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Procedura : 2006/0196(COD)
Ciclo di vita in Aula
Ciclo dei documenti :

Testi presentati :

A6-0505/2007

Discussioni :

PV 30/01/2008 - 19
CRE 30/01/2008 - 19

Votazioni :

PV 31/01/2008 - 8.7
Dichiarazioni di voto
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2008)0030

Discussioni
Giovedì 31 gennaio 2008 - Bruxelles Edizione GU

10. Dichiarazioni di voto
PV
  

Dichiarazioni di voto orali

 
  
  

- Interpretazione del Regolamento (articolo 19, paragrafo 1)

 
  
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  Richard Corbett (PSE). – (EN) Signor Presidente, spero che vorrà scusarmi, ma sono senza voce. Desidero far presente che ho votato a favore di questa interpretazione e vorrei aggiungere che il fatto che l’onorevole Hannan abbia paragonato, pur non volendo, il nostro voto con l’Ermächtigungsgesetz del 1933 di hitleriana memoria è stato un parallelismo del tutto inopportuno.

Ma un’affermazione così ridicola non fa altro che testimoniare il livello mentale della persona che la pronuncia. Abbiamo semplicemente confermato, secondo quanto previsto dalle nostre disposizioni, che l’articolo 19 del nostro Regolamento conferisce già al Presidente del Parlamento la facoltà di porre fine a un eccessivo ricorso a prassi quali richiami al regolamento, mozioni di procedura e così via “nei casi in cui il Presidente ritenga che vi sia il chiaro intento di pregiudicare in modo grave e duraturo lo svolgimento dei lavori dell’Aula o i diritti degli altri deputati”.

Il nostro non è un dibattito soffocante. Disponiamo di un ampio tempo di parola nelle discussioni, suddiviso in proporzione tra tutti i gruppi in base all’entità di ciascuno di essi. Si tratta semplicemente di una salvaguardia contro coloro che tentano di perturbare quest’Aula.

Le competenze conferite al nostro Presidente sono ben inferiori a quelle riconosciute nella maggior parte dei parlamenti nazionali, come nel caso del presidente della House of Commons. Facciamo bene ad adottare tale misura di salvaguardia, e faccio presente che l’ex leader del partito dell’onorevole Hannan, un membro della nostra commissione, ha in realtà votato a favore di tale provvedimento, e quindi, onorevole Hannan, il suo atteggiamento è intollerabile.

 
  
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  Presidente. – Onorevoli colleghi, la norma è la seguente.

Una volta iniziate le dichiarazioni di voto su un determinato argomento, in linea di principio – ribadisco, in linea di principio – la Presidenza non accoglie più oratori sullo stesso tema, ma considerata la sensibilità e l’argomento propongo di derogare a questa regola e di concedere la parola a tutti i colleghi che l’hanno chiesta.

 
  
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  Mirosław Mariusz Piotrowski (UEN). (PL) Signor Presidente, considerato il fatto che la prima votazione per appello nominale in merito a una modifica al Regolamento non è stata riportata nei nostri documenti, si è insinuato un certo errore. Parlo qui a nome mio e anche a nome degli onorevoli Czarnecki e Libicki. Abbiamo votato a favore della richiesta dell’onorevole Farage alzando la mano, e abbiamo pensato che la votazione per appello nominale si riferisse anche a questo, ed è venuto fuori un errore. Desideriamo pertanto correggerlo qui oralmente. Al contempo stiamo registrando elettronicamente una modifica al voto che abbiamo espresso riguardo alla controproposta.

 
  
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  Bogdan Pęk (UEN). (PL) Signor Presidente, sollevo la stessa questione: noi qui, in un gruppo di vari deputati, abbiamo votato contro le nostre convinzioni; infatti non avremmo dovuto votare a favore di questa modifica del Regolamento, che chiaramente non è un emendamento democratico; qui, nel cuore dell’Europa democratica, viene introdotta una disposizione che attribuisce potere assoluto al Presidente del Parlamento. Soluzioni di così vasta portata non sono previste in alcun parlamento democratico, e quindi era nostra intenzione votare contro, ma a causa dell’errore di cui ha accennato l’onorevole Piotrowski, il nostro voto è andato a favore. Questa situazione riguarda gli onorevoli Bogdan Pęk, Dariusz Grabowski e Andrzej Zapałowski.

 
  
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  Dariusz Maciej Grabowski (UEN). (PL) Signor Presidente, come affermato dal precedente oratore, anch’io chiedo che venga modificato il mio voto relativo al Regolamento. Il voto espresso non è in linea con le mie convinzioni, e quindi chiedo di correggerlo. Non sono a favore della modifica del Regolamento.

 
  
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  Christopher Heaton-Harris (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, posso ringraziarla per l’interpretazione estremamente saggia dei suoi nuovi poteri che ci permettono di formulare dichiarazioni di voto anche se non abbiamo inserito i nostri nomi in elenco per la presente relazione? Posso anche ringraziarla per aver concesso all’onorevole Corbett altri trenta secondi per un inciso di carattere politico che potrebbe non essere effettivamente pertinente con la questione in oggetto?

Intervengo solo per sottolineare che penso davvero che questo sia un’aberrazione del nostro regolamento. Sono molto preoccupato al riguardo. Mi sono messo in contatto con la Presidenza che mi auguro rispetti le opinioni della minoranza di quest’Aula. L’onorevole Corbett ha dichiarato che abbiamo avuto l’opportunità di intervenire nell’ambito dei dibattiti in seno a quest’Assemblea perché tutti i gruppi ottengono il tempo di parola. Ahimè, come abbiamo avuto modo di vedere oggi, talvolta alcuni gruppi non sono tolleranti come altri nei confronti di punti di vista divergenti. È molto difficile ottenere il tempo di parola per quei deputati che esprimono l’opinione di una minoranza all’interno di un grande gruppo. La ringrazio davvero moltissimo per averci permesso di chiarire la nostra posizione.

 
  
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  Ewa Tomaszewska (UEN). (PL) Signor Presidente, anch’io sono stata fuorviata. Credevo che stessimo verificando la votazione precedente. Sono assolutamente contraria a questa interpretazione dell’articolo 19, che colloca gli elementi procedurali al di sopra di principi e diritti, soprattutto della libertà di parola.

 
  
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  Syed Kamall (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, la ringrazio profondamente per aver dimostrato una tale discrezione riguardo al tema in oggetto e per avermi concesso di prendere la parola e di formulare la mia dichiarazione di voto.

Ho capito che cosa stavo votando riguardo a questo argomento e, com’è ovvio, non ho votato a favore. Comprendo bene che alcuni in quest’Aula interpretino il Regolamento e lo capisco nel senso che siamo nell’ambito del nostro Regolamento al riguardo.

Tuttavia quello che vorrei aggiungere è che dobbiamo usare sempre molta cautela quando si tratta di conferire poteri a un presidente. Non ho alcun dubbio che il Presidente e il vicepresidente dell’attuale Parlamento useranno questi poteri con estrema prudenza e sono sicuro che accoglieremo positivamente ciò. Ma che dire dei futuri presidenti? Che cosa aspettarsi dai presidenti a venire che decidono di interpretare queste norme come credono più opportuno, di non approvare il dissenso e di soffocarlo?

Dobbiamo stare attenti a non imboccare una brutta china, o percepita come tale, a non finire in una situazione di dittatura anziché di diversità di opinioni. Pertanto, mi rivolgo a ognuno di voi, il vero banco di prova di una democrazia è il trattamento riservato alle minoranze e se queste ultime vengono trattate bene, allora possiamo essere tutti certi di essere dinanzi a una vera democrazia.

 
  
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  Hans-Peter Martin (NI).(DE) Signor Presidente, finora non ho mai usato la parola “dittatoriale” riferendomi alle istituzioni europee, nonostante tutte le critiche mosse negli anni. Penso e sono convinto che ciò che è oggi è diventato possibile grazie a questa attribuzione al Presidente di poteri di portata straordinariamente vasta spalanchi le porte al despotismo. Non possiamo sempre partire dal presupposto – e di certo non in quest’Aula – che il Presidente agirà sempre con imparzialità e perfetto equilibrio. La decisione presa qui e contro la quale ho votato, naturalmente, conferisce ora al Presidente un incredibile potere arbitrario e questo Parlamento si trasformerà di conseguenza in un Emiciclo arbitrario. I cittadini d’Europa non meritano questo! Credo che qui si sia chiaramente superato il limite e che questa scelta comporterà pesanti problemi democratici.

 
  
  

– Relazione Armando França (A6-0507/2007)

 
  
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  Syed Kamall (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, chiedo scusa, ma sono stato trattenuto un attimo da un collega. Stavamo discutendo di democrazia: un concetto di estrema importanza che senza dubbio tutti appoggiano in quest’Aula, anche se non sempre ci comportiamo di conseguenza.

Capisco gli emendamenti presentati in merito alla relazione in termini di cooperazione tra le varie unità speciali d’intervento, ma non dobbiamo dimenticare che in realtà si tratta di un emendamento alla Decisione di Prüm. I conservatori britannici si sono opposti in origine a tale Trattato. Il motivo era dovuto al fatto che, inizialmente, era un accordo sulla cooperazione tra un numero limitato di Stati membri. Sotto la presidenza di uno degli Stati membri, potevano decidere di estendere tale disposizione senza una consultazione adeguata. Persino il Garante europeo della protezione dei dati doveva presentare il suo parere dopo aver capito di non essere stato consultato.

Noi, in quanto conservatori, siamo contrari al ricorso di unità d’intervento rapido transfrontaliere e all’attuazione della Decisione di Prüm, e pertanto non appoggiamo gli emendamenti relativi a quest’ultimo.

 
  
  

– Relazione Markus Ferber (A6-0505/2007)

 
  
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  Jim Higgins (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, i miei colleghi irlandesi del PPE-DE sono ora totalmente a favore dalla liberalizzazione dei servizi postali all’interno dell’Unione, e abbiamo votato di conseguenza. Agiamo così consapevoli che il servizio universale è garantito a tutti i cittadini dell’Unione, e che sono state adottate misure specifiche al fine di soddisfare l’obbligo di servizio in aree rurali e scarsamente popolate attraverso un numero sufficiente di punti di accesso.

(GA) Signor Presidente, desidero anche fare presente che è altrettanto importante disporre di servizi postali per gli ipovedenti e per i non vedenti. I miei colleghi irlandesi del PPE-DE e io ci rivolgiamo a tutti gli Stati membri affinché mantengano servizi postali facilmente disponibili a livello nazionale o che introducano tali servizi in zone dove non sono attualmente previsti.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE).(CS) Signor Presidente, oggi, dopo molti anni, le nostre discussioni sono giunte al termine e noi abbiamo deciso di fornire a tutti i cittadini dell’Unione europea un mercato dei servizi postali totalmente aperto. È un’importante pietra miliare sulla strada che ci porterà a un mercato unico dei servizi postali e che non pregiudica i servizi pubblici. Sono soddisfatta che siamo riusciti a raggiungere un compromesso sensibile, ad esempio sono state salvaguardate le consegne postali nelle zone periferiche.

Inoltre, la direttiva non impedisce agli Stati membri di mantenere una serie di misure eccezionali, quali i servizi postali gratuiti per le persone ipovedenti, sebbene oggi il Parlamento abbia respinto uno specifico articolo al riguardo.

L’avvento di nuovi mezzi elettronici di comunicazione sta incidendo in misura determinante sulle diverse tendenze della domanda di servizi postali: la liberalizzazione porterà a una migliore, e soprattutto più flessibile, risposta a una gamma più ampia di servizi per prodotti postali. Ritengo che questo comporterà anche una riduzione dei prezzi rispetto a servizi più efficienti e mi complimento con tutti noi per il compromesso raggiunto.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE).(SK) Onorevoli colleghi, mi spiace molto che l’emendamento n. 3, identico all’emendamento n. 18, relativo a servizi postali gratuiti per non vedenti o ipovedenti, non sia stato integrato nella relazione Ferber. Essere ciechi o ipovedenti è una disabilità che rende impossibile vedere il mondo attraverso gli occhi. Tuttavia, credo che coloro che sono in tale condizione sentiranno con il cuore le 321 voci di quei deputati che hanno votato a favore della direttiva modificata. Poiché il testo è stato adottato in fase di seconda lettura, ritengo che gli Stati membri, in linea con il principio della sussidiarietà, risolveranno il problema con piena soddisfazione di chi è non vedente o ipovedente.

 
  
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  Syed Kamall (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, prima di diventare deputato del Parlamento europeo, avevo un lavoro vero. Una parte della mia attività consisteva nel prestare consulenza alle società riguardo ai settori liberalizzati di recente, quali il mercato delle telecomunicazioni, dei servizi postali (in misura limitata) e dell’energia. Quello cui abbiamo assistito con il processo di liberalizzazione delle telecomunicazioni è stata una vera e propria esplosione nella scelta. Abbiamo visto letteralmente esplodere l’innovazione. La concorrenza si è tradotta in una diminuzione dei prezzi, nonché in consumatori e imprese su tutto il territorio europeo, il che ha portato a sviluppare l’innovazione e a rafforzare la scelta per tutti gli utenti. Speriamo che, grazie alla direttiva in questione, quello a cui assistiamo oggi sia lo stesso regime di mercato applicato all’industria delle telecomunicazioni e ora utilizzato per il settore postale, e che l’Europa sarà teatro di un tripudio di ricchezza, innovazione e servizi migliori e che, alla fine di tutto, siano i consumatori a vincere.

 
  
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  Christopher Heaton-Harris (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, desidero associarmi a quanto affermato dall’onorevole Kamall nell’ultima parte del suo intervento, in quanto sono fermamente convinto che la liberalizzazione del settore dei servizi postali sia il cammino verso l’innovazione e la scelta dei consumatori.

È tuttavia per me un grosso problema la definizione di servizi universali e di come si applichi ai servizi rurali. All’inizio di questa settimana, nella mia circoscrizione nel Regno Unito, è stato diffuso l’annuncio che sarebbero stati chiusi sette uffici postali. Questa decisione è stata presa a seguito di una massiccia consultazione. Alcuni di questi uffici erano redditizi. Dai risultati della consultazione è emerso che quasi la totalità degli intervistati era a favore del loro mantenimento in attività. Tuttavia, a causa di una definizione di quale servizio è richiesto dal governo, la consultazione si è trasformata in una farsa, e nessuno è stato preso in considerazione. I servizi rurali verranno decimati in località quali Staverton, Hellidon, Brington e Harlestone, e Milton Malsor nel mio collegio elettorale.

Sono pertanto molto preoccupato riguardo l’attuazione negli Stati membri della direttiva in parola.

 
  
  

Proposta di risoluzione: Situazione in Iran (B6-0046/2008)

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE). – (SK) Onorevole Presidente, vorrei fosse messo a verbale che era mia intenzione votare a favore della risoluzione sulla situazione in Iran, ma non ho sentito correttamente l'interpretazione all'apertura della votazione nominale e non ho appoggiato sul bottone al momento del voto finale.

 
  
  

– Proposta di risoluzione sui risultati della Conferenza sul cambiamento climatico (Bali) (B6-0059/2008)

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE).(CS) Signor Presidente, sono convinta che l’uomo dovrebbe ridurre le conseguenze negative che la sua attività produce sul clima di questo pianeta. Non solo l’Unione, ma tutto il mondo deve essere coinvolto nel processo di rallentamento del cambiamento climatico.

Per questo motivo nell’ambito della nostra politica di sviluppo dobbiamo aspirare a realizzare strumenti più efficienti e dobbiamo fornire assistenza ai paesi in via di sviluppo affinché dispongano dei mezzi necessari per adeguarsi all’impatto del cambiamento climatico e ridurre le emissioni dei gas a effetto serra. È uno dei prossimi importanti problemi che dobbiamo affrontare, un aspetto evidenziato nella risoluzione di oggi sulla Conferenza di Bali.

 
  
  

– Relazione Fiona Hall (A6-0003/2008)

 
  
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  Milan Gaľa (PPE-DE).(SK) Onorevoli colleghi, permettetemi di dire che, in quanto proprietario di una piccola centrale idroelettrica, so bene che cosa significhi produrre elettricità da fonti rinnovabili. Purtroppo, conosco anche molto bene i problemi, spesso creati artificiosamente, che devono affrontare coloro che intendono generare e distribuire energia seguendo questa via.

Sono anche proprietario di una casa di famiglia abbastanza datata. Nel 2001 ho effettuato ampi lavori di ristrutturazione, utilizzando i miei fondi personali, allo scopo di ottenere un livello più elevato di efficienza energetica. So che un chilowatt risparmiato è positivo come un chilowatt prodotto. Accolgo con favore il piano d’azione per l’efficienza energetica (a favore del quale ho votato) per varie motivazioni tra quelle enunciate qui. Detto questo, trovo oltremodo deplorevole che la Commissione europea e molti governi degli Stati membri siano responsabili di trascurare le misure a favore del risparmio energetico e di sottovalutarne costantemente l’importanza strategica e l’esigenza di farne una priorità politica.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE).(CS) Signor Presidente, accolgo con favore il piano d’azione per l’efficienza energetica, in cui si chiede un sostegno finanziario al fine di introdurre quanto prima tecnologie di punta che contribuiscono a salvare l’ambiente. Questa scelta si tradurrà anche in una minore dipendenza dagli approvvigionamenti di energia dall’est.

Il sistema di scambio delle quote di emissione è tuttavia controverso. Potrebbe rispondere al suo scopo se i singoli paesi dell’Unione partissero tutti dallo stesso punto. Si devono applicare condizioni speciali alle economie meno sviluppate, come nel caso della Repubblica ceca. È altresì necessario fornire sostegno al fine di migliorare l’efficienza energetica degli edifici di nuova costruzione. Questo può essere forse il modo più efficace per un’inversione di tendenza, in quanto ogni anno l’aumento del consumo di energia è ancora maggiore rispetto ai risparmi ottenuti applicando tecnologie adeguate, e tale situazione si protrarrà nel futuro.

Il partenariato pubblico-privato sosterrà le attività di ricerca, nonché l’applicazione pratica delle tecnologie di risparmio energetico in conformità della strategia di Lisbona. Il requisito secondo cui gli elettrodomestici devono essere dotati di un’etichetta che riporti le informazioni relative all’energia non deve trasformarsi in un onere a carico dei produttori e le indicazioni non devono fuorviare i consumatori.

 
  
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  Syed Kamall (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, a differenza del collega che mi ha preceduto, non ho una centrale elettrica di proprietà, ma possiedo una vecchissima e meravigliosa casa del 1840. Se caso mai le capitasse di passare da Londra, sarà più che gradito ospite se vorrà passare a prendere un tè. Ma quello che vorrei dire è che, a prescindere da quello che si pensa riguardo al cambiamento climatico, ritengo che tutti possiamo essere d’accordo sulla necessità di efficienza energetica.

È possibile che non lo capiate, ma io rappresento Londra, la più grande città del mondo, capitale del più grande paese del mondo. Abbiamo palazzi di uffici ed edifici le cui luci rimangono accese tutta la notte. È un segno di successo, ma dovrebbero essere consapevoli dell’efficienza energetica.

Abbiamo anche un numero esorbitante di strutture destinate al settore della ristorazione, come ristoranti e birrerie, e di recente, a causa del divieto di fumare, questi locali sono stati costretti a installare stufe elettriche nei dehors per accontentare i clienti che desiderano sedere fuori a fumarsi una sigaretta. Quello che mi preoccupa è che vietare l’uso di queste stufe è una misura del tutto sproporzionata, in quanto queste apparecchiature sono responsabili di meno dello 0,1% delle emissioni di CO2. Cerchiamo di inserire la questione nel contesto. Tutti abbiamo bisogno di una migliore efficienza energetica, ma dobbiamo trovare soluzioni percorribili.

 
  
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  Christopher Heaton-Harris (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, al pari di tutti i presenti di quest’Aula, conosco le statistiche comunemente disponibili che dimostrano che in futuro potremmo risparmiarci una tonnellata di energia e una tonnellata di problemi se impiegassimo l’energia con maggiore efficienza.

Non ho votato la relazione in questione, perché ho dimenticato di esprimere una dichiarazione di interesse, di interesse finanziario, non meno. Al paragrafo 22, il documento chiede di eliminare i meccanismi forfettari deresponsabilizzanti tramite i quali gli utenti comprano l’energia, a prescindere che si tratti di elettricità o di gas. Io ho aderito a un sistema di questo genere nel Regno Unito e l’ho fatto perché è facile preventivare l’importo delle bollette e nel Regno Unito milioni di persone, in genere le meno abbienti, optano esattamente per la stessa soluzione. Ritengo che limitare la scelta al riguardo significhi compiere un passo indietro.

Sono anche dell’avviso che dovremmo dimostrare di essere coerenti rispetto a quanto abbiamo chiesto in passato proprio in quest’Aula e a come ci comportiamo. Parliamo di efficienza e di risparmio di energia, eppure abbiamo ancora ostacoli negli scambi con la Cina, come una pesante tassa sulle lampadine a basso consumo importate da tale paese. Pertanto ci comporteremo da ipocriti se approviamo la presente relazione e non interveniamo su provvedimenti di questo genere.

 
  
  

– Relazione Carl Schlyter (A6-0495/2007)

 
  
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  Christopher Heaton-Harris (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, intervengo riguardo alla presente relazione perché detesto nel modo più assoluto la politica comune della pesca e il disastro ecologico che ha causato per il mio paese e le acque che lo circondano.

Il testo presenta vari elementi positivi, in quanto riduce la quantità di pesce rigettato, catturato e non necessario, o per la cui specie ai pescatori non è stato assegnato un contingente adeguato. Ma questo non risolve il problema alla radice, ed è per tale ragione che è una politica che merita di essere gettata nel bidone della spazzatura.

Non salvaguarda le risorse ittiche, non aiuta i pescatori e infatti nel mio paese molti operatori del settore ritengono che la cosa migliore sarebbe eliminarla. Nel mondo sono innumerevoli gli esempi che mostrano una politica della pesca che aiuta a conservare le specie, grazie alla quale i pescatori mantengono il posto del lavoro e fanno ciò che vogliono. L’Islanda ha contingenti trasferibili che diventano proprietà dei pescatori e delle loro famiglie e che possono essere trasmessi tra generazioni.

Non ci stiamo dimostrando abbastanza saggi o intelligenti con questa politica e dovremmo sbarazzarcene.

 
  
  

– Proposta di risoluzione su una strategia europea per i Rom (B6-0050/2008)

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE).(SK) Signor Presidente, i 12 milioni di Rom sparpagliati in tutta Europa hanno anche un posto nella nostra attuale società multiculturale. L’Europa deve fornire una risposta ai problemi non di rado complessi della comunità Rom. Questo è il motivo per cui è necessario proporre un approccio composito alla loro soluzione.

Poiché sono fermamente convinta che l’istruzione e il conseguente sviluppo educativo possano interrompere il circolo vizioso di discriminazione nei confronti dei Rom, ho votato a favore della proposta di risoluzione. Il programma EQUAL, incentrato sul sostegno ai gruppi emarginati, sortisce buoni risultati nell’uso pratico. È importante apprezzare le attività di associazioni, soprattutto il lavoro della società Kolping, che ha creato centri di consulenza che offrono assistenza nel trovare un posto di lavoro a disoccupati da lungo tempo.

Sussiste il pericolo che attività di tale rilievo vengano sospese in Slovacchia a causa del ritardo sul rifinanziamento di iniziative attuate. Chiedo quindi di eliminare gli ostacoli che decretano l’insolvenza di associazioni senza scopo di lucro e di autorità locali, impossibilitate così ad avviare altri progetti. Ritengo che la Commissione verificherà con maggiore attenzione le strategie nazionali e armonizzerà, ricorrendo ai metodi migliori, i progressi congiunti degli Stati membri compiuti in collaborazione con organizzazioni Rom e internazionali.

 
  
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  Philip Claeys (NI).(NL) Signor Presidente, non ho votato a favore della risoluzione, in quanto il documento presenta tutte le odiose caratteristiche tipiche dei testi adottati in quest’Aula in merito alla discriminazione. Occorre una strategia quadro, occorre istituire una task force speciale preposta al coordinamento della strategia quadro, è verosimilmente necessario assumere altro personale da destinarle, e via di seguito.

È sottinteso che i Rom devono essere in grado di godere dei loro diritti fondamentali in quanto cittadini dell’UE e che è inaccettabile qualora non possano, ma la presente risoluzione è l’ennesimo esempio di eccessivo coinvolgimento. I Rom dovrebbero anche essere incoraggiati ad assumersi le loro responsabilità, un aspetto del tutto ignorato qui.

Gli emendamenti presentati dall’onorevole Angelilli erano giustificati. Problemi quali i matrimoni forzati e la posizione svantaggiata di donne e bambini devono essere risolti all’interno delle stesse comunità Rom. Non è di alcun aiuto se ci ostiniamo ad affermare che tutti i problemi che queste persone devono affrontare sono imputabili alla discriminazione. Devono anche essere spronati a far fronte alle loro responsabilità.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE).(CS) (Inizio dell’intervento non udibile) Ogni Stato membro affronta problematiche che riguardano la comunità Rom e che possono essere risolte in tempi rapidi. Per questo motivo non sono d’accordo sul fatto che la risoluzione, un documento articolato ma di carattere solo generale, citi un solo esempio concreto: la Repubblica ceca, e più precisamente il campo di concentramento di Lety.

Ciononostante ho sostenuto la soluzione generale, ma ho un’obiezione. La Commissione è esortata a porre termine alle attività di ingrasso dei suini sul sito dell’ex campo di concentramento di Lety, che, secondo me, non è adatto e a contribuire all’edificazione di un monumento commemorativo. Invito anche la Commissione a fornire fondi sufficienti onde aiutare la Repubblica ceca ad affrontare la situazione.

Dato che il Parlamento europeo menziona solo la Repubblica ceca quale esempio concreto, ritengo che dovrebbe diventare una priorità della Commissione europea e per le sue risorse finanziarie.

 
  
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  Milan Horáček (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, la proposta adottata oggi è un ulteriore benché ancora titubante passo verso una vera strategia per l’integrazione dei Rom. Il Parlamento ha chiesto oggi di trasferire le attività di ingrasso dei suini sul sito dell’ex campo di concentramento di Lety, come fece tre anni or sono, per erigervi un monumento commemorativo.

Questo esempio pratico dimostra ancora una volta che le attuali misure sono inadeguate. Le azioni sociopolitiche intraprese lì, come in molti altri paesi europei, lasciano molto a desiderare. Una reale integrazione dei Rom nella nostra società comproverebbe concretamente che le pietre angolari della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti umani formano ancora la base della Comunità europea.

 
  
  

Dichiarazioni di voto scritte

 
  
  

− Interpretazione del Regolamento (articolo 19, paragrafo 1)

 
  
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  Alyn Smith (Verts/ALE), per iscritto. − (EN) il modo in cui il Parlamento gestisce le votazioni è approssimativo, e questa decisione lo peggiorerà. Questo significa che i diritti delle minoranze sono stati ridotti. Per le minoranze sarà più difficile garantire la credibilità dei voti in seno al Parlamento. Dobbiamo ammettere che alcuni vicepresidenti sono notevolmente migliori di altri.

In ogni caso, sono dell’avviso che la politica della “votazione elettronica per tutto” funzioni piuttosto bene. I deputati devono essere presenti al loro posto e prestare attenzione (e, parliamoci in tutta onestà, molti non lo fanno) e la mancanza di verifiche e contestazioni alle decisioni della Presidenza indica che le sessioni procedono effettivamente senza difficoltà e che tutti i voti vengono registrati per un controllo a posteriori, affinché i nostri elettori possano vedere, sul registro, quanti singoli membri votano.

 
  
  

− Relazione Michael Cashman (A6-0511/2007)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione presentata dal mio collega britannico, l’onorevole Michael Cashman, in sede di prima lettura conformemente alla procedura di codecisione, relativa a un regime semplificato per il controllo delle persone alle frontiere esterne, basato sul riconoscimento unilaterale di determinati documenti, da parte di Bulgaria, Repubblica ceca, Cipro, Lettonia, Ungheria, Malta, Polonia, Romania, Slovenia e Slovacchia, come equipollenti ai loro visti nazionali ai fini del transito nel loro territorio. Mi esprimo altresì a favore degli emendamenti avanzati dalla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni volti a tenere conto della nuova situazione delineatasi nell’area Schengen nonché del fatto che, a partire dal 21 dicembre 2007, molti dei paesi destinatari della misura sono diventati membri di tale area con conseguente eliminazione delle frontiere interne.

 
  
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  Alessandro Battilocchio (PSE), per iscritto. − Sono stato relatore per la Commissione Sviluppo del rapporto “Sull’attraversamento delle frontiere esterne” e saluto dunque con soddisfazione l’ottimo lavoro del collega Cashman. Nel 2008 il sogno del 1957 ha fatto un ulteriore passo avanti: la famiglia europea ha formalmente allargato i suoi confini. Altre frontiere sono cadute e lo “spazio Schengen” si è decisamente ampliato, con evidenti risvolti positivi. Tuttavia sarebbe importante che, oltre all’ambito fisico-geografico, si mettesse maggiore impegno nel campo della politica e della economia. Ancora oggi i 27 Stati hanno in molti settori una impostazione distinta e, in alcuni casi, distante: su troppi ambiti manca una sinergia di fondo ed il quadro che ne emerge è del tutto disorganico. L’Unione Europea deve implementare le modalità di sintesi delle politiche e delle strategie degli Stati membri: ben venga, dunque, la libera circolazione dei cittadini e dei mezzi, ma si insista con maggiore convinzione sulla necessità di creare una cornice politico-normativa finalmente omogenea.

 
  
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  Adam Bielan (UEN), per iscritto. (PL) La relazione oggetto della votazione di oggi è un testo fondamentale ai fini dell’introduzione di un regime semplificato per il controllo delle persone alle frontiere esterne dell’UE. In conformità della nuova disciplina, i visti rilasciati dalla Polonia e dai nuovi Stati membri conferiscono gli stessi diritti di quelli emessi dagli altri Stati membri. Questo significa che i cittadini dell’Ucraina, per esempio, potranno viaggiare sul territorio dell’UE con un visto emesso dalle autorità polacche.

Desidero anche sottolineare che la presente relazione è una sorta di risposta all’allargamento dell’area Schengen, che facilita il transito dei cittadini di paesi terzi all’interno dell’UE. Ammetto che un aspetto positivo è il rafforzamento dell’azione in seno all’UE al fine di contrastare il traffico e il contrabbando di stupefacenti, la tratta di esseri umani, di organi umani e di armi illegali, e lottare contro il terrorismo. A tale riguardo, sono assolutamente a favore della relazione dell’onorevole Michael Cashman.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. (PT) L’obiettivo della presente iniziativa è far sì che Cipro e i due paesi che hanno aderito all’UE nel 2007, vale a dire Romania e Bulgaria, che siano in grado di introdurre un regime semplificato per il controllo delle persone alle frontiere esterne, basato sul riconoscimento unilaterale dei visti e dei permessi di soggiorno.

Tale riconoscimento è limitato al transito sul territorio di questi tre Stati membri per un periodo di cinque giorni.

Sono fortemente a favore di questo regime semplificato in quanto i cittadini di paesi terzi titolari di un visto emesso da un altro Stato membro che beneficerebbero di questo sistema sono già stati sottoposti a un severo processo di controllo in quest’ultimo paese e non sono stati ritenuti una minaccia per l’ordine pubblico o un rischio in termini di immigrazione illegale.

Le norme sul riconoscimento unilaterale dei visti e dei permessi di soggiorno sono state introdotte per la prima volta nell’acquis comunitario sui visti nel 2006, e avevano quale obiettivo quello di semplificare il transito di determinate categorie di persone evitando, al contempo, di gravare i funzionari consolari di inutili oneri amministrativi.

Per nove paesi che hanno aderito all’UE nel 2004 e sono diventati membri a pieno titolo dell’area Schengen a partire dal 21 dicembre 2007, il riconoscimento reciproco di tali documenti è diventato obbligatorio al termine del periodo di transizione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Come nel caso della relazione sulla Svizzera e sul Liechtenstein, riteniamo che sia importante sottolineare che, in generale, questi accordi dovrebbero rientrare in un più ampio quadro che miri anche a promuovere i diritti dei lavoratori immigrati e a proteggerli contro il vergognoso fenomeno dello sfruttamento, nonché a incoraggiare l’esercizio effettivo dei loro diritti e della loro integrazione garantendo, ad esempio, il diritto al ricongiungimento famigliare, applicando la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, in merito alla quale vorremmo far presente che deve ancora essere ratificata da alcuni Stati membri dell’UE, elaborata sotto gli auspici dell’ONU, uno strumento giuridico inteso a salvaguardare la difesa dei diritti umani dei lavoratori migranti, in particolare il diritto inalienabile alla vita familiare.

In altre parole, facilitare la circolazione dei cittadini tra i vari paesi non dovrebbe essere usato come uno strumento per agevolare lo sfruttamento della forza lavoro temporanea e a basso costo “scaricata” senza difficoltà, aumentare lo sfruttamento e la pressione sui salari, promuovere condizioni precarie, deregolamentare i rapporti di lavoro, alimentando un approccio retrogado in termini di diritti dei lavoratori e condizioni sociali nel complesso, ma per contrastare tali fenomeni.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. − (DE) È un segreto di Pulcinella il fatto che molti Stati orientali rappresentino una minaccia potenzialmente enorme; criminalità organizzata in bande, prostituzione, tratta di esseri umani e reati legati al traffico della droga sono tutti troppo spesso controllati dall’est. E molti dei nostri nuovi Stati membri sono considerati paesi di transito, un passaggio attraverso il quale si può raggiungere l’Europa occidentale.

Si attende quindi da tempo l’introduzione di controlli più rigidi alle frontiere esterne orientali dell’UE al fine di garantire che l’abolizione delle frontiere di Schengen non degeneri in un “biglietto gratuito per i criminali”. Per tale motivo anch’io ho votato a favore della relazione Cashman.

 
  
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  Frank Vanhecke (NI), per iscritto.(NL) Non ho votato a favore della relazione in questione. In passato ho espresso più volte le mie riserve fondamentali riguardo al sistema Schengen, e quindi oggi non posso accettare il principio del reciproco riconoscimento contenuto nel testo in oggetto. Schengen dipende ovviamente dal controllo a tenuta stagna delle sue frontiere esterne. Il Presidente della Commissione Barroso può raccontarci mille volte che l’allargamento di Schengen non comporterà una diminuzione della sicurezza, ma la realtà è ben diversa. Per esempio, gli esperti nel campo della sicurezza dell’entourage del Cancelliere Merkel rilevano una situazione estremamente deficitaria delle nuove frontiere esterne orientali nonché nella cooperazione tra le forze di polizia nazionali. È ampiamente diffuso il timore che l’immigrazione illegale registri un aumento vertiginoso. Ancora una volta, le illuminate menti di Eurolandia partecipano a riflessioni piene di aspirazioni e giocano con la sicurezza dei cittadini europei.

 
  
  

– Relazione Panayiotis Demetriou (A6-0509/2007)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione presentata dal mio ottimo collega, onorevole Panayiotis Demetriou, in sede di prima lettura conformemente alla procedura di codecisione, relativa a una modifica della decisione del 2006 che introduce un regime semplificato per il controllo delle persone alle frontiere esterne, basato sul riconoscimento unilaterale da parte degli Stati membri, ai fini del transito nel loro territorio, di determinati documenti di soggiorno rilasciati dalla Svizzera e dal Liechtenstein. Mi esprimo altresì a favore degli emendamenti tecnici avanzati dalla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni volti ad allineare il testo con le disposizioni originali, in particolare le disposizioni territoriali.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Come abbiamo sottolineato, le misure e gli accordi che facilitano la circolazione di cittadini di paesi diversi dovrebbero basarsi sui principi dell’equilibrio e dei vantaggi reciproci a favore delle varie parti interessate.

Desideriamo rammentare i precedenti accordi conclusi tra CE e Svizzera in merito alla libera circolazione delle persone, i quali rivestivano un particolare interesse per il Portogallo, considerato che oltre 100 000 portoghesi hanno un’occupazione in quel paese, tra cui varie migliaia di lavoratori stagionali. Questi accordi contribuirebbero a ovviare a molte limitazioni e a risolvere vari problemi che devono affrontare i lavoratori portoghesi in Svizzera, ad esempio, per quanto riguarda il cambiare lavoro o professione, il ricongiungimento familiare, il trasferimento in un altro cantone o la protezione sociale dei lavoratori e delle rispettive famiglie.

In questo senso, e in generale, gli accordi in oggetto dovrebbero rientrare in un più ampio quadro che miri anche a promuovere i diritti dei lavoratori immigrati e a proteggerli contro il vergognoso fenomeno dello sfruttamento.

Facilitare la circolazione dei cittadini tra i vari paesi non dovrebbe essere usato come uno strumento per agevolare lo sfruttamento della forza lavoro temporanea e a basso costo “scaricata” senza difficoltà, indebolire i rapporti di lavoro, e, in particolare, per alimentare un approccio retrogado in termini di diritti dei lavoratori e condizioni sociali.

 
  
  

– Relazione Philippe Morillon (A6-0001/2008)

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. (PT) La proposta presentata dalla Commissione europea mira a migliorare e semplificare la normativa in materia che risale a dieci anni fa. Negli ultimi dieci anni l’acquacoltura è stato il settore dell’industria agro-alimentare che ha registrato la crescita più rapida e oggi in Europa occupa oltre 80 000 addetti.

La crescente importanza assunta dal settore, sia in termini economici che sociali, garantisce la disponibilità di informazioni più adeguate. L’obiettivo è pertanto migliorare la raccolta e la trasmissione dei dati. È altresì fondamentale armonizzare i dati tra gli Stati membri.

Ho di conseguenza deciso di votare a favore della proposta in parola, che presenta una formulazione migliore grazie agli emendamenti avanzati dal Parlamento europeo.

 
  
  

– Relazione Armando França (A6-0507/2007)

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. (PT) L’aumento, soprattutto negli ultimi dieci anni, delle minacce e degli attacchi terroristici, insieme alle relative conseguenze devastanti, hanno reso una necessità impellente l’introduzione delle misure e degli strumenti adeguati per contrastare questa piaga.

Si tratta di una minaccia comune che richiede una risposta globale, una risposta che fornisca i mezzi, le risorse e la conoscenza di esperti onde affrontare con efficacia le principali situazioni di crisi che uno Stato membro avrebbe difficoltà a superare da solo.

L’iniziativa della Presidenza austriaca consente di creare unità congiunte di sostegno in grado di fornire a uno Stato membro qualsiasi assistenza operativa necessaria a seguito di un attacco terroristico.

Non nutro il benché minimo dubbio che questo genere di situazioni di crisi imponga una risposta rapida da parte di unità speciali d’intervento.

Appoggio pertanto la decisione in oggetto che mira a introdurre il necessario quadro giuridico, semplificando la cooperazione e consentendo agli Stati membri di rispondere più rapidamente in caso di situazioni di crisi o di attacchi terroristici, e garantendo al contempo che il paese membro interessato riceva il massimo aiuto possibile.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Il testo in questione, presentato su iniziativa dell’Austria, prevede la possibilità per uno Stato membro di chiedere l’assistenza di un’unità speciale d’intervento di un altro Stato membro allo scopo di controllare una situazione di crisi (presa di ostaggi, dirottamento aereo, e così via). L’aiuto fornito potrebbe consistere nella dotazione di attrezzatura o competenza specifica, o nella possibilità di condurre un’operazione sul territorio dello Stato membro che ha richiesto l’intervento.

Siamo a favore del testo in questione per vari motivi. Innanzi tutto perché questo dispositivo, inteso a contrastare il terrorismo, non è vincolante in quanto non obbliga gli Stati Membri a chiedere assistenza o a concederla. Inoltre, il testo afferma che tutti i dettagli pratici (tipo di unità, dotazioni e via dicendo) verranno definiti in accordi bilaterali conclusi tra lo Stato membro richiedente e lo Stato membro cui viene fatta la richiesta.

Nel contesto della lotta al terrorismo, che per definizione non conosce frontiere, riveste un’estrema importanza far sì che nell’UE la cooperazione tra le forze di polizia sia della massima efficacia.

In un’epoca in cui tutte le questioni legate alla giustizia e agli affari interni degli Stati membri ricadono subito, conformemente al Trattato di Lisbona, nella sfera della competenza sovranazionale, sembra sopravvivere un nucleo di resistenza intergovernativa: ne siamo molto lieti.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Nel campo delle libertà civili, della giustizia e degli affari interni, l’UE ha intrapreso un percorso molto pericoloso che compromette gravemente i diritti, le libertà e le garanzie dei cittadini nonché la sovranità propria degli Stati e dei popoli.

Le tendenze dell’UE sempre più improntate al federalismo e al militarismo sono responsabili delle decisioni prese allo scopo di creare strutture, in termini di informazioni e di corpi operativi di polizia, dotate di poteri che consentono loro di intervenire su territorio nazionale, in una dinamica che pretende di sovrapporsi alla polizia nazionale.

L’obiettivo reale dell’iniziativa avanzata dall’Austria, abilmente aggravata dalle proposte del PE, è creare o consentire la formazione, con il pretesto del “terrorismo” e di ipotetiche “situazioni di crisi o di rischio”, delle vere e proprie “guardie pretoriane”, indottrinate a dovere, per partecipare in particolare al controllo, all’intimidazione o alla repressione dell’esercizio dei diritti e delle libertà, in violazione dei principi fondamentali della democrazia, dello Stato di diritto, della legalità costituzionale nonché della sovranità nazionale proprie del Portogallo.

Per questo motivo mettiamo in guardia contro i pericoli insiti nel contenuto e negli obiettivi dell’iniziativa in oggetto e di qualsiasi altra misura relativa all’esercizio di una forma di potere illimitata, irrazionale, sproporzionata e anticostituzionale.

 
  
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  Anna Hedh (PSE), per iscritto. − (SV) Non ho votato a favore della relazione perché mi preoccupa quello che tale documento significherà per il futuro. Non sono contraria ad assistere e ad aiutare altri che si trovano in situazioni di crisi, ma deve avvenire nel momento in cui l’intervento è richiesto nonché in modo naturale. Non credo sia giustificato disporre di esercitazioni comuni a spese dei contribuenti dell’UE e sono assolutamente contraria ad agenti stranieri che operino ed esercitino autorità sul territorio svedese godendo dell’immunità. La logica conseguenza di tale contesto è lo sviluppo verso una forza di polizia comune, su cui non sono affatto d’accordo.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. – (FR) Il testo presentatoci è un tentativo di fornire un quadro giuridico a operazioni effettuate da unità speciali d’intervento di uno Stato membro inviate sul territorio di un altro Stato membro, nel caso di un attacco terroristico. Poiché tali interventi possono assumere forma diversa (scambio di materiali, competenza, unità attive, e così via), spetta agli Stati membri concludere accordi bilaterali per definire i dettagli pratici e decidere se accogliere o respingere la richiesta di intervento sul proprio territorio di una di queste unità operative. Incredibile. Alla fine, qui siamo di fronte a un caso concreto di applicazione di quel controverso e complicato principio di sussidiarietà!

Finalmente, c’è un settore – quello della sicurezza nazionale, il settore sovrano per antonomasia – che resiste al bulldozer sovranazionale di un’Europa che legifera su tutto e ovunque.

L’Europa quindi, affinché la lotta al terrorismo sia efficace, punta il proprio denaro sulla cooperazione tra forze di polizia nazionali. Appoggiamo questa iniziativa.

Ma la chiave per sconfiggere il terrorismo non è esclusivamente nella cooperazione. Occorre prendere coscienza della volontà rivoluzionaria degli islamici, che sostengono la distruzione della società occidentale umanista e cristiana e dei suoi valori.

 
  
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  Inger Segelström (PSE), per iscritto. − (SV) Abbiamo votato a favore della relazione perché si basa sull’azione volontaria e sulla cooperazione che sono possibili solo grazie a un accordo reciproco tra due Stati membri. Tuttavia, rimaniamo fedeli al principio secondo cui ad agenti stranieri non dovrebbe essere permesso operare o esercitare autorità sul territorio svedese, mantenendo l’immunità. Riteniamo che questo possa sfociare nello sviluppo di una forza di polizia comune, in merito alla quale nutriamo seri dubbi.

 
  
  

− Relazione Umberto Guidoni (A6-0005/2008)

 
  
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  Jan Březina (PPE-DE), per iscritto. − (CS) Vorrei formulare un’osservazione riguardo alla votazione sulla relazione riguardante lo Spazio europeo della ricerca. Lo Spazio europeo della ricerca, tema affrontato all’infinito in questa sede, è un’ottima idea e una straordinaria prospettiva. Tuttavia, c’è ancora molta strada da percorrere prima che diventi realtà. Discuterne non è sufficiente. Dobbiamo anche valutarne il funzionamento e, in effetti, verificare se davvero funziona. Quale membro di quest’Assemblea che rappresenta un nuovo paese, so per esperienza personale che a questo punto lo Spazio europeo della ricerca è solo un’illusione e un pio desiderio.

I primi dati disponibili sulla priorità attribuita ai progetti che coinvolgono nuovi Stati membri dimostra proprio questo. Delle 559 sovvenzioni approvate a titolo delle borse destinate a giovani scienziati, solo due sono andate alla Repubblica ceca (neppure una alla Polonia, che è molte volte più grande!), mentre oltre 100 sono finite al Regno Unito e 80 alla Germania. È difficile credere che il divario tra i progetti in termini di qualità fosse tale da giustificare tale disparità di concessioni. Ovviamente, la situazione è in parte imputabile alla mancanza di esperienza da parte di coloro che, nei nuovi Stati membri, hanno presentato i progetti. In ogni caso, questo indica che finora lo Spazio europeo della ricerca non ha funzionato come dovrebbe. Abbiamo bisogno pertanto di meno parole e di più azione se vogliamo conseguire risultati concreti. Occorre ammettere che, a tale proposito, siamo ancora molto indietro.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La relazione in oggetto contiene alcune contraddizioni e posizioni che non condividiamo. Tuttavia, è pacifico che la ricerca scientifica deve tornare alla sua missione principale, vale a dire la creazione di nuova conoscenza. La verità è che non esiste una relazione lineare che leghi R&S e innovazione, benché vi siano alcune correlazioni, che sono però complesse e che riguardano aree ben al di fuori l’ambito della scienza.

È d’uopo pertanto correggere la percezione che si ha della ricerca quale panacea atta a risolvere tutti i problemi economici e sociali nonché aumentare gli investimenti nelle attività di ricerca.

Il Consiglio europeo di Lisbona del 2000 ha intrapreso una serie di misure al fine di rispondere al problema degli investimenti sottodimensionati nell’economia della conoscenza, una scelta che è stata ulteriormente consolidata al Consiglio europeo di Barcellona del 2002, in occasione del quale l’UE ha fissato l’obiettivo di raggiungere entro il 2010 un’intensità della R&S pari al 3 per cento. Ciononostante, dal 2000 la crescita nella spesa destinata a tale settore si è rivelata insufficiente, registrando solo l’1,84%, in parte grazie all’industria.

L’investimento del settore privato nella ricerca è inferiore a quello che sarebbe necessario in termini sociali. Gli Stati devono svolgere un ruolo centrale e sviluppare la cooperazione al fine di creare nuova conoscenza, rendendola accessibile all’intera società.

 
  
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  Genowefa Grabowska (PSE), per iscritto. (PL) Appoggio completamente la relazione sullo Spazio europeo della ricerca che delinea nuove prospettive per la ricerca e lo sviluppo nell’Unione europea. È indiscutibile che il progresso e la crescita sociale, nonché il posto dell’Europa nel mondo globalizzato, dipendono dagli investimenti nella scienza e nella ricerca e dallo sviluppo della nuova conoscenza che risponde alle esigenze del XXI secolo.

La ricerca scientifica e le nuove tecnologie hanno, in fin dei conti, un impatto diretto sullo sviluppo sociale, e possono rivelarsi cruciali per la crescita economica in quanto apportano vantaggi misurabili. È quindi essenziale che a livello europeo si disponga di un sistema di gestione della ricerca scientifica che sia valido ed efficace. Inoltre, se vogliamo che l’Europa affronti le nuove sfide, in particolare quelle poste dalla concorrenza economica e dalla protezione ambientale, dobbiamo sollecitare gli Stati membri, dobbiamo orientarli infatti affinché aumenti in modo regolare la spesa destinata alla ricerca scientifica.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE-DE), per iscritto. − (SK) La Commissione ci ha presentato un Libro verde sullo Spazio europeo della ricerca in un momento in cui l’Europa assiste a un interminabile flusso di investimenti e ricercatori qualificati verso l’altra sponda dell’Atlantico. Se vogliamo che la ricerca europea diventi competitiva a livello globale, e questo è uno degli obiettivi della strategia di Lisbona, allora l’Unione deve superare gli ostacoli di fondo che incontra in questo settore.

A tale proposito, mi riferisco in particolare alla frammentazione della ricerca nell’UE e alle strategie europee non adeguatamente sviluppate nell’area della cooperazione scientifica, alla mancanza di risorse umane e materiali, alle infrastrutture di ricerca non sufficientemente dotate, che faticano non poco a competere con i centri di ricerca a livello mondiale. Si aggiunga a ciò la scarsa mobilità degli scienziati, nonché di conoscenza e competenza di esperti, imputabile principalmente a ostacoli di carattere giuridico, amministrativo e linguistico.

Nello sviluppare lo Spazio europeo della ricerca e nel cercare di ovviare alla sua natura frammentaria dobbiamo essere molto attenti nei confronti delle nostre regioni.

Le regioni dovrebbero elaborare strategie per lo sviluppo di risorse umane e materiali nel settore della ricerca e garantire che tutti possano accedervi, soprattutto le ricercatrici e i giovani. Gli Stati membri devono essere più coinvolti nel processo volto a creare condizioni di lavoro migliori per gli scienziati e adottare misure che consentano loro di conciliare la vita professionale con quella familiare.

Le regioni rivestono altresì un ruolo importante nel promuovere e nel garantire canali di finanziamento della ricerca più efficienti, conformemente agli impegni assunti nei programmi operativi. Esse dovrebbero anche contribuire a sviluppare centri di eccellenza europei che rientrino nell’ambito della loro sfera di attività territoriale, instaurando legami tra università, istituti di ricerca e industria.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE), per iscritto. − (SK) Onorevoli colleghi, nessuno dubita più del fatto che la scienza sia il catalizzatore che spinge lo sviluppo della società. Il mondo tende attualmente a evidenziare l’importanza della scienza e a chiedere che nella società le venga attribuita la giusta collocazione. Solo la scelta di investire in una società basata sulla conoscenza farà sì che l’Unione acquisisca competitività, creatività e diventi attraente sotto il profilo strategico.

Nel Libro verde “Nuove prospettive per lo Spazio europeo della ricerca”, la Commissione offre un’analisi, propone soluzioni e sottolinea quale elemento cruciale sia la creazione di una società basata sulla conoscenza. Il Parlamento europeo ha affermato, nella relazione presentata dall’onorevole Umberto Guidoni, che gli investimenti nell’istruzione, nella scienza, nella ricerca, nella cultura e nelle TI si traducono in uno sviluppo sostenibile per il futuro. Com’è ovvio, dobbiamo comprendere che queste azioni non sortiranno subito risultati concreti. Questa è una maratona non una corsa, ma sono certa che alla fine ce la faremo.

Lo Spazio europeo della ricerca offre agli istituti di ricerca, alle università e agli scienziati dei 27 paesi dell’UE l’opportunità di collaborare. Ciononostante le barriere amministrative transfrontaliere sono tuttora una realtà che ostacola la cooperazione tra istituti scientifici. L’apertura dell’Unione europea verso est significa avviare un importante processo di allargamento dello Spazio europeo della ricerca e offre a circa 150 000 ricercatori nuove opportunità di migliorare le rispettive potenzialità scientifiche e tecniche.

Sono altresì convinta che nuovi concetti e innovazione in tutti i settori contribuiranno a creare nuovi sbocchi di lavoro e a trovare soluzioni alternative per proteggere l’ambiente, migliorare la sicurezza alimentare e la salute nonché garantire fonti di energia inesauribili e più sicure.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) L’idea che la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione siano essenziali alla competitività non è nuova ed è ancora attuale. A prescindere dalle divergenze di opinione riguardo alla necessità di dirigere gli interventi verso l’innovazione o verso una ricerca di natura più accademica, è evidente che all’Europa occorre migliorare i suoi investimenti nella conoscenza e nell’applicazione pratica di quest’ultima. Ma tale esigenza non è solo una questione di investimenti finanziari.

Diverse relazioni successive hanno illustrato le molteplici ragioni per cui l’Europa non tiene il passo con il resto del mondo. Dalle università americane alla ricerca indiana, siamo circondati da una crescente concorrenza agguerrita. D’altro canto, le istituzioni terziarie europee sono meno attraenti, come è emerso anche dalle relazioni, che sottolineano ripetutamente, tra le altre cose, la scarsità dei finanziamenti a livello complessivo e pro capite nonché la mancanza di autonomia da parte delle nostre università quali fattori che inibiscono prestazioni migliori.

Date queste premesse, qualsiasi approccio che inquadri tale situazione quale urgente problematica di carattere economico e strategico merita la nostra approvazione. E se è vero che il tempo non è nostro alleato, è altrettanto vero che è meglio impiegare il tempo scegliendo le soluzioni adeguate anziché prendere decisioni affrettate e inefficaci.

 
  
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  Teresa Riera Madurell (PSE), per iscritto. (ES) In vista della cancellazione della discussione sulla relazione dell’onorevole Guidoni in merito allo Spazio europeo della ricerca, quale relatrice del gruppo socialista desidero spiegare i motivi per cui abbiamo votato a favore del testo in oggetto.

Innanzi tutto sottolineo il valido lavoro svolto dall’onorevole Guidoni, che include molte delle proposte da noi avanzate. Uno Spazio europeo della ricerca dovrebbe senza meno contemplare:

– un mercato unico del lavoro per i ricercatori, che comporta la creazione di un modello unico europeo di carriera nel campo della ricerca e un sistema di informazione integrato relativo a posti di lavoro e contratti di formazione;

– procedure di assunzione e promozione più aperte, con un migliore equilibrio tra uomini e donne nelle giurie di selezione;

– l’eliminazione degli ostacoli alla mobilità e la promozione di una partecipazione più incisiva delle donne alle attività di R&S, con misure volte a conciliare la vita professionale e quella privata;

– il rafforzamento degli istituti di ricerca e la partecipazione di PMI alla R&S;

– un maggiore coordinamento con programmi nazionali e regionali e più sinergie con altri programmi europei;

– la costruzione di infrastrutture impiegate da imprese comuni europee; e

– la promozione della cooperazione internazionale, della promozione di iniziative multilaterali, dello scambio per utilizzare le infrastrutture e avvalersi dei programmi di cooperazione scientifica per lo sviluppo.

Sono tutti provvedimenti necessari e coerenti per compiere progressi e sono il motivo per cui abbiamo votato a favore.

 
  
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  Margie Sudre (PPE-DE), per iscritto. – (FR) La scienza non conosce frontiere e le questioni alla base della ricerca sono sempre più di natura globale. Lo Spazio europeo della ricerca (SER) deve garantire che la cooperazione scientifica e tecnologica contribuisca effettivamente alla stabilità, alla sicurezza e alla prosperità dell’umanità.

Mi auguro pertanto che il SER, dal punto di vista della sua apertura al mondo, favorisca le regioni ultraperiferiche dell’UE onde sfruttare al massimo i vantaggi e le ricchezze offerte dalla diversità regionale dell’Europa, integrandole con coerenza nei programmi di ricerca nel contesto delle “reti di eccellenza”.

Insisto altresì affinché il SER riconosca l’importanza dei paesi e dei territori d’oltremare (PTOM) che sono preziosi partner nel creare ponti tra nazioni e continenti nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile globale al fine di rispondere alle sfide che deve affrontare il pianeta.

Ringrazio sinceramente il relatore e i membri della commissione per l’industria, la ricerca e l’energia per aver appoggiato il mio emendamento sulla questione illustrata nel parere della commissione per lo sviluppo regionale. È un’ulteriore testimonianza dello spirito di coordinamento e di complementarietà che regna in seno al nostro Parlamento.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ci opponiamo alla ristrutturazione di stampo reazionario del settore della ricerca promossa negli orientamenti di base dell’UE relativi alla creazione di uno Spazio europeo della ricerca (SER) nell’ambito della strategia di Lisbona.

Il SER incoraggia il conflitto e la concorrenza a fini di profitto tra paesi e grandi gruppi imprenditoriali. La conseguenza sarà un acuirsi delle disparità nello sviluppo scientifico.

Incentivi, sovvenzioni ed esenzioni fiscali vengono aumentati a favore delle società monopolistiche consentendo loro di investire e di impiegare a proprio uso e consumo i risultati conseguiti. Il settore pubblico è subordinato alle esigenze dei gruppi di monopolio di cui è al servizio. Si promuove la mobilità dei ricercatori tra imprese, università e centri di ricerca e il sistema del brevetto europeo viene sostenuto per motivi di costi. Ogni cosa è subordinata alla competitività e all’aumento della redditività.

In un ambiente così aspramente competitivo, presente persino nel mondo della ricerca, l’attenzione sarà inevitabilmente concentrata sui noti “centri di eccellenza” delle nazioni potenti, che si accaparreranno la parte del leone dei programmi di ricerca, canali per finanziamenti pubblici e privati.

Ci stiamo sforzando di fare invertire la rotta alla politica europea in materia di ricerca, fa parte della nostra battaglia volta a rovesciare del tutto l’antipopolare politica adottata dall’UE e dal capitalismo. Auspichiamo di ridare alla scienza la sua natura sociale: ricerca e scienza dovrebbero essere al servizio della causa delle esigenze della popolazione e del benessere sociale.

 
  
  

– Relazione Markus Ferber (A6-0505/2007)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Accolgo con favore l’adozione in fase di seconda lettura della posizione comune del Consiglio che modifica la direttiva Postale del 1997 e mira al pieno completamento del mercato interno dei servizi postali comunitari, e mi congratulo con il mio eccellente collega tedesco, l’onorevole Markus Ferber, per l’immane lavoro svolto.

Mi fa piacere che il Consiglio abbia accolto tutti i principali elementi della posizione del Parlamento europeo, soprattutto lo spostamento della scadenza per l’apertura del mercato fissata al 31 dicembre 2010 con un termine supplementare di due anni per gli Stati membri che hanno aderito all’UE nel 2004; il servizio universale con almeno una consegna e una raccolta cinque giorni alla settimana per ogni cittadino dell’UE, mantenendo un numero sufficiente di punti d’accesso nelle regioni rurali, isolate o scarsamente popolate; e il rispetto della sussidiarietà nelle considerazioni sociali, riguardo alla quale auspico che le parti sociali lavorino a livello europeo. Trovo deplorevole che non siano state gettate le basi per l’istituzione di un’autorità di regolamentazione del settore. Infine, mi auguro che gli operatori aderiscano in tempi rapidi all’introduzione di un francobollo europeo per le lettere non inferiori a 50 grammi, tema riguardo al quale avvierò a breve un’iniziativa politica.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Nonostante i miglioramenti apportati al testo originale della Commissione e il compromesso proposto dal Parlamento europeo inteso, in particolare, a differire la totale liberalizzazione del mercato postale al 31 dicembre 2010, il testo presentatoci dal Consiglio in sede di seconda lettura non è ancora soddisfacente.

Non è soddisfacente in quanto disciplina solo in termini minimi e sommari le questioni e le problematiche sollevate soprattutto in merito al finanziamento del servizio universale, all’obbligo di consegna cinque giorni alla settimana o, ancora, alla parità di trattamento delle aree e all’esistenza di un unico prezzo per i francobolli. Non è soddisfacente perché da tutti questi aspetti emerge l’incertezza giuridica.

In realtà, il presente testo, le cui sole virtù consensuali sono state ottenute a caro prezzo, si limita a procrastinare le inevitabili conseguenze incontrollate dell’apertura del settore postale alla concorrenza.

I progetti dell’Unione europea si tradurranno inevitabilmente in un aumento del numero di uffici postali chiusi, nella perdita di posti di lavoro su larga scala e in una pressione al ribasso su retribuzioni e condizioni nel settore postale in Europa.

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM), per iscritto. − (SV) Ritengo che spetti agli Stati membri decidere se vogliono o meno deregolamentare i rispettivi monopoli nazionali dei servizi postali. Ho pertanto votato a favore dell’emendamento n. 10 che respinge la posizione comune del Consiglio.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Deploriamo la mancata adozione della nostra proposta volta a respingere la direttiva in oggetto intesa alla completa liberalizzazione dei servizi postali per creare in questo modo un “mercato” a livello di UE.

Così agendo, la maggioranza in seno al PE – che rappresenta le stesse forze politiche di destra che prevalgono in ogni paese – tenta di compiere un ulteriore passo lungo il percorso che porta allo smantellamento di questo servizio pubblico essenziale.

Questo è un attacco da parte delle grandi multinazionali al servizio pubblico postale, alla proprietà pubblica di tale servizio e alla pubblica amministrazione che lo presta, nonché alla sua natura democratica, nel tentativo di sottrarre dal potere di ogni popolo, vale a dire dalla sovranità nazionale, il controllo e la competenza per decidere in merito a queste tematiche cruciali, processo, questo, che passerebbero a un livello sovranazionale e nel quadro delle istituzioni dell’UE, secondo interessi alieni ai cittadini e al Portogallo.

È altresì significativo il rigetto del nostro emendamento che mirava a salvaguardare il requisito per tutti gli “operatori” di conformarsi appieno alla normativa in materia di lavoro, segnatamente a rispettare qualsiasi disposizione giuridica o contrattuale relativa alle condizioni di lavoro, tra cui la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro, che gli Stati membri applicano ai sensi del diritto nazionale, nonché alla legislazione sulla sicurezza sociale e agli accordi collettivi conclusi.

 
  
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  Małgorzata Handzlik (PPE-DE), per iscritto. (PL) Riguardo al mio intervento di ieri sul tema della liberalizzazione dei servizi postali, desidero aggiungere un commento che in precedenza non ho avuto modo di affrontare a causa del tempo limitato a mia disposizione e che attiene alle risorse di finanziamento per il servizio universale. Ritengo che il finanziamento tramite un fondo creato appositamente o sovvenzioni pubbliche possano frenare la liberalizzazione del settore e costituire uno strumento cui gli Stati membri possono ricorrere allo scopo di rallentare ed eludere l’attuazione delle disposizioni della direttiva. Sono pertanto dell’avviso che la Commissione europea abbia un ruolo importante da svolgere in tale contesto, considerato che il suo compito è vigilare affinché le disposizioni della direttiva siano adeguatamente introdotte.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. − Ho appoggiato gli emendamenti che avrebbero obbligato gli Stati membri a garantire il finanziamento dei servizi postali universali. È una problematica di enorme importanza, soprattutto nelle molte comunità scozzesi rurali e delle isole.

Ho anche sostenuto gli emendamenti presentati dal mio gruppo che chiedono di rafforzare gli obblighi di finanziare la prestazione di servizi postali gratuiti a non vedenti e ipovedenti.

Il fatto che la relazione Ferber sia stata approvata nella versione originale non modificata riguardo a tale questione può dare adito a pensare che si possa assistere a un’ulteriore erosione della fornitura del servizio postale.

 
  
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  Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. − (SV) Appoggio l’idea della deregolamentazione svedese del mercato postale, ma non sono d’accordo sul fatto che le istituzioni dell’UE debbano decidere in merito all’eventuale abolizione dei vari monopoli postali.

Ritengo che agli Stati membri debba essere riconosciuta la facoltà di decidere se deregolamentare o meno i rispettivi monopoli postali nazionali. Ho pertanto votato a favore dell’emendamento n. 10, che respinge la posizione comune del Consiglio.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Insieme ai membri del gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica non ho votato a favore della posizione comune del Parlamento europeo e del Consiglio, in quanto consolida l’approccio dogmatico neoliberale riguardo a un settore chiave di pubblico interesse quale quello dei servizi postali. La direttiva non offre una soluzione a lungo termine e il posticipare la sua entrata in vigore rimanda semplicemente di due anni i suoi effetti negativi.

Con la concreta abolizione del principio di “servizio universale”, l’accesso pubblico a servizi postali di elevata qualità ed economici subirà una limitazione. Le conseguenze saranno ancor più gravi per gli abitanti di regioni montane distanti e inaccessibili o delle isole, che gli operatori non saranno in grado di servire in modo redditizio.

In paesi dove il mercato è già stato totalmente liberalizzato, l’esperienza maturata finora è tutt’altro che positiva. La domanda di una liberalizzazione forzata dei servizi postali crea più problemi di quanti ne risolva.

 
  
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  Pierre Pribetich (PSE), per iscritto. – (FR) Mi sono fortemente opposto alla liberalizzazione del mercato dei servizi postali sulla base di posizioni fondamentali:

– l’esigenza di disporre di servizi postali gratuiti per i non vedenti e gli ipovedenti, un valore essenziale di una società che non opera discriminazioni;

– la garanzia del finanziamento a carico degli Stati membri del servizio universale prima dell’apertura dei mercati, una condizione essenziale per la tutela dei consumatori;

– il rispetto della normativa in materia di occupazione, in particolare sulla sicurezza sociale, da parte di tutti gli operatori.

Siccome gli emendamenti pertinenti non sono stati adottati, posso solo deplorare questa deriva verso una liberalizzazione incontrollata che non rispetta il diritto fondamentale di cittadini europei a un servizio postale pubblico.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto.(PT) Accolgo con favore l’approvazione finale della relazione sul mercato dei servizi postali e rilevo che la lunghezza della procedura istituzionale non fa altro che confermare l’importanza di questo fascicolo sotto il profilo del conseguimento dei suoi due principali obiettivi, ovvero la garanzia del mantenimento del servizio universale e un’adeguata apertura del mercato alla concorrenza leale.

Desidero in particolare sottolineare il fatto che la liberalizzazione dei mercati si tradurrà per i cittadini in un servizio migliore e in una scelta più ampia, evitando distorsioni della concorrenza e decretando una volta per tutte la fine degli attuali monopoli.

Un altro aspetto è il finanziamento del servizio universale. Laddove implica un costo netto per uno Stato membro, potrà essere oggetto di un piano di finanziamento da presentare alla Commissione. È opportuno ricordare il caso portoghese, tra gli altri, che dimostra che il servizio pubblico universale può essere assolto alla perfezione con risorse provenienti dall’area riservata, un metodo trasparente e neutrale che non comporta l’impiego di sovvenzioni statali.

Vorrei ribadire che non vi è alcun motivo per impedire il proseguimento di un servizio di tale genere, in quanto è essenziale ai fini della coesione territoriale e sociale e per sostenere le popolazioni che vivono in aree abbandonate o in territori più periferici e di difficile accesso.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La posizione comune del Consiglio sui servizi postali, presentata dal Parlamento europeo a fini di approvazione, sfocerà nella totale liberalizzazione del “mercato dei servizi postali” con effetto a far data dal 31 dicembre 2010.

Grazie alla modifica della direttiva, un altro settore redditizio, quello dei servizi postali, viene ceduto. Questo processo avviene nel quadro della strategia di Lisbona nella prospettiva di conseguire la massima redditività di tali servizi.

I servizi postali vengono trasformati da bene pubblico a bene economico. In Grecia la privatizzazione delle sezioni dell’ELTA (le poste elleniche), promossa dai governi della ND (Nea Dimokratia/Nuova democrazia) e del PASOK (movimento socialista panellenico), proseguirà a un ritmo incalzante. Da oggi in poi, l’ELTA opererà sulla base di criteri economici propri del settore privato, nell’interesse del profitto anziché a favore della società. Tale impostazione si ripercuoterà immediatamente sulla qualità dei servizi. Le conseguenze saranno disastrose non solo per i dipendenti dell’ELTA, ma anche all’interno delle imprese private di servizi postali. In questo contesto le forme flessibili di occupazione sono già la norma, al pari dell’assenza dei diritti dei lavoratori e dei diritti sociali e assicurativi.

Anche il principio tutelato dalla costituzione della riservatezza della corrispondenza è compromesso: il servizio adesso viene affidato a contraenti privati, senza la benché minima garanzia e con un campo di applicazione minimo per controllare che la segretezza venga mantenuta o che i dati personali siano protetti.

Il partito comunista greco (KEE) è contrario alla liberalizzazione dei servizi postali e si batte affinché tali servizi siano esclusivamente pubblici, moderni ed efficaci e i diritti dei lavoratori siano tutelati.

 
  
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  Lars Wohlin (PPE-DE), per iscritto. − (SV) Oggi il Parlamento europeo ha votato per il compromesso con il Consiglio che prevede la liberalizzazione del mercato postale europeo entro e non oltre la fine di dicembre 2010 (tranne per quei paesi caratterizzati da una particolare topografia, cui vengono concessi altri due anni). Poiché il lavoro è progredito, mi sono schierato a favore in particolare della reciprocità, vale a dire che dovrebbe esserci un accordo reciproco volto a evitare che i paesi che frenano il processo di liberalizzazione possano fare concorrenza in paesi che invece hanno avviato tale riforma.

Noto pertanto con enorme soddisfazione che il relatore (onorevole Ferber) prima e il Consiglio, poi, hanno accolto l’emendamento da me presentato e che ora forma parte del compromesso che andiamo ad approvare.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. − (EN) La proposta mira a creare un mercato unico europeo dei servizi postali. In assenza delle necessarie garanzie, la liberalizzazione potrebbe compromettere il concetto di un servizio universale. La riluttanza del Consiglio a inserire nella proposta un preciso impegno volto a garantire un servizio postale gratuito per le persone non vedenti e ipovedenti mi ha indotto a votare a favore di un rafforzamento di tale impegno.

In linea di massima, sono soddisfatto che la proposta presti sufficiente attenzione alle altre problematiche e accolgo con favore la garanzia che le lettere saranno regolarmente raccolte e consegnate nelle aree remote e nelle città periferiche.

 
  
  

− Proposta di risoluzione sulla situazione in Iran (B6-0046/2008)

 
  
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  Alessandro Battilocchio (PSE), per iscritto. − La questione del “nucleare” in Iran deve essere improntata ad un approccio diplomatico volto alla “normalizzazione” dei rapporti. Dobbiamo sostenere una linea politica basata sulla diplomazia che consenta di abbandonare l’escalation dei toni e le minacce di azione militare, prediligendo la via del dialogo attraverso il riconoscimento del diritto dell’Iran allo sviluppo di una tecnologia nucleare ad uso civile. Ciononostante, è opportuno un impegno per addivenire ad una situazione negoziale che induca l’Iran a rinunciare all’opzione dell’uso militare, in un’ottica multilaterale di disarmo nucleare, per assicurare uno stato di tranquillità e di pace internazionale.

D’altro canto, non posso non esprimere una certa preoccupazione in merito all’attuale situazione dei diritti umani in Iran, dove stiamo assistendo ad una recrudescenza della repressione della libertà di opinione, dei diritti delle minoranze e delle donne, dove a farne da padrone è un sistema giudiziario e carcerario duro ed inumano che, troppo spesso, fa ricorso alle esecuzioni capitali, alle torture e alle lapidazioni. Gli sforzi fatti finora non hanno prodotto alcun risultato tangibile. L’Iran dovrà a questo punto, per rivendicare un posto nel tavolo delle grandi potenze internazionali, presentarsi non più come superpotenza militare, bensì come un paese capace di salvaguardare i diritti umani dei suoi cittadini.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. − (EN) Solo qualche mese fa, i servizi segreti statunitensi hanno ammesso che quanto avevano asserito riguardo allo sviluppo da parte dell’Iran di armi nucleari era uno sbaglio. Infatti, il programma di armamento nucleare iraniano è stato sospeso nel 2001-2002.

Washington non è tuttavia riuscita a trarre la conclusione politica corretta da questa inversione di rotta intellettuale. L’argomentazione addotta per giustificare l’impiego di tecnologie del sistema nazionale di difesa missilistico nell’Europa orientale era, a quanto pare, una strategia di difesa contro un Iran nucleare che aveva misteriosamente acquisito missili balistici intercontinentali (ICBM).

Ora, se il programma nucleare iraniano non esiste, la giustificazione per l’impiego del sistema di difesa missilistico svanisce, a meno che il piano nascosto sia minacciare una Russia resuscitata. Sono assolutamente contrario a questa strategia contro la quale lotterò strenuamente.

 
  
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  Patrick Gaubert (PPE-DE), per iscritto. – (FR) La risoluzione posta oggi in votazione sull’Iran riveste un’indiscutibile importanza politica. L’Iran è al centro delle preoccupazioni internazionali e noi abbiamo di nuovo dovuto affrontare l’argomento.

Il testo in oggetto affronta sia la questione nucleare che la situazione del rispetto dei diritti umani. Su entrambi i temi non nutriamo dubbi. Non possiamo accettare l’impiego di un programma nucleare militare in Iran. La risoluzione esprime il proprio appoggio all’iniziativa dell’Unione europea per trovare una soluzione negoziale di lungo termine sul tema nucleare con l’Iran e sottolinea il ruolo importante che deve essere svolto dall’AIEA. Essa ribadisce la posizione secondo la quale è possibile una soluzione all’attuale escalation sul tema nucleare e afferma che non bisogna prendere in considerazione nessuna azione militare.

D’altro canto, le ripetute e gravi violazioni dei diritti umani devono essere denunciate con fermezza. La situazione è allarmante in quattro aree: la pena di morte, i diritti delle donne, la libertà di espressione e la repressione delle minoranze religiose. A mio avviso è assolutamente indispensabile non assumere un atteggiamento compiacente al riguardo e la risoluzione esorta con forza il governo iraniano a modificare radicalmente la situazione.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si accinge nuovamente ad adottare una risoluzione che impone sanzioni all’Iran per le sue attività nucleari. Si tratterà di sostenere un’operazione militare contro il paese? O sarà solo questione di usare un tono più severo e di elaborare sanzioni di tipo diplomatico ed economico?

Da mesi questo psicodramma sapientemente inscenato tiene con il fiato sospeso il Parlamento e altri organi internazionali. Ma la capacità nucleare dell’Iran è davvero la principale minaccia con cui il mondo nel complesso, e l’occidente e i suoi alleati nello specifico, deve confrontarsi? È assolutamente paradossale la nostra mancanza di reazione nel caso delle armi nucleari del Pakistan, che esistono realmente, in un contesto geopolitico di particolare instabilità, o di quelle della Corea del Nord, nelle mani di un regime più che pericoloso. Ho già avuto occasione di affermarlo: le regole di diritto che sosteniamo di difendere dovrebbero essere le stesse per tutti. Altrimenti, perdono di qualsiasi significato e legittimità.

Per quanto mi riguarda, mi preoccupano molto di più le minacce islamiche che incombono sul nostro continente e che, ben lungi dall’essere ipotetiche, hanno già dato prova della loro capacità omicida a Londra e a Madrid, senza il coinvolgimento dell’Iran. È comunque vero che questa minaccia è una delle conseguenze della politica di immigrazione di massa che state perseguendo e che volete ancora peggiorare.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto.(PT) Non ci si può esimere dal denunciare l’ipocrisia della “comunità internazionale”, vale a dire gli Stati Uniti e relativi alleati, nei confronti del Trattato di non proliferazione e, in particolare, del programma nucleare dell’Iran.

Non è stata avviata alcuna iniziativa politica di questo genere riguardo ai programmi di sviluppo di armi nucleari di alcuni membri dell’UE o degli Stati Uniti, o rispetto ai programmi nucleari di Israele, del Pakistan o dell’India, paesi che non hanno firmato il Trattato di non proliferazione ma dispongono di armi nucleari. Quanto agli Stati Uniti, hanno già dichiarato che tali armi potrebbero essere impiegate a scopo difensivo.

Pertanto, quello che si esige è il pieno rispetto del Trattato di non proliferazione e l’eliminazione di tutte le armi nucleari.

Il vero nucleo della questione per quanto attiene all’Iran è che gli Stati Uniti e l’UE sanno che il picco di produzione del greggio è già terminato in molti paesi.

La ragione alla base delle pesanti minacce di aggressione militare, delle provocazioni e di tanta fretta riguardo al programma nucleare iraniano è che il paese vanta le migliori riserve di idrocarburi del mondo, e gli Stati Uniti e l’UE stanno cercando di creare le condizioni, anche manipolando la pubblica opinione, per riuscire a controllare le sue risorse energetiche e l’intero Medio Oriente, come nel caso lampante e sotto gli occhi di tutti dell’Iraq.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. − (EN) Sostengo le raccomandazioni contenute nella risoluzione. Tuttavia, per quanto riguarda il PMOI, non ho votato a favore degli emendamenti che nel testo fanno riferimento al gruppo.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) I pareri espressi da Javier Solana, dai rappresentanti dell’UE e dalle altre parti coinvolte hanno posto termine a qualsiasi illusione rispetto alla posizione dell’UE nei confronti dell’Iran e del Medio Oriente in generale.

Quanto formulato dimostra che l’UE è a favore della promozione del piano USA-NATO per la “democratizzazione del Medio Oriente”, che mira ad assoggettare nazioni e popoli per controllarne le risorse generatrici di ricchezza. Le assicurazioni a nome dell’AIEA e il rapporto della CIA sull’impiego non a scopi militari dell’energia nucleare da parte dell’Iran vengono deliberatamente ignorate dall’UE che aumenta la pressione con sanzioni contro l’Iran e intensifica la propaganda onde abituare l’opinione pubblica all’idea di una guerra contro l’Iran. Inoltre, Javier Solana ha chiaramente collegato la situazione in Libano e nella regione nel complesso alla questione delle armi nucleari, senza, tuttavia, far alcun riferimento alle armi nucleari iraniane.

Nella regione del Medio Oriente assistiamo al profilarsi dell’aggressione imperialista e a conflitti per la ripartizione dei mercati. Le vittime di tale situazione sono, tra gli altri, i popoli di Palestina, Iran e Libano. Per i cittadini, l’unica risposta possibile a questi nuovi piani aggressivi e bellicosi è resistere all’imperialismo e non nutrire alcuna illusione riguardo al ruolo dell’UE.

Coloro che sono nella posizione di decidere in merito alla questione legata ai diritti umani e alla loro violazione sono i cittadini di ogni paese; non devono permettere a loro stessi di diventare una scusa per un altro Iraq.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) Oggi l’Iran rappresenta una minaccia a livello regionale e globale nonché una sfida per gli Stati membri dell’UE che devono dimostrare la loro capacità di essere compatti e solidi sulla scena internazionale. A prescindere dai vari e contraddittori rapporti che vengono pubblicati, la verità è che l’Iran non ha rispettato il suo obbligo di trasparenza, né ha contribuito a creare un clima di fiducia. Al contrario. Inoltre, indipendentemente dal fascicolo nucleare, le notizie non sono comunque incoraggianti. Le violazioni dei diritti umani, la violenza di Stato e la fasulla democrazia elettorale sono tutti fattori di cui si è tenuto conto nel nostro approccio nei confronti dell’Iran.

Pertanto, alla luce dei motivi suesposti, ma anche in considerazione delle questioni che ho difeso in passato, sono d’accordo sul contenuto essenziale della risoluzione adottata e mi associo a quanto ribadito dal Parlamento europeo che esorta il Consiglio e la Commissione a conformarsi alla sentenza della Corte di giustizia europea eliminando il movimento della resistenza iraniana, il PMOI, dalla lista delle organizzazioni terroristiche. L’UE (e alcuni Stati membri) trattano la resistenza iraniana in un modo che va a vantaggio del regime del paese, e non del popolo iraniano o degli obiettivi di democratizzazione per quella parte del mondo. Questa strategia deve cambiare, e inizia a cambiare.

 
  
  

− Proposta di risoluzione sull’esito della Conferenza di Bali sul cambiamento climatico (B6-0059/2008)

 
  
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  Alessandro Battilocchio (PSE), per iscritto. − Saluto con favore l’andamento della conferenza di Bali che, anche grazie al ruolo giocato dall’UE durante i negoziati, ha portato a risultati insperati. In questo frangente, infatti, era di fondamentale importanza dare un segnale di unione, cooperazione e responsabilità così da iniziare nel migliore dei modi i negoziati per fissare nuovi obiettivi di riduzioni delle emissioni per il periodo post- Kyoto (2012).

Nell’accettare le conclusioni degli scienziati del GIEC tutti i partecipanti hanno riconosciuto a livello politico che: il cambiamento climatico esiste, che ha origine antropogenica e che, bisogna agire entro il 2020 per evitare danni irrimediabili alle condizioni climatiche del pianeta.

Auspico che Copenaghen, nel 2009 segni la svolta in materia di lotta al cambiamento climatico con l’assunzione di obiettivi di riduzione stringenti entro il 2020 per tutti i paesi industrializzati e per quelli in via si sviluppo. È certo che questa nuova sfida comporterà costi ed inefficienze difficilmente giustificabili a meno che, come già espresso in precedenti interventi, non si facciano delle scelte dovute e coraggiose come il ritorno al nucleare. La non-azione, il temporeggiamento ed estenuanti conferenze porterebbero soltanto a provocare danni ambientali irreversibili.

 
  
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  Edite Estrela (PSE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sull’esito della Conferenza di Bali sul cambiamento climatico (COP 13 e COP/MOP 3) in quanto, tenendo conto dell’urgenza di ridurre il riscaldamento globale, ritengo che l’accordo raggiunto a Bali segni un importante passo affinché nel 2009, a Copenaghen, sia possibile elaborare e approvare un nuovo protocollo, con nuovi obiettivi sul versante della riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra.

Ritengo che la Presidenza portoghese dell’UE abbia svolto un ruolo chiave nell’ambito della Conferenza di Bali, contribuendo in modo attivo allo sviluppo dei negoziati e riuscendo a ottenere un accordo estremamente positivo. Sarebbe tuttavia auspicabile che il piano d’azione di Bali facesse riferimento a obiettivi quantificati per la riduzione delle emissioni di CO2.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Nel complesso, la risoluzione in oggetto si limita a ripetere idee generiche ed è inadeguata sotto vari aspetti. Da qui la nostra astensione.

Per esempio, poiché il principale obiettivo è ridurre le emissioni di CO2 generate dalla combustione dei combustibili fossili, si pone il problema di misurare dette emissioni. Sappiamo che tale misurazione è di estrema complessità e che può essere manipolata, in quanto i combustibili fossili, dopo l’estrazione, vengono trasportati e trasformati, e i relativi prodotti secondari distribuiti e impiegati in vari modi diversi, a migliaia di punti finali.

Come hanno indicato vari esperti del settore, per ridurre le emissioni e conseguire gli obiettivi, è più efficace e semplice controllare uno strumento approvato sulla base di un protocollo sull’estrazione e sulla commercializzazione internazionale dei combustibili fossili. Sarebbe più facile pertanto definire percentuali o obiettivi di riduzione della produzione primaria di combustibili fossili, e relative esportazioni/importazioni, fissando così limiti di emissioni per paese.

Ma c’è anche l’esigenza di negoziare impegni da parte dei paesi più ricchi affinché sblocchino fondi a sostegno dei paesi in via di sviluppo per aiutarli a sopportare i costi economici e sociali delle misure necessarie.

Mi dispiace che le proposte presentate dal gruppo al riguardo siano state respinte.

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. (PT) Lo scorso dicembre, le parti contraenti alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico si sono incontrate a Bali, e hanno compiuto passi avanti riguardo a molti aspetti relativi alla protezione del clima globale.

Oltre all’avvio dei negoziati concernenti un nuovo protocollo che sostituisca il protocollo di Kyoto, desidero sottolineare che la quarta relazione di valutazione del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) ha costituito una valida base scientifica per il lavoro della Convenzione e che per la prima volta si è affermato – ponendo così fine a tabù – che anche i paesi in via di sviluppo devono cooperare, ovviamente tenendo conto del rispettivo contesto economico e livello di sviluppo.

Infine, ritengo che la principale innovazione di Bali sia stata la scelta di includere, per la prima volta, il problema della deforestazione che, in quanto parte del piano d’azione di Bali, verrà affrontato nella prospettiva di integrarlo nel futuro protocollo.

Voto a favore della risoluzione della commissione temporanea sul cambiamento climatico in quanto sostiene il risultato conseguito a Bali, formula una serie di osservazioni sul ruolo che deve rivestire l’UE nelle future consultazioni, aspetto che condivido, e specifica fin dove deve arrivare il piano d’azione di Bali.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione.

La tredicesima Conferenza delle parti contraenti alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, tenutasi a Bali dal 3 al 15 dicembre, doveva definire un calendario per i prossimi due anni e raggiungere un accordo che prorogasse il protocollo di Kyoto, che scadrà nel 2012. Anche se sembra che il primo obiettivo sia stato conseguito, siamo ancora ben lontani dal realizzare il secondo.

L’aspetto più deplorevole è che la comunità internazionale non sia stata in grado di accordarsi su un numero obiettivo riguardo alla stabilizzazione e poi alla riduzione, entro il 2020, di almeno il 20% rispetto ai livelli del 1990 delle emissioni globali di gas a effetto serra. L’Unione europea deve rafforzare il ruolo costruttivo e proattivo che è stata capace di svolgere a Bali al fine di non offrire ai paesi che rifiutano tutti gli obiettivi il pretesto per non agire.

L’accordo di Bali, che è stato firmato da tutti i paesi presenti, deve essere accolto con favore, ma non deve dare adito a una nuova sequela di banalità. Restano ancora due anni per raggiungere un’intesa e le esitazioni circa la tabella di marcia indicano che la parte più ardua deve ancora arrivare.

 
  
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  Diamanto Manolakou (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La risoluzione relativa alla Conferenza di Bali sul cambiamento climatico si sforza di trovare segni positivi laddove non ce ne sono. Al tempo stesso, nasconde la causa della distruzione ambientale: la razzia delle risorse naturali da parte del capitale al fine di trarre profitto dalla commercializzazione della terra, dell’aria, dell’energia e dell’acqua.

La risoluzione evidenzia il pericolo che il cambiamento climatico “potrebbe costituire un grande fattore di destabilizzazione nei paesi più poveri”. Il capitale dell’euromonopolio può utilizzare il cambiamento climatico come pretesto per continuare a sfruttare i paesi in via di sviluppo, poiché sappiamo che l’attività delle multinazionali è una delle principali cause della povertà.

La risoluzione chiede un impegno serio da parte delle nazioni emergenti, conformemente al loro stadio di sviluppo e alla composizione delle loro economie. Si riferisce in particolare a Cina e India, con cui è urgente promuovere la cooperazione in materia di politica energetica al fine di limitare le sostanze inquinanti. Fondamentalmente mira a esercitare pressione su queste regioni frenando le loro potenzialità di sviluppo e le loro rivendicazioni per maggiori quote di mercato nel gioco della concorrenza imperialista per l’attribuzione dei mercati. Forse è questo il motivo per cui non vi è alcun riferimento a misure volte alla riduzione diretta delle emissioni dei gas a effetto serra, e vi sono solo espressioni generiche di buone intenzioni.

In sintesi, il cambiamento climatico alla Conferenza di Bali è stato solo uno specchietto per le allodole. I veri temi erano il rafforzamento dei conflitti tra potenze imperialiste nel settore dell’energia e la commercializzazione dell’ambiente.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. − (EN) Sostengo appieno la valutazione della risoluzione sul risultato dei negoziati della Conferenza di Bali. Grazie all’UE, Bali ha conseguito più di quanto ci si attendesse ma meno del necessario. È deplorevole che le parti negoziali non siano riuscite a pervenire a un accordo su obiettivi e numeri concreti riguardo alla riduzione delle emissioni di CO2. Ho votato a favore della risoluzione.

 
  
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  Karin Scheele (PSE), per iscritto. − (DE) È importante che nella risoluzione adottata si ponga espressamente in rilievo il nesso tra deforestazione e cambiamento climatico. Il ruolo delle foreste pluviali è cruciale per il clima del nostro pianeta; oltre a immagazzinare enormi quantità di CO2, sono i maggiori serbatoi della terra, assorbono acqua come spugne e raffreddano l’atmosfera. La deforestazione, l’abbattimento degli alberi e gli incendi pregiudicano tuttavia pesantemente questa funzione essenziale. Fermare tutto ciò apporterebbe un contributo fondamentale alla lotta contro il riscaldamento globale.

L’aumento della domanda di biocombustibili che si registra in Europa è diametralmente opposto al concetto di protezione delle foreste pluviali. Sono già stati distrutti migliaia di ettari di foresta pluviale per estrarre olio di palma onde soddisfare la richiesta sempre più pressante di biodiesel. La certificazione e l’identificazione della produzione sostenibile di biodiesel sono quindi requisiti essenziali per proteggere le foreste pluviali e il clima del nostro pianeta. La produzione di biodiesel peggiora inoltre la situazione sociale dei paesi interessati a causa dell’aumento vertiginoso dei prezzi delle derrate alimentari. Sono quindi contrario alla proposta della Commissione contenuta nel pacchetto relativo all’energia e al clima che prevede di fissare quale obiettivo vincolante l’introduzione del 10% di biocarburanti entro il 2020, in quanto non contribuisce minimamente alla protezione del clima ed è ben lungi dall’essere una politica sostenibile.

 
  
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  Lars Wohlin (PPE-DE), per iscritto. − (SV) Negli anni a venire occorre ridurre drasticamente le emissioni dei gas a effetto serra. La risoluzione suggerisce non poche idee valide su come conseguire tale obiettivo, ed è per questo che ho deciso di votare a favore del testo.

Gli obiettivi da fissare si possono sintetizzare nell’espressione 20-20-20, che significa che le emissioni devono diminuire del 20%, che l’impiego di fonti di energia rinnovabili deve aumentare del 20% e che questi risultati devono essere raggiunti entro il 2020. Nondimeno, ritengo che si dovrebbe focalizzare l’attenzione sulla riduzione delle emissioni e che si debba lasciare la facoltà a ogni Stato membro di decidere il modo in cui realizzare l’obiettivo. L’UE dovrebbe quindi astenersi dallo specificare come i paesi devono cambiare i rispettivi procedimenti d’impiego delle fonti di energia rinnovabili.

Nella misura in cui può essere appropriato elaborare una specifica, è deplorevole che l’energia nucleare non sia contemplata nella voce relativa alle fonti di energia rinnovabili. L’AIEA ha concluso che l’energia nucleare è un elemento necessario nel quadro dell’azione intesa a ridurre le emissioni di biossido di carbonio. È spiacevole che la risoluzione in oggetto scelga di trascurare questo aspetto e ribadisca che per il processo di riduzione delle emissioni non si deve ricorrere all’uso dell’energia nucleare.

In fase di attuazione della risoluzione emergerà con chiarezza che l’UE ha indirettamente escluso un ruolo dell’energia nucleare nel miglioramento della situazione climatica. È un atteggiamento che reputo assolutamente bizzarro e che dovrebbe essere notato.

 
  
  

− Relazione Fiona Hall (A6-0003/2008)

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. − (SV) Abbiamo votato a favore della relazione considerato il suo obiettivo generale, ma non sosteniamo tutti i punti del dettaglio tecnico o l’ambizione di voler disciplinare tramite decisioni politiche che cosa si deve produrre o vendere, articoli come gli apparecchi per riscaldare ambienti esterni, per esempio.

 
  
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  Giles Chichester (PPE-DE), per iscritto. − (EN) I conservatori britannici appoggiano l’ampia portata di questa relazione di iniziativa; del resto, chi potrebbe essere contrario all’efficienza energetica? Tuttavia, nutriamo alcune riserve riguardo a certi aspetti della proposta, laddove il relatore sembra aver perso il senso della misura.

Adottare un marchio di efficienza energetica è una scelta valida che consente ai consumatori di operare una scelta, ma iniziare vietando determinati prodotti solo perché impiegano energia in un modo che alcuni non approvano appare eccessivo.

È particolarmente insensato prendersela con gli apparecchi per riscaldare ambienti esterni (paragrafo 16), il cui uso diffuso è una diretta conseguenza della normativa contro il fumo del governo del Regno Unito.

Confidiamo nel fatto che questo specifico suggerimento non venga integrato in alcuna futura proposta della Commissione.

 
  
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  Nigel Farage (IND/DEM), per iscritto. − (EN) Sono totalmente contrario agli scarichi – e questa è la linea politica del mio partito – ma non posso votare a favore dell’imposizione di decisione dell’UE, per quanto illuminate a volte possano sembrare.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La presente relazione è l’ennesimo testo che prende atto di una situazione senza approfondirne le cause o delineare i percorsi essenziali da seguire, limitandosi, invece, a riportare dichiarazioni controverse formulate da organizzazioni internazionali e, in uno o due casi, come quando fa riferimento alla Russia o all’Africa, dimostrando che la sua preoccupazione è molto rivolta alla difesa degli interessi dell’UE che a qualsiasi tipo di politica di cooperazione; noi pertanto dissentiamo.

Quello che è evidente è che la scarsità di combustibili fossili, quale si riflette nei loro prezzi, richiede una riduzione dei consumi. Al fine di evitare di contrarre le attività economiche e sociali, dobbiamo assolutamente diminuire i consumi inutili, gli sprechi nei processi di conversione, trasporto e distribuzione, nonché nel consumo finale.

Dato che non è possibile riciclare l’energia dopo l’uso e le risorse sono scarse, occorre adottare una gestione in linea con le conoscenze tecniche e con le complesse priorità politiche, il che necessita di una programmazione centrale da parte dei governi nel pubblico interesse, e che elimini le fluttuazioni e le ansie degli agenti di mercato. Dobbiamo ancora raggiungere questo traguardo.

Già altre raccomandazioni dalle valide intenzioni sono orientate alla vita e al lavoro nelle città e nelle aree metropolitane, con effetti potenzialmente molto positivi in termini di rinnovo e innovazione delle reti energetiche, degli edifici, dei trasporti e di altri servizi di pubblica utilità.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. − (EN) Sono a favore del principio generale della presente relazione quale piano d’azione per l’efficienza energetica. Non ho alcun problema a esplorare eventuali soluzioni per diminuire i consumi degli apparecchi di riscaldamento, ma sono contrario a vietare gli apparecchi per riscaldare gli ambienti esterni.

Per quanto mi consta, la maggior parte di questi dispositivi serve ai proprietari di locali pubblici per riscaldare i fumatori che la recente normativa costringe a stare fuori al freddo. Già il divieto di fumare ha comportato la chiusura di centinaia di locali con la conseguente perdita di posti di lavoro, e quindi una tale imposizione non farebbe che moltiplicare le chiusure e aumentare la disoccupazione.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Al di là del ritornello diventato qui abituale sul cambiamento climatico e le misure per contrastarlo, la questione della sicurezza e dell’indipendenza sul versante dell’energia degli Stati europei giustifica in quanto tale il tentativo da parte nostra di utilizzare in modo più razionale l’energia. La ragione per cui non voteremo contro la relazione in oggetto è che lo sviluppo della maggior parte delle norme avviene a livello europeo.

Tuttavia, in questo testo ricadiamo nella visione maltusiana e colpevolizzante presente in tutte le relazioni del Parlamento in materia: la cieca stigmatizzazione degli automobilisti, il divieto di determinati dispositivi, la volontà di dettare comportamenti dei singoli e di obbligare le persone sin dalla più tenera età, di immischiarsi nella politica in materia di urbanistica o edilizia, di promuovere una fiscalità e regimi di tariffe sull’energia che di fatto penalizzeranno solo le fasce più fragili della popolazione.

Pertanto, sì a norme minime, sì al sostegno alla ricerca, sì a informazioni obiettive che consentano scelte illuminate, sì alla promozione degli incentivi fiscali, ma no alla persecuzione e al massacro.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. − (SV) Dai risultati delle ricerche condotte emerge che le emissioni dei gas a effetto serra generate dall’attività dell’uomo contribuiscono al rapido cambiamento climatico. Siamo pertanto a favore della conclusione principale secondo cui tutti i paesi devono adottare misure globali volte a ridurre queste emissioni e gli Stati dell’UE devono assumere la guida nell’ambito di questa azione.

Al contempo, non siamo d’accordo riguardo alla tendenza della Commissione e dei relatori del Parlamento di sfruttare sempre le grandi sfide onde centralizzare il potere politico e creare un’UE orfana di libertà e priva di dinamismo.

La funzione dell’UE nel quadro della politica energetica dovrebbe limitarsi a:

– fissare obiettivi di emissioni per ogni paese e poi demandare a questi ultimi e al mercato il conseguimento di tali obiettivi in libera concorrenza;

– internalizzare i costi delle emissioni fissando livelli sufficientemente elevati per i prezzi dei diritti di emissione. (Le emissioni verranno così automaticamente considerate nei miliardi di decisioni economiche prese ogni giorno nel mondo da famiglie e imprese. I privati sceglieranno di propria iniziativa lampadine a basso consumo, i costruttori automobilistici produrranno veicoli che consumano meno carburante e i progettisti edili costruiranno case passive. Si pagherà quindi per attività di R&S nel campo);

– assegnare fondi a favore della ricerca ed elaborare normative relative all’etichettatura dei prodotti.

I politici dell’UE non devono occuparsi di una regolamentazione del dettaglio. Nessuno conosce al momento il modo migliore per programmare questa gigantesca trasformazione. Non siamo quindi a favore di vietare apparecchi per riscaldare ambienti esterni e alle concessioni fiscali per le demolizioni edili.

Abbiamo votato “no” onde incoraggiare un ripensamento della politica in materia di energia dell’UE.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione in oggetto che è in linea con le conclusioni del Consiglio europeo di marzo 2007 sull’efficienza energetica, le quali sottolineavano la necessità di aumentare l’efficienza energetica nell’UE in modo da raggiungere l’obiettivo di risparmio dei consumi energetici dell’UE del 20% rispetto alle proiezioni per il 2020.

Accolgo con favore le misure volte a rafforzare le prestazioni energetiche di prodotti, edifici e servizi, migliorare l’efficienza della produzione e della distribuzione di energia, ridurre l’impatto dei trasporti sul consumo di energia, facilitare finanziamenti e investimenti nel settore nella prospettiva di incoraggiare e accrescere un comportamento razionale rispetto al consumo di energia.

I cittadini europei devono poter beneficiare di infrastrutture (tra cui gli edifici), prodotti (elettrodomestici e autovetture, tra gli altri), processi e servizi di energia che offrano la migliore efficienza energetica del mondo.

Il piano d’azione avrà altresì l’effetto di rafforzare la competitività industriale, sviluppare le esportazioni di nuove tecnologie e avrà ripercussioni positive sull’occupazione. Inoltre, i risparmi realizzati compenseranno gli investimenti effettuati in tecnologie innovative.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE), per iscritto. − (EN) Non do il mio appoggio al paragrafo che chiede il ritiro dal mercato di specifici elettrodomestici in quanto è una dichiarazione eccessivamente categorica.

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE), per iscritto. − (EN) Ho votato a favore della relazione, che si presenta nel complesso eccellente. Tuttavia, il paragrafo 16 che “sollecita la Commissione a stabilire il calendario per il ritiro dal mercato di tutti gli apparecchi, gli elettrodomestici e altri prodotti a consumo energetico aventi una bassa efficienza energetica, ad esempio gli apparecchi per riscaldare ambienti esterni” sarebbe stato migliore se non avesse proposto di imporre un divieto e preso di mira un particolare apparecchio, che è solo un esempio tra i tanti che suscitano preoccupazione riguardo allo spreco di energia e riguarda un dispositivo di cui beneficiano molte persone, non ultimo in un contesto urbano sociale come quello della mia circoscrizione, vale a dire Londra.

Accolgo con favore la decisione di alcuni commercianti di sospendere la vendita di tali apparecchi di riscaldamento in risposta alla pressione esercitata dai consumatori, e io stessa non ne comprerei uno. Tuttavia ritengo che la linea migliore da adottare sia quella di fissare norme minime per l’efficienza energetica degli apparecchi, informare il pubblico sul consumo di energia e incoraggiare gli utenti a considerare la loro impronta globale di carbonio nonché a scegliere le apparecchiature, usare i trasporti, adottare un comportamento sociale di conseguenza, anziché vietare gli apparecchi per riscaldare ambienti esterni o qualsiasi altro articolo analogo. Dopotutto – e per fortuna – è possibile che l’innovazione in risposta alle norme di efficienza ne generi di più efficienti.

 
  
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  Jules Maaten (ALDE), per iscritto.(NL) Accolgo con favore la proposta avanzata dall’onorevole Hall, e il fatto che finalmente avvenga il passaggio da teorie astratte a proposte concrete al fine di rafforzare l’efficienza energetica nell’Unione europea. Esprimo la mia soddisfazione per la scelta di mantenere nella relazione l’obiettivo di migliorare del 20% l’efficienza energetica entro il 2020. Non appoggio il paragrafo 16 del testo in questione, che chiede il ritiro dal mercato di tutti gli apparecchi aventi una bassa efficienza energetica. In fondo, occorre incoraggiare l’industria a produrre apparecchi migliori e più efficienti. Mi astengo pertanto dal voto finale.

 
  
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  Toine Manders (ALDE), per iscritto.(NL) Il Partito del Popolo per la Libertà e la Democrazia (VVD) è contrario ai divieti, ma favorevole ai miglioramenti. Pertanto il VVD non appoggia la decisione di vietare gli apparecchi per riscaldare ambienti esterni, ma appoggia soluzioni innovative per lottare contro l’inefficienza. Il gruppo VVD al Parlamento europeo ritiene che, nel contesto della lotta contro il cambiamento climatico, sarebbe piuttosto strano se non esplorassimo anche la possibilità di rendere tali dispositivi più efficienti. Il gruppo ha quindi appoggiato la richiesta che la relazione dell’onorevole Hall rivolge alla Commissione, ossia il graduale ritiro dal mercato degli apparecchi aventi una bassa efficienza energetica e la loro sostituzione con modelli più efficienti. La relazione deve essere vista come un incentivo per l’industria a sviluppare prodotti più efficienti sotto il profilo energetico, ad esempio, gli apparecchi per riscaldare ambienti esterni.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. − (EN) Il piano d’azione offre gli strumenti più economicamente redditizi per contrastare il cambiamento climatico. Accolgo infatti con favore il piano e ritengo che l’obiettivo di ridurre le nostre emissioni di gas a effetto serra del 20% entro il 2020 sia fattibile sia in termini tecnici che economici.

Il piano è un passo nella giusta direzione e io ho votato a suo favore, anche se deve essere considerato un primo passo e devono seguire obiettivi ben più ambiziosi.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. − (DE) Le misure volte a risparmiare energia e a ottenere una maggiore efficienza energetica sono auspicabili per considerazioni di carattere ambientale ed economico. Ho votato quindi a favore della relazione Hall, ma mi auguro che in questo caso conseguiremo risultati migliori che con la riduzione del consumo di energia, obiettivo cui miriamo per il 2020, o con la decisione di aumentare la quota di fonti rinnovabili di energia, ambedue nobili intenzioni, che probabilmente non saremo in grado di sostenere data la situazione attuale.

 
  
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  Olle Schmidt (ALDE), per iscritto. − (SV) La relazione elaborata dall’onorevole Fiona Hall affronta un tema di estrema importanza. Non è sufficiente per l’UE predisporre norme severe riguardo alle emissioni di biossido di carbonio. Le persone devono volere ed essere in grado di cambiare i propri consumi e i propri modelli di comportamento onde modificare sostanzialmente la situazione. Il paragrafo 61 dispensa buon senso al riguardo e afferma che la lotta deve iniziare dalla propria casa.

Nell’interesse della nostra credibilità, il Parlamento europeo dovrebbe quindi fornire un valido esempio con la sua attività. Esortiamo il popolo dell’UE a rinunciare a tutto, dal bollitore alle terrazze riscaldate di caffè e ristoranti, quando poi il consumo di energia della seconda sede del Parlamento europeo da solo genera 5 322 tonnellate di emissioni di biossido di carbonio l’anno! Da uno studio commissionato dall’onorevole Caroline Lucas emerge che i trasferimenti mensili del Parlamento verso la Francia hanno conseguenze drammatiche. I viaggi a Strasburgo, dove il nostro Emiciclo svolge le votazioni, corrispondono a 18 901 tonnellate di emissioni di biossido di carbonio l’anno, pari a oltre 10 000 voli dall’Europa a New York.

L’approvazione della relazione è un risultato positivo. Smettere di viaggiare a Strasburgo per esprimere i nostri voti, di cui potremmo facilmente occuparci stando a casa, sarebbe meglio.

 
  
  

− Relazione Carl Schlyter (A6-0495/2007)

 
  
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  Derek Roland Clark (IND/DEM), per iscritto. − (EN) Sono favorevole a un divieto dei rigetti che è in linea con la politica del mio partito riguardo alle norme sensibili per la pesca commerciale. Non posso votare a favore della risoluzione in quanto rappresenta più che un’ingerenza nelle questioni britanniche. Il Regno Unito è ben in grado di definire le proprie disposizioni in materia di pesca e di tutela del settore, come è sempre stato solito fare prima di aderire a questa dispendiosissima organizzazione.

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. – (PT) I rigetti (gettare in mare pesci morti o morenti) delle catture accessorie sono un problema grave che occorre risolvere nel contesto della PCP.

Con meccanismi di gestione che tengono conto degli sbarchi anziché dei rigetti, il settore comunitario della pesca necessita di una rapida riformulazione delle sue politiche al fine di ridurre queste cattive prassi.

A tale riguardo, la Commissione europea ha elaborato una comunicazione in cui annuncia l’intenzione di introdurre una politica volta a ridurre le catture accessorie di specie indesiderate e a eliminare progressivamente i rigetti nelle attività di pesca europee.

Le catture accessorie indesiderate e il relativo rigetto comporta innumerevoli conseguenze: è uno spreco di risorse, la cattura di novellame di specie bersaglio si traduce in minori possibilità di cattura per quelle specie e in una riduzione della biomassa riproduttiva e, con catture e rigetti di specie su cui non sono incentrate le attività di pesca (quali pesci, crostacei, mammiferi o uccelli marini), rappresenta un attacco biologico all’ecosistema marino.

Alla luce di quanto suesposto e in considerazione del fatto che la presente relazione riguarda una pesca sostenibile, in linea con i principi della PCP riformata, intendo votare a favore.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. (PT) È ovviamente desiderabile e necessario ridurre le catture accessorie e i rigetti di specie indesiderate, ma non dovrebbe essere un’incombenza affidata alla legislazione.

Poiché è impossibile menzionare tutti gli aspetti sollevati nella relazione in oggetto, accogliamo con favore l’adozione del nostro emendamento il quale “ricorda che per quanto riguarda i rigetti l’impatto della piccola pesca è minimo e pertanto sollecita un maggior sostegno comunitario alla promozione e allo sviluppo della piccola pesca costiera e artigianale”.

Lamentiamo il fatto che siano state respinte le nostre proposte che sottolineavano quanto segue:

− al fine di elaborare misure sostenibili volte a promuovere una reale riduzione dei rigetti è innanzi tutto essenziale individuare e analizzare le varie cause che li determinano, ad esempio ragioni commerciali (collegate a prezzi, commercializzazione, massimizzazione del valore del pesce), catture di esemplari di taglia inferiore a quella minima prevista per gli sbarchi o catture accessorie;

− occorre condurre uno studio dettagliato riguardo alle misure da adottare e all’impatto di queste sulla situazione socioeconomica del settore;

− l’importanza delle riduzioni volontarie dello sforzo di pesca e l’attuazione di meccanismi che consentano ai pescatori di ottenere un indennizzo finanziario per tale sforzo e l’adozione di misure positive di intervento sul mercato intese a contrastare la pratica dei rigetti (commercializzazione garantita del pesce a prezzi equi e sviluppo dell’industria conserviera).

 
  
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  Roger Knapman (IND/DEM), per iscritto. − (EN) Sono favorevole a un divieto dei rigetti che è in linea con la politica del mio partito, ma non posso votare a favore della risoluzione nel suo complesso, in quanto contempla l’introduzione di strumenti a livello comunitario.

Per quanto riguarda nello specifico l’emendamento n. 14, se, per un verso, reputo lodevoli gli sforzi dei pescatori scozzesi, che hanno preso l’iniziativa di ridurre volontariamente le catture di pesci immaturi, dall’altro, non posso essere a favore dell’attuazione di un sistema di compensazione gestito dalle istituzioni dell’UE.

 
  
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  Diamanto Manolakou (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Sembra un’idea sensata il fatto di adottare una serie di misure per evitare i rigetti e proteggere in questo modo gli stock ittici. Soffermiamoci tuttavia un attimo a considerare per quale motivo le catture vengono rigettate, in un momento in cui molti lavoratori gradirebbero mangiare più pesce.

La ragione è ravvisabile nella produzione capitalista. Le catture delle risorse ittiche sono merci immesse sul mercato per far guadagnare un profitto alle grandi imprese alieutiche anziché semplici prodotti destinati a soddisfare le esigenze alimentari. Se un’azienda del settore ritiene che non registrerà un profitto o, più verosimilmente, che il prezzo di alcune catture scenderà a causa della loro abbondanza, ecco che possiamo spiegare il perché dei rigetti, anche se non è di certo la sola motivazione.

La nuova proposta è essenzialmente uno sfoggio di buone intenzioni e ripete una politica comparabile che, secondo la relazione, avrebbe dovuto essere applicata più di cinque anni fa. Non abbiamo alcuna obiezione da sollevare riguardo all’adozione di determinate misure intese a limitare o vietare i rigetti, ma abbiamo una riserva: alcuni di questi provvedimenti possono tradursi in un onere per le piccole e medie imprese alieutiche e possono essere fondamentalmente un pretesto per impedire loro di pescare liberamente. In altre parole, alcune proposte possono essere una scusa per spremere le PMI ed espandere in modo incontrollato le grandi imprese attive nel settore della pesca.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. − (EN) Qualsiasi tentativo di migliorare la politica europea in materia di pesca è positivo per la Scozia e la sua industria alieutica. La relazione si sforza di cercare soluzioni per ridurre progressivamente la quantità di catture accessorie indesiderate e per vietare i rigetti, due pratiche dannose che sono sempre più abituali nel settore della pesca.

Con questa prospettiva, il testo propone un approccio logico ed efficace riguardo alla raccolta di informazioni e chiede di introdurre misure semplici che siano di facile attuazione ed economicamente realizzabili. Ho votato a favore delle raccomandazioni contenute nella relazione.

 
  
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  Brian Simpson (PSE), per iscritto. − (EN) In quanto spettatore appassionato della grande serie televisiva Deadliest Catch, ora sono un accanito ammiratore dei pescatori e del lavoro che svolgono. Voterò a favore della relazione in oggetto perché dobbiamo affrontare con serietà il problema di questi rigetti, con pesci di ottima qualità che vengono ributtati in mare a causa del funzionamento del complesso sistema dei contingenti.

Non credo che intervenire sul mercato sia la risposta adeguata o che si debba tralasciare il sistema dei contingenti, ma in ogni caso dobbiamo affrontare di petto la situazione.

I nostri stock ittici sono ancora bassi. La domanda continua a salire ed è in questo che sta il nostro dilemma. Dobbiamo salvaguardare i nostri stock e un modo per conseguire tale obiettivo è eliminare o, per lo meno, ridurre al minimo le catture accessorie indesiderate e i rigetti.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. − (EN) Mi ha sorpreso vedere che è stato accolto l’emendamento n. 9, secondo il quale tutti i pescherecci dovrebbero essere dotati di un CCTV. Non viene spiegato in alcun modo come dovrebbe essere impiegato, non è stata fornita una valutazione d’impatto che dimostri che funzioni né alcun dettaglio che indichi come si dovrebbe pagare.

 
  
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  Cornelis Visser (PPE-DE), per iscritto.(NL) Oggi il Parlamento europeo ha votato in merito alla relazione su una politica per ridurre le catture accessorie ed eliminare i rigetti nella pesca. I deputati del partito cristiano democratico (CDA) e del Partito popolare europeo (PE) hanno votato a favore della relazione finale poiché contiene alcuni punti positivi. Ad esempio, ammette che alcune specie ittiche sono note per un alto tasso di sopravvivenza quando riversate in mare e che deroghe al bando della pesca per tali specie sono possibili. Questo è importante nel caso del novellame della sogliola, dal momento che tale specie è caratterizzata da un tasso di sopravvivenza estremamente elevato. La relazione pone anche in risalto gli incentivi negativi e positivi volti a ridurre i rigetti. Si tratta di un approccio più sensibile rispetto a un totale divieto dei rigetti. Ad avviso della delegazione del CDA/PPE, vietare del tutto i rigetti è una soluzione non realistica.

 
  
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  Thomas Wise (IND/DEM), per iscritto. − (EN) Sono favorevole a un divieto dei rigetti, che è in linea con la politica del mio partito, ma non posso votare a favore della risoluzione nel suo complesso, in quanto contempla l’introduzione di strumenti a livello comunitario.

Per quanto riguarda nello specifico l’emendamento n. 14, se, per un verso, reputo lodevoli gli sforzi dei pescatori scozzesi, che hanno preso l’iniziativa di ridurre volontariamente le catture di pesci immaturi, dall’altro, non posso essere a favore dell’attuazione di un sistema di compensazione gestito dalle istituzioni dell’UE.

 
  
  

− Proposta di risoluzione su una strategia europea per i Rom (B6-0050/2008)

 
  
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  Philip Bradbourn (PPE-DE), per iscritto. − (EN) I miei colleghi conservatori e io condanniamo fermamente e incondizionatamente ogni forma di razzismo e xenofobia e sosteniamo appieno il popolo Rom nella lotta contro la discriminazione di cui sono vittima. Nondimeno, tale problematica dovrebbe essere integrata nella politica di gestione di ciascuno Stato membro.

Non possiamo appoggiare la risoluzione in oggetto in quanto rafforza la possibilità di segregazione ed emarginazione dei Rom inserendoli in una categoria distinta e invita la Commissione a elaborare varie strategie e piani d’azione che dovrebbero rientrare nella sfera di competenze degli Stati membri.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. − (SV) Esclusione sociale, povertà e discriminazione sono problemi che impongono agli Stati membri di fare tutto quanto in loro potere per contrastarli. Sono ingiustizie che hanno colpito in modo particolarmente pesante la minoranza Rom. Tuttavia, riteniamo che la politica di integrazione debba essere regolamentata a livello degli Stati membri.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. − (SV) Abbiamo votato a favore della risoluzione in sede di votazione finale. Desideriamo tuttavia sottolineare che è innanzi tutto e soprattutto responsabilità politica di ogni Stato membro risolvere i problemi di discriminazione etnica e le questioni di giustizia sociale all’interno del territorio dei rispettivi paesi.

Alcuni degli emendamenti alla risoluzione presentati dal gruppo UEN presentano qualche traccia di pregiudizio, e pertanto abbiamo deciso di non votare a loro favore.

La missione dell’Unione europea in questo contesto è porre in risalto i principi di un’unione dei valori. Nell’UE e in Europa si deve combattere contro il razzismo e la discriminazione etnica. Ma per realizzare tutto ciò ogni Stato membro deve intraprendere un’azione educativa e che contribuisca a formare un’opinione onde infondere in ogni nuova generazione il sentimento che tutti gli esseri umani sono di pari valore.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. (PT) I cittadini di origine Rom sono spesso vittime di discriminazione nei vari paesi dell’UE, che può assumere molte forme diverse, colpendo i loro diritti politici, economici, sociali o culturali, e incoraggiare così la povertà, l’esclusione sociale e la disgregazione.

La violazione o il mancato esercizio di diritti fondamentali quali il diritto alla salute, all’abitazione, all’istruzione, a un’occupazione con diritti e sicurezza sociale, alimenta situazioni di disparità sociale, emarginazione e ghettizzazione, analfabetismo, inserimento nell’economia sommersa, nonché mancata partecipazione a livello sociale e politico, un problema che devono affrontare molti cittadini di origine Rom.

Ci occorrono quindi piani programmatici efficaci per lottare contro la disparità sociale, lo sfruttamento e la concentrazione di ricchezza, per creare posti di lavoro con diritti, per garantire l’accesso e l’esercizio dei diritti più fondamentali, e per eradicare la povertà e l’esclusione sociale. Essenzialmente, politiche che richiedono di allontanarsi dalle linee programmatiche e di orientamento dell’Unione europea, un aspetto cruciale che la risoluzione omette.

Non riteniamo che la soluzione ai problemi che devono affrontare molti cittadini di origine Rom sia l’adozione di “politiche comuni” a livello comunitario, come perora la risoluzione.

Ci siamo pertanto astenuti.

 
  
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  Katalin Lévai (PSE), per iscritto. − (HU) Nell’aprile 2005 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione volta a migliorare la situazione dei Rom e in cui invitava la Commissione europea a elaborare un piano d’azione al riguardo. Da allora non è accaduto nulla, se non qualche promessa e parole altisonanti. La maggior parte dei 12-15 milioni di Rom presenti in Europa, di cui 10 milioni vivono nell’Unione dall’epoca dell’adesione del 2004, si trova a lottare contro gli stessi problemi, e in condizioni sociali misere, come fa da anni: povertà, esclusione, l’integrazione, la mancanza di lavoro, e la discriminazione multipla nei confronti delle donne e dei bambini di origine Rom.

La maggioranza degli Stati membri non considera i Rom una minoranza etnica a causa della mancanza di una madrepatria, e non intervengono per modificare in modo sostanziale la loro situazione. Dalle esperienze degli ultimi anni è invece emerso che sia nei vecchi che nei nuovi Stati membri si sta delineando un radicalismo sempre più forte. Ritengo pertanto che sia giunto il momento di apportare cambiamenti radicali. Il gruppo socialista al Parlamento europeo ha già avviato il suo piano d’azione, il cui primo passo è consistito nel produrre una risoluzione in collaborazione con illustri esperti di altri partiti.

Invito pertanto gli onorevoli colleghi ad affrontare questa sfida europea e a dar vita insieme a una strategia europea per i Rom, con il nostro voto.

 
  
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  Diamanto Manolakou (GUE/NGL), per iscritto. (EL) I Rom sono quasi sempre vittime della discriminazione razziale. La non accettazione delle loro tradizioni e della loro cultura, e quindi l’emarginazione, li costringe all’esclusione sociale. Cadono facilmente preda del capitalismo. Spesso sono usati come capri espiatori e vengono colpevolizzati a livello collettivo, come è accaduto di recente con le deportazioni dall’Italia.

I governi nazionali e l’UE si limitano a pronunciare dichiarazioni altisonanti, evitando di adottare misure concrete.

In Grecia, come in altri paesi, la maggioranza dei Rom vive in condizioni di squallore, in accampamenti, senza acqua o fognature. Molti sono disoccupati e sono privi della previdenza sociale e dei diritti all’assistenza sanitaria. I loro figli devono affrontare problemi estremamente pesanti: la mortalità infantile è elevata, le vaccinazioni sono difficilmente disponibili e solo una bassa percentuale dei bambini frequenta regolarmente la scuola. L’otto per cento della comunità Rom è ancora analfabeta.

I governi devono adottare misure che garantiscano la partecipazione dei Rom alla società quali cittadini pari agli altri, nonché il rispetto delle loro tradizioni culturali. In Grecia abbiamo chiesto la creazione di un centro per studi sui Rom e sugli zingari che ponga l’accento in particolare sulla cultura.

Si devono adottare misure immediate volte ad assicurare loro condizioni di vita dignitose e i diritti inalienabili al lavoro, a una pensione, alla sanità e alle cure mediche, nonché all’istruzione.

Come lavoratori, devono lottare contro gli interessi monopolistici e un sistema basato sullo sfruttamento.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. − (EN) L’attuazione di una strategia per i Rom è un elemento a cui sono favorevole. Ritengo che l’UE necessiti con urgenza di una strategia volta a contribuire all’inclusione dei Rom nella società. Rappresentano uno dei maggiori gruppi minoritari del continente e meritano di essere riconosciuti e che vi sia un piano europeo che affronti le problematiche con cui deve confrontarsi questa popolazione.

 
  
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  Daciana Octavia Sârbu (PSE), per iscritto. − (RO) La risoluzione in oggetto riguarda una strategia volta a coordinare e promuovere gli sforzi europei nell’ottica di migliorare le condizioni della popolazione Rom, che deve affrontare una serie di difficoltà imputabili a discriminazione, emarginazione, esclusione sociale e grave povertà. La preoccupazione dell’UE nei confronti delle minoranze, tra cui i gruppi sociali svantaggiati, è anche una risposta all’allargamento che ha comportato l’ingresso di ex paesi comunisti con una significativa percentuale di popolazione Rom. Il problema pertanto assume una dimensione europea, non è più solo circoscritto ai paesi dell’Europa centrale e orientale.

Ho votato a favore della risoluzione perché porta all’attenzione degli Stati membri e delle istituzioni europee l’esigenza di adottare misure volte a creare un ambiente sociale e politico adeguato per l’inclusione sociale dei Rom. La discriminazione nei loro confronti attiene sia alla vita privata che a quella pubblica, tra cui l’accesso a incarichi pubblici, l’istruzione, il mercato del lavoro, l’assistenza sanitaria e le abitazioni. I governi degli Stati membri devono intervenire al fine di ridurre queste inaccettabili spaccature tra la popolazione Rom e il resto della società, onde garantire il rispetto dei principi su cui poggia l’Unione europea, i principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani e delle libertà.

 
Ultimo aggiornamento: 7 ottobre 2008Avviso legale