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Procedura : 2007/2518(RSP)
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Testi presentati :

B6-0066/2007

Discussioni :

PV 15/02/2007 - 10.1
CRE 15/02/2007 - 10.1

Votazioni :

PV 15/02/2007 - 11.1

Testi approvati :

P6_TA(2007)0055

Discussioni
Giovedì 15 febbraio 2007 - Strasburgo Edizione GU

10.1. Dialogo tra il governo cinese e gli inviati del Dalai Lama (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su sei proposte di risoluzione sul dialogo tra il governo cinese e gli inviati del Dalai Lama(1).

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), autore. – (NL) Signor Presidente, non è positivo che tutto il mondo abbia accettato tanto a lungo che la Cina consideri il Tibet parte integrante del proprio territorio. I tibetani conservano la propria cultura in condizioni di vita inospitali, nell’isolamento delle alte vette dei loro monti. A lungo la Cina non ha saputo resistere alla tentazione di considerare tale regione una riserva in grado di assorbire parte della propria numerosissima popolazione.

Questo è un problema non solo per i tibetani, ma anche per gli abitanti della vicina e più facilmente accessibile regione dello Xinjiang, in cui vivono gli uighur, un popolo legato alle popolazioni di lingua turca, come i kazaki, i kirghizi e gli uzbeki. Essi temono di diventare una minoranza nelle loro stesse terre e di perdere in questo modo tutto ciò che hanno di caro. Oltretutto non dovremmo certamente idealizzare le condizioni di vita tradizionali di tibetani e uighur: sebbene siano necessari cambiamenti radicali, tali cambiamenti non devono essere imposti dall’esterno o, peggio ancora, servire interessi provenienti dall’esterno.

Poiché la Cina è il paese più popoloso del mondo ed è anche una potenza economica emergente, è estremamente improbabile che al Tibet sia concessa la possibilità di diventare uno Stato indipendente. Questo fa sì che, a cinquant’anni dall’apice del conflitto, l’importanza di una riconciliazione sia ancora più importante, in modo da permettere ai tibetani di mantenere i tratti fondamentali della propria individualità all’interno del territorio cinese e da non rischiare più di diventare vittime di una violenza di Stato. Al giorno d’oggi, l’ideologia progressista che è in auge in Cina da circa 60 anni è incentrata essenzialmente sulla crescita economica. Sebbene questo fatto presenti aspetti negativi, esso offre anche maggiore spazio alla tolleranza e al riconoscimento della diversità di quanto non fosse possibile nel passato. Un dialogo sull’individualità culturale e su un governo autonomo all’interno del territorio della Cina potrebbe dare un risultato positivo. Il mio gruppo è favorevole a tutto ciò che può contribuire a questo dialogo e al raggiungimento di soluzioni pacifiche.

 
  
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  Marco Cappato (ALDE), autore. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo semplicemente per unirmi, a nome del Gruppo dei Liberali e Democratici europei, alla richiesta, rivolta innanzitutto al regime cinese, di riprendere il dialogo, una richiesta – non dimentichiamolo – rivolta anche alle nostre Istituzioni europee.

Come Parlamento europeo, già in passato avevamo avanzato la proposta di designare un rappresentante speciale proprio per la questione del Tibet ma sappiamo che la proposta non ha trovato finora una realizzazione concreta. A mio avviso, si tratterebbe di un contributo utile e tangibile. Esistono parallelamente anche altri strumenti, come ad esempio una dichiarazione da parte della Presidenza dell’Unione europea.

Mi auguro che la discussione e il confronto non si limitino a un mero invito al regime cinese, giacché la richiesta in questione riguarda anche direttamente e ai massimi livelli le Istituzioni dell’Unione europea. Non dobbiamo avere paura di questo.

Questo Parlamento ha dimostrato di non essere utopistico nel sostenere l’importanza dei rapporti politici e commerciali con il regime cinese. Nessuno vuole negare in questa sede la reale importanza di tali rapporti: ma non bisogna neppure fare l’errore opposto, cioè “inquinare” una linea di condotta che gode chiaramente di notevole popolarità, non già in seno alle istituzioni, ma tra la gente. La questione tibetana e il sostegno al dialogo sono questioni che godono del sostegno dei popoli europei.

Per tale ragione, sull’attuale discussione, sull’attenzione ai diritti umani e alla ripresa del dialogo, non deve influire un’eccessiva timidezza riconducibile ad altre motivazioni.

 
  
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  Eva Lichtenberger (Verts/ALE), autore.(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei ringraziare tutti i presenti per aver preso parte a questa discussione sul Tibet, soprattutto ora che siamo giunti ad un punto importante, che vede finalmente a portata di mano una soluzione per risolvere un problema che per decenni ha continuato a covare sotto la cenere. Ciò sarà possibile, tuttavia, esclusivamente se anche il governo cinese smetterà di sollevare determinate questioni pretestuose. E’ inaccettabile, ad esempio, porre l’accento sulla questione storica: si tratterebbe infatti di stabilire se il Tibet sia o non sia mai stato parte del territorio cinese, ma è del tutto sbagliato porre la questione in questi termini. Dovremmo piuttosto volgere lo sguardo al futuro.

Dobbiamo continuare a ribadire che il Dalai Lama e i tibetani stessi stanno lottando – e non solo sulla carta – per l’autonomia, per ottenere libertà culturale e religiosa e accesso all’istruzione, ma non stanno mettendo in discussione la “One China policy”. Non dobbiamo stancarci di ricordarlo, anche se le sollecitazioni da parte dell’ambasciata cinese che molti dei colleghi avranno sicuramente ricevuto in questi ultimi giorni descrivono una realtà alquanto diversa. Posso affermare che noi sappiamo come stanno le cose. Necessitiamo di un dialogo e lo vogliamo. L’Europa deve sostenerlo e su questo punto concordo appieno con l’oratore che mi ha preceduto. L’Europa deve incentrare questo dialogo su un obiettivo ben più preciso e lo deve fare a livello ufficiale.

 
  
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  Alexandra Dobolyi (PSE), autore. – (EN) Signor Presidente, il dialogo tra il governo cinese e gli inviati del Dalai Lama dev’essere accolto con estremo favore e deve continuare a ricevere la nostra approvazione e il nostro sostegno. Solo attraverso un dialogo lungimirante sarà possibile trovare soluzioni pragmatiche che rispondano alle aspirazioni del popolo tibetano da un lato e rispettino la sovranità e l’integrità territoriale della Cina dall’altro. Teniamo sempre a mente che la “One China policy” costituisce una posizione di lunga data dell’Unione europea.

Il nostro sostegno non può essere negato, ma dovremmo anche assicurarci che diventi pratico. Potremmo offrirlo nel contesto del nuovo accordo di partenariato e di cooperazione tra l’Unione e la Cina. Personalmente non appoggio l’idea di un rappresentante speciale per il Tibet, perché siamo già in possesso di mezzi sufficienti per favorire tale dialogo.

La Cina ha un ruolo estremamente positivo da svolgere nelle questioni mondiali: essa, ad esempio, ha portato un contributo vitale per la buona riuscita dei dialoghi a sei che solo ieri si sono tenuti in Corea del Nord. Possiamo portare questo esempio a modello e trarne una lezione: se la Cina può portare un contributo positivo attraverso il dialogo strutturato per raggiungere la pace e la stabilità in una data area, allora possiamo impegnare questo paese anche in un dialogo che aiuti a creare un clima di fiducia atto a trovare una soluzione pragmatica nella questione relativa al Tibet.

 
  
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  Marek Aleksander Czarnecki (UEN), autore. – (PL) Signor Presidente, il 26 ottobre 2006 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che condannava l’uso di armi da fuoco contro donne e bambini inermi sul passo di Nangpa. Abbiamo chiesto altresì che i responsabili di questo crimine fossero puniti. L’incidente in questione aveva suscitato lo sgomento del mondo intero, ma invano, in quanto la situazione della regione rimane invariata. E’ vero che non ci è giunta notizia di nuovi e brutali assassini, ma ciò non significa che la situazione sia migliorata.

Mi sembra che, nei tre mesi trascorsi dalla nostra ultima discussione sull’argomento, poco sia cambiato in questo conflitto che perdura da anni. Dobbiamo essere coerenti, tuttavia, e tenere bene a mente i diritti dei sei milioni di persone coinvolte nei problemi di questa regione in cui i diritti umani vengono costantemente violati, anche nel XXI secolo. A mio avviso, questo problema dovrebbe costituire una priorità per il nuovo Presidente del Parlamento europeo e di conseguenza, onorevoli colleghi, per tutti noi.

 
  
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  Thomas Mann (PPE-DE), autore. – (DE) Signor Presidente, a che valgono i dialoghi bilaterali se non producono risultati tangibili? Mascherano forse un’incapacità di agire o contribuiscono per lo meno a far aumentare la propria autostima? Il Parlamento chiede giustamente la ripresa del dialogo, interrotto un anno fa, tra gli inviati del Dalai Lama e il governo cinese. L’ordine del giorno dovrebbe includere altresì l’eliminazione delle rappresaglie, la fine della violazione dei diritti umani e l’attuazione di misure tangibili per garantire alla popolazione tibetana l’autonomia culturale e religiosa.

Il dialogo è iniziato nel settembre del 2002. La Cina lo blocca da 12 mesi e le ragioni sono sempre le stesse, ovvero che vanno rispettate le condizioni preliminari, che il Dalai Lama non è interessato al miglioramento dei rapporti e che lotta per l’indipendenza del Tibet. Questo non è vero. Da anni il Dalai Lama dimostra interesse non per uno Stato indipendente, ma per l’autonomia del Tibet. Ci sono ottimi esempi di questo status giuridico anche in seno all’Unione europea. Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei sostiene quattro punti, come la quasi totalità degli altri gruppi di quest’Aula. Anzitutto, è necessario nominare un rappresentante speciale dell’UE per il Tibet; non basta che tale questione sia relegata a qualche scampolo del dialogo UE-Cina. Secondariamente, vogliamo che la Commissione faccia del Tibet una parte integrante dell’accordo quadro di cooperazione e partenariato UE-Cina; chiediamo che la Commissione informi il Parlamento sull’andamento della situazione. In terzo luogo, il Consiglio dovrebbe includere nella sua relazione annuale informazioni sull’evoluzione del dialogo Cina-Tibet. Infine, l’Unione dovrebbe elaborare strategie comuni assieme ai propri partner mondiali, Stati Uniti in primis.

Auspico vivamente che i rappresentanti della Repubblica popolare cinese capiscano che, come hanno appena detto i colleghi che mi hanno preceduto, la comunità internazionale desidera che la Cina riprenda finalmente il dialogo con i tibetani. Dopo tutto, i rappresentanti cinesi sono particolarmente interessati ad avere una buona stampa nel periodo che precede i Giochi olimpici di Pechino 2008.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė, a nome del gruppo PPE-DE.(LT) Ritengo che la discussione odierna sul dialogo tra il governo cinese e gli inviati del Dalai Lama sia particolarmente importante per varie ragioni, prima tra tutte perché il 17 gennaio di quest’anno, a Pechino, sono ufficialmente iniziati i negoziati per un nuovo accordo di cooperazione e partenariato UE-Cina. Più volte abbiamo espresso il nostro sostegno all’impegno del governo della Repubblica popolare cinese e del Dalai Lama per risolvere la questione del Tibet tramite il dialogo.

Ritengo che il Parlamento europeo, che in passato ha adottato più di una risoluzione sul Tibet, sulla situazione relativa ai diritti umani nella Repubblica popolare cinese ed anche sul dialogo tra il governo di quest’ultima e gli inviati del Dalai Lama, debba invitare il Consiglio, la Commissione e gli Stati membri a sostenere attivamente la promozione del dialogo nonché, in assenza di risultati tangibili su questioni sostanziali e in consultazione con entrambe le parti, a valutare quale ulteriore ruolo possa svolgere l’Unione europea al fine di agevolare una soluzione negoziata per il Tibet, anche attraverso la nomina di un rappresentante speciale dell’UE per il Tibet.

Sostengo anche, come espresso nella risoluzione in esame, l’invito rivolto alla Commissione e al Segretario generale del Consiglio a includere nella relazione annuale della PESC al Parlamento informazioni sull’evoluzione del dialogo tra il governo della Repubblica popolare cinese e gli inviati del Dalai Lama nel 2007 e successivamente.

Credo che la Germania, che attualmente detiene la Presidenza del Consiglio, dovrebbe adottare una dichiarazione che indichi le modalità con cui l’UE potrebbe agevolare i progressi verso una soluzione pacifica e negoziata per il Tibet.

Per concludere, vorrei ringraziare l’onorevole Thomas Mann e gli altri colleghi che hanno proposto la risoluzione che oggi stiamo esaminando.

(Applausi)

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg, a nome del gruppo PSE. – (PL) Signor Presidente, la questione dello status del Tibet viene sollevata più volte l’anno in seno al Parlamento europeo. Finora le risoluzioni che abbiamo adottato non hanno portato a risultati tangibili. Altrettanto, purtroppo, possiamo dire dei colloqui che fin dal 2002 si sono tenuti tra tibetani e governo cinese.

Il problema del Tibet rimane irrisolto. Nel frattempo, più di 1 200 000 su sei milioni di tibetani hanno perso la vita durante l’occupazione cinese, iniziata nel 1951. Ogni anno circa 3 000 abitanti di questa regione abbandonano le loro terre, per la maggior parte giovani e bambini, in quanto possono ottenere un’istruzione tibetana solo all’estero. Il popolo tibetano è vittima di discriminazione in ogni aspetto della vita sociale, dall’istruzione, all’assistenza sociale, al lavoro, alle condizioni di vita e alla religione.

Dobbiamo agire in modo solidale ed esercitare pressioni sul governo cinese affinché il dialogo sia ripreso il prima possibile e la questione relativa allo status del Tibet regolata. La Commissione europea dovrebbe sollevare la questione dei colloqui con il Dalai Lama nel corso dei negoziati sul nuovo accordo quadro di cooperazione e partenariato UE-Cina. Il Consiglio, invece, dovrebbe definire il ruolo dell’Unione europea nella soluzione della questione del Tibet, in quanto i risultati dei negoziati tra Cina e Tibet dovrebbero trovare spazio nella relazione annuale del Consiglio al Parlamento sull’attuazione della PESC.

 
  
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  Marios Matsakis, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, il problema del Tibet ci accompagna da molti anni e, com’è già stato detto, in passato quest’Assemblea ha più volte trattato i vari aspetti della questione.

Essenzialmente, il succo della disputa tra il popolo tibetano e la Cina è stato il desiderio di autodeterminazione dei tibetani e la paura del governo cinese che ciò potesse scatenare un effetto domino che avrebbe portato alla frammentazione della Cina.

Problemi di questo tipo sono stati effettivamente la causa più comune di contrasti in tutto il mondo, ma la storia ha dimostrato che il modo migliore di risolvere simili questioni, e anche di gran lunga il più efficace, è un dialogo pacifico ed aperto, il cui prerequisito di base è la determinazione di tutte le parti coinvolte a trovare una soluzione sostenibile. L’alternativa, ossia lo scontro ed uno spargimento di sangue infiniti, generalmente non porta in nessun luogo e, nella maggior parte dei casi, nuoce ad entrambe le parti.

Memori di ciò, auspichiamo un impegno da parte del governo cinese soprattutto e del Dalai Lama a risolvere la questione del Tibet tramite un processo di dialogo e ci auguriamo che tale processo, se portato avanti, porti alla definitiva soluzione del problema tibetano.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda, a nome del gruppo Verts/ALE.(ES) Nonostante il fatto che dal 2002 ci siano state ben cinque tornate negoziali tra il governo della Repubblica popolare cinese e gli inviati del Dalai Lama, è più che evidente che esistono differenze di fondo che rendono difficile il raggiungimento di un accordo definitivo che risolva la questione del Tibet in maniera soddisfacente per ambo le parti, e che sia al contempo giusto e corretto, in particolar modo verso la popolazione tibetana.

Nondimeno, sono tra coloro che ritengono che non sia possibile paragonare la responsabilità delle due parti per non aver ancora raggiunto un accordo.

Il Dalai Lama, in qualità di leader spirituale del popolo tibetano, ha dimostrato in più occasioni il suo desiderio di dialogo e di trovare un accordo. Ha persino rinunciato a richiedere l’indipendenza totale in favore di una vera autonomia che garantisca il rispetto dell’identità etnica, linguistica, culturale e religiosa del Tibet.

A tale proposito, credo che sia il governo cinese a dover dimostrare maggiormente la propria buona volontà e accettare finalmente di riprendere il dialogo allo scopo di raggiungere un accordo finale positivo.

Invito pertanto il Consiglio, la Commissione e gli Stati membri a sostenere in ogni modo la promozione di un nuovo ciclo di dialoghi tra Cina e Tibet. Credo inoltre, come altri colleghi, che sia essenziale cogliere l’occasione dei negoziati relativi all’accordo quadro di cooperazione e partenariato UE-Cina, iniziati il 17 gennaio, per esprimere l’impegno dell’Unione a favore del dialogo e di una soluzione giusta e sostenibile alla questione tibetana.

 
  
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  Koenraad Dillen, a nome del gruppo ITS. – (NL) Signor Presidente, capita spesso, in tema di diritti umani, che alla Cina vengano applicati metri e misure diversi da quelli applicati a paesi in cui le prospettive di ottenere contratti lucrosi sono alquanto improbabili. E’ un vero peccato che la regola, in queste situazioni, sembri essere erst das Fressen und dann die Moral, cioè anteponiamo senza remore la soddisfazione di beni materiali alla morale.

Quando leggo le risoluzioni in materia che riflettono non solo le posizioni dei vari gruppi in merito a quest’argomento, ma anche l’atteggiamento ufficiale dell’Europa, io, in quanto fiammingo, nutro qualche riserva.

Politici che fino a ieri discutevano della relazione Fava impugnando il diritto internazionale e insistendo sui diritti umani, com’era giusto che facessero, ora improvvisamente parlano della necessità di rispettare la sovranità della Cina, senza proferir parola sull’occupazione illegale e la successiva annessione del Tibet, sulla massiccia violazione dei diritti umani, sulla crescente esclusione dei tibetani dal proprio governo locale o sul programma Namdrang Rangdrik, avviato nel 2005, che costringe i tibetani a distruggere le loro case e poi ricostruirle in base a rigide linee guida ufficiali.

La linea ipocrita che viene attualmente adottata è che è necessario trovare una soluzione per il futuro del Tibet accettabile per ambo le parti. Dire una cosa simile significa mettere la vittima e il carnefice sullo stesso piano nelle trattative. E’ diventato per l’ennesima volta evidente da che parte stia l’Unione europea quando, nel novembre 2005, il Presidente cinese, Hu Jintao, è stato accolto in pompa magna in tutta Europa, sebbene in realtà fosse stato lui ad aver perpetrato gravi violazioni dei diritti umani quand’era segretario del partito comunista tibetano dal dicembre 1988 al marzo 1992.

La questione del Tibet dimostra ancora una volta che la retorica europea fin troppo spesso non porta a nulla se non ad ammantare di morale una realtà in cui la sola cosa che conti sono gli interessi economici. Dobbiamo continuare ad avere il coraggio di denunciare la codardia e l’ipocrisia di quest’Europa mercantile che sceglie di schierarsi con gli oppressori a scapito degli innocenti.

 
  
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  Ján Figeľ, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, la ringrazio per il suo forte impegno nel campo dei diritti umani. Confido che gli onorevoli deputati abbiano constatato la medesima linea di condotta in tema di diritti umani fondamentali e valori universali nelle recenti comunicazioni della Commissione e nelle conclusioni del Consiglio relative alla Cina. Questo riflette il fatto che tali questioni sono e rimangono un’importante priorità dell’Unione europea in tutti i nostri rapporti con quella nazione.

Condividiamo la preoccupazione espressa nella risoluzione comune relativamente alla situazione dei diritti umani in Tibet e, soprattutto, alla conservazione dell’identità culturale, religiosa e linguistica del popolo tibetano. Tale questione è stata regolarmente affrontata dall’Unione europea nel quadro dei colloqui bilaterali sui diritti umani nonché ai massimi livelli politici, come in occasione dei vertici bilaterali e delle discussioni a livello di alti funzionari. Anche il predecessore dell’attuale Presidente del Parlamento, l’onorevole Borrell, aveva sollevato la questione in occasione della sua visita ufficiale in Cina, l’anno scorso.

Per quanto concerne la sparatoria menzionata dall’onorevole Czarnecki, desidero informarvi che tali accadimenti sono stati affrontati ufficialmente dall’Unione europea in occasione dell’ultima sessione del dialogo UE-Cina sui diritti umani che si è tenuta a Pechino nell’ottobre 2006 e nel seguito che è stato dato nel mese di dicembre. In entrambe le occasioni, l’Unione ha invitato le autorità cinesi ad effettuare un’indagine approfondita dell’incidente e rifiutato le motivazioni avanzate, secondo cui la polizia ha sparato per autodifesa. Seguiremo tale grave situazione molto attentamente. Concordo con l’onorevole Matsakis che gli spargimenti di sangue non portano da nessuna parte.

La Commissione ha tenuto costantemente informata quest’Assemblea circa la politica generale relativa al Tibet e continuerà a farlo. Come ha sottolineato il Commissario Fischer Boel in questa stessa Aula nell’ottobre 2006, l’Unione è dell’avviso che stabilire un dialogo diretto tra il Dalai Lama e le autorità cinesi sia il solo modo realistico di ottenere una soluzione pacifica e sostenibile della questione del Tibet, che auspicabilmente porterà al riconoscimento di una reale autonomia della regione tibetana. Abbiamo pertanto seguito con estrema attenzione e soddisfazione le cinque tornate negoziali che hanno avuto luogo finora tra il governo cinese e gli inviati del Dalai Lama. A tale proposito, funzionari dell’Unione sono in regolare contatto con i due inviati, con i quali l’ultimo incontro risale al novembre 2006. Anche in quest’Aula vi sono opinioni contrastanti sulla questione della nomina di un rappresentante speciale e noi della Commissione abbiamo i nostri dubbi sulla validità di una simile nomina, perché a un rappresentante di questo tipo verrebbe probabilmente impedito di avere un’influenza concreta sul campo o di svolgere un ruolo significativo in questo dialogo. E’ necessario che le due parti continuino ad approfondire il dialogo.

Concordiamo con gli onorevoli deputati che questo dialogo dovrebbe essere regolare e concreto e che entrambe le parti dovrebbero evitare di fare qualunque passo che possa compromettere la creazione di un clima di fiducia. Prendiamo nota che la parte tibetana è pronta ad una rapida ripresa dei colloqui e auspichiamo che la controparte cinese desideri fare lo stesso. L’Unione europea farà tutto il possibile per sottolineare a entrambe le parti l’importanza di questo dialogo, in ogni occasione possibile.

Voglio altresì esprimere la mia gratitudine per l’attenzione prestata all’argomento e per il vostro sostegno, in particolar modo ora, attraverso questa risoluzione, perché un simile sostegno è di grande aiuto nel processo in corso.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà al termine della discussione.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE), per iscritto.(FI) Signor Presidente, desidero anzitutto esprimere la mia gratitudine per questa proposta di risoluzione comune. Ritengo sia sana, imparziale e rilevante. E’ necessario trovare soluzioni costruttive a questa problematica tibetana, che perdura da anni.

La proposta di risoluzione è imperniata sulla ricerca di una soluzione alla questione del Tibet che sia compatibile con il diritto della Cina all’autodeterminazione e che al contempo rispetti i diritti del popolo tibetano. Credo che questo sia il giusto modo di affrontare la cosa. C’è bisogno di un processo pacifico che riconosca ai cittadini tibetani il diritto alla loro cultura e alla loro religione. Come cittadini europei e del mondo, abbiamo il dovere di assicurare che i diritti fondamentali delle persone vengano applicati in tutto il mondo. A tale proposito è auspicabile che i diritti culturali e religiosi delle persone non subiscano restrizioni neppure in Tibet. Ci auguriamo che sia possibile stabilire un dialogo corretto tra Tibet e Cina, in grado di portare a una soluzione accettabile per ambo le parti.

Spero che troveremo una soluzione pratica che rispetti l’inviolabilità del territorio cinese, ma che al contempo risponda alle aspirazioni del popolo tibetano. Non so se questo sia chiedere troppo, ma noi dell’Unione europea dobbiamo lavorare sodo al fine di stabilire tale pacifica coesistenza.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, ho chiesto di intervenire per una questione di procedura. Poiché abbiamo più volte lamentato l’assenza del Consiglio nelle nostre discussioni sui diritti umani del giovedì pomeriggio, vorrei far notare che oggi la Presidenza tedesca è rappresentata dal suo portavoce per i diritti umani, il signor Nooke, che a suo tempo è stato un attivista per i diritti umani nell’ex Repubblica democratica di Germania. Si tratta di un fatto sensazionale che ci fa molto piacere, e sarei davvero lieto se, durante il trilogo, potessimo far pressioni per assicurarci che questa diventasse una tradizione su cui fare affidamento, ovvero che la presenza del Consiglio – il signor Nooke è qui in qualità di osservatore, oggi – diventi un appuntamento fisso nelle prossime discussioni sui diritti umani del giovedì pomeriggio. Ad ogni buon conto, signor Nooke, la ringrazio molto per essersi unito a noi quest’oggi.

(Applausi)

 
  
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  Marios Matsakis (ALDE).(EN) Signor Presidente, l’intervento dell’onorevole Posselt non era una questione di procedura, ma concordiamo pienamente con lui.

 
  

(1) Cfr. Processo verbale.

Ultimo aggiornamento: 18 aprile 2007Avviso legale