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Procedura : 2006/2272(INI)
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Testi presentati :

A6-0012/2007

Discussioni :

PV 14/02/2007 - 11
CRE 14/02/2007 - 11

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PV 15/02/2007 - 6.10
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2007)0051

Discussioni
Mercoledì 14 febbraio 2007 - Strasburgo Edizione GU

11. Indirizzi di massima delle politiche economiche per il 2007 – Orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione (discussione)
PV
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca in discussione congiunta:

– la relazione (A6-0012/2007), presentata dall’onorevole Bullmann a nome della commissione per i problemi economici e monetari, sulla situazione dell’economia europea: relazione preparatoria sugli indirizzi di massima delle politiche economiche per il 2007 [2006/2272(INI)], e

– la relazione (A6-0008/2007) presentata dall’onorevole Andersson a nome della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, sulla proposta di decisione del Consiglio relativa a orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione [COM(2006)0815 – C6-0036/2007 – 2006/0271(CNS)].

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. (DE) Signor Presidente, desidero esprimere la mia gratitudine per l’opportunità che mi è concessa di fare qualche osservazione sulle relazioni preparate dai deputati al Parlamento sugli indirizzi per le politiche economiche per il 2007. Come ricorderete, lo scorso dicembre la Commissione ha presentato la sua relazione annuale sul processo di Lisbona, nella quale descrive i progressi compiuti nell’attuazione della strategia di Lisbona nella Comunità e nei singoli Stati membri, rivolgendo inoltre raccomandazioni specifiche ai singoli paesi in materia di politica economica e dell’occupazione, che saranno elaborate congiuntamente dal Consiglio ECOFIN e dal Consiglio “Occupazione, affari sociali, salute e tutela dei consumatori”, anche se ciascuna configurazione del Consiglio si concentrerà sulle questioni rientranti nel proprio mandato.

Siamo quindi lieti di vedere che l’Assemblea ha riflettuto sugli indirizzi di politica economica e, oltre alla discussione odierna, ci sarà un’altra occasione per uno scambio di opinioni all’incontro della troika del 26 febbraio.

La relazione intermedia della Commissione ha riscosso ampia approvazione da parte del Consiglio ECOFIN nella sua riunione di gennaio. In particolare, possiamo accordare il nostro sostegno alla prospettiva sostanzialmente positiva della relazione. I primi risultati concreti del processo di riforma sono ormai visibili in tutta l’UE e nei singoli Stati membri, così come l’inizio di un miglioramento generale nell’economia e nell’occupazione nell’Unione europea man mano che la strategia di Lisbona rinnovata comincia a dare i suoi frutti. Va comunque detto, com’è accaduto ieri in diversi momenti, che non ci sono motivi di autocompiacimento. Dobbiamo essere pronti a sfruttare l’attuale situazione economica favorevole per realizzare ulteriori riforme, che diventano tanto più importanti in vista dei cambiamenti demografici che presentano sfide considerevoli per la politica finanziaria. Ciò che occorre per consolidare la sostenibilità a lungo termine della finanza pubblica è una strategia basata su tre pilastri, in altre parole una combinazione di riforme del sistema pensionistico e sanitario, riduzione del debito pubblico e crescita dell’occupazione e della produttività, mentre occorre migliorare la qualità della finanza pubblica mediante una ristrutturazione dei bilanci pubblici, orientandoli maggiormente verso una spesa che promuova la produttività e l’innovazione e rafforzi il patrimonio di risorse umane. In quest’ambito, le raccomandazioni specifiche per paese sono un valido strumento per far progredire la modernizzazione della nostra economia e potenziare la capacità dell’Unione europea di difendere la sua posizione nella concorrenza globale.

Partendo dalla relazione dell’onorevole Bullmann, vorrei commentare brevemente due aspetti. Innanzi tutto, nella relazione si rileva la necessità di migliorare il coordinamento della politica finanziaria ed economica, in particolare nella zona euro. Simili richieste non mi sorprendono, perché si sono ripetute nel corso degli anni, ma se consideriamo da vicino la situazione attuale ci appare subito evidente che nell’Unione economica e monetaria non mancano le procedure di coordinamento; anzi, forse ne esistono troppe: prendiamo ad esempio gli indirizzi per le politiche economiche, di cui discutiamo oggi, o la procedura di monitoraggio della politica di bilancio, solo per citarne due. Quello che importa, soprattutto nella pratica, è che queste procedure vengano applicate con coerenza ed efficacia, e la Commissione ha fatto il primo passo in questa direzione presentando le raccomandazioni specifiche per paese.

La mia seconda osservazione riguarda più che altro le Istituzioni e si riferisce alla proposta concreta contenuta nella relazione Bullmann di istituire, dopo il Vertice di primavera, un gruppo di lavoro interistituzionale che prenda in esame la revisione degli orientamenti integrati prevista per il 2008. Lungi da me l’idea di esprimere oggi una valutazione definitiva su questa proposta; sono certo che capirete che è necessario un esame approfondito, piuttosto che una valutazione personale, ma devo dire che di primo acchito non mi sembra pienamente compatibile con le modalità di suddivisione del lavoro tra le tre Istituzioni ai sensi dei Trattati. Comunque, a parte questo, ciò che importa è che la comunicazione tra il Consiglio e quest’Aula è costantemente migliorata negli ultimi anni, un miglioramento al quale hanno contribuito in larga misura le riunioni della troika e sedute come quella di oggi. Tuttavia, mi rendo conto che si possono sempre fare ulteriori progressi.

Passiamo ora alla relazione Andersson. Come previsto dall’articolo 128, paragrafo 2, del Trattato che istituisce la Comunità europea, il Consiglio, agendo su proposta della Commissione, ogni anno elabora gli orientamenti seguiti dagli Stati membri nelle rispettive politiche a favore dell’occupazione. Tuttavia, al fine di garantire la continuità necessaria per una corretta attuazione, nel 2002 si è concordato che in linea di principio gli orientamenti per le politiche a favore dell’occupazione sarebbero stati modificati solo ogni tre anni. Si è concordato inoltre che si sarebbero dovuti allineare agli indirizzi per le politiche economiche. Su questa base nel 2005 si sono elaborati i primi orientamenti integrati per il periodo fino al 2008. Poi, nel 2006, la Commissione ha proposto che gli orientamenti per le politiche a favore dell’occupazione stabiliti nel 2005 dovessero restare invariati. Il Parlamento ha ripetutamente richiesto di poter disporre del tempo sufficiente per definire con attenzione la sua posizione, poiché le scadenze ristrette del ciclo annuale delle politiche per l’occupazione di solito rendevano necessario richiedere la procedura d’urgenza. C’è stato uno scambio di lettere al riguardo tra il Parlamento e il Consiglio.

Per il 2008, il Parlamento ha chiesto più tempo per un’audizione, poiché comporterà un esame generale triennale degli orientamenti per le politiche a favore dell’occupazione, e ci consulteremo con la Commissione nel considerare questa richiesta. Purtroppo, al momento attuale non è disponibile una posizione sulla tabella di marcia per la procedura nel 2008. Quest’anno si prevede che il Consiglio, non appena saranno disponibili le opinioni di Parlamento, ECOSOC, Comitato delle regioni e commissione per l’occupazione, alla riunione del Consiglio del 30-31 maggio sarà in grado di raggiungere un accordo politico sugli orientamenti per le politiche a favore dell’occupazione per il 2007, che saranno poi ufficialmente adottati entro l’estate. Come in effetti dichiara l’onorevole Andersson nella sua relazione, il fatto è che, a prescindere dai recenti successi in termini di aumento dell’occupazione e riduzione del numero di disoccupati, esiste l’esigenza di un ulteriore impegno mirato se si vogliono realizzare gli obiettivi stabiliti all’interno dell’Unione europea. In conclusione, desidero sottolineare ancora una volta che questi ultimi comprendono in particolare l’aumento della partecipazione dei giovani e degli anziani al mercato del lavoro, nonché una maggiore compatibilità tra vita professionale e famigliare. Pur essendo consapevole del fatto che si tratta di una priorità assoluta per molti Stati membri, so anche che in alcuni occorre prendere provvedimenti al riguardo.

 
  
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  Joaquín Almunia, Membro della Commissione. (FR) Signor Presidente, con il suo permesso parlerò nella mia lingua madre.

(ES) Onorevoli parlamentari, oggi si tiene la discussione congiunta sulla relazione Bullmann sugli indirizzi di massima per le politiche economiche, e sulla relazione Andersson sugli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione.

Entrambe le relazioni si basano sulla comunicazione della Commissione del dicembre scorso concernente l’attuazione da parte degli Stati membri della strategia di Lisbona rinnovata per la crescita e l’occupazione, e sugli orientamenti integrati per il periodo 2005-2008, approvati dal Consiglio a seguito di consultazioni con questo Parlamento e su proposta della Commissione.

La discussione odierna ha luogo nelle settimane che precedono il Consiglio europeo di primavera dell’8 marzo, nell’ambito della collaborazione ai preparativi per tale Consiglio. Proprio questa mattina, il Parlamento ha adottato una risoluzione che esprime la valutazione dell’Aula in merito all’attuazione, a tutt’oggi, della strategia di Lisbona rinnovata e che sottolinea le aree e le politiche nelle quali occorre un’azione decisa degli Stati membri e dell’Unione europea.

E’ importante sottolineare che le relazioni di cui discutiamo oggi e il parere di questo Parlamento e della Commissione europea convergono su una serie di punti fondamentali. Innanzi tutto, il Parlamento e la Commissione riconoscono i risultati che si cominciano a intravedere, in termini di crescita economica e di occupazione, grazie all’applicazione delle politiche concordate all’interno del nuovo quadro della strategia di Lisbona e grazie in particolare agli sforzi compiuti dalla maggioranza degli Stati membri ai fini del consolidamento di bilancio e delle riforme strutturali.

Proprio ieri Eurostat ha pubblicato le cifre di crescita del PIL dell’Unione europea per il quarto trimestre del 2006, dalle quali emerge che la crescita congiunta per il 2006 è stata praticamente del 3 per cento, vale a dire il tasso di crescita più elevato del nostro PIL dal lancio della strategia di Lisbona nel 2000.

Benché il Parlamento e la Commissione siano concordi, occorre comunque sottolineare il fatto che si cominciano a vedere i risultati positivi delle strategie messe in atto alcuni anni fa. E’ importante che i cittadini ricevano il messaggio che gli sforzi compiuti da quando sono stati attuati il Patto di stabilità e di crescita e la strategia di Lisbona – sforzi non sempre facili da accettare o da comprendere – stanno producendo dei risultati e stanno contribuendo a rafforzare il modello sociale europeo nel contesto della globalizzazione.

Molte delle difficoltà incontrate dal progetto europeo presso l’opinione pubblica negli ultimi anni derivano dal timore dei cittadini, in determinati settori della nostra società, che la globalizzazione imponga un livellamento verso il basso tale da rappresentare una minaccia per i fondamenti del nostro modello sociale, e che l’Unione europea e le relative politiche e strategie non siano in grado di impedirlo. Alcuni addirittura accusano l’Unione europea di provocare e accelerare il deterioramento del modello sociale europeo.

I risultati ottenuti dimostrano chiaramente che non è così. Anche chi ritiene che l’Europa sia in una situazione di stallo e che la rigidità dei mercati del lavoro impedisca la creazione di posti di lavoro si sbaglia. Dalle cifre emerge che dall’introduzione dell’euro il 1° gennaio 1999, otto anni fa, l’Unione europea ha creato un numero di posti di lavoro che supera di quattro volte quelli creati nel corso dei precedenti otto anni. Inoltre, durante questo decennio, dal varo della strategia di Lisbona è emerso chiaramente che l’Unione europea ha creato più occupazione degli Stati Uniti.

Alcuni definiscono restrittive le politiche di bilancio e accusano il Patto di stabilità e di crescita di rallentare la crescita economica, ma in realtà sono i paesi con i bilanci migliori, con eccedenze di bilancio, sia nella zona euro che nell’Unione europea nel suo complesso, che per qualche tempo hanno registrato i livelli più elevati di crescita economica. La verità è che il consolidamento fiscale progredisce e migliora parallelamente all’aumento e al miglioramento delle cifre relative alla crescita e alla creazione di occupazione.

Recentemente si è parlato molto del fatto che la forza dell’euro rispetto al dollaro e allo yen può ostacolare le nostre esportazioni, ma in realtà la bilancia commerciale della zona euro, in relazione agli Stati Uniti, ha registrato un nuovo miglioramento nel 2006 e l’aumento del prezzo del petrolio in parte è stato compensato dall’aumento del valore dell’euro nei confronti del dollaro.

In breve, onorevoli parlamentari, il miglioramento delle nostre economie e l’accelerazione della creazione di posti di lavoro dimostrano chiaramente che il modello socioeconomico europeo, con il suo livello elevato di protezione sociale e i suoi requisiti ambientali, è perfettamente compatibile con la globalizzazione dell’economia e con la crescita economica. L’Europa, i suoi paesi, le nostre economie, hanno sempre lavorato meglio aprendosi al mondo esterno e, ora che l’economia globale conosce un’espansione senza precedenti, l’Europa e i suoi cittadini hanno molto da guadagnare dall’apertura dei nostri confini e dalla crescente integrazione delle nostre economie a livello globale.

Inviare questo messaggio ai cittadini non è solo un modo per rivendicare le politiche economiche e sociali che abbiamo sostenuto negli ultimi anni: è fondamentale al fine di promuovere la fiducia nella capacità dell’Europa di fornire benessere ai suoi cittadini e ci offre una solida base per rafforzare la volontà politica necessaria per procedere con le riforme strutturali stabilite dalla strategia di Lisbona.

Il secondo punto sul quale esiste un accordo sostanziale tra le relazioni di cui discutiamo oggi e il parere della Commissione europea è l’esigenza di promuovere le riforme avviate attraverso l’attuazione dei piani nazionali di riforma degli Stati membri. A questo proposito, il dinamismo delle economie emergenti, l’invecchiamento della popolazione, il potenziale di crescita ancora basso in molte economie europee, gli squilibri di bilancio tuttora esistenti in certi Stati membri, la scarsa crescita della produttività e la segmentazione del mercato del lavoro sono alcuni validi motivi per continuare ad attuare politiche che favoriscano la capacità di innovazione, maggiori opportunità di formazione lungo tutto l’arco della vita, un migliore funzionamento dei mercati e il risanamento della finanza pubblica.

La terza importante area di convergenza tra il Parlamento e la Commissione riguarda l’esigenza di non limitarsi ad agire al livello dei singoli Stati membri, ma anche a livello europeo, per compiere progressi nella realizzazione del mercato interno in settori cruciali per la nostra economia, quali il settore energetico e quello dei servizi finanziari, e al fine di rafforzare il sostegno all’innovazione, creare un contesto più favorevole per l’attività imprenditoriale e promuovere l’adattabilità dei mercati dei prodotti, dei servizi e del lavoro.

Tra queste aree prioritarie d’intervento a livello europeo, le relazioni pongono giustamente l’accento sulla questione dell’energia, che sarà uno dei temi cruciali al Consiglio europeo di primavera, che dovrà discutere del pacchetto energetico proposto dalla Commissione il 10 gennaio. Il grado di impegno e di ambizione dimostrato dai capi di Stato e di governo per la creazione di una reale politica energetica comune sarà decisivo quando si tratterà di valutare se si sta rispondendo in modo credibile alla sfida di garantire le nostre forniture di energia, affrontando nel contempo il problema del cambiamento climatico. Quando si tratta di affrontare simili sfide, le iniziative singole di ciascuno Stato membro sono chiaramente insufficienti e occorre un’azione congiunta a livello europeo per difendere adeguatamente gli interessi dei cittadini.

Infine, entrambe le relazioni degli onorevoli Bullmann e Andersson rilevano la necessità che il Parlamento sia messo in grado di esercitare adeguatamente le sue prerogative, in vista della revisione degli orientamenti integrati della strategia di Lisbona, prevista per l’anno prossimo. Posso garantirvi, onorevoli parlamentari, il fermo impegno della Commissione, in particolare dei membri del Collegio che sono direttamente coinvolti nella strategia di Lisbona, come il Vicepresidente Verheugen, il Commissario Špidla e io stesso, nonché il nostro desiderio comune di esplorare tutte le possibilità per coinvolgere con efficacia il Parlamento nella revisione.

In conclusione, signor Presidente, vorrei esprimere il desiderio che quest’Assemblea plenaria riconfermi l’appoggio praticamente unanime che le relazioni Bullmann e Andersson hanno ricevuto nelle rispettive commissioni. Grazie a questo sostegno e all’elevato grado di convergenza tra Parlamento e Commissione invieremo al Consiglio europeo e ai cittadini in generale un chiaro segnale della volontà e capacità dell’Unione europea di creare uno strumento privilegiato per far fronte ai rischi e sfruttare le opportunità presentate dalla globalizzazione, difendendo e promuovendo il progresso economico e la coesione sociale in Europa.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MARTÍNEZ MARTÍNEZ
Vicepresidente

 
  
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  Presidente. La ringrazio, Commissario Almunia. Chi avrebbe immaginato trentatré anni fa che ci saremmo ritrovati in una discussione come questa, nelle nostre rispettive cariche?

 
  
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  Jan Andersson (PSE), relatore.(SV) Signor Presidente, la mia relazione sugli orientamenti per le politiche a favore dell’occupazione è estremamente breve ed è stata approvata all’unanimità dalla commissione per l’occupazione e gli affari sociali. Effettivamente, riguarda le modalità con cui intendiamo trattare gli orientamenti per l’occupazione e gli orientamenti integrati dell’anno prossimo, dato che quelli attuali devono restare invariati per quest’anno, mentre per il prossimo è prevista una revisione più radicale. Come ha detto poc’anzi il Commissario Almunia, noi prevediamo pertanto di dover dedicare un po’ più di tempo alla questione, e abbiamo bisogno di più tempo anche in seno al Parlamento. Si tratta di un elemento che desidero veramente sottolineare, perché esiste una differenza tra gli orientamenti per l’occupazione e gli indirizzi per le politiche economiche. Gli orientamenti per l’occupazione non possono essere adottati dal Consiglio finché il Parlamento non ha reso nota la sua posizione. E’ quindi indispensabile una collaborazione costruttiva tra le due Istituzioni prima del prossimo anno. Abbiamo operato una semplificazione nel corso dei preparativi per quest’anno. L’abbiamo già fatto l’anno scorso in assenza di una revisione approfondita. La revisione del prossimo anno sarà consistente, e per questo ci aspettiamo che la collaborazione si estenda lungo l’arco di diversi mesi. In effetti, abbiamo già discusso con i coordinatori, all’interno della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, sul fatto di non ritardare la nomina di un relatore che prepari il lavoro prima dei cambiamenti dell’anno prossimo.

Vorrei comunque dire qualcosa sulla situazione, anche se viene trattata solo nella motivazione. La situazione è veramente migliorata per l’Europa. L’andamento dell’occupazione è più incoraggiante di quanto non fosse qualche anno fa. La disoccupazione è in calo, a fronte di una crescita solida. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che esistono ancora delle carenze che dobbiamo impegnarci a risanare. Penso ai giovani che abbandonano precocemente la scuola e a quelli che diventano disoccupati non appena completano il ciclo di studi. Sappiamo che se restano fuori dal mercato del lavoro per molto tempo, il loro reinserimento diventa estremamente difficoltoso. Penso alle disparità ancora considerevoli tra uomini e donne nel mercato del lavoro. Penso alle persone provenienti da altre parti del mondo che, ancora oggi, hanno problemi ad inserirsi nel mercato del lavoro a causa delle carenze della nostra politica di integrazione. Penso ai disabili, anch’essi esclusi dal mercato del lavoro.

Ho partecipato all’incontro informale del Consiglio dei ministri del lavoro, un incontro che ha affrontato un altro aspetto dell’occupazione, e precisamente il fatto che occorrono posti di lavoro effettivamente migliori. E’ vero che i posti di lavoro sono aumentati, ma noi abbiamo bisogno anche di posti di lavoro di qualità superiore. Ma che cosa s’intende per “posti di lavoro migliori”? Intendiamo posti di lavoro che offrano stipendi adeguati, che consentano lo sviluppo professionale e che permettano una formazione continua, indispensabile se i cittadini devono essere in grado di operare con successo nel mercato del lavoro. Parliamo anche di condizioni di lavoro adeguate e dell’opportunità per i lavoratori di esercitare una certa influenza, singolarmente e attraverso i sindacati.

L’attuale tendenza alla crescita dell’occupazione non sempre equivale a posti di lavoro migliori. E’ un dato di fatto di cui siamo a conoscenza, e che ha suscitato dibattiti in molti paesi, ad esempio in Germania, che ho visitato di recente. Inoltre, in base all’esperienza del mio paese, so che una percentuale dei nuovi posti di lavoro sono quelli cosiddetti atipici, che non sempre garantiscono uno stipendio adeguato od opportunità di formazione continua. Anche l’influenza che questi lavoratori possono esercitare nel luogo di lavoro è minima. Quindi, dobbiamo concentrarci anche sulla creazione di posti di lavoro che non siano solo più numerosi, ma anche di qualità. L’Europa non sarà mai in grado di competere sul mercato mondiale creando posti di lavoro poco pagati e che non consentono alle persone di provvedere a loro stesse. Invece, saremo in grado di competere solo creando posti di lavoro di qualità che offrano, ad esempio, la formazione continua e l’opportunità di esercitare influenza.

Si tratta di un argomento sul quale intendiamo ritornare l’anno prossimo, quando effettueremo la revisione più approfondita delle tendenze occupazionali, concentrandoci sull’idea di un maggior numero di posti di lavoro di migliore qualità e sui gruppi che attualmente hanno ancora difficoltà a inserirsi nel mercato del lavoro.

 
  
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  Udo Bullmann (PSE), relatore. (DE) Signor Presidente, signor Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli colleghi, come ha rilevato il Commissario Almunia, in pratica abbiamo riportato la crescita al 3 per cento e quindi abbiamo ripreso il corso indicato dalla strategia di Lisbona, mediante la quale si intendeva raggiungere una crescita costante del 3 per cento e attuare le riforme socioeconomiche necessarie affinché tutta Europa ne traesse beneficio. Per molti anni non è stato così e proprio per questo occorre ricordare che non si tratta di un processo che si innesca autonomamente. Gran parte di questa ripresa ha a che vedere, in primo luogo, con il ciclo economico e, proprio perché non siamo certi che continuerà così, nella relazione si afferma che è necessario il nostro intervento, che dobbiamo gestire e indirizzare la situazione, che non dobbiamo abbassare la guardia e lasciar passare il tempo, trascurando di prendere le iniziative politiche necessarie.

Il mercato unico è il nostro asso nella manica, in grado di ottenere risultati migliori del mercato interno degli USA. Il 90 per cento della produzione dell’Unione europea lo ricompriamo noi, in quanto consumatori, dalle nostre aziende, e questo ci dà la forza di far fronte alle vicissitudini della globalizzazione. E’ giusto, quindi, che questo mercato interno venga completato, che si tratti di servizi finanziari, dell’energia o della libera circolazione dei lavoratori in Europa, per i quali si tratta di un diritto fondamentale, benché non sia stato ancora attuato; ma questo mercato interno può funzionare solo se lo dotiamo di un quadro politico, solo se siamo abbastanza arditi da dargli forma e da garantire la presenza dei dovuti equilibri.

Per questo motivo è così importante tenere presente il fatto che siamo riusciti a creare un equilibrio sociale, come abbiamo fatto con la direttiva sui servizi. Solo quando saranno in grado di sostenersi adeguatamente con il proprio lavoro in questo mercato interno, i cittadini saranno anche in grado, in quanto consumatori, di sostenere la ripresa economica; solo allora saranno in grado, in quanto consumatori, di investire e solo allora saranno in grado, in quanto lavoratori, di acquisire ulteriori competenze e qualifiche e di svolgere un ruolo decisivo nella promozione dell’innovazione nelle nostre società. Per questo è così importante che in questa relazione si chieda agli Stati membri a che punto sono, dove sono arrivati e che cos’hanno fatto per realizzare i grandi obiettivi che ci siamo posti a Lisbona. E’ evidente che gli Stati membri stanno cominciando a fornire delle risposte, che tuttavia sono ancora lente ad arrivare e non sempre sono strutturate con la qualità che ci aspetteremmo; in particolare, la politica attiva per l’occupazione e la politica di integrazione sociale lasciano un po’ a desiderare. Prendendo in esame i risultati positivi, ci rendiamo conto che i paesi più avanzati sono quelli che hanno il coraggio, invece di risparmiare fino al blocco totale, di investire nelle parti attive della società, nelle piccole e medie imprese, nella scuola, nei tirocini formativi, in coloro che studiano per conseguire una laurea e quindi porteranno nuova creatività nella società.

Non è un caso che siano molti paesi scandinavi, che operano secondo il modello nordico, a produrre i risultati migliori su questo fronte. Anche se spetta a ciascun paese trovare la soluzione migliore per la propria situazione, noi incoraggiamo fortemente gli Stati membri a fare la loro parte nel mettere in pratica l’approccio proattivo di Lisbona e nel portarlo avanti.

Sono grato al Presidente in carica, il Ministro Gloser, perchè nel suo intervento non ha trascurato la relazione, ma anzi si è dimostrato aperto al dialogo, e lo inviterei ad agire con coraggio, poiché non vedo nulla nel Trattato che ci vieti di instaurare forme più strette di collaborazione per quanto concerne la riforma degli orientamenti integrati e la preparazione ad una nuova fase della strategia di Lisbona e degli indirizzi di politica economica. Quest’Aula si aspetta di essere coinvolta, com’è giusto e corretto, perché è l’unico modo in cui possiamo contribuire a comunicare gli obiettivi di Lisbona al pubblico, alle imprese, ai sindacati e ai lavoratori. A mio parere, la Commissione a ragione pensa di presentare più proposte su questo fronte; perché tali proposte non dovrebbero essere adottate dal Consiglio europeo come orientamenti, fornendo così agli Stati membri una guida più ferma?

Non vorrei concludere senza ringraziare veramente di cuore i servizi, della commissione e dei gruppi, per il loro contributo alla preparazione della relazione, nonché i relatori ombra, l’onorevole Montoro Romero e le onorevoli in ’t Veld, Rühle e Wagenknecht, che con la loro eccellente collaborazione hanno reso possibile la presentazione di una relazione unanime.

 
  
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  Cristóbal Montoro Romero, a nome del gruppo PPE-DE. – (ES) Siamo di fronte a una buona relazione. Credo che l’onorevole Bullmann abbia fatto un lavoro eccellente, aperto, per produrre un’analisi dell’economia europea al momento attuale. E’ un momento di speranza, ma anche un momento di analisi realistica.

La relazione sottolinea inoltre la necessità di diagnosticare con precisione se siamo di fronte a una ripresa rigorosamente ciclica o a qualcosa di più. Mi auguro che sia qualcosa di più, ma dobbiamo anche dire ai cittadini europei che occorre continuare a lavorare, perché la razionalizzazione delle finanze pubbliche a cui abbiamo assistito lo scorso anno può anche essere dovuta a fattori ciclici e non a decisioni deliberate o strutturali.

Come evidenzia la relazione, dobbiamo riconoscere che la mancanza dell’economia europea negli ultimi anni è stata la debolezza della domanda interna, vale a dire la scarsa fiducia dei consumatori e degli investitori, un fatto estremamente negativo per il progetto europeo. Occorre anche sottolineare l’esigenza delle riforme: riforme del mercato del lavoro, che sono state discusse e concordate; riforme delle politiche economiche, volte a promuovere le piccole e medie imprese, che sono fondamentali per la crescita e la creazione di occupazione; riforme intese al completamento del mercato interno, in particolare nei servizi e nel settore dell’energia; riforme per migliorare l’efficienza dei mercati di beni, servizi, lavoro e capitali; e anche riforme fiscali mirate a instaurare un quadro fiscale coordinato, che stimoli la creazione di posti di lavoro e promuova la nascita e lo sviluppo di quel tessuto di piccole e medie imprese che riteniamo fondamentale.

Inoltre, la relazione sottolinea la necessità di combattere la tendenza al protezionismo, purtroppo presente in molti degli attuali governi europei, con l’avvertenza che il rischio associato al tasso di cambio euro-dollaro può minare la qualità della nostra crescita economica.

 
  
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  Harlem Désir, a nome del gruppo PSE. – (FR) Signor Presidente, Commissario Almunia, Presidente Gloser, desidero innanzi tutto congratularmi con il relatore per il suo lavoro; a mio parere, all’analisi e alle raccomandazioni contenute nella relazione il mio gruppo può accordare pieno sostegno.

Vorrei semplicemente mettere in luce tre aspetti. Le prospettive per la zona euro in termini di crescita e di competitività stanno migliorando. Tuttavia, come afferma la relazione – e questa è la mia prima osservazione – esistono alcune differenze significative tra gli Stati membri. Ritengo che dovremmo cercare di trarre qualche insegnamento da questa situazione, o comunque cercare di comprenderne le cause. Le cose non sono sempre facili; gli elementi in gioco sono molti. In particolare, la relazione cita la differenza tra la situazione di un certo numero di Stati membri di grandi dimensioni e quella di paesi più piccoli, ma in ultima analisi la questione è più complicata, perché si possono osservare differenze considerevoli anche tra i risultati degli Stati membri più grandi. Le prestazioni della Germania risultano nella media, con una crescita del 2,7 per cento lo scorso anno, un ottimo risultato rispetto agli anni precedenti. Tuttavia, con una crescita del 2 per cento, altri grandi Stati membri come l’Italia e anche il mio paese, la Francia, sono al di sotto della media in termini di crescita comunitaria, com’era accaduto solo due anni fa.

Questo si intreccia ad altri elementi piuttosto preoccupanti, poiché le differenze nel commercio estero sono altrettanto notevoli. Anche in questo caso la Germania segna un record, con la sua capacità di conquistare i mercati internazionali, mentre la Francia, che per molto tempo è stata un paese con una bilancia commerciale in forte attivo, sta registrando disavanzi record uno dietro l’altro, trimestre dopo trimestre.

E’ vero che i paesi scandinavi, i Paesi Bassi e una serie di piccoli Stati membri hanno ottenuto risultati positivi in termini di crescita, occupazione e commercio internazionale. Da questo si deve trarre un primo insegnamento, che forse mi è venuto in mente considerando la situazione del mio paese. In un paese dove per cinque anni sono state attuate una serie di riforme, diciamo, liberali e strutturali, dove ci è stato spiegato che per consentirci di risolvere la crisi, in particolare la crisi dell’occupazione, avremmo dovuto ridurre le imposte – imposte sulle società, imposte sul reddito – mettere in discussione alcune forme di tutela dell’occupazione – con un nuovo “contratto di lavoro” che ha reso più fragili le tutele contro il licenziamento, ecc. – indebolire i servizi pubblici e privatizzare, non abbiamo ottenuto un solo risultato. Al contrario, alcuni paesi che hanno mantenuto prelievi fiscali obbligatori e costi del lavoro più elevati rispetto alla Francia stanno invece dando prova di risultati importanti.

Da questo ho imparato una seconda lezione, ossia che non solo questa formula si è rivelata inefficace, ma che è sbagliato ritenere che l’Europa ce la farà se pratica la concorrenza al ribasso. Non è praticando una forma di concorrenza basata sui costi bassi che l’Europa riuscirà a risolvere i suoi problemi, bensì investendo in risorse umane, nell’innovazione, nella ricerca, nella formazione e nelle università.

La mia terza osservazione, questione giustamente rilevata nella relazione, è che, nonostante l’aumento generale della crescita e dei risultati economici, la povertà continua a rappresentare un problema. Anche rispetto agli anni ’90, il livello di povertà all’interno dell’Unione europea è salito ancora. A conti fatti, 80 milioni di europei vivono al di sotto della soglia del 60 per cento del reddito medio.

Su questo argomento credo che dovremmo trarre un insegnamento da quanto avvenne negli Stati Uniti sotto la Presidenza Clinton: con la nuova economia il paese registrò un boom che tuttavia non impedì a gravi forme di povertà di continuare ad avvelenare alquanto la società, perché i programmi di assistenza sociale non potevano essere attuati. Anche noi dobbiamo associare gli investimenti all’economia basata sulla conoscenza, all’economia competitiva e alla coesione sociale. Sono due aspetti che vanno di pari passo e si sostengono a vicenda.

 
  
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  Sophia in ’t Veld, a nome del gruppo ALDE. – (NL) Signor Presidente, innanzi tutto desidero congratularmi con il relatore e ringraziarlo anche per aver alleggerito notevolmente il carico di lavoro dei relatori ombra presentando un testo eccellente, che non ha quasi richiesto interventi di revisione e che anch’io apprezzo molto, così come si presenta, perché contiene molte raccomandazioni preziose che, pur non essendo in molti casi una novità, non sono mai state messe in atto per via delle carenze sul versante dell’azione. E’ vero che l’economia è in ripresa, ma non è il momento di riposarsi sugli allori. Ad esempio, per quanto riguarda il Patto di stabilità e di crescita, è tempo di prendere misure preventive. Invece di alzare la posta, dovremmo mantenere il bilancio sotto controllo, ridurre i debiti, investire, e in questo senso sono completamente d’accordo con l’onorevole Bullmann. Tuttavia, questo orientamento non deve assumere la forma, come spesso accade, di sovvenzioni che distorcono il mercato e sostituiscono le riforme tanto necessarie. Spesso si tratta semplicemente di una dissimulazione, ma non è questa l’idea.

Sono assolutamente favorevole al completamento del mercato interno e mi auguro che la direttiva sui servizi, che a mio parere era troppo debole, abbia comunque qualche effetto su quel versante. Occorre fare molto anche in termini di misure per il mercato del lavoro e vorrei aggiungere, in breve, che aspiro a un modello sociale che dia delle opportunità a tutti gli europei, mentre quello attuale esclude ancora sistematicamente l’8 per cento delle persone dal mercato del lavoro, e non solo i lavoratori dell’Europa orientale e gli immigrati. Preferiremmo vederli annegare nel Mediterraneo piuttosto che offrire loro l’accesso al nostro mercato del lavoro. Intanto, chiudiamo gli occhi di fronte al fatto che persone che lavorano illegalmente nei nostri mercati in condizioni abominevoli sono trattate quasi come schiavi. Questo non è un modello sociale, bensì una disgrazia per l’Europa, e per quanto mi riguarda non sarà mai troppo presto per dare il via alla libera circolazione dei lavoratori dell’Europa orientale, con un sistema di regolamentazione dell’immigrazione e una green card.

In conclusione, alcuni mettono in dubbio i vantaggi di un maggiore coordinamento delle politiche economiche nazionali. Dobbiamo intrattenere un’ulteriore discussione al riguardo un giorno o l’altro. In ogni caso, a mio parere è di gran lunga preferibile all’attuale tendenza al protezionismo e alla concorrenza tra Stati membri, perché se noi europei intendiamo avere un peso nell’economia mondiale dobbiamo assicurarci di avere un mercato forte e aperto e concentrarci su aree di rilevanza per il futuro, vale a dire l’energia, l’innovazione e lo sviluppo sostenibile – tutte aree nelle quali dovremmo diventare leader mondiali.

 
  
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  Mieczysław Edmund Janowski, a nome del gruppo UEN.(PL) Signor Presidente, mi congratulo con i relatori per il loro lavoro. Il gruppo “Unione per l’Europa delle nazioni” intende appoggiare queste relazioni. Avendo poco tempo a disposizione, mi limiterò a trattare un paio di argomenti.

Attualmente, le economie degli Stati membri dell’Unione europea hanno bisogno di una reale solidarietà e coesione interna, per far fronte alle sfide della concorrenza nel lungo termine. Possiamo compiacerci di un’effettiva ripresa economica, confermata dalla crescita del PIL. Tuttavia, faremmo bene a ricordare che non siamo soli. La nostra popolazione di 500 milioni di persone non rappresenta nemmeno l’8 per cento della popolazione mondiale. I nostri concorrenti non sono solo gli Stati Uniti, ma anche India, Cina, Indonesia, Brasile e Russia, che forse sono anche più importanti.

Oggi sono l’economia, l’accesso a materie prime strategiche e il potenziale demografico a rappresentare la forza reale. Sono tre pilastri strettamente correlati. Di conseguenza, se non adottiamo una politica favorevole alle famiglie, che si concili veramente con l’economia, tenendo conto anche dei problemi della disoccupazione, è probabile che nel prossimo futuro non solo resteremo indietro, ma arriveremo a un crollo totale. La strategia di Lisbona non è un fine in sé. Tutte le misure prese in quest’ambito devono mirare a promuovere l’individuo e il suo sviluppo, vale a dire lo sviluppo di un cittadino europeo.

 
  
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  Elisabeth Schroedter, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, onorevoli colleghi, innanzi tutto devo dire che ormai ogni cosa viene etichettata come “strategia di Lisbona”, a prescindere da quanto poco abbia a che fare con l’obiettivo originario della strategia stessa. Benché sia stata proprio la politica per l’occupazione a dare il via alla strategia di Lisbona e a costituirne l’obiettivo primario, oggi rischia di essere relegata al ruolo di mera appendice.

Questa ridefinizione è una mossa politica per confondere le acque ed evitare di ammettere che, anche se i dati economici dell’UE indicano segnali di ripresa, non si riscontra un’analoga tendenza alla crescita nelle cifre relative all’occupazione.

In secondo luogo, vorrei ricordare al Parlamento che i capi di Stato e di governo dell’UE in occasione di ogni vertice di primavera si impegnano ad applicare gli orientamenti per la crescita e l’occupazione nelle rispettive politiche nazionali.

Terzo, in tale contesto la preoccupazione centrale è la lotta all’esclusione sociale, perché si tratta dell’unico modo per ridurre con efficacia la disoccupazione di lunga durata e la povertà, dedicando un’attenzione particolare ai gruppi sociali che a causa delle loro rispettive caratteristiche sono particolarmente soggetti a discriminazioni nell’accesso al mercato del lavoro, come ad esempio i disabili e le donne immigrate.

Tuttavia, quest’anno il Consiglio e la Commissione hanno semplicemente lasciato cadere questo tema centrale, anche se non c’è motivo per farlo perché il problema dell’esclusione è rimasto tale. Non possiamo accettare che la politica dell’occupazione sia orientata a favorire coloro che già lavorano. Gli indirizzi attualmente in vigore devono essere presi seriamente come sempre, e non bisogna permettere alla grande coalizione di cavarserla modificando le priorità e limitandosi a guardare altrove quando i bisogni sociali sono più pressanti.

 
  
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  Sahra Wagenknecht, a nome del gruppo GUE/NGL.(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa relazione sugli indirizzi di massima per le politiche economiche contiene un gran numero di affermazioni che mi trovano d’accordo. Dichiara che la crescita economica non è un fine in sé, ma che l’obiettivo dev’essere la qualità della vita delle persone; sostiene che la crescita economica non dev’essere orientata solo all’esportazione ma anche alla domanda interna e manifesta una certa preoccupazione in merito al persistere di un’incidenza elevata della povertà nell’Unione europea.

Benché tutto questo sia lodevole e – ahimè – non sempre ovvio per i membri di quest’Aula, la relazione contiene anche parti che rendono impossibile un voto a favore. Certamente non è accettabile, dal punto di vista del nostro gruppo, la posizione favorevole nei confronti della direttiva sui servizi, una misura neoliberale che incoraggerà ulteriormente il dumping dei salari e la distruzione dei servizi sociali nell’Unione europea, contribuendo a una diffusione ancora maggiore della povertà e dell’esclusione sociale.

Inoltre, consideriamo inaccettabile che la relazione auspichi l’ulteriore liberalizzazione del settore energetico. In realtà l’Europa non ha bisogno di maggiori misure di deregolamentazione, liberalizzazione e privatizzazione, bensì proprio del contrario; quello di cui abbiamo bisogno è una politica economica radicalmente diversa, nella quale per una volta gli interessi dei lavoratori e dei consumatori siano considerati più importanti dell’interesse delle grandi imprese nel profitto privato.

 
  
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  Michael Henry Nattrass, a nome del gruppo IND/DEM.(EN) Signor Presidente, desidero richiamare la sua attenzione sul fatto che dalla relazione Bullmann emerge che le economie di paesi che non hanno ancora adottato l’euro stanno ottenendo risultati migliori di quelli che l’hanno fatto. Devo veramente congratularmi con Slovacchia, Lettonia, Lituania ed Estonia. Non solo questi paesi si sono liberati delle pastoie del comunismo, ma hanno anche abbracciato principi quali libero mercato, bassa tassazione e regolamentazione minima. Ci si deve meravigliare del fatto che registrino i tassi di crescita più elevati d’Europa?

Devo però avvertirli che questa tendenza positiva è finita. Da qui in poi comincerà il declino. La Lettonia adotterà l’euro nel 2008, Lituania e Slovacchia nel 2009 e l’Estonia nel 2010, cosicché il loro sviluppo sarà intralciato da normative comunitarie, obiettivi UE e continue interferenze dell’Unione nei loro affari economici.

A mio avviso tutti dovremmo preoccuparci quando una relazione ci informa del fatto che l’Unione europea deve svolgere un ruolo attivo nella determinazione delle politiche economiche. Le stesse scelte non vanno bene per tutti e sono i singoli paesi a sapere meglio di chiunque altro come individuare i loro mercati, gestire le loro economie e commerciare con il mondo. Per favore, non privateli dell’indipendenza economica.

 
  
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  Alessandro Battilocchio (NI). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, gli ultimi dati sulla situazione economica sono tutto sommato positivi, ma, come ribadisce la Commissione, la crescita della produttività e la qualità dei posti di lavoro rimangono inferiori alle necessità dell’Europa.

Spero che questi dati incoraggianti siano non un alibi per ridurre gli sforzi, ma un chiaro segnale che abbiamo individuato i punti nodali e strategici e che su questi dobbiamo continuare a concentrare il nostro lavoro. In materia mi appello tanto alle Istituzioni europee che ai singoli Stati membri!

Mi riferisco in particolare a tre campi d’azione: 1) i programmi di apprendimento e formazione continua e di collegamento tra le università e le altre istituzioni formative e il mondo del lavoro; 2) le risposte e la sfida demografica, per esempio il sostegno alle donne, alla famiglia, la riforma e l’armonizzazione dei sistemi di previdenza; 3) il sostegno, ancora insufficiente, alle piccole e medie imprese, in particolare per il loro adattamento alle ultime sfide del commercio internazionale e all’utilizzo delle nuove tecnologie e innovazioni. Proprio in questi settori è necessario continuare ad insistere.

 
  
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  Ana Mato Adrover (PPE-DE).(ES) Attualmente l’Europa si trova dinanzi a due grandi sfide: da un lato la globalizzazione economica e dall’altro l’invecchiamento della popolazione, a cui si aggiunge il fenomeno dell’immigrazione. Entrambe queste sfide richiedono una decisa modernizzazione del modello sociale europeo. Come sapete, la competitività è l’elemento chiave per affrontare la sfida della globalizzazione. Tutti sappiamo bene che non possiamo competere con i paesi emergenti in termini di costo del lavoro, ma abbiamo un vantaggio evidente, ossia il nostro capitale umano con la sua capacità, la sua flessibilità e la sua creatività, e possiamo contare anche su valori cruciali quali la solidarietà, le pari opportunità e l’inclusione.

Riguardo all’invecchiamento della popolazione, per affrontare questa sfida ed essere in grado di garantire pensioni e assistenza sanitaria anche in futuro, è essenziale aumentare la produttività, cosa che richiede, tra l’altro, l’aumento del numero e della qualità dei posti di lavoro. Esiste un consenso generalizzato negli Stati membri in merito alla necessità di una legislazione più moderna nel campo della tutela dell’occupazione. A questo proposito, la combinazione di flessibilità e sicurezza, spesso definita “flessicurezza”, è un elemento fondamentale che dev’essere sviluppato in futuro.

E’ anche necessario, in primo luogo, applicare una strategia di invecchiamento attivo, offrendo maggiori possibilità di formazione alle persone di età superiore a 45 anni, nonché incentivi finanziari e fiscali per prolungare la vita lavorativa oltre i 65 anni. In secondo luogo, occorre garantire un’adeguata politica di immigrazione, con una proposta basata su un ampio consenso a livello europeo, che consenta un controllo ordinato dell’immigrazione e l’integrazione degli immigrati mediante piani di formazione e di recupero adeguati ai loro profili.

Infine, occorre promuovere una riforma dei sistemi previdenziali pubblici, nell’intento di garantirne la sostenibilità attraverso il consolidamento delle finanze pubbliche e incentivi che li integrino mediante piani individuali.

In conclusione, onorevoli colleghi, vorrei dire che abbiamo ancora un lungo cammino da percorrere verso un mercato europeo del lavoro efficace e inclusivo, incentrato soprattutto sull’occupazione lungo tutto l’arco della vita e nel quale tutti, a prescindere dall’età e dalla condizione, ricevano l’assistenza e le opportunità di cui hanno bisogno.

 
  
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  Ieke van den Burg (PSE).(NL) Signor Presidente, desidero associarmi alle congratulazioni rivolte al relatore per la sua eccellente relazione e mi compiaccio che anche altri gruppi politici la sostengano. La relazione si può considerare una prima fase nella discussione che effettivamente si svolgerà in un successivo momento dell’anno, in merito alla revisione degli indirizzi di massima per le politiche economiche. E’ di vitale importanza che questa relazione venga utilizzata correttamente in quest’ambito, poiché contiene una serie di punti che si dimostreranno molto utili nel corso della valutazione, che prende in esame i risultati degli Stati membri e dell’economia europea nel suo complesso alla luce di queste raccomandazioni.

A questo proposito, vorrei discostarmi leggermente dalle dichiarazioni del Commissario Almunia. Secondo il Commissario, i paesi che hanno ottenuto i risultati migliori sono quelli che rispettano con maggiore efficacia il Patto di stabilità e di crescita. Sulla base della mia esperienza nei Paesi Bassi, vedrei la cosa in modo leggermente diverso e mi identificherei maggiormente con la dichiarazione del relatore, quando afferma che hanno ottenuto risultati positivi soprattutto i paesi che hanno attuato riforme strutturali associate a investimenti. Sono felice che ora nei Paesi Bassi abbiamo un governo – la squadra dei ministri sarà definita questa settimana – che metterà al primo posto gli investimenti, insieme alle riforme che sono già state attuate, nel rigoroso rispetto degli standard del Patto di stabilità e di crescita. A mio parere, di questo costituisce una base molto importante. Anche un certo numero di raccomandazioni contenute negli indirizzi sono rispecchiate dall’attuale accordo di governo, ad esempio in merito alla partecipazione al mercato del lavoro di anziani, donne o immigrati.

Un punto molto importante a questo proposito – e vorrei sottolinearlo anche a nome del mio gruppo politico – è l’accento posto sul coordinamento a livello europeo. Gli Stati membri non dovrebbero agire singolarmente, ma anzi è indispensabile uno sforzo simultaneo e coordinato. Per questo mi sento di consigliare alla Presidenza tedesca di collaborare a stretto contatto con il gruppo di lavoro interistituzionale che si sta formando, e in particolare di individuare le misure macroeconomiche che si possono coordinare a livello europeo. La discussione su una politica economica e occupazionale più coordinata era cominciata già ad Essen, 10 o 12 anni fa. E’ una sfida per la Germania portarla avanti ora.

 
  
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  Siiri Oviir (ALDE).(ET) Signor Commissario, signor Ministro, onorevoli colleghi, il ciclo triennale di governance varato due anni fa con la revisione della strategia di Lisbona e l’integrazione degli orientamenti generali in materia di politica economica e del lavoro permette agli Stati membri di adeguare i programmi di Lisbona alla situazione specifica di ciascun paese.

Per la prima volta dopo la fase di crescita lenta, o addirittura di stallo, degli ultimi sei anni, la crescita dell’economia europea ha cominciato ad accelerare. Questa tendenza positiva si riflette anche nel mercato del lavoro e dimostra l’interrelazione tra politica economica e protezione sociale. Il raddoppio della produttività ha ridotto la disoccupazione media all’8 per cento. Lo scorso anno sono stati creati 2,9 milioni di nuovi posti di lavoro, ma resta ancora molto da fare e non dobbiamo sentirci ancora completamente soddisfatti.

Oggi, solo alcuni Stati membri hanno adottato un approccio al lavoro pienamente integrato e basato sul ciclo di vita. Dobbiamo essere più seri nell’attuazione di decisioni già prese, vale a dire garantire l’offerta di un lavoro ai giovani che escono dalla scuola o dall’università, un’ampia disponibilità di servizi di assistenza all’infanzia, l’aggiornamento di leggi e normative sulla tutela del lavoro, e così via.

Desidero ringraziare il relatore per la sua analisi realistica e sottolineare che il Parlamento europeo è una sede adeguata per la valutazione di strategie e misure che ci consentano di realizzare gli obiettivi di Lisbona grazie ad un’azione congiunta e al miglioramento della cooperazione. Questo è il diritto e il dovere che ci hanno conferito gli elettori.

 
  
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  Kyriacos Triantaphyllides (GUE/NGL).(EL) Signor Presidente, ho letto con interesse le due relazioni dei miei onorevoli colleghi, e desidero commentare tre cifre: 8, 17 e 12 500.

E’ vero che la disoccupazione nell’Unione europea oggi oscilla attorno all’8 per cento, una cifra inaccettabile in un’Unione con l’intento dichiarato di diventare l’economia migliore e più produttiva entro il 2010.

La seconda cifra è la percentuale di cittadini dell’Unione che vivono al di sotto della soglia di povertà, un 17 per cento che corrisponde a 80 milioni di cittadini europei che non riescono a tirare avanti.

In conclusione, come già saprete, la multinazionale Alcatel Lucent ha deciso di licenziare 12 500 lavoratori nei prossimi tre anni, la maggior parte dei quali in Europa. Dopo lo scandalo della Volkswagen, è evidente che il tessuto sociale e occupazionale dell’Unione sta subendo gravi scossoni.

Quindi possiamo anche continuare ad illuderci sulla strategia di Lisbona. Purtroppo, la verità è differente e amara. Tuttavia, se c’è un solo aspetto delle relazioni che mi sento di sottoscrivere, è la necessità che il Parlamento abbia più voce in capitolo in materia di occupazione.

 
  
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  José Albino Silva Peneda (PPE-DE). (PT) Le notizie che ci ha comunicato il Commissario Almunia sono incoraggianti, ma a mio parere occorre puntare a obiettivi più ambiziosi in fatto di produttività e qualità dei posti di lavoro.

I posti di lavoro – posti di lavoro produttivi – sono quello di cui ha bisogno l’Europa: a crearli sono le aziende, che a loro volta esistono solo in presenza di una pluralità di imprenditori di un certo calibro, pronti ad accollarsi dei rischi. Di conseguenza, dobbiamo fare il possibile per rendere l’assunzione di rischi più interessante e per innalzare il profilo della classe imprenditoriale. E’ un campo dove, a mio parere, si può fare molto di più.

Un altro ingrediente vitale per la creazione di posti di lavoro è la fiducia, senza la quale la crescita degli investimenti è molto difficile. I fattori che possono contribuire a generare fiducia comprendono l’equilibrio dei conti pubblici, lo sviluppo del mercato interno e il coordinamento efficace delle politiche economiche degli Stati membri, nonché della politica economica e monetaria. Molto è già stato fatto, ma altrettanto resta ancora da fare.

La creazione di posti di lavoro dovrebbe essere una priorità per diversi motivi. Innanzi tutto, perché la disoccupazione scoraggia le persone e le fa smettere di credere in se stesse e negli altri. E’ anche il maggior fattore di esclusione sociale. La creazione di posti di lavoro è l’unico modo di impedire ai giovani europei di sprecare opportunità e talenti.

Tuttavia, esistono altri motivi per cui è necessario creare posti di lavoro in Europa, innanzi tutto con riferimento alla sostenibilità finanziaria della protezione sociale. E’ indubbio che alla fine sarà impossibile mantenere in essere i sistemi che abbiamo ereditato, se non siamo capaci di creare più posti di lavoro. Per porre rimedio a questa situazione occorrono riforme in molte aree dei sistemi socioeconomici dei vari Stati membri. Si tratta di riforme necessarie, non imposte da una sorta di adeguamento a teorie liberiste che vedono nel mercato la soluzione di tutti i mali. Sono riforme da attuare con urgenza e giustificate in nome dei valori che sono alla base del progetto europeo che cercano di preservare e di trasmettere alle generazioni future.

La capacità dei mercati del lavoro europei di rispondere alle sfide della globalizzazione, della rivoluzione tecnologica e dell’invecchiamento demografico continua a rappresentare un problema chiave, nonostante i progressi positivi compiuti negli ultimi due anni.

 
  
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  Stephen Hughes (PSE).(EN) Signor Presidente, non possiamo permetterci di essere compiaciuti per l’attuale riduzione del tasso di disoccupazione. La strategia di Lisbona impone posti di lavoro più numerosi e di maggiore qualità. Attualmente, il concetto di “flessicurezza” è visto come una minaccia da molti milioni di nostri concittadini. Per loro e per le loro famiglie significa un’insicurezza ancora maggiore. La proposta della Commissione relativa agli orientamenti per le politiche a favore dell’occupazione lo mette in luce, affermando che “è opportuno adottare un approccio più globale, che combini più efficacemente la flessibilità e la sicurezza.” Lo si ripete spesso, ma nella realtà le cose stanno peggiorando invece di migliorare.

Nel suo Libro verde sulla modernizzazione del diritto del lavoro, la Commissione mette in evidenza alcuni dei problemi: “Utilizzando questi contratti atipici, le imprese si sforzano di rimanere competitive in un’economia globalizzata, evitando in particolare i costi derivanti dal rispetto delle norme relative alla protezione del posto di lavoro, i termini di preavviso e il pagamento dei contributi sociali che vi sono associati”. Non mi suona come il percorso verso una concorrenza basata sulla qualità e sul valore aggiunto in un mondo globalizzato.

La Commissione inoltre osserva che i contratti a tempo determinato, a tempo parziale, di lavoro intermittente, a “zero ore”, nonché i contratti proposti ai lavoratori reclutati da agenzie di lavoro temporaneo e ai lavoratori indipendenti, ecc. sono ormai parte integrante delle caratteristiche dei mercati del lavoro europei. Aggiunge che sono in aumento, del 4 per cento tra il 2001 e il 2005, e nota che una minoranza significativa, attorno al 16 per cento, resta intrappolata in una sequenza di impieghi a breve termine e di bassa qualità, con una protezione sociale inadeguata.

Fortunatamente, ora abbiamo delle direttive sui lavoratori con contratto a tempo determinato e a tempo parziale. Ma queste iniziative risalgono a un momento in cui la Commissione credeva ancora di avere un ruolo da svolgere nella definizione di standard minimi, quando credeva nell’uso delle basi giuridiche a sua disposizione. Ma che dire di questa nuova proliferazione di lavori atipici, insicuri, poco pagati e di bassa qualità? Oggi, il massimo che può fare la Commissione è porsi una serie di domande retoriche nel suo Libro verde su come riequilibrare la “flessicurezza”.

Bene, forse è tempo che la Commissione ritorni ad un’agenda sociale con un contenuto legislativo; gli Stati membri hanno un disperato bisogno di un segnale.

 
  
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  Philip Bushill-Matthews (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, questa è una discussione importante su due relazioni molto importanti, ma è una questione che quest’Aula ha già trattato oggi in un momento precedente, e anche ieri.

Oggi abbiamo votato a grande maggioranza una risoluzione relativa alla strategia di Lisbona e concernente il Consiglio europeo di primavera, in materia di crescita, occupazione, competitività; si è trattato di una dichiarazione importante in merito a che cosa occorre fare e a come farlo.

Ieri abbiamo ascoltato altre due importanti dichiarazioni. Il Presidente della Commissione Barroso ci ha ricordato che le Istituzioni comunitarie devono concentrarsi sulle priorità dei cittadini, che non possiamo costruire l’Europa di domani con gli strumenti di ieri, che occorre cambiare. Il Cancelliere Angela Merkel, a nome della Presidenza del Consiglio, ha riscosso molti applausi affermando che occorre ridurre la burocrazia e non aumentarla, e che la direzione da seguire è quella di una regolamentazione più efficace e semplificata, e ha invitato il Parlamento a sostenere questo processo.

Con la risoluzione di oggi abbiamo formalmente garantito questo sostegno. Ma mi auguro che questo possa significare che in quest’Aula, a livello trasversale e all’interno di tutti i gruppi politici, il vecchio argomento che si debba scegliere tra maggiore competitività e maggiore giustizia sociale si possa ormai considerare davvero un argomento del passato. La realtà è che si tratta delle due facce della stessa medaglia. La più grande ingiustizia sociale, come hanno affermato diversi colleghi, è quella inflitta ai milioni di disoccupati che vogliono lavorare ma non trovano un posto di lavoro. Non si tratta solo di un loro problema, ma anche di un’onta per noi.

I deputati al Parlamento non devono più dividersi in due fazioni, dalla parte dei datori di lavoro o dalla parte dei dipendenti. Sarebbe auspicabile ritrovarci tutti dalla stessa parte, dalla parte dell’occupazione – di più posti di lavoro. E’ questa la priorità di tutti i nostri cittadini. Allora non limitiamoci a sostenere l’agenda della Presidenza del Consiglio e della Commissione, ma impegniamoci a collaborare per metterla in atto.

 
  
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  Donata Gottardi (PSE). – Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, questa relazione segna una pagina felice del Parlamento europeo per molte ragioni. Innanzi tutto, perché l’intreccio inscindibile tra economico, sociale e ambientale, come è già stato detto, passa dal livello delle affermazioni rituali e si manifesta nel concreto. Basta confrontare il titolo con i contenuti per apprezzare la svolta. In questa relazione è detto con chiarezza quanto da tempo figura nelle prospettive delle Istituzioni comunitarie. Gli indirizzi delle politiche economiche devono integrare la dimensione sociale e quella ambientale, nel senso che queste ne sono il tratto fondamentale. Non si tratta solo di combinare al meglio tre aree equivalenti, ma di essere consapevoli che lo sviluppo economico si basa sulla coesione sociale e sull’allarme ambientale.

In secondo luogo, perché la competitività chiede compatibilità, occorrono interventi in settori precisi, come ricerca e sviluppo, energia e ambiente, e obiettivi a loro volta precisi nella creazione di piena e buona occupazione, di garanzia e di dignità e sicurezza alle persone che lavorano, attenzione alle esigenze di flessibilità dei due lati del rapporto di lavoro, con strumenti non solo di conciliazione ma anche di ridistribuzione dei ruoli.

E ancora, perché il metodo di coordinamento può fornire risultati utili, indicando e scambiando non solo le buone prassi ma anche gli ostacoli, le difficoltà e i risultati negativi. Occorre sempre grande attenzione nel percorrere le vie dell’armonizzazione dovendo tener conto di contesti e ordinamenti che, pur simili, mantengono le proprie specificità. Ma conoscere non solo la proposta ma anche la procedura di attuazione e l’impatto che si è realizzato, agevola l’azione di tutti a livello europeo e a livello nazionale e territoriale.

Infine, perché le decisioni degli Stati devono seguire a loro volta un approccio orizzontale integrato e la predisposizione dei piani e le priorità devono trovare corrispondenza nei bilanci nazionali.

 
  
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  José Manuel García-Margallo y Marfil (PPE-DE).(ES) L’esponente del gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa, onorevole in ’t Veld, ha aperto il suo intervento affermando che la relazione Bullmann è un documento valido, come già precedenti relazioni sugli indirizzi di massima per le politiche economiche, ma che si tratta solo di belle parole che non si sono trasformate in azioni concrete, poiché non siamo mai stati capaci di passare dalle parole ai fatti.

Nel poco tempo a mia disposizione voglio concentrarmi sulle riforme istituzionali. Si è aperto un periodo di riflessione sul Trattato costituzionale, che ora è in procinto di concludersi, dopo che praticamente tutti hanno espresso il loro parere. Il Cancelliere Angela Merkel propone una roadmap; la candidata socialista Ségolène Royal vuole mettere in discussione il ruolo della Banca centrale, mentre il candidato presidenziale Sarkozy propone le riforme da introdurre al fine di rendere praticabile il Trattato. Tutti parlano della questione, tranne noi.

So che il Commissario Almunia ritiene che il grande Trattato economico sia stato quello di Maastricht, e sarà anche vero, ma in termini marxisti Maastricht ha cambiato le strutture economiche.

Ora spetta a noi cambiare le sovrastrutture politiche e allineare al cambiamento l’architettura istituzionale. Proporrei che il Parlamento partecipasse con la stesura di un breve documento su quello che il Commissario, dalla sua posizione privilegiata, ritiene opportuno introdurre nel Trattato costituzionale. Un simile lavoro era stato fatto in seno al gruppo VI della Convenzione europea, che poi è fallita, ma l’elenco rimane valido. Quali sono le nostre opinioni in merito a quello che si dovrebbe fare con l’elenco di obiettivi economici dell’Unione? In che modo e in che misura riteniamo che la procedura di codecisione debba essere estesa nell’ambito delle politiche economiche? Che cosa dovremmo fare in merito al potere di recupero nella procedura Lamfalussy? Come possiamo garantire il controllo democratico della Banca centrale europea senza minarne l’indipendenza? Che cosa dobbiamo fare in merito alla governance economica (questa mattina il Presidente italiano Giorgio Napolitano ha fatto riferimento alla necessità di un maggiore coordinamento economico)? Che cosa deve fare il Presidente in carica del Consiglio? Ma eccoci qui, ancora una volta senza esprimerci.

Nell’area della tassazione, in conclusione, quello che si deve fare è integrare nel Trattato quanto già confermato dalla giurisprudenza, ossia un’unica definizione di domicilio fiscale, un accordo sulla doppia imposizione, l’applicazione del principio di non discriminazione, e mi fermo qui perché il mio tempo è scaduto.

Propongo, Commissario Almunia, che lei scriva un documento di poche righe e lo presenti in seno a quel dialogo che abbiamo approvato nei precedenti indirizzi di massima per le politiche economiche, e che raggiungiamo un accordo affinché possiamo parlare con un’unica voce e fare proposte costruttive per la riforma del Trattato costituzionale, perché domani sarà troppo tardi.

 
  
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  Othmar Karas (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, gli indirizzi di massima per le politiche economiche si possono descrivere come un quadro morale, o normativo, per gli Stati membri, poiché la politica economica è una questione dei singoli Stati membri ma i nostri obiettivi sono paneuropei. Questa tensione caratterizza tutte le nostre discussioni. Chi non rispetta gli indirizzi di massima mina e mette a rischio gli obiettivi europei di politica economica.

In secondo luogo, siamo in presenza di uno sviluppo positivo nella politica economica, che ci garantirà il margine di manovra e la spinta necessari per impegnarci nella realizzazione dei nostri obiettivi politici e delle necessarie misure di riforma in modo più attivo, proattivo e coraggioso di quanto avremmo fatto in assenza della ripresa economica.

Terzo, compiti quali sfruttare il mercato interno, perseguire gli obiettivi di Lisbona, rispettare il Patto di stabilità e di crescita e affrontare la sfida delle conseguenze degli sviluppi demografici non sono in contraddizione tra loro. Al contrario, occorre prendere tutte queste misure se vogliamo realizzare gli indirizzi di massima per le politiche economiche comunitarie e i relativi obiettivi.

Per questo motivo dichiaro false le voci che spesso si fanno circolare nelle campagne elettorali: che l’indipendenza della Banca centrale europea – come credono i francesi – o gli obiettivi comunitari siano la causa dei problemi nazionali. Anzi, è proprio il mancato rispetto di questi obiettivi che sta provocando problemi in termini di crescita e occupazione a livello nazionale.

Utilizziamo il tempo a nostra disposizione per occuparci più attivamente dei nostri obiettivi e delle riforme politiche concordate. Riformiamo i nostri sistemi di sicurezza sociale per essere in grado di far fronte alla sfida della globalizzazione. Facciamo dell’efficienza energetica e del rafforzamento dell’innovazione nelle piccole e medie imprese il modello dell’area economica europea, e miglioriamo le nostre strutture di politica economica – risparmiamo in modo da ricavare un margine di manovra per gli investimenti necessari – per rendere sostenibile la nostra competitività a livello mondiale.

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Signor Presidente, Commissario Almunia, onorevoli parlamentari, desidero innanzi tutto esprimere il mio sincero ringraziamento per questa stimolante discussione. I dati positivi riportati in diversi settori naturalmente sono graditi, ma non dobbiamo riposare sugli allori: sono necessari ulteriori sforzi.

Sono stati presentati vari argomenti in merito alla posizione dell’UE, ad esempio sulla questione delle politiche occupazionali ed economiche – concentrandosi sul processo di Lisbona. E’ importante anche ricordare che a Göteborg ai temi del lavoro e della concorrenza si è aggiunto quello della sostenibilità. Il Consiglio europeo di primavera che si terrà tra qualche giorno affronterà un tema che si intreccia con quello del lavoro, e precisamente la questione dell’energia.

Occorre considerare da un lato l’energia come prodotto e dall’altro la questione di come gestire l’energia in futuro. E’ possibile trovare forme alternative? In che modo è possibile sviluppare nuove opportunità in questo campo? Tutto sommato non si tratta di un’idea auspicata da un partito piuttosto che da un altro; è ormai chiaro che la promozione delle energie rinnovabili rappresenta un elemento cruciale.

Vorrei affermare, a nome della Presidenza, che è ugualmente importante – Franz Müntefering, Presidente del Consiglio “Occupazione, politica sociale, salute e consumatori” ha tenuto un incontro su questo argomento la scorsa settimana a Norimberga in Baviera – il modo in cui questa Europa può continuare a incorporare la dimensione sociale. Quali sono le sfide da affrontare? Come possiamo dimostrare che l’Europa non rappresenta una minaccia, ma piuttosto una risposta alla sfida della globalizzazione e del problema di mantenere il sistema di sicurezza sociale?

Si tratta di punti molto importanti, che perseguiremo anche nel quadro del G8. Ho già fornito le mie assicurazioni che perseguiamo gli stessi obiettivi, non solo con riferimento al dialogo, alla troika, ma anche a come Commissione, Consiglio e Parlamento devono interagire per mantenere uno stretto contatto nel perseguire gli stessi obiettivi.

 
  
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  Joaquín Almunia, Membro della Commissione.(ES) Innanzi tutto desidero ringraziare nuovamente i due relatori e tutti coloro che hanno contribuito alla stesura di queste relazioni e alla discussione di questo pomeriggio – che a mio parere è stata estremamente illuminante – sulla situazione attuale e sulle sfide che dobbiamo affrontare.

La situazione – per utilizzare un’espressione castigliana, ma credo che esistano espressioni simili anche nelle poche lingue che conosco di altri paesi dell’Unione – si può definire ottimisticamente una “bottiglia mezza piena” oppure, se non in termini pessimistici, almeno tali da mettere l’accento su quello che resta ancora da fare, come una “bottiglia mezza vuota”.

All’inizio della discussione, qualcuno di voi mi ha chiesto “La crescita attuale è ciclica o presenta delle componenti strutturali?” e “Il miglioramento del tasso di occupazione è solo temporaneo, finché dura l’espansione economica, o è vero che stiamo migliorando l’interazione tra efficienza economica, maggiore occupazione e maggiore coesione sociale?” Credo che si tratti di una combinazione dei due elementi.

A mio parere, le riforme strutturali introdotte negli ultimi anni, unitamente alla disciplina di bilancio e alle politiche macroeconomiche, nonché la combinazione di politiche macroeconomiche attuate dal varo della terza fase dell’Unione economica e monetaria cominciano a dare i loro risultati. Secondo me, è giusto che i cittadini europei siano consapevoli che stiamo cominciando a raccogliere i frutti, che la crescita economica vicina al 3 per cento, i due milioni di posti di lavoro creati lo scorso anno, i dodici milioni di posti di lavoro creati nella zona euro dal 1° gennaio 1999, gli ottimi risultati economici nella stragrande maggioranza dei nuovi Stati membri, la maggiore fiducia dei consumatori e l’aumento degli investimenti sono collegati agli sforzi e alle decisioni degli ultimi anni. Non è solo un caso. Altrimenti, come potremmo aspettarci che i cittadini credano in noi e ci sostengano quando diciamo “Sentite, dobbiamo continuare in questa direzione?”

Dobbiamo continuare a migliorare il funzionamento dei mercati di prodotti, beni e servizi. Dobbiamo procedere con l’integrazione dei sistemi finanziari europei. Dobbiamo continuare a migliorare la qualità della legislazione, al fine di creare un contesto favorevole per le piccole e medie imprese, affinché possano competere senza oneri amministrativi, senza una serie di ostacoli che ne limitano i progressi. Occorre che forniamo argomenti validi per poter chiedere ai lavoratori di consentirci di continuare a migliorare il funzionamento del mercato del lavoro. Solo facendo questi sforzi saremo veramente in grado di offrire posti di lavoro di qualità, un futuro per le nuove generazioni e una combinazione di politiche ambientali per far fronte al cambiamento climatico e di politiche energetiche intese a migliorare la nostra competitività. Solo in questo modo saremo in grado di offrire tali risultati.

Le riforme della strategia di Lisbona, che devono proseguire, richiedono impegno e responsabilità da parte delle Istituzioni europee e degli Stati membri, delle istituzioni pubbliche e del settore pubblico, nonché dei cittadini e delle aziende del settore privato, ma si devono anche basare su una serie di passi avanti che stiamo già facendo e di cui dobbiamo dare prova.

Non credo, onorevoli parlamentari, che le Istituzioni europee debbano formulare le politiche secondo una visione pessimistica e con l’idea che il futuro sarà peggiore del passato, perché se lo facciamo, se è questo l’unico messaggio trasmesso dalle Istituzioni europee, i cittadini si chiederanno a che cosa serve questa Europa. L’Europa è lo strumento migliore di cui disponiamo nel XXI secolo, come dichiarato fin dall’inizio nella strategia di Lisbona, per rendere il dinamismo economico compatibile con la coesione sociale e la solidarietà per le generazioni future in termini di sostenibilità, con gli anziani, con l’ambiente e con le nuove generazioni.

In conclusione, desidero commentare brevemente due aspetti rilevati nella discussione. In primo luogo, il coordinamento delle politiche economiche. Se ricordo bene, la dichiarazione di Messina, nel 1955 – visto che parliamo delle dichiarazioni di Berlino come se fossero analoghe alla dichiarazione di Messina – affermava l’esigenza di coordinare le politiche economiche, ma a tal fine, onorevole García-Margallo, non c’è bisogno di dare mandato a un umile Commissario di trasformarsi nella prossima Convenzione europea. Occorre invece una discussione approfondita sulla stabilità e sulla convergenza dei programmi, come stanno già facendo la Commissione e il Consiglio ECOFIN. Occorre una discussione approfondita sull’applicazione dei programmi nazionali di riforma e della strategia comunitaria di Lisbona, come intende fare il Consiglio europeo di primavera, e discutere di come formulare una politica energetica comune che sia compatibile con un ambizioso programma ambientale europeo. Occorre procedere con l’integrazione dei servizi finanziari, con il miglioramento del mercato interno che, come qualcuno di voi ha affermato, fornisce ancora all’Europa uno strumento eccellente per affrontare con ottimismo la sfida della globalizzazione. Inoltre – e questo è più un compito dei governi nazionali che delle direttive europee, visto come stanno le cose – occorre migliorare il funzionamento dei mercati del lavoro, combinando flessibilità e sicurezza, perché se non c’è sicurezza per i lavoratori non ci sarà flessibilità nell’occupazione, e se non c’è flessibilità nelle aziende non ci saranno neanche posti di lavoro.

Onorevoli parlamentari, a mio parere è questo il messaggio che emerge dalla discussione, sul quale la Commissione concorda appieno.

 
  
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  Presidente. – Grazie, Commissario. La discussione congiunta su queste due relazioni è chiusa.

La votazione si svolgerà domani, alle 12.00.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Gábor Harangozó (PSE), per iscritto.(EN) Nel quadro dei recenti sviluppi socioeconomici nell’Unione, e benché le cifre della disoccupazione sembrino in calo, occorre comunque dedicare un’attenzione reale e profonda alla coesione sociale nell’Unione nel suo complesso. In effetti, nonostante l’aumento del tasso di occupazione, la povertà è ancora in crescita nella zona euro e parte dei nuovi posti di lavoro purtroppo sono di natura precaria. Un’occupazione sicura e di qualità dovrebbe andare di pari passo con la crescita economica grazie alla realizzazione degli obiettivi della strategia di Lisbona. Alla luce delle crescenti disparità tra i tassi di crescita degli Stati membri e dei tassi di crescita relativamente bassi di alcuni grandi Stati membri, occorrono sforzi significativi per consentire all’Unione di affrontare le nuove sfide dell’invecchiamento demografico e della crescente concorrenza derivante dalla globalizzazione.

La relazione Bullmann, concentrandosi sul ruolo delle PMI e su ricerca e sviluppo, ambiente e settore energetico, mira chiaramente a promuovere una maggiore coerenza nei processi di definizione delle politiche e nella governance economica dell’Unione, nel tentativo di promuovere un mercato europeo del lavoro che sia veramente efficace e inclusivo. Sostengo pertanto la linea adottata dal relatore.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. WALLIS
Vicepresidente

 
Ultimo aggiornamento: 18 aprile 2007Avviso legale