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Procedura : 2007/2636(RSP)
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B6-0375/2007

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PV 10/10/2007 - 18
CRE 10/10/2007 - 18

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PV 11/10/2007 - 8.1
CRE 11/10/2007 - 8.1
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P6_TA(2007)0430

Discussioni
Mercoledì 10 ottobre 2007 - Bruxelles Edizione GU

18. Situazione umanitaria nella Striscia di Gaza
PV
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca la dichiarazione del Consiglio e della Commissione sulla situazione umanitaria nella striscia di Gaza.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio.(PT) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli deputati, le prospettive regionali e internazionali a breve termine ci presentano una finestra di opportunità per una dinamica di soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese e l’istituzione di uno Stato palestinese, opportunità che la comunità internazionale non può lasciarsi sfuggire.

Ci troviamo in una fase cruciale, che potrebbe consentirci di compiere significativi progressi nel processo di pace in Medio Oriente. Il dialogo politico bilaterale attualmente in corso tra il Primo Ministro Olmert e il Presidente Abbas, nonché la recente costituzione di squadre di negoziatori su entrambi i fronti, sono passi coraggiosi e incoraggianti che noi approviamo e sosteniamo e che ci auguriamo possano consentirci di portare risultati tangibili alla riunione internazionale del prossimo autunno, riunione promossa dagli Stati Uniti d’America.

Auspichiamo che l’attuale dinamica, che prevede, nello specifico, anche la partecipazione dei paesi arabi, renda possibile avvicinarci all’istituzione di uno Stato palestinese realizzabile, democratico e indipendente, in grado di coesistere accanto a Israele in pace e sicurezza.

L’Unione europea, sia all’interno, sia all’esterno del Quartetto, ha dato prova di essere un partner fidato e imparziale, impegnato a favore del successo del dialogo tra le parti. Pertanto, riconfermiamo il nostro impegno al processo politico, alla missione di creare le basi per uno Stato palestinese e al sostegno allo sviluppo economico dei territori palestinesi.

Le riunioni del Quartetto e del comitato ministeriale di collegamento ad hoc a New York, rispettivamente il 23 e il 24 settembre, hanno sottolineato ancora una volta il sostegno della comunità internazionale a favore degli sforzi diplomatici in corso. Nella comunicazione conclusiva della riunione del Quartetto, l’Unione europea e i suoi partner hanno espresso la loro apprensione per la situazione nella striscia di Gaza, ribadendo l’importanza di continui aiuti umanitari e d’urgenza, compresa la fornitura di servizi essenziali alla popolazione palestinese.

Inoltre il rappresentante del Quartetto, Tony Blair, ha ricordato l’urgente necessità di sviluppare l’economia palestinese e le relative istituzioni, in quanto prerequisito per l’appropriato funzionamento del futuro Stato palestinese. E’ stata sottolineata l’importanza, per il rappresentante del Quartetto, di stilare un’agenda pluriennale per lo sviluppo economico e istituzionale dei territori palestinesi. La stessa considerazione, oltre all’esigenza che la comunità internazionale mobiliti aiuti finanziari e tecnici a favore di questi progetti, è stata ribadita nel corso dell’incontro ministeriale dei donatori internazionali, nell’ambito della riunione del comitato di collegamento ad hoc.

Numerose relazioni internazionali denunciano il deterioramento delle condizioni umanitarie per la popolazione di quei territori; una situazione che alimenta la povertà e la violenza, favorendo il radicalismo e l’estremismo – un circolo vizioso che dev’essere urgentemente interrotto. La decisione israeliana del 19 settembre di dichiarare la striscia di Gaza territorio ostile, e la ventilata possibilità di estendere lo spettro delle sanzioni imposte a Gaza, rischia, se applicata, di esacerbare l’attuale situazione. Pur riconoscendo il diritto legittimo di Israele a difendersi, l’Unione europea sottolinea la necessità che le autorità israeliane valutino attentamente le implicazioni e le conseguenze delle loro decisioni sulla vita della popolazione della striscia di Gaza.

L’Unione europea ha costantemente riconfermato il proprio totale impegno nella prosecuzione degli aiuti umanitari alla striscia di Gaza. L’Unione è il donatore principale. Nel 2006, gli aiuti dell’Unione, stanziati dalla Commissione e dagli Stati membri, hanno raggiunto un totale di 688 milioni di euro. Nel 2007, la Commissione ha stanziato più di 425 milioni di euro, suddivisi fra aiuti umanitari e sociali, supporto strategico per l’istituzione dello Stato e consulenza in materia di riforme economiche. Il meccanismo internazionale temporaneo, prorogato per altri tre mesi, fino alla fine dell’anno, è stato uno degli strumenti privilegiati per convogliare gli aiuti dei donatori, a fronte della complessa situazione nell’area. Inoltre, la Commissione intende ristrutturare l’assistenza al governo Abbas/Fayad, al fine di renderla più efficiente e produttiva.

Tuttavia, riteniamo che l’Unione europea non debba addossarsi da sola quest’onere finanziario e che sarebbe, pertanto, auspicabile che altri partner, in particolare gli Stati arabi, contribuissero a questo sforzo, sostenendo parte dei costi della costruzione di uno Stato palestinese. L’UE ha evidenziato l’importanza di riaprire i valichi di entrata e uscita nella striscia di Gaza, al fine di garantire la libera circolazione di persone e merci, conformemente all’accordo sulla libertà di accesso e circolazione.

Il sostegno europeo prevede anche assistenza al settore privato, motore dello sviluppo economico sul lungo periodo, in particolare assicurando supporto al governo palestinese nell’estinzione dei debiti con il settore privato. Queste sono soluzioni a breve termine, che tuttavia, non devono perdere di vista l’obiettivo di lungo periodo della crescita dell’economia e delle finanze palestinesi. Di fatto, sarà necessario valutare le prospettive a lungo termine, al fine di passare gradualmente dall’attuale fase di aiuti d’urgenza, a una fase di assistenza per lo sviluppo economico – ovvero, una transizione dall’astio agli scambi commerciali.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, due settimane fa ero a New York dove si sono tenuti diversi incontri della comunità internazionale sulla questione palestinese. C’è stato anche un importante incontro del Quartetto, di cui sono membro permanente, poiché faccio parte della delegazione europea, nonché un incontro del comitato di collegamento ad hoc dei maggiori donatori ai palestinesi, in preparazione di una conferenza dei finanziatori che avrà luogo, probabilmente, alla fine di dicembre, dopo l’incontro internazionale attualmente in preparazione.

Per tutti noi, la conclusione principale, come ha già detto il Presidente in carica, è che si prospetti davvero un’opportunità cruciale per i partner regionali e internazionali di sostenere efficacemente il processo di pace. Devo ammettere che, conoscendo le difficoltà che questo comporta, sono quantomeno cautamente ottimista riguardo alla prospettiva di un incontro serio e importante che si terrà negli Stati Uniti a novembre. Ringrazio coloro che hanno ricordato i nostri sforzi, ma permettetemi anche di dire che mi sono rivolta in maniera molto franca ai nostri partner arabi, poiché sono loro a non essersi ancora sforzati quanto noi. Li ho sollecitati con forza a fare lo stesso per i loro amici arabi. Siamo pronti a fare la nostra parte anche in futuro e ci auguriamo davvero che questo incontro internazionale sul Medio Oriente rappresenti un ulteriore passo verso un dialogo costante e positivo, nella speranza che, al momento opportuno, uno Stato palestinese possa vivere fianco a fianco con Israele all’interno di confini sicuri.

So bene, certo, che la fornitura di aiuti umanitari nella striscia di Gaza è divenuta molto più difficoltosa. Per esempio, è stato necessario sospendere due progetti nell’ambito del settore idrico e dei servizi igienico-sanitari, finanziati dall’ufficio umanitario della Commissione. I partner incaricati delle operazioni non sono riusciti a importare il materiale necessario, poiché è stata vietata l’importazione di articoli quali ricambi per apparecchiature ospedaliere e pompe per l’acqua.

La Commissione europea non è rimasta inerte di fronte alla situazione. Al contrario, gli aiuti umanitari e d’urgenza destinati al territorio palestinese occupato, compresa la striscia di Gaza, hanno raggiunto livelli senza precedenti. Continuiamo, inoltre, a fornire il nostro sostegno alla preziosa attività dell’UNRWA nell’area di Gaza. Il Commissario Michel ha impegnato di recente nuove risorse tramite il Programma alimentare mondiale, al fine di rispondere alle esigenze primarie delle fasce più vulnerabili della popolazione palestinese. I nostri aiuti d’urgenza diretti alla popolazione a basso reddito e più socialmente disagiata continuano, attraverso il pagamento di sussidi sociali. A settembre abbiamo distribuito sussidi a 35 000 famiglie povere in Cisgiordania e a Gaza. Questo dimostra il valore aggiunto del meccanismo internazionale temporaneo, in grado di operare efficacemente in tutto il territorio palestinese occupato. A settembre, le nostre forniture di carburante nella striscia di Gaza avevano superato i 90 milioni di litri. Il suddetto carburante soddisfa il 25 per cento, o un quarto, delle esigenze energetiche della popolazione locale.

Per queste ragioni, ho chiesto al Quartetto, in occasione dell’ultimo incontro tenutosi a New York, di estendere questo meccanismo finanziario fino a dicembre. Sempre a New York, nell’ambito di diversi incontri e con svariati interlocutori, ho sollecitato nuovamente e in maniera reiterata lo sviluppo dell’agenda in materia di accesso e libera circolazione. Siamo lieti che Tony Blair stia seguendo da vicino la questione, nell’intento di scorgervi una possibilità economica di sviluppo. Il che, ovviamente, non è possibile senza libertà di circolazione e di accesso, malgrado i giustificati timori relativi alla sicurezza espressi dal governo israeliano. Ritengo si possa e si debba fare molto di più, ma per riuscirci occorrerà una maggiore volontà politica rispetto a quella esercitata finora.

Concordo, inoltre, con il Parlamento che la chiusura degli attraversamenti di confine a Gaza abbia implicazioni disastrose per la vita di una popolazione già disagiata, oltre che per la necessaria risposta umanitaria. Il valico di Karni è chiuso ormai da quasi quattro mesi, pertanto i nostri aiuti devono transitare da Karem Shalom e Sufa. Riteniamo si tratti soltanto di una soluzione temporanea, innanzi tutto perché le strutture offerte da quei punti di attraversamento sono inadeguate e comportano costi di trasporto interno aggiuntivi – fino al 40 per cento del costo delle forniture d’aiuti – e in secondo luogo perché le restrizioni sull’equipaggiamento che vogliamo portare a Gaza rendono difficoltoso lo svolgimento dei nostri progetti.

Detto questo, le nostre azioni devono anche tener conto dell’occupazione illegale della striscia di Gaza. La nostra politica coincide con la linea tenuta dal Quartetto e con la posizione del legittimo governo dell’Autorità palestinese, pertanto il Presidente Mahmoud Abbas ha tutto il nostro sostegno. In data 23 settembre, noi e altri partner del Quartetto abbiamo affermato in maniera piuttosto chiara la nostra posizione. Abbiamo espresso le nostre forti preoccupazioni in merito alla continua chiusura di rilevanti punti di attraversamento. Abbiamo concordato sull’importanza di un’ininterrotta assistenza umanitaria e d’urgenza, senza ostruzioni, e abbiamo sollecitato la costante fornitura di servizi essenziali.

Permettetemi, infine, di accennare alla situazione all’interno della Cisgiordania, che non può certo essere trascurata. Malgrado i recenti annunci fatti dalle autorità israeliane in merito alla riduzione dei punti di controllo, la realtà sul campo è, purtroppo, molto diversa: la situazione sta peggiorando. Non solo la politica di insediamento e di costruzione della barriera di sicurezza continua, ma sono stati istituiti 48 nuovi punti di controllo, stando a quanto riportato in una recente relazione dell’OTCHA.

E’ essenziale portare avanti l’agenda relativa alla libertà di accesso e circolazione, altrimenti verranno minate le prospettive di un futuro Stato palestinese sostenibile. Permettetemi soltanto di aggiungere che, in vista del prossimo Consiglio degli affari esteri, già nei lavori di preparazione della bozza delle conclusioni del Consiglio viene enfatizzata molto chiaramente la disastrosa situazione di Gaza, sottolineando l’importanza di un’ininterrotta assistenza umanitaria e d’urgenza senza ostruzioni.

 
  
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  Jana Hybášková, a nome del gruppo PPE-DE. (EN) Signor Presidente, ancora una volta ci troviamo qui a ripetere: la situazione di Gaza è spaventosa. E ancora una volta, tutti concordiamo: bisogna fare qualcosa. Pertanto, ho l’onore, a nome del gruppo PPE-DE, di presentare questa risoluzione e di accogliere favorevolmente l’articolo 5, a totale sostegno della convenzione del Maryland. Ma, francamente, posso confidare che saremo pronti a un’operazione umanitaria e alla pianificazione di contingenza, sapendo che l’abbiamo sollecitata e che io stessa ho fatto appello a lei in questa sede prima dell’estate?

Molti di voi hanno pensato che richiedessi un intervento estero. No! Ero semplicemente consapevole che essere pronti per un’operazione umanitaria ci avrebbe aiutati a reagire rapidamente laddove si fosse verificato l’inevitabile. Ora siamo a ottobre, e non ci sono stati grandi progressi.

E’ ovvio che la popolazione di Gaza meriti il nostro aiuto: un rimedio immediato e di breve termine. Ma alla luce dei nostri svariati anni di collaborazione con il Medio Oriente, sappiamo tutti benissimo che i rimedi temporanei non servono. Ciò che occorre realmente, qui, è sanare le cause della sofferenza dei palestinesi.

Molti qui sono convinti – e io dissento profondamente – che Israele sia l’unica causa di tale sofferenza. Mi sono recata a Gaza per la prima volta nel 1990. Ho visto anche Hodeida, Tanta, Bengasi, Ismailia, giusto per citare qualche altra località del Medio Oriente in cui la situazione è pressoché identica: niente occupazione, niente intervento militare. Malgoverno, corruzione, nepotismo, regimi di polizia – sono questi i Pudelskern. Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome; dobbiamo concentrarci su come possiamo aiutare coloro che sono vittima di tutte queste situazioni.

Dobbiamo aver pazienza per arrivare alla verità, per condurre analisi adeguate e oggettive, per progettare l’aiuto, per preparare progetti su misura, per investire denaro, per insegnare e guidare. E per essere inflessibili. Per essere risoluti e responsabili.

A Gaza, ottomani, inglesi, egiziani, israeliani, americani ed europei fanno tutti parte del problema. Ma il ruolo principale spetta ai palestinesi stessi. Noi possiamo solo aiutarli. Devono rinunciare all’uso delle minacce, degli abusi, della violenza, del terrorismo e delle uccisioni. Devono porre fine alla corruzione. Devono rinunciare al nepotismo e ai propri potentati.

(Il Presidente toglie la parola all’oratore)

 
  
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  Thijs Berman, a nome del gruppo PSE. – (NL) Signor Presidente, da metà luglio, quando Hamas ha preso il potere nella striscia di Gaza, un milione e mezzo di persone è stato confinato in quello che gli abitanti stessi definiscono un ghetto, un allevamento di bestiame. Nemmeno ai malati di cancro è consentito uscire dalla regione. Israele si giustifica sostenendo che si tratti di un territorio ostile. Solo derrate alimentari, medicine e pochi aiuti umanitari hanno accesso all’area – ma la popolazione non può vivere solo di farina, lenticchie e farmaci.

La definizione che Israele dà degli aiuti umanitari è assurdamente restrittiva. I componenti delle apparecchiature medicali non possono essere importati, il sistema di approvvigionamento idrico non può essere riparato. Israele minaccia costantemente di interrompere la fornitura di energia elettrica. L’economia della striscia di Gaza è ormai al collasso, la popolazione è disoccupata e avvilita e tutte le risorse finanziarie sono state prosciugate. Si cominciano a registrare casi di malnutrizione. Il blocco alimenta il malcontento, la rabbia e il rancore, non la pace. Gaza sta vivendo un’inaccettabile crisi umanitaria.

Si moltiplicano le richieste di aiuto e, oltretutto, i costi dell’assistenza stanno lievitando a seguito del blocco. Pertanto, gli Stati membri dovranno fornire maggiore sostegno finanziario all’UNRRA e alle altre organizzazioni sul territorio. E’ un passo che la Commissione europea ha già compiuto, così come alcuni Stati membri. Anche il Parlamento europeo ieri ha votato a favore di un aumento degli aiuti. Il mio gruppo esorta il Consiglio a sostenere tale decisione.

I soli aiuti, comunque, non sono sufficienti. La Presidenza è rimasta diffidente, cauta, in proposito questa sera – ma l’Unione europea non può più assumersi la responsabilità morale della fornitura degli aiuti, astenendosi, nel contempo, dal prendere provvedimenti politici contro il blocco. A nome del mio gruppo, chiedo quindi alla Presidenza, al Consiglio e alla Commissione di sollecitare Israele a porre immediatamente fine al blocco. Nella striscia di Gaza, è l’intera popolazione a essere punita – il che è illegale ai sensi dell’articolo 33 della quarta convenzione di Ginevra. Inoltre, questo metodo non si addice a Israele e l’Unione europea dovrebbe farlo presente al governo israeliano, anziché restare passiva – proprio perché si tratta di un alleato. Questo conferirebbe significato all’accordo euromediterraneo di associazione con Israele, poiché solo agendo contro questo blocco l’UE renderà giustizia all’articolo sui diritti umani.

 
  
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  Chris Davies, a nome del gruppo ALDE. (EN) Signor Presidente, non parlo a nome del mio gruppo, bensì in qualità di deputato che ha visto cose che avrebbe preferito non vedere.

Mi auguro che il Ministro non creda alle ipocrite sciocchezze che ha letto all’Aula. Insinuare anche per un solo istante che le politiche dell’Unione europea siano imparziali è semplicemente ridicolo. E’ chiaro a tutti che qui si persegue una politica di due pesi e due misure: ci aspettiamo e pretendiamo che i palestinesi sottostiano a qualsivoglia richiesta, mentre ci limitiamo a invitare gli israeliani a soddisfare le nostre attese.

Questo duplice atteggiamento è vergognoso. Commissario, si ricorda quando, in questa stessa sede, pochi mesi fa, dopo che la delegazione palestinese era rientrata dal colloquio con il Primo Ministro Haniyeh a Gaza, prima del crollo del governo di unità palestinese, ha dichiarato che avrebbe fatto tutto il possibile per sostenere quel governo? Nell’arco di due settimane, ovviamente, quel governo cadde! Cadde in parte perché ci eravamo rifiutati di parlare con i rappresentanti eletti. Ci eravamo rifiutati di parlare con il Primo Ministro Haniyeh e, com’era facile prevedere, avendo minato le forze democratiche, la violenza prese il sopravvento.

A quanto pare, non impariamo mai le lezioni della storia. Dobbiamo smetterla di ignorare le istanze del popolo palestinese. Dobbiamo iniziare a rispettare le forze della democrazia e dobbiamo riconoscere che è impossibile ottenere la pace senza interloquire con il proprio nemico.

(Applausi).

Il reiterato rifiuto di confrontarci con quegli esponenti di Hamas disposti a fare un passo verso di noi rende impossibile promuovere la pace nel Medio Oriente.

Una domanda in merito alla proposta di risoluzione avanzata: perché mai dovremmo prendere in considerazione di elargire del denaro a Gaza? Che cos’ha a che fare con l’Unione europea? Gaza è un campo di prigionia israeliano! Non ha nulla a che vedere con noi. Sono gli israeliani che dovrebbero assumersi la responsabilità di mantenere in vita un milione e mezzo di persone. Sono loro ad affliggerli. Non spetta a noi utilizzare il denaro dei nostri contribuenti per far fronte a responsabilità israeliane.

Infine, vorrei tornare sulla questione dell’imparzialità: nelle ultime due settimane si è saputo che la Forza di difesa israeliana ha ordinato la confisca di ulteriori territori palestinesi per consentire la costruzione delle strade per la realizzazione dell’insediamento E1 – un’ulteriore estensione degli insediamenti ebraici a Gerusalemme Est – in aperta violazione di qualsiasi impegno avessimo richiesto al governo israeliano e contro ogni speranza di un esito veritiero degli imminenti colloqui di pace.

Mentre i palestinesi vedono svanire davanti ai loro occhi ogni speranza di uno Stato palestinese sostenibile e indipendente, che cosa intende fare in proposito l’Unione europea? Sapete tutti benissimo che non farà assolutamente nulla, se non esprimere qualche parola, senza intraprendere alcuna azione tangibile!

 
  
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  Ryszard Czarnecki, a nome del gruppo UEN. (PL) Signor Presidente, io ho fatto parte della delegazione di cinque rappresentanti del Parlamento europeo che ha trascorso un paio di importanti giornate nell’Amministrazione autonoma palestinese. Posso affermare categoricamente che la natura della nostra missione era umanitaria e non politica. Lo sottolineo perché non vorrei che la nostra si trasformasse in una discussione prettamente politica, in cui il Parlamento europeo assumesse il ruolo di avvocato dell’accusa contro qualcuno. Vorrei che ci elevassimo al disopra delle divisioni politiche e considerassimo in che modo aiutare la Palestina civile.

Vorrei comunque chiarire che, a quanto pare, un miglioramento dello standard di vita nella striscia di Gaza, tramite una normale operatività degli ospedali e delle scuole, il pieno accesso all’acqua potabile e agli approvvigionamenti alimentari ed energetici, nonché la possibilità di lavorare normalmente nel settore agricolo, ha maggiori probabilità di tradursi in un allentamento della tensione nelle relazioni israelo-palestinesi e di smorzare la potenziale ostilità, per quanto riguarda i coloni ebrei, israeliani e lo Stato di Israele.

Pochi mesi fa, sono intervenuto davanti a quest’Assemblea a proposito dei controversi passaggi pronunciati in alcune scuole palestinesi, all’interno di libri di testo palestinesi, ma ora siamo passati da un estremo all’altro. Non possiamo più criticare determinati aspetti dell’istruzione palestinese, poiché tale sistema è, di fatto, defunto.

Ma c’è anche un altro risvolto della medaglia, un aspetto intra-palestinese. Lo stallo politico tra Hamas e al Fatah e la fazione del Presidente Abu Mazen continua. Quest’impasse ostacola il funzionamento delle istituzioni palestinesi, ripercuotendosi, così, sui palestinesi che vivono nella regione; e questo certo non per colpa di Israele. Si parla molto di una pace duratura tra lo Stato di Israele e i palestinesi, ma è un po’ come costruire una casa cominciando dal tetto. Dovremmo sempre discutere a cominciare dalle fondamenta, e le fondamenta, in questo caso, sono un miglioramento nell’operatività delle strutture di potere e delle istituzioni pubbliche palestinesi, nonché degli aiuti umanitari al popolo della Palestina.

 
  
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  Margrete Auken, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DA) Signor Presidente, la già menzionata visita in Cisgiordania e alla striscia di Gaza, qualche settimana fa, è stata uno shock – anche per quelli di noi che c’erano già stati diverse volte. La chiusura delle frontiere da parte di Israele e gli innumerevoli posti di blocco rendono impossibile sviluppare un’economia sana e applicare i regolamenti UE in materia di aiuti umanitari. Il Consiglio e la Commissione devono intervenire immediatamente per aiutare l’economia palestinese a risollevarsi. Permettetemi di essere franca: senza il suddetto intervento, una conferenza di pace non potrà mai andare a buon fine. Come è stato ripetuto più volte, la dimensione economica è inscindibile da quella politica. In altre parole, bisogna porre fine all’occupazione israeliana, o non ci sarà mai pace. Oltre alla prostrazione economica, sta attualmente prendendo piede la radicalizzazione dei palestinesi. Si sta facendo largo fra i poveri – il cui numero è in costante ascesa a causa del blocco imposto da Israele – e fra i giovani. I palestinesi delle generazioni più anziane hanno messo in guardia più volte in merito al fatto che i giovani di oggi non hanno mai vissuto fianco a fianco con un israeliano e che la loro unica esperienza di quel popolo è fatta di muri orrendi, invasioni militari e soldati adolescenti che umiliano i loro padri. Questa strada non condurrà alla creazione della pace, ma soltanto a un antagonismo implacabile.

Tanto meno c’è fiducia nell’UE, che ha ignorato le elezioni democratiche tenutesi nei territori palestinesi e, isolando Hamas, ha dato prova di incompetenza diplomatica e dimostrato, ancora una volta, di utilizzare due pesi e due misure. Non ci sarà alcuna pace, a meno che i palestinesi non siano rappresentati nei negoziati in corso, come tutte le parti interessate sanno bene. Come sottolineato dall’onorevole Davies e da altri, ogni speranza di pace andrà in frantumi se, come riportato, il governo di Israele intende espropriare l’area E1. Sia gli USA che l’UE hanno dichiarato con fermezza che questo non deve avvenire. L’interrogativo a cui ora il Consiglio e la Commissione devono rispondere è: quali provvedimenti verranno adottati per evitare l’espropriazione della Gerusalemme Est palestinese?

 
  
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  Luisa Morgantini, a nome del gruppo GUE/NGL. Signor Presidente, onorevoli colleghi, un minuto è nulla. Lobo Antunes ha parlato di gesti, di passi coraggiosi: il passo coraggioso di Olmert dovrebbe essere quello di fermare ogni nuova missione coloniale, liberare migliaia di palestinesi, fermare le incursioni militari nella West Bank, togliere i checkpoint e revocare l’embargo di Gaza! Ed arrivare ai negoziati con passi concreti, invece abbiamo visto ieri nuove confische di terre intorno a Gerusalemme.

Il nostro passo coraggioso, quello dell’Unione europea, dovrebbe essere quello di respingere ogni forma di punizione collettiva messa in atto dal governo israeliano verso la popolazione civile. I nostri progetti a Gaza sono bloccati perché non c’è cemento, non ci sono tubi, i costi sono quadruplicati e l’UNRWA continua a lanciare gesti d’allarme.

Con la risoluzione che voteremo domani chiediamo la revoca del blocco di Gaza e la libertà di movimento delle persone e delle merci ovunque, coscienti che la questione palestinese non è umanitaria! La nostra responsabilità è quella politica, quella di porre fine all’occupazione militare e dire: due popoli e due Stati che possono coesistere in reciproca sicurezza!

 
  
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  Bastiaan Belder, a nome del gruppo IND/DEM. – (NL) Signor Presidente, alla fine della scorsa settimana una delegazione del nostro Parlamento ha discusso della grave situazione in Medio Oriente con le nostre controparti statunitensi, nell’ambito del dialogo transatlantico tra i legislatori (TLD). In quell’occasione, il negoziatore di pace americano Dennis Ross ci ha suggerito, in maniera molto pratica, di offrire aiuti alla popolazione palestinese per gestire la sua precaria esistenza. A tal fine, è necessaria una rete di ONG affidabili e politicamente indipendenti.

Consiglio e Commissione: in che misura stimate ci siano reali possibilità per la Cisgiordania e Gaza? La mia convinzione, al momento, è che il comportamento di Hamas sia la causa dell’attuale situazione di crisi interna ed esterna a Gaza. Esso, infatti, delegittima immancabilmente lo Stato di Israele e legittima, invece, la violenza contro gli israeliani e i palestinesi “dissidenti”.

Signor Presidente, il recente, brutale assassinio del palestinese cristiano Rami Ayyad, di soli trent’anni, evidenzia la rischiosa condizione di questa minoranza a Gaza. Mi aspetto dal Consiglio e dalla Commissione che dedichino attenzione e sostegno alla minoranza cristiana in tutti i territori palestinesi.

 
  
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  Edward McMillan-Scott (PPE-DE). (EN) Signor Presidente, poc’anzi l’onorevole Davies ha chiesto che ruolo avesse l’Unione europea in Medio Oriente. Ovviamente so che si trattava di una domanda retorica, dal momento che egli è molto impegnato nella ricerca di una soluzione, ma di fatto l’Unione europea ha un interesse diretto nell’esito del processo di pace in Medio Oriente.

Io rappresento una circoscrizione dello Yorkshire da cui provenivano i quattro terroristi degli attentati sferrati a Londra diversi mesi fa. Quegli uomini erano motivati da ciò che stava accadendo in Medio Oriente. Così come i terroristi di Madrid. Pertanto, la sicurezza dell’Europa è direttamente collegata al Medio Oriente.

Personalmente ritengo che noi tutti abbiamo obblighi anche storici e umanitari verso un esito pacifico. Dopotutto, il processo di pace si è dimostrato lento e frammentato ed ha generato numerose iniziative, svariate Conferenze intergovernative: Madrid, Oslo e così via. Oggi, a ottobre 2007, siamo arrivati al punto di ricercare quasi disperatamente una qualche forma di soluzione.

Ritengo dunque che sia giunto il momento di operare un ripensamento piuttosto radicale. Una delle proposte che vorrei avanzare è che i recenti colloqui tra il Primo Ministro Olmert e il Presidente Mahmoud Abbas circa – di fatto – una soluzione di status definitiva, riflettano i negoziati condotti privatamente nel 1987 dallo stesso Primo Ministro Olmert, all’epoca un giovane parlamentare, con l’OLP per discutere della capitale dello Stato palestinese a Gerusalemme Est, dei confini del 1967 e del rientro di alcuni coloni. In altre parole, il Primo Ministro Olmert ce l’aveva quasi fatta nel 1987 e forse quest’autunno, arriverà il momento in cui questi due leader, incoraggiati dalla comunità internazionale, convergeranno in maniera radicale per plasmare il futuro, in vista di una soluzione pacifica e bi-statuale del processo di pace mediorientale.

L’onorevole Triantaphyllides, che si è recato in Palestina con la sua delegazione qualche giorno fa, è rientrato con due conclusioni fondamentali. Concentriamoci sulla situazione umanitaria in Palestina, ma pensiamo anche al ruolo che i parlamentari eletti laggiù e altrove possono rivestire in questo processo. Non dimentichiamocelo.

 
  
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  Véronique De Keyser (PSE). - (FR) Signor Presidente, preparando questa risoluzione, ci siamo detti: “Niente politica, solo un approccio umanitario”. Perché oggi è inammissibile che, in un immenso ghetto a cielo aperto, un popolo muoia a fuoco lento, braccato dalle telecamere di tutto il mondo, un popolo esangue, senza diritto di svilupparsi, senza diritto di circolare liberamente, di educare i propri figli, ma comunque un popolo di cui paghiamo a caro prezzo la sopravvivenza e che, soprattutto, non può scoppiarci fra le mani, poiché sarebbe un’onta che le nostre democrazie non potrebbero sopportare.

Quest’anno, l’Unione europea avrà versato più di 300 milioni di euro per evitare questo dramma. Troppo poco perché i palestinesi possano sopravvivere e tuttavia dieci, cento volte troppo, poiché se tutti gli impegni internazionali, la quarta convenzione di Ginevra e i diritti dell’uomo fossero rispettati, non ci troveremmo in questa situazione.

Vergogna sul ghetto! Vergogna su di noi, europei, che abbiamo rifornito Berlino finché il popolo berlinese era assediato! Vergogna su di noi che abbiamo salutato con lacrime di gioia la caduta del muro in Germania e che oggi siamo prigionieri, complici di altri muri e altri ghetti! Stop the closure!

Ma oggi lo sforzo umanitario non può far dimenticare la battaglia politica. Il governo israeliano ha reso noto, il 24 settembre scorso, l’ordine di confisca di 1 100 dunum di terra appartenenti a quattro villaggi arabi situati tra Gerusalemme e Gerico, per costruire una strada che taglierà definitivamente in due la Cisgiordania. E’ un vecchio piano israeliano del 2004, al quale l’Europa e perfino gli Stati Uniti, si sono sempre opposti. Oggi, alla vigilia dell’incontro internazionale di Washington, questa situazione è una vera e propria bomba a orologeria. Con Gaza intrappolata e la Cisgiordania tagliata in due, com’è possibile sognare ancora due Stati che vivano pacificamente l’uno accanto all’altro?

L’8 febbraio 2005, Sharon dichiarava a Sharm el Sheikh: “Abbiamo l’opportunità di dare inizio a una nuova era. Per la prima volta da moltissimo tempo, esiste nella nostra regione la speranza di un avvenire migliore per i nostri figli e i nostri nipoti”. E’ un’opportunità estremamente fragile, che gli estremisti vogliono distruggere. Se questa strada, e molte altre, verranno realizzate, gli estremisti avranno vinto. Oggi, architetti e geografi utilizzano armi più perverse che le bombe. Cingono la Palestina di muri e di strade che annientano qualsiasi sogno di uno Stato possibile.

(Applausi)

 
  
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  Elizabeth Lynne (ALDE). (EN) Signor Presidente, non c’è nulla di più demoralizzante di una vita vissuta in povertà, senza alcuna prospettiva e funestata da un conflitto. Mentre la catastrofe umanitaria aleggia sulla popolazione di Gaza, appare chiaro che l’unico obiettivo perseguito dai leader israeliani e palestinesi è quello di assicurare la trasmissione di un patrimonio di sofferenza, povertà, miseria e astio a una nuova generazione di giovani palestinesi.

Una delle dirette conseguenze del divieto israeliano alla libera circolazione delle persone e delle merci è che i bambini non hanno nemmeno accesso all’istruzione basilare. All’intera popolazione vengono negati quei servizi di base che noi tutti, in quest’Aula, diamo per scontati. La stessa sussistenza viene compromessa, poiché a pescatori, agricoltori eccetera viene impedito di svolgere attività commerciali. Gli individui sono afflitti da sofferenze inutili e muoiono a causa delle limitazioni ai servizi e ai trattamenti medici. Il tutto su uno sfondo di violenza e oppressione.

Le ONG stimano ci siano circa 2 000 persone gravemente menomate di recente a Gaza. Si tratta perlopiù di giovani, colpiti dagli spari dei carri armati o dei cecchini, che spesso perdono arti, riportano danni cerebrali o lesioni al midollo spinale – tuttavia, le organizzazioni impegnate nel prestare aiuto agli invalidi sono ostacolate nella loro attività dal blocco imposto da Israele, che impedisce loro di ottenere gli approvvigionamenti specialistici di cui hanno bisogno! Israele deve tener fede ai propri impegni internazionali, tra cui la convenzione di Ginevra, e garantire la fruizione dell’assistenza e degli aiuti umanitari, nonché dei servizi essenziali, e l’apertura delle frontiere.

Il Consiglio e la Commissione devono continuare a esercitare pressioni, ma devono interloquire con tutte le parti in causa. Solo in questo modo sarà possibile trovare una soluzione. Non ha senso affermare di non voler parlare con una delle fazioni. Dobbiamo trovare una soluzione colloquiando con tutti. Se non facciamo nulla, la gente continuerà a morire inutilmente. 1,3 milioni di persone a Gaza continueranno a essere private della loro dignità e la trasmissione di quel patrimonio di sofferenza, povertà, miseria e astio alla nuova generazione di palestinesi continuerà a perpetrarsi.

 
  
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  Hélène Flautre (Verts/ALE). (FR) Signor Presidente, mentre i valichi della striscia di Gaza vengono chiusi e controllati dall’esercito israeliano, mentre ogni giorno in quell’area vengono perpetrate incursioni assassine, mentre il numero dei coloni nei territori occupati non cessa di aumentare, mentre in aperta violazione del diritto internazionale, la costruzione del muro e la suddivisione a scacchiera del territorio per motivi di sicurezza proseguono, ci sono ancora persone in quella regione e perfino qui, nel nostro Parlamento europeo, che negano lo status di potenza occupante di Israele. E’ inaudito!

Israele è una potenza occupante e, in quanto tale, ha degli obblighi derivanti delle convenzioni di Ginevra e soprattutto, non può, in alcun caso, ricorrere a punizioni collettive. Faremmo meglio ad assicurarci che Israele rispetti questi impegni, anziché inviare segnali catastrofici, come abbiamo fatto sospendendo il finanziamento per l’approvvigionamento di carburante della centrale elettrica di Gaza, per esempio. Le lacrime di coccodrillo che abbiamo versato sulle divisioni interpalestinesi sono piuttosto inopportune dopo che l’Unione europea è stata incapace di sostenere gli sforzi del Presidente Abbas, volti a cooptare l’ala pragmatica di Hamas.

Che cos’altro si potrebbe immaginare di peggio? Contrapporre Ramallah a Gaza? Decidere quali sono i palestinesi buoni e aiutarli a eliminare i cattivi? Chi può credere in una soluzione duratura laddove non è garantita l’unità politica e territoriale della Palestina? Chi può credere che la pace, per gli israeliani e i palestinesi, si costruirà mediante una politica che comporta, di fatto, la radicalizzazione delle popolazioni in Israele così come in Palestina?

La situazione umanitaria a Gaza viola tutti gli standard di dignità umana. Bisogna ottenere, il prima possibile, l’eliminazione del blocco della striscia di Gaza. A tal fine, è necessario esercitare le adeguate pressioni su Israele. Questa questione non può più essere un tabù, pertanto domando a voi, Consiglio e Commissione, quali misure intendete adottare per favorire l’eliminazione del blocco e costringere Israele a rispettare i propri doveri e i propri impegni? Vi domando che azioni pensate di intraprendere per far sì che Israele rinunci, a un mese dalla conferenza internazionale, al suo progetto di tagliare in due la Cisgiordania, collegando Gerico a Gerusalemme Est?

(Applausi)

 
  
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  Kyriacos Triantaphyllides (GUE/NGL). (EL) Signora Presidente, gli sviluppi in Palestina si susseguono in maniera eccezionalmente rapida, lasciandoci ben poco tempo per reagire. Di conseguenza, eccoci qui a discutere della situazione umanitaria nella striscia di Gaza, mentre le autorità israeliane hanno deciso unilateralmente di espropriare migliaia di ettari di terre arabe per procedere con il piano Ε1: la costruzione di una strada che, di fatto, taglierà in due la Cisgiordania.

Come sapete, la comunità internazionale si è opposta a questo piano. Ritengo sarebbe utile che il Parlamento prendesse posizione in proposito. Gli sviluppi politici dietro le quinte, tuttavia, non l’hanno permesso. Il risultato è semplice: ancora una volta, rimaniamo spettatori mentre la situazione in Palestina continua a peggiorare; ogni giorno la posizione negoziale dei palestinesi si indebolisce e viene messa in dubbio qualsiasi esistente prospettiva di successo in occasione dell’imminente conferenza internazionale sulla questione palestinese, che si terrà in novembre.

 
  
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  Charles Tannock (PPE-DE). (EN) Signor Presidente, ieri sera ho avuto il privilegio di partecipare all’inaugurazione della sede di Bruxelles dell’organizzazione European Friends of Israel, che parte dal presupposto che sia necessario sostenere il diritto di esistere e prosperare dello Stato democratico di Israele. Per contro, Hamas è votata, in virtù del suo statuto del 1988, alla distruzione di Israele e resta un’organizzazione terrorista bandita dall’UE.

Non mi sorprende affatto che questa risoluzione cerchi di far ricadere gran parte delle responsabilità dell’attuale situazione a Gaza sulle spalle di Israele. E’ evidente, che il ritiro unilaterale di Israele da Gaza come cessione di terra in favore della pace, in segno di buona volontà, è di ben poca rilevanza per i delatori di Israele.

La risoluzione fa riferimento a una crisi umanitaria a Gaza senza esplorarne le cause. Il fascino esercitato da Hamas sugli elettori palestinesi era legato alla sua capacità di fornire molti dei servizi sociali negati dalla corrotta amministrazione di al-Fatah. Eppure le stesse scuole sono oggi prive di scolari, che sono troppo impauriti per uscire di casa. Gli ospedali curano le vittime della violenza quotidiana che ha caratterizzato tanto l’acquisizione violenta di Gaza da parte di Hamas, quanto la disfatta della secolare al-Fatah.

L’illustre cristiano di Gaza, Rami Ayyad, è stato assassinato sabato scorso, e domenica, Hamas ha sparato indiscriminatamente su Israele otto mortai e un missile Katyusha. Stranamente, Hamas ha bombardato perfino l’attraversamento del confine a Khani.

La risoluzione esorta inoltre Israele a intraprendere azioni per assicurare il libero passaggio degli aiuti umanitari e la fruizione dei servizi essenziali. In realtà, Israele non ha mai interrotto la circolazione di beni quali rifornimenti alimentari, energetici e idrici nel territorio di Gaza e, di fatto, sta operando con prudenza e moderazione, sebbene Hamas l’abbia attaccato militarmente.

So bene che Israele è ormai abituato a ricevere un flusso costante di invettive da parte di questa istituzione, ma è bene che sappia di poter contare anche su alcuni amici in questo consesso, e in tutta Europa, impegnati in uno sforzo per la pace e la sicurezza in quella regione. Questo, tuttavia, non accadrà, finché l’agenda di Hamas verrà così prontamente assecondata da così tanti deputati in quest’Aula.

 
  
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  Richard Howitt (PSE). (EN) Signor Presidente, una crisi umanitaria richiede una risposta umanitaria e la nostra priorità, stasera, dev’essere occuparci delle forniture mediche e dei libri di testo che vengono trattenuti da una parte della frontiera, mentre gli studenti e i malati aspettano dall’altra. Il diritto umanitario internazionale impone all’Unione europea l’obbligo diretto di intervenire, ciononostante, a quattro mesi dall’isolamento di Gaza, il nostro impegno diretto nell’ambito della missione di assistenza al confine resta disatteso.

Ringrazio il Commissario per il cauto ottimismo espresso stasera in merito alla ripresa del processo di pace e al funzionamento del meccanismo internazionale temporaneo. Dal canto nostro, la esortiamo, ovviamente, a fare tutto ciò che le è ancora possibile. Concordo con l’onorevole Tannock nel condannare gli attacchi missilistici e di mortaio da parte dei miliziani palestinesi, ma ritengo che le sue rimostranze sarebbero molto più credibili se condannasse anche l’uccisione di civili perpetrata dalla Forza di difesa israeliana tramite il lancio di missili terra-aria. Invito lei, Commissario, e il Presidente in carica a contestare urgentemente la confisca, notificata questa mattina, di un ulteriore 3 per cento del territorio della Cisgiordania, tra Gerusalemme e Gerico, nel quadro del piano di annessione E1.

(Il Presidente toglie la parola all’oratore)

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE-DE). - (SK) Alla luce della risoluzione del Parlamento europeo del 21 giugno sul programma MEDA e il sostegno finanziario alla Palestina, della risoluzione del 12 luglio 2007 sul Medio Oriente e della dichiarazione del Quartetto del 23 settembre 2007, è essenziale che il Parlamento europeo esprima una posizione chiara rispetto alla situazione in Palestina. Ad ogni modo, la situazione dev’essere considerata perlomeno da due prospettive: quella economico-umanitaria e quella politica e di sicurezza.

Dal punto di vista economico-umanitario, spetta all’Europa, dopo le enormi risorse finanziarie devolute all’assistenza alla Palestina, assicurare la fattibilità tecnica per la fornitura di tale assistenza e degli aiuti umanitari. E’ inaccettabile che i civili palestinesi si vedano negare l’accesso ai medicinali e che le strutture sanitarie, le scuole e le abitazioni vengano devastate. Al momento, l’accesso all’acqua potabile e agli approvvigionamenti alimentari è spesso negato a causa del blocco contro la libera circolazione di persone e merci.

Sotto il profilo politico e di sicurezza, è necessario affermare con chiarezza che, così come la comunità internazionale riconosce il diritto dei palestinesi all’autonomia, la Palestina, compreso il movimento di Hamas al governo, deve riconoscere lo Stato di Israele. A tutt’oggi, Hamas non ha mai agito in modo da prendere le distanze dal suo documento costitutivo, il quale annovera fra gli obiettivi da perseguire, anche la distruzione dello Stato di Israele. Qui risiede il problema politico che è sfociato in un conflitto armato: terrorismo da un lato e violente azioni difensive dall’altro.

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE). (EN) Signor Presidente, prima di tutto mi permetta di dire che l’onorevole Tannock sta rendendo un cattivo servizio a Israele, con questo suo sostegno incondizionato all’attività illegale di Israele contro i palestinesi, soprattutto in relazione a Gaza. Io sostengo questa risoluzione, compreso il paragrafo 5. La crisi umanitaria a Gaza non è nuova e di certo non era imprevista. Quelli di noi che hanno visitato l’area con regolarità nel corso degli anni hanno ripetutamente messo in guardia contro le azioni israeliane, che stavano portando il popolo alla disperazione. Oggi, l’economia è in caduta libera. I servizi sociali sono praticamente al collasso. Dilagano malnutrizione e malattie croniche e i farmaci non sono disponibili. Al momento, Gaza è completamente dipendente dagli aiuti esterni, che tuttavia vengono bloccati dagli embargo israeliani. E’ una prigione sotto stretto controllo di Israele e noi non possiamo permettere che il benessere della popolazione di Gaza sia ostaggio delle macchinazioni politiche in atto. La speranza è che queste macchinazioni portino a dei colloqui di pace.

Condanno la decisione unilaterale di Israele di confiscare parte del territorio di quattro villaggi arabi, escludendo così Gerusalemme Est dalla Cisgiordania. Mi rammarica che né il Consiglio, né la Commissione abbiano fatto alcun accenno all’accaduto e mi sorprenderebbe molto scoprire che non ne fossero a conoscenza, poiché noi tutti in quest’Aula ne siamo consapevoli e la notizia è di pubblico dominio. Quest’azione da parte di Israele è in aperta violazione della road map e in violazione dell’accordo secondo cui i confini del 1967 non sarebbero stati modificati senza l’assenso congiunto di israeliani e palestinesi.

 
  
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  Zbigniew Zaleski (PPE-DE). - (PL) Signor Presidente, tutti speriamo che con il tempo il conflitto si risolva da solo. Ebbene, questa è la più vana speranza che possa esistere. Le nuove generazioni stanno crescendo e il conflitto continua, esacerbandosi addirittura. Si è portati a pensare che due popoli piuttosto simili l’uno all’altro, come ebrei e arabi, possano convivere, ma non secondo un sistema gerarchico. Ogni dipendenza dell’uno rispetto all’altro, ogni disparità, e soprattutto la mancanza di uno Stato sovrano per gli arabi, costituiranno sempre fonti di emozioni e convinzioni negative, nonché di istinti di rappresaglia.

Se lo Stato di Israele non riesce a prendere in considerazione una spartizione del territorio, temo proprio sia difficile immaginare prospettive di pace per questa regione. Gli ebrei hanno diritto al loro paese, al loro Stato, e allo stesso modo ne hanno diritto gli arabi, i palestinesi. Storicamente, prima della Seconda guerra mondiale, la Palestina già esisteva e, a quanto pare, non è facile cancellarla dalla memoria araba.

Ogni giorno, la situazione per la popolazione della striscia di Gaza peggiora a tal punto che le esplosioni di rabbia accumulata sono ormai inevitabili e noi non possiamo fare altro che stare a guardare, in preda all’imbarazzo e alla tristezza. Il massimo che possiamo fare, dal canto nostro, – oltre a cercare di placare gli impulsi alla distruzione reciproca e oltre ai tentativi di mediazione – è estendere gli aiuti umanitari alla popolazione, cosicché possa vivere in condizioni sanitarie decenti, per quanto possibile, abbia qualcosa da mangiare e delle scuole dove studiare. Ma mi preme sottolineare che questo è solo un surrogato di una vera soluzione, una soluzione verso la quale, dobbiamo ammettere con vergogna, non siamo in grado di condurre.

L’esperienza acquisita nell’Europa centrale e orientale nel corso del XIX secolo, e gli orrori del XX secolo in Europa e in Africa dimostrano chiaramente la forza di un popolo in lotta per l’indipendenza. La stessa lotta che ci troviamo ad affrontare in quella regione.

 
  
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  Béatrice Patrie (PSE). (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, è chiaro che l’Unione europea debba fare tutto il possibile per spezzare la morsa che stringe la popolazione di Gaza in una crisi umanitaria senza precedenti.

Dal canto mio, vorrei sottolineare che la designazione di Gaza come entità ostile da parte del governo israeliano comporta diverse conseguenze drammatiche. Israele potrà condurre su quel territorio operazioni molto più importanti rispetto al passato. La società israeliana di produzione elettrica potrà ridurre al minimo indispensabile la fornitura di elettricità agli 1,5 milioni di palestinesi di Gaza, allo stesso modo la società Mekorot razionerà l’acqua che distribuisce, lasciando a Hamas il compito di procedere alla ripartizione fra i quartieri.

Questa strategia israeliana, che mira chiaramente a scatenare un sollevamento popolare contro i responsabili di Hamas, è inaccettabile e non può che sfociare in un nuovo inasprimento della violenza. Sorvolo sulle nuove colonizzazioni che faranno della Palestina un bantustan.

Personalmente, mi augurerei che, in quanto membro del Quartetto, l’Unione europea ottenesse la garanzia che la conferenza di pace prevista per novembre non abbia come unico scopo quello di fornire agli Stati Uniti una via d’uscita dall’impasse nella quale si trovano in Iraq e in Afghanistan, ma si configuri come un vero e proprio vertice di pace, che raduni l’insieme degli attori arabi.

 
  
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  Nickolay Mladenov (PPE-DE). (EN) Signor Presidente, i civili sono le vittime silenziose di qualsiasi conflitto e noi abbiamo l’obbligo – o meglio, il dovere – di agire in loro difesa e di tener fede al monito del premio Nobel per la pace Elie Wiesel: “Mai tacere laddove ci sono esseri umani che subiscono sofferenze e umiliazioni”.

Pertanto, apprezzo l’iniziativa di quest’Aula di discutere della situazione di Gaza e anche l’appello, contenuto nella risoluzione, volto a richiamare Israele al rispetto dei propri impegni, garantendo il transito dell’assistenza umanitaria fino a Gaza.

Ma oggi dobbiamo porci anche altri interrogativi. Dobbiamo cominciare domandando a noi stessi per quale motivo, ogni volta che si muove un passo verso la pace, la violenza s’intensifica. Perché ogni volta che le voci della ragione in Israele e nei territori palestinesi cercano una soluzione, ci sono gruppi terroristici che imbracciano le armi contro la pace? Perché mai alcuni temono tanto l’idea di una soluzione bi-statuale, con Israele e la Palestina che vivono fianco a fianco in pace, da preferire infliggere dolore e sofferenza al proprio popolo?

Rifuggiamo il timore di ammettere che la responsabilità della spaventosa situazione in cui si trovano gli abitanti di Gaza ricade anche inequivocabilmente su Hamas, che si oppone a un insediamento, che perora la distruzione di un membro legittimo delle Nazioni Unite e che teme la pace e promuove la violenza.

Nel 2005, sono stati lanciati da Gaza 400 missili su Israele. Nel 2006, 1 726. Nel 2007, si è sfiorato il migliaio. Ci sono state numerose vittime, centinaia di feriti e migliaia di sfollati. Anche quelli sono civili: uomini, donne e bambini.

Il 26 settembre da Gaza sono stati lanciati 54 colpi di mortaio verso il valico di Sufa. L’indomani, sono stati presi di mira i valichi a cui faceva riferimento il Commissario, Erez e Karem Shalom. Di fatto, sono stati scelti quegli obiettivi perché chiudere quei passaggi permette agli uomini di Hamas di raggiungere il proprio intento di aumentare la sofferenza, spingendo la popolazione a schierarsi con loro. E’ una strategia sbagliata.

Riconosciamo che a Gaza risiedono forze di terrore e paura che mirano ad approfittare della sofferenza del loro stesso popolo.

 
  
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  Jamila Madeira (PSE).(PT) Jimmy Carter ha dichiarato in un’intervista, questa settimana, che dalla Presidenza Clinton, non ci sono più stati colloqui in buona fede sulla questione mediorientale sotto il patrocinio degli Stati Uniti d’America. Ci sono grandi aspettative, quindi, per la conferenza internazionale di novembre. Si auspica una qualche forma di sviluppo tangibile, che consenta di prefigurare un calendario per la risoluzione del dramma umanitario e del conflitto.

Al momento, la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza si sta deteriorando. Qualche mese fa la realtà era quella di una vera e propria prigione a cielo aperto, sempre più opprimente. Oggi il peggioramento è evidente, dal momento che ogni giorno si contano i morti e si registra fame, paura e il potere delle armi e il loro effetto sulla vita dei civili, da entrambi i lati del muro. Urgono aiuti umanitari, alla luce delle convenzioni di Ginevra, ed è imperativo che Israele consenta la fornitura di questi aiuti. La libera circolazione di persone e merci deve diventare una realtà, a meno che non si voglia assistere a una vera e propria tragedia umana in quella striscia di costa.

Gli obiettivi principali a cui dobbiamo mirare nel corso della prossima conferenza internazionale sono porre fine alla violenza e cercare una soluzione basata sulle risoluzioni esistenti, che permetta a palestinesi e israeliani di convivere in pace, prima che sia troppo tardi.

 
  
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  Christopher Beazley (PPE-DE). - (EN) Signor Presidente, 20 anni fa c’erano tre teatri di violenti conflitti e oggetto di costernazione mondiale: il Sudafrica, l’Irlanda e il Medio Oriente. Nei primi due, c’è stata una riconciliazione e una trasformazione politica. In Medio Oriente non è stato fatto alcun progresso e probabilmente la situazione è peggiore.

La catastrofe umanitaria a Gaza ci obbliga ad agire, consapevoli che la riconciliazione e la trasformazione politica sono possibili, necessarie e opportune. Ma è altrettanto chiaro che palestinesi e israeliani non possono risolvere le loro divergenze da soli. Entrambi ricorrono alla violenza, che non fa che perpetrare l’impasse.

La catastrofe umanitaria a Gaza segna uno dei punti più bassi in 60 anni di conflitto ininterrotto nel Medio Oriente. Chiediamo sicurezza per lo Stato di Israele e chiediamo sicurezza per lo Stato di Palestina. A tutt’oggi, non c’è sicurezza in nessuno dei due Stati. E’ necessario un approccio nuovo, un nuovo metodo.

E’ chiaro che l’amministrazione statunitense abbia la responsabilità e la capacità di esercitare un’influenza decisiva su Israele, per esempio esortandolo a togliere il blocco su Gaza.

Allo stesso modo, l’Unione europea deve indirizzare i palestinesi sulla via della desistenza dalla violenza, cosicché entrambi possano raggiungere l’obiettivo di creare un’entità statale sicura, attraverso gli unici mezzi effettivamente disponibili, ovvero quelli pacifici.

Poiché questa risoluzione verrà fatta pervenire ai parlamenti di Palestina, Israele, Egitto e all’Assemblea euromediterranea, potrebbe essere un contributo costruttivo da parte nostra sostenere e promuovere un dialogo parlamentare a sostituzione dell’attuale guerra di logoramento, alla quale è necessario porre fine, se non si vuole che deturpi ulteriormente la Terra Santa.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE-DE). (FI) Signor Presidente, signora Commissario, la Striscia di Gaza è afflitta dalla sofferenza umana. Negli ultimi mesi, la crisi umanitaria nella regione ha incontestabilmente assunto proporzioni catastrofiche.

Non si tratta più soltanto di una penuria di alimenti basilari. L’economia palestinese ha subito un tracollo e condurre affari è diventato molto più difficoltoso. La vita quotidiana della popolazione è stata distrutta e le organizzazioni di assistenza non possono operare all’interno della regione. Gli abitanti della zona sono assediati dal blocco e, come ha ricordato il Commissario, anche in Cisgiordania incombono gli stessi problemi.

La popolazione di Gaza è vittima della politica fallimentare condotta da ciascuna delle parti in causa nella crisi. Una cosa è considerare Hamas il nemico e un’organizzazione terroristica; tutt’altra cosa è proclamare territorio nemico l’intera striscia di Gaza. Una cosa è considerare Israele il nemico; tutt’altra cosa è rifiutarsi di cooperare con i fornitori di servizi essenziali e con le organizzazioni internazionali. Pur essendo imbrigliate in una situazione di stallo, le parti in causa nella crisi hanno comunque, entrambe, delle responsabilità in termini di diritti umanitari fondamentali.

La risoluzione dei gruppi parlamentari rappresenta una presa di posizione eccezionalmente netta in merito alla crisi in Medio Oriente. E’ stata spogliata di ogni ulteriore movente politico. Ciò che resta è unicamente la profonda preoccupazione dell’Europa per l’esistenza della popolazione della striscia di Gaza.

Vorrei ricordare a tutti che questo è lo stesso identico timore già precedentemente espresso quest’anno. Non possiamo schierarci e non possiamo puntare il dito. La sofferenza di persone innocenti rende irrilevante il desiderio di scusare e trovare giustificazioni per la situazione nella striscia di Gaza. Chiediamo, dunque, una cosa soltanto: che le parti in causa ci consentano di prestare il nostro aiuto e, soprattutto, che si aiutino da sole, poiché ci troviamo di fronte a una crisi umanitaria su vasta scala.

Commissario, mi auguro che lei vorrà portare quest’unica richiesta da parte dell’Europa in merito alla situazione di Gaza alle parti in causa nella crisi, la Lega araba e il Quartetto.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio.(PT) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli deputati, vorrei ringraziarvi tutti per i vostri commenti e interventi, che ho ascoltato con grande attenzione. Siamo consapevoli che un sostegno continuo e duraturo allo sviluppo economico dei territori palestinesi costituisce uno degli elementi fondamentali per la pace. C’è una stretta correlazione tra sicurezza, stabilità politica ed economia. Pace e sicurezza, pertanto, non possono essere conquistate a meno che non vengano gettate fondamenta economiche solide e durature accanto a un processo di pace che sia credibile.

Tutte queste iniziative riflettono il nostro impegno nel fornire assistenza e aiuto al fine di migliorare le condizioni di vita della popolazione palestinese in Transgiordania e nella striscia di Gaza. Questi sono gli obiettivi che vogliamo perseguire e confidiamo nel fatto che la Conferenza dei paesi donatori, prevista per il mese di dicembre a Parigi, fornisca alla comunità internazionale l’opportunità di esprimere il proprio sostegno, in maniera pratica, ci auguriamo, all’Autorità palestinese e alla popolazione della Palestina in generale. E’ essenziale che la comunità internazionale non abbandoni gli abitanti di Gaza, affinché la loro situazione umanitaria estremamente precaria non continui a rappresentare un fattore politico di instabilità, tensione e dissenso.

Vorrei sottolineare che la strategia politica dell’Unione europea per il processo di pace in Medio Oriente poggia su pilastri e principi solidi ed è per questo che l’Unione è un partner benaccetto nell’ambito del processo politico. Abbiamo, inoltre, una coerente politica di aiuti per le fasce di popolazione più bisognose nei territori palestinesi. Le cifre che ho presentato io stesso, e alle quali faceva riferimento il Commissario, ne sono, a mio parere, la riprova inconfutabile. Mi auguro che l’Unione europea sia d’esempio per tutti a questo riguardo.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, tutti noi sappiamo bene che la situazione a Gaza è drammatica. D’altro canto, sappiamo che, oltre agli aiuti umanitari, alla fine saremo chiamati a trovare anche una soluzione politica. Come ho già avuto modo di dire in precedenza, e come ha affermato ora il Presidente in carica, questo incontro internazionale è un’occasione estremamente importante. Tutti noi abbiamo ribadito chiaramente che non dev’essere un evento di facciata, una mera opportunità per scattarci una foto tutti insieme. Dev’essere un incontro significativo, in occasione del quale ci auguriamo che i colloqui di pace fra il Primo Ministro Olmert e il Presidente Abbas si concretizzino in un importante documento iniziale, soprattutto in merito alle questioni più spinose, sapendo che da lì in poi saranno i gruppi di lavoro a dover sviluppare le idee.

Tutti noi sappiamo bene che sul tavolo ci sono numerose soluzioni possibili e alternative. D’altro canto, per molto tempo è mancata la possibilità di riunire le due parti in seno a una riunione internazionale di questo calibro, sostenuta dall’Unione europea, gli Stati Uniti, la Russia e le Nazioni Unite e con l’appoggio della Lega araba.

E’ di grande rilevanza il fatto che questa volta gli americani si siano dichiarati disponibili a invitare anche il cosiddetto “gruppo di verifica” della Lega araba, che comprende Siria e Arabia Saudita. Questo dimostra che c’è una certa apertura.

Detto questo, sappiamo altrettanto bene, ed è risultato evidente dal secondo incontro che abbiamo avuto, quello del comitato di collegamento ad hoc, che i negoziati politici da soli non bastano. Dobbiamo operare anche un cambiamento sul campo. E’ oltremodo essenziale. Si tratta di promuovere lo sviluppo economico, un intento che fa parte del mandato di Tony Blair e rispetto al quale vogliamo offrire al Primo ministro britannico tutto il nostro sostegno, poiché questa è una possibilità e un’opportunità che dobbiamo cogliere.

Siamo consapevoli, ovviamente, come del resto lo è lui – abbiamo avuto lunghe discussioni a riguardo – che i presupposti per la ripresa economica, come ha dichiarato chiaramente anche la Banca mondiale, sono miglioramento della situazione in termini di libera circolazione e accesso, incentivazione del settore privato a Gaza, che deve restare parte dell’economia locale, e ovviamente anche promozione di prassi quali la sana gestione degli affari pubblici. Ciò che vogliamo fare è creare uno Stato palestinese sostenibile, in vista di quando le condizioni saranno mature, per così dire, nella sfera politica.

Concordo sull’inutilità di un rimedio temporaneo, ma allo stesso tempo ritengo che ciò che occorra ora sia un processo di negoziazione che avvii finalmente, e in maniera rapida, dei progetti. E’ un aspetto su cui stiamo già lavorando in modo che tutto sia pronto dopo l’incontro internazionale ed eventualmente dopo o in occasione della conferenza dei donatori. Stiamo vagliando dei progetti – che, tra l’altro, sono stati selezionati e sostenuti da noi e anche da Tony Blair – per la ristrutturazione delle scuole, ad esempio, progetti che dimostrino alla popolazione che si sta effettivamente facendo qualcosa sul territorio.

Sono allo studio anche numerosi altri progetti al momento, nel tentativo di trovare le risposte adeguate, per i quali, ovviamente, necessitiamo anche del sostegno di Israele.

E’ chiaro, inoltre, che occorre tenere conto dei timori di Israele riguardo alla propria sicurezza. Ma, giacché, in definitiva, siamo chiamati a trovare una soluzione politica e il presidente eletto di tutto il popolo palestinese è il Presidente Abbas, è necessario dargli credito, collaborare con lui e sostenerlo.

Desidero ringraziare per aver concesso molto generosamente alla Commissione la possibilità, per il 2008, di ricevere subito 10 000 euro in più nel budget destinato alla popolazione palestinese. Ci saranno di certo utili e saranno particolarmente importanti per la nostra conferenza dei donatori.

Permettetemi, inoltre, di aggiungere che siamo schierati a sostegno non solo dei cristiani – come accennava l’onorevole Belder – ma anche delle fasce più vulnerabili della popolazione palestinese, alcune delle quali, ma non tutte, sono cristiane. Il nostro criterio è la necessità, non la religione, come ho già detto in precedenza.

Vorrei concludere dicendo che siamo profondamente consapevoli di ciò che molti di voi hanno detto. Abbiamo analizzato la situazione. L’unica via percorribile è quella di ideare soluzioni politiche, cercando, nel contempo, di mitigare il più possibile la sofferenza.

 
  
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  Presidente. − Comunico di aver ricevuto la proposta di risoluzione(1)a norma dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì 11 ottobre 2007.

Dichiarazioni scritte (articolo 142)

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. (EN) Mi unisco agli altri miei colleghi nell’esortare Israele a rispettare l’impegno, che gli deriva dalle convenzioni di Ginevra, di garantire la fornitura di assistenza e aiuti umanitari, nonché di servizi essenziali, quali elettricità e carburante, alla striscia di Gaza. Israele deve togliere il blocco sulla striscia di Gaza e assicurare la libera circolazione di persone e merci al valico di Rafah – conformemente all’accordo sul movimento e l’accesso ai valichi di frontiera e la missione dell’Unione europea di assistenza alle frontiere – nonché la circolazione di merci al valico di Karni. Tutte le istituzioni dell’Unione, compreso il Consiglio, l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune e la Commissione, devono assumersi le loro piene responsabilità rispetto all’attuazione di tale accordo.

Infine, mi unisco all’appello rivolto a Israele perché garantisca l’accesso di risorse finanziarie alla striscia di Gaza, sospeso dal 25 settembre 2007, poiché tale sospensione comporta un grave impatto sulla vita economica, sociale e quotidiana dei palestinesi.

 
  

(1)cfr. Processo verbale.

Ultimo aggiornamento: 17 ottobre 2008Avviso legale