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Martedì 4 luglio 2006 - Strasburgo Edizione GU

4. Condanna del regime di Franco in Spagna in occasione del settantesimo anniversario del colpo di Stato - (Dichiarazioni del Presidente e dei gruppi politici)
PV
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  Presidente. – Come primo punto all’ordine del giorno, effettuerò una dichiarazione sul settantesimo anniversario del colpo di Stato compiuto dal generale Franco in Spagna il 18 luglio 1936.

Come sapete, un gruppo di 200 deputati ha firmato una petizione per rivolgere un’interrogazione orale alla Commissione e al Consiglio espressamente finalizzata a tenere un dibattito sulla condanna del regime di Franco in occasione del settantesimo anniversario del colpo di Stato franchista.

La Conferenza dei presidenti non ha accolto questa richiesta e ha ritenuto più opportuno che il Presidente rendesse una dichiarazione, seguita dai pareri dei vari gruppi politici sul significato di questa data; è proprio ciò che ci accingiamo a fare.

Si tratta di una data ormai lontana nella storia: sono passati 70 anni dal 18 luglio 1936, un arco di tempo pressoché simile alla speranza di vita della generazione di noi spagnoli che abbiamo vissuto la transizione alla democrazia, una transizione ritenuta esemplare, il cui successo è stato però determinato da un oblio selettivo e dalla sospensione della memoria, che ora emerge in un processo di recupero che riempie le librerie e viene addirittura sancito dalla legge.

Come vi ho detto due anni fa, io appartengo a quella generazione – come molti dei deputati spagnoli presenti in Aula – ed è inevitabile che la mia relazione personale con il passato influenzi i miei ricordi. Questa, però, è una dichiarazione istituzionale, che formulo in veste di Presidente del Parlamento, e le mie osservazioni odierne devono essere un atto politico che travalica l’ambito personale. Portare il nostro passato nel presente, infatti, è un atto di volontà che ha soprattutto a che vedere con il futuro che vogliamo costruire, e vogliamo costruirlo non solo sulla fragile e peritura memoria di ognuno di noi, ma sulla storia, che non si ricorda, ma si impara, e proprio per questo si può condividere.

La storia ci dice che quel giorno parte dell’esercito spagnolo – solo una parte – si sollevò contro il governo della Seconda repubblica, democraticamente eletto dagli spagnoli nel 1931. Venne così frustrata una grande speranza, perché quella repubblica era stata creata con l’intenzione di favorire la democrazia e realizzare riforme urgenti e di vasta portata: la riforma agraria, quella militare, la separazione tra Stato e Chiesa, l’introduzione della previdenza sociale, gli statuti per l’autonomia delle regioni e diritti come il voto alle donne o il divorzio in una società profondamente patriarcale.

Tali riforme divennero un punto di riferimento per molti paesi europei. Furono un riferimento per la democrazia in Europa, la nuova frontiera della democrazia nel nostro continente, una democrazia che, a quei tempi, attraversava momenti difficili, perché era crollata in Italia, Grecia, Polonia, Ungheria e Germania. Pertanto, quel colpo di Stato non solo diede origine a una guerra lunga e crudele in Spagna, ma pose anche fine a quella speranza dell’Europa evocata da André Malraux.

La guerra di Spagna non fu solo una guerra e non fu solo spagnola. Fu uno scontro tra due grandi concezioni del mondo. Sì, segnò il ritorno delle due Spagne di Larra e Machado e il ritorno di una delle due Spagne raggelò il cuore di ogni spagnolo. Una guerra tra spagnoli, però, non sarebbe durata tanto, per il semplice motivo che le nostre forze non ce l’avrebbero permesso.

La guerra segnò un momento decisivo nella storia del mondo. Ebbe un significato enorme a livello internazionale. Dal 1936 i futuri partecipanti europei alla Seconda guerra mondiale cominciarono a scontrarsi direttamente o indirettamente l’uno con l’altro durante la guerra civile spagnola. La Spagna fu la prima grande battaglia della Seconda guerra mondiale, il banco di prova di una guerra futura che avrebbe devastato l’Europa. Per la prima volta nella storia vennero bombardate popolazioni civili. Guernica è nella memoria di tutti, ma vi furono molte Guernica in Spagna.

Molti europei persero la vita su entrambi i fronti e i loro nomi popolano i cimiteri di Madrid, Jarama, Belchite, Teruel, Guadalajara, dell’Ebro..., nomi di luoghi epici dove riposano tanti europei. Altri europei combatterono poi in ogni angolo del continente per la liberazione dell’Europa. Quella guerra fu per alcuni l’ultima grande causa, mentre per altri fu una crociata.

Io ricordo la crociata, i vescovi con il braccio alzato nel saluto fascista, a fianco di generali all’ingresso delle chiese. Ricordo anche i cimiteri traboccanti di morti ammazzati di entrambe le parti. Fu la guerra che più di ogni altra infiammò gli animi, in cui per la prima volta si scontrarono le ideologie del XX secolo: la democrazia, il fascismo e il comunismo. Fu una guerra di religione e, al contempo, una lotta di classe, una rivoluzione contrapposta a una reazione.

Fu uno scontro che si sarebbe protratto e che si protrasse anche in Spagna, una volta terminata la guerra, perché non vi fu solo una guerra, ma vi fu anche un lungo e difficile dopoguerra, dove non si trattava più di sconfiggere il nemico, poiché la guerra era ormai stata vinta, ma si trattava piuttosto di sradicarlo, per mantenere un sistema che permase a lungo e che costrinse la Spagna a rimanere estranea al processo di democratizzazione e anche a quello di ricostruzione vissuto dall’Europa a seguito del Piano Marshall.

Molti colleghi dei paesi dell’est ricordano il vero e proprio isolamento in cui piombarono dopo Yalta e la cortina di ferro che li separava dall’Europa libera, democratica e prospera. Tuttavia, si ricorda meno che nel sud dell’Europa vi furono paesi – Spagna e Portogallo – che rimasero a loro volta isolati da questo movimento e furono soggiogati a lungo da dittature militari.

Ricordo che una volta un membro del Congresso americano si lamentò con me per l’irriconoscenza degli europei verso lo sforzo di liberazione compiuto dagli Stati Uniti nei confronti dell’Europa. Dovetti ricordargli che, per quanto riguardava la Spagna, tale sforzo brillò per la sua assenza; infatti, fu proprio perché il regime militare tornava loro utile nella guerra fredda che gli americani si dimenticarono di liberarci.

Oggi vorrei fare mie le parole di Salvador de Madariaga, il cui nome figura su uno dei nostri edifici. Prima del 1936 – disse – tutti gli spagnoli vivevano in Spagna e in libertà. Oggi – affermava nel 1954 – in centinaia di migliaia vivono in libertà esuli dalla Spagna e il resto vive in Spagna esule dalla libertà”.

La libertà tornò dal 1975. Iniziammo a costruire le basi di una comunità fondata sulla democrazia, la libertà e la prospettiva dell’adesione all’Europa. Le nuove generazioni hanno portato nuove esigenze politiche rispetto al futuro e rispetto al passato. Si sono trovate dinanzi a una guerra e a una dittatura ormai concluse e, quando oggi in Spagna parliamo di riparazione morale per le vittime, intendiamo discutere la memoria attiva del nostro paese, della nostra società, per assumerci la piena responsabilità del nostro passato, per onorare tutti i nostri morti, per guardare in faccia le innegabili verità, per non dimenticare quegli eventi che potrebbero risultarci scomodi e per non rifugiarci nel conforto delle menzogne. Si tratta di ferite dolorose che in Europa hanno iniziato a rimarginarsi, ma che restano nella memoria di molte persone che, all’epoca, non riuscirono a esorcizzarle.

E’ questo il senso della commemorazione che celebriamo oggi in seno al Parlamento europeo: affrontare il passato che sopravvive in una parte della memoria del nostro continente per non ripetere gli errori di ieri, per condannare lucidamente i responsabili, per rendere omaggio alle loro vittime, per esprimere la nostra gratitudine a tutti coloro che lottarono per la democrazia, subirono la persecuzione e favorirono il ritorno della Spagna in Europa, quale nostra patria comune.

(Prolungati applausi)

 
  
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  Jaime Mayor Oreja, a nome del gruppo PPE-DE. – (ES) Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo a nome del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei al termine di questa dichiarazione sulla storia recente della Spagna. Vorrei precisare che la nostra posizione si basa essenzialmente sul pieno sostegno alla riconciliazione e punta al superamento di un tragico passato, ovvero abbraccia i valori che ispirarono la transizione democratica e che culminarono nella costituzione del 1978.

Proprio come domani, il 5 luglio di 30 anni fa il Presidente del governo spagnolo, Adolfo Suárez, assunse l’incarico di attuare la transizione democratica.

Per coloro che, come me, ebbero l’onore e l’opportunità di partecipare a quel progetto e di appartenere all’Unione del centro democratico – il partito che, all’interno del governo, aveva la responsabilità di portare materialmente a termine tale transizione, con l’aiuto di altre formazioni politiche e con l’inequivocabile sostegno della società spagnola e di Sua Maestà il Re – i valori della libertà e della riconciliazione racchiusi nella costituzione spagnola del 1978 e il nostro appello alla fine delle due Spagne inconciliabili sgorgarono dal più profondo delle nostre convinzioni. L’errore, la stupidità, la tragedia dell’ultimo secolo della storia della Spagna furono la facilità con cui le due Spagne riuscirono a riemergere – un fenomeno di esasperazione da sempre presente nel nostro paese – e la facilità con cui quelle due Spagne riuscirono a convincersi dell’impossibilità di una convivenza democratica.

Tutti conosciamo l’origine e la ragion d’essere dell’Unione europea, che si fonda sulla stessa forza morale di quella costituzione spagnola, la forza morale di chi si unisce, la forza morale dell’unione, affinché il nostro recente passato non abbia a ripetersi, affinché sul suolo europeo non inizino nuove guerre mondiali, né altre guerre, né altre dittature, né altri regimi comunisti, né altre guerre civili come quella che abbiamo vissuto in Spagna.

Noi nuove nazioni europee possiamo commettere errori nell’affrontare i nostri problemi attuali e futuri, ma c’è un errore che non possiamo commettere, che non abbiamo il diritto di commettere: ripetere gli errori commessi nella nostra storia senza trarvi un insegnamento.

Per tutti questi motivi, non dobbiamo stancarci della riconciliazione e della concordia. Non dobbiamo cambiare questo atteggiamento, e a molti di noi spagnoli oggi sembra un errore storico cercare di promuovere una seconda transizione, come se la prima fosse ormai vecchia e obsoleta; è un errore storico violare unilateralmente l’essenza della nostra costituzione della concordia; è un paradosso storico introdurre il dibattito sul diritto all’autodeterminazione in Spagna, creare in seno alla Spagna nuove nazioni che non sono mai esistite; è un errore storico perché ci allontana dalla concordia che abbiamo creato.

Pertanto, signor Presidente, in questo trentesimo anniversario della transizione democratica spagnola, iniziata il 5 luglio 1976, e a nome del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, mi permetta di concludere con un “Viva la riconciliazione”, un “Viva la libertà” e un “Viva la costituzione spagnola del 1978”!

(Applausi)

 
  
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  Martin Schulz, a nome del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, dopo aver ascoltato il suo discorso, vorrei chiederle quale spirito animava Franco e il suo regime. Conosciamo tutti quello spirito. E’ lo spirito dell’intolleranza, del disprezzo per l’umanità, è lo spirito che annienta le istituzioni democratiche, lo spirito che odia tutto ciò che non corrisponde ai suoi canoni. Franco e il suo regime si fondavano sul disprezzo per l’umanità e su una letale predisposizione alla violenza. Sottomissione assoluta alla sua ideologia o morte: questo era il messaggio del regime di Franco. Non si trattava di un messaggio spagnolo, tuttavia, perché quando Franco salì al potere 70 anni fa il mio paese si trovava sotto la dittatura di Hitler già da tre anni e in Italia Mussolini era ormai al governo da quattordici anni. A quel tempo, il movimento fascista di cui il regime di Franco faceva parte – in maniera essenzialmente militaristica – esisteva già in tutta Europa.

La guerra civile non fu solo una guerra civile spagnola. La Spagna fu il principale campo di battaglia di questa guerra e gli spagnoli furono le sue principali vittime, ma gli spagnoli furono anche i suoi ostaggi in un giro di prova per una guerra maggiore. Guernica e la Legione Condor sono e restano una macchia nella storia del mio paese.

I giovani degli anni ’30 scrissero una pagina gloriosa della storia europea e mondiale perché si recarono volontariamente in Spagna per difendere la democrazia. Ernest Hemingway eresse un indimenticabile monumento letterario a quella generazione. Il famoso scrittore americano Arthur Miller una volta disse che negli anni ’30 la parola Spagna era sinonimo di esplosione, poiché implicava il superamento del feudalesimo clericale e la contrapposizione dello spirito della libertà e della tolleranza al demone dell’intolleranza.

Se pensiamo alla Spagna oggi, noi della sinistra europea ricordiamo le innumerevoli vittime che caddero in quella guerra civile non solo tra le nostre fila, ma anche tra gli schieramenti opposti. A quell’intolleranza si opposero anche democratici cristiani, liberali e repubblicani. Franco era inviso in tutto il mondo all’intera comunità di pensatori e di nazioni, che osteggiavano il desiderio totalitario di sottomissione associato a quel regime. Franco ha perso.

Se oggi possiamo fare il punto della situazione in quest’Aula a settant’anni di distanza, vorrei richiamare la vostra attenzione sul fatto che, dall’introduzione delle elezioni dirette, il Parlamento europeo ha avuto tre Presidenti spagnoli: un democratico cristiano conservatore e due socialdemocratici. Se oggi, a settant’anni di distanza, un Presidente di origine catalana può dire, a nome dei rappresentanti eletti di 25 nazioni d’Europa, che l’integrazione europea rappresenta una vittoria sull’intolleranza e l’oppressione, allora, dopo settant’anni, possiamo affermare che la libertà ha vinto e che Franco è stato sconfitto. L’Europa non avrebbe potuto avere una sorte migliore!

(Applausi)

 
  
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  Bronisław Geremek, a nome del gruppo ALDE. – (FR) Signor Presidente, l’Europa è ricca di storia e, anche se il Parlamento europeo non deve cercare di svolgere il ruolo di unico detentore della verità sul passato, è tuttavia importante, per il futuro dell’integrazione europea, che la nostra Istituzione si senta responsabile della memoria collettiva dell’Europa, che è il fattore costitutivo principale dell’unità europea.

Ora siamo nel 2006, anno in cui ricorre il cinquantenario dell’insurrezione degli operai di Poznan, avvenuta nel giugno del 1956, e della rivoluzione ungherese, risalente all’ottobre di quello stesso anno: eventi drammatici nella lotta per il pane e per la libertà. 2006: settant’anni fa il Generale Franco impose un regime dittatoriale che osteggiava la libertà, la democrazia e lo Stato di diritto. La Spagna, che avrebbe dovuto essere uno dei paesi fondatori dell’Unione europea, si trovò – contro la volontà della propria popolazione – separata dal resto dell’Europa per mezzo secolo.

Riflettendo su questi eventi, sarebbe inopportuno elencare tutti i casi di ingiustizia, odio, conflitto e sofferenza umana che caratterizzarono la guerra civile e la dittatura. Affinché simili avvenimenti non abbiano più a ripetersi, dobbiamo invece ricordare che l’esperienza della Spagna è anche l’esperienza dell’Europa, nonché una delle esperienze che hanno portato alla creazione e alla costruzione dell’Unione europea.

L’Europa non dovrà dimenticare che, se la Spagna è riuscita a chiudere questo drammatico capitolo della sua storia attraverso il consenso, è stato grazie alla riconciliazione e al dialogo pacifico. Rendiamo omaggio al coraggio e alla saggezza del popolo spagnolo.

Nell’anno in cui ricorre questo anniversario il Parlamento e l’Europa tutta devono rallegrarsi di conoscere la libertà su cui si fondano. Al di là di tutte le divisioni politiche l’Europa deve sentirsi unita e prendere coscienza del fatto che ora conosciamo i motivi della sua esistenza. In questo modo rendiamo anche omaggio alla drammatica esperienza che commemoriamo tristemente oggi. Grazie molte.

(Applausi)

 
  
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  Daniel Marc Cohn-Bendit, a nome del gruppo Verts/ALE. – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, dalla Spagna del 1936 noi europei dobbiamo innanzi tutto trarre una lezione o, per meglio dire, dobbiamo trarne quattro. La prima lezione ha a che vedere con il coraggio, l’abnegazione e l’immaginazione straordinaria di cui un popolo, il popolo spagnolo, ha dato prova nella marcia verso la libertà e la democrazia. Chi può dimenticare le straordinarie invenzioni sociali della Catalogna libera? Chi può dimenticare le gesta del popolo spagnolo durante questo periodo eccezionale?

La seconda lezione riguarda la barbarie del fascismo, di cui, come abbiamo appena sentito, Guernica è un simbolo: il simbolo dell’omicidio, dell’assassinio, dell’incarcerazione; il simbolo, inoltre, di un progetto internazionale fascista, poiché è evidente che il fascismo spagnolo non avrebbe mai potuto trionfare senza l’aiuto del nazionalsocialismo. Nel 1936 il progetto fascista della dominazione europea era già visibile.

La terza lezione è la più difficile da apprendere perché è la lezione della vigliaccheria: la vigliaccheria degli europei, la vigliaccheria dei francesi – anche se non fu semplice per Léon Blum –, la vigliaccheria dei britannici, la vigliaccheria di tutti coloro che pensarono che, se fosse stato il popolo spagnolo a pagare, gli altri sarebbero stati risparmiati. Come a Monaco nel 1938, questo comportamento fu uno dei grandi errori di quel periodo, da cui dobbiamo trarre una grande lezione. Come dimostra la storia, chiunque creda che basti abbassare la testa nell’attesa che passi l’uragano spesso si sbaglia. Questa è una lezione importante che, per moltissimo tempo, diversi europei hanno avuto difficoltà ad accettare. Talvolta il pacifismo è l’anticamera dell’orrore. Talvolta è un segno di coraggio. E’ sempre molto difficile sapere se la scelta giusta è rappresentata dal pacifismo o dalla sua alternativa. Se, tuttavia, non si può fare a meno di parlare di vigliaccheria, anche il coraggio dimostrato va evidenziato: quello di Pierre Cot, ad esempio, un membro del governo di Léon Blum che, in veste di ministro, inviò armi in Spagna. Non dimentichiamo che Pierre Cot, che in quel periodo difficile si comportò da eroe, è il padre di uno dei nostri colleghi, Jean-Pierre Cot, che ringrazio per avermene ricordato le gesta.

La quarta lezione, infine, riguarda l’orribile intolleranza del totalitarismo comunista, perché non dobbiamo dimenticare che la guerra civile spagnola è caratterizzata da due grandi immagini. La prima è quella delle brigate internazionali che volevano salvare il popolo spagnolo, ma al tempo stesso ad essa si affianca quella delle intolleranti brigate comuniste che assassinarono membri trotskisti del POUM, e anche anarchici, poiché avevano un orientamento politico diverso dal loro. Anche questa è una lezione della guerra civile spagnola. Ci dimostra che liberazione non significa bandire le opinioni altrui, ma accettare la diversità e la democrazia.

Onorevoli colleghi, l’Unione europea deve trarre il massimo beneficio da queste quattro lezioni. Dobbiamo ricordarle quando si compiono atti di barbarie in Bosnia e quando è nostro dovere dare prova di solidarietà nei confronti degli oppressi. Se impareremo bene queste lezioni, credo che avremo un avvenire più radioso.

 
  
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  Francis Wurtz, a nome del gruppo GUE/NGL. – (FR) Signor Presidente, il Parlamento europeo svolge il proprio dovere organizzando questo atto politico in occasione del settantesimo anniversario dello scoppio della guerra civile spagnola ad opera di Franco.

In realtà, l’annientamento di quella giovane repubblica riguarda, per più motivi, l’intera Europa. Innanzi tutto, le forze del colpo di Stato del 1936 riuscirono a sottomettere il Fronte popolare solo grazie all’aiuto decisivo dell’Italia fascista e della Germania nazista. Fu sempre quest’ultima che, in Spagna, sperimentò la sua futura blitzkrieg contro la Francia, e Guernica, che fu il primo esempio nella storia mondiale del massacro di una popolazione civile trucidata da massicci bombardamenti aerei, sarebbe diventata un modello terrificante di quanto avvenne durante l’intera Seconda guerra mondiale.

Quegli anni oscuri, 1936-1939, richiedono l’attenzione dell’Europa per un’altra ragione: il tradimento dei repubblicani da parte delle democrazie vicine. Il non-interventismo del 1936 spianò la strada a Monaco nel 1938, che portò alla catastrofe abbattutasi sull’intero continente a partire dal 1939. Per non parlare, poi, della compiacente indifferenza dimostrata dai massimi esponenti politici europei e occidentali in generale nei confronti del regime franchista dopo la guerra, quando il suo leader si unì alle forze del bene contro l’impero del male.

Vi è infine un’altra ragione che attribuisce alla tragedia spagnola una dimensione europea: l’avvento di una solidarietà internazionale senza precedenti tra i lavoratori e la gente comune, nonché tra i più illustri intellettuali europei, una solidarietà di cui le brigate internazionali furono la dimostrazione lampante, poiché di esse facevano parte 40 000 volontari provenienti da una cinquantina di paesi.

Dal canto loro, alcuni repubblicani spagnoli parteciparono alla resistenza francese nonché all’insurrezione di Parigi dell’agosto 1944, sotto la guida del mio compianto compagno Henri Rol-Tanguy. Altri presero parte alla liberazione di Strasburgo, nel novembre di quello stesso anno, tra le fila del generale Leclerc.

Sicuramente la coscienza europea non sarebbe stata la stessa senza l’indicibile sofferenza delle vittime del franchismo, senza l’intrepido coraggio di quegli spagnoli che parteciparono alla resistenza e senza il flusso di solidarietà che portò alla nascita della giovane repubblica. Possa l’odierno atto commemorativo rendere a tutti coloro che furono coinvolti in questa esperienza l’omaggio che meritano.

(Applausi)

 
  
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  Brian Crowley, a nome del gruppo UEN. – (EN) Signor Presidente, per molti versi oggi non so bene cosa dire, perché io, diversamente da tanti colleghi, appartengo a una generazione che non ha una memoria diretta della tragedia che fu alla base della creazione dell’Unione europea.

Tuttavia, leggo la storia e, pertanto, la conosco e la capisco. Parliamo oggi del settantesimo anniversario del colpo di Stato di Franco. I libri di storia commemorano atrocità e tragedie avvenute sul continente europeo per ogni singolo giorno da 227 anni a questa parte.

Ne deduco, quindi, che ciò su cui dovremmo veramente concentrare la nostra attenzione è che il fascismo, il comunismo, l’imperialismo e i regimi totalitari che hanno dominato il nostro continente sono legati da un filo comune: una mancanza di rispetto per la differenza umana e la diversità di idee e un’intolleranza verso coloro che vogliono seguire un percorso diverso. Che si parli di Potsdam, dell’Ungheria, di Danzica, della Siberia, della Spagna, del Portogallo o dell’Irlanda, chi ha cercato di imporre la propria volontà sugli altri ha sempre fallito, poiché l’essenza stessa della nostra umanità è il desiderio di essere liberi per poter vivere e interagire con gli altri.

Per questo è estremamente importante non solo apprendere dagli errori del passato, ma anche evitare di ripeterli. Anziché criticare o puntare il dito affermando che questa tragedia è stata più drammatica, più dannosa o più determinante di altre nella politica europea, prendiamo atto che è avvenuta e serviamocene come esempio. Oggi in Europa siamo riusciti a superare tali differenze; abbiamo trovato una sede di dibattito e un modo di procedere in cui popoli di paesi diversi, con ideologie diverse, storie diverse e interpretazioni diverse della stessa storia possono riunirsi e trovare un terreno comune e una causa comune.

La miglior cosa che possiamo fare oggi in seno al Parlamento europeo è incoraggiare il Primo Ministro Zapatero a proseguire nello sforzo di riavvicinamento di popoli un tempo inconciliabili per trovare una strada comune nella regione basca. Questo non significa perdonare le atrocità commesse o negare i torti subiti; significa che non si può andare avanti vivendo nel passato, non si può rimanere amareggiati. Quando si presenta l’opportunità della pace, dobbiamo coglierla.

(Applausi)

 
  
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  Jens-Peter Bonde, a nome del gruppo IND/DEM. – (DA) Signor Presidente, “Bisogna fermarli!”. Questa fu l’esclamazione pronunciata dal giovane e illustre poeta della mia gioventù, Gustaf Munch-Petersen, quando, recatosi come volontario a combattere nella guerra civile spagnola, rimase solo al fronte mentre i suoi compagni battevano in ritirata, dinanzi alle forze superiori cui erano confrontati. Gustaf lasciò la moglie, il figlio e la famiglia a casa, in Danimarca. La sua azione non fu giustificabile né responsabile e non permise nemmeno di allontanare la piaga del fascismo dall’Europa. La sua protesta solitaria non era suffragata da alcuna logica, ma pensate se tutti avessero agito con lo stesso coraggio. Offrirsi impavidamente alla morte fu l’ultimo gesto poetico della sua vita.

I più rimasero inerti quando la democrazia fu minacciata, e in molti luoghi sconfitta, finché non giunsero uomini coraggiosi a porre fine al nazismo e al fascismo.

Per molti dei presenti in Aula, la liberazione divenne una nuova occupazione, che contemplava anche la cortina di ferro e i gulag. Oggi ricordiamo le molte persone – i coraggiosi e non solo – che persero la vita. Rendiamo omaggio a coloro che, combattendo come soldati volontari nella guerra civile spagnola, opposero resistenza, presero parte alla difesa della democrazia e diedero prova sia di coraggio sia di avventatezza nelle armate clandestine istituite per contrastare la politica di arrendevolezza dei governi nei confronti dei nemici della democrazia. Molte delle persone che presero attivamente parte ai movimenti di resistenza entrarono nelle fila dei partiti politici e anche dei movimenti che rappresento in quest’Aula da 27 anni. Sono quasi tutti deceduti. In punto di morte, il mio coraggioso vicino Hans – che di mestiere faceva il fabbro – parlava concitatamente della pioggia di bombe britanniche che vennero sganciate su una scuola francese anziché sulla sede della Gestapo. Come agente al servizio dei britannici, Hans aveva fornito illegalmente i disegni. L’errore non fu suo, ma il pensiero degli scolari uccisi lo tormentò fino all’ultimo giorno.

Desidero inoltre ricordare un giovane studioso che attraversò l’intero paese per creare il primo movimento di resistenza danese, mentre il governo collaborava con la potenza occupante tedesca. Frode Jakobsen assunse in seguito la guida del vittorioso governo clandestino, l’Associazione per la libertà danese. Dopo la guerra divenne un ministro del governo e prese parte al grande congresso del Movimento europeo, tenutosi all’Aia nel 1948, che diede avvio al Consiglio d’Europa e all’integrazione europea. Jakobsen presiedette per molti anni il Movimento europeo e fu uno dei membri socialdemocratici del parlamento danese. Detto questo, votò “no” in tutte le consultazioni elettorali sui Trattati CE e UE e iniziò a criticare l’UE per motivi democratici già nel 1972.

Abbiamo intitolato a suo nome un premio che viene consegnato ogni anno a chi ha dimostrato un particolare coraggio politico e ha fatto qualcosa per gli altri in un momento in cui tale comportamento non avrebbe avuto conseguenze convenienti o vantaggiose e nemmeno propizie per la sua carriera. Non abbiamo mai avuto difficoltà a trovare candidati. Esistono sempre persone che dimostrano un particolare coraggio politico e alcune di loro hanno tratto ispirazione dal mezzo milione di volontari e cittadini del mondo che si sono recati in Spagna per dire “No pasarán”. Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno dato prova di coraggio personale e sono morti per la nostra libertà. El pueblo unido jamás será vencido.

(Applausi)

 
  
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  Maciej Marian Giertych (NI). – (PL) Signor Presidente, se oggi, nell’Europa centrale e occidentale regnano la democrazia, le libertà civili, la proprietà privata e la tolleranza, lo si deve al fatto che il comunismo non è riuscito a prendere piede nel nostro continente, anche se avrebbe potuto. Nell’Europa orientale venne eretta una barriera contro il comunismo con la vittoriosa battaglia che i polacchi condussero contro i bolscevichi nel 1920 e grazie alla decisiva resistenza della Polonia cattolica contro la dominazione sovietica forzata.

Il fatto che in Occidente il comunismo non sia riuscito ad attecchire è ampiamente dovuto alla vittoriosa guerra civile combattuta dalla Spagna tradizionale contro i governi comunisti. Pur essendo giunta democraticamente al potere, la sinistra spagnola tenne un comportamento analogo a quello della sinistra della Russia bolscevica, il cui principale bersaglio era la Chiesa. Vennero uccisi quasi 7 000 sacerdoti. Le chiese vennero profanate, mentre i proiettili trafissero le statue sacre e i crocifissi posti sul ciglio delle strade. Le forze tradizionali risposero immediatamente all’attacco sferrato alla Spagna cattolica.

Le brigate internazionali, organizzate dalla Russia bolscevica, corsero in aiuto della Spagna comunista. Secondo l’usanza comunista, queste brigate erano interamente controllate dalle cellule del partito comunista e dai suoi servizi segreti, come lo era l’intero regime repubblicano. Grazie alla destra spagnola, all’esercito spagnolo, ai suoi leader e grazie al generale Francisco Franco in particolare, l’attacco comunista alla Spagna cattolica venne scongiurato. Allo stesso modo, venne arrestato anche il tentativo di diffondere la piaga comunista ad altri paesi.

La presenza di figure quali Franco, Salazar o De Valera nella politica europea permise all’Europa di preservare i suoi valori tradizionali. Oggi sentiamo la mancanza di simili statisti. Attualmente assistiamo con un certo rammarico al fenomeno del revisionismo storico, che getta cattiva luce su tutto ciò che è tradizionale e cattolico tessendo invece le lodi di tutto ciò che è laico e socialista. Non dimentichiamo che anche le radici del nazismo in Germania e del fascismo in Italia affondavano nel socialismo e nell’ateismo.

Il potere esercitato dal blocco socialista e anticattolico in quest’Aula suscita grande preoccupazione. Abbiamo avuto una chiara dimostrazione di questo potere durante le votazioni del mese scorso sui testi riguardanti la tolleranza e il settimo programma quadro. L’Europa cristiana sta perdendo la battaglia conto un’Europa socialista e atea. Questa situazione deve cambiare!

(Proteste)

 
  
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  Martin Schulz (PSE). – (DE) Signor Presidente, vorrei avvalermi della facoltà di intervenire per fatto personale a conclusione del dibattito. Ora non ricordo quale preciso articolo del Regolamento devo invocare, ma le chiedo di permettermi di formulare questa dichiarazione personale. Ho ascoltato attentamente tutto ciò che ha affermato il precedente oratore. Non scenderò nei dettagli, ma voglio dire una cosa a nome mio e del mio gruppo: le affermazioni che abbiamo appena sentito incarnano lo spirito di Franco. Si è trattato di un intervento fascista che non può trovare posto in seno al Parlamento europeo!

(Vivi applausi)

 
  
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  Zbigniew Zaleski (PPE-DE). – (PL) Signor Presidente, vorrei avvalermi, come ha fatto l’onorevole Schulz, del mio diritto di parlamentare e prendere brevemente la parola.

Mi spiace che lei e la Conferenza dei presidenti abbiate deciso di dedicare così tanto tempo al dibattito su Francisco Franco rifiutando invece di concedere anche solo un minuto alla discussione su un altro terribile massacro, quello compiuto a Katyń. Avevo avanzato questa richiesta a nome dei polacchi e di tutti coloro che hanno perso la vita in quella circostanza e mi dispiace moltissimo che la mia istanza non sia stata accolta.

 
  
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  Hans-Gert Poettering (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, vorrei dire che noi cattolici difendiamo la dignità umana, i diritti dell’uomo, lo Stato di diritto, la democrazia e la libertà. Riteniamo che i dittatori e i sostenitori dei regimi totalitari – che si tratti di fascismo, nazionalsocialismo o comunismo – non siano le persone adatte a difendere i nostri ideali. Noi difendiamo i nostri ideali con la forza delle nostre stesse convinzioni.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Desidero ringraziare tutti coloro che hanno partecipato a questo dibattito e ringraziare i deputati che vi hanno assistito, soprattutto quelli che non sono spagnoli, per l’interesse che hanno dimostrato nei confronti di questo avvenimento storico che è stato senza dubbio una tragedia. Vorrei altresì segnalare che tra il pubblico sono presenti persone che sono state condotte qui dalla loro memoria storica.

(Applausi)

 
Ultimo aggiornamento: 31 agosto 2006Avviso legale