Presidente . – L’ordine del giorno reca sei proposte di risoluzione sul Sudan e in particolare sull’uccisione di soldati di pace dell’Unione africana(1).
Marios Matsakis (ALDE), autore. – (EN)Signor Presidente, quest’Assemblea ha trattato ripetutamente la disastrosa situazione del Darfur e l’ultima risoluzione in proposito è stata adottata solo a metà settembre di quest’anno. La notizia del verificarsi, alla fine di settembre, di un attacco omicida contro la base dell’Unione africana nel sud del Darfur, che ha causato la morte di 10 soldati di pace, il grave ferimento di 8 altri membri del personale e l’apparente presa in ostaggio di altre 40 persone, è giunto come un cupo promemoria del fatto che, nonostante i nostri sforzi, resta ancora molto da fare al fine di assicurare la pace e la stabilità in questo triste angolo del mondo.
Dobbiamo ovviamente ricordare che nel corso dei quattro anni di conflitto in Darfur sono morte almeno 200 000 persone, e che più di due milioni di persone sono state strappate dalle loro case. L’attacco di settembre ai soldati di pace dell’Unione africana deve obbligare l’UE e l’ONU ad assicurarsi che i soldati di pace in Darfur siano adeguati in termini di numero e addestramento, che siano equipaggiati appieno e in modo adeguato e che sia fornito loro un appropriato sostegno logistico e di qualsiasi altro tipo necessario, al fine di adempiere il loro compito in modo sicuro ed efficace.
Inviare semplicemente civili dell’UA scarsamente addestrati e mal equipaggiati in situazioni altamente rischiose, com’è stato dimostrato in questo caso, non serve alcuno scopo utile diverso dal ridurre i costi in termini di denaroe dall’aumentare, tuttavia, i costi in termini di vite umane. Sono essenziali un ripensamento e una ripianificazione urgenti da parte della comunità internazionale.
Da ultimo, ma non per importanza, non dobbiamo dimenticare quelle 40 persone ancora disperse e che si pensa siano state prese in ostaggio. Si deve compiere qualsiasi sforzo al fine di stabilire la loro sorte e di riportarli ai loro cari in modo sicuro.
PRESIDENZA DELL’ON. MARTINE ROURE Vicepresidente
Alain Hutchinson (PSE), autore. – (FR) Signora Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, dopo aver perso 40 uomini nel raid di Haskanita, il capo della missione in Darfur dell’Unione africana, il generale Martin Luther Agwau, ha suonato un campanello d’allarme, sottolineando il fatto che le sue forze erano mal equipaggiate e scarse in termini numerici e che potrebbero essere sconfitte in un lasso di tempo molto breve. Per ora non vi è stato alcun cambiamento nella situazione e continuano a essere possibili altri attacchi come quello del 29 settembre. L’allarme del generale deve essere ascoltato dalla comunità internazionale, e in particolare l’Unione europea, che potrebbe senza dubbio lanciare un forte appello per un’efficace azione congiunta di tutti gli Stati membri coinvolti nel fornire il sostegno promesso dell’UE.
Nel giro di due giorni, si svolgeranno in Libia importanti colloqui tra il governo sudanese e diverse forze ribelli. Non è chiaro se Abdel el-Nur – il fondatore dell’Esercito di liberazione del popolo sudanese, ora in esilio in Francia – parteciperà a tali colloqui. Senza dubbio, vi è semplicemente altrettanta incertezza circa le altre cifre che rappresentano lo schieramento delle forze ribelli, perché il loro numero cambia da un giorno all’altro. Ad ogni modo, dobbiamo rendere prioritarie tali discussioni, che hanno il potenziale di produrre un cessate il fuoco. Pertanto, ancora una volta, chiederemo alle autorità dell’Unione europea di diffondere nel mondo quanto più ampiamente possibile l’importanza dell’incontro e l’intenzione dell’Europa di appoggiare qualsiasi sviluppo positivo che scaturirne, sia militarmente che in relazione al miglioramento delle condizioni degli operatori umanitari, che lavorano in una situazione particolarmente difficile.
Desidero altresì ricordarvi che il governo di Khartoum, attraverso le azioni compiute sinora, ha a suo carico una parte enorme di responsabilità per la tragica situazione odierna – e non solo perché ha appoggiato le milizie Janjaweed portando morte e terrore alle comunità nere dell’Africa. E’ altresì stato il governo che ha rifiutato categoricamente, per mesi, di accettare la presenza di una forza dell’Occidente in Sudan. E’ stato anche il governo che ha reso impossibile,a giornalisti e osservatori stranieri, ottenere accesso alle regioni più travagliate, sebbene il loro lavoro potesse apportare un enorme contributo alla mobilitazione in corso dell’opinione pubblica internazionale. Tale mobilitazione è chiaramente necessaria se dobbiamo garantire che tutti noi in Europa ci assumiamo le nostre responsabilità nel combattere ciò che deve essere riconosciuto come niente meno che un genocidio.
Un altro punto importante è che la nuova forza europea, grazie al dispiegamento nel Ciad orientale e nel nord della Repubblica centrafricana, rende più difficile ai ribelli spostarsi liberamente attraverso il confine con tali paesi e perseguire la loro politica di reclutamento di combattenti, volenti o nolenti, tra i campi di profughi e di sfollati. Mettendo davanti alle loro attività questo ostacolo, alcuni gruppi armati stanno già rivolgendo la loro attenzione verso l’altro lato del Darfur, alla vicina regione di Kordofan, verso la quale Haskanita costituisce uningresso. Anche qui, l’appoggio che l’Unione europea si è impegnata a fornire si può rivelare molto utile, sebbene sul breve periodo possa anche rivelarsi molto inadeguato.
Fa quindi parte del nostro compito continuare tenacemente a fare ciò che possiamo per creare le condizioni politiche in cui l’intervento europeo sarà efficace. Senza dubbio abbiamo assistito in questa regione del mondo a violenza e dolore a sufficienza? Non solo si sono già perse centinaia di migliaia di vite, ma si sta anche devastando completamente il tessuto sociale del Darfur, di conseguenza il compito di ricostruire diventa più problematico col passare dei giorni.
Presidente . – Mi rendo conto che questo pomeriggio abbiamo un po’ più di tempo, ma per cortesia non lasciamoci trasportare!
Tobias Pflüger (GUE/NGL), autore. – (DE) Signora Presidente, l’attacco a cui si riferisce la presente risoluzione era mirato a una soluzione diplomatica della situazione in Sudan. Il contesto è molto importante, perché l’attacco si è verificato poco prima che Desmond Tutu dovesse condurre significativi colloqui nel Darfur. Sembra ovvio che l’attacco sia stato deliberatamente fissato al fine di ostacolare la ricerca di una soluzione diplomatica, che è così disperatamente necessaria in tale regione. Certamente, sono seguite lunghe speculazioni in quanto all’identità del gruppo ribelle che aveva condotto l’attacco, che ha causato la morte di dieci soldati della forza di pace dell’UA. Vi sono segnali che sembrano indicare che molto probabilmente i perpetratori appartenevano a un gruppo ribelle pro-Occidente.
Quando trattiamo la questione del Darfur, è importante non concentrarsi su una realtà troppo ristretta, ma ricordare che,oltre alle forze armate locali di entrambi i fronti, nella regione operano i gruppi ribelli notevolmente diversi di Sudan, Ciad e Repubblica centrafricana.
Trovo molto indicativo il fatto che il tentativo compiuto dall’Unione europea di agire nel conflitto in Darfur attraverso la missione in Ciad al momento si trovi effettivamente in una triste situazione. Inizialmente, il dialogo riguardava l’invio nella regione di una forza UE. In effetti, vi è stata inviata una forza francese con qualche truppa aggiuntiva sotto la bandiera dell’UE. Non sono ancora stato in grado di ottenere alcuna informazione adeguata circa l’attuale area operativa di tale forza. Sebbene ci venga ancora detto che la forza si trova nella regione al fine di proteggere i rifugiati, la maggior parte dei rifugiati si devono trovare nella zona di confine, che è precisamente dove il governo del Ciad non vuole sia dispiegata la forza UE. Forse la signora Commissario può essere nuovamente d’aiuto con qualche informazione.
Ciò che l’UE sta facendo al momento non è di certo ciò che è necessario al fine di alleggerire la situazione attuale. Dobbiamo dire con moltachiarezza che ciò che dobbiamo appoggiare in quest’Aula è proprioquello che Desmond Tutu desiderava, vale a dire una soluzione diplomatica.
Mieczysław Edmund Janowski (UEN), autore. – (PL) Signora Presidente, signora Commissario, in seguito alla sua indipendenza del 1956, ci si aspettava che il Sudan, che è il paese più grande dell’Africa in termini di superficie, avrebbe costituito una patria per tutti, per il nord arabo e per il sud nero, per musulmani, cristiani e animisti.
In questo paese, tuttavia, la guerra civile che è proseguita per almeno 50 anni ha causato almeno due milioni di vittime. Più di 4,5 milioni di persone sono state obbligate ad abbandonare le loro case. Nel Darfur, dove il conflitto è scoppiato all’inizio del 2003, vi sono stati quasi 200 000 di morti e quasi due milioni di persone sono stati strappati alle loro case. Questo è il risultato di battaglie terribili, purghe e terrore. Attualmente si tratta della crisi umanitaria più tragica a livello mondiale, che è ulteriormente aggravata dalla fame e dalla mancanza d’acqua.
Si dovrebbe pertanto essere grati a tutti coloro che intraprendono iniziative di pace in questa terra torturata. Dobbiamo rivolgere tali ringraziamenti all’Unione africana, che ha inviato nella regione una missione di pace di 7 000 uomini. Il più recente attacco contro tale missione, verificatosi a Haskanita, ha sollevato forti obiezioni. Almeno dieci morti e circa 50 persone scomparse o sequestrate. Si tratta di una chiara violazione degli accordi esistenti, così come delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Desidero esprimere le mie condoglianze alle famiglie di queste persone.
Agendo come Unione europea, dobbiamo chiedere che i responsabili siano puniti e che il processo di pace sia ripristinato. Le forze programmate della missione ONU unitamente a quelle dell’Unione africana ammonteranno a circa 20 000 soldati. Devono tuttavia avere qualche possibilità di neutralizzare il conflitto armato e di contribuire a portare stabilità in questo angolo esplosivo dell’Africa. Mi auguro che la decisione del Parlamento europeo di conferire il Premio Sacharov all’avvocato sudanese Salih Mahmoud Osman contribuirà a compiere progressi nel dramma sudanese.
Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), autore. – (ES)Signora Presidente, naturalmente desidero unire la mia voce alla vigorosa condanna dell’uccisione dei membri delle forze di pace.
Al contempo, tuttavia, desidero altresì ricordare tutti i civili che sono stati e che sono vittime della situazione in Darfur, con particolare riferimento alla brutalità con cui vengono condotti taluni assalti di chiaraconnotazione sessuale e alle gravi violazioni che si verificano dal punto di vista di come le donne vengono utilizzate in molti ambiti, anche sessualmente.
Credo che tutto ciò richieda non solo azioni e dichiarazioni, ma anche una massiccia indagine, che deve essere condotta non solo dalle persone sul posto, ma anche dalla Corte penale internazionale. Questo, a mio avviso, è uno degli aspetti fondamentali del presente dibattito.
In secondo luogo, desidero altresì sottolineare che dobbiamo accogliere con favore il fatto che attualmente vi sia il permesso – per attribuirgli una qualche sorta di nome, da parte del governo del Sudan di accettare le truppe UNAMID, ma al contempo dobbiamo anche evidenziare che in altre occasioni non ha mantenuto tale impegno, rompendo questa promessa, dobbiamo di conseguenza mantenere un certo grado di cautela.
Naturalmente, credo che sia necessario continuare a insistere, e al contempo garantire, come affermato dall’onorevole Pflüger, che le forze che andranno nella regione, ci vadano munite di un ampio mandato delle Nazioni Unite, e non solamentea favore degli interessi di un paese in particolare.
Terzo, ritengo anche che sia essenziale e necessario ricordare che si devono mettere a disposizione tutti gli aiuti, che siano politici, finanziari o tecnici, dato che potrebbero essere richiesti per eseguire compiti che tale missione dovrà affrontare sul posto. Non è possibile inviare una missione sul campo senza avere la garanziache sia in grado di adempiere il suo mandato.
Infine, e ancora molto importante, desidero sottolineare, e qui senza dubbio vado oltre le parole della risoluzione, che urge che il governo del Sudan assecondile richieste del procuratore capo del Tribunale penale internazionale, Luis Moreno-Ocampo, di arrestare Ahmed Haroun, il ministro sudanese degli Affari umanitari, in particolar modo affinché possa rendere conto dell’evacuazione in Darfur di due milioni di persone, avviando in tal modo un processo internazionale che doveva iniziare già da tempo.
Jürgen Schröder (PPE-DE), autore. – (DE) Signora Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, i fatti sono noti: il 30 settembre vi è stato un attacco contro la forza di pace dell’UA, in cui dieci soldati hanno perso la vita, otto sono rimasti gravemente feriti e quaranta sono ancora dispersi.
A luglio mi trovavo in Darfur con una delegazione del nostro Parlamento. Nel corso della nostra visita abbiamo incontrato i rappresentanti dell’AMIS, la Missione in Sudan dell’Unione africana. E’ stata, e lo è ancora, una missione incredibilmente difficile, come abbiamo sentito dire da alcuni di tali rappresentanti dell’AMIS. Ad esempio, uno dei comandanti, un generale nigeriano, ci ha detto di sentirsi un prete piuttosto che un soldato. Tutto ciò che poteva fare, ha detto, era chiedere alle persone di trattenersi dal compiere atti negativi; non disponeva alcun mandato effettivo per agire e pertanto non è certamente sorprendente che le fazioni ribelli abbiano sfruttato questa debolezza.
L’Occidente non si sta concentrando sull’Africa con sufficiente energia. Vi è uno squilibrio tra l’ampiezza della tragedia nel Darfur e il livello di attenzione che vi dedichiamo. Le operazioni militari in Africa vanno tutte molto bene, ma vi è il pericolo che l’Africa diventi un campo di prova per questo tipo di missione. Quando l’UE vi conduce operazioni, le sue forze devono essere armate di un robusto mandato, di equipaggiamenti adeguati e di sufficiente personale. La durata della missione deve altresì dipendere dai suoi obiettivi.
Non dobbiamo nasconderci dietro agli altri, bensì adempiere i nostri obblighi, il che si applica al finanziamento dell’AMIS e al sostegno che va da logistica ed equipaggiamenti militari al personale. Soprattutto, tuttavia, abbiamo bisogno della volontà politica di ognuno ed è mia opinione che la pace nel Darfur e nelSudan nel suo complesso possa essere raggiunta solo in cooperazione con la Cina.
José Ribeiro e Castro, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN) Signora Presidente, leggo dalla stampa: “Il 29 settembre, subito dopo il pasto serale che interrompe il digiuno del Ramadan, circa 30 veicoli carichi di diverse centinaia di ribelli sudanesi si sono sparsi rapidamente sul perimetro di una base di soldati di pace dell’Unione africana ai margini di Haskanita, una piccola cittadina nel Darfur meridionale, la provincia fortificata nel Sudan occidentale, in cui sono state uccise 200 000 persone o forse ben 300 000 dall’inizio della ribellione nel 2003”.
Le unità di circa 100 truppe, la maggior parte delle quali nigeriane, hanno respinto il primo attacco prima di ritirarsi nelle trincee, sparando per tutta la notte fino all’esaurimento delle munizioni. Poi, in dieci sono rimasti uccisi. Almeno in 40 sono fuggiti nella boscaglia. Gli aggressori hanno saccheggiato la base prima che le truppe sudanesi salvassero i sopravvissuti. Una settimana più tardi, la stessa Haskanita è stata rasa al suolo. Quando l’ONU ha esaminato il danno, solo la scuola e la moschea erano ancora in piedi. Si pensa che siano fuggite circa 7 000 persone. Poi, l’8 ottobre, lo scontro è scoppiato nella città di Muhajiriya, controllata dalla fazione ribelle del Darfur. A decine sono rimasti uccisi.
Nessuno è certo di chi fossero gli aggressori. Persino il governo di Omar El Bashir è stato sospettato. Ma avrebbero anche potuto essere i ribelli. Ciò che sappiamo è che queste cose continueranno ad accadere fintanto che saranno presenti nella regione forze internazionali con un mandato e mezzi effettivi. Tutti lo sanno ed è tempo di smettere di giocare a nascondino con il governo di Khartoum.
Ana Maria Gomes, a nome del gruppo PSE. – (EN) Signora Presidente, lo spaventoso attacco delle forze ribelli di Haskanita contro la Missione dell’Unione africana in Sudan (AMIS) è stato seguito da una serie di ulteriori attacchi di vendetta delle forze del governo contro tutti i villaggi che si presumeva dessero rifugio ai ribelli con atroci morti civili.
Dobbiamo renderci conto che ciò si confà alla strategia genocida della cricca di Bashir a Khartoum volta a dividere e distruggere le comunità e i gruppi ribelli del Darfur al fine di far sì che i negoziati di pace, quali quelli che si presume inizino questo fine settimana in Libia, non portino da nessuna parte.
Questo spaventoso attacco e la violenza che è seguita dimostra altresì i fondamentali limiti di una forza completamente africana in Darfur, quale è l’AMIS. E’ pertanto essenziale che l’operazione ibrida di Unione africana e Nazioni Unite (UNAMID), che sarà operativa entro l’inizio di gennaio, sia per allora effettivamente ben equipaggiata e pienamente in forza e in grado di operare.
In tale contesto, è molto allarmante che Konaré, il presidente della commissione dell’Unione africana, abbia insistito per una forza completamente africana, rifiutando persino l’integrazione nell’UNAMID di unità offerte da Uruguay, Tailandia e Norvegia, contrariamente alla decisione del Consiglio di sicurezza dell’ONU e facendo eco, in questo modo, alle manovre della cricca di Khartoum.
E’ altresì allarmante che l’Unione europea, gli USA e altri paesi ricchi non forniscano il sostegno pieno e rapido che dovrebbero offrire per l’impiego di tale missione, cioè che non le offrano il ponte aereo finanziario e le altre capacità logistiche e finanziarie di cui necessita per operare. Persino la missione in Ciad è stata molto posticipata e si presumeva fosse “urgente”.
In Portogallo, infine, si sta per dare il benvenuto a Bashir con il tappeto rosso: non è solo Mugabe. Mi auguro che le autorità dell’Unione europea, la Commissione, la Presidenza e gli Stati membri non manchino di cogliere questa opportunità per confrontarsi effettivamente con lui in merito a questa terribile responsabilità che, un giorno, lo porterà all’Aia.
Carl Schlyter, a nome del gruppo Verts/ALE. – (SV) Innanzitutto, il nostro pensiero va ai figli, ai fratelli e ai cari di coloro che sono venuti a mancare in seguito al brutale attacco contro la forza AMIS. Queste persone sono morte cercando di aiutare i loro fratelli di un paese vicino. In questa regione, sono stati in molti a essere colpiti da violenza, stupri, omicidi ed estrema povertà. Quante volte ci siamo alzati in piedi in quest’Aula e ne abbiamo parlato? Quante volte abbiamo chiesto che il governo o altri agissero? Desidero ricordarvi che il compito principale di qualsiasi governo è quello di proteggere i diritti umani della propria popolazione civile. Questo governo non ha mai tentato o cercato di farlo nel corso di tutta la sua storia. Dobbiamo tuttavia essere ancora pazienti nella nostra frustrazione, dato che possiamo farlo solo mediante un appoggio economico e politico sul lungo periodo a coloro che si stanno sforzando di risolvere il conflitto. Non dobbiamo ignorare del tutto i nostri interessi economici. A volte sono le nostre stesse compagnie petrolifere a sostenere effettivamente taluni gruppi, direttamente o indirettamente. Dobbiamo occuparci anche di questo. Unapesante responsabilità resta a carico del governo e dobbiamo avanzare ulteriori richieste. Mi trovo completamente d’accordo con il mio collega Raül Romeva secondo cuiil Tribunale penale internazionale deve fornire pieni diritti di accesso e il pieno diritto di indagare, così che le persone nel paese colpito possanoricevere giustizia a tempo debito. Grazie.
Kathy Sinnott, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN)Signor Presidente, dato che i soldati irlandesi partono per il Ciad al fine di proteggere i profughi provenienti dal vicino Sudan, mi viene di nuovo ricordato dolorosamente che la tragedia del genocidio in Sudan continua giorno dopo giorno, senza che si intraveda una conclusione. Mi congratulo per la presente proposta perché deplora la violenza, perché appoggia le missioni in Sudan di ONU e UA. “Dobbiamo restare uniti” suggerisce la proposta; e se da un lato plaudo il concetto, dall’altro non riesco a vedere come possa accadere. Vedete, la stessa ONU è implicitamente divisa in merito a tale questione.
Gli sforzi possono arrivare solo fino a questo punto fintanto che la Cina, un membro decisivo, continua ad appoggiare e a prolungare il conflitto fornendo armi alla regione. Ancora una volta, dobbiamo puntare il dito contro la Cina, in quanto principale sostenitore del governo di Khartoum. La Cina scambia armi cinesi con petrolio sudanese e non si deve essere dei geni per vedere che questo costituisce uno dei principali modi in cui viene sostenuto il conflitto in corso.
Non dobbiamo accettare che la politica cinese di esportare armi resti avvolta dal segreto. Pechino non pubblica alcuna informazione circa i trasferimenti di armi all’estero e nel corso degli ultimi otto anni non ha presentato alcun dato al registro ONU delle armi convenzionali. Con esportazioni cinesi di armi – alcune delle quali utilizzate nell’attacco descritto qualche minuto fa – che si stima superino i 2miliardi di dollari l’anno, si deve mettere in questione l’irresponsabilità con cui agiscono.
Se tale questione continua a non essere affrontata, non sarà solo il Sudan a soffrire. Si possono trovare le armi provenienti dalla Cina fino in Australia, Malesia, Tailandia e Sud Africa; spedizioni regolari vengono inviate in Birmania e in Nepal. Pertanto, infine, imploro il Parlamento affinché agisca e condanni la Cina per il ruolo che svolge nel sostenere il genocidio del popolo sudanese. E’ sempre molto positivosostenere la pace e il ruolo dell’ONU, ma dobbiamo farlo attivamente – altrimenti, rischiamo di contribuire alla sofferenza del popolo sudanese.
Koenraad Dillen, a nome del gruppo ITS. – (NL) Signor Presidente, certo la morte di dieci soldati della forza di pace dell’Unione africana in Darfur costituisce ancora un altro tragico evento. Per anni questo Parlamento ha espresso preoccupazione circa la religione.
Mi rammarico, tuttavia, che ancora una volta abbiamo mancato un’occasione per sollevare la questione della responsabilità e del ruolo disastroso della Cina in questo conflitto, perché va detto ancora che, nel cercare influenza in Africa, la Cina svolge un ruolo funesto in un Sudan devastato dalla guerra. Lo sta facendo sulle spalle delle vittime uccise in Darfur, e ora anche indirettamente, con il sangue dei soldati che contribuiscono a stabilizzare la situazione.
Con i loro dubbi investimenti, i cinesi hanno apportato un enorme contributo agli sforzi bellici del regime della regione. L’Europa deve solo rendersi conto che più i cinesi diventano forti in Africa e meno forte diventa il nostro messaggio occidentale di democrazia, libertà e buon governo. La Cina tuttavia è un partner commerciale troppo importante per l’Europa e il dialogo sui diritti umani e la democrazia viene troppo spesso spinto sullo sfondo quando entra in scena la Realpolitik.
Colm Burke (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, deploro fortemente l’uccisione dei 10 soldati di pace dell’Unione africana del 30 settembre 2007, a Haskanita, nel Darfur meridionale, ad opera di forze non identificate. Anche almeno altri otto membri del personale della Missione dell’Unione africana in Sudan (AMIS) sono rimasti gravemente feriti e altri 40 risultano dispersi. Esorto il governo sudanese a cooperare appieno in un’indagine indipendente sull’attacco e a consegnare alla giustizia tutti i responsabili.
Tali morti ci ricordano la gravità della condizione della sicurezza in questa regione. Purtroppo al momento non vi è alcuna pace da mantenere, ma ciononostante la comunità internazionale, tra cui l’ONU e l’Unione europea, ha la responsabilità di cercare di contribuire rendere sicura questa regione quanto prima, così che in futuro si possa realizzare la pace.
La missione dell’Unione europea sul confine di Ciad, Repubblica dell’Africa centrale e Darfur deve altresì essere cosciente del pericolo di sostenere perdite di vite umane. Nessuno ha detto che sarebbe stata un’impresa facile. E’ fondamentale che gli Stati membri dell’UE mobilitino un sostegno politico, finanziario, logistico e tecnico a favore delle truppe irlandesi, francesi, belga, polacche e altre mal equipaggiate come la tormentata AMIS. Se mettiamo le nostre truppe in un ambiente instabile, dobbiamo fornire loro i mezzi per proteggersi. Questa missione dell’UE disporrà di un robusto mandato sull’uso della forza, con riferimento al capitolo VII della Carta ONU e le truppe dovranno essere incoraggiate a invocarlo. Il mantenimento della pace è una delle professioni più nobili ed è drammatico quando un soldato di pace perde la vita mentre sta proteggendo la vita di altri.
Ecco perché dobbiamo continuare a esercitare pressione sulle diverse parti interessate…
(Il Presidente toglie la parola all’oratore)
Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (PSE). – (PL) Il conflitto che è in corso in Darfur dal 2006 è noto come la più grande catastrofe umanitaria dei nostri tempi. 200 000 persone hanno perso la vita a causa della pulizia etnica e dei pogrom e altri 2,5 milioni sono state sfollate. Milioni di rifugiati vivono nella paura di ciò che accadrà il giorno dopo e dispongono di una forza di soli 7 000 soldati scarsamente equipaggiati della forza di pace dell’Unione africana, che sta diventando sempre più l’obiettivo di attacchi sanguinosi, quale quello di Haskanita del settembre dello scorso anno.
In questa regione la situazione sta peggiorando drammaticamente e i rappresentanti delle organizzazioni di pace stanno finendo vittime di sequestri. In tale situazione è importante agire quanto più rapidamente possibile al fine di mettere in moto la missione congiunta dell’ONU e dell’Unione africana, che, ora che ha l’accordo del governo sudanese, deve altresì disporre di un forte mandato che le permetta di fornire piena protezione alla popolazione civile.La missione deve disporre di un adeguato numero di soldati e di un’appropriata quantità di equipaggiamenti e di fondi. L’Unione europea, l’ONU e l’Unione africana devono compiere sforzi congiunti al fine di rinnovare il processo di pace nel Darfur e di contribuire a trovare un accordo giusto e duraturo che sia sottoscritto da tutte le parti interessate.
Benita Ferrero-Waldner,Membro della Commissione. −(EN)Signora Presidente, noi in quanto Commissione europea ci uniamo al Parlamento europeo nel condannare fortemente l’uccisione dei soldati di pace dell’Unione africana di Haskanita e in altri incidenti verificatisi nel corso dell’anno passato e, certamente, il fatto che molti altri manchino ancora all’appello.
Non dobbiamo fingere che anche la più grande forza di pace che dovrebbesostituire l’attuale Missione dell’Unione africana in Sudan (AMIS) sarà in grado di proteggersi facilmente al fine di garantire la vasta operazione umanitaria appoggiata dalla Commissione europea e da così tanti altri donatori, nonché di mantenere la pace se non c’è nessuna pace da mantenere. Questo è ilfatto.
Riconosciamo l’accettazione da parte del governo del Sudan della presenza della forza di pace ONU sul suolo sudanese. Unitamente al resto della comunità internazionale, intendiamo mantenere il governo fedele alla parola data. Accogliamo con favore l’intenzione del governo di dichiarare una cessazione delle ostilità quando il 27 ottobre inizieranno i negoziati in Libia, eppure il governo deve andare oltre. La Commissione europea esorta altresì il governo del Sudan a impegnarsi in modo significativo nei negoziati intesi a risultare in un’equa suddivisione del potere e della ricchezza in Darfur. Ci uniamo al resto dell’Unione europea nell’esortare gli stessi movimenti ribelli a dichiarare la fine delle uccisioni e del banditismo che screditano la loro causa. Li esortiamo altresì a partecipare senza riserve ai colloqui di Sirte.
Oltre tutto, come sapete, la risoluzione 1778 del Consiglio di sicurezza, adottata il 25 settembre, conferisce un mandato a una forza internazionale multidimensionale al fine di contribuire alla stabilizzazione del Ciad orientale e del nord-est della Repubblica centrafricana e di garantire di conseguenza anche la sicurezza della popolazione civile locale, dei rifugiati e degli sfollati e di stabilizzare la situazione in Sudan.
Su tale base, il 15 ottobre il Consiglio “Affari generali” e il Consiglio “Affari esteri” hanno deciso di inviare una forza europea multidimensionale e temporanea di 3 000 truppe, EUFOR Ciad, come la chiamiamo, al fine di appoggiare e integrare sul breve periodo il dispiegamento del contingente ONU. Tenendo conto della dimensione regionale della crisi in Darfur, il dispiegamento in Sudan di questa nuova missione EUFOR Ciad e di una missione di polizia dell’ONU in parallelo con UNAMID costituisce, penso, un passo fondamentale verso l’agevolazione di una soluzione duratura del conflitto in Darfur e, da ultimo, anche verso il ritorno volontario dei profughi sudanesi che si sono stabiliti in Ciad. Vi posso dire che, proprio in questo momento, un generale irlandese si trova laggiù a esaminare la situazione e a studiare dove precisamente dovrà essere dispiegata l’EUFOR.
Ma tornando alla questione del Sudan in sé, desidero dire che crediamo fermamente che il futuro del Sudan stia nella ripartizione della ricchezza e del potere in un governo federale e in un’organizzazione federale. Questo è quanto hanno convenuto nel gennaio 2005, a Naivasha, il governo e i ribelli, quando è stato firmato l’accordo globale di pace, ponendo fine a decenni di guerra civile tra il nord e il sud. La comunità internazionale deve appoggiare fermamente tale accordo globale di pace. Perché se è possibile mantenere questo accordo – sì al momento si trova in difficoltà, ma tali difficoltà non devono essere estreme – ciò dimostrerà con forza che accordi simili posso senza dubbio essere estesi al Darfur.
Pertanto, attraverso il sostegno offerto anche nel quadro del Fondo europeo per losviluppo per la ripresa e la riabilitazione del Sudan meridionale e per uno sviluppo sul lungo periodo equo e sostenibile dell’intero paese, continuiamo ad appoggiare fermamente l’accordo completo di pace. Sosteniamo altresì gli sforzi del Rappresentante speciale UE per il Sudan al fine di facilitare la pace nel Darfur e, unitamente ad altri donatori, restiamo pronti a garantire che il dividendo di pace, sotto forma di riabilitazione e ripresa del Darfur, seguirà immediatamente dopo il rinnovato accordo di pace.
Pensiamo che sia nell’interesse di tutte le parti – il governo, i ribelli del Darfur, i paesi della regione del Corno d’Africa e la comunità internazionale – che il Sudan resti unito. Tuttavia, per quanto i colloqui di Sirte possano rivelarsi lunghi e difficili, e a volte scoraggianti, penso che dobbiamo essere fermi sulla pace in Sudan. L’unità di questo paese continua a essere alla nostra portata.
Presidente . – La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà dopo le discussioni, durante il turno di votazione, che il prossimo punto.