Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulla situazione in Darfur.
Paula Lehtomäki, Presidente in carica del Consiglio. – (FI) Signor Presidente, onorevoli deputati, l’Unione europea è preoccupata per i recenti sviluppi in Sudan, in particolare per il deteriorarsi della situazione nel Darfur, in termini umanitari e di sicurezza. La Presidenza, insieme con l’Alto rappresentante UE Javier Solana, ha lavorato in stretto contatto con i partner dell’UE e la comunità internazionale nel tentativo di definire una serie di obiettivi comuni e di collaborare per la costruzione di una pace duratura nel Darfur. Inoltre, Pekka Haavisto, nominato rappresentante speciale dell’UE per il Sudan nell’estate 2005, continua a monitorare la situazione generale in Sudan e il coordinamento degli interventi UE, oltre a prendere parte a discussioni con il Sudan nella sua qualità di rappresentante dell’UE.
L’accordo di pace per il Darfur, firmato a maggio dal governo sudanese e dalle truppe ribelli del Minni Minnawi, il movimento di liberazione del Sudan, era considerato un’opportunità per la pace. Secondo le attese, l’accordo di pace avrebbe dovuto porre fine a un conflitto durato tre anni, che ha provocato quasi 300 000 morti e costretto all’esilio oltre due milioni di persone. Tuttavia, dopo quattro mesi la sicurezza e la situazione umanitaria nella regione si stanno rapidamente deteriorando. I violenti attacchi ai villaggi e ai campi di rifugiati, all’interno e all’esterno del paese, sono aumentati, in particolare negli ultimi mesi. Il governo sudanese ha rafforzato la presenza militare nel Darfur. Sia le truppe governative che i ribelli stanno violando gli accordi di cessate il fuoco. A causa della scarsa sicurezza, è aumentato il numero di rifugiati e di persone bisognose di aiuti umanitari. Nel contempo, è diventato più difficile fornire assistenza umanitaria, e gli aiuti raggiungono solo il 50 per cento circa delle popolazioni bisognose.
Se l’accordo di pace per il Darfur venisse attuato – e i progressi in questo senso sono quasi inesistenti – avrebbe un impatto immediato sull’esistenza di sei milioni di abitanti del Darfur. Consentirebbe ai rifugiati di fare ritorno alle loro case e a una vita normale; renderebbe possibile la ripresa dell’agricoltura, per garantire le forniture di prodotti alimentari, e il funzionamento delle scuole e dell’assistenza sanitaria, e contribuirebbe altresì a garantire condizioni di vita basilari, solo per citare alcune delle conseguenze positive. Tutto questo dipende dal miglioramento della sicurezza.
Al fine di garantire che l’accordo di pace per il Darfur sia realizzabile e si possa attuare, occorre coinvolgere nel processo di pace i gruppi che non hanno firmato il patto. Per migliorare la sicurezza, è fondamentale che le parti coinvolte nel conflitto si impegnino per un cessate il fuoco e che il cessate il fuoco sia monitorato. L’UE ha ripetutamente invitato le parti coinvolte nel conflitto a rispettare gli obblighi posti a loro carico dall’accordo di pace e dall’accordo di cessate il fuoco umanitario firmato a N’Djamena nel 2004. L’Unione europea, in particolare nella persona del suo rappresentante speciale Haavisto, si è attivata per cercare di coinvolgere nel processo di pace le parti che non hanno sottoscritto l’accordo e di persuaderle a firmare l’accordo di pace per il Darfur.
L’Unione europea è preoccupata in merito agli effetti del conflitto nel Darfur sul processo di pace nel Sudan nel suo complesso. Il conflitto avrà gravi ripercussioni sulla stabilità regionale nell’Africa orientale e nel Corno d’Africa, soprattutto in Ciad e nella Repubblica centroafricana.
Per sostenere il processo di pace nel Darfur, nel 2004 è stata istituita la Missione dell’Unione africana nel Sudan (AMIS). L’UE sostiene l’AMIS dal varo della sua attività, attraverso l’African Peace Facility (APF). In totale, il sostegno finanziario dell’Unione a favore dell’attività dell’AMIS si aggira su 242 milioni di euro. Inoltre, l’Unione ha fornito materiali, aiuti e sostegno in termini logistici e di pianificazione, oltre a personale. Anche gli Stati membri hanno sostenuto le operazioni con importanti contributi bilaterali.
L’AMIS, la prima missione di peacekeeping nella storia dell’Unione africana, ha svolto un lavoro eccellente in circostanze estremamente difficili. Tuttavia, le sue capacità e risorse sono insufficienti per affrontare le enormi sfide presenti nel Darfur. Nonostante le ingenti somme di denaro fornite dall’UE, la missione ha avuto anche gravi problemi finanziari. Risulta pertanto evidente che l’unica soluzione possibile e realistica per il mantenimento della pace nel Darfur è un’operazione ONU.
L’UE sostiene fortemente la risoluzione 1706 adottata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU il 31 agosto, che allarga al Darfur il mandato della missione di peacekeeping UNMIS nel Sudan meridionale, per continuare il lavoro avviato dall’AMIS. La missione ONU avrebbe il compito principale di sostenere l’attuazione dell’accordo di pace per il Darfur. La protezione dei civili e il monitoraggio del cessate il fuoco costituirebbero elementi essenziali del suo mandato. In quanto principale sostenitrice dell’AMIS, l’Unione europea è fortemente preoccupata per il fatto che il governo del Sudan non ha acconsentito alla presenza della missione ONU nel Darfur.
La forza di pace dell’ONU è vitale per migliorare la sicurezza nel Darfur e per attuare l’accordo di pace in modo sostenibile. Tuttavia, il Darfur non può essere lasciato in un “vuoto di protezione”. Per questo motivo, l’UE approva la decisione presa dall’Unione africana a New York il 20 settembre di prorogare il mandato dell’AMIS fino alla fine dell’anno. Inoltre, l’UE si è impegnata a fornire sostegno all’AMIS anche in questa “fase di transizione”. L’UE sta ancora insistendo presso il governo sudanese affinché consenta all’AMIS di operare sotto la supervisione dell’ONU, ai sensi della risoluzione 1706.
In più di un’occasione, l’Unione ha espresso la propria preoccupazione su questo argomento e ne ha discusso con il governo sudanese. Inoltre, l’UE ha sollecitato altri attori internazionali a prendere iniziative per convincere il governo sudanese dell’utilità e della necessità della missione ONU per il processo di pace nel Sudan in generale. Proprio partendo da questi presupposti, la Presidenza finlandese, l’Alto rappresentante UE Javier Solana, il rappresentante speciale UE Pekka Haavisto e gli Stati membri hanno discusso approfonditamente della questione in occasione del loro incontro durante la settimana ministeriale all’Assemblea generale dell’ONU a New York.
L’UE è fortemente preoccupata in merito alle violazioni dei diritti umani nel Darfur. In particolare, donne e bambini sono vittime di violenze fisiche, compreso lo stupro. L’Unione sostiene il lavoro del Relatore speciale ONU sui diritti umani per il miglioramento della situazione dei diritti umani. L’UE ha ricordato ripetutamente al governo del Sudan la sua responsabilità di proteggere i propri cittadini da tutte le forme di violenza e di garantire il rispetto dei diritti umani.
L’UE è tra i principali fornitori di aiuti per la ricostruzione dopo la guerra civile nel Sudan. Alla Conferenza dei donatori di Oslo sul Sudan, nell’aprile 2005, la Commissione e gli Stati membri hanno promesso aiuti sostanziali per soddisfare le necessità immediate e avviare la ricostruzione. Quando il processo di pace nel Darfur comincerà seriamente, l’UE è pronta anche a fornire aiuti per la ricostruzione nel Darfur. Inoltre, l’Unione fornirà a Sudan e Darfur consistenti aiuti umanitari.
E’ importante che l’UE svolga un ruolo attivo e di rilievo in Sudan e nel Darfur. La situazione in quelle regioni è una delle questioni prioritarie per quanto concerne l’Africa e la politica estera e di sicurezza comune e resterà ai primi posti nell’agenda della Presidenza finlandese dell’UE. La questione sarà inoltre sollevata in occasione di tutte le principali conferenze e riunioni con parti terze, ivi compresi incontri ad alto livello.
In assenza di iniziative adeguate, il Darfur rischia di cadere in una nuova spirale di violenza. Ed è qualcosa che non ci possiamo permettere.
Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione. – (FR) Signor Presidente, Presidente Lehtomäki, siamo tutti consapevoli che nel Darfur la situazione è critica.
La tragedia umanitaria continua ed è addirittura peggiorata, con ulteriori morti e sofferenze. Il Darfur rischia in ogni momento di cadere in una guerra generalizzata, con conseguenze imprevedibili e incalcolabili per la stabilità del paese e della regione. La pace nel Sudan meridionale potrebbe essere compromessa. Numerosi paesi vicini, come Ciad, Repubblica centroafricana e Uganda, e anche paesi più lontani, quali la Somalia e la Repubblica del Congo, potrebbero subire dei contraccolpi. Tuttavia, anche se siamo al culmine della crisi, esiste ancora una possibilità di evitare il peggio e di ripristinare la pace e la stabilità.
La Commissione considera positivamente la decisione dell’Unione africana di prorogare al 31 dicembre il suo mandato, contribuendo così a impedire un vuoto di sicurezza nel Darfur, in un momento in cui la violenza sta riesplodendo e il processo avviato con gli accordi di pace di Abuja è a un punto morto.
Tuttavia, deploriamo il fatto che il governo sudanese non abbia ancora accettato la risoluzione 1706 del Consiglio di sicurezza, che definisce il quadro nell’ambito del quale le responsabilità militari dell’Unione africana verrebbero trasferite alle Nazioni Unite. Va notato che la stessa Unione africana aveva preso una decisione su questo trasferimento già in marzo. Secondo la Commissione, il trasferimento di responsabilità è fondamentale per il ripristino della pace nel Darfur. E’ quindi importante convincere Khartum ad accettarlo. Non può esistere la pace nel Darfur se Khartum non accetta il trasferimento, e soprattutto se vi si oppone. Khartum ha denunciato l’eventualità del trasferimento parlando di un complotto dell’occidente. In alcune occasioni si è parlato anche di un complotto sionista.
Sono affermazioni infondate. Non è negli intenti della comunità internazionale minare la sovranità sudanese, o peggio ancora rovesciare il regime sudanese. E’ quindi evidente quanto sia urgente da entrambe le parti riuscire a ristabilire rapidamente un dialogo pacato sul Darfur e sulla questione del trasferimento, al fine di risolvere i malintesi che potrebbero ancora esistere in merito. Questo è lo scopo principale dell’attuale intensa attività diplomatica cui partecipa la Commissione.
Ricordiamoci che l’obiettivo del trasferimento delle responsabilità dall’Unione africana alle Nazioni Unite è quello di riportare la sicurezza e la stabilità nel Darfur, nonché di proteggere la popolazione civile e consentire alle organizzazioni umanitarie di svolgere il loro lavoro. Va sottolineato che negli ultimi mesi sono stati uccisi 13 operatori umanitari. Questo trasferimento è la chiave per ripristinare un clima di fiducia tra le parti e consentire il vero rilancio dell’accordo di pace di Abuja per il Darfur, per indurre gli Stati che ancora non l’hanno fatto a firmarlo, per sostenere l’effettiva attuazione dell’accordo e impedire che venga minata la struttura risultante dall’accordo di pace nord-sud. Tutti questi aspetti sono anche nell’interesse di Khartum.
Le attuali dichiarazioni eccessive, così come l’intensificazione dei combattimenti, non portano da nessuna parte. Gli estremisti che pensano di vincere seguendo la logica degli scenari peggiori e della radicalizzazione si sbagliano. Si sbagliano pesantemente. Questo approccio si può solo ritorcere contro di loro. Le conclusioni dell’ultimo Consiglio “Affari generali” mandano un messaggio molto chiaro e fermo ai ribelli e a Khartum per quanto concerne le rispettive responsabilità.
La Commissione è convinta che esista ancora una possibilità di fermare l’escalation e uno spazio per riprendere un dialogo genuino. Tuttavia, è importante agire rapidamente, prima che questo spazio si chiuda. E’ in tale ottica e con il desiderio di ascoltare che il Presidente della Commissione europea Barroso e il Commissario Michel intendono a breve recarsi a Khartum per incontrare il Presidente Bashir, nell’intento di promuovere il processo di transizione dall’Unione africana alle Nazioni Unite e di rilanciare il processo di pace di Abuja.
Michael Gahler, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signor Presidente, le popolazioni che sono riuscite a sopravvivere nel Darfur sono in una situazione disperata, con i miliziani Janjaweed che continuano ad attaccare e a distruggere i villaggi, mentre le torture, gli stupri e i reclutamenti coatti sono all’ordine del giorno. Esistono zone del Darfur che le organizzazioni umanitarie internazionali non sono più in grado di raggiungere.
Il governo sudanese dovrebbe adempiere all’obbligo di proteggere il suo popolo, ma dimostra di avere intenzioni opposte e la recente offensiva militare rappresenta una violazione dell’accordo di pace per il Darfur. Vorrei esprimere chiaramente il mio timore: probabilmente quello che desidera il governo è perseguire fino alla fine la sua strategia di distruzione ed espulsione.
In questa situazione, è assolutamente fondamentale che la comunità internazionale attui la risoluzione 1706 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che ha aperto la strada allo spiegamento di truppe ONU fino a 25 000 unità. L’Unione africana, che ha già fatto tutto quanto le è possibile, è anch’essa a favore del subentro delle truppe ONU, ma naturalmente è importante che fino a quel momento le venga garantito ogni possibile sostegno – com’è stato finora. Devo dire molto francamente che a mio parere questa è comunque la seconda soluzione, poiché le truppe ONU dovrebbero essere già sul posto.
Una particolare responsabilità spetta non solo ai membri del Consiglio di sicurezza, ma anche, e soprattutto, alle potenze che al suo interno esercitano il potere di veto, perché sono responsabili nei confronti del mondo intero e non devono perseguire esclusivamente i rispettivi interessi nazionali.
A questo proposito, vorrei fare un appello particolare alla Cina, che l’11 settembre, insieme all’UE, ha confermato che – cito dall’inglese:
(EN) “I leader hanno sottolineato che la transizione da un’operazione UE a un’operazione ONU potrà favorire la pace nel Darfur.”
(DE) Invitiamo quindi la Cina a esercitare la propria influenza presso il Sudan affinché si arrivi senza indugio a un accordo sullo stazionamento di truppe ONU nel Darfur.
Glenys Kinnock, a norme del gruppo PSE. – (EN) Signor Presidente, devo dire che nelle dichiarazioni del Consiglio e della Commissione rilevo un elemento di compiacimento piuttosto preoccupante. Non si può parlare di collaborazione con il generale Bashir e augurarsi di poterlo persuadere in futuro. Seguo da molti anni la situazione nel Sudan e posso confermare che ciò non sarebbe realistico, in particolare in questo momento.
Ora è in gioco il futuro della popolazione del Darfur, così come lo era prima dell’accordo sul mantenimento della forza militare dell’Unione africana fino al 30 settembre 2006. Il governo di Khartum non deve rispondere a nessuno e rifiuta manifestamente di consentire a tre milioni di persone nel Darfur l’accesso ad aiuti umanitari. Che cosa intende fare la comunità internazionale? Non mi avete detto che cosa farete per mettere il governo di Khartum di fronte alle sue responsabilità.
La forza di pace ONU dev’essere pronta entro tre mesi, o anche prima, perché l’Unione africana comincerà a ritirarsi. Il futuro dell’Unione africana è molto confuso: è sottofinanziata, opera oltre i limiti delle sue forze e con gravi difficoltà. Occorre inviare al più presto una forza militare delle Nazioni Unite con un mandato più completo dell’attuale, poiché dev’essere in grado di proteggere le popolazioni vulnerabili e traumatizzate del Darfur che attualmente vivono sotto una minaccia così terribile.
I sudanesi non hanno rispettato nessuna scadenza. La loro strategia del genocidio procede e non c’è più un cessate il fuoco da monitorare. E’ inutile parlare dell’accordo di pace: non esiste più. Nel 1994, dopo il Ruanda, avevamo detto “mai più” e ora ci troviamo di fronte al primo genocidio del XXI secolo, a meno che non la smettiamo con questo atteggiamento compiacente e non facciamo qualcosa.
Avete parlato degli attori principali. Sono Cina, Russia e Lega Araba, tutti e tre complici in questa situazione.
Un ultimo punto importante: non avete menzionato la necessità di imporre una zona di esclusione aerea. Esistono 13 risoluzioni ONU che sollecitano una zona di esclusione aerea, che tuttavia non è mai stata imposta, nemmeno per un momento. Che cosa intende fare il Consiglio, che cosa intende fare la Commissione, per garantire che gli aerei Antonov non continuino a sorvolare i villaggi del Darfur lanciando bombe su civili innocenti? Vi esorto a riflettere seriamente sull’imposizione di una zona di esclusione aerea. Non potreste considerare di utilizzare i jet francesi attualmente presenti nel vicino Ciad per monitorare lo spazio aereo e far smettere ai sudanesi di terrorizzare la popolazione del Darfur?
Marielle De Sarnez, a nome del gruppo ALDE. – (FR) Signor Presidente, sono ormai tre anni che il Darfur è vittima di una tragedia terribile, sotto gli occhi di una comunità internazionale impotente.
Come accennato poc’anzi, il conflitto ha provocato la morte di 300 000 civili. Due milioni di persone – ossia un terzo della popolazione – sono sfollate all’interno del Darfur; 200 000 hanno oltrepassato il confine per fuggire in Ciad. Tre milioni di persone dipendono completamente dagli aiuti alimentari internazionali. Ogni giorno, bambini e famiglie vengono aggrediti, spinti a fuggire e uccisi. La crisi umanitaria si sta aggravando. Nella maggior parte del Darfur, alle organizzazioni umanitarie non è consentito andare in aiuto delle circa 350 000 persone che hanno bisogno di medicinali e di cibo.
A causa dello stato di malnutrizione e della mancanza di acqua, nei campi si stanno diffondendo epidemie di colera ed epatite E. Anche gli stessi responsabili delle ONG sono vittime del conflitto: negli ultimi due mesi sono morti dodici operatori.
Per la sua insufficienza, l’accordo di pace firmato ad Abuja il 5 maggio non ha contribuito a far cessare le violenze, ma al contrario ha provocato una recrudescenza dei soprusi. Sono ripresi i combattimenti e i massacri di civili e da maggio 100 000 persone hanno dovuto fuggire dalle violenze. Migliaia di soldati dell’esercito sudanese sono stati nuovamente schierati nella regione e sono ripresi i bombardamenti aerei. Nel frattempo, oltre due milioni di persone cercano di sopravvivere, rinchiuse nei campi, circondate dai propri nemici e aggredite regolarmente. Centinaia di donne vengono stuprate ogni mese, appena escono dal campo e percorrono qualche metro per procurarsi della legna da ardere per riscaldarsi o per cucinare.
L’unica occupazione che avevano questi milioni di persone era coltivare la terra; ora si trovano private di questo diritto fondamentale e ridotte a coltivare – quando possono – qualche dozzina di metri quadri attorno ai campi, correndo il rischio di essere aggredite dalle stesse persone che hanno distrutto i loro villaggi.
Dipendono al 100 per cento dagli aiuti internazionali, che non sono particolarmente generosi. In alcuni mesi, le razioni di cibo sono dimezzate perché mancano le sovvenzioni, perché i donatori non si sono materializzati. Questi campi, onorevoli colleghi, sono vere e proprie prigioni all’aria aperta. Non possiamo più restare indifferenti di fronte a quanto sta accadendo nel Darfur.
L’Europa ha un obbligo umanitario, politico e morale di imporre la pace in quella parte del mondo. Non può esistere una soluzione militare alla crisi del Darfur. Esiste un’urgente necessità di riaprire uno spazio per i negoziati e di lavorare su un accordo politico con il pieno contributo di tutte le parti interessate. E’ essenziale, se si vuole che la popolazione del Darfur sostenga il processo di pace. L’accordo dovrà prevedere una rappresentanza della popolazione del Darfur ai vari livelli del governo, l’effettiva garanzia del disarmo delle milizie Janjaweed e la garanzia che i due milioni di sfollati e i 200 000 rifugiati possano ritornare in sicurezza nella loro terra.
Chiediamo inoltre che agli operatori umanitari sia garantito l’accesso libero e sicuro a tutte le zone interessate dal conflitto, e ci appelliamo alla Commissione e al Consiglio affinché garantiscano che l’Unione europea aumenti in misura considerevole i propri aiuti umanitari.
Sollecitiamo inoltre il governo sudanese a porre fine all’offensiva militare e ad accettare immediatamente la decisione del Consiglio di sicurezza di dispiegare una missione ONU di mantenimento della pace per far cessare le violenze.
In questo momento il Darfur ha bisogno dell’Europa. Noi in questa sede, nel Parlamento europeo, non abbiamo il diritto di voltare le spalle al problema.
Marie-Hélène Aubert, a nome del gruppo Verts/ALE. – (FR) Signor Presidente, purtroppo le risoluzioni e le dichiarazioni sul Darfur si susseguono ormai da diversi anni, a quanto pare con scarso successo o invano.
Com’è già stato rilevato, gli abusi continuano, le violenze sono in aumento e le donne e i bambini sono le vittime principali di questi crimini e di queste atrocità. E’ una situazione assolutamente intollerabile. Di fronte a tutto ciò, sembra crescere un senso di impotenza o di fatalismo, mentre abbiamo il dovere di impegnarci ora per riuscire a compiere progressi reali sul campo. Infatti, più il tempo passa, più il governo di Khartum ritiene di poter agire nell’impunità e si convince che alla fine, trincerandosi nella sua posizione e guadagnando tempo, riuscirà a realizzare i suoi obiettivi.
Se vogliamo agire, a quanto pare le priorità da perseguire sono tre. Innanzitutto, la priorità più urgente è ottenere l’accesso ai rifugiati, perché in questo momento migliaia di persone soffrono la fame e subiscono violenze, e nessuno può accedere a queste popolazioni: è una situazione che va migliorata con urgenza.
La seconda priorità è la lotta all’impunità. E’ inaccettabile che, nonostante le dichiarazioni e il vago desiderio di sanzioni, non si sia ancora fatto nulla. I criminali e coloro che si stanno arricchendo smisuratamente continuano a svolgere le loro attività come se non ci fosse nulla di sbagliato, ed è stato fatto poco a questo proposito.
La terza e ultima priorità è ovviamente l’istituzione, il più rapidamente possibile, di una missione delle Nazioni Unite che vada a rafforzare quella dell’Unione africana, che sta comunque svolgendo un ruolo importante che andrebbe consolidato.
Quindi, certamente a questo punto siamo obbligati a esortare la Cina e la Russia a svolgere un ruolo positivo in questa situazione, anche se sappiamo bene che la Cina e la Russia forse non sono esempi ideali cui aspirare in fatto di rispetto dei diritti umani o delle popolazioni interessate da conflitti analoghi. Inoltre, dobbiamo nel contempo sollecitare un dialogo generale, come ha rilevato l’oratore precedente.
Infine, qualche parola in merito al ruolo del petrolio in tutto questo. Non vogliamo nascondere la testa nella sabbia. Sappiamo fin troppo bene che il petrolio fa nascere conflitti, suscita invidie, consente di acquistare armi e induce a non intervenire, in particolare la Cina – che ha interessi molto importanti in quell’area – e tutti coloro, soprattutto le superpotenze, che sono alla ricerca sempre più frenetica di risorse petrolifere facilmente accessibili.
Quindi, dovremo inserire questo aspetto dell’accesso al petrolio in un quadro molto più ampio, europeo e internazionale.
Vittorio Agnoletto, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la situazione umanitaria e politica nel Darfur si aggrava di giorno in giorno. Anche secondo il coordinatore ONU per gli aiuti umanitari Jan Egeland la situazione umanitaria è peggiorata dal 2004: intere regioni del Darfur sono prive della presenza di personale umanitario perché il governo di Khartum impedisce l’accesso alle agenzie internazionali.
La persecuzione della popolazione civile da parte di bande armate finanziate e sostenute dal governo centrale sudanese, i famigerati Janjaweed assume ormai i contorni del genocidio. La comunità internazionale non può restare a guardare, la missione di protezione della popolazione civile, creata dall’Organizzazione dell’Unità africana, ha praticamente fallito. La sua mancanza di credibilità politica e militare ormai è fuori discussione. Per questo sosteniamo l’intervento delle Nazioni Unite descritto nella risoluzione 1706 votata dal Consiglio di Sicurezza, che il governo sudanese si ostina a negare.
E’ invece necessario dispiegare la missione di peacekeeping contemplata nella 1706 per proteggere centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini che da troppo tempo subiscono l’azione dei Janjaweed che precedenti risoluzioni ONU chiedono giustamente di smantellare.
Certo, sarebbe ancora meglio se il governo sudanese approvasse il dispiegamento di tale forza ONU; lo auspico e credo anche che gli Stati della Lega araba dovrebbero esercitare le pressioni più opportune su Khartum affinché accetti la risoluzione ONU. Allo stesso tempo, però, è inaccettabile un qualsiasi veto sudanese alle Nazioni Unite: in gioco ci sono centinaia di migliaia di vite innocenti e per le quali dobbiamo fare qualcosa.
Sarà l’intera credibilità della comunità internazionale, altrimenti, ad essere messa in discussione. E’ perciò necessario che il personale umanitario ONU possa essere presente in tutta la regione del Darfur altrimenti l’aiuto umanitario non potrà essere distribuito nelle dovute maniere.
Il Sudan deve sapere che dalla cooperazione con le Nazioni Unite dipenderà la sua piena integrazione nella comunità internazionale.
Eoin Ryan, a nome del gruppo UEN. – (EN) Signor Presidente, oggi pomeriggio il Parlamento europeo ha certamente una visione unitaria di ciò che bisognerebbe fare riguardo al Darfur.
Trecentomila persone sono state uccise e due milioni e mezzo di persone sono state scacciate dalle loro case: 50 000 solo in quest’ultimo mese. Si tratta veramente di una catastrofe umanitaria su vasta scala. L’unica soluzione è istituire una forza delle Nazioni Unite, adeguata e con un mandato molto chiaro. E possiamo ottenerlo solo mediante un’azione diplomatica più aggressiva. Come mai ci sono voluti 30 giorni, un periodo di tempo criticato in quella fase perché troppo lungo, per dispiegare una forza ONU in Libano, mentre nel caso del Darfur sono tre anni che se ne parla? E’ perché non ci occupiamo del problema come dovremmo.
Certo, si biasima il governo sudanese, che effettivamente è colpevole. I suoi crimini sono stati già elencati da oratori precedenti, quindi non mi soffermerò a ripeterli. Si sta nascondendo, per motivi commerciali, dietro i governi di Cina, Russia, India e Malaysia, che hanno affermato di voler proteggere il governo sudanese e di porre il veto a sanzioni nei suoi confronti. Dobbiamo fare pressione su quei governi per assicurarci che non consentano che questo avvenga. Anch’essi, come chiunque altro, devono contribuire a cercare di porre fine a ciò che sta avvenendo nel Darfur. E’ un’assoluta catastrofe.
Se vogliamo fermarla, occorre dispiegare nel Darfur una forza ONU di peacekeeping di almeno 20 000 unità. L’attuale forza militare di 7 000 uomini dell’Unione africana è male equipaggiata e, considerando che le dimensioni dell’area da coprire sono quelle della Francia, per quei soldati è sicuramente impossibile presidiarla. E’ necessaria, e in tempi rapidi, una forza ONU adeguata, con un mandato adeguato.
Il Sudan richiede una soluzione politica molto rapida. L’ONU e l’UE devono agire. Dobbiamo fermare il genocidio e fare il possibile per favorire la pace nella regione. E’ stato ignorato per troppo tempo, è un assoluto oltraggio e al governo di Khartum non dovrebbe essere più permesso di farla franca. Non si può nascondere dietro altri paesi che affermano di voler porre il veto a eventuali sanzioni contro il Sudan. Dobbiamo agire per assicurarci di porre fine a quanto sta accadendo.
Andreas Mölzer (NI). – (DE) Signor Presidente, è indubbio che la crisi nel Darfur è il risultato della politica di arabizzazione promossa dal governo, nonché della sua volontà di armare i miliziani impegnati nella guerra civile nel Sudan meridionale.
I risultati di una simile politica appaiono evidenti – come già sottolineato in questo dibattito – nelle innumerevoli morti e nei milioni di sfollati, con il conseguente spopolamento di interi territori. Ciononostante, il Presidente Omar al-Bashir sostiene che non è vero che gli arabi sudanesi stiano attaccando gli africani neri sudanesi e afferma che le organizzazioni per i diritti umani che condannano l’attuale situazione lo fanno esclusivamente nella speranza di attirare maggiori donazioni.
Allora, è evidente che il Sudan preferirebbe essere lasciato a se stesso e alla sua guerra civile. Si può solo sperare che accetti la proroga del mandato di una missione di pace dell’Unione africana, benché chi la conosce dall’interno la descriva come mal equipaggiata e scarsamente motivata, e soprattutto non all’altezza del suo compito.
Benché il dispiegamento dei caschi blu dell’ONU prometta maggiori successi, è respinto con l’accusa di neocolonialismo. Allora forse il genocidio si potrebbe fermare se ci fosse un accordo per l’invio di una forza di pace internazionale composta da africani e musulmani, in altre parole un intervento congiunto di Unione africana e truppe ONU.
Simon Coveney (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, nel Darfur persiste la crisi umanitaria. Dal 2003 sono state uccise oltre 250 000 persone innocenti, mentre altri 2,5 milioni di persone sono sfollate. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU il mese scorso ha adottato la risoluzione 1706, che chiede l’invio nella regione di una forza di pace di oltre 22 000 uomini. Tuttavia, il governo del Sudan si oppone a tale forza di pace, accusando l’ONU di esercitare una forma di neocolonialismo sotto l’influenza di Washington. Sono affermazioni prive di senso del governo sudanese, che gioca a fare politica con la vita delle persone.
Il mandato della missione dell’Unione africana in Sudan è stato prorogato affinché l’ONU disponga di altri tre mesi per giungere ad un accordo con il governo sudanese sulla necessità di una forza multilaterale più efficiente per proteggere i civili. Tuttavia, nel probabile scenario di una persistente resistenza del Sudan alle iniziative dell’ONU, quest’ultima deve prendere una posizione più decisa. Ad esempio, potrebbe considerare un intervento militare ai sensi dell’articolo 7, data la sua responsabilità di proteggere i civili allorché le autorità nazionali siano incapaci di proteggere le proprie popolazioni da genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità.
Il governo del Sudan non ha dimostrato alcuna volontà di proteggere gli sfollati interni. Anzi, esistono prove evidenti del fatto che ha assistito e promosso gli attacchi ai campi dei rifugiati. Per il momento, è essenziale sostenere i 7 000 uomini della forza di pace dell’Unione africana e l’ONU ha convenuto di fornire sostegno logistico e materiale. La Lega araba si è finalmente impegnata a fornire un sostegno economico e occorre che anche gli Stati membri dell’UE si dimostrino generosi al riguardo.
L’UE ha la responsabilità di far sì che il Darfur divenga una priorità per l’ONU. Occorre esercitare maggiori pressioni, in particolare su Cina e Russia, affinché svolgano un ruolo più positivo in Sudan. Nel Darfur sono morti più civili che in Iraq e Afghanistan messi insieme. Tutti abbiamo le mani insanguinate a causa della lentezza della risposta internazionale a quanto è accaduto finora. Questa è la risoluzione più dura che abbiamo visto sul Darfur, ma si tratta di un’iniziativa necessaria. Mi auguro che tra un anno non ci ritroveremo a contare altri 100 000 morti.
Elena Valenciano Martínez-Orozco (PSE). – (ES) Signor Presidente, in questo momento in cui vogliamo – anche se non so se effettivamente possiamo – nutrire ancora speranze sull’accordo di pace firmato in maggio, assistiamo al peggioramento della situazione umanitaria nella regione, descritto già da molti altri onorevoli colleghi.
Il Parlamento europeo esprime ancora una volta il suo parere sulla situazione nel Darfur, e nel mio caso particolare mi unisco alla voce delle vittime: la popolazione civile, le donne e i bambini del Darfur.
Dallo scoppio del conflitto armato tre anni fa, le agenzie umanitarie hanno lanciato appelli sempre più disperati, ma completamente vani. Gli oltre 50 000 morti, i due milioni e mezzo di sfollati interni e i 500 000 rifugiati illustrano la tragedia di una regione in guerra meglio delle parole di chiunque.
Nella sua risoluzione, il mio gruppo ha espresso forte preoccupazione in merito alla violazione dei diritti dei bambini e all’uso generalizzato dello stupro delle donne come arma. Purtroppo questi aspetti non sono stati inclusi nella risoluzione di compromesso, come se non avessero importanza.
Si possono contare e identificare centinaia di migliaia di bambini uccisi, scomparsi, vittime di abusi sessuali, rapiti, esiliati, utilizzati come soldati e poi abbandonati, eccetera, che per di più non hanno accesso ad aiuti umanitari.
Tutti siamo colpevoli, non solo il governo di Khartum e le fazioni militari e della guerriglia. Vige una totale impunità nonostante il fatto che il governo del Sudan abbia ratificato la Convenzione sui diritti del bambino e il relativo protocollo facoltativo sui bambini nei conflitti armati.
Disponiamo anche di prove specifiche del fatto che lo scorso agosto in un solo campo oltre 200 donne hanno subito violenze sessuali, e le organizzazioni umanitarie ci avevano avvertiti di questa eventualità. Queste informazioni ci confermano sempre di più la spirale infernale in cui sta affondando il Darfur e nella quale ancora una volta i corpi di donne e ragazze sono spesso il campo di battaglia preferito di soldati e guerriglieri.
Riguardo a ciò che sta accadendo ora, in un altro campo di sfollati, invece di essere protette le donne sono state stuprate e viene loro impedito di raggiungere …
(Il Presidente interrompe l’oratore)
Fiona Hall (ALDE). – (EN) Signor Presidente, la situazione nel Darfur è estremamente grave. Il governo del Sudan sta riversando le sue truppe nella regione e la proroga di tre mesi del mandato dell’Unione africana concede solo un attimo di respiro.
La popolazione del Darfur è ancora di fronte alla prospettiva della cosiddetta sicurezza fornita esclusivamente dal governo sudanese, senza protezione internazionale. Chi di noi parlamentari ha visitato il Darfur nel 2004 ha visto con i propri occhi le case rase al suolo, disseminate di bossoli vuoti: tutto quello che era rimasto di un villaggio bombardato dal governo sudanese nel nome della sicurezza.
Ancora la scorsa settimana, un aeroplano Antonov del governo sudanese bombardava i villaggi nel Darfur settentrionale. In assenza di una presenza internazionale nel Darfur ci sarà un massacro totale, nonostante tutte le strette di mano e i “mai più” dopo il Ruanda.
Per questo motivo la presenza della forza ONU autorizzata dalla risoluzione 1706 è così importante. Il compito più urgente per la diplomazia internazionale è lavorare con Russia e Cina per isolare il Sudan e imporre una presenza ONU nel Darfur.
La dichiarazione UE-Cina dell’11 settembre è incoraggiante, ma occorre metterla a frutto. Vorrei chiedere al Consiglio quali iniziative sta prendendo in proposito. Da parte sua, l’Unione africana ha dichiarato che nel Darfur è assolutamente necessaria una forza ONU a maggioranza africana.
Riguardo al peggioramento della situazione umanitaria, un numero crescente di località sono divenute inaccessibili per le ONG a causa dei combattimenti in corso. Nel contempo, il numero di persone dipendenti dall’assistenza umanitaria è arrivato a quasi 3 milioni. Questo mese sono stati segnalati più di 30 nuovi casi di colera. Senza una vera pace, le iniziative umanitarie franeranno e centinaia di migliaia di persone fuggite dalle proprie case per salvarsi la vita si ritroveranno ad affrontare la morte.
Angelika Beer (Verts/ALE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, non ho bisogno di ripetere quanto è stato appena detto sulla situazione nel Darfur in tutta la sua terribile crudeltà.
Quello che voglio dire ora è che i discorsi della Presidenza, nella persona della signora Ministro, e anche del Commissario Frattini non mi hanno affatto convinta. Perché fino a quando chi detiene la responsabilità all’interno dell’Unione europea – e con questo intendo voi, nel Consiglio e nella Presidenza – non riesce nemmeno a constatare che quanto sta accadendo in questo momento è un genocidio, e se si parla solo di come parteciperemo alla ricostruzione una volta ristabilita la pace e così via, mi chiedo perché non chiamate le cose con il loro nome: quello che più importa è porre fine al genocidio – perché è di questo che si tratta – e solo dopo potremo continuare con il lavoro di ricostruzione.
C’è bisogno di chiarezza, anche all’interno dell’Unione europea. Il dilemma nel Consiglio di sicurezza è che Cina e Russia impediscono qualsiasi iniziativa. E’ chiaro, quindi, che occorre abolire il diritto di veto nel Consiglio di sicurezza. A nessun paese del pianeta dev’essere permesso di porre il veto per consentire il proseguimento di un genocidio.
In secondo luogo – e questo noi europei possiamo farlo – dobbiamo renderci conto del fatto che in circostanze così tragiche la cosiddetta sovranità dello Stato sudanese è assolutamente negoziabile. Il bene più alto è la sicurezza dell’uomo, la protezione della vita umana, non certo la presunta sovranità di uno Stato antidemocratico, brutale e inadeguato.
Pensiamo alle discussioni che abbiamo avuto sull’invio delle truppe in Congo e poi in Libano: questa volta parliamo di 22 000 soldati. Non possiamo reagire alla notizia della proroga fino a dicembre con un “evviva!” e sperare che entro quella data si saranno trovati 22 000 soldati per una forza ONU; non funziona. Significherebbe che fino a dicembre resteremmo degli spettatori passivi di un genocidio e solo in quel momento affronteremmo la questione, senza aver fatto nulla prima. L’Europa non può adottare una simile politica!
Tobias Pflüger (GUE/NGL) – (DE) Signor Presidente, è evidente che la situazione nella provincia sudanese del Darfur è terribile. Le persone vengono scacciate dalle loro case, brutalmente, in quella che Jean Ziegler ha descritto come una “orribile tragedia”, ma è piuttosto facile dire che bisognerebbe inviare le truppe come previsto nella risoluzione ONU. Tutti voi conoscete il contenuto della risoluzione ONU; dice che il governo sudanese – come di consueto – deve dare il suo consenso, e questo è precisamente ciò che il governo sudanese non ha intenzione di fare. Quindi, in questa situazione abbiamo bisogno di una soluzione politica, piuttosto che degli appelli per l’invio di truppe o per prepararne il dispiegamento che si sentono all’interno della NATO.
Il ruolo dell’Unione europea in tutto questo è esattamente quello che hanno descritto il Consiglio e la Commissione. E’ molto facile affermare che vogliamo le truppe. Il problema è che esistono certe regole fondamentali che bisogna rispettare e che effettivamente prevedono che il governo interessato debba dare il suo consenso – cosa che il governo in questione non ha fatto. Vorrei sottolineare una volta di più quanto ha affermato l’onorevole collega del gruppo Verde/Alleanza libera europea; in particolare nel Sudan meridionale esistono determinati interessi economici che svolgono un ruolo essenziale in questo conflitto – si è già parlato del petrolio – e che indubbiamente coinvolgono, oltre alla Cina, anche alcuni Stati europei, come il mio paese; perché anche la Germania è fortemente coinvolta nei piani di costruzione di una importante linea ferroviaria in quell’area. L’invito ad aiutare le popolazioni suona magnificamente, e certamente lo appoggio, ma dovrebbe essere realistico e portare in concreto a un aumento degli aiuti umanitari.
Jana Hybášková (PPE-DE). – (CS) Signor Presidente, signor Commissario, preferirei non parlare affatto, per protestare contro la vostra e la nostra inettitudine. La Cina ha bisogno di minerali, petrolio, mercati, acqua e terra. Stiamo assistendo alla colonizzazione cinese dell’Africa. Il governo sudanese, partner o elemento costitutivo di Al-Qaeda, da tempo rifugio di Osama, fido alleato di Al-Tourabi, pratica letteralmente la pulizia etnica, stuprando e ingravidando decine di migliaia di donne per la causa dell’arabizzazione e l’appartenenza alla Lega degli Stati arabi. I russi forniscono le armi. La missione dell’Unione africana è giunta a un punto di rottura. Il nostro glorioso intervento africano lascia due milioni di persone in esilio e mezzo milione di morti.
Vorrei chiedere al Consiglio e alla Commissione che cosa intendono fare per fornire immediato sostegno ad una effettiva missione delle Nazioni Unite ai sensi dell’articolo 7. Quali iniziative intendono prendere per imporre finalmente la zona di esclusione aerea auspicata in 13 risoluzioni completamente inutili? Che cosa stanno facendo per garantire di porre fine all’impunità di tutti coloro che stuprano e uccidono civili innocenti? Mi vergogno perché in quanto membro della commissione d’inchiesta del Parlamento mi sono assunta maggiori responsabilità quando ho visitato il Darfur e Abéché, e tuttavia oggi posso solo limitarmi a parlare a vanvera, se mi consentite l’espressione. Commissario, provi a immaginarsi di guardare negli occhi una giovane donna e di chiederle come si chiama il bambino che porta in braccio. Lei non può risponderle e le dice che non lo sa, perché il bambino è il frutto di uno stupro. Come si sentirebbe?
Ana Gomes (PSE). – (PT) Il governo di al-Bashir è il principale artefice della strategia del genocidio perpetrata contro la popolazione del Darfur. L’UE non può farsi illusioni su questo argomento. La Commissione, il Consiglio e i membri europei del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite devono urgentemente confrontarsi con il Sudan inviando la forza ONU nella regione del Darfur, con un mandato forte ai sensi dell’articolo 7 della Carta. Non ci possono più essere scuse né tentennamenti. Il governo sudanese dev’essere punito se persiste nell’ostacolare gli sforzi della comunità internazionale nel Darfur. E’ urgente congelare i conti bancari e impedire di viaggiare all’estero ai membri del governo sudanese e ad altre persone già identificate dal Tribunale penale internazionale come i principali responsabili delle atrocità.
Se la Cina e la Russia continuano a mostrarsi riluttanti riguardo a un embargo nei confronti di Khartum, l’UE deve accordarsi con gli Stati Uniti e dichiarare un embargo commerciale, in particolare su armi e petrolio, e un completo congelamento delle transazioni finanziarie del governo sudanese. E’ urgentemente necessario anche l’intervento militare. Dal Ciad orientale si potrebbe gestire una zona di esclusione aerea per bloccare gli attacchi dell’aviazione sudanese contro la popolazione del Darfur, ai quali io stessa e altri membri di quest’Aula abbiamo assistito nei pressi di Al Fashir nel settembre 2004.
Occorre inviare immediatamente una forza multinazionale nel Ciad orientale per proteggere i rifugiati, preparare la forza ONU nel Darfur, controllare il confine tra Ciad e Sudan e riportare un minimo di stabilità nella regione. Una stabilità minacciata anche dall’acutizzarsi delle tensioni in Somalia, a causa dell’intervento etiope istigato dall’amministrazione Bush, che ha avuto il risultato disastroso di rafforzare i tribunali islamici di Mogadiscio.
Infine, l’UE non deve restare in silenzio sul ruolo di Cina, Russia e Lega araba nel sostenere la strategia di genocidio di Khartum. Dopo che l’ONU ha sancito il principio della “responsabilità di proteggere”, Mosca, Pechino e le capitali arabe si sono coperte di vergogna, cercando di non considerare le lezioni di Ruanda, Bosnia e Congo nel caso del Darfur, dove una popolazione musulmana viene massacrata da musulmani.
Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE). – (ES) Signor Presidente, quando il coordinatore degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite Jean Egeland in agosto ci ha spiegato che la situazione nel Darfur era la peggiore che avesse mai visto dal 2004, ci ha anche ricordato nuovamente che la situazione andava risolta da tempo.
E’ vero che l’ONU insiste sull’invio nell’area di una propria missione, ma è anche vero, com’è stato detto poc’anzi, che l’opposizione del governo sudanese lo rende più difficile. Ciononostante, come spesso fa rilevare International Crisis Group, è nostro obbligo applicare il principio noto come “responsabilità di proteggere”. Noi abbiamo la responsabilità di proteggere e non possiamo evitarla.
Riguardo al Darfur, si possono prendere tre iniziative molto specifiche: innanzitutto, possiamo imporre sanzioni mirate direttamente a tutte le parti interessate, compreso il governo, che stanno violando il cessate il fuoco o attaccando direttamente le operazioni umanitarie e, com’è già stato ricordato e vorrei sottolinearlo, aggredendo la popolazione civile, in particolare le donne.
Secondo, l’Unione africana può e deve essere coinvolta in misura maggiore, al fine di garantire che le parti accettino almeno parzialmente l’accordo di pace sul Darfur; ma a questo proposito occorre il sostegno dei partner internazionali, compresa l’Unione europea.
Infine, ed è l’aspetto più importante, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite deve accelerare il processo per il dispiegamento delle proprie forze sul terreno, conformemente al chiaro mandato dell’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite. Altrimenti, sarà difficile fermare questo massacro.
Filip Kaczmarek (PPE-DE). – (PL) Signor Presidente, il Darfur è un disastro umanitario. Quella tragica regione ha raggiunto il punto di crisi e occorre che le dedichiamo tutta la nostra attenzione e che interveniamo rapidamente, come ha detto appena qualche giorno fa Kofi Annan, Segretario generale dell’ONU. Sarebbe difficile non concordare con il suo punto di vista. L’intero mondo è consapevole del fatto che la regione è costantemente in guerra dal 2003, con conseguenze come 300 000 morti e oltre 2 milioni e mezzo di sfollati.
Nelle ultime settimane le organizzazioni umanitarie operanti in Sudan hanno suonato un campanello d’allarme. Tre milioni di persone nel Darfur dipendono dagli aiuti umanitari internazionali, che comprendono forniture alimentari, assistenza medica e alloggi. Ma l’escalation del conflitto nella regione sta rendendo quasi impossibile fornire questi aiuti. Solo dall’inizio di maggio nel Darfur sono stati uccisi dodici operatori umanitari internazionali, più che negli ultimi due anni.
Benché l’Unione africana debba restare nell’area fino alla fine dell’anno, è chiaro che non è in grado da sola di porre fine alla guerra. Dovremmo ricordare che si tratta di un contingente di 7 000 uomini, mal equipaggiato e sottofinanziato, che presidia un’area delle dimensioni della Francia. Anche se venisse rafforzato con altri 4 000 soldati, non sarebbe in grado di assistere i milioni di civili vittime degli attacchi nella regione, né di garantire la sicurezza delle organizzazioni internazionali e proteggere i rifugiati.
Si stanno prendendo in esame una serie di soluzioni, che vanno dal dispiegamento di forze ONU sul terreno a un consistente sostegno dell’ONU a favore dell’Unione africana in termini di logistica e attrezzature, fino all’impegno della NATO nella risoluzione del conflitto. A mio parere, un punto è estremamente chiaro: i paesi africani e i loro leader dovrebbero essere coinvolti maggiormente nella ricerca di una soluzione a questo urgente problema; hanno esperienza e familiarità con la regione e vi hanno instaurato solidi contatti. Quindi, dovremmo incoraggiare i nostri partner africani a impegnarsi di più nella ricerca di una soluzione al conflitto.
Marie-Arlette Carlotti (PSE). – (FR) Signor Presidente, tutti dicono che “il Darfur è sull’orlo del baratro”. Le parti coinvolte nel conflitto continuano a uccidere e a violentare. I loro obiettivi quotidiani sono le popolazioni civili. Gli operatori umanitari stanno abbandonando l’area sotto la pressione di intimidazioni e anche di omicidi, poiché nelle ultime settimane sono stati uccisi in 13. Il conflitto minaccia l’intera regione, estendendosi al Ciad e alla Repubblica centroafricana. A questo punto, sembra che tutto sia pronto per l’assalto finale. Tutto è pronto per un massacro. Il governo sta giocando al gatto e al topo con la comunità internazionale. E’ un gioco molto crudele che ogni giorno chiede in pegno centinaia di vite umane.
Dal 2004, l’Unione non ha risparmiato aiuti finanziari, e tale impegno ha certamente contribuito a impedire la carneficina. Tuttavia, ora è indispensabile un impegno politico più fermo. La priorità è quella di agire con la massima rapidità possibile e inviare, in conformità della risoluzione 1706, una forza di pace delle Nazioni Unite, con il mandato di usare la forza, se necessario, per proteggere i civili.
Tuttavia, l’unico modo per proteggere la popolazione è di procedere rapidamente, qui e adesso, costringendo le autorità sudanesi a fermare l’attuale offensiva e ad applicare l’accordo di pace per il Darfur, rafforzando il mandato e fornendo risorse materiali alle forze dell’Unione africana, che al momento non costituiscono uno scudo sufficientemente solido per proteggere le popolazioni civili; e, come hanno ricordato i miei colleghi, istituendo immediatamente la zona di esclusione aerea prevista dalla risoluzione 1591 delle Nazioni Unite. Inoltre, se gli appelli alla ragione non sono sufficienti, allora apriamo la strada alle sanzioni: un embargo petrolifero, un mandato di arresto internazionale e sanzioni individuali nei confronti dei responsabili delle atrocità e, in particolare, delle 51 persone i cui nomi figurano nell’elenco trasmesso al Tribunale penale internazionale. Onorevoli colleghi, questo Parlamento non permetterà che si consumi il primo genocidio del XXI secolo, in silenzio e praticamente dinanzi ai nostri occhi.
Mario Mauro (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, il mio intervento ha lo scopo di far cadere l’ultimo velo d’ipocrisia sull’atteggiamento del governo di Khartum.
Nel 2000, con i membri di questo Parlamento presenti nell’assemblea ACP, abbiamo condotto una missione in Sudan e con la collega Kinnock abbiamo avuto la possibilità di parlare con Ibn Al-Turabi, allora in prigione, il vecchio compagno d’armi di Omar al Bashir, uno degli uomini di riferimento del fondamentalismo islamico del Sudan, uno degli uomini che aveva organizzato l’ospitalità in Sudan di Osama bin Laden.
E lui ci ha detto a chiare lettere fin da allora, fin dal 2000, in cosa consisteva la strategia di “arabizzazione” del governo di Khartum. Una strategia di arabizzazione, e lo dico non a caso, quindi non di islamizzazione, ma di arabizzazione di una parte in cui vivevano, a detta di molti documenti ufficiali del governo sudanese, le cosiddette “scimmie del Darfur”, cioè gli abitanti del Darfur.
Ebbene, prendere coscienza di questo per l’Europa, significa oggi una volta di più non semplicemente chiedere e stare al gioco del governo di Khartum, per interporsi tra ipotetiche parti in causa: non ci sono parti in causa, non c’è guerra civile nel Darfur, ci sono solo assassini e vittime. Ci sono solo assassini legati a doppio filo ai loro mandanti di Khartum, attraverso i quali viene perseguita un’ideologia folle che rischia non più di portarci al genocidio, ma di ratificare un genocidio in atto da moltissimo tempo.
Per questo è indispensabile che, attivando provvedimenti urgenti come quelli prima descritti dalla collega Carlotti, le Istituzioni europee possano affiancare con forza quanti hanno a cuore la vita di una generazione.
Karin Scheele (PSE). – (DE) Signor Presidente, l’accordo di pace per il Darfur è stato concluso nel maggio 2006 e da allora non è stata rispettata una singola scadenza del documento. I combattimenti non sono diminuiti, né le violenze contro la popolazione civile; anzi, entrambi sono in aumento. L’arma dello stupro è ancora utilizzata sistematicamente e negli ultimi tre mesi si è registrato un forte aumento del numero di stupri. Il governo sudanese si oppone ancora a una missione ONU, che disporrebbe di risorse, truppe e poteri molto più consistenti rispetto all’attuale missione di pace dell’Unione africana, ampiamente inefficace. Il rafforzamento della missione di pace africana con altri 11 000 funzionari di polizia e soldati nel Sudan occidentale è da accogliere con favore, ma il sostegno costante e collettivo dell’Unione africana all’invio di truppe ONU dimostra che questa non può essere altro che una misura transitoria.
E’ evidente che il governo sudanese sta già pianificando di inviare le proprie truppe per proteggere la regione. Amnesty International avverte che “la prospettiva di essere presto “protetti” dagli stessi soldati governativi che li hanno scacciati dalle loro case e li hanno maltrattati sta diffondendo il panico tra la popolazione”. Le organizzazioni umanitarie attive nella regione temono di dover bloccare completamente le loro attività se le truppe governative dovessero ritornare a combattere contro le bande di ribelli secessionisti che non hanno ancora firmato il trattato di pace di Abuja.
Invitiamo quindi il governo sudanese a rispettare l’articolo 7 della Carta ONU e accettare la presenza nel Darfur di una forza di peacekeeping dell’ONU, come previsto dalla risoluzione 1706 del Consiglio di sicurezza.
Il Sudan è sull’orlo del disastro. Occorre tentare tutto il possibile per impedire un altro genocidio nel continente africano.
PRESIDENZA DELL’ON. TRAKATELLIS Vicepresidente
Patrick Gaubert (PPE-DE). – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, come mi hanno detto due sopravvissuti sudanesi, dobbiamo rompere il silenzio sofferto dalle vittime del genocidio.
E’ a nome di quelle vittime silenziose del genocidio in atto nel Darfur che oggi prendo la parola per rivolgervi un appello urgente – un grido di dolore. Non mi rivolgo a voi solo come membro del Parlamento, ma anche come presidente di una ONG internazionale molto attiva nel Darfur.
Appartengo a una generazione che ha giurato solennemente che dopo l’Olocausto non ci sarebbe mai più stato nulla di simile. Le parole “mai più” vengono ripetute continuamente, ma eccoci ancora qui a dover parlare di questo problema. Intendiamo aspettare finché tutta la popolazione sarà stata sterminata per poi compiangerla? Quante persone devono morire prima che interveniamo? C’è una soglia minima di persone da inviare nei campi di concentramento prima che interveniamo? In effetti, credo che ci siano vittime che non saranno mai molto popolari; il Darfur è una di queste. Kofi Annan ha dichiarato che il Darfur è l’inferno. Tuttavia, è impossibile immaginare quanto sia infernale la situazione delle popolazioni torturate dai miliziani assassini pagati da un governo illegittimo.
Vogliamo aggiungere a quello che è già un crimine di per se stesso anche il crimine dell’indifferenza? No! I torturatori devono sapere che non li lasceremo fare, perché non possiamo dire di non sapere che cosa sta accadendo. Lo sappiamo bene, ma non prendiamo iniziative. L’Europa ha un ruolo importante da svolgere. L’Europa deve esercitare una pressione effettiva e dimostrarsi più aggressiva nell’esigere la fine delle atrocità e dei massacri e nell’imporre il dispiegamento delle forze delle Nazioni Unite al fine di proteggere le popolazioni civili del Darfur. Questi risultati si possono ottenere solo mediante un’azione diplomatica e una forte mobilitazione internazionale. Per una volta, l’esercito può intervenire in modo positivo per interporsi tra gli assassini e gli assassinati. Dobbiamo esigere una soluzione al problema delle milizie e chiedere la fornitura di aiuti umanitari.
Come hanno già detto molti onorevoli colleghi prima di me, non perdiamo tempo, perché siamo veramente di fronte al primo genocidio del XXI secolo.
Panagiotis Beglitis (PSE). – (EL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Commissario, purtroppo la guerra in Libano e gli scontri nel Medio Oriente hanno assorbito l’interesse internazionale e i notiziari internazionali a spese dei tragici sviluppi nel Darfur, dove sono in atto una crisi umanitaria, un genocidio, una pulizia etnica e una guerra criminale.
Noi sollecitiamo l’applicazione della risoluzione 1706 del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Nel caso della risoluzione 1701 sul Libano c’è stata una mobilitazione internazionale per la sua piena applicazione. Tuttavia, dopo cinque risoluzioni, riguardo all’applicazione della risoluzione 1706 purtroppo ci troviamo di fronte all’indifferenza e all’ipocrisia a livello internazionale Due atteggiamenti comuni nei confronti di questa grave crisi umanitaria, che in ultima analisi sta minando anche i nostri comuni valori e principi europei.
Io credo, signor Commissario, che l’Unione europea fondamentalmente abbia una responsabilità morale, e non solo politica e strategica, di prendere iniziative. Le risoluzioni burocratiche del Consiglio dei ministri non bastano. Il 20 ottobre abbiamo il vertice. Da parte vostra, occorre che l’Unione europea prenda l’iniziativa nel Consiglio di sicurezza ai fini di una posizione comune di tutti i suoi membri sulla soluzione del problema, sull’applicazione della risoluzione 1706. Per essere onesti, esiste un obbligo di prendere iniziative nei confronti della Cina. La Cina è uno dei paesi responsabili del persistere di questo stallo, di questa crisi. La Lega araba ha la stessa responsabilità. Quindi, prendiamo iniziative nei confronti della Lega araba, della Conferenza islamica, della Cina, della Russia e anche degli Stati Uniti; le blande dichiarazioni del Presidente Bush e del Congresso USA non bastano. Infine, signor Commissario, occorre applicare l’acquis del diritto internazionale concernente il diritto di intervento internazionale quando vengono calpestati i diritti umani.
Józef Pinior (PSE). – (PL) Signor Presidente, negli ultimi tre anni abbiamo assistito tutti ai crimini contro l’umanità commessi in territorio sudanese. Si tratta di genocidio, crimini di guerra e pulizia etnica. Mentre noi guardiamo impotenti dalle nostre torri d’avorio, lo Stato sudanese non adempie all’obbligo fondamentale di uno Stato, vale a dire garantire la sicurezza della popolazione di un dato territorio. Restiamo a guardare da Bruxelles e Strasburgo gli avvenimenti in Sudan, nonostante l’Unione europea nasca da una protesta politica e morale contro i crimini di questa natura. Ogni successivo allargamento è stato annunciato con lo stesso squillante richiamo: mai più, mai più permetteremo simili crimini contro l’umanità, mai più permetteremo la pulizia etnica, mai più tollereremo il genocidio!
Nelle dichiarazioni rese oggi dai rappresentanti dell’Unione europea non rilevo un analogo forte impegno a garantire che l’Unione europea faccia effettivamente tutto quanto è in suo potere per fermare il massacro in Sudan. Quali passi bisognerebbe compiere? Nelle prossime settimane, l’Unione dovrebbe concentrarsi sull’esercitare una pressione efficace sul governo di Khartum per assicurarsi che accetti il dispiegamento delle forze di pace ONU in territorio sudanese. Se non si riuscisse in questo intento e se il governo di Khartum dovesse continuare a rifiutare la presenza di una forza di pace ONU sul suo territorio, allora sarebbe opportuno aumentare ulteriormente il sostegno logistico e materiale alla missione dell’Unione africana in Sudan. Se tutto questo non dovesse influire su quanto sta avvenendo in Sudan, dovremmo valutare la possibilità di ricorrere alle forze della NATO per assicurarci che la missione militare dell’Unione africana sia nella posizione di garantire la pace e la sicurezza in tutto il territorio del Sudan.
Paula Lehtomäki, Presidente in carica del Consiglio. – (FI) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, è stato un dibattito eccellente e intenso. Posso assicurarvi che il Consiglio non è apatico nel considerare la situazione in Sudan e Darfur. Siamo tutti d’accordo sul fatto che i recenti sviluppi sono estremamente preoccupanti e che dobbiamo fare quanto è in nostro potere, ora e in futuro, per migliorare la sicurezza e la situazione umanitaria nel Darfur. Stiamo costantemente facendo tutto quello che è in nostro potere, o almeno in buona parte. Stiamo mantenendo contatti diplomatici attivi con le varie parti e paesi terzi, al fine di ottenere il più ampio sostegno possibile per la risoluzione ONU e la sua attuazione, e per essere in grado di aumentare la pressione sul governo sudanese. Il rappresentante speciale Pekka Haavisto svolge un ruolo importante per garantire che tutte le parti interessate si impegnino nel processo di pace, poiché altrimenti non ci potrà essere una pace duratura.
E’ molto importante, e anche un segnale positivo, che l’Unione africana, con la missione AMIS, si sia dimostrata fortemente impegnata per una risoluzione della crisi. Un impegno che è stato sostenuto dall’Unione europea, e continua ad esserlo, poiché l’UE fornisce sostegno alla missione AMIS in forma di assistenza logistica, aiuti materiali, assistenza alla pianificazione e altre misure analoghe. L’Unione africana ha deciso di aggiungere 4 000 unità alla sua forza di peacekeeping, ossia la sua missione AMIS, per un totale di 11 000 soldati di stanza nella regione.
Quando la missione ONU sarà finalmente operativa nella regione, sarà più facile renderla accettabile agli occhi del governo sudanese se sarà composta da truppe africane e asiatiche. Occorre anche ricordare che i paesi limitrofi della regione hanno un ruolo molto importante da svolgere per risolvere le questioni dei confini e il problema dei rifugiati.
La situazione dei diritti umani nell’area è molto preoccupante, com’è stato rilevato nel dibattito. L’Unione europea ha messo in evidenza tale questione inserendola nell’agenda del Consiglio ONU sui diritti umani attualmente in corso. Per quanto concerne la questione del genocidio, e in particolare l’uso di questo termine, dobbiamo ricordare che il Tribunale penale internazionale sta svolgendo un’indagine in proposito con il sostegno dell’Unione europea.
Non esiste un’unica chiave per una soluzione al problema del Darfur e del Sudan. E’ molto importante compiere progressi utilizzando tutte le possibilità a nostra disposizione in uno spirito di collaborazione e in modo efficace, coordinato e basato su un ampio consenso.
Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione. – Signor Presidente, onorevoli deputati, concordo pienamente con le conclusioni esposte dalla signora Ministro, che rappresenta la Presidenza.
Credo che nessuno in quest’Aula abbia dubbi sulle dimensioni catastrofiche della tragedia del Darfur e che neanche si possano avere dubbi sul fatto che si tratta sostanzialmente di un autentico genocidio. Ma il dibattito di oggi tocca un problema politico molto più generale ed estremamente importante per questo Parlamento e per le Istituzioni dell’Unione europea in generale, ovvero il ruolo dell’Unione europea come promotore e difensore dei diritti fondamentali fuori dai suoi confini.
Molte volte ci chiediamo se l’Unione europea possa e debba – io credo che possa e debba – essere portatrice nel mondo dei diritti fondamentali di rispetto anzitutto della dignità umana, una dignità umana che è completamente cancellata dalla tragedia del Darfur, ma per fare questo il grande dibattito politico che dobbiamo affrontare è come l’Europa possa portare fuori dai suoi confini e difendere questi valori se ci sono interlocutori come il governo sudanese, il quale tollera ed incoraggia il fondamentalismo e le misure più dure e più orribili compiute dalle milizie. Ebbene, molti di voi hanno detto, senza mezzi termini: “Andiamo con i soldati e con le armi, applichiamo l’articolo 7, portiamo una forza militare che con la forza faccia cessare questa situazione catastrofica”.
So bene che questa è una delle possibilità previste dai trattati internazionali, ma mi chiedo: “Noi europei abbiamo molte volte parlato di garantire, proprio nel promuovere i diritti umani nel mondo, il cosiddetto principio di ownership, in altre parole non possiamo imporre, decidendo qui a Strasburgo o a Bruxelles, quale sia la strada giusta da seguire per un altro paese o per un altro continente”. Dobbiamo lavorare con le istituzioni locali, e a mio avviso la prima ricetta, a mio avviso, è lavorare con l’Unione africana, rafforzando il suo ruolo, garantendo che essa venga aiutata concretamente, che non si veda un’Europa in un certo momento lontana e poi improvvisamente lì a promuovere con i soldati e con le armi un ruolo che, semmai, l’Unione africana deve rafforzare e potenziare.
Questo, come ha appena ricordato la Presidenza, è il primo passo e proseguendo su questa strada il secondo passo sarà costituito dagli aiuti logistici sul terreno: si tratta di un lavoro che possiamo fare, lo può fare l’Unione europea e le sue Istituzioni, la Commissione europea può aiutare anche economicamente. Come garantire che gli aiuti umanitari arrivino davvero ai destinatari, alla popolazione che soffre, alle ONG in loco che rischiano la vita? Dunque l’aiuto logistico sul terreno rappresenta un altro punto su cui noi possiamo, come Unione europea, fare la differenza.
Il terzo passo, e alcuni lo hanno in verità ricordato troppo poco, è come lavorare con la Lega araba. Onorevoli deputati, in tante parti del mondo ci confrontiamo con la sensibilità di paesi islamici o arabi, che in alcuni casi sono nostri forti alleati, ad esempio nella lotta al terrorismo, in altri casi mostrano una sensibilità tanto accentuata da consigliarci di raggiungere accordi prima di intervenire.
Qual è la differenza tra Darfur e il Libano? La differenza è che Libano c’è stato l’accordo e i soldati sono andati come stabilizzatori di pace perché il governo libanese e il governo israeliano insieme hanno accettato. Il governo del Sudan continua invece a rifiutare. Credete che sia possibile intervenire unilateralmente senza un ruolo deciso della Lega araba? Non credete che in quella grande popolazione che purtroppo nel mondo sostiene le ispirazioni più fondamentaliste una simile azione, senza un ruolo forte della Lega araba, darebbe un segnale estremamente negativo di rafforzamento degli estremisti e dei fondamentalisti, che avrebbero un argomento di propaganda in più?
La terza ricetta è dunque la Lega araba. Stiamo lavorando per rincoraggiare la Lega araba a distaccarsi dal governo del Sudan, a togliere il suo consenso e il suo appoggio; in parte questo, come sapete, sta accadendo, dobbiamo lavorare di più in questa direzione.
C’è poi un altro tema che qualcuno ha evocato: “ma se il governo di Khartum non ascolta gli appelli della comunità internazionale, che cosa accadde?”. Sono sempre stato dell’opinione che l’azione di guerra, anche se un intervento umanitario è giustificato dall’articolo 7 del Trattato, è comunque una estrema ratio.
Ci sono altri passaggi intermedi e al riguardo ho sentito qualcuno evocare la “zona di divieto di sorvolo”: è una misura che si potrebbe esplorare, adottare e proporre. Voi sapete che se proponessimo al Consiglio di sicurezza un’azione da articolo 7, la Cina, ci piaccia o no, porrebbe probabilmente il veto e quindi nulla accadrebbe. Allora mi chiedo: “Non è meglio lavorare su un’iniziativa, forse non risolutiva ma utile, come bloccare il sorvolo per aeroplani, che portano la morte, che bombardano, che colpiscono?” Questa è un’altra possibilità concreta.
Concludo il mio intervento con due riferimenti. Il primo: il Presidente Barroso e il collega Louis Michel andranno a Khartum. Invieranno alle massime autorità del governo sudanese un messaggio forte in cui si spiega che l’Unione europea intende esercitare una forte azione diplomatica, ma anche sul terreno per aiutare le popolazioni che soffrono. Il messaggio conterrà una riflessione sulla situazione di isolamento in cui il Sudan cadrebbe se continuasse a rifiutare di ascoltare la comunità internazionale, sarebbe un isolamento devastante anzitutto per il Sudan stesso: non c’è convenienza per Khartum ad essere isolata dal resto della comunità internazionale, e questo toglierebbe, onorevoli deputati, l’alibi al Presidente Bashir di mantenere un atteggiamento così negativo.
Altro punto molto importante su cui l’intervento della Commissione verterà sarà il ruolo delle donne e dei bambini. Ne parliamo tante volte qui in Europa, ci occupiamo delle vittime del traffico, della prostituzione forzata; abbiamo individuato una roadmap europea per i diritti dei bambini. E’ chiaro che non possiamo chiudere gli occhi sui diritti delle donne e dei bambini fuori dall’Europa, in un caso drammatico come quello del Darfur.
Quindi personalmente auspico che questo Parlamento indichi un punto fermo nella sua azione relativa al Darfur proprio per la speciale protezione delle donne e dei bambini che sono, come sempre, le vittime più vulnerabili.
Presidente. – Comunico di aver ricevuto sei proposte di risoluzione(1) ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento.
La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà domani, giovedì, alle 12.00.