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Procedura : 2005/0203(COD)
Ciclo di vita in Aula
Ciclo dei documenti :

Testi presentati :

A6-0168/2006

Discussioni :

PV 31/05/2006 - 20
CRE 31/05/2006 - 20

Votazioni :

PV 01/06/2006 - 7.6
CRE 01/06/2006 - 7.6
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2006)0234

Discussioni
Giovedì 1 giugno 2006 - Bruxelles Edizione GU

8. Dichiarazioni di voto
PV
  

– Relazione Chatzimarkakis (A6-0180/2006)

 
  
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  Avril Doyle (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Considerando l’importanza della relazione, ho votato a favore, ma non sottoscrivo il riferimento all’armonizzazione fiscale contenuto nella relazione, per il resto eccellente. Poiché avevamo a disposizione un’unica votazione, non ho potuto esprimere la mia preoccupazione sulla proposta di “armonizzazione” separatamente dalla votazione finale.

 
  
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  Sérgio Marques (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Desidero congratularmi con l’onorevole Chatzimarkakis per la sua importante e opportuna relazione sulla proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un programma quadro per la competitività e l’innovazione (2007-2013), alla quale ho dato il mio pieno appoggio. Sostengo in particolare l’idea di orientare il programma quadro rispetto ai possibili candidati, cioè ai suoi fruitori diretti.

Il potenziale candidato deve avere la possibilità, nella fase antecedente alla candidatura, di ricevere adeguate informazioni sulle forme di sostegno offerte dal programma quadro.

Concordo anche con il relatore quando afferma che è necessario identificare una soluzione a sportello unico per il programma quadro, al fine di facilitare il contatto con gli interlocutori.

Il relatore ha ragione anche riguardo alla necessità di una semplificazione della procedura di candidatura.

Infine vorrei sottolineare l’importanza di questo programma quadro per le PMI delle varie regioni dell’Unione europea e in particolare per quelle nelle regioni periferiche, che devono beneficiare di questo importante programma quadro, mirato ad aiutarle a superare i gravi danni che le penalizzano, ai sensi dell’articolo 299, paragrafo 2, del Trattato CE.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Do il mio appoggio al contenuto di questa relazione, ma non mi sembra che l’emendamento n. 21 proposto dalla commissione per l’occupazione e gli affari sociali, che chiede alla Commissione europea di individuare misure di coordinamento delle politiche fiscali degli Stati membri, trovi spazio in una relazione che intende incoraggiare l’innovazione e la competitività; al contrario, soltanto promuovendo un maggiore senso di competitività tra PMI e altre imprese in tutta l’UE, a livello di vari obblighi fiscali e di altre condizioni di mercato variabili, un mercato veramente competitivo e innovativo diventerà una realtà per tutte le imprese europee.

 
  
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  Lydia Schenardi (NI), per iscritto. – (FR) Le piccole e medie imprese sono il cuore economico dei nostri paesi, le vere creatrici di occupazione e di ricchezza. Perciò non possiamo che elogiare la preoccupazione del relatore di porre l’accento sulle PMI in questo programma quadro per la competitività e l’innovazione. Nell’attuale contesto di accanita concorrenza mondiale, molto spesso ciò che permette alle PMI di sopravvivere è il progresso tecnologico, per quanto modesto, che è sempre costoso e che richiede un lavoro continuo.

Per tale ragione vorremmo che l’accessibilità a questo programma per le piccole organizzazioni non restasse una pia illusione. L’informazione sul sostegno che possono chiedere deve raggiungere infatti le piccole imprese e non solo quelle che hanno le risorse per finanziare servizi specializzati nella richiesta degli aiuti. Le regole di partecipazione a questi programmi devono essere davvero semplici e trasparenti e non generare costi proibitivi per le PMI, connessi all’elaborazione di relazioni. Devono essere garantite la coerenza e la complementarità con altri programmi europei, in particolare il settimo programma quadro per la ricerca e lo sviluppo. La richiesta di una migliore normativa comunitaria, più semplice e più conforme al principio di sussidiarietà, non deve continuare a essere lo slogan mille volte ripetuto ma mai applicato, come accade da 20 anni. Ne verificheremo la validità con l’uso.

 
  
  

– Relazione Schröder (A6-0151/2006)

 
  
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  Derek Roland Clark (IND/DEM), per iscritto. – (EN) Sostengo pienamente tutte le iniziative volte a promuovere lo sviluppo e la crescita del settore delle PMI nei paesi in via di sviluppo. Tuttavia, non si poteva sostenere questa relazione, perché l’attuazione delle pratiche e delle politiche dell’UE ha determinato in molti casi l’impoverimento dei paesi in via di sviluppo. L’UKIP è fermamente convinto che per i paesi in via di sviluppo sarebbero più utili accordi con singoli Stati nazionali.

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Senza dubbio le piccole e medie imprese svolgono un ruolo molto rilevante nelle economie dei paesi. Nei paesi in via di sviluppo dove non esistono grandi imprese, è ovviamente più importante far sì che sussista un quadro istituzionale che renda possibile alle piccole e medie imprese di operare. Comunque, non è compito del Parlamento europeo dettare le condizioni da applicare nei paesi in via di sviluppo. Ogni Stato, nell’Unione europea e nel resto del mondo, ha il diritto di gestire e plasmare il proprio sviluppo. Oggi ho quindi votato contro questa relazione.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. – (FR) I costanti problemi economici nei paesi in via di sviluppo, in particolare in Africa, impediscono la crescita e, nei casi peggiori, provocano guerre e carestie. Oltre alla globalizzazione, la causa primaria del problema deriva dalla corruzione generalizzata a livello sia nazionale che locale. Questo flagello è legato all’assenza di controllo e all’appropriazione indebita degli aiuti internazionali, di fatto consistenti.

Proprio come da noi, le famiglie in questi paesi devono poter vivere del loro lavoro. L’agricoltura, l’artigianato e l’industria devono essere autosufficienti; contemporaneamente deve aumentare l’occupazione nel settore terziario in un quadro comunitario sano, che renda possibile un ciclo economico e sociale virtuoso. Questa speranza non deve essere un pretesto per un discorso falsamente ingenuo. Sì, vogliamo e dobbiamo sostenere le PMI nei paesi in via di sviluppo, ma, finché “cooperazione” fa rima con “corruzione”, sarà impossibile aiutare questi paesi a responsabilizzarsi per il bene dei loro popoli.

La ridefinizione di una cooperazione controllata e soggetta a condizioni non deve essere un pretesto per l’assistenzialismo, ma piuttosto un motivo per il radicamento e la responsabilizzazione. Tale nuova cooperazione restituirà speranza ai giovani di questi paesi, affinché non finiscano clandestini sulle coste di un’Europa saturata dalla disoccupazione.

 
  
  

– Relazione Grossetête (A6-0171/2006)

 
  
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  Vittorio Agnoletto (GUE/NGL). – Signor Presidente, a proposito del voto sulla questione dei farmaci pediatrici, volevo solo sottolineare che, dopo il prolungamento di sei mesi del brevetto concesso in prima lettura alle multinazionali di settore, ritengo che sia stato veramente eccessivo l’allungamento da 2 a 5 anni del periodo transitorio entro cui è possibile richiedere tale certificato di protezione supplementare.

Ecco perché ho votato contro l’emendamento 18, considerando anche la non documentabilità sul piano scientifico del beneficio per la popolazione pediatrica. L’accoglimento di tale emendamento potrebbe inoltre incentivare la ricerca di indicazioni pediatriche per farmaci nati ad uso per l’adulto, proprio in contrasto con una delle finalità del regolamento.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La proposta della Commissione colmerà una carenza nella sanità, che esiste da molto tempo nell’Unione europea e che ha condotto, in certi casi, a una dipendenza dall’industria farmaceutica statunitense o asiatica.

La creazione di medicinali specifici per bambini, invece di applicare la solita dose ridotta, terrà conto maggiormente del loro metabolismo e offrirà cure più rapide e più efficaci.

Con l’obbligo di presentare un “sistema di gestione dei rischi” per tali medicinali prima della loro introduzione sul mercato è stata creata una misura estremamente importante, che eliminerà, o almeno ridurrà, i rischi e assicurerà cure efficaci per un gruppo vulnerabile come la popolazione pediatrica.

La relatrice ha dato la dovuta importanza all’elaborazione degli studi necessari per rendere tali medicinali adatti all’uso pediatrico senza impedire lo sviluppo dello stesso prodotto medicinale per adulti. Nel contempo permette, in certi casi, una richiesta di differimento della presentazione del “piano d’indagine pediatrica”, senza rimandare l’immissione in commercio della versione per adulti.

Appoggio quindi la proposta della Commissione e la relazione dell’onorevole Grossetête.

 
  
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  Gérard Deprez (ALDE), per iscritto. – (FR) Grazie all’adozione di questa raccomandazione sui medicinali per uso pediatrico e all’accordo tra il Parlamento e il Consiglio, i bambini potranno beneficiare d’ora in poi di medicinali adeguati al loro metabolismo specifico invece di vedersi prescrivere dosaggi ridotti di medicinali destinati agli adulti.

Mi sembra che abbiamo tentato qui di riunire tutte le condizioni necessarie all’introduzione intelligente, in Europa, di forme farmaceutiche specifiche per i bambini: disposizioni relative al sostegno all’innovazione e alla ricerca, incentivi destinati ai laboratori (in particolare con i sei mesi di protezione supplementare del certificato di protezione), creazione di un inventario delle esigenze terapeutiche specifiche in pediatria, obbligo di sviluppare una forma pediatrica per i nuovi medicinali, misure mirate a garantire che questi prodotti, una volta sviluppati, siano diffusi in tutti gli Stati membri, o ancora deroghe straordinarie previste affinché lo sviluppo di prodotti pediatrici non ostacoli comunque la messa a disposizione di medicinali per gli adulti.

Siamo in presenza di un esempio concreto del valore aggiunto di un regolamento comunitario: un singolo Stato membro non avrebbe mai avuto i mezzi per promuovere da solo una tale politica riguardo a questi medicinali specifici.

 
  
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  Edite Estrela (PSE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione Grossetête sui medicinali per uso pediatrico, in seconda lettura, perché ritengo che, tenendo conto della specificità del metabolismo del bambino, debba essere promosso lo sviluppo di medicinali specificamente pensati per uso pediatrico.

L’istituzione di un comitato pediatrico nell’ambito dell’Agenzia europea per i medicinali contribuirà al controllo della ricerca scientifica in quest’area e cercherà di limitare al minimo il numero di test scientifici.

 
  
  

– Relazione Niebler (A6-0165/2006)

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Coerentemente con la risposta fornita al riguardo in prima lettura, la Lista di giugno vota contro la relazione per ragioni di principio. Siamo del tutto favorevoli alla parità di trattamento tra donne e uomini sul lavoro. Si tratta di un settore cruciale, che organizzazioni internazionali come l’OIL sanno affrontare efficacemente. Noi riteniamo che l’UE non debba regolamentare questioni di questo tipo in relazioni di vasta portata, simili a programmi politici. L’Unione europea non dovrebbe avere controllo sulle normative in materia di orari di lavoro, di congedi parentali e di altre rilevanti questioni nazionali. Sono questioni che gli Stati membri sanno affrontare meglio in modo indipendente e in conformità degli accordi internazionali già adottati.

 
  
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  Lydia Schenardi (NI), per iscritto. – (FR) Quando sappiamo che a parità di impiego una donna guadagna l’11 per cento in meno di un uomo, non c’è dubbio che dobbiamo ancora aumentare la consapevolezza dello sforzo che ciascuno di noi deve intraprendere non per imporre con la forza una parità e un egualitarismo tra uomini e donne, che sarebbe ridicolo, ma per giungere a una situazione di giustizia e di equilibrio sociale.

I progressi in questo campo non si otterranno tramite un femminismo esasperato, né con misure di coercizione che consistono nell’imporre con la forza la presenza di donne, in organi rappresentativi o direttivi, troppo spesso, lo sappiamo bene, senza considerare le loro competenze o qualità.

Dimostriamo un po’ di intelligenza, promuovendo le donne nella società, in particolare permettendo loro di scegliere realmente tra la vita professionale e la vita familiare e anche di poter conciliare il lavoro e i figli. Oggi, purtroppo, a troppe donne non è dato di scegliere.

 
  
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  José Albino Silva Peneda (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Nelle questioni relative al mercato del lavoro condanno fortemente le evidenti disuguaglianze tra uomini e donne in vari aspetti come la retribuzione, l’accesso al lavoro, la formazione professionale, le condizioni di lavoro e l’evoluzione della carriera.

Ho votato a favore di questa relazione perché rappresenta un passo avanti nell’applicazione del principio della parità di opportunità e della parità di trattamento tra uomini e donne negli ambiti correlati al lavoro e all’attività professionale.

Un’altra ragione per cui sostengo la relazione è che occorre adottare più iniziative che consentano un migliore equilibrio tra vita privata e professionale.

Riunire in un unico documento le varie iniziative per la parità di trattamento servirà a semplificare il quadro giuridico esistente. Inoltre, sarà aggiornato il livello di protezione poiché sarà incorporata l’evoluzione della giurisprudenza della Corte di giustizia.

Tuttavia, malgrado sia sancita nel Trattato sull’Unione europea e in varie direttive, la parità di trattamento rimane un sogno irrealizzato, nulla più di un vago principio politico con un livello di applicazione che lascia molto a desiderare.

 
  
  

– Relazione Hennicot-Schoepges (A6-0168/2006)

 
  
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  Gyula Hegyi (PSE). – (EN) Signor Presidente, ho votato a favore della relazione sull’Anno europeo del dialogo interculturale e sono soddisfatto dei suoi contenuti.

Tuttavia, va sottolineato un aspetto del dialogo interculturale: in molti casi facciamo riferimento a noi stessi con i termini “Europa” ed “europei”, dimenticando che gran parte dell’Europa orientale, compresa la più grande nazione europea – la Russia – non fa parte dell’Unione europea. Condividiamo dell’Europa la stessa cultura e lo stesso retaggio, ma la conoscenza reciproca dell’arte e della cultura contemporanee è molto scarsa. Ci sono trasmissioni radiotelevisive, false immagini e brutti luoghi comuni riguardo alla vita quotidiana di quei paesi. Dobbiamo cogliere l’opportunità offerta dall’Anno europeo del dialogo interculturale per avere un quadro veritiero della ricca cultura russa e ucraina e di quella delle ex repubbliche jugoslave. Invitando giovani artisti, studenti e giornalisti e incoraggiando gli scambi culturali tra gli Stati membri e le nazioni dell’Europa dell’est, si rafforzerà la nostra comune identità europea.

 
  
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  Tomáš Zatloukal (PPE-DE). – (CS) Signor Presidente, come la maggior parte di voi, anch’io sono profondamente indignato dal numero di omicidi a sfondo razziale avvenuti recentemente in alcuni paesi europei, esempi dell’espressione più clamorosa e raccapricciante di razzismo e xenofobia. Tali fenomeni esistono però anche sotto altre forme che non sono altrettanto evidenti e che pure nuocciono a un numero anche maggiore di persone. Mi piacerebbe credere che le azioni programmate a sostegno dell’Anno europeo del dialogo interculturale, e soprattutto il dialogo interculturale stesso, riescano a frenare la deriva nazionalistica in tutta l’Unione. Ritengo che il 2008 sia il periodo giusto per fare ciò, considerando che per allora l’Unione si sarà estesa a 27 Stati membri. Tuttavia è necessario creare iniziative basate su una tipologia di progetti concreti e sostenibili che dovranno continuare anche dopo il 2008. Per queste ragioni reputo la relazione che abbiamo appena approvato un passo nella direzione giusta.

 
  
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  Philip Claeys (NI). – (NL) Signor Presidente, l’onorevole Dillen, appartenente al mio gruppo, richiamerà fra poco l’attenzione su un’indagine tedesca pubblicata sul Frankfurter Allgemeine Zeitung che dimostra la mancanza di volontà d’integrarsi da parte di molti immigrati, una tendenza emersa anche in molti altri sondaggi; secondo un’indagine austriaca, per esempio, almeno il 45 per cento dei musulmani è contrario all’idea dell’integrazione. Non sarebbe dunque meglio se l’Europa ufficiale mandasse un messaggio diverso, dichiarando il 2008 l’anno del rispetto delle norme e dei valori europei? Ci spero poco, considerata l’ultima resa dell’Europa – ancora fresca nella memoria della gente – di fronte alle intimidazioni seguite alla pubblicazione delle vignette danesi, soprattutto se rivado con la mente al sondaggio d’opinione condotto nel Regno Unito dal Sunday Times, secondo cui il 40 per cento dei musulmani nel Regno Unito è favorevole all’introduzione della sharia.

 
  
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  Koenraad Dillen (NI). – (NL) Signor Presidente, i miei colleghi ed io abbiamo votato contro la relazione Hennicot-Schoepges perché il cosiddetto Anno europeo del dialogo interculturale, un’iniziativa che, tra l’altro, ci costerà 10 milioni di euro, è ancora un altro esempio di quanto l’Europa ufficiale sia cieca alla realtà con cui il pubblico ha effettivamente a che fare. La realtà è che l’Europa ospita un numero sempre crescente di musulmani che non solo rifiutano di adattarsi ai valori comuni europei, ma vogliono anche imporci la loro visione del mondo e il loro modo di vivere.

Per esempio, l’opinione pubblica tedesca non crede più a un dialogo con una religione che rifiuta di accettare valori fondamentali come la parità di genere. I tedeschi ne hanno abbastanza di omicidi d’onore, di violenza su larga scala nelle scuole e dei burka per la strada. Da un recente sondaggio d’opinione condotto dal Frankfurter Allgemeine Zeitung risulta che più del 71 per cento dei tedeschi pensa che l’islam sia intollerante; il 91 per cento dei tedeschi identifica l’islam con la violenza sulle donne. L’Europa ufficiale farebbe bene a prendere un po’ più sul serio questi segnali.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. – (SV) Oggi abbiamo votato a favore della relazione sull’Anno europeo del dialogo interculturale. Lo scambio culturale costituisce per sua natura un arricchimento ed è importante perché contribuisce ad aumentare la comprensione tra la gente.

Ci sono tuttavia alcuni dettagli della relazione sui quali siamo scettici. Crediamo che la scelta di un giorno, di una settimana o di un anno per uno scopo particolare o altro non abbia alcun senso pratico per la gente. Nondimeno, iniziative come queste possono in qualche modo fare assumere un aspetto ben definito agli obiettivi per cui le nostre Istituzioni stanno profondendo i loro sforzi. Come sempre, siamo scettici sulle campagne ideate in modo dirigistico e sulla possibilità di orientare le opinioni; inoltre notiamo che la relazione rende più rigide le proposte della Commissione a questo riguardo. Votare “no” vorrebbe dire più soldi per le Istituzioni comunitarie e per le campagne di pubbliche relazioni.

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La Lista di giugno ritiene che l’idea in sé di un anno europeo per questo o quello non sia utile e non sia un obiettivo che i contribuenti dell’Unione dovrebbero finanziare.

Investire 10 milioni di euro in un Anno europeo del dialogo interculturale sarebbe assai riprovevole, ed è difficile e forse assolutamente impossibile capirne lo scopo.

Per quanto incredibile possa sembrare, la commissione parlamentare per la cultura e l’istruzione intende portare dal 50 all’80 per cento la quota comunitaria dei sussidi per gli eventi e le iniziative nazionali di questo tipo (emendamento n. 33).

Pertanto voterò contro la relazione nel suo complesso.

 
  
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  Marine Le Pen (NI), per iscritto. – (FR) Come si fa ad avere uno scambio culturale con un altro se non si sa chi sia? Riconoscete che “l’identità religiosa è un elemento essenziale dell’identità di tutti noi, compresi i laici”, ma vi siete rifiutati di riconoscere le nostre radici cristiane nella vostra Costituzione che è, per nostra buona sorte, morta e sepolta. E allora di che cosa stiamo parlando? L’emendamento n. 9 parla di “civiltà interculturale”, ma si tratta di una contraddizione in termini, altrimenti la civiltà non significa più niente! Spesso, con tutte queste parole belle e altisonanti, si finisce solo per non dire nulla.

Il risultato del vostro modo di procedere è il relativismo e il tradimento: volete promuovere l’Anno europeo del dialogo interculturale ai Giochi olimpici di Pechino e fare così da ruota di scorta a una dittatura comunista (emendamento n. 38)! Che vergogna! Magari parlerete del dialogo interculturale col Tibet? Basta da sola questa iniziativa a squalificare il vostro progetto.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. – (SV) Voterò a favore della relazione perché il suo scopo principale – la lotta alle discriminazioni – è molto positivo e necessario. Tuttavia voterò contro un aumento della dotazione di bilancio e contro l’emendamento n. 18, che è particolarmente infelice con il suo desiderio neocolonialista di esportare idee e valori.

 
  
  

– Relazione Sonik (A6-0068/2006)

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. – (PT) E’ sempre opportuno, soprattutto oggi, nella Giornata mondiale del bambino, sottolineare la responsabilità spettante al diritto, agli Stati Membri e all’Unione nel dare priorità alla difesa dei diritti dei bambini, che rappresentano il nostro futuro e costituiscono circa un quinto della popolazione della Comunità europea.

Appoggio la promulgazione di questa decisione quadro relativa al riconoscimento e all’esecuzione nella Comunità dei divieti risultanti da condanne per reati sessuali ai danni di bambini, nonché gli emendamenti proposti dal relatore.

Tale decisione costituisce un passo fondamentale per migliorare la cooperazione tra gli Stati membri in materia di protezione dei bambini. Inoltre il suo obiettivo è duplice:

– migliorare l’accesso all’informazione sui divieti (mediante la loro registrazione obbligatoria nel casellario giudiziario); e

– renderne obbligatoria l’applicazione.

Sarà perciò possibile impedire che una persona condannata per pedofilia in uno Stato membro e soggetta al divieto di esercitare attività che possano metterla a contatto con bambini, possa sottrarsi al suddetto divieto stabilendosi in un altro Stato membro.

Una simile decadenza pronunciata in uno Stato membro dovrà produrre effetti giuridici negli altri Stati membri, così da prevedere l’applicazione del principio di riconoscimento reciproco alle decadenze e ai divieti.

 
  
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  Gérard Deprez (ALDE), per iscritto. – (FR) Sostengo vigorosamente l’iniziativa del Regno del Belgio in quanto rappresenta un elemento indispensabile per una cooperazione effettiva tra gli Stati membri in materia di protezione dei bambini dagli abusi sessuali.

Il meno che si possa dire è che questa iniziativa colma una lacuna, un vuoto – che dico! – la voragine attuale.

Rendiamoci conto – e il Belgio ne ha constatato tutta la gravità in occasione della scoperta raccapricciante del caso Fourniret: oggi una persona condannata per atti di pedofilia in uno Stato membro e soggetta in questo stesso Stato al divieto di esercitare attività che possano metterla a contatto con bambini può quindi sottrarsi al suddetto divieto stabilendosi in un altro Stato membro!

Attualmente, dunque, nulla consente di garantire che la decadenza pronunciata in uno Stato membro sia seguita da effetti giuridici negli altri Stati membri. Di fronte a una situazione terribile come questa, era ora di attuare un sistema che obbligasse lo Stato in cui risiede la persona condannata per abusi sessuali nei confronti di bambini a riconoscere i divieti pronunciati all’estero e a farli osservare sul suo territorio.

Sono convinto che questo testo salverà i bambini dal peggiore degli orrori.

 
  
  

– Proposta di risoluzione B6-0301/2006

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) Appoggio la risoluzione e l’impegno preso dalla Commissione e dal Consiglio di trattare con il governo palestinese regolarmente eletto, anche se la sua politica è diversa da quella che vorremmo. Condurre la Palestina alla rovina e al caos finanziario non può portare a nulla di buono. La politica dell’Europa deve servire da esempio per gli Stati Uniti e per gli altri su come procedere in futuro.

Tuttavia, non ho appoggiato l’inserimento nella risoluzione del paragrafo 9. Se è vero che ho sostenuto e continuerò a sostenere le richieste di sospendere immediatamente l’ulteriore espansione degli insediamenti – o piuttosto di smantellarli – e la costruzione del muro, ritengo che il paragrafo sia fuori luogo in un testo in cui ci occupiamo fondamentalmente di tutt’altra questione.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Mentre gli sviluppi più recenti in Israele sono stati apprezzabili, non ultimi i risultati raggiunti da un partito certamente propenso al dialogo e alla ricerca di un accordo, lo stesso non si può dire dei risultati elettorali nell’Autorità palestinese, dove l’esito, quantunque regolare dal punto di vista della legittimità elettorale, è doppiamente preoccupante: innanzi tutto perché un gruppo politico che non riconosce il diritto di Israele all’esistenza – e come tale viene meno a uno dei prerequisiti per attuare il processo di pace – è potuto salire al potere. Inoltre ha dimostrato che, in occasione di quelle elezioni, il popolo sotto la giurisdizione dell’Autorità palestinese non ha dato priorità alla soluzione negoziata di quest’annoso conflitto.

In tale contesto, l’Unione e tutto il Quartetto devono essere concordi sui prossimi passi. Dobbiamo dimostrare fermezza nei confronti del governo dell’Autorità palestinese, ma apertura verso il Presidente Mahmoud Abbas e le sue iniziative alla ricerca di un accordo generalizzato sull’unica soluzione accettabile, ovvero la coesistenza pacifica dei due Stati.

Considerando l’importanza del ruolo di donatore svolto dall’Unione, si auspica che, su questo fronte esterno, “l’Europa” si dimostri all’altezza del compito di influire positivamente sulla situazione.

 
  
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  Charles Tannock (PPE-DE), per iscritto. – (EN) I Conservatori britannici hanno votato contro il paragrafo 9 perché la parola “condanna” non compare in nessun’altra parte del testo riguardante, per esempio, il sostegno di Hamas ai recenti attacchi terroristici. Inoltre la questione degli insediamenti e dello status controverso di Gerusalemme Est non è direttamente legata alla crisi umanitaria nei territori palestinesi.

Infine, il muro di sicurezza – che ha ridotto considerevolmente il numero degli attacchi terroristici suicidi nel territorio di Israele propriamente detto – non rappresenta necessariamente il confine definitivo tra i due Stati. E’ già stato spostato su ordine della Corte suprema di Israele per venire incontro alle esigenze locali dei palestinesi. Il suo tracciato definitivo dipenderà dall’esito positivo dei negoziati nell’ambito del processo di pace.

 
  
  

– Proposta di risoluzione B6-0295/2006

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Non dubitiamo affatto che si debba lottare contro il terrorismo con fermezza e decisione. Tuttavia, i valori e i principi su cui si fonda la nostra civiltà non vanno pregiudicati in nessun caso.

Condivido le preoccupazioni in merito alla situazione di Guantánamo e sottoscrivo la richiesta presentata in quest’Aula di porre fine a questo tipo di situazione e chiudere tali centri di detenzione.

La cattura dei detenuti e le condizioni della loro successiva prigionia sono contrari alla Convenzione di Ginevra e agli altri trattati umanitari internazionali.

Quali che siano, le misure adottabili in relazione a questi detenuti dovranno essere pienamente conformi ai principi ispirati ai diritti umani e allo Stato di diritto. Ogni detenuto dev’essere accusato formalmente dei crimini a lui imputati e sottoposto a un processo equo dinanzi a un tribunale competente, imparziale e indipendente. Alle condanne deve ovviamente seguire una sentenza proporzionata alla gravità e alla natura disumana dei terribili atti commessi.

Spero che, in occasione del prossimo Vertice transatlantico che avrà luogo a Vienna, venga colta l’opportunità per esercitare pressioni sugli Stati Uniti al fine di chiudere Guantánamo e trovare una soluzione più giusta e rapida per risolvere la questione dei circa 500 detenuti.

 
  
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  José Ribeiro e Castro (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Vorrei ribadire quanto ho dichiarato su questo argomento nell’ottobre 2004. Siamo veementemente contrari al terrorismo e pienamente solidali con l’atroce sofferenza delle vittime e delle loro famiglie. Non c’è alcun dubbio che questo attacco barbaro e terrificante ai diritti fondamentali costituisca la battaglia più impegnativa con cui devono confrontarsi le democrazie. Le tragedie dell’11 settembre e dell’11 marzo ne sono un esempio significativo e sono sempre in cima ai nostri pensieri.

Anche nel corso di questa battaglia l’Occidente deve mantenere i più alti principi morali e dare un irreprensibile esempio dei valori che gli sono cari. In tal senso vorremmo che fossero chiariti i casi in cui ci sono state violazioni dei diritti umani, delle garanzie fondamentali e delle convenzioni universali che abbiamo sottoscritto. Riteniamo che i valori della civiltà, valori in cui crediamo, debbano essere difesi.

Perciò ho appoggiato il rinvio della votazione in modo da consentire, fra due settimane a Strasburgo, di prendere una decisione più matura e consapevole.

 
  
  

– Relazione Brok (A6-0173/2006)

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI) , per iscritto. – (FR) I naturali rapporti d’amicizia che intratteniamo con gli Stati Uniti non implicano che dobbiamo farci trascinare da loro per difendere interessi che non sono i nostri. Questo è ciò che vorrebbero loro. Noi no.

Il nostro interesse consiste nell’avere una moneta europea, ammesso che debba esisterne una sotto questa forma, che s’imponga come moneta di riferimento in rapporto al dollaro e non viceversa; è far sì che i paesi in via di sviluppo si sviluppino in modo equilibrato, pur difendendosi prudentemente col protezionismo; era quello di avere la NATO da opporre al Patto di Varsavia, ma dal momento che quest’ultimo non c’è più, la legittimità della NATO in quanto strumento di predominio americano non è più giustificabile; è nel non prendere parte a tutte le guerre in cui non dobbiamo intervenire; è fare in modo che l’America latina, in virtù dei suoi legami col Portogallo e la Spagna, non costituisca il cortile degli Stati Uniti.

Dire tutto questo non vuol dire essere nemici degli Stati Uniti, ma vuol dire essere patrioti e preoccupati per le sorti del proprio paese.

 
  
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  Tobias Pflüger (GUE/NGL), per iscritto. – (DE) Nuovo partenariato? L’Unione promette agli Stati Uniti il riarmo e una stretta collaborazione militare.

Oggi il Parlamento ha votato a grande maggioranza a favore di un nuovo partenariato transatlantico, esprimendo al tempo stesso il suo particolare sostegno a una stretta cooperazione militare tra l’Unione e gli Stati Uniti, ma non c’è stata nessuna vera critica all’occupazione in corso dell’Iraq e all’escalation in Afghanistan. I voli della tortura della CIA e l’uso delle basi militari americane in Europa per le guerre in Medio Oriente non devono poter interferire sul nuovo partenariato, né la perdurante dislocazione delle armi atomiche statunitensi negli Stati membri dell’Unione dev’essere oggetto di dibattiti per il prossimo Vertice UE-USA che si svolgerà a Vienna.

La fratellanza d’armi tra europei e americani culmina nella promessa di “potenziare le capacità militari dell’Europa” “al fine di istituire migliori relazioni di partenariato tra l’Unione e gli Stati Uniti sul piano politico e militare”. Questa promessa rappresenta anche un impegno inequivocabile di continuare in futuro a fare guerra al fianco degli Stati Uniti e a un sostegno crescente per le guerre che sono già in corso. Tuttavia, il vero obiettivo dei responsabili della politica militare comunitaria è quello di poter effettuare interventi militari in tutto il mondo – come succede adesso in Congo – senza dipendere dalla NATO e senza l’aiuto degli Stati Uniti. L’idea di un’Europa civile è stata abbandonata già da un pezzo dai deputati di questo Parlamento.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Gli Stati Uniti d’America sono il maggiore e il migliore alleato dell’Europa. Qualunque discussione sui rapporti fra le due sponde dell’Atlantico deve basarsi su questa premessa, cui vanno aggiunte due considerazioni chiave. Il fatto di essere potenzialmente concorrenti in diversi settori non indebolisce la nostra alleanza, né il fatto di essere così buoni alleati deve renderci ciechi davanti alla realtà. Siamo due entità diverse con progetti, proposte e interessi che non sempre coincidono, ma condividiamo lo stesso modo di intendere la società e lo stesso concetto di comunità umana.

Negli ultimi anni sono emerse difficoltà in molti casi risolvibili. L’idea che fossero gli Stati Uniti a causare una divisione interna nell’Europa è sbagliata. In realtà è l’Unione stessa a non essere un tutto unico con una sola visione delle realtà della politica estera. Concentriamoci dunque sui fattori che consolidano il nostro rapporto, lasciando da parte i preconcetti ideologici, che sono così evidenti in alcune delle controversie destinate a sorgere ogni volta che le due sponde dell’Atlantico si incontrano.

 
  
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  Charles Tannock (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Io e i miei colleghi del Partito conservatore britannico siamo a favore di rapporti transatlantici saldi, sia politicamente che economicamente. Tuttavia, la questione della messa al bando totale della condanna a morte resta un caso di coscienza per i singoli deputati al Parlamento europeo. Nondimeno, noi tutti condanniamo l’uso improprio ed eccessivo della pena di morte in paesi come Cina e Iran.

Riteniamo che casi di crimini contro la legislazione umanitaria internazionale non debbano essere trattati dal Tribunale penale internazionale, ma da tribunali ad hoc delle Nazioni Unite.

Inoltre non crediamo che una chiusura immediata della prigione di Guantánamo Bay sia auspicabile o realizzabile quando la lotta al terrorismo rimane una priorità tanto per gli Stati Uniti quanto per l’Unione. Tuttavia, nel lungo termine, sarebbe nell’interesse degli Stati Uniti chiudere tale struttura.

 
  
  

– Relazione Erika Mann (A6-0131/2006)

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) Desidero congratularmi con la collega, l’onorevole Erika Mann, per il testo che ha redatto sulle relazioni economiche transatlantiche tra l’Unione e gli Stati Uniti. Nel farle i miei complimenti, però, vorrei esprimere una riserva. Ho sempre sostenuto che l’approfondimento dell’Unione è importante quanto il suo allargamento, se non di più. Qui si chiede la creazione di un’area di libero scambio con gli Stati Uniti entro il 2015. Non sono contro per principio; ciò dipende effettivamente da altri sviluppi. Non mi sono battuto per tutelare una dimensione sociale nell’Unione, d’importanza vitale per il cittadino medio europeo, per poi permettere che venga cacciata dalla porta di servizio mediante la creazione di un’area gigantesca di libero scambio. Ho sempre detto agli oppositori sindacalisti e progressisti nei gruppi organizzati (OG) del NAFTA – l’Accordo di libero scambio nordamericano – che non è questo il punto. Non devono opporsi alla stretta integrazione economica col Messico e col Canada che seguirà inevitabilmente alla globalizzazione, ma piuttosto chiedere che venga democratizzata mediante l’istituzione di un’assemblea parlamentare del NAFTA al fine di stimolare una dimensione sociale.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) La relazione dell’onorevole Mann è assai critica nei confronti della politica statunitense che, secondo la relatrice, è eccessivamente immischiata negli interessi nazionali. Rispetto, pur senza condividerla, quest’opinione, ma vorrei vedere altrettanta indignazione e pretese analoghe quando questo Parlamento discute i rapporti dell’Europa con paesi in cui esistono ancora campi di concentramento e di lavoro obbligatorio.

Tornando al nocciolo della questione, non avrei niente da obiettare sul consolidamento della cooperazione economica fra gli Stati Uniti e i paesi d’Europa, se ciò fosse mutuamente proficuo per entrambe le parti. D’altra parte non serve, a questo fine, creare “un mercato transatlantico senza barriere”, un mercato interno vero e proprio sul modello europeo, con cui condivida armonizzazioni legislative e regolamentari nonché la potenzialità di estendersi a tutto il continente americano. Non parliamo più di zona di libero scambio, ma di una vera e propria integrazione economica totale. Prima dell’integrazione politica?

La relazione è sintomatica di un’Europa che rifiuta d’imporre il rispetto degli interessi degli Stati membri e nel frattempo cerca di integrarli, fonderli e farli sparire in un vasto ammasso planetario.

Non possiamo far altro che respingerla.

 
  
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  Jean-Claude Martinez (NI), per iscritto. – (FR) Una zona di libero scambio è uno spazio senza barriere, soprattutto doganali. E’ un mercato comune, quasi come quello europeo. La zona di libero scambio transatlantica è dunque un mercato comune da Varsavia a San Francisco, da Helsinki alla Patagonia, da Malta fino al profondo nord canadese. Mentre l’opinione pubblica europea pensa che il dibattito politico riguardi il futuro della Costituzione europea, in realtà si tratta semplicemente della costruzione, dal 2010 al 2015 – vale a dire in cinque anni – di un organismo politico-economico composto da più di 45 nazioni sulle 193 che conta il pianeta.

Senza clamori, la relazione Mann segna la transizione dall’integrazione europea all’integrazione politica di un quarto del globo, il che comporterebbe un Parlamento di 45 nazioni, un tribunale commerciale comune e l’abbozzo di una legislazione comune.

Novant’anni dopo, la predizione di Paul Valéry, secondo cui “l’Europa aspira a essere governata da una commissione americana”, si sta avverando.

Addio Europa, buongiorno Mondo! L’onorevole Erika Mann ha scritto una doppia partecipazione: quella del decesso dell’idea europea e quella della nascita dell’organizzazione mondiale.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Le relazioni transatlantiche coprono uno spettro più ampio rispetto alle relazioni meramente economiche, cosa di cui dobbiamo tenere conto quando affrontiamo tale questione. L’Unione e gli Stati Uniti d’America giocano un ruolo unico nel commercio mondiale. Per tale motivo ci sono tre aspetti che reputo fondamentali in un dibattito su questo tema.

Il primo è la lealtà. Le relazioni commerciali fra entrambe le parti devono basarsi sulla buona fede e sull’adempimento effettivo degli accordi, nonché su una tutela efficace dei diritti degli operatori economici statunitensi ed europei, ivi compresi i vari produttori e i consumatori interessati.

Il secondo è la cooperazione a livello internazionale. Benché siano evidenti per tutti i fattori di disaccordo e di concorrenza, l’unica soluzione di cui disponiamo consiste nel pervenire a un’intesa praticabile sul modo migliore per promuovere un commercio più equo, più trasparente, più rispettoso dello sviluppo su scala mondiale.

L’ultimo di tali aspetti consiste nell’idea di condividere le principali sfide che toccano a entrambe le parti su scala mondiale, sia in termini di preoccupazioni che di soluzioni. Ciò è vero tanto in campo economico – si pensi, per esempio, alla questione energetica, alla crescita di potenze economiche come Cina e India, alla povertà nel mondo – quanto nel campo della sicurezza.

 
  
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  Marc Tarabella (PSE), per iscritto. – (FR) Vorrei qui spiegare perché ho votato contro la relazione dell’onorevole Mann sulle relazioni economiche transatlantiche tra gli Stati Uniti e l’Unione.

In un contesto generale, la relazione si dilunga su troppi settori totalmente diversi, settori che, a mio avviso, devono costituire oggetto di relazioni specifiche. Penso pertanto che il contenuto della relazione avrebbe dovuto essere calibrato meglio.

La relazione potrebbe inoltre avere conseguenze drammatiche per l’Europa. Apre infatti le porte a una zona di libero scambio tra gli Stati Uniti e l’Unione, cosa che favorirebbe la penetrazione in Europa del modello agroindustriale degli Stati Uniti.

Tale prospettiva è contraria a un principio che, come socialista, sento il dovere morale di difendere: un’Europa sociale fondata su principi di solidarietà!

 
  
  

– Relazione Langen (A6-0191/2006)

 
  
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  Zsolt László Becsey (PPE-DE).(HU) Signor Presidente, alla fine ho votato a favore della relazione Langen, ma solo per il fatto che abbiamo anche accolto l’emendamento orale dell’onorevole Starkevičiūtė. Per quanto riguarda gli emendamenti nn. 2 e 16, di cui uno riguarda il criterio dell’inflazione e l’altro la decisione della Commissione relativa alla Lituania, ho votato in modo diverso dalla maggior parte del mio gruppo.

Vorrei direi che il motivo di questa mia votazione è che trovo del tutto deplorevole anche il modo in cui il Parlamento sta gestendo la questione, senza che sull’argomento si svolga un serio dibattito. E’ deplorevole che la Commissione adotti una decisione strategica, e per la prima volta penalizzi qualcuno nell’interesse dell’allargamento della zona dell’euro.

La Commissione ha adottato una decisione strategica, in quanto non ci ha neppure sottoposto la questione per un dibattito al riguardo. E’ inaccettabile, soprattutto se si tiene conto che la Commissione lo ha fatto sulla base di dubbi criteri relativi all’inflazione e di altro tipo e che costringe un paese che ha compiuto molti sacrifici a pagare le conseguenze del mancato rispetto di criteri che vengono continuamente violati da quattro o cinque Stati membri.

Ritengo che questo modo di procedere nel complesso danneggi non solo la credibilità del Parlamento europeo, ma anche quella dell’Unione europea e della zona dell’euro negli Stati membri che sono entrati a far parte dell’UE nel 2004 o che lo faranno in futuro. La Commissione e quella parte del Parlamento che non ha voluto condurre un dibattito più lungo sulla decisione unilaterale della Commissione hanno pertanto una responsabilità molto grave.

 
  
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  Vytautas Landsbergis (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, la decisione della Commissione di escludere la Lituania dalla zona dell’euro e dalle relative opportunità di rapida integrazione con i paesi più avanzati si è basata su una notifica formale relativa al superamento da parte dell’economia della Lituania del limite del tasso di inflazione, in realtà con un margine di differenza minimo e discutibile.

Il governo di Vilnius è caduto ieri sotto il peso di errori e inadempienze più che di una mancanza di particolare attenzione e cautela nell’attuazione del programma in materia di inflazione ai fini del mantenimento di un margine di vantaggio sufficiente, evitando il rischio di non conseguire l’obiettivo stabilito. Non basta che la Lituania soddisfi tutti i criteri dell’eurosistema, soprattutto essendo un paese nuovo e non di grandi dimensioni.

A questo proposito devo purtroppo dire che il trattamento non paritario degli Stati membri è evidente ai livelli più alti dell’amministrazione dell’UE, compresa la Commissione. Quando due Stati membri più grandi non hanno rispettato il Patto di stabilità, e non si trattava di un margine minimo come nel caso della Lituania, non sono stati criticati o puniti, ma al contrario premiati. Non è stata cambiata la cattiva condotta finanziaria, ma la normativa in modo che si adattasse a tale condotta. Nel nostro caso, la Commissione non ha punito il nostro ex governo, ma ha escluso un’intera nazione.

Inoltre, è stata commessa una scorrettezza per quanto riguarda la frontiera orientale dell’UE dopo che la Russia è venuta meno all’impegno assunto nei confronti dell’Unione europea nel corso del Vertice del 2003 di apporre la firma obbligatoria del Presidente Putin per concludere quanto prima accordi con Estonia e Lettonia. La Russia ha anche messo in discussione un documento già ratificato dal parlamento estone. La posizione dell’UE è sembrata piuttosto deprecabile: anziché difendere il suo Stato membro, l’UE ha rabbonito la Russia, lasciando che l’Estonia affrontasse ancora una volta da sola il “grande fratello”.

Vorrei che il mio paese, la Lituania, potesse accedere non solo alla zona dell’euro, ma anche allo spazio europeo comune della sicurezza energetica. Nel caso della zona dell’euro, il Parlamento europeo ha adottato alcuni pareri positivi in emendamenti in cui si critica la Commissione e pertanto ho cambiato idea e ho votato a favore della relazione dell’onorevole Langen.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signor Presidente, la moneta unica europea può essere utile quale strumento di promozione di un’identità europea comune, e pertanto si dovrebbe senza dubbio accogliere con favore l’ammissione della Repubblica slovena nella zona dell’euro.

In nessun caso l’euro deve tuttavia essere usato per mettere in atto manovre politiche facendo leva su emblemi storici. Ad esempio, l’insistenza della Slovenia nell’affermare che le sue monete metalliche in euro devono riportare simboli austriaci quali la pietra dell’incoronazione della Principessa di Carinzia equivale a una provocazione che può essere interpretata come una pretesa sul territorio storico di Laibach, altrimenti nota come Lubiana.

Tenuto conto che vi sono già stati problemi con le monete turche, credo che, per quanto riguarda l’aspetto grafico delle monete metalliche in euro, dobbiamo essere più rigorosi nell’imporre le nostre condizioni. Per questo motivo ho votato contro la relazione Langen.

 
  
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  Jan Andersson, Ewa Hedkvist Petersen, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. – (SV) In relazione all’emendamento n. 9, la Svezia si era opposta all’introduzione dell’euro come moneta nazionale in un referendum svoltosi nel 2003. Per quanto riguarda la Svezia, la questione è pertanto risolta per il prossimo futuro.

Siamo del parere che l’UE non dovrebbe mettere in discussione l’opinione del popolo svedese adottando una posizione favorevole o contraria a una possibile clausola di esclusione.

 
  
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  David Casa (PPE-DE), per iscritto. – (MT) L’adozione dell’euro quale valuta dovrebbe essere basata su determinati criteri. Devono essere fissati il termine entro il quale un paese deve soddisfare i criteri per l’adesione e il periodo di convergenza, deve essere determinato il periodo di tempo che un paese trascorre nel meccanismo ERM2 e deve essere stabilito un tasso di convergenza.

L’adozione dell’euro dovrebbe favorire la convergenza delle economie dei paesi, di cui la maggior parte è collegata alle economie degli altri paesi dell’Unione europea.

I vantaggi dell’adesione sono la trasparenza dei prezzi transfrontalieri, un aumento della competitività a vantaggio dei consumatori, l’abolizione dei costi delle operazioni e l’assenza del rischio di variazione del tasso di cambio.

L’Unione europea deve far sì che i criteri utilizzati per l’ingresso di un paese nella zona dell’euro siano uguali per tutti, e che la valutazione dei criteri sia trasparente.

Dobbiamo stare attenti a non cadere nella trappola di usare la questione dell’ingresso nella zona dell’euro quale strumento per combattere altre battaglie del tutto irrilevanti. L’ingresso nella zona dell’euro dovrebbe fondarsi sui criteri di Maastricht, e non dovrebbe avere altre implicazioni. Dobbiamo far sì che le decisioni da noi adottate riguardo ad alcuni paesi non contribuiscano a rafforzare gli euroscettici che usano le decisioni dell’Unione europea quale mezzo per sminuirne i risultati conseguiti.

 
  
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  Lena Ek (ALDE), per iscritto. – (SV) Nella votazione sull’euro, mi sono astenuta dalla votazione sulla concessione o meno di una deroga alla Svezia, a seguito del suo referendum. La proposta è basata sul presupposto errato che la Svezia sarà costretta ad accettare la moneta comune nonostante l’esito della consultazione referendaria. E’ evidente che non è vero. La proposta arriva anche al punto di avanzare l’idea assurda che, attraverso i referendum, i singoli paesi potranno derogare ad alcune parti dei Trattati comuni. E’ ovvio che è impensabile un’applicazione coerente di tale principio.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) Accolgo con favore la relazione Langen, anche se da una prospettiva britannica suscita in me molti timori. Già la nostra mancata adesione all’area della moneta unica ci sta costando miliardi di investimenti nel paese e decine di migliaia di posti di lavoro. I dieci nuovi Stati membri sono già ansiosi di entrare a far parte di tale zona, in quanto hanno votato a favore nei referendum separati svoltisi prima dell’adesione, il cui esito è stato unanimemente positivo. Sarà un triste giorno per il Regno Unito, il suo popolo e la sua economia quando paesi come Slovenia, Lituania, Estonia e Malta adotteranno l’euro, mentre il Regno Unito sarà relegato ai margini della zona della valuta di maggior successo del mondo, in balia di un Eurogruppo che adotta decisioni fondamentali per la nostra economia, ma senza tener conto del nostro contributo e a prescindere dai nostri interessi.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Ecco una nuova fase della fuga in avanti dell’Unione europea: l’adesione di nuovi Stati membri alla moneta unica. La relazione Langen tenta di trovare un equilibrio tra rispetto dogmatico dei criteri di Maastricht e del Patto di stabilità, elogio dell’euro e considerazioni di buonsenso sullo stato di preparazione dei paesi o sulla capacità della zona dell’euro di sostenere un allargamento che ne aumenterà l’eterogeneità e quindi le difficoltà.

La moneta unica ha una parte considerevole di responsabilità nella scarsa crescita degli Stati membri che l’hanno adottata (tassi di interesse inadeguati, tassi di cambio svantaggiosi). Non è necessario trascinare in questa situazione nuove vittime. Mi chiedo inoltre se i cittadini di questi paesi, che solo ieri si sono liberati dal giogo comunista, sono consapevoli della perdita irrimediabile di sovranità che l’adozione dell’euro comporta. Sono consapevoli soprattutto che la perdita della loro valuta nazionale era stata stabilita nel trattato di adesione? Più che impegnarci a informarli sul passaggio concreto all’euro nei loro paesi, dobbiamo consultarli di nuovo, con un referendum, sulla perdita della loro valuta.

 
  
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  Anna Hedh (PSE), per iscritto. – (SV) Ho votato a favore dell’emendamento n. 9 in quanto ritengo che la Svezia debba chiedere una deroga a seguito del referendum sull’euro svoltosi nel paese nel 2003. Sono tuttavia del parere che spetti alla Svezia chiedere la deroga. L’UE non dovrebbe automaticamente considerare il voto negativo della Svezia come l’equivalente di una clausola di deroga.

 
  
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  Jules Maaten (ALDE), per iscritto. – (NL) Ho votato a favore della relazione Langen sull’allargamento della zona dell’euro in quanto ritengo che la Commissione debba attenersi ai criteri per l’ingresso in tale zona. Questo è l’unico modo in cui l’area dell’euro può continuare a giustificare la fiducia in essa riposta.

Il mio gruppo considera Slovenia e Lituania in linea di principio pronte per l’euro. L’adesione di tali paesi all’area dell’euro dovrebbe avere effetti positivi per tutta l’economia europea. Lo slancio con cui hanno attuato la riforma economica negli ultimi anni serve da incentivo per tutti i paesi dell’euro.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Nessuno mette in discussione l’idea che gli Stati membri che vogliono entrare nella zona dell’euro debbano soddisfare i criteri di convergenza di Maastricht stabiliti nel Trattato CE. Il Parlamento ha sempre detto di essere favorevole al rigoroso rispetto di questi criteri, senza eccezioni.

Anche se la commissione per i problemi economici e monetari ha deciso di non concentrarsi nella sua relazione sulle raccomandazioni relative al livello di preparazione di specifici paesi, la verità è che il principale oggetto di questa votazione era il verdetto negativo emesso nei confronti della Lituania, che soddisfa tutti i criteri di convergenza, tranne il criterio dell’inflazione. Negli ultimi dodici mesi, il tasso di inflazione in Lituania è stato di poco superiore al valore limite. Per questo motivo ho votato a favore dell’emendamento n. 2, che chiede spiegazioni chiare ed esaustive sulla base dei calcoli adottati per applicare i criteri di inflazione e invita la Commissione ad aggiornare la relazione sulla Lituania per consentire al paese di aderire entro breve all’area dell’euro.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. – (SV) Mi astengo nella votazione sulle modalità tecniche con cui i paesi devono attuare il passaggio all’euro. Voto tuttavia contro le proposte che mirano a concentrare tutti gli sforzi nella lotta contro l’inflazione, mettendo da parte gli altri obiettivi. Voto a favore della relazione per le numerose critiche mosse contro il modo in cui la Lituania è stata trattata.

 
  
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  Sahra Wagenknecht (GUE/NGL), per iscritto. – (DE) Mi sono astenuta dalla votazione per il fatto che ritengo che si debbano applicare gli stessi criteri a tutti gli Stati membri dell’UE e che l’allargamento della zona dell’euro non debba comportare l’applicazione di criteri più rigorosi ai nuovi paesi aderenti. La mia astensione dalla votazione non cambia tuttavia nulla per quanto riguarda la mia critica di fondo al Patto di stabilità, che è uno strumento del tutto inadeguato a risolvere i problemi economici e sociali dell’UE ed è vantaggioso soltanto per le grandi imprese e le classi abbienti. Non è necessario un patto che favorisce unilateralmente la stabilità dei prezzi, ma piuttosto un patto per la società e l’occupazione che soddisfi le esigenze della gente. Entrare a far parte della zona dell’euro nelle condizioni attuali non sarà affatto un bene per i cittadini dei nuovi Stati membri, e non avrà alcun effetto positivo per i vecchi Stati membri, che anzi ne saranno danneggiati.

 
  
  

– Relazione Grech (A6-0188/2006)

 
  
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  Jan Andersson, Anna Hedh, Ewa Hedkvist Petersen, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. – (SV) Noi socialdemocratici svedesi siamo contrari alle tornate parlamentari che si svolgono a Strasburgo e ci domandiamo perché il Parlamento abbia destinato una significativa voce di bilancio per l’acquisto di edifici in questa città. Questo tema è particolarmente controverso perché è ancora in corso un’inchiesta su quali siano le irregolarità avvenute in relazione alle transazioni riguardanti gli edifici del Parlamento di Strasburgo.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. – (SV) Abbiamo votato a favore della relazione sullo stato di previsione delle entrate e delle spese del Parlamento europeo per l’esercizio 2007. Apprezziamo molto l’approccio rigoroso che la relazione intende adottare relativamente alle proposte dell’amministrazione.

La nostra approvazione nella fattispecie non significa che siamo favorevoli a ogni orientamento nell’ambito del bilancio. Per esempio, siamo scettici come prima sulle attività di informazione del Parlamento, che tendono ad assorbire il ruolo dei deputati al Parlamento europeo e dei gruppi politici. Né pensiamo che siano giustificati la costruzione di una Casa d’Europa a Bruxelles o l’acquisto degli edifici di Strasburgo da parte del Parlamento.

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La relazione avrebbe potuto contenere molti più elementi d’interesse generale sul bilancio del Parlamento europeo, e chiarire che questo bilancio non deve coprire in nessun caso i disavanzi del fondo pensione dei deputati al Parlamento. La relazione avrebbe inoltre dovuto avallare la riforma del generoso metodo di calcolo delle spese di viaggio e affermare che ai deputati, per i loro viaggi, andrebbero rimborsati solo i costi effettivamente sostenuti e nulla più.

Uno dei punti su cui la relazione si esprime favorevolmente è un aumento di 4 milioni di euro degli stanziamenti destinati ai gruppi politici e ai partiti europei. Questo è un provvedimento che non posso sostenere ed è tra i motivi che mi hanno indotto a votare contro la relazione nel suo complesso.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Credo che la fiducia espressa nel paragrafo 46 sia malriposta, poiché le Istituzioni dell’Unione e i suoi Stati membri hanno intavolato accordi riguardanti lo status delle lingue aggiuntive e il loro impiego consentito come lingue di lavoro in queste Istituzioni, in particolare per quanto riguarda la lingua irlandese. Per finanziare tali iniziative erano state adottate misure finanziarie che andrebbero conseguentemente onorate.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. – (SV) Coloro che hanno votato contro il paragrafo 4 (50 milioni di euro per l’acquisto degli edifici di Strasburgo e 25 milioni di euro per la propaganda) non influiscono sul bilancio, ma cercano solo di nascondere questo sperpero all’elettorato. Tuttavia, voterò anch’io contro la relazione perché non voglio che i soldi in questione vadano sprecati.

 
  
  

– Relazione Markov (A6-0179/2006)

 
  
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  Zbigniew Zaleski (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, come relatore ombra vorrei far presente che nella premessa originaria della relazione dell’onorevole Markov il commercio era considerato la causa della povertà. Si tratta d’una posizione che noi, come gruppo politico, non potremmo mai accettare. Per noi il commercio è uno degli strumenti più importanti nella lotta alla povertà.

Siamo socialmente responsabili nei confronti dei paesi più poveri. Riteniamo che, per conseguire gli Obiettivi di sviluppo del Millennio, dobbiamo creare un contesto commerciale in cui i paesi in via di sviluppo abbiano effettivamente accesso ai mercati dei paesi sviluppati. Riteniamo che ci sia un rapporto fra la ricchezza di un paese e la sua libertà economica. Siamo favorevoli a programmi di assistenza, ma a patto che siano efficaci. Dobbiamo porli in relazione al clima socioeconomico dei paesi destinatari. Inoltre tali programmi devono essere finalizzati al miglioramento della governance democratica.

Mettere in relazione il commercio con lo sviluppo ha come obiettivo il bene della gente, in particolare di chi vive in povertà. Anziché destinare grosse somme all’assistenza diretta, sarebbe forse meglio dare impulso ai paesi poveri tramite la cooperazione economica, ivi compresi il commercio e gli scambi di merci, servizi e competenze, affinché tali paesi possano costruire il proprio benessere. La liberalizzazione graduale, nella presente fase di differenziazione economica, è un’idea sensata. Nel caso della Cina, per esempio, non si è realizzata una liberalizzazione improvvisa. Benché il tono della relazione sia eccessivamente orientato al sociale, essa contiene molte proposte che contribuiranno costruttivamente allo sviluppo mediante un commercio internazionale libero ed equo. Malgrado le obiezioni dei deputati del gruppo del Partito popolare europeo (democratici cristiani) e dei Democratici europei, come relatore ombra ho proposto di approvare la relazione perché, se impiegata responsabilmente e ragionevolmente dagli operatori in questo campo, può contribuire a colmare le differenze e a elevare il tenore di vita nelle società più povere.

 
  
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  Frank Vanhecke (NI). – (NL) Signor Presidente, mi associo con piacere al precedente oratore, che ha già fatto alcune osservazioni validissime sulla relazione Markov. Vorrei aggiungere che capita anche a me di pensare che l’appello alla cancellazione su larga scala del debito dei paesi del mondo in via di sviluppo produrrà scarsi risultati e non porterà a una soluzione del problema, anzi potrebbe persino sortire l’effetto opposto, perché il controllo già limitato di questi paesi in via di sviluppo e dalla loro gestione da parte di organizzazioni come il Fondo monetario internazionale e altre istituzioni internazionali diverrebbe molto più difficile, se non impossibile. Penso che ne beneficerebbero, arricchendosi ulteriormente, solo i corrottissimi, incapaci e dissipatori dittatori africani e altri leader. So che corro il rischio di essere smentito dagli omologhi di Louis Michel, Bob Geldof e Bono, ma sostengo – e questa è la verità pura e semplice – che la terribile tragedia che avviene in molti paesi in via di sviluppo, soprattutto nell’Africa nera, consiste nel saccheggio e ladrocinio perpetrato ai loro danni dai loro stessi leader; penso che questa sia la prima conclusione che dobbiamo trarre prima di cominciare a poter dare un aiuto concreto ai poveri.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Approvo la presente relazione, che analizza il ruolo che la politica commerciale ha svolto e potrebbe teoricamente svolgere a favore dello sviluppo e per ridurre la povertà, senza trascurare la complessa relazione che sussiste fra queste due cose.

I punti salienti della relazione sottolineano che, se è vero che generalmente si è registrata una crescita generalizzata del PIL pro capite su scala globale, è cresciuto anche il numero delle persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. Pertanto la relazione reputa necessario un cambiamento radicale di politica sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli industrializzati per alleviare i problemi che si celano dietro l’aumento incessante della povertà.

Il messaggio è dunque chiarissimo: pur considerando i meriti della liberalizzazione, non dobbiamo perdere di vista la realtà concreta dei divari in termini di ricchezza attualmente esistenti nel mondo.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Se è vero che il commercio è un importante strumento per lo sviluppo e un mezzo per ridurre la povertà, è chiaramente impossibile compiere progressi concreti rispetto a tali obiettivi se non si stabiliscono regole eque a livello internazionale. Tuttavia, non è facile trovare soluzioni per far sì che la politica commerciale contribuisca a risolvere la questione della povertà.

Di conseguenza, l’apertura delle frontiere al commercio internazionale comporta benefici estremamente importanti per lo sviluppo delle società, ma i paesi poveri non sono evidentemente sempre pronti a difendersi da tutti gli effetti negativi o a cogliere tutte le opportunità che possono presentarsi.

Pertanto ritengo che i piccoli ritocchi nell’ambito dei negoziati commerciali dell’OMC in materia di ambiente, agricoltura, materie prime, sevizi pubblici, sanità e industrializzazione possano consentire a queste popolazioni di godere maggiormente dei vantaggi del commercio.

Infine, il nostro ruolo deve continuare a essere quello di promuovere il sostegno allo sviluppo e alla democrazia nei paesi in via di sviluppo per portare condizioni decenti di lavoro e opportunità di crescita alle popolazioni di quei paesi.

 
  
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  Anders Wijkman (PPE-DE), per iscritto. – (SV) La globalizzazione offre parecchie chance, specialmente per ridurre la povertà. Il commercio e la cooperazione tecnica contribuiscono ambedue a rafforzare le economie dei paesi poveri. Ci sono, al contempo, rischi e problemi. Spesso i paesi più poveri non sono in grado di prendere parte alla cooperazione economica per mancanza di capacità e quant’altro, rischiando inoltre di rimanere ancora più indietro di prima.

Per di più, la legislazione ambientale a livello internazionale, come peraltro quella di molti paesi poveri, lascia alquanto a desiderare e consente un rapido incremento della produzione di rifiuti, lo sfruttamento eccessivo e l’impiego insostenibile di una molteplicità di risorse naturali come foreste e pesca, e tutti questi fenomeni s’intensificano come gli scambi commerciali in rapida crescita. Questi problemi vanno affrontati il più presto possibile se non si vuole che i vantaggi della globalizzazione si tramutino in svantaggi.

 
  
  

– Relazione Vidal-Quadras (A6-0160/2006)

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signor Presidente, vorrei cogliere l’opportunità per spiegare il motivo per cui non ho potuto votare a favore della relazione Vidal-Quadras. Nell’ormai lontano 1997 l’UE decise che avrebbe aumentato la quota di energia derivante dalle fonti rinnovabili al 12 per cento entro il 2010. Sembra tuttavia che il risultato migliore che potremo ottenere sarà un aumento all’8 per cento. Questi dati mettono in dubbio la possibilità di riuscire a conseguire l’obiettivo che ci siamo prefissati, vale a dire un risparmio di un quinto dell’attuale consumo di energia entro il 2020.

Anziché aumentare continuamente i fondi per il programma di ricerca nucleare dell’UE, sono del parere che faremmo meglio a destinare tali risorse ai settori dell’energia rinnovabile e dell’efficienza energetica, che sono molto promettenti per il futuro.

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Il Libro verde sull’efficienza energetica costituisce la base del piano d’azione della Commissione per migliorare l’efficienza energetica, un documento che riveste enorme importanza e svolge un ruolo fondamentale nella lotta contro il cambiamento climatico, l’inquinamento ambientale e l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali, nonché nella salvaguardia degli approvvigionamenti energetici.

Il relatore suggerisce alcune possibilità di notevole rilievo per conseguire l’obiettivo di una riduzione del 20 per cento del consumo di energia a livello comunitario entro il 2020, come proposto dalla Commissione.

Fra semplici misure che potrebbero consentire di ottenere enormi risparmi di energia sono comprese campagne di sensibilizzazione e di educazione per incoraggiare i cittadini a cambiare le abitudini di consumo, la promozione dell’uso delle tecnologie di cogenerazione, il ruolo di esempio che il settore pubblico deve svolgere utilizzando mezzi di trasporto più puliti e lampade più efficienti per l’illuminazione stradale, e infine l’applicazione di contratti di risparmio energetico.

Il relatore pone anche in evidenza l’instabilità del mercato dell’energia e i recenti aumenti dei prezzi del petrolio che rendono la situazione attuale diversa da quella esistente nel periodo in cui la Commissione stava elaborando il Libro verde.

Sono pertanto favorevole alla relazione Vidal-Quadras.

 
  
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  Bairbre de Brún, Ole Krarup, Jonas Sjöstedt e Eva-Britt Svensson (GUE/NGL), per iscritto. – (EN) Siamo contrari alla liberalizzazione dei mercati dell’energia, in quanto non riteniamo che sia indispensabile per migliorare la competitività, affrontare il problema dei prezzi dell’energia e accrescere la sicurezza dell’approvvigionamento energetico nonché l’efficienza energetica. Abbiamo tuttavia deciso di votare a favore della relazione per il fatto che contiene proposte positive in merito all’efficienza energetica, alla conservazione e all’accesso all’energia da parte dei membri svantaggiati della società.

 
  
  

– Relazione Járóka (A6-0148/2006)

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La relazione verte sulla situazione delle donne rom nell’Unione europea e sulle complesse e molteplici discriminazioni cui queste donne sono esposte negli Stati membri dell’UE. La Lista di giugno è favorevole all’accesso delle donne rom a una più adeguata protezione della loro salute riproduttiva e sessuale.

La Lista di giugno è del parere che si debba attribuire elevata priorità sia alle questioni di parità che alle discriminazioni etniche, in quanto entrambi questi settori richiedono seria attenzione. Questo non significa tuttavia che spetti all’UE occuparsene. La Lista di giugno è convinta che sia meglio affrontare tali questioni a livello nazionale.

Gli Stati membri sono molto diversi in termini di cultura e tradizioni. Riteniamo pertanto che, negli sforzi compiuti per conseguire l’obiettivo delle pari opportunità per donne e uomini, sia possibile avere un’impostazione più flessibile e pluralistica a livello nazionale.

Per questo motivo ho deciso di votare contro la relazione nel complesso.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Io e i miei colleghi conservatori britannici siamo convinti sostenitori delle pari opportunità per tutte le donne, comprese le donne rom in tutta Europa.

Ci siamo tuttavia astenuti dalla votazione odierna sulla relazione in esame in quanto non siamo favorevoli alla proliferazione di nuove agenzie e istituti dell’UE (come quello indicato al paragrafo 1) che accrescono l’onere per i contribuenti e aumentano la burocrazia senza alcun vantaggio dimostrato per le persone alle quali sono destinati.

 
  
  

– Relazione De Keyser (A6-0159/2006)

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. – (SV) Nella votazione sulla relazione riguardante la situazione delle donne nei conflitti armati ci siamo astenuti. Ovviamente siamo sconvolti tanto quanto la relatrice dagli orrori della guerra e dalla sofferenza umana causata dalla guerra e dal terrorismo.

Tuttavia, l’idea alla base della relazione fa emergere talune particolari argomentazioni in cui la sofferenza degli uomini e delle donne come gruppi distinti, nonché il grado di colpa e di responsabilità, sono valutati in modo da avallare la richiesta di istituire quote per le donne in vari contesti. Gli sforzi per prevenire i conflitti e per porre fine al terrorismo devono essere mirati proprio a questo fine e occorre usare i metodi migliori per realizzare tali obiettivi. Le numerose proposte contenute nella relazione, per quanto legittime, rischiano di spostare l’attenzione dagli scopi del lavoro a favore della pace alle forme che dovrebbe assumere. L’assegnazione di quote alle donne negli organi di mantenimento della pace e di pacificazione e nei negoziati di pace rischia di ostacolare l’obiettivo di prevenire le sofferenze.

 
  
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  Edite Estrela (PSE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione De Keyser perché offre un’utile valutazione della situazione, basata sul triplice asse delle donne quali vittime di guerra, delle donne quali vettori di pace e infine delle donne quali vettori di guerra.

La relazione denuncia anche il fatto che, nonostante le risoluzioni di varie Istituzioni europee e internazionali, le donne non partecipano alla prevenzione e alla risoluzione dei conflitti, né alle operazioni di mantenimento della pace. E’ quindi giustificata la raccomandazione di elaborare un programma d’azione preciso che permetta di individuare gli ostacoli esistenti.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Io e i miei colleghi conservatori britannici siamo strenui sostenitori di un sostegno alle vittime di violenza sessuale e di altri crimini durante e dopo un conflitto. Siamo favorevoli alle misure delineate in questa relazione, compresa la volontà di perseguire i responsabili di genocidio, crimini di guerra e altri crimini menzionati nella relazione.

Tuttavia, oggi ci siamo astenuti perché non appoggiamo il principio dell’istituzione di quote arbitrarie per uomini o donne in qualsiasi settore, ivi compreso quanto si propone in questa relazione. Riteniamo che il principio delle quote sia umiliante per le donne.

 
  
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  Ole Krarup (GUE/NGL), per iscritto. – (EN) Anche se la relazione nell’insieme adotta un approccio progressista riguardo alla situazione delle donne nei conflitti armati e al loro ruolo nella ricostruzione e nel processo democratico nei paesi in situazione di postconflitto, abbiamo deciso di astenerci a causa dei paragrafi che appoggiano la politica europea di sicurezza e di difesa.

 
  
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  Tobias Pflüger (GUE/NGL), per iscritto. – (DE) Con il pretesto di conferire un ruolo alle donne nei conflitti armati si porta avanti la militarizzazione dell’Unione europea.

Gli elementi centrali della relazione dell’onorevole De Keyser che realmente riguardano le donne nei conflitti armati sono validi in generale, ma la relatrice si è dimostrata incapace di separare il vero argomento della relazione dalle posizioni generali sulla politica militare dell’Unione europea. Vi sono almeno sette riferimenti positivi all’attuale PESD che svalutano la relazione e mi impediscono di votare a favore. A un certo punto, la relazione arriva persino a incoraggiare l’UE a “prestare una maggiore attenzione alla presenza, alla preparazione, alla formazione e all’equipaggiamento di forze di polizia nelle sue missioni militari, dato che le unità di polizia rappresentano lo strumento principale capace di garantire la sicurezza della popolazione civile, specie delle donne e dei bambini”. Cosa ci fa l’ideologia del presunto “intervento umanitario” in questa relazione rimane un segreto noto soltanto alla grande coalizione che nel Parlamento europeo sostiene incondizionatamente la militarizzazione dell’UE. L’intenzione è di usare la partecipazione delle donne nei conflitti armati come pretesto per costruire un consenso alla militarizzazione dell’UE, e per questa ragione ho votato “no” alla relazione De Keyser. E’ sbagliato spendere sempre più denaro per la ricerca sugli armamenti e per armare l’UE fino ai denti affinché sia in grado di andare in guerra. Occorre respingere tutti i tentativi di legittimare con presunti motivi umanitari la militarizzazione dell’UE.

 
  
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  José Ribeiro e Castro (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Mi ero occupato delle questioni della riabilitazione postconflitto come relatore su questo tema nel contesto dell’Assemblea parlamentare ACP-UE.

All’epoca ci è parso urgente introdurre la dimensione di parità tra i sessi nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti, così come la partecipazione delle donne al processo politico decisionale e alla definizione delle strategie di risoluzione dei conflitti.

Ribadisco la necessità di sostenere in modo risoluto le donne combattenti, rifugiate, vittime di violenza fisica e sessuale. Dobbiamo rimanere sempre vigili e mostrare la massima risolutezza e solidarietà di fronte a questi atti sconvolgenti.

Mi dispiace che la relatrice insista sulla sofferenza delle donne in situazioni di conflitto al fine di imporre ed esportare il suo concetto di “salute sessuale e riproduttiva”, comprendente la promozione dell’aborto, che non è certo accettata da tutti gli Stati membri. Come ho già detto, non voterò per un testo che non chiarisce questo concetto e che estende il proprio ambito al di là della prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili, come l’HIV/AIDS, e al di là della necessità di assicurare alle donne condizioni adeguate per la gravidanza, il parto e il periodo successivo al parto.

 
  
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  Jonas Sjöstedt e Eva-Britt Svensson (GUE/NGL), per iscritto. – (EN) Anche se la relazione nel suo insieme è progressista riguardo alla situazione delle donne nei conflitti armati e al loro ruolo nella ricostruzione e nel processo democratico nei paesi in situazione di postconflitto, abbiamo deciso di astenerci a causa dei paragrafi che appoggiano la politica europea di sicurezza e di difesa.

 
Ultimo aggiornamento: 13 settembre 2006Avviso legale