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Procedura : 2008/2510(RSP)
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Ciclo del documento : B6-0059/2008

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B6-0059/2008

Discussioni :

PV 30/01/2008 - 20
CRE 30/01/2008 - 20

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PV 31/01/2008 - 8.9
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P6_TA(2008)0032

Discussioni
Mercoledì 30 gennaio 2008 - Bruxelles Edizione GU

20. Risultati della Conferenza sul cambiamento climatico (Bali) (discussione)
PV
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sui risultati della Conferenza di Bali sul cambiamento climatico.

 
  
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  Janez Podobnik, Presidente in carica del Consiglio. − (SL) Sono onorato di essere nuovamente qui oggi e, in qualità di Presidente del Consiglio, di illustrarvi la valutazione dei risultati della Conferenza di Bali sul cambiamento climatico. Mi fa estremo piacere che il Parlamento europeo abbia svolto un ruolo attivo e abbia partecipato al dibattito in materia. Alla Conferenza di Bali era presente una forte delegazione di questo Emiciclo guidata dal Vicepresidente del Parlamento europeo Vidal-Quadras e formata da vari rappresentanti di spicco di quest’Aula.

Desidero anche esprimere il mio sostegno alla vostra commissione sul cambiamento climatico per la prima relazione interlocutoria sul cambiamento climatico. Onorevoli deputati, come sapete, gli ultimi giorni della Conferenza sono trascorsi, per così dire, in un clima elettrizzato e pervaso dall’incertezza. Quando sembrava che i negoziati sarebbero naufragati e che non sarebbe stato possibile raggiungere un accordo, è intervenuto il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon il cui contributo è stato molto prezioso.

Il fatto che le consultazioni siano state prolungate di un giorno e che siano state svolte nel corso delle due ultime notti testimonia la difficoltà della situazione. L’intesa finale è una decisione su una cooperazione a lungo termine nel quadro della convenzione dal titolo “piano di azione di Bali”. Secondo quanto indicato in tale documento, i negoziati verranno avviati già a marzo o aprile ed entro la fine del prossimo anno dovrebbero sfociare in un accordo completo globale su come affrontare il cambiamento climatico successivamente al 2012.

Consentitemi di citare alcuni elementi essenziali di tale accordo: innanzi tutto, la parte relativa alle misure internazionali volte a migliorare, ossia a ridurre le emissioni. Il testo sottolinea che gli sforzi di tutti i paesi sviluppati intesi a questo obiettivo devono essere confrontabili tra loro. Questo significa che la riduzione delle emissioni comprenderà anche gli Stati Uniti d’America. È d’uopo rilevare qui che il piano, a differenza del protocollo di Kyoto per il 2008-2012, non prevede alcun obbligo quantificato.

Il secondo elemento è che i paesi in via di sviluppo contribuiranno alla riduzione delle emissioni nel quadro dello sviluppo sostenibile. È in tale ambito che assume particolare rilevanza l’intervento dei paesi sviluppati, con il trasferimento di tecnologia e aiuti finanziari adeguati. L’azione volta ad attenuare gli effetti del cambiamento climatico comprenderà anche misure e un sostegno fattivo finalizzati a prevenire l’abbattimento e la distruzione delle foreste nei paesi in via di sviluppo, operazioni che contribuiscono in larga misura alle emissioni globali dei gas a effetto serra.

Il terzo elemento consiste in misure di adeguamento più appropriate tese a includere la cooperazione internazionale. Il quarto comprende azioni più mirate per lo sviluppo e il trasferimento di tecnologie che consentono di procedere all’adattamento nonché di attenuare gli effetti del cambiamento climatico senza sacrificare lo sviluppo economico. Al fine di conseguire questi due ultimi obiettivi occorre garantire ai paesi in via di sviluppo un accesso più facile alle tecnologie rispettose dell’ambiente. Il quinto elemento dell’accordo riguarda la razionalizzazione dei finanziamenti e degli investimenti sul versante della lotta al cambiamento climatico; questo prevede l’assistenza ai paesi in via di sviluppo per attuare le misure nazionali finalizzate all’attenuazione e all’adattamento al cambiamento climatico.

Si svolgeranno altri negoziati sotto gli auspici di un gruppo di lavoro ad hoc istituito di recente per la cooperazione a lungo termine nel quadro della convenzione; quest’anno sono già in programma quattro incontri. Il processo negoziale sarà intenso e richiederà non pochi sforzi da parte dei negoziatori. Le attuali consultazioni sugli obblighi successivi al 2012 incombenti ai paesi industrializzati che hanno firmato il protocollo di Kyoto proseguiranno e dovrebbero concludersi entro la fine del prossimo anno. Si svolgeranno in parallelo con i negoziati nel quadro del piano di azione di Bali.

Riteniamo che le decisioni adottate alla Conferenza di Bali siano appropriate; contengono gli elementi essenziali per i quali nell’Unione europea ci stiamo battendo. Tra i risultati di maggiore rilievo spicca senz’altro l’impegno di tutti i paesi, industrializzati e in via di sviluppo, nella lotta comune volta alla riduzione delle emissioni. Riconosciamo la parità dell’adattamento inclusivo. Auspichiamo che il piano di azione di Bali elimini l’impasse che grava sul trasferimento a paesi in via di sviluppo di tecnologie rispettose del clima.

Onorevoli deputati, la Conferenza ci ha offerto un ampio quadro per proseguire con i negoziati. Il compromesso in questione è, in qualche modo, il massimo cui si poteva pervenire considerata l’attuale situazione dell’intesa globale. Le future consultazioni saranno molto impegnative da un punto di vista tecnico e politico. Riteniamo che sortiranno un risultato positivo se riusciamo a mantenere la tendenza emersa nell’ultimo anno, in cui il cambiamento climatico è un tema che ha acquisito sempre più priorità nell’agenda politica.

Per raggiungere un accordo internazionale efficace ci occorreranno perseveranza e pazienza nonché una buona dose di volontà politica. Talvolta, le misure più necessarie sono le ultime a essere accettate.

 
  
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  Stavros Dimas, Membro della Commissione. (EL) Signora Presidente, onorevoli deputati, desidero innanzi tutto ringraziarvi per l’opportunità di discutere dei risultati della conferenza sul cambiamento climatico svoltasi a Bali alla fine dello scorso anno e dei piani sugli interventi da intraprendere una volta raggiunto l’accordo sull’avvio dei negoziati.

Prima di tutto, voglio esprimere la mia ammirazione per il ruolo attivo svolto dal Parlamento europeo e per il sostegno offerto, prima e durante la conferenza. I contatti e gli incontri avuti con la vostra delegazione per tutta la durata della conferenza si sono rivelati estremamente preziosi. Desidero sottolineare in particolare la funzione estremamente importante del Parlamento europeo nel fornire informazioni a funzionari di altri paesi. Il sostegno reciproco è senza dubbio per noi fondamentale per comunicare e divulgare più diffusamente la posizione dell’UE, un elemento determinante per mantenere la nostra leadership. Questo è stato particolarmente utile a Bali e acquisirà sempre più rilevanza nei prossimi due anni.

Per quanto riguarda i risultati in sé raggiunti a Bali, comincerò dicendo che la conferenza è stata un successo senza pari, dal momento che sin dall’inizio dei negoziati tutti i paesi importanti sono giunti a un accordo sul cambiamento climatico per il periodo successivo al 2012. L’accordo sarà finalizzato nel 2009 e coprirà tutti gli elementi fondamentali cui l’UE ha teso con determinazione.

Disponiamo quindi di una base e di uno slancio oltremodo necessario per avviare i negoziati in modo da raggiungere un’intesa sul cambiamento climatico. Il nostro obiettivo è un accordo che comporti una drastica riduzione delle emissioni globali, in una prima fase entro il 2020, con successivi tagli di entità ancora maggiore. Siamo pertanto soddisfatti del risultato complessivo ottenuto, che è totalmente in linea con i nostri obiettivi comuni per Bali.

La partecipazione degli Stati Uniti alle discussioni di Bali indica chiaramente la loro intenzione di svolgere un ruolo attivo nelle consultazioni.

Non è importante solo la decisione di Bali, tuttavia, ma anche l’accento posto per la prima volta sulla necessità che i paesi in via di sviluppo intraprendano misure attive.

Il ruolo di guida, per non dire di mediazione, assunto dall’UE unito al contributo costruttivo e puntuale di certi paesi in via di sviluppo quali il Basile e il Sudafrica, sono stati di cruciale importanza nel cammino verso questo risultato. D’ora in poi, il nostro obiettivo è raggiungere un accordo per il futuro quadro sul cambiamento climatico in occasione della Conferenza delle parti che si terrà nel 2009 a Copenaghen. Ovviamente, miriamo anche a basare i nostri traguardi ambiziosi su dati scientifici.

Non lasciamoci ingannare: la strada per Copenaghen sarà lunga e irta di difficoltà. Soprattutto, l’UE deve continuare a svolgere un ruolo di guida, come ha fatto egregiamente nel caso dei preparativi per la Conferenza di Bali; nella fase di preparazione della conferenza ha messo le carte sul tavolo, ci ha mostrato la rotta da seguire e ha convinto gli altri riguardo alle sue posizioni prima che iniziasse la conferenza principale. L’UE ha inciso in misura significativa sul risultato positivo dell’incontro. Dobbiamo tenere ben chiaro in mente questo quando pensiamo all’appuntamento di Copenaghen.

Le proposte della Commissione accolte la scorsa settimana relative al pacchetto di misure sul clima e sulle fonti di energia rinnovabili fanno esattamente questo; comprovano che l’UE è determinata a compiere progressi. Faccio affidamento sul vostro sostegno e sulla vostra risolutezza nell’ambito della procedura legislativa appena avviata affinché il pacchetto di misure sia approvato prima della fine dell’attuale mandato parlamentare e ben prima di Copenaghen. Nel prossimi due anni dobbiamo fare in modo di non allentare la notevole pressione politica esercitata in questo caso, in quanto si è dimostrata straordinariamente preziosa nel 2007. Si devono sfruttare al meglio tutte le opportunità al fine di garantire sempre lo stesso grado di attenzione riguardo a questo tema, sia a livello europeo che, aspetto ancora più importante, a livello internazionale.

Se è nostra intenzione raggiungere un accordo prima della fine del 2009, dovremo chiaramente lavorare più a stretto contatto e con un impronta ancor più strategica con i nostri principali partner. Questo vale soprattutto per i nostri partner dei paesi sviluppati, perché dobbiamo far sì che manifestino una volontà più forte nel compiere progressi più decisi verso una drastica riduzione delle emissioni. In assenza di tali sforzi sappiamo che sarà ovviamente difficile persuadere i paesi sviluppati a impegnarsi per altri interventi. Dobbiamo quindi ricorrere a tutte le sedi internazionali disponibili, tra cui i vertici del G8, gli incontri tra le principali economie e i dialoghi bilaterali, al fine di garantire e consolidare il loro accordo nonché di guidarli con fermezza in questa direzione.

Tutti noi sappiamo che sarà compito arduo convincere alcuni partner. Gli Stati Uniti sono ancora molto restii. D’altronde, siamo anche consapevoli che i progressi si compiono a livello di Stato, negli ambienti imprenditoriali e, più in generale, nel modo in cui l’opinione pubblica percepisce il problema. Il cambiamento climatico è già al centro del dibattito politico, come possiamo osservare nelle attuali primarie presidenziali americane:

Il clima e l’energia figureranno tra gli argomenti prioritari nell’agenda del vertice del G8 di quest’anno presieduto dal Giappone. Ci si attende che questo paese non solo contribuisca annunciando un piano programmatico importante e significativo, ma che offra anche valide opportunità da utilizzare per lo scambio di punti di vista con i nostri partner delle nazioni industrializzate. Al momento il Giappone è teatro di un vivace dibattito sul cambiamento climatico. Cogliamo questa opportunità per avvicinare i nostri partner e per dimostrare che gli obiettivi ambiziosi che ci poniamo non sono in contrasto con lo sviluppo economico o la competitività.

Vorrei soffermarmi sullo svolgimento parallelo delle azioni. L’ONU rimarrà chiaramente la principale sede negoziale per un accordo sul cambiamento climatico per il periodo successivo al 2012, momento in cui sarà necessario raggiungere un’intesa finale. Più nello specifico, tenendo presente le modeste risorse e i limitati strumenti di cui disponiamo, nonché del periodo di tempo estremamente breve che ci rimane, dobbiamo garantire un uso strategico di tutti questi forum internazionali e dei piani d’azione al fine di sostenere e integrare il piano d’azione dell’ONU senza pregiudicare il benché minimo aspetto. Semplicemente non possiamo permetterci di raddoppiare gli sforzi o di perdere tempo quando il piano d’azione dell’ONU si è già in qualche modo sviluppato.

Dobbiamo altresì lavorare più a stretto contatto con i nostri partner dei paesi in via di sviluppo onde pianificare con cura la loro partecipazione e il loro contributo a un futuro accordo. Come è emerso con chiarezza anche a Bali, la questione dello sviluppo sarà al centro dei negoziati, questo perché la nostra principale sfida consisterà nell’instaurare una fiducia reciproca. I paesi in via di sviluppo, sia quelli più progrediti che quelli meno, sono disposti ad agire. Interverranno a condizione che i paesi sviluppati rispettino i loro impegni, vecchi e nuovi, di ridurre le emissioni. I paesi industrializzati devono anche permettere ai paesi in via di sviluppo di accedere alla tecnologia o, più in generale, ai finanziamenti.

In quest’ottica, dobbiamo collaborare a stretto contatto con le economie emergenti onde trovare la migliore combinazione di metodi e incentivi per assicurare che tali economie contribuiscano in misura abbastanza ambiziosa, cosa che porterà a sforzi anche più incisivi da parte loro dopo il 2020. La cooperazione e il dialogo bilaterali con paesi del calibro di Cina e India saranno di cruciale importanza.

Infine, vorrei sottolineare che il pacchetto di misure sul clima e sull’energia testimonia la nostra determinazione nel passare dalle parole ai fatti; dimostra anche che si può fare con in modo leale ed economicamente efficace, consentendo a tutti di uscirne vincitori. Questo, ritengo, è la scelta migliore per influenzare positivamente i nostri partner.

 
  
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  Karl-Heinz Florenz, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signora Presidente, signor Commissario, il suo gruppo ha dato ottima prova di sé a Bali. Ha lavorato fino all’esaurimento e pertanto le chiedo di esprimere questi ringraziamenti ai suoi collaboratori. In quanto patriota europeo, credo che il reale successo di Bali risieda nelle decisioni determinanti adottate dall’Unione europea lo scorso marzo a favore delle triplici riduzioni del 20% che costituiscono la base sui cui condurremo le nostre vite negli anni a venire.

Non è mia intenzione dilungarmi sui vari risultati positivi conseguiti a Bali, perché senza dubbio se ne occuperanno i miei colleghi. Sono lieto che, oltre a registrare sviluppi con gli Stati Uniti, siamo anche stati in grado di garantire, in aggiunta ai 38 paesi che avevano già firmato il protocollo di Kyoto, i paesi del G77 più prossimi a siglarlo si sono impegnati ad agire in qualche modo anziché lamentare costantemente il fatto che ogni governo attende di vedere quando intervengono gli altri. Questo gioco del gatto con il topo è finito. Questa apertura, detto per inciso, non sarebbe stata possibile senza il contributo degli Stati Uniti.

Permettetemi, signor Commissario e signor Presidente in carica del Consiglio, solo di aggiungere qualche parola su aspetti che affronteremo nel presente dibattito. Abbiamo appreso a Bali che il nostro approccio è miope se limitiamo le nostre discussioni al CO2. Sono dell’avviso che dobbiamo sviluppare una maggiore sensibilità nei confronti del dibattito sulla sostenibilità ed è ormai evidente che ci troviamo di fronte a qualcosa di più di una crisi legata al clima, dobbiamo infatti confrontarci con una crisi delle materie prime, ma anche questo aspetto può essere trasformato in un vantaggio.

Ritengo che dobbiamo instaurare un legame ben più stretto tra il concetto di sostenibilità e i nostri obiettivi in questo ambito al fine di rafforzare la nostra presa di coscienza in merito. Questo mi porta, ovviamente, a rivolgermi al Consiglio, signor Presidente in carica. Osserviamo che i nostri Stati membri stanno già iniziando a tentennare riguardo agli obiettivi 20/20/20 e a cercare di muovere mari e monti per evitare di doverli rispettare. Credo che lei si trovi dinanzi alla sfida straordinariamente impegnativa di conseguire, insieme a noi, questi obiettivi, perché quando tutta la faccenda si sposta a Poznań e successivamente in un altro paese del nord, non dovremo cedere. Mi auguro che la Commissione e il Parlamento fungano da garanti riguardo ai prossimi progressi in questo contesto.

 
  
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  Guido Sacconi, a nome del gruppo PSE. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, vi dico subito che sono molto d’accordo con quanto hanno detto poco fa il Ministro Podobnik e il Commissario Dimas, con i quali ci vediamo sempre più frequentemente e fra poco potremo parlare perfino a cenni, senza parlare e senza interpreti, perché mi pare ci comprendiamo molto bene.

Sono d’accordo anche per quanto dicevano circa il fatto che la responsabilità accresciuta dell’Unione europea in corso della Conferenza di Bali ci impone di fare la nostra parte con coerenza ancora maggiore di quanto abbiamo fatto finora. Però oggi discutiamo di Bali e su questo bisogna soffermarsi, anche perché domani noi adotteremo una risoluzione che mi pare ben calibrata.

Il giudizio più azzeccato che ho sentito dopo Bali è quello che ho letto aver espresso il signor de Boer, che come sapete è il direttore esecutivo della Convenzione quadro, il quale ha parlato della caduta del “muro di Berlino del clima”. A me pare molto appropriato perché a Bali, come è stato ricordato, prima di tutto si è decisa la road map verso Copenaghen, con tappe e cornici sufficientemente precise. Si è – e questo lo voglio sottolineare – toccato concretamente, e anche prima del 2012, il tema dell’adattamento anche con un aumento dei finanziamenti. Si è parlato concretamente di trasferimento tecnologico, si è inserito il tema della deforestazione ma, soprattutto – e questa per me è la cosa più importante e promettente – si è di fatto superata la barriera – ecco il “muro di Berlino” – dell’allegato I, fra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo in un mondo che è cambiato, in cui una buona parte di quelli che erano i paesi in via di sviluppo ora conoscono una crescita impetuosa.

Insomma, il gioco del cerino tra USA, India e Cina, per non fare niente, diciamo così è stato svelato, e per questo si è aperto uno scenario nel quale un negoziato difficile, certamente difficile, ha però di fronte una prospettiva di successo davvero importante.

 
  
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  Chris Davies, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signora Presidente, ritengo che il signor Ministro abbia ragione quando afferma che possiamo essere soddisfatti dell’accordo e possiamo congratularci con coloro che ne sono i fautori.

Non sottovaluto le difficoltà che costelleranno il cammino da qui all’incontro di Copenaghen nel 2009; oltre a vari problemi, tra cui la questione delle foreste pluviali e il trasferimento di tecnologia, il percorso è irto di ogni tipo di ostacolo.

Dobbiamo anche essere consci del fatto che il cambiamento climatico avverrà in ogni caso, a prescindere dai risultati di questi negoziati. Domenica mi trovavo a Liverpool per la celebrazione del Giorno della memoria e mi chiedevo come l’Europa, di come il nostro popolo, di come i nostri politici reagiranno mentre miliardi di persone nel mondo si trovano in situazioni di grave scarsità idrica, con sempre più spostamenti, flussi migratori sempre più massicci nel pianeta? Quale genere di reazione ci sarà? Quanto fanatismo verrà scatenato da questa inevitabile conseguenza?

Dobbiamo fare cosa possiamo. Nutro grandi speranze nel sistema di scambio delle quote di emissione. Ritengo stia funzionando sempre meglio e penso che il sistema dei permessi di emissione negoziabili ci permetta di affrontare davvero il problema di un’enorme proporzione dei gas. Anche la tecnologia migliora e viene stimolata. Questo pomeriggio ho avuto un incontro fantastico sulla riduzione di CO2 prodotto dalle vetture, dove lo slancio impresso dall’introduzione della normativa sembra già apportare un cambiamento negli atteggiamenti e schiudere nuove opportunità. Forse possiamo effettivamente conseguire quegli obiettivi senza ricorrere ai biocombustibili. Possiamo utilizzare quelli nelle centrali elettriche.

La questione della cattura e dello stoccaggio del carbonio (CCS): sono davvero dell’opinione che potremmo porci obiettivi più ambiziosi. Penso che potremmo anticipare di, forse, tre o quattro anni e cercare di elaborare e avviare programmi realistici ben prima del 2020.

Dal Vertice europeo di questa primavera dobbiamo ottenere alcuni precisi impegni da parte dei governi. Tuttavia, anche al Vertice europeo direi: energia rinnovabile e risparmio energetico. Penso esistano immense probabilità per i governi di sfuggire, di non mantener fede agli impegni presi, di trovare difficile da un punto di vista politico attuare i necessari cambiamenti istituzionali, e credo che la Commissione debba esercitare quanta più pressione possibile e adottare una politica di esplicita denuncia, escogitare nuovi meccanismi nonché garantire che gli Stati membri mantengano gli obiettivi ora concordati.

 
  
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  Mirosław Mariusz Piotrowski, a nome del gruppo UEN. – (PL) I cambiamenti climatici hanno accompagnato la razza umana lungo tutta la sua storia. Secondo vari eminenti scienziati, tuttavia, l’influenza dell’uomo su questi fenomeni non è rilevante. Questa tesi è espressa, per esempio, nella lettera aperta pervenuta al Segretario generale delle Nazioni Unite da parte di un centinaio di studiosi di tutto il mondo. La Commissione europea sembra ignorare del tutto questo aspetto del problema, e anziché intervenire al fine di attenuare i fattori che contribuiscono al riscaldamento globale, lotta contro elementi che nulla hanno a che vedere con l’attività dell’uomo.

La Commissione tenta ora di caricare costi enormi sulle spalle dei cittadini europei per un’azione che ha tirato fuori dal regno della fantascienza, in realtà più finzione che scienza. Secondo stime preliminari, ogni famiglia pagherà in media più di 50 euro al mese per questo progetto, i cui risultati saranno forse percepibili tra un secolo. Il risultato tangibile, tuttavia, sarà un peggioramento delle economie dei nuovi Stati membri nell’arco dei prossimi due o tre anni. Una riduzione drastica delle emissioni di CO2 innescherà, per esempio, una pesante flessione in Polonia, che deriva la sua energia principalmente dal carbone.

Se le istituzioni dell’Unione europea vogliono adottare un approccio pratico alla riduzione del CO2, devono cominciare da loro stessi. Mi permetto di far presente che nell’atmosfera vengono emesse ogni anno 20 000 tonnellate di biossido di carbonio unicamente quale risultato degli inutili spostamenti per presenziare alle sessioni di Strasburgo.

 
  
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  Satu Hassi, a nome del gruppo Verts/ALE. – (FI) Signora Presidente, onorevoli colleghi, la Conferenza di Bali sul clima si è rivelata un successo e possiamo essere orgogliosi del ruolo svolto dall’UE in quella sede. I colloqui sul futuro di Kyoto sono ufficialmente iniziati e tutti i temi essenziali sono sul tavolo. Non uno solo è stato tralasciato. Gli Stati Uniti non sono pertanto riusciti e limitare le future consultazioni, che sono destinate a essere irte di difficoltà, come hanno detto gli oratori di quest’Aula.

Il principale messaggio che ora tuttavia l’Europa può inviare al mondo è legato alla nostra politica in materia di clima. Il miglior modo per accelerare il complicato processo internazionale è per noi adottare normative ambiziose in materia di scambio di quote di emissione, energia rinnovabile ed efficienza energetica.

Sono lieto che la scorsa settimana la Commissione abbia interpretato la protezione del clima come un’alternativa economica positiva – la nuova rivoluzione industriale. Per il nostro futuro economico è di cruciale importanza capire come possiamo rimanere all’avanguardia riguardo allo sviluppo di una nuova tecnologia energetica pulita.

Dobbiamo anche comprendere che il vero nodo gordiano per quanto attiene ai negoziati internazionali sul clima è l’imparzialità. Il pianeta può essere salvato solo a patto che i grandi paesi in via di sviluppo, quali Cina e India, limitino a loro volta le emissioni che generano. Per persuaderli ad accettare questo concetto devono avere la sensazione che qualsiasi soluzione negoziata è equa. Dobbiamo prepararci a indennizzare, in un modo o nell’altro i paesi in via di sviluppo a causa del fatto che le nostre emissioni pro capite sono molto maggiori di quelle generate nei paesi in via di sviluppo.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis, a nome del gruppo GUE/NGL. (EL) Signora Presidente, signor Commissario, il compromesso dell’ultimo minuto raggiunto a Bali ci ha consentito di guardare a Copenaghen e al 2009; ha anche rivelato le forze dell’opposizione che pregiudicheranno l’intesa necessaria. Fino ad allora l’UE deve rimanere alla guida, impegnandosi per un più ampio accordo in base a precisi impegni ambiziosi e a una tabella di marcia. I vantaggi che discenderanno da un simile accordo supereranno di gran lunga il costo economico.

Il gruppo, nonché la risoluzione del novembre 2007 del Parlamento europeo, definisce obiettivi più ambiziosi e vincolanti di quelli presentati dalla Commissione qualche giorno fa, concernenti sia l’UE che gli Stati membri; il mio gruppo aspira a un’assistenza più generosa nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Solo un avvertimento, signor Commissario: la tradizionale lobby industriale ha già iniziato a influenzare la proposta della Commissione e, al tempo stesso, la lobby del settore nucleare, come un lupo vestito da agnello ecologico, tenta di sostituire le fonti rinnovabili di energia con quelle nucleari. Stia in guardia da questi tentativi.

 
  
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  Johannes Blokland, a nome del gruppo IND/DEM Group. – (NL) Signora Presidente, l’Unione europea è andata a Bali piena di buone intenzioni e decisa a ottenere il miglior risultato possibile. Non ha realizzato nulla di quanto si era prefissata, ma sono ancora ottimista.

Innanzi tutto sono, ovviamente, lieto che tutti i paesi che hanno partecipato siano stati in grado di sottoscrivere il piano d’azione di Bali e che i negoziati possano avviarsi. È un peccato che il testo finale del piano d’azione non abbia previsto alcuna norma specifica sulle emissioni, tuttavia sono stati compiuti progressi in altri ambiti, come la creazione di un programma volto ad affrontare il grave problema della deforestazione. Proprio la scorsa settimana sono state pubblicate relazioni più allarmanti sulla deforestazione in Brasile. È anche un fattore positivo che i paesi occidentali debbano fornire maggiore assistenza ai paesi in via di sviluppo riguardo all’impiego delle tecnologie sostenibili.

Infine, un problema che non è stato risolto è quello delle emissioni di gas a effetto serra generate dal trasporto marittimo. La complessa natura di questo settore altamente inquinante impone l’adozione di un approccio globale. Si deve esercitare pressione sull’OMI affinché formuli quanto prima una politica efficace. Signor Commissario, le posso garantire che sosterremo il vostro approccio.

 
  
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  Roger Helmer (NI).(EN) Signora Presidente, se non sbaglio, nella giornata che ha segnato l’avvio della Conferenza di Bali sul clima il numero di aerei privati era così elevato che l’aeroporto locale aveva esaurito lo spazio a disposizione. Pertanto i nostri risultati erano ben distanti dalle nostre aspirazioni.

L’incontro di Bali avrebbe dovuto spianare la strada per un’intesa post-Kyoto, ma Kyoto stesso si è rivelato un fallimento. Non solo non siamo riusciti a ottenere che alcuni dei maggiori responsabili delle emissioni a livello mondiale si assumessero un impegno, ma qui in Europa solo un gruppo ristretto di Stati membri rispetterà effettivamente gli obblighi di Kyoto. In realtà, gli Stati Uniti, che denigriamo per non aver ratificato il protocollo, si stanno comportando meglio dell’UE in termini di tendenze riguardo alle emissioni. A Bali abbiamo concordato un po’ più che continuare a parlare nei nostri tentativi di sostituire un trattato sul clima non riuscito con un altro.

Vorrei che fossimo meno preoccupati dei cambiamenti climatici e più della sicurezza energetica. Sprechiamo meno parole su centrali eoliche ed emissioni delle vetture e soffermiamoci di più su investimenti nel nucleare che genera capacità e negli inceneritori dove si trasformano i rifiuti in energia.

 
  
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  Romana Jordan Cizelj (PPE-DE).(SL) Sono dell’avviso che la risoluzione elaborata dalla commissione sul cambiamento climatico rifletta le decisioni essenziali dei negoziati di Bali nonché il parere del Parlamento europeo. La mia valutazione riguardo alla tabella di marcia di Bali, ossia la scadenza per la conclusione dell’accordo per il periodo successivo al 2012, è molto positiva. Solo un preciso piano di lavoro può garantire la continuità una volta scaduto il protocollo di Kyoto, per il quale quest’Assemblea si è costantemente battuta.

Mi fa piacere che anche i paesi in via di sviluppo si siano fatti carico di parte della responsabilità di ridurre le emissioni di CO2 e si siano impegnati riguardo a uno sviluppo sostenibile. Questo significa, ovviamente, una cooperazione internazionale rafforzata nel campo delle risorse finanziarie e umane. Mi auguro vivamente che i meccanismi esistenti e attualmente applicati in Europa, quale il mercato del carbonio, vengano tradotti con successo a livello internazionale. Dobbiamo tuttavia semplificarli ed evitare che diventino un fardello burocratico sproporzionato rispetto ai loro potenziali vantaggi. Solo in questo modo possiamo pensare di riuscire a realizzare gli obiettivi fissati.

Interpreto l’attuale situazione soprattutto come un’opportunità. A mio avviso lo sviluppo sostenibile ed efficace dipende principalmente da un potenziamento delle capacità di ricerca. Ad esempio, gli investimenti globali nella ricerca nel campo dell’approvvigionamento energetico sono stati ridotti del 40% dagli anni ottanta. La situazione nell’Unione europea non è molto più rosea. Ci occorrono più fondi e più risorse umane preparate e creative. Mi congratulo con i negoziatori dell’Unione europea e spero che, in futuro, saremo sempre rappresentati da figure così tenaci, acute e di successo. Infine, vorrei aggiungere che, di norma, quando si tratta di cambiamento climatico tutti gli occhi sono puntati verso i politici, ma l’azione in questo ambito non coinvolge solo i politici. È tempo di una reazione concreta da parte dell’industria, degli imprenditori e dei ricercatori.

 
  
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  Elisa Ferreira (PSE).(PT) Nella risoluzione da votare domani, il Parlamento riconosce l’importanza politica della Conferenza di Bali. Le conoscenze scientifiche hanno indotto il mondo politico a voler intervenire ed entro il 2009 tutti i paesi, industrializzati emergenti o in via di sviluppo che siano, si impegneranno a contrastare i cambiamenti climatici con obiettivi diversi ma specifici.

A differenza di alcuni colleghi, mi sarebbe piaciuto vedere un maggior coinvolgimento da parte di certi partner, in particolare gli Stati Uniti, sia a Bali che a Kyoto. L’aspetto positivo, tuttavia, è che Bali ha rimediato a una serie di lacune di Kyoto quali la gestione delle foreste, la necessità di sostenere l’adeguamento soprattutto dei paesi più poveri, il ruolo della tecnologia e l’estensione delle responsabilità in fatto di clima alle economie di solito non annoverate tra quelle sviluppate.

Il ruolo di guida assunto dall’Europa era inequivocabile e la presente risoluzione dimostra che il Parlamento intende creare le condizioni che consentiranno all’Europa di assumere impegni anche più ambiziosi. Il programma di lavoro è arduo e quest’Assembla è disposta ad affrontarlo.

A tale proposito e a titolo personale, mi congratulo con la Commissione per la serie di decisioni adottate in data 23 gennaio. Tradurre la volontà politica in strumenti programmatici conferisce credibilità all’Unione europea. Saranno necessarie non poche analisi dettagliate, ma la quantificazione degli obiettivi in materia di energia rinnovabile, il chiarimento dei criteri di sostenibilità per i biocarburanti e il riesame degli strumenti finanziari legati al clima sono, ad esempio, compiti ben accetti. Personalmente, sono a favore del passaggio da un approccio nazionale a uno settoriale per quanto attiene il sistema di scambio di quote di emissione, anche se ritengo che si debba rafforzare prima del 2009 la sua compatibilità con la competitività europea affrontando quindi il problema con urgenza. Lo sviluppo del sistema di scambio di quote di emissione al livello internazionale, basato su accordi per i principali settori tra i più importanti produttori del mondo, potrebbe essere una soluzione da esplorare.

 
  
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  Holger Krahmer (ALDE).(DE) Signora Presidente, se volgiamo lo sguardo alla Conferenza di Bali, non possiamo giungere ad altra conclusione se non che si è trattato della più grande, della più costosa e della più complessa conferenza sul clima mai svoltasi e che in realtà ha ottenuto solo un risultato, ossia un accordo sul proseguimento dei negoziati. Se dobbiamo dire la verità, non ne è scaturito nulla di più.

Una valutazione onesta degli strascichi di Bali ci impone di analizzare l’incontro nel modo seguente: innanzi tutto, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) è riuscito a persuadere gran parte dell’opinione pubblica a livello mondiale con gli scenari che ha tracciato riguardo alle tendenze del clima, ma non è stato affatto convincente sulle conclusioni da trarre dall’attuale situazione; in secondo luogo, mentre l’Europa avanza a spron battuto per conto suo, la comunità non dà segni incoraggianti di voler aderire ad accordi vincolanti sulle riduzioni di CO2. Questo atteggiamento riguarda non solo gli Stati Uniti, ma anche il Giappone, il Canada, l’Australia e molti altri paesi. Da un’occhiata ai quattro candidati rimasti che ancora hanno una possibilità realistica di andare alla Casa Bianca emerge piuttosto chiaramente che non esiste in pratica alcuna speranza per un impegno a un processo ONU nel campo della politica in materia di clima.

Noi – e con questo intendo l’UE – dovremmo riconsiderare la nostra strategia. Che cosa accadrà se la conferenza di Copenaghen del 2009 sarà un fiasco? Esistono alternative redditizie a un accordo internazionale, quali il trasferimento di tecnologia, un sistema decente di incentivi volti a proteggere le foreste pluviali tropicali, la cattura e lo stoccaggio del carbonio nonché lo sviluppo dell’energia nucleare. Alla fine la legge di mercato della scarsità di risorse indurrà persino gli Stati Uniti e la Cina a risparmiare energia e a evitare le emissioni di CO2. La nuova rivoluzione industriale arriverà quando aumenterà il prezzo del petrolio. Non abbiamo bisogno di forzarla attuando una serie di leggi.

 
  
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  Madeleine Jouye de Grandmaison (GUE/NGL).(FR) Signora Presidente, la Conferenza di Bali ci ha ricordato che il riscaldamento globale è una sfida allo sviluppo. Il pericolo è che il riscaldamento globale acuirà la disparità tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, con questi ultimi che saranno senza dubbio i più colpiti dall’impatto del cambiamento climatico. È un discorso che vale soprattutto per le isole, che sono vulnerabili sotto vari aspetti, in particolare ai cicloni e all’innalzamento del livello del mare. Sono pertanto dell’avviso che occorra attribuire priorità agli aiuti a questi paesi per l’adeguamento e il trasferimento di tecnologie appropriate.

L’azione contro il cambiamento climatico è imprescindibile dalla riduzione della povertà e dal conseguimenti degli obiettivi del Millennio. Ritengo che sia il modo migliore per ottenere il sostegno del gruppo dei G77. Se vogliamo che il cammino verso l’appuntamento del 2009 a Copenaghen sia costellato di successi e che si aggiungano tappe alla modesta tabella di marcia tracciata a Bali, è assolutamente essenziale compiere progressi con i paesi in via di sviluppo. Vedo che l’Unione ha prestato attenzione a questo aspetto, il che è da accogliere con favore, ma vorrei che si ponesse particolarmente in rilievo il problema delle isole.

 
  
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  Irena Belohorská (NI).(SK) Molte grazie, signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, la tabella di marcia di Bali stabilita alla conferenza internazionale e il Fondo di adeguamento di recente istituzione obbligano l’Unione europea ad assumere un ruolo di guida.

L’Unione europea deve tuttavia esaminare realisticamente e valutare il livello di riduzione tollerabile. La proposta di tagliare le emissioni entro il 2020 tra il 25% e il 40% rispetto ai livelli del 1990, o addirittura del 50% entro il 2050, mi sembra infarcita di numeri casuali senza sapere effettivamente di quale entità possano essere tali riduzioni. È una lotteria di percentuali: un gioco irrealistico e non premeditato di pescare i numeri da un cappello. Inoltre, a meno che non partecipino gli USA, la Cina e l’India, non uno degli sfrozi dell’UE sortirà l’effetto desiderato dal momento che non possiamo risolvere un problema globale da soli.

Se la posta in gioco è troppo alta, un paese non riuscirà a realizzare l’obiettivo, poi un altro non sarà in grado di rispettarlo e alla fine ci renderemo conto che nessuno di noi ce l’ha fatta. Date queste premesse, mi permetto di dire che se siamo meno ambiziosi ma realistici sulla riduzione delle emissioni, giungeremo a una soluzione razionale. Basterebbe osservare in quale modo l’Unione europea possa rispettare gli obiettivi posti dal Trattato di Lisbona.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE-DE).(EN) Signora Presidente, i critici dei mezzi di informazione hanno etichettato la COP di Bali come “colloqui all’insegna dell’abbronzatura”. Tuttavia, avendo presenziato alle ultime cinque sessioni della COP, secondo me Bali è stata efficace. È stata elaborata una tabella di marcia di due anni che fornisce percorsi negoziali affinché tutti i paesi rispondano alla sfida del clima.

Naturalmente è un peccato dover ammettere che non esiste ancora un obiettivo globale vincolante e che siamo ancora in corsa da soli. Ma almeno esiste la possibilità teorica che entro due anni disporremo di un fronte più ampio rispetto a solo un quarto dei responsabili delle emissioni.

Non molto dopo i risultati di Bali, qualche fiducioso ha già sollevato la domanda per sapere se questo ora significa che automaticamente il fronte è abbastanza esteso per raggiungere il 30% di riduzioni, come convenuto al Vertice di marzo, a patto che l’UE non agisca da sola.

La risposta, tuttavia, è “non ancora”, dettata non solo da ragioni economiche, ma anche di carattere ambientale. Per l’UE è politicamente importante assumere la leadership, nella speranza che gli altri si accodino, ma il nostro sforzo unilaterale, quale è ancora oggi, indebolisce la nostra competitività sui mercati globali avvantaggiando chi inquina.

Si chiama rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, come ho avuto modo di sottolineare più volte. Il capitale globale si sposterà semplicemente dove le emissioni di CO2 non comportano alcun costo. Un trasferimento dell’inquinamento non è sinonimo di riduzione.

Una politica unilaterale in materia di clima colpisce pesantemente le industrie a elevata intensità di occupazione ed energia e così il principio “chi inquina paga” si trasforma in una politica del tipo “chi inquina vince” o “chi inquina si sposta”. Per fortuna la Commissione ha compreso questo rischio, come lei, Commissario Dimas, ha fatto presente poc’anzi, cosa per la quale ringrazio. Come ha affermato di recente il Commissario Verheugen, descrivendo i pericoli insiti nelle riduzioni unilaterali: “Esportiamo inquinamento e importiamo disoccupazione. Non è una cosa stupida?”

Ha ragione. Perciò dobbiamo ideare un meccanismo basato davvero sul mercato globale e ritengo che trovare l’equilibrio di questo problema triangolare formato da approvvigionamento di energia, sensibilità ambientale e mantenimento della competitività globale delle industrie per occupare la nostra forza lavoro, sia la priorità chiave per un pacchetto sul clima di recente pubblicazione.

 
  
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  Riitta Myller (PSE).(FI) Signora Presidente, il risultato migliore dei colloqui di Bali è stato l’avvio dei negoziati internazionali su un accordo post-Kyoto. Altro aspetto importante è stata la fissazione di una scadenza, ossia Copenaghen 2009.

Alcuni in questa sede hanno manifestato sorpresa vedendo le percentuali che l’Unione europea ha proposto nell’accordo di Bali. Sono gli stessi dati che il gruppo IPCC ha riportato nelle sue valutazioni e che indicano di quanto dobbiamo ridurre le emissioni qui in Europa, e a livello mondiale, per riuscire a gestire il cambiamento climatico senza sacrifici troppo pesanti. In meno di due anni dobbiamo pervenire a un accordo con cui ci impegniamo a non aumentare la temperatura del pianeta di più di due gradi. Per questo motivo abbiamo bisogno di tutti: abbiamo bisogno dell’Unione europea affinché mostri la via, dei paesi industrializzati nonché di un’azione comune volta a coinvolgere i paesi in via di sviluppo.

Al momento abbiamo il nostro lavoro da fare. Dobbiamo garantire il massimo sostegno possibile in questa sede delle norme proposte la scorsa settimana dalla Commissione nonché la loro attuazione da parte degli Stati membri.

 
  
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  Hans-Peter Martin (NI).(DE) Signora Presidente, si può sostituire “Bali” con “Kyoto” o “Rio 1992” e la maggior parte degli interventi pronunciati qui calzerebbe alla perfezione. Da che cosa dipende, signor Presidente in carica del Consiglio? Poiché il suo è un piccolo paese, dovrebbe essere in grado di spiegare il motivo per cui non arriviamo mai a una soluzione. È il potere delle grandi imprese e degli interessi economici, è il sistema internazionale che non funziona, o e una mancanza di sensibilità da parte dell’opinione pubblica? Ritengo che la mancanza di sensibilizzazione riguardo alla questione non sia più il problema in sé, di certo non tra i decisori.

Tutto si riduce all’economia e alla politica e penso a una nutrita schiera di errori che vengono commessi in questi ambiti. Non possiamo dare credibilità al processo e trovare soluzione davvero costruttive se non cominciamo da noi stessi. In termini pratici, questo significherebbe semplicemente ridurre le emissioni di CO2 generate dall’attività politica.

Un esempio molto concreto che gli sloveni potrebbero analizzare: se sospendessimo le riunioni di Strasburgo e tenessimo tutte le discussioni qui a Bruxelles, invieremmo un piccolo segnale, sia riguardo alla questione del CO2 che riguardo ad altri aspetti. Sarebbe di certo un obiettivo realizzabile per la vostra Presidenza, a differenza di grandi progetti il cui testimone passerà in ogni caso a qualcun altro al termine del vostro mandato semestrale.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MARTINE ROURE
Vicepresidente

 
  
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  Janez Podobnik, Presidente in carica del Consiglio. − (SL) Consentitemi di replicare brevemente ad alcune opinioni espresse nel corso di questa discussione estremamente interessante. In fondo, ci è stato detto che non conseguiamo alcun risultato. I punti di vista della Presidenza e del Presidente del Consiglio divergono. Le cose si stanno muovendo e noi otteniamo risultati. Tutto sommato, la Conferenza di Bali e l’accordo concluso dai paesi industrializzati e dai meno sviluppati sono stati in realtà un grande successo, un successo però che sarà completo solo a Copenaghen. Ed è questo il motivo per cui i prossimi due anni saranno molto importanti.

Desidero altresì esprimere il mio sostegno per la risoluzione che il Parlamento europeo adotterà domani. Lo consideriamo un testo ambizioso e scrupoloso nonché un ulteriore contributo al raggiungimento di un accordo dopo il 2012. Anche la Presidenza si associa alla valutazione già illustrata in questa sede, secondo cui la delegazione dell’Unione europea è stata straordinaria. Si è rivelata competente, compatta e molto dinamica. E da ultimo, ma tutt’altro che di secondaria rilevanza, è stata credibile, il che è molto, molto importante per l’Unione europea. In realtà possiamo essere orgogliosi dell’Unione europea e del ruolo svolto a Bali, soprattutto per la sua coerenza.

È stato detto che l’Unione europea è un pioniere nello sviluppo di nuove tecnologie. Questo può anche essere una risposta ad alcuni giustificati timori o dubbi emersi tra gli Stati membri dell’Unione europea riguardo al nuovo pacchetto sull’energia e sul clima presentato la scorsa settimana così efficacemente dalla Commissione europea. Pensiamo che sia anche un’opportunità per nuovi posti di lavoro e innovazioni ecologiche e che non dovrebbe quindi suscitare paure sul versante dello sviluppo economico.

Condividiamo l’opinione che non si tratta solo di una questione politica, ma anche economica. In effetti, potremmo essere più ambiziosi. La lotta al cambiamento climatico è de facto una storia di successo della politica europea. È una sfida impegnativa non solo per la politica e l’economia europee, ma anche per i cittadini. Sono fortemente a favore della posizione della Commissione secondo cui anche l’atteggiamento dei mezzi di informazione è molto importante. I media possono svolgere un ruolo di grande rilievo in questo ambito. Il pacchetto adottato dalla Commissione europea la scorsa settimana è il risultato di un approccio di esperti. Incorpora i principi di parità e solidarietà. Poiché ha una funzione fondamentale da svolgere riguardo all’adozione del pacchetto, ci attendiamo che il Parlamento europeo assolva tale ruolo con molto dinamismo.

Qualcuno ha chiesto per quale motivo fosse necessario recarsi a Bali e usare mezzi di trasporto non sostenibili. Non si può andare a Bali in un altro modo, se non ricorrendo a vari mezzi di trasporto. Tuttavia, la nostra risposta è che è stata una meta scelta con cognizione. Perché? Perché era … l’Indonesia è un paese in via di sviluppo. Uno dei momenti clou dell’accordo di Bali è stato quando i paesi in via di sviluppo hanno aderito all’accordo globale. Era più facile raggiungere simile intesa a Bali, in Indonesia, che non in qualsiasi altro luogo del nostro pianeta.

Vorrei terminare con una domanda sugli obiettivi 20/20/20. Verranno rispettati? La credibilità dell’Unione europea si consoliderà o cadrà sul conseguimento di questi risultati, non ultimo perché al Vertice del Consiglio della scorsa primavera i capi di Stato e di governo dei paesi dell’Unione europea hanno assunto un impegno nei confronti della visione 20/20/20. La Presidenza ha assunto un impegno e farà tutto quanto in suo potere per conseguire questi obiettivi.

 
  
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  Pilar del Castillo Vera (PPE-DE).(ES) Signora Presidente, signor Commissario, logicamente mi congratulo con i rappresentanti della Commissione e del Parlamento per il lavoro svolto a Bali.

Affronterò questo argomento e altri ad esso collegati adottando una prospettiva più eurocentrica, più eurocentrista, che ora illustrerò.

Vorrei iniziare dicendo, come è stato affermato in vari modi, che la necessità schiude le opportunità. Più grande è la necessità maggiore sarà anche l’opportunità. Che cosa dobbiamo affrontare? Ci troviamo di fronte a due necessità: una consiste nel contrastare gli effetti prodotti dal cambiamento climatico, imputabile soprattutto allo sviluppo e alla crescita della popolazione; la seconda riguarda la soluzione di problematiche relative all’approvvigionamento di fonti di energia tradizionali che sono sempre più scarse o che si trovano in aree dallo scenario geopolitico complesso.

Qual è l’opportunità che si prospetta? C’è la possibilità di sviluppare forme efficienti di energia che ci consentano di continuare a essere competitivi, e che sono pulite e non inquinano nonché di garantire l’approvvigionamento perché si tratta di nuove forme di energia.

Dove sta il problema? Secondo me le istituzioni europee difettano dal punto di vista della leadership, quando si tratta di affrontare queste questioni, un deficit che riguarda la Commissione e il Parlamento. C’è solo una semplice ragione per questo, ossia che non siamo in grado di spiegare che l’energia pulita è formata sia dall’energia nucleare che da fonti rinnovabili.

Non viene fatto, non viene spiegato, ed è compito dei leader proporre soluzioni anche se discuterne può non essere facile in un particolare momento.

Finiremo per trovarci nella situazione paradossale in cui Cina, India e altre economie emergenti hanno un’energia più pulita perché hanno sviluppato fonti nucleari e, inoltre, possono competere grazie a retribuzioni inferiori? È un aspetto che va semplicemente affrontato, signor Commissario.

Mi auguro pertanto che in sede di Parlamento e di Commissione la questione dell’energia nucleare venga discussa con toni pacati ma anche con determinazione, visto che continuiamo a non pronunciarci e a voltare le spalle.

 
  
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  Dorette Corbey (PSE).(NL) Signora Presidente, Bali è stato solo l’inizio, un primo passo gradito sulla via verso un accordo internazionale sul clima nel 2009. Il successo raggiunto all’ultima ora è stato possibile grazie alla leadership europea, e mi congratulo con il Commissario Dimas e il suo gruppo.

A dicembre si svolgerà una conferenza mondiale a Poznań. Sarà la prossima occasione per mettere alla prova la leadership europea. L’Europa deve parlare chiaro con una sola voce nonché forte a favore di misure precise. Dobbiamo assumere una posizione inequivocabile agli occhi del resto del mondo. L’Europa vuole ridurre del 30% i gas a effetto serra entro il 2020. È ancora il nostro punto di partenza nei negoziati. La feroce pressione politica esercitata da alcuni governi e capitani d’industria contro il pacchetto sul clima e sull’energia ha lanciato il segnale sbagliato.

La leadership europea significa anche che attueremo nei nostri 27 Stati membri il processo di riduzione che chiediamo ad altri paesi. Questo è importante. A Poznań dobbiamo dimostrare che l’Europa è disposta ed è in grado di conseguire una riduzione superiore al 20%. Se prendiamo con serietà l’intesa definita a Bali, dobbiamo iniziare con almeno il 25%. Dobbiamo dar prova che possiamo realizzare questo obiettivo senza sacrificare posti di lavoro, e ho piena fiducia nel fatto che nel 2009 firmeremo un accordo storico sul clima. Tuttavia, a tal fine è essenziale una solida politica europea in materia di clima.

 
  
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  Bogusław Sonik (PPE-DE).(PL) Signora Presidente, la conferenza sul cambiamento climatico svoltasi a Bali è stata un banco di prova per verificare se in linea di massima esiste una possibilità di instaurare una cooperazione a livello mondiale per contrastare tale fenomeno. Si tratta chiaramente di una questione di straordinaria importanza per l’intero pianeta, ma l’arena politica in cui ci muoviamo è molto eterogenea, e siamo obbligati ad adeguare le nostre argomentazioni alle diverse realtà geopolitiche. Sebbene non si siano registrati risultati spettacolari, abbiamo comunque ottenuto più di quanto realizzato finora. Abbiamo acquisito partner importanti.

Nell’Unione europea il cambiamento climatico è un’area prioritaria. Detto in parole semplici, nessuno vuole che nella casa dei propri figli manchi la luce. Tuttavia, non tutti i paesi europei sono allo stesso livello di progresso tecnologico e questa è un’ulteriore sfida per l’Unione europea. La Polonia è un paese in cui il 96% della corrente elettrica è generato dalla combustione del carbone e per questo motivo adattare il nostro settore dell’energia entro il 2020 può rappresentare un fardello insostenibile. Noi qui a Bruxelles, che siamo responsabili del benessere della popolazione d’Europa nel complesso, dobbiamo considerare con maggiore attenzione le possibilità dei singoli Stati e non posizionare l’asta così in alto che solo pochi siano in grado di saltarla.

Per quanto riguarda la riduzione delle emissioni di gas, la diversificazione delle risorse non è la sola via percorribile. Anche la combustione del carbone senza emissioni è una possibilità che merita di essere studiata. Un’altra soluzione è l’energia nucleare. A patto che, in fase di progettazione di una centrale nucleare, si adottino specifiche strategie intese ad affrontare tutte le situazioni discendenti dallo sfruttamento, l’energia nucleare è una delle fonti più pulite.

In breve, credo che sia cruciale per il nostro futuro esercitare una precisa pressione sulla comunità della ricerca affinché sviluppi nuove tecnologie che sono notevolmente più vantaggiose e più efficienti per il nostro pianeta di quelle attualmente disponibili.

 
  
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  Adam Gierek (PSE).(PL) Signora Presidente, il pacchetto sull’energia e sul cambiamento climatico proposto per l’Unione europea è un elaborato mix organizzativo e legislativo inteso a conseguire una significativa riduzione delle emissioni di CO2. Ambiziosi piani della Commissione si basato sull’assunto che i cambiamenti climatici cui stiamo assistendo nel mondo, un fatto indubbio per altro, sono il risultato delle emissioni di CO2, eppure detta tesi non è stata corroborata né sostenuta a Bali. Tutte le proiezioni in materia poggiano solo su simulazioni al computer e non costituiscono alcuna prova.

Innanzi tutto, signor Commissario, sono necessari dati più affidabili riguardo all’influenza delle emissioni di CO2 sul clima. Il biossido di carbonio è il necessario substrato della fotosintesi. È quindi un agente distruttivo? Desidero ricordarle la lettera, già citata in precedenza, sottoscritta da un centinaio di prestigiosi scienziati e inviata lo scorso dicembre al Segretario generale dell’ONU.

In secondo luogo, l’imposizione della Commissione di ridurre le emissioni di CO2 nell’Unione europea senza affrontare la questione a livello internazionale si tradurrà in una flessione dello sviluppo economico, con gravi conseguenze sociali.

Da ultimo, e aspetto della massima importanza, nel suo pacchetto sull’energia e sul clima la Commissione ha ignorato la principale conclusione della Conferenza di Bali in merito all’adattamento delle società agli inevitabili cambiamenti climatici, ossia la steppificazione, la desertificazione, la mancanza di acqua potabile, inondazioni e così via. Questi sono i principali obiettivi ai quali l’Unione dovrebbe destinare le risorse che intende invece impiegare nella lotta ai cambiamenti climatici in Europa.

 
  
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  Ivo Strejček (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, nella discussione sul cosiddetto cambiamento climatico diamo per scontati taluni presupposti discutibili. Primo, i cambiamenti climatici sono reali e provocati per lo più dall’uomo. Secondo, le conclusioni del gruppo IPCC sono gli unici risultati validi. Non esistono altri gruppi di scienziati con opinioni diverse sul cambiamento climatico globale. Terzo, le persone in generale sono disposte a preoccuparsi del loro futuro e a sacrificare gli attuali standard di vita. Quarto, le società e le imprese europee saranno in grado di sopravvivere nell’ambito della concorrenza globale, anche con prezzi più elevati. Quinto, riusciremo a persuadere il resto del mondo a seguire i nostri obblighi. Ascoltando la discussione, mi rendo conto di essere in minoranza in quest’Aula, ma consentitemi di illustrare la mia posizione.

Primo, il risultato del gruppo IPCC è ingigantito. Vi sono altri gruppi di scienziati che offrono posizioni diverse sul cambiamento climatico e sulle sue cause. Secondo, non vi sono le prove che l’uomo sia il principale responsabile dei cambiamenti climatici. Terzo, il cambiamento climatico è diventato uno strumento politico alla moda per manipolare le persone. Quarto, la conferenza di Bali ha dimostrato che esiste un sostegno diffuso a favore di misure eccessive ed estremamente costose per affrontare il cambiamento climatico. Quinto, i produttori europei dovranno inserire le decisioni politiche nei prezzi, il che provocherà un conseguente rincaro dei prezzi e l’ulteriore perdita di competitività europea a livello globale. Sesto, piani ambiziosi per la riduzione dei gas a effetto serra danneggeranno i paesi in via di sviluppo, contribuendo così ad ampliare le differenze fra ricchi e poveri.

Allora cosa occorrerebbe fare? Dovremmo ridurre la leggendaria burocrazia europea, limitare la produzione di norme a livello sopranazionale e consentire alle persone di lavorare e inventare.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE). (RO) Iniziamo ad avvertire il cambiamento climatico a prescindere dal continente o dal paese in cui viviamo. Fronteggiamo alluvioni, desertificazione, scarsità d’acqua, incendi forestali, scioglimento dei ghiacciai e cambiamenti nella flora. L’ONU ha proclamato il 2008 Anno internazionale del pianeta Terra. La Conferenza di Bali è estremamente importante per pervenire a un accordo per il dopo Kyoto in materia di lotta contro il cambiamento climatico.

L’Unione europea dovrebbe rimanere all’avanguardia nell’azione volta a ridurre il cambiamento climatico e adeguarsi agli effetti che ne derivano. L’attuale normativa europea e il nuovo pacchetto presentato di recente dalla Commissione per la promozione delle fonti di energia rinnovabile sono alcuni esempi concreti.

Sono lieta che stiamo avendo questa discussione durante la settimana europea per l’energia sostenibile. I trasporti rappresentano il 30% del consumo globale di energia, mentre i trasporti urbani costituiscono il 70% delle emissioni. L’inserimento del trasporto aereo nel sistema di scambio delle quote di emissione è un passo importante. Fra gli altri obiettivi comunitari dovrebbero figurare efficaci trasporti urbani e la promozione del trasporto per ferrovia e per via d’acqua, dato che generano minore inquinamento.

Chiediamo alla Commissione e al Consiglio di includere il cambiamento climatico fra le loro priorità, sia a livello dell’UE che nelle relazioni internazionali..

 
  
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  Agnes Schierhuber (PPE-DE). (DE) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, la Conferenza di Bali è stata un passo nella giusta direzione, e io vorrei esprimere il mio caloroso ringraziamento ai colleghi e alla Commissione per ciò che considero un buon risultato.

L’aumento della temperatura media globale sta già avendo ripercussioni in diverse parti del mondo. È quindi essenziale aderire all’obiettivo di contenere il riscaldamento globale ad un massimo di due gradi Celsius al di sopra dei livelli pre-industriali. Gli sforzi tesi a raggiungere quell’obiettivo devono essere rafforzati e sostenuti attraverso nuove innovazioni, investimenti nella ricerca e sviluppo e, soprattutto, investimenti nell’educazione e formazione. Il cambiamento climatico interagisce con l’agricoltura in tre modi differenti. Da un lato, l’agricoltura è la terza fonte di inquinamento dopo i trasporti e l’industria. Secondo, ha il maggiore impatto sul cambiamento climatico perché la nostra produzione agricola ha luogo all’aria aperta, il che significa che è esposta in modo più diretto agli effetti del cambiamento climatico rispetto ad altre attività economiche.

Terzo, gli agricoltori possono considerare il cambiamento climatico anche come un’opportunità e volgerla a loro vantaggio. Nuove prospettive si fanno strada per noi nella comunità agricola quali produttori di risorse rinnovabili e soprattutto – nella seconda e terza generazione – quali produttori di sostituiti per prodotti petrolchimici, per non parlare delle possibilità per nuovi metodi di coltivazione. Devo sottolineare ancora una volta l’importanza della ricerca e dello sviluppo e dell’educazione, in modo particolare nel settore agricolo. La produzione di risorse rinnovabili, tuttavia, dipende fortemente dallo sviluppo e dall’applicazione di criteri di sostenibilità.

Il cambiamento climatico, signor Commissario, è un problema globale che colpisce intere società; non si limita a specifici settori di attività. Di conseguenza, questo approccio globale di livello comunitario e anche mondiale è il solo modo per affrontarlo. L’Unione europea dovrebbe svolgere un ruolo di guida e di mediazione in questi sforzi.

 
  
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  Margaritis Schinas (PPE-DE). (EL) Signora Presidente, signor Commissario, la strada da Bali a Copenaghen è ormai spianata e io credo che non dovrebbe preoccuparci in modo così impellente. Adesso dobbiamo incentrarci con urgenza sul nuovo pacchetto di obiettivi che lei ha presentato: i tre 20 per il 2020, come lo chiamo io, oppure “pacchetto Dimas” come lo definiscono altri. Allo stadio attuale, tuttavia, ritengo che per i prossimi 18 mesi, fino al termine dell’attuale legislatura, questo pacchetto di iniziative dovrebbe diventare normativa comunitaria. È la nostra priorità assoluta. Molti l’hanno criticata per avere reso questo pacchetto troppo ambizioso, e altri per la completa mancanza di ambizione. Questa, oso dire, è la migliore prova che lei è sulla buona strada.

Consentitemi di parlare brevemente di un altro aspetto. Non solo i governi e il Parlamento europeo, ma anche i singoli cittadini devono partecipare. Tutti possiamo fare di meglio. Ogni cosa, dagli ingorghi stradali alla progettazione degli edifici e al nostro stile di vita in essi, riguarda i cittadini, non soltanto i governi. Sono fiducioso che il suo lavoro a Bruxelles contribuirà a suscitare una consapevolezza generale del problema.

 
  
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  Genowefa Grabowska (PSE). (PL) Signora Presidente, signor Commissario, ascoltando la discussione di oggi ho notato con sorpresa che l’espressione “sviluppo sostenibile” non è stata usata nemmeno una volta. Era un concetto alla moda, anche se abusato per certi versi, sia in tempi recenti che agli inizi degli anni ‘90, come dimostra l’accordo degli Stati presenti alla conferenza di Rio de Janeiro nel 1992 per proteggere l’ambiente in modo ragionevole nel corso della sua attuazione.

Onorevoli colleghi, lo sviluppo sostenibile non è un concetto superato, una voga passeggera dei politici e degli ambientalisti. È un concetto che cerca di riconciliare gli interessi dell’ampia lobby ecologista con quelli della lobby industriale. Consideriamo quindi i risultati della conferenza di Bali alla luce del vecchio principio di sviluppo sostenibile, principio valorizzato non solo in Europa, ma anche a livello internazionale. Dobbiamo proteggere il nostro pianeta dal cambiamento climatico, ma non a costo di distruggere la nostra industria. Cerchiamo un compromesso intelligente.

 
  
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  Jerzy Buzek (PPE-DE). (PL) Signor Commissario, ho partecipato alla Conferenza di Bali come membro della delegazione polacca. Ha avuto un successo moderato. I paesi europei adesso sono responsabili del COP14 e COP15. Qual è il maggiore ostacolo al completamento del successo?

Secondo me, è la mancanza di una tecnologia economica efficace ed accessibile. Noi, come Unione europea, dovremmo concentrarci su questo aspetto. Facendo così, aiuteremo noi stessi e la nostra economia, e anche gli altri, attraverso il trasferimento e lo scambio delle migliori tecnologie. Sarà molto più economico che imporre all’industria riduzioni di emissioni sempre più drastiche. Richiede la revisione del bilancio dell’UE e un trasferimento di risorse. Decidiamo di farlo.

Quest’anno a Poznań, nel quadro del COP14, il governo polacco proporrà una rassegna mondiale delle migliori tecnologie. Le imprese leader e i paesi più avanzati presenteranno le migliori soluzioni tecnologiche. Se vogliamo che Copenaghen abbia successo nel 2009, dobbiamo innanzi tutto fare un successo di Poznań 2008.

 
  
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  Avril Doyle (PPE-DE). (EN) Signora Presidente, avendo partecipato al quinto COP-MOP dell’ONU sul cambiamento climatico, sono tornata da Bali con un senso di affermazione per la prima volta per la più importante delle questioni globali.

Uno dei messaggi più chiari di Bali è stata l’urgente necessità di trovare un meccanismo per garantire che la prevenzione della deforestazione e del degrado delle nostre foreste sia inserita in qualsiasi accordo internazionale successivo al 2012.

Vorrei che fossimo nella posizione di aggiungere un altro 20% alla formula “20/20/20 entro il 2020”. Se avessimo un sistema concordato di crediti per remunerare o compensare le comunità locali, attenuando così il presente tasso di deforestazione, in particolare delle foreste tropicali – nonostante l’immensa difficoltà di indicare una cifra di riferimento per la vegetazione esistente – potremmo ridurre le emissioni globali di carbonio di un ulteriore 20%, così che “20/20/20/20 entro il 2020” diventi il nostro obiettivo.

Bali ha elaborato la tabella di marcia per l’accordo globale del COP15 nel 2009 a Copenaghen, condotto abilmente da lei per conto dell’UE, e vorrei congratularmi con lei, signor Commissario, per il suo personale contributo.

 
  
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  Anni Podimata (PSE). (EL) Signora Presidente, signor Commissario, l’UE è all’avanguardia nella lotta contro il cambiamento climatico e in questa lotta lei sta svolgendo chiaramente un ruolo speciale. Se l’UE vuole rimanere all’avanguardia in questa lotta, tuttavia, non è sufficiente limitarsi a produrre iniziative legislative o redigere obiettivi vincolanti. L’UE deve anche svolgere un ruolo guida nell’attuazione degli obiettivi vincolanti che ha stabilito, con un fronte il più compatto possibile. Esistono moltissime gravi divergenze fra gli Stati membri dell’UE in relazione all’attuazione degli obiettivi in materia di lotta contro il cambiamento climatico. Per questo motivo, attendiamo adesso misure, incentivi e iniziative al fine di ridurre il divario e dare risposta a questo obiettivo degli Stati membri dell’UE come un insieme più compatto.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE). (SK) Quale membro supplente della commissione temporanea sul cambiamento climatico, vorrei sottolineare l’enorme successo raggiunto dal Parlamento europeo alla conferenza globale di Bali.

Il Parlamento europeo deve diventare un idealista a favore dello sviluppo sostenibile permanente. Cosa dobbiamo fare adesso? In primo luogo, non possiamo rallentare i nostri sforzi. L’Unione europea deve incoraggiare gli investimenti nella ricerca e sviluppo al fine di sviluppare tecnologie efficienti che richiedono meno energia.

Non possiamo parlare solo di CO2. La fissazione di condizioni ecologiche sempre più severe non è la soluzione corretta: così facendo, rischiamo di mettere in una posizione di svantaggio le nostre piccole e medie imprese in Europa. Non dobbiamo opporci a nuove idee quali la strategia di contribuire al miglioramento del clima attraverso il ricorso all’acqua.

Un’équipe di scienziati slovacchi e cechi guidata da Michal Kravčík, eminente esperto sull’uso dell’acqua per recuperare spazi urbani aridi, ha preparato un nuovo paradigma idrico. La concentrazione di acqua piovana in contenitori d’acqua è una soluzione semplice, rapida e molto efficace. Ritengo che immagazzinare l’acqua piovana per usi futuri, anziché lasciarla scorrere nei tombini, sia una buona soluzione strategica non solo negli USA, ma anche in Europa. Ho fiducia che la Commissione e il Consiglio sosterranno le idee degli innovatori e che l’uso di nuovi paradigmi idrici otterrà il sostegno che merita anche in Europa.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE). (EN) Signora Presidente, è un piacere ascoltare un dibattito e poi poter rispondere e ascoltare quelli che erano presenti a Bali perché non sappiamo ancora abbastanza su cosa sta accadendo in quella sede.

Posso sollevare solo una questione particolare? È alla moda parlare del cambiamento climatico e proprio nel momento in cui le persone sono state coinvolte ho l’impressione che corriamo il rischio di non prestare loro attenzione. Dobbiamo stare molto attenti che ciò che noi suggeriamo e proponiamo sia fattibile e che disponiamo dei risultati pratici per dimostrarlo.

In relazione all’agricoltura, menzionata in particolare dall’onorevole Schierhuber: in Irlanda, ad esempio, il 28% delle nostre emissioni proviene dall’agricoltura. Ritengo che l’agricoltura abbia già contribuito in misura significativa. Dobbiamo ancora una volta essere attenti a non chiedere troppo all’agricoltura e a non rischiare la nostra sicurezza alimentare. Non è quindi un problema di facile risoluzione. Si è parlato delle foreste. Penso che dobbiamo pensare di incoraggiare quei continenti con grandi foreste a non depredarle, proprio come stiamo cercando di incoraggiare i nostri agricoltori a non coltivare pascoli permanenti a causa di tali importanti bacini di carbonio.

Facciamo quindi ciò che possiamo fare sulla scena internazionale e speriamo che le persone partecipino alla leadership europea in questo settore, perché senza di essa non abbiamo alcuna reale possibilità di raggiungere i nostri obiettivi.

 
  
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  Stavros Dimas, Membro della Commissione. (EL) Signora Presidente, vorrei ringraziare innanzi tutto i deputati del Parlamento europeo per i loro contributi molto positivi.

Una cosa è chiara: questa sera abbiamo sentito pareri che illustrano le posizioni di quanti, come gli Stati Uniti e l’Australia, non intendevano procedere alla ratifica del Protocollo di Kyoto. Queste opinioni sono state abbandonate, dato che l’Australia ha ratificato il protocollo di Kyoto e negli Stati Uniti, a livello sia federale sia nazionale, quelle opinioni non sono più accettate.

Ho anche sentito una dichiarazione errata, che sono sicuro l’onorevole deputato abbia espresso in buona fede, ossia che gli Stati Uniti registrano risultati migliori dell’UE. Come mostrano i dati per il 2005, tuttavia, gli Stati Uniti hanno aumentato le proprie emissioni di gas a effetto serra del 16,4%, mentre l’UE sta raggiungendo l’obiettivo di Kyoto e nel 2005 ha emesso in totale il 7,9% in meno rispetto ai livelli del 1990. Vi è pertanto un enorme divario fra i risultati ottenuti dall’UE e quanto gli Stati Uniti non riescono ad ottenere, e va osservato che gli Stati Uniti avrebbero dovuto ridurre le loro emissioni del 7% nell’ambito del protocollo di Kyoto, che hanno sottoscritto ma non ratificato. Anziché raggiungere l’obiettivo di -7%, le emissioni erano aumentate del 16,4% nel 2005, mente l’UE è sulla buona strada verso il conseguimento dell’obiettivo di -8%, già inferiore ai livelli del 1990.

Vorrei anche sottolineare che il problema più importante dell’Irlanda è il sostanziale aumento delle emissioni di biossido di carbonio provenienti dai trasporti. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento del 160% delle emissioni dei gas a effetto serra. Senza dubbio, la produzione agricola svolge un ruolo primario ed esistono diverse soluzioni in quel settore. Ad esempio, la Nuova Zelanda ha sviluppato speciali alimenti per animali, che stanno contribuendo fortemente a limitare le emissioni di biossido di carbonio.

Onorevoli deputati, il piano d’azione di Bali, concordato lo scorso dicembre, è un elemento importante nelle discussioni sul futuro regime internazionale per il cambiamento climatico. Il nostro risultato fondamentale è stato l’avvio di negoziati formali; vi sono adesso chiare indicazioni che l’obiettivo obbligatorio della lotta contro il cambiamento climatico sta per essere raggiunto, con riguardo all’accordo sul clima relativo al periodo successivo all’anno 2012. Nell’ambito della convenzione quadro sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, la creazione di un nuovo gruppo ad hoc è stata approvata per negoziare la cooperazione nel lungo periodo, insieme ad un gruppo di lavoro ad hoc già operativo nell’ambito del Protocollo di Kyoto. Tutte le parti che hanno aderito alla convenzione quadro delle Nazioni Unite, compresi gli Stati Uniti, parteciperanno a questi negoziati. Un’importante questione sarà il finanziamento della lotta contro il cambiamento climatico. Dobbiamo trovare il modo per velocizzare i finanziamenti, convogliare gli investimenti e rendere questi metodi ancora più rispettosi dell’ambiente: ciò incoraggerà la tecnologia pulita e gli sforzi tesi ad adeguarsi all’inevitabile impatto del cambiamento climatico, attraendo così investimenti sia dal settore pubblico sia, in larga misura, dal settore privato. Questo è un elemento centrale dei negoziati. Consentitemi, tuttavia, di sottolineare quanto sia importante che noi, nell’UE, agiamo senza indugi. Come mette in evidenza correttamente la sua risoluzione, fra le altre cose dobbiamo aumentare i nostri sforzi per integrare i parametri climatici nella nostra politica di sviluppo.

Sono convinto che possiamo avere ancora più successo in settori quali il commercio e gli investimenti a livello bilaterale e regionale. Anche l’ulteriore mobilitazione del settore privato è di vitale importanza e deve essere sfruttata maggiormente.

Prevenire la deforestazione è senz’altro molto importante. Come lei ha correttamente sottolineato, investimenti relativamente piccoli possono aiutarci a ottenere guadagni a livello sia di lotta contro il cambiamento climatico sia di prevenzione della perdita di biodiversità. Andremo in questa direzione perché la prevenzione della deforestazione può essere realizzata anche prima che sia concluso un accordo o che il nuovo accordo entri in vigore. Questo è pertanto un settore vitale in cui dobbiamo intervenire.

La Commissione è determinata ad aiutare l’UE a mantenere il suo ruolo di leader in queste nuove discussioni sui futuri accordi in materia di cambiamento climatico; mi affido fortemente al vostro sostegno in questo settore. Siamo all’inizio dei negoziati sulle politiche in materia di cambiamento climatico per il periodo 2012. Il ruolo di leader dell’UE nella questione del cambiamento climatico sarà cruciale per garantire che questo dialogo prosegua e dia risultati positivi. Dobbiamo, tuttavia, tenere sempre a mente che il nostro ruolo di guida dipende ed è influenzato dalle politiche e dalle misure che adottiamo nell’UE. L’attuazione nell’UE delle politiche climatiche e la rapida approvazione delle numerose misure sul clima e l’energia continueranno ad essere di cruciale importanza se vogliamo mantenere il nostro ruolo di guida e portare al successo gli sforzi internazionali nella lotta contro il cambiamento climatico.

Sottolineo ancora una volta che desideriamo proseguire e consolidare la cooperazione con il Parlamento in questo processo.

 
  
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  Presidente. – Comunico di aver ricevuto una proposta di risoluzione(1) in merito alla presente discussione ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà domani, 31 gennaio 2008.

Dichiarazioni scritte (articolo 142)

 
  
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  Valentin Bodu (PPE-DE), per iscritto.(RO) Abbiamo ricevuto da poco un documento relativo al cambiamento climatico che tutti possiamo percepire. Il testo, dal titolo Don’t fight, adapt - We should give up futile attempts to combat climate change (Non lottare, ma adattare – dobbiamo rinunciare ai tentativi futili nella lotta al cambiamento climatico), è stato inviato come lettera aperta al Segretario Generale dell’ONU.

Come indica il stesso titolo, 100 esperti ci stanno chiedendo di accettare il cambiamento climatico non con rassegnazione, bensì con entusiasmo, affermando che il CO2 è essenziale alla fotosintesi.

Non sono un chimico e tantomeno un biologo, ma non ho potuto non riconoscere i drammatici cambiamenti climatici che hanno avuto luogo negli ultimi anni. Non posso fare a meno di notare che non esistono più quattro stagioni, ma due. Non mi rassegnerò all’idea che tra 10 anni scierò al coperto, su una pista di un centinaio di metri. Non accetterò di poter prendere il sole unicamente tra le 5 e le 7 del mattino, per paura di un melanoma. Pertanto, mi sono detto: “la loro fotosintesi non potrebbe interessarmi meno, ciò che desidero è andare a sciare, prendere il sole e condurre una vita normale”.

 
  
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  Gyula Hegyi (PSE), per iscritto.(HU) Il vertice sul clima organizzato a Bali dall’ONU non ha avuto risultati particolari, ma ha spianato la strada a un nuovo accordo globale sul clima per il periodo successivo al 2012. Purtroppo, i maggiori responsabili delle emissioni di CO2, quali gli Stati Uniti e la Cina, si rifiutano ancora di far parte di questo importante processo che ha come obiettivo il futuro del nostro globo. Tuttavia, se consideriamo i lavori preparatori che sinora hanno avuto luogo per le presidenziali americane, possiamo sperare che vinca un candidato che si senta responsabile del futuro del nostro pianeta, al contrario di quanto accade con l’attuale amministrazione. Se gli Stati Uniti sottoscrivessero l’accordo sul clima, sarebbe, si spera, più semplice convincere la Cina. Ovviamente, non dobbiamo dimenticare che l’Europa è il maggiore consumatore di prodotti cinesi e, di conseguenza, quali compratori, anche noi contribuiamo alle emissioni di gas a effetto serra della Cina.

A Bali, i rappresentanti dell’Unione europea nelle loro dichiarazioni hanno parlato di una riduzione di emissioni di gas serra compresa tra il 25 e il 40% e lo scorso anno il Parlamento europeo ha votato a favore di una riduzione del 30%. Tuttavia, l’ultima relazione della Commissione raccomanda ancora una riduzione delle emissioni del solo 20% entro il 2020. Sarebbe opportuno rivedere tali obiettivi, al fine di garantire che siano gli stessi all’esterno e al di fuori dell’Unione europea e, per quanto mi riguarda, sono naturalmente a favore della riduzione più ambiziosa del 30%.

 
  
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  Daciana Octavia Sârbu (PSE), per iscritto.(RO) Il momento cruciale della Conferenza di Bali è stata l’adozione di una tabella di marcia per un futuro climatico sicuro, che costituisce un nuovo processo negoziale il cui completamento è previsto per il 2009, e che condurrà dopo il 2012 al riavvio dei negoziati relativi al riscaldamento globale, punto in cui termina la prima fase del protocollo di Kyoto.

Il risultato della Conferenza di Bali è stata l’importante decisione di definire la tabella di marcia: il Fondo di adeguamento, il trasferimento della tecnologia verde dai paesi ricchi a quelli poveri, misure per la riduzione delle emissioni provenienti dalla deforestazione e dal degrado delle foreste nei paesi in via di sviluppo. La lotta alla deforestazione è una priorità fondamentale nella politica ambientale europea, e uno sforzo congiunto da parte degli Stati membri contribuirà a contrastare il riscaldamento globale.

È un segnale incoraggiante che il piano di azione di Bali contenga strategie intese ad arginare i disastri ambientali e strumenti volti ad affrontare le perdite e i danni associati al cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo. L’Unione europea ha contribuito in modo significativo al buon esito di tale conferenza, garantendo che venissero tenute in debita considerazione le ultime raccomandazioni scientifiche del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico.

 
  
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  Csaba Sándor Tabajdi (PSE), per iscritto. (HU) Accolgo con favore il compromesso raggiunto al vertice di Bali sulla protezione del clima, nonché la decisione che la commissione parlamentare sul cambiamento climatico ha preso al riguardo.

Dal mio punto di vista, il compromesso di Bali costituisce una svolta, in quanto le parti hanno concordato un mandato per la negoziazione di un nuovo accordo sul cambiamento climatico che sostituisca il protocollo di Kyoto, che scadrà nel 2012. Al contempo, i paesi in via di sviluppo e gli Stati Uniti si sono per la prima volta impegnati al fine di ridurre l’impatto del cambiamento climatico.

La posizione dell’Ungheria è la stessa degli altri Stati membri dell’Unione europea. A marzo 2007 il Consiglio europeo ha deciso di ridurre le emissioni di gas serra del 20% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990. Al fine di raggiungere tale obiettivo ambizioso, la Commissione europea ha elaborato il proprio programma di un pacchetto sulla protezione del clima e le energie rinnovabili, fornendo pertanto un esempio agli altri paesi industrializzati.

Auspico che anche la sua relazione sull’agricoltura sostenibile e il biogas, adottata ieri dalla commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale del Parlamento europeo, contribuisca alla lotta al cambiamento climatico.

Desidero richiamare l’attenzione sul fatto che il cambiamento climatico è già un problema concreto in Ungheria, in quanto la desertificazione minaccia la regione tra il Danubio e il Tibisco. L’erosione ambientale e sociale dell’area di Homokhátság deve essere fermata, poiché costituirebbe un pericolo persino maggiore per la sussistenza di circa 800 000 persone.

Dobbiamo fermare la desertificazione di Homokhátság!

 
  
  

(La seduta, sospesa alle 20.40, è ripresa alle 21.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. GÉRARD ONESTA
Vicepresidente

 
  

(1)Vedasi processo verbale.

Ultimo aggiornamento: 7 ottobre 2008Avviso legale