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Procedura : 2006/2118(INI)
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Testi presentati :

A6-0269/2006

Discussioni :

PV 26/09/2006 - 12
CRE 26/09/2006 - 12

Votazioni :

PV 27/09/2006 - 5.11
CRE 27/09/2006 - 5.11
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2006)0381

Discussioni
Mercoledì 27 settembre 2006 - Strasburgo Edizione GU

6. Dichiarazioni di voto
PV
  

– Relazione Roure (A6-0192/2006)

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signor Presidente, ho votato a favore della relazione Roure perché, per gli Stati Uniti, la lotta contro il terrorismo è un comodo pretesto per costringere altri paesi a fornire informazioni sui dati personali dei loro cittadini. Ma secondo le norme europee sulla tutela dei dati personali, gli Stati Uniti sono un paese terzo non sicuro in materia di dati personali – un fatto che è in contrasto con l’accordo sui dati dei passeggeri, già criticabile di per sé. Sembrerebbe, inoltre, che anche le banche sarebbero ricattate affinché rivelino informazioni sui movimenti di capitali. Mentre c’è d’augurarsi che tutto questo sia fatto solo per scopi meritori, l’Unione europea deve smetterla di legittimare il concetto di persona trasparente e deve prendere nuovamente sul serio la questione della protezione dei dati.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La relazione è chiaramente un ulteriore passo verso l’armonizzazione totale dei sistemi giudiziari penali degli Stati membri. Come al solito, le proposte di questo tipo hanno bisogno di un lungo e complicato processo perché si possa arrivare a un compromesso tra i paesi. La Lista di giugno è da sempre fervente sostenitrice del diritto degli Stati membri all’autodeterminazione per quanto riguarda la legislazione in campo penale e tiene molto alla certezza del diritto. Inter alia, la relazione autorizzerebbe privati ad accedere, in determinate condizioni, a dati personali altamente sensibili – un fatto nuovo che, a parere della Lista di giugno, non offre sufficienti garanzie legali. E’ vero che gli emendamenti del Parlamento danno alcune garanzie di certezza del diritto per i singoli individui, però la proposta nel suo complesso rappresenta un grande passo verso il controllo sovranazionale del fulcro su cui si impernia il diritto all’autodeterminazione di ogni paese in cui vige lo Stato di diritto, ovvero il diritto penale.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Il Partito comunista greco ha votato contro la relazione perché, nonostante i singoli miglioramenti che essa apporta alla proposta di direttiva della Commissione europea, ne accetta in sostanza l’intera filosofia di fondo, che non è altro che l’illimitata e, da un punto di vista pratico, incontrollabile possibilità per l’accusa e per i meccanismi repressivi, non solo degli Stati membri dell’Unione europea ma anche di paesi terzi (ovvero gli USA) e persino di privati, di raccogliere, elaborare e scambiare tutti i dati personali di ogni cittadino dell’Unione europea, compresi i dati relativi alle loro attività politiche e sindacali e alle loro convinzioni ideologiche, filosofiche e religiose.

Gli occhi di questo gigantesco meccanismo di registrazione dati promosso dall’Unione europea sono ora puntati su tutti i cittadini europei, visto che i dati personali di ogni persona possono essere raccolti e trasmessi senza neanche il sospetto di un reato, soltanto per ragioni di ordine pubblico e di sicurezza.

Il diritto alla privacy e alla tutela dei dati personali viene praticamente abolito poiché, con la proposta direttiva sulla cosiddetta protezione dei dati personali, le eccezioni a tale protezione sono istituzionalizzate come norma, attraverso un semplice e non verificabile riferimento a ragioni di pubblica sicurezza, mentre la protezione dei dati diventa l’eccezione, che è praticamente quasi impossibile da imporre.

 
  
  

– Relazione Díaz de Mera García Consuegra (A6-0276/2006)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Díaz de Mera García Consuegra sulla proposta di decisione del Consiglio europeo concernente il programma PERICLE per la protezione dell’euro dalle contraffazioni. Si tratta di una questione essenziale per il corretto funzionamento della moneta unica. Sono molto lieto che la decisione venga ora estesa anche agli Stati membri che non hanno adottato l’euro. E’ importante rilevare che, mentre il numero delle banconote falsificate sembra essersi stabilizzato intorno a 50 000 unità al mese, stiamo assistendo a un preoccupante, fortissimo aumento dei casi di contraffazione delle monete. Dovremmo pertanto valutare l’opportunità di introdurre le banconote da un euro, sull’esempio delle banconote da un dollaro degli Stati Uniti d’America, non solo per prevenire le contraffazioni ma anche perché il loro uso sarebbe comodo per il commercio e per i cittadini.

 
  
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  Fernand Le Rachinel (NI), per iscritto. – (FR) L’introduzione dell’euro e il conseguente ritiro dalla circolazione delle valute degli Stati membri ha prodotto un unico effetto positivo: la diminuzione delle contraffazioni.

Nel 2005 sono state sequestrate monete di euro false in misura notevolmente inferiore rispetto alla quantità di monete false delle valute nazionali che venivano sequestrate prima dell’introduzione dell’euro.

Questo è il risultato, in particolare, della costruttiva collaborazione tra l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF), la Banca centrale europea, Europol, Interpol e le competenti autorità nazionali.

In aggiunta al fenomeno della falsificazione vera e propria, di recente hanno cominciato a circolare monete talmente simili a quelle da due euro da ingenerare confusione; dal 1o gennaio 2005, infatti, la Turchia ha una nuova moneta, detta la “nuova lira turca”. Guardando la nuova moneta da una lira, vi potrete accorgere che ha esattamente le stesse dimensioni e lo stesso aspetto della moneta da due euro. Si tratta di una coincidenza o di un astuto caso di contraffazione? E’ ancora tutto da vedere.

Il problema è che queste monete turche stanno già circolando in Europa, chiaramente in previsione dell’adesione della Turchia all’Unione europea, come annunciato dai nostri leader ed eurocrati in dispregio della volontà delle stesse nazioni europee.

Dobbiamo essere vigili. La Turchia è più che mai alle porte dell’Europa.

 
  
  

– Relazione Díaz de Mera García Consuegra (A6-0277/2006)

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. – (SV) Mi sono astenuto dal voto sulla relazione perché credo che l’Unione europea dovrebbe investire altrettante risorse per proteggere la corona svedese e le altre valute europee di quelle che investe per proteggere l’euro. La lotta contro la falsificazione è, ovviamente, una cosa buona in sé, soprattutto se si fonda sulla collaborazione e su consultazioni, non su maggiori controlli di polizia.

 
  
  

– Relazione Demetriou (A6-0268/2006)

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI).(FR) Signor Presidente, non abbiamo votato a favore della relazione dell’onorevole Demetriou, benché migliori sostanzialmente la proposta di decisione quadro presentata dal Consiglio. Perché non l’abbiamo votata? Perché, nonostante tutto, l’intero strumento resta particolarmente ambiguo. Che cosa significa esattamente che saranno prese in considerazione le decisioni penali adottate in uno Stato membro? Per evitare l’applicazione della norma ne bis in idem, onde evitare doppie condanne ingiuste? Ciò sarebbe perfettamente naturale.

Oppure, al contrario, significa prenderle in considerazione per indicare che una persona è colpevole per fatti che non sono considerati reati penali nel suo paese di origine? Lo storico David Irving, ad esempio, oggi ingiustamente detenuto in Austria per reato di opinione, quando presto ritornerà nel suo paese, come ci auguriamo, verrà considerato come un criminale e un recidivo, mentre è senza dubbio il maggior storico britannico della Seconda guerra mondiale?

Queste sono alcune delle ambiguità che presenta il testo e che giustificano la nostra reticenza, tanto più che esiste già una convenzione sulla questione, la Convenzione del 1970. Come giustamente indicato nella relazione, una decisione quadro non può modificare unilateralmente una convenzione internazionale. Ciò solleva inoltre il problema di quegli Stati che non sono membri dell’Unione europea, ma che hanno comunque ratificato la convenzione. Tale riserva, che abbiamo manifestato fin dalla ratifica, pone un nuovo problema nel diritto internazionale, che preferiamo risolvere secondo i termini delle convenzioni internazionali.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore dell’ottima relazione dell’onorevole Demetriou sulla proposta di decisione quadro del Consiglio relativa alla considerazione delle sentenze di condanna tra Stati membri dell’Unione europea in occasione dell’apertura di un nuovo procedimento penale. Il funzionamento del mercato unico e la mobilità degli europei all’interno dell’Unione europea rendono indispensabile definire le condizioni alle quali la condanna pronunciata in uno Stato membro deve essere presa in considerazione nel quadro di nuovi procedimenti giudiziari per fatti diversi commessi in un altro Stato membro. E’ quindi essenziale istituire il principio del reciproco riconoscimento delle condanne, insieme alla raccolta e allo scambio delle informazioni appropriate che ne sono il naturale corollario. Si tratta di una condizione necessaria, benché non sufficiente, per andare verso uno spazio giudiziario europeo, nella convinzione che la democrazia europea debba basarsi sul diritto e che, viceversa, il diritto debba scaturire dalla democrazia.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) La Lista di giugno ritiene che la certezza del diritto per i singoli sia una questione molto importante, su cui non si deve transigere. Il diritto penale è alla base della sovranità e del diritto di autodeterminazione di un paese. E’ indubbio che in seno all’Unione europea esistono attualmente culture giuridiche molto diverse fra loro, proprio come esistono atteggiamenti molto diversi nei confronti della certezza del diritto e dell’imparzialità dei tribunali. La proposta rischia di minare la Convenzione dell’Aia, che amministra la sfera internazionale dei tribunali penali, sottoscritta nel 1972 e che da allora ha operato con successo.

La Lista di giugno ritiene in realtà che l’emendamento del Parlamento sia concepito meglio, ma ritiene anche che la proposta nel suo insieme costituisca un ulteriore passo verso un’Unione sovranazionale. Pertanto, per principio, votiamo contro la proposta.

 
  
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  Sylvia-Yvonne Kaufmann (GUE/NGL), per iscritto. – (DE) Un principio assoluto in tutti codici moderni di diritto penale è quello del nulla poena sine lege, secondo cui le sanzioni penali possono essere applicate solo ad azioni che, nel momento in cui sono state compiute, erano punibili in quanto reato.

In relazione alla decisione quadro in questione, ciò significa che una condanna emessa precedentemente in uno Stato A potrebbe non essere tenuta in considerazione in un nuovo processo penale in uno Stato B, se il fatto in questione non costituiva reato secondo le leggi dello Stato B. Dal momento che, in ultima analisi, ciò può essere stabilito solo da un giudice dello Stato B, ad esempio, ripetendo l’intero procedimento dello Stato A, inclusa la raccolta delle prove – il che comporterebbe fra l’altro riascoltare i testimoni e non sarebbe né auspicabile né fattibile –, deve essere sufficiente che il giudice abbia buone ragioni per dubitare che l’azione fosse punibile. Qualora un giudice abbia tali dubbi, non gli dovrebbe essere consentito di tenere in considerazione la condanna precedente.

E’ deplorevole che ciò non venga esplicitamente indicato nella decisione quadro. Avrei presentato un emendamento in proposito, se il tempo disponibile per la discussione degli emendamenti in sede di commissione non fosse scaduto, visto che il termine per consegnarli cadeva durante la pausa estiva e il voto si è svolto immediatamente dopo, senza ulteriori discussioni da parte della commissione. Trovo che ciò sia assai deplorevole, dal momento che con un po’ di tempo in più si sarebbe potuto evitare il problema che ho descritto.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Occorre sottolineare che la collaborazione più che l’armonizzazione deve essere alla base di qualsiasi misura in quest’ambito. La relazione ha senza dubbio il suo valore, tuttavia va ribadita con forza l’importanza fondamentale del rispetto delle diverse tradizioni giuridiche nazionali, piuttosto che seguire un percorso troppo prescrittivo. Pertanto, insieme ai colleghi del Partito conservatore britannico, mi sono astenuto sulla relazione.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La relazione si muove nella direzione dell’omogeneizzazione delle regole di procedura penale e la “comunitarizzazione” del diritto penale a livello europeo, nel quadro dell’attuazione del programma dell’Aia sulla creazione di uno spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia.

Essa ha proposto l’emendamento seguendo una direzione ancora più reazionaria della proposta di decisione della Commissione, nella quale si prevede la possibilità per uno Stato membro di tener conto di una pena inflitta a un cittadino in un altro Stato membro dell’Unione anche se l’azione per la quale questi è stato condannato non è reato ai sensi del diritto dello Stato considerato.

In tal modo, la normativa volta a unificare l’Europa ha aggiunto un ulteriore strumento allo sforzo di imporre al diritto penale nazionale gli accordi sovranazionali dell’Unione europea, che determinerà quali azioni siano da considerarsi come criminali.

Si tratta dell’ennesimo provvedimento che toglie fiato alle libertà personali, prende di mira il movimento di massa popolare e crea le precondizioni per classificare come criminali le azioni di lotta del movimento.

Il partito comunista greco ha votato contro la relazione e fa appello ai lavoratori affinché promuovano azioni mediante il movimento di massa popolare, per difendere i diritti democratici e le libertà popolari.

 
  
  

– Relazione Capoulas Santos (A6-0271/2006)

 
  
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  Christopher Heaton-Harris (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, ho votato contro le indicazioni del mio partito riguardo alla relazione dell’onorevole Capoulas Santos sull’accordo di pesca con la Guinea Bissau. Nel corso degli ultimi sette anni mi sono sempre più interessato alla natura dei vari accordi di pesca che l’Unione europea ha sottoscritto con molti paesi diversi, e questo si riflette nel mio comportamento di voto fino a questo momento.

Qualche anno fa ho letto la relazione della Corte dei conti su alcuni di questi accordi di pesca, nella quale si sollevavano specifiche domande e dubbi sui reali benefici per i paesi interessati. Indubbiamente ci sono pochi benefici per le comunità di pesca locali e non c’è alcun beneficio per l’ecologia delle riserve di pesca locali. Condanno in particolare il fatto che l’Unione europea acquisisca a basso costo i diritti di pesca a tutto vantaggio degli abusi delle ricche flotte di pescherecci, principalmente spagnole; pertanto ho votato contro questa particolare relazione.

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La proroga dell’accordo di pesca permetterà una migliore preparazione del nuovo accordo di partenariato fra l’Unione europea e la Guinea Bissau.

Attualmente la difficoltà principale per la flotta comunitaria riguarda l’evidente mancanza di risorse di controllo e sorveglianza della zona economica esclusiva del paese, ovvero fuori dalla zona delle 12 miglia. La mancanza di tali risorse si traduce in pratiche illecite che mettono a repentaglio la sostenibilità delle attività di pesca della flotta comunitaria.

La proroga manterrà inoltre le opportunità di pesca della flotta europea e permetterà al governo della Guinea Bissau di garantire migliori pratiche di pesca all’Unione europea sulla base della sostenibilità delle risorse interessate.

Voterò a favore della relazione.

 
  
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  Alyn Smith (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Oggi ci viene chiesto di approvare un altro accordo di pesca che esporta le nostre disastrose politiche in un paese terzo. Tali accordi non aiutano lo sviluppo, la protezione ambientale o la credibilità dell’Unione europea e continuerò a votarvi contro.

 
  
  

– Relazione Pittella (A6-0284/2006)

 
  
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  Christopher Heaton-Harris (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, non ho votato il progetto di bilancio rettificativo n. 4/2006, ovvero la relazione dell’onorevole Pittella, e non perché non abbia rispetto per il relatore – in realtà ho un grande rispetto per l’onorevole Pittella e sono certo che questo particolare aggiustamento di bilancio sia corretto. Ma sono in disaccordo per quanto riguarda il procedimento: un voto a maggioranza qualificata senza indicazione di voto, nessun controllo del voto in Aula e assolutamente nessuna verifica del procedimento alla base.

Vorrei esprimere molte delle preoccupazioni dei miei elettori in relazione al bilancio europeo. Di recente ho partecipato a incontri sia a Daventry che a Brixworth, nella mia regione, dove è stata espressa la preoccupazione sul fatto che il bilancio non venga speso o attuato correttamente. Trasferire enormi somme di denaro da una linea di bilancio all’altra, cosa che non riflette la visione politica equilibrata del Parlamento al momento del processo di bilancio, è un preoccupante sviluppo che si verifica sempre più spesso. Pertanto non ho votato la relazione dell’onorevole Pittella.

 
  
  

– Relazione Pittella (A6-0283/2006)

 
  
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  Lena Ek, Cecilia Malmström e Anders Wijkman (PPE-DE), per iscritto. (SV) Oggi abbiamo votato su un bilancio rettificativo che riguarda le entrate del bilancio dell’Unione europea. Il bilancio rettificativo include, ad esempio, il nuovo calcolo dei contributi necessari per finanziare lo sconto britannico. Riteniamo ingiusto e antiquato che a uno Stato membro sia stata riconosciuta questa posizione unica, e a tale proposito desideriamo sottolineare l’importanza di una revisione del bilancio dell’Unione europea per il 2008/2009. E’ essenziale che la revisione prenda in esame lo sconto britannico e la politica agricola comune.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) Abbiamo votato contro la relazione perché respinge il progetto di bilancio rettificativo n. 3 del Consiglio dei ministri. Diversamente dalla maggioranza della commissione per i bilanci, riteniamo che il Consiglio dei ministri abbia l’assoluto diritto di ridistribuire le spese fra le diverse Istituzioni dell’Unione europea durante la procedura di bilancio, qualora lo reputi giusto.

 
  
  

– Relazione Jöns (A6-0300/2006)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Con l’adozione del programma PROGRESS, tutte le azioni comunitarie in precedenza ripartite tra programmi diversi sono state unificate, ad esempio la lotta contro le discriminazioni, la strategia comunitaria per la parità tra uomini e donne, incentivi nell’ambito dell’occupazione, attività relative alle condizioni di lavoro e interventi nell’ambito della lotta alle discriminazioni sociali.

Nel corso del dibattito e della fase di negoziazione siamo stati in grado di migliorare diversi aspetti della proposta originale della Commissione relativa al programma PROGRESS, che attualmente comprende una serie di proposte avanzate dal nostro gruppo, per conto del quale ho stilato un progetto a nome della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere. Tuttavia, non è stato purtroppo modificato l’aspetto fondamentale riguardante la concessione di cofinanziamenti. Ciò rappresenta un passo indietro per le associazioni che lavorano nel campo della povertà e dell’esclusione sociale, considerato che i contributi sono scesi dal 90 per cento negoziato nel 2001 all’attuale tasso dell’80 per cento, una percentuale bassa per tutte le associazioni. Possono presentarsi delle eccezioni, ma potrebbe essere difficile riuscire ad approvarle.

Questa è la principale motivazione alla base della nostra astensione sulla relazione che adotta il programma PROGRESS.

 
  
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  Roger Helmer (NI), per iscritto. (EN) Come gran parte di ciò che avviene in questo Parlamento, gli obiettivi del programma in esame nascono secondo le migliori intenzioni.

Tuttavia, dubito che si otterranno effetti pratici considerevoli. Il bilancio proposto di 650 milioni di euro è al contempo troppo e troppo poco: troppo in quanto tale somma, utilizzata in maniera giudiziosa, potrebbe potenzialmente portare a risultati positivi; troppo poco perché con una cifra di circa 1,50 euro per ogni cittadino comunitario non si possono realizzare i cambiamenti su vasta scala previsti. Gran parte dei fondi sarà utilizzata per l’amministrazione, l’assegnazione e la valutazione, e molto poco per il conseguimento dei risultati.

Quando impareremo mai? Ci troviamo ancora una volta di fronte a programmi come questo, pieni di buone intenzioni non mantenute. Tuttavia continuiamo a provarci. E’ il trionfo della speranza sull’esperienza.

Eppure ci troviamo qui, di fronte all’ennesimo tentativo centralizzato di mettere ordine nell’universo. Mi consenta di essere brutalmente onesto. L’effetto principale di tali misure sarà quello di dare al Parlamento la sensazione di avere “fatto qualcosa”. Ci ricopre di un manto di moralismo. Ma questo passerà inosservato tra coloro che intendiamo aiutare.

Stiamo perdendo tempo mentre Roma brucia. O, forse, dovrei dire che stiamo perdendo tempo mentre il Trattato di Roma brucia.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. – (FR) Per il periodo 2007-2013 il programma PROGRESS intende assorbire in un testo unico i programmi comunitari in materia di protezione sociale, condizioni di lavoro e così via. Questo calderone non è altro che un ulteriore strumento socialmente inutile sulla stessa linea dell’inefficace “strategia di Lisbona” per la crescita economica europea.

Inoltre, è perfettamente chiaro che tale programma ha alla base una tendenza di tipo ideologico. Sebbene la parità tra uomini e donne e la considerazione delle necessità dei disabili siano obiettivi del tutto encomiabili, la difesa di “individui potenzialmente esposti a discriminazione fondata sulla razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali” può essere un modo per mettere a tacere l’opposizione all’attuale politica sull’emigrazione messa in atto dagli Stati membri, che da trent’anni minaccia i nostri sistemi di protezione sociale.

Senza considerare i costi, questo progetto rafforza i poteri della burocrazia europea a Bruxelles, che è in gran parte responsabile della rovina di molte delle nostre industrie, della distruzione delle nostre campagne e pertanto della regressione sociale cui i cittadini europei devono far fronte.

Solo una nuova Europa delle nazioni, che si basa sulla solidarietà nazionale, consentirà un reale progresso sociale nei nostri paesi.

 
  
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  Sérgio Marques (PPE-DE), per iscritto. (PT) L’obiettivo generale del programma comunitario per l’occupazione e la solidarietà sociale PROGRESS è quello di fornire sostegno finanziario per l’attuazione degli obiettivi dell’Unione nel settore dell’occupazione e degli affari sociali e contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’agenda sociale nel contesto della strategia di Lisbona.

L’accordo politico parziale su una posizione comune comprende già gran parte degli emendamenti del Parlamento al testo della proposta. In linea generale, il Parlamento, il Consiglio e la Commissione hanno seguito lo stesso approccio in relazione a tale programma.

Pertanto, sono pienamente favorevole al testo della posizione comune, che crea le condizioni per una rapida adozione della proposta di decisione che istituisce il programma. Questo testo non cambia la sostanza della proposta originale della Commissione, ma conferisce maggiore chiarezza e trasparenza all’attuazione del programma e soprattutto alle questioni di bilancio.

 
  
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  José Albino Silva Peneda (PPE-DE), per iscritto. (PT) Dal momento che l’Europa invecchia e l’economia è sempre più globalizzata, diventa sempre più necessario conferire particolare importanza alla politica sociale, onde rafforzare la coesione sociale e regionale in Europa.

Il programma PROGRESS è qualcosa di più che un importante strumento di politica sociale. Esso tende a dimostrare che il Parlamento riconosce che la politica pubblica continua a svolgere un ruolo centrale nella promozione di occupazione, protezione sociale, inclusione sociale, condizioni di lavoro favorevoli, lotta contro la discriminazione, diversità e parità tra uomini e donne.

Naturalmente l’Europa deve valutare quali indicatori di crescita economica vanno migliorati.

Affinché questo accada, però, occorre che gli Stati membri comprendano che il progresso deve essere raggiunto secondo precisi punti chiave, quali la realizzazione di progressi più concreti nella costruzione del mercato interno.

Comprendere che abbiamo bisogno di maggiore Europa e di meno interessi personali è un ulteriore fattore essenziale per il successo della politica di coesione sociale e regionale.

Accolgo con favore la semplificazione che PROGRESS apporterà, continuando a sviluppare attività avviate da quattro programmi precedenti, in linea con l’intenzione della Commissione di consolidare e ottimizzare gli strumenti finanziari dell’Unione europea.

 
  
  

– Relazione Krehl (A6-0281/2006)

 
  
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  Bernadette Bourzai (PSE), per iscritto. (FR) Ho votato per il parere conforme alla proposta di decisione del Consiglio sugli orientamenti strategici comunitari in materia di coesione, ma vorrei sottolineare che la riforma della politica regionale si è svolta non solo nel difficile contesto del rinnovo delle prospettive finanziarie, ma anche nel quadro del rilancio della strategia di Lisbona, che ha chiaramente rivisto i propri obiettivi.

Il fatto è che una revisione che miri esclusivamente all’innovazione, all’economia basata sulla conoscenza e alla competitività nei vecchi Stati membri non basta a garantire gli obiettivi di coesione territoriale e di sviluppo sostenibile, che a mio avviso hanno la priorità.

Deploro in particolare il fatto che la ripartizione degli stanziamenti per quanto riguarda gli obiettivi di Lisbona, insieme alla classificazione della spesa, non si sarebbe dovuta sottoporre all’accordo del Parlamento.

Reputo altresì deplorevole che la dimensione territoriale della coesione non sia stata esplicitamente considerata come orientamento specifico in sé. Tuttavia questo non basta per lo sviluppo delle aree rurali isolate. Mi preoccupa il destino che le attende nel programma, perché ancora non esiste una chiara linea di demarcazione tra l’intervento dal FESR e quello dal FEASR, che fa parte della PAC e dispone di finanziamenti molto limitati.

 
  
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  Brigitte Douay (PSE), per iscritto. (FR) Gli orientamenti strategici comunitari per il periodo 2007-2013 sono stati finalmente adottati dal Parlamento europeo. Ho votato a favore delle raccomandazioni del relatore che approvano tali orientamenti.

Nel corso del dibattito, tuttavia, ho richiamato l’attenzione della Commissione sulla sfida della cooperazione transfrontaliera, che dovrebbe permetterci di ridurre le disparità tra le regioni di frontiera dell’Unione, a condizione che le somme impari assegnate dai Fondi strutturali in base alla nomenclatura statistica non ostacolino l’obiettivo e non accrescano le disuguaglianze.

E’ essenziale che creiamo le condizioni per uno sviluppo economico, sociale e territoriale equilibrato da ambo le parti della frontiera e che prestiamo particolare attenzione ai programmi che mirano alla cooperazione transfrontaliera.

 
  
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  Emanuel Jardim Fernandes (PSE), per iscritto. (PT) La rapida adozione degli orientamenti strategici comunitari in materia di coesione è un fattore di vitale importanza nel processo di programmazione degli aiuti dai Fondi europei in corso negli Stati membri nel campo della riforma della politica di coesione per il periodo 2007-2013, e ha lo scopo di rendere operativi i nuovi programmi finanziari a partire dal 1° gennaio 2007.

Il Parlamento ha espresso la sua opinione sugli orientamenti nel corso della seduta del 18 maggio approvando una risoluzione che si basa sulla relazione Krehl, concernente la preparazione della procedura di parere conforme per gli orientamenti strategici comunitari per il periodo 2007-2013 (politica di coesione a sostegno della crescita e dell’occupazione), cui ho dato il mio appoggio e per cui ho votato di conseguenza.

La raccomandazione sulla proposta di decisione del Consiglio sugli orientamenti strategici comunitari in materia di coesione dell’onorevole Krehl si fonda proprio sulla raccomandazione parlamentare del 18 maggio.

Perciò ho votato di nuovo a favore.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Ora che la maggioranza del Parlamento ha accordato parere conforme agli orientamenti strategici comunitari in materia di coesione per il periodo 2007-2013, gli Stati membri presenteranno i propri quadri nazionali di riferimento.

Non accettiamo il cambiamento implicito in questi orientamenti strategici, perché essi fanno sì che la coesione abbia un ruolo secondario rispetto alla competitività; in altre parole, l’obiettivo della coesione economica e sociale diviene secondario rispetto agli obiettivi della strategia di Lisbona e al loro programma neoliberale di liberalizzazione dei mercati e dei servizi pubblici, promozione della deregolamentazione e della riduzione della sicurezza del lavoro, privatizzazione della sicurezza sociale e svendita dell’insegnamento e della ricerca al miglior offerente.

Si tratta di un programma che, in altri termini, mina la coesione economica e sociale e promuove le disparità territoriali e le disuguaglianze sociali.

L’istituzione di una quota minima di finanziamenti a tale scopo – almeno il 60 per cento per le regioni di convergenza – è pertanto inaccettabile, in quanto mette in opposizione obiettivi contraddittori, soprattutto in un contesto in cui l’entità dei finanziamenti è stata ridotta dallo 0,41 per cento del quadro precedente allo 0,37 per cento del reddito nazionale lordo comunitario.

Ci opponiamo inoltre – specialmente in questo contesto – all’estensione dell’uso dei partenariati tra privato e pubblico.

Pertanto abbiamo espresso voto contrario.

 
  
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  Alyn Smith (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Mi congratulo con la relatrice, onorevole Krehl, per l’equilibrata relazione su questo tema cruciale. In Scozia abbiamo una lunga esperienza di impiego efficace e proficuo dei Fondi strutturali, ed è fondamentale che i finanziamenti continuino a evolvere per soddisfare le necessità dell’Europa. La relazione prende opportunamente atto degli sviluppi e suggerisce numerosi e utili passi avanti, perciò la accolgo con favore.

 
  
  

– Relazione Rapkay (A6-0275/2006)

 
  
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  Gilles Savary (PSE).(FR) Signor Presidente, vorrei spiegare perché, dopo le discussioni assai interessanti di ieri e i voti di oggi, ho votato contro la relazione dell’onorevole Rapkay: semplicemente perché non posso fare altro che constatare che si tratta di una clamorosa vittoria dei liberali.

Abbiamo votato per la deregolamentazione dei servizi pubblici, contro una direttiva quadro, contro la distinzione fra servizi di interesse economico generale e servizi di interesse generale, per l’applicazione del diritto della concorrenza a tutti i servizi di interesse generale e la loro precisa definizione, contro la definizione di in house, in altre parole il controllo statale, e contro i dettagli dei criteri della sentenza Altmark. In tali circostanze, stiamo facendo un enorme passo indietro rispetto alle precedenti risoluzioni dell’onorevole Herzog e dell’onorevole Langen del 2001, mentre la Commissione ci propone una nuova comunicazione alla fine dell’anno.

In altre parole, stiamo lasciando intere porzioni del diritto comunitario e dei servizi pubblici locali alle incertezze della Corte. Che cosa si intende per controllo statale? Che cosa si intende per struttura intercomunale? Che cosa si intende per società di economia mista? Quali concessioni occorre fare al mercato e al diritto della concorrenza? Non lo sappiamo ancora, ed è per questo che continuerò a difendere testi trasversali che ci permettono di rendere più sicura la sussidiarietà. Purtroppo, ritengo che siamo lungi da ciò e che quella di oggi sia una battaglia persa. Mi auguro che non sia una sconfitta definitiva.

 
  
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  Jean-Louis Bourlanges (ALDE).(FR) Signor Presidente, non abbiamo votato a favore della relazione Rapkay per una ragione molto precisa: la relazione segna una regressione del tutto ingiustificata rispetto al testo della Costituzione.

Il testo del progetto di Costituzione prevedeva che una norma europea stabilisse i principi e le condizioni che permettono di fornire, attuare e finanziare servizi di interesse economico generale. Si trattava quindi di ciò che oggi si definisce una direttiva quadro. Non soltanto la relazione si allontana da tale principio, ma, escludendo l’emendamento n. 10, respinge formalmente e manifesta pubblicamente la propria opposizione al Trattato costituzionale.

Ciò che, quindi, mi preoccupa più di tutto è la deriva del Parlamento, che afferma in massa di appoggiare il Trattato costituzionale ma che, quando entra in gioco qualcosa di importante e persino di cruciale per l’opinione pubblica di certi paesi, si tira indietro senza alcuna giustificazione.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Rapkay sul Libro bianco della Commissione sui servizi di interesse generale (SIG) poiché si tratta di una relazione equilibrata. In particolare, il relatore ha avuto il coraggio di sostenere che è impossibile definire in maniera uniforme i SIG in un ambiente economico e sociale così eterogeneo come quello dell’Unione europea e che, in tale ambito, si deve riaffermare il principio di sussidiarietà, lasciando agli Stati membri il compito di definire ciò che deve essere classificato o meno come interesse generale e di agire direttamente in base alle proprie decisioni. Dopo le difficoltà per ottenere un compromesso politico in prima lettura sulla direttiva “servizi”, il dibattito sui SIG è lungi dall’essere concluso. E’ urgente legiferare a livello europeo su settori specifici, in particolare i servizi sociali e sanitari di interesse generale, al fine di dotarli di certezza giuridica. Infine, tale documento sarà importante in termini di competitività dello spazio europeo, cui si deve prestare molta attenzione.

 
  
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  Bernadette Bourzai (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato contro la relazione dell’onorevole Rapkay sul Libro bianco sui servizi di interesse generale, dal momento che sono stati respinti diversi emendamenti che ritenevo molto importanti, in particolare quello in cui si chiedeva una direttiva quadro sui servizi di interesse generale e quelli in cui si chiedeva un chiarimento dei criteri di distinzione fra servizi di interesse generale (SIG) e servizi di interesse economico generale (SIEG) e dei criteri di concessione di compensazioni per la prestazione di servizi pubblici e la prestazione in house.

Non dobbiamo cedere su tali questioni fondamentali per il futuro dei servizi pubblici nei nostri paesi, e non dobbiamo andare indietro rispetto a quanto è stato adottato dal Parlamento europeo con la risoluzione Herzog del 2004 e con la risoluzione Langen del 2001, specialmente in un momento in cui il gruppo socialista al Parlamento europeo ha redatto una proposta di direttiva quadro sui servizi di interesse generale che va ancora più oltre.

 
  
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  Emanuel Jardim Fernandes (PSE), per iscritto. – (PT) In quanto relatore per parere della commissione per i trasporti e il turismo sul Libro bianco della Commissione sui servizi di interesse generale (SIG), mi sono battuto per i seguenti punti:

– la completa esclusione dei SIG – sia quelli di interesse non economico (SIGNE) che quelli di interesse economico (SIEG) – dall’ambito di applicazione della direttiva sui servizi nel mercato interno (la “direttiva servizi”);

– l’adozione, al contrario, di una direttiva quadro, una legislazione quadro o un quadro giuridico generale, come si preferisce definire, per i SIG (compresi i SIEG, benché ciò non impedisca che questi ultimi siano oggetto di un regolamento settoriale specifico); e

– la definizione e la descrizione dei SIG, insieme a un chiarimento della distinzione fra i SIGNE e i SIEG, per ragioni di certezza giuridica.

In generale, mi sembra che tali idee siano state trattate nella relazione, alla quale ho pertanto dato il mio appoggio e il mio voto favorevole.

Ciononostante, deploro che la relazione non abbia incluso un’altra delle principali idee da me avanzate nella relazione per parere, vale a dire il riconoscimento, nel contesto dei SIG, della situazione unica delle regioni più lontane, considerati i loro particolari ostacoli strutturali e permanenti.

 
  
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  Anne Ferreira (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato contro la relazione dell’onorevole Rapkay per i seguenti motivi. Innanzi tutto, alla Commissione europea non viene richiesto di proporre una direttiva quadro sui servizi di interesse generale. Vi è ora una minaccia che incombe sulle amministrazioni, le società di economia mista e le strutture intercomunali, dati i rischi di contenzioso in nome del diritto della concorrenza. Il Presidente della Commissione Barroso non si è sbagliato quando, durante la discussione in seduta plenaria, ha constatato l’assenza di consenso su una proposta di direttiva quadro.

Rifiutando di definire i servizi di interesse generale e il diritto specifico applicabile agli stessi, la Commissione europea lascia i servizi pubblici al libero arbitrio delle regole del mercato e, quindi, del diritto della concorrenza.

Non è più il momento di pubblicare l’ennesima comunicazione o di avanzare nuove proposte settoriali. Ci aspettiamo che la Commissione europea rispetti le decisioni del Parlamento europeo e proceda il più presto possibile a un’analisi delle politiche di liberalizzazione che sono state attuate. Sappiamo che i risultati sono ben lontani dagli obiettivi annunciati.

Tale risoluzione non considera i servizi di interesse generale come un pilastro fondamentale del modello sociale europeo né come un mezzo per realizzare gli obiettivi sociali, economici, ambientali e di coesione territoriale dell’Unione europea.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Abbiamo votato contro la relazione a causa del suo orientamento generale, che mira a subordinare i servizi pubblici alla concorrenza e a un futuro mercato interno dei servizi, alla luce del compromesso raggiunto dal Consiglio sulla famigerata direttiva Bolkestein.

Allo stesso tempo maschera gli effetti delle liberalizzazioni settoriali già realizzate in ambiti quali il trasporto, l’energia e le comunicazioni. Al contrario di quanto affermato, e come provato da molti gruppi di utenti e di organizzazioni per la tutela del consumatore, la liberalizzazione ha portato a maggiori difficoltà nell’accedere ai servizi, a una minore qualità, a costi più elevati e alla perdita di migliaia di posti di lavoro, col pretesto della ristrutturazione settoriale.

L’idea di distinguere i servizi di interesse generale fra economici e non economici, da un punto di vista commerciale, fa parte in realtà di un tentativo di porre quasi tutti i servizi pubblici alla mercé del mercato.

Da parte nostra difendiamo l’esclusiva competenza e sovranità degli Stati membri nello stabilire come finanziare i servizi pubblici e come organizzare tali finanziamenti. Dopotutto, la proprietà pubblica è un elemento fondamentale nella tutela dei servizi pubblici di elevata qualità, così da garantire un accesso universale in tutto il territorio dell’Unione europea, una fornitura a prezzi socialmente equi e il coinvolgimento democratico degli utenti finali nella definizione, gestione e determinazione della qualità di tali servizi.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) La relazione dell’onorevole Rapkay sui servizi di interesse generale, economici e non, ci promette una legislazione europea ancora più intricata e ulteriori interferenze da parte della Commissione europea nei sistemi di bilancio e fiscali degli Stati membri e delle loro autorità locali, il tutto in totale violazione del principio di sussidiarietà, tanto menzionato dal relatore.

Occorre ricordare costantemente ai cittadini europei che la liberalizzazione dei servizi pubblici, con le conseguenze che ben conosciamo, è il ricatto giuridico della Commissione di Bruxelles sui Trattati.

Il fatto è che il mercato da solo non può garantire né la qualità né la realizzazione dell’insieme delle mansioni relative a tali servizi, che siano connesse alla società, alla pianificazione del territorio o all’interesse strategico e nazionale.

I servizi pubblici, vantaggiosi o meno, devono dipendere dall’esclusiva autorità degli Stati membri per quanto riguarda tanto la loro definizione quanto la loro organizzazione, le modalità di designazione, il numero e la natura degli enti ai quali vengono assegnati, e persino i metodi di finanziamento.

 
  
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  Jean Lambert (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Ho votato contro la relazione Rapkay poiché ritengo che il testo finale non offra un sostegno adeguato ai servizi di interesse generale (servizi pubblici). Le direttive su un’unica base settoriale determineranno soltanto una frammentazione dell’interesse pubblico generale, ricavandone settori per il solo vantaggio economico. Vi sono aspetti dei servizi sociali che sostengono il settore dell’istruzione, forme di alloggio che sono utili a un interesse pubblico generale anche se non si occupano esplicitamente di un settore sociale svantaggiato, eccetera. Un approccio settoriale, pertanto, non è sufficiente. Come abbiamo fatto spesso nell’ambito ambientale, anche qui occorre innanzi tutto una direttiva onnicomprensiva, che individui l’interesse generale, prima di impegnarsi in settori specifici. Possiamo trovare una base giuridica. Non è sufficiente dire che ciò è di competenza degli Stati membri, quando i governi di questi stessi Stati membri usano le regole del mercato, la direttiva sui servizi e altri mezzi per ottenere la liberalizzazione dalla porta di servizio. Mi auguro che coloro che hanno appoggiato l’emendamento sulla liberalizzazione, che hanno votato contro una direttiva orizzontale e hanno votato per la relazione finale siano in grado di spiegare ai propri colleghi nei governi locali e regionali perché non difendono con più forza i servizi pubblici che i loro colleghi devono fornire.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. – (FR) La relazione dell’onorevole Rapkay sui servizi di interesse generale (SIG) di primo acchito è allettante. Parla di come si faccia di più per proteggere i servizi pubblici e il principio di sussidiarietà, del rispetto democratico mostrato per le tradizioni nazionali e del chiarimento delle definizioni relative ai SIG attraverso l’introduzione, in particolare, del concetto di servizi di interesse “non economico”.

Tali buone intenzioni possono illudere, soprattutto quando il progetto di direttiva quadro sembra oggi essere abbandonato. Eppure, molte norme vincolanti faranno concorrenza alle prerogative degli Stati membri, come ad esempio il controllo dei metodi di finanziamento. Si lascia quindi una porta aperta a una futura deriva europeista.

Infine, mi è assolutamente impossibile votare a favore di questo testo perché fa riferimento al Trattato costituzionale – la Costituzione –, che, secondo la relazione, offrirebbe migliori garanzie per i SIG di fronte all’attuale confusione in cui si trova la legislazione europea. Vorrei far notare che la Costituzione europea è stata democraticamente respinta dai cittadini olandesi e francesi.

Questo testo – che, alla fine, non prende alcuna posizione nella discussione – merita soltanto un voto di astensione.

 
  
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  Marie-Noëlle Lienemann (PSE), per iscritto. (FR) Ho votato contro la relazione Rapkay. Non riconosce la necessità di una direttiva quadro per i SIG e i SIEG, lasciando quindi la porta aperta al proseguimento del processo di deregolamentazione attualmente in corso, che mette a repentaglio i nostri servizi pubblici, nonché l’opportunità per tutti i cittadini, in qualunque luogo abitino, di accedere a tali servizi essenziali.

Una direttiva quadro dovrebbe garantire la standardizzazione fra gli utenti, l’uguaglianza dei cittadini e delle regioni, la pianificazione del territorio e la continuità a lungo termine dei servizi forniti, nonché un livello di qualità standard.

Occorre urgentemente fermare tale liberalizzazione generalizzata, che non soddisfa né i dipendenti impegnati in queste attività né i cittadini.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) I servizi di interesse economico generale, con la distinzione fra economici e non economici, sono nel mirino del grande capitale, che mira a commercializzare la soddisfazione dei bisogni fondamentali della gente e accrescere il proprio profitto.

L’Unione europea sta rafforzando il bando sugli aiuti di Stato col pretesto di proteggere la concorrenza e di promuovere la completa liberalizzazione e privatizzazione dei servizi, allo scopo di permettere la penetrazione del grande capitale. Nel quadro del mercato unico e del Patto di stabilità, gli Stati membri stanno svendendo il benessere dei cittadini, rafforzando in tal modo la plutocrazia. Secondo l’Unione europea, i servizi vantaggiosi per il capitale devono essere liquidati.

I risultati di tale politica saranno particolarmente gravosi per i lavoratori: perdita di migliaia di posti di lavoro, relazioni industriali peggiori e un calo del tenore di vita. Le conseguenze, già viste nei servizi vittima delle ristrutturazioni capitaliste e della politica di privatizzazione, saranno particolarmente sfavorevoli per tutti gli utenti di tali servizi, soprattutto per le classi popolari.

Il Partito comunista greco ha votato contro la risoluzione del Parlamento europeo che accetta la distinzione dei servizi di interesse generale fra servizi economici e non economici, promuovendone la liquidazione e la commercializzazione. Sostiene i lavoratori che lottano per servizi pubblici migliori e più economici a vantaggio del tenore di vita delle persone e non dei profitti dei monopoli.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) A dispetto del modello di capitalismo e di economia di mercato che sosteniamo, gli enti pubblici dovranno sempre, direttamente o indirettamente, erogare servizi pubblici. Di conseguenza, e dato che tale questione compare in diverse misure comunitarie – fosse solo allo scopo di escluderla dal loro ambito di applicazione –, è comprensibile che la Commissione presenti la propria opinione sul tema.

Detto questo, e tenendo conto dei futuri sviluppi, vorrei esprimere tre riserve. In primo luogo, l’Unione europea non è nella posizione di fornire servizi economici di interesse generale, e ciò è sempre più vero anche per i servizi di interesse generale (qualsiasi eccezione dovrebbe idealmente basarsi sulla cooperazione fra gli Stati membri); una legislazione su questi servizi deve essere sempre più a livello nazionale, benché debba anche rispettare le regole del mercato interno e i principi della libertà di stabilimento e di prestazione di servizi.

Infine, sono costernato per il fatto che la risoluzione in proposito solleciti la Commissione a presentare un’analisi esaustiva “degli effetti della liberalizzazione fino ad oggi, in particolare sulla situazione dei consumatori e dei dipendenti interessati”. Il termine “interessati” introduce una presa di posizione ideologica in un contesto che dovrebbe essere imparziale.

 
  
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  José Albino Silva Peneda (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Il mercato interno dell’Unione europea ha già dato prova di funzionare con la liberalizzazione di numerosi settori dei propri servizi, che ha giovato in ultima analisi ai consumatori e ai dipendenti europei.

Al fine di dare un nuovo impeto all’economia europea, comunque, l’Unione europea deve fare un altro salto qualitativo in avanti per completare il proprio mercato interno e trarne così massimo vantaggio.

Questo salto in avanti potrebbe essere fatto attraverso iniziative in materia di servizi di interesse generale (SIG), servizi pubblici che non hanno una natura commerciale e che sono finanziati principalmente da fondi pubblici.

Ritengo che la definizione precisa, la formulazione, l’organizzazione e il finanziamento dei SIG debbano rimanere di esclusiva competenza degli Stati membri, rispecchiando le realtà nazionali e il rispetto dell’autonomia regionale e locale.

La prestazione dei SIG a livello locale, regionale e nazionale è in disaccordo con la legislazione comunitaria. Tali servizi occupano una zona giuridica vaga a livello europeo, dal momento che non è chiaro quali regole si applichino ai SIG per quanto riguarda, ad esempio, la concorrenza, i concorsi pubblici e il mercato interno. La giurisprudenza della Corte di giustizia europea non ha contribuito a fare chiarezza.

Appoggio la relazione in quanto promuove una chiara distinzione fra l’attuazione del diritto comunitario, da una parte, e, dall’altra, il perseguimento degli obiettivi di interesse pubblico nella prestazione di servizi di interesse generale.

 
  
  

– Relazione Eurlings (A6-0269/2006)

 
  
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  Othmar Karas (PPE-DE). (DE) Signor Presidente, la delegazione del partito popolare austriaco ha votato a favore della prima parte del paragrafo 69 perché lo reputa un processo dall’esito aperto, mentre ha respinto la seconda parte per il fatto che contraddice la prima. Nel voto finale, tuttavia, nonostante il sostegno della maggioranza alla seconda parte, abbiamo votato a favore, ritenendo che la relazione non giudichi l’obiettivo ultimo ma piuttosto i progressi dei negoziati svoltisi finora, e che rappresenti una discussione critica e obiettiva delle leggi e delle risoluzioni condivise dell’Unione europea anziché un voto e una dichiarazione definitivi. Volevo pronunciare questa dichiarazione per evitare incoerenze ed equivoci.

 
  
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  Michl Ebner (PPE-DE). (DE) Signor Presidente, ho votato, deliberatamente e con convinzione, a favore della prima parte del paragrafo 69 e contro la seconda, essendo dell’opinione che il buon lavoro svolto dall’onorevole Eurlings e da molti altri deputati equivale, di fatto, a un’enumerazione di questioni e situazioni che giocano a sfavore dell’adesione turca, e questa è una ragione per cui i negoziati non dovrebbero avere l’adesione quale obiettivo finale.

Per questo motivo ho votato contro la relazione nel suo complesso. Dobbiamo concentrarci sul paragrafo 71, tentando di trovare il modo di legare la Turchia alle strutture europee, e dovremmo fare altrettanto per altri paesi limitrofi, cui non andrebbe offerta la prospettiva dell’adesione e che in ogni caso non sono, a nostro avviso, in grado di ottenerla.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI). (DE) Signor Presidente, benché la relazione Eurlings presenti senza dubbio numerosi aspetti positivi, soprattutto il modo in cui spiega che la Turchia non è pronta per l’Europa e che probabilmente non lo sarà mai, ho votato contro perché il governo turco si limita soltanto a ritocchi estetici, in quanto ha acconsentito ad alcune riforme ma non le ha attuate, per non parlare del fatto che non ci stiamo per nulla avvicinando alla soluzione di certi problemi che hanno un notevole potenziale nocivo, quali il conflitto per Cipro, la questione curda o il riconoscimento del genocidio armeno. Tutti questi problemi si sarebbero dovuti risolvere molto prima dell’avvio dei negoziati, soprattutto alla luce degli 1,3 miliardi di euro concessi ai turchi negli ultimi anni come aiuti di preadesione. Penso sia giunto il momento di fare ciò che i cittadini europei fanno da tempo, dicendo un chiaro “no” ai negoziati di adesione.

 
  
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  Jacques Toubon (PPE-DE). (FR) Signor Presidente, molti di noi si sono astenuti dal voto sulla relazione Eurlings, mossi dai seguenti motivi.

Avremmo votato a favore della relazione perché, come ho detto ieri, è quella più critica mai adottata in seno all’Assemblea in merito alla condotta della Turchia nei confronti dell’Unione europea. Il Parlamento, purtroppo, con questo voto ha respinto il riconoscimento del genocidio armeno quale requisito per l’adesione e, nonostante il nostro voto e quello di numerosi colleghi, ha altresì adottato una disposizione che implicitamente pone l’adesione quale unico esito dei negoziati.

Ci troviamo in disaccordo in merito a queste due questioni. Ciò non significa tuttavia che volessimo opporci agli sforzi compiuti dall’onorevole Eurlings e dalla commissione per gli affari esteri, che hanno dato un segnale molto forte a nome dell’Assemblea, motivo per cui ci siamo astenuti dal voto.

 
  
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  Koenraad Dillen (NI). (NL) Signor Presidente, in origine avevo intenzione di votare a favore della relazione Eurlings quest’oggi, benché ritenga, essendo un deciso oppositore dell’adesione turca, che tale relazione trascuri il nocciolo della questione; numerosi emendamenti, tuttavia, in particolare quelli sull’Armenia, mi hanno indotto a cambiare idea nel corso della procedura di votazione, e così ho finito per esprimermi contro la relazione.

Ciò che la relazione Eurlings ha fatto, tuttavia, è stato provare che negli ultimi due anni lo stato d’animo del Parlamento e dell’Europa ha preso la direzione giusta, nel senso che siamo diventati più consapevoli delle molte questioni in merito alle quali Ankara non soddisfa i criteri di adesione di Copenaghen. Pertanto è stato positivo che il relatore ci abbia ricordato il genocidio armeno, ma il voto odierno fa fare la figura degli sciocchi ai gruppi ALDE, Verde e PSE in quest’Assemblea. Parlano tanto di diritti umani e principi altisonanti, ma alla resa dei conti, quando si ritrovano a guardare in faccia la realtà della politica, non riescono a raggiungere risultati. A stento si può immaginare un atteggiamento più egoistico. Pare che non tutti i genocidi abbiano il diritto di essere ricordati.

Lo stesso vale per la questione di Cipro, in merito alla quale molti in quest’Aula sembrano dimenticare che la metà settentrionale del paese, con il suo regime terrorista, da trent’anni è sotto il giogo della Turchia, nazione che non potrà mai, e di fatto non dovrebbe mai, diventare Stato membro dell’Unione europea.

 
  
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  Philip Claeys (NI). (NL) Signor Presidente, anch’io mi sono espresso contro la relazione Eurlings, perché ancora si fonda sulla premessa che l’adesione turca resti auspicabile. Se tuttavia dovessimo esaminare l’impressionante elenco di gravi problemi, ci ricrederemmo. E’ disdicevole l’eliminazione della clausola chiave sul genocidio armeno, la cui effettiva conseguenza è che in quest’Aula ci si distanzia dalle due risoluzioni adottate al riguardo in passato. Essa incoraggia inoltre il governo turco a continuare a perseguire la propria politica di rifiuto sostenuto dallo Stato.

A tale proposito, vorrei altresì condannare lo scarso vigore dimostrato dai gruppi di sinistra. Il Parti Socialiste vallone, ad esempio, ha ritirato il proprio sostegno al riconoscimento del genocidio armeno nel timore di perdere voti tra il crescente elettorato turco a Bruxelles, dove fra due settimane si terranno le elezioni. Altro che sostenitori di alti principi, come dicono di essere. Parlate di ipocrisia!

 
  
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  Albert Deβ (PPE-DE). (DE) Signor Presidente, anch’io vorrei esprimere una dichiarazione di voto per quanto riguarda la relazione Eurlings. Sebbene la relazione contenga molte affermazioni che posso sostenere, alla fine ho votato contro la sua adozione perché sono fondamentalmente contrario all’adesione della Turchia all’Unione europea; la relazione, invece, pur ponendo molte condizioni, non esclude l’obiettivo che quel paese diventi uno Stato membro a tutti gli effetti. Un’altra ragione per cui l’ho respinta è che la relazione non chiede che i negoziati di adesione con la Turchia siano sospesi con effetto immediato.

E’ intollerabile che si debba ancora negoziare con il governo turco, alcuni membri del quale hanno di recente paragonato Papa Benedetto a Hitler e Mussolini. Sono stati i politici di origine turca a pronunciare le dichiarazioni più odiose in risposta al discorso che Papa Benedetto ha tenuto nel mio paese. Al riguardo, tuttavia, riporrò la mia fiducia nei cittadini francesi, supponendo che la loro maggioranza voterà contro l’adesione turca, in modo che non debba passare.

 
  
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  Jean-Louis Bourlanges (ALDE). (FR) Signor Presidente, l’UDF appoggia pienamente la relazione Eurlings perché essa contiene alcune verità molto forti che vanno rivelate. Ciononostante, siamo stati costretti ad astenerci dal voto. Perché? Innanzi tutto proprio perché la relazione sembra escludere l’idea di un partenariato rafforzato che agisca da alternativa all’adesione pura e semplice. Ebbene, questo non è realistico, specialmente perché, rifiutando il paragrafo sull’Armenia, il Parlamento manda un segnale straordinariamente negativo.

Vorrei sottolineare che nel 2004 abbiamo votato a favore di una risoluzione che stabiliva che chiedessimo il riconoscimento del genocidio armeno, e che nel 2005 abbiamo votato a favore di una risoluzione che stabiliva la nostra richiesta di riconoscimento di tale genocidio quale condizione preliminare per l’adesione.

Oggi ci siamo dimenticati di tutte queste cose. Quale messaggio stiamo inviando? Che questo è un Parlamento che cambia idea e che dimentica le proprie risoluzioni. Il messaggio è semplice: diciamo ai cittadini turchi che non devono affrettarsi a cambiare, che possono continuare a considerare la semplice menzione del genocidio come un delitto d’opinione, che alla resa dei conti non chiederemo loro di riconoscerlo. Si tratta di un messaggio estremamente negativo e grave; deploro che sia stato diffuso e che ci abbia impedito di votare a favore di quella che, aggiungerei, è l’ottima relazione Eurlings.

 
  
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  Mario Borghezio (NI). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, durante la discussione e la verifica dei pretesi progressi della Turchia verso l’entrata nell’Unione europea, dopo aver approvato un’importante risoluzione sul genocidio degli armeni, mi domando che cosa possiamo chiedere se non un impegno chiaro, finalmente, dalla Turchia su questo piano, precisamente a proposito del rispetto dei diritti umani e dell’adesione ai valori su cui si fonda l’Unione europea.

Invece il voto di oggi ha dimostrato ancora una volta l’ipocrisia del politicamente corretto, si vuole espungere la necessità di una posizione chiara dalle domande che l’Europa ha il dovere di fare ai governanti turchi, alle istituzioni turche, a coloro che hanno salutato con frasi volgari, violente e mafiosamente minacciose le parole del Papa e la prospettiva del viaggio del Papa.

L’Europa sta a guardare, mentre sui libri di scuola si insegna ancora ai ragazzi turchi che il genocidio degli armeni è un falso storico. Allora hanno ragione quelli che dicono che bisogna stare molto attenti alle parole di critica a chi vuole revisionare la storia. Questa è una vergogna! La Turchia si rifiuta e continua a rifiutarsi, nel silenzio ipocrita e vergognoso dell’Europa, di riconoscere i diritti dei popoli, degli armeni certo, ma anche dei curdi. Allora non è più l’Europa dei diritti umani, è l’Europa che se ne frega dei diritti umani!

 
  
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  Renate Sommer (PPE-DE). (DE) Signor Presidente, ho votato a favore dell’adozione della relazione Eurlings nella convinzione che fosse valida, critica e la migliore relazione di questo tipo che ci sia stata presentata finora. Ho votato a suo favore anche se non ne apprezzo tutti i contenuti. Ad esempio, non mi piace il modo in cui affronta la questione armena. Immaginiamo per un attimo che all’Olocausto avvenuto sotto il regime di Hitler in Germania ci si debba riferire sempre e solo tra virgolette o definendolo semplicemente “il cosiddetto Olocausto”, perché è così che viene trattata in Turchia la questione armena. Mi sono espresso a favore della relazione Eurlings benché una maggioranza sostenesse l’inclusione di una clausola secondo cui l’obiettivo cui puntare dev’essere la piena adesione della Turchia all’Unione europea, obiettivo cui naturalmente non sono favorevole in quanto la Turchia non è né pronta all’adesione né disposta a soddisfare i nostri requisiti, e poiché so come chiunque altro in quest’Aula che l’Unione europea non si può permettere di avere la Turchia quale Stato membro. Ho trovato facile votare a favore della relazione perché le affermazioni che non volevo vedere incluse com’è invece avvenuto e che ho poc’anzi elencato sono evidentemente tanto insulse che la relazione, considerata nel suo complesso, riflette tuttavia in modo valido la posizione dell’Assemblea.

 
  
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  James Hugh Allister (NI), per iscritto. (EN) Ho votato contro la relazione Eurlings perché resto decisamente contrario al fatto che la Turchia non europea ottenga l’adesione all’Unione europea. Chi sostiene che l’avvicinamento all’adesione indurrà la Turchia al pieno rispetto dei diritti democratici e dei diritti umani si dimostra in deplorevole stato di errore, in considerazione anche della mancanza di progressi apprezzabili, come ammette la stessa relazione. Per quanto riguarda le riforme, i diritti umani, la libertà religiosa, Cipro e l’Armenia non abbiamo ottenuto nulla, ma in cambio abbiamo sprecato e continueremo a sprecare milioni di euro in aiuti preadesione. Non è la prima volta che l’Unione europea viene presa in giro.

Alla base della sete di continuo allargamento dell’Unione europea vi è la brama di uno status mondiale per compiacere il proprio ego, il che va di pari passo con la volontà di diventare un superstato attraverso la Costituzione respinta. L’adesione della Turchia, un allargamento ulteriore e la Costituzione fanno tutti parte del medesimo grandioso progetto.

 
  
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  Bernadette Bourzai (PSE), per iscritto. (FR) A un anno dall’avvio dei negoziati di adesione con la Turchia, la relazione Eurlings esamina i progressi compiuti e i problemi incontrati.

Con la proposta di taluni emendamenti è stato possibile bilanciare la relazione in modo da tener conto degli sforzi compiuti dalla Turchia, evidenziando nel contempo i settori che restano problematici, come ad esempio la mancata sottoscrizione del Protocollo di Ankara da parte della Turchia e il trattamento delle minoranze.

Per quanto concerne il genocidio armeno, la Turchia deve assolutamente riconoscerlo. Tale riconoscimento non può tuttavia essere presentato quale condizione preliminare per l’adesione, alla luce dei criteri di Copenaghen.

Quanto al paragrafo sulla possibilità di intensificare la cooperazione tra l’Unione europea e la Turchia in caso d’insuccesso dei negoziati, in questo momento si tratta di un passo inopportuno. Ci troviamo nel bel mezzo di un processo continuo e non possiamo essere pessimisti già in questa fase in merito all’esito dei negoziati.

Con questo voto vorrei dare risalto ai notevoli progressi che la Turchia deve compiere al fine di aderire all’Unione europea, ma così facendo non voglio porre ulteriori ostacoli alla sua possibile adesione.

A mio avviso l’adesione della Turchia all’Unione europea rappresenta un’occasione sia per il paese che per l’Europa.

 
  
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  Marco Cappato (ALDE), per iscritto. – Signor Presidente, a nome del Partito Radicale Transnazionale ho votato contro il rapporto sulla Turchia del collega Eurlings perchè con questo rapporto la nostra assemblea sancisce l’ennesima chiusura dell’Unione europea nei confronti del Mediterraneo e del Medio Oriente. Anziché manifestare la volontà di accelerare il processo di integrazione europea della Turchia, il Parlamento prefigura vie alternative per avvicinare Ankara a Bruxelles che nulla hanno a che vedere con seri negoziati di adesione.

L’UE non può limitarsi a chiudersi su se stessa concentrandosi esclusivamente sulla propria Costituzione, come ci ha spiegato alcuni giorni fa il Presidente Barroso. E non può nemmeno sperare nei buoni uffizi del Santo Padre per instaurare un dialogo con il mondo islamico e il Medio Oriente, come affermato nel rapporto Eurlings. Josef Ratzinger non è Javier Solana.

Bisogna rilanciare, invece, a partire dall’appello di Marco Pannella per la pace in Medio Oriente, l’aspirazione federalista e democratica, per un’Europa capace di includere il maggior numero possibile di donne e di uomini in un progetto politico di libertà, di riforme democratiche e di pace.

 
  
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  Richard Corbett (PSE), per iscritto. (EN) Mi sono espresso a favore della relazione e sostengo il principio dell’adesione turca all’Unione europea alla conclusione dei negoziati di adesione, a condizione che la Turchia raggiunga il necessario livello in materia di diritti umani, funzionamento del sistema democratico, rispetto delle minoranze e rapporti con il proprio passato.

 
  
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  Lena Ek, Cecilia Malmström e Anders Wijkman (PPE-DE), per iscritto. (SV) Gli sviluppi registrati in Turchia in numerosi settori sono molto preoccupanti. Si sono verificati diversi arresti di giornalisti e autori con l’accusa di aver commesso crimini contro “l’indole turca”. Pur essendo tali sviluppi naturalmente molto inquietanti, non vanno dimenticate le forze turche democratiche e inclini alla riforma. Ora è questo il nostro compito in quanto Unione europea: continuare ad aiutare e sostenere quelle forze mentre riportano la Turchia sulla retta via.

L’onorevole Eurlings inserisce nella relazione critiche giustificate alla Turchia, ma altre sue critiche suggeriscono che la Turchia andrebbe trattata in modo diverso da altri paesi candidati. Questo è inaccettabile. E’ importante che la Turchia venga a patti con la propria storia, anche in merito all’Armenia. Non si deve tuttavia permettere che la questione sia decisiva ai fini della continuazione dei negoziati con la Turchia.

E’ importante che l’Unione europea percepisca subito il senso di responsabilità e non faccia il gioco dei fondamentalisti e dei reazionari. Dobbiamo invece far passare con il nostro voto una relazione equilibrata. Pertanto abbiamo deciso di votare a favore del paragrafo 50 e degli emendamenti che promuovono un approccio costruttivo nei confronti della Turchia.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. (EN) Ho votato contro l’emendamento n. 51 presentato dal mio stesso gruppo al paragrafo 50 della relazione Eurlings sui progressi compiuti dalla Turchia in vista dell’adesione. L’ho fatto con qualche rimpianto, ma far passare l’emendamento avrebbe comportato l’eliminazione del riferimento alla comunità assira, tra le altre. Poiché mi sono costantemente lamentato del fatto che le condizioni e persino l’esistenza della comunità assira vengono ignorate in Iraq, sarebbe stata ipocrita da parte mia una collusione esattamente analoga nel caso della Turchia. Ho fatto altrettanto per gli altri emendamenti a quel paragrafo.

 
  
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  Robert Goebbels (PSE), per iscritto.(FR) Mi sono espresso contro la relazione Eurlings perché essa rispecchia la crescente ipocrisia dell’Europa nei confronti della Turchia. A mio avviso, la Turchia è destinata a diventare uno Stato membro dell’Unione europea: ha sempre fatto parte del passato politico, economico e culturale dell’Europa. Benché sia chiaro che la Turchia deve lavorare ancora molto in numerosi settori, alcune forze politiche in seno al Consiglio e al Parlamento stanno moltiplicando gli ostacoli che la Turchia deve superare. Da parte mia intendo dissociarmi da tali tattiche vergognose, che, in fin dei conti, mirano alla mera conservazione di un’”Europa cristiana”!

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Se non aveste erroneamente descritto la Turchia come un paese europeo, cosa che non è, oggi non vi trovereste nella posizione di dover ammettere alcune verità.

Oggi ci dite che le minoranze religiose, e in particolare quelle cristiane, vengono oppresse in Turchia, dove il rispetto dei diritti umani in generale e dei diritti delle donne in particolare non è garantito. Avete scoperto che la Turchia rifiuta tuttora di riconoscere Cipro che pure è uno Stato membro dell’Unione cui la Turchia vorrebbe aderire e che spesso provoca incidenti alla frontiera con un altro Stato membro, la Grecia. Dichiarate che la Turchia viola uno dei principi fondamentali dell’Unione europea, la libertà di circolazione, e se ne potrebbero menzionare molti altri.

Tutto ciò che sapete dire al riguardo è: “Proseguiamo i negoziati, ma sappiate che, all’ultimo momento, potremo ancora dire di no”. Ma chi può credere a una storia simile?

Il 3 dicembre 2005 avevate il dovere di ascoltare i cittadini d’Europa, la maggioranza dei quali era contraria all’adesione della Turchia all’Unione. Avevate il compito di proporre alla Turchia un partenariato privilegiato che rispettasse le reciproche differenze, e non questa farsa politica e diplomatica, umiliante per entrambe le parti e soprattutto per i cittadini della Turchia.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) La relazione è uno studio dei progressi finora compiuti dalla Turchia in vista della futura adesione all’Unione europea. Soltanto un capitolo, “Scienza e ricerca”, è stato aperto e chiuso temporaneamente. Di conseguenza vi è ancora molta strada da fare.

La Lista di giugno non considera la posizione geografica o la religione della Turchia un ostacolo a un’eventuale adesione all’Unione europea. Crediamo che vadano sanciti gli stessi requisiti di adesione fissati nel caso dei precedenti allargamenti né più né meno. La Turchia non soddisfa i criteri di Copenaghen, e quindi l’adesione all’Unione europea non è appropriata nell’attuale situazione.

Non è però solo la Turchia a doversi adattare. La politica agricola e i Fondi strutturali dell’Unione vanno sottoposti a riforma. Un eventuale futuro Trattato è un’altra questione da discutere prima di poter condurre a termine ulteriori allargamenti dell’Unione europea, riservando particolare attenzione al potere di voto di ciascuno Stato membro, onde evitare la situazione in cui un numero limitato di grandi Stati membri viene messo in condizione di dominare l’intera Unione europea.

Sia la Turchia che l’Unione europea hanno moltissima strada da percorrere, dal punto di vista politico ed economico, prima che l’adesione turca possa diventare una possibilità imminente. Se e quando verrà quel giorno, tuttavia, la Lista di giugno accoglierà la Turchia.

Perciò abbiamo votato a favore della relazione.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE), per iscritto.(FR) Mi sono astenuta dal voto sulla relazione.

La relazione presentata in plenaria ha il pregio di vedere finalmente le cose come stanno. Per moltissimo tempo il Parlamento ha dimostrato un ottimismo ingenuo al riguardo. La relazione è più solida delle precedenti, ma deploro la mancanza di coraggio dimostrata dal Parlamento sulla questione del riconoscimento del genocidio armeno. Per questo motivo ho deciso di astenermi dal voto finale.

Da anni ormai mi oppongo all’adesione della Turchia all’Unione europea, ma chiederei l’istituzione di un partenariato privilegiato con tale paese. Ora altri deputati al Parlamento europeo hanno accolto tale posizione, che qualche anno fa era ancora perlopiù minoritaria.

La Turchia non riconosce uno degli Stati membri dell’Unione europea – la Repubblica di Cipro – che occupa da 30 anni! La Turchia non riconosce il genocidio armeno. La Turchia non approva la libertà di associazione e il 97 per cento del suo territorio è situato al di fuori dell’Europa.

L’Europa ha il dovere di aiutare il paese nel suo percorso verso la democrazia, ma per via della sua geografia, della sua storia e della sua cultura la Turchia non può rivendicare di far parte del progetto politico dell’Unione europea.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. (PT) A un anno dall’avvio dei negoziati di adesione della Turchia all’Unione europea, le autorità turche non hanno preso alcun provvedimento a favore del riconoscimento di Cipro, Stato membro dell’Unione europea. La Turchia prosegue inoltre l’occupazione militare del nord di quell’isola mediterranea, violando le risoluzioni ONU in vigore da decenni.

Dopo un anno di negoziati, sono emerse notizie di un peggioramento delle condizioni economiche dei cittadini curdi e di violazioni dei loro legittimi diritti politici e culturali. E’ giunta altresì notizia dell’aumento della repressione da parte della polizia e dell’esercito turchi nella regione.

Questi due temi da soli sono indicativi delle molte questioni sollevate dai negoziati di adesione della Turchia. La sua adesione viene promossa dalle maggiori potenze in seno all’Unione poiché i grandi gruppi economici e finanziari di quei paesi vogliono poter sfruttare l’economia e le risorse turche e utilizzare la sua posizione geostrategica per i loro piani miranti a influenzare e dominare il Medio Oriente, il Caucaso e l’Asia centrale. Il processo di adesione ha inoltre portato alla luce le contraddizioni nel modo in cui le maggiori potenze si spartiscono il controllo del processo decisionale comunitario, ed è servito ad acuire le divisioni tra le ambizioni delle maggiori potenze europee e gli Stati Uniti per quanto concerne la loro subordinazione o la loro partecipazione all’imperialismo nordamericano.

 
  
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  Jaromír Kohlíček (GUE/NGL), per iscritto. (CS) Fin dal medioevo la Turchia è una grande entità afflitta da problemi. Oggi la questione più complessa che riguarda la Turchia è quella dei criteri per valutare i suoi progressi. Un capitolo dei negoziati di adesione è stato chiuso, con innegabile esito positivo. Restano tuttavia aperti altri 28 capitoli, per non parlare dei criteri di Copenaghen.

Vi sono problemi ovunque, tra cui una legge elettorale che calpesta le libertà dei cittadini, delle donne e delle minoranze etniche e religiose, infrastrutture inadeguate nell’est del paese, relazioni tese con i paesi vicini, la struttura occupazionale, il modo in cui polizia ed esercito indagano sui crimini e l’occupazione di parte di uno Stato membro dell’Unione europea. Il processo di attuazione di nuove leggi sarà indubbiamente lungo e complesso. D’altra parte, conosco personalmente numerosi turchi istruiti e so con quanto entusiasmo hanno accolto l’avvio dei negoziati con l’Unione europea.

In seguito all’adozione di alcuni emendamenti che eliminano i problemi più urgenti dalla relazione sui progressi compiuti dalla Turchia in vista dell’adesione, essa non è purtroppo accettabile da parte del gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica. Pertanto ci siamo sentiti costretti a votare contro la formulazione adottata.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto.(FR) La relazione Eurlings comprende alcuni passi eccellenti, soprattutto quelli che riguardano il genocidio armeno (che le autorità turche si rifiutano di riconoscere), il blocco economico imposto all’Armenia e il rifiuto di riconoscere Cipro, Stato membro dell’Unione europea.

Già uno soltanto di tali elementi dovrebbe indurci alla conclusione che i negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione europea vanno sospesi. Non solo il relatore non giunge a tale conclusione, ma, cosa più importante, non fa neppure menzione della seguente ovvietà: la Turchia non è un paese europeo. Il 95 per cento del suo territorio è in Asia; la sua capitale, Ankara, si trova nel cuore dell’Asia minore e, con la distruzione delle comunità cristiane avvenuta nel corso del XX secolo, il 99 per cento della popolazione appartiene al mondo islamico.

Pertanto la Turchia non ha motivo di aderire all’Unione europea. Tale dato di fatto ovvio, riconosciuto dai cittadini d’Europa, soprattutto in Francia e in Austria, non viene riconosciuto da chi ci governa. Il voto di stamani illustra questa divisione: la maggioranza del Parlamento non solo ha votato a favore dell’adesione turca, ma ha anche respinto il paragrafo 49 che chiedeva il riconoscimento del genocidio armeno, piegandosi così ai desideri della Turchia.

 
  
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  Jean-Marie Le Pen (NI), per iscritto. (FR) Nonostante la relazione Eurlings sia critica nei confronti dell’adesione della Turchia all’Unione europea, soprattutto con la richiesta del riconoscimento del genocidio armeno, non arriva a mettere in dubbio l’adesione.

E’ vero che la Commissione europea, il Presidente Chirac e il Regno Unito, i principali campioni del regime ottomano, sono lì a scongiurare qualunque deviazione di percorso o misura che possa ritardare o impedire l’adesione.

Per parte nostra, non siamo cambiati a seconda delle circostanze e delle fluttuazioni in seno al governo turco, che fa il bello e il cattivo tempo con i negoziatori della Commissione europea e dei maggiori Stati membri.

Ci opponiamo per principio all’adesione turca all’Unione europea. La Turchia non è un paese europeo e non soddisfa alcuno dei criteri di Copenaghen, che mirano a definire l’adesione di un paese all’Unione europea.

I negoziati dovrebbero andare in direzione di uno status di partner privilegiato, mantenendo l’obbligo di visto per i cittadini turchi, come avviene attualmente.

La Turchia non aderirà all’Unione europea senza l’approvazione dei cittadini d’Europa. In qualità di difensori dei cittadini francesi, proteggeremo i loro interessi, che s’incentrano, tra l’altro, sul rifiuto dell’adesione della Turchia all’Europa.

 
  
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  Marie-Noëlle Lienemann (PSE), per iscritto.(FR) Ho sempre pensato che l’adesione della Turchia all’Unione europea non si potesse prendere in considerazione nel contesto attuale dell’integrazione europea.

Invoco un’Europa costituita di tre cerchi. Il primo si compone di un nucleo federale, con paesi che condividono obiettivi sociali ambiziosi e il desiderio di un’”Europa potente”, protagonista della scena internazionale. Il secondo cerchio raggruppa i 27 attuali paesi dell’Unione europea. Viste le difficoltà e l’esigenza vitale di consolidare tale cerchio, qualunque ulteriore allargamento va escluso.

Il terzo cerchio deve istituire uno stretto partenariato globale con i paesi limitrofi dei Balcani, del Mediterraneo e altrove. Vorrei sottolineare l’importanza di stretti partenariati con la regione mediterranea, che trattino allo stesso modo la Turchia e il Maghreb, in quanto aree del mondo con cui l’Europa ha stretto legami durevoli e significativi.

Pertanto mi sono astenuta da tutti i voti ad eccezione di quello per il riconoscimento del genocidio armeno, che il Parlamento ha sempre sostenuto, al fine di evitare che si pensasse a un mio pregiudizio di principio contro la Turchia. Si tratta di un’altra visione dell’Europa.

 
  
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  Patrick Louis e Philippe de Villiers (IND/DEM), per iscritto.(FR) Abbiamo votato contro questo testo. Esso muove una critica alla Turchia che, in fin dei conti, è molto ingiusta: quella di essere la Turchia, vale a dire di non essere europea.

A che pro assillare il paese con raccomandazioni e richieste? I cittadini europei non vogliono che la Turchia aderisca perché i fatti stanno proprio sotto i loro occhi: la Turchia – e questo non vuol essere un insulto al paese – non fa parte della famiglia europea. Ha la propria cultura, i propri valori e la propria sfera d’influenza. Questo è il senso nascosto dell’emendamento da noi presentato a nome del gruppo Indipendenza/Democrazia. Ora dobbiamo porre fine al gioco ipocrita e rovinoso dei negoziati di adesione, che può portare solo a una grande crisi, poiché il potenziale trattato di adesione non ha alcuna chance di venire ratificato dai cittadini, e in particolare dai cittadini della Francia, dove la procedura referendaria sarà obbligatoria.

Dedichiamo oggi un pensiero ai colleghi francesi, che soffrono di un attacco di schizofrenia acuta. Sebbene sostengano di essere contrari all’adesione turca, ogni anno votano, in quest’Aula e in seno al parlamento francese, affinché la Turchia riceva gli aiuti di preadesione, e all’interno del loro partito politico – il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei – hanno accolto osservatori dell’AKP, il partito islamico guidato da Erdogan.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. (EN) Accolgo con favore la relazione sull’adesione della Turchia. La relazione loda l’apertura della fase attiva dei negoziati e la chiusura del primo capitolo, “Scienza e ricerca”, come pure la ripresa delle modifiche legislative in Turchia grazie al nono pacchetto di riforma legislativa. Benché favorevole a tutti questi progressi, deploro il fatto che la Turchia non abbia affrontato la questione di Cipro in modo esaustivo. Tale questione va risolta in modo definitivo prima dell’adesione turca; è essenziale che la Turchia riconosca tutti gli Stati membri dell’Unione europea.

 
  
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  Bairbre de Brún e Mary Lou McDonald (GUE/NGL), per iscritto. (EN) Sinn Féin attende con ansia che la Turchia aderisca all’Unione europea, se deciderà di farlo, su basi analoghe a quelle degli altri paesi, anche in materia di rispetto dei diritti umani, governo civile, accettazione dei diritti politici della popolazione curda e riconoscimento della Repubblica di Cipro. Accogliamo con favore l’odierna decisione del Parlamento europeo di riconoscere che la soluzione del problema rappresentato dall’occupazione turca di parte di Cipro è una questione fondamentale che va affrontata prima che la Turchia possa aderire all’Unione europea. Pur reputando la posizione del Parlamento inadeguata rispetto a ciò che si sarebbe dovuto fare in merito alla questione dei diritti della popolazione curda in Turchia, siamo altresì liete di vedere che la situazione dei curdi in Turchia viene considerata una questione fondamentale per i negoziati di adesione tra Turchia e Unione europea.

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), per iscritto. (NL) I negoziati con la Turchia sono nell’interesse dei curdi, degli armeni, delle minoranze religiose e dei prigionieri politici. Sono altresì importanti per milioni di europei di origine turca, che di conseguenza si sentiranno riconosciuti quali cittadini comunitari come gli altri. Mi auguro che tali negoziati portino infine a una Turchia democratica, multietnica e multireligiosa che convive in pace con tutti i paesi vicini. Questo appare improbabile nell’immediato futuro.

E’ probabile che i negoziati si arenino presto per via del ritardo della federalizzazione di Cipro e delle continue tensioni tra Turchia e Cipro che ne conseguono. Vi sono inoltre forze interne alla Turchia che si rifiutano ostinatamente di accettare la parità di diritti per le culture o le opinioni diverse e considerano qualunque accordo con i curdi e gli armeni un attacco all’onore della Turchia.

Se la Turchia alla fine aderirà, ci vorranno probabilmente trent’anni di negoziati disseminati d’interruzioni. Chiunque desideri accelerare tale processo al fine di dotare l’Europa di un esercito più grande o di maggiore manodopera a basso costo abbandonerà a se stesse le forze democratiche della Turchia e le sue persone svantaggiate. Accogliere una Turchia immutata abbasserà il livello della democrazia e dei diritti umani in Europa e renderà l’Unione europea un oggetto ancor maggiore di contese pubbliche.

 
  
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  Hartmut Nassauer (PPE-DE), per iscritto. (DE) Mi sono espresso a favore della relazione, benché essa sostenga quale obiettivo ultimo la condizione di Stato membro a tutti gli effetti, e in una votazione per appello nominale, insieme con gli altri deputati al Parlamento europeo della CDU/CSU, ho respinto l’idea che la Turchia debba essere uno Stato membro vero e proprio.

Il punto di vista realistico e critico assunto dalla relazione circa la situazione in Turchia rende opportuna la sua adozione. La relazione osserva che fin dall’avvio dei negoziati di adesione la Turchia non ha affatto soddisfatto i criteri di Copenaghen in questioni centrali quali i diritti umani e la libertà di religione, e rileva molto chiaramente che non si sono fatti i conti con quanto è accaduto agli armeni in Turchia. E’ inconcepibile che la Turchia diventi uno Stato membro dell’Unione senza guardare in faccia la realtà storica. La relazione invoca inoltre una soluzione esaustiva della questione di Cipro; se la Turchia continua a negare il riconoscimento di Cipro, l’Unione europea deve sospendere i colloqui di adesione.

L’adesione turca estenderebbe eccessivamente, e perciò indebolirebbe, l’Unione europea. Finora l’unificazione europea è una storia di successi e può continuare ad esserlo solo se l’Unione resta forte. Un’Europa priva di contorni politici o geografici è un’Europa che l’opinione pubblica non vuole. L’allargamento non va considerato un processo automatico. Vogliamo che la Turchia rappresenti un partner importante al fianco dell’Unione europea, ed è per questa ragione che sosteniamo un partenariato privilegiato in alternativa all’adesione vera e propria.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho votato a favore della relazione Eurlings sui progressi compiuti dalla Turchia in vista dell’adesione all’Unione europea perché sono favorevole alle prospettive europee della Turchia. Il governo turco, tuttavia, deve mettere in pratica gli impegni presi in accordo con i criteri di Copenaghen, e in fretta.

Il Parlamento europeo insiste giustamente sull’effettiva conformità della Turchia agli standard europei e respinge le pressioni dell’asse Washington-Londra a favore di concessioni speciali, soprattutto per la Turchia.

Sono particolarmente soddisfatto perché gli emendamenti che miravano a sminuire la questione di Cipro sono stati respinti e gli emendamenti presentati dal gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica che ponevano l’accento sulla necessità di una strategia per la soluzione della questione curda sono stati accolti.

Il governo turco deve rispettare gli impegni presi secondo una concreta roadmap. E’ assurdo che un paese che desidera aderire all’Unione europea non rispetti nella pratica i principi europei.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) Il dibattito sull’eventuale adesione della Turchia all’Unione europea deve svolgersi con trasparenza e chiarezza e senza ricatti da entrambe le parti. Analogamente, va messo decisamente in chiaro che si deve trattare di un processo aperto in cui l’esito finale non è stato deciso in anticipo. Va inoltre riconosciuto fin dall’inizio che la questione non è solo che la Turchia soddisfi una serie di criteri senza i quali l’adesione sarebbe impossibile, ma anche che l’Unione europea sia nella posizione di accogliere e assorbire la Turchia.

D’altra parte, come ho notato all’inizio di questa fase di negoziati, penso che un negoziato in cui una delle parti non riconosce l’altra nella sua interezza, come nel caso della Turchia nei confronti di Cipro e, per estensione, dell’Unione europea, sia un negoziato partito con il piede sbagliato e che accusa gravi mancanze.

In conclusione, il processo ha un grandissimo potenziale per quanto riguarda la promozione dell’apertura economica, lo sviluppo, la democrazia e il rispetto dei diritti umani in Turchia, ed esso non va sprecato. L’esito peggiore di questo processo si avrebbe se si aprisse un abisso tra Turchia e Unione europea.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto.(FR) Sì, alla fine ho votato a favore della relazione sull’adesione della Turchia.

L’ho fatto a malincuore, o quasi. Abbiamo confermato sotto molti aspetti il voto della commissione per gli affari esteri: deploriamo il rallentamento del processo di riforma e sottolineiamo le costanti violazioni in materia di libertà d’espressione, libertà religiosa, diritti delle minoranze, diritti delle donne e persino diritti culturali. Siamo molto chiari riguardo alla questione di Cipro.

Sosteniamo soprattutto che, pur essendo lo scopo dei negoziati, l’adesione non sarà in nessun caso automatica. Per questo motivo ho votato a favore degli emendamenti al testo del relatore.

Perché, allora, il mio enorme rimpianto? Per via della questione del genocidio armeno, in merito alla quale il Parlamento è tornato vistosamente sui suoi passi rispetto a ciò per cui aveva votato in precedenza. Cedendo alle pressioni del gruppo socialista al Parlamento europeo e di altri, la plenaria ha appena compiuto un passo indietro: non chiediamo più alla Turchia di riconoscere il genocidio armeno come condizione preliminare all’adesione. Si tratta di un’inversione di marcia inaccettabile che manda a mio avviso un segnale disastroso ai negoziatori: il Parlamento si rimangia le sue stesse parole, perde la memoria e, cosa ancor più seria, perde di vista il proprio compito di ricordare.

 
  
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  Alyn Smith (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Accolgo con favore questa relazione realistica, pur pensando che avrebbe potuto essere più forte. In linea di principio sono a favore dell’adesione finale della Turchia, a patto che abbia preso in seria considerazione le riforme e abbia affrontato il proprio passato. Non credo l’abbia fatto, e sta a noi continuare a tenerla sotto pressione. Per quanto riguarda il riconoscimento del genocidio armeno e il trattamento dei curdi in particolare, penso che la relazione avrebbe potuto essere più intransigente, anche se, per contro, sostengo la lettura dei fatti e mi congratulo con il relatore per l’ottimo lavoro.

 
  
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  Marc Tarabella (PSE), per iscritto. – (FR) Ho deciso di astenermi dalla votazione finale sulla relazione d’iniziativa dell’onorevole Eurlings sui progressi compiuti dalla Turchia in vista dell’adesione.

Non credo, in effetti, che tale relazione sia adeguata e pertinente visto che la Commissione europea, incaricata di seguire i progressi compiuti dalla Turchia in vista dell’adesione, non ha ancora pubblicato la propria. Solo la Commissione europea ha competenza per giudicare i progressi realizzati dalla Turchia.

Inoltre, la relazione Eurlings mi sembra priva di equilibrio. Gli sforzi che essa chiede alla Turchia in numerosi settori, tra cui la libertà di parola, i diritti delle minoranze e i diritti della donna, sono ovviamente indispensabili, ma la relazione non riconosce a sufficienza gli sviluppi del paese per quanto riguarda lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani. Dalla presentazione della propria candidatura, la Turchia ha compiuto considerevoli sforzi per rispettare i criteri di adesione; sicuramente deve fare ancora molti passi avanti, ma sta procedendo nella giusta direzione.

Gli emendamenti adottati in seduta plenaria, in particolare quelli del gruppo socialista al Parlamento europeo che tolgono il riconoscimento del genocidio armeno come presupposto per l’adesione, hanno leggermente riequilibrato la relazione Eurlings. Tuttavia, non sono rimasto completamente soddisfatto.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE), per iscritto. (EN) Riconoscendo che i negoziati di adesione della Turchia dureranno molti anni e che occorrono riforme sostanziali, vi sono molti elementi della relazione Eurlings cui posso accordare il mio sostegno. La relazione, tuttavia, è eccessivamente negativa e molto squilibrata, soprattutto per quanto riguarda la questione di Cipro, riguardo alla quale non vi è alcun riconoscimento del sostegno della Cipro turca al piano di Annan o della promessa non mantenuta dall’Unione europea di porre fine all’isolamento della Cipro settentrionale. Non vi è inoltre alcuna richiesta di azioni costruttive da parte della Repubblica di Cipro, cui si lascia determinare l’avanzamento dei negoziati di adesione della Turchia (secondo il considerando B) e i cui interessi s’infiltrano persino nella NATO, in sono alla quale si deplora la Turchia per aver creato difficoltà (paragrafo 54). Inoltre, il futuro allargamento dell’Unione viene collegato in modo specifico con la ripresa del processo costituzionale comunitario, cosa cui fondamentalmente mi oppongo. Su queste basi, mi sono astenuto.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho deciso di astenermi dal voto sulla relazione Eurlings, benché si tratti di un lavoro rigoroso.

Essa rappresenta certamente una svolta per la nostra presa di coscienza della realtà dei rapporti tra Unione europea e Turchia, ma suggerendo e confermando, dopo che alcuni emendamenti sono stati respinti, che l’adesione è in sé un obiettivo, resta troppo unilaterale. L’innegabile rallentamento delle riforme in Turchia, nonostante l’apertura dei negoziati di adesione da parte della Commissione, dovrebbe al contrario dare maggior peso all’opzione di un partenariato privilegiato. E’ preoccupante che l’apertura di tali negoziati non abbia accelerato le riforme, e dobbiamo rispondere chiedendo risultati e non dando l’idea che l’adesione si realizzerà qualunque cosa accada.

Per questo motivo è stato necessario sottolineare che la normalizzazione dei rapporti con Cipro dev’essere una condizione preliminare dell’adesione. E’ inammissibile che la Turchia non abbia ancora ratificato e attuato il Protocollo di Ankara, il che è una forma minima di riconoscimento giuridico, appena accettabile. In conclusione, ho accordato il mio sostegno all’emendamento sul riconoscimento del genocidio armeno quale condizione preliminare dell’eventuale adesione, perché non si tratta di una questione simbolica ma di un obbligo morale e di un’esigenza storica che grava sulle spalle delle autorità turche.

 
  
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  Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. (SV) La Turchia deve percorrere molta strada prima che l’adesione all’Unione europea possa apparire come una possibilità imminente. In precedenza ho votato contro l’avvio dei negoziati di adesione con la Turchia perché passerà molto tempo prima che quel paese soddisfi i requisiti di adesione all’Unione europea. Non si può portare avanti un processo di negoziazione per vent’anni. Le pressioni per ridurre l’entità dei requisiti rischierebbero di diventare troppo forti.

E’ importante rivolgere alla Turchia richieste chiare. I criteri di Copenaghen in materia di diritti umani vanno soddisfatti, la sovranità di Cipro va rispettata e il genocidio degli armeni e dei siri/assiri del 1915 va riconosciuto.

Prima che l’adesione della Turchia all’Unione europea possa diventare una possibilità imminente, il potere di voto di ciascuno Stato membro va modificato in modo che un esiguo numero di Stati membri densamente popolati non possa detenere il controllo delle decisioni comunitarie.

Le conseguenze finanziarie di un’eventuale adesione turca all’Unione europea vanno esaminate con attenzione. La politica agricola comune e la politica regionale dell’Unione vanno riformate prima che la Turchia possa aderire all’UE. Il bilancio comunitario va ridotto all’uno per cento del reddito nazionale lordo complessivo degli Stati membri, e un’eventuale adesione turca non deve comportare un superamento di quel tetto.

E’ importante prendere atto del fatto che l’avvio dei negoziati con la Turchia non significa automaticamente che quel paese diventerà uno Stato membro dell’Unione.

 
  
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  Presidente. Con questo si concludono le dichiarazioni di voto.

 
Ultimo aggiornamento: 28 novembre 2006Avviso legale