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Procedura : 2006/0039(CNS)
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A6-0223/2006

Discussioni :

Votazioni :

PV 04/07/2006 - 6.14
Dichiarazioni di voto
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2006)0292

Discussioni
Martedì 4 luglio 2006 - Strasburgo Edizione GU

7. Dichiarazioni di voto
PV
  

– Relazione Cavada (A6-215/2006)

 
  
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  Andreas Mölzer (NI). – (DE) Signor Presidente, alla luce delle vere e proprie ondate migratorie, l’immigrazione clandestina in Europa e la criminalità ad essa associata rappresentano un problema sempre più pressante. L’unico modo per salvare questi immigranti da una miserabile morte durante il viaggio o da una conclusione della loro esistenza nell’UE in condizioni di schiavitù è quello di portare avanti campagne di informazione nei loro paesi di origine e di applicare rigidamente la politica di rimpatrio. E’ questo ciò che attualmente si richiede, come si evince dalla relazione Cavada.

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, è necessario adottare azioni decisive contro il traffico di esseri umani. I trafficanti di uomini guadagnano quanto quelli di droga. L’unione Europea ha adottato diverse misure per combattere tale traffico, ma non basta. Per questo sono lieto che l’Unione europea stia attualmente conducendo delle trattative con le Nazioni Unite ed abbia firmato un protocollo aggiuntivo per garantire che in futuro si possano intraprendere azioni congiunte anche con altri paesi al di fuori dell’Unione europea per combattere il traffico di esseri umani.

Per questo motivo ho dato il mio appoggio alla firma da parte dell’Unione europea del protocollo aggiuntivo, in quanto costituisce un’ulteriore arma nella lotta al traffico di esseri umani e quindi anche contro la criminalità organizzata.

 
  
  

– Relazione Cavada (A6-214/2006)

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, il mio intervento riguarda la seconda area tematica, quella relativa alla tratta di esseri umani. Anche in questo caso l’Unione europea ha firmato un protocollo aggiuntivo sulla tratta degli esseri umani, che è un altro tra i crimini più gravi del nostro tempo e genera ricavi per milioni a spese dei singoli.

Malgrado l’Unione europea abbia adottato opportune misure, essa non può risolvere il problema da sola ed è per questo che deve cercare la cooperazione di altri paesi al di fuori dell’Unione. Il protocollo delle Nazioni Unite ci fornisce un nuovo strumento di diritto internazionale grazie al quale tutti gli Stati interessati dal problema potranno adottare misure più appropriate di quelle finora introdotte a supporto della loro lotta contro la tratta degli esseri umani. In questo modo stiamo da un lato adottando un atto umanitario mentre dall’altro lato portiamo avanti la lotta al crimine internazionale organizzato con un nuovo strumento estremamente efficace.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La tratta di esseri umani ha raggiunto dimensioni allarmanti. Si calcola che circa 700 000 persone nel mondo siano vittime di questo crimine ogni anno.

Si tratta di un fenomeno transnazionale che necessita di una risposta unitaria da parte della comunità internazionale, coordinata da tutti gli attori coinvolti. E’ necessaria una cooperazione più efficace nella lotta alla criminalità organizzata mediante, ad esempio, l’armonizzazione delle definizioni dei singoli reati all’interno dei sistemi giuridici nazionali, l’assistenza giudiziaria reciproca e attività investigative comuni.

La comunità internazionale ha compiuto un grosso passo avanti con l’adozione della Convenzione delle Nazioni Unite sulla criminalità organizzata, ratificata da 121 paesi, oltre alla Comunità europea, ed è il primo strumento globale giuridicamente vincolante per combattere le reti criminali.

Accolgo favorevolmente il fatto che il Portogallo sia uno di quei paesi e mi auguro che anche gli altri sette Stati membri che ancora non hanno ratificato la Convenzione lo facciano il più presto possibile.

Approvo la conclusione del citato protocollo, che prevede misure rigorose per combattere la tratta degli esseri umani, soprattutto donne e bambini, proteggendo queste persone dalla schiavitù, dallo sfruttamento sessuale e dal lavoro clandestino. Il protocollo offre alle vittime anche assistenza legale e materiale e prevede inoltre misure per il loro recupero psico-fisico.

 
  
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  Véronique Mathieu (PPE-DE), per iscritto. – (FR) La tratta di esseri umani riguarda più di 800 000 persone ogni anno. Questo “commercio”, legato alla criminalità organizzata, è redditizio quanto quello internazionale di armi e di droga. Scopo della tratta di esseri umani è lo sfruttamento economico o sessuale e si tratta quindi di una moderna forma di schiavitù che non tiene in alcuna considerazione i più elementari diritti alla dignità umana. Combattere un simile flagello non è facile perché le reti dei trafficanti sono spesso internazionali e traggono vantaggio dalle disparità tra le diverse leggi nazionali e dalle lacune del sistema di coordinamento.

Ho votato a favore della proposta del Consiglio sulla conclusione di due protocolli aggiuntivi alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata perché contribuiscono a rafforzare le procedure di coordinamento e di armonizzazione.

Tuttavia, anche se sono stati fatti dei progressi per quanto riguarda la prevenzione e il perseguimento dei trafficanti, rimane essenziale garantire alle vittime una migliore tutela. Lo status di vittima e i relativi diritti devono essere meglio riconosciuti e applicati; dobbiamo proporre sistematicamente delle misure atte a fornire sostegno legale, materiale e psicologico concedendo permessi di soggiorno temporanei o fornendo assistenza nel rimpatrio. Le vittime che hanno il coraggio di denunciare i loro trafficanti meritano una particolare tutela in quanto vivono nel costante timore di rappresaglie.

 
  
  

– Relazione Blokland (A6-0231/2006)

 
  
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  Gérard Deprez (ALDE), per iscritto. – (FR) Ogni anno circa 800 000 tonnellate di batterie per auto, 190 000 tonnellate di batterie industriali e 160 000 tonnellate di pile portatili vengono immesse sul mercato nell’Unione. Queste pile contengono metalli pesanti – mercurio, piombo, cadmio – che sono nocivi per l’ambiente e per la salute umana.

Nonostante ciò, finora soltanto sei Stati membri hanno istituito un sistema nazionale di raccolta finalizzato al riciclaggio delle pile usate. Tra questi sei il Belgio è il primo della classe: il suo tasso di raccolta sfiora il 60 per cento!

Sono favorevole alla direttiva che ci accingiamo a votare e che mira per l’appunto a organizzare entro il 2008 un sistema di questo genere in tutta l’Unione.

Alcune tra le misure proposte meritano in particolare il nostro appoggio: il divieto generale di commercializzare pile e accumulatori contenenti una quota eccessiva di metalli pesanti; gli obiettivi espressi in cifre per quanto riguarda la raccolta e il riciclaggio; l’obbligo di indicare la durata effettiva sull’etichetta per informare i consumatori; il sostegno alla ricerca al fine di mettere a punto batterie maggiormente compatibili con l’ambiente e nuove tecniche di riciclaggio.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Poiché nel 2002 quasi la metà di tutte le pile portatili vendute nell’Europa dei Quindici è stata smaltita mediante inceneritori o nelle discariche, la relazione costituisce un importante contributo alla legislazione in materia ambientale.

Le questioni principali sollevate nella relazione riguardano le principali misure per la riduzione degli effetti nocivi delle pile ridotte allo stato di rifiuti.

La relazione impone agli Stati membri di garantire che i produttori progettino i dispositivi elettrici in modo tale da consentire una facile rimozione delle pile e degli accumulatori, una volta esauriti, e che tali dispositivi siano corredati di istruzioni contenenti le informazioni per i consumatori. Ora i produttori dovranno finanziare qualsiasi costo netto generato dalla raccolta, dal trattamento e dal riciclaggio di pile e accumulatori una volta allo stato di rifiuti, a prescindere dal momento in cui essi sono stati commercializzati. L’indicazione della capacità sull’etichetta di tutte le pile e gli accumulatori portatili e automobilistici deve essere introdotta entro 12 mesi a decorrere dalla data di recepimento della direttiva.

Concordo che la relazione debba promuovere la ricerca al fine di rendere le batterie meno nocive per l’ambiente e stimolare lo sviluppo di nuove tecnologie di riciclaggio e che vada stabilito un obiettivo pari al 50 per cento per il riciclaggio delle pile non nocive.

 
  
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  Jeffrey Titford (IND/DEM), per iscritto. – (EN) Dalle profondità più inaccessibili dell’East Anglia i bravi cittadini chiedono forse a gran voce una direttiva che renda obbligatorio il riciclaggio delle pile? No. Presumo che la stragrande maggioranza della gente non ci abbia ancora pensato e, quand’anche venisse a conoscenza di quest’ultima arcizelante legge comunitaria, butterà le pile scariche delle proprie radio a transistor nel secchio dell’immondizia.

Nel preambolo di questa direttiva si afferma che “è desiderabile armonizzare le misure nazionali in materia di pile e accumulatori”. Chi ha deciso che questo fosse “desiderabile”? E’ decisamente bizzarro usare quest’espressione in un simile contesto. Può essere desiderabile una donna, ma non credo che possa esserlo un’altra stupida serie di norme per armonizzare la nostra legislazione in materia di pile e accumulatori.

Comunque, questa normativa fa gravare sul produttore tutto l’onere finanziario di introdurre questi nuovi impianti di riciclaggio e smaltimento. Non c’è dubbio che in un mondo normale, ovvero in un mondo senza l’Unione europea, quando uno compra un prodotto diventa responsabile del suo smaltimento sicuro. Il principio in base al quale “il produttore deve pagare lo smaltimento” fa parte della mentalità dell’Unione.

E’ ora di smetterla di inventare nuovi sistemi per aumentare il costo della produzione di qualsiasi cosa. Le aziende non potranno permettersi il lusso di sostenere questi costi aggiuntivi.

 
  
  

– Relazione Silva Peneda (A6-0220/2006)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La relazione odierna adotta la posizione comune del Consiglio del 12 giugno 2006 in merito al Fondo sociale europeo per il periodo 2007-2013. Vorrei specificare che in questa posizione ci sono alcuni aspetti positivi, quantunque insufficienti, e altri che non approviamo.

Tra gli aspetti positivi desideriamo sottolineare l’inclusione sociale e la parità di genere. Tuttavia la posizione comune lascia a desiderare relativamente alla promozione della qualità del lavoro e alla necessità di un contributo più consistente per ridurre il divario salariale e le disuguaglianze sociali con l’obiettivo di una vera coesione socioeconomica.

Si tratta di una posizione che riduce ulteriormente l’ambito di applicazione alle politiche strettamente legate alle raccomandazioni e agli orientamenti che attengono alla strategia europea per l’occupazione e alla strategia di Lisbona che, come sappiamo, hanno contributo ad accentuare le disuguaglianze e a promuovere la deregulation del mercato del lavoro.

Spetta agli Stati membri definire le loro priorità e i settori da finanziare; in altre parole, c’è un margine di manovra che gli Stati membri possono utilizzare adeguatamente.

Da qui la nostra astensione.

 
  
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  Thomas Mann (PPE-DE), per iscritto. – (DE) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Silva Peneda. Tre quarti degli emendamenti proposti dalla nostra commissione per l’occupazione e gli affari sociali sono stati approvati dal Consiglio, con maggioranza qualificata, e successivamente dalla Commissione. La Presidenza austriaca ha svolto un ruolo fondamentale nel conseguimento del compromesso; ancora una volta il suo buon operato ha dato buoni frutti. Ha infuso vita al concetto di “flexicurity”, lavorando al contempo per rendere flessibili i mercati del lavoro, difendendo la sicurezza sociale e ottenendo l’approvazione tanto degli occupati che delle persone colpite dalla disoccupazione.

Il Fondo sociale europeo contribuisce alla coesione socioeconomica ed è compatibile con la nuova strategia di Lisbona. Favorisce le opportunità occupazionali tramite l’istituzione di partenariati locali e imprese per la creazione di posti di lavoro, in particolare nelle zone deboli a livello strutturale. Aiuta a combattere la disoccupazione giovanile e di lunga durata, a rimediare alla scarsità di manodopera qualificata e a ridurre l’emarginazione e la discriminazione sociale.

Apprezzo i segnali di disponibilità a un maggior coinvolgimento delle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori nella progettazione e nella realizzazione di progetti. Il Fondo sociale europeo deve diventare un garante di qualità che integri i programmi nazionali anziché soppiantarli; fornisce un contributo importante al superamento delle sfide costituite dalla globalizzazione e dai cambiamenti demografici e avvia la riforma urgente delle politiche socioeconomiche degli Stati membri.

 
  
  

– Relazione Fava (A6-0225/2006)

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Sia nel corso dell’ultimo periodo di programmazione che nell’attuale Unione allargata è emersa l’importanza sempre maggiore di tutelare l’ambiente, garantendo al tempo stesso la crescita economica, migliorando l’accesso delle persone disabili a strutture finanziate con fondi pubblici, assicurando la parità di trattamento ed eliminando qualunque tipo di discriminazione.

Nella relazione si è prestata particolare attenzione affinché un numero maggiore di regioni svantaggiate e sottosviluppate possano colmare il divario con le regioni più evolute. Inoltre la competitività regionale e l’occupazione restano un elemento centrale della politica regionale e una parte consistente delle risorse disponibili sarà destinata a tali priorità.

Il Parlamento ha collaborato nell’ambito dei negoziati con la Presidenza e con la Commissione europea, e uno dei risultati positivi più importanti che ha ottenuto è stato il consistente incremento delle risorse finanziarie destinate alla coesione territoriale, un obiettivo importante nel contesto dell’allargamento.

Il Parlamento ha avuto successo non solo per quanto riguarda i punti summenzionati, ma ha fatto sentire la sua voce anche nel settore del partenariato. Ai sensi delle disposizioni generali, è auspicabile un maggiore coinvolgimento della società civile e delle ONG. La Commissione renderà una dichiarazione sull’abuso dei Fondi strutturali perpetrato dalla criminalità organizzata.

 
  
  

– Relazione Hatzidakis (A6-0224/2006)

 
  
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  Brigitte Douay (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della raccomandazione Hatzidakis in materia di disposizioni generali sui Fondi strutturali e sono soddisfatta di vedere che la nuova generazione di programmi potrà prendere il via all’inizio del 2007, cosa essenziale per la continuità delle attività negli Stati membri.

Tuttavia trovo increscioso che, in seguito all’accordo sulle prospettive finanziarie, le somme stanziate per la politica strutturale per il periodo 2007-2013 siano inferiori rispetto alle richieste iniziali del Parlamento e della Commissione.

Quanto ai regolamenti, più specificamente, il Parlamento può essere orgoglioso perché molte delle sue richieste sono state accolte dal Consiglio, in particolare quella di tenere maggiormente conto delle persone disabili e dello sviluppo sostenibile.

I nuovi regolamenti ci consentiranno di perseguire la politica di coesione dell’Unione europea che mira allo sviluppo dei territori più poveri e all’aumento di competitività di tutta l’Unione.

 
  
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  Emanuel Jardim Fernandes (PSE), per iscritto. – (PT) L’approvazione odierna del pacchetto legislativo sulla coesione, soprattutto della proposta di regolamento recante disposizioni generali sui Fondi strutturali, costituisce un fattore della massima importanza negli Stati membri e nelle regioni dell’Unione che possono concludere la definizione dei quadri di riferimento nazionali e dei programmi operativi, nonché cominciare a impiegare i Fondi europei a partire dal gennaio 2007.

In seguito ai proficui negoziati con il Consiglio, il testo della proposta di regolamento accoglie quasi tutti i punti principiali che il Parlamento aveva segnalato nella sua relazione provvisoria adottata nel 2005.

Purtroppo non è stata stanziata la somma inizialmente proposta dalla Commissione, somma che aveva il totale appoggio del Parlamento, per finanziare in particolare l’integrazione delle regioni ultraperiferiche nel mercato interno e porre rimedio alle loro difficoltà specifiche.

Oltre al finanziamento aggiuntivo per le regioni ultraperiferiche è stato previsto un massimale di cofinanziamento pari all’85 per cento delle spese ammissibili.

Soprattutto, nel corso della fase di introduzione graduale del nuovo obiettivo “Competitività regionale e occupazione” sono stati siglati accordi speciali transitori – e più vantaggiosi – per la regione autonoma di Madera.

Pertanto voterò a favore della raccomandazione.

 
  
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  Jean-Claude Fruteau (PSE), per iscritto. – (FR) Benché mi dispiaccia che lo scorso 17 maggio il Parlamento abbia approvato le prossime prospettive finanziarie 2007-2013, ora dobbiamo farci una ragione delle esigue somme che ne risultano se vogliamo definire il ruolo e determinare il peso dei Fondi strutturali per gli anni a venire.

Ciò considerato, mi rallegro per la chiarezza con cui la politica regionale europea è stata ora formulata, incentrata com’è su tre nuovi obiettivi che sono più coerenti e più facili da identificare.

Mi compiaccio inoltre che i notevoli ribassi nel livello dei fondi di cui l’Unione europea dispone attualmente non diano luogo a conseguenze catastrofiche per le regioni ultraperiferiche, i cui handicap specifici, nonché il ritardo di sviluppo, fanno sì che per loro sia d’importanza cruciale ricevere l’assistenza fornita dagli strumenti comunitari progettati per promuovere la solidarietà.

Così le regioni ultraperiferiche continueranno ad avere i requisiti necessari per beneficiare di tale assistenza relativamente all’obiettivo “Convergenza, competitività e cooperazione territoriale” (ex obiettivo n. 1). Lo stanziamento specifico supplementare di 35 euro per abitante ci permetterà inoltre di venire incontro, in parte, alle loro esigenze. Infine, l’obiettivo “Cooperazione territoriale europea” permetterà alle regioni ultraperiferiche di proseguire il lavoro già svolto per lo sviluppo di sinergie con gli Stati vicini dell’Oceano Indiano e dei Caraibi.

Per tutti questi motivi ho votato a favore della relazione Hatzidakis.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La posizione comune adottata oggi definisce l’accordo interistituzionale che dà corpo al quadro finanziario per il periodo 2007-2013, in cui i Fondi strutturali subiscono una riduzione di 28 miliardi di euro rispetto alla proposta della Commissione, una riduzione dallo 0,41 per cento delle risorse derivanti dal RNL, come definite nel quadro finanziario corrente, allo 0,37 per cento. Ciò pregiudicherà un’effettiva coesione socioeconomica, la convergenza reale e l’effetto di ridistribuzione del bilancio comunitario.

C’è stato un cambiamento importante degli obiettivi dei Fondi strutturali, in virtù del quale si dà risalto alla competitività e agli interessi delle imprese, in linea con l’agenda neoliberista di Lisbona, e la coesione ne fa le spese. Gli obiettivi chiave dei Fondi sono quindi i partenariati pubblico-privato, la mercificazione della conoscenza e della ricerca, nonché la flessibilità e la mobilità dei lavoratori.

Si mantiene la regola n+2 e, almeno da parte del Consiglio, non c’è garanzia che le risorse tagliate e non spese dei Fondi strutturali continuino a essere utilizzate esclusivamente in quest’ambito.

Inoltre vorrei sottolineare che le concessioni fatte in sede di Consiglio nel dicembre 2005 sui criteri di eleggibilità per i paesi beneficiari del Fondo di coesione in cambio del taglio delle risorse ora possono essere estese agli Stati membri rimanenti.

Pertanto abbiamo votato contro.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. – (FR) Sono tre le ragioni per cui l’aumento dei Fondi strutturali che, fra il 2007 e il 2013, rappresenteranno il 35,7 per cento del bilancio dell’Unione, pari a 307,9 miliardi di euro, costituisce una mistificazione per la Francia.

Sebbene più del 16 per cento delle entrate di bilancio di Bruxelles provenga dai contribuenti francesi, la quota di spese regionali europee destinata alla Francia continua a diminuire, scendendo dal 10 per cento del 1994 a meno dell’8 per cento di oggi. Perciò i distretti dell’Hainaut francese, benché colpiti da una disoccupazione massiccia, non hanno più diritto ai Fondi strutturali previsti dall’obiettivo 1.

Per di più, l’aumento della quota assegnata al bilancio regionale avviene a spese della politica agricola comune, di cui la Francia è ancora il paese beneficiario principale.

La politica regionale europea è soprattutto una mistificazione economica. In Francia i Fondi strutturali vengono destinati principalmente alle regioni industriali in declino e alla riconversione delle aree rurali, ovvero alle vittime della politica di Bruxelles, politica che ha gravi responsabilità per avere rovinato la nostra agricoltura e distrutto interi settori della nostra industria.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Non ho votato – ossia mi sono astenuto – sulla relazione Hatzidakis quale emendata, perché nel testo in esame, fondamentalmente, il Parlamento si allontana dalle sue posizioni iniziali su tutte le questioni più importanti e avalla la posizione comune del Consiglio, che immiserisce le politiche sociali e regionali di coesione.

In altre parole:

– le risorse disponibili sono state ridotte dallo 0,41 per cento per il periodo 2000-2006 allo 0,37 per cento per il periodo 2007-2013; le risorse sono diminuite di 28 miliardi di euro rispetto alla proposta iniziale della Commissione, che, secondo il Parlamento, era il finanziamento minimo occorrente per sostenere la coesione e l’ambiente;

– viene abbandonata la posizione del Parlamento sullo storno degli stanziamenti persi a causa della rigida applicazione della regola n+2 per la politica regionale; in tal modo gli stanziamenti persi, che si prevedono elevati, torneranno ai bilanci nazionali degli Stati membri più ricchi, a spese delle regioni e degli Stati più poveri;

– accetta un sostegno finanziario palesemente più debole, sia per le 16 regioni che saranno vittime della cosiddetta “convergenza statistica” – tra cui figurano tre regioni greche (Attica, Macedonia centrale e Macedonia occidentale) – che per le 12 regioni “soggette a convergenza naturale” che comprendono due regioni greche (Eterea Ellada e l’Egeo meridionale);

– approva l’estensione della regola n+2 ai progetti del Fondo di coesione, il che comporterà difficoltà e perdite supplementari.

(Testo abbreviato conformemente all’articolo 163 del Regolamento)

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. – (SV) Questi finanziamenti devono andare solo alle zone più povere d’Europa. Allo stato attuale i fondi andranno a regioni relativamente prospere. Questo è inaccettabile.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La decisione quadro sui Fondi strutturali viene usata dall’Unione e dai governi di centrodestra e di centrosinistra per conseguire più rapidamente gli obiettivi inclusi nell’antiproletaria strategia di Lisbona, per incrementare la competitività e la remuneratività del capitale. Tale tendenza viene favorita dalle ristrutturazioni di stampo capitalista e dagli attacchi al salario e ai diritti sociali dei lavoratori.

Le risorse dei Fondi strutturali vengono convogliate in settori che interessano la remuneratività del capitale e, allo stesso tempo, si concedono “briciole” per “disinnescare” l’indignazione del proletariato e tenere sotto controllo il movimento della classe proletaria e operaia.

Mentre nell’Unione stanno peggiorando le disuguaglianze sociali e regionali, il peso dei Fondi strutturali nel bilancio comunitario per il periodo 2007-2013 viene ridotto dallo 0,41 allo 0,37 per cento. Nello stesso tempo ci si avvale dell’allargamento dell’Unione e delle statistiche urbane per fare a meno di finanziare le aree che hanno gravi problemi economici ed enormi carenze infrastrutturali.

Il gruppo del partito comunista greco al Parlamento europeo voterà contro la decisione quadro.

 
  
  

– Relazione Andria (A6-0226/2006)

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) In base alla posizione comune del Consiglio sul nuovo regolamento del Fondo di coesione, come nel caso del quadro finanziario precedente, il Fondo resta vincolato al soddisfacimento del Patto di stabilità e di crescita e ai criteri di convergenza nominale di Maastricht. In altre parole, un paese beneficiario del Fondo di coesione con un livello di sviluppo economico inferiore è doppiamente penalizzato: trovandosi in uno stato di crisi, non soddisferà i criteri del Patto di stabilità e di crescita e correrà anche il rischio di vedersi togliere le risorse del Fondo di coesione. Questo equivale a un ricatto ed è inaccettabile.

Rifiutiamo altresì categoricamente l’estensione della regola n+2 (n+3) al Fondo di coesione, considerando la specificità e gli obiettivi propri di questo fondo. Va ricordato che questa regola, imposta dalla Germania nel precedente quadro finanziario 2000-2006 per i restanti Fondi strutturali, comporta un taglio delle risorse non impiegate entro due anni (tre anni), andando chiaramente contro l’obiettivo dei Fondi strutturali. Questa nuova condizione può avere un impatto anche più grave del Fondo di coesione, se si considera il finanziamento di grandi progetti, causando difficoltà maggiori di esecuzione e di sovvenzionamento.

 
  
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  James Nicholson (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Oggi in Aula si è svolto il dibattito sui Fondi strutturali e di coesione e sulla cooperazione transfrontaliera. Per quanto riguarda quest’ultima, l’abbiamo sperimentata per parecchi anni nell’Irlanda del Nord e ha funzionato, ma negli ultimi tempi non più. L’Irish Central Border Area Network (ICBAN), uno degli organismi di finanziamento di più lunga data, è scompensato a causa della sua composizione. Attualmente fanno parte del consiglio dell’ICBAN venti membri, di cui tre soltanto di estrazione unionista. L’organismo non è più equilibrato e si sta comportando in modo discriminatorio nei riguardi della comunità unionista. Non ha più l’appoggio degli unionisti del territorio ed ha la responsabilità di spendere 25 milioni di euro nei prossimi anni. Si tratta di una situazione inaccettabile cui bisogna porre fine. Nel caso in cui questa discriminazione continuasse, i fondi dell’ICBAN dovrebbero essere congelati fino a quando non verrà ristabilita una completa imparzialità.

 
  
  

– Relazioni: Hatzidakis (A6-0224/2006), Andria (A6-0226/2006)

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. – (SV) Abbiamo votato a favore delle due relazioni che hanno per obiettivo la riforma della politica strutturale dell’Unione. Il lavoro attualmente in corso per riformare questa politica rappresenta un passo importante nella giusta direzione.

In genere, tuttavia, noi propugniamo una posizione più restrittiva sull’assistenza comunitaria regionale. Non siamo favorevoli all’utilizzo dei contributi regionali per finanziare l’edilizia abitativa o le attività turistiche, né all’approccio alla ricerca che è stato proposto, in quanto allargherebbe a svariate sedi di studio una singola area di ricerca anziché concentrarla su un numero minore di siti.

 
  
  

– Relazione Wortmann-Kool (A6-0217/2006)

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) A nome del gruppo Verts/ALE ho dato il mio appoggio agli emendamenti volti all’adozione di orientamenti sulla concorrenza leale, sulle norme sociali e sulla tutela ambientale per i servizi di trasporto con navi da carico. Questi emendamenti chiedevano inoltre di tenere particolarmente conto della situazione specifica dei piccoli e medi armatori.

Purtroppo tali emendamenti sono stati respinti. Ne è scaturita una relazione che, nel complesso, va contro le proposte della Commissione volte ad abbattere i cartelli nel trasporto marittimo. Pertanto ho votato contro la relazione finale perché ritengo che, sotto molti aspetti, la proposta originaria della Commissione fosse più adeguata per ridurre i costi del trasporto marittimo senza compromettere l’affidabilità dei servizi.

 
  
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  Fernand Le Rachinel (NI), per iscritto. – (FR) Il trasporto marittimo rappresenta circa il 45 per cento del commercio estero comunitario in termini di valore e quasi il 75 per cento in termini di volume. L’applicazione delle norme generali di diritto della concorrenza ai settori del servizio di trasporto internazionale con navi da carico non regolari e del cabotaggio non rappresenta in realtà alcun problema, perché le sue attività sono già deregolamentate e funzionano in base a una concorrenza leale.

Solo la soppressione dell’esenzione dalle norme di concorrenza concessa nel 1986 a favore delle conferenze marittime ha realmente costituito l’oggetto di aspre discussioni fra tutti gli operatori del settore. Credo che le soluzioni proposte dalla mia relazione e da quella dell’onorevole Wortmann-Kool siano a questo riguardo perfettamente equilibrate e rispettino gli interessi in gioco.

In effetti oggi non esiste alcuna prova che il settore delle conferenze marittime abbia bisogno di essere protetto dalla concorrenza per erogare i propri servizi.

Inoltre, al fine di preservare la certezza giuridica del settore marittimo, è parso necessario stabilire orientamenti che permettano agli operatori di adeguarsi al nuovo quadro regolamentare e di agevolare una transizione morbida verso un regime concorrenziale. Se tutte le precauzioni prese dal Parlamento in questo frangente verranno rispettate, non c’è dubbio che il trasporto marittimo se ne avvantaggerà.

 
  
  

– Relazione Lamassoure (A6-0223/2006)

 
  
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  Hynek Fajmon (PPE-DE). – (CS) Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei spiegare perché ho votato contro la relazione Lamassoure sul sistema comunitario delle risorse proprie. Ho votato così assieme agli altri deputati al Parlamento del Partito democratico civile ceco (ODS). Sono fermamente convinto che la riforma del sistema comunitario delle risorse proprie concordata dal Consiglio e dalla Commissione sia un compromesso decoroso che il Parlamento non avrebbe dovuto far naufragare. Al contrario, il Parlamento sarebbe stato più avveduto se avesse dato il suo sostegno a un progresso di simile portata. Soprattutto apprezziamo il fatto che non verrà introdotta nessuna tassa europea nel futuro immediato. Parlando in generale, il sistema in vigore funziona e garantisce l’appropriato finanziamento dell’Unione. Pertanto non c’è alcun motivo concreto per sbarazzarsene e sostituirlo con un sistema nuovo. Di conseguenza non posso accettare la posizione critica della relazione Lamassoure.

 
  
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  James Hugh Allister (NI), per iscritto. – (EN) Anche tenendo conto della compensazione britannica, si prevede che l’Unione nel 2006 costerà al Regno Unito 4 298 milioni di sterline. Considerando che il costo netto è stato ogni anno di questa entità, è sconcertante la quantità delle risorse nazionali che abbiamo buttato nel buco nero dell’Europa. E per cosa? Pensate agli autentici cambiamenti infrastrutturali che si sarebbero potuti apportare con quest’ingente somma di denaro se, dal 1973, fosse stata spesa all’interno del Regno Unito per venire incontro alle sue reali esigenze.

Benché adesso ci siano 25 Stati membri, il Regno Unito contribuirà quest’anno per un ottavo – il 12,4 per cento – delle entrate complessive di bilancio, pari a 83 miliardi di sterline, necessarie per finanziarie l’Unione nel 2006. Non c’è da stupirsi se la marea di euroscetticismo continua a montare. In un’epoca di forti pressioni sul servizio sanitario nazionale e sul fondamentale settore dell’istruzione è pazzesco sprecare tutti questi soldi dei contribuenti per un’unione politica non riuscita. Ora che il Primo Ministro Blair ha acconsentito a rinunciare gradualmente alla compensazione britannica e che il costo effettivo dell’allargamento si accumula, la situazione potrà solo peggiorare.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore dell’eccellente relazione del collega, onorevole Lamassoure, sulla proposta di decisione del Consiglio europeo relativa al sistema delle risorse proprie delle Comunità europee. Per avanzare nella costruzione di un’Unione europea politica, ci serve urgentemente una riforma del suo quadro di bilancio. Il laborioso conseguimento di un accordo sulle prospettive finanziarie 2007-2013 da parte del Consiglio nel dicembre 2006 e le proposte della Commissione non rendono trasparente il finanziamento della Comunità, dal momento che si ha l’impressione che ci stiamo allontanando ancora di più dal principio di equità di bilancio, che è la base attuale sui cui si fondano i contributi versati dagli Stati membri per il funzionamento dell’Unione. Il dibattito riguardante le risorse proprie, con la prospettiva di un’Europa federale sullo sfondo, sarà probabilmente una delle questioni politiche più spinose da affrontare in futuro. Nondimeno, nell’immediato e di fronte ai disavanzi attuali delle finanze europee e di quelle dei principali Stati membri contribuenti netti, mi chiedo se non sia giunto il momento di istituire un grande prestito europeo d’investimento per finanziare tutte le grandi infrastrutture – spazio, autostrade, rete ferroviaria ad alta velocità, tecnologie di comunicazione, porti, aeroporti e via dicendo – necessarie per lo sviluppo economico e per il progresso sociale.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. – (SV) Oggi abbiamo votato contro la relazione dell’onorevole Lamassoure riguardante una decisione del Consiglio sulle risorse proprie delle Comunità europee. Se è importante che si crei per l’Unione un procedimento di bilancio più efficiente e trasparente, rifiutiamo qualunque progetto di imposizione di tributi da parte dell’Unione in materie come l’energia, IVA o il reddito delle società.

 
  
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  Lena Ek (ALDE), per iscritto. – (SV) Ho deciso di astenermi dal voto in merito alla relazione sulla proposta di decisione del Consiglio relativa al sistema delle risorse proprie delle Comunità europee.

Considerato che i problemi e le opportunità sono sempre più di carattere transfrontaliero, l’Unione sta diventando un forum sempre più importante per risolvere questi problemi e sfruttare al meglio queste opportunità. Sperando che il processo per una migliore legislazione possa chiarire una moltitudine di questioni che, a mio avviso, andrebbero trattate a livello nazionale – anzi, perché non anche a livello regionale? – mi rendo conto che per la maggioranza delle aree che sono così importanti per i cittadini europei occorre un approccio comune.

Le questioni in esame sono, tra le altre, l’ambiente, la ricerca, lo sviluppo e l’energia, settori in cui possiamo creare condizioni più favorevoli con più posti di lavoro e crescita a lungo termine. In linea di principio, pertanto, sono a favore di un nuovo sistema di finanziamento della Comunità. D’altra parte, non credo che i contributi attuali degli Stati membri – che costituiscono più un riflesso della capacità di negoziare le compensazioni che non delle esigenze indicate dagli Stati membri in seno all’Unione – vadano sostituiti da una nuova forma di risorse proprie basate sull’energia, sull’IVA e sul reddito delle società, come ha proposto la Commissione. Non sarebbe un sistema più equo. Nondimeno, sono favorevole a gran parte della relazione che stiamo votando. Ovviamente cose come la semplificazione e una maggiore trasparenza incontrano il mio gradimento.

 
  
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  Jean-Claude Fruteau (PSE), per iscritto. – (FR) Oltre all’accordo politico sulle prospettive finanziarie 2007-2013, i negoziati che hanno avuto luogo nel corso delle riunioni del Consiglio del 15 e del 16 dicembre 2005 hanno confermato la necessità di cambiare il sistema delle risorse proprie.

Mentre l’integrazione europea sembra essersi bloccata – soprattutto per via della tendenza al ripiego verso egoismi nazionali e di uno scollamento tra i popoli e le Istituzioni comunitarie – il carattere tutt’altro che trasparente di queste trattative e la volontà di ciascuno Stato membro di concepire la questione del bilancio solo dal punto di vista del proprio interesse particolare hanno messo in luce l’urgente necessità di dotarci di un sistema di risorse proprie chiaro e inequivocabile che liberi il più possibile l’Unione delle attuali contingenze nazionali in materia di bilancio.

E’ essenziale che il Parlamento europeo, rappresentando le nazioni, prenda parte a questo processo. La relazione Lamassoure, oggi sottoposta a votazione, è parte integrante di questo processo e le sue conclusioni – che collimano con gran parte delle preoccupazioni espresse sopra – vanno nella direzione giusta, dal momento che hanno lo scopo di delineare un’Europa padrona delle proprie risorse finanziarie e più vicina alla gente.

Pertanto, anche se avrei voluto che fosse già possibile menzionare un’imposta europea sulle società come nuova risorsa propria dell’Unione, ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) La relazione Lamassoure verte fondamentalmente sulla situazione che si sta determinando nell’Unione, la quale dispone di risorse proprie accessibili che collimano con le sue aspirazioni e non dipendono dai contributi degli Stati membri. Inoltre essa riguarda il fatto atteggiamento che l’Unione ovviamente manterrà tale comportamento da oggi fino al 2008, senza attendere la scadenza della programmazione pluriennale del bilancio. Da tutto questo si può dedurre che il Parlamento vuole un’imposta europea, e in fretta.

A che gioco giochiamo? Si tratta di un vero e proprio attacco alla democrazia dove le regole del gioco appena stabilite per i prossimi sei anni verranno cambiate nel termine di un biennio appena, proprio dopo gli avvicendamenti al governo attesi in svariati Stati membri, segnatamente dove i popoli hanno bocciato la Costituzione. E’ in atto un palese tentativo di creare uno Stato senza dirlo, perché un’organizzazione che ha il potere di imporre tributi è in effetti uno Stato, che può essere privo di una Costituzione e di legittimità, ma è comunque uno Stato, dotato, come gli Stati membri, del potere di mettere i contribuenti sotto pressione.

L’Unione ha avuto risorse veramente proprie e coerenti con i suoi poteri in materia commerciale, ovvero i dazi doganali. E’ da quando è stata fondata che sta cercando di distruggerli. Dunque dovrebbe ripristinarli; farebbe una cosa sensata, aumentando le sue risorse e proteggendo le economie europee dalla concorrenza sleale.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Per quanto riguarda il sistema delle risorse proprie per il periodo 2007-2013, il Consiglio ha optato per il mantenimento dell’assegno britannico (fatta eccezione per le spese di allargamento) e per l’estensione di privilegi analoghi agli altri contribuenti netti – la Germania, l’Austria, i Paesi Bassi e la Svezia – mediante riduzioni dell’IVA e dei contributi diretti RNL e l’aumento della ritenuta sulle risorse proprie tradizionali, oltre agli “assegni” nell’ambito dei Fondi strutturali e dello sviluppo rurale.

Queste riduzioni saranno pagate dagli altri Stati membri, compresi quelli beneficiari del Fondo di coesione, che così saranno doppiamente penalizzati: pagheranno più contributi per il bilancio comunitario e vedranno ridursi i Fondi strutturali e di coesione.

Questa situazione è ingiusta e inaccettabile ed è sufficiente già di per sé a giustificare il nostro voto contrario.

Detto questo, c’è chi insiste nel propugnare un nuovo sistema di risorse proprie basato su imposte europee, cosa che rifiutiamo.

Riteniamo che un sistema equo di risorse proprie debba basarsi sul reddito nazionale lordo e sulla prosperità relativa di ciascuno Stato membro, in modo che lo sforzo contributivo per il bilancio sia di entità simile per tutti i cittadini nell’ambito dell’Unione. Questo, insieme alla spesa, comporterebbe la solidarietà e la ridistribuzione, tenendo conto dell’obiettivo della convergenza effettiva e della coesione socioeconomica.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Mi sono astenuto dal voto sulla relazione Lamassoure sulle risorse proprie, anche se il testo comprendeva molte buone idee per migliorare il sistema attuale. Non potevo concordare col relatore per quanto riguarda la correzione a favore del Regno Unito. Resto dell’idea che essa sia giustificata dal sistema attuale e che vadano realizzate riforme più ampie prima di apportare qualsiasi altra modifica alla compensazione britannica.

 
  
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  Jean-Claude Martinez (NI), per iscritto. – (FR) Considerando che il bilancio degli Stati Uniti, per un anno solo, è pari a 2 500 miliardi di dollari, è ovviamente insostenibile per l’Unione Europea disporre per ogni anno dal 2007 al 2013 di un bilancio inferiore a 1 000 miliardi di euro.

Per il primo periodo, per fissare un margine di manovra senza aumentare il proprio bilancio, la Commissione sta abolendo gradualmente la politica agricola comune e i piccoli coltivatori per recuperare il grosso dei 45 miliardi spesi annualmente per il bilancio agricolo. Da qui la posizione inverosimile assunta dai negoziatori europei che, alla riunione dell’Organizzazione mondiale del commercio del 30 giugno 2006, hanno accettato dietro le quinte una riduzione dei nostri diritti doganali pari al 50 per cento, lasciando così il monopolio alimentare al Brasile. Ma il problema di fondo rimane inalterato. Come tutti sanno, a partire dal 2014, l’Europa Bruxelles-centrica sarà condannata ad aumentare il proprio bilancio e a creare un’imposta europea.

Dietro alle operazioni di facciata, il dibattito sulle risorse proprie della relazione Lamassoure solleva la questione politica che si trascina dal 1951 e che riguarda, passando dal mercato unico e poi dalla moneta unica, l’effettiva definizione di uno Stato politico. Ciò che l’euro non ha fatto e che la Commissione non è riuscita a fare perché i popoli si sono accorti di quello che stava accadendo, tra il 2014 e il 2019 lo farà l’imposizione fiscale. I contribuenti sono avvertiti.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Il dibattito sul bilancio comunitario si è finora incentrato esclusivamente sul costante aumento del bilancio e sulla ricerca di nuove fonti di entrata. Invece di invocare automaticamente un’imposta europea, dobbiamo riesaminare severamente la struttura delle spese. Miliardi di euro del nostro bilancio comune continuano a sparire in canali dubbi o vengono buttati ai quattro venti senza costrutto.

Per questo motivo, per prima cosa, ci occorre un sistema di assoluta eccellenza contro le frodi; in secondo luogo, dobbiamo porre un freno alle spese di amministrazione, per esempio abbandonando una delle sedi parlamentari e valutando le spese in base ai costi effettivamente sostenuti; in terzo luogo, possiamo risparmiare miliardi evitando di imporre allargamenti ai nostri riluttanti cittadini.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) Alla luce della relazione molto tecnica del mio collega, l’onorevole Lamassoure, sulle risorse proprie dell’Unione, mi sembra essenziale prestare attenzione all’idea proposta qualche anno fa dal Belgio e da Guy Verhofstadt: dotare l’Unione di una vera e propria autonomia finanziaria attraverso l’introduzione di quella che è stata chiamata imposta europea.

Un’imposta aggiuntiva? Certamente no. Semplicemente, anziché pagare alla propria nazione ciò che si deve all’Europa, gli europei possono finanziare l’Unione direttamente, nello stesso modo in cui gli americani finanziano lo Stato federale. Per il singolo europeo, dunque, si tratta di un piano che non avrebbe affatto una grande rilevanza da un punto di vista finanziario, ma sarebbe gravido di significati perché così tutti diverrebbero consci della fetta dei propri contributi destinata all’integrazione europea. Per inciso, faccio notare che l’Europa costa 26 centesimi di euro al giorno a ciascun europeo.

Benché il piano sia ben accolto da alcuni Stati membri, Austria e Lussemburgo in particolare, altri rimangono inquieti nei confronti di uno strumento che pure è destinato ad avvicinare l’Europa ai suoi cittadini. Questo piano ci permetterebbe anche di lasciarci alle spalle il dibattito sterile fra Stati contribuenti netti e Stati beneficiari netti. Allora l’Europa avrebbe senz’ombra di dubbio le risorse in armonia con le proprie ambizioni.

 
  
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  José Albino Silva Peneda (PPE-DE), per iscritto. – (PT) L’attuale metodo di finanziamento del bilancio comunitario è divenuto obsoleto e negli ultimi anni le sue manchevolezze sono venute alla luce.

Gli ultimi dibattiti sul bilancio si sono trasformati in un esercizio umiliante in cui finiamo per discutere chi sia o non sia di volta in volta un contribuente netto. Il sistema attuale, con le sue tante eccezioni e deroghe, è diventato complesso e opaco.

In tale contesto l’Unione necessita di una riforma urgente del suo sistema di finanziamento.

Pertanto mi compiaccio che il Parlamento sia riuscito a inserire nei negoziati delle ultime prospettive finanziarie 2007-2013 una revisione intermedia prevista per il 2008/2009, offrendo un’opportunità unica per valutare a fondo il sistema delle risorse proprie.

Come l’onorevole Lamassoure ha affermato nella sua relazione, sono a favore di un sistema di finanziamento del bilancio comunitario trasparente, giusto ed equo, che doti l’Unione di un quadro finanziario compatibile con le sue priorità attuali e con le sue legittime ambizioni.

Il principio guida di qualsiasi riforma futura dovrà essere l’autonomia finanziaria dell’Unione relativamente ai trasferimenti attuali degli Stati membri, nonché il consolidamento del carattere europeo del bilancio. Ciò eviterà che i prossimi dibattiti si trasformino nuovamente in un campo di battaglia per gli interessi nazionali degli Stati membri.

 
  
  

– Relazione Muscat (A6-0170/2006)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Le cinque maggiori multinazionali non finanziarie tra le prime sette dal 1990 avevano, nel 2003, utili per circa 1 280 miliardi di dollari, vale a dire oltre il 3 per cento del PIL mondiale. La maggiore multinazionale finanziaria, la Citibank, deteneva da sola lo stesso attivo, il che dimostra il potere esercitato dal settore finanziario nell’economia reale.

Quando si parla di consolidamento del settore dei servizi finanziari, si mira proprio a consolidare il mercato interno dei servizi finanziari e a integrare i mercati finanziari, al fine di abbattere le barriere tuttora esistenti alla libera circolazione dei capitali e favorire le fusioni e le acquisizioni di imprese, in settori come quello bancario, affinché possano competere nel mercato globalizzato.

Siamo contrari a questa tendenza espressa nella risoluzione in esame, una tendenza di cui l’euro è uno strumento e i cui obiettivi sono fissati nel piano d’azione per i servizi finanziari.

La progressiva finanziarizzazione dell’economia reale non solo ha portato a ingenti perdite di posti di lavoro, ma ha anche contribuito a trasformare l’economia reale in un’economia parassitaria sviando l’investimento produttivo e a provocare crisi finanziarie e conseguentemente economiche, soprattutto a causa della grande volatilità dei mercati finanziari e delle bolle speculative che provocano. Quest’economia da casinò ha solo aumentato i profitti delle grandi imprese di intermediazione, soprattutto nel settore bancario.

Da qui il nostro voto contrario.

 
  
  

– Relazione Szejna (A6-0229/2006)

 
  
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  Malcolm Harbour (PPE-DE), per iscritto. – (EN) La delegazione dei conservatori britannici si è astenuta dal voto finale sulla relazione. Approviamo molte delle proposte contenute nella relazione Szejna sugli sviluppi e le prospettive in materia di diritto societario, in particolare la necessità di applicare i principi di una migliore regolamentazione e di tenere conto delle esigenze delle PMI e l’importanza di elaborare le migliori prassi nel rispetto delle diverse tradizioni e dei diversi sistemi degli Stati membri. Inoltre appoggiamo molte delle specifiche proposte per il miglioramento della trasparenza e i diritti delle parti interessate.

Tuttavia ci sono alcune proposte che non possiamo sostenere, perché introdurrebbero altre normative comunitarie in settori in cui non ci sarebbero comprovati benefici per l’evoluzione di un mercato interno funzionante dei servizi finanziari. Inoltre sottoscriviamo i vantaggi che comporta per le aziende il fatto di coinvolgere i propri dipendenti nei processi decisionali sul posto di lavoro, ma rifiutiamo l’imposizione di qualsiasi modello di partecipazione giuridicamente regolamentata uguale per tutti. Pertanto abbiamo votato contro il paragrafo n. 3 e il considerando F.

 
  
  

– Relazione Lucas (A6-0201/2006)

 
  
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  Ivo Strejček (PPE-DE). – (CS) Signor Presidente, desidero spiegare le ragioni del mio voto sulla relazione Lucas, voto che, come quello degli altri deputati al Parlamento europeo del Partito democratico civile ceco (ODS), è stato contrario. Negli ultimi 40 anni il trasporto aereo ha conosciuto una rapida evoluzione, cosa che ha comportato un abbattimento di oltre il 40 per cento delle emissioni e dei rumori. Non è scientificamente provato che ci occorra il tipo di regolamentazione eccessiva proposta nella relazione Lucas. Un aumento delle imposte sul carburante ridurrà la competitività dei vettori aerei europei e farà lievitare i prezzi per l’utente finale. Indebolendo la competitività del trasporto aereo si ostacolerà ulteriormente l’Unione sullo scenario mondiale. Si tratta solo di un’altra dimostrazione del fatto che attualmente le questioni ambientali vanno di moda, ed è per questo che abbiamo votato contro.

 
  
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  Robert Evans (PSE). – (EN) Signor Presidente, ho votato la relazione Lucas a sostegno delle misure intese a ridurre l’impatto sui cambiamenti climatici. E’ fondamentale che tutti i settori facciano la loro parte, compreso quello dell’industria aeronautica.

Tuttavia dobbiamo assicurare che le misure da noi proposte siano sensate e funzionali. Il semplice aumento delle imposte non basterà da solo a ridurre le emissioni né l’industria aeronautica può scambiare le quote di emissione con se stessa: deve farlo con altri settori.

I viaggi in aereo sono ovviamente aumentati anno dopo anno perché non sono più peculiari esclusivamente delle classi medie e dei ricchi. Per esempio, nel solo Regno Unito, 30 milioni di persone – vale a dire metà della popolazione – fanno un viaggio in aereo almeno una volta all’anno e tutte hanno apprezzato le iniziative europee che incoraggiavano le compagnie aeree a basso costo e obbligavano quelle maggiori a ridurre le loro tariffe. Perciò il pubblico europeo non approva l’obiettivo, comune ad alcuni colleghi del Parlamento, di dichiarare illegali le compagnie aeree a basso costo o di costringerle a cessare l’attività.

Questo stesso pubblico, tuttavia, è preoccupato per i cambiamenti climatici. Vuole un sistema fiscale equo e ragionevole e misure che siano prese in cooperazione tra il governo e l’industria. Tutte queste misure vanno considerate in relazione alle necessità e alle richieste di questi consumatori, in modo da assicurare che la questione ambientale sia al primo posto dell’agenda.

 
  
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  Liam Aylward (UEN), per iscritto. – (EN) Apprezzo la comunicazione della Commissione del settembre 2005, che comincia a occuparsi dei metodi più efficaci per contrastare l’aumento delle emissioni di gas a effetto serra che, a livello internazionale, è stato del 73 per cento dal 1990 al 2003.

L’estensione del sistema europeo di scambio delle quote di emissione (ETS) al settore aeronautico può costituire la soluzione migliore per limitare queste emissioni e assicurare che quello aeronautico, come tutti gli altri settori, contribuisca a ridurre i gas nocivi a effetto serra.

La questione più importante che si pone è l’esame dell’efficacia degli elementi tecnici di progettazione affinché tale politica possa esprimere tutto il suo potenziale in termini di efficacia ambientale ed economica, prestando anche particolare attenzione alla situazione dell’Irlanda e di altri territori isolati – capitali e aree regionali – che dipendono particolarmente dai servizi di trasporto aereo.

Inoltre, l’impatto sui prezzi e la concessione dei diritti di emissione vanno ulteriormente esaminati. Considerata la situazione geografica dell’Irlanda, l’aviazione è un elemento critico delle nostre infrastrutture e i servizi di trasporto aereo sono di vitale importanza per ragioni socioeconomiche. Di conseguenza s’impone un mercato competitivo fra operatori nel settore del trasporto aereo per la competitività economica dell’Irlanda.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. – (SV) Noi conservatori svedesi vorremmo che il trasporto aereo fosse incluso nel sistema europeo di scambio delle quote di emissione. Sarebbe una soluzione efficace ed equa per internalizzare i costi ambientali provocati dal trasporto aereo, in linea col principio “chi inquina paga”.

Deploriamo che il governo svedese abbia deciso di applicare un accordo speciale per le tasse sui voli in Svezia. E’ una scelta che comporta la distorsione della concorrenza e indebolisce la competitività svedese, mentre per l’ambiente comporta solo vantaggi scarsi o assenti del tutto, se comparati a quelli che ha prodotto l’introduzione dello scambio delle quote di emissione per il settore aereo.

Il fatto che la relazione sostenga l’introduzione di un sistema separato di scambio delle quote di emissione implica che noi conservatori svedesi non possiamo dare il nostro appoggio. Un sistema separato significa che rischiamo di conseguire una riduzione complessivamente inferiore delle emissioni di gas a effetto serra e, per di più, a costi molto più elevati del necessario. Noi conservatori svedesi riteniamo che lo scambio delle quote di emissione debba essere introdotto, ma ciò va fatto nel modo giusto.

Il drastico calo del costo dei voli in Europa costituisce un’evoluzione fondamentalmente positiva che ha portato prosperità, libertà di circolazione e interazione tra i popoli. Deploriamo che il relatore e la maggioranza in questo Parlamento sembrino essere di opinione contraria e, pertanto, non appoggiamo le richieste, contenute nella relazione, di effettuare ulteriori e svariati aumenti di tasse relativamente al trasporto aereo.

 
  
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  Robert Evans, Mary Honeyball e Linda McAvan (PSE), per iscritto. – (EN) I deputati laburisti al Parlamento europeo sottoscrivono in pieno i provvedimenti per contrastare l’impatto del trasporto aereo sui cambiamenti climatici. Sosteniamo il principio dell’inclusione delle emissioni del settore aereo nel sistema di scambio delle quote (ETS) e chiediamo alla Commissione di avanzare proposte praticabili. Ci siamo astenuti per quanto riguarda alcuni paragrafi della relazione che erano contraddittori o le cui implicazioni non erano state pienamente valutate o calcolate.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) Voterò a favore della relazione sulla riduzione dell’impatto del trasporto aereo sui cambiamenti climatici. Il trasporto aereo è una delle fonti di gas a effetto serra in più rapida crescita.

Nel sollevare quest’importante questione sono quasi completamente d’accordo con la relatrice. Tuttavia, alcune delle sue proposte – per esempio l’introduzione immediata della tassazione del kerosene agendo sull’IVA o di tutti i voli intracomunitari, o ancora l’istituzione di un sistema separato di scambio di quote di emissione per il trasporto aereo – non sono state quantificate in termini di costi e non ne è stato valutato l’impatto.

I problemi dovuti alla perifericità della mia regione nel sudovest dell’Inghilterra implicano ugualmente la necessità di dedicare particolare attenzione alle sue aree più isolate, come la Cornovaglia e le Isole di Scilly. Nel caso di Gibilterra, l’atteggiamento delle autorità spagnole ha creato una situazione particolarmente complessa di isolamento sia geografico che politico. Pertanto mi aspetto che la Commissione si avvalga della relazione per avanzare proposte di azioni che siano realizzabili e siano state quantificate in termini di costi.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Sì, il trasporto aereo è uno degli elementi del cambiamento climatico. Benché, nel corso degli ultimi quarant’anni, il carburante per aerei sia diventato sempre più efficiente, nello stesso tempo il consumo complessivo di carburante è aumentato a causa della grande espansione del traffico aereo. Occorre evitare che si crei una situazione in cui le emissioni del settore aereo diventino un fattore fra quelli che, a lungo termine, contribuiscono in maggior misura al cambiamento climatico.

Non esiste una soluzione tecnica rapida. Ecco perché è indispensabile insistere simultaneamente sia sull’integrazione dell’impatto del settore aereo sul sistema comunitario di scambio dei diritti di emissione che sulla ricerca, migliorando la gestione del traffico aereo e introducendo l’imposta energetica.

Tuttavia, questa nuova sortita nei confronti del cambiamento climatico non va intrapresa a qualunque prezzo.

Il sistema da attuare non deve penalizzare le compagnie aeree europee sul mercato mondiale e sarà bene evitare anche qualsiasi concorrenza sleale con altri tipi di trasporti.

Le scelte che la Commissione opererà prossimamente nella sua proposta legislativa sono dunque di capitale importanza, e le diverse opzioni andranno valutate molto attentamente.

Esorto la Commissione a proporre soluzioni razionali, sia in termini economici che in termini ambientali. Deve evitare a ogni costo di istituire un sistema nocivo in cui il peso della burocrazia escluda il settore aereo europeo dalla competizione nel mercato internazionale.

 
  
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  Caroline Jackson e Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. – (EN) I conservatori britannici hanno votato a favore della relazione perché riconosciamo l’impatto sui cambiamenti climatici delle emissioni del settore aereo, che rappresentano circa il 4 per cento delle emissioni di carbonio nell’Unione, mentre il traffico aereo è destinato a raddoppiare entro il 2020 rispetto al 2003.

Siamo favorevoli all’inclusione delle emissioni del trasporto aereo in un sistema di scambio delle quote, aggiungendo tali emissioni nel sistema attuale o magari nell’ambito di un sistema più ristretto. Ciò permetterebbe alle linee aeree di cooperare con le autorità nazionali e comunitarie nell’applicazione di norme che soddisfino l’obiettivo di raggiungere gli standard ambientali più elevati possibili senza penalizzare eccessivamente i viaggiatori della Comunità e, se tali norme avessero effetto sia per i voli all’interno dell’Unione che per quelli verso l’esterno dell’Unione, gli operatori sosterrebbero costi non maggiori di quelli dei loro concorrenti non comunitari. Qualunque sistema comunitario finirebbe per funzionare meglio se facesse parte di una strategia globale.

Non siamo favorevoli all’introduzione di una tassa sul kerosene, né all’inclusione del settore del trasporto aereo nell’ambito del sistema dell’IVA. Non vogliamo danneggiare questo settore né deludere le ragionevoli aspettative da parte del pubblico di un abbassamento dei prezzi dei viaggi aerei.

Confidiamo che la Commissione impari dai suoi precedenti errori per quanto riguarda il sistema di scambio delle quote di emissione e che ne istituisca uno per il settore del trasporto aereo.

 
  
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  Caroline Lucas (Verts/ALE), per iscritto. – (PT) L’aereo è il mezzo più utilizzato per percorrere lunghe distanze e ciò ha prodotto un pesante impatto ambientale causato dalle emissioni di gas a effetto serra.

Ritengo che l’imposizione fiscale sulle emissioni prodotte e il commercio dei diritti di emissione siano un sistema appropriato per affrontare il problema. Inoltre approvo l’inclusione in questa proposta dei voli interni e di quelli che partono o arrivano nel territorio dell’Unione, nonché la creazione di uno spazio aereo unico europeo che permetterà di ridurre le rotte aeree.

Penso tuttavia che occorra prestare attenzione al caso particolare costituito dalle regioni isolate e ultraperiferiche che sono di difficile accesso e perciò dipendono altamente dal trasporto aereo.

Pertanto sostengo la relazione solo perché è stato approvato l’emendamento che prevede che si presti particolare attenzione alle regioni ultraperiferiche e alle regioni isolate, che sarebbero state gravemente danneggiate se si fossero applicate uniformemente in tutto lo spazio europeo nuove tasse sul trasporto aereo.

 
  
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  Sérgio Marques (PPE-DE), per iscritto. – (PT) L’aereo costituisce il mezzo più usato per percorrere lunghe distanze, ma le emissioni che produce contrastano con l’obiettivo globale che consiste nel ridurle.

Le misure proposte dalla relazione, in particolare l’imposizione di tasse sulle emissioni e il commercio dei diritti di emissione, costituiscono a mio avviso un sistema appropriato per affrontare il problema dell’impatto del settore aereo.

Un’altra proposta importante della relazione è costituita dall’inclusione dei voli interni e di tutti quelli che partono o arrivano nel territorio dell’Unione, per non creare squilibri di mercato. La relazione propone inoltre la creazione di uno spazio aereo unico europeo, che permetterà di ridurre le rotte aeree e con esse anche le emissioni gassose, grazie alla possibilità di avere voli più diretti.

C’è, tuttavia, un dettaglio di cui tenere conto, ovvero il caso a sé stante delle regioni isolate e ultraperiferiche. Pertanto sostengo la relazione perché è stato approvato l’emendamento che prevede che si presti particolare attenzione alle regioni ultraperiferiche e alle regioni isolate, che sarebbero state gravemente danneggiate se si fossero applicate uniformemente in tutto lo spazio europeo nuove tasse sul trasporto aereo. Considerato che raggiungere queste regioni è difficile e richiede tempi lunghi, il trasporto aereo riveste per loro un’estrema importanza.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione Lucas sull’impatto del trasporto aereo sui cambiamenti climatici. Sottoscrivo in pieno i provvedimenti per contrastare l’impatto del trasporto aereo sui cambiamenti climatici. Inoltre sostengo il principio dell’inclusione delle emissioni del settore aereo nel sistema di scambio delle quote di emissione e spero che la Commissione avanzi una proposta praticabile. Mi sono astenuto per quanto riguarda alcuni paragrafi semplicemente perché ritengo che l’impatto delle proposte non sia stato ancora pienamente valutato. Per esempio, mi sono astenuto in merito alla richiesta di abolire l’esenzione IVA per il trasporto aereo perché non è chiaro se questo contribuirà a contrastare i cambiamenti climatici o servirà soltanto a danneggiare i viaggiatori meno agiati.

 
  
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  Claude Moraes (PSE), per iscritto. – (EN) Sottoscrivo in pieno i provvedimenti per contrastare l’impatto del trasporto aereo sui cambiamenti climatici e il principio dell’inclusione delle sue emissioni nel sistema di scambio delle quote di emissione (ETS), nonché l’appello alla Commissione affinché avanzi proposte praticabili. Mi sono astenuto per quando riguarda alcuni paragrafi della relazione che erano contraddittori o le cui implicazioni non erano state pienamente calcolate.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) Più di un anno fa, assieme a tredici dei miei colleghi belgi deputati al Parlamento europeo, ho firmato una petizione pubblicata su La Libre Belgique che chiedeva ai venticinque capi di Stato e di governo di andare oltre gli obiettivi del Protocollo di Kyoto.

Tra le proposte avanzate, quella prioritaria riguardava l’inclusione delle emissioni dei settori del trasporto aereo e del trasporto marittimo nei prossimi piani in materia di tutela del clima.

E’ per questo che mi rallegro oggi del vostro voto ambizioso sulla relazione Lucas, che anticipa tutta una serie di misure per combattere l’impatto ambientale del settore aereo, fra cui, in particolare, la fine dell’esenzione IVA sul carburante.

La situazione attuale è inquietante. Le emissioni prodotte dal trasporto aereo vanificano un quarto degli esigui risultati ottenuti nella lotta contro i gas a effetto serra. Voglio essere chiara: non si tratta di tassare indiscriminatamente, ma di porre fine a uno squilibrio che non invoglia a sufficienza il settore aereo a investire nelle nuove tecnologie, e il primo a soffrirne è l’ambiente. Il riscaldamento del pianeta è la sfida maggiore del XXI secolo, e certamente l’Europa deve continuare a dare l’esempio.

 
  
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  Peter Skinner (PSE), per iscritto. – (EN) Condivido lo spirito generale della relazione, ma credo che ci siano ancora problemi rilevanti per quanto riguarda l’esito del voto di oggi: in primo luogo, l’impatto di tali proposte non è stato ancora, in gran parte, quantificato in termini di costi e gli effetti sono sproporzionati; secondariamente, il sistema di scambio delle quote di emissione dovrebbe includere il settore del trasporto aereo, ma non occorre approntare un sistema separato che funzioni per conto proprio. Ciò pregiudicherebbe il sistema corrente.

In alcuni punti la relazione è in contrasto con le proposte pienamente attuabili della Commissione e pertanto ha poco senso.

 
  
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  Margie Sudre (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Benché l’obiettivo costituito dalla riduzione dell’impatto del trasporto aereo sui cambiamenti climatici, in particolare attraverso la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, sia altamente encomiabile, ritengo necessario che il Parlamento tenga conto della situazione delle regioni più isolate della Comunità europea.

Se l’abolizione dell’esenzione IVA di cui beneficia il trasporto aereo e l’istituzione di una tassa sul kerosene divenissero realtà, gli effetti sull’economia delle regioni più isolate e sulla mobilità delle loro popolazioni sarebbero disastrosi.

Ciò si verificherebbe soprattutto nel caso delle regioni insulari, che non hanno strade né ferrovie che li colleghino al resto dell’Unione, e ancor più nel caso delle regioni ultraperiferiche, nelle quali la circolazione delle persone dipende esclusivamente dal trasporto aereo.

Vorrei ringraziare i deputati al Parlamento europeo per avere adottato il mio emendamento nel quale chiedevo che la normativa comunitaria prestasse particolare attenzione ai territori più isolati che dipendono fortemente dal trasporto aereo, e, in particolare, alle isole e alle regioni ultraperiferiche, dove le alternative al trasporto aereo sono estremamente limitate o del tutto inesistenti.

 
  
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  Glenis Willmott (PSE), per iscritto. – (EN) Sottoscrivo in pieno i provvedimenti per contrastare l’impatto delle emissioni del trasporto aereo sui cambiamenti climatici nell’ambito del sistema di scambio delle quote di emissione ed esorto la Commissione ad avanzare proposte praticabili.

Mi sono astenuto per quando riguarda alcuni paragrafi della relazione che erano contraddittori o le cui implicazioni non erano state pienamente valutate o calcolate.

 
  
  

Relazione Lamassoure (A6-223/2006)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore dell’eccellente relazione della mia collega, onorevole Korhola, sul compromesso raggiunto con il Consiglio europeo sul progetto di regolamento del Parlamento e del Consiglio europeo riguardante l’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale. Mi compiaccio che si sia agito con buonsenso nell’affrontare questa difficile questione, la cui complessità ha ritardato l’adozione di tale atto normativo. E’ eccellente la trasparenza conseguita per i programmi finanziati dalla Banca europea per gli investimenti. Il ruolo delle organizzazioni non governative (ONG) è stato giustamente definito in questo dispositivo facendo riferimento alle ONG “responsabili”. Nel complesso, il compromesso raggiunto dalla delegazione del Parlamento, guidata dall’onorevole Vidal-Quadras, è soddisfacente e ben equilibrato. L’adozione in sede di terza lettura è, infine, un successo per il Parlamento europeo.

 
Ultimo aggiornamento: 31 agosto 2006Avviso legale