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Procedura : 2007/2590(RSP)
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B6-0299/2007

Discussioni :

PV 12/07/2007 - 11.1
CRE 12/07/2007 - 11.1

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P6_TA(2007)0357

Discussioni
Giovedì 12 luglio 2007 - Strasburgo Edizione GU

11.1. Situazione umanitaria dei rifugiati iracheni
PV
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione sulle sei proposte di risoluzione relative alla situazione umanitaria dei rifugiati iracheni.

 
  
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  Marios Matsakis (ALDE), autore. – (EN) Signor Presidente, signor Commissario, l’Iraq si trova oggi sprofondato nell’abisso di una catastrofe, e il suo popolo versa in una sconvolgente condizione di disperato smarrimento. Le statistiche, già confermate, prodotte da agenzie internazionali come la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Iraq e da altre organizzazioni dell’ONU, offrono un quadro davvero sinistro e agghiacciante. Ogni giorno, in media, vengono uccise cento persone e duecento rimangono ferite; il 50 per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno, e la disoccupazione colpisce oltre l’80 per cento degli abitanti. Solo una minoranza fruisce di un approvvigionamento idrico adeguato e di servizi igienici funzionanti, mentre la fornitura di energia elettrica è fortemente limitata e subisce frequenti interruzioni senza preavviso; quattro medici su cinque hanno abbandonato gli ospedali, mentre tre bambini su quattro non frequentano la scuola.

Gli sfollati interni – ossia i profughi nel proprio paese – sono quasi tre milioni, e questa cifra cresce di circa duemila persone al giorno; altri due milioni di iracheni hanno trovato rifugio negli Stati vicini, ovvero Siria, Giordania, regione del Golfo, Egitto e Iran. Queste persone non godono di uno status formale che conceda loro protezione in quanto rifugiati.

L’Unione europea e la comunità internazionale nel suo complesso hanno il dovere morale di dimostrare partecipe solidarietà per la misera situazione dei profughi iracheni e, aspetto ancora più importante, devono adottare misure ben più efficaci per garantire a questa povera gente l’aiuto e il sostegno di cui ha bisogno per superare le umiliazioni e le sciagure che ha dovuto subire.

La proposta di risoluzione comune elenca una serie di misure importanti, che possono contribuire ad assicurare un’esistenza più umana ai profughi iracheni.

Ho parlato finora come rappresentante del mio gruppo; permettetemi adesso qualche parola a titolo personale. L’Iraq è un paese relativamente giovane: ottenuta l’indipendenza dal Regno Unito appena nel 1932, ha poi attraversato una storia tumultuosa sfociata infine nell’avvento al potere di Saddam Hussein. Costui era un sanguinario tiranno, ma nella sua scalata al potere ha goduto dell’appoggio dell’Occidente, compresi – purtroppo – alcuni Stati europei.

Purtroppo, però, persino i giorni più neri del dominio totalitario di Saddam Hussein sembrano scomparire di fronte al vortice di morte, distruzione e sofferenze che si è abbattuto sul paese a causa dell’invasione voluta da Bush e Blair e dell’occupazione che ancora si protrae. Questi due “pacificatori” ordinarono l’attacco all’Iraq, promettendo agli iracheni un futuro prospero e felice, ma sono riusciti solo a provocare un disastro di proporzioni inenarrabili. Eppure, nell’Unione europea alcuni ambienti continuano ad approvare l’invasione, e di recente hanno persino ricompensato Tony Blair per la sua opera di “pace” nei confronti del mondo arabo, nominandolo rappresentante speciale del Quartetto per il Medio Oriente. Che Dio faccia rinsavire costoro e ci salvi dai Bush e dai Blair di questo mondo!

 
  
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  Esko Seppänen (GUE/NGL), in sostituzione dell’autore. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, leggerò l’intervento del collega Tobias Pflüger. “Purtroppo, fino ad oggi non abbiamo tenuto alcun dibattito sull’assistenza ai profughi iracheni, e me ne rammarico molto. Perché mai i gruppi dei liberali, della destra nazionalista e dei conservatori hanno eliminato quest’argomento dall’ordine del giorno dell’ultima sessione plenaria? In cambio, l’Assemblea ha preferito impegnarsi in discussioni ideologiche su Cuba.

In Iraq la situazione è disperata. Dall’epoca dell’invasione statunitense e della formazione della cosiddetta “coalizione dei volonterosi” sono state uccise più di 600 000 persone. Più di due milioni di iracheni sono fuggiti dal loro paese; a essi bisogna aggiungere due milioni di sfollati interni, cacciati dalle loro case, e oltre 40 000 rifugiati non iracheni. Il numero dei militari statunitensi che hanno perso la vita sale di giorno in giorno, ed è ormai giunto a quota 3 600. Purtroppo, anche alcuni Stati membri dell’Unione europea, che hanno partecipato alla guerra e l’hanno sostenuta, recano una pesante responsabilità per la situazione irachena; e tra questi Stati, la Germania è uno dei maggiori colpevoli.

Ora occorre offrire un aiuto concreto ai profughi, ed è un compito che non si può far ricadere interamente sulle spalle dei paesi vicini; l’Unione europea deve fornire finanziamenti a tale scopo. Bisogna fermare immediatamente le deportazioni in Iraq, le truppe degli Stati Uniti e dei loro alleati nella cosiddetta “coalizione dei volonterosi” devono ritirarsi, e gli Stati membri dell’Unione europea devono togliere il proprio sostegno alla guerra; è assolutamente necessario porre fine a questa guerra illegale e all’occupazione dell’Iraq.

 
  
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  Charles Tannock (PPE-DE), autore. – (EN) Signor Presidente, io sono uno di quei politici che nel 2003 approvarono la guerra all’Iraq, nella convinzione che Saddam Hussein rappresentasse una minaccia di lungo termine alla stabilità regionale, ma anche a causa della spaventosa brutalità del regime baathista. Confidavo che quella dittatura sarebbe stata sostituita dalla democrazia e dal rispetto per i diritti umani e lo Stato di diritto.

Ma anch’io, al pari di molti altri, ho malauguratamente sottovalutato la ferocia del movimento insurrezionale poi sviluppatosi nonché le gravi carenze della pianificazione elaborata per il periodo di pace successivo all’invasione dai nostri alleati statunitensi. Mi riferisco in particolare al disastroso smantellamento dell’esercito iracheno che, intrapreso come misura di debaathificazione, ha espulso una quantità di ufficiali sunniti i quali, amareggiati e pieni di rancore, si sono affrettati a offrire le proprie competenze agli insorti. Non si è neppure riusciti a rendere i confini con la Siria e la Giordania impermeabili alle incursioni degli estremisti della jihad contro gli alleati; e ancora, prima della caduta Saddam ha spalancato le porte delle carceri, aggiungendo a questo cocktail micidiale l’ingrediente della criminalità organizzata, mentre l’Iran ha continuato a intromettersi a sostegno degli sciiti in quella che è divenuta, di fatto, una guerra civile.

Stranamente, subito dopo l’invasione il fenomeno degli sfollati interni e dei profughi aveva mantenuto dimensioni molto limitate, rispetto al precedente esodo dei curdi all’epoca di Saddam; paradossalmente, il flusso dei curdi ora si è arrestato, dal momento che questa rimane una delle poche zone pacifiche di tutto il paese.

Purtroppo, negli ultimi due anni un enorme numero di iracheni, superiore forse ai due milioni, è dovuto fuggire; mi riferisco in particolare alle minoranze dei cristiani assiri che, provati dalle persecuzioni e da lunghe sofferenze, sono ora presi tra l’incudine degli islamici, che li accusano di collaborare con i crociati, e il martello dei curdi, che vogliono le loro terre. Il canonico Andrew White, che guidava l’unica chiesa anglicana in Iraq, ha lasciato ieri Bagdad poiché, dopo aver cercato di ottenere il rilascio di cinque cittadini britannici rapiti, temeva ora per la propria vita e la propria sicurezza personale.

Ora, però, l’Unione europea deve intensificare gli sforzi per mitigare la crisi; a tale scopo occorre incrementare gli aiuti finanziari a favore dei paesi arabi circostanti, che hanno accolto la gran massa dei profughi – in particolare Giordania e Siria – e si sono distinti soprattutto nell’accogliere gli assiri. Anche gli Stati membri dell’Unione devono accettare, entro limiti ragionevoli e su base temporanea, un maggior numero di profughi.

 
  
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  Paulo Casaca (PSE), autore. – (PT) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, fratelli e sorelle iracheni, inizio con una parola di ricordo per tutti coloro che hanno perduto il bene più prezioso a causa dell’origine etnica o religiosa, delle loro convinzioni reali o presunte, oppure perché costituivano un simbolo di coraggio democratico e spirito pubblico. Consentitemi di mettere in risalto la figura del mio collega, compagno e amico, il deputato al parlamento Mohammad Hossein Ahwad, autentica incarnazione della lotta contro il fascismo teocratico, che è stato assassinato il 12 aprile nella sede del parlamento iracheno.

Ma le lacrime di dolore che offuscano gli occhi non devono impedirci di vedere le donne che ancora si battono per la vita dei propri bambini, lungo le strade dove li ha gettati la pulizia etnica, o le innumerevoli migliaia di iracheni che, lo sguardo perduto nell’infinito, popolano le strade di Amman, Damasco e del Cairo in preda a gravi sindromi post-traumatiche, o ancora i campi allestiti nelle piazze o tra i contrafforti di chiese o moschee in rovina; per questo desidero inviare a tutti un messaggio di solidarietà, amore, affetto e speranza.

La barbarie scatenata dalle forze delle tenebre che hanno sperimentato sulle rive del Tigri e dell’Eufrate il piano destinato all’intero Medio Oriente supera la nostra immaginazione, e queste parole non possono certo esprimerla. La risoluzione comune che oggi presentiamo è un primo, vitale passo per rovesciare la situazione.

 
  
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  Jean Lambert (Verts/ALE), autore. – (EN) Signor Presidente, giudico favorevolmente la risoluzione e, al pari di molti altri, nutro forte inquietudine per la situazione veramente tragica in cui, come possiamo vedere, versano oggi l’Iraq e le sue zone di confine. Questo popolo ha già dovuto subire guerre e pulizia etnica, una feroce dittatura, un’invasione illegale e un’ondata di violenza comune; ora assiste alla chiusura interna ed esterna dei confini del paese, vede tramontare le speranze di reinsediamento, e deve constatare che i cittadini iracheni giunti nell’Unione europea ricevono un’accoglienza molto contraddittoria.

Non ci deve sorprendere che la guerra produca masse di profughi; succede sempre così, e anzi, com’è stato detto, su alcuni dei nostri Stati membri grava una pesante responsabilità per questa situazione. Almeno per quanto riguarda la questione della mancanza di una pianificazione postbellica, per una volta sono d’accordo con l’onorevole Tannock.

Trovo particolarmente apprezzabile che la risoluzione rifiuti l’eventualità di un rimpatrio forzato dei profughi iracheni, o di coloro che attualmente si trovano nell’Unione europea ma si sono visti respingere la richiesta d’asilo. Ora è senza dubbio necessario individuare per queste persone uno status preciso, anziché permettere che esse rimangano a languire nei nostri stessi Stati membri, come avviene in qualche paese.

Mi sembra di poter dire che oggi nessuna regione dell’Iraq è veramente sicura. Persino nel Kurdistan, come vediamo, attualmente le truppe turche si ammassano alle frontiere, sbarrando la strada del ritorno a villaggi ormai distrutti e rendendo vani gli sforzi per ridare stabilità economica alla regione. Anzi, alcuni di coloro che sono stati rimandati nella regione vi sono ritornati indossando elmetto e giubbotto antiproiettile; se ne deduce, mi sembra, che la zona non è propriamente sicura. Inoltre, una relazione di Human Rights Watch risalente solo alla settimana scorsa ci informa che in Kurdistan, nonostante l’opera delle autorità, forze di sicurezza irregolari continuano a commettere rapimenti e praticare la tortura: in Iraq non esiste perciò alcuna zona realmente sicura.

Siamo consapevoli di dover intensificare il nostro sostegno ai paesi che si occupano dei profughi alle frontiere e all’UNHCR, poiché sappiamo bene che cosa succede quando si ignora il calvario di questa gente: basti ricordare quali sono state le conseguenze quando abbiamo più o meno voltato la schiena a due milioni di profughi afghani sul confine pakistano, lasciandoli privi di adeguato sostegno. Quel vuoto è stato colmato, con un risultato non sempre piacevole per noi.

Sono lieta che la risoluzione inviti la Commissione europea a illustrare più dettagliatamente, dinanzi alla commissione per i bilanci del Parlamento, le modalità esatte della nostra opera di aiuto in Iraq e del sostegno che offriamo ai paesi vicini. Allo stesso tempo, però, credo che dovremmo esaminare le nostre politiche di reinsediamento per offrire almeno qualche forma di assistenza ad alcuni di coloro la cui vita è stata, ancora una volta, tragicamente sconvolta.

 
  
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  Bogusław Rogalski (UEN), autore. – (PL) Signor Presidente, in Iraq la situazione umanitaria e quella dei diritti umani vanno costantemente deteriorandosi: è quanto emerge dalle relazioni della missione di assistenza delle Nazioni Unite in Iraq.

Le statistiche sono spaventose: in media, ogni giorno cento persone muoiono e più di duecento rimangono ferite; il cinquanta per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno, mentre il tasso di disoccupazione si attesta all’ottanta per cento. L’approvvigionamento idrico è insufficiente e l’inefficienza dei sistemi di fognature favorisce il diffondersi delle malattie. Tre quarti dei bambini non frequentano la scuola; attività criminali, aggressioni armate, rapimenti, omicidi di attivisti politici o di persone impegnate nella ricostruzione del paese sono all’ordine del giorno. Tutto questo spinge molti iracheni a fuggire dal proprio paese, mentre gli sfollati interni sono ormai più di due milioni. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che sul suolo iracheno si trovano più di quarantamila profughi provenienti da altri paesi, tra cui quindicimila palestinesi: è questo oggi il volto dell’Iraq.

Occorre quindi intraprendere un’immediata azione politica e umanitaria, per alleviare la tragica situazione in cui versano i profughi, 500 000 dei quali, ricordiamolo, sono bambini. Dobbiamo poi garantire la registrazione degli sfollati interni, che conferirà loro il diritto di ottenere razioni alimentari – diritto che oggi a queste persone è negato. Dobbiamo inoltre esercitare pressioni sui paesi vicini per indurli a togliere le restrizioni imposte all’ingresso dei profughi, che costringono molti a rimanere nelle zone di confine.

L’Unione deve far sì che gli aiuti da noi inviati all’Iraq – al popolo iracheno – siano completi, sostenibili e coordinati con l’azione degli Stati Uniti; l’Unione deve respingere una volta per tutte ogni pregiudizio antiamericano. E’ questo l’unico modo per riuscire ad alleviare la pesantissima situazione di milioni di profughi ed evitare di conseguenza una crisi umanitaria di enormi dimensioni.

Invitiamo inoltre il governo iracheno ad agire immediatamente per garantire la sicurezza degli sfollati, e a non discriminare più le persone sulla base della loro origine. La Commissione europea, nel frattempo, deve incrementare gli aiuti umanitari a favore di tutti gli sfollati presenti in Iraq e sostenere quei paesi vicini che già forniscono tali aiuti.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola, a nome del gruppo PPE-DE. – (FI) Signor Presidente, il dramma dei profughi iracheni rimane assai grave; si registra un unico passo nella direzione giusta. La raccomandazione, da parte dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, di concedere lo status di rifugiato ai richiedenti asilo dell’Iraq meridionale e centrale, in base alla Convenzione del 1951, rappresenta una soluzione positiva; lo stesso si può dire dell’offerta di forme di protezione supplementare nei casi in cui lo status di rifugiato non venga concesso.

Desidero soffermarmi su due aspetti in particolare, che riguardano vicende interne irachene. In primo luogo, le condizioni delle minoranze religiose divengono sempre più intollerabili: assiri, armeni, ortodossi e altri gruppi cristiani, insieme a mandei ed ebrei subiscono pesanti discriminazioni nel mercato del lavoro e in altre situazioni. In alcune zone le autorità sono completamente incapaci di proteggere le minoranze dalle violenze perpetrate dai soldati musulmani; di fatto, la libertà di religione non esiste.

In secondo luogo, mi sembra incredibile che le autorità irachene abbiano minacciato di congelare l’invio di beni essenziali ai profughi iraniani; conformemente al diritto internazionale questi membri dell’opposizione godono dello status di rifugiati, nonché di un diritto inalienabile alla protezione.

 
  
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  John Attard-Montalto, a nome del gruppo PSE. – (EN) Signor Presidente, dobbiamo ammettere che quanto è avvenuto, e continua ad avvenire, in Iraq è molto più grave di una guerra civile. Si tratta di una questione che viene sollevata spesso, ma è ovvio che non siamo di fronte a una guerra civile, bensì a una situazione ben peggiore: il caos totale. Nessuno ha la minima idea, o ha elaborato un piano qualsiasi, per sbrogliare l’incredibile situazione in cui noi abbiamo cacciato l’Iraq; uso l’espressione “cacciato”, perché quel che è successo non era necessario, non è stato richiesto né voluto. Quest’invasione si è dimostrata un terribile incubo per coloro che vi hanno partecipato.

Chi compie un errore deve assumersene la responsabilità. E’ tempo che coloro i quali hanno partecipato a questa vicenda – i paesi della coalizione e i loro partner volonterosi – si assumano la responsabilità di quanto è avvenuto al popolo iracheno, soprattutto ai profughi che cercano aiuto ma, ammesso che ne trovino, ricevono solo un aiuto minimo.

E’ tempo che coloro che hanno commesso l’errore iniziale e sono gli artefici di questa situazione caotica diano prova di responsabilità; le prime persone che bisogna aiutare sono i profughi.

 
  
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  Kathy Sinnott, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, signor Commissario, la voce della minoranza cristiana irachena risuona fioca, quasi indistinguibile nell’interminabile elenco di notizie di atti di violenza che riceviamo da quel paese. Questa minuscola popolazione non gode di protezione alcuna, è praticamente sconosciuta alla comunità internazionale e deve subire violente ondate di persecuzioni: i cristiani dell’Iraq sono costretti a scegliere tra l’esilio – quando riescono a fuggire –, la conversione o la persecuzione.

La persecuzione si presenta sotto svariate forme: violenza, discriminazione sul luogo di lavoro, confisca delle priorità, eccetera. Per un sacerdote cristiano caldeo, Ragheed Aziz Ganni, la persecuzione ha significato la morte.

Cosa intende fare la Comunità europea per aiutare i cristiani caldei, assiri e ortodossi? Il governo iracheno si dice impegnato a por fine alla violenza, ma la mancanza di sicurezza rende impossibile garantire la pace nel paese e altrettanto impossibile proteggere le popolazioni vulnerabili, che hanno bisogno del nostro aiuto.

 
  
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  Jean-Claude Martinez, a nome del gruppo ITS. – (FR) Signor Presidente, è cosa positiva presentare una risoluzione sull’Iraq, dedicata alla situazione umanitaria, ai profughi, agli aiuti internazionali e così via. Inoltre, chi oserebbe dissentire dal considerando A, il quale rileva che ogni giorno cento persone vengono uccise e duecento ferite, che il settanta per cento della popolazione è privo di acqua, che tre milioni di persone sono denutrite e due milioni sono i profughi – tra cui 500 000 bambini – in Siria, Egitto, Giordania e in altri paesi?

Ma chi ha causato tutto questo? Chi è il responsabile? Chi ha seminato il caos? Forse Saddam Hussein? Il partito Ba’ath? Il caos è nato dalla guerra: una guerra che sarebbe sembrata ingiusta agli occhi dei teologi del Medio Evo, che è illegittima secondo la Carta delle Nazioni Unite, che è stata scatenata sulla base di una menzogna pronunciata da due capi di Stato, quelli degli Stati Uniti e del Regno Unito. Chi ha sostenuto questa guerra, qui in seno al Parlamento europeo? Chi ha giustificato, richiesto, approvato l’intervento che ha condotto al caos? Tra gli altri, l’attuale ministro degli Esteri francese, Kouchner, e alcuni dei firmatari dell’odierna risoluzione.

Cosa dovremmo dire? Che è bene affrontare gli effetti con spirito umanitario, ma che sarebbe ancor meglio agire preventivamente ed eliminare le cause? Ecco il problema dell’Europa politica! In Europa siamo talmente affezionati ai diritti umani – dappertutto, in Palestina, in Iraq, in Africa, nel campo della globalizzazione economica – da sostenere politiche che, violando i diritti umani, ci permettono di riaffermare il nostro sconfinato amore per questi stessi diritti umani, i quali, in definitiva, vengono violati col nostro consenso anticipato. E’ giusto quindi che il paragrafo 16 proponga centri post-traumatici per i profughi, ma sarebbe opportuno anche allestire per i nostri leader centri di prevenzione politica, in cui essi possano apprendere la saggezza, la lucidità e il coraggio di dire “no”, nonché imparare a respingere quell’ingenuo ottimismo che distrugge ogni cosa nella sua scia.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (PSE). (LT) Sostengo la risoluzione ed esprimo la mia solidarietà agli oltre quattro milioni di iracheni che sono stati costretti ad abbandonare il luogo natale; si tratta di un numero di persone maggiore della popolazione della mia Lituania. La folla dei profughi è in costante aumento, e la metà di essi deve fuggire all’estero; in Iraq la situazione non migliora affatto, e i profughi sono condannati a languire nella miseria – e di solito nella disoccupazione – mentre i loro figli crescono nell’analfabetismo. Di conseguenza, le organizzazioni terroristiche trovano un terreno propizio per reclutare i propri seguaci.

L’assistenza umanitaria per i profughi è vergognosamente esigua, se la confrontiamo con le somme spese in armamenti dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, ovvero dai paesi che hanno scatenato la guerra contro l’Iraq: i sessanta milioni di dollari offerti dai donatori statunitensi sono appena una goccia nel mare.

Quest’anno circa 40 000 profughi giungeranno dall’Iraq nei paesi dell’Unione europea – cioè il doppio dell’anno scorso – mentre, sempre quest’anno, gli Stati Uniti hanno accettato di accogliere solo qualche dozzina di iracheni.

Sarebbe opportuno che i leader statunitensi e britannici visitassero l’Iraq e i paesi vicini per vedere coi propri occhi le sofferenze dei profughi: forse dopo si comporterebbero diversamente.

 
  
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  Janez Potočnik, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, il deteriorarsi della sicurezza in Iraq ha innescato uno sfollamento di vaste dimensioni: circa due milioni di iracheni hanno lasciato la propria casa rimanendo entro i confini del paese, mentre altri due milioni circa si sono diretti nei paesi vicini – 750 000 persone hanno raggiunto la Giordania e 1,4 milioni hanno trovato rifugio in Siria. Questo sfollamento potrebbe provocare una crisi umanitaria e minacciare la stabilità regionale; la Commissione, poi, osserva con grande inquietudine la portata delle sofferenze umane che ne derivano.

Seguiamo da molto vicino la situazione sul terreno e ne riesaminiamo costantemente gli sviluppi; ci manteniamo in stretto contatto con altri importanti attori della comunità internazionale, come l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). A questo riguardo, la Commissione ha attivamente partecipato alla Conferenza internazionale organizzata dall’Alto Commissariato a Ginevra in aprile.

In merito all’assistenza già in funzione, per mitigare le difficoltà degli sfollati nel 2006 la Commissione ha stanziato 10 milioni di euro, tramite EuropeAid, a sostegno dei rifugiati. Nel febbraio 2007, come risposta rapida al deterioramento della situazione e in seguito all’appello formulato in gennaio dall’UNHCR, la Commissione ha annunciato un ulteriore stanziamento di 10,2 milioni di euro, tramite ECHO. Tale stanziamento è diviso in due parti: 4 milioni di euro a favore degli sfollati interni e 6,2 milioni di euro per i rifugiati internazionali iracheni. Inoltre, la Commissione continua ad assicurare la prestazione di servizi di base in territorio iracheno.

Ci rendiamo conto che questo sostegno resta limitato di fronte alle dimensioni della sofferenza umana; tuttavia, esso costituisce solo una prima, immediata risposta alla situazione umanitaria. Attualmente la Commissione sta vagliando diverse opzioni per migliorare la futura assistenza ai profughi iracheni; la gestione dell’assistenza in territorio iracheno è però gravemente limitata dalla situazione della sicurezza. Parecchi nostri partner, tra cui l’UNHCR, mantengono in Iraq solo una presenza minima.

Per mezzo di varie missioni tecniche e politiche, la Commissione sta cercando di valutare la situazione in maniera più precisa e insieme di manifestare la sua disponibilità a offrire un ulteriore appoggio ai profughi iracheni. Il Commissario Michel ha visitato personalmente la regione alla fine di aprile; da allora numerose missioni tecniche si sono succedute in Giordania e in Siria.

Manteniamo perciò il nostro impegno a collaborare coi paesi che ospitano i profughi iracheni. La Commissione ha già avviato, e intende mantenere, colloqui regolari con le autorità di Siria e Giordania per analizzare la situazione.

Attendiamo con particolare interesse di partecipare al gruppo di lavoro di Sharm El-Sheikh sui profughi, su cui ci si è già accordati e che, secondo le ultime indicazioni, dovrebbe riunirsi il 22 luglio ad Amman. Il Commissario, signora Ferrero-Waldner, ha già manifestato la disponibilità della Commissione a fornire assistenza tecnica al gruppo di lavoro per agevolare il processo.

Siamo convinti che per i profughi esista una sola soluzione duratura: la pace e la riconciliazione in Iraq. In tale prospettiva continueremo a sostenere i profughi iracheni. Sono d’accordo con voi: abbiamo il dovere morale di fornire il nostro aiuto.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà alla fine della discussione.

 
Ultimo aggiornamento: 20 settembre 2007Avviso legale