamentali. Ha poi aggiunto che è stato un errore dire che la direttiva avrebbe consentito alle persone di uscire da una situazione di illegalità o che avrebbe fornito loro il diritto di rimanere. I diritti stabiliti nella direttiva, infatti, non sono vincolanti e, a suo parere, non terrebbero conto dell'aumento della detenzione nell'UE. Infine, ha sottolineato che i deputati dovrebbero applicare tutti i loro poteri, attraverso la codecisione, affinché migliori la sorte dei detenuti.
 
Secondo Jeanine HENNIS-PLASSCHAERT (ALDE/ADLE, NL), il pacchetto di compromesso ha reso chiaro che gli Stati membri dovrebbero mantenere standard più favorevoli, se già li hanno. Ha ricordato, peraltro, che il Consiglio ha consentito una dichiarazione politica nell'accordo sulla direttiva che sottolinea che quest'ultima non può essere utilizzata per inserire standard meno favorevoli. Si è poi chiesta: «vogliamo la direttiva o no?». «Molti Stati membri sarebbero felici se questa direttiva svanisse per la mancanza di un accordo, così l'ironia sta nel fatto che se non ci accordiamo su questo pacchetto di compromesso, avremo l'appoggio di quegli Stati». Ha aggiunto che, ad oggi, non esiste una legislazione europea, e che con il pacchetto si avrebbero procedure d'infrazione, una relazione della Commissione e monitoraggio del Parlamento europeo.
 
Jean LAMBERT (Verdi/ALE, UK) ha affermato che il suo gruppo potrebbe non accettare il testo negoziato. A suo parere, infatti, esso non riflette gli standard stabiliti all'inizio. Riguardo alla durata della detenzione, la deputata, ha sottolineato che il suo gruppo è preoccupato riguardo alle conseguenze di lunghi periodi di detenzione sulla salute mentale delle persone trattenute e ha rilevato che la vita familiare è messa a rischio. Ha poi aggiunto che il suo gruppo è anche preoccupato riguardo a dove si sarebbe stabilito di far tornare le persone e, in proposito, ha citato le preoccupazioni suscitate dalle «strette di mano tra il primo Ministro Berlusconi e il colonnello Gheddafi».
 
Andrzej ZAPALOWSKI (UEN, PL) ha sottolineato che, prima di parlare di protezione legale delle famiglie al di fuori dell'UE, si dovrebbe sentire qualcosa sulla salvaguardia della nostra cultura familiare, che è stata un modello per il resto del mondo.
 
Per Giusto CATANIA (GUE/NGL, IT) «questa direttiva è una vergogna, un insulto alla civiltà giuridica dell'Europa». Inoltre, è «un orrore che rischia di cancellare millenni di cultura dell'accoglienza, le radici profonde di un'identità europea forgiata da pratiche di ospitalità e l'ennesimo monumento alla fortezza Europa, la materializzazione dell'utopia reazionaria che vuole impedire la libertà di circolazione di uomini e donne». A suo parere, «non si può arginare il diritto alla mobilità rinchiudendo dietro un filo spinato o dentro un puzzolente centro di detenzione gli uomini e le donne». E ciò per diciotto mesi, «perché questo è il periodo massimo di detenzione, non sei mesi come indicato dal ministro Mate, diciotto mesi senza alcun reato!».
 
Ha poi ricordato quanto detto da Monsignor Agostino Marchetto del Consiglio dei migranti della Conferenza episcopale italiana: «non si può detenere una persona per una semplice violazione amministrativa e in più detenere persone in luoghi disumani e degradanti come quelli che ha visitato la commissione libertà civili di questo Parlamento». Ha poi aggiunto che questa direttiva è «inumana» perché prevede il rimpatrio in paesi di transito. La Libia, pertanto, «rischia di diventare il luogo della deportazione di massa dei migranti». Inoltre, prevede detenzione ed espulsione di minori non accompagnati, il divieto di reingresso, «violando sistematicamente il diritto d'asilo», e prevede un'assistenza legale «discrezionale». «È questa la vera natura di questa direttiva!», ha esclamato.
 
Questa direttiva, ha poi aggiunto, «è un'imposizione dei governi» che il Parlamento europeo «sta subendo supinamente». Il deputato ha quindi fatto appello alla dignità del Parlamento europeo sottolineando che più che di codesione si tratta di «un parere conforme nei confronti del Consiglio». La verità, ha esclamato, «è che i governi vogliono immediatamente attivare i 700 milioni di euro previsti dal fondo per il rimpatrio».
 
A suo parere, invece, occorre ascoltare la società, i capi di Stato dei paesi terzi, Amnesty International, le chiese, le conferenze episcopali europee, il sindacato, il Consiglio d'Europa. «Tutti ci dicono di non approvare questa direttiva», ha aggiunto, «perfino l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, che secondo il trattato di Amsterdam dovrebbe essere consultato in tutte le materie di asilo e di immigrazione della Commissione europea». Concludendo, ha ribadito che «queste politiche repressive sono la vera causa della più grande tragedia dell'Unione europea: i morti in mare». E, in proposito, ha ricordato che negli ultimi dieci anni ne sono morti 12.000. L'Unione europea, pertanto, «si macchia di un crimine inaccettabile e con questa direttiva si rende ulteriormente complice di questi omicidi che hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero». Ha quindi invitato i colleghi a non approvare la direttiva.
 
Hélène GOUDIN (IND/DEM, SE) ha dichiarato che «se tutte le porte sono chiuse, la gente potrebbe cercare di intrufolarsi dalla porta di servizio». L'Unione «sta diventando una fortezza» e, infatti, ogni giorno si vedono immagini di persone che pagano con la loro vita. Molte organizzazioni per i diritti umani, ha aggiunto, hanno criticato la direttiva, come ad esempio Caritas e Amnesty International. Non esiste una valore aggiunto europeo nella creazione di questa situazione disumana. Il risultato di questo divieto o rimpatrio, a suo parere, sarà un aumento dell'immigrazione illegale, del traffico di esseri umani e l'odio per il sistema che sta istituendo l'Occidente. Ha quindi concluso affermando che le organizzazioni per i diritti umani «ci hanno ammoniti» e che occorre uno sforzo internazionale a favore dei diritti umani.
 
Interventi dei deputati italiani
 
Claudio FAVA (PSE, IT), rivolgendosi al Consiglio che ha svuotato di significato la proposta di direttiva, ha affermato che essa «riflette il senso comune che sta assumendo il dibattito in Europa sull'immigrazione». E il fatto che sia stata approvata dal Consiglio all'unanimità «non attenua ma inasprisce il messaggio che essa rappresenta», ossia «un'Europa costruita sul principio della diffidenza». Il tema, ha poi spiegato, non è l'utilità di una direttiva, che crea una disciplina comune e condivisa, bensì i suoi contenuti. Il giorno dopo la morte di 150 clandestini annegati nel Mediterraneo, ha sottolineato, «voi ci chiedete di mandare a dire ai sopravvissuti che da domani ... si troveranno di fronte a un provvedimento che prevede fino a diciotto mesi di reclusione»: un principio giuridico «devastante» che prevede la possibilità di privare della libertà un individuo per provvedimento amministrativo e senza aver commesso alcun reato. Ciò che mai tollereremmo nei nostri paesi nei confronti di un cittadino europeo, ha esclamato, «lo permettiamo e lo sosteniamo per gli immigrati irregolari».
 
Il deputato ha poi rilevato che i diciotto emendamenti presentati dal suo gruppo «sono un tentativo di restituire una dignità sul piano normativo a un provvedimento che noi riteniamo umiliante non soltanto per l'Unione europea ma anche per i nostri Stati membri». Se non verranno accolti, ha annunciato, «ci saranno molti voti contrari». Ha poi sostenuto che non vi è alcun consenso «sulla discrezionalità e l'arbitrio» sul modo in cui verranno trattati i punti più significativi della direttiva. Ha quindi concluso sostenendo che il Parlamento ha il dovere di tutelare «principi giuridici e di civiltà politica concreti» ai quali il Consiglio chiede di rinunciare. «Qui non ci chiedete di fare presto, ci chiedete di fare male. Male per gli immigrati, male per l'Europa, male per i nostri Stati membri, ed è una responsabilità che noi non vogliamo condividere con voi».
 
Per Roberta ANGELILLI (UEN, IT) «rendere certe le espulsioni e scoraggiare l'illegalità e lo sfruttamento» deve essere l'obiettivo della cosiddetta direttiva». Si tratta, ha aggiunto, di un testo «equilibrato», che parte da alcuni presupposti fondamentali: «dotarsi finalmente di una politica comune per l'immigrazione». Ossia, «di regole condivise, indispensabili per tutelare appieno i diritti dei cittadini immigrati regolari che sono una grande positiva risorsa, a condizione che si attivi una linea di condotta intransigente contro l'immigrazione illegale».
 
Ha quindi illustrato quelli che a suo parere sono gli altri punti qualificanti: «si promuove, in prima istanza, il ritorno volontario; si stabiliscono tempi accelerati per il rimpatrio in caso di pericolo di fuga o pericolosità del soggetto interessato e, soprattutto, si stabilisce finalmente una tempistica certa sul periodo di permanenza nei centri di custodia per fare tutti gli accertamenti necessari». In proposito, ha ricordato che, fino a questo momento «ogni Stato membro era libero di stabilire o non stabilire il tempo limite di permanenza». Ha poi sottolineato la speciale attenzione dedicata ai diritti umani, soprattutto per le persone vulnerabili e in special modo per i minori, invocando l'interesse superiore del bambino. E ciò, a suo parere, «è un fatto rivoluzionario che tiene proprio conto di quanto attualmente accade nei centri di permanenza».
 
Altro aspetto positivo è il divieto di reingresso valido per tutta l'UE. Si tratta, ha spiegato, di norme comuni, «eque e trasparenti», che possono far parte di una strategia «che veda il potenziamento dei controlli alle frontiere esterne dell'Unione, elabori una nuova politica per l'asilo, rilanci la collaborazione diplomatica, ma anche e soprattutto la cooperazione allo sviluppo con i paesi terzi». Riguardo al Codice europeo per l'integrazione degli immigrati legali, ha affermato che l'Europa deve assumersi le sue responsabilità, avere autorevolezza, credibilità, e diventare «l'Europa dei diritti e delle regole rispettate». Ha quindi concluso sostenendo che il Parlamento ha «il dovere» di approvare questo testo che sarebbe certamente migliorabile con ulteriori e lunghi negoziati ma che sfocerebbero comunque in un «infinitesimale compromesso giudicato sempre al ribasso».
 
Roberto FIORE (NI, IT) ha anzitutto protestato «per le imprudenti e inspiegabili parole del Vicepresidente Barrot, ieri, sull'eventualità di considerare l'immigrazione clandestina un'aggravante nei reati, proposta appunto dal governo italiano». E in proposito ha spiegato che ciò non abbia fondamento in legge «e non incontra sicuramente il favore dell'opinione pubblica». Sulla relazione Weber, ha affermato che occorre considerare l'immigrazione clandestina, ipso facto, «un'eventualità e possibilità di fuga», poiché «è abbastanza chiaro che l'immigrato, nel momento in cui entra clandestinamente, ha una propensione verso la fuga». Ha quindi concluso sostenendo la necessità che Commissione e Parlamento considerino l'importanza «di far pagare ai paesi da dove provengono questi immigranti - come la Libia nel caso appunto dell'Italia - la spesa enorme che l'immigrazione clandestina in questo momento sta creando».
 
Per Mario BORGHEZIO (UEN, IT), la politica dell'Europa sull'immigrazione ha un difetto fondamentale: «parte esclusivamente dalla visione della difesa dei diritti dell'uomo, quando bisognerebbe anche pensare di difendere i diritti dei popoli, la loro libertà, la loro sicurezza, il loro diritto a non essere invasi». La sinistra, ha aggiunto, «con i suoi emendamenti buonisti esprime la non politica per il rimpatrio dei clandestini». Ha poi definito «pura demagogia» l'istituzione del Mediatore europeo per i clandestini, dicendo che «una politica seria è quella che contrasta gli interessi del mondialismo, che vuole sradicare i popoli dal loro territorio perché li considera vuoi come merci, vuoi come schiavi, nuovi consumatori». Se il Mediterraneo è un cimitero, ha esclamato, «la responsabilità morale è di chi ha aperto le porte agli sbarchi clandestini!». Ha poi concluso sostenendo di aver sempre denunciato, per esempio da Lampedusa, «questo commercio immondo di carne umana», e che se passassero gli emendamenti della sinistra, «la politica europea di ritorno degli immigrati sarebbe finita prima ancora di cominciare».
 
Marco CAPPATO (ALDE/ADLE, IT), ha anzitutto sottolineato che, da quanto sostenuto dal relatore, sembra che si tratti del voto finale, mentre invece è solo la prima lettura. Di conseguenza, «non si comprende perché, di fronte a delle proposte di miglioramento che hanno un consenso ampio in quest'Aula, di garanzie ulteriori che possono essere date sui minori, sui paesi terzi in transito, sui divieti di rientro, noi non cogliamo questa opportunità». Ha quindi stigmatizzato l'atteggiamento del Parlamento che, così facendo, rinuncia al potere di colegislatore, evitando di esercitare il potere per migliorare la direttiva. I governi europei, ha concluso, «hanno bisogno di questo Parlamento proprio per fare dell'Europa non il terreno della paura e della maggiore efficacia degli strumenti di difesa dell'immigrazione, ma l'Europa come il luogo dell'integrazione anche dell'immigrazione».
 
Stefano ZAPPALÀ (PPE/DE, IT), ha ricordato anzitutto che molti deputati hanno visitato vari centri di prima accoglienza in tutta Europa. A suo parere, è in discussione un fenomeno «complesso» che presenta «varie sfaccettature» e, ognuno di noi, per cultura, per carattere, per posizione politica «è portato ad esaminarlo da un punto di vista particolare». Ha però affermato che non si può non tenere conto del fatto che «non stiamo parlando dei fenomeni piccoli o isolati, ma stiamo parlando di immigrazione di popoli ...di milioni e milioni di persone che si spostano, spinti da varie motivazioni, molto poco sul piano della richiesta di asilo, molto poco sul piano delle esigenze di tipo politico, e moltissimo alla ricerca di nuove condizioni di vita e di nuove condizioni di lavoro». Nel ringraziare il relatore ha concluso sostenendo che «una legislazione perfettibile è meglio di una non legislazione» e si è detto convinto che «l'Europa bene fa a curare tutti ma soprattutto bene fa, in questo fenomeno complesso e grave che stiamo vivendo, a curare intanto i suoi cittadini».
 
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Deputati divisi di fronte ai giornalisti sull'immigrazione illegale

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Giornalisti si incontrano al Parlamento per dibattere di immigrazione illegale

Ancora lontano l'accordo di compromesso con il Consiglio

A una anno dall'approvazione in commissione parlamentare libertà civili e in vista del voto del Parlamento europeo il prossimo giugno della direttiva sul rimpatrio degli immigrati illegali, i negoziati fra Consiglio e Parlamento si fanno serrati. Mercoledì 7 maggio il Parlamento ha organizzato un seminario per mettere a confronto giornalisti ed eurodeputati sul complesso tema. Ecco cosa ne è scaturito…
 
In vista dell'accordo
 
Lanciata dalla Commissione europea nel 2005, la direttiva mira a stabilire regole e condizioni comuni per il rimpatrio degli immigrati clandestini, ma nel contempo a salvaguardare il rispetto dei diritti umani..
 
Il relatore dell'Europarlamento, il tedesco Manfred Weber del gruppo del partito popolare europeo e democratici europei (PPE-DE), è al lavoro assieme ai colleghi per definire gli ultimi dettagli del testo che dovrà trovare l'accordo con il Consiglio.
 
Tempi dell'espulsione
 
Le discussioni durante il seminario hanno avuto come riferimento il possibile accordo di compromesso fra le due Istituzioni, un procedimento che richiede la maggioranza semplice al Parlamento e quella qualificata al Consiglio. Fra i temi affrontati, la fissazione di un termine preciso per il rimpatrio volontario dopo il quale scatta l'espulsione automatica, un periodo di detenzione fra 6 e 12 mesi per gli immigrati illegali e la condizione di vita degli immigrati, specie quelli con famiglia.
 
Secondo il testo, una volta espulsi, gli immigrati che non sono ripartiti volontariamente non potranno fare rientro nell'Ue per i prossimi 5 anni.
 
Opinioni contrastanti
 
Variegate le posizioni degli eurodeputati, incalzati dai giornalisti presenti. Secondo Manfred Weber, la situazione di illegalità in cui versano molti immigrati "è la più inumana e degradante che si possa immaginare". "O gli immigrati illegali vengono espulsi o gli va garantito un permesso legale di residenza".
 
In netto disaccordo il collega italiano Claudio Fava, in rappresentanza del gruppo socialista (PSE), e il deputato italiano Giusto Catania, del gruppo confederale della sinistra unitara europea (GUE/NGL), che hanno criticato la perdita per gli immigrati delle libertà personali e le condanne per crimini amministrativi. Sulla stessa linea l'eurodeputata britannica Jean Lambert del gruppo verde (Verdi/ALE), che ha parlato del tema dei paesi di "passaggio" e del divieto di rientro.
 
Una legislazione necessaria
 
Se da una parte il deputato italiano Mario Borghezio del gruppo dell'unione per l'Europa delle nazioni (UEN) ha sostenuto la proposta di compromesso sul tavolo, la collega olandese Jeanine Hennis-Plasschaert del gruppo dell'alleanza dei liberali e dei democratici per l'Europa (ALDE), ha storto il naso per un compromesso definito "imperfetto", pur riconoscendo il buon paso in avanti compiuto per il raggiungimento di una legislazione europea comune che affronti l'Immigrazione illegale.
 
I colloqui e i negoziati in vista dell'accordo e del voto del Parlamento nel giungo prossimo proseguiranno incessanti. L'appuntamento, è alla prossima puntata… 
 
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Immigrati illegali: i deputati trovano l'accordo

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Un immigrato posa la mano sul vetro dell'autobus che lo trasporta © Belga/AFP

Deputati: regole chiare per rimpatrio immigrati illegali

Dopo oltre tre anni di discussioni e incontri, il Parlamento ha approvato le nuove regole che definiscono il rimpatrio degli immigrati illegali in Europa, dopo il compromesso trovato dall'eurodeputato tedesco Manfred Weber del gruppo del partito popolare europeo e democratici europei (PPE-DE) e il Consiglio. I primi di giugno i ministri dell'Ue avevano già definito la loro posizione in vista dell'ok del Parlamento, che gode in materia del potere di codecisione.
 
L'Assemblea di Strasburgo si è così divisa: 369 voti a favore,197 contro e 106 astensioni. Approfondisci il tema con i contributi del servizio stampa e con il file audio allegato.
 
Le proposte
 
Queste le proposte più controverse che hanno acceso il dibattito di stamane, dopo il voto lo scorso settembre in commissione parlamentare libertà civili: detenzione massima degli immigrati irregolari prima del rimpatrio, una situazione che oggi varia da paese a paese Ue, con il minimo di permanenza in Francia, 32 giorni, e il massimo a tempo indeterminato, in 7 Stati europei. Altro tema sul tavolo è stata la possibilità di vietare un ritorno sul suolo comunitario fino a cinque anni.
 
La direttiva non interessa il Regno Unito in quanto oltre Manica hanno deciso per l'opt-out in materia.
 
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I deputati chiedono una politica europea dell'immigrazione

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Una stanza di un centro di custodia per immigrati illegali  a Debak (Varsavia) ©BELGA/AFP/WOJTEK RADWANSKI

Cosa succede ai confini dell'Europa?

Con l'allargamento della zona Schengen a molti dei paesi europei dell'ex-blocco orientale il problema dell'immigrazione sembra spostarsi su nuovi fronti. Malgrado controlli rafforzati, la pressione degli immigrati in cerca di un futuro migliore non accenna a diminuire. La Polonia, ad esempio, ha predisposto strutture di accoglienza per ospitare cittadini extra europei che illegalmente entrano nell'Ue.
 
Una delegazione di dieci eurodeputati si è recata il primo aprile a Varsavia per una due giorni di approfondimento, con visita ai centri per immigrati e all'agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne, Frontex. Durante il soggiorno i deputati hanno avuto modo di confrontarsi con alcuni rappresentati delle autorità polacche e delle ONG.
 
Un flusso in ascesa
 
Il viaggio si inserisce in una serie di missioni della commissione parlamentare per le libertà civili, come quella a Lampedusa, per verificare in prima persona le condizioni degli immigrati e dei richiedenti asilo nei centri di accoglienza dei vari Stati membri e valutare l'implementazione delle principali leggi europee in materia. 
 
Dopo l'ingresso nel 2004 della Polonia nell'Ue e la recente adesione allo spazio di libero movimento Schengen, il flusso migratorio è in netta ascesa, con provenienza essenzialmente dai paesi dell'ex Unione Sovietica, come l'Ucraina o la Bielorussia, mentre i richiedenti asilo sono essenzialmente ceceni.
 
Un problema europeo
 
Commentando la visita del primo aprile al centro di Lesznowola, l'eurodeputato britannico Newton Dunn del gruppo dell'alleanza dei democratici e dei liberali per l'Europa (ALDE), ha constatato l'immigrazione "incontrollata" alla quale l'Europa è sottoposta, definendola un "problema europeo". "Dobbiamo disporre di una politica che controlli la quantità degli immigrati", ha dichiarato. Gli fa eco la collega polacca Genowefa Grabowska del gruppo socialista (PSE), che riconosce come il passaggio degli immigrati nel confine orientale Ue sia "un viaggio di transito". La Polonia, infatti, "non è un paese economicamente interessante".
 
Riguardo le condizioni del centro immigrati, il capo della delegazione l'eurodeputato francese Patrick Gaubert del gruppo del partito popolare europeo e democratici europei (PPE-DE), smentisce coloro che le hanno definite "cattive". "L'impressione è positiva" anche per la deputata tedesca Wolfgang Kreissl-Dörfler del gruppo socialista (PSE), per la quale il centro "è pulito e ben presentato". Anche Genowefa Grabowska concorda: "Ci sono due strutture per mamme e bambini, sei dottori, una libreria in lingua  e uno spazio di preghiera". Anche se "resta ancora da fare per adattarlo agli standard europei", aggiunge.      
 
Il voto del Parlamento
 
Il Parlamento, forte della codecisione in materia, voterà a maggio una legge sul rimpatrio degli immigrati illegali. Il relatore, l'eurodeputato tedesco Manfred Weber del gruppo del partito popolare europeo e democratici europei (PPE-DE), propone standard e procedure comuni nei paesi membri sulla custodia temporanea e sul rimpatrio.
 
Dopo la Polonia, i deputati della commissione parlamentare libertà civili faranno tappa il 10-11 aprile in Danimarca, prima di recarsi a Cipro nel mese di maggio.
 
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