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"Damas de Blanco", Hauwa Ibrahim e "Reporter senza frontiere" sono i vincitori del Premio Sacharov 2005

Istituzioni - 27-06-2006 - 17:53
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Il Presidente del Parlamento europeo, Josep Borrell ha consegnato questo mercoledì il Premio Sacharov 2005 per la libertà di pensiero. Il Premio riconosce i contributi alla difesa dei diritti dell'uomo, alla protezione delle minoranze e alla promozione della democrazia. Quest'anno sono tre gli insigniti del Premio: il movimento d'opposizione cubano "Damas de Blanco", l'avvocato nigeriana Hauwa Ibrahim e l'organizzazione internazionale "Reporter senza frontiere".

Aprendo la seduta solenne, il Presidente BORRELL si è rammaricato che, nonostante tutti gli sforzi compiuti, le "Donne in Bianco" non siano potute intervenire alla premiazione a causa della mancata autorizzazione da parte del governo cubano. Purtroppo, ha proseguito, non è la prima volta che ciò accade. Infatti sia Nelson Mandela, che Aung San Suu Kuy, Leyla Zana e Wei Jingshen, in passato, non avevano potuto ritirare il premio. Una nuova seduta solenne, sarà organizzata affinché le vincitrici possano ritirare il loro premio e si farà tutto il possibile per accelerare la procedura.
 
Quest'anno, ha proseguito, il Parlamento europeo ha deciso di conferire il premio a tutti e tre i candidati per le loro iniziative e il loro impegno. «E' una lotta per la democrazia e per un mondo più giusto», ha affermato Borrell. Molti europei credono che la promozione e la difesa dei diritti umani nel mondo sia un diritto acquisito quasi scontato invece, ha aggiunto, per milioni di uomini e donne si tratta solo di «un sogno lontano». Per questo motivo «noi abbiamo una particolare responsabilità nel difendere e promuovere i diritti umani in tutto il mondo».
 
«Sarà Blanca Reyes a rappresentare le "Donne in bianco" che, dal marzo 2003 continuano a manifestare pacificamente nonostante le pressioni e le minacce che sono costrette a subire.» Tale gruppo ha «tutto il nostro appoggio». Il Presidente ha ricordato che il 22 aprile 2004 il Parlamento europeo ha chiesto la liberazione di tutti i prigionieri politici, ma purtroppo il cammino per ottenere tale risultato «è ancora lontano». La storia di molti paesi europei, ha proseguito, «ci ha insegnato che la transizione pacifica non si ottiene incarcerando i dissidenti».
 
Presentando Hauwa Ibrahim, il Presidente ne ha sottolineato la determinazione, ricordando che «la sua forza è il rispetto della legge». Usando il suo talento di avvocato al servizio dello Stato di diritto, ha aggiunto, difende le persone che vivono sotto la costante minaccia di pene crudeli ed inumane in Nigeria, applicate in nome della "Sharia".
 
«Abbiamo seguito con emozione i processi contro Amina Lawal e Safyia Hussain accusate di adulterio», ha proseguito, e Ibrahim è riuscita a far trionfare la legge, esigendo il rispetto della Costituzione e dei Trattati internazionali firmati dalla Nigeria.  «Non si può lapidare una donna accusata di adulterio, non si può condannare una giovane all'amputazione», ha esclamato il Presidente ricordando come, in varie occasioni, il Parlamento si sia pronunciato contro queste condanne inumane e contro la pena di morte.
 
Il Presidente, ha poi presentato all'Aula il terzo vincitore, Robert Ménard, Segretario generale di Reporter senza frontiere, già noto all'Assemblea, e con lui tutti i giornalisti presenti.  «Non si può avere democrazia senza un'ampia informazione pluralista», ha sottolineato, ed è per questo principio che essi lottano. Sfortunatamente, ha aggiunto, «troppo spesso sono vittime della passione della loro professione». Il Presidente ha poi ricordato all'Aula che, poche settimane fa, Robert Ménard non è stato autorizzato a partecipare al Vertice dell'Informazione tenutosi a Tunisi, in quanto «evidentemente le autorità tunisine temevano la presenza di testimoni». E' paradossale «che ciò accada proprio quando in tutto il mondo si parla dell'importanza fondamentale della conoscenza» e, ha aggiunto, con questo premio si rende omaggio a tutti quei giornalisti che hanno perso la vita e a tutti i loro compagni imprigionati o spariti.
 
«Nemmeno i terroristi con i loro atti atroci potranno sopprimere la libertà d'informazione, base imprescindibile e combustibile irrinunciabile della democrazia», ha affermato il Presidente che ha poi concluso citando Voltaire e Brecht: «la libertà di espressione è un diritto di tutte le persone libere» che distingue la libertà dalla tirannide.
 
Blanca REYES ha affermato che è con commozione che ritira il Premio assegnato alle "Damas de Blanco" e ha colto l'occasione per salutare tre dei suoi esponenti ora «in esilio» e presenti in tribuna. Il Premio, «inaspettato», rafforzerà l'impegno per la causa di questo movimento spontaneo e senza connotazioni politiche, teso a difendere i 75 familiari imprigionati. Deplorando poi che le «autentiche damas» non hanno potuto presenziare, ha affermato che il governo cubano ha nuovamente dimostrato «la violazione sistematica dei diritti umani» impedendo la partecipazione di cinque donne pacifiche, nonostante avessero adempiuto tutte le numerose - inutili e incomprensibili - trafile burocratiche e malgrado le pressioni esercitate dal Parlamento europeo.
 
Questo, ha però aggiunto, non impedirà a queste donne e ai loro familiari di fare ascoltare le loro voci al mondo intero. Il Premio, ha spiegato, come è successo anche in casi precedenti, non sarà ritirato, ma si continuerà lo sforzo affinché prevalga «la giustizia sociale, la democrazia e la riconciliazione». L'oratrice ha quindi invitato il Parlamento a organizzare al più presto una cerimonia di consegna del premio alla libertà di pensiero a Cuba così da poter ascoltare da moltissime donne la descrizione delle condizioni in cui versano i loro familiari e delle repressioni che subiscono.
 
Ha poi letto un messaggio di congratulazioni con il quale Vaclav Havel sottolineava come l'atteggiamento delle Damas le rendesse degne del riconoscimento del Parlamento europeo e le incoraggerà come l'interessamento del mondo libero lo aveva incoraggiato ai tempi della sua prigionia. Blanca Reyes ha poi spiegato che non avrebbe partecipato alla cena protocollare non per mancanza di rispetto, ma per lanciare, con questo gesto simbolico, un chiaro messaggio «di protesta contro la dittatura cubana». Ha quindi concluso: «non esistono cause impossibili, quando sono ispirate dalla ragione, dalla riconciliazione e dall'amore. Tutte le voci, unite nella diversità, per il diritto alla libertà di pensiero».
 
I deputati, in piedi, le hanno tributato un lungo applauso.
 
Hauwa IBRAHIM ha ringraziato tutti gli esponenti del Parlamento per l'accoglienza calorosa e si è detta disponibile, al di là della cerimonia, a lavorare con loro su progetti che riguardano il suo Paese. L'avvocato ha poi voluto spiegare la strategia alla quale ricorre nella sua attività per difendere le donne condannate a morte: essenzialmente si tratta di capire la dinamica della sharia, dei mullah, delle culture e dei valori dei cittadini nonché della società in cui operano. L'azione è sempre mirata, ha spiegato. «Non sappiamo se è in atto uno scontro di civiltà» ha proseguito «sappiamo solo che una donna è condannata a morte e ricorriamo alla legge per difenderla». Si agisce a livello locale, «pensando globale», ha aggiunto.
 
Accennando alle minacce ricevute, ha spiegato che il suo gruppo si difende viaggiando in auto diverse per recarsi in tribunale, variando gli itinerari e non portando mai lo stesso vestito per due giorni di seguito. Ma la cosa più importante, ha aggiunto, è affrontare gli estremisti. Ha poi ricordato che una sua dichiarazione alla radio riguardo al fatto che la sharia non è prevista dal Corano aveva portato i mullah ad accusarla di blasfemia e a sostenerne la lapidazione. Nonostante la paura, aveva chiesto ai mullah di essere ricevuta e, dopo averla ascoltata, questi ultimi avevano concluso che non l'avrebbero più attaccata pubblicamente ma neanche sostenuta. Si è trattato, questo, di un grande successo.
 
L'avvocato ha poi affermato che, avendo lei il privilegio di essere istruita, farà di tutto, anche grazie al premio, per sostenere progetti volti a migliorare l'istruzione nel suo Paese. Dicendosi onorata di ricevere il Premio, ha continuato sostenendo che esso dimostra come il Parlamento non è solo capace di ascoltare ma anche di sostenere e incoraggiare le persone che si battono per i diritti umani. Il suo lavoro, ha poi spiegato, consiste nel lottare per il rispetto dei diritti e della dignità umana contro una sharia che nega il principio dell'uguaglianza di fronte alla legge, pone il problema del rispetto dei diritti fondamentali e dello Stato di diritto nonché del principio della separazione tra Stato e religione.
 
Robert MENARD, segretario generale di Reporter senza Frontiere, si è rallegrato che il Parlamento abbia attribuito un premio che riconosce il lavoro dei giornalisti, «persone alle quali non sono risparmiate critiche» da parte dei deputati. Il Premio, ha aggiunto, dimostra fino a che punto i giornalisti, molti dei quali rischiano la vita tutti i giorni, siano indispensabili per la democrazia. Ha poi voluto ricordare i 74 giornalisti deceduti in Iraq, «il doppio di quanti sono morti in 20 anni di guerra del Vietnam», nonché quelli detenuti dalle truppe americane, senza che si sappia il perché. Ha poi voluto rendere omaggio al giornalista libanese ucciso recentemente.
 
Il Segretario generale ha voluto denunciare la «capacità d'indignarsi a geometria variabile». Come non si capisce oggi, ha esclamato, che è possibile scandalizzarsi sia per i 24 giornalisti imprigionati a Cuba che per quelli arrestati dall'esercito USA. Bisogna, ha aggiunto, essere intransigenti in entrambi i casi.
 
Ha poi anche stigmatizzato l'atteggiamento di alcuni riguardo a Cuba: se Reporter senza frontiere denunce le dittature in Birmania, in Corea del Nord o nel Laos nessuno obietta, appena si tocca Cuba riceviamo «tonnellate di lettere di insulti di gente che trova delle scuse». A prescindere dalla fondatezza o meno dell'embargo USA, ha aggiunto, il problema è che vi sono 300 persone incarcerate per reati d'opinione a Cuba che hanno un solo torto: chiedere la democrazia e contestare l'autorità di Castro. Questo, ha detto, «è inaccettabile, qualunque siano le opinioni politiche».
 
Inoltre, pur ritenendo che il Parlamento sia stato «straordinario» nella mobilizzazione per Florence Aubenas, ha sottolineato come vi siano altri giornalisti non occidentali che non godono della stessa reazione, «come se ci fossero delle vite che valgono più delle altre». E' anche una questione di credibilità di chi si batte per la democrazia. Occorre poi smetterla «con quella specie di cattiva coscienza terzomondista» secondo cui sono i valori occidentali che vanno difesi. I valori della democrazia, ha spiegato, sono universali. La democrazia, ha aggiunto, è battersi per la libertà di espressione degli altri, anche di quelli che, un domani, potranno rappresentare un pericolo per noi stessi.
 
Occorre anche smetterla di far credere agli altri che «noi non viviamo in democrazia». Nella metà de mondo, ha spiegato, non vi è democrazia e non è possibile mettere sullo stesso piano i problemi di concentrazione dei media nei nostri paesi con l'arresto di giornalisti in Cina o in Birmania, non è giusto per chi è imprigionato in Cina. Non bisogna confondere «un paese in cui le restrizioni alla libertà d'espressione sono un'eccezione, con quelli in cui sono la regola».
 
Rivolgendosi ai deputati ha poi notato come essi, nella loro attività, devono anche tenere conto di interessi economici, diplomatici e militari e come non sia possibile che la politica europea sia guidata dai diritti dell'uomo. Tuttavia, ha chiesto loro di rispettare almeno i loro impegni, come applicare le clausole di salvaguardia previste dall'accordo d'associazione con la Tunisia. Ha poi incitato il Parlamento a proseguire tutte le sue iniziative a favore dei diritti dell'uomo, «senza credere un minuto che siano inutili». Il giornalista ha quindi concluso affermando che non ci si deve accontentare del mondo così com'è, occorre battersi contro le ingiustizie.
 
Il Presidente BORRELL ha quindi proceduto alla consegna dei premi. E' stato poi eseguito l'Inno europeo.
 
 
RIF.: 20051017FCS01528

Il premio Sacharov a difesa dei diritti dell’uomo

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Il Presidente Borrell con i vincitori del Premio Sacharov 2005

Il Presidente Borrell con i vincitori del Premio Sacharov 2005

Le “Donne in bianco” (“damas de blanco”) di Cuba: dal 2004 questo gruppo di donne protesta pacificamente tutte le domeniche contro la detenzione dei mariti e dei figli, dissidenti politici a Cuba. Indossano vestiti bianchi per simboleggiare la pace e l'innocenza di questi detenuti.

Hauwa Ibrahim: di umili origini, è diventata un avvocato nigeriano di spicco nell’ambito dei diritti umani. Difende le donne che rischiano la lapidazione per adulterio e i giovani che rischiano l’amputazione per furto in base alla legge islamica della sharia.

“Reporter senza frontiere”: questa organizzazione internazionale si batte per la libertà di stampa nel mondo. Difende i giornalisti e altri professionisti dei media dalla censura e dalle persecuzioni.

Il premio Sacharov non è l’unico strumento attraverso il quale il Parlamento sostiene il rispetto dei diritti dell’uomo e della democrazia. Per saperne di più, consultare la nota di background sui diritti umani pubblicata nella sezione del Servizio Stampa del Parlamento europeo.
 
 
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FAQ: le domande più frequenti – Una guida

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Premio Sacharov - Le domande più frequenti

Premio Sacharov - Le domande più frequenti

1. Chi era Andrei Sacharov?

Il premio è intitolato ad Andrei Sacharov (1921-1989), il quale ha acquisito fama mondiale come uno degli inventori della bomba all’idrogeno sovietica. Compreso il pericolo derivante da un suo potenziale abuso, si è dedicato per lungo tempo ad un'azione di sensibilizzazione sui rischi della corsa al riarmo nucleare. In Unione Sovietica è stato considerato un dissidente e imprigionato per le sue idee. Nel 1970, ha fondato un comitato per la difesa dei diritti dell’uomo e delle vittime dei processi politici. Cinque anni dopo, il suo impegno è stato ricompensato con il Premio Nobel.

2. Chi nomina il vincitore?
 
Ogni anno gli eurodeputati e i gruppi politici del Parlamento propongono dei candidati e, da questa lista, la commissione per gli affari esteri seleziona tre “finalisti”. I presidenti dei gruppi politici (la Conferenza dei presidenti) selezionano quindi il vincitore. Il premio viene consegnato dal Presidente del Parlamento europeo durante la sessione plenaria di dicembre. Il vincitore riceve un attestato e un assegno di 50.000 euro.

3. Qual è lo scopo del premio?
 
Premiando il costante impegno nella lotta per la tutela della libertà di pensiero e di espressione contro l’intolleranza, il fanatismo e l’odio, il Parlamento cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti umani. Ciò riflette la sua convinzione secondo la quale le libertà fondamentali, oltre al diritto alla vita e all’integrità fisica, comprendono anche le libertà di espressione e di stampa, che rappresentano due tra i mezzi più efficaci nella lotta all’oppressione e che sono dei criteri fondamentali per giudicare il grado di democraticità e di apertura di una società.

4. Chi ha vinto l’anno scorso?

Il premio Sacharov 2004 è stato assegnato all’associazione bielorussa dei giornalisti per la loro opera di promozione della libertà di stampa in Bielorussia. Il premio è stato istituito nel 1988, quando è stato conferito congiuntamente a Nelson Mandela e ad Anatoli Marchenko.
 
 
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Coraggio a Cuba: le donne protestano contro le incarcerazioni ingiuste

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"Donne in bianco" candidate al Premio Sacharov

"Donne in bianco" candidate al Premio Sacharov

L’arresto di dissidenti politici nel 2003 continua a gettare un’ombra su Cuba. La maggior parte dei 75 uomini detenuti sono ancora in prigione – incarcerati per aver criticato la mancanza di libertà politica nel paese. Eppure, il tentativo di ridurli al silenzio è fallito, perché da allora mogli e figlie dei prigionieri politici, protestando pacificamente ogni domenica, hanno attirato l’attenzione internazionale sulla vicenda.

Si fanno chiamare “Donne in bianco” (Damas de blanco) e si sono costituite all’inizio del 2004. Vestendosi di bianco, vogliono simbolizzare l’innocenza e la purezza. La loro protesta ricorda quella delle donne argentine che, negli anni ’70, utilizzarono una tattica simile per chiedere informazioni sui loro figli, scomparsi durante la dittatura militare.

Le relazioni che l’Unione europea intrattiene con Cuba sono particolarmente tese dall’arresto dei dissidenti politici. Nell’aprile 2004, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione in loro favore, con cui chiedeva il rilascio delle persone detenute, affermando che tali arresti "violano i più elementari diritti dell’uomo e in particolare la libertà di associazione e di espressione politica”. Nel testo si proseguiva reclamando dalle autorità cubane “segnali significativi sulla via del completo rispetto delle libertà fondamentali". I ministri dei governi dell’UE inoltre, hanno rilasciato una dichiarazione in cui si definiva “deplorevole” l’operato della autorità cubane.

Sono state introdotte una serie di sanzioni che hanno prodotto come risultato la rottura delle relazioni fra i governi dell’UE e Cuba. Dal gennaio di quest’anno, tuttavia, le sanzioni sono state sospese e sono ripresi i contatti. L'Europa, infatti, sta cercando di esercitare in maniera “soft” il suo potere di persuasione politica ed economica per alleviare la situazione a Cuba – un paese fortemente dipendente dal turismo, dove il 20% della popolazione vive in povertà.

Le Donne in bianco continuano la loro campagna, nonostante i tentativi di ridurle al silenzio. L’attacco più grave nei loro confronti è stato perpetrato il 20 marzo 2004 – la domenica delle Palme – quando sono state aggredite e insultate da membri della Federazione delle donne cubane. 

Il sostegno internazionale alla loro causa è stato vasto. La loro candidatura al Premio Sacharov per la libertà di pensiero, assegnato dal Parlamento europeo, riconosce il loro coraggio e il loro impegno nella causa dei diritti dell’uomo a Cuba. Il gruppo è stato anche sostenuto dal Comitato internazionale per la democrazia a Cuba (ICDC). Il fondatore del Comitato, l’ex-Presidente ceco Vaclav Havel, ha di recente inviato una lettera al vertice ibero-americano, chiedendo che si invitassero le autorità cubane a tener fede a quanto dichiarato in precedenza in materia di rispetto dei diritti umani.
 
 
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Hauwa Ibrahim, candidata al Premio Sacharov 2005: il diritto contro l’integralismo

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Hauwa Ibrahim candidata al Premio Sacharov

Hauwa Ibrahim candidata al Premio Sacharov

Hauwa Ibrahim, avvocatessa nigeriana, si è specializzata in un ambito poco comune: difendere le donne condannate a morte tramite lapidazione. Negli Stati nigeriani che applicano la legge islamica, l’adulterio può essere punito con la pena capitale. Di fede musulmana, conduce una lotta senza tregua contro l’integralismo religioso, gratuitamente e nonostante le intimidazioni. La Costituzione del suo Paese e il sostegno internazionale bastano per vincere questa battaglia? Lei ne è convinta.

Unico avvocato ad opporsi alla Sharia (la legge islamica) nel suo paese, Hauwa Ibrahim non ha il diritto di perorare personalmente una causa dinnanzi ai tribunali islamici: è una donna. I suoi colleghi, quindi, prendono la parola al suo posto. Musulmana, viene accusata di aver tradito la sua religione. Ma chi, se non lei, può assumere la difesa di persone, per la maggior parte donne, condannate secondo la Sharia a pene atroci (lapidazione, amputazione, fustigazione) per aver avuto “comportamenti devianti”? In questo paese, dove la metà della popolazione è musulmana e le divisioni fra le due comunità restano profonde, i suoi colleghi avvocati di fede cristiana sono restii a intervenire nelle questioni che hanno a che fare con l’Islam. Gli avvocati musulmani, che sono una minoranza, non cercano certo di subire la sua sorte: vessazioni, telefonate minatorie, volantini pieni di insulti e anche un’imputazione formale per diffamazione dell’autorità giudiziaria.

Eppure, lei si rifiuta di tacere. La rivolta ha ceduto il passo alla determinazione. Sì, è possibile difendere pacificamente e legalmente i condannati a pene ingiuste e gli oppressi incapaci di difendersi da soli. La Nigeria non ha una religione di Stato. I 36 Stati federali che la compongono sono laici. Qualsiasi cittadino ha il diritto di difendersi davanti a un tribunale, è la Costituzione a sancirlo. Hauwa Ibrahim chiede che essa venga applicata e osa interpellare le autorità del suo paese in merito alla costituzionalità dell’applicazione della Sharia. 

L'azione di questa avvocatessa indomita le imbarazza molto, tanto più che, grazie a lei, la situazione delle donne condannate a subire trattamenti inumani è ora conosciuta dal mondo intero. A seguito della sua opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica internazionale, infatti, è stato possibile salvare la vita ad Amina Lawal, condannata a morte tramite lapidazione per aver avuto un figlio concepito fuori dal matrimonio. Le sentenze di morte vengono ancora pronunciate ma, almeno per il momento, non sono eseguite. Non bisogna però abbassare la guardia.

Hauwa Ibrahim ha 37 anni e due figli. E’ nata in un villaggio di 2.000 abitanti, senza acqua corrente né elettricità. La carriera di avvocatessa non doveva far parte del suo destino: avrebbe dovuto terminare gli studi con la scuola elementare e il suo matrimonio era già stato deciso quando lei aveva 12 anni. Si è pagata da sola gli studi e sa molto bene, oggi, che la migliore difesa delle persone più povere passa per l’istruzione. La povertà e l’analfabetismo vanno di pari passo, e l’integralismo si nutre di oscurantismo.
 
 
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Candidato al premio Sacharov: reporter a difesa della libertà di stampa

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Reporter senza Frontiere candidato al Premio Sacharov

Reporter senza Frontiere candidato al Premio Sacharov

“Reporter senza frontiere” – un gruppo che si batte per la libertà di stampa nel mondo – è il terzo e ultimo candidato al premio Sacharov per la libertà di pensiero istituito dal Parlamento. Il gruppo, che celebra quest’anno il suo 20° anniversario, sostiene e difende dalle persecuzioni e dalla censura i giornalisti e altri professionisti dei media.

Ciò è particolarmente importante in quanto, stando al gruppo, in un terzo dei paesi del mondo ancora non esistono mezzi di informazione liberi. Inoltre c’è il tragico tributo di vittime tra i giornalisti e altri professionisti, uccisi mentre svolgono il loro lavoro. Secondo l’International News Safety Institute (Istituto internazionale per la sicurezza delle notizie, INSI), al 10 ottobre i giornalisti uccisi quest’anno mentre svolgevano le proprie indagini sono 62.

Un diritto universale: Reporter senza frontiere si ispira all’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, che afferma che ciascun individuo ha “diritto alla libertà di opinione e di espressione”, incluso il diritto di “cercare, ricevere e diffondere” informazioni e idee. In Europa questo diritto è stato inserito nella Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950.

“Cercare di non credere alle minacce di morte”: oltre a portare avanti una lotta morale contro la persecuzione della stampa, il gruppo offre assistenza pratica e legale ai giornalisti che operano nelle zone di guerra. Nella sua guida, offre consigli ai giornalisti su cosa fare qualora vengano presi in ostaggio: "Cercare di far sì che usino il vostro nome, perché ciò può portarli a considerarvi una persona e può ridurre la tensione”. Inoltre, il gruppo consiglia agli ostaggi di “cercare di non credere alle minacce di morte o alle promesse di liberazione".

La guida prosegue offrendo consigli a 360 gradi, da come evitare i cecchini a come riconoscere le bombe piazzate lungo le strade. Come ulteriore precauzione di sicurezza, il gruppo consiglia ai giornalisti freelance di utilizzare giubbotti antiproiettile con la scritta “STAMPA” quando operano in zone di guerra.

Reporter senza frontiere offre inoltre aiuti alle famiglie dei giornalisti detenuti, che possono coprire anche le spese mediche o legali.
 
All’inizio di quest’anno, Reporter senza frontiere è stato sulle prime pagine quando si è battuto con forza per il rilascio dei due giornalisti francesi - Christian Chesnot (RFI, Radio France) e Georges Malbrunot (Le Figaro, RTL) – tenuti in ostaggio da militanti islamici in Iraq. Fortunatamente, entrambi sono tornati alle loro famiglie, dopo 124 giorni di detenzione.
 
 
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Premio Sacharov: vincitori precedenti

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Nelson Mandela - Vincitore del Premio Sacharov nel 1988

Nelson Mandela - Vincitore del Premio Sacharov nel 1988

Il mondo era molto diverso quando, nel 1988, Nelson Mandela fu insignito del primo premio Sacharov. Il muro di Berlino era ancora intatto e la cortina di ferro separava l’Europa in un Ovest capitalista e un Est dominato dall’URSS. In Sudafrica vigeva ancora l’Apartheid e fu per la resistenza a questa segregazione razziale che Mandela, ancora imprigionato, ricevette il premio. Dovette attendere ancora due anni per la sua liberazione e i primi passi verso lo smantellamento dell’Apartheid.
 
Quell’anno venne premiato, a titolo postumo, anche il dissidente sovietico Anatoli Marchenko, morto nel 1986 a seguito di uno sciopero della fame, dopo 20 anni di detenzione.
 
Nel 1990, la giuria del premio Sacharov decise di premiare un’altra dissidente, l’attivista birmana per i diritti umani Aung San Suu Kyi. Il partito politico sotto la sua guida vinse le elezioni nel maggio di quell’anno con l'82% dei voti. Tuttavia, questa vittoria venne ignorata dal regime militare al potere, il Consiglio di Stato per la restaurazione della legge e dell'ordine (SLORC), che continuò a incarcerare i leader del partito vincente. Aung San Suu Kyi ha passato gran parte degli ultimi 16 anni agli arresti domiciliari ed è diventata un’eroina internazionale.
 
Il cubano Oswaldo Payá, sostenitore della democrazia, venne insignito del premio nel 2002. In qualità di capo del Movimento cristiano di liberazione difende con forza un cambiamento democratico e pacifico a Cuba. Al ritiro del premio a Strasburgo, disse agli eurodeputati, che avevano “assegnato il premio Sacharov alla popolazione cubana”.
 
Il premio non è stato assegnato solo a singoli individui. Nel 2003, il personale delle Nazioni Unite e il segretario generale Kofi Annan ricevettero il premio in quello che fu un anno turbolento per l’organizzazione, caratterizzato da dibattiti controversi sull'Iraq. L’anno scorso, la mancanza di libertà democratiche in Bielorussia è stata messa in rilievo assegnando il premio all’Associazione bielorussa dei giornalisti che lottava contro la repressione dei media da parte del regime del Presidente Alexander Lukashenko.
 
Al riguardo, occorre menzionare che, nei suoi 17 anni di storia, il premio Sacharov è stato assegnato a due futuri vincitori del premio Nobel per la pace: Aung San Suu Kyi (1991) e Nelson Mandela (1993). L’ONU e Kofi Annan, insigniti del Premio Nobel nel 2001, hanno successivamente ricevuto il Premio Sacharov (2003). Lo stesso Andrei Sacharov ricevette il premio Nobel nel 1975.
 
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