Presidente. – L’ordine del giorno reca la dichiarazione del Consiglio e della Commissione sulla preparazione del Consiglio europeo dell’8 e 9 marzo.
Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, Commissario Wallström, onorevoli deputati, il Vertice di primavera dei capi di Stato e di governo, come negli anni precedenti, sarà principalmente dedicato alle questioni economiche, in particolare alla strategia di Lisbona. Siamo naturalmente lieti che quest’anno il Consiglio europeo di primavera si svolga nel contesto di una buona situazione economica, in cui si osservano sviluppi positivi sui mercati del lavoro. Ne traiamo la prudente conclusione che la strategia di Lisbona cominci a dare i primi frutti, ma siamo anche convinti che sia del tutto inopportuno riposare sugli allori. Al contrario, intendiamo sfruttare le tendenze generali favorevoli e l’ottimismo incipiente a favore di ulteriori riforme strutturali e compiere insieme nuovi sforzi al fine di valorizzare il successo degli ultimi mesi e garantire che esso perduri nel lungo periodo, perché è importante far sì che l’Europa sia in ottima forma e pronta per la concorrenza globale.
In seguito a intensi lavori preparatori, caratterizzati da una cooperazione molto stretta e proficua con la Commissione, siamo ora entrati nella fase calda dei preparativi per la riunione del Consiglio europeo dell’8 e 9 marzo. Il Consiglio “Affari generali e relazioni esterne” ha discusso ieri l’ordine del giorno commentato del Consiglio, elaborato dalla Presidenza, e sono lieto di potervi comunicare che gli Stati membri hanno pienamente approvato l’elenco dei temi proposti dalla Presidenza.
Nelle prossime settimane, il COREPER coordinerà i contributi delle diverse formazioni specifiche del Consiglio e svilupperà ulteriormente il progetto di conclusioni del Consiglio, alla luce di queste osservazioni essenziali. Forse a questo punto posso ricordare all’Assemblea le date in cui i vari Consigli specifici adotteranno i loro contributi: il Consiglio “Energia” si riunirà dopodomani per discutere uno dei grandi temi del Consiglio europeo, cioè il piano d’azione per l’energia; il Consiglio “Istruzione e gioventù” si riunirà il 16 febbraio, seguito dal Consiglio “Competitività” il 19 febbraio e dal Consiglio “Ambiente” il 20 febbraio. Il ciclo si concluderà con il Consiglio “Occupazione e affari sociali” e con il Consiglio ECOFIN, che si riuniranno rispettivamente il 22 e il 27 febbraio.
Anche se il Parlamento europeo non è direttamente coinvolto in queste attività preparatorie, posso assicurarvi che la Presidenza terrà conto delle posizioni da voi adottate in relazione ai temi che saranno discussi al Vertice.
Forse posso ora fornire maggiori particolari sui piani della Presidenza per il Vertice di primavera di quest’anno. Farò anche riferimento a ciò che la Presidente del Consiglio ha affermato in Aula stamattina. Tenteremo di garantire che il Consiglio europeo svolga il suo ruolo essenziale, che consiste nel concentrarsi sulle questioni fondamentali, definire indirizzi generali, prendere decisioni sul futuro e fornire orientamenti politici agli enti competenti a livello europeo e nazionale. Lo scambio di pareri di oggi e, naturalmente, il dialogo intenso con il Presidente del Parlamento durante il Vertice sono elementi importanti nello svolgimento di questo compito. Alla luce di tali considerazioni generali, abbiamo cercato di concentrare le delibere del Consiglio europeo sui temi riguardo ai quali in generale si ritiene necessaria un’azione e sugli ambiti in cui è richiesto un maggiore impegno.
In particolare, ci premureremo di sostenere le riforme strutturali avviate negli Stati membri e di promuoverle integrando le raccomandazioni specifiche per ciascun paese. Nel contesto del mercato interno, intendiamo rafforzare la volontà comune di colmare le lacune e individuare i punti deboli, accrescere la competitività dell’Unione nei confronti dei paesi terzi e al tempo stesso insistere sul rilancio del ciclo di Doha. Ci sta altrettanto a cuore incoraggiare l’innovazione, la ricerca e l’istruzione e promuovere la creazione di posti di lavoro e l’ulteriore sviluppo del modello sociale europeo, e in questo ambito la “flessicurezza” e l’evoluzione demografica sono temi centrali.
Come ha affermato stamattina il Cancelliere federale, legiferare meglio è importante per tutti noi, perché offre grandi potenzialità per rendere l’economia europea più competitiva. La riduzione della burocrazia è quindi una questione prioritaria per la Presidenza tedesca. Ci siamo posti l’obiettivo di trasmettere messaggi ambiziosi alla riunione del Consiglio europeo. In pratica, ci occuperemo innanzi tutto di semplificare la legislazione esistente e di esaminare il modo in cui migliorare la valutazione d’impatto di quella nuova. In quanto organi legislativi, il Consiglio e il Parlamento hanno la responsabilità specifica di garantire che le proposte della Commissione intese a semplificare la legislazione siano esaminate in modo approfondito e trattate con celerità. Il nostro compito principale è assicurare che la riduzione della burocrazia proceda, in particolare tramite la definizione di chiari obiettivi quantitativi.
Infine, come deciso l’anno scorso, il Consiglio esaminerà il piano globale dell’Unione per l’energia, che è legato ai tre obiettivi fondamentali dell’Unione in questo ambito: la sicurezza dell’approvvigionamento, la competitività e, come si deve sempre sottolineare, la compatibilità ambientale. La relazione strategica sull’energia presentata dalla Commissione in gennaio dimostra che solo una politica energetica che affronti tutti e tre gli apici di questo obiettivo triangolare sarà all’altezza delle sfide che attendono l’Unione; per questo motivo, insistiamo su una serie di misure – da adottare insieme – senza le quali non si potrà ottenere l’effetto desiderato. Il pacchetto comprende misure volte a rafforzare la concorrenza nel mercato interno dell’energia, dare un peso maggiore alle energie rinnovabili e contribuire allo sviluppo di migliori tecnologie energetiche e di una maggiore efficienza energetica. In questo contesto, il rafforzamento delle componenti della politica energetica legate alla politica estera riveste grande importanza. Vorrei essere chiaro e dire che è sempre più necessario che l’Europa si esprima a una sola voce in materia di energia.
La questione della protezione del clima è indissolubilmente legata a quella dell’energia. Poiché i cambiamenti climatici costituiscono la sfida del secolo, abbiamo la ferma intenzione di proporre risoluzioni ambiziose e lungimiranti, compresi obiettivi quantitativi, anche in questo ambito. Le proposte presentate dalla Commissione sul pieno coordinamento delle questioni energetiche forniscono una buona base a tal fine. Il Consiglio europeo deve sforzarsi di trasmettere un forte segnale a favore dell’ulteriore sviluppo del regime internazionale di protezione del clima dopo il 2012. Soltanto se i paesi industrializzati, guidati dall’Unione europea, si pongono all’avanguardia e adottano obiettivi e misure ambiziosi, ci si può attendere che i paesi emergenti siano disposti ad assumere impegni adeguati alle loro circostanze, al fine di limitare le loro emissioni in rapido aumento.
Presidente. – La ringrazio, signor Presidente in carica del Consiglio, non solo per ciò che ha affermato, ma anche perché ha utilizzato solo la metà del tempo a sua disposizione. Dovremo prenderlo ad esempio quando esamineremo la riforma dei metodi di lavoro dell’Assemblea. Anche il Consiglio è capace di imporsi dei limiti e di dire comunque qualcosa che merita ascoltare.
Margot Wallström, Vicepresidente della Commissione. – (EN) Signor Presidente, marzo offre una vera opportunità all’Unione europea. In primo luogo, ci dà la possibilità di mostrare ai cittadini un’Unione europea che adotta decisioni chiare e ambiziose sui temi che stanno loro a cuore. In secondo luogo, saremo chiamati a sottoscrivere una dichiarazione che non solo celebrerà i risultati che abbiamo conseguito negli ultimi 50 anni, ma descriverà anche che cosa potremo fare in futuro. I due aspetti sono quindi strettamente legati. Un Consiglio di primavera fruttuoso sarà un perfetto trampolino di lancio per un’ambiziosa dichiarazione di Berlino.
L’Europa deve agire. Deve essere politica, efficace e svolgere un ruolo chiave nell’affrontare le grandi sfide del mondo globalizzato di oggi. La crescita e l’occupazione, i cambiamenti climatici e l’energia sono temi cui gli europei pensano tutti i giorni. Abbiamo una possibilità reale di mostrare che cosa l’Unione europea possa offrire, ovviamente nel pieno rispetto del nostro rinnovato impegno a legiferare meglio.
Vorrei concentrarmi sull’agenda relativa ai cambiamenti climatici, all’energia, alla crescita e all’occupazione. Due settimane fa, il gruppo di esperti sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite ha esposto in modo pacato, chiaro e irrefutabile i dati sui cambiamenti climatici. L’obiettivo di limitare a 2 gradi l’aumento della temperatura è ancora realizzabile, ma per poco! Nel prossimo decennio si appurerà se riusciremo ad assumere il controllo della situazione. I nostri partner internazionali, gli investitori e i cittadini attendono un’azione chiara e risoluta da parte dell’Unione europea.
L’entità del problema è enorme. Perché abbia senso, la risposta deve essere coraggiosa, e ciò significa proposte politiche concrete e obiettivi vincolanti. Questo è il motivo per cui abbiamo proposto che i paesi industrializzati accettino un obiettivo di riduzione delle emissioni del 30 per cento entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990. Al tempo stesso, nessuno mette in discussione la necessità di coinvolgere i paesi in via di sviluppo nello sforzo globale volto ad abbattere le emissioni, ed essi possono realisticamente essere indotti a limitare innanzi tutto l’aumento delle loro emissioni e quindi a cominciare a ridurle entro il 2020.
Mi attendo che il Consiglio europeo di primavera trasmetta un segnale forte e convincente sulla necessità di un’azione decisa sui cambiamenti climatici. La risoluzione sui cambiamenti climatici che l’Assemblea adotterà domani è sia incoraggiante sia sbalorditiva e contiene un messaggio importante e urgente, che la Commissione trasmetterà ai capi di Stato e di governo durante la discussione sui cambiamenti climatici al Vertice di primavera.
Tuttavia dobbiamo anche dimostrare, sia all’interno sia all’esterno dell’Unione, che noi stessi siamo disposti ad agire oggi. Per questo motivo, il Vertice di primavera dovrà assumere un impegno forte e indipendente per l’Unione, al fine di ottenere una riduzione di almeno il 20 per cento delle emissioni di gas serra entro il 2020. Questa sarà una dimostrazione reale del nostro impegno.
L’energia è un elemento chiave per abbattere le emissioni. Tuttavia, la problematica è ben più ampia: un approvvigionamento sicuro, prezzi più equi e maggiori possibilità di scelta sono tutte questioni che assillano ogni giorno i cittadini, preoccupati per se stessi, per le loro famiglie, per le generazioni future e, naturalmente, per l’industria europea. Si diffonde anche la sensazione istintiva che queste questioni si possano affrontare con efficacia solo a livello europeo. Di conseguenza, sarà una dura prova anche per l’Unione europea stessa.
Il mese scorso la Commissione ha illustrato la sua visione del modo in cui dare il giusto indirizzo alla politica energetica europea, e accolgo con grande soddisfazione il sostegno del Parlamento. Quando affrontiamo una sfida a lungo termine, è fondamentale che gli europei possano contare sui loro rappresentanti democraticamente eletti, affinché spieghino perché la riforma è essenziale, inseriscano i cambiamenti a breve termine nel contesto degli obiettivi a lungo termine e ci convincano che ciascuno di noi può offrire il proprio contributo, per esempio facendo il possibile in termini di efficienza energetica.
L’esauriente risoluzione che avete adottato il 14 dicembre dello scorso anno rispecchia il ruolo essenziale che il Parlamento svolge in questo contesto. L’ambizione e la convinzione del Consiglio europeo sono quindi fondamentali. Non possiamo più rinviare le decisioni. L’Europa deve trasmettere un segnale inequivocabile a conferma del suo impegno di dare una nuova forma all’energia europea nei prossimi decenni. Gli investitori sono pronti a intervenire su larga scala, ma hanno bisogno di un segnale più chiaro. Ciò significa un’azione decisiva sul mercato interno. Significa misure reali che garantiscano la solidarietà tra gli Stati membri. Significa dare la massima priorità alla ricerca in questo settore, per esempio come obiettivo primario per l’Istituto europeo della tecnologia. Significa un obiettivo preciso, ambizioso e soprattutto vincolante volto ad accrescere l’impiego di fonti di energia rinnovabili entro il 2020.
Con una chiara luce verde dal Consiglio europeo, la Commissione è pronta a presentare entro l’anno un ampio insieme di misure legislative concrete. I cambiamenti climatici e l’energia sono parte integrante della questione più ampia su cui si concentrerà il Vertice di primavera, cioè la strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione. Si stanno adottando misure reali per investire di più nell’innovazione, semplificare la vita alle imprese nuove e in crescita e aiutare i cittadini a prepararsi al cambiamento. La situazione economica, come sapete, sta migliorando e l’Europa ha mostrato di saper rispondere alla sfida della globalizzazione, ma questi primi passi hanno ora bisogno di un’accelerazione. Il consenso sul cambiamento si deve tradurre in azioni in ogni regione d’Europa e in ogni settore. La modernizzazione delle nostre economie e società è essenziale perché i nostri valori e la qualità della vita possano prosperare in questo mondo in rapida evoluzione.
Il Consiglio di primavera deve trasmettere il chiaro messaggio che intendiamo portare avanti la riforma a tutti i livelli, come indicato nella relazione annuale della Commissione sullo stato di avanzamento della strategia di Lisbona, comprese le raccomandazioni specifiche per i singoli paesi.
Al riguardo, la Commissione accoglie con grande favore il sostegno espresso dal Parlamento. La vostra risoluzione fornisce un contributo puntuale per ricordare alcuni parametri chiave in base ai quali sarà valutata la credibilità dell’azione; per esempio, la riduzione a una settimana al massimo del periodo di avvio delle nuove imprese e una protezione meno onerosa dei diritti di proprietà intellettuale.
Il tempo stringe, se vogliamo evitare gli effetti peggiori dei cambiamenti climatici, correggere gli squilibri globali tra offerta e domanda di energia e garantire una reale modernizzazione. E’ ora di porre tutta la nostra saggezza al servizio di questi obiettivi. George Bernard Shaw disse che non si diventa saggi ricordando il passato, ma assumendosi la responsabilità del futuro. Nel momento in cui festeggiamo i 50 anni dell’Unione europea, è saggio ricordarlo.
L’adozione di decisioni coraggiose, ambiziose e a lungo termine da parte del Consiglio di primavera in marzo porrà l’Unione europea sulla strada giusta per trovare risposte reali a queste problematiche estremamente urgenti.
Presidente. – La ringrazio, Vicepresidente Wallström, soprattutto perché non ha usato tutto il tempo a sua disposizione. E’ un ottimo esempio da parte della Presidenza e della Commissione.
Marianne Thyssen, a nome del gruppo PPE-DE. – (NL) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, onorevoli colleghi, ogni generazione ha il dovere e la responsabilità di fare la propria parte per il progresso. Anche la nostra deve rispondere a una sfida, quella della globalizzazione. Viviamo in un mondo in rapida evoluzione e apertura. Nell’Unione europea, dobbiamo far fronte a una concorrenza mondiale, talvolta aggressiva, con una popolazione che invecchia, il tutto nel contesto del riscaldamento globale.
Questa concorrenza diventa sempre più spietata non solo sul versante dell’offerta del nostro mercato, ma anche sul versante della domanda del mercato delle materie prime e dell’energia. Possiamo ignorare questi sviluppi, possiamo subirli passivamente, o possiamo prepararci. Tuttavia, per offrire ai bambini di oggi prospettive favorevoli in termini di qualità della vita e di impiego dignitoso, la risposta è una sola: fare il possibile per essere competitivi. Essere competitivi non significa cedere ciecamente alle pressioni della globalizzazione. Significa però che dobbiamo dotarci degli strumenti corretti per garantire un futuro a ciò che ci sta a cuore, cioè il nostro modello sociale europeo e i valori su cui si fondano il nostro stile di vita e la nostra società. Per essere competitivi, abbiamo bisogno di una visione coraggiosa, di una strategia e di persone, oltre che di risorse. Abbiamo la visione. Abbiamo la strategia di Lisbona, con il partenariato per la crescita e l’occupazione, a favore del quale noi del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei ci siamo sempre impegnati al 100 per cento. Siamo anche enormemente grati alla Commissione Barroso, che dedica grande impegno alla questione, come fa anche la Presidenza tedesca, con la sua volontà di concentrarsi sui settori deboli che richiedono miglioramenti e su un serio piano per l’energia.
Nell’ultima relazione della Commissione abbiamo letto che in quest’ultimo anno le prospettive economiche sono migliorate. Dobbiamo cogliere questo momento favorevole per conseguire i nostri obiettivi con tanto più vigore, perché molto resta da fare, soprattutto negli Stati membri, la cui situazione a volte è descritta in modo troppo roseo nelle relazioni della Commissione. In vista del Vertice di primavera, domani adotteremo una risoluzione. Abbiamo potuto verificarla rispetto ai pareri dei parlamentari nazionali, con i quali abbiamo svolto un’utile riunione la settimana scorsa. La risoluzione elenca anche le nostre priorità, cui il nostro relatore ombra, onorevole Lehne, darà maggiore risalto. Il completamento del mercato interno, non ultimo per i consumatori e per le PMI, la semplificazione amministrativa, una valutazione d’impatto della cosiddetta pratica del goldplating (ovvero continue modifiche normative), più ricerca e innovazione, una strategia rinnovata per la politica energetica e la lotta ai cambiamenti climatici, con il dovuto riguardo per l’approvvigionamento energetico, la sostenibilità in termini di costi, una minore dipendenza, più fonti di energia rinnovabili e meno emissioni di gas serra: sono tutte misure che devono essere adottate se vogliamo conseguire il nostro obiettivo di maggiore crescita e occupazione. Secondo la maggioranza del nostro gruppo, esistono anche margini per l’energia nucleare, ma al riguardo rispettiamo pienamente il principio di sussidiarietà.
Lisbona, naturalmente, è più della somma degli elementi che ho elencato finora. Ciò che conta di più è occuparsi del benessere e della dignità delle persone e del loro ruolo e contributo nella società. Anche per questo dedichiamo la massima attenzione alla formazione e all’istruzione, all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, alla lotta all’esclusione, a una sana politica in materia di immigrazione e, di fatto, all’uguaglianza di genere, perché anche la mancata partecipazione delle donne capaci è una forma di fuga dei cervelli. Quanto alla riforma del mercato del lavoro, siamo impazienti di discutere il documento della Commissione sulla “flessicurezza”.
Lisbona riguarda le persone e il processo deve quindi essere sostenuto anche dalle persone. Finché l’opinione pubblica continuerà a considerare la strategia europea per la crescita e l’occupazione come parte del problema anziché della soluzione, vi è motivo di preoccuparsi. E’ necessaria una maggiore partecipazione delle persone e della società civile. Nei grandi progetti del passato, ai tempi dell’Europa del ’92 e dell’introduzione dell’euro, abbiamo avuto successo grazie a un’enorme iniziativa di comunicazione generalizzata. Noi, e di sicuro gli Stati membri, abbiamo perso delle occasioni durante il processo di allargamento. Senza una valida strategia di comunicazione, Lisbona non sarà compresa, sostenuta o attuata in modo adeguato – un’omissione che probabilmente va attribuita alla mancanza di coraggio politico. Vorrei quindi rivolgere un appello accorato alle tre Istituzioni affinché investano i loro fondi in questa causa e, se possibile, diano spazio a questo aspetto anche nell’importante dichiarazione di Berlino, in corso di elaborazione.
Ringrazio i relatori e il relatore ombra per la risoluzione che adotteremo domani, preparata in seno al gruppo di lavoro con i 33, sotto la presidenza dell’onorevole Daul. La risoluzione è piuttosto lunga, ma poiché gode di ampio sostegno, e anche questo è positivo, essa ci permette di trasmettere un ampio messaggio sull’indirizzo che vogliamo dare a questa strategia.
Robert Goebbels, a nome del gruppo PSE. – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, in un momento in cui i problemi globali si accumulano, alcuni Stati membri dell’Unione sono tentati dal nazionalismo. L’insegnamento indiscutibile della globalizzazione in corso è che persino la Germania, la Francia, il Regno Unito o la Polonia sono relativamente impotenti di fronte alla crescita prevedibile di alcuni grandi paesi.
Tutti ammettono che il Trattato di Nizza non è più sufficiente per garantire la governance efficace dell’Unione a 27. Tuttavia, il Trattato costituzionale si è arenato, non solo a causa del “no” francese e olandese ma anche perché alcuni capi di Stato e di governo rifiutano di tenere fede alla parola data. La visione dell’Europa non può ridursi al solo mercato interno. I nostri concittadini vogliono una dimensione più sociale e una maggiore efficacia tramite l’azione comune.
L’integrazione europea è cominciata con la Comunità del carbone e dell’acciaio. L’anno scorso, la Cina è diventata il primo produttore mondiale di acciaio. In gennaio la Cina e la Russia hanno concluso 15 accordi di cooperazione nel settore dell’energia, uno dei quali riguarda la costruzione di due gasdotti con una capacità di 40 miliardi di metri cubi ciascuno.
Questo mese l’India, la Cina e la Russia parteciperanno a un forum trilaterale, al fine di promuovere gli scambi tra loro. Gli Stati Uniti e la Russia hanno appena siglato un accordo relativo a una ricerca congiunta nel settore nucleare. Cinesi, giapponesi, indiani, russi e americani cooperano per sviluppare nuove tecnologie che permettano di combattere i cambiamenti climatici. Dove si colloca l’Europa in tutto questo? Siamo ben lontani dalla solidarietà della CECA, ormai defunta. Fatichiamo a definire una politica energetica solidale, e quindi necessariamente comune, in un momento in cui la nostra dipendenza energetica aumenta. E’ vero, diamo priorità a obiettivi ambiziosi, ma per il 2020, 2030 o il 2050, cioè orizzonti temporali imprevedibili.
Il Cancelliere Merkel ci ha ricordato stamattina che l’Unione è responsabile del 15 per cento delle emissioni totali di CO2. Secondo il Commissario Dimas, la nostra quota è scesa al 14 per cento nel 2006, una riduzione che non è dovuta a una maggiore efficienza degli europei, bensì all’aumento delle emissioni di altri paesi industrializzati.
Se è evidente che l’Europa deve dare l’esempio, è altrettanto chiaro che non possiamo rimediare da soli ai problemi globali. L’Europa ha alcuni assi nella manica per influenzare il dibattito globale. Essa è tuttora la più grande potenza economica e genera il 30 per cento del prodotto mondiale lordo. Più di un terzo delle 2 000 imprese più grandi del mondo sono europee, siamo leader praticamente in tutti i settori, fatta eccezione per le tecnologie digitali e le biotecnologie. Per colmare queste lacune, il Vertice di Lisbona ha definito una strategia che è tuttora attuale, nonostante la lentezza esasperante con cui si compiono progressi, soprattutto per quanto riguarda la ricerca e l’innovazione.
Il Vertice imminente offrirà un’occasione per ridare il via alla sua attuazione. Tutte le analisi sono state svolte, tutti i problemi sono noti. E’ giunto il momento di prendere decisioni concrete. Il rilancio politico dell’Europa deve avvenire al più tardi entro giugno. Questa è per lo meno l’ambizione del gruppo socialista al Parlamento europeo.
Graham Watson, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, la crescita dell’Unione nel 2006 ha raggiunto il 2,7 per cento, il livello più elevato in sei anni. La disoccupazione è scesa al 7,9 per cento, il minimo registrato dal 1998. Si ha la tentazione di dire “ottimo lavoro!”, ma la crescita del 2,7 per cento va valutata rispetto al 9,5 per cento in Cina e in India e il tasso di disoccupazione del 7,9 per cento rispetto a meno del 5 per cento negli Stati Uniti e al 4,1 per cento in Giappone. Alla luce di questi dati, l’obiettivo di Lisbona di far sì che l’Europa diventi l’economia basata sulla conoscenza più competitiva del mondo entro il 2010 non sembra solo ambizioso, ma anche irrealistico. Abbiamo già rinunciato alla data indicata. Possiamo mantenere l’obiettivo?
Questo dibattito si svolge una volta all’anno; alcuni Stati membri ignorano perennemente le nostre esortazioni. La relazione Kok ci ha rivelato due anni fa che gli obiettivi di Lisbona sono diventati farraginosi e i risultati sono poco convincenti. Ciò è dovuto al fatto che alcuni Stati membri hanno cercato di cavarsela alla meno peggio, anziché riformare i loro sistemi. Lisbona funzionerà solo se la riforma sarà attuata a livello europeo. Per solidarietà non si può intendere che i governi che hanno intrapreso l’arduo processo di riforma devono ora tirare fuori dai guai quelli che non lo hanno fatto. In alcuni paesi, persino l’opposizione non vede la necessità di una riforma; fa promesse ai cittadini che è impossibile mantenere, e sono tentato di dire:
(FR) “Si potrebbe dire che se ne infischiano altamente della realtà”.
(EN) Un’economia basata sulla conoscenza deve essere disposta a imparare. In Europa possiamo imparare gli uni dagli altri. Crescita economica e basso tasso di disoccupazione, un ambiente dinamico per le imprese e norme sociali elevate non si escludono a vicenda: pensate alla Danimarca o alla Finlandia.
Per modernizzare la protezione sociale e i regimi previdenziali è necessario introdurre maggiore flessibilità. La disoccupazione giovanile è decisamente troppo elevata, ma proteggere i nostri cittadini non significa proteggere posti di lavoro non competitivi. La rete di sicurezza sociale non deve sostenere le imprese in fallimento, ma aiutare quelle in difficoltà a reinserirsi in nuove attività economiche.
Il mio gruppo ritiene altresì che investire nelle tecnologie ecologiche sia fondamentale per contenere i cambiamenti climatici e garantire la sicurezza energetica in Europa. L’energia è letteralmente il motore trainante della nostra economia e i nostri ministri dell’Energia, che si riuniscono a Bruxelles questa settimana, devono raccogliere la sfida e avere il coraggio di aprire il settore dell’energia a una maggiore concorrenza e flessibilità, non solo separare le infrastrutture dalla fornitura. Costruire un vero mercato europeo dell’energia è importante ma non sufficiente; dobbiamo anche ridurre il consumo energetico, e mi auguro che la Commissione in futuro sarà ancora più ambiziosa di quanto non sia stata finora. Dobbiamo creare incentivi per stimolare i singoli individui a modificare le loro abitudini ed effettuare acquisti e investimenti ponderati, facendo ricorso al sistema fiscale.
Dobbiamo inoltre garantire la corretta applicazione della legislazione europea, comunicare ai cittadini che cosa occorre fare, e gli Stati membri devono tenere fede alle loro promesse di riforma economica, in modo che si possa dare la luce verde a Lisbona.
Cristiana Muscardini, a nome del gruppo UEN. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, uno dei motivi che più irrita l’opinione pubblica è l’eccesso di regolamentazione dell’Unione europea. Regole non solo troppo numerose ma anche poco comprensibili e complesse: questo trend deve essere interrotto. Fissare la curvatura delle banane o il diametro dei piselli o la lunghezza dei contraccettivi e crede di regolare, in questo modo, il mercato, significa essere lontani mille miglia dalla realtà quotidiana dei cittadini.
Norme simili sono il frutto di pressioni esercitate da forti interessi per la tutela di affari personali e non per il benessere dei cittadini. Laddove esistono troppe norme impera la burocrazia e non la politica o l’economia e di burocrazia l’Unione può anche morire. Legiferare meglio deve diventare un imperativo per le istituzioni e in questa funzione il Parlamento deve essere l’elemento propulsore. Siamo soddisfatti di trovare, anche su questo punto, l’attenzione della Presidenza del Consiglio.
Come dimostrano gli interventi in Aula questa mattina, è una certa sinistra europea che continua a chiedere nuova legislazione, poco interessandosi di quanto la stessa sia effettivamente applicata e applicabile. Crediamo che una società libera e solidale si basi su regole certe, chiare e condivise e non su elefantiache burocrazie. Per la crescita e lo sviluppo rivolgiamo un invito al Consiglio perché riprenda con maggiore determinazione una politica attenta ai problemi del continente africano e vigile rispetto ai diritti della persona e del lavoratore, nei paesi con i quali abbiamo scambi economici ma anche all’interno della stessa Unione.
Senza una politica energetica comune non ci sarà ripresa e sviluppo. Condividiamo il nuovo Libro verde della Commissione per quanto riguarda le fonti rinnovabili e il miglioramento delle infrastrutture per il gas naturale, puntando sui degassificatori, una posizione condivisa anche dalla Presidenza del Consiglio. Vanno perciò rimossi tutti gli ostacoli, compresi quelli del ministro italiano dell’Ambiente, Pecoraro Scanio, che sul problema continua a ignorare le posizioni europee al riguardo e perciò a frenare lo sviluppo. Sviluppo ed ambiente sono le sfide a cui dobbiamo dare risposte, anche attraverso la ratifica di un nuovo trattato che definisca, nell’Europa a 27, le nuove e diverse competenze delle nostre Istituzioni.
Rebecca Harms, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, vorrei innanzi tutto congratularmi con la Commissione per aver mantenuto una posizione ferma nella discussione sui piani nazionali di assegnazione per lo scambio di quote di emissione e per aver almeno confuso le aspettative correggendo il piano nazionale di assegnazione della Germania.
Mi sconcerta constatare che l’accordo sugli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 delle autovetture, chiaramente concluso nell’ambito di un accordo più ampio, non risponda alle aspirazioni della Commissione, e vorrei cogliere l’occasione per rilevare che in questo tipo di accordi sulle emissioni di CO2 – quelli attualmente conclusi tra gli Stati membri, la Commissione e il Consiglio – si ignora un aspetto, cioè che gli obiettivi che ci siamo posti non sono fissati dall’uomo: l’obiettivo di limitare il riscaldamento della Terra a 2 gradi è fissato dalla natura.
Se in questi compromessi tra diversi interessi nazionali e industriali continuiamo a ignorare un obiettivo fissato a Kyoto, penso che, nel futuro prevedibile, di fatto non potremo più affermare di perseguire una politica ambiziosa in materia di protezione del clima.
A parere dei Verdi, il pacchetto sull’energia e l’obiettivo di riduzione del 20 per cento delle emissioni di CO2 in Europa possono anche essere ambiziosi, ma non hanno più alcun legame con l’obiettivo generale di adottare misure atte a contenere il riscaldamento globale. Se ci accontentiamo davvero di questo 20 per cento, possiamo dire addio una volta per tutte all’idea di poter esercitare un’influenza positiva sul riscaldamento globale, cioè riuscire a limitarlo. Abbiamo appena appreso che, se mantenessimo il 20 per cento, la Terra si riscalderà di 4 o 5 gradi; in altre parole, le previsioni negative sui cambiamenti climatici si riveleranno di gran lunga peggiori.
A questo punto, posso solo lanciare un nuovo appello al Vertice di Bruxelles sull’energia affinché si ponga fine a questi accordi sulle percentuali di riduzione e si dia una buona volta attuazione alle proposte della Commissione. A mio parere, la parte più importante di questo pacchetto sull’energia riguarda l’efficienza e il risparmio energetico; in proposito vorrei chiedere nuovamente alla Commissione di riprendere ciò che aveva proposto all’Assemblea l’autunno scorso – quindi non molto tempo fa – sotto forma di piano d’azione per l’efficienza energetica. Anche qui ci dev’essere meno discontinuità. All’epoca, fu dato per scontato che l’obiettivo giusto per l’Europa era ridurre il consumo di energia. Oggi, nel pacchetto sull’energia è fermamente espresso il concetto che il consumo di energia in Europa registrerà un aumento costante. Sono quindi necessarie numerose correzioni.
Vorrei aggiungere un’osservazione sulla politica nucleare, perché so che molti paesi vi ripongono grandi speranze. Penso sia più che ora di effettuare controlli a livello europeo per accertare se la scandalosa cultura della sicurezza, sulla quale riceviamo sempre più rapporti dalla centrale nucleare svedese di Forsmark, sia un problema squisitamente svedese o se, nel corso dei decenni in cui è stata usata l’energia atomica, questo logoramento della cultura della sicurezza sia diventato un problema generale, per esempio a causa della riduzione del personale. E’ la terza volta che intervengo per protestare contro il fatto che la questione di Forsmark non sia ancora stata discussa a livello europeo, e il motivo per cui insisto tanto su questo punto è che ho appreso che l’Euratom erogherà prestiti per la costruzione di una nuova centrale nucleare a Belene, riguardo alla quale si conducono negoziati in segreto. Sarebbe la prima volta che l’esportazione di elettricità generata dall’energia nucleare finanzia una centrale nucleare nell’Unione europea con fondi europei, il che permetterà di agire come se si assistesse a un rinascimento dell’energia nucleare. A mio parere, però, questa industria versa di fatto in pessime condizioni, sia dal punto di vista della sicurezza sia in termini economici.
Gabriele Zimmer, a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Commissario Wallström ha affermato che il Vertice di primavera dovrà preparare nel miglior modo possibile la riunione che si svolgerà alcuni giorni dopo a Berlino, e posso concordare con lei, ma solo a due condizioni. La prima è che al Vertice di primavera sarebbe utile svolgere una discussione molto approfondita sulla dichiarazione di Berlino, eppure tutti sanno che una discussione esauriente sul possibile contenuto della dichiarazione comporta il rischio intrinseco che emergano divergenze di opinione. Non si svolgerà dunque alcun dibattito pubblico, alcun dibattito tra i capi di Stato? In tal caso, mi chiedo chi lavori a una dichiarazione importante come quella di Berlino, che dovrebbe accompagnare l’Unione nel suo futuro.
La seconda è che si devono iscrivere più questioni all’ordine del giorno del Vertice, per esempio come si possa condurre una lotta coerente contro la povertà, la disoccupazione e l’esclusione sociale parallelamente a una lotta efficace contro il riscaldamento globale. Che cosa significa questo, in particolare in termini di una trasformazione del settore dell’energia e dei trasporti che sia lungimirante e ad alta intensità di occupazione? Che cosa deve succedere perché sia infine adottata una soluzione realmente sostenibile per i problemi occupazionali, sociali, ambientali e globali?
Il fatto è che queste questioni non vengono sollevate. Si parla di legiferare meglio e di energia e cambiamenti climatici, ma mai dell’inizio ormai a lungo atteso di una ricostruzione sociale ed ecologica che contrasti veramente le divisioni sociali e la catastrofe climatica di cui tutti parlano. Solo pochi giorni fa abbiamo visto quante difficoltà ciò comporti per la Presidenza tedesca, come ha già rilevato l’onorevole Harms. Che “legiferare meglio” significhi soprattutto una maggiore apertura del mercato è già stato detto in modo inequivocabile dal Presidente Barroso la settimana scorsa, così come dalla Commissione nella sua comunicazione relativa all’attuazione della strategia rinnovata per la crescita e l’occupazione. Sia le imprese sia i consumatori dovrebbero trarre giovamento dall’apertura del mercato, ma maggiore apertura significa maggiore concorrenza e di conseguenza saranno sempre i forti a trarne vantaggio, mentre i deboli ne usciranno perdenti. L’apertura dei mercati non è compatibile con i cambiamenti strutturali che auspichiamo e di cui si parla sempre, anche se devo dire che la questione verte sempre su chi vuole che cosa in quale momento.
Il 1° febbraio, alla conferenza dell’Agenzia europea per la difesa – un ente la cui creazione previene l’entrata in vigore di una Costituzione europea – l’Alto rappresentante Solana ha chiesto un piano e una politica mirata, trainata dalla domanda, per l’industria degli armamenti. A mio parere, ciò non è assolutamente compatibile con gli obiettivi di un Vertice al quale ci si dovrebbe chiedere che cosa si possa fare per creare posti di lavoro sostenibili, combattere i cambiamenti climatici in modo sostenibile e – sempre in modo sostenibile – offrire a tutti i cittadini dell’Unione europea pari condizioni di vita e di lavoro di alta qualità.
Nigel Farage, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, molto spesso in politica ciò che conta realmente non è quel che si afferma in pubblico ma ciò che accade dietro le quinte, e lo stesso vale per il prossimo Vertice europeo. Il ministro tedesco degli Affari europei Gloser può anche parlare di sostenibilità e di politica energetica, ma devo dire che non so proprio come faccia a rimanere serio quando parla dell’ormai fallita agenda di Lisbona.
Tuttavia, ciò che non dice, ovviamente, è che a questo Vertice si discuterà la Costituzione europea. Il Cancelliere Merkel ha dichiarato che intende portare avanti il programma con determinazione e, di fatto, proprio questa settimana a Berlino sono in corso discussioni segrete sulla Costituzione.
Ancora una volta, si tenta di ordire un grande inganno. State cercando di rabberciare un minitrattato, di sbarazzarvi della parola che inizia con la “C” e negare così ai popoli d’Europa la possibilità di votare sul loro futuro. E’ come se tutti voi rispondeste a una vocazione superiore e sapeste che cosa è bene per le masse in Europa.
Potete pensare che mi stia inventando tutto, ma solo la scorsa settimana il Presidente Barroso ha affermato: “Da Primo Ministro, ero favorevole a un referendum [sulla Costituzione]”. Poi è arrivato a Bruxelles, e chiaramente gli hanno drogato le bevande, perché ora dice: “Se si fosse svolto un referendum sulla creazione della Comunità europea o sull’introduzione dell’euro, pensate che sarebbero esistiti?” Penso che la risposta sia nota e la risposta è “no”. Osando dire persino questo, il Presidente Barroso svela il progetto europeo, mostra un disprezzo assoluto nei confronti dei cittadini della Francia e dei Paesi Bassi, che hanno votato “no”, ma – e questo è più serio – mostra un disprezzo assoluto nei riguardi dello stesso processo democratico. Se continuate a insistere su questa Costituzione, se continuate a negare ai popoli d’Europa la possibilità di decidere il loro futuro, create le condizioni perché i nostri figli si trovino di fronte a problemi gravissimi.
Andreas Mölzer, a nome del gruppo ITS. – (DE) Signor Presidente, in vista del Consiglio europeo, permettetemi di fare alcune osservazioni fondamentali riguardo alla liberalizzazione e alla politica energetica.
A mio avviso, per soddisfare i criteri di Maastricht e le condizioni della strategia di Lisbona, si vendono i gioielli di famiglia dello Stato, mentre i cittadini devono stringere ancora di più la cinghia, chi lavora nei servizi pubblici troppo spesso è messo in prepensionamento o si ritrova disoccupato e trema di paura davanti alla perdita di sicurezza sociale. E’ stato promesso che tutto sarà meno costoso, più efficiente e più flessibile, ma queste promesse non si possono mantenere con la liberalizzazione. Le infrastrutture pubbliche si distinguono ora per i lunghi periodi di ammortamento e lo scarso rendimento.
Agli investitori privati, invece, interessa principalmente il denaro contante, e conosciamo tutti le conseguenze, per esempio la scarsa puntualità delle ferrovie e le tratte abbandonate che ci obbligano a riprendere l’automobile. Grazie alla privatizzazione delle poste, possiamo ora investire in nuove cassette delle lettere e compiere lunghi pellegrinaggi verso gli uffici postali, dove ci scontriamo con condizioni di lavoro inaccettabili che appartengono all’età della pietra. Le speculazioni sui titoli rendono l’elettricità più costosa, e a un certo punto potremmo persino finire per non poterci più permettere nemmeno l’acqua, perché sarà più redditizio venderla all’estero. Tuttavia, ancora più pericolosa è l’idea che i lavoratori stranieri e i richiedenti asilo offrano una risposta al basso tasso di natalità e possano garantire la nostra previdenza sociale. In tal modo, si accenderebbe la miccia su una polveriera, e le prime esplosioni già si sentono sempre più vicine.
E’ quindi necessario un ripensamento; dobbiamo dotarci di una politica adeguata a favore della famiglia e delle nascite, investire di più nell’istruzione e ricorrere a una dose ragionevole di protezionismo per promuovere i nostri settori economici e la nostra produzione agricola, al fine di proteggere i nostri cittadini dalla delocalizzazione delle imprese incoraggiata dall’Unione. A mio parere, non si può presumere di poter produrre energia ecologica utilizzando l’elettricità generata dall’energia nucleare, né che i biocarburanti provochino una penuria di prodotti alimentari, come è successo in Messico. In queste circostanze, è necessario promuovere attivamente la ricerca sulle nuove tecnologie o l’integrazione di altre forme di produzione di energia, che siano realmente più rispettose dell’ambiente.
Jana Bobošíková (NI). – (CS) Onorevoli colleghi, ritengo che il costo reale della guerra commerciale che imperversa dietro il pretesto del “riscaldamento globale” sarà presto evidente. Il Consiglio sta chiaramente per abbracciare le affermazioni pseudoscientifiche in voga secondo cui salveremo il pianeta soltanto riducendo in modo significativo le emissioni di CO2.
Se ci lasciamo persuadere che sia possibile influenzare i cicli climatici naturali della Terra, sacrificando la competitività dell’industria europea, non faremo la cosa giusta per il pianeta. Non faremo altro che assecondare gli interessi economici degli investitori e dei paesi che non hanno alcun riguardo per gli ossidi e i protocolli. L’inquinamento che evitiamo con i nostri sacrifici è più che compensato dalla loro produzione di CO2. Sono quindi estremamente delusa che il punto di partenza per i negoziati del Consiglio sull’energia sia la lotta ai cambiamenti climatici.
Ritengo che sia i nostri cittadini sia le nostre imprese siano più interessati al prezzo dell’energia, e soprattutto alla sua fornitura sicura e ininterrotta. Vorrei quindi concentrarmi sulla liberalizzazione del mercato dell’energia, che preverrà enormi aumenti dei prezzi. La Presidenza dovrebbe presentare una proposta appropriata su come garantire forniture ininterrotte dalla Russia all’intera Unione europea, non solo alla Germania. Infine, dobbiamo investire nello sviluppo di nuove fonti di energia, in particolare l’energia nucleare. Se non lo facciamo, i costi elevati dell’energia provocheranno danni irreparabili alla competitività delle imprese europee.
Come possono i disoccupati far fronte al costo astronomico dell’elettricità? Potrei mandarli al quartier generale del Consiglio a Bruxelles, ma dubito che sarebbe utile. Vi ringrazio.
Klaus-Heiner Lehne (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, permettetemi innanzi tutto di fare un breve riassunto di ciò che abbiamo realizzato. Vorrei ricordare che circa due anni e mezzo fa la Commissione ha avviato una nuova iniziativa e in seguito alla relazione Kok ha affermato che la strategia di Lisbona doveva essere rilanciata. Vogliamo che questa strategia, che nella prima metà del decennio era essenzialmente un obiettivo politico, senza la minima possibilità di trasformarsi in realtà, almeno si avvicini all’obiettivo nella seconda metà del decennio. Direi che è successo. “Lisbona”, è vero, non suona ancora esattamente come “Kyoto”, ma tutti gli Stati membri stanno ora presentando i rispettivi piani nazionali. In seno all’Assemblea abbiamo individuato una struttura per affrontare la strategia di Lisbona con determinazione e tentare di portarla avanti. Anche la Commissione ha fissato nuove priorità al riguardo. Abbiamo organizzato conferenze interparlamentari in questa sede, alle quali ha partecipato un numero sempre maggiore di deputati ai parlamenti nazionali. Tutto ciò dimostra che siamo sulla strada giusta e che il tentativo di rilanciare la strategia è riuscito.
In secondo luogo, siamo riusciti a chiarire che, sebbene vi siano tre pilastri nella strategia di Lisbona, la crescita e la creazione di posti di lavoro sono condizioni indispensabili per poter condurre una valida politica ambientale e sociale. Al tempo stesso, abbiamo chiarito che la strategia di Lisbona è anche la risposta dell’Europa alla globalizzazione.
Nella risoluzione – i temi quest’anno saranno ovviamente diversi da quelli degli anni precedenti – affermiamo che esistono diverse carenze nel mercato interno, cui è necessario porre rimedio. Sono molte, ma vorrei segnalarne soltanto due. Una è la mancanza di un maggiore sviluppo della legislazione europea in materia di brevetti, e su questo fronte attendiamo iniziative da parte della Commissione, come quella che ha già lanciato sulla liberalizzazione degli scambi di merci nel mercato interno, che è una questione altrettanto cruciale.
Tuttavia, la priorità del Vertice e delle attività della Commissione – e anche del Parlamento – sarà la politica energetica. Permettetemi di ricordare la situazione dell’anno scorso: allora non si è riusciti a persuadere i capi di Stato e di governo che la politica energetica deve realmente essere un’ambizione dell’Europa e che è necessaria una strategia europea in materia, allora prevaleva ancora l’idea che la questione si potesse gestire a livello nazionale. Ora la situazione è cambiata. Questa volta, se la politica energetica sarà discussa al Vertice, tutti si baseranno sul presupposto che si tratta di un compito dell’Europa.
Nella risoluzione affermiamo che le energie rinnovabili devono ovviamente essere promosse nella massima misura possibile, ma rileviamo anche che l’energia nucleare continua a essere importante e in futuro diventerà inevitabile a causa delle emissioni di CO2. Nella risoluzione abbiamo affrontato il problema delle emissioni di CO2 nel suo insieme, che naturalmente è trattato in modo molto più approfondito nella risoluzione parallela sui cambiamenti climatici. Ci siamo posti obiettivi molto ambiziosi riguardo all’efficienza energetica, e di fatto ritengo che – come i dati hanno già dimostrato – una quota del 30 per cento del prodotto mondiale lordo associata a una quota di solo il 15 per cento delle emissioni sia già un’indicazione che l’Europa è all’avanguardia per quanto riguarda l’efficienza energetica. Possiamo però fare molto di più ed essere un esempio per il mondo.
Un altro aspetto che è già stato menzionato è la necessità di realizzare il mercato interno dell’energia. Sappiamo che continua a esistere una struttura oligarchica e monopolistica e che vi è solo una parte dell’Unione europea in cui si può parlare di un vero mercato interno, mentre in vaste zone dell’Unione si osservano vere e proprie lacune.
Vorrei anche affrontare l’aspetto legato alla necessità di “legiferare meglio”. Anche in questo caso si è realizzato molto. Ripensando all’accordo interistituzionale del dicembre 2003, si è sicuramente trattato di un importante passo avanti, ma non è tutto oro ciò che brilla. La Commissione non ha ancora accolto la richiesta del Parlamento – espressa in più di mezza dozzina di risoluzioni – relativa a una valutazione indipendente dell’impatto della legislazione; nondimeno continuiamo a insistere su questo punto. Se la Commissione non agisce al più presto, dovremo escogitare altri modi e strumenti per farlo noi stessi.
A mio parere, ciò che conta veramente ora è un’adeguata analisi comparativa, che ci permetta di verificare le relazioni degli Stati membri e indicare che cosa riteniamo sia necessario, per far sì che, attraverso tale analisi, gli obiettivi della strategia di Lisbona siano realizzati in modo ancora più efficace che in passato.
Hannes Swoboda (PSE). – (DE) Signor Presidente, la Costituzione è già stata menzionata più volte. Essa prevede maggiori poteri per l’Europa nel campo della politica energetica. Tuttavia, poiché la Costituzione ancora non c’è, dovremo sforzarci di trovare un altro modo di acquisire questi maggiori poteri in materia di politica energetica, in particolare – come ha detto il Ministro Gloser – in relazione con la politica estera.
Come possiamo intrattenere buone relazioni tra pari con la Russia, se l’Unione europea, su queste questioni, non sa essere risoluta ed esprimere una sola voce? La Russia preferirebbe di gran lunga negoziare con i singoli paesi e metterli gli uni contro gli altri, ma ciò che chiediamo – specificamente a questo Vertice – è di chiarire che, nelle relazioni con la Russia, si deve esprimere una sola voce europea. Se la Russia lamenta di non avere pieno accesso al mercato, che cosa dobbiamo fare al riguardo noi europei? Ecco perché è così importante instaurare relazioni tra pari con la Russia.
In secondo luogo, dobbiamo diversificare. Dobbiamo avere accesso ad altre fonti, ma dove? Soprattutto nel Caucaso e nell’Asia centrale. Se si osserva il modo in cui gli Stati Uniti d’America – con tutta la loro fede nel libero mercato – sono riusciti a ottenere la costruzione di un oleodotto da Baku a Ceyhan in Turchia, via Tblisi, incoraggiando gli investitori privati a sostenere quello che era considerato un importante progetto politico, e lo si confronta con la debolezza e le difficoltà con cui si procede in questo campo nell’Unione europea – basta prendere ad esempio il gasdotto Nabucco per l’approvvigionamento di gas in Europa – è chiaro che dobbiamo esigere che l’Unione europea si mostri risoluta ed esprima una sola voce. Molti di questi aspetti sono già stati menzionati dall’onorevole Goebbels e vorrei che fossero veramente espressi in modo chiaro al Vertice.
Se riteniamo di dover diversificare, se riteniamo di avere bisogno di gasdotti supplementari, dobbiamo dirlo forte e chiaro, così la Russia cercherà di partecipare o di fare affari con noi. Se, sui mercati internazionali, non riusciamo ad affermarci con un inconfondibile profilo europeo, non saremo in grado di fare ciò che dobbiamo fare per i nostri cittadini, cioè garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico in Europa.
Alexander Lambsdorff (ALDE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, domani il Parlamento adotterà una risoluzione in cui rivolgiamo una serie di richieste al Consiglio. In veste di relatore, vorrei cogliere l’occasione per ringraziare il mio correlatore del gruppo socialista al Parlamento europeo, onorevole Hughes, per la sua cooperazione, sempre costruttiva, seria e leale. Tra poco egli vi presenterà le parti della risoluzione che trattano dell’occupazione e gli obiettivi intesi a legiferare meglio; da parte mia mi concentrerò sulle aspettative dell’Assemblea in merito alla politica energetica.
La cosa più importante che l’Assemblea si attende dal Consiglio è chiara a tutti: vogliamo una politica energetica comune e forte per l’Europa. Il compito più urgente per i capi di Stato e di governo è conseguire risultati concreti al Vertice di primavera, perché è su queste basi che sarà giudicato il suo successo o insuccesso.
Un mercato comune dell’energia che funzioni correttamente non è un fine di per sé. Innanzi tutto, il mercato unico dell’energia fa parte del progetto europeo. Vogliamo un’Unione europea che produca risultati. Se possiamo dire ai cittadini che le loro bollette del gas e dell’elettricità in costante aumento sono state riportate a un livello tollerabile grazie alla politica europea, ciò avrà un effetto positivo per l’Europa. Gli studi più recenti sul mercato europeo dell’energia hanno nuovamente evidenziato il fatto che siamo lontanissimi da un mercato interno dell’energia che funzioni correttamente, come ha già rilevato l’onorevole Lehne. Quasi dieci anni dopo le prime iniziative volte a liberalizzare i mercati dell’elettricità e del gas, un risultato come questo è come minimo deludente. Abbiamo bisogno di un mercato unico dell’energia innanzi tutto per i nostri cittadini.
Il secondo motivo per cui un mercato unico dell’energia che funzioni è importante è la competitività delle nostre imprese, in particolare sul versante della produzione. Nessuna impresa dovrebbe pagare più di quanto sia equo e appropriato per il quantitativo di energia che consuma: lo dobbiamo alle nostre imprese e agli uomini e donne che vi lavorano. In questo modo, realizziamo l’obiettivo della strategia di Lisbona, cioè il rafforzamento della nostra competitività interna e a livello internazionale. Il secondo motivo per cui abbiamo bisogno di un mercato unico dell’energia è quindi che esso è necessario per la competitività dell’Europa.
Il terzo motivo è che, in un mercato che lanci adeguati segnali in materia di prezzi, l’energia è usata in modo efficace, si sviluppano alternative e si realizzano risparmi. E’ vero che a volte sono necessarie direttive politiche perché si aprano nuove vie, ed è ciò che facciamo con questa relazione, al fine – o così ci auguriamo – di conseguire gli obiettivi di protezione del clima attraverso la politica energetica europea; in proposito, vi è consenso in seno al Parlamento. In terzo luogo, abbiamo quindi bisogno della politica energetica comune per un’Europa che si assuma le proprie responsabilità globali.
Domani, pertanto, l’Assemblea adotterà una risoluzione, della quale vi illustrerò ora una selezione dei punti più importanti, uno per uno. In primo luogo, le reti di distribuzione del gas e dell’elettricità devono essere gestite e amministrate in modo economicamente indipendente dal processo di produzione dell’energia, per porre fine al fallimento decennale del mercato dell’elettricità e del gas.
In secondo luogo, le energie rinnovabili contribuiscono a migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento energetico, e quindi chiediamo di aumentare la quota di fonti di energia rinnovabili al 50 per cento entro il 2040. Il Parlamento europeo sostiene obiettivi ambiziosi in materia di ricerca sull’energia in tutti i campi: fonti di energia tradizionali, rinnovabili e nucleari. L’Europa è leader in molti settori e questo ruolo deve essere consolidato e valorizzato, se vogliamo un assetto economico basato sulla conoscenza. L’Assemblea è d’accordo con le proposte della Commissione relative all’efficienza energetica e con l’obiettivo di conseguire un risparmio del 20 per cento entro il 2020.
Vogliamo un calendario per la riduzione del 30 per cento delle emissioni di CO2 entro il 2020. Sosteniamo inoltre la riforma del sistema di scambio di quote di emissione e al tempo stesso chiediamo una solidarietà rafforzata tra gli Stati membri per far fronte a eventuali crisi energetiche.
In seno all’Assemblea, vi è accordo trasversale fra tutti i gruppi sulla necessità di una politica estera comune in materia di energia. Le questioni energetiche devono diventare un elemento costante nelle relazioni esterne dell’Unione europea. Sono lieto di aver sentito il Presidente in carica del Consiglio affermare che in questo ambito l’Europa deve esprimere una sola voce, perché noi siamo esattamente dello stesso avviso.
Come ha affermato stamattina il Presidente Barroso, la nostra credibilità agli occhi dei cittadini dipende dalla capacità dell’Europa di rimanere unita, e siamo d’accordo con lui. La Commissione, il Consiglio e il Parlamento devono tutti fare egualmente fronte a queste sfide europee: è l’unico modo in cui potremo assolvere le nostre responsabilità nei confronti dei cittadini europei, dare loro risultati o, come ha affermato il Presidente del Parlamento stamattina, avere successo nell’interesse del nostro continente, al servizio dei cittadini dell’Unione europea. Vorrei aggiungere che a mio parere questa discussione dovrebbe svolgersi a Bruxelles e non a Strasburgo.
Guntars Krasts (UEN). – (LV) Al momento l’ordine del giorno del Consiglio europeo di primavera è decisamente la questione più importante per l’Unione europea nel suo insieme e per ciascuno Stato membro. I compiti proposti in relazione con la strategia di Lisbona, e anche con la politica in materia di energia e cambiamenti climatici, sono ambiziosi, ma per metterli in pratica è necessario avere un senso della realtà. In gran parte sappiamo che cosa occorre fare per conseguire gli obiettivi proposti, ma il fatto che le riforme da introdurre siano collegate tra loro nella sfera economica, sociale e ambientale complica in modo significativo l’adempimento di questi compiti. L’interdipendenza tra gli Stati membri nel mantenere il ritmo e la qualità della riforma rende la situazione ancora più complicata. Lo abbiamo constatato di recente, nel corso delle ardue discussioni sulla direttiva sui servizi, che dovrebbe essere una pietra angolare della strategia di Lisbona. Sono ora all’ordine del giorno nuovi test per verificare la preparazione degli Stati membri a mantenere il ritmo della riforma, tra cui la liberalizzazione del mercato europeo dell’energia. Un mercato europeo dell’energia liberalizzato è una condizione essenziale per la competitività generale del mercato, l’indipendenza energetica, la stabilità a lungo termine e l’integrazione dei nuovi Stati membri nel mercato unico dell’elettricità e del gas. Uno dei compiti fondamentali di questo Vertice europeo è definire una strategia, basata sul consenso, che integri la visione degli Stati membri della politica energetica comune europea. La politica energetica deve diventare una componente della politica di sicurezza dell’Unione europea quanto prima possibile. Gli Stati membri devono riuscire ad adottare una strategia comune nei riguardi degli itinerari di approvvigionamento e di transito. Non si può più rinviare l’avvio di un dialogo permanente tra i paesi consumatori e i paesi fornitori di energia, volto a prevenire un aumento degli squilibri globali e lo sviluppo di condizioni di instabilità. Per quanto riguarda il maggiore fornitore di gas dell’Europa – la Russia – dobbiamo esigere che essa ratifichi un protocollo sul transito e il trattato relativo alla Carta dell’energia. Inoltre, in questo contesto, non si può ammettere che vi siano divergenze di opinione tra la Commissione e gli Stati membri. Mi auguro che al Consiglio europeo di primavera questa importante questione contribuirà a promuovere una visione comune dell’interdipendenza reciproca per quanto riguarda sia i compiti sia i risultati in ogni singolo Stato membro e nell’Unione europea nel suo insieme. Vi ringrazio.
Pierre Jonckheer (Verts/ALE). – (FR) Signor Presidente, per il gruppo Verde/Alleanza libera europea è del tutto chiaro, come ha osservato la collega Rebecca Harms, che il Consiglio europeo di marzo sarà principalmente dedicato all’energia, e abbiamo alcune richieste da formulare al riguardo. Da parte mia, vorrei affrontare un altro punto, che riguarda l’evoluzione del mercato del lavoro e la fiscalità in Europa.
Permettetemi di fare due esempi. In Belgio, invece di perdere 4 000 posti di lavoro, lo stabilimento Volkswagen di Forest ne perderà 3 000 e i lavoratori passeranno dalla settimana di 35 ore alla settimana di 38 ore, per il medesimo salario e una maggiore flessibilità. A queste condizioni, la direzione del gruppo ritiene che lo stabilimento sarà uno dei più efficienti in Europa e soddisferà i criteri di una strategia di Lisbona efficace. Il secondo esempio riguarda i lavoratori dipendenti del settore privato in Francia, la metà dei quali percepisce una retribuzione inferiore a 1 400 euro al mese, come ci ha ricordato domenica la signora Royal.
Questi fatti gettano una luce crudele sul modello sociale europeo. Secondo molti economisti, questa evoluzione delle condizioni di lavoro e delle condizioni salariali è strutturale, in quanto è legata alle innovazioni tecnologiche e a una crescente globalizzazione delle attività. Nei prossimi anni, la maggioranza dei lavoratori europei subirà pressioni sempre maggiori. Come rispondere a questa situazione?
Penso che l’Unione europea possa essere d’aiuto. Può essere d’aiuto ponendo fine allo scandalo assoluto con cui si permette a un cittadino benestante di spostarsi da Monaco in Belgio, passando per il Liechtenstein, per eludere il sistema fiscale e sottrarsi così alla progressività dell’imposta.
Penso anche che l’Unione europea dovrebbe optare, come si è già impegnata a fare in seno al G8 e all’OCSE, per una politica risoluta di abolizione dei paradisi fiscali, che sono presenti in tutto il mondo e permettono al capitalismo finanziario di funzionare.
Penso inoltre che, se il Cancelliere Merkel e la signora Royal intendono dare un contenuto concreto al protocollo sociale che stanno annunciando nell’ottica di modificare il progetto di Trattato costituzionale, l’Unione europea debba dotarsi delle risorse necessarie per introdurre infine un’imposta minima sulle società nell’Unione europea, il che significa, se si vuole mantenere la regola dell’unanimità, che un gruppo di paesi dovrà decidersi ad assumere la guida.
Ilda Figueiredo (GUE/NGL). – (PT) In questa discussione sul contributo al prossimo Consiglio di primavera, al quale si valuterà l’attuazione della cosiddetta “agenda di Lisbona”, adottata nel 2000, è importante ricordare che cosa è accaduto negli ultimi sette anni in termini di sfide e obiettivi individuati all’epoca per quanto riguarda, da un lato, la piena occupazione, la riduzione della povertà, le infrastrutture e gli strumenti di sostegno all’infanzia e le pari opportunità per le donne e, dall’altro, l’obiettivo tanto declamato di diventare l’economia della conoscenza più competitiva del mondo entro il 2010.
La verità è che, dal 2000, nell’Unione europea si assiste a una lenta crescita economica e occupazionale, un crescente trasferimento dei guadagni di produttività dai lavoratori ai datori di lavoro e un corrispondente peggioramento delle disuguaglianze sociali. Persistono livelli elevati di disoccupazione, la povertà e l’esclusione sociale colpiscono più di 72 milioni di persone, i lavori precari, con sempre meno diritti, si moltiplicano e i problemi si aggravano in conseguenza dei nuovi allargamenti, senza che si prevedano risposte finanziarie adeguate nei bilanci comunitari.
Ciò dimostra che le critiche che formuliamo su questa strategia sono ampiamente giustificate. L’attuazione dell’agenda di Lisbona non ha fatto altro che approfondire le liberalizzazioni e le privatizzazioni nei diversi settori – trasporti, energia, servizi postali, telecomunicazioni, servizi – mettendo a repentaglio i servizi pubblici essenziali, cui si aggiungono ora la flessibilità del lavoro e la tanto declamata “flessicurezza”, che rende sempre più facile licenziare i lavoratori.
Per questo motivo, sosteniamo una modifica radicale delle politiche condotte sia nell’ambito della strategia di Lisbona e del Patto di stabilità, sia per quanto riguarda gli indirizzi di massima di politica economica, gli orientamenti in materia di occupazione e il bilancio comunitario.
Di conseguenza, nella risoluzione alternativa presentata dal nostro gruppo per questa discussione, abbiamo scelto di dare priorità a un vero patto per il progresso economico e lo sviluppo sociale e a una strategia europea per la solidarietà e lo sviluppo sostenibile, basata su una maggiore solidarietà da parte dei paesi più sviluppati, con una migliore e maggiore distribuzione dei fondi comunitari. L’obiettivo è la coesione economica e sociale, il miglioramento delle condizioni di vita di tutte le persone, compresi gli immigrati, la dignità dei lavoratori e il rispetto dei diritti umani, soprattutto nei settori dell’istruzione, della salute, degli alloggi, della sicurezza sociale e della ricerca e sviluppo.
Patrick Louis (IND/DEM). – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, l’onorevole Moscovici ha appena scritto un libro interessante in cui constata la morte del Trattato costituzionale. Spiega molto bene che non si può reintrodurre un minitrattato di straforo dopo che i cittadini si sono pronunciati al riguardo. Non possiamo agire in contrasto con il diritto dei Trattati. Il numero non basta, conta solo la sovranità di uno Stato.
La farsa di Madrid è stata un’impasse e un insulto alle regole diplomatiche. Vi dirò, onorevoli colleghi, che gli eurodeputati, me compreso, in questo caso non hanno avuto accesso alla sala del dibattito, mentre qualsiasi funzionario poteva accedervi liberamente. La soluzione per l’Unione non è ricreare Madrid, ma far rivivere lo spirito del Trattato di Roma, cioè ritrovare il senso della libera cooperazione tra nazioni sovrane, ristabilire la preferenza comunitaria e rinunciare alle velleità imperialiste di uno Stato soprannazionale, uno Stato che soffocherebbe i nostri popoli e osteggerebbe i diritti delle persone.
Carl Lang (ITS). – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, per fissare gli obiettivi economici la Presidenza del Consiglio tedesca si basa su una relazione in cui si afferma che la disoccupazione in Europa è diminuita. Tuttavia, questa diminuzione è una conseguenza del calo del numero di persone attive dovuto all’invecchiamento della popolazione, più che il risultato di un’economia prospera. Con un tasso di crescita annuo limitato al 2,6 per cento, contro il 3,6 per cento negli Stati Uniti e il 10 per cento in Cina, l’Europa di Bruxelles rimane in coda alle grandi potenze economiche del mondo.
Inoltre, in alcuni Stati membri le statistiche ufficiali sull’occupazione sono falsate. In Francia, per esempio, se si aggiungono ai 2 milioni o più di disoccupati ufficiali i lavoratori messi in pensione o in prepensionamento, i disoccupati in formazione e i lavoratori con contratti sovvenzionati, la disoccupazione in realtà colpisce quasi 4,5 milioni di francesi, cioè il 18 per cento della popolazione attiva. Con la crescita a mezz’asta, una crescita demografica inferiore al tasso di sostituzione e imprese che delocalizzano le loro attività, l’Unione europea purtroppo prosegue il suo declino economico.
Se la diagnosi è dunque sbagliata, la cura prescritta, ispirata dalla politica maltusiana e antisociale praticata negli ultimi 20 anni, è nefasta: distruzione delle nostre frontiere commerciali, che consegna la nostra industria alla concorrenza sleale delle economie asiatiche, moltiplicazione degli ostacoli burocratici, ingresso legale di oltre un milione di immigrati extracomunitari all’anno, smantellamento dei nostri servizi pubblici, aggravio fiscale e messa a maggese della nostra agricoltura, sottoposta alle forche caudine dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Per restituire alle nostre economie la loro prosperità e dare ai nostri discendenti la sicurezza economica e sociale alla quale hanno diritto, dobbiamo costruire un’altra Europa e un altro modello commerciale, basati su frontiere sicure che proteggano le nostre imprese dal dumping sociale, sull’applicazione della preferenza comunitaria e sul rispetto dei valori che hanno reso grande la nostra civiltà: patria, libertà, lavoro, famiglia e sicurezza in tutte le sue forme, compresa quella economica e sociale.
Sergej Kozlík (NI). – (SK) Nel gennaio 2007, due giorni prima che la Commissione europea adottasse ufficialmente il documento sul riesame strategico della politica energetica e altre relazioni sul settore dell’energia, l’eurobarometro ha pubblicato le conclusioni di uno studio condotto nel settore dell’energia. Lo studio indica chiaramente che le questioni energetiche, che si tratti di cambiamenti climatici o di future carenze energetiche, non sono considerate una priorità dai cittadini dell’Unione europea.
Le questioni energetiche figurano al dodicesimo posto nell’elenco delle questioni più gravi che l’Europa dovrebbe affrontare, ben dopo la disoccupazione, la criminalità, l’assistenza sanitaria e la situazione economica. E’ sconcertante che i cittadini d’Europa siano convinti che le cause alla radice dei problemi energetici vadano ricercate in continenti e in paesi diversi dall’Unione europea.
Quasi un quarto dei cittadini europei ha ammesso di non prendere alcuna precauzione per ridurre il proprio consumo di energia. I cittadini sono solo vagamente consapevoli del fatto che i prezzi dell’energia continueranno ad aumentare nel lungo periodo. Siamo alle soglie di una nuova rivoluzione industriale che dovrà affrontare le questioni legate all’energia e ai cambiamenti climatici, presentando obiettivi pratici e al tempo stesso di carattere prettamente politico. Perché i nostri sforzi abbiano successo, dobbiamo ottenere il più ampio sostegno possibile dai cittadini dell’Unione nella realizzazione di questi obiettivi, e i governi degli Stati membri dovrebbero smettere di tergiversare e affrontare invece le questioni irrisolte.
Gunnar Hökmark (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, la riunione con il Consiglio europeo a Berlino offre un’eccellente occasione per trasmettere un messaggio su ciò che abbiamo realizzato insieme e ciò che dobbiamo realizzare insieme nei prossimi anni, il primo passo fino al 2009. Ritengo sia importante chiarire, nella dichiarazione di Berlino, che i problemi e le sfide che dobbiamo affrontare esistono a causa del nostro successo, non del nostro fallimento.
Nuovi paesi presentano domanda di adesione in ragione di questo successo: hanno visto come l’Unione europea possa contribuire alla pace, allo Stato di diritto e alla stabilità. Nella discussione generale sulla globalizzazione, l’economia europea è il principale soggetto internazionale e ci offre la possibilità di rispondere e contribuire alla globalizzazione. Sulla questione della sicurezza e della stabilità nei Balcani, se l’Unione europea non ha potuto fare molto all’inizio degli anni ’90, oggi invece può fare la sua parte, ed è per questo che abbiamo la responsabilità. Se avessimo fallito, se non fossimo stati in grado di sviluppare l’Unione europea, nessuno ci avrebbe chiesto di risolvere il problema; ma ora abbiamo la capacità e quindi anche la responsabilità di farlo.
Lo stesso vale per la discussione sui cambiamenti climatici, perché, da un punto di vista economico ma anche ambientale, siamo uno dei principali soggetti globali. Possiamo contribuire alla discussione sulla riduzione dell’effetto serra più di chiunque altro, ed è per questo che dobbiamo farlo, ma con saggezza, creando opportunità per la crescita, gli investimenti e le tecnologie avanzate, perché altrimenti non saremo in grado di rispondere alla sfida dei cambiamenti climatici.
Si tratta di una duplice sfida. Dobbiamo ridurre i gas serra, ma al tempo stesso garantire un’economia stabile e prospera, che ci permetta di affrontare le sfide future.
Stephen Hughes (PSE). – (EN) Signor Presidente, ho poco tempo a disposizione e quindi, in veste di relatore in materia e di membro della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, vorrei fare una cosa che non si fa spesso, cioè concentrarmi su alcuni aspetti della strategia di Lisbona legati alla dimensione sociale, alla coesione sociale e all’occupazione.
Sotto il titolo “Creare più posti di lavoro e moltiplicare le opportunità”, la nostra risoluzione sottolinea la necessità di un approccio equilibrato in materia di flessicurezza. Siamo d’accordo sulla flessibilità per le imprese, ma anche sulla necessità di garantire un adeguato livello di sicurezza per i lavoratori. Troppi milioni di nostri concittadini considerano la flessicurezza come una minaccia. Dobbiamo trasformarla in un’opportunità.
Esortiamo gli Stati membri che finora non hanno compiuto sforzi a impegnarsi di più e cooperare con le parti sociali per creare occupazione e aumentare la partecipazione dei giovani, delle donne e dei lavoratori anziani al mercato del lavoro. In particolare, li invitiamo ad assicurare che a ogni giovane che conclude la scuola siano offerte entro sei mesi un’occupazione, una formazione o altre misure di occupabilità; a offrire ai lavoratori disoccupati, soprattutto quelli meno qualificati, un accesso più ampio alla formazione; ad aumentare gli investimenti nelle strutture di assistenza all’infanzia, con servizi completi a un costo ragionevole; a ridurre ulteriormente gli oneri fiscali a carico dell’occupazione; a combattere l’esclusione sociale e la discriminazione; a investire di più nell’istruzione, nella formazione professionale e nell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, al fine di potenziare le competenze disponibili nell’Unione; ad assicurare un migliore adeguamento tra il sistema di istruzione e le esigenze dei nuovi mercati del lavoro, integrando la formazione allo spirito di impresa nei programmi scolastici; infine, a permettere ai lavoratori più anziani di continuare a lavorare su basi volontarie e a modificare i regimi fiscali e previdenziali per incoraggiare il prolungamento della vita professionale. Queste idee sono vecchie come la strategia di Lisbona. Ciò di cui abbiamo bisogno è un’azione da parte degli Stati membri.
Vorrei infine sottolineare la necessità che sia il Consiglio sia la Commissione escano dall’attuale situazione di stallo nella politica sociale e occupazionale. L’attuale mix della strategia di Lisbona è gravemente squilibrato. Se vogliamo ristabilire il contatto con i cittadini, dobbiamo ripristinare l’equilibrio a favore della politica sociale e occupazionale.
Margarita Starkevičiūtė (ALDE). – (LT) Gli economisti hanno stabilito parecchio tempo fa che lo sviluppo europeo ha un effetto positivo sulle economie nazionali, in particolare sulle economie dei paesi più grandi. Questo effetto positivo deriva in gran parte dagli scambi commerciali, dagli scambi reciproci. A mio parere, purtroppo, si assiste ora a un processo di accentramento e le decisioni, che si tratti di politica energetica o di strategia di Lisbona, incoraggiano tale processo. Ciò potrebbe negare ogni opportunità agli scambi reciproci, in quanto vi saranno diversi centri per il commercio internazionale.
Ritengo che uno degli aspetti più importanti ed essenziali, sia pur tentando di mantenere in funzione il motore economico europeo e di condurre politiche volte a rendere i nostri paesi più efficienti e competitivi a livello internazionale, sia innanzi tutto la necessità di promuovere uno sviluppo uniforme in tutti gli Stati membri dell’Unione, tramite la creazione di centri per la ricerca scientifica e di centri per l’energia in vari paesi. Quando le economie nazionali saranno sincronizzate, il nostro motore economico smetterà di scoppiettare.
Konrad Szymański (UEN). – (PL) Signor Presidente, le divergenze politiche tra le strategie economiche degli Stati membri hanno ostacolato l’attuazione della strategia di Lisbona. Ciò produce un effetto a catena sull’Unione. Se vogliamo realizzare gli obiettivi della strategia, dobbiamo creare un nuovo equilibrio politico.
I paesi che non vogliono regolamenti costosi e complessi, come la Polonia, il Regno Unito e gli Stati del Baltico, devono poter conservare un certo grado di capacità di controllare il processo legislativo. Ciò non è garantito dal Trattato costituzionale, motivo per cui rivolgo un appello personale alla Presidenza tedesca affinché non aderisca al credo tanto in voga in seno all’Assemblea “o il Trattato costituzionale o la morte”. Questo credo danneggerà enormemente l’Unione europea, in particolare per quanto riguarda la politica economica e normativa.
Lo stesso vale per la migliore qualità della regolamentazione europea. Se vogliamo conseguire gli obiettivi fissati in termini di legiferare meglio, non dobbiamo eludere questioni quali la distribuzione dei poteri o l’equilibrio politico nell’Unione europea. La riforma del Trattato deve essere soggetta a vere valutazioni pragmatiche dal punto di vista dei costi che una legislazione basata su una nuova sfera di competenze per il Consiglio comporterà. Il Trattato costituzionale non promuove questi obiettivi.
Bernat Joan i Marí (Verts/ALE). – (EN) Signor Presidente, secondo la strategia di Lisbona dobbiamo creare uno Stato sociale tutto intorno all’Unione europea, che dovrà servire da modello nel nostro mondo globalizzato. Dobbiamo appellarci a un europeismo sociale per rendere l’Europa attraente agli occhi dei cittadini, perché la vita qui dovrebbe essere migliore rispetto ad altre parti del mondo. Un buon tenore di vita non si ottiene solo con la crescita economica, ma anche con elevati standard educativi, l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, il consumo culturale, eccetera.
D’altro canto, dobbiamo ridurre il riscaldamento globale senza penalizzare lo sviluppo nei paesi in via di sviluppo. Nella nostra parte del mondo, possiamo farlo migliorando la ricerca. Nei paesi in via di sviluppo, si può fare diffondendo gli aiuti all’istruzione e allo sviluppo, sempre legati a migliori standard educativi. Ritengo che una buona combinazione tra aiuti allo sviluppo e standard educativi più elevati sia la chiave per costruire un mondo globalizzato migliore.
Georgios Karatzaferis (IND/DEM). – (EL) Signor Presidente, energia significa tre cose: nucleare, petrolio e gas. L’energia nucleare non è possibile in tutti i paesi d’Europa e inoltre significa “vivere pericolosamente”.
Il petrolio è controllato dagli Stati Uniti d’America: in un modo in Iraq, in un altro modo in Arabia Saudita, in un altro in Libia e in un altro ancora in Venezuela. Quali di questi paesi che hanno il petrolio sono vicini all’Europa? Nessuno. Il gioco è nelle mani degli americani. Che cosa rimane? Il gas.
Sostanzialmente, nella nostra regione è la Russia ad avere il gas. Come sono le nostre relazioni con la Russia? Le nostre relazioni con la Russia sono deludenti, proprio perché questo è ciò che vogliono gli americani. Avete visto che cosa è successo con il Presidente Putin l’altro ieri? Vi è un gasdotto pronto per la firma che non passa attraverso l’Asia, non passa attraverso la Bielorussia o l’Ucraina e quindi non ci espone a vicissitudini e ricatti. Si tratta del gasdotto Burgas-Alexandroupolis, che passa attraverso la Bulgaria e la Tracia. Anche in questo caso gli americani non permetteranno alla Bulgaria di firmare. Pertanto, se noi, l’Europa, vogliamo la nostra energia, se vogliamo il gas direttamente dalla Russia, perché non alziamo la pressione su questo gasdotto?
Se vogliamo avere il nostro petrolio, se ne trova in grandi quantità nell’Egeo. Abbastanza per alleviare la situazione in Europa. Ma anche qui c’è l’intoppo chiamato Turchia, controllata dall’America, che non permette l’esportazione del petrolio dell’Egeo.
Othmar Karas (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, la strategia di Lisbona è il nostro regolare argomento di discussione annuale in vista del Vertice di primavera e faremmo bene a considerare in modo più serio gli obiettivi che – in seno al Consiglio, alla Commissione e al Parlamento – ci siamo prefissi. L’unica cosa che chiedo è che si faccia ciò che è stato deciso, che si persuada con i fatti anziché con i semplici annunci, e riassumo il concetto in “legiferare meglio”.
Per poter legiferare meglio è necessaria una maggiore trasparenza, e una maggiore trasparenza si ottiene se tutta la legislazione è adottata con procedura di codecisione. Oggi abbiamo già sentito parlare di “pre-esame”, di come ogni atto legislativo europeo debba essere sottoposto a precedente verifica per quanto riguarda la sussidiarietà, al fine di rendere visibili il suo valore aggiunto per la legislazione europea e i suoi effetti sulla crescita e sull’occupazione. Si parla di analisi costi-benefici, di processi legislativi più brevi: cinque anni sono sufficienti per adottare un atto legislativo, non ne servono dieci o più. Dobbiamo migliorare gli strumenti con cui verifichiamo come e quando la nostra legislazione è applicata.
In secondo luogo, abbiamo nominato dei responsabili nazionali. Che cosa fanno? I parlamenti nazionali forniscono ogni sei mesi un resoconto della situazione per quanto riguarda il processo di Lisbona, indicano ciò che prevedono di fare e quando? Dov’è la relazione annuale della Commissione e dei responsabili nazionali destinata al Parlamento?
In terzo luogo, realizzare il mercato unico è compito nostro, così come rafforzare l’innovazione tramite l’uso efficiente delle risorse, adottare misure a favore del risparmio energetico, creare lo spazio della ricerca, rafforzare le PMI, e ciò significa rendere più agevole la creazione di nuove imprese, promuovere l’insediamento e lo sviluppo nelle zone rurali e incoraggiare le cessioni e affrontare infine attivamente le conseguenze dell’evoluzione demografica, in modo che non diventi un ostacolo per il nostro continente. Abbiamo sufficienti obiettivi; sono le azioni a creare fiducia e credibilità.
Udo Bullmann (PSE). – (DE) Signor Presidente, signora Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli colleghi, molti oratori hanno dato risalto alle numerose opportunità che si presentano oggi, e naturalmente hanno ragione, perché era da molto tempo che non ci si presentava la possibilità che abbiamo ora di ricominciare da capo insieme. Il grande problema dopo Lisbona è stato, come sappiamo, che i tassi di crescita sono crollati, anche perché gli Stati membri non hanno fatto abbastanza. Ora la crescita è ripresa nell’Unione europea, ma che cosa intendiamo fare? La crescita non si verifica da sola; per ottenere una crescita soddisfacente a lungo termine dobbiamo agire. Certo, il mercato unico è uno strumento potente; il 90 per cento di ciò che produciamo è acquistato all’interno dell’Unione europea dalle nostre imprese e dai nostri cittadini, e ciò è positivo, perché fa di noi un forte soggetto internazionale. Tuttavia, come ha rilevato l’onorevole Hughes, abbiamo raggiunto il punto in cui dobbiamo far tornare le persone al lavoro, non esercitando pressioni, né escludendo alcune categorie sociali, bensì tramite una migliore istruzione e formazione e creando nuove opportunità.
La discussione deve incentrarsi sul modo in cui dobbiamo portare avanti tutto questo insieme, prenderlo sul serio e metterlo in pratica negli Stati membri; a tal fine, però, è necessario un migliore coordinamento. Il coordinamento nella politica economica non deve essere una brutta parola in queste sale. Se non siamo nemmeno in grado di introdurre una base fiscale unitaria, non possiamo certo lanciare proclami su altre cose, e questo è un dibattito che dobbiamo svolgere anche nei nostri paesi.
L’onorevole Lehne ci dice che dobbiamo prima fare qualcosa per le imprese per poter poi fare qualcosa per l’ambiente. Non sono d’accordo. E’ una filosofia superata e inadatta alla rivoluzione dell’efficienza che attende le nostre imprese. E’ questa filosofia superata che ha portato molti di noi nel vicolo cieco dell’energia nucleare, un vicolo cieco dal quale dobbiamo uscire, e per questo motivo dobbiamo confrontarci e discutere di più gli uni con gli altri.
Anneli Jäätteenmäki (ALDE). – (FI) Signor Presidente, in occasione della seduta di gennaio il Cancelliere Angela Merkel ha pronunciato in quest’Aula un bel discorso sull’energia e i cambiamenti climatici. Ora, però, dobbiamo passare all’azione. Mi auguro che il Cancelliere e la Germania metteranno in gioco potere e prestigio per assicurare che l’Unione prenda l’iniziativa e diventi un pioniere sul fronte dei cambiamenti climatici e del loro controllo. La prevenzione dei cambiamenti climatici dipende da due importanti fattori: le emissioni di biossido di carbonio devono essere ridotte molto più drasticamente di quanto avvenga ora e l’Unione deve raggiungere un’efficienza energetica di gran lunga maggiore. E’ stato stimato che una risposta ai cambiamenti climatici inciderà sul PNL globale nella misura dell’1 per cento circa; in altre parole, sarà costosa. Gli stessi calcoli dimostrano tuttavia che l’indolenza e l’inazione costeranno ancora di più; di fatto, molto di più. Se l’attuazione della strategia di Lisbona deve proseguire, dobbiamo tenere conto anche dei cambiamenti climatici e prendere provvedimenti al riguardo.
Mirosław Mariusz Piotrowski (UEN). – (PL) Signor Presidente, nel 2005 la strategia di Lisbona, che era descritta come un elenco di pii desideri, è stata adattata per tenere conto delle priorità reali delle società degli Stati membri dell’Unione. Nel verboso contenuto della montagna di documenti in materia, possiamo individuare alcune sfide da affrontare con urgenza.
Si tratta, innanzi tutto, di garantire la sicurezza delle forniture energetiche per l’intera Europa, non solo per alcuni paesi selezionati. La promozione delle fonti di energia rinnovabili rientra nello stesso ambito. In secondo luogo, si devono eliminare gli ostacoli ancora presenti per quanto riguarda la libera circolazione dei lavoratori nell’Unione europea e verificare costantemente l’applicazione di questo principio da parte dei singoli Stati membri. Ciò contribuirà a impedire che i lavoratori provenienti da paesi diversi da quello del datore di lavoro subiscano discriminazioni o siano addirittura trattati come schiavi. Infine, l’Unione europea deve anche respingere l’idea ormai del tutto superata di tentare di competere con gli Stati Uniti e sostituirla con quella di una stretta e sana cooperazione.
Jerzy Buzek (PPE-DE). – (PL) Signor Presidente, in generale, i cittadini d’Europa non comprendono la strategia di Lisbona. Temo che noi politici spesso commettiamo errori e non riusciamo a giungere al nocciolo della questione. Modifichiamo leggi e adottiamo direttive senza che queste esercitino alcun effetto sull’essenza della questione.
Sostanzialmente, la competitività dell’Unione europea sarà garantita dagli imprenditori che introdurranno nuove tecnologie e nuovi metodi di produzione e organizzazione. Questi imprenditori devono anche saper trasmettere alle grandi, alle piccole e alle medie imprese le loro idee in modo convincente. Sembra che ciò che manca in Europa sia lo spirito di impresa e una cultura imprenditoriale, soprattutto se confrontiamo la nostra situazione con quella degli Stati Uniti. Diamo troppo poca importanza all’idea di libertà, che non significa solo libertà di azione ma anche responsabilità. Le PMI sono la base di una società civile e di un responsabile autogoverno civico. E’ una cosa che dovremmo imparare sin dal primo anno di scuola. Dobbiamo insegnare ai giovani cittadini ad avere rispetto per l’imprenditorialità leale. Questi valori devono anche essere divulgati dai mezzi di informazione pubblica europei; dobbiamo inoltre condurre campagne finanziate dall’Unione per far conoscere gli europei del passato e del presente che hanno dato il maggiore contributo alla nostra competitività. Forse così potremo smettere di preoccuparci dei milioni di disoccupati, molti dei quali creeranno le proprie imprese. Forse così potremo smettere di preoccuparci del fatto che le nostre imprese e la nostra industria non sono innovative e non riescono a trarre vantaggio dai risultati della ricerca scientifica, un campo in cui l’Europa di fatto è molto brava.
Auguro al Commissario e alla Commissione europea di avere successo in questa azione e anche nell’ambito dell’informazione. Speriamo sia un successo per tutta l’Unione.
Inés Ayala Sender (PSE). – (ES) Signor Presidente, ringrazio gli onorevoli Lehne e Lambsdorff e, in particolare, i colleghi, onorevoli Hughes e Goebbels per tutto il lavoro di coordinamento e cooperazione svolto in relazione a questo compito, che, giunto al secondo anno, si sta aprendo un varco nella coscienza e nella volontà politica degli Stati membri e delle nostre Istituzioni. Ciò avviene in modo singolare, sulla base delle riunioni preparatorie tra il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali.
In occasione dell’ultima riunione, svoltasi la scorsa settimana, il recupero dei trasporti, della logistica e delle infrastrutture europee è stato individuato, timidamente ma con fermezza, quale politica indispensabile perché l’economia europea possa affrontare con alcune garanzie le sfide della globalizzazione.
Questa globalizzazione giunge in Europa in nave nei nostri porti, in aereo nei nostri aeroporti, oppure attraverso le nostre strade e, anche se ancora troppo di rado, in treno e per via fluviale. Affrontiamo questa globalizzazione con strumenti quali Galileo, SESAR – il sistema di controllo aereo – RTMS, e-Safetynet, eccetera. Dobbiamo anche far fronte alle sfide che essa comporta in campo ambientale e sociale e in materia di sicurezza.
L’iniziativa della Presidenza tedesca ha favorito l’impegno in tal senso da parte del Consiglio “Trasporti”, con l’iniziativa di includere i trasporti, con le loro quattro priorità essenziali, nella proposta per la strategia di Lisbona di questa primavera. L’onorevole Harbour ha inoltre accettato di includerli come terzo paragrafo delle conclusioni del gruppo di lavoro sul mercato interno e l’innovazione alla riunione della scorsa settimana.
Per tale motivo chiedo, soprattutto agli autori e ai coordinatori della risoluzione, di integrare l’emendamento n. 10, volto a includere questo settore estremamente importante – trasporti, logistica e reti transeuropee – come base per la strategia di Lisbona.
Elizabeth Lynne (ALDE). – (EN) Signor Presidente, sono lieta che in questa risoluzione si riconosca che l’agenda di Lisbona non si basa solo sull’economia, ma ha anche una dimensione sociale. In quest’ottica, è importante che le persone escluse dal mercato del lavoro siano reinserite, assicurando che la direttiva quadro sull’occupazione del 2000 sia applicata equamente in tutti gli Stati membri. E’ altrettanto importante continuare a chiedere direttive specifiche sull’età e sulla disabilità, perché, se le persone non sono in grado di raggiungere il posto di lavoro, non possono nemmeno accettare l’offerta di un lavoro.
Sono soddisfatta anche della parte dedicata alla necessità di legiferare meglio, ma avrei preferito che fosse stato incluso un riferimento alle clausole di durata massima per tutta la legislazione.
Infine, la legislazione proposta in materia di salute e sicurezza dovrebbe basarsi su dati scientifici e medici aggiornati. Invito tutti a votare a favore del mio emendamento sull’accordo interistituzionale relativo alla necessità di legiferare meglio.
Alexander Stubb (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, ho tre osservazioni da fare sul Consiglio europeo. E’ un peccato che non siano presenti più persone in Aula, comunque farò queste tre osservazioni.
La prima riguarda l’agenda di Lisbona. Alla fine di marzo firmeremo la dichiarazione di Berlino. Uno dei suoi punti fondamentali riguarda l’agenda di Lisbona, cioè la libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali. Deve essere incluso, semplicemente perché è uno dei principi fondamentali dell’Unione europea. Purtroppo viviamo in un periodo di protezionismo. Tale protezionismo deve finire; pertanto, un messaggio in tal senso deve figurare nell’agenda di Lisbona e nella dichiarazione di Berlino.
La mia seconda osservazione è che, a mio parere, sin dalla fine della Guerra fredda l’Unione europea sente la mancanza della minaccia rossa. Infatti, abbiamo avuto l’euro negli anni ’90 e l’allargamento in questo decennio, ma d’allora cerchiamo qualcosa e penso che la discussione di oggi dimostri che quel qualcosa è stato trovato: i cambiamenti climatici. Per molti versi, in realtà dovremmo ringraziare il Presidente Putin per aver inserito la politica energetica nell’agenda europea, perché se non avesse fatto ciò che ha fatto in Ucraina, non penso che oggi saremmo così entusiasti di discutere l’indipendenza energetica e il mix energetico. Sono molto soddisfatto della direzione in cui la Commissione sta orientando il dibattito sull’energia, il dibattito sull’ambiente e il dibattito sui cambiamenti climatici.
L’ultima osservazione che vorrei fare riguarda il mio argomento preferito: la Costituzione. So che non è all’ordine del giorno del Consiglio europeo dell’inizio di marzo, ma vorrei solo esortare la Presidenza tedesca a proseguire il buon lavoro che ha svolto finora nel portare avanti il processo. Abbiamo bisogno della Costituzione, ne abbiamo disperatamente bisogno per tre motivi: uno, rende l’Unione più efficiente; due, rende l’Unione più democratica; tre, rende l’Unione più facile da comprendere.
Mi auguro che otterremo una tabella di marcia per tale Trattato alla fine della Presidenza tedesca, in modo che esso possa entrare in vigore nel 2009.
Enrique Barón Crespo (PSE). – (ES) In vista del Vertice di primavera, signor Presidente in carica del Consiglio, ritengo che il discorso pronunciato stamattina dal Cancelliere Merkel si inserisca perfettamente nell’agenda di marzo. Dopo la riunione di Madrid dei 18 “amici della Costituzione”, con i due che hanno annunciato la loro intenzione di ratificarla e quelli che non si sono ancora pronunciati – il loro silenzio è assordante –, ritengo sia importante sostenere quanto ha affermato la Presidente del Consiglio. Vorrei tuttavia aggiungere un’osservazione, cioè che per fare qualcosa dovremo usare più la penna che le forbici, perché difendere solo la sostanza è pericoloso, soprattutto se si comincia a sfrondare.
Vorrei segnalare, dal punto di vista della democrazia e dell’azione politica nel settore dell’energia, in vista delle politiche che dobbiamo adottare, che ridurre comporta un grave pericolo perché, dal punto di vista democratico – e al Parlamento questo aspetto interessa molto –, passeremo da 35 basi giuridiche a 85, e ciò riveste un’importanza enorme e decisiva.
In secondo luogo, riguardo alla strategia di Lisbona, vorrei introdurre un elemento che non è stato menzionato in Aula, ovvero la conclusione positiva del ciclo di negoziati di Doha. Possiamo parlare di cambiamenti climatici, possiamo parlare di energia e di modello sociale, ma se non conseguiamo una conclusione positiva nel ciclo di Doha – che chiaramente non può integrare questi elementi in modo diretto, ma dobbiamo tenerne conto e inserirli nell’agenda delle nostre relazioni internazionali – non penso che saremo in grado di risolvere da soli problemi che hanno una dimensione globale.
A mio parere, l’Unione europea deve condurre una politica attiva che comprenda questi elementi, tenendo conto dell’importanza di concludere il ciclo di Doha, che figura nel programma della Presidenza tedesca, ma del quale penso si parli troppo poco.
Danutė Budreikaitė (ALDE). – (LT) Signor Presidente, onorevoli colleghi, nelle mie osservazioni sull’attuazione della strategia di Lisbona, tra quattro priorità vorrei evidenziarne una: l’energia. E’ soprattutto in questo campo, con una competitività minima nei servizi di mercato e di rete, che l’Unione europea è ancora molto indietro. I paesi del Baltico sono tuttora isolati dal punto di vista energetico, sia in termini di elettricità sia, in particolare, in termini di gas naturale.
Il gasdotto dell’Europa settentrionale, in corso di costruzione in conseguenza di un accordo siglato da due soli paesi, la Germania e la Russia, non risolverà i problemi delle reti di commercializzazione e distribuzione del gas naturale. Il discorso del Presidente russo a Monaco ha dimostrato che in Russia sta riemergendo un atteggiamento imperialista, e sembra che l’intenzione rimanga invariata: continuare a usare la politica energetica per scopi politici.
Un mercato comune europeo dell’energia offrirebbe una garanzia di sicurezza nei riguardi dei paesi terzi e contribuirebbe a risolvere le crisi energetiche che possono scoppiare all’interno dell’Unione o essere provocate da fattori esterni. Nei negoziati con la Russia, è essenziale prevedere forme di tutela per proteggerci dall’eventuale imposizione di condizioni monopolistiche da parte di terzi.
Perché tutti possano sentirsi più sicuri, invito il Consiglio e la Commissione ad avviare al più presto una valutazione, condotta da esperti indipendenti, dei possibili effetti del gasdotto dell’Europa settentrionale. Il Mar Baltico non appartiene solo a due paesi, ma a tutta l’Unione europea.
Malcolm Harbour (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, penso che non si stupirà di sentire che, in veste di coordinatore del mio gruppo in seno alla commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori, io voglia affrontare, in particolare, le questioni riguardanti la futura strategia per il mercato unico. Signor Presidente in carica del Consiglio, so che lei riceverà dalla Commissione un documento strategico da esaminare. Non abbiamo ancora avuto la possibilità di vederlo, ma posso dire che mi auguro sia un documento coraggioso, perché abbiamo molto lavoro da svolgere.
Mi rivolgo a lei, in particolare, signor Presidente in carica del Consiglio, perché voglio richiamare la sua attenzione sul titolo di un’intera parte della nostra risoluzione: “Eliminare le carenze persistenti del mercato interno”. Tale parte è rivolta espressamente ai membri del Consiglio. La Commissione sta lavorando sodo a tal fine, ma resta il fatto che il mercato interno è una responsabilità condivisa. Possiamo fare tantissimo in seno al Parlamento e abbiamo fatto molto in merito alla direttiva sui servizi, un ottimo esempio recente, ma è necessario fare molto di più. Stiamo per esaminare, sotto la guida dell’onorevole Stubb, l’intera questione della libera circolazione dei beni nei settori non armonizzati. Anche questa sarà una proposta importante, ma è necessario che vi impegniate a trattare la questione.
Alcune settimane fa ho avuto il privilegio – anche l’onorevole Ayala Sender è membro della commissione e ne ha appena parlato – di essere relatore per la nostra riunione interparlamentare, alla quale si è discusso il mercato interno con parlamentari provenienti da tutti gli Stati membri. L’aspetto interessante è stato che essi danno preminenza alle quattro libertà appena menzionate dall’onorevole Stubb e al fatto che hanno bisogno di aiuto per poterle difendere in seno ai loro parlamenti contro i loro stessi governi. Talvolta si allude al fatto che è sin troppo facile attribuire al mercato interno la perdita di posti di lavoro o accusarlo di incoraggiare una maggiore concorrenza, negativa per i consumatori e per le economie, ma in realtà il mercato unico è assolutamente al centro della nostra risposta alle pressioni globali. Come ha affermato durante la nostra riunione un deputato a un parlamento nazionale, il mercato interno è fondamentale perché rafforza in profondità l’intera strategia di Lisbona.
Signor Presidente in carica del Consiglio, le chiedo di inserire questo punto nella sua agenda, di convincere i suoi colleghi ministri a cominciare a prendere realmente sul serio il mercato interno e la sua realizzazione e di coinvolgere i cittadini e i parlamentari del suo paese in questa sfida.
Bernard Poignant (PSE). – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, scegliere, fortuitamente o scientemente, l’8 marzo per aprire il Consiglio europeo significa scegliere la Giornata internazionale della donna. E’ stata una buona scelta da parte del Cancelliere Merkel, che, immagino, saprà valorizzare la giornata.
Vorrei reinserire il Consiglio europeo nel suo contesto storico: gli anni 2007-2010, a mio parere, saranno decisivi, un po’ come il periodo 1954-1957, tra il fallimento della Comunità per la difesa e il rilancio del bilancio europeo con il Trattato di Roma, del quale festeggiamo ora il 50° anniversario. Ci attendono numerosi appuntamenti: istituzionali, di bilancio, elettorali – con le elezioni europee e forse i referendum –, l’esame della strategia di Lisbona e anche della politica agricola. E’ quindi necessario che tutti noi cominciamo a persuadere le persone in modo che siano dalla nostra parte quando verrà il momento.
I cittadini ci sentiranno parlare di concorrenza, e non sono contrari. Ci sentiranno parlare di flessibilità delle imprese, e non sono contrari, purché sia garantita la sicurezza dei lavoratori. Ciò detto, vi suggerisco un’altra parola: armonizzazione. Sembra essere scomparsa dal nostro vocabolario, anche se figura nel Trattato di Roma. L’armonizzazione ambientale sta arrivando, compie progressi. L’armonizzazione fiscale si è un po’ arenata per quanto riguarda l’imposta sulle società. L’armonizzazione sociale è troppo debole. Sia come sia, penso che la musica ariosa dell’armonizzazione debba giungere all’orecchio dei nostri concittadini. Al tempo stesso, come molti altri, vorrei che il Consiglio incoraggiasse la Commissione a presentare un testo, una direttiva quadro sui servizi pubblici.
E’ senz’altro necessaria per riequilibrare il mercato, anche se è vero che nessuno qui è contrario. Non farebbe che tradurre il senso che Jacques Delors attribuiva all’integrazione europea, o almeno a una delle sue formule: la concorrenza stimola, la cooperazione rafforza, ma la solidarietà unisce.
Markus Ferber (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, onorevoli colleghi, vorrei solo riprendere alcuni aspetti che sono già stati menzionati, uno dei quali è la riduzione della burocrazia. Oggi, a mezzogiorno, abbiamo abrogato due direttive; ciò nonostante ritengo che dobbiamo tutti sforzarci di più e penso anche che sia necessario un meccanismo che ci permetta di stabilire insieme quali direttive siano veramente superflue. Questa procedura laboriosa, in base alla quale la Commissione prepara qualcosa, poi il Consiglio deve dare il suo consenso e infine il Parlamento può pronunciarsi al riguardo, a mio parere non è efficiente. Ritengo che, insieme, se disponessimo di un sistema idoneo, potremmo abrogare le direttive superflue in modo molto più rapido, e sarei lieto se il Commissario competente partecipasse alla discussione su questo tema.
Vorrei affrontare brevemente una seconda questione. Quest’anno dovremo prendere una decisione su un atto legislativo volto a liberalizzare il mercato dei servizi postali, che riveste grande importanza per il mercato interno. Le proposte presentate dalla Commissione rivelano il grande impegno che essa dedica alla questione. In seno al Parlamento, cercheremo di concludere la prima lettura il più rapidamente possibile e mi auguro che il Consiglio trasporrà tutto ciò che sarà deciso al Consiglio europeo di marzo – con splendidi titoli e un linguaggio fiorito – nella legislazione relativa all’apertura dei mercati dei servizi postali. Si tratta di un settore in cui l’apertura è urgentemente necessaria perché, per favorire la crescita, creare posti di lavoro e promuovere la sicurezza sociale, non troveremo una soluzione nel modello finora imperante in Europa, cioè il monopolio. Attendo con impazienza le proposte del Consiglio e in particolare mi auguro che il governo della Repubblica federale di Germania proceda nella direzione che si è impegnato a seguire e non cada in ginocchio.
Oggi ho ascoltato molti interventi interessanti sulla politica energetica e desidero aggiungere un’ultima osservazione su questo tema. Vorrei dire all’onorevole Harms che considero oltremodo vergognoso che la politica energetica dei socialdemocratici e dei verdi contribuirà ad aumentare le emissioni di CO2 in Germania; le chiedo pertanto di non dare lezioni all’Assemblea su ciò che occorre fare al riguardo. Nei sette anni durante i quali ha avuto la responsabilità in materia, onorevole Harms, lei ha fatto esattamente il contrario di ciò che predica.
Gary Titley (PSE). – (EN) Signor Presidente, penso sia molto difficile sottovalutare l’importanza del Vertice di primavera, perché precede la dichiarazione di Berlino, che spiegherà come e perché l’Unione europea è importante per il mondo e, in sostanza, rilancerà l’Unione europea. Esso precede le ulteriori riflessioni sulla futura riforma dell’Unione europea.
Vorrei quindi ribadire quanto affermato dal Commissario Wallström, cioè che il Consiglio europeo di primavera deve dimostrare come l’Unione europea possa conseguire risultati per i suoi cittadini, perché, prima di parlare di delicate questioni istituzionali, dovete parlare del modo in cui ottenere risultati. Penso che, se non riusciremo a intraprendere un’azione a questo Vertice, tutti i piani della Presidenza tedesca saranno compromessi.
Ritengo si debbano compiere azioni concrete, come è stato detto, in relazione al completamento del mercato interno. Vi sono semplicemente troppe carenze che ostacolano i cittadini che vogliono viaggiare e lavorare in altri Stati membri, anche riguardo a faccende quali la registrazione di un autoveicolo in alcuni Stati membri. Dobbiamo ottenere risultati in termini di legiferare meglio, per rafforzare i diritti dei consumatori e migliorare l’ambiente delle imprese. Dobbiamo rispettare l’impegno di ridurre del 25 per cento la burocrazia. In particolare, dobbiamo completare le dieci proposte pratiche accelerate, presentate dalla Commissione.
Sull’azione e l’energia, dobbiamo rispettare gli accordi esistenti in materia di liberalizzazione del settore energetico. Dobbiamo avere un mercato dell’energia competitivo, e ciò significa separare e rafforzare il potere degli organi regolatori. Mi auguro che il governo tedesco, al contrario della Presidenza tedesca, assumerà la guida in questo ambito.
Dobbiamo adottare provvedimenti per contenere i cambiamenti climatici. Dobbiamo assumere la guida a livello globale, ma possiamo farlo soltanto con un’azione volta a ridurre le nostre emissioni, abbattere l’uso del carbonio e rendere il sistema di scambio delle quote di emissione molto più efficace e ineccepibile.
Margie Sudre (PPE-DE). – (FR) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, la strategia di Lisbona è la risposta dell’Europa alle sfide della globalizzazione.
Gli sforzi compiuti dalla Commissione e dagli Stati membri per rilanciare e chiarire tale strategia ora devono dare frutti in termini di crescita e posti di lavoro. Il Consiglio europeo deve riaffermare che la soluzione alle nostre difficoltà economiche consiste in gran parte in una migliore attuazione della strategia di Lisbona, che preveda anche spese pubbliche produttive a favore degli investimenti, della ricerca e dello sviluppo, dell’energia e dell’ambiente.
La combinazione di riforme economiche, sociali e ambientali, a livello nazionale ed europeo, è l’unico modo di conseguire i nostri obiettivi comuni di miglioramento della competitività e creazione di nuovi posti di lavoro di migliore qualità.
Il Consiglio europeo adotterà anche il piano d’azione per l’energia, inteso a garantire la sicurezza dell’approvvigionamento, la competitività e il rispetto dell’ambiente. Vorrei richiamare la vostra attenzione sull’impatto potenziale degli obiettivi realmente ambiziosi di riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2020, fissati dalla Commissione, perché, se l’obiettivo è senz’altro lodevole, dobbiamo assicurare che sia salvaguardato l’equilibrio tra i principi ecologici e la competitività delle imprese.
Sostengo la Presidenza tedesca e la Commissione nella loro difesa dell’iniziativa “legiferare meglio”. L’Europa ha spesso avuto la tendenza a introdurre troppi regolamenti, a volte su qualunque argomento, ma l’Unione non ha il ruolo di interferire in tutto. Essa deve anzi svolgere un lavoro migliore sulle politiche che richiedono un livello di decisione almeno europeo e che rappresentano un vero valore aggiunto europeo: l’energia, il clima, la sicurezza e l’immigrazione, per citarne solo alcune. E’ ora che l’Unione si concentri sull’essenziale, nel rispetto del principio di sussidiarietà e in risposta alle attese dei nostri concittadini.
Edite Estrela (PSE). – (PT) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, nell’anno in cui l’Unione europea commemora i 50 anni del Trattato di Roma, nell’anno delle pari opportunità per tutti, nell’anno in cui il mio paese, il Portogallo, eserciterà la Presidenza dell’Unione europea, considero importante segnalare che, domenica scorsa, la popolazione portoghese ha approvato per referendum la depenalizzazione dell’aborto fino alla decima settimana di gravidanza.
Penso sia giusto sottolineare l’importanza di tale voto in quest’Aula e in questo contesto per altri due motivi: in primo luogo, perché la netta vittoria del “sì” corrisponde alle raccomandazioni adottate dal Parlamento europeo, che invitano a rendere l’aborto legale e sicuro in tutti gli Stati membri, e, in secondo luogo, perché, per felice coincidenza, come ha già rilevato l’onorevole Poignant, il Consiglio di primavera comincia l’8 marzo. Come ha affermato il Primo Ministro portoghese José Sócrates, con questo risultato il Portogallo compie un fermo passo avanti nella costruzione di una società più aperta, più tollerante e più giusta.
Riguardo alla strategia di Lisbona, è necessario anche rafforzare la componente sociale in tutti gli Stati membri, per permettere alle donne e agli uomini europei di conciliare meglio la vita familiare e la vita professionale, il che richiede, per esempio, la creazione e lo sviluppo di strutture di assistenza all’infanzia e ad altre persone dipendenti, con servizi di alta qualità a prezzi ragionevoli. Sono necessari nuovi e migliori posti di lavoro anche per le donne, nonché pari retribuzione per pari lavoro. Riteniamo che, senza la partecipazione delle donne, gli obiettivi ambiziosi della strategia di Lisbona non potranno essere realizzati.
Cristóbal Montoro Romero (PPE-DE). – (ES) Signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, signora Vicepresidente della Commissione, la strategia di Lisbona rappresenta il lancio del grande progetto europeo, ora che abbiamo l’euro, volto a conseguire un maggiore benessere e soprattutto livelli di occupazione e di partecipazione degli europei all’attività lavorativa, in particolare delle donne. Si tratta di un progetto ambizioso per il 2010, che definisce il percorso verso l’apertura – l’apertura dell’Europa –, un percorso verso la liberalizzazione dei settori strategici come le comunicazioni, i trasporti, l’energia, i servizi finanziari, e anche verso la modernizzazione dei rapporti di lavoro, al fine di conseguire, tramite accordi sociali, una modernizzazione dei mercati del lavoro che permetta di avere maggiore accesso ai posti di lavoro, soprattutto ai giovani e ai disoccupati di lungo periodo.
Si assiste ora a una ripresa della crescita economica e questo Vertice, che si svolgerà in marzo e riesaminerà la strategia di Lisbona, deve confermare agli europei che la crescita economica del 2006 non è un evento passeggero, ma può rafforzarsi nel quadro dell’economia globale e di tale ripresa. A tal fine, sarà necessaria molta iniziativa politica e molta capacità politica per affrontare queste riforme che non si possono più rinviare. Oggi pomeriggio in Aula si è parlato di energia e di ambiente, in breve, tutte le riforme necessarie per far sì che gli europei tornino ad avere fiducia nel loro stesso progetto. Non vi sarà fiducia senza posti di lavoro.
Ciò che sta frenando il grande progetto europeo è l’incapacità di crescere, come diceva il Commissario Wallström, il basso livello di crescita, che non crea sufficienti posti di lavoro. Chi di noi si sente profondamente europeo è nondimeno convinto che sia ancora possibile recuperare questo processo e non lasciarlo morire.
Andrzej Jan Szejna (PSE). – (PL) Signor Presidente, ancora una volta discutiamo un programma per l’Europa che deve essere di ampia portata, chiaro e capace di rispondere alle sfide globali. Questa volta dobbiamo prestare particolare attenzione al problema della politica energetica comune, che al momento è una questione politica e sociale molto importante.
Dobbiamo ricordare che i recenti aumenti dei prezzi dell’energia in futuro diventeranno un problema sempre maggiore sia per i mercati mondiali dell’energia sia per lo sviluppo economico. Non abbiamo ancora una chiara strategia europea in materia di energia. Gli Stati membri continuano a concentrarsi sui propri interessi strategici, che si riflettono poi nelle loro decisioni politiche nazionali. Questo è il motivo per cui i margini sono ancora troppo stretti per una cooperazione a livello europeo. Una politica energetica europea, d’altro canto, significa agire in armonia e solidarietà.
Stamattina il Presidente della Commissione europea Barroso ha giustamente affermato che, se vogliamo essere trattati come un partner da prendere in considerazione nella politica energetica, dobbiamo esprimere una sola voce, non 27. La solidarietà è particolarmente importante per ottenere forniture sicure di energia. L’Unione europea deve parlare con una sola voce quando conduce negoziati con i suoi principali fornitori di energia, al fine di instaurare un buon partenariato a lungo termine e concludere accordi di cooperazione nel settore dell’energia.
Inoltre, la politica energetica è anche indirettamente legata alle priorità della strategia di Lisbona rinnovata, cioè rafforzare la crescita e l’occupazione. Su questa strategia, il Consiglio giustamente propone di concentrarsi su quattro elementi, cioè una politica economica basata sulla stabilità e sulla crescita, lo sviluppo del mercato interno, l’innovazione, la ricerca e l’istruzione, la creazione di nuovi posti di lavoro e lo sviluppo del modello sociale europeo.
La strategia di Lisbona, tuttavia, richiede ancora un maggiore impegno da parte dei governi degli Stati membri per la sua attuazione. Per garantire una crescita equilibrata, dobbiamo anche sostenere la componente ambientale e sociale della strategia, con particolare riferimento alla creazione di posti di lavoro.
José Albino Silva Peneda (PPE-DE). – (PT) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, oggi è il momento giusto per dire che, grazie alla riforma del 2004, la strategia di Lisbona è più di un semplice insieme di obiettivi irraggiungibili: le priorità sono più chiare e le responsabilità sono definite meglio.
Nel mio intervento, vorrei parlare della politica sociale nel quadro della strategia di Lisbona. In primo luogo, è del tutto evidente che la strategia di Lisbona non è, come alcuni vorrebbero, un tentativo liberale di compromettere i fondamenti e i valori del modello sociale europeo. Al contrario, la strategia di Lisbona rappresenta una visione che, essendo chiaramente riformatrice, mira a preservare i valori su cui si fonda il modello sociale europeo. La strategia di Lisbona definisce quindi un orientamento politico in relazione alla necessità di modernizzare i sistemi di protezione sociale, una risposta necessaria a ciò che avviene in Europa e nel mondo.
Questa linea di orientamento generale esprime l’idea che la politica sociale non deve essere considerata come un onere, ma innanzi tutto come un fattore capace di esercitare un’influenza positiva sulla crescita economica, attraverso l’aumento della produttività e della competitività e offrendo livelli di coesione sociale più elevati e l’accesso ai diritti fondamentali. Diventa quindi uno strumento importante per garantire la pace sociale e la stabilità politica, senza le quali non può esistere un progresso economico duraturo.
Grazie alla riforma del 2004, sono ora più ottimista che in passato riguardo all’attuazione della strategia di Lisbona. L’Unione europea è entrata in una fase di accelerazione economica e potrebbe superare la crescita degli Stati Uniti d’America. Solo nel primo semestre del 2006 gli investimenti sono cresciuti del 6 per cento, l’aumento delle esportazioni dovrebbe superare il 5 per cento e il tasso di disoccupazione è sceso ai livelli del 1998. Il 2006 è stato l’anno migliore del decennio e le prospettive per il 2007 sono molto positive. Queste cifre confermano che gli obiettivi della strategia di Lisbona hanno un effetto cumulativo sul campo, grazie al quale la crescita economica sostenuta determina la creazione di nuovi e migliori posti di lavoro, un miglioramento continuo del tenore di vita dei cittadini dell’Unione europea, senza alcuna perdita di competitività e nel rispetto dei valori del modello sociale europeo.
Mi congratulo quindi con il Presidente Barroso e con la Commissione per la riforma che, al momento giusto, hanno deciso di introdurre nella strategia di Lisbona.
Christa Prets (PSE). – (DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, si è parlato molto dell’attuazione efficace della strategia di Lisbona, o almeno dei tentativi in tal senso. Prima che lei lasci l’Aula, vorrei chiederle di intervenire, alla prossima riunione, a favore di chiare definizioni e chiare delimitazioni, delle quali siano responsabili i singoli, e per “singoli” intendo gli Stati membri e l’Unione europea.
Alla riunione interparlamentare della scorsa settimana a Bruxelles è risultato evidente che i nostri omologhi nei vari Stati membri avevano portato a Bruxelles tutte le loro critiche e le loro richieste riguardanti l’istruzione, l’occupazione, la sicurezza sociale, la protezione del clima, eccetera, e chiedevano soluzioni. Tuttavia, gran parte dei poteri e delle responsabilità è nelle mani degli Stati membri. Sono necessarie più informazioni e più trasparenza, perché i cittadini sappiano infine quali responsabilità spettano all’Unione europea e quali agli Stati membri.
L’istruzione è un elemento centrale della strategia di Lisbona. L’ultima relazione della Commissione sullo stato di avanzamento indica che gli Stati membri stanno ancora compiendo sforzi notevoli per conseguire i cinque obiettivi entro il 2010. Ciò richiede, con la massima urgenza, maggiori investimenti nell’istruzione e una chiara definizione dei diritti e degli obblighi in materia di istruzione e formazione lungo tutto l’arco della vita. Per ottenere una maggiore mobilità, è necessario anche il riconoscimento delle qualifiche. Quello che abbiamo fatto finora nell’Unione europea ha ancora una scarsa utilità pratica. Vi chiedo di tenerne conto nei vostri lavori.
La scorsa settimana ho partecipato a una riunione molto interessante con i giovani socialisti europei, che mi hanno chiesto di trasmettere il messaggio che l’istruzione è anche un fine di per sé e non sempre ha il solo scopo di aiutare le persone a diventare lavoratori adatti al mercato del lavoro, ma ha anche una grande influenza sullo sviluppo della coscienza individuale, delle competenze sociali e della comprensione della cultura. Lo considero un grande compito educativo per tutti noi.
Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli deputati, vorrei esprimere un sincero ringraziamento per i numerosi suggerimenti forniti, che sono anche riepilogati nella risoluzione del Parlamento che deve ancora essere adottata.
Ci siamo concentrati su alcune questioni importanti, cioè quelle riguardanti la strategia di Lisbona: crescita, occupazione, ma anche sostenibilità, che è stata aggiunta a Göteborg.
In particolare l’ultimo intervento, dell’onorevole Prets, ha dato risalto alla questione di chi sia responsabile della strategia di Lisbona, e la mia esperienza personale negli ultimi anni convalida questo punto. E’ chiaro che, in molti campi, si coordinano vari elementi, che devono poi essere attuati a livello nazionale. Nondimeno – e questo è legato all’altra questione sollevata oggi da diversi deputati – vi sono questioni riguardo alle quali tutti gli Stati membri concordano nell’affermare che le misure a livello nazionale non sono sufficienti ed è necessario intervenire a livello europeo. Ciò è a sua volta legato alla questione dell’adozione di atti legislativi: deve avvenire a livello europeo o può avvenire a livello nazionale?
Un’importante questione collegata è quella dell’energia, che a sua volta si inserisce nella sfera della crescita. Affronteremo anche questa questione al Consiglio europeo di primavera, in quanto lo sviluppo delle energie rinnovabili è all’ordine del giorno. Ciò rappresenterà anche un primo importante contributo alla protezione ambientale, un contributo che offre anche nuove opportunità di occupazione. Dopo tutto, questo settore si è rivelato una fonte di nuovi posti di lavoro, i quali, a loro volta, offrono la possibilità di esportare prodotti al di fuori dell’Unione. Non è sufficiente che l’Europa sia all’avanguardia nel risparmio energetico e nella lotta ai cambiamenti climatici; essa deve convincere anche altri a seguire questa linea. Tuttavia, possiamo convincere gli altri soltanto se diamo un buon esempio noi stessi.
Vorrei dare risalto a un altro aspetto importante, anche se non sarà un tema centrale del Consiglio europeo. Sono già stati lanciati – peraltro giustamente – numerosi appelli alla solidarietà energetica e anche richieste di dialogo con la Russia. Per conseguire questa sicurezza, tuttavia, sono necessari negoziati con la Russia, nonché un mandato per ravvivare infine l’accordo di partenariato e di cooperazione con tale paese, in modo da poter includere nei negoziati anche gli aspetti che incidono sulla questione della sicurezza energetica.
A questo riguardo desidero accennare a un altro aspetto, cioè il motivo per cui è importante condurre il dialogo con la Russia. Se oggi pensiamo al modo in cui i gasdotti sono installati in Russia, a dove sono installati e al fatto che – in parte in conseguenza del riscaldamento globale – le loro condizioni potrebbero presto deteriorarsi, comprendiamo che è importante entrare in stretto contatto con la Russia in questo contesto specifico, e non solo con gli altri paesi produttori e/o di transito.
Vorrei menzionare un ambito di cui hanno già parlato diversi deputati, tra cui l’onorevole Goebbels, cioè la dimensione sociale, il modello sociale europeo. Sono state formulate critiche occasionali sul fatto che questa dimensione non è realmente centrale. Vorrei ricordare all’Assemblea che, solo pochi giorni fa, la Presidenza ha organizzato una conferenza a Norimberga, guidata da Franz Müntefering, ministro federale tedesco del Lavoro e degli affari sociali, nonché Presidente del Consiglio “Occupazione, politica sociale, salute e problemi dei consumatori”, su questioni quali: come possiamo rispondere alla sfida della globalizzazione? Cosa può fare l’Unione? Cosa si deve conservare e cosa occorre cambiare in risposta alle sfide? Il Presidente del Consiglio si è anche posto l’obiettivo di proseguire questo esame durante la Presidenza tedesca del G8. Nondimeno, dobbiamo esaminare come mitigare i timori che questo mondo in evoluzione suscita in molti cittadini. E’ molto importante ricordare che i cittadini hanno bisogno di sicurezza nel cambiamento.
Tornando al tema di Lisbona, molti associano questa parola alla splendida capitale del Portogallo, mentre altri non fanno alcuna associazione. Il compito di porvi rimedio non spetta solo alla Commissione. E’ nostro dovere continuare a ricordare gli obiettivi della strategia di Lisbona – crescita, occupazione e sostenibilità – e coordinarli con nuove questioni e sfide, come la ricerca, l’istruzione e la formazione. Nel farlo, tuttavia, dobbiamo mostrare a livello nazionale che questo slancio e questo coordinamento provengono dall’Europa.
Vorrei fare un’ultima osservazione sul tema del Trattato costituzionale, anche se non è all’ordine del giorno del Consiglio europeo di primavera. Non è sufficiente fare osservazioni quali: “Perché non fare semplicemente a meno del Trattato costituzionale? I cittadini non lo vogliono”. Dichiarazioni di questo tipo sono errate, in quanto alcuni Stati membri, come la Spagna e il Lussemburgo, hanno accettato questo Trattato costituzionale, per via parlamentare o tramite referendum. E’ vero che altri due Stati membri lo hanno respinto, ma, al tempo stesso – come ha affermato alcune settimane fa qui in Aula il Cancelliere tedesco nel suo discorso sulla Presidenza tedesca – molte persone che rifiutano questo Trattato costituzionale vogliono conferire all’Unione europea più poteri e responsabilità, per esempio nel settore dell’energia. Questo è esattamente ciò che il Trattato costituzionale prevede. I singoli individui devono decidere che cosa vogliono, non possono sempre e solo scegliere gli elementi che preferiscono. Chi chiede diritti parlamentari, per esempio il meccanismo di allarme preventivo tramite una migliore regolamentazione, deve poter decidere a quale livello – nazionale o europeo – ritiene siano necessari regolamenti e debbano essere adottati.
Margot Wallström, Vicepresidente della Commissione. – (EN) Signor Presidente, ringrazio tutti i deputati per essere rimasti in Aula fino al termine della discussione. E’ sempre impegnativo creare un vero dibattito e non ascoltare solo monologhi.
Vorrei fare tre osservazioni. In primo luogo, riprenderò un aspetto che avete menzionato: la situazione di stallo sul Trattato costituzionale e quella che molti di voi hanno definito una mancanza di impegno da parte dei leader politici in Europa oggi. La Commissione, naturalmente, sostiene appieno quello che potremmo definire un impegno coraggioso e ambizioso da parte della Presidenza tedesca, volto ad assicurare che l’intera questione passi dalla fase di riflessione a quella dell’azione. Sappiamo che non sarà facile trovare soluzioni, ma faremo del nostro meglio. Dobbiamo superare questa situazione di stallo quanto prima possibile.
L’esito del Consiglio di primavera sarà molto importante in questo contesto, così come la sua capacità di conseguire risultati sulle questioni fondamentali all’ordine del giorno, compresi i cambiamenti climatici. Vorrei fare alcune osservazioni su ciò che alcuni di voi hanno affermato riguardo alle ambizioni della Commissione e dell’Unione europea. E’ importante dire che esiste un obiettivo a lungo termine e un obiettivo inteso a contenere i cambiamenti climatici. La riduzione del 30 per cento delle emissioni dei paesi industrializzati entro il 2020 è un passo necessario verso l’obiettivo a più lungo termine di ridurle del 50 per cento, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2050. E’ necessario comprendere che si tratta di un passo in quella direzione. La riduzione è essenziale per rispettare l’obiettivo di 2 gradi, che, come sappiamo, a sua volta dovrebbe prevenire uno sconvolgimento enorme e irreversibile del regime climatico globale. Spetta ai paesi industrializzati continuare a sostenere gran parte di questo sforzo globale volto a ridurre le emissioni nel prossimo decennio, come già stanno facendo nel quadro del protocollo di Kyoto, sia per essere credibili sia per motivare i paesi più poveri del mondo, che dovranno seguire il nostro esempio.
Abbiamo chiesto al gruppo di paesi industrializzati di ridurre le loro emissioni del 30 per cento. Chiediamoci se è un obiettivo ambizioso. Rispetto al 1990, le emissioni degli Stati Uniti sono attualmente superiori del 15 per cento, quelle dell’Unione a 25 sono inferiori del 5 per cento e quelle della Russia sono inferiori del 30 per cento. Non sarà facile, e non si può esaminare singolarmente, ma rappresenta una sfida enorme.
Permettetemi di menzionare anche i costi, perché molti di voi hanno parlato dei costi per l’industria. La Commissione ha svolto valutazioni di impatto che dimostrano come l’adozione di provvedimenti per limitare i cambiamenti climatici sia pienamente compatibile con una crescita globale sostenuta. Gli investimenti in un’economia a basse emissioni di carbonio richiederanno circa mezzo punto percentuale del PIL globale nel periodo 2013-2030 e ridurranno la crescita del PIL globale dello 0,19 per cento all’anno, ovvero di una frazione del previsto tasso di crescita annua del PIL, pari al 2,8 per cento.
Questo senza tenere conto dei vantaggi associati in termini di salute, maggiore sicurezza energetica e minori danni grazie alla prevenzione dei cambiamenti climatici. Si tratta di un modesto premio assicurativo da versare per ridurre in modo significativo il rischio di danni irreversibili alla nostra economia e al nostro pianeta, soprattutto se lo si confronta con la stima fornita dal rapporto Stern, secondo cui i cambiamenti climatici incontrollati nel lungo periodo costeranno tra il 5 e il 20 per cento del PIL. Dobbiamo quindi considerare il costo dell’inazione. I cambiamenti climatici ci costano già: chiedete alle compagnie di assicurazione in tutto il mondo.
Infine, il Consiglio europeo di primavera riguarda la strategia di Lisbona. Avete assolutamente ragione: se vogliamo comunicare, dobbiamo dire che si tratta di posti di lavoro e di crescita. Lisbona significa anche avere il coraggio di introdurre riforme. Concordo pienamente con l’onorevole Watson, che ha affermato che esistono ampie prove del fatto che la riforma funziona. Tuttavia, esistono anche prove del fatto che non è facile riformare le società dominate dalla paura e dall’insicurezza, perché temono il cambiamento. Lo notiamo anche in Europa, ed è per questo che dobbiamo creare fiducia e ricordare che la strategia di Lisbona – la strategia per l’occupazione e la crescita – riguarda anche la lotta all’esclusione sociale e alla povertà, che dobbiamo combattere la povertà anche in Europa, migliorare la qualità del lavoro, investire nell’istruzione, creare competenze civili e investire nelle persone: solo così si potranno vincere le paure.
Ascoltando tutti questi interventi interessanti, ho pensato allo stretto legame tra la strategia per la crescita e l’occupazione e lo sviluppo sostenibile, perché abbiamo ascoltato tutti gli argomenti che spiegano perché noi europei vogliamo che la crescita economica sia associata alla sicurezza sociale e al mantenimento di un alto livello di protezione ambientale, pur continuando a essere ambiziosi. Ritengo che lo sviluppo sostenibile sia un obiettivo che guadagna sempre più terreno quale prospettiva per l’Europa e per il mondo.
Presidente. – A conclusione della discussione, comunico di avere ricevuto cinque proposte di risoluzione sulla strategia di Lisbona(1)ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento.
La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà domani, alle 11.30.
(La seduta, sospesa alle 17.20 in attesa delle interrogazioni rivolte alla Commissione, riprende alle 17.35)
Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)
Ján Hudacký (PPE-DE). – (SK) Di sicuro siamo tutti d’accordo sul fatto che l’innovazione svolge o dovrebbe svolgere un ruolo dominante nel modo in cui rispondiamo ai rischi e alle opportunità che l’economia globale presenta. E’ risaputo che il maggiore problema inerente allo sviluppo dell’innovazione è l’insufficiente attuazione negli Stati membri. Il principale obiettivo della strategia di Lisbona è creare le condizioni per il rafforzamento dell’ambiente competitivo interno in ogni Stato membro. L’economia dell’Unione può solo essere tanto competitiva ed esperta in innovazione quanto le imprese più piccole e più remote nelle sue regioni. I programmi a favore dell’innovazione devono quindi essere attuati direttamente a livello regionale, dove possono creare un ambiente sufficientemente competitivo per le PMI locali.
Lo sviluppo dell’innovazione gestito a livello centrale è condannato all’insuccesso sin dall’inizio. Il modo in cui procedere consiste nel costruire un’infrastruttura tecnica regionale per l’innovazione, tra cui incubatori di tecnologie e centri ad alta tecnologia, in cui sia possibile sfruttare tutto il potenziale scientifico disponibile, oltre che ogni idea innovativa praticabile. Ciò deve andare di pari passo con un metodo flessibile per tutte le forme di finanziamento, in particolare per il capitale di rischio, tenendo conto del livello di sviluppo di una determinata impresa o progetto innovativo. Il finanziamento deve anche essere disponibile a livello regionale. E’ l’unico modo in cui possiamo sostenere, motivare, sviluppare e sfruttare il potenziale scientifico delle nostre regioni, ai fini di una crescita sostenibile duratura. Invito quindi la Commissione europea a esaminare gli aspetti che ho menzionato a proposito dello sviluppo dell’innovazione, quando valuta i quadri strategici nazionali di riferimento.