Approfondimento
 

Gli articoli del 2010 preferiti dalla redazione

Istituzioni - 29-07-2010 - 08:02
Condividi
Le migliori storie del 2010?

Le migliori storie del 2010?

Ne abbiamo scritti centinaia: uno, due o tre al giorno, di più durante le plenarie, sempre in 22 lingue. Quali ci hanno colpito di più? Quali è stato emozionante, importante, toccante scrivere? Ecco una selezione di articoli dell'anno appena finito, scelti da noi. Qual è il vostro preferito?

 
 
La redazione della homepage del sito del Parlamento sembra avere una preferenza per gli articoli che parlano di diritti umani: Cina, omofobia, Gaza, Corea del Nord...Sarà perché il Parlamento è particolarmente sensibile a questi temi?

O perché scrivere di diritti umani ci tocca in profondità, e questi sono gli articoli che ci rimangono nel cuore? Lasciamo giudicare a voi. Ma attenzione: ci appassionano anche altri temi! Trapianto di organi, gioco d'azzardo, orari di lavoro dei camionisti… ce n'è per tutti i gusti!
 
E voi, quale preferite?
 
 
RIF.: 20100630FCS77238

Gaza, azione "sproporzionata" e stop all'assedio

Inizio paginaSeguente
 
L'azione militare israeliana è costata la vita ad almeno una dozzina di persone, causando anche più di trenta feriti. ©BELGA/EPA/Cihan

A video grab obtained 31 May 2010 shows Israeli patrol boats carrying commandos chasing a Turkish vessel carrying aid to the Gaza early hours 31 May 2010. ©BELGA/EPA/Cihan

La scorsa settimana, nove membri della delegazione parlamentare in Israele e Palestina hanno visitato anche la striscia di Gaza, per valutare la situazione umanitaria e l'impatto dell'assistenza finanziaria UE. "La situazione peggiora, c'è bisogno di porre fine immediatamente e in maniera definitiva al blocco israeliano su Gaza". Nel frattempo, il presidente del Parlamento Buzek ha condannato l'azione militare di Israele contro un convoglio di aiuti umanitari diretto a Gaza.
 
I deputati sono tornati da Gaza prima che i militari israeliani intercettassero le navi che hanno provato a rompere il blocco di Gaza per portare aiuti e approvvigionamenti ai palestinesi, causando almeno 12 morti e una trentina di feriti. Jerzy Buzek ha condannato fermamente l'azione di Israele, che ha definito "sproporzionata" e "una violazione inaccettabile della legge internazionale", chiedendo spiegazioni alle autorità israeliane.
 
Il presidente ha anche ribadito la ferma opposizione del Parlamento europeo al blocco della striscia di Gaza, considerato "intollerabile e controproducente".
 
Isolamento e povertà rafforzano le fazioni radicali
 
La visita della delegazione a Gaza è stata resa possibile grazie al supporto delle autorità egiziane, mentre quelle israeliane avevano negato l'accesso.
 
La delegazione fa notare che l'assedio ha isolato completamente la popolazione palestinese, condannandola a una vita di assoluta povertà, con l'80% degli abitanti che dipendono dagli aiuti umanitari. Il blocco crea anche un ampio mercato nero e fa il gioco delle fazioni radicali, che possono rafforzarsi con i proventi delle attività illegali.
 
I deputati ritengono che "il blocco va sollevato per dare l'accesso completo agli aiuti umanitari, permettere la ricostruzione e offrire nuove prospettive alla popolazione".
 
A favore di un'iniziativa UE
 
"L'UE deve lanciare senza perdere tempo un'iniziativa politica per porre fine al blocco e iniziare la ricostruzione delle infrastrutture di base. 'Vedere per credere' è il motto per capire la situazione di Gaza. Fino a oggi soltanto due ministri degli esteri UE hanno visitato la regione, chiediamo agli altri 25 di andarci e vedere lo stato delle cose con i loro occhi. L'UE deve impegnarsi fin da subito a diventare un agente di pace".
 
Aumentare il supporto finanziario all'UNRWA
 
La delegazione ha visitato un progetto abitativo dell'UNRWA (L'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei profughi palestinesi), che nonostante abbia ricevuto tutti i finanziamenti è stato sospeso a causa del blocco.
 
"L'UNRWA sta facendo un lavoro straordinario, ma ha bisogno di fondi. L'UE e altri donatori devono intervenire urgentemente con nuovi finanziamenti, specialmente per l'educazione. Ogni anno ci sono migliaia di bambini che entrano nell'età scolastica, ma non ci sono più soldi per costruire nuove scuole e pagare gli insegnanti".
 
I deputati hanno dichiarato che faranno tutto ciò che è in loro potere per assicurarsi che il Parlamento aumenti il supporto finanziario all'UNRWA.
 
Inizio paginaSeguente

Omofobia: basta alle discriminazioni

Inizio paginaSeguentePrecedente
 
Celebrazione della giornata internazionale contro l'omofobia (IDAHO): organizzate manifestazioni in tutta Europa ©BELGA_AFP PHTO_TED ALJIBE

Celebrazione della giornata internazionale contro l'omofobia (IDAHO): organizzate manifestazioni in tutta Europa

Cos'hanno in comune nazioni come l'ex Unione Sovietica, l'Arabia Saudita, la Jamaica e l'Uganda? Tutte nel corso della loro storia hanno criminalizzato l'omosessualità. Oggi 17 maggio, giornata internazionale contro l'omofobia, l'Europa si chiede di nuovo cosa fare per fermare la discriminazione contro lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Dentro e fuori i confini del vecchio continente.
 
"L'omofobia è uno schiaffo alla dignità umana, che infrange i diritti fondamentali e deve quindi essere condannata con fermezza", ha dichiarato Jerzy Buzek in occasione della sesta giornata internazionale contro l'omofobia. Il presidente del Parlamento ha anche trasmesso un videomessaggio per condannare la discriminazione verso le minoranze sessuali.
 
La 'mappa' della persecuzione
 
Dalle multe alla prigione alla pena di morte: questo è quello che subiscono gli omosessuali in molte parti del mondo (principalmente arabe e africane), dove sono perseguitati.
 
Il deputato dei Verdi Raúl Romeva i Rueda, relatore di una proposta di direttiva antidiscriminazione attualmente bloccata dalla Commissione, punta il dito contro alcuni paesi del Medio Oriente, dei Caraibi, dell'Africa e dell'Asia. Il catalano osserva che i diritti LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e trans) sono repressi molto più frequentemente nei paesi con una religione di Stato.
 
Combattere il pregiudizio nell'UE
 
Fino alla metà del ventesimo secolo, l'omosessualità era illegale in molti paesi europei. Quanti passi abbiamo fatto per allontanarci dalla concezione di omosessualità come una malattia o disordine mentale? Eppure ancora oggi episodi di bullismo, proibizioni e dichiarazioni di odio dimostrano che bisogna fare di più.
 
Mentre essere omosessuali può costare la vita in alcune parti del mondo, Romeva ricorda che in alcuni paesi UE il popolo LGBT è costretto a "vivere nascosto o nel diniego totale, tantissimi vengono privati dei diritti fondamentali e rischiano il lavoro o addirittura la loro vita, solo perché vivono apertamente la loro sessualità".
 
I reati di discriminazione sono i segni più evidenti di omofobia e intolleranza contro le persone LGBT. Secondo il deputato il dialogo, la legislazione e le campagne di sensibilizzazione sono la strada giusta verso una società "unita nella diversità".
 
Misure europee per un problema europeo
 
"La direttiva antidiscriminazione non è solo un segnale che dice alle società discriminatorie di cambiare il loro comportamento, ma anche un messaggio al mondo intero per chiarire che l'Europa fa sul serio nel proteggere i diritti fondamentali e nel combattere la gerarchizzazione delle persone".
 
Fermare la discriminazione
 
Per il relatore, il problema più grave dell'UE è "lo scontro tra le politiche liberali di alcuni paesi, dove la società e le autorità hanno un approccio tollerante e aperto verso gli omosessuali, e altri stati membri dove questo non avviene".
 
L'obiettivo minimo, per lui, è "la protezione del popolo LGBT in tutti i paesi dell'UE in accordo con la Carta dei diritti fondamentali. Dove necessario la Commissione e il Consiglio devono agire per informare ed educare i politici e le autorità in modo che diano il buon esempio".
 
Un intergruppo informale del Parlamento sulle questioni LGBT raccoglie deputati di diversi colori politici per avanzare proposte sui diritti degli omosessuali. L'intergruppo ha organizzato un'audizione pubblica sull'argomento lo scorso 29 aprile.
 
Inizio paginaSeguentePrecedente

Cyberdissidenti e cybercensori: il Parlamento dalla parte dei diritti umani

Inizio paginaSeguentePrecedente
 
Nuove tecnologie, nuova censura ©BELGA_Karsten Kramer_face to face

Nuove tecnologie, nuova censura

Web 2.0, controllo 2.0? A una libertà di espressione sempre più vasta grazie alla rete, corrisponde in alcuni paesi del mondo la messa a punto di strumenti sempre più sofisticati per la censura digitale. Cyberdissidenti e cybercensori sono stati il soggetto di un'audizione della commissione per i Diritti umani del Parlamento. Uno studio commissionato dai deputati mostra che non solo l'UE, ma anche le grandi imprese della rete possono giocare un ruolo, come dimostra il caso di Google in Cina.
 
Internet e censura: una cyberguerra in corso
 
"Sempre più opportunità per attivisti dei diritti umani e dissidenti" per fare sentire la loro voce, ottenere protezione e accedere all'informazione, ma allo stesso tempo" strumenti di controllo e di censura sofisticati, spesso nascosti", messi in atto dai "nemici dei diritti umani".
 
Questa "cyberguerra" è stato l'oggetto di un'audizione della sotto-commissione per i Diritti umani, guidata dalla finlandese Heidi Hautala (Verdi), il due giugno al Parlamento.
 
La rappresentante dell'ONG "Reporter senza frontiere" Lucie Morillon ha parlato di 60 paesi che praticano la censura online: in primis la Cina, che è anche il mercato digitale più grande del mondo, ma anche il più grande censore. Pechino ha infatti bloccato l'accesso a oltre 18.000 siti internet, e imprigionato 72 cyberattivisti (nel mondo, sono 120).
 
Nella lista nera dei cybercensori figurano anche l'Arabia Saudita, l'Egitto, la Birmania, l'Iran, la Corea del Nord, Cuba, la Siria, la Tunisia e il Vietnam.
 
Il ruolo di Google e gli altri
 
Le imprese di telecomunicazioni e media digitali sono " alleati potenziali importanti per i diritti umani", secondo Andrew Puddephat, che ha presentato uno studio commissionato dai parlamentari su "Tecnologie della comunicazione e diritti umani". Ma anche per le imprese, la situazione non è facile: "i governi chiedono strumenti di controllo e censura - ha detto la Morillon - e ci sono compagnie che obbediscono, come Yahoo e Microsoft, e altre più coraggiose, come Google", che deciso di uscire dal mercato cinese finché le ricerche saranno censurate.
 
Il rappresentante di Nokia Siemens Barry French ha riconosciuto che la società ha compiuto un errore nel fornire all'Iran "una tecnologia che permette di intercettare, monitorare e controllare"come richiesto dal governo. Ha assicurato che a partire dal 2009 la compagnia ha cambiato linea, perché "le tecnologie devono servire a sostenere, e non infrangere, i diritti umani nel mondo".
 
Nokia era stata criticata da una risoluzione del Parlamento per l'accordo con Tehran, che permetteva di intercettare praticamente qualunque utente di un cellulare Nokia.
 
Google invece, ha deciso di smettere di censurare le ricerche in Cina da marzo 2010. Così gli utenti vengono ridiretti dal sito google.cn a google.hk (Hong Kong), dove possono trovare tutto quello che cercano. A nome del gigante americano, Simon Hampton ha chiesto a tutte le imprese di TIC europee di unirsi alla "Global network Initiative", che raccoglie le società impegnate a rafforzare i diritti dell'utente, la privacy e la libertà di espressione su internet: "In rete non si può fermare la libertà di parola e contrastare l'innovazione", ha concluso.
 
 
La grande muraglia digitale
 
"La Cina è il migliore esempio di cyberpolizia, filtraggio e ostruzione", ha denunciato l'attivista del Consorzio "Global Internet Freedom" Shiyu Zhou. "Il Muro di Berlino del XXI secolo è usato per indottrinare, intimidire e perseguitare", ma "per ogni dollaro speso su tecnologie anti-censura, i governi devono spenderne migliaia per bloccarci", ha continuato Zhou.
 
Un altro cinese, Hosuk Lee Makiyame, direttore dell'European Centre for International Political Economy, ha spiegato che la vera ragione della censura cinese è di natura commerciale e protezionista. Il governo blocca arbitrariamente solo i siti stranieri, mentre a quelli cinesi non succede niente. Sull'Iran, invece, Makiyame ha un dilemma: "gli stessi mezzi teconologici possono essere usati dai dissidenti per twittare e dal regime per reprimere".
 
Cosa può fare l'UE?
 
Secondo Puddephat, l'UE può e deve intervenire, "stabilendo una normativa che faccia da esempio nel mondo, ma anche mettendo pressione sui paesi della censura nei forum internazionali, e lavorando con le imprese per far avanzare i diritti umani nell'ecosistema digitale. Si possono formare esperti di diritti umani online, e sostenere i progetti e le ONG che creano strumenti per la libertà di espressione su internet".
 
La rappresentante di Reporter senza frontiere chiede ai politici europei di "incoraggiare le imprese delle TIC a creare un codice di condotta volontario, ma anche insistere per il rilascio dei cyberdissidenti".
 
Heidi Hautala ha concluso l'incontro promettendo che la sotto-commissione per i Diritti umani lavorerà per identificare le possibili aree di azione.
 
Inizio paginaSeguentePrecedente

Donazione di organi: salvare vite oltre ogni frontiera

Inizio paginaSeguentePrecedente
 
La maggior parte degli organi donati proviene da persone in stato di morte celebrale. Comunicare ai propri cari se si desidera donare i propri organi li esonera dalla delicata decisione. ©BELGA_SCIENCE

maggior parte degli organi donati proviene da persone in stato di morte celebrale. Comunicare ai propri cari se si desidera donare i propri organi li esonera dalla delicata decisione

Troppo spesso i pazienti muoiono aspettando un donatore. Tempi di attesa più corti migliorerebbero significativamente le chance di chi deve sottoporsi a un trapianto. La commissione Ambiente e Salute pubblica ha dato il via libera a una direttiva europea per il trapianto di organi, che mira ad aumentare la disponibilità e l'efficacia con cui un rene, un fegato, un polmone possono salvare una vita.
 
Ogni giorno in Europa 12 persone in lista d'attesa per un trapianto muoiono perché non hanno trovato un donatore. Nonostante l'81% della popolazione si dice favorevole alla 'Tessera del donatore', solo il 12% la possiede. E le differenze fra un Paese e l'altro sono enormi.
 
Abbinare donatori e pazienti a livello nazionale non solo limita le opzioni, ma innesca fenomeni come il traffico illegale di organi. E le organizzazioni per lo scambio internazionale di organi che esistono coprono attualmente solo determinate regioni.
 
Da qui il bisogno di creare un'area europea in cui, grazie alla cooperazione tra Paesi membri, a standard di sicurezza condivisi e una campagna comune, la donazione di organi diventi più facile e più comune.
 
 
Garantire la qualità e la sicurezza degli organi
 
La Direttiva proposta dalla Commissione europea prevede che ogni Paese abbia un'autorità nazionale, pubblica o no-profit, che si occupi di garantire la sicurezza e la qualità degli organi, dall'espianto al trapianto.
 
Questo permetterà gli scambi tra Paesi europei. Le autorità nazionali saranno collegate in un network in cui la Commissione stabilirà il sistema per la circolazione delle informazioni. Le norme europee garantiranno standard di qualità e sicurezza minimi, permettendo agli Stati membri di adottare regole più ferree.
 
"L'obiettivo è avere più organi per più pazienti" spiega il relatore Miroslav Mikolášik, popolare slovacco. Attualmente molti Paesi sono esclusi dalle due organizzazioni di scambio internazionale, eppure "ci sono organi di buona qualità con una buona tracciabilità".
 
Il piano d'azione
 
Oltre alla Direttiva la Commissione ha proposto un piano d'azione in 10 punti per migliorare qualità e sicurezza degli organi, aumentare la disponibilità e rendere le procedure più efficienti e flessibili.
 
Questi punti includono lo scambio di buone pratiche, per aiutare i Paesi con minore disponibilità di organi ad aumentarla, la sensibilizzazione dell'opinione pubblica e la nomina di "coordinatori per il trapianto di organi" all'interno degli ospedali.
 
Il rapporto d'iniziativa dello spagnolo Andres Perello Rodriguez (Socialisti & Democratici), esprime il supporto del Parlamento al piano d'azione e suggerisce che le autorità nazionali propongano ai cittadini di diventare donatori al momento del rilascio del passaporto o della patente. "Vogliamo fare tutto il possibile per assicurare che tutti i cittadini europei in attesa di un trapianto possano sopravvivere".
 
Combattere il traffico illegale
 
Per combattere il traffico di organi bisogna evitare qualsiasi forma di compensazione finanziaria, sottolineano i deputati, con l'eccezione dei costi di espianto per il donatore vivo, che comunque in principio dovrebbe poter donare solamente ai familiari stretti. Solamente in questo caso le spese incorse potrebbero essere rimborsate.
 
La plenaria approverà il rapporto votato dalla commissione Ambiente il 18 maggio. 
 
Inizio paginaSeguentePrecedente

Giornalisti a Bruxelles, la sfida di raccontare l'Europa

Inizio paginaSeguentePrecedente
 
La consegna del Premio europeo per il Giornalismo 2009. I vincitori di ogni categoria ricevono 5.000 euro.

La consegna del Premio europeo per il Giornalismo 2009. Il premio è di 5.000 euro per ogni categoria.

Con oltre 1200 giornalisti accreditatati, la sala stampa dell'Unione europea è seconda solo a quella di Washington. Ma che cosa significa per i corrispondenti coprire l'attualità europea? E come fanno a spiegare le notizie che emanano da Commissione, Parlamento e Consiglio ai cittadini? Lo abbiamo chiesto ad alcuni di loro, in occasione della scadenza per partecipare al Premio europeo per il Giornalismo il 31 marzo.
 
Essere corrispondenti da Bruxelles
 
"Le notizie dall'Europa non sono proprio le più sexy", dice Michael Stabenow, corrispondente del quotidiano tedesco Frankurter Allgemeine Zeitung. "Questo è quello che sperimentano, a volte con dolore, i 1200 giornalisti accreditati, che si muovono in un perimetro istituzionale, fra Commissione, Parlamento e Consiglio".
 
"Sono stato corrispondente negli anni '80, e poi da 1996 in poi", racconta Frans Boogaard, del giornale olandese Algemeen Dagblad. "A mio avviso l'Europa sta diventando sempre più complicata, il che rende sempre più difficile per le istituzioni e per la stampa spiegare ai cittadina cosa succede".
 
Più entusiasta Ann Cahill, che scrive per l'Irish Examiner: "E' un lavoro privilegiato, perché assisti al nascere d'idee che poi si sviluppano nella politica nazionale, nel settore privato, nella società civile, e all'interno delle istituzioni UE".
 
Per Maria Laura Franciosi, ex-vice direttore dell'ANSA a Bruxelles "muoversi fra molte istituzioni è come indossare diverse paia di scarpe, raccogliere varie fonti e poi mettersi alla scrivania e ordinare il tutto per renderlo comprensibile ai lettori".
 
"La quantità di materiale e il volume d'informazione generato dalle istituzioni è enorme - continua la Franciosi - La difficoltà sta nel cogliere quello che è importante e dargli un ordine".
 
"Il problema è che accadono varie cose allo stesso tempo. Può capitare di dover seguire un evento senza essere presenti", racconta Nikos Bellos, corrispondente dell'agenzia stampa cipriota. "In quei casi, lo streaming video fornito dalle istituzioni e i contatti con i loro addetti stampa sono preziosi".
 
Come si fa a spiegare l'Europa?
 
"Le nostre redazioni nazionali non solo sono distanti fisicamente e non conoscono la rete complessa d'istituzioni e interessi europei, ma hanno anche una certa 'paura mentale' di Bruxelles", dice Stabenow. "Ma per scrivere bene di Europa, bisogna tenere in conto l'interazione fra politica europea e nazionale, che sono due lati della stessa medaglia. Un buon articolo deve contemplare le due prospettive".
 
Per la Franciosi "le notizie sono quelle che si possono riportare alla vita quotidiana delle persone. Non le grandi strategie e le dichiarazioni magniloquenti. Quello che manca davvero in Europa è la voce della gente e le sue storie. Anche se copriamo benissimo l'attualità delle istituzioni, le persone vogliono capire in concreto cosa vuol dire per loro".
 
 
Lavorare insieme alle istituzioni
 
Preoccupato sui tagli ai corrispondenti Frans Boogaard, membro dell'Associazione della Stampa Internazionale, che denuncia: "chi comanda i media sta tagliando sui giornalisti da Bruxelles per ragioni economiche. E' un pessimo segnale, soprattutto ora che il Parlamento sta acquisendo nuovi poteri".
 
"Abbiamo chiesto più volte alle tre istituzioni - continua - di coordinarsi in modo di permettere ai corrispondenti di seguire la plenaria a Strasburgo senza perdersi importanti riunioni del Consiglio a Bruxelles. Abbiamo ricevuto immediatemente risposta positiva dal Parlamento, e dopo un po' di tempo anche dalla Commissione. Ma dal Consiglio niente."
 
Il 31 marzo scade il termine per la presentazione delle candidature al Premio europeo del Giornalismo, un riconoscimento del Parlamento per servizi e articoli sull'Europa in quattro categorie: carta stampata, internet, radio e TV.
 
 
Inizio paginaSeguentePrecedente

Corea del Nord: fame, violenza e abusi contro i diritti umani

Inizio paginaSeguentePrecedente
 
  • Il Consiglio per i Diritti umani dell'ONU ha espresso forte preoccupazione
  • La Corea del Nord è uno dei paesi con la peggiore situazione dei diritti umani al mondo
  • Il Parlamento manderà una delegazione a giugno
Shin Dong-Hyuk, oppositore, mostra le ferite che si è procurato fuggendo al campo N.14, dove è stato imprigionato per 24 anni. E' l'autore di un libro che racconta la sua vita nel campo.
 ©BELGA_AFP PHOTO_JUNG YEON-JE

Shin Dong-Hyuk, oppositore del regime, mostra le ferite che si è procurato fuggendo al campo N.14, dove è stato imprigionato per 24 anni. E' l'autore di un libro che racconta la sua vita nel campo. ©BELGA_AFP PHOTO_JUNG YEON-JE

La Corea del nord assurge agli onori della cronaca internazionale solo quando minaccia nuovi test nucleari. Ma la situazione dei 23 milioni di cittadini che subiscono abusi e violenze dal regime di Pyongyang preoccupa i deputati europei, che settimana scorsa hanno discusso con alcuni esperti le possibili misure internazionali, sulla base della recente risoluzione del Consiglio per i diritti umani dell'ONU.
 
"La questione nucleare domina spesso il dibattito e tendiamo a sacrificare i diritti umani, il che è fondamentalmente sbagliato", dice Ana Gomes, socialista, portoghese, durante l'audizione organizzata settimana scorsa dalla sotto-commissione per i diritti umani del Parlamento per analizzare il report del prof. Vitit Muntarbhorn, adottato dal Consiglio per i Diritti umani dell'ONU il 25 maggio.
 
All'incontro ha partecipato anche l'inviato speciale USA per la Corea del Nord Robert R. King, che ha definito il regime di Pyongyang "uno dei peggiori al mondo" in termini di abusi contro i diritti umani.
 
"Se dici una parola sbagliata sei finito"
 
E' difficile avere notizie precise su cosa accade nel paese, a causa della quasi inacessibilità agli stranieri. Ma i racconti dei rifugiati offrono uno spaccato dell'orrore quotidiano: lavori forzati, repressione politica e religiosa, traffico di esseri umani, torture, stupri, assassinii...
 
Shin Dong-hyuk, 28 anni, oggi rifugiato in Corea del Sud, è nato e ha trascorso i primi 24 anni della sua vita in un campo di lavoro per presunti oppositori politici. Nel 2005 è riuscito a fuggire, e ora racconta: "Le persone non hanno più un'identità, né diritto a parlare, a mangiare, a spostarsi. L'esecuzione è assicurata alla prima parola sbagliata. E tutti sono obbligati a lavorare nelle miniere fino a sera, anche i malati".  Secondo la presidente della sotto-commissione Heidi Hautala, verde finlandese, oltre un milione di persone hanno trovato la morte nei campi.
 
La Corea del Nord: mappa geopolitica

La Corea del Nord: mappa geopolitica

Un altro problema di dimensioni spaventose è la fame. "Il Programma Alimentare delle Nazioni Unite nel 2008 ha stimato che il 40% della popolazione potrebbe essere colpita dalla scarsità alimentare e avrà bisogno di assistenza nei prossimi anni", spiega Hannah Song dell'ONG "Libertà in Corea del Nord".
 
 
Che cosa può fare l'UE
 
I parlamentari hanno discusso possibili misure di aiuto al popolo coreano. Fra le soluzioni, aumentare le informazioni disponibili, facilitare le condizioni di ammissioni dei rifugiati, istituire una commissione d'inchiesta ONU sui crimini contro l'umanità.

L'UE dovrebbe anche rafforzare il dialogo politico, andando "al di là delle questioni marittime. "Serve una cooperazione" globale" - dice László Tőkés, popolare rumeno, ricordando che "gli USA sono il partner più importante".


E alcuni deputati propongono la creazione di una task-force europea incaricata di monitorare la situazione e "prepararsi alla caduta del regime". Tutti favorevoli all'approvazione di una risoluzione parlamentare che denunci la situazione. Mentre una delegazione di parlamentari si appresta a visitare il Paese in giugno.
 
Inizio paginaSeguentePrecedente

Azzardo online, un gioco pericoloso

Inizio paginaSeguentePrecedente
 
Giochi spericolati? ©BELGA_SCIENCE

Online gambling, a question of trade or a threat to society? ©BELGA_SCIENCE

Slot-machine, videopoker, scommesse: non serve più uscire di casa per giocare d'azzardo. E in pochi click si possono perdere centinaia di euro. E' lo Stato che regola il gioco online. Ma quando si tratta di operatori stranieri, come regolarsi? I deputati chiedono un quadro di regole europee, che fino oggi non esiste.
 
Ricordate la famosa 'Direttiva servizi', detta anche Bolkestein? Si tratta del quadro europeo per l'apertura del mercato dei servizi all'interno dell'UE - con qualche eccezione. Fra queste, il gioco d'azzardo online, che resta nelle mani dei singoli Stati. Il fenomeno, però, è sempre più diffuso in Europa, e tende a travalicare le frontiere.
 
Azzardo: non è solo un mercato
 
I casinò online crescono con la crisi, per un business che vale più di 70 miliardi di euro l'anno: comprensibile che gli operatori vogliano espandersi sui mercati esteri. Ma diversi Stati europei hanno deciso di oscurare i siti d'azzardo stranieri, esercitando il loro potere di monopolio sul gioco.
 
E' chiaro che quello del gioco d'azzardo è un settore particolare, che non può obbedire soltanto alle regole del mercato.
 
Gli Stati che hanno messo al bando i siti di gioco stranieri avanzano argomenti di varia natura, dal mancato rispetto delle regole nazionali, alla tutela dei giocatori, esposti alla dipendenza oltre che alle frodi, alla lotta al crimine e al riciclaggio, fino alla preoccupazione per le tasche dello Stato, che riscuotono le tasse su giochi e scommesse.
 
Cosa dice l'Europa?
 
A livello europeo il quadro è contraddittorio. Per questo il Parlamento chiede chiarezze e regole comuni.
 
La Commissione europea ha infatti aperto 10 procedure d'infrazione contro gli Stati che hanno chiuso la porta ai casinò online stranieri, in nome della libertà di circolazione dei servizi in Europa.
 
La Corte di Giustizia europea, però, gli ha dato torto: interpellata da una società di giochi di Gibilterra cui il Portogallo aveva negato l'entrata nel suo mercato, ha dato ragione a quest'ultimo, mettendo in guardia sulle conseguenze sociali negative del gioco d'azzardo e sul rischio frodi.
 
Il Parlamento era già intervenuto in marzo 2009 con una risoluzione per chiedere un quadro di regole europee. Giovedì 11 febbraio è tornato all'attacco con un'interrogazione orale alla Commissione, insistendo sulla necessità di "un quadro normativo comune atto a gestire la crescente attività transfrontaliera".
 
"Serve un quadro di regole comuni"
 
"E' assolutamente ora che la Commissione proponga una strategia chiara" - ha esordito il presidente della Commissione Mercato interno del Parlamento, il tory Malcom Harbour - "Il gioco d'azzardo online può e deve essere regolamentato, nel pieno rispetto dei cittadini e del loro diritto a giocare su internet: non si può proibire in assoluto l'accesso di società straniere in un Paese UE".
 
Più dura la socialdemocratica tedesca Evelyne Gebhardt, ex-relatrice della Direttiva servizi: "La Commissione deve smetterla di usare uno strumento improprio come le procedure di infrazione, bisogna avanzare in un altro modo. Gli Stati non possono essere forzati ad aprire le frontiere se nel loro paese ci sono restrizioni forti al gioco online. La Commissione lo deve capire".
 
Alle preoccupazioni dei partecipanti, ha risposto il neo-commissario al Mercato interno Michel Barnier, che ha promesso "un nuovo approccio" da parte della Commissione, accennando alla possibilità di applicare "strumenti diversi dalle procedure d'infrazione.
 
L'ex-ministro francese ha spiegato che "è in corso una consultazione di tutti gli attori coinvolti, che potrebbe portare alla pubblicazione di un Libro Verde sul gioco d'azzardo entro quest'anno". Riconoscendo che il momento è propizio per "un'azione coordinata" a livello europeo, Barnier ha ricordato che i casinò online "non sono servizi come gli altri, e dobbiamo combattere contro il crimine trans-frontaliero, cosa possibile solo a livello europeo".
 
L'iniziativa, quindi, è in mano alla Commissione. Nel frattempo i giocatori potranno continuare a scommettere online. Ma ognuno secondo le regole di casa sua.
 
E voi, che cosa ne pensate? Tocca all'Europa intervenire nel merito, o i Governi devono avere la possibilità di decidere indipendentemente? Dite la vostra su Facebook, seguendo il link in basso.
 
Inizio paginaSeguentePrecedente

Orario di lavoro degli autotrasportatori: includere i lavoratori autonomi

Inizio paginaPrecedente
 
Un'autostrada tedesca ©BELGA_imagebroker_Jochen Tack

A3 Autobahn (motorway) near Oberhausen-Holten at sunset, Germany, Europe ©BELGA_imagebroker_Jochen Tack

I lavoratori autonomi autisti di bus e di camion devono essere soggetti alle stesse regole sull´orario lavorativo alle quali sono sottoposte le società di autotrasporti, hanno deciso i deputati, confermando cosi la raccomandazione della commissione per l'occupazione e gli affari sociali.

 
Una leggera maggioranza di deputati ha respinto una proposta della Commissione europea che proponeva l'esenzione dei lavoratori autonomi autisti di bus e di camion dalla legislazione comunitaria in materia di orario di lavoro. Con 368 voti in favore, 301 contrari e 8 astensioni, l'Aula ha confermato l'opinione della commissione per l'occupazione e gli affari sociali contraria a tale esclusione, sulla base di motivazioni riguardanti la salute e la sicurezza degli autisti, la sicurezza stradale e le norme sulla concorrenza.

 
La Commissione ha affermato, dopo il voto, che "studierà possibili alternative, incluso il ritiro della proposta". I deputati hanno poi confermato la propria posizione, approvando una risoluzione legislativa che va nella stessa direzione con 383 voti in favore, 263 contro e 23 astensioni.

 
PPE, ALDE e ECR in favore dell'esenzione

 
La relatrice Edit Bauer (PPE, SK), che ha preparato il progetto di relazione, e la maggioranza dei deputati dei gruppi PPE, ALDE e ECR hanno invece espresso sostegno per la proposta della Commissione europea che mirava a combattere il problema dei falsi lavoratori autonomi (gli autisti che pur avendo formalmente lo status di lavoratore autonomo, non sono liberi di lavorare per più di un cliente) piuttosto che includerli nel campo di applicazione della normativa sull'orario di lavoro.

 
Il sostegno alla proposta dell'esecutivo si basa, secondo gli emendamenti presentati, sulla convinzione che "tutte le persone che effettuano operazioni mobili di autotrasporto, che si tratti di lavoratori mobili o di autotrasportatori autonomi, rientrano nel campo di applicazione del regolamento (CE) n. 561/2006 per quanto riguarda i tempi di guida, di pausa e di riposo", che "in nessun altro settore di attività i lavoratori autonomi sono attualmente soggetti a restrizioni dell'orario di lavoro" e che "la libertà di scegliere l'orario di lavoro entro i limiti della legislazione nazionale è una delle caratteristiche dei lavoratori autonomi e tale libertà dovrebbe essere preservata in tutti i settori di attività".

 
Contesto legislativo

 
I lavoratori autonomi autisti di bus e di camion erano già stati esentati, temporaneamente, dalla legislazione comunitaria in materia di orario di lavoro, con una clausola però che prevedeva la fine di tale eccezione il 23 marzo 2009, nel caso in cui la Commissione non avesse presentato una proposta in senso opposto, cosa che é avvenuta nell'ottobre 2009. L'attuale legislazione per gli autotrasportatori autonomi fissa come limite una media di 48 ore settimanali di lavoro, che può salire a 60 a condizione però che la media settimanale di 48 ore non sia superata per almeno un periodo di quattro mesi.

 
Le prossime tappe della procedura

 
Respingendo la proposta della Commissione, la legislazione corrente rimane in vigore senza modifiche, incluso l'articolo che prevede l'inclusione dei lavoratori autonomi dal 23 marzo 2009.

 
Procedura: legislativa ordinaria, prima lettura
 
Inizio paginaPrecedente