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Procedura : 2006/2021(BUD)
Ciclo di vita in Aula
Ciclo dei documenti :

Testi presentati :

A6-0058/2006

Discussioni :

PV 14/03/2006 - 20
CRE 14/03/2006 - 20

Votazioni :

PV 15/03/2006 - 4.10
CRE 15/03/2006 - 4.10
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2006)0090

Discussioni
Mercoledì 15 marzo 2006 - Strasburgo Edizione GU

5. Dichiarazioni di voto
PV
  

– Relazione Miguélez Ramos (A6-0035/2006)

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ritengo che l’accordo di partenariato tra la Comunità europea e gli Stati Federati di Micronesia (FSM) sulla pesca al largo delle loro coste debba essere concluso alle condizioni previste nella proposta di regolamento del Consiglio.

Il Pacifico occidentale è una delle zone di pesca più ricche di tonni al mondo e studi scientifici dimostrano che attualmente la situazione degli stock è tale da consentire anche ad altri paesi di praticare la pesca in quelle zone.

L’accordo è vantaggioso per entrambe le parti e consente il perseguimento di una politica di pesca sostenibile negli FSM.

Malgrado il mio appoggio all’accordo di partenariato in materia di pesca, vorrei richiamare la vostra attenzione sui canoni eccessivi per le licenze dei palangari, che per alcuni armatori costituiscono un onere eccessivo.

 
  
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  Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Siamo estremamente critici nei confronti degli accordi in materia di pesca con i paesi terzi e quindi ci dispiace che l’UE si appresti a concludere altri accordi di questo tipo con nuovi paesi.

Diverse relazioni hanno sottolineato le conseguenze negative di tali accordi per le popolazioni costiere dei paesi che li concludono. Le acque di pesca di questi ultimi, infatti, sono state sottoposte ad uno sfruttamento eccessivo a seguito degli accordi in questione, con conseguenze negative per le popolazioni locali. Tuttavia, sia la Commissione che la stragrande maggioranza del Parlamento europeo hanno deciso di continuare ad ignorare questa critica. In un parere del Parlamento si legge che gli accordi di pesca in esame potrebbero inoltre avere conseguenze negative sull’ambiente.

Proprio ora che l’UE insiste sull’aumento degli aiuti, i tributi versati dalla popolazione sono utilizzati per finanziare accordi di pesca che vanno contro lo sviluppo. Una simile politica non è né coerente né credibile.

Riteniamo che gli accordi di pesca dovrebbero essere gradualmente eliminati per essere infine aboliti. Gli Stati membri dell’UE le cui navi operano nelle acque di paesi terzi dovrebbero farsi carico dei costi derivanti dagli accordi di pesca e decidere autonomamente se finanziare tale spesa tassando, a loro volta, i loro pescherecci.

 
  
  

– Relazione Braghetto (A6-0037/2006)

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. – (SV) Con la riforma della PCP si è reso assolutamente necessario un adeguamento del regolamento n. 3690/93 del 20 dicembre 1993. Le informazioni sui pescherecci devono adeguarsi alle nuove regole sulla gestione e conservazione degli stock per essere conformi al principio chiave della “gestione dello sforzo di pesca”.

Gli emendamenti proposti, in particolare l’introduzione del numero di registro della flotta peschereccia comunitaria e la riduzione graduale dei metodi di pesca utilizzati dal peschereccio, costituiscono aspetti importanti non contemplati dal regolamento originale.

La proposta della Commissione e gli emendamenti presentati dal relatore nella sua relazione meritano il mio appoggio.

 
  
  

– Relazione Hazan (A6-0049/2006)

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. – (SV) I moderati hanno scelto di votare a favore della relazione in esame. Deploriamo tuttavia che a livello europeo non si sia dato sufficiente risalto alla tutela dei diritti fondamentali e riteniamo che l’autorità della Corte di giustizia europea vada estesa ai diritti fondamentali individuali anche in rapporto ai problemi di sicurezza interna.

 
  
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  Lena EK (ALDE), per iscritto. – (SV) Grazie alla relazione sulla valutazione del mandato d’arresto europeo presentata per iniziativa dell’onorevole Hazan, abbiamo la possibilità di accrescere ulteriormente la sicurezza giuridica dei nostri cittadini. La relazione si concentra sui progressi compiuti; io desidero invece soffermarmi sui problemi, menzionati nella relazione, che ancora ostacolano la garanzia della sicurezza giuridica.

E’ estremamente importante che alle persone arrestate tramite mandato d’arresto europeo siano garantiti l’assistenza legale e un aiuto pratico in termini di traduzione e interpretazione. Ogni Stato membro deve farsi carico di risolvere questo importante problema che è causa, allo stato attuale, di violazioni dei diritti umani.

 
  
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  Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La presente relazione dimostra i chiari sforzi fatti per accrescere la cooperazione nell’ambito del diritto penale. Essa chiede al Consiglio di impedire che gli Stati membri reintroducano la verifica sistematica della doppia incriminazione, nonché di integrare il mandato d’arresto europeo nel primo pilastro.

La relazione rileva i principali problemi riscontrati nell’applicazione del mandato d’arresto. Gli Stati membri hanno manifestato chiaramente la loro volontà di conservare elementi del sistema tradizionale di estradizione.

Alcuni paesi si sono rifiutati di attuare il mandato d’arresto europeo contro i propri cittadini, adducendo come motivazione il rischio di discriminazione o di violazione dei diritti fondamentali. Altri hanno conservato o reintrodotto la verifica della doppia incriminazione.

La Lista di giugno ritiene che questi siano chiari segnali del tentativo degli Stati membri di salvaguardare la loro sovranità nell’ambito del diritto penale. Pochi provvedimenti intrapresi contro un individuo hanno conseguenze di vasta portata quanto le azioni giudiziarie o gli ordini di condanna. Per questo la sicurezza giuridica deve avere la precedenza sulla semplificazione e l’efficacia che il mandato d’arresto europeo, a detta della relazione, consentirebbe.

La Lista di giugno si oppone al crescente sovranazionalismo e ritiene che i problemi in esame siano di competenza dei singoli Stati. Abbiamo pertanto scelto di votare contro la proposta.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Come già abbiamo rilevato nel 2001, con il pretesto della lotta al terrorismo la Commissione avanza proposte volte a delegare all’Unione europea aspetti fondamentali della giustizia, eludendo così l’indispensabile cooperazione tra gli Stati membri e gli strumenti giuridici esistenti, quali l’estradizione. Ciò equivale a un’aggressione alla sovranità degli Stati membri e al loro dovere di tutelare i diritti dei cittadini.

In quell’occasione affermammo che il mandato d’arresto europeo, volto inter alia a sopprimere il principio della doppia incriminazione, sebbene entro certi limiti, sarebbe stato un cavallo di Troia che ci avrebbe fatti ulteriormente procedere lungo la strada del sovranazionalismo.

La presente relazione conferma le nostre obiezioni: reputa la sovranità nazionale un ostacolo e fa riferimento all’attuale “ingerenza” delle autorità politiche nella procedura di estradizione, persino nei casi in cui il loro obiettivo è garantire il rispetto dei diritti umani.

E’ significativo che la Corte costituzionale tedesca abbia deciso di annullare la normativa di recepimento del mandato d’arresto europeo e che alla luce di tale decisione vari Stati membri siano ritornati ad applicare gli strumenti di estradizione. La relatrice critica tali decisioni ed è favorevole all’attivazione della “passerella” prevista dall’articolo 42 del trattato UE, che permetterebbe l’integrazione del mandato d’arresto europeo nel primo pilastro.

 
  
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  Marine Le Pen (NI), per iscritto. – (FR) Come le politiche europee di immigrazione, il mandato d’arresto europeo è molto pericoloso e gravido di conseguenze per tutti. Di fatto riguarda tanto i reati gravi quanto quelli più lievi (terrorismo, furto, danno intenzionale, comportamento oltraggioso durante incontri pubblici, commenti ritenuti razzisti o xenofobi, eccetera) e i diritti dei cittadini sono comunque meno tutelati di quanto lo fossero in passato con la procedura di estradizione, che permetteva al potere politico di acconsentire a un’estradizione o di rifiutarla. Oggi, il mandato d’arresto è diventato una procedura esclusivamente giudiziaria, in seguito all’abolizione della fase politica e amministrativa da un lato, e del controllo esercitato dalle giurisdizioni amministrative dall’altro.

Il mandato d’arresto in esame è stato creato frettolosamente come reazione agli attentati dell’11 settembre e i capi degli Stati e dei governi europei non hanno esitato, più per tutelare la propria immagine mediatica che per assennatezza e ragionevolezza, ad accantonare le libertà individuali e il diritto alla difesa di ogni cittadino.

Il mandato d’arresto europeo, ideato dai nostri burocrati come strumento per tutelare i diritti fondamentali dei cittadini, appare oggi per quello che è veramente: uno strumento di repressione totalitaria, potenzialmente pericoloso per ognuno di noi.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Accolgo con favore questa proposta, mirata a una valutazione del mandato d’arresto europeo, della sua efficacia e delle difficoltà riscontrate a partire dalla sua adozione. Il mandato di arresto europeo svolge un ruolo estremamente innovativo nel consolidamento della cooperazione giudiziaria e della fiducia reciproca e consente agli Stati membri di lottare in modo più efficace contro la criminalità organizzata e il terrorismo.

Concordo con la proposta di raccomandazione sulla necessità di coinvolgere maggiormente il Parlamento nella valutazione del mandato di arresto europeo e di garantire, nell’ambito della sua applicazione, i diritti fondamentali, per fare in modo che i cittadini dei vari Stati membri non subiscano discriminazioni.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Il mandato d’arresto europeo è un altro anello della catena di provvedimenti volti a completare la rete istituzionale per la salvaguardia del potere del capitale all’interno dello “spazio di sicurezza e giustizia” euro-accentratore. Consente che vengano estradati cittadini degli Stati membri e sostanzialmente abolisce il principio della doppia incriminazione, nonché la possibilità per i dirigenti politici di deliberare circa l’estradizione di un individuo, capovolgendo così i principi e le garanzie fondamentali di tutela dei diritti individuali, salvaguardati dalla precedente legge di estradizione. Il mandato d’arresto europeo riduce la sovranità nazionale, mettendo in dubbio il diritto di ogni Stato membro a esercitare la giurisdizione penale sui propri cittadini, pur facendo nel contempo riferimento ai diritti e alle garanzie individuali difesi dalla Costituzione.

La presente relazione chiede cambiamenti ancora più reazionari per il mandato d’arresto europeo, proponendo di ampliare l’abolizione della doppia estradizione, di privare i dirigenti politici del diritto di intervenire nella procedura di estradizione di singoli individui per ragioni di politica nazionale e di interesse privato, nonché di abolire ogni valutazione giudiziaria sulla compatibilità del mandato d’arresto con i diritti fondamentali.

Ancora una volta “terrorismo e criminalità organizzata” vengono usati dal Parlamento europeo come pretesto per fornire una base più stabile a un’ulteriore restrizione dei diritti e delle libertà, da usare contro la lotta di base e contro tutti coloro che combattono e contrastano l’imperialismo e lo sfruttamento capitalista.

 
  
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  Tobias Pflüger (GUE/NGL), per iscritto. – (DE) L’entusiasmo per il mandato d’arresto europeo testimoniato dalla relazione dell’onorevole Hazan, approvata oggi in quest’Aula da una larga maggioranza, risulta del tutto incomprensibile. Quello che è più riprovevole è la raccomandazione secondo cui il giudice che esegue il mandato d’arresto non è tenuto a “controllarne sistematicamente la conformità con i diritti fondamentali”. Anche sotto altri aspetti, nel documento si cerca di abolire il controllo esercitato dai giudici. Con questa decisione l’Europa avanza ulteriormente lungo la strada sbagliata dell’opposizione ai diritti fondamentali. Il fatto che le decisioni, che provengano o meno dai tribunali, debbano seguire il principio del riconoscimento reciproco in mancanza di standard unitari, andrà a scapito dei diritti fondamentali nell’Unione europea. L’imputato rischia infatti di venire stritolato tra gli ingranaggi dei sistemi penali totalmente diversi tra loro dell’Unione europea.

La presente relazione non fa il minimo accenno al fatto che i tentativi compiuti dai singoli Stati – come quelli della Germania – per includere il mandato d’arresto europeo nel loro apparato legale sono stati respinti dalle Corti costituzionali a causa della loro evidente incostituzionalità. Ciononostante, la relazione esorta gli Stati membri affinché “adottino quanto prima le misure necessarie in modo da evitare qualsiasi ostacolo di natura costituzionale o giuridica all’applicazione del mandato di arresto europeo ai loro cittadini”. Ciò significa semplicemente che i legislatori tedeschi sono chiamati a violare la loro costituzione per rendere possibile l’applicazione del mandato d’arresto europeo.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) L’aspetto positivo che emerge dall’analisi del mandato d’arresto europeo è il suo tentativo di realizzare uno dei più importanti meccanismi di cooperazione giudiziaria dell’Unione europea, in un momento in cui tale cooperazione appare sempre più necessaria e sempre più difficile da realizzarsi.

Tradizionalmente, le autorità nazionali non condividono facilmente informazioni in materia di sicurezza e incontrano difficoltà a cooperare in ambito giudiziario. Il mandato d’arresto europeo si oppone a questa tendenza cercando di imporre la cooperazione, di vitale importanza sia per aumentare la sicurezza – è infatti il modo più efficace per impedire che i criminali abusino dei vantaggi offerti dalla libertà di movimento –, sia per accrescere la sicurezza giuridica, elemento altrettanto fondamentale.

Detto questo, trovo deprecabile che si debba ricordare agli Stati membri che essi devono adottare “le misure necessarie in modo da evitare qualsiasi ostacolo di natura costituzionale o giuridica all’applicazione del mandato di arresto europeo ai loro cittadini”. Vorrei inoltre rammentare, con un certo orgoglio, che il Portogallo è stato uno dei primi Stati membri a recepire la decisione quadro in esame.

 
  
  

– Relazione Gräßle (A6-0057/2006)

 
  
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  Robert Goebbels (PSE), per iscritto. – (FR) Nella votazione sulla relazione dell’onorevole Grässle, intesa a riformare il regolamento finanziario, mi sono astenuto. Credo che il Parlamento, anziché aumentare la responsabilità degli amministratori, conseguendo in tal modo una maggior flessibilità e regole più chiare, stia incrementando la complessità e la burocrazia del sistema. Tutto ciò non contribuisce a rendere efficace l’azione comunitaria, né conduce a una miglior amministrazione dei fondi dell’Unione.

Non conosco nessun altro ente pubblico, e tanto meno privato, che impieghi il 40 per cento del suo personale in gestione finanziaria e controlli di gestione. L’Unione avrà presto più controllori che persone sottoposte a controllo.

 
  
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  Jean-Claude Martinez (NI), per iscritto. – (FR) Un regolamento finanziario è come una costituzione finanziaria; dunque è importante. Occorre riformare il regolamento vigente, che sta bloccando la macchina burocratica europea, perché costituisce il caposaldo o l’espressione dello sviluppo patologico della burocrazia europea.

Se per comprendere questo regolamento occorrono manuali voluminosi, se è necessario un servizio di assistenza per soccorrere quotidianamente i funzionari smarritisi nel dedalo delle sue procedure, se le imprese, gli istituti, le organizzazioni, i piccoli agricoltori e i cittadini europei non possono usufruire della totalità delle sovvenzioni né partecipare ai mercati, è semplicemente perché il regolamento finanziario poggia su un principio filosofico fondamentale, trasversale all’intera integrazione europea: il principio della facciata, che nel 1905 lo studioso italiano di finanza Puviani definì “delle illusioni finanziarie” e che consiste nel ricorso alla complessità per mascherare la verità – in questo caso la verità europea.

 
  
  

Prostituzione coatta in occasione di eventi sportivi internazionali – (RC-B6-0160/2006)

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE), per iscritto. – (EN) Sostengo incondizionatamente la proposta in esame ed esorto le associazioni e le società calcistiche a contribuire a porre fine alla tratta di esseri umani e alla prostituzione coatta, nonché a impedire che le manifestazioni sportive internazionali provochino aumenti considerevoli di questo spaventoso traffico.

Le associazioni sportive devono “mostrare il cartellino rosso alla prostituzione coatta”. Devono inoltre collaborare con le società sportive per informare ed educare il grande pubblico, in particolare gli appassionati e i tifosi, sul grado di diffusione della prostituzione coatta e della tratta di essere umani.

Quasi 800 000 donne, di cui 100 000 nell’Unione europea, cadono vittime di questa tratta ogni anno. Si tratta di una delle più gravi violazioni dei diritti umani che si registrano oggi al mondo. In questo momento, la criminalità organizzata si sta preparando a trarre profitto dalla Coppa del Mondo di calcio: migliaia di poverette saranno indotte a trasferirsi in Germania attirate da false promesse di lavoro, solo per essere costrette alla prostituzione e a una vita di squallore.

E’ necessario intervenire a livello europeo e coinvolgere, oltre alle forze di polizia e ai politici, anche le associazioni calcistiche, le società e gli stessi tifosi. Raccomando a tutti i tifosi che assisteranno ai Mondiali di calcio la massima vigilanza e li esorto a denunciare ogni caso sospetto in cui dovessero imbattersi.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Il mio gruppo ha votato a favore della proposta di risoluzione sulla prostituzione coatta, che prende atto della situazione esistente in Germania e della necessità di approfittare dell’opportunità offerta dalla Coppa del mondo di calcio per condannare il traffico di esseri umani e la prostituzione. Abbiamo sempre affermato, tuttavia, che “prostituzione coatta” non è il termine più adatto, poiché lascia intendere che esiste anche una prostituzione volontaria.

Naturalmente, la lotta alla prostituzione coatta e al traffico di esseri umani ha un’importanza fondamentale, ma non va dimenticato che la prostituzione è sempre coatta, anche quando non c’è traffico di esseri umani: deriva dalla povertà, dall’emarginazione, dalla disoccupazione, dagli impieghi precari o sottopagati e dalla pressione psicologica esercitata dalla società dei consumi. La prostituzione pertanto è sempre un attacco ai diritti umani e alla dignità della donna, oltre che una vera e propria forma di schiavitù. E’ spaventoso che si tenti di commercializzare qualunque cosa, compreso il corpo della donna.

Di qui la nostra lotta a favore dell’inclusione sociale e del diritto di ogni donna alla dignità. Condanniamo inoltre ogni forma di traffico di esseri umani e chiediamo misure efficaci per garantire a ogni donna e a ogni essere umano un’esistenza dignitosa.

 
  
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  Diamanto Manolakou (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La distinzione tra prostituzione legale e coatta è artificiale, così come è ipocrita condannare la prostituzione coatta, perché ciò consolida e amplia la prostituzione legale.

Nella prostituzione, sia essa coatta o meno, ciò che è in vendita è il corpo umano, alla stregua di una merce soggetta a tutte le regole del mercato. Il quadro legislativo che stabilisce le norme sanitarie cui le prostitute registrate devono attenersi riconosce sostanzialmente la prostituzione come una professione e risolve il problema. Così, nonostante la vertiginosa ascesa di tale fenomeno sociale, si sta legalizzando la prostituzione come professione; in altre parole, la si sta disgiungendo dai motivi sociali che ne sono la causa e ne provocano l’aumento (disoccupazione, povertà, impoverimento e assenza di provvidenze sociali). In altri termini, si occulta e si assolve la corruzione interna al sistema di sfruttamento, negando le sue responsabilità e ascrivendo il problema alla sfera privata.

La prostituzione non può essere considerata una professione o una libera scelta perché è incompatibile con il valore e la dignità dell’essere umano, e rappresenta il più grave attacco ai diritti umani. Se considerata una professione, la prostituzione passa a far parte del novero degli orientamenti professionali, in alternativa alla disoccupazione che tanto duramente colpisce le giovani donne. Nello stesso tempo, legittima gli investimenti in imprese legate al mercato della prostituzione, affermando la cultura pornografica, e incoraggia la prostituzione di giovani donne. Noi diciamo no a ogni forma di prostituzione.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Sono favorevole alla proposta di risoluzione in esame, il cui obiettivo, in vista della Coppa del Mondo di calcio, è porre fine alla drastica impennata della domanda di prestazioni sessuali, tutelando le donne che sono vittime della criminalità organizzata.

La proposta sottolinea la necessità di una campagna integrata a livello europeo e fa pertanto appello agli Stati membri affinché avviino e sostengano la campagna “cartellino rosso”, in stretta collaborazione con le organizzazioni non governative, la polizia, gli organismi preposti all’applicazione della legge, le chiese e i servizi medici.

Oltre a cercare di informare il grande pubblico, la proposta di risoluzione invita il Comitato olimpico internazionale e le associazioni sportive, quali la FIFA, l’UEFA, la Lega calcio tedesca e altre associazioni, nonché gli stessi sportivi, a sostenere la campagna “cartellino rosso” e a denunciare senza mezzi termini la tratta di essere umani e la prostituzione coatta.

 
  
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  Claude Moraes (PSE), per iscritto. – (EN) Nel votare a favore della presente proposta, mi preoccupa soprattutto il fatto che la Coppa del Mondo FIFA stia provocando un inaccettabile incremento del traffico di donne. Nell’affrontare questi casi, e in generale, la Commissione e le altre Istituzioni devono garantire priorità alla lotta contro le organizzazioni che costringono le donne a questa situazione, anziché seguire una “linea più morbida”, indirizzando le loro azioni verso donne, spesso vulnerabili, ridotte alla schiavitù sessuale.

 
  
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  Jonas Sjöstedt ed Eva-Britt Svensson (GUE/NGL), per iscritto. – (SV) Appoggiamo la proposta di risoluzione, perché riteniamo importante prendere provvedimenti per ridurre il numero delle vittime del traffico di esseri umani destinate alla schiavitù sessuale. Dal nostro punto di vista, tuttavia, la proposta andrebbe estesa a ogni forma di prostituzione. Il termine “prostituzione coatta” sembrerebbe suggerire implicitamente l’esistenza del suo contrario, la cosiddetta “prostituzione volontaria”. Crediamo che ogni forma di prostituzione sia coatta, poiché nessuna donna sceglie spontaneamente di prostituirsi: si trova costretta a farlo per una o per una serie di ragioni, come la povertà e la disoccupazione. In particolare, tuttavia, esistono chiari legami tra la scelta di una donna di prostituirsi e precedenti violenze fisiche, psicologiche e/o sessuali.

 
  
  

Quarto Forum mondiale dell’acqua che si terrà a Città del Messico il 16-22 marzo 2006 (RC-B6-0149/2006)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della proposta di risoluzione comune sul quarto Forum mondiale dell’acqua che si terrà a Città del Messico dal 16 al 22 marzo 2006, poiché sono del parere che l’acqua sia fra gli elementi fondamentali del benessere dei nostri concittadini e della pace del mondo. L’Unione europea deve saper essere all’altezza di tale sfida mondiale, che consiste nel garantire agli esseri umani l’accesso a questa preziosa risorsa naturale che è l’acqua. Abbiamo la responsabilità collettiva di monitorare la questione, che riguarda i diritti fondamentali degli esseri umani, degli animali e dei vegetali. Al contempo, mi domando se non sia giunto il momento di valutare se l’Unione europea non debba pensare a una vasta politica europea dell’acqua, al fine di garantire agli abitanti dell’Unione europea, ovunque essi siano sul territorio comunitario, un approvvigionamento sostenibile e rinnovabile in qualità e quantità sufficienti. Ritengo che la Commissione europea debba anticipare la presentazione al Parlamento europeo e al Consiglio europeo della relazione, conformemente a quanto previsto dall’articolo 18, paragrafo 1, della direttiva 2000/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 ottobre 2000, che istituisce un quadro per l’azione comunitaria in materia di acque.

 
  
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  Diamanto Manolakou (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La natura fornisce acqua gratuitamente; l’acqua appartiene a tutti e tutti hanno il diritto di accedervi. Non può essere una merce per la redditività del capitale, poiché l’accesso all’acqua è un diritto fondamentale, strettamente connesso alla salute, alla tutela ambientale, allo sviluppo e alla qualità della vita.

La gestione delle risorse idriche deve essere esclusivamente di competenza dello Stato, in modo che vi possa essere un approvvigionamento universale di acqua di buona qualità a un prezzo accessibile.

Il quarto Forum mondiale dell’acqua in Messico si svolgerà sostanzialmente sotto l’egida della Banca mondiale e della sua politica classista; in altre parole, la sua politica di privatizzazione dei sistemi di approvvigionamento idrico, che si traduce in una penuria di acqua potabile per le classi povere e popolari e nuovi profitti per il capitale.

L’Unione europea sta attualmente promuovendo una politica di liberalizzazione dei servizi nel quadro della strategia di Lisbona. Durante i negoziati dell’OMC si è accordata sui servizi (GATS) con gli altri centri imperialisti .

La privatizzazione e la distruzione delle foreste e dei massicci montani, che sono importanti aree di immagazzinamento idrico, rientrano nella filosofia della redditività, che disprezza i bisogni umani fondamentali.

Noi europarlamentari del Kommounistiko Komma Elladas esprimiamo la nostra opposizione al quarto Forum mondiale dell’acqua poiché, di fronte al profitto, vengono disprezzati i bisogni umani fondamentali. Sollecitiamo la classe operaia e il popolo a lottare per capovolgere i piani barbarici e antipopolari dei loro sfruttatori.

 
  
  

– Relazione Cottigny (A6-0031/2006)

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signor Presidente, in un periodo in cui dividendi e profitti aumentano, e con loro i salari dei manager, i posti di lavoro disponibili, al contrario, diminuiscono. Se si guarda all’Europa intera, la ristrutturazione colpisce altrettanti posti di lavoro quanto l’insolvenza. Soltanto in Austria è stato calcolato che negli ultimi anni sono andati perduti fra i 15 000 e i 20 000 posti di lavoro a vantaggio dei nuovi Stati membri. La ristrutturazione è una panacea che permette alle aziende di oggi di risultare vincenti agli occhi del mondo, almeno sulla carta. Vi sono state addirittura più ristrutturazioni nei servizi pubblici che non nel settore privato, specialmente in risposta alle linee guida dell’Unione europea.

Si comincia ora a prendere atto del fatto che spesso occorre pagare una contropartita elevata per le misure economiche, sotto forma di perdita di qualità, know-how, competenza, motivazione del personale e potenziale strategico. Nonostante il grande rischio di insuccesso, qualora la ristrutturazione sostituisca una chiara strategia, si tratta di una tendenza che le linee guida dell’Unione europea sulla privatizzazione e il trattamento preferenziale per il turismo delle sovvenzioni hanno certamente incoraggiato. E’ giunto il momento che l’Unione europea affronti le proprie responsabilità e desista da ulteriori allargamenti, ai quali tali sviluppi sono in parte attribuibili, e ritorni a occuparsi maggiormente di giustizia sociale.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione sulle ristrutturazioni e l’occupazione, poiché occorre dimostrare continuamente ai nostri concittadini che l’Unione europea è fonte di soluzioni nel quadro dei grandi mutamenti economici e sociali di oggi, e non all’origine dei problemi.

La gravità delle questioni economiche e sociali connesse alle ristrutturazioni, in particolare industriali, richiede una politica europea forte che miri a conciliare i cambiamenti necessari con la competitività dell’Unione europea. Accolgo favorevolmente la proposta di istituire un fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione. Vi è la crescente necessità di riuscire a conciliare, da una parte, gli inevitabili processi di ristrutturazione industriale legati ai cambiamenti economici e, dall’altra, la protezione delle prime vittime che sono i dipendenti licenziati e le attività economiche collegate ai settori ristrutturati, con specifico riferimento ai subappaltatori. Appoggio pienamente, infine, l’idea di fare intervenire l’Unione europea in favore di quelle regioni che, dopo aver subito i processi di ristrutturazione, devono riconvertirsi a nuove aree economiche.

 
  
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  Jean Louis Cottigny (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sulle ristrutturazioni e l’occupazione, che propone risorse finanziarie, un rafforzamento del ruolo delle parti sociali e strumenti di analisi e di anticipazione delle ristrutturazioni.

Le imprese vengono ristrutturate per diverse ragioni, a volte allo scopo di difenderle e altre per renderle più combattive, ma il processo ha sempre gli stessi effetti sui dipendenti, che sono la variabile di aggiustamento delle strategie dei gruppi industriali interessati.

E’ encomiabile e necessario che l’Unione europea esamini a fondo il problema allo scopo di anticipare le conseguenze delle ristrutturazioni per i dipendenti , ma l’UE ha anche il dovere di definire una politica economica e industriale dinamica, che si preoccupi della salvaguardia e della creazione di nuovi posti di lavoro per i cittadini europei, nonché della coesione sociale e territoriale.

Mi rammarico pertanto del fatto che la stessa Unione europea incoraggi la concorrenza fra gli Stati membri lasciando prevalere il dumping sociale e fiscale.

 
  
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  Brigitte Douay (PSE), per iscritto. – (FR) Le ristrutturazioni industriali sono un fenomeno antico e permanente, generato dal progresso tecnico e dal miglioramento della produttività. Spesso sono inevitabili per garantire il mantenimento della competitività e quindi dell’occupazione a lungo termine. Hanno sempre un costo sociale elevato, soprattutto nelle regioni dove prevalgono le industrie tradizionali, i cui dipendenti poco qualificati e di scarsa mobilità hanno difficoltà a riconvertirsi a una nuova occupazione. Le conseguenze sociali delle ristrutturazioni devono pertanto essere ridotte.

Questo il motivo per cui ho votato decisamente a favore della relazione Cottigny sulle ristrutturazioni e l’occupazione. Mi auguro vivamente che le proposte della relazione vengano riprese dal Consiglio e dalla Commissione europea e diventino azioni concrete. L’Unione europea dovrebbe adeguare le proprie risposte, rafforzare il ruolo di entrambe le parti dell’industria e definire migliori strumenti per anticipare le ristrutturazioni.

La maggiore attenzione verso le PMI, la creazione di un fondo di adeguamento alla globalizzazione, il diritto alla formazione lungo tutto l’arco della vita, eccetera, sono tutte misure che dovrebbero permetterci di mostrare ai cittadini che l’Unione europea è consapevole delle loro preoccupazioni e che è ansiosa quanto loro di realizzare una vera coesione sociale.

 
  
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  Lena Ek e Cecilia Malmström (ALDE), per iscritto. (SV) Nella relazione sulle ristrutturazioni e l’occupazione, il relatore Cottigny adotta lo stesso deplorevole atteggiamento presente anche nella relazione sul trasferimento di imprese nel contesto dello sviluppo regionale, votata ieri. Ieri abbiamo votato contro un simile protezionismo economico e altrettanto facciamo oggi. Ribadiamo la nostra ferma posizione, secondo la quale non spetta in alcun modo né allo Stato né all’Unione europea dire alle aziende come affrontare le ristrutturazioni. Ciò detto, è ovvio che non si deve nascondere la testa sotto la sabbia fingendo che le ristrutturazioni e le delocalizzazioni delle aziende, in alcuni casi, non abbiano ripercussioni sulle persone e le condizioni sociali di base dell’area interessata. Appoggiamo la richiesta di un più stretto dialogo fra le parti sociali nei casi riguardanti tali questioni, ma riteniamo sia possibile contrastare i dannosi effetti della ristrutturazione e delocalizzazione in modi diversi e non impedendo lo sviluppo del settore privato. Bisognerebbe invece investire energie nel miglioramento delle condizioni di base in cui un maggior numero di aziende possano creare un maggior numero di posti di lavoro a lungo termine.

 
  
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  Anne Ferreira (PSE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sulle ristrutturazioni e l’occupazione, che propone risorse finanziarie e un rafforzamento del ruolo delle parti sociali, nonché strumenti di analisi e di anticipazione delle ristrutturazioni.

Le imprese vengono ristrutturate per diverse ragioni, a volte allo scopo di difenderle e altre per renderle più combattive, ma il processo ha sempre gli stessi effetti sui dipendenti, i quali diventano la variabile di aggiustamento delle strategie dei gruppi industriali interessati.

E’ encomiabile e necessario che l’Unione europea esamini a fondo tale problema allo scopo di anticipare le conseguenze delle ristrutturazioni per i dipendenti, ma l’UE ha anche il dovere di definire una politica economica e industriale dinamica, che si preoccupi della salvaguardia e della creazione di nuovi posti di lavoro per i cittadini europei, nonché della coesione sociale e territoriale.

Mi rammarico pertanto del fatto che la stessa Unione europea incoraggi la concorrenza fra gli Stati membri lasciando campo libero al dumping sociale e fiscale.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Questo pomeriggio sarò a Le Syndicat, nel dipartimento dei Vosgi, dove si sta verificando una situazione emblematica delle conseguenze delle politiche fissate a Bruxelles.

Il gruppo SEB si appresta a chiudere un’unità di produzione in questo paese, dal momento che la concorrenza delle importazioni cinesi a basso costo è divenuta insopportabile. Oltre 400 dipendenti resteranno senza lavoro, per non parlare dei subappaltatori che perderanno uno dei principali clienti e che dovranno anch’essi licenziare. Quest’area del mercato del lavoro è devastata dalla disoccupazione. Eppure il gruppo SEB sta bene, gli utili crescono. Si stabilisce all’estero, rilevando marche e altro, ma chiude fabbriche in Francia. Non ha altre alternative, intrappolato com’è fra vincoli burocratici e finanziari – direttamente o indirettamente europei – e una concorrenza mondiale senza restrizioni negoziata dall’Unione europea. Non è il gruppo SEB ad aver stabilito le regole del gioco, bensì Bruxelles.

Per cercare di contenere le conseguenze logiche delle politiche europee di concorrenza (ristrutturazioni, delocalizzazioni, eccetera), la relazione Cottigny propone una serie di misure burocratiche che non risolveranno il problema, ma al contrario l’accentueranno e ne accelereranno lo sviluppo. Occorre cambiare l’intera logica, a cominciare dal culto della “libera” concorrenza, insieme alla proliferazione di vincoli normativi e fiscali. Il mercato del lavoro ne guadagnerebbe.

 
  
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  Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) L’Unione europea adotta da tempo misure politiche per far fronte alle ristrutturazioni in diversi settori. La relazione propone di apportare alcune modifiche costruttive a tali misure, suggerendo ad esempio, di verificare meglio le risorse erogate a titolo dei Fondi comunitari e di non destinare tali Fondi alle delocalizzazioni sul territorio dell’Unione europea.

Secondo la Lista di giugno, le conseguenze di delocalizzazioni e ristrutturazioni sono di competenza dei singoli Stati. Non riteniamo che l’Unione europea debba adottare misure per garantire che le aziende si assumano la responsabilità di tali conseguenze. Su questioni importanti come queste devono essere gli Stati membri a decidere.

Il Parlamento europeo intende, fra l’altro:

– stabilire criteri che disciplinino le condizioni alle quali sia possibile effettuare ristrutturazioni (in modo da salvare posti di lavoro e aumentare la competitività, e non semplicemente, ad esempio, allo scopo di fare profitti);

– istituire uno speciale fondo di “adeguamento alla crescita”;

– fare in modo che l’Unione europea accetti la responsabilità degli “effetti nascosti” delle ristrutturazioni, come quelli riguardanti la salute dei lavoratori, i disturbi psicologici che li affliggono e il maggiore tasso di mortalità fra coloro che vengono licenziati;

– attivare la partecipazione dei dipendenti al capitale dell’impresa, così che possano partecipare alle decisioni relative alle ristrutturazioni;

– redarguire quegli Stati membri che prevedono il prepensionamento come conseguenza delle ristrutturazioni.

Quali che siano le posizioni politiche assunte in relazione ai suddetti punti, si tratta di questioni che devono essere trattate a livello dei singoli Stati. Abbiamo pertanto deciso di votare contro la relazione.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. (FR) La “strategia” di Lisbona, che dovrebbe offrirci un futuro radioso, si rivelerà un amaro insuccesso, e non sarà qualche fondo di sostegno supplementare a salvare le perdite di un settore industriale che, nella mia regione di Nord-Pas-de-Calais, ha visto posti di lavoro distrutti per niente. Si tratta di un sacrificio che non avrà reso possibile l’esportazione della prosperità economica e sociale altrove nel mondo.

Non abbiamo bisogno di carità, e nemmeno di un’ennesima relazione interventista intesa a correggere le cattive abitudini della Commissione europea. La distruzione dei posti di lavoro in Francia e nell’Europa allargata andrà avanti, benché continuiamo a sfornare tonnellate di carta, esprimendo così solo la nostra impotenza e la nostra sottomissione alle regole della globalizzazione sfrenata e dell’approccio ultraliberale degli zelanti europeisti. L’Europa soffre inoltre di un tipo di neomarxismo che favorisce l’incremento dell’interventismo statale, aggiungendo burocrazia europea a quella nazionale già caratterizzata dalle proprie pesantezze amministrative e da un’enfasi eccessiva sulla tassazione.

Le forze trainanti della nostra economia fuggono, solo per essere sostituite da un’immigrazione massiccia, il cui apporto negativo si traduce in un peso economico e sociale insopportabile. Occorrono un nazionalismo economico, il ripristino delle frontiere doganali e tariffarie, la preferenza comunitaria in Europa e la protezione e la preferenza nazionale in Francia.

 
  
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  Thomas Mann (PPE-DE), per iscritto. – (DE) Ho votato a favore della relazione Cottigny, in seguito all’ottenimento di una maggioranza sufficiente per gli emendamenti presentati dal gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, in cui sono state incorporate alcune delle proposte che avevo presentato alla commissione per l’occupazione e gli affari sociali. Le ristrutturazioni delle imprese vanno viste sotto una luce diversa.

Da una parte, la delocalizzazione di imprese in sedi estere più convenienti sotto il profilo economico ha come conseguenza lo scontro fra diverse culture imprenditoriali, con la perdita degli effetti sinergici che ne conseguirebbero e il licenziamento dei lavoratori stessi – anche a livello gestionale. D’altra parte, le ristrutturazioni sono necessarie ogni qual volta le imprese si ritrovano a dover rispondere alle richieste di nuovi mercati, alla vicinanza dei clienti e alla necessità di essere più competitive.

Affinché i lavoratori dell’Unione europea siano meglio preparati alla necessaria mobilità, devono essere opportunamente sostenuti nella riqualificazione e nella formazione continua, e devono essere coinvolti in programmi di formazione lungo tutto l’arco della vita. A beneficiare maggiormente degli aiuti per le ristrutturazioni, che devono essere in linea con gli obiettivi di Lisbona, dovrebbero essere le PMI. Per poter stabilire la legittimità delle sovvenzioni, occorre semplificare le procedure per risalire alle fonti dei vari fondi, facilitando così il recupero di finanziamenti erroneamente ottenuti.

Dal momento che i Fondi strutturali attuali sono inadeguati, accolgo favorevolmente la creazione, come espressione delle nostra solidarietà, di un fondo speciale di 500 milioni di euro annui per la riqualificazione e per il sostegno in caso di cambiamento del posto di lavoro. Resta, tuttavia, la necessità di discuterne i criteri, visto che se ne prevede l’attivazione solo in caso di delocalizzazioni in paesi terzi e nel caso in cui una data impresa licenzi più di 1 000 dipendenti. La gestione di questo fondo non deve creare nuova burocrazia all’interno della Commissione europea o delle autorità a livello nazionale.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Accolgo favorevolmente la relazione scritta in risposta alla comunicazione della Commissione europea sulle ristrutturazioni e l’occupazione. La relazione conviene che le ristrutturazioni non sono necessariamente sinonimo di regresso sociale, a patto che tali misure siano correttamente anticipate e gestite grazie a una buona collaborazione fra le imprese interessate e i sindacati, oltre a una politica di formazione adeguata per i lavoratori.

Sollecita il sostegno alle PMI e propone che i programmi finanziari all’esame per gli anni 2007-2013 siano maggiormente finalizzati all’anticipazione e alla gestione delle ristrutturazioni. Al fine di evitare “un turismo delle sovvenzioni”, nella relazione si propone che le imprese beneficiarie di aiuti contestuali ai fondi dell’Unione europea che delocalizzano totalmente o parzialmente la loro produzione in seno alla stessa non possano nuovamente usufruire di aiuti comunitari per un periodo stabilito.

 
  
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  Claude Moraes (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione Cottigny sulle ristrutturazioni e l’occupazione. Ho votato a favore del paragrafo 9, seconda parte, relativo alla creazione del fondo di adeguamento alla globalizzazione da parte delle imprese, trattandosi di una donazione volontaria.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La globalizzazione non è solo un processo di avvicinamento, di riduzione delle distanze e di massimizzazione della scala, ma anche un processo di accelerazione. Oggi tutto è movimento e tutto si muove rapidamente. E’ quindi comprensibile che alcune persone siano preoccupate dalla frenesia dei tempi moderni. La fine di un ciclo, lo smantellamento di un modello, una rottura con il passato rappresentano sempre un momento di crisi. E’ chiaramente improbabile che le vittime di tale processo credano nelle virtù di una “distruzione creativa”, la quale, tuttavia, è tanto reale quanto la distruzione stessa.

Formulo queste considerazioni in risposta alla relazione Cottigny sulle ristrutturazioni e l’occupazione, che ritengo inadeguata proprio perché non in sintonia con la realtà. Le strutture sociali, specialmente quelle pubbliche, devono essere pronte ad affrontare l’impatto delle trasformazioni che quest’epoca di rivoluzione economica comporterà. Dopotutto non si può restare indifferenti nei confronti di chi è stato escluso dal progresso, ma non mi sembra neppure auspicabile un’inversione totale del processo. Il nostro obiettivo consiste nel cercare di trarre il meglio da questo momento per le nostre economie e per i nostri cittadini, ed è su questo progetto che devono concentrarsi i nostri sforzi.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. (SV) La relazione nel complesso è costruttiva e fa luce su molti dei problemi causati da un’economia orientata alle speculazioni a breve termine. Voto quindi a favore. Tuttavia, nella relazione si allude in termini positivi al fondo che la Commissione europea intende istituire. Questo fondo, erogando pagamenti diretti ai cittadini, segnerebbe l’inizio di un processo tramite il quale all’Unione europea verrebbero conferiti poteri in materia di politiche sociali, il che costituirebbe uno sviluppo quanto mai inopportuno.

Se venisse introdotto tale fondo, tuttavia, sarebbe utile che venissero usati capitali privati per finanziarne una buona parte. Voto contro le nuove direttive dell’Unione europea sulla legislazione del lavoro in relazione alle ristrutturazioni, poiché ciò minerebbe il modello svedese di contratti collettivi fra le parti sociali.

 
  
  

– Relazione Bauer (A6-0028/2006)

 
  
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  Carlo Fatuzzo (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della relazione di Edit Bauer sull’inclusione e la protezione sociali e vorrei rivolgere al Consiglio europeo, cioè ai venticinque Capi di governo, una domanda alla quale spero rispondano: attualmente i pensionati percepiscono una pensione sempre più bassa, sempre meno sufficiente per vivere e per sopravvivere, perché?

Le riforme che i venticinque Capi di governo stanno attuando sono mirate a dare sempre meno pensione ai pensionati. Nella sola Italia nel 2050, i giovani si troveranno una pensione pari soltanto a un terzo dell’ultimo stipendio.

Questa registrazione su DVD con la mia voce la voglio mandare ai ventisette Capi di governo, spero che dicano chiaro che cosa vogliono fare. Forse abrogare la categoria dei cittadini pensionati o lasciare che sopravvivano anche coloro che hanno lavorato e non possono più lavorare per l’età?

 
  
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  Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. (SV) La relazione contiene un lungo elenco di esortazioni agli Stati membri riguardanti azioni da intraprendere per affrontare la relativa povertà nei singoli Stati membri. Evidentemente vi sono buone ragioni perché gli Stati membri cooperino in questioni di questo genere, ad esempio condividendo volontariamente esperienze e buone pratiche.

L’integrazione sociale e la povertà sono tuttavia temi da affrontare a livello nazionale o attraverso la collaborazione volontaria fra i governi degli Stati membri. Non si comprende quale valore aggiunto e quali specifiche competenze offrirebbe il Parlamento europeo, propinando opinioni su queste e altre questioni analoghe.

La relazione contiene proposte secondo cui:

– gli Stati membri dovrebbero aumentare le opportunità di formazione continua (paragrafo 11);

– gli Stati membri dovrebbero agevolare l’accesso a servizi di custodia dei bambini accessibili e di buona qualità (paragrafo 24);

– i sistemi pensionistici degli Stati membri dovrebbero essere riformati in modo tale da assicurare la massima giustizia sociale (paragrafo 44);

– le riforme dei sistemi pensionistici degli Stati membri non dovrebbero portare a un ulteriore carico di oneri sul lavoro (paragrafo 45);

La Lista di giugno raccomanda che su questioni importanti come quelle elencate poc’anzi vengano adottate decisioni attraverso ampi dibattiti nazionali, in base ai quali gli Stati membri, sia indipendentemente sia tramite una collaborazione volontaria con altri attori interessati, ricorrano ai consueti canali democratici per stabilire un’adeguata normativa e altre misure appropriate. Pertanto abbiamo votato contro la relazione.

 
  
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  Sérgio Marques (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La relazione della Commissione europea sulla protezione sociale e sull’inclusione sociale conferma che gli Stati membri stanno intensificando gli sforzi per combattere la povertà e per garantire che i regimi pensionistici restino in grado di destinare redditi adeguati ai pensionati. La relazione sottolinea, tuttavia, che nel 2002 più di 68 milioni di persone, il 15 per cento della popolazione dell’Unione europea, erano a rischio di povertà.

Nonostante gli importanti miglioramenti strutturali nel mercato del lavoro dell’Unione europea, l’occupazione e la partecipazione restano insufficienti. La disoccupazione resta alta in molti Stati membri, specialmente fra i giovani, i lavoratori più anziani e le donne. Secondo la relazione, l’esclusione del mercato di lavoro, oltre ad una dimensione nazionale, ha anche una dimensione locale e regionale.

Appoggio totalmente la relazione Bauer, che approva le misure avanzate dalla Commissione europea, intese ad aiutare gli Stati membri a riconoscere le difficoltà affrontate dalle persone svantaggiate e a sostenere la loro integrazione, a favorire la creazione di posti di lavoro, la formazione e l’avanzamento nella carriera, la conciliazione fra vita lavorativa e vita familiare e il diritto a un accesso equo all’assistenza medica e a un alloggio decente, così come a garantire la sostenibilità dei sistemi di protezione sociale.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Accolgo favorevolmente la relazione, che si concentra su una serie di priorità politiche fondamentali: accrescere la partecipazione al mercato del lavoro; modernizzare i sistemi di protezione sociale; combattere gli svantaggi nell’istruzione e nella formazione professionale; eliminare la povertà infantile; garantire un alloggio decente; migliorare le condizioni abitative e affrontare la mancanza di alloggi sociali per i gruppi vulnerabili; migliorare l’accesso ai servizi di qualità come servizi di assistenza sanitaria e a lungo termine, servizi sociali e di trasporto; eliminare la discriminazione e aumentare l’integrazione delle minoranze etniche e degli immigranti.

 
  
  

– Relazione Grech (A6-0058/2006)

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. (SV) Nella votazione finale abbiamo deciso di votare a favore degli orientamenti relativi alla procedura di bilancio 2007, nonostante serie obiezioni su due punti.

Ci opponiamo alla creazione di uno statuto per gli assistenti dei deputati, che corrono il rischio di vivere in condizioni alquanto differenti rispetto a coloro con cui lavorano a stretto contatto nelle circoscrizioni. Esiste poi il rischio serio che la professione di assistente dei deputati diventi una carriera a vita particolare.

Ci opponiamo inoltre all’istituzione di un centro delle Case d’Europa a Bruxelles, allo scopo di gestire una politica volta a fornire informazioni sull’Unione europea.

 
  
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  Gérard Deprez (ALDE), per iscritto. – (FR) Ho sostenuto la relazione Grech, che è ben lungi dall’essere politicamente insignificante.

Quindi, se in materia di politica di informazione, ad esempio, si applica il principio generale stabilito ai paragrafi 17, 28 e 62 (riduzione delle attività che non forniscono alcun valore aggiunto), ritengo che si debbano attuare seri cambiamenti! Ogni giorno riceviamo opuscoli di informazione redatti da “specialisti”. Sono convinto che, per ispirare fiducia nei cittadini europei, è meglio informarli attraverso i media che normalmente li raggiungono sul posto, piuttosto che di concepire costosi opuscoli che non leggeranno e non capiranno.

Un altro settore in cui dovrebbero essere applicati i principi della relazione è quello degli ausiliari di sessione. In materia di occupazione, il relatore sostiene l’assunzione di personale a lungo termine piuttosto che l’impiego di agenti contrattuali a tempo determinato. Se si sostiene tale principio – come nel mio caso – che tipo di statuto verrà proposto alla fine di quest’anno per i 300 ausiliari di sessione, il cui contratto non potrà essere rinnovato nella forma attuale, in seguito alla scomparsa della base giuridica prevista dall’articolo 78 del “regime applicabile agli altri agenti”?

 
  
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  Astrid Lulling (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato contro la relazione Grech, dal momento che non condivido il fatto di rimettere in questione l’istituzione della sede del Parlamento europeo a Strasburgo né del Lussemburgo come sede di lavoro.

 
  
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  Claude Moraes (PSE), per iscritto. (EN) Voto a favore della relazione Grech. Ho votato per entrambe le parti dell’articolo 47, poiché ritengo che entro il 2009 si debba adottare uno statuto per gli assistenti dei deputati.

 
  
  

– Relazione Ó Neachtain (A6-0019/2006)

 
  
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  Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. (SV) Accogliamo con favore l’introduzione di metodi di pesca più rispettosi dell’ambiente. Non siamo tuttavia favorevoli alla proposta di introdurre, da parte dell’Unione europea, un meccanismo di sussidi o compensazioni a sostegno dei pescatori negativamente colpiti da tali metodi. La relazione non menziona alcuna somma in particolare a titolo di compensazione. Né indica da quale voce di bilancio verrebbe stanziata tale compensazione.

Siamo favorevoli al coinvolgimento dei pescatori e delle associazioni che li rappresentano nella definizione delle misure di protezione dell’ambiente marino e di ricostituzione degli stock ittici (emendamento n. 1). Non siamo però d’accordo sulla proposta che prevede che le misure di compensazione indicate per i pescatori vengano finanziate a livello comunitario (emendamento n. 2).

Disapproviamo ulteriori spese di bilancio comunitario e abbiamo deciso di votare contro la relazione nella sua totalità.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Facendo seguito al dibattito precedente, accogliamo positivamente l’appoggio del Commissario per la pesca Borg all’emendamento che abbiamo presentato, secondo cui il decentramento e la cogestione sono due principi fondamentali, tanto nel garantire la partecipazione dei pescatori e delle associazioni che li rappresentano alla definizione delle misure di protezione dell’ambiente marino e di ricostituzione degli stock ittici, quanto nel garantire l’efficacia di tali misure, considerando che ad applicarle saranno i pescatori e le loro associazioni, che hanno conoscenza diretta dello stato delle risorse e sono i principali interessati a garantirne la conservazione.

Notiamo inoltre la sua apertura nel considerare l’emendamento da noi proposto, che chiede alla Commissione europea di presentare misure socioeconomiche di compensazione, garantite dal sostegno comunitario, a fronte dei programmi di ricostituzione degli stock ittici.

Ci rammarica il fatto che la maggioranza del Parlamento europeo abbia inspiegabilmente respinto tali proposte.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Un settore della pesca sostenibile, basato sulla più avanzata ricerca scientifica e tecnologica è fondamentale per soddisfare uno dei principali obiettivi dell’Unione europea, ovvero uno sfruttamento delle risorse ittiche viventi in condizioni di sostenibilità sotto il profilo economico, ambientale e sociale.

La comunicazione della Commissione europea rappresenta un passo nella giusta direzione, poiché svolge un ruolo più energico nella promozione di una gestione ecologicamente sostenibile delle attività di pesca.

Vorrei ribadire l’importanza di tali misure per i pescatori, visto che rendere più rispettosa dell’ambiente un’attività economica è nel loro interesse, poiché garantirebbe loro stock in buone condizioni. Dal momento che tali misure potrebbero avere un importante impatto socioeconomico a breve termine, è opportuno coinvolgere le parti interessate nelle riforme programmate ed esaminare a fondo metodi di compensazione per i pescatori colpiti negativamente, a breve e medio termine, da una pesca rispettosa dell’ambiente.

Alla luce dei punti indicati poc’anzi, ritengo che il contenuto della presente comunicazione apporti un contributo importante e significativo alla costruzione di un futuro positivo, per coloro la cui sussistenza dipende dalla pesca e per la tutela ambientale.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) Ho naturalmente votato a favore della relazione che incoraggia metodi di pesca più rispettosi dell’ambiente.

La priorità attuale è quella di riuscire a ridurre l’intensità dell’attività di pesca, al fine di permettere la ricostituzione degli stock. L’argomento, come si sa, è delicato, ma anche urgente. Il 46 per cento delle 28 000 specie di pesci censite al mondo è minacciato. Inoltre il programma di valutazione degli ecosistemi delle Nazioni Unite sottolinea che il 25 per cento delle specie commerciali viene eccessivamente sfruttato.

Occorre evidentemente tener conto degli imperativi socioeconomici e non penalizzare il settore della pesca, già sottoposto a eccessivi vincoli. La riduzione dell’attività di pesca è plausibile se connessa a un sistema di compensazioni. Ma vi sono altre misure che possono fornire risultati significativi, come il rafforzamento della lotta all’inquinamento delle imbarcazioni o la promozione di metodi di pesca sostenibili.

La sostenibilità delle risorse ittiche è un obiettivo essenziale ed è su tale principio che ho basato la mia relazione per parere sulla comunicazione della Commissione europea relativa a un approccio comunitario in materia di programmi di etichettatura ecologica dei prodotti ittici.

 
  
  

Preparazione del Consiglio europeo / Strategia di Lisbona (RC – B6-0161/2006)

 
  
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  Brian Crowley (UEN), per iscritto. – (EN) Appoggio l’obiettivo di modernizzare l’economia europea attraverso il partenariato di Lisbona per la crescita e l’occupazione. Anch’io ritengo che questa strategia debba essere considerata nel più ampio contesto delle esigenze in materia di sviluppo sostenibile, secondo le quali le nostre necessità attuali devono essere soddisfatte senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le loro. L’Europa è sicuramente dotata delle risorse necessarie per sostenere i nostri alti tenori di vita, ma occorre intervenire per sfruttarle.

Vorrei fosse messo a verbale che, pur condividendo lo scopo generale della risoluzione del Parlamento sul Vertice di primavera 2006, non appoggio gli emendamenti secondo cui l’energia nucleare rappresenta una valida alternativa all’attuale dipendenza energetica dell’Europa. L’Irlanda non sostiene in alcun modo il ricorso all’energia nucleare.

 
  
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  Emanuel Jardim Fernandes (PSE), per iscritto. – (PT) E’ trascorso quasi un anno dal rilancio della strategia di Lisbona, convenuto dal Consiglio europeo di primavera lo scorso marzo.

Nella relazione intermedia annuale sulla strategia di Lisbona, pubblicata il 25 gennaio in vista del prossimo Consiglio europeo di primavera, la Commissione afferma che, pur riconoscendo i considerevoli progressi compiuti, la priorità attuale è quella di produrre risultati, e che è giunto il momento di accelerare le riforme.

In tal senso, essa ha individuato quattro settori di intervento prioritari, nei quali i capi di Stato e di governo dell’UE devono impegnarsi ad adottare, a livello nazionale ed europeo, le seguenti specifiche misure aggiuntive: maggiori investimenti nell’istruzione e nell’innovazione, sblocco del potenziale delle imprese e soprattutto delle PMI, risposta alle sfide della globalizzazione e dell’invecchiamento della popolazione e lancio di una politica energetica europea efficace e integrata.

Questa proposta di risoluzione offre alcune considerazioni e suggerimenti sui quattro settori di intervento prioritari che meritano tutto il mio appoggio. Per tale motivo ho votato a favore.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Pur essendo delusa per il fatto che la risoluzione da noi presentata sia stata respinta, vale la pena ricordare che circa 100 deputati dell’Assemblea hanno votato a favore (79) o si sono astenuti (20), vale a dire più del doppio del numero dei deputati del nostro gruppo e addirittura più del gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica e del gruppo Verde/Alleanza libera europea messi insieme. Oltretutto, è significativo che un numero ancor più elevato si sia rifiutato di votare per la risoluzione comune che, tuttavia, è stata approvata dalla maggioranza.

L’esperienza ci ha dimostrato che il metodo di coordinamento aperto, previsto nella strategia di Lisbona, non ha diminuito la povertà. La strategia di Lisbona ha portato a considerare prioritarie la liberalizzazione e la privatizzazione dei settori e dei servizi pubblici.

Poiché la povertà è una violazione dei diritti dell’uomo, occorre meglio esaminare le cause che la provocano e adottare le misure necessarie per promuovere l’inclusione sociale, considerandola da un punto di vista multidisciplinare.

Per questo siamo favorevoli a sostituire il Patto di stabilità e di crescita con un vero e proprio patto di sviluppo e progresso, e la strategia di Lisbona con una vera e propria strategia di coesione economica e sociale. Ciò, a sua volta, implica che non si deve insistere sulla proposta di direttiva per la creazione del mercato interno dei servizi.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) Voterò a favore della risoluzione insieme ai colleghi del gruppo socialista e della delegazione laburista, anche se devo sottolineare un’omissione importante nella parte riguardante la politica energetica, cioè l’energia maremotrice.

Il riscaldamento globale ci fa abbandonare le fonti di energia convenzionali, mentre il nucleare è minacciato dai timori per la sicurezza. Il problema può essere risolto dalle energie rinnovabili solo con molta difficoltà, che si tratti di energia solare, eolica o di biocarburanti. L’unica possibilità che viene trascurata è quella dell’energia maremotrice. I francesi hanno costruito la centrale elettrica nell’estuario di La Ranche, dimostrando la validità di questa tecnologia; nel Regno Unito il Mersey, su piccola scala, e il Severn, su larga scala, sono luoghi indicati. Il piano del Severn potrebbe, da solo, coprire circa il 10 per cento del fabbisogno energetico del Regno Unito. Perché trascuriamo le “grandi” energie rinnovabili e ci limitiamo a coprire le nostre colline di mulini a vento e i nostri tetti di panelli solari?

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) In genere, le risoluzioni del Parlamento sui preparativi ai Consigli europei sono costituite da una sequela di richieste ai governi e alla Commissione. Il loro punto in comune è non ricordare mai che le difficoltà incontrate dai nostri paesi sono causate dall’integrazione europea, e chiedere sempre più l’ingerenza di Bruxelles nelle politiche degli Stati membri. La salvezza non può arrivare dall’Europa di Bruxelles, perché proprio da là deriva la maggioranza dei problemi citati in questo testo.

Oggi, ad esempio, ci troviamo in una situazione in cui i problemi dovuti alla liberalizzazione del mercato interno dell’energia – voluta da Bruxelles e fondata sull’unico e sacrosanto principio della concorrenza – spingono i deputati a chiedere una politica energetica comune, addirittura unica, benché questo settore d’intervento non sia previsto nei Trattati, e non vi figuri per una buona ragione: l’opposizione dei governi, coscienti dell’importanza strategica di questo settore e della divergenza d’interessi.

L’impressione generale è che l’integrazione europea, allo stato attuale, sia di per sé un fine, e si alimenti delle conseguenze negative dei propri errori. Dobbiamo porre fine a questo circolo vizioso.

 
  
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  Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. (SV) In questa risoluzione, il Parlamento europeo si addentra in settori di cui devono occuparsi i parlamenti degli Stati membri per raggiungere i traguardi europei stabiliti sulla maggiore crescita e occupazione. Il presupposto della strategia di Lisbona è che gli Stati membri realizzino quanto è stato convenuto.

La strategia di Lisbona non deve essere utilizzata come scusa per chiedere continuamente maggiori stanziamenti al bilancio dell’UE. La Lista di giugno crede invece che siano i bilanci dei rispettivi Stati membri a dover provvedere alla strategia di Lisbona. Il paragrafo 3 della risoluzione afferma che occorre aumentare il bilancio dell’UE per garantire il raggiungimento degli obiettivi della strategia di Lisbona. Per tale motivo scegliamo di votare contro la risoluzione.

Il documento contiene molte proposte positive, ma si basa su una prospettiva finanziaria per l’UE che non condividiamo. La responsabilità di attuazione della strategia di Lisbona spetta agli Stati membri, motivo per cui è importante non aumentare i loro contributi all’UE. Al contrario, essi dovrebbero poter godere di libertà d’azione per adempiere a quanto previsto dalla strategia di Lisbona.

Abbiamo quindi votato contro la proposta di risoluzione presentata dal gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, dal gruppo socialista al Parlamento europeo e dal gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) L’evento del 16 e 17 marzo potrebbe essere definito come l’assemblea generale degli imprenditori, e non a caso è stato fissato poco tempo prima del Consiglio europeo. All’evento parteciperanno il Cancelliere austriaco e il Presidente in carica del Consiglio, il Presidente della Commissione e i Commissari, insieme ai pezzi grossi dell’impresa, dell’industria, dell’ambiente, della ricerca e dei media, per non parlare dei rappresentanti di governo dei cosiddetti programmi nazionali di riforma.

I capitani d’industria presenteranno tutti le loro istanze chiedendo l’attuazione delle cosiddette riforme strutturali, un eufemismo per la politica della destra, il cui vero significato è ben noto ai lavoratori: lavoro più precario, salari più bassi, vita lavorativa e orari più lunghi, aumento dell’età pensionabile, smantellamento e successiva liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici, ponendo l’accento su energia e comunicazioni, previdenza sociale, sanità, istruzione e ricerca che porteranno a sfruttamento, disoccupazione e povertà.

La maggioranza del Parlamento ha unito le forze per adottare questo programma, anche se noi abbiamo votato contro.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. – (EN) I colleghi conservatori britannici ed io sosteniamo pienamente tutte le misure della strategia di Lisbona tese realmente a potenziare la competitività delle economie europee. Per realizzare questo obiettivo, è necessaria una vera e propria riforma economica che dia maggiori risultati in termini di crescita, flessibilità dei mercati del lavoro e incremento dell’occupazione in tutta l’Unione europea.

Pur appoggiando in toto gli sforzi intrapresi dal Presidente della Commissione e da alcuni Stati membri al fine di ridurre gli oneri gravanti sulle imprese e gli ostacoli alla creazione di posti di lavoro, temiamo che alcune delle misure descritte nel documento possano comportare un aumento dei costi per le imprese e distogliere la nostra attenzione dalla priorità assoluta, cioè rendere l’Europa più competitiva nel mercato globale riducendo considerevolmente i livelli di disoccupazione.

Non possiamo approvare i suggerimenti contenuti nella risoluzione che porterebbero a una prospettiva finanziaria maggiore di quella convenuta al Consiglio europeo nel dicembre 2005.

Per questo e per altri motivi abbiamo deciso di astenerci dal voto.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La proposta di risoluzione comune firmata e promossa al Parlamento europeo dal gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, dal gruppo socialista al Parlamento europeo e dal gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa sulla strategia di Lisbona intende accelerare ancor più le ristrutturazioni capitaliste mediante l’elaborazione di programmi nazionali. L’attacco lanciato dal capitale euroaccentratore viene esteso a tutti i settori principali, con la commercializzazione e l’invasione dei capitali nel campo della sanità, dell’istruzione e dell’energia, la distruzione dei rapporti di lavoro e l’eliminazione dei diritti acquisiti dalle classi operaie, attaccando nuovamente i diritti alla pensione e all’assicurazione.

La strategia di Lisbona si basa anche sul Trattato di Maastricht e sulle quattro libertà (di libera circolazione dei capitali, delle merci, dei lavoratori e dei servizi) su cui i partiti Nea Dimokratia, Panellinio Socialistiko Kinima e Synaspismos hanno votato congiuntamente nel nostro paese.

Kommounistiko Komma Elladas ha tempestivamente allertato il popolo e la classe operaia sugli obiettivi della strategia di Lisbona, invitando la classe operaia a intensificare la propria lotta contro il barbaro attacco dei capitali, a condurre una lotta antimonopolistica e antimperialista e a formare un’alleanza per garantire potere e prosperità al popolo.

 
  
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  Tobias Pflüger (GUE/NGL), per iscritto. – (DE) E’ scandaloso che, a 20 anni dal disastro di Chernobyl, due terzi dei deputati al Parlamento europeo approvino ancora l’uso dell’energia nucleare, votando a favore della risoluzione sulla strategia di Lisbona. Il nucleare continua a essere una tecnologia altamente rischiosa, dalle conseguenze incalcolabili.

La vorticosa crescita registrata nello sfruttamento dell’energia nucleare viola i diritti fondamentali e, irreparabilmente, aggrava le condizioni di vita delle generazioni future. L’estrazione di uranio comporta un massiccio ed eccessivo sfruttamento delle risorse naturali e l’inquinamento radioattivo delle acque sotterranee. L’uranio può anche essere arricchito, producendo materiale che può essere utilizzato per le armi atomiche. In effetti è quasi impossibile separare totalmente l’uso “civile” dell’energia nucleare da quello militare. Persino il normale funzionamento dei reattori nucleari comporta uno stato di rischio permanente, dalle radiazioni a basso livello al rischio di contaminazione dei fiumi utilizzati per il raffreddamento.

Vi sono richieste periodiche di ritrattamento degli impianti che producono inquinamento radioattivo in ampie zone terrestri e marine. Sinora nessuno è stato in grado di risolvere il problema della gestione e dello stoccaggio di scorie altamente radioattive, la cui produzione aumenta ogni giorno e che continueranno a emettere radiazioni per almeno altri 10 000 anni. La somma di 3,1 miliardi di euro stanziata a favore della ricerca nucleare dal settimo programma quadro di ricerca dell’UE (2007-2011) è doppia rispetto all’importo erogato dal precedente programma. Anziché investire nelle tecnologie nucleari, l’UE dovrebbe dedicarsi maggiormente allo sviluppo delle forme di energia rinnovabili. La produzione energetica da fonti decentrate e rinnovabili è l’unico modo per garantire la sicurezza a lungo termine dell’approvvigionamento energetico.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo sul contributo al Consiglio europeo di primavera 2006 in relazione alla strategia di Lisbona perché approvo la maggioranza delle considerazioni e delle proposte da essa avanzate. Nello specifico, accolgo con molto favore le proposte su un approccio esigente, competitivo e innovativo all’economia europea, che definisce una tabella di marcia per la riforma economica europea e prevede il completamento del mercato interno, investimenti nel settore della ricerca e sviluppo e solidarietà tra le diverse comunità e generazioni.

Vi sono alcuni aspetti che, credo, sia necessario chiarire.

A mio avviso è deplorevole che, a un anno dal Consiglio di primavera del 2005, si sia rimasti quasi esattamente allo stesso punto di prima in molti settori, soprattutto in materia di libera prestazione dei servizi, libero insediamento dei cittadini provenienti dai nuovi Stati membri, approfondimento del mercato interno e riforma delle priorità di bilancio. Questi punti non mi hanno sicuramente indotto a votare contro la risoluzione, ma rafforzano il mio disappunto per la mancanza di impegno nelle riforme comunitarie.

 
Ultimo aggiornamento: 29 giugno 2006Avviso legale