Presidente. L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0254/2006), presentata dall’onorevole Breyer a nome della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, sulle prospettive delle donne nel commercio internazionale [2006/2009(INI)].
Anna Záborská (PPE-DE). − (FR) Signora Presidente, in apertura del dibattito sulla relazione dell’onorevole Breyer mi permetto di presentare una mozione di procedura. La mia osservazione riguarda la traduzione, nelle diverse lingue ufficiali dell’Unione europea, della proposta di risoluzione sulle prospettive delle donne nel commercio internazionale. Ho collaborato alle versioni slovacca, inglese, tedesca e francese e alcuni paragrafi sono tradotti in modo del tutto diverso. Sarei lieta se i servizi competenti potessero controllare proficuamente la qualità delle traduzioni.
Presidente. − Grazie. Si tratta naturalmente di un’indicazione molto importante. I servizi competenti verificheranno per assicurarsi che sia tutto in ordine.
Hiltrud Breyer (Verts/ALE), relatore. − (DE) Signora Presidente, non posso fare altro che sottoscrivere la mozione, perché tra le varie traduzioni si riscontrano differenze rilevanti.
Signor Commissario, onorevoli colleghi, la partecipazione del Commissario responsabile della politica commerciale alla discussione di questa sera sarebbe stata gradita, poiché il problema in esame lo coinvolge direttamente, ma voglio augurarmi che questa non sia l’ultima volta che l’Assemblea affronta questo tema.
La globalizzazione e la liberalizzazione del commercio mondiale non sono neutre rispetto al sesso: sono quindi lieta di presentare a nome della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere questa relazione di iniziativa sulle “prospettive della donna nel commercio internazionale”.
Il rapporto tra genere e commercio è una problematica nuova non solo per le donne, ma anche per i governi e i responsabili delle politiche commerciali, nonché per lo stesso Parlamento europeo. Per questo è venuto il momento di occuparcene e di interrogarci sull’influenza che il commercio mondiale esercita sulla politica delle pari opportunità, e viceversa. Nella relazione si possono trovare molte proposte concrete per porre rimedio alla cecità rispetto al genere presente nel commercio internazionale, proposte che la commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere − tengo a sottolinearlo − ha adottato all’unanimità. Ciò evidenzia la necessità di una coerenza tra gli obiettivi della politica europea in materia di parità e gli obiettivi perseguiti dal commercio, dalla politica di sviluppo e dai programmi di aiuti, se si vogliono promuovere le pari opportunità tra uomini e donne.
Nel mondo, il 70 per cento delle persone che vivono in povertà è costituito da donne. A causa del loro sesso non hanno le stesse opportunità di accedere alla proprietà, alla terra, all’istruzione, e subiscono vari tipi di discriminazione nel mercato del lavoro. La liberalizzazione del mercato e l’estensione delle relazioni commerciali internazionali, che non tengono adeguatamente conto della discriminazione strutturale della donna, non possono che peggiorarne la situazione. La globalizzazione ha fornito alle donne istruite nuove opportunità professionali; ma con la liberalizzazione dei mercati le condizioni di vita delle donne più indigenti sono addirittura peggiorate. Microcredito e aiuti allo sviluppo non saranno che una goccia nel mare se non cominciamo a modificare radicalmente le strutture economiche globali. La politica commerciale implica che l’Unione europea rappresenti gli interessi degli Stati membri a vari livelli e stipuli accordi, come avviene nell’ambito dei negoziati OMC. Sebbene in passato l’UE abbia posto le pietre miliari delle pari opportunità in Europa, tuttavia, si riscontra un ampio divario tra quei principi e la loro messa in atto nella politica commerciale globale.
La commissione per i diritti della donna non è più disposta ad accettare questo silenzio. Come prima cosa, chiediamo l’integrazione della dimensione di genere nella politica commerciale internazionale, con specifici meccanismi di monitoraggio e valutazione, ad esempio l’introduzione di una classifica degli Stati membri in base alla loro promozione dell’uguaglianza tra i generi nel mercato del lavoro.
Affinché l’obiettivo della parità non venga svuotato di ogni significato, si dovrebbe istituire in seno alla Commissione europea un servizio per l’uguaglianza di genere e il commercio, tra le cui funzioni rientri quella di fornire dati disaggregati per genere. Chiediamo alla Commissione di presentare una relazione annua sui progressi registrati nel campo dell’uguaglianza nel commercio internazionale, e di istituire un fondo che sostenga le donne nell’accesso ai prestiti e all’istruzione. Politici privi di risorse finanziarie, infatti, non sono altro che sognatori. Di conseguenza, poiché una politica commerciale responsabile si può realizzare solo mediante flussi finanziari trasparenti, chiediamo l’introduzione del gender budgeting: crediamo infatti che una politica di bilancio che affronti seriamente l’uguaglianza di genere sia un fattore indispensabile a tutti i livelli della politica commerciale. La commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere intende organizzare, per la prossima settimana, un’audizione su questo tema.
L’idea è che l’Unione europea deve diventare un punto di riferimento in fatto di uguaglianza nel campo della politica commerciale internazionale, così come lo è diventata per le pari opportunità delle donne in Europa, e la Commissione deve contribuire attivamente alla lotta alla discriminazione delle donne, garantendo, tra le altre cose, che le aziende europee che hanno centri di produzione oltreoceano e beneficiano inoltre dei programmi d’accesso ai mercati europei non svolgano alcun ruolo nell’inumano sfruttamento delle donne. E’ anche importante che l’Unione europea, prima di concludere qualsiasi accordo commerciale, conduca una specifica analisi di genere sulla condizione delle donne. L’Unione europea non deve promuovere alcuna attività che comporti violazioni manifeste dei diritti della donna.
E’ risaputo che le organizzazioni commerciali internazionali, le imprese e le strutture sono di predominio maschile. Per realizzare l’uguaglianza tra uomini e donne in fatto di accesso al potere e alle posizioni di responsabilità, è tuttora indispensabile stabilire quote: quote effettive, che vadano oltre il semplice accordo verbale, possono contribuire a inserire la parità di genere nelle relazioni commerciali internazionali. Per questo sono lieta che la commissione per i diritti della donna abbia tratto spunto da un’iniziativa del governo norvegese, in base alla quale le società quotate in borsa a decorrere dal 2006 devono aumentare al 40 per cento la quota di rappresentanza femminile nei consigli d’amministrazione.
L’adozione da parte del Parlamento europeo della risoluzione sulle prospettive delle donne nel commercio internazionale rappresenterebbe un trionfo, nonché un passo significativo in direzione dell’uguaglianza di genere. Dovremo esercitare pressioni sulla Commissione perché accolga le richieste del Parlamento. Ringrazio tutti i colleghi per l’approccio costruttivo dimostrato nei confronti della relazione, per il loro sostegno e le loro proposte, e mi auguro che nella votazione di domani si possa conseguire un risultato soddisfacente.
Joe Borg, Membro della Commissione. − (EN) Signora Presidente, il mio collega, il Commissario Mandelson, è dispiaciuto di non poter partecipare a questo dibattito di estrema importanza, ma ha dovuto recarsi negli Stati Uniti per alcune discussioni multilaterali.
La Commissione accoglie con favore la relazione della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere. Per l’Unione europea, l’obiettivo della governance globale è rendere possibile uno sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale, economico e ambientale. Per questo intendiamo promuovere politiche che diano risposte sostenibili alle questioni di genere, sia che si tratti di politiche interne dei singoli Stati, sostenute, in alcuni casi, da aiuti internazionali, sia che si tratti di politiche comunitarie, come quelle che costituiscono le basi dell’Unione europea o, ancora, degli impegni internazionali.
Nei paesi in via di sviluppo, la liberalizzazione degli scambi ha offerto nuove opportunità a molte donne, fornendo nuovi posti di lavoro e in molti casi riducendo le differenze di retribuzione basate sul genere, il che ha comportato per la donna una maggiore responsabilizzazione, nonché una migliore condizione sociale. I rapidi cambiamenti nelle economie nazionali dovuti alla globalizzazione, tuttavia, pongono una serie di sfide ai responsabili delle decisioni politiche, ai quali spetta il compito di massimizzare i vantaggi e le opportunità offerti dalla globalizzazione, riducendo al contempo al minimo i costi a breve termine in determinati settori.
La Commissione europea ritiene che condizioni sociali chiare siano alla base della crescita sostenibile della produttività e favoriscano la produzione di beni e servizi di alta qualità che generano un valore aggiunto netto. Politiche che attenuino gli effetti negativi che un’economia in trasformazione esercita su determinate regioni o specifici gruppi di persone, servizi sociali efficaci e forme di protezione sociale accessibili a tutti, dialogo sociale, rispetto dei diritti sociali fondamentali, tra cui le norme fondamentali del lavoro, norme minime relative alle condizioni lavorative, in grado di garantire ai lavoratori il loro coinvolgimento a monte nella gestione del cambiamento: sono tutti fattori che svolgono un ruolo fondamentale.
Nella politica commerciale dell’Unione europea, la Commissione promuove i diritti fondamentali del lavoro. Le norme fondamentali del lavoro sono definite dall’OIL in modo da comprendere la convenzione n. 100 sull’uguaglianza di retribuzione fra mano d’opera maschile e mano d’opera femminile per un lavoro di valore uguale, e la convenzione n. 111 sulla discriminazione sul luogo di lavoro.
A livello multilaterale, la prima conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio tenutasi a Singapore nel 1996 conteneva un riferimento alle norme fondamentali del lavoro. Purtroppo i membri dell’OMC non acconsentirono a includere questo punto nell’agenda per lo sviluppo adottata a Doha. Ciononostante, sia in sede di riesame della politica commerciale dell’Unione europea che nell’ambito dell’analisi della politica commerciale degli altri paesi, la Commissione ha assunto l’impegno di affrontare lo sviluppo commerciale e sociale e il rispetto delle norme fondamentali del lavoro, a favore di un dialogo proficuo tra l’OMC e l’Organizzazione mondiale del lavoro.
Nell’ambito di questo processo, le relazioni della Conferenza internazionale dei sindacati liberi sulle norme fondamentali del lavoro vengono elaborate prima di ogni esame delle politiche commerciali. La Commissione europea sostiene con forza l’idea di affidare all’OIL il ruolo di osservatore all’interno dell’OMC. Essa ha inoltre perseguito obiettivi di sviluppo sociale nell’ambito di accordi regionali, biregionali e bilaterali: tutti i suoi accordi più recenti riconoscono e promuovono i diritti sociali come parte integrante dell’obiettivo globale di realizzare un mondo dignitoso per tutti.
La Commissione ha avviato, ad esempio, un rapporto di dialogo e cooperazione con paesi quali Cile e Sudafrica e, a livello biregionale, con i paesi ACP, il Consiglio di cooperazione del Golfo, il Mercosur e altre regioni. La Commissione rimane dell’avviso che la discussione dei temi sociali e il loro perseguimento non debbano avere finalità protezionistiche e rifiuta qualsiasi approccio sanzionatorio unilaterale. L’obiettivo è infatti promuovere il progresso sociale per poter conseguire vantaggi per tutti.
Dal 1998 la CE ha concesso preferenze commerciali a titolo del sistema di preferenze tariffarie generalizzate, regimi speciali di incentivazione per i paesi in via di sviluppo che assicurano il rispetto dei diritti fondamentali del lavoro così come sono definiti dall’OIL, e si attengono alle norme internazionali sulla gestione sostenibile delle foreste. Attualmente, circa 180 paesi in via di sviluppo e territori subordinati sono paesi SPG. Nel quadro del nuovo sistema di preferenze tariffarie generalizzate (SPG) adottato dal Consiglio il 27 giugno 2005, un’iniziativa SPG Plus in favore dello sviluppo accorda preferenze tariffarie supplementari ai paesi che hanno ratificato ed effettivamente attuato le convenzioni ONU e OIL sui diritti umani e sui diritti del lavoro, tra cui quelle sull’uguaglianza di genere. Quindici paesi, nel complesso, hanno ratificato le convenzioni sul lavoro e ottenuto lo statuto di paese SPG Plus.
Attualmente è operativo un gender helpdesk sotto la direzione della “famiglia RELEX” della Commissione. I suoi servizi fanno parte di un’azione di più ampia portata intesa a sviluppare la capacità e la conoscenza necessarie a promuovere l’uguaglianza di genere e a dare piena attuazione alla strategia dell’integrazione della dimensione di genere. E’ stato inoltre messo a disposizione un insieme di strumenti, per offrire al personale della Commissione un aiuto concreto su come introdurre le questioni di genere.
La Commissione europea sta sviluppando inoltre una stretta collaborazione con l’Organizzazione internazionale del lavoro su tematiche legate al commercio, intesa a promuovere nei paesi in via di sviluppo le norme fondamentali del lavoro attraverso valutazioni, creazione di capacità e attuazione delle suddette norme. Nel 2005-2006 la Commissione ha finanziato un progetto pilota dell’OIL finalizzato a elaborare indicatori del lavoro dignitoso nei paesi i via di sviluppo, al fine di analizzare il rapporto che intercorre tra lavoro dignitoso e liberalizzazione del mercato. Sono stati intrapresi studi di casi nelle Filippine e in Uganda. I dati raccolti comprendono statistiche disaggregate per genere su occupazione, retribuzione e orari di lavoro di donne e uomini, e forniscono un quadro del lavoro dignitoso più complesso di quello a disposizione in precedenza. La Commissione valuterà la possibilità di impiegare questi indicatori nei futuri programmi di aiuto ai paesi in via di sviluppo, per assisterli nella fase di adeguamento sociale alla globalizzazione, e presenterà al Parlamento europeo la relazione in materia.
La Commissione europea prenderà inoltre in esame la possibilità di impiegare gli indicatori del lavoro dignitoso nell’ambito delle valutazioni d’impatto sulla sostenibilità degli scambi commerciali.
Anna Záborská, a nome del gruppo PPE-DE. − (FR) Signora Presidente, signor Commissario, ringrazio la collega, onorevole Breyer, per la sua proposta di risoluzione, che è stata adottata all’unanimità in seno alla mia commissione.
La globalizzazione e la liberalizzazione dell’economia non raccolgono soltanto consensi presso la popolazione. Per questo chiedo quale posizione occupino i più deboli nella società e quali siano i mezzi a nostra a disposizione per promuovere un’economia solidale. Nei loro sforzi per garantire a uomini e donne una condizione di benessere, i politici e gli economisti devono essere creativi e promuovere il bene pubblico comune, evitando al contempo eccessive ingerenze governative, che nuocerebbero alle economie nazionali.
I paragrafi 15 e 26 fanno riferimento alla classifica degli Stati membri. Si tratta di una proposta provocatoria. Tale classifica tuttavia figura, dal 1951, nelle convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro siglate dagli Stati membri dell’Unione europea. I paragrafi che riguardano le relazioni con paesi terzi sottolineano come alle donne vadano riconosciute, in quanto attori economici, tutte le attività svolte nell’ambito dello sviluppo personale, familiare, educativo, nonché le funzioni esercitate nella società. Il lavoro non retribuito e informale delle donne merita un maggior riconoscimento nelle politiche europee.
La presente risoluzione ci ricorda inoltre che l’Occidente deve evitare a tutti i costi qualunque forma di neocolonialismo e che nel garantire l’abolizione di ogni forma di discriminazione tra uomini e donne occorre rispettare le culture dei nostri partner economici. E’ il motivo per cui incoraggio il mio gruppo ad appoggiare questa risoluzione nella speranza che, in un futuro non troppo lontano, le dichiarazioni politiche sull’uguaglianza tra uomini e donne possano infine riflettersi nella vita economica.
Lidia Joanna Geringer de Oedenberg, a nome del gruppo PSE. − (PL) Signora Presidente, a causa dei ruoli e delle funzioni tradizionalmente assegnate, in determinate società, a uomini e donne, le donne non hanno ancora accesso all’istruzione e a un’assistenza sanitaria adeguata, e si vedono negare gli strumenti per migliorare la loro situazione finanziaria. A riprova di ciò, statistiche rivelano che il 70 per cento delle persone che vivono in povertà nel mondo − una percentuale altissima − è costituito da donne. A dispetto di dati come questi, molti non hanno ancora capito che la mancanza di uguaglianza tra i sessi esercita un impatto chiaramente negativo sullo sviluppo a lungo termine. Questo perché essa fa sì che le donne non abbiano pari accesso ai mezzi di produzione del mercato né partecipino, a livello politico e sociale, ai processi decisionali. Tale situazione esercita un impatto negativo sullo sviluppo a lungo termine.
Promuovendo il coinvolgimento delle donne nella sfera economica, sociale e politica, inoltre, il commercio internazionale può contribuire all’impiego del potenziale economico dell’intera società. A questo riguardo è molto importante che ci sia coesione che tra gli obiettivi della politica europea per l’uguaglianza di genere e quelli della politica commerciale e di sviluppo. Garantire alle donne il loro ruolo legittimo nell’economia è fondamentale, se si vuole rafforzarne la posizione ed eliminare la discriminazione strutturale. Per realizzare questo obiettivo, la Commissione deve cercare non solo di includere la questione dell’uguaglianza di genere nelle strategie commerciali internazionali, ma anche di introdurre sistemi trasparenti di monitoraggio e controllo. Dando il buon esempio − che confido diventi, col tempo, la norma, − l’Unione europea ha la possibilità di dimostrare ai paesi terzi che le donne non vanno considerate cittadini di second’ordine, e che devono poter beneficiare di un pieno accesso al mercato, al credito e ai capitali.
E’ importante, inoltre, che tanto le Istituzioni dell’Unione europea che quelle degli Stati membri integrino il principio dell’uguaglianza di genere e delle pari opportunità negli obiettivi individuati nel quadro di tutti i programmi di finanziamento europei. Gli Stati membri devono sforzarsi di sviluppare misure politiche nazionali che incoraggino l’uguaglianza di genere e incrementino l’occupazione femminile.
La decisione del governo norvegese di innalzare per legge al 40 per cento la rappresentanza femminile nei consigli di amministrazione delle società per azioni è un ottimo esempio e gli altri Stati membri dovrebbero emularlo. Tale decisione deve diventare inoltre l’oggetto di un regolamento a livello comunitario. Le donne devono avere pari diritto di partecipare alla vita economica, soprattutto nei paesi più poveri. Tra le misure potenzialmente utili va incluso l’accesso universale ai cosiddetti microcrediti, che contribuirebbe a combattere la povertà tra le donne, a promuovere l’autosufficienza e a migliorare la loro condizione sociale.
Per concludere, vorrei sottolineare che è importante garantire un’adeguata rappresentanza delle donne a livello governativo, negli Stati membri dell’Unione europea e nelle organizzazioni internazionali. Ciò assicurerebbe un’attenzione, nell’ambito dei negoziati commerciali a livello globale, per le questioni di genere e i problemi che riguardano in particolare le donne.
Vorrei inoltre sinceramente congratularmi con l’onorevole Breyer per il documento estremamente accurato che ha realizzato.
Maria Carlshamre, a nome del gruppo ALDE. − (EN) Signora Presidente, uno dei fattori alla base della nostra società è la disuguaglianza di genere. Questa struttura del potere fondata sul genere è presente in ogni aspetto della vita sociale, impedendo lo sviluppo e qualunque forma di sostenibilità.
Quasi tre persone su quattro tra quelle che vivono in povertà nel mondo sono donne. La parità di opportunità tra uomini e donne, quindi, non è soltanto un problema di diritti umani o una sorta di lusso: se anche fosse risolto ogni altro problema, questo rimarrebbe cruciale per il nostro futuro comune.
La relazione dell’onorevole Breyer, a nome della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, è un ottimo punto di partenza per l’urgente lavoro che ci attende sul fronte specifico delle relazioni commerciali a livello mondiale. Come ha osservato la relatrice, le donne incontrano in genere maggiori difficoltà ad accedere all’istruzione, alla proprietà, al credito, ad altre risorse e a fattori di produzione, nonché agli organi di decisione politica, e queste disuguaglianze limitano la capacità delle donne di sfruttare i vantaggi della liberalizzazione del commercio. Molte donne nel mondo, ad esempio, si vedono negare ogni opportunità di migliorare la loro condizione economica e sociale, mentre molte di loro hanno, al contempo, la responsabilità aggiuntiva di badare ai figli e alla casa.
La maggior parte degli agricoltori nel mondo è costituita da donne. Un cambiamento strutturale della politica agricola comune dell’Unione europea sarebbe un modo per rafforzare in misura rilevante la posizione di queste donne nei paesi del terzo mondo. La disuguaglianza di genere, tuttavia, non esiste solo nei paesi poveri: la rappresentanza femminile nella sfera della politica e nel mondo imprenditoriale è molto ridotta anche negli Stati membri dell’Unione.
Per innalzare il livello del dibattito sulle quote, dobbiamo tener presente che questo strumento ha varie applicazioni possibili. Dal mio punto di vista, sarebbe opportuno ricorrere alle quote solo nel caso in cui ogni altra soluzione tentata si rivelasse fallimentare.
Al pari della relatrice, approvo la decisione del governo norvegese di imporre per legge una quota del 40 per cento di rappresentanza femminile nei consigli di amministrazione delle società per azioni. La presente relazione, fondamentalmente, affronta numerose questioni relative all’ineguaglianza di genere, sistematica e del tutto iniqua, che si riscontra nelle relazioni commerciali internazionali. Contiene inoltre molte proposte precise, fattore questo che a mio parere, in un mondo politico a tal punto contraddistinto da parole e vuote promesse, può essere determinante. Ciò riscuoterà l’approvazione in sede di Consiglio e Commissione.
Vorrei aggiungere, per concludere: Praeterea censeo prostitutionem esse delendam.
Eva-Britt Svensson, a nome del gruppo GUE/NGL. − (SV) Vorrei esprimere i miei più sinceri ringraziamenti all’onorevole Breyer per l’ottima relazione presentata, nonché la mia gratitudine per aver sollevato un problema importante come quello relativo al commercio e al modo in cui gli accordi OMC e GATS, in concomitanza con le decisioni dell’FMI, influiscono sulla vita delle persone e sulla loro capacità di provvedere a se stesse. Così come gli accordi si rivelano spesso vantaggiosi per i paesi industrializzati e dannosi per quelli in via di sviluppo, allo stesso modo gli accordi commerciali assegnano rispettivamente a donne e uomini, seppur in modi diversi, una condizione di svantaggio e una di vantaggio. Tradizionalmente, il commercio mondiale è appannaggio degli uomini. Il consiglio dell’FMI è costituito interamente da uomini e così il 91,7 per cento di quello della Banca mondiale. Per comprendere in che modo gli accordi commerciali influenzino persone di provenienza diversa, diverso genere e diversa classe sociale, occorre studiare le moltissime connessioni esistenti tra commercio e genere. Il genere è pertinente, perché le relazioni di genere si ripercuotono sulla distribuzione e accessibilità delle risorse, del lavoro, dei redditi e del potere. Il genere influisce sulla nostra condotta di attori economici. Uomini e donne reagiscono ai cambiamenti economici in maniera diversa. Le istituzioni finanziarie non sono dominate esclusivamente da uomini: tanto più significativo, allora, è il fatto che esse mantengano e riproducano strutture di genere nell’economia. Il lavoro di uomini e donne è valutato in modo diverso. Il lavoro delle donne nella sfera riproduttiva non è retribuito e tende a diventare invisibile. Questi fattori dimostrano che l’impatto è diverso su uomini e donne. Per poter elaborare una politica commerciale che promuova l’uguaglianza e abbatta le strutture patriarcali, quindi, è assolutamente necessario condurre un’analisi di genere. Occorre far emergere il ruolo delle donne nell’economia. I negoziati sulle politiche commerciali devono prendere concretamente in considerazione tutte le convenzioni stipulate al riguardo, come la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna.
Urszula Krupa, a nome del gruppo IND/DEM. − (PL) Signora Presidente, come altri documenti comunitari, la relazione sulle prospettive delle donne nel commercio internazionale conferma che liberalizzazione, globalizzazione e libero mercato costituiscono un paradiso soltanto per chi è molto ricco, colto, potente, e del tutto privo di scrupoli. Ciò è avvalorato da una delle conclusioni della relazione, in cui si sostiene che solo le donne altamente qualificate beneficiano della liberalizzazione degli scambi commerciali, mentre la parte restante, maschile e femminile, della popolazione, di solito non benestante, tende a essere sfruttata e soggetta alla propaganda. Questa è la cosa più allarmante, perché avviene dietro una maschera di nobili ideali quali i diritti umani, la parità dei diritti, le pari opportunità per tutti, il trattamento equo sul posto di lavoro, e molti altri slogan popolari che nel complesso si trovano anni luce lontani dalla realtà.
Irena Belohorská (NI). − (SK) Il commercio mondiale oggi esercita sulla condizione sociale delle donne la stessa influenza esercitata su tutti coloro che sono coinvolti in una qualche attività economica. La liberalizzazione del commercio ha avuto i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. Per quanto riguarda le donne, tra i benefici legati alla liberalizzazione e alla globalizzazione va annoverata in particolar modo la nascita di lavori nuovi e spesso molto remunerativi.
Le donne con un impiego diventano in genere più indipendenti e sicure, la loro condizione sociale migliora, ed esse acquistano maggior consapevolezza dei loro diritti. Confrontata con quella degli uomini, tuttavia, la loro retribuzione per lo stesso tipo di lavoro è nella maggior parte dei casi inferiore di una percentuale che va dal 20 al 50 per cento.
Per lo più, la liberalizzazione del commercio favorisce soltanto le grandi aziende. Poiché le imprenditrici sono spesso impiegate nella gestione di aziende piccole e medie, di fatto esse beneficiano solo in misura ridotta dell’apertura dei mercati.
Cosa ha fatto l’Organizzazione mondiale del commercio per incoraggiare politiche di uguaglianza di genere e includerle nella sua agenda? La risposta è: molto poco. Secondo l’OMC, quello del commercio è un settore neutro, il cui presupposto è che tanto il commercio che la liberalizzazione del mercato siano neutri dal punto di vista del genere, e che di conseguenza una politica di uguaglianza di genere non abbia implicazioni dirette in questo settore. In questo contesto, credo che in futuro l’OMC debba tenere in maggior considerazione l’uguaglianza di genere.
E’ interessante osservare come quasi tutti i membri dell’OMC abbiano sottoscritto la piattaforma d’azione di Pechino. La sua applicazione, tuttavia, è più di una semplice formalità. Occorre tener presente il contributo apportato dalle donne al commercio internazionale. Le donne in generale − e le donne istruite, multilingue in particolare, − sono dotate di straordinarie capacità di comunicazione e negoziazione, e in qualità di dirigenti impiegano, rispetto ai loro colleghi uomini, metodi diversi.
Sebbene la partecipazione delle donne al commercio sia cospicua nel settore privato, occorre incrementare il numero delle donne presenti in organizzazioni internazionali quali l’OMC, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, e altre istituzioni che operano in ambito commerciale e imprenditoriale. Ciò assicurerebbe alle donne la partecipazione, oltre che al processo produttivo, a quello decisionale, e non solo in posizioni subordinate, ma anche nei ruoli esecutivi e manageriali.
Edite Estrela (PSE). − (PT) Signora Presidente, signor Commissario, ogni giorno migliaia di persone, per la maggior parte donne e bambini, muoiono a causa della povertà. Le statistiche sono allarmanti: 2,5 miliardi di persone vivono con meno di due dollari al giorno, e per lo più si tratta, come dicevo, di donne.
La povertà è all’origine del traffico di donne e bambini, della schiavitù sessuale e della violenza di genere; porta all’abbandono precoce degli studi, al lavoro minorile, all’aumento del numero dei bambini a rischio, all’immigrazione illegale, al fondamentalismo e al terrorismo.
Senza indipendenza finanziaria non si hanno né libertà né uguaglianza. Le donne, soprattutto le donne giovani, vengono facilmente reclutate da organizzazioni criminali internazionali che promettono loro posti di lavoro ben remunerati in paesi ricchi, per poi costringerle alla prostituzione. Le donne non beneficiano, in generale, della globalizzazione, che tende a favorire i lavoratori in possesso di buone qualifiche; al contrario subiscono le conseguenze nocive della liberalizzazione degli scambi.
La presente relazione − e colgo l’occasione per ringraziare l’onorevole Breyer − giunge quindi assolutamente a proposito. Contiene proposte importanti, tra le quali sottolineerei il microcredito quale mezzo per ridurre la povertà. Gli strumenti di microfinanziamento si sono rivelati efficaci nella lotta contro la povertà, e sono state le donne a beneficiarne in modo più consistente e proficuo, riuscendo così a migliorare la situazione economica delle loro famiglie. A trarne vantaggio sono state soprattutto le donne disoccupate o con redditi bassi, ovvero quelle che, come la maggior parte delle donne nei paesi in via sviluppo, non hanno accesso alle istituzioni finanziarie tradizionali.
Alcuni studi hanno dimostrato che le donne hanno le abilità necessarie per prendere parte ai processi decisionali in ambito economico. Altre indagini rivelano che le aziende che annoverano donne nei loro consigli di amministrazione hanno ottenuto sinora risultati migliori. Dobbiamo seguire anche noi l’esempio della Norvegia, cui si è accennato in precedenza.
Helmut Markov (GUE/NGL). − (DE) Signora Presidente, non molto tempo fa ha fatto la sua comparsa in quest’Aula una relazione su commercio e povertà, sul cui testo la commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere ha presentato diversi emendamenti estremamente accurati, poi accolti nella loro totalità. In questo contesto ringrazio l’onorevole Breyer per la sua relazione di iniziativa, che costituisce la logica risposta al bisogno imperativo di interrogarci nuovamente sulla dipendenza reciproca che intercorre tra donne e commercio.
Non si potrà far nulla per risolvere il problema della disparità del trattamento delle donne fino a quando non si sarà radicalmente trasformata la concezione alla base delle politiche economiche e commerciali. Ricordate gli accordi commerciali? Nella relazione dell’onorevole Agnoletto si affermava che le clausole sui diritti umani dovrebbero essere incluse in ogni accordo internazionale. Poiché esistono sia diritti umani individuali che diritti umani sociali, risulta più che giustificata l’idea secondo cui tutti gli accordi commerciali devono includere clausole relative ai diritti umani sociali, ovvero il diritto all’istruzione, alla formazione e all’assistenza sanitaria gratuita.
Chi, come il mio gruppo, concorda con questi principi, ovviamente non può volere l’applicazione di una direttiva europea in materia di servizi che trasformi questi ultimi in prodotti, vincolandoli così alla possibilità dei cittadini di ottenerli a pagamento. E’ chiaramente questo l’approccio che alla fine si adotterà nell’ambito dei GATS, cosicché le donne di determinati paesi si vedranno negare ogni opportunità, perché i loro paesi non avranno sufficienti risorse finanziarie.
Passando al problema delle quote: si tratta di un appoggio, che però può costituire un trampolino di lancio. Parlo sulla base della mia esperienza come membro del partito socialdemocratico tedesco, il quale applica una quota del 50 per cento a tutti i suoi parlamentari. Questo provvedimento andrebbe adottato ovunque, in quanto permetterebbe tanto a noi che alla società di compiere un prezioso passo avanti.
Teresa Riera Madurell (PSE). − (ES) Signora Presidente, il ruolo e le prospettive delle donne nel commercio internazionale sono aspetti che devono essere ancora analizzati in modo adeguato, nonché promossi dai governi e dai responsabili delle politiche commerciali.
Non si sa molto dell’impatto del commercio sulle donne, e non si sa nulla dell’effetto che il commercio esercita sulle disuguaglianze di genere. Nel settore si sono visti rarissimi casi di politiche concrete volte a promuovere l’uguaglianza tra uomini e donne. Questa mancanza di informazione è dovuta all’insufficienza di dati differenziati per genere nelle statistiche sul commercio e alla mancanza di una prospettiva di genere nelle analisi e nei modelli economici.
Tramite il commercio è possibile, oltre che necessario, contribuire all’uguaglianza di genere. A questo riguardo plaudiamo, ad esempio, alla decisione del governo norvegese di imporre per legge una quota del 40 per cento di partecipazione femminile nei consigli di amministrazione delle società per azioni. Anche nel mio paese, la Spagna, si discute su una legge, nota come legge sull’uguaglianza, che renderebbe obbligatoria una rappresentanza equilibrata di uomini e donne nei consigli d’amministrazione delle imprese commerciali, ovvero la presenza, per ognuno dei due generi, di una quota non superiore al 60 per cento e non inferiore al 40 per cento.
Per questo accogliamo con favore il paragrafo in cui si esorta la Commissione a stilare una proposta legislativa di questo tipo. Vorrei approfittare di questa occasione per esprimere all’onorevole Breyer le mie più vive congratulazione per il lavoro svolto.
Katalin Lévai (PSE). − (EN) Signora Presidente, benché si parli spesso di disuguaglianza di genere, il ruolo delle donne nel commercio internazionale viene trascurato: per questo vorrei congratularmi con la relatrice per aver sollevato un tema tanto importante, su cui si discute molto raramente.
Come si è detto, le donne subiscono spesso gli effetti negativi della globalizzazione: su questo punto sono pienamente d’accordo. Non hanno lo stesso accesso all’istruzione e al lavoro, e non vengono opportunamente coinvolte nel commercio. Sono spesso escluse dai processi decisionali e dai servizi. Come sappiamo, solo le donne molto istruite beneficiano della liberalizzazione degli scambi e della globalizzazione, mentre altre donne in tutto il mondo ne subiscono spesso gli effetti collaterali. Concordiamo quindi tutti sul fatto che vada messo in atto un trattamento equo e che occorrano, per conseguirlo, un chiaro monitoraggio delle politiche occupazionali, nonché una raccolta di dati disaggregati per genere.
Se il commercio può essere considerato una delle sei aree prioritarie per le politiche di sviluppo, il raggiungimento dell’uguaglianza di genere è la chiave per lo sviluppo in generale. La strategia del mainstreaming di genere è un approccio a lungo termine, graduale, basato su un’integrazione delle questioni di genere tanto nella politica che nella prassi. Ai fini di uno sviluppo efficace, occorre integrare sistematicamente analisi di genere nell’elaborazione, applicazione e valutazione di ogni strategia di sviluppo. Allo stesso scopo, è opportuno prevedere attività specifiche finalizzate a garantire che si presti un’attenzione adeguata alle questioni di genere nell’ambito generale degli strumenti finanziari comunitari, i quali dovrebbero progressivamente farsi carico di questi temi fondamentali.
Una maggiore rappresentanza e partecipazione femminile nell’ambito della vita politica ed economica contribuirebbe in modo significativo alla riduzione della povertà e allo sviluppo, aumentando la speranza in un futuro migliore per le prossime generazioni.
Marianne Mikko (PSE). − (ET) Onorevoli colleghi, la liberalizzazione economica ha posto le basi per la rapida crescita dell’Estonia. La liberalizzazione è oggi il motore dell’economia dell’Europa e del mondo, ma ogni successo ha il suo prezzo, e questo è rappresentato dall’accresciuta pressione psicologica ed economica sulle famiglie, dalla precarietà dei rapporti di lavoro e dalla stratificazione sociale. Come si è già detto, inoltre, la globalizzazione si ripercuote sulle donne in misura maggiore che sugli uomini.
Sulle donne grava una mole spropositata di lavoro non retribuito. Il loro ruolo nell’ambito delle decisioni politiche ed economiche, tuttavia, è ingiustificabilmente ridotto. Questa argomentazione, condotta sinora sul piano dei principi e delle emozioni, necessita di maggiori fatti concreti. La stesura di una classifica rigorosa sulla base della promozione dell’equità di genere nel mercato del lavoro rappresenterebbe una misura efficace contro la disuguaglianza, ma è anche necessario che ogni paese elabori autonomamente i propri provvedimenti.
Da tempo chiedo alla società estone di fissare l’obiettivo del 40 per cento di rappresentanza femminile nei consigli d’amministrazione delle aziende. Come si afferma anche nella relazione, ciò che è possibile in Norvegia potrebbe diventare realtà in tutto il mondo. Il messaggio dell’Europa deve essere chiaro e unanime: la disuguaglianza di genere è qualcosa che appartiene al passato. Si tratta di fatto dello stesso messaggio lanciato dalla relazione, la quale costituisce un eccellente punto di partenza.
Joe Borg, Membro della Commissione. − (EN) Signora Presidente, ringrazio gli onorevoli deputati per i loro commenti su questo tema importante e ricco di implicazioni rilevanti anche oltre l’ambito commerciale.
Vorrei accennare ad alcuni punti sollevati durante il dibattito di stasera. Per quanto riguarda la necessità che le aziende europee che beneficiano dei programmi comunitari d’accesso ai mercati nel quadro della politica di cooperazione dell’Unione non contribuiscano allo sfruttamento delle proprie dipendenti, vorrei sottolineare che i recenti accordi di cooperazione dell’Unione europea includono impegni relativi alle convenzioni dell’OIL sulle norme fondamentali in materia di lavoro. L’Unione europea ha incluso tali impegni in tutti i suoi accordi commerciali bilaterali più recenti, nonché nei sistemi SPG e SPG Plus, che concedono preferenze commerciali ai paesi in via di sviluppo che ratificano le convenzioni dell’OIL.
Per quanto riguarda l’impatto della liberalizzazione del commercio, vorrei far presente che essa ha offerto nuove opportunità a molte donne nei paesi in via di sviluppo, mettendo a disposizione nuovi posti di lavoro, in molti casi riducendo le differenze di retribuzione basate sul genere, e portando così la donna a una maggiore responsabilizzazione nonché a una migliore condizione sociale. Prove dimostrano che in India oltre un milione di donne, provenienti per la maggior parte da contesti di povertà, ha visto migliorare la propria condizione sociale in seguito all’apertura degli scambi.
Vorrei passare ora all’inclusione dell’uguaglianza di genere nelle politiche commerciali internazionali. L’Unione europea è stata una grande sostenitrice delle linee guida dell’OCSE per le imprese multinazionali e più in generale dell’integrazione del concetto di lavoro dignitoso e delle problematiche sociali nel quadro degli investimenti dell’OCSE. Rimaniamo dell’idea che all’OIL vada affidato il ruolo di osservatore nell’ambito dell’OMC, nonostante si debba prendere atto della resistenza opposta da altri membri al riguardo.
Quanto alle valutazioni dell’impatto di genere, il genere è stato incluso nella recenti valutazioni d’impatto sulla sostenibilità degli accordi commerciali. Migliorando la qualità dei dati di genere, le valutazioni d’impatto sulla sostenibilità degli accordi commerciali risulteranno, in futuro, rafforzate, e senza dubbio in questo campo si potranno compiere progressi. La Commissione esaminerà pertanto le potenzialità degli indicatori del lavoro dignitoso, inclusi i dati sul lavoro di uomini e donne.
Per ciò che riguarda l’impiego del gender budgeting come normale strumento nelle politiche di bilancio, la Commissione risponderà per iscritto. Quanto alla questione del gender budgeting in generale, essa copre varie aree operative: attenderemo tuttavia di apprendere dal Parlamento europeo i progressi compiuti in materia e seguiremo il lavoro della commissione con interesse.
In riferimento alla quota del 40 per cento di rappresentanza femminile nei consigli di amministrazione delle società per azioni, come avviene in Norvegia, devo far presente che il problema riguarda, principalmente, i singoli Stati membri.
Infine, per quanto riguarda l’istituzione ufficiale di un “servizio commercio e genere” all’interno della DG Commercio, devo ribadire che in seno alla Commissione la DG RELEX conduce il monitoraggio dei diritti umani nei paesi del terzo mondo. La DG Commercio è in continuo contatto con la famiglia RELEX per quanto riguarda la relazione tra gli accordi commerciali e i diritti umani, come nel caso del sistema SPG, e fa da collegamento con l’Organizzazione internazionale del lavoro e con la DG Occupazione per quanto concerne il rapporto tra gli accordi commerciali e i diritti del lavoro. L’Unione europea, di fatto, ha revocato al Myanmar i benefici dell’SPG a causa di violazioni gravi e sistematiche dei diritti fondamentali del lavoro, e ciò dimostra l’efficacia del sistema in atto.