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Procedura : 2005/0278(CNS)
Ciclo di vita in Aula
Ciclo dei documenti :

Testi presentati :

A6-0061/2007

Discussioni :

PV 28/03/2007 - 16
CRE 28/03/2007 - 16

Votazioni :

PV 29/03/2007 - 8.8
CRE 29/03/2007 - 8.8
Dichiarazioni di voto
PV 22/05/2007 - 9.6
CRE 22/05/2007 - 9.6
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2007)0095
P6_TA(2007)0191

Discussioni
Giovedì 29 marzo 2007 - Bruxelles Edizione GU

9. Dichiarazioni di voto
PV
  

– Relazione Ulmer (A6-0332/2006)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione del collega, onorevole Ulmer, relativa alla modifica di varie direttive riguardanti i dispositivi medici.

L’espressione “dispositivi medici” comprende un’ampia serie di prodotti, fra cui siringhe, lenti, apparecchiature diagnostiche, piccoli dispositivi impiantabili, tecnologia di immaginografia medica, e così via, ed è diventato assolutamente necessario accrescere la competitività e la sicurezza medica in questo settore. A tale scopo, l’attuale quadro legislativo, costituito da tre direttive che definiscono i requisiti fondamentali cui i dispositivi medici devono essere conformi, doveva essere migliorato, in particolare per quanto riguarda, tra l’altro, la valutazione clinica, la trasparenza, la sorveglianza dei mercati, i dispositivi su misura, l’uso di tessuti umani e il coordinamento tra organismi indipendenti.

Le disposizioni pratiche da noi adottate in questo documento contribuiranno ad aumentare il livello di armonizzazione di questo settore molto complesso e vario, semplificando e chiarendo le norme applicabili. E’ opportuno sottolineare che molte imprese industriali del settore operano sul mercato mondiale, e pertanto è necessario compiere ogni possibile sforzo per favorire il processo di cooperazione internazionale, soprattutto attraverso l’armonizzazione delle norme.

 
  
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  Hiltrud Breyer (Verts/ALE), per iscritto. – (DE) L’accordo raggiunto oggi in prima lettura sui prodotti medici ha perso la grande opportunità di vietare la presenza in tali prodotti di sostanze altamente pericolose. E’ deplorevole constatare che l’ostruzionismo attuato dagli Stati membri dell’UE ha consentito di continuare a usare sostanze cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione anche se sono disponibili da tempo alternative sicure.

Si attende ormai da molto tempo che vengano imposti chiari limiti all’uso del pericoloso PVC morbido in tubi di ventilazione, sonde gastriche e dispositivi infusionali, in quanto questo tipo di materiale contiene alte concentrazioni dell’agente ammorbidente DEHP, che è tossico per il sistema riproduttivo e particolarmente pericoloso per i neonati, i bambini e i pazienti dializzati, ed è una sostanza di cui i neonati prematuri assumono una dose fino a 200 volte superiore alla norma.

Uno spiraglio di speranza è rappresentato dall’adozione dell’obbligo di etichettare gli ammorbidenti pericolosi, che consente al personale medico di decidere in maniera consapevole di utilizzare prodotti che non contengono PVC morbido, e ai consumatori di chiedere attivamente che lo facciano. Anche i produttori sono sottoposti all’obbligo più rigoroso di giustificare i motivi per cui prodotti medici contenenti PVC morbido possono essere utilizzati su bambini e donne incinte.

Si tratta in ogni caso di niente più che una soluzione temporanea, in quanto questa settimana la Commissione ha finalmente raccomandato, sulla base di una valutazione dei rischi che risale al 2001, che venga vietato l’uso del DEHP nei prodotti medici per alcuni gruppi di persone a rischio. Questo divieto è atteso da lungo tempo, ma, come si suole dire, meglio tardi che mai, e la Commissione deve presentare una proposta legislativa al massimo entro la fine dell’anno.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore del riesame in questione.

Pur essendo deplorevole che la proposta di divieto dei prodotti medici contenenti sostanze cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione sia stata respinta, questo compromesso costituisce comunque un primo passo decisivo, che contribuirà a eliminare l’uso nei prodotti medici di sostanze chimiche tossiche che poi si ritrovano nel corpo dei pazienti. La legislazione imporrà ai fabbricanti di etichettare le apparecchiature mediche contenenti ftalati, che appartengono a una famiglia di sostanze chimiche impiegate per ammorbidire la plastica.

L’Unione europea ha classificato lo ftalato DEHP come sostanza tossica per la riproduzione umana, e si nutrono serie preoccupazioni riguardo alla possibilità di un suo trasferimento dalle apparecchiature nei pazienti, e in particolare nei bambini e nei pazienti dializzati.

L’etichettatura dei prodotti avviserà i medici sui rischi di esposizione a tali sostanze per i loro pazienti, e i responsabili dell’acquisto di apparecchiature per gli ospedali potranno facilmente individuare i prodotti in plastica senza DEHP già disponibili sul mercato. I fabbricanti dovranno fornire spiegazioni sui rischi per i pazienti vulnerabili derivanti dall’impiego di apparecchiature contenenti sostanze chimiche tossiche e suggerire misure precauzionali.

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE), per iscritto. – (DE) Adesso che la direttiva europea sui prodotti medici è stata riesaminata, vorrei dire che sono favorevole alla richiesta avanzata dal Parlamento europeo di una logica separazione della normativa e di una regolamentazione del “ricondizionamento” in una direttiva separata. In qualità di rappresentanti dei cittadini, dobbiamo fare di più per rendere le normative razionali e comprensibili, resistendo alla tentazione di riunire per forza normative diverse sotto un unico argomento. Ciò che la Commissione deve fare ora, e con questo intendo appena possibile e non fra tre anni, è presentare una proposta di direttiva separata.

Il relatore, onorevole Ulmer, che anch’io vorrei ringraziare per l’ottimo lavoro svolto, ha consentito di raggiungere un compromesso solido e imparziale sulle sostanze chimiche pericolose presenti nei prodotti medici. Sono sicuro che tutti concorderanno con me che i medicinali non devono contenere sostanze pericolose o, qualora ciò non sia possibile, tali sostanze devono figurare in quantità minime, e pertanto l’obiettivo cui dobbiamo mirare è l’effettiva eliminazione graduale di tutte le sostanze cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione.

Con specifico riferimento alle sostanze che ho menzionato, vorrei ancora una volta ribadire l’indispensabilità di un’adeguata etichettatura dei prodotti. Non credo che la Commissione abbia compiuto la scelta giusta decidendo di usare per l’etichettatura i codici di nomenclatura globale per i dispositivi medici. Tali codici renderanno inevitabile un aumento dei costi che dovranno essere sostenuti in primo luogo dai fabbricanti europei e dai cittadini in generale, a scapito della concorrenza e senza apportare grandi benedici ai pazienti.

 
  
  

– Relazione Vincenzi (A6-0058/2007)

 
  
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  Bruno Gollnisch (ITS).(FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, lo scopo della relazione dell’onorevole Vincenzi è armonizzare le regole, in particolare quelle relative alle deroghe che gli Stati di bandiera dell’UE possono accordare rispetto alle norme stabilite dall’Organizzazione internazionale del lavoro e dall’Organizzazione marittima internazionale.

Per quanto altamente lodevole questo obiettivo possa essere, la realtà è che non risolve tutti i problemi che devono essere affrontati. Tutti sanno che il problema fondamentale della navigazione commerciale è quello delle bandiere di comodo; si pensi in particolare al modo in cui un paese come la Liberia, in cui vige una situazione di totale anarchia, può disporre di una delle maggiori flotte del mondo, sulla quale è evidente che non è in grado di esercitare alcun tipo di controllo effettivo.

Occorre porre fine a questa situazione assolutamente aberrante, che è causa di dumping sociale, e valutare quali sono le condizioni di sicurezza effettivamente esistenti. A onor del vero, a determinare le condizioni alle quali concede o rifiuta l’uso della propria bandiera, e le regole che applica alle navi che battono tale bandiera, e ai loro equipaggi, resta lo Stato in questione, ma a tale libertà corrisponde il diritto degli Stati di rifiutare l’accesso alle loro acque territoriali, alle loro zone economiche esclusive e alle loro acque interne a navi che violano palesemente le norme minime e che rappresentano un pericolo per la sicurezza dei paesi rivieraschi.

Questa è la direzione in cui vorremmo il Parlamento procedesse in materia.

 
  
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  Jim Allister (NI), per iscritto. – (EN) Ho votato contro la direttiva sulla responsabilità degli Stati di bandiera in quanto non fa altro che aumentare il volume della normativa dell’UE sulla navigazione commerciale, senza però affrontare il vero problema, ossia il comportamento degli Stati di bandiera non comunitari che dispongono di grandi flotte. Gli Stati membri dell’UE rispettano le norme dell’IMO e pertanto non costituiscono il problema.

Sono contrario a questa direttiva anche perché indebolisce la sovranità degli Stati membri trasferendo competenza alla Comunità. Ciascuno Stato membro deve già rispettare gli obblighi derivanti dall’adesione alle convenzioni dell’IMO; questo è sufficiente e la situazione dovrebbe restare immutata.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Questa relazione fa parte del terzo pacchetto sulla sicurezza marittima, il cui scopo generale è prevenire gli incidenti e affrontare le conseguenze dei medesimi.

Gli Stati membri devono garantire che le navi iscritte nei loro registri nazionali siano conformi alle norme internazionali. Qualsiasi iniziativa intrapresa a livello di UE per promuovere la prevenzione e la soluzione di incidenti marittimi non deve mettere in discussione tale obbligo.

Sulla base di questa premessa, siamo d’accordo in generale sulle misure proposte. Ad esempio, gli Stati membri devono verificare la conformità alle norme e alle regolamentazioni internazionali attraverso prove documentali quando immatricolano le navi nei loro registri, devono elaborare e attuare un programma di controllo e di ispezione per le navi che battono la loro bandiera e devono provvedere alla formazione e alla sorveglianza degli ispettori e dei controllori.

La Comunità deve tuttavia contribuire alle risorse finanziarie necessarie per attuare e applicare tali misure, ma questo è un aspetto che non viene chiarito nella proposta in esame.

Avendo ancora freschi nella memoria i recenti incidenti delle navi Erika e Prestige, riteniamo che le proposte avanzate in questo settore debbano essere oggetto di un ampio dibattito, cui devono partecipare i lavoratori del settore e i cittadini nel complesso.

 
  
  

– Relazione Savary (A6-0055/2007)

 
  
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  Emanuel Jardim Fernandes (PSE), per iscritto. – (PT) A seguito degli incidenti delle navi Erika e Prestige, che in quest’ultimo caso si è verificato nel 2002 vicino al limite della zona marittima esclusiva del Portogallo, l’UE ha definito una serie di proposte legislative allo scopo di prevenire questo tipo di disastri, o almeno di ridurne al minimo gli effetti, e di accertare ciò che è accaduto e individuarne i responsabili.

L’ottima relazione dell’onorevole Savary, per la quale ho espresso voto favorevole, riguarda una di queste proposte. La ritengo fondamentale, in quanto stabilisce un livello minimo di norme comuni per tutti gli Stati membri per quanto riguarda la responsabilità civile e le garanzie finanziarie degli armatori, che possono essere estese a qualsiasi altro responsabile, e altre norme volte a prevenire gli incidenti e a ratificare alcune convenzioni internazionali, come la Convenzione sulla limitazione della responsabilità per crediti marittimi, la Convenzione internazionale sulla responsabilità e l’indennizzo dei danni provocati dal trasporto in mare di sostanze nocive e potenzialmente pericolose e la Convenzione internazionale sulla responsabilità civile per i danni da inquinamento provocato dal carburante delle navi.

Accolgo con favore anche la proposta di creare un fondo di solidarietà destinato a far sì che anche le navi non coperte da alcuna forma di garanzia finanziaria offrano un adeguato livello di protezione e di indennizzo finanziario.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Questa relazione fa parte di quello che è noto come terzo pacchetto sulla sicurezza marittima, costituito da una serie di misure legislative volte a prevenire incidenti e inquinamento e ad affrontare le conseguenze di tali incidenti.

Scopo di questa proposta è istituire un sistema di responsabilità civile degli armatori in caso di danni a terzi e stabilire norme intese a prevenire gli incidenti.

L’aspetto più importante è che si chiede a tutti gli Stati membri di diventare parti aderenti a varie convenzioni internazionali e di introdurre un migliore indennizzo per le vittime di incidenti e gli equipaggi delle navi. La relazione propone inoltre di creare un fondo di solidarietà per indennizzare le vittime di danni provocati da navi non coperte da un certificato di garanzia finanziaria, tenuto conto che tale indennizzo non deve essere versato dallo Stato membro in cui si è verificato l’incidente. Spetta agli Stati membri la responsabilità di garantire la conformità a tutti i criteri e di imporre sanzioni in caso di loro violazione.

Si tratta di misure sostanzialmente positive cui va il nostro sostegno. Rimane tuttavia aperta la possibilità che in futuro la responsabilità dei controlli venga affidata a un organismo comunitario proposto nella relazione, ossia l’ufficio comunitario, anziché agli Stati membri, e questo è un aspetto riguardo al quale nutriamo seri dubbi.

 
  
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  Peter Skinner (PSE), per iscritto. – (EN) Anche se si può condividere l’idea di far diventare una prassi normale l’assunzione della responsabilità verso soggetti terzi, vi sono evidenti incongruenze che devono essere affrontate prima di poter andare avanti.

La principale di tali incongruenze è il fatto che la Convenzione LLMC non è stata ratificata dagli Stati membri, e questo costituisce il motivo dell’urgente necessità di un intervento comunitario. Il Consiglio deve ribadire l’impegno verso la Convenzione a livello di Stati membri attraverso la ratifica prima di poter esprimere a giusto titolo qualsiasi critica riguardo alla competenza comunitaria in questo settore da esso messa in discussione.

 
  
  

– Relazione Aubert (A6-0061/2007)

 
  
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  Richard Corbett (PSE).(EN) Signor Presidente, i consumatori scelgono i prodotti dell’agricoltura biologica perché attribuiscono molta importanza al fatto che siano ottenuti con sostanze naturali anziché con sostanze sintetiche, e pertanto non si dovrebbe consentire l’impiego di concimi di sintesi.

Non vi è tuttavia alcun motivo per vietare i concimi minerali naturali o qualsiasi altro tipo di concime minerale, come i concimi azotati, e pertanto mi dispiace che non siano stati adottati gli emendamenti nn. 168 e 169 presentati dall’onorevole Tarabella riguardo alla relazione in esame, poiché in tal modo si mette seriamente in discussione la logica della posizione da noi assunta. Mi auguro quindi che, con il rinvio in commissione della relazione, la commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale riesamini la questione.

 
  
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  Jan Andersson e Anna Hedh (PSE), per iscritto. – (SV) Abbiamo votato contro alcuni emendamenti relativi alla riduzione dei valori percentuali di OGM previsti per l’etichettatura dei prodotti biologici. Pur ritenendo in sostanza che i prodotti biologici debbano essere privi di OGM, temiamo che stabilire limiti diversi per gli alimenti biologici e gli altri alimenti potrebbe essere svantaggioso per la produzione biologica.

Siamo del parere che gli OGM debbano essere trattati con molta attenzione e che debbano essere adottate misure per ridurre il rischio di contaminazione accidentale. Non vogliamo tuttavia creare un onere della prova inutilmente gravoso che potrebbe comportare una riduzione della coltivazione biologica.

 
  
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  Luis Manuel Capoulas Santos, Fausto Correia, Edite Estrela, Emanuel Jardim Fernandes, Elisa Ferreira, Jamila Madeira e Manuel António dos Santos (PSE), per iscritto. – (PT) Anche se la proposta di regolamento della Commissione e la relazione adottata in seno alla commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale rappresentano un contributo nel complesso positivo verso la definizione di principi e norme comuni applicabili alla produzione biologica, il cui scopo essenziale è accrescere la fiducia dei consumatori, siamo del parere che esistono ancora varie lacune.

Ciononostante, tenuto conto che consideriamo fondamentale la questione della contaminazione di prodotti biologici da parte di organismi geneticamente modificati e che è stato adottato l’emendamento presentato dal gruppo socialista al Parlamento europeo, che avanza la proposta sensata e realistica di fissare un limite massimo dello 0,1 per cento soltanto se la presenza di OGM è accidentale, abbiamo votato a favore della relazione.

 
  
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  Françoise Castex (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della proposta di rinvio alla commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale della relazione Aubert sulla produzione biologica e l’etichettatura dei prodotti biologici.

E’ necessario che la soglia di contaminazione accidentale da parte di OGM non sia identica a quella prevista per l’agricoltura tradizionale, vale a dire circa lo 0,9 per cento, poiché in questo modo si ammetterebbe di fatto che la contaminazione non può più essere prevenuta e che non si può garantire che un prodotto sia privo di OGM anche se è certificato come biologico.

Ho sostenuto la proposta presentata al riguardo dal gruppo socialista al Parlamento europeo, secondo cui la presenza di OGM nei prodotti biologici deve essere limitata esclusivamente a quantità accidentali e tecnicamente inevitabili con un valore massimo dello 0,1 per cento e il termine “biologico” non deve essere utilizzato per designare prodotti la cui contaminazione accidentale da parte di OGM superi la soglia rilevabile dello 0,1 per cento.

Infine, sono favorevole alla proposta di trovare una base giuridica diversa per quanto riguarda l’agricoltura biologica. Finora il Parlamento europeo ha rivestito un ruolo di “consulente”, ma intende diventare un “codecisore” quando si tratta di problemi come questo, e ciò costituirà un passo avanti.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Si sa che il 70 per cento dei consumatori europei non vuole consumare organismi geneticamente modificati (OGM). Il fatto che il regolamento in esame autorizzi la presenza di OGM nei prodotti biologici fino a una soglia dello 0,9 per cento è inaccettabile e costituisce un colpo mortale per l’agricoltura biologica. Tollerare la contaminazione dello 0,9 per cento da parte di OGM proposta dalla relazione, o lo 0,1 per cento proposto da alcuni e approvato in seduta plenaria, significa accettare la contaminazione dei prodotti organici da parte di OGM, che avrà innegabili conseguenze per i consumatori, e che costituisce una minaccia grave e inaccettabile per il settore della produzione biologica.

I consumatori scelgono i prodotti biologici perché sono ottenuti con metodi più sostenibili, senza l’uso di pesticidi, e sono completamente privi di OGM. Accettare l’introduzione di OGM, anche in quantità molto piccole, equivale a ingannare i consumatori e avrà serie conseguenze per l’ambiente e per la salute dei cittadini in generale.

Ciò di cui abbiamo bisogno non è il percorso proposto dalla relazione, e il suo modello “produttivista”, ma forme di produzione agricola più sostenibili, basate sulla diversità produttiva di ciascun paese e ciascuna regione e su una maggiore valorizzazione delle piccole e medie aziende e delle imprese a carattere familiare.

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ritengo che i prodotti etichettati come “biologici” non debbano contenere alcuna percentuale di organismi geneticamente modificati (OGM). I consumatori hanno diritto a tale garanzia quando acquistano un prodotto etichettato come “biologico”.

L’aspetto ancor più importante è che, se i prodotti con un livello di OGM dello 0,9 per cento fossero etichettati come biologici, si correrebbe il rischio di vedere un altro tipo di etichettatura, con l’indicazione di assenza di OGM, che metterebbe in discussione la natura stessa dell’agricoltura biologica.

Ho pertanto votato a favore degli emendamenti volti a vietare completamente l’uso di OGM nell’agricoltura biologica e contrari alla loro indicazione nell’etichettatura dei prodotti biologici.

Ho votato anche a favore dell’emendamento che include nel regolamento prodotti quali sale, lana, pesce conservato, cosmetici, integratori alimentati e oli essenziali, tenuto conto che questi prodotti sono legati all’ambiente naturale durante almeno una fase del loro processo di trasformazione.

 
  
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  Mathieu Grosch (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Il nuovo regolamento sostituirà il regolamento (CEE) n. 2092/91 relativo all’agricoltura biologica.

Il principale motivo di preoccupazione resta la presenza di OGM nei prodotti recanti l’indicazione “biologico” sull’etichetta; la Commissione ha previsto una tolleranza di presenza di OGM dello 0,9 per cento, anche se possono esserne rilevate quantità a partire da un valore dello 0,1 per cento. Dobbiamo essere cauti riguardo agli OGM in generale, e soprattutto è necessario che i consumatori siano informati in maniera corretta riguardo a ciò che consumano e usano. E’ quindi assolutamente indispensabile che vengano soddisfatte le aspettative dei consumatori che scelgono un prodotto biologico, ossia che i consumatori possano essere certi che il prodotto da loro acquistato non contenga OGM.

Sono pertanto lieto che l’Assemblea abbia introdotto con la relazione Aubert la soglia dello 0,1 per cento, e chiedo ai ministri dell’Agricoltura in seno al Consiglio di rispondere all’esito della votazione effettuando un approfondito esame del regolamento.

Vorrei aggiungere che sono anche favorevole alla richiesta del Parlamento che il regolamento venga adottato con procedura di codecisione del Consiglio e del Parlamento, e mi auguro che la Commissione la approvi, in quanto le opinioni dei rappresentanti eletti devono contare più di quelle dei funzionari.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La produzione biologica è molto importante dal punto di vista sia ambientale che sanitario; tuttavia, abbiamo votato contro la relazione in quanto riteniamo che i prodotti biologici debbano essere venduti in un libero mercato senza interferenze a livello di UE. Siamo convinti che le forze del libero mercato, guidate da consumatori europei informati, riusciranno esse stesse a favorire l’urgente e necessaria conversione a un’agricoltura biologica sostenibile nel lungo termine. Siamo anche del parere che questo processo sarà accelerato e che avrà un maggiore impatto se si lascerà che a decidere in merito all’etichettatura dei prodotti biologici siano i parlamenti nazionali.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione in esame in quanto rafforzerà le disposizioni della proposta della Commissione relativa all’etichettatura e alla produzione di alimenti biologici. Sono favorevole all’uso dell’indicazione europea “UE-BIOLOGICO” per i prodotti che contengono il 95 per cento di ingredienti biologici e al requisito per gli operatori di paesi terzi di fornire alle autorità nazionali del loro paese un certificato rilasciato da un organismo di controllo comunitario competente.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) La maggior parte dei cittadini europei (58 per cento) continua a manifestare diffidenza nei confronti degli alimenti geneticamente modificati. Lo scetticismo degli europei riguardo alla presenza di OGM nell’agricoltura tradizionale può essere considerato un’approvazione dell’agricoltura biologica.

E’ pertanto essenziale che l’Unione europea incoraggi l’agricoltura biologica in risposta alla crescente domanda dei consumatori, in quanto rappresenta un passo verso una drastica riforma della PAC nella direzione di un effettivo sviluppo sostenibile.

La relazione dell’onorevole Aubert rammenta che, per promuovere i prodotti biologici, devono prevalere alcune regole di buon senso. Tanto per cominciare, occorre opporsi alla proposta di regolamento della Commissione che mira a fissare lo stesso livello di contaminazione accidentale dello 0,9 per cento per i vari settori.

Quale contromisura, secondo quanto richiesto dal settore biologico e già attuato da numerosi paesi e regioni europei, occorre quindi fissare la presenza accidentale di OGM al livello più basso possibile, ossia lo 0,1 per cento, che corrisponde alla soglia di rilevamento scientificamente possibile.

Infine, va applicato il principio “chi inquina paga”, in quanto è da escludere che si possa far pagare agli agricoltori biologici il conto dei rischi derivanti dalla coesistenza delle due forme di agricoltura.

 
  
  

– Relazione Catania (A6-0052/2007)

 
  
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  Andreas Mölzer (ITS). – (DE) Signor Presidente, nel votare a favore della relazione Catania vorrei ricordare che il Campionato europeo di calcio UEFA 2008 si disputerà in Austria, perché ritengo che, nel calcio professionistico, si siano verificati alcuni spiacevoli sviluppi. Non solo esistono casi di truffa, pratiche finanziarie dubbie e concorrenza sleale, che ora dobbiamo combattere con determinazione a livello comunitario, ma la propensione a commettere atti di violenza connessi al calcio sta andando oltre tutti i limiti, con alcuni cosiddetti tifosi che tengono sulle spine centinaia di poliziotti che possono essere necessari altrove e comportano costi elevati.

Sarebbe opportuno fermare gli hooligan alla frontiera. Inoltre gli stadi devono disporre di entrate e uscite separate per i diversi gruppi. Non occorre solo vietare striscioni e manifesti che incitano alla violenza, ma è necessario anche inasprire considerevolmente le sanzioni per queste turbative dell’ordine pubblico.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Purtroppo gli atti di violenza commessi in occasione delle partite di calcio non rappresentano eventi isolati, ma piuttosto un fenomeno ricorrente negli ultimi anni come, per esempio, in occasione della Coppa del Mondo 2006 in Germania e, recentemente, gli incidenti avvenuti nei campionati nazionali italiano, spagnolo, croato e inglese.

S’impone pertanto l’adozione delle misure appropriate per garantire che questi eventi sportivi possano svolgersi il più tranquillamente possibile, senza manifestazioni gratuite di violenza e di razzismo.

Appoggio quindi quest’iniziativa della Repubblica d’Austria che consiste nell’aggiornare la decisione in merito alla creazione, in ciascuno Stato membro, di un punto nazionale d’informazione sul calcio che funga da punto di contatto per lo scambio delle informazioni di polizia in relazione alle partite di calcio.

E’ fondamentale che le autorità competenti cooperino più strettamente e professionalizzino lo scambio di informazioni. Inoltre, ciascuno Stato membro dovrebbe poter effettuare un’efficace valutazione dei rischi.

L’azione di prevenzione è la priorità e deve sostituirsi alle azioni repressive e alla militarizzazione degli stadi che sembra ormai diventare la prassi più consolidata nel contrasto alla violenza negli stadi.

 
  
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  Stephen Hughes (PSE), per iscritto. – (EN) Votando a favore della relazione Catania (A6-0052/2007), spero vivamente di vedere un netto miglioramento nella cooperazione internazionale tra le forze di polizia per contrastare la violenza in occasione delle partite di calcio.

Famiglie e tifosi innocui di Middlesbrough sono stati coinvolti in episodi di violenza a Roma, nel marzo 2006, in occasione della partita Roma-Middlesbrough di Coppa UEFA. Tre tifosi sono stati accoltellati senza provocazione alcuna nel corso di aggressioni da parte dei tifosi romanisti. Nell’autunno scorso la commissione parlamentare per le petizioni ha preso in esame una petizione di tifosi del Middlesbrough. Mi dispiace molto che, un anno dopo quegli episodi di violenza a Roma, il presidente della commissione per le petizioni non abbia ancora ricevuto una risposta alla lettera che ha inviato al ministro degli Interni italiano per chiedere garanzie affinché in futuro si evitino gli errori che hanno permesso il verificarsi di quelle violenze.

Spero proprio che, seppur tardivamente, il ministro coglierà l’occasione per rispondere e comunicare ampie scuse alla popolazione di Middlesbrough.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione Catania per migliorare la sicurezza delle forze di polizia durante le partite di calcio. Sostengo il consolidamento del ruolo dei punti nazionali d’informazione come punto di contatto per lo scambio delle informazioni di polizia relativamente agli episodi di violenza in occasione delle partite di calcio internazionali. Penso fermamente, tuttavia, che qualunque trasferimento di dati personali debba essere protetto dalle leggi vigenti sulla privacy e non possa mai essere utilizzato per scopi diversi.

 
  
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  Martine Roure (PSE), per iscritto. – (FR) Il calcio moderno presenta effettivamente problemi di sicurezza in occasione delle partite internazionali, ed è un fatto che l’Europa deve combattere la violenza negli stadi, in particolare durante incontri europei o internazionali. Per evitare tragedie o scontri tra hooligan, l’Unione ha avuto l’idea di creare una rete informativa sui possibili rischi di esplosioni di violenza di questo genere; così la solidarietà e la lungimiranza europee giocheranno un ruolo importantissimo nel garantire la sicurezza di quegli spettatori europei che assistono alle partite.

Non dobbiamo permettere che i “falsi” tifosi mettano in cattiva luce i valori del calcio, e la relazione agevola l’allestimento di punti nazionali d’informazione sul calcio come spazi dove si possano scambiare informazioni allo scopo di preparare e adottare misure adeguate per mantenere l’ordine in occasione di eventi calcistici. Tali informazioni possono riguardare individui che costituiscono o possono costituire un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza.

Il manifestarsi di tanti atti di violenza ricorrenti e persistenti durante le partite di calcio ha modificato il ruolo di spettacolo di questi eventi sportivi; l’Unione non può tollerare che questo fenomeno continui incontrastato.

 
  
  

– Relazione Lagendijk (A6-0067/2007)

 
  
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  Eugen Mihăescu (ITS). – Marele Napoleon spunea: „Dacă este posibil, este ca şi făcut, iar dacă este imposibil, se va face oricum.” Aşa este şi cu Serbia, şi cu Kosovo. Sunt naţionalist şi mă interesează Serbia mai mult decât politica. Kosovo este inima naţiunii şi nu poate fi smulsă din pieptul Serbiei decât cu riscuri nebănuite.

Filozoful francez Régis Debray a vorbit primul, fiind martor la tragedia Serbiei în momentul atacului de către forţele care erau împotriva ei. Europa nu poate să rişte o instabilitate în Balcani. Monsieur Athisaari nu ne spune adevărul. După cel de-al doilea război mondial, în Kosovo erau 15% albanezi şi 85% (majoritatea) erau sârbi. Albanezii erau veniţi de peste munţi, din Albania. Thaçi şi ai lui, maoişti crescuţi de Enver Hoxha şi Mehmet Shehu, se folosesc de doctrina divide et impera. Este paradoxal, pentru că vor să întemeieze o Albanie compusă din bucăţi rupte din teritoriul Serbiei, Macedoniei şi Greciei. Americanii care învaţă geografia făcând războaie ştiu mai bine unde se găseşte America, dar nu ştiu unde se găseşte Kosovo. Din fericire, trecutul nu vrea să treacă.

 
  
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  Димитър Стоянов (ITS). – Гласувах против доклада относно бъдещето на Косово, защото ми омръзна да слушам колко зле и дискриминирани са албанците. Никой не е пресметнал колко много сърби бяха избити и изхвърлени от Косово от албанските главорези. Колко православни църкви бяха унищожени и превърнати в складове и в конюшни от тези наркотрафиканти, които това е основното нещо, с което се занимават, трафик на наркотици.

Аз искам да ви припомня `99 година, защото в момента сме пред най-светлия християнски празник за православните християни, Великден. `99 година натовските бомбардировачи потъпкаха и се погавриха с този християнски празник, като не спряха своите бомбардировки, а продължиха да хвърлят своите клъстерни бомби, предназначени не срещу инфраструктурата, а да убиват хора и при това ги надписаха с обидни надписи спрямо православното християнство.

Европа трябва да спре да се меси на Балканите, защото предизвиква само по-лоши неща. Оставете Балканите на мира.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE). – (SK) Ho appoggiato la relazione dell’onorevole Joost Lagendijk sul futuro del Kosovo e sul ruolo dell’Unione. Concordo col parere del relatore, secondo cui l’azione del Parlamento dev’essere uniforme e chiara, perché sono in questione il confine e il territorio futuri dell’Unione. Tutti comprendono che la situazione attuale è insostenibile e che sono necessari ulteriori negoziati che richiedono tatto e pazienza, nonché un grande coinvolgimento europeo.

Ritengo che il piano Ahtisaari sia una base di partenza per dibattiti e sforzi volti al conseguimento di un compromesso. L’Europa deve adottare una posizione che punti inequivocabilmente in direzione d’un accordo. Credo fermamente che la soluzione definitiva non possa essere imposta sotto la minaccia di una radicalizzazione in Kosovo o in Serbia, ma che debba riflettere gli interessi del popolo serbo quanto quelli degli albanesi kosovari.

Questi due popoli non devono vivere nell’odio, perché l’odio alimenta la violenza ed è un ostacolo per la stabilità e la sicurezza della regione. Ritengo che la relazione del Parlamento invierà un segnale forte, offrendo ai Balcani occidentali una prospettiva europea e portando a un compromesso accettabile basato sull’osservanza del diritto internazionale e dei valori democratici europei. Noi, deputati al Parlamento dei nuovi Stati membri, sappiamo particolarmente bene quale grande motivazione abbia costituito per i nostri paesi la prospettiva di un’adesione alla Comunità europea per la realizzazione di molte riforme politiche ed economiche. Poiché non si può tornare indietro al periodo antecedente al marzo del 1999, confido in un accordo futuro che assicuri pace e stabilità nei Balcani occidentali.

 
  
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  Árpád Duka-Zólyomi (PPE-DE).(SK) Ho votato a favore del documento sul Kosovo per svariate ragioni. La proposta di una sovranità controllata sostenuta da una presenza internazionale permanente dopo che il Consiglio di sicurezza avrà preso una decisione definitiva, rappresenta una soluzione particolarmente rilevante. Al contempo, la creazione di una società costituita da cittadini che godano di pari diritti è l’unica strada giusta da seguire.

Sostengo toto corde l’idea di comunità e minoranze etniche con pari diritti, e sono favorevole a diritti chiaramente definiti, affinché possano preservare e sviluppare la propria identità e la propria pubblica amministrazione. Contemporaneamente appoggio risolutamente l’idea di garantire il massimo di diritti e di sicurezza, ovvero un’ampia autonomia per la comunità serba.

L’Unione giocherà un ruolo chiave nel processo e pertanto è necessario preparare un piano strategico d’azione chiaro. D’altra parte, il nostro compito dev’essere quello di mettere l’accento sulla prospettiva di un futuro nell’Unione per i Balcani, o per la Serbia e il Kosovo. Tuttavia, per conseguire quest’obiettivo occorre assicurare la pace e la stabilità nella regione. Dobbiamo lavorare per garantire che i paesi dei Balcani diventino parte dell’Unione. Se non ci riusciremo, la nostra Comunità rimarrà incompleta.

 
  
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  Andreas Mölzer (ITS).(DE) Signor Presidente, anch’io ho votato contro la relazione Lagendijk e l’ho fatto perché mi sembra assolutamente rischioso affermare che il potenziale dei negoziati sia ormai esaurito e che si debba chiedere l’indipendenza della provincia del Kosovo. Lo considero un esperimento pericoloso.

La situazione attuale mi ricorda prepotentemente quella che dominava la scena all’inizio della guerra in Croazia, guerra che, per l’appunto, cominciò con la proclamazione dell’indipendenza della Croazia. Se non procediamo con estrema cautela in questo frangente e, in particolare, se non disponiamo di soluzioni già pronte e concrete per scongiurare la possibilità che il ritiro dell’amministrazione delle Nazioni Unite causi un vuoto di potere, i serbi vorranno difendere i propri connazionali o gli albanesi kosovari vorranno l’autodeterminazione per se stessi e allora, in pochissimo tempo, non solo avremo vanificato qualunque progresso e riavvicinamento compiuti, ma potremmo anche finire per aver destabilizzato l’intera regione. Per questo motivo ho espresso un voto contrario.

 
  
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  Jan Andersson e Anna Hedh (PSE), per iscritto. (SV) Diamo il nostro sostegno agli sforzi di pace delle Nazioni Unite in Kosovo e al lavoro di Martti Ahtisaari. Abbiamo scelto di votare contro la formulazione secondo cui la sovranità costituisce per il Kosovo il miglior modo per conseguire la stabilità nonché una soluzione politica per questa regione. Non crediamo che questa sia la relazione appropriata in cui affrontare questo problema e pensiamo che nella situazione attuale sarebbe stupido legarci a una formulazione simile, anche se esprime un obiettivo auspicabile per il futuro.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La Lista di giugno ritiene che il problema del Kosovo vada risolto tramite le Nazioni Unite, un processo che in realtà è attualmente in corso. Se poi fossero le Nazioni Unite a chiedere alla Comunità europea di svolgere un ruolo importante nella questione, saremmo ben disposti nei confronti di quest’idea.

La relazione contiene alcune formulazioni costruttive, ma ne contiene anche di mediocri. Siamo contrari, per esempio, alla volontà da parte del Parlamento di avere una responsabilità di sorveglianza per quanto riguarda la determinazione dello status del Kosovo. Questo problema non è di competenza dell’Unione.

Viene anche espressa la speranza che in Serbia si possa formare un governo filoeuropeo. Questo può essere auspicabile, ma è il popolo serbo a scegliere il proprio governo e ciò va rispettato, in nome della democrazia, qualunque sia l’esito.

Inoltre, non spetta al Parlamento giudicare l’atteggiamento degli Stati membri nel Consiglio dei ministri o stabilire come gli Stati membri debbano agire in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Poiché abbiamo ritenuto che presentasse troppi aspetti scadenti, abbiamo votato contro la relazione nel suo complesso in occasione del voto odierno.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La situazione estremamente grave dei Balcani, e in particolare nella provincia serba del Kosovo, è il risultato di un lungo processo d’ingerenza, di aggressione e d’occupazione militare promosso dall’Unione e dagli Stati Uniti, che hanno imposto il loro dominio sulla regione sfruttando difficoltà e conflitti autentici.

La situazione del Kosovo è particolarmente significativa. In seguito all’aggressione militare della NATO, gli Stati Uniti e l’Unione hanno creato un protettorato e installato basi militari strategiche in questa provincia serba, in flagrante violazione della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

La soluzione imposta da Martti Ahtisaari, inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, riguardo al futuro del Kosovo, va nella stessa direzione. Propone la fine della sovranità serba su parte del proprio territorio, nonché la (pseudo) “indipendenza” del Kosovo sotto l’occupazione dell’Unione e degli Stati Uniti. Ciò sarà conseguito mediante la cosiddetta presenza “civile” dell’Unione nel quadro della politica europea di sicurezza e di difesa, sostenuta dalle truppe della NATO, e una “rappresentanza civile internazionale” con pieni poteri.

Riteniamo che la situazione del Kosovo vada risolta nell’osservanza del diritto internazionale e della sovranità della Serbia che, non dimentichiamocelo, è garantita dalla risoluzione 1244. Qualsiasi altra soluzione (scorretta) potrebbe condurre a conseguenze imprevedibili in questa regione strategica.

Da qui il nostro voto contro la relazione.

 
  
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  Richard Howitt (PSE), per iscritto. – (EN) Il partito laburista al Parlamento europeo (EPLP) appoggia questa risoluzione, in particolare il forte sostegno accordato al processo sotto l’egida delle Nazioni Unite e l’approvazione nei confronti dell’inviato speciale per il Kosovo, Martti Ahtisaari, e la sua proposta globale per un accordo sullo status del Kosovo. Ci siamo però astenuti per quanto riguarda l’emendamento n. 13 perché il suo linguaggio non è coerente col piano Ahtisaari ed è pertanto inutile mentre in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sono ancora in corso le discussioni.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione sul futuro del Kosovo e sul ruolo dell’Unione. Per conseguire gli obiettivi di un Kosovo autonomo e in pace, l’Unione deve avere un ruolo negli attuali negoziati internazionali per giungere a un accordo. Appoggio soprattutto l’iniziativa condotta dalle Nazioni Unite per determinare lo status definitivo del Kosovo e, in particolare, la proposta di Ahtisaari.

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), per iscritto. – (NL) La questione del Kosovo può dividere i partiti politici, ma il Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica, cui appartengo, e i partiti che vi aderiscono erano unanimemente contrari alla guerra intrapresa dalla NATO contro la Jugoslavia nel 1999, perché l’obiettivo di questa guerra non era liberare il Kosovo, ma far sì che il mondo esterno estendesse la propria influenza alla Serbia e al Montenegro. Anche adesso alcuni miei colleghi temono che gli Stati Uniti stiano sfruttando il problema del Kosovo per smembrare gli Stati europei in piccoli protettorati militari, e citano il diritto internazionale, il quale stabilisce che, nel corso del procedimento, non si possono formare nuovi Stati senza che lo Stato che perde il proprio territorio non abbia prima espresso la propria approvazione.

Se seguiamo questo ragionamento, allora molti degli attuali Stati europei, tra cui la Grecia, il Belgio, la Bulgaria, l’Irlanda, la Polonia, la Repubblica ceca e la Slovenia, sono anch’essi illegali. Farei piuttosto un paragone con la conquista dell’indipendenza di ex colonie europee come l’Indonesia, l’Algeria o l’Angola che, nella loro lotta per conseguirla, sono state appoggiate dalla Sinistra europea. Se la democrazia e la parità di diritti per gli abitanti del Kosovo implicano necessariamente che debbano conquistare la propria indipendenza, allora la Sinistra deve fare da battistrada anziché arrancare dietro. Riconosco inoltre il diritto all’autodeterminazione da parte dei residenti serbi, che costituiscono una maggioranza nella Kosovska Mitrovica e nell’estremo nord del Kosovo, e che vorrebbero tornare stabilmente in Serbia.

 
  
  

– Relazione Ville Itälä (A6-0069/2007)

 
  
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  Astrid Lulling (PPE-DE). – (FR) Signor Presidente, ho votato contro la relazione sugli orientamenti per la procedura di bilancio che, come le relazioni sul bilancio europeo che l’hanno preceduta, contiene osservazioni – che non condivido – riguardanti i nostri luoghi di lavoro i quali, vorrei ricordarlo al Parlamento, sono stabiliti nel Trattato. Non appartengo a coloro che, secondo l’esagerata definizione della relazione, “deplorano la dispersione geografica” della nostra amministrazione fra tre luoghi di lavoro. Non penso che la dislocazione geografica di questo Parlamento abbia effetti negativi di alcun genere: tutto al contrario, in realtà.

Mi oppongo al paragrafo 33, e in particolare alla proposta riguardante il numero di missioni effettuate dal nostro personale nei tre luoghi di lavoro. So che l’amministrazione è molto parsimoniosa in merito al denaro che spende a questo proposito. Non sono favorevole a invitare il Segretario generale a presentare, entro il 1° luglio di quest’anno, una relazione sulle missioni effettuate dal personale nei tre luoghi di lavoro; come noi, anche il Segretario generale ha altre cose da fare, e non credo di sbagliarmi in questo.

L’intenzione implicita riguarda ciò che viene descritto come un tentativo di razionalizzazione allo scopo di svuotare Lussemburgo e Strasburgo della loro importanza come luoghi di lavoro. Non posso fare altro che sottolineare la mia disapprovazione nei confronti dell’assurdo progetto menzionato al paragrafo 40, volto a sospendere l’ulteriore crescita del nostro patrimonio immobiliare e a far sì che il Parlamento si astenga dall’aumentare ancora i propri edifici. La nostra politica immobiliare, che implica da parte nostra l’acquisto anziché l’affitto degli edifici che ci occorrono per un funzionamento decente, ha fatto risparmiare ai contribuenti molto denaro – migliaia di euro, per la verità – e io posso solo dire che sono stupita poiché la maggior parte dei membri della commissione per i bilanci non sembra, o non vuole, capire che nel 2008 dovremo avvalerci del margine di manovra con un tetto del 20 per cento circa per anticipare le spese immobiliari. Signor Presidente, lei sa, ed è importante che venga detto, che questa pratica in materia di spese immobiliari permette di realizzare risparmi considerevoli, e sono i contribuenti a beneficiarne.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione e degli emendamenti su uno statuto per gli assistenti dei deputati e degli emendamenti che chiedono, tra le altre cose, una diminuzione dei costi energetici per il parco auto del Parlamento. Purtroppo quest’ultimo emendamento è stato respinto. M’interesserebbe vedere se coloro che hanno votato a favore dell’emendamento e hanno una qualche voce in capitolo nella scelta del veicolo da utilizzare, in particolare i capigruppo, hanno messo in pratica i propri ideali o continuano a usare i loro attuali “tracannatori di benzina”.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Benché non contenga gli orientamenti per quello che potrebbe essere definito il bilancio comunitario principale – ovvero il bilancio della Commissione – questo è pur sempre un indicatore delle priorità e delle prospettive per l’anno prossimo.

Per quanto riguarda gli orientamenti per il bilancio delle Istituzioni per il 2008, si prevede che, in merito alla politica del personale, debba mantenersi sugli stessi livelli degli anni precedenti.

Sebbene il Parlamento abbia richiesto una serie di relazioni sull’evoluzione della politica di assunzione e sullo status del personale assunto, non si è ancora concretizzato nulla. E’ con preoccupazione che abbiamo assistito alla graduale sostituzione dei contratti a tempo indeterminato con contratti di servizi, a lavoratori che non hanno contratti di lavoro a tempo indeterminato dopo decine d’anni di servizio e al “trasferimento” di tanti lavoratori ad agenzie di lavoro temporaneo.

La realtà è che si stanno incoraggiando rapporti di lavoro precario con lo smantellamento dei diritti dei lavoratori, la tanto sbandierata (e falsa) “nuova Europa sociale” da applicare nei confronti di chi lavora nel Parlamento europeo…, l’assolutamente inaccettabile “flessicurezza”.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione sugli orientamenti per la procedura di bilancio 2008, volta a incrementare l’efficacia della comunicazione all’interno del Parlamento per sensibilizzare i cittadini comunitari. In particolare appoggio il risalto specifico dato all’informazione nei confronti dei media locali e regionali. Un altro aspetto chiave della relazione è costituito dall’adozione di uno statuto reale e significativo per gli assistenti dei deputati. Ritengo che uno statuto di questo tipo contribuirà a migliorare a livello qualitativo le attività dei deputati.

 
  
  

– Relazione Lamassoure (A6-0066/2007)

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, col voto odierno si è conclusa la prima fase dei lavori per garantire il futuro delle nostre risorse proprie. A mio avviso, è il primissimo stadio del processo e, benché io non condivida molte delle opinioni espresse, ho votato a favore della relazione, perché ritengo che si possa cambiare molto in seguito.

Il sistema delle risorse proprie proposto dev’essere trasparente ed equo. Dobbiamo fare tesoro delle lezioni tratte dalla revisione del bilancio comunitario fissata per il 2008 e per il 2009 e delle priorità che fisseremo per l’Unione per il periodo che andrà dal 2013 in poi. Infine, dobbiamo attenerci al principio fondamentale della Comunità, vale a dire la coesione, e aumentare pertanto i livelli di sviluppo nelle regioni meno sviluppate. Occorre prestare particolare attenzione al sistema per il finanziamento della sicurezza alimentare ed energetica, nonché ai problemi ambientali.

 
  
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  Jim Allister (NI), per iscritto. – (EN) Ho votato contro la relazione Lamassoure sulle risorse proprie perché intende promuovere la nozione di Stato per l’Unione avviando un processo di sovranità finanziaria che porterebbe all’istituzione, totalmente assurda, di un regime fiscale comunitario. Inoltre, l’attacco mosso dalla relazione alla pienamente giustificata “correzione britannica” pretende che i miei elettori diventino benefattori ancora più generosi dell’avida Unione, con tutti i suoi sprechi sfrenati. Considerando che il Regno Unito sta già perdendo più di 4 miliardi netti di sterline all’anno per finanziare l’Unione, non abbiamo più altro da dare.

 
  
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  Jan Andersson e Anna Hedh (PSE), per iscritto. (SV) Riteniamo che la relazione sia complessivamente buona. Abbiamo però deciso di votare contro tutte le formulazioni riguardanti un’imposta comunitaria. Abbiamo anche scelto di sostenere il cofinanziamento nel quadro della politica agricola dell’Unione.

 
  
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  Liam Aylward, Brian Crowley, Seán Ó Neachtain e Eoin Ryan (UEN), per iscritto. – (EN) Noi componenti della delegazione del Fianna Fáil abbiamo respinto la relazione Lamassoure per i seguenti motivi:

La ragione principale è che la riforma discussa dal relatore è chiaramente un trampolino di lancio per un’armonizzazione fiscale comunitaria alla quale il governo irlandese è assolutamente contrario.

Infatti la maggioranza del Parlamento oggi ha votato a favore dell’autorizzazione, da parte dell’Unione, a revocare in qualsiasi momento, per un periodo limitato, la sovranità fiscale di ciascuno Stato membro sancita dai Trattati. Questo è inammissibile. Al contrario, la delegazione del Fianna Fáil ha votato unitamente ad altri 153 parlamentari per sottolineare il diritto inviolabile di ciascuno Stato membro all’autodeterminazione in campo fiscale, osservando che è necessaria l’unanimità degli Stati membri per introdurre qualunque tipo di imposta europea ed evidenziando che ogni Stato membro ha il diritto di veto in questa materia.

Inoltre, l’attuale pacchetto finanziario è il frutto di un accordo raggiunto a fatica e vantaggioso per l’Irlanda; la relazione intenderebbe riformare in futuro questo tipo di finanziamento. L’Irlanda ha solo tratto beneficio dai passati accordi sulle prospettive finanziarie. Per di più, i paesi più poveri sarebbero svantaggiati e, a nostro avviso, un’imposta diretta comunitaria che alleggerisca le tasche dei cittadini sarebbe vista con sfavore dai cittadini irlandesi e dell’Unione.

 
  
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  Luis Manuel Capoulas Santos, Fausto Correia, Edite Estrela, Emanuel Jardim Fernandes, Elisa Ferreira, Jamila Madeira e Manuel António dos Santos (PSE), per iscritto. – (PT) Abbiamo votato contro la terza parte del paragrafo 25 della relazione Lamassoure, principalmente per due ragioni:

In primo luogo, come socialisti portoghesi, non possiamo accettare alcun tentativo di ridimensionare quella che è la più comune delle politiche europee, e ciò che viene proposto equivale a una rinazionalizzazione della PAC.

La proposta di cofinanziamento, che consiste nel fare finanziare parzialmente agli Stati membri il bilancio del primo pilastro della PAC, è ingiustificata perché ci sono altre soluzioni in base alle quali gli impegni finanziari assunti nell’ottobre 2002 dal Consiglio potrebbero essere onorati senza che sia necessario un contributo tratto dai bilanci nazionali dei 15 Stati membri che costituivano l’Unione prima dell’allargamento del 2004.

Come alternativa al cofinanziamento, si potrebbero stabilire dei massimali per le sovvenzioni concesse individualmente agli agricoltori – sulla falsariga del modello statunitense, in cui il limite è fissato a 250 000 dollari – insieme alla “modulazione obbligatoria”, in virtù della quale si effettua una riduzione percentuale delle sovvenzioni erogate ai maggiori beneficiari degli aiuti diretti provenienti dalla PAC, realizzando così i risparmi necessari per onorare gli impegni.

In secondo luogo, perché la formulazione di questo paragrafo contiene una contraddizione insanabile. Mentre promette solennemente di non rinazionalizzare la PAC, propone anche di mettere fine al sistema attuale di finanziamento, totalmente comunitario, introducendo il cofinanziamento nazionale, che è proprio lo strumento principale per la rinazionalizzazione della PAC, dal momento che concederà agli agricoltori degli Stati membri con i bilanci più elevati un consistente vantaggio rispetto a quelli degli Stati membri coi bilanci più contenuti.

 
  
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  Françoise Castex (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione Lamassoure sul futuro delle risorse proprie dell’Unione.

Il sistema attuale ha l’effetto di rendere il bilancio comunitario troppo dipendente dalla volontà degli Stati nazionali, e io appoggio l’analisi del relatore secondo cui questo sistema, col passare del tempo, è diventato troppo complesso e, soprattutto, inadeguato per affrontare le nuove sfide con cui si misura l’Unione, diventa pertanto necessario tornare a un sistema adatto per le risorse proprie, come stabiliscono i Trattati su cui si fonda la Comunità europea.

Apprezzo la proposta di abolire, come primo passo per il conseguimento di questo fine, tutte le forme di riduzione e compensazione concesse agli Stati membri, e di finanziare direttamente il bilancio comunitario ricorrendo provvisoriamente a un’imposta già in vigore negli Stati membri, il che costituirebbe il modo migliore per garantire un finanziamento praticabile dell’Unione che sia anche accettabile per i parlamenti nazionali.

Tuttavia, ho votato contro il paragrafo 25 della risoluzione, che è stato respinto con una maggioranza risicata. Benché, di fatto, io non voglia riaprire un dibattito sulla creazione di un nuovo sistema di finanziamento, sono contraria all’idea che si pensi di attivare, nell’Europa dei Quindici, un processo di cofinanziamento obbligatorio della PAC, che finirebbe per rinazionalizzare la prima politica europea comune.

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE), per iscritto. – (EN) Ho appoggiato la relazione Lamassoure sul futuro delle risorse proprie dell’Unione perché ritengo che costituisca un buon contributo al dibattito, urgentemente necessario, sulle spese comunitarie. Un bilancio pari all’1 per cento del PIL è semplicemente insufficiente a sostenere le sfide politiche dell’Europa, tra cui la promozione di una forte dimensione sociale e di ricerca. Occorre come minimo un 3 per cento. Questi devono essere i temi principali nel quadro del rinnovato impegno per la riforma dei Trattati.

 
  
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  Emanuel Jardim Fernandes (PSE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione perché ritengo che il sistema attuale delle risorse proprie dell’Unione manchi di trasparenza, efficienza ed equità, basato com’è quasi esclusivamente su contributi degli Stati membri. Occorre urgentemente una riforma. Altrimenti corriamo il rischio di esacerbare lo squilibrio di bilancio e le disuguaglianze create dal mancato riconoscimento del fatto che un’Unione migliore si può realizzare solo con politiche migliori e più numerose, anche a livello di bilancio, accompagnate da congrue risorse.

Avendo parlato di quest’argomento in sede di commissione per lo sviluppo regionale, che ha presentato il proprio parere alla commissione per i bilanci, ho presentato alcuni emendamenti che sono stati poi adottati a larga maggioranza. Questi emendamenti erano volti principalmente a stabilire un legame diretto tra l’Unione e i suoi cittadini mediante il pagamento di parte di un’imposta esistente, in modo da non aumentare il pesante onere fiscale che grava sui contribuenti europei, e in secondo luogo a porre fine alle riduzioni di bilancio per determinati paesi, molti dei quali hanno livelli di prosperità superiori alla media europea, come il Regno Unito.

Infine, ho anche fatto presente che future considerazioni sulle risorse proprie dell’Unione dovranno tenere conto delle disposizioni fiscali speciali presenti nei Trattati che si riferiscono alle regioni ultraperiferiche dell’Unione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Il Parlamento intende aprire il dibattito sulle risorse proprie dell’Unione, anticipando la discussione che dovrebbe avere luogo nel 2008-2009. Questo è possibile grazie alla clausola di revisione contemplata dall’accordo interistituzionale per le prospettive finanziarie 2007/2013.

Criticando il sistema attuale, che aveva in precedenza approvato, e mettendo in discussione la regola dell’unanimità richiesta per qualsiasi modifica, il Parlamento propone infine di convogliare una parte o la totalità delle entrate provenienti da tasse già imposte negli Stati membri direttamente nel bilancio comunitario, senza scartare la possibilità di introdurre nuove imposte a questo scopo. Questo perché, per quanto riguarda i parlamenti nazionali, “nel breve periodo i tempi non sono ancora maturi per una nuova vera e propria imposta europea”.

Respingiamo qualsiasi tentativo di introdurre imposte europee, sia direttamente che di soppiatto, nel breve come nel lungo periodo.

Pensiamo che un sistema equo di risorse proprie debba fondarsi su contributi nazionali commisurati alla ricchezza relativa di ciascun paese (basata sull’RNL), in modo che il carico fiscale sia analogo per tutti i cittadini dei vari Stati membri, garantendo che il bilancio comunitario svolga un ruolo adeguato di ridistribuzione e dando la priorità a una vera convergenza e a un’effettiva coesione socioeconomica.

 
  
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  Anne E. Jensen e Karin Riis-Jørgensen (ALDE), per iscritto. – (DA) Abbiamo votato a favore della relazione perché presenta un modo concreto per liberarci dell’attuale complesso sistema che disciplina le risorse proprie dell’Unione e comprende riduzioni e accordi speciali. Il diritto dei paesi all’autodeterminazione in materia fiscale va ovviamente rispettato in qualsiasi sistema nuovo. Inoltre è bene che una nuova fonte di entrate per l’Unione non significhi un aumento delle imposte.

 
  
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  Marie-Noëlle Lienemann (PSE), per iscritto. – (FR) Mi sono astenuta dal votare sulla relazione dell’onorevole Lamassoure perché non approvo il cofinanziamento del primo pilastro della PAC, cui si fa riferimento nel paragrafo 25, che spiana la strada all’inevitabile rinazionalizzazione di una delle rare politiche davvero comunitarie. Potrei aggiungere che quest’idea era già stata proposta, ma era stata giustamente respinta in occasione dell’accordo di Berlino nel 2000.

Non mi sembra saggio dare alla PAC – che si presume essere più equa e compatibile con lo sviluppo sostenibile – un nuovo orientamento che si basi sul suo cofinanziamento da parte degli Stati membri.

 
  
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  Diamanto Manolakou (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Nella relazione sul futuro delle risorse proprie comunitarie, l’Unione si prepara a espandere la dura politica fiscale dei governi degli Stati membri. La maggior parte del costo per la promozione di politiche antiproletarie da parte dell’Unione sarà pagata dai lavoratori.

Le misure di base proposte, come l’aumento dell’IVA e dell’imposta sui consumi energetici dal 2014 in poi, peggioreranno ulteriormente le condizioni dei lavoratori. In Grecia, l’aumento dell’1 per cento dell’IVA e le continue variazioni del prezzo dell’energia hanno reso sempre più arduo per le famiglie proletarie sbarcare il lunario.

L’elemento essenziale della correzione degli squilibri di bilancio cui la relazione fa riferimento è costituito da una riduzione della spesa nel settore agricolo, cosa che si tradurrà nel fallimento di altre piccole e medie aziende agricole. Ciò viene presentato come una distribuzione più equa delle risorse. Contemporaneamente, col pretesto di consolidare la propria politica in materia di terrorismo, l’Unione sta in realtà rafforzando il proprio attacco ai diritti della persona e alle libertà dei popoli.

Si sta facendo ricorso alla politica di comunicazione dell’Unione solo quando non se ne può fare a meno, nel tentativo di coltivare una “coscienza europea”, ovvero soggiogare i lavoratori a politiche antiproletarie.

La relazione fa riferimento alle entrate indirette degli Stati membri mediante le politiche dell’Unione. Questo è un regalo dell’Unione capitalista al capitale. I lavoratori vedono solo che il loro tenore di vita peggiora.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione, il cui proposito è quello di riformare il sistema delle risorse proprie che accentuerà l’uguaglianza tra Stati membri. Il sistema attuale è complesso e non trasparente per il pubblico, perciò sono lieto che venga riformato.

 
  
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  Jean-Claude Martinez (ITS), per iscritto. – (FR) A differenza della CECA, che si finanziava con risorse proprie nel vero senso della parola, l’Unione, avendo smesso virtualmente, per effetto del liberoscambismo mondiale, di riscuotere dazi doganali, il cui ammontare non va oltre il 9,8 per cento delle sue risorse, provvede al proprio bilancio come qualsiasi altra organizzazione intergovernativa finanziata da contributi statali, ovvero mediante un contributo in danaro sulla base del PNL pari al 73,8 per cento delle risorse comunitarie.

Oggi le risorse hanno raggiunto un massimale dell’1,24 per cento del PNL e rimarranno a questi livelli. E’ solo prevista, dopo il 2014, l’entrata in vigore di un nuovo sistema, ispirato alla soluzione federale classica che consiste nel dividere il gettito fiscale di un’imposta fra l’Unione e gli Stati nazionali. Per questa ripartizione è stata proposta una selezione di dodici imposte che vanno dall’IVA alla tassa Tobin, passando per l’ecotassa sulle imprese.

E’ il sistema adottato in Francia tra il 1791 e il 1917, consistente in addizionali sulle imposte di Stato per finanziare le comunità locali.

Se l’Unione conducesse una politica d’investimento su vasta scala nella sanità, nella ricerca, nelle università e nelle ferrovie per soppiantare l’approccio maltusiano di cui all’articolo 104 C del Trattato di Maastricht, il sostegno del pubblico a livello nazionale permetterebbe un finanziamento per mezzo di prestiti, se non addirittura tramite un’imposta ad hoc resa allettante in virtù dei benefici sociali che apporterebbe.

 
  
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  Olle Schmidt (ALDE), per iscritto. – (SV) Mi sono astenuto dal votare sulla relazione dell’onorevole Lamassoure sul futuro delle risorse proprie dell’Unione. Convengo che il sistema comunitario delle entrate e delle uscite vada riformato e reso più trasparente, ma questa relazione si spinge troppo oltre. A mio avviso l’Unione va finanziata mediante quote di adesione e non voglio assistere ad alcuna evoluzione verso un’imposta europea.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto. – (PL) Voterò a favore della relazione dell’onorevole Alain Lamassoure sul futuro delle risorse proprie dell’Unione.

E’ una parte importante dei preparativi per una revisione completa di tutti gli aspetti del finanziamento e delle spese dell’Unione, dal momento che il sistema attuale delle risorse proprie è fondamentalmente difettoso.

Il sistema comprende quattro fonti diverse di finanziamento e una serie di meccanismi di riduzione. Si deve considerare che circa il 70 per cento delle entrate comunitarie dell’Unione non proviene dalle sue risorse proprie, bensì da fondi tratti direttamente dai bilanci nazionali. Inoltre, considerando gli attuali deficit di bilancio, in particolare quelli dei maggiori Stati membri, non possiamo garantire che la Comunità abbia risorse sufficienti per applicare tutte le strategie legate alle sue politiche.

L’Unione necessita di un sistema di finanziamento efficace e trasparente. Obiettivo della riforma delle entrate comunitarie dev’essere creare risorse proprie effettive per l’Unione. Tali risorse devono basarsi sulle imposte esistenti riscosse negli Stati membri, che contribuiranno al bilancio comunitario. A mio avviso dobbiamo anche considerare la possibilità di introdurre un’imposta comunitaria vera e propria.

 
  
  

– Relazione Belet (A6-0036/2007)

 
  
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  Jaroslav Zvěřina (PPE-DE).(CS) Grazie, signor Presidente. Insieme agli altri deputati, membri del partito democratico civico ceco (ODS), ho votato contro la relazione Belet, poiché ritengo che sia un passo piuttosto prematuro verso un dibattito sulla possibilità di armonizzare il complesso ambito del calcio professionistico negli Stati membri.

La relazione promette di definire il cosiddetto modello del calcio europeo. Un simile modello, tuttavia, è riscontrabile a stento. Attualmente, il calcio professionistico è senza dubbio un fenomeno ampiamente globalizzato e cercare in qualche modo di disciplinarlo da una prospettiva europea non è, a mio avviso, un’idea particolarmente buona. Il Parlamento non è ancora una di quelle organizzazioni addette alla gestione globale, né è in grado di risolvere i problemi del mondo.

Concordo pienamente con quanto espresso nei punti della relazione che evidenziano il contrasto tra il calcio professionistico e i nostri regolamenti amministrativi ed economici. Non posso tuttavia accettare la proposta di intervenire in aree che esulano dalla sfera di competenza dell’Unione. Mi riferisco principalmente alla proposta di creare organi di controllo specificamente mirati. Grazie per la vostra attenzione.

 
  
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  Richard Corbett (PSE).(EN) Signor Presidente, nonostante alcune riserve in merito a un paio di punti, i deputati laburisti al Parlamento europeo hanno votato a favore della relazione Belet. Obiettivo del documento, infatti, è aiutare le autorità calcistiche nella gestione di alcuni problemi molto concreti con cui sono confrontate garantendo che le leggi europee adottate per altri scopi non interferiscano nella soluzione di tali problemi. In altre parole, si tratta del contrario di quanto ha affermato il precedente oratore. Non stiamo cercando di armonizzare le regole del calcio o di controllare il calcio stesso. Stiamo cercando di dare alle autorità calcistiche uno spazio in più, affinché possano affrontare in prima persona i propri problemi.

A tale proposito, vorrei aggiungere che sono stato molto sorpreso che il deputato Heaton-Harris abbia proposto un emendamento su richiesta di un lobbista del Real Madrid. Dei 27 Stati membri, soltanto la Spagna godrà dei risultati derivanti dall’autorizzazione alla vendita dei diritti televisivi effettuata individualmente dalle singole società, anziché su base collettiva per campionato con la ridistribuzione degli introiti a tutti i club. Questo non soltanto distrugge la competizione sportiva all’interno della Liga spagnola – Barcellona e Real Madrid riceveranno, infatti, un miliardo di euro ciascuna per i prossimi anni – ma influisce altresì negativamente sulla competizione sportiva a livello europeo, dando ai summenzionati club un vantaggio sleale su quelli appartenenti ad altri campionati europei. Mi stupisce che il deputato Heaton-Harris possa aver presentato un simile emendamento.

 
  
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  Jan Andersson e Anna Hedh (PSE), per iscritto. (SV) Appoggiamo la relazione sul futuro del calcio professionistico in Europa. Si tratta, sostanzialmente, di un testo costruttivo che affronta, tra l’altro, i problemi legati all’esigenza dei piccoli club di godere di condizioni finanziarie migliori per promuovere i giovani talenti. La relazione verte sulla necessità che le squadre nazionali siano in grado di utilizzare giocatori esenti da imposte. Altre importanti questioni affrontate nel documento sono gli sforzi per combattere la violenza sugli spalti, il razzismo, l’assunzione di droghe, la corruzione e lo sfruttamento di giovani giocatori. Riteniamo che l’UE debba cooperare a livello nazionale ed europeo con le principali associazioni calcistiche, come l’UEFA, al fine di risolvere questi problemi.

Non possiamo attualmente riscontrare, tuttavia, alcuna necessità di ricorrere a nuovi strumenti giuridici per risolvere questi problemi, ad eccezione di una possibile direttiva riguardante gli agenti dei giocatori. Tanto meno vediamo alcuna necessità per gli Stati membri di cambiare la propria legislazione sociale e fiscale, sulla base del fatto che le differenze tra gli Stati creano problemi per quanto riguarda il trasferimento dei giocatori al di fuori del confine nazionale. Riteniamo inoltre che il concetto di “prostituzione coatta”, usato nella relazione, comprenda tutti i tipi di prostituzione: si può affermare, infatti, che questo fenomeno sia comunque frutto della coercizione.

 
  
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  Derek Roland Clark (IND/DEM), per iscritto. – (EN) L’UKIP non riconosce la competenza dell’UE in materia di sport, e si oppone alla relazione nel suo complesso al fine di difendere i diritti di tutti gli Stati membri e dei loro club e tifosi, mantenendo la politica al di fuori delle questioni sportive.

Conviene che le entrate provenienti dai diritti televisivi siano ampiamente determinate dal volume dei mercati delle televisioni nazionali.

Non ammette l’ingerenza dei sindacati, delle associazioni di tifosi e dell’UE in materia di sport. I tifosi sostengono le squadre vincenti, non quelle che hanno un buon comitato.

Non ammette interferenze nel processo decisionale di FIFA e UEFA.

Appoggia la proposta della stipula di un’assicurazione per i giocatori delle squadre nazionali.

Non ammette l’innalzamento della bandiera dell’UE né l’esecuzione dell’inno comunitario in occasione degli incontri di calcio. Non esiste una squadra comunitaria. Gli europei del 2008 si svolgeranno in parte in Svizzera.

Non ammette il coinvolgimento comunitario nelle finanze dei club.

Appoggia la proposta di miglioramento dell’istruzione per i giocatori più giovani, al di fuori della giurisdizione dell’UE.

Approva che le nazioni interne a uno Stato membro abbiano la propria squadra (ad esempio la Scozia).

Non riconosce l’Independent European Sports Review.

Approva la cooperazione degli Stati membri nella lotta alla violenza negli stadi, ma si oppone categoricamente alla giurisdizione comunitaria, poiché l’Unione europea non ha competenza in materia di Giustizia e affari interni.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La relazione in esame presenta numerosi aspetti positivi. Tuttavia abbiamo alcune riserve per quanto riguarda la formulazione finale di alcuni punti.

Riteniamo che sia necessario considerare l’approccio al calcio professionistico. E’ sbagliato ridurre tutto ad una competizione organizzata, con la quale vengono messi da parte gli aspetti più importanti del calcio, come per esempio il fatto che si tratta di un gioco e che questo contribuisce a sviluppare in bambini e ragazzi la capacità di pensare al futuro, di usare la propria immaginazione, di lavorare con gli altri e di esprimere se stessi, nonché di conoscersi e di avere consapevolezza di sé e degli altri.

La separazione artificiale tra lo sport amatoriale e quello professionistico (evidente in alcuni giochi, persino in quelli competitivi, nei quali i partecipanti hanno professioni e occupazioni diverse) mina i diritti che dovrebbero scaturire in modo naturale dalle responsabilità legate al calcio professionistico, con tutte le sue società, i tifosi, i comitati direttivi, le associazioni sportive e le regole, i regolamenti e le strutture. Questa è la situazione attuale e, finché persisterà, non dobbiamo nascondere la testa nella sabbia, fingendo che tutto stia andando bene.

Dobbiamo pertanto sforzarci, senza paternalismo, di creare le condizioni necessarie affinché i professionisti possano vedere tutelati i propri diritti in un’industria nella quale si rischia di subire un maggiore deterioramento fisico e una prematura esclusione dalla società.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) E’ mia intenzione votare a favore della relazione Belet poiché ritengo che sia orientata a perseguire i migliori interessi del gioco in Europa, e sostenga ampiamente le opinioni proprie della UEFA a tale riguardo. Lo faccio, nonostante la recente grave discriminazione della UEFA nei confronti di Gibilterra, che rappresento in questa sede. L’ultima riunione UEFA ha respinto la richiesta di adesione di Gibilterra, sebbene la sua popolazione risulti equivalente a quella di San Marino – membro UEFA da molto tempo – e benché le Antille olandesi, una colonia, abbiano partecipato alle finali della terza coppa del mondo nel 1938.

Mi dichiaro inoltre favorevole alla vendita in blocco dei diritti televisivi da parte dei campionati nazionali, al fine di mitigare l’aumento delle disparità economiche tra i club, ma contrario all’acquisto in blocco di quei diritti che danno a una singola emittente un monopolio che viene utilizzato a danno degli spettatori.

Allo stesso modo, il calcio non può essere escluso dalla legislazione europea per consentire a un numero limitato di società di aumentare i propri profitti a spese degli altri. L’alleggerimento delle norme deve servire al bene pubblico, non al profitto privato.

 
  
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  Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) Il Parlamento europeo non avrebbe dovuto occuparsi affatto di questa relazione. L’argomento in questione è uno solo, per le associazioni calcistiche nazionali e per le organizzazioni con le quali esse collaborano, così come per ciascuno dei parlamenti nazionali.

Non concordiamo inoltre sul fatto che il progetto di relazione faccia riferimento, per esempio, al progetto di Costituzione europea, già respinto mediante due referendum in Europa. Ci opponiamo, altresì, alle proposte riguardanti la creazione di un quadro giuridico a livello comunitario per il calcio e all’esortazione a considerare l’ipotesi di introdurre uno status giuridico europeo per le associazioni sportive.

La Lista di giugno vota pertanto contro la relazione in esame.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa relazione sul futuro del calcio professionistico. Approvo in modo particolare la richiesta avanzata alla Commissione di chiarire lo status giuridico del calcio, nonché la raccomandazione di impegnarsi a garantire una maggiore trasparenza e una corretta gestione del calcio professionistico in Europa. Ritengo importante che esista un organo di governo separato per il calcio scozzese – come ad esempio la Scottish Football Association – e appoggio gli emendamenti proposti dal gruppo Verts/ALE per garantire che tali organi di governo indipendenti vengano mantenuti nella loro forma attuale, senza essere incorporati in alcuna associazione calcistica del Regno Unito.

 
  
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  Eoin Ryan (UEN), per iscritto. – (EN) Mi dichiaro favorevole alla posizione dell’ex presidente dell’UEFA, Lars Olsen, il quale ha affermato che una delle più importanti sfide del calcio professionistico è costituita dagli agenti dei giocatori. Considerando le raccomandazioni della recente relazione Stevens nel Regno Unito, ritengo sia necessario attuare standard e criteri rigidi per le transazioni condotte dagli agenti dei giocatori. L’attuale sistema permette una doppia rappresentazione ed è privo di trasparenza a livello finanziario, specialmente per quanto riguarda i trasferimenti al di fuori dell’Europa. Pertanto, se l’UEFA non disciplina e modifica la situazione attuale, la Commissione sarà chiamata a presentare una direttiva su un sistema comune di rilascio delle licenze per gli agenti.

Uno degli obiettivi principali della relazione è indicare modi per stimolare l’equilibrio competitivo nel calcio. Ritengo che il caso Charleroi, attualmente al vaglio della Corte di giustizia europea, in caso di esito positivo avrà un impatto decisamente negativo sulla competitività delle associazioni calcistiche internazionali minori in Europa. Sono fermamente convinto che le società debbano concedere i propri giocatori per il dovere nazionale, senza alcun diritto ad un compenso. Pertanto appoggio l’invito rivolto alla Commissione, affinché questa sostenga lo sviluppo di un sistema assicurativo collettivo per i giocatori.

 
  
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  José Albino Silva Peneda (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Il calcio è una passione universale, nelle moderne e sofisticate metropoli occidentali, nella lontana Australia, come anche nelle aree più remote del Pacifico, e nei piccoli villaggi dell’Asia centrale o dell’Africa più profonda.

Oltre a essere una passione, il calcio è uno dei più potenti linguaggi universali.

Sono queste caratteristiche – la passione e l’universalità del linguaggio – che conferiscono al calcio la forza e la straordinaria capacità di unire le persone.

Il calcio ha l’enorme potenziale, che non può essere ignorato, di incanalare questa sua forza non soltanto in uno spettacolo e nella sua legittima economia, ma anche nelle cause sociali, con una portata e dimensioni ugualmente universali.

Mi dichiaro favorevole alla relazione in esame e vorrei rilevare che nonostante gli organi che governano il calcio possano avere un desiderio legittimo di difendere le proprie procedure sportive, ricorrendo ai tribunali civili anche quando in termini sportivi non sia necessario, essi non possono essere penalizzati da regolamenti disciplinari.

Esorto pertanto gli organi di governo del calcio a rivedere i propri statuti al fine di cercare un adeguato equilibrio tra il diritto legittimo di tutti gli sportivi a ricorrere ai tribunali civili, da una parte, e il normale funzionamento delle competizioni, dall’altra.

 
  
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  Peter Skinner (PSE), per iscritto. – (EN) Molte sono le sfide che il calcio professionistico è chiamato ad affrontare all’interno dell’Unione europea. C’è bisogno di maggiore trasparenza e democrazia all’interno delle strutture che gestiscono questo gioco. Queste dovrebbero fondarsi su sistemi basati sulla regola che prevede la presenza di un minimo di giocatori formati sul territorio nazionale. Ritengo tuttavia che dovremmo riconoscere l’autonomia dello sport e il suo diritto all’autogoverno.

 
  
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  Jeffrey Titford (IND/DEM), per iscritto. – (EN) L’UKIP non riconosce la competenza dell’UE in materia di sport, e si oppone alla relazione nel suo complesso, al fine di difendere i diritti di tutti gli Stati membri e dei loro club e tifosi, mantenendo la politica al di fuori delle questioni sportive.

Conviene che le entrate provenienti dai diritti televisivi siano ampiamente determinate dal volume dei mercati delle televisioni nazionali.

Non ammette l’ingerenza dei sindacati, delle associazioni di tifosi e dell’UE in materia di sport. I tifosi sostengono le squadre vincenti, non quelle che hanno un buon comitato.

Non ammette interferenze nel processo decisionale di FIFA e UEFA.

Appoggia la proposta della stipula di un’assicurazione per i giocatori delle squadre nazionali.

Non ammette l’innalzamento della bandiera dell’UE né l’esecuzione dell’inno comunitario in occasione degli incontri di calcio. Non esiste una squadra comunitaria. Gli europei del 2008 si svolgeranno in parte in Svizzera.

Non ammette il coinvolgimento comunitario nelle finanze dei club.

Appoggia la proposta di miglioramento dell’istruzione per i giocatori più giovani, al di fuori della giurisdizione dell’UE.

Approva che le nazioni interne a uno Stato membro abbiano la propria squadra (ad esempio la Scozia).

Non riconosce l’Independent European Sports Review.

Approva la cooperazione degli Stati membri nella lotta alla violenza negli stadi, ma si oppone categoricamente alla giurisdizione comunitaria, poiché l’Unione europea non ha competenza in materia di Giustizia e affari interni.

 
  
  

– Relazione Tabajdi (A6-0037/2007)

 
  
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  Danutė Budreikaitė (ALDE). (LT) Quando l’Unione è stata allagata nel 2004, con l’ammissione di dieci nuovi Stati membri, sono state concordate condizioni discriminatorie per quanto riguarda l’applicazione della politica agricola comune (PAC). Ai nuovi Stati membri è stato applicato un periodo di transizione di nove anni. Gli aiuti del primo anno ammontavano soltanto al 25 per cento di quelli ricevuti dai vecchi Stati membri. Ciò ha avuto ripercussioni sull’ambiente concorrenziale tra i nuovi e i vecchi paesi dell’Unione nell’ambito del mercato dei prodotti agricoli.

Il messaggio più forte della relazione è stato questo: i nuovi paesi non hanno avuto un effetto negativo sulla produzione agricola dei vecchi paesi nell’ambito del mercato. E quanto all’effetto sui nuovi paesi? Solo la Polonia è stata menzionata, e la Commissione è riluttante ad affrontare i suoi problemi.

La Lituania ha perso il suo tradizionale mercato del lino a causa della PAC. E’ stata obbligata a ridurre di una volta e mezzo gli aiuti a favore dei coltivatori di lino, il cui raccolto si è dimezzato.

I vecchi Stati membri hanno ottenuto condizioni vantaggiose per accedere ai mercati dei prodotti dei nuovi Stati membri. Ritengo che la relazione non rifletta sufficientemente la situazione reale e pertanto ho votato contro l’applicazione della PAC nei nuovi Stati membri.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Riteniamo che la politica agricola comune vada abolita. E’ assurdo inserire nuovi Stati membri in un sistema arretrato e abituarli alle sue norme e alle sue sovvenzioni. Ciò detto, siamo a favore del sostegno finanziario per i nuovi Stati membri dell’Unione. Tale sostegno, tuttavia, va incanalato verso regioni trascurate e indirizzato all’istruzione, alle infrastrutture e alle istituzioni giudiziarie.

 
  
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  Diamanto Manolakou (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Quando hanno aderito, i dieci nuovi Stati membri hanno dovuto abolire le proprie sovvenzioni alle esportazioni e i dazi sulle importazioni dai quindici Stati membri dell’Unione, aprendo i propri mercati alle esportazioni e agli investimenti dell’Europa dei Quindici. Di conseguenza, il commercio e l’industria nell’Europa dei Quindici hanno esteso i loro mercati e i loro investimenti al settore agricolo e alimentare dei dieci nuovi Stati membri.

Le conseguenze sono descritte nella relazione, con riduzioni future della spesa agricola che provocheranno il fallimento di tutta una serie di aziende agricole di piccole e medie dimensioni nei nuovi Stati membri. Ovviamente, allo stesso tempo, nei vecchi Stati membri vengono tagliate le sovvenzioni alle piccole e medie aziende agricole.

Dunque sono il commercio e l’industria a guadagnare dall’allargamento, principalmente nei vecchi Stati membri, e chi ci perde, probabilmente in misura diversa, sono le piccole e medie aziende agricole sia nei nuovi che nei vecchi Stati membri dell’Unione.

La relazione afferma che il numero e il ruolo delle cooperative nei nuovi Stati membri è inadeguato e che c’è carenza di produttori nell’industria alimentare. Deliberatamente omette di menzionare che uno dei prerequisiti fondamentali per l’adesione stabiliti dall’Unione per i paesi ex socialisti era la chiusura delle cooperative di produttori, che erano preponderanti nell’economia rurale, nonché la privatizzazione delle industrie alimentari cooperative di Stato, un prerequisito che serve direttamente gli interessi del commercio e dell’industria a spese delle piccole e medie aziende agricole e dei consumatori.

Per questo abbiamo votato contro la proposta.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione, che invita la Commissione a prendere maggiormente in considerazione le esigenze dei nuovi Stati membri nelle sue decisioni in materia di politica agricola comune. Le necessità dei nuovi Stati membri variano da un vasto impegno per uniformarsi alle norme sanitarie e igieniche della Comunità a costi di produzione più alti. Penso che lo scarso livello di assistenza diretta ricevuta da questi paesi stia creando condizioni inique in fatto di concorrenza e sono lieto che facciamo pressioni sulla Commissione affinché esamini a fondo il problema.

 
Ultimo aggiornamento: 5 giugno 2007Avviso legale