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Procedura : 2006/2008(INI)
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Testi presentati :

A6-0053/2007

Discussioni :

PV 12/03/2007 - 20
CRE 12/03/2007 - 20
PV 14/11/2007 - 16
CRE 14/11/2007 - 16

Votazioni :

PV 13/03/2007 - 8.7
CRE 13/03/2007 - 8.7
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2007)0064

Discussioni
Martedì 13 marzo 2007 - Strasburgo Edizione GU

9. Dichiarazioni di voto
PV
  

– Relazione Parish (A6-0038/2007)

 
  
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  Lena Ek, Olle Schmidt e Lars Wohlin (PPE-DE), per iscritto. – (SV) Gli abbuoni di interesse ideati per controbilanciare i relativi oneri che incombono sugli Stati membri per l’acquisto di prodotti agricoli comunitari costituiscono uno dei tanti svantaggi della politica agricola dell’Unione, politica che va trasformata radicalmente. Per amor di coerenza, tuttavia, occorrerebbe che si accettasse, quando si tratta di nuovi Stati membri, la possibile applicazione di una qualche compensazione d’interessi per evitare il deflagrare della disoccupazione di massa nelle regioni più povere d’Europa.

La relazione riguarda l’estensione per un regolamento che esiste dal 2004 e che indennizza quei nuovi Stati membri i cui interessi eccedono nettamente la media comunitaria. Il costo di un’estensione è pari a circa 10 milioni di euro all’anno. Si è proposto di finanziarla con i risparmi afferenti ad altre voci di bilancio affinché non si verificassero ulteriori aumenti nell’ambito del bilancio complessivo. Inoltre la Commissione considera tale estensione parte di un pacchetto in cui si propone anche l’abolizione dei sussidi per la coltivazione del mais – un provvedimento che comporterebbe un risparmio significativo di circa 35 milioni di euro nel 2008 (con un risparmio complessivo, secondo la Commissione, di 617,8 milioni di euro per il periodo 2008-2014).

Nel lungo termine, un voto negativo rischierebbe non solo di sortire un effetto dannoso per i nuovi Stati membri, ma anche di mettere in forse il risparmio di poco superiore ai 600 milioni di euro proposto dalla Commissione. Pertanto ho deciso, malgrado tutto, di votare a favore della relazione.

 
  
  

– Relazione Lewandowski (A6-0056/2007)

 
  
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  Andreas Mölzer (ITS). – (DE) Signor Presidente, benché sia molto difficile esprimere una dichiarazione di voto con tutto questo chiasso, vorrei dire che mi sono astenuto dal voto perché reputo questo stato di cose insoddisfacente. La Germania e numerosi deficitari di lungo corso recalcitranti avranno anche intrapreso la via del recupero, ma non ritengo che questa sia un’occasione per gioire, e ancor meno se si considera che questi paesi, mentre beneficiano della crescita economica sorprendentemente forte, pensano nondimeno di sfilare ancora più soldi dalle tasche dei consumatori. Per questo mi sono astenuto dal voto.

 
  
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  Bogusław Liberadzki (PSE), per iscritto. – (PL) Ho votato a favore dell’adozione della relazione sulla proposta di regolamento del Consiglio che abroga il regolamento (CE) n. 2040/2000 riguardante la disciplina di bilancio [COM(2006)0448 – C6-0277/2006 – 2006/0151(CNS)].

L’onorevole Lewandowski ha presentato una buona relazione. Il regolamento n. 2040/2000 del Consiglio del 26 settembre 2000 è divenuto superfluo in seguito all’applicazione del regolamento (CE) n. 1290/2005 del Consiglio e del nuovo meccanismo per la riserva relativa alle garanzie di prestito per il periodo 2007-2013.

L’abrogazione di questo regolamento migliorerà la qualità della legislazione comunitaria. Eliminando disposizioni superate si aumenterà in misura significativa la trasparenza delle nostre normative, semplificandone l’applicazione.

 
  
  

– Relazione Klinz (A6-0027/2007)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La proposta di modifica di diverse direttive per quanto riguarda le regole procedurali e i criteri per la valutazione prudenziale di acquisizioni ha come obiettivo principale quello di promuovere le fusioni e le acquisizioni (F[amp]A) transfrontaliere nel settore bancario e finanziario. In altre parole, intende promuovere la concentrazione e l’accentramento del capitale a livello europeo, migliorando la capacità di penetrazione del capitale straniero e l’integrazione dei mercati finanziari. Pertanto la valutazione prudenziale è vista come un ostacolo alle fusioni e alle acquisizioni transfrontaliere, secondo uno studio della Commissione presentato nel novembre 2005 sulle barriere al consolidamento del settore finanziario nel mercato interno.

Oltre a prevedere la massima armonizzazione, la proposta, tra gli altri dettagli tecnici, contempla la riduzione dei tempi – dagli attuali 65 giorni a 30 – della valutazione prudenziale da parte delle autorità nazionali competenti e di supervisione bancaria. La proposta di compromesso aumenta il periodo proposto dalla Commissione, ma ammette comunque la riduzione del termine attuale. Pertanto abbiamo votato contro.

 
  
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  Peter Skinner (PSE), per iscritto. – (EN) L’unanimità espressa dai membri della commissione, i quali hanno esaminato attivamente la relazione, sottolinea le preoccupazioni degli azionisti. Le partecipazioni istituzionali dei gestori dei fondi che hanno cercato di restituire diritti ai possessori di quelle azioni si sono rivelate fondamentali per il successo e l’equilibrio della relazione. Analogamente, il livello delle comunicazioni e la corretta tempistica hanno rinnovato il legame tra azionisti e consigli di amministrazione, permettendo di formulare domande senza l’”effetto disturbo” che potrebbe mettere in forse una gestione efficace delle assemblee degli azionisti.

 
  
  

– Relazione Howitt (A6-0471/2006)

 
  
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  Andreas Mölzer (ITS). – (DE) Signor Presidente, vorrei spiegare perché ho votato contro la relazione Howitt. Con la dicitura “responsabilità sociale delle imprese” si tenta di obbligare la gente a fare ciò che le piccole e medie imprese in Europa hanno sempre fatto comunque, perché la responsabilità sociale è una delle principali caratteristiche delle piccole e medie imprese nonché una costante della loro cultura imprenditoriale. La fuorviante politica comunitaria dei sussidi, tuttavia, ha sostenuto per anni e anni grandi gruppi industriali e società per azioni per le quali il lavoratore non rappresenta altro che un elemento che si può sostituire e che lentamente, ma inesorabilmente, hanno spinto le piccole e medie imprese fuori dal mercato. Per questo motivo ho votato contro la relazione.

 
  
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  Philip Bushill-Matthews (PPE-DE), per iscritto. – (EN) La delegazione dei Conservatori britannici, come il PPE-DE, ha votato contro la relazione Howitt in sede di commissione perché è normativa e di carattere oppressivo. Il relatore dei Laburisti britannici ha chiesto ancor più legislazione comunitaria anziché indurre le aziende a scegliere di mettere in atto l’idea da sole.

La relazione, in seguito ai miei emendamenti in plenaria, è stata totalmente modificata. E’ stato appoggiato il carattere volontario proposto dalla Commissione. Il Parlamento ha accettato il fatto che un’Unione sociale non necessita automaticamente di una maggiore regolamentazione comunitaria.

Come avviene sempre più spesso, sono stati i Conservatori britannici a stabilire l’agenda.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La tendenza attuale nella maggior parte dei paesi dell’Unione, con l’aumentare del lavoro precario e mal pagato e lo sfruttamento dei lavoratori immigrati sia da paesi terzi che da paesi della stessa Unione – com’è avvenuto con i lavoratori portoghesi, per esempio nei Paesi Bassi e in Spagna e, adesso, nel Regno Unito –, dimostra che è sempre minore la responsabilità sociale che le imprese si assumono.

Inoltre, le innumerevoli delocalizzazioni operate dalle multinazionali, anche laddove i livelli di produttività sono elevati – solo perché queste aziende vogliono profitti sempre maggiori, dimostrando un’assoluta insensibilità nei confronti delle migliaia di disoccupati che causano –, sono la prova del fatto che le maggiori imprese non si accollano nessuna responsabilità sociale.

E’ sintomatico che siano state respinte le proposte che abbiamo presentato in seduta plenaria, dal momento che sottolineano l’incongruenza tra gli obiettivi attribuiti alla responsabilità sociale delle imprese e le politiche promosse dalla Commissione in materia di occupazione, in particolare la “flessicurezza”, concepita per liberalizzare i licenziamenti senza giusta causa, favorire la proliferazione del lavoro precario e svalorizzare la contrattazione collettiva e l’occupazione con diritti.

Perciò, nonostante le proposte positive che la relazione contiene, in pratica cambierà ben poco finché non ci sarà una volontà politica di cambiamento né una vera revisione della normativa in materia di lavoro e delle norme dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

 
  
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  Bruno Gollnisch (ITS), per iscritto. – (FR) Vedo tre contraddizioni fondamentali in questa relazione sulla responsabilità sociale delle imprese. La prima è la pretesa che questa responsabilità si fondi sulla volontarietà, mentre si richiede di istituire quadri, norme, definizioni, controlli e incentivi tanto diversi e restrittivi da pregiudicare la stessa natura volontaria di questa impostazione.

La seconda è la pretesa d’incoraggiare la responsabilità sociale delle imprese quando tutte le politiche dell’Unione, e specialmente quella della concorrenza, incoraggiano in realtà le imprese alla delocalizzazione, alla ricerca dell’offerta più vantaggiosa in termini di costi dal punto di vista fiscale, sociale, ambientale e retributivo, anche all’interno dell’Unione.

La terza consiste nella volontà di far agire le imprese europee in modo socialmente responsabile, senza mettere davvero in discussione lo sfrenato commercio internazionale e continuando ad aprire i nostri mercati alle importazioni provenienti da paesi che praticano il dumping in tutte le sue forme, il lavoro forzato, il lavoro infantile e quello dei prigionieri politici.

C’è in questo una certa ipocrisia. Anche se lo negate, state scaricando la responsabilità sulle imprese e fate sostenere loro le conseguenze delle vostre politiche, dei vostri insuccessi, delle vostre incapacità e delle vostre frustrazioni.

 
  
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  Carl Lang (ITS), per iscritto. – (FR) La responsabilità sociale delle imprese è un concetto confuso che, malgrado la fantasia degli ultraeuropeisti, non ha niente di originale. Questa trovata non necessaria ha fatto la sua comparsa negli Stati Uniti fin dagli anni ’50. In Francia, il concetto di “imprese socialmente responsabili” ha preso corpo precisamente nel 1975, all’epoca della relazione Sudreau. E, nel 1982, sono stati imposti obiettivi sociali alle imprese del settore concorrenziale pubblico nel tentativo di stupire il popolo e i quadri del socialismo trionfante.

Venticinque anni dopo, la responsabilità sociale delle imprese vorrebbe soltanto umanizzare e regolamentare la globalizzazione. Queste pie illusioni in tempi di disoccupazione e di precarietà sociale su uno sfondo d’instabilità internazionale fanno sembrare la responsabilità sociale un’enorme truffa. E’ chiaro che bisogna smettere di perdere il nostro tempo e il nostro denaro per considerazioni che servono solo a trasmettere messaggi garbati e perbenisti mentre siamo indietro rispetto al resto del mondo.

Siamo innanzi tutto responsabili di noi stessi. Mostriamo rispetto per noi stessi attuando un vasto sistema europeo di preferenza e di tutela comunitaria per le persone, le produzioni e le imprese. Aumentiamo, per esempio, i dazi doganali sulle importazioni di prodotti dai paesi terzi che non siano stati fabbricati nel rispetto delle norme sociali minime europee.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) In un mercato perfetto si terrebbe conto sia dei risultati economici che dell’impatto sociale o ambientale di un’impresa per determinarne il valore e l’immagine pubblica. In un mercato perfetto, i consumatori sceglierebbero i prodotti che, direttamente, sono i migliori per loro e, indirettamente, lo sono anche per i loro altri interessi.

Ovviamente un mercato così non esiste. Pertanto chi segue una linea persistentemente interventista si batterà per una maggiore regolamentazione e nuove disposizioni legislative. Non è questa la via che propugno. Pur rendendomi conto che il mercato non è e non sarà mai perfetto, la mia preferenza va ai suoi meccanismi e alle soluzioni che applicano tali meccanismi. Di conseguenza, ritengo che siano preferibili provvedimenti che promuovano e divulghino le buone pratiche e, soprattutto, che stimolino una cultura del consumatore esigente.

Resta la questione della competitività. L’idea che il profitto, o la semplice redditività economica, siano sempre in contrasto con l’ambiente, l’occupazione e la responsabilità sociale non mi convince. Il profitto non è un male: è una buona cosa se ottenuto conformemente alle norme, segnatamente quelle create nell’ambito del mercato in seguito a una maggiore pressione da parte dei consumatori. Sono le norme che dobbiamo far valere.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. – (NL) Non è affatto ritenuto ovvio, come dovrebbe essere, che le imprese debbano mettere in pratica la responsabilità sociale. Le imprese che si considerano socialmente responsabili hanno l’obbligo, nei confronti della società, di ridurre al minimo gli effetti negativi, sociali e ambientali, delle loro attività. Nel frattempo, poiché molte iniziative hanno rivendicato l’etichetta di “socialmente responsabili”, i consumatori non si concentrano più sull’essenziale e qualsiasi controllo diventa un compito impossibile per i non addetti ai lavori. Inoltre gli effetti del libero mercato e la natura deleteria della ricerca costante dei prezzi più bassi stanno via via diventando una questione di dominio pubblico. In questo settore occorrono norme per rafforzare il controllo dei consumatori e potenziare la struttura portante di una singola impresa benintenzionata. L’Europa può giocare un ruolo pionieristico sul fronte della responsabilità sociale tramite lo sviluppo di una politica che crei e attui criteri garantendo al contempo una concorrenza equa.

Questo è proprio ciò che sta facendo la relazione dell’onorevole Howitt sulla “responsabilità sociale delle imprese: un nuovo partenariato”, relazione che sostiene, inter alia, la comunicazione obbligatoria di informazioni, la responsabilità di filiera e una maggior trasparenza per quanto riguarda i lobbisti. Inoltre sostiene che si deve dare maggiore peso agli effetti socioambientali nelle gare d’appalto pubbliche. Pronunciandosi evidentemente a favore della sostenibilità, la relazione riscuote il mio appoggio incondizionato.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. – (EN) Approvo la relazione d’iniziativa del relatore. L’idea di uno standard europeo per un’etichettatura dei prodotti che riconosca i diritti umani e i diritti dei lavoratori va sostenuta. Oggi ci sono ancora troppe persone nel nostro mondo, molte delle quali sono bambini, che vivono in condizioni di moderna schiavitù. In considerazione del bicentenario dell’abolizione della schiavitù, che sarà celebrato il 25 marzo, dobbiamo fare tutto il possibile per combattere la schiavitù moderna. La responsabilità sociale delle imprese ci soccorre in questa battaglia.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE-DE), per iscritto. – (DE) Il motivo per cui respingo la relazione Howitt risiede nel fatto che la caratteristica pregnante della responsabilità sociale delle imprese è la volontarietà e non il dirigismo. La comunicazione obbligatoria delle informazioni in materia sociale e ambientale va contro la strategia di Lisbona e opera contro la riduzione della burocrazia al punto che non posso condividerla. Siffatto dirigismo intralcia e mette in pericolo soprattutto le piccole e medie imprese, che sono state e continuano a essere la spina dorsale dell’economia tedesca. E’ per la preoccupazione che mi desta questo approccio che respingo risolutamente la relazione.

 
  
  

– Relazione Sartori (A6-0033/2007)

 
  
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  Agnes Schierhuber (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, come tutta la delegazione austriaca del Partito popolare, ho votato a favore della relazione Sartori perché riteniamo – ed è purtroppo triste e deplorevole che si debba continuare a ripeterlo – che le donne siano impossibilitate oggi come in passato a condurre una vita in cui coesistano lavoro, carriera e figli, in altre parole una vita in cui possano decidere autonomamente cosa fare in ogni circostanza. Ci battiamo affinché, a questo proposito, sia data alle donne una volta per tutte la libertà di scegliere, e affinché chi prende le decisioni politiche crei le condizioni per cui le donne possano finalmente farlo, soprattutto per quanto riguarda l’istruzione, la formazione professionale e la parità di compenso a parità di lavoro.

 
  
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  Frank Vanhecke (ITS).(NL) Signor Presidente, per amor di chiarezza vorrei far presente che il mio voto contro la relazione Sartori non dev’essere considerato un rifiuto nei confronti della parità di genere. Questo è un principio che sostengo toto corde e ritengo sia una conquista importante della nostra civiltà europea.

E’ un principio sempre più contrastato nella nostra società a causa della mobilitazione dell’islam in Europa e questa mobilitazione, nonché i suoi effetti sui nostri valori e sulla nostra civiltà, rappresenta certamente un fatto su cui ci sarebbe molto da dire. Purtroppo la relazione non proferisce una parola in merito.

Ciò a cui sono contrario, invece – ed è per questo che ho votato contro – sono le quote e le parità obbligatorie in ogni sorta di istituzione e nel mondo politico. Di fatto ritengo un insulto questa quota obbligatoria per le donne e penso che alle donne non occorra la discriminazione positiva per rivendicare il posto che spetta loro di diritto nella società nel modo e nel momento in cui lo vogliono.

 
  
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  Françoise Castex (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione Sartori relativa alla tabella di marcia per la parità tra uomini e donne (2006–2010).

Benché la parità tra uomini e donne sia un valore proclamato dall’Unione, rimane ancora molta strada da percorrere, per esempio in materia di parità dei salari. A questo proposito sostengo le proposte della relatrice volte a chiedere l’applicazione del principio di parità salariale affinché lo scarto del 15 per cento tra il salario corrisposto a un uomo e quello corrisposto a una donna a parità di lavoro svolto non costituisca più la regola.

Mi compiaccio per l’attuazione di strategie concrete volte a promuovere l’imprenditoria femminile.

Mi rallegro inoltre per la proposta contenuta nella relazione che invita la Commissione ad accelerare il varo di politiche destinate a riconciliare la vita familiare con quella professionale, anche incoraggiando i padri a utilizzare le possibilità di organizzazione dell’orario di lavoro e a collaborare nelle faccende domestiche e familiari.

Mi rallegro anche per le misure a tutela delle donne e dei bambini contro ogni forma di violenza, tra cui la schiavitù, i delitti d’onore, il traffico di esseri umani e la poligamia.

Infine, mi compiaccio per la richiesta rivolta alla Commissione riguardante l’adozione di iniziative concrete per promuovere l’emancipazione e l’integrazione delle donne immigrate.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. – (SV) Poiché riteniamo ovvio che ci debba essere uguaglianza tra uomini e donne, abbiamo votato a favore della tabella di marcia per la parità.

Crediamo anche, tuttavia, che la responsabilità per gran parte delle iniziative adottate per conseguire la parità debba ricadere sui singoli. Poiché le misure che richiedono una normativa rientrano, spesso e volentieri, nella competenza dei singoli Stati membri, abbiamo votato contro un lungo elenco di proposte distinte contenute nella relazione. Non riteniamo che, per esempio, l’Unione debba decidere su questioni come l’assistenza all’infanzia, il congedo per maternità e per paternità o la legislazione sull’aborto negli Stati membri.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Tutte le proposte che abbiamo presentato per chiarire le cause delle discriminazioni che permangono sono state respinte in occasione del voto in plenaria. Vorrei mettere in evidenza le seguenti:

– Insiste sulla necessità di modificare le politiche economiche comunitarie affinché tutte le donne, gli uomini e i bambini possano vivere dignitosamente e senza la minaccia della povertà;

– Sottolinea l’importanza di istituire indicatori comunitari relativi alle strutture di accoglienza per l’infanzia e alle differenze retributive e di altre fonti di reddito tra uomini e donne, per ciascun settore, anche per quanto riguarda le forme atipiche di lavoro e il lavoro a tempo parziale;

– Sottolinea la necessità di impegnarsi per inserire la prospettiva della parità tra uomini e donne negli orientamenti economici, incluso il processo di adesione, al fine di prevenire gli eventuali effetti negativi sulla parità di genere innescati dai processi di privatizzazione, liberalizzazione e tagli delle spese pubbliche nei settori sociali, e riaffermare che sono essenziali servizi pubblici di qualità, sollecitando il potenziamento degli stanziamenti di bilancio nei settori sociali in modo da prevenire l’esclusione sociale e combattere la tratta di donne;

– Teme che le politiche incentrate sull’aumento della competitività dell’Unione possano pregiudicare gli interessi delle donne in altre regioni del mondo.

Da qui la nostra decisione di astenerci.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La parità di genere e la vulnerabilità delle donne, sia nella vita privata che nella vita sociale nel suo complesso, costituiscono uno tra i temi più importanti del nostro tempo. Tuttavia abbiamo votato contro la relazione perché confidiamo nella capacità dei parlamenti nazionali dei singoli Stati membri di gestire adeguatamente questi temi rilevanti. Non riteniamo che l’Unione debba esprimere pareri su argomenti di questo tipo in relazioni di vasta portata che assomigliano più che altro a programmi politici, e siamo contrari in linea di principio alla tendenza generale in base alla quale le Istituzioni comunitarie cercano di acquisire influenza e competenza in un numero sempre maggiore di settori. Il ruolo dell’Unione a questo proposito è quello di garantire che nessuno Stato membro attuale o futuro contravvenga ai valori inerenti alla parità di genere.

 
  
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  Astrid Lulling (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Il fatto che, 50 anni dopo il Trattato di Roma, stiamo discutendo sulla parità tra le donne e gli uomini non è una dimostrazione di successo. Questo principio è stato sancito dal Trattato fin dal 1999. Dunque la base giuridica per questa politica è solida.

Benché sia utile per recuperare il ritardo, la relazione lascia molto a desiderare. In occasione della Giornata internazionale della donna, nel mio paese il tema principale è stato l’adattamento dei diritti pensionistici alle singole esigenze e la ripartizione dei diritti maturati durante il matrimonio in caso di divorzio. Mi compiaccio che la tabella di marcia preveda che i sistemi di protezione sociale debbano permettere di maturare diritti pensionistici individuali.

Tengo a far notare che, in base a una delle mie risoluzioni del 1991, questo Parlamento ha adottato nel 1994 una relazione sulla spartizione dei diritti pensionistici in caso di divorzio. La relazione ha fatto alcune proposte concrete alla Commissione, che non ha dato loro alcun seguito. Perché?

Lo stesso discorso vale per la mia relazione e per le nostre proposte che mirano a creare un quadro per formalizzare uno status giuridico dei coniugi coadiuvanti. Tutto ciò fa parte della politica delle pari opportunità. Abbiamo sentito già abbastanza belle parole da parte dei Commissari che si sono succeduti: dove sono i fatti?

 
  
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  Lydia Schenardi (ITS), per iscritto. – (FR) Cinque giorni dopo la Giornata mondiale della donna, il Parlamento ci propone una tabella di marcia per la parità tra uomini e donne. Si tratta di una coincidenza? Fatto sta che le donne sono alla ribalta, se non nei fatti, almeno nei testi.

La relazione che ci è stata presentata propone un elenco pressoché esaustivo delle misure da adottare per garantire la parità tra donne e uomini. Se è vero che sono state avanzate molte proposte, non ultime quelle relative alle misure per conciliare meglio gli obblighi della vita familiare con quelli della vita professionale, purtroppo bisogna constatare che nella relazione figurano parecchi punti inquietanti o superflui.

Parlo, per esempio, dell’ennesimo tentativo d’introdurre un sistema di quote per l’assunzione e la partecipazione delle donne in tutti i settori dell’attività economica e politica. Sappiamo che questa misura può essere solo controproducente per l’immagine e la considerazione della donna.

Tuttavia parlo anche dell’inutile proposta di creare una “signora Lisbona” col compito di vegliare sulla corretta attuazione della strategia di Lisbona: una sorta di “super donna europea”. Proposte simili non fanno altro che screditare le iniziative prese per far progredire le donne.

 
  
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  Marianne Thyssen (PPE-DE), per iscritto. – (NL) La commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere ha approvato una relazione ambiziosa sulla tabella di marcia per la parità tra donne e uomini. Conciliare un lavoro a tempo pieno con le altre cose alle quali la gente aspira, come la famiglia, il coinvolgimento sociale e personale, è una sfida per il futuro sia per le donne che per gli uomini.

Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei ha votato contro alcuni elementi della relazione perché vanno totalmente contro le nostre convinzioni politiche o perché i settori in questione devono ricadere nella competenza degli Stati membri piuttosto che in quella dell’Unione. A nostro avviso, la politica delle pari opportunità rappresenta una questione seria e noi pensiamo che la relazione, benché non contenga nessun impegno legislativo, sia sufficientemente importante da far prendere atto di ciò che in essa è contenuto o meno. Anche se non concordiamo con tutto quello che la commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere ha inserito nella relazione, vogliamo comunque mandare un messaggio: nel campo dell’uguaglianza di genere, 50 anni dopo il Trattato di Roma, si può ancora – e certamente si deve – fare moltissimo. Non devono esserci dubbi sul fatto che anche noi vogliamo pari opportunità, perché anche noi siamo convinti che l’Europa debba fare parecchio in questo campo, ed è per questo che il nostro gruppo ha votato all’unanimità a favore della relazione dell’onorevole Sartori.

 
  
  

– Relazione Lévai (A6-0053/2007)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Concordiamo, in generale, con le proposte contenute nella relazione che invitano la Commissione a fare chiarezza in merito alla raccomandazione sulla gestione frontaliera collettiva del diritto d’autore e dei diritti connessi nel campo dei servizi musicali on line autorizzati. La proposta della Commissione ha determinato un notevole disagio nei rapporti tra le società europee di gestione dei diritti collettivi (CRM), con divisioni tra quelle grandi, quelle piccole e quelle medie.

E’ necessario chiarire che la raccomandazione della Commissione avvantaggerebbe i grandi operatori del mercato di musica on line e i publisher delle grandi multinazionali discografiche, a danno sia degli autori che della diversità culturale. Contemporaneamente, costituirebbe un chiaro invito a concentrare la gestione di quasi tutti i diritti nelle mani di due o tre super CRM, distorcendo il concetto alla base della loro istituzione, concetto che le legittima.

Pertanto, in generale, concordiamo con le proposte di modifica della raccomandazione che mirano a renderla più efficace ed equa, in modo da salvaguardare la diversità culturale. Ci sembra opportuna una proposta di direttiva sulla questione, nel più breve tempo possibile, per limitare i danni che la raccomandazione sta causando nei rapporti tra le CRM e tra queste e i loro vari utenti.

 
  
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  Bruno Gollnisch (ITS), per iscritto. – (FR) Se introdurre la concorrenza tra le società di gestione collettiva può essere vantaggioso per i titolari di diritti e per i servizi musicali, tale situazione dev’essere tassativamente controllata.

Il fatto che i titolari di diritti possano scegliere liberamente il gestore che preferiscono in tutta l’Unione, e ciò a prescindere dal loro paese d’origine, rischia di avere varie conseguenze. In particolare, contribuirà a garantire la concentrazione dei diritti nelle mani delle maggiori società di gestione collettiva. Rischia anche d’avere conseguenze negative per i titolari di diritti più modesti, perché i gestori di diritti cercheranno di attirare i titolari di diritti più redditizi, se non di pregiudicare il trattamento equo per tutti i titolari di diritti e, conseguentemente, di attentare alla diversità culturale.

Pertanto, benché si supponga che la raccomandazione abbia l’obiettivo di promuovere una concorrenza leale, essa rischia in realtà di produrre l’effetto opposto.

 
  
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  Bogusław Liberadzki (PSE), per iscritto. – (PL) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Lévai sulla raccomandazione della Commissione del 18 ottobre 2005 relativa alla gestione transfrontaliera collettiva dei diritti d’autore e dei diritti connessi nel campo dei servizi musicali on line autorizzati [2005/737/CE) (2006/2008(INI)].

Occorre ricordare che la preparazione della relazione summenzionata ha comportato una grande mole di lavoro. La relatrice ha tenuto debitamente conto della gravità del problema dei diritti d’autore, dei pericoli che comporta la monopolizzazione del mercato e della questione della tutela dei diritti dei consumatori. Conformemente allo spirito della relazione, auspico che il mercato europeo dei servizi musicali on line possa svilupparsi liberamente, senza pregiudicare la diversità culturale.

Desidero far presente che appoggio la richiesta che è stata rivolta alla Commissione affinché si impegni in un’analisi approfondita sull’impatto della concessione di licenze multiterritoriali e multirepertorio per i servizi musicali on line e ne trasmetta l’esito al Parlamento.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. – (NL) Il Parlamento europeo fa bene a concludere ora che la Commissione, con la sua raccomandazione del 18 ottobre 2005 sulla “gestione transfrontaliera collettiva dei diritti d’autore e dei diritti connessi nel campo dei servizi musicali on line autorizzati”, si è spinta troppo oltre. Né l’industria della musica né il Parlamento o il Consiglio sono stati consultati, e “l’approccio legislativo morbido” proposto dalla Commissione ha già influenzato decisioni di mercato, cosa che rende il documento ben più di una raccomandazione.

Attualmente le imprese che vogliono offrire servizi musicali on line in Europa devono gestire i diritti con le organizzazioni per i diritti d’autore e le case discografiche in ogni singolo paese. La Commissione ha ragione nel dire che questo si può semplificare. La raccomandazione, tuttavia, offre la possibilità di un mercato completamente libero, cosa che potrebbe mettere a rischio la diversità culturale e il repertorio locale, poiché attrarre i titolari dei diritti più redditizi rappresenta sicuramente una proposta più praticabile per i gestori collettivi dei diritti d’autore. Inoltre, per la Commissione gli interessi commerciali contano più della diversità culturale.

Questo Parlamento sostiene la concorrenza controllata prescrivendo una serie di condizioni chiare, come la parità di trattamento degli autori, una struttura concorrenziale equa e trasparente che eviti la diminuzione delle entrate degli autori e una rappresentanza equa di tutte le parti interessate nelle strutture di gestione. La relazione valorizza l’unità nella diversità e pertanto può contare sul mio appoggio.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto. – (PL) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Lévai sulla gestione transfrontaliera collettiva dei diritti d’autore e dei diritti connessi nel campo dei servizi musicali on line autorizzati (A6–0053/2007).

L’onorevole Lévai ha presentato un’ottima relazione al Parlamento.

Il progresso della tecnica e l’evoluzione della civiltà hanno dato origine a una nuova generazione di utenti commerciali transfrontalieri dei diritti d’autore. Sono i fornitori dei servizi musicali di Internet. Ciò dimostra quanto il mercato dei diritti d’autore e dei diritti connessi si stia evolvendo e sviluppando, cosa che conferma ulteriormente la necessità delle iniziative intraprese in questo settore.

Dal momento che siamo impegnati in questo dibattito, dobbiamo anche tenere presente la possibilità di dare una risposta alle esigenze future che deriveranno dalla natura della gestione collettiva transfrontaliera dei diritti d’autore e dei diritti connessi. Anche per questo è necessario effettuare una valutazione approfondita dell’impatto della concessione di licenze multiterritoriali e multirepertorio sui servizi musicali on line, nonché dei suoi effetti sulla diversità culturale e sulla condizione economica e sociale dei titolari dei diritti d’autore.

 
  
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  Presidente. – Con questo si concludono le dichiarazioni di voto.

 
Ultimo aggiornamento: 4 giugno 2007Avviso legale