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Procedura : 2005/2191(INI)
Ciclo di vita in Aula
Ciclo dei documenti :

Testi presentati :

A6-0189/2006

Discussioni :

PV 13/06/2006 - 20
CRE 13/06/2006 - 20

Votazioni :

PV 14/06/2006 - 4.6
CRE 14/06/2006 - 4.6
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2006)0261

Discussioni
Mercoledì 14 giugno 2006 - Strasburgo Edizione GU

5. Dichiarazioni di voto
PV
  

– Relazione Varvitsiotis (A6-0187/2006)

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI). – (FR) Signor Presidente, ricordo ancora le lamentele della sinistra quando è stata richiesta l’estradizione per l’avvocato Klaus Croissant, che era conosciuto per essere non solo l’avvocato dei terroristi tedeschi, ma anche un membro attivo della loro rete. Oggi il Grande Fratello è in marcia e niente, a quanto pare, lo potrà più fermare in questo spazio giudiziario europeo.

Ci viene presentata come un grande progresso l’automaticità del trasferimento dei detenuti da uno Stato europeo all’altro. Per certi versi, sembra che i cittadini dell’Unione vengano trattati peggio dei cittadini dei paesi terzi, che ci ostiniamo a mantenere nello Stato che li ha condannati in nome del rifiuto della doppia punibilità. Mi permetterete, in un’Europa in cui i reati d’opinione aumentano, in cui la rivendicazione della preferenza nazionale è assimilata alla discriminazione, il dibattito legittimo degli aspetti della storia è assimilato al revisionismo, il rifiuto del comunitarismo…

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) C’è ragione di lodare l’iniziativa di Austria, Finlandia e Svezia. E’ una buona cosa, in linea di principio, contribuire ad accelerare il trasferimento delle persone condannate verso un determinato Stato con cui la persona è in qualche modo legata e dove si ritiene probabile che si possa perseguire il migliore reinserimento sociale. Tuttavia, è degno di nota che ci sia già una convenzione e un protocollo addizionale del Consiglio d’Europa sul trasferimento delle persone condannate.

Inoltre la Lista di giugno ritiene che la cooperazione giudiziaria e di polizia debba essere intergovernativa. Tali questioni vanno decise dal Consiglio con una risoluzione unanime e devono essere soggette all’esame dei parlamenti nazionali anziché essere decise da Istituzioni soprannazionali come il Parlamento europeo.

La Lista di giugno ha pertanto votato contro la relazione emendata dal Parlamento, una relazione che, tra le altre cose, contiene formulazioni che promuovono il diritto penale europeo.

 
  
  

– Relazione Brepoels (A6-0124/2006)

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Desideriamo sottolineare che la Lista di giugno è contraria a impegnarsi nella propaganda a favore dell’approccio progressista alle droghe. Perciò abbiamo votato contro le formulazioni in questa direzione. Qualsiasi uso di droghe che non sia a scopi medici è nocivo ed è una cosa con cui la società non deve avere niente da spartire.

Quanto all’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, riteniamo in linea di principio che non ci sia niente che giustifichi l’esistenza di questo centro, dal momento che gli Stati membri hanno pareri e politiche tanto diversi per quanto riguarda la lotta all’uso improprio di droghe.

Pertanto abbiamo votato contro la relazione sul potenziamento del ruolo dell’Osservatorio.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. – (FR) Ci viene proposto un regolamento inteso a consolidare l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, a risolverne i problemi amministrativi o di comunicazione e a creare nuovi posti per funzionari. Ma quel è stata l’efficacia reale di questo strumento ultraeuropeista se la droga è un flagello che continua a distruggere famiglie? La tossicodipendenza provoca il fallimento negli studi, l’incapacità di lavorare, il ricovero negli ospedali psichiatrici e porta alla morte per suicidio od overdose.

Abbiamo bisogno di azioni concrete, non di dati statistici a informarci di una situazione in peggioramento. La commissione parlamentare per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare ha ragione a proporre di andare oltre la semplice raccolta di dati al fine di valutare anche le politiche degli Stati membri per potere in seguito beneficiare di migliori pratiche. Ciò non presuppone che vadano tolte ai paesi membri le loro prerogative per conferirle a quest’Osservatorio, bensì, al contrario, che si potenzi la cooperazione fra gli Stati membri.

Oltre alla pena di morte per i grandi trafficanti di droga, occorre anche un cambiamento radicale della mentalità per mettere a tacere l’ideologia di sinistra degli ultimi quarant’anni, che ha provocato un lassismo nei confronti della criminalità, avallato da governi compiaciuti, portando all’intossicazione di milioni di persone, con conseguenze fisiche che hanno condotto anche a un’esclusione sociale senza ritorno.

 
  
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  Marine Le Pen (NI), per iscritto. – (FR) Da quando è stato istituito, nel 1993, i compiti principali dell’Osservatorio delle droghe e delle tossicodipendenze sono la raccolta, l’analisi e la diffusione dei dati transnazionali sui problemi della droga.

Tredici anni più tardi, il bilancio non è cospicuo. Nonostante si registri un certo miglioramento della conoscenza del fenomeno droga in tutti i suoi svariati aspetti sul territorio dell’Unione, non si nota nessuna incidenza positiva sul consumo. Anzi, al contrario.

Va fatta una constatazione. Oggi il consumo non si limita più alle droghe tradizionali, ma assistiamo con costernazione all’emergere di nuovi mercati per le droghe sintetiche e a una situazione in cui esse vengono prodotte in modo più semplice e meno costoso, generando maggiori profitti per i trafficanti e procurando maggior nocumento per la salute di coloro che le assumono.

L’Osservatorio delle droghe e delle tossicodipendenze, in realtà, non è altro che una base di dati destituita di qualunque valore operativo. Infatti tutte le cifre che fornisce servono soltanto a nascondere il fallimento delle varie politiche nazionali in materia di lotta alla droga. E’ davvero ora che gli Stati si assumano seriamente le proprie responsabilità e smettano di trincerarsi dietro organismi che non sono studiati per agire al posto loro né sono autorizzati a farlo.

 
  
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  Sérgio Marques (PPE-DE), per iscritto. – (PT) L’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (OEDT) è stato istituito nel 1993 e ha sede a Lisbona. Il suo ruolo è quello di raccogliere, analizzare e divulgare dati obiettivi, affidabili e comparabili, fornendo dal canto suo un’immagine fedele del fenomeno a livello europeo. Se vogliamo instaurare una politica e stabilire provvedimenti per contrastare il problema, dobbiamo conoscerne l’entità e la natura.

Nonostante i molti progressi compiuti, resta ancora molto da fare per quanto riguarda il perfezionamento degli strumenti di monitoraggio e lo sviluppo di un vero e proprio “linguaggio comune”.

Ho votato a favore della relazione sulla proposta della Commissione sull’OEDT. Gli emendamenti principali permetteranno di coinvolgere il Parlamento nel processo di codecisione, ampliare il ruolo dell’OEDT e adeguare il funzionamento dei suoi organi all’Europa post-allargamento.

L’OEDT deve ottenere dati più obiettivi e comparabili, nonché impegnarsi nella valutazione sistematica delle politiche in materia di droga e delle tendenze riguardanti il suo consumo. Vorrei anche sottolineare quanto sia importante migliorare e rendere più flessibile lo scambio di informazioni sulle migliori pratiche nell’approccio alle questioni legate alla droga.

 
  
  

– Relazione Roure (A6-0192/2006)

 
  
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  Andreas Mölzer (NI). – (DE) Signor Presidente, anche se il voto sulla relazione dell’onorevole Roure è stato rinviato, io ho avuto così occasione di esprimere il mio parere in merito. A mio avviso l’Unione suscita i timori dei cittadini riguardo alla trasparenza dei loro dati personali quando, per esempio, approva la trasmissione di dati personali verso gli Stati Uniti, un paese scarsamente affidabile, secondo gli standard europei, per quanto riguarda la protezione dei dati.

Dobbiamo anche assicurare che i dati personali siano sufficientemente protetti una volta istituiti i documenti d’identità elettronici transfrontalieri in progetto. Inoltre, secondo me, la tassazione proposta sulle e-mail e sugli SMS sarebbe una mostruosità, perché i contratti a tariffa fissa richiederebbero la registrazione dei tabulati individuali e la raccolta di dati personali per trasmetterli alle autorità fiscali.

Non credo che tutto questo sia stato sufficientemente valutato nella relazione dell’onorevole Roure.

 
  
  

– Relazione Adamou (A6-0176/2006)

 
  
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  Jan Andersson, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. – (SV) Abbiamo votato a favore della risoluzione nel suo complesso, ma abbiamo alcune obiezioni importanti. In primo luogo, il rischio di pandemie non va ingigantito. In caso di epidemia, l’Unione deve svolgere un ruolo di coordinamento. La responsabilità principale deve però gravare sugli Stati membri. La risoluzione ne attribuisce troppa all’Unione europea.

Occorre indubbiamente cooperare per rendere i vaccini disponibili in casi speciali, magari garantendo il ricorso a tale rimedio quando è maggiormente necessario. Dubitiamo, tuttavia, che le riserve comunitarie centralizzate di vaccini, proposte dal relatore, costituiscano la risposta più efficace. Riteniamo, per di più, che presentino molti problemi di ordine pratico.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Come afferma il relatore, che è un illustre medico cipriota del nostro gruppo politico, vi è grande confusione nell’opinione pubblica circa l’influenza aviaria e l’influenza pandemica. Molte persone e autorità, dice, “sembrano equiparare l’arrivo in Europa dell’A/H5N1 con l’arrivo di un virus pandemico”. Perciò consiglia di migliorare la comunicazione della Commissione nella pianificazione generica della capacità di intervento per le emergenze di carattere sanitario a livello europeo.

Il relatore insiste, come avevo già fatto anch’io in una relazione precedente, sulla necessità per l’Unione di fornire assistenza tecnica, scientifica ed economica ai paesi già colpiti, in particolare per contribuire ad aumentare la consapevolezza globale e per realizzare un piano generale coordinato a livello internazionale, regionale, sub regionale e nazionale con un percorso appropriato e un calendario idoneo.

Il relatore ha cercato di migliorare la proposta della Commissione e di chiarire vari aspetti, per cui abbiamo votato a favore della relazione.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La relazione riguarda un tema eminentemente transfrontaliero. I paesi dell’Unione hanno dunque buone ragioni per coordinare le misure adottate e le decisioni politiche prese. Pertanto abbiamo deciso di votare a favore della relazione nel suo insieme. Vorremmo tuttavia sottolineare che non sono sufficienti misure isolate da parte della Comunità per rispondere alle sfide poste da una pandemia mondiale di influenza. E’ pertanto fondamentale che l’Unione agisca cooperando con l’Organizzazione mondiale della sanità, o OMS.

Nutriamo dubbi su singoli punti del testo, come la necessità per la Commissione di concepire una strategia di comunicazione globale in accordo col Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (CEPCM). Presumiamo che i paesi dell’Unione siano pienamente in grado di comunicare bene da soli con la popolazione, senza l’aiuto di organismi comunitari. Siamo altresì contrari alla costituzione nella Comunità di una riserva d’emergenza comune di vaccini pandemici. Riteniamo che debbano essere organizzazioni riconosciute a livello internazionale come l’OMS a preoccuparsi delle questioni sanitarie sul piano mondiale globale.

Deploriamo che il Parlamento approfitti in tal modo di una questione politica importante per allargare il ruolo politico dell’Unione in campo internazionale.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Vorrei innanzi tutto fare presente che vi è grande confusione nell’opinione pubblica circa l’influenza aviaria e l’influenza pandemica. Pertanto resta molto da fare nel campo della comunicazione.

Poiché siamo noi a prendere le decisioni politiche, dobbiamo onorare il nostro obbligo di tutelare i cittadini e garantire che vengano messe in atto le risorse per fornire una risposta efficace a qualunque minaccia alla sanità pubblica in cui le nostre società possano incorrere.

E’ ampiamente documentato che la minaccia di un’influenza pandemica è un aspetto della sanità pubblica che ci riguarda tutti. Detto questo, la probabilità che si verifichi è opinabile. Poiché le autorità competenti ritengono che il rischio per la salute umana sia veramente modesto, mi sembra indispensabile stabilire un meccanismo mirato di prevenzione e di risposta rapida in caso di crisi sanitarie pubbliche, un meccanismo che, come afferma la relazione, deve prevedere un piano mirato di coordinamento delle azioni a tutti i livelli, nonché una comunicazione precisa e accessibile a tutti i cittadini affinché siano preparati a qualunque eventualità.

Di conseguenza, ho votato a favore della relazione Adamou.

 
  
  

– Relazione Gargani (A6-0172/2006)

 
  
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  Frank Vanhecke (NI). – (NL) Signor Presidente, nel suo libro “La Costituzione dell’Europa”, Joseph Weiler ha scritto diffusamente su come, in passato, la Corte di giustizia volesse sistematicamente ampliare l’area di competenza delle Istituzioni europee senza che ciò avesse alcuna legittimità democratica e senza che la Corte avesse ricevuto un mandato in merito da parte dei governi degli Stati membri.

Grazie a questa famigerata sentenza del 13 settembre 2005, ora anche il diritto penale è di fatto destinato a diventare una competenza europea. Conseguentemente, la Corte di giustizia sta spazzando via le restrizioni alla competenza poste dai Trattati europei e assomiglia molto a una specie di Assurdistan giudiziario popolato da giudici fuori dal mondo che non sono più responsabili nei confronti di niente o nessuno. Poi ci si meraviglia se i cittadini, avendone l’opportunità, esprimono il loro malcontento bocciando, per esempio, la Costituzione europea.

 
  
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  Jens-Peter Bonde (IND/DEM), per iscritto. – (DA) Uno dei più importanti elementi nuovi della Costituzione è la proposta di far sì che a tutte le leggi comunitarie siano connesse sanzioni comuni.

E’ perfettamente logico che ciascuno Stato membro stabilisca, per ogni singola legge, quale debba essere il prezzo che la violazione della stessa comporta.

Questo lo ha fatto anche il Consiglio dei ministri che, tramite una decisione intergovernativa, ha stabilito all’unanimità il prezzo da pagare per i reati contro l’ambiente.

Il conflitto non riguarda il contenuto, bensì la forma.

La Corte di giustizia soprannazionale non si accontenta di essere un tribunale.

I giudici vogliono fare anche i legislatori e, nel caso specifico, addirittura i legislatori costituzionali. Per di più, intendono legiferare in contrasto con la decisione unanime degli Stati membri.

Stanno semplicemente facendo propria una parte della Costituzione che è stata espressamente bocciata.

Ciò è legale come la Banda Bassotti che decide di svaligiare il deposito di Zio Paperone.

Cosa pensano di fare i giudici?

Dovrebbero difendere l’ordine e la legalità, ma violano essi stessi la legge.

I parlamenti degli Stati membri potrebbero rimettere la Corte di giustizia al posto che le compete se ciascuno di loro decidesse che questa sentenza non sortisce effetti giuridici sul proprio territorio.

Ci occorre anche una procedura democratica per nominare i giudici.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Questa sentenza conferma che la Commissione, appoggiata dal Parlamento, aveva ragione ad annullare la decisione quadro sulla tutela dell’ambiente tramite il diritto penale, riconoscendo che detta tutela richiede un’azione concertata per punire le infrazioni più gravi. Pertanto il suo obiettivo e il suo merito rientrano nei programmi d’azione di competenza della Comunità in materia di ambiente (Trattato CE) e non nelle disposizioni del Trattato sull’Unione europea sulla cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale.

Riconoscendo che, in genere, la Comunità non ha alcun potere in materia penale, si è creato un precedente utile per la comunitarizzazione di questioni che rientrano nel terzo pilastro e si rafforza il controllo parlamentare su un campo così delicato come il diritto penale.

Le conseguenze sono enormi, sia a livello di adozione dei futuri strumenti giuridici che a livello di strumenti giuridici già in vigore, che devono fondarsi su una nuova base giuridica, il primo pilastro, cosa che implica una partecipazione del Parlamento in qualità di colegislatore.

E’ stata annullata una decisione quadro in materia di ambiente, ma le sue conseguenze si faranno sentire al di là di questo settore, riguardando tutto l’insieme delle politiche comunitarie e le libertà fondamentali nel caso in cui si renda necessario ricorrere a misure di diritto penale per assicurarne l’efficacia.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) La sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 13 settembre 2005 costituisce una vera e propria rivoluzione giuridica in ciò che è comunemente detto l’ordinamento giuridico comunitario. Infatti è la prima volta che la Corte di giustizia si pronuncia su questioni di competenza in materia penale e decide che l’Unione, al fine di tutelare l’ambiente, può richiedere che gli Stati membri prevedano sanzioni penali in caso di infrazioni gravi. In linea di principio, la legislazione penale, come le norme di procedura penale, rientra strettamente nella competenza degli Stati membri. Con questa decisione giudiziaria una parte del diritto penale degli Stati membri è appena entrata a far parte delle competenze della Comunità, e ciò senza l’accordo formale delle nazioni. Ciò equivale anche a un’armonizzazione del diritto penale che il “no” dei francesi e degli olandesi in occasione dei rispettivi referendum sulla Costituzione aveva implicitamente rifiutato. Ma il peggio deve ancora venire. C’è il rischio che questa giurisprudenza venga estesa a tutte le sfere comunitarie, e soprattutto a ciò che riguarda i supposti diritti fondamentali. Sto pensando a sfere come la lotta al presunto razzismo e alle discriminazioni di tutti i tipi, la protezione dei dati, il diritto d’asilo o ancora le politiche in materia di migrazione. Quest’evoluzione non contribuisce alle nostre libertà ed è quanto mai preoccupante.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La relazione riguarda le conseguenze della sentenza C-176/03 della Corte di giustizia delle comunità europee, che ha attribuito all’Unione la facoltà di adottare, nell’ambito del primo pilastro, le necessarie sanzioni di diritto penale per garantire che le disposizioni del primo pilastro, nel caso specifico in relazione all’ambiente, abbiano piena efficacia.

Il Trattato CE non contiene però nessun esplicito riconoscimento di autorità in materia di diritto penale. Considerata la considerevole importanza del diritto penale per la sovranità degli Stati membri, il trasferimento implicito di quest’autorità all’Unione non dev’essere consentito. Per di più, gli articoli 135 e 280 del Trattato CE stabiliscono esplicitamente che gli Stati membri sono responsabili dell’applicazione del diritto penale nazionale e dell’amministrazione della giustizia. A dispetto di ciò, la Commissione ha stabilito che non ci sono limiti alla competenza della Comunità per quanto riguarda il diritto penale e che, in linea di principio, tutte le aree disciplinate dal Trattato CE potrebbero essere soggette a trasferimenti di autorità di questo genere.

In virtù dell’interpretazione dei Trattati da parte della Corte di giustizia, i pilastri sono dunque concentrati in un unico quadro istituzionale, che era una caratteristica della Costituzione europea attualmente bocciata. La Lista di giugno è fortemente contraria a questo scardinamento dell’autodeterminazione nazionale e ha pertanto votato contro la relazione.

 
  
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  Sylvia-Yvonne Kaufmann (GUE/NGL), per iscritto. – (DE) Ancora una volta la Corte di giustizia delle Comunità europee ha stabilito che il Consiglio è contravvenuto al Trattato CE. Il Consiglio ha cercato di evitare che il Parlamento partecipasse al processo legislativo scegliendo una base giuridica diversa da quella stabilita dal Trattato. Pertanto non sorprende che sia stato condannato dai giudici in Lussemburgo; anzi, era facilmente prevedibile ed è un fatto gradito sotto ogni aspetto.

E’ ovvio che tutte le Istituzioni sono chiamate ad analizzare la sentenza e usarla per trarne le conclusioni per il futuro. Tuttavia non capisco quali siano le conseguenze proposte dalla Commissione. Benché la Corte di giustizia abbia proceduto con molta cautela e abbia ribadito il principio in base al quale la Comunità non ha competenza primaria in diritto penale e, pertanto, il Trattato CE attribuisce soltanto competenze legislative supplementari in materia di diritto penale per questioni molto specifiche, la Commissione sembra credere che dalla sentenza della Corte possa discendere una competenza generale nel diritto penale per la Comunità. Ora, nella scia del Consiglio, anche la Commissione vuole avere dai Trattati europei competenze che gli Stati membri non le hanno mai attribuito.

L’approccio della Commissione non è solo illegittimo sotto molti aspetti; è sicuramente anche inaccettabile in termini di politica d’integrazione. Pertanto il Parlamento ha bloccato a giusta ragione le proposte della Commissione sotto le specie della relazione Gargani.

 
  
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  Thomas Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. – (EN) I conservatori britannici si sono astenuti sulla relazione Gargani poiché, mentre abbiamo apprezzato molto il tentativo fatto dal relatore di fare squillare un opportuno campanello d’allarme nel cercare d’identificare l’applicazione corretta della sentenza della Corte, non concordiamo sulla necessità di considerare se ci sia bisogno o meno di attivare la clausola “passerella”. Riteniamo che ci voglia più tempo per considerare quali passi vadano fatti – e se vadano fatti – per quanto riguarda le conseguenze specifiche e immediate di questa sentenza, prima di cercare di usarla come pretesto per usurpare la competenza nazionale in questioni di giustizia penale.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La relazione è in linea con la sentenza della Corte e con l’attinente comunicazione della Commissione. Come quest’ultima, la relazione interpreta questa sentenza come un conferimento dell’autorità di introdurre disposizioni penali in tutte le politiche comunitarie che contengano norme vincolanti al fine di garantirne l’applicazione. Si tratta di un passo preoccupante verso l’introduzione di norme penali di minima a livello comunitario da parte delle Istituzioni legislative dell’Unione o, in altre parole, verso la “comunitarizzazione” del diritto penale. Il paragrafo n. 4, in particolare, propone sostanzialmente di adottare nell’Unione un diritto penale comune, privando così gli Stati membri del loro diritto sovrano ed esclusivo di stabilire da soli quale tipo di comportamento sia da considerare un illecito penale e di determinare il tipo e i limiti delle sanzioni penali. Così uno degli elementi costitutivi basilari della sovranità nazionale della base viene seriamente ridotto e una delle peculiarità fondamentali della filosofia della Costituzione europea, ovvero la priorità del diritto comunitario nei confronti della legislazione e delle costituzioni nazionali, viene reintrodotta dalla porta di servizio per imporre direttamente al popolo dell’Europa la volontà e le ambizioni politiche strategiche del capitale monopolistico europeo, ora innalzate al rango di legge.

Perciò abbiamo votato contro la relazione.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. – (SV) Voterò a favore della proposta dell’onorevole Bonde di una risoluzione alternativa, perché deplora che la Corte di giustizia delle Comunità europee stia cercando di utilizzare il diritto ambientale come trampolino di lancio per consentire all’Unione di acquisire potere su vaste porzioni del diritto penale. Tuttavia, non sono categoricamente contrario a tutti i tipi di norme penali intese a combattere i reati transfrontalieri contro l’ambiente. Talvolta potrebbero rivelarsi necessarie, per esempio, per contrastare il problema delle navi in alto mare che stanno distruggendo l’ambiente.

 
  
  

– Relazione Ždanoka (A6-0189/2006)

 
  
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  Lasse Lehtinen (PSE).(FI) Signor Presidente, al momento della discussione della relazione dell’onorevole Ždanoka, per me era importante che gli emendamenti presentati in relazione al punto 11 non venissero approvati, in quanto non avevano nulla a che vedere con la non discriminazione, e pertanto ho votato in linea con la maggioranza.

 
  
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  Frank Vanhecke (NI).(NL) Signor Presidente, anche questo mese possiamo considerarci fortunati per avere sotto mano l’ennesima, utopica relazione contro il razzismo e la discriminazione, stavolta prodotta dall’onorevole Ždanoka. Il documento è l’ennesimo catalogo di luoghi comuni politicamente corretti che stanno lentamente ma inesorabilmente diventando la specialità della nostra Istituzione. Ancora una volta siamo assillati dai fantasmi del razzismo e della discriminazione, dagli appelli a favore di normative europee, e dall’obbligo per gli Stati membri di discriminare i cittadini europei a tutti gli effetti, a favore di extraeuropei che, secondo la relazione in oggetto, non dovrebbero soltanto essere titolari dei medesimi diritti politici e sociali, ma dovrebbero anche ricevere un trattamento preferenziale in molte aree.

Nella nostra Assemblea manca evidentemente il buon senso se non ci rendiamo conto che il vero razzismo in Europa è un fenomeno fortunatamente molto marginale ma che, d’altro canto, i nostri cittadini sono angosciati dallo scardinamento e dall’erosione della sicurezza, del benessere e dell’identità culturale cui hanno diritto.

 
  
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  Philip Claeys (NI).(NL) Signor Presidente, ho votato contro la relazione Ždanoka, in quanto ci troviamo davanti per l’ennesima volta a un elenco di proposte che non offrono una soluzione al problema, bensì sono di fatto parte del medesimo. Dobbiamo finirla una buona volta di provare sempre compassione per i gruppi di minoranza, ad esempio gli immigrati. Dobbiamo smetterla di ricondurre tutti i loro problemi a questioni di discriminazione. Tale ragionamento di sinistra ha solamente esacerbato i problemi. Quello che serve è un cambiamento radicale di rotta. Dobbiamo porre l’accento sulla responsabilità personale e sull’esigenza che gli immigrati si adattino alle nostre regole, alla nostra lingua, ai nostri standard e ai nostri valori.

Il fatto stesso che nella nostra Assemblea si discuta sempre di discriminazione indebolisce l’impulso degli immigranti a integrarsi. Il settore in espansione dell’antidiscriminazione potrà anche trarne giovamento, ma l’atteggiamento in questione è deleterio per gli immigranti e per i paesi in cui si sono insediati.

 
  
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  Hélène Goudin and Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) La Lista di giugno è contraria a tutte le forme di discriminazione fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali.

Abbiamo pertanto deciso di sostenere la relazione nel suo complesso, al fine di dimostrare il nostro appoggio a tutti i cittadini degli Stati dell’UE che possono godere del diritto fondamentale di non essere soggetti a discriminazione, benché non siamo d’accordo con tutte le formulazioni e abbiamo pertanto votato contro le stesse.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. (EN) Io e i miei colleghi conservatori britannici siamo fondamentalmente impegnati sul fronte della difesa delle pari opportunità per tutti. Ci siamo tuttavia astenuti sulla relazione in oggetto, in quanto in alcuni punti è troppo dettagliata e prescrittiva e, laddove propone misure specifiche, non è chiaro se tali provvedimenti aiuterebbero gli Stati membri a sviluppare una politica antidiscriminatoria coerente.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. – (FR) Le proposte principali contenute nella relazione rimettono in causa tre valori fondamentali su cui poggiano le democrazie europee.

– “L’azione positiva”, che è la versione del Parlamento europeo della “discriminazione positiva” cara a Sarkozy, è in aperto contrasto con il principio di uguaglianza tra i cittadini dello stesso paese. Le misure proposte, quali “l’accesso prioritario” a determinate professioni, costituiscono una discriminazione contro i cittadini dei nostri paesi, che non hanno la possibilità di avere lo status di immigranti.

– La “partecipazione dei ... non cittadini alle elezioni”, vale a dire il diritto di voto concesso agli stranieri, distrugge il principio stesso di nazionalità.

– Il desiderio di attribuire alle coppie omosessuali i medesimi diritti di quelle eterosessuali in tutti gli Stati membri equivale a esigere per gli omosessuali il diritto a sposarsi e ad adottare bambini. Se venisse dato ascolto a tali richieste, verrebbero scosse le fondamenta della famiglia, l’unità di base di qualsiasi società.

Per quanto possa essere attenta al destino degli immigrati e delle coppie omosessuali, la relazione in oggetto non spende nemmeno una parola su forme scandalose di discriminazione quali:

– la discriminazione subita da decine di milioni di cittadini onesti, vittime dell’insicurezza perché non hanno la possibilità di vivere nei quartieri protetti delle loro città;

– la discriminazione che, in Francia, priva di una qualsivoglia rappresentanza in Parlamento i milioni di cittadini che votano per il Fronte nazionale francese.

 
  
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  Sérgio Marques (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Desidero congratularmi con l’onorevole Ždanoka per una relazione importante concernente la strategia quadro per la non discriminazione e le pari opportunità per tutti, a cui offro il mio pieno sostegno. Sono particolarmente favorevole all’appello rivolto agli Stati membri a prendere debitamente in considerazione nella loro pratica legislativa tutte le varie ragioni di discriminazione, allo scopo di conferire credibilità alla Carta che finora è stata indebolita dal fatto di non essere giuridicamente vincolante.

La lotta contro la discriminazione deve basarsi sull’istruzione, sulla promozione delle migliori prassi e di campagne che si rivolgono all’opinione pubblica nonché a quei campi e settori in cui le discriminazioni hanno luogo. La consapevolezza dell’impatto sociale del fenomeno rappresenta probabilmente il metodo più efficace per combattere la discriminazione.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. (EN) Accolgo con favore la relazione, che sancisce che la lotta contro la discriminazione debba basarsi sull’istruzione. Il documento incoraggia la promozione delle migliori prassi e di campagne che si rivolgono all’opinione pubblica nonché a quei campi e settori in cui le discriminazioni hanno luogo. Poiché la discriminazione è figlia dell’ignoranza nei confronti del prossimo, la relazione sottolinea il fatto che occorra quindi trattare il problema alla radice mediante azioni mirate, volte a promuovere sin dalla più tenera infanzia la tolleranza e la diversità, ricordando che, in questo contesto, i programmi SOCRATES, LEONARDO e Gioventù per l’Europa possono svolgere un ruolo determinante.

La relazione afferma che andrebbero adottati provvedimenti positivi di revisione delle politiche e pratiche di assunzione, al fine di eliminare quelle che impediscono ai gruppi svantaggiati di partecipare alla società e di svolgervi un ruolo importante.

Deploro che in questa fase la Commissione non stia pianificando l’elaborazione di una legislazione completa per combattere le discriminazioni, visto che le minoranze nazionali tradizionali necessitano urgentemente di uno standard di politica quadro per creare una partecipazione efficace ai processi decisionali che riguardano la loro identità, non solo per superare la politica dei due pesi e delle due misure stabilita dai criteri di Copenaghen, ma anche per combattere l’assenza di norme negli Stati membri.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. (FR) La legislazione che si propone di combattere tutte le forme di discriminazione è un altro esempio di legislazione pseudoprogressista adottata dall’UE nella sfera sociale.

In risposta al Libro verde della Commissione, oggi il Parlamento sta adottando una relazione d’iniziativa che offre la sua visione delle misure da adottare per combattere la discriminazione, sia nella società, sia sul luogo di lavoro. Già nel 2000, l’UE adottava due direttive (2000/43 e 2000/78) che costringevano gli Stati membri a dotarsi di un apparato legislativo e giudiziario in grado di contenere tale fenomeno. Benché da allora tutte le legislazioni nazionali siano state considerevolmente rafforzate, resta ancora molto lavoro da fare, soprattutto nel campo dell’istruzione.

Il Parlamento sta pertanto presentando tutta una serie di iniziative studiate per combattere le diverse forme di discriminazione diretta e indiretta fondata sull’origine etnica, il sesso, l’età, gli handicap, le tendenze sessuali o le convinzioni religiose. L’idea è promuovere pratiche migliori per evitare di approdare a una “discriminazione positiva” o alla logica delle quote proposta da alcuni.

L’UE dispone di poche competenze nella sfera sociale, ma dobbiamo constatare che prende l’iniziativa ogniqualvolta ha i mezzi per farlo. Abbiamo dinanzi un documento ambizioso che fa l’ennesimo sberleffo a coloro che criticano aspramente l’Europa per il fatto che non ha una dimensione sociale.

 
  
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  Martine Roure (PSE), per iscritto. – (FR) Ho sostenuto la relazione Ždanoka perché all’Unione europea occorre una strategia europea forte di non discriminazione. Il fatto è che in tutta Europa sentiamo pronunciare parole cariche d’odio e assistiamo ad atti deplorevoli, compresi atti di violenza. L’Unione europea ha bisogno di una strategia che promuova le pari opportunità, per porre fine a tutte le forme di discriminazione.

Tale strategia europea potrebbe in alcuni casi presupporre il ricorso all’azione positiva. Ritengo tuttavia che, come esplicitamente affermato all’articolo 2 della relazione, l’azione positiva differisca da qualsiasi tipo di discriminazione positiva. Di fatto, non incoraggeremmo la lotta alla discriminazione creando una nuova forma di discriminazione. L’azione positiva, per contro, rende possibile richiamare l’attenzione di certi gruppi svantaggiati su misure specifiche che li riguardano, ad esempio nelle politiche di assunzione.

Infine, il Parlamento ribadisce ancora una volta nel documento in oggetto che la discriminazione di cui sono vittime le coppie dello stesso sesso – che siano sposate o registrate – deve essere vietata insieme a qualsiasi altra forma di discriminazione, e segnatamente quando i cittadini in questione esercitano il diritto alla libera circolazione sancito dalla legislazione dell’Unione europea.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. (SV) Malgrado vi siano punti in cui la relatrice desidera conferire poteri eccessivi all’UE e nei quali la pratica legale nazionale viene messa in discussione, in questa relazione prevalgono gli aspetti positivi, correlati alla non discriminazione e alle pari opportunità per tutti. Nel suo insieme la relazione è costruttiva, e di conseguenza voto a favore della stessa.

 
  
  

– Bulgaria e Romania (B6-0343/2006)

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signor Presidente, benché sosteniamo che la Romania e la Bulgaria appartengano senza ombra di dubbio alla famiglia delle nazioni europee e debbano avere una prospettiva europea, riteniamo che non sia possibile che i due paesi riescano a risolvere i loro numerosi problemi correlati alla corruzione e alla criminalità organizzata nell’arco di pochi mesi. In particolare per quanto riguarda la Bulgaria, è sbagliato nutrire la speranza che il paese possa adottare provvedimenti più efficaci contro la corruzione e la criminalità organizzata all’interno dei propri confini in qualità di membro dell’UE. I problemi in tal senso potrebbero addirittura peggiorare e accrescere l’onere a carico degli altri Stati membri. Le preoccupazioni e i timori giustificati dei cittadini europei non sono stati presi sul serio, ed è stata semplicemente scatenata una valanga di allargamenti senza tenerne conto in alcun modo, creando di fatto un meccanismo automatico per l’allargamento. Non posso accettarlo, e di conseguenza non ho approvato la risoluzione.

 
  
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  Gérard Deprez (ALDE), per iscritto. (FR) Mi sono astenuto dal votare sulla risoluzione comune relativa all’adesione di Bulgaria e Romania, in quanto non sono certo dell’opportunità di adottare una posizione in materia allo stato attuale delle cose.

Personalmente avrei preferito che il Parlamento europeo, prima di pronunciarsi, aspettatasse la relazione di controllo attesa dalla Commissione per l’inizio di ottobre dell’anno in corso.

Se, per qualche motivo, la Commissione dovesse esprimere allora gravi riserve sull’opportunità che l’uno o l’altro di questi paesi aderisca all’UE il 1° gennaio 2007, non vedrei il senso della risoluzione votata oggi. Il rituale con cui il Parlamento approva religiosamente ogni risoluzione non è una prova di una buona salute democratica, a mio parere.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. (EN) Vorrei essere chiaro. Per quanto mi riguarda, sia la Romania sia la Bulgaria e, per la stessa ragione, anche la Turchia potrebbero soddisfare i criteri di adesione all’UE. Quello che mi preoccupa è che i primi due paesi hanno ancora molta strada da fare, secondo me, prima di poter entrare nell’Unione. Vi sono problemi di corruzione e di Stato di diritto. E’ importante che entrambi gli Stati continuino a consolidare la riforma in corso dei loro sistemi in materia di giustizia, aumentando la trasparenza, l’efficienza e l’imparzialità del loro apparato giudiziario.

Per quanto riguarda la Bulgaria, persistono le discriminazioni diffuse contro la comunità rom in termini di alloggi, assistenza sanitaria, istruzione e occupazione. I rom sono vittime dell’esclusione sociale.

Constato che, sulla base della posizione del Parlamento, possiamo rinviare l’adesione solamente dal 2007 al 2008. Al momento, se potessi, mi vedrei costretto a votare a favore del rinvio dell’adesione della Bulgaria, e dovrei considerare attentamente la posizione da adottare rispetto alla Romania.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Gli allargamenti successivi dell’Unione europea sono stati un successo senza precedenti nella storia del nostro continente.

Ciò è riconducibile, in linea di massima, a due fattori. Da una parte, la volontà, la disponibilità e la capacità costante degli Stati membri di coinvolgere sempre nuovi partner nel progetto in qualsiasi momento, con tutti i vantaggi e gli oneri aggiuntivi che ogni allargamento comporta. D’altro canto, il processo ha riscosso successo per gli effetti positivi della prospettiva di adesione. La storia europea degli ultimi 50 anni è stata, nella maggior parte dei casi, la storia di un continente che ha adottato gradualmente i valori democratici occidentali in virtù delle aspettative di adesione.

Dobbiamo conseguentemente trarre due conclusioni a proposito delle prospettive di adesione di Bulgaria e Romania. In primo luogo, il desiderio dell’UE di procedere a tale allargamento dovrebbe essere assoluto, e il calendario definitivo andrebbe stabilito in occasione del prossimo Consiglio europeo. In secondo luogo, va detto chiaramente che l’adesione avrà luogo solamente quando sussisteranno tutte le condizioni richieste. Le nostre richieste sono giustificate e hanno prodotto risultati, come del resto rivelano i progressi compiuti dalla Romania nell’ultimo anno.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Aumenta la pressione esercitata su Bulgaria e Romania per assicurare che i loro popoli siano totalmente sottomessi ai dettami dell’UE, per imporre condizioni ancor più onerose che agevoleranno la plutocrazia nello sfruttamento dei lavoratori.

L’adesione di Bulgaria e Romania all’UE viene caldeggiata insieme all’allargamento della ΝΑΤΟ, alla richiesta di coinvolgimento delle forze militari e alla concessione dei diritti sovrani di tali paesi agli audaci piani imperialisti degli USA, della ΝΑΤΟ e dell’UE, a spese del popolo.

L’adeguamento continuo delle condizioni di adesione all’acquis comunitario ai fini della strategia di Lisbona, la riforma della PAC, le ristrutturazioni capitaliste e la politica antipopolare e antimanodopera più generale dell’UE si sta traducendo in condizioni estremamente precarie per i lavoratori, con modifiche radicali dei diritti fondamentali occupazionali e sociali.

I popoli di tali paesi si stanno rendendo conto giorno per giorno che non possono attendersi nulla di positivo dalla loro adesione all’UE.

La proposta di risoluzione del Parlamento europeo appoggia l’adesione di Bulgaria e Romania all’unione imperialista e la loro accettazione dei piani promossi dall’UE di una politica antipopolare ancor più aggressiva contro la loro gente, ragion per cui il gruppo parlamentare europeo del partito comunista greco esprimerà voto contrario.

 
  
  

– Tappe future del periodo di riflessione (Consiglio europeo del 15 e 16 giugno 2006) (B6-0327/2006)

 
  
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  Frank Vanhecke (NI).(NL) Nel suo ultimo intervento, qualche minuto fa, il Presidente della Commissione Barroso, probabilmente involontariamente, ha messo il dito nella piaga, affermando che l’Unione europea non può essere allargata e rafforzata contro il volere dei cittadini europei. E’ vero. Peccato che a tale conclusione non sia seguito altro che un discorso di incoraggiamento proattivo, soprattutto dal momento che tutti conosciamo i veri punti dolenti.

Mi permetta di elencarli: la mancanza di legittimità democratica del progetto europeo, le grandi questioni su un impiego oculato del denaro europeo e, soprattutto, i negoziati di adesione con la Turchia, che i nostri cittadini non accettano e mai accetteranno e per i quali non si avrà mai una maggioranza democratica. L’Europa non potrà rimettersi in moto senza prima far qualcosa in proposito.

 
  
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  James Hugh Allister (NI), per iscritto. – (EN) Un altro pesante dibattito dominato dagli ottusi fanatici di una Costituzione fallita e bocciata. Continuando a giurare fedeltà a ciò che gli elettori, quando è stato loro permesso, hanno ripudiato, pensano in qualche modo di resuscitarlo. Votando contro la risoluzione mi sono schierato di nuovo con i cittadini che vogliono meno e non più Europa, che sostengono i diritti e non il controllo di Bruxelles, e il potere locale e non quello centrale. E’ veramente sorprendente il grado di energia che i leader politici europei sperperano nel tentativo di rifilare ai cittadini una Costituzione non voluta. Il rifiuto non piacerà, ma deve essere affrontato.

 
  
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  Jana Bobošíková (NI), per iscritto. – (CS) Signor Presidente, ho votato contro la proposta di risoluzione fra le altre cose perché oggi la polizia tedesca ha agito in maniera senza precedenti verso dei cittadini della Repubblica ceca, negando l’accesso al paese a decine di tifosi che volevano seguire i Mondiali di calcio 2006. Secondo me, tutto ciò è contrario sia al principio della libera circolazione delle persone in Unione europea sia al Trattato di Maastricht. Credo che diversi parlamentari mi appoggeranno nel chiedere al governo tedesco di spiegare come sia possibile calpestare i principi di base dell’esistenza dell’Unione europea. A riguardo ho già presentato interrogazioni alla Commissione e al Consiglio.

 
  
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  Gérard Deprez (ALDE), per iscritto. (FR) In sostanza intendo esprimere il mio deciso rifiuto alla volontà di seppellire oggi il progetto di Trattato costituzionale.

Rifiutiamo categoricamente questa dilagante e malsana preoccupazione per il fallimento. Diamoci la possibilità di progredire. Continuiamo il processo di ratifica, in modo da raggiungere la soglia dei quattro quinti previsti nella Dichiarazione 30.

In tal caso, si sa, il Consiglio europeo dovrà affrontare la questione. Avrà quindi un maggior numero di questioni rispetto ad oggi su cui riflettere, e in particolare:

– se, e a quali condizioni, si possa riconsiderare la ratifica nei paesi che hanno respinto il Trattato costituzionale con il referendum;

– in che modo mantenere almeno le parti del documento che rendono giuridicamente vincolante la Carta dei diritti fondamentali, quelle che permettono all’Europa allargata di funzionare più efficacemente, nonché quelle che accentuano il ruolo sociale dell’Unione europea.

Che non mi si dica che la maggioranza dei cittadini si oppone a tali aspetti del documento, non lo credo.

E’ ovvio che ciò non piacerà a coloro che sono maestri nell’arte del dubbio e della demoralizzazione. Personalmente, invece, intendo rilanciare il circolo virtuoso del processo di integrazione europea.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Abbiamo votato contro la proposta di risoluzione dal momento che insiste sull’appoggio al Trattato che stabilisce una Costituzione per l’Europa. L’idea di perseverare nell’impegno totale al Trattato, in contrasto con l’opinione espressa dai cittadini francesi e olandesi nei referendum dello scorso anno, è inaccettabile.

Com’è possibile continuare a parlare della necessità di approfondire la democrazia, quando non si rispettano le decisioni prese liberamente dai cittadini in un referendum democratico? E’ un’ipocrisia che dimostra il profondo divario fra i cittadini e le élite delle Istituzioni comunitarie.

Dissentiamo inoltre dalla campagna di propaganda sotto forma di una serie di forum parlamentari per rispettare le scadenze, in cui si sollecita una “soluzione costituzionale”, come confermato nella proposta di risoluzione, quando nel 2009 saranno indette le elezioni per il Parlamento europeo.

Si sarebbe dovuta prestare maggiore attenzione ai problemi sociali e a trovare una soluzione equa alle aspirazioni dei cittadini, mirando a migliorare il benessere, lo sviluppo e la coesione economica e sociale.

 
  
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  Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. (SV) Oggi abbiamo votato a favore della proposta di risoluzione dell’onorevole Leinen sulle tappe future del periodo di riflessione e di analisi sull’avvenire dell’Europa. Come già sottolineato in precedenza, non riteniamo comunque che la Carta dei diritti fondamentali debba essere giuridicamente vincolante.

 
  
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  Robert Goebbels (PSE), per iscritto. (FR) Mi sono astenuto dal voto finale sulla proposta di risoluzione sul futuro d’Europa, che ritengo superflua se non controproducente. Come difensore del Trattato costituzionale, mi aspetto che tutti i venticinque capi di Stato e di governo onorino la propria firma e sottopongano la proposta alla ratifica dei loro rispettivi paesi. I cittadini francesi e olandesi hanno votato “no”. Prima di chiedere a questi Stati membri di riconsiderare eventualmente il proprio voto, occorre che dopo la Finlandia si pronuncino gli altri Stati membri ritardatari, a cominciare da Regno Unito, Polonia, Svezia, Portogallo, Irlanda e Danimarca. Il futuro dell’Europa dipende anche dalle loro scelte. L’Unione europea non può fare a meno di tale dibattito.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Quante volte bisognerà ripetere in quest’Aula che la Costituzione europea è morta due volte: una volta il 29 maggio 2005 in Francia e un’altra volta il 2 giugno nei Paesi Bassi? Il “no” dei francesi e degli olandesi è stato chiaro e pronunciato in totale cognizione di causa. Grazie all’organizzazione dei referendum, i cittadini hanno compreso bene il documento. Il loro rifiuto riguarda sia la forma (il superstato) sia il contenuto (le politiche ultraliberali proposte), senza parlare dell’allargamento alla Turchia. Avete sentito? Avete ascoltato? Avete capito? Non vi siete neanche dati la pena di farlo, e il documento sottoposto al voto oggi lo prova.

Incoraggiate gli Stati membri che non l’hanno ancora fatto a ratificare, preferibilmente per via parlamentare, un documento che non ha più ragione d’esistere, così che il dibattito si svolga di fatto solo fra iniziati e così che i due Stati “traditori” siano costretti a votare di nuovo una Costituzione. Il piano D, di cui sollecitate la messa in opera, è in realtà un piano di disinformazione e la negazione della democrazia. La vera democrazia che cerchiamo in questo caso non è partecipativa, né tanto meno rappresentativa. E’ referendaria, ed è proprio ciò che temete: ridare ai cittadini la voce di cui li avete privati.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) Con i referendum in Francia e nei Paesi Bassi il progetto di Costituzione è stato respinto. Su questo non ci sono dubbi. Due paesi hanno detto “no” tramite referendum, in larga maggioranza e con un’alta affluenza. Il fatto che l’élite che esercita il potere in Unione europea cerchi ora di giustificare tale situazione è uno scandalo democratico. Politici e funzionari di alto livello discutono apertamente su come eludere i risultati dei referendum. Hanno la sfrontatezza di dare la loro interpretazione dei risultati in entrambi i paesi in termini di insoddisfazione nei confronti dei governi esistenti. Cominciano a contare quanti paesi hanno detto “sì”, nonostante sia chiaro che tutti i paesi devono approvare il progetto di Costituzione.

Raramente il divario fra élite politica e cittadini su questioni riguardanti l’Unione europea è stato così evidente. Tutto indica che anche la Germania avrebbe espresso un voto negativo se fosse stato indetto un referendum. Lo stesso vale, ad esempio, per Regno Unito, Svezia e Danimarca e forse per diversi altri paesi.

I risultati democratici sono semplicemente un intralcio per chi ha perso il voto per la mancanza di sostegno da parte dei cittadini. Cerchiamo invece, ora, di formulare un nuovo trattato che enfatizzi la cooperazione intergovernativa dell’Unione europea.

 
  
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  Diamanto Manolakou (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Il periodo di riflessione è stato usato per convincere i cittadini ad accettare la cosiddetta “Costituzione europea”, bocciata da Francia e Paesi Bassi con rispettivamente il 54,7 e il 61,6 per cento dei voti, mentre per il processo sono stati spesi milioni di euro del bilancio, ovvero del denaro dei contribuenti.

La propaganda messa in atto vuol far passare il voto francese e olandese come un errore rispetto ai valori dell’Unione europea capitalista, in altre parole i valori del libero mercato e gli interessi del capitale. Gli elettori, tuttavia, hanno deciso in base alla propria esperienza e si sono opposti alla politica antidemocratica e reazionaria dell’Unione europea e dei suoi governi, una politica che favorisce la plutocrazia.

La politica dell’Unione europea è stata messa in discussione e questa è una buona cosa. Ecco perché altri governi, per timore di indire referendum, hanno cercato l’approvazione della Costituzione europea per via parlamentare.

Il tentativo di reintrodurre la Costituzione europea sotto un altro nome dimostra il disprezzo per il verdetto dei cittadini, prendendosi gioco del popolo. La Costituzione europea è morta e cercare di resuscitarla significa ignorare anche quei principi di unanimità della pseudodemocrazia borghese dell’Unione europea.

Gli europarlamentari del partito comunista greco adopereranno l’estensione del periodo di riflessione per continuare a informare e a denunciare la disumanità e la barbarie della politica di unificazione europea e, al contempo, solleciterà la popolazione a lottare per rovesciarla.

 
  
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  Cristiana Muscardini (UEN), per iscritto. Sono stati fatti passi avanti nel costruire un’Europa più coesa e solidale, ma vi sono ancora delle barriere al raggiungimento di molti degli obiettivi che ci siamo prefissati. E’ mancata una riflessione sul Trattato costituzionale, al di là di riunioni volte ad esaminare lo status quo, con il coinvolgimento del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione, intesa a considerare le ragioni e le critiche di chi, dopo la ratifica da parte di alcuni Stati membri, la bocciatura da parte di altri e il silenzio di altri paesi, ha sottolineato l’inadeguatezza di alcune parti del testo e la sua farraginosità.

Crescono le perplessità dei cittadini per l’aspetto giuridicamente vincolante della Carta dei diritti fondamentali, che manca di riferimenti importanti quali la difesa della famiglia. Rimane inoltre aperto il tema delle nostre radici. Non vorremmo che, non volendo sapere da dove veniamo, l’Europa non sappia con certezza dove andare. Nell’incertezza aumentano le minacce esterne e interne all’Unione dovute al terrorismo internazionale e a fenomeni incontrollati di immigrazione clandestina. La crisi di una società che perde punti di riferimento e valori porta molti giovani ad avere atteggiamenti di abulia o di violenza. L’impossibilità a produrre sviluppo per l’incapacità di guidare i processi di globalizzazione e di dare l’impulso necessario a un modello di sviluppo energetico che affronti i problemi che si pongono a livello interno ed internazionale ...

(Testo abbreviato conformemente all’articolo 163 del Regolamento)

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) In primo luogo, né il dibattito sul futuro d’Europa si riduce semplicemente al dibattito costituzionale, né il dibattito sul Trattato costituzionale copre l’intero dibattito sul futuro d’Europa.

Non credo che sia più allettante e attraente per i cittadini. E’ necessario, per quanto dubiti della sua urgenza. E deve certamente avvenire alla luce del giorno.

Dal mio punto di vista, comunque, ciò che è veramente necessario è aggiornare e consolidare il modello strutturale e decisionale dell’Unione europea in un quadro democratico e rispettoso dell’identità e della diversità nazionale, dato che l’Unione europea nella sua attuale configurazione ha difficoltà a gestire la realtà di 25 Stati membri, figuriamoci 27, 28 o 29.

Ritengo pertanto che la soluzione possa trovarsi in un nuovo dibattito, quando le società più ostili alla proposta si dimostreranno disponibili, come potrebbe passare anche per la diminuzione dell’impulso “costituzionale” verso una riforma istituzionale più modesta e realistica, indispensabile alla nuova vita dell’Unione europea.

Ma, soprattutto, bisogna dare una risposta a ciò che effettivamente preoccupa i cittadini, specialmente sul piano economico. Manca una politica, mancano i risultati e mancano crescita e posti di lavoro in un’economia che sta cambiando inesorabilmente. La verità è che per i nostri cittadini tali sfide sono prioritarie rispetto alla Costituzione.

 
  
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  Gary Titley (PSE), per iscritto. – (EN) Il partito laburista del Parlamento europeo (EPLP) riconosce che il Trattato costituzionale proposto affronta molte questioni importanti che devono essere trattate affinché un’Unione europea di 25 o più Stati membri possa funzionare efficacemente e democraticamente.

Ci siamo, tuttavia, astenuti dal votare la risoluzione, poiché riteniamo che tenda a giudicare prima del tempo i risultati del periodo di riflessione e poiché potrebbe apparire sorda ai risultati democratici dei referendum francese e olandese. Riteniamo più importante che l’Unione europea elargisca benefici tangibili ai propri cittadini prima di ritornare sulle riforme strutturali per un migliore processo decisionale.

 
  
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  Brian Crowley (UEN).(EN) Signor Presidente, per questione di procedura e per chiarire quanto ho espresso poc’anzi, durante il voto sul periodo di riflessione, nella votazione per parti separate relativa al secondo paragrafo dell’emendamento n. 2, lei ha richiesto un voto per appello nominale, per cambiare poi idea e dire che la prima parte della votazione per parti separate sarebbe stata controllata. Sfortunatamente l’interpretazione non è giunta in tempo, pertanto il voto che ho espresso per la prima parte avrebbe dovuto essere per la seconda. Ero contrario alla seconda parte, ma favorevole alla prima. Ho avuto questo dubbio, come molti altri miei colleghi.

Nel verbale si potrebbe indicare – so che non si può tornare indietro per esprimere il voto – che i deputati che hanno votato lo hanno fatto per errore?

 
  
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  Presidente. – Effettivamente è possibile correggere un voto.

Detto questo, ho ricevuto diverse testimonianze di deputati, secondo cui le cose si sono svolte in modo perfettamente chiaro, e ritengo che sia alquanto facile a volte incolpare l’interpretazione. Quindi, può certamente modificare il suo voto, ma per il resto considero che le cose si siano svolte in modo del tutto normale.

 
Ultimo aggiornamento: 10 agosto 2006Avviso legale