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Procedura : 2004/0209(COD)
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Ciclo del documento : A6-0440/2008

Testi presentati :

A6-0440/2008

Discussioni :

PV 15/12/2008 - 14
CRE 15/12/2008 - 14

Votazioni :

PV 17/12/2008 - 5.7
CRE 17/12/2008 - 5.7
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Testi approvati :

P6_TA(2008)0615

Discussioni
Lunedì 15 dicembre 2008 - Strasburgo Edizione GU

14. Organizzazione dell’orario di lavoro (discussione)
Video degli interventi
PV
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la raccomandazione per la seconda lettura (A6-0440/2008), presentata dall’onorevole Cercas a nome della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, relativa alla posizione comune del Consiglio in vista dell'adozione della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica della direttiva 2003/88/CE concernente taluni aspetti dell'organizzazione dell'orario di lavoro [10597/2/2008 – C6-0324/2008 – 2004/0209(COD)].

 
  
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  Alejandro Cercas, relatore.(ES) Signor Presidente, signor Commissario, signora Ministro, la revisione della direttiva sull’orario di lavoro ha attirato l’attenzione e le preoccupazioni di milioni di europei. A nostro parere, la proposta del Consiglio rappresenta un madornale errore politico e giuridico.

Spesso ci chiediamo perché i cittadini provino disaffezione verso le nostre istituzioni, le elezioni europee o la nostra agenda politica. Oggi abbiamo ricevuto una spiegazione chiara: basta guardare all’enorme distanza che separa le proposte del Consiglio dalle opinioni di tre milioni di medici e di tutti i sindacati d’Europa, che rappresentano 150 milioni di lavoratori.

Spero che non percepirete questa nostra posizione – l’opposizione del Parlamento – come uno smacco, ma piuttosto come un’opportunità per riprendere il contatto con i cittadini e le loro preoccupazioni, di modo che essi possano vedere che, quando parliamo della dimensione sociale dell’Europa, non ci limitiamo a pronunciare parole vuote o a fare promesse da marinaio.

La settimana lavorativa di 48 ore è un’aspirazione molto vecchia. Era stata promessa già nel trattato di Versailles ed è stata oggetto della prima convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

L’aspirazione di lavorare per vivere e non vivere per lavorare si è tradotta in un circolo virtuoso di aumenti di produttività in Europa, accompagnati da maggiore tempo libero per i lavoratori. Questo è un paradigma al quale non possiamo rinunciare.

Sembra che, per effetto delle paure della globalizzazione o dei tentativi di acquisire vantaggi comparativi, le istituzioni stiano cambiando opinione, dimenticando che potremo vincere la battaglia soltanto grazie all’eccellenza.

La posizione del Consiglio si colloca all’esatto opposto di quella del Parlamento. Crediamo che ci siano validi motivi per accogliere l’opinione del Parlamento.

Il primo motivo è che la clausola di dissociazione è in contrasto con lo spirito e la lettera del trattato.

Il secondo motivo è che la possibilità di dissociarsi dalla norma in questione non ne dimostra la flessibilità ma semplicemente annulla del tutto la norma, svuota di valore le convenzioni e gli standard internazionali e riporta le relazioni industriali al XIX secolo.

Il terzo motivo è che una rinuncia personale, individuale ai diritti è la ricetta infallibile per condannare le persone più deboli della nostra società alle peggiori condizioni di sfruttamento disumano.

L’ultimo motivo è che, permettendo agli Stati membri di fissare deroghe nazionali alla normativa europea, apriremo la porta al dumping sociale tra i nostri paesi.

Moltissime ricerche dimostrano quanto il ricorso alla clausola di dissociazione sia stato deleterio per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Quegli stessi studi rivelano altresì quanto la clausola penalizzi le donne nella ricerca di un posto di lavoro e nelle opportunità di carriera, oltre che nel conciliare lavoro e famiglia.

Questa proposta di direttiva è dunque peggiore della direttiva attualmente vigente. In futuro, la clausola di dissociazione non sarà un’eccezione temporanea e unica, bensì diventerà una regola generale di validità permanente e, cosa ancora peggiore, sarà sancita e approvata in nome della libertà e del progresso sociale.

L’altra grave discrepanza riguarda i diritti del personale sanitario. E’ veramente una grandissima ingiustizia che le persone che si prendono cura della salute e della sicurezza di milioni di lavoratori non possano più comprendere nel calcolo dell’orario di lavoro la durata dei servizi di guardia. A tale assurdità si aggiunge l’indebolimento del diritto a riposi compensativi dopo periodi di servizio.

Abbiamo cercato di trovare un accordo con il Consiglio per poter arrivare a questa plenaria con una soluzione di compromesso, ma non è stato possibile. Voi del Consiglio non siete disposti a negoziare e pretendete che la vostra posizione comune venga portata avanti senza cambiare nemmeno una virgola.

Spero che mercoledì il Parlamento europeo metta la parola fine a queste intenzioni del Consiglio. In tal modo dimostrerà all’intera Europa che il Parlamento è vivo e tiene fede al suo impegno di proseguire l’integrazione dell’Europa senza dimenticare la dimensione sociale e i diritti dei medici, dei lavoratori, delle donne e, in generale, dei cittadini europei.

Mi auguro altresì che, con il sostegno e i buoni uffici della Commissione, si possa poi avviare la procedura di conciliazione e predisporre un compromesso accettabile per ambedue i rami del potere legislativo. Dobbiamo garantire che il Consiglio tenga in seria considerazione la questione della flessicurezza e la conciliazione tra lavoro e famiglia.

Abbiamo un’opportunità: cogliamola e sfruttiamola appieno per colmare l’enorme distanza che ci separa dai cittadini europei.

(Applausi)

 
  
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  Valérie Létard, presidente in carica del Consiglio. – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevole Cercas, onorevoli deputati, siamo qui riuniti stasera per discutere un tema che ci tiene occupati ormai da parecchi anni ed è importante per tutti i lavoratori europei, cioè la revisione della direttiva sull’orario di lavoro.

Il testo sottoposto oggi al Parlamento europeo è il frutto di un compromesso raggiunto in seno al Consiglio il 9 giugno, sotto la presidenza slovena. Il compromesso riguarda sia la direttiva sull’orario di lavoro sia la direttiva sul lavoro temporaneo. Il Consiglio l’ha adottato nel fermo convincimento che esso costituisca un passo avanti per la situazione dei lavoratori in Europa, in entrambe le sue dimensioni.

Con la direttiva sul lavoro temporaneo, da un canto, il principio della parità di trattamento dal primo giorno di lavoro sta diventando la regola in Europa. Si tratta di un progresso per i milioni di persone che lavorano in quel settore. Inoltre, il Parlamento europeo ha adottato questa direttiva in via definitiva il 22 ottobre. Plaudo a tale decisione perché essa consentirà di migliorare la situazione dei lavoratori temporanei nei 17 Stati membri nei quali il principio della parità di trattamento dal primo giorno di lavoro non è contemplato dalla legislazione nazionale.

Con il compromesso sull’orario di lavoro, dall’altro canto, introduciamo garanzie che fungono da quadro di riferimento per la clausola di dissociazione del 1993, che è stata attuata senza restrizioni e senza un limite di tempo. Ora il testo fissa un limite di 60 o 65 ore, a seconda delle circostanze, rispetto al limite di 78 ore settimanali previsto in precedenza.

Adesso diventa possibile anche sottoscrivere un accordo individuale di dissociazione nelle quattro settimane seguenti all’assunzione di un lavoratore e viene introdotto un controllo rafforzato della vigilanza sul lavoro. Vorrei aggiungere che la posizione comune del Consiglio introduce un’esplicita revisione della clausola di dissociazione. Infine, desidero sottolineare che il compromesso raggiunto sotto la presidenza slovena consente di tener conto delle circostanze specifiche dei servizi di guardia. Questo aiuterà molti paesi, soprattutto nel settore della sanità.

La revisione della direttiva sull’orario di lavoro è ovviamente un compromesso e, come avviene con tutti i compromessi, abbiamo dovuto rinunciare ad alcuni dei nostri obiettivi originari. Penso specialmente alla richiesta di abolire la clausola di dissociazione, sostenuta dalla Francia e da altri paesi, ma si trattava di una posizione di minoranza e noi non avevamo abbastanza potere per imporla al Consiglio.

In questo momento in cui votate in seconda lettura, è importante che teniate a mente quale dovrebbe essere il nostro obiettivo comune, ossia un testo accettabile per tutti, evitando, per quanto possibile, una procedura di conciliazione. C’è, naturalmente, una profonda differenza tra il parere del Parlamento in prima lettura e la posizione comune del Consiglio; ma il Parlamento deve riconoscere che alcuni Stati membri hanno l’urgente necessità di risolvere il problema del calcolo della durata dei servizi di guardia, che il compromesso sloveno comporta miglioramenti per i lavoratori e che in Consiglio non c’è la maggioranza richiesta per revocare la clausola di dissociazione senza restrizioni che è in vigore dal 1993.

In vista della prossima discussione, vorrei richiamare la vostra attenzione in particolare su due punti.

Per quanto riguarda la definizione dei servizi di guardia, l’obiettivo perseguito dal Consiglio è spesso frainteso. Il nostro scopo non è quello di mettere in dubbio i diritti acquisiti dei lavoratori, bensì di rendere possibile il mantenimento degli equilibri esistenti in certi Stati membri. La discussione del Parlamento può utilmente contribuire a una attenta valutazione delle questioni connesse con questa nuova definizione.

Il Consiglio intende fare in modo che i diritti delle persone non siano annacquati o limitati e, in tale ottica, mira a conservare gli equilibri esistenti all’interno degli Stati membri e che riguardano anche il conteggio in modo specifico della durata dei servizi di guardia, per tener conto dei tempi di inattività.

In riferimento alla revisione della clausola di dissociazione, dobbiamo arrivare a una conclusione senza che ci siano né vincitori né vinti perché, obiettivamente parlando, gli equilibri di potere in gioco non lo consentono. Il compromesso sloveno prevede una revisione della direttiva sulla base di una relazione di valutazione, tra sei anni. Quindi, tutte le strade restano aperte; lancio dunque l’appello a una tregua sulla questione della clausola di dissociazione.

Stasera il Parlamento europeo si trova in una posizione di responsabilità. Dal vostro voto dipenderà l’esito di questo fascicolo, che è in discussione dal 2004. Spero che nella discussione che sta per iniziare si rinunci a qualsiasi velleità di scontro e si tenga conto delle forti ambizioni del Consiglio, così come sono riportate nella posizione comune.

Sono convinta che, se prevarrà questo spirito, potrete spianare la strada al conseguimento di una soluzione equilibrata in tempi rapidi.

 
  
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  Vladimír Špidla, membro della Commissione. – (CS) Signor Presidente, onorevoli deputati, ho la massima comprensione per i molti timori che sono stati manifestati su questa importante e complessa questione. L’interrogativo chiave è se il Parlamento resterà fedele al parere adottato nel 2005 in prima lettura, e che è stato ribadito nella proposta del relatore, oppure se il Parlamento sta pensando di modificare la propria posizione in risposta alla posizione comune adottata dal Consiglio nel settembre dello scorso anno.

Vorrei fare una breve sintesi dei diversi punti che, a mio giudizio, sono rilevanti ai fini della discussone sull’orario di lavoro. Primo, credo fermamente che la revisione della direttiva sia un compito importante e urgente. I servizi pubblici in tutta Europa ci stanno chiedendo di chiarire la situazione giuridica dei servizi di guardia. Questo è stato un elemento decisivo a favore della revisione della direttiva. Il perdurare dell’incertezza che ha regnato negli anni scorsi ha avuto un impatto affatto sgradito sull’organizzazione degli ospedali, sui servizi di emergenza e sull’assistenza istituzionalizzata, nonché sui servizi di supporto per persone con problemi di salute. A tutti noi è stato chiesto di fare qualcosa al riguardo. Richieste simili ci sono giunte dalle autorità di governo centrali e locali, da singoli dipendenti, da privati cittadini e dal Parlamento europeo.

In secondo luogo, si tratta di una questione molto importante su cui Consiglio e Parlamento hanno posizioni diverse, soprattutto in relazione al futuro della clausola di dissociazione. Conosco bene la posizione che il Parlamento ha assunto in prima lettura. Vorrei far presente che nel 2005 la Commissione ha apportato alcuni cambiamenti sostanziali alla propria proposta legislativa e ha suggerito l’abolizione della clausola, in risposta ai pareri espressi dal Parlamento in prima lettura; successivamente ha cercato di difendere tale sua posizione durante quattro anni di acceso dibattito con il Consiglio.

Penso però che dobbiamo considerare come stanno le cose in realtà. Nel 2003 hanno fatto ricorso alla clausola di dissociazione soltanto quattro Stati membri; oggi essa è applicata in quindici paesi membri e molti altri vogliono garantirsi la possibilità di usarla in futuro. I fattori che hanno portato alla decisione del Consiglio sono chiari. La clausola di dissociazione è ora inserita nella direttiva attuale e se il Parlamento e il Consiglio non riescono ad accordarsi sulla sua revoca, essa resterà in vigore senza limiti, in conformità della formulazione attuale della norma.

Il mio interesse precipuo in riferimento alla revisione della direttiva è pertanto quello di garantire che il gran numero di lavoratori che in tutta Europa stanno esercitando il diritto di dissociazione godano di adeguate tutele occupazionali. Per questo motivo, reputo importante che ci concentriamo sulle condizioni attuali che assicurano libertà di scelta per i lavoratori che decidono di ricorrere alla clausola di dissociazione, e nel contempo tuteliamo la sicurezza e la salute dei lavoratori che utilizzano anch’essi tale clausola come limite massimo del numero medio di ore lavorate. La posizione comune prevede anche questo.

La posizione comune comprende inoltre disposizioni specifiche e ben formulate per la revisione futura della clausola di dissociazione. Molti degli Stati membri che hanno introdotto la clausola in tempi recenti lo hanno fatto principalmente per motivi legati ai servizi di guardia. Questi Stati membri potranno forse riconsiderare il ricorso alla clausola dopo aver capito l’impatto di tutti i cambiamenti che stiamo apportando alle norme sui servizi di guardia.

Concludo dicendo che sono consapevole delle differenze di opinione tra Parlamento e Consiglio sull’orario di lavoro. Non sarà facile per le due istituzioni trovare un accordo, e nella legislatura in corso non ci rimane molto tempo. A mio parere, però, si tratta di un compito di fondamentale importanza.

Penso che i cittadini europei faranno fatica a comprendere perché le istituzioni europee, che pure hanno collaborato per risolvere i problemi causati dalla crisi finanziaria, non siano riuscite a stabilire norme chiare ed equilibrate per l’orario di lavoro. Non va dimenticato che il Consiglio ha impiegato quattro anni per definire una posizione comune. Vorrei inoltre ricordarvi i collegamenti con la direttiva sul lavoro tramite agenzia interinale, adottata in ottobre in seconda lettura.

E’ facile immaginare quanto sarà difficile garantire l’accordo del Consiglio in caso di modifiche rilevanti della posizione comune. Credo che in questo momento sia importante valutare con attenzione l’equilibrio tra le questioni di contenuto e le tattiche potenziali, di modo che, dopo la discussione di oggi, ci si possa avvicinare a una base di accordo sull’orario di lavoro. La Commissione intende continuare a fungere da “onesto intermediario” durante il processo legislativo. Auguro al Parlamento una discussione proficua e spero che adotterà decisioni importanti su questo tema estremamente importante.

 
  
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  José Albino Silva Peneda, a nome del gruppo PPE-DE. – (PT) Credo che sarebbe stato possibile discutere di un accordo con il Consiglio su questa direttiva prima della seconda lettura del Parlamento. Il punto è che, a dispetto degli sforzi compiuti dalla presidenza francese, il Consiglio non le ha conferito alcun mandato di negoziare con il Parlamento. Voglio precisare che sono d’accordo sulla revisione delle posizioni adottate in prima lettura, ma che lo posso fare responsabilmente soltanto nel quadro di un compromesso, e ciò presuppone che ci sia un dialogo tra le due istituzioni. Il mio scopo è tuttora quello di giungere a un accordo con il Consiglio, cosa che non è stata possibile prima della prima lettura; confido però che ci si potrà arrivare tramite la conciliazione.

I due aspetti politicamente più importanti della direttiva sono i servizi di guardia e la clausola di dissociazione. Quanto ai primi, non vedo alcun motivo per non ottemperare alle decisioni della Corte di giustizia. La soluzione esiste e, ne sono certo, sarà adottata in sede di conciliazione. Essa risolverà le difficoltà di molti Stati membri ed è accettata dall’intero corpo medico, che è rappresentato all’unanimità nella dimostrazione che si sta svolgendo davanti all’edificio del Parlamento e vede la partecipazione di 400 medici in rappresentanza di oltre due milioni di loro colleghi di tutta Europa. Quanto alla clausola di dissociazione, secondo me si tratta di una questione che non ha nulla a che fare con la flessibilità del mercato del lavoro. A mio modo di vedere, la flessibilità è pienamente garantita fissando il periodo di riferimento a un anno. Il punto cruciale di tale questione è decidere se vogliamo o meno che i lavoratori europei possano lavorare più di 48 ore la settimana come media annuale, cioè, in altri termini, dal lunedì al sabato, otto ore al giorno, e se tale ipotesi sia in linea con le belle dichiarazioni che facciamo sempre in questa sede sull’esigenza di conciliare la vita professionale con la vita familiare.

Voglio ricordare a tutti voi che la base giuridica della direttiva è la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. Concludo ringraziando di cuore i molti colleghi del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici-cristiani) e dei Democratici europei per il sostegno che mi hanno dato su questo fascicolo.

 
  
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  Jan Andersson , a nome del gruppo PSE. – (SV) Desidero anzitutto ringraziare l’onorevole Cercas per l’eccellente lavoro che ha compiuto. C’è veramente bisogno di una direttiva comune sull’orario di lavoro? Assolutamente sì, perché abbiamo un mercato del lavoro comune e dobbiamo avere standard minimi in materia di salute e sicurezza. E la proposta ora in discussione riguarda, per l’appunto, la salute e la sicurezza.

La nostra posizione si differenzia da quella del Consiglio in particolare su due punti. Il primo è il tempo di inattività dei servizi di guardia, e qui c’è un elemento in comune: entrambi sosteniamo, infatti, che è possibile trovare soluzioni flessibili se le parti sociali si mettono d’accordo a livello nazionale o locale. La differenza tra le nostre posizioni concerne il punto di partenza di questi negoziati: il Consiglio sostiene che non si tratta di orario di lavoro bensì di tempo libero, mentre noi crediamo invece che occorra partire dall’assunto che i tempi di inattività sono orario di lavoro. E’ del tutto evidente che si tratta di orario di lavoro, dato che i lavoratori interessati devono uscire di casa e mettersi a disposizione del proprio datore di lavoro. Non siamo tuttavia contrari a soluzioni flessibili.

In merito alla possibilità di dissociazione individuale, si tratta di stabilire se tale possibilità debba essere permanente o vada abolita gradualmente. Noi siamo per quest’ultima ipotesi. Prima di tutto, non è una scelta volontaria; consideriamo soltanto la situazione attuale del mercato del lavoro, con tanti lavoratori che concorrono per lo stesso posto: quale reale possibilità di scelta hanno quando si trovano davanti a un datore di lavoro e sperano di ottenere un posto?

Secondo: mi chiedo se non dobbiamo considerare come una sfida il fatto che, nel contesto attuale, alcune persone siano costrette a lavorare 60-65 ore e, allo stesso tempo, ci siano così tanti disoccupati. Questa è una sfida.

Terzo: la parità. Chi sono le persone che lavorano 60-65 ore la settimana? Bene, sono uomini che possono contare su una donna che manda avanti la casa e la famiglia. La lobby delle donne ha criticato aspramente la proposta del Consiglio, a ragione. E’ una questione di salute e sicurezza. Per parte nostra abbiamo cercato di avviare trattative; è stato il Consiglio a non presentarsi al tavolo negoziale. E’ nostra intenzione parlare con il Consiglio, e a questo fine abbiamo tentato e perseverato nei nostri tentativi; però abbiamo le nostre opinioni e le porteremo al tavolo negoziale.

 
  
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  Elizabeth Lynne, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, ovviamente la posizione comune del Consiglio non è l’ideale, però so bene che per arrivarci ci sono voluti molti anni di trattative tra gli Stati membri. Anche molti di noi si sono occupati di questa questione per un certo numero di anni.

Sono sempre stata favorevole al mantenimento della clausola di dissociazione, però volevo che fosse resa più rigorosa per garantirne l’effettiva volontarietà. Mi fa piacere che la clausola ora prevista dalla posizione comune non possa essere sottoscritta contestualmente alla firma del contratto di lavoro e che sia possibile dissociarsi in qualsiasi momento. Questo è un modo molto più trasparente di tutelare i diritti dei lavoratori che usare una definizione di lavoratore autonomo che è talmente vaga da poter essere applicata a chiunque, come succede in molti Stati membri, o usare contratti multipli grazie ai quali un datore di lavoro può assumere lo stesso dipendente con uno, due, tre o addirittura più contratti, come succede in altri Stati membri. Se il datore di lavoro viola la clausola di dissociazione, il lavoratore interessato può portare i contratti a un giudice del lavoro. Temo che, se questa clausola fosse abolita, costringeremmo un maggior numero di persone a lavorare nell’economia sommersa, dove non potrebbero essere tutelate dalle norme sulla protezione della salute e della sicurezza, in particolare quelle della direttiva sui macchinari pericolosi. Tutti i lavoratori assunti regolarmente sono coperti da queste direttive, sia che ricorrano alla clausola di dissociazione prevista dalla direttiva sull’orario di lavoro, sia che non lo facciano. In tempi economicamente difficili come questi, è molto importante che i lavoratori possano fare gli straordinari, se lo vogliono, e che anche i datori di lavoro godano di una certa flessibilità.

Non sono invece tanto d’accordo sul fatto che la posizione comune non consideri i servizi di guardia come orario di lavoro. Proprio per tale motivo, nella commissione per l’occupazione e gli affari sociali ho presentato un emendamento volto a sostenere che i servizi di guardia devono essere classificati come orario di lavoro. Purtroppo il mio emendamento non è stato sostenuto né dal gruppo socialista né dal Partito popolare. La relazione Cercas prevede, allo stato attuale, che i servizi di guardia debbano essere considerati orario di lavoro, ma ammette anche che contratti collettivi o norme nazionali possano stabilire diversamente. Secondo me, questo non è un grande cambiamento rispetto alla posizione comune del Consiglio; si tratta soltanto di una leggera differenza di accentuazione. Non ho ripresentato il mio emendamento perché sapevo che il gruppo socialista e il Partito popolare non avrebbero votato a favore. Sospetto, tuttavia, che dovremo avviare una procedura di conciliazione, ma sospetto altresì che il Consiglio non farà alcuna mossa. Se non si troverà un accordo, spero che il Consiglio riconsideri la propria posizione e che il settore dei servizi sanitari sia oggetto di una valutazione separata, come vado chiedendo da lungo tempo. A mio parere, la revisione della direttiva era effettivamente necessaria soltanto in relazione alle decisioni delle corti europee nei casi SIMAP e Jaeger, ed è a questo che ci saremmo dovuti limitare.

 
  
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  Elisabeth Schroedter, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, signora Presidente in carica del Consiglio, lavorare un numero eccessivo di ore è causa di malattie, perdita di concentrazione e un numero crescente di errori. Chi lavora troppo rappresenta un pericolo non solo per sé ma anche per chi lo circonda. Vi piacerebbe, ad esempio, essere curati da un medico affaticato per il troppo lavoro, o incontrarlo alla guida di un veicolo dopo che ha fatto troppe ore di servizio di guardia? Sulla base di tali considerazioni, voteremo a favore di una direttiva sull’orario di lavoro che, a differenza di quella adottata dal Consiglio, non è piena di buchi come una forma di groviera.

Una direttiva sull’orario di lavoro i cui limiti massimi sono dei semplici orientamenti, dato che è possibile concordare una clausola di dissociazione in ciascun contratto di lavoro individuale, non può raggiungere l’obiettivo di tutelare la salute sul posto di lavoro. In qualità di colegislatori abbiamo il compito di garantire che una direttiva sull’orario di lavoro contenga standard minimi compatibili con la protezione della salute. Pertanto il gruppo Verde/Alleanza libera europea voterà contro altre clausole di dissociazione.

Pensiamo sia corretto che gli Stati membri abbiano tre anni di tempo per adeguare la rispettiva legislazione nazionale. Ma non voteremo a favore del fatto che la scelta del Regno Unito di dissociarsi diventi una deroga di validità generale nell’Unione europea. Allo stesso modo, non approviamo che la Commissione consideri il tempo lavorativo trascorso a fare servizio di guardia come periodo inattivo e, quindi, periodo di riposo.

Per noi è particolarmente importante che, di regola, l’orario di lavoro sia calcolato per il singolo lavoratore, non sulla base di ciascun contratto individuale. Questo emendamento presentato dal gruppo Verde è cruciale ed è in contrasto con quanto l’onorevole Lynne ha descritto qui come un’illusione.

Respingo inoltre l’affermazione secondo cui il Parlamento europeo non avrebbe proposto un modello flessibile. Tutto il contrario: l’estensione del periodo di riferimento a dodici mesi permette una grande flessibilità, non, però, a spese dei periodi di riposo obbligatori, e questo è ciò che conta per noi.

Signor Commissario, non è vero che i lavoratori possono decidere autonomamente. Essi stessi sanno che ciò è impossibile; altrimenti, perché mai sarebbe stata annunciata per domani una manifestazione con la partecipazione di 30 000 persone, e perché altre persone starebbero già dimostrando? Ecco perché dobbiamo ribadire la posizione che abbiamo assunto in prima lettura. Solo così una direttiva sull’orario di lavoro può anche contribuire alla tutela della salute sul posto di lavoro.

 
  
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  Roberta Angelilli, a nome del gruppo UEN. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, innanzitutto voglio ringraziare il relatore per il lavoro svolto. Alla Presidenza francese, che ringrazio comunque per l'impegno, voglio però dire che non c'è stato uno sforzo adeguato per dialogare efficacemente con il Parlamento.

Quello che stiamo facendo stasera è un dibattito molto delicato, le nostre parole devono essere dettate dalla massima responsabilità, così come le politiche che ne saranno conseguenti. Dobbiamo essere ben consapevoli che ogni compromesso al ribasso si consuma sulla pelle dei lavoratori e che quindi un compromesso a tutti i costi può avere un prezzo da pagare in termini di salute, di sicurezza e di conciliazione tra vita familiare e vita lavorativa.

Siamo tutti ben consci che il mondo del lavoro è cambiato e sta cambiando ulteriormente, proprio in queste settimane, in questi giorni, sotto l'onda d'urto della crisi economica. E siamo tutti convinti che c'è bisogno di più flessibilità, ma in un modo equilibrato e soprattutto evitando che in nome dell'emergenza si facciano improprie forzature sui diritti dei lavoratori. Le proposte del Consiglio pongono alcuni interrogativi molto seri, ne hanno parlato tutti gli altri relatori prima di me.

Primo: l'opt-out. Da una parte c'è consapevolezza sul fatto che questa formula è molto problematica e pertanto si prevede una clausola di revisione, ma lo si fa in modo generico, senza fissare una data certa, dall'altra viene posto una specie di velato ricatto, perché se ci fosse un fallimento sul testo della posizione comune del Consiglio rimarrebbe l'attuale direttiva con un opt-out senza limiti.

Secondo: c'è poi tutto il problema della concezione del tempo di guardia, che si tende di fatto ad assimilare a tempo di riposo. Su questo tema - l'hanno già detto tutti gli altri colleghi prima di me - non ci può essere alcun equivoco, perché ogni equivoco è del tutto inaccettabile.

Ed infine la conciliazione: la conciliazione non può essere un termine astratto affidato a formulazioni generiche o a termini cosiddetti ragionevoli, che in realtà poi si trasformano in escamotage per derogare alla contrattazione collettiva costringendo di fatto il lavoratore, e soprattutto la lavoratrice, ad accettare le condizioni imposte pur di non perdere il posto di lavoro.

Quindi mi rendo conto che una revisione della direttiva è necessaria e sarebbe assolutamente utile, ma non si può fare a tutti i costi sostituendo vuoti legislativi con inquietanti ambiguità.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis, a nome del gruppo GUE/NGL. (EL) Signor Presidente, il gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica, che ho l’onore di rappresentare, è fermamente contrario alla posizione comune del Consiglio e la respinge. Purtroppo, essa è appoggiata anche dalla Commissione, trattandosi di una proposta reazionaria, che rende felice la lobby dei datori di lavoro e i neoliberali estremi. E’ una proposta che riporta l’orologio della storia indietro di novant’anni, al 1919, quando era garantita una settimana lavorativa di 48 al massimo. La posizione comune mantiene la clausola di dissociazione, contraria ai lavoratori e antipopolare, annulla la giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee sul servizio di guardia e sostiene il calcolo dell’orario di lavoro sulla media dei dodici mesi, cancellando il requisito della contrattazione collettiva. Il gruppo confederale della Sinistra chiede che siano aboliti la clausola di dissociazione e il calcolo dell’orario di lavoro in base alla media dei dodici mesi e che la durata dei servizi di guardia sia considerata orario di lavoro.

Onorevoli esponenti del Consiglio e della Commissione, se la vostra posizione fosse realmente così favorevole ai lavoratori, domani ci sarebbe qui fuori una dimostrazione delle federazioni dei datori di lavoro, non delle organizzazioni sindacali europee, con la partecipazione di 50 000 lavoratori. La verità è che le federazioni dei datori di lavoro vi stanno applaudendo e che domani i sindacati dei lavoratori verranno a protestare contro la settimana lavorativa di almeno 65 ore.

A voi piace tanto parlare dell’Europa sociale, ma il mantenimento della clausola di dissociazione è un sotterfugio escogitato, a quanto pare, dall’ex primo ministro Thatcher molti anni fa a tutto beneficio del Regno Unito, e ora volete che questo espediente sia applicato su scala più vasta e diventi permanente. Agire così significa rifiutare l’Europa sociale, rifiutare la politica comune a favore dei lavoratori.

 
  
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  Derek Roland Clark, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, la direttiva sull’orario di lavoro è una perdita di tempo, e lo è da prima ancora che io fossi eletto al Parlamento europeo. Poco dopo la mia elezione, un ministro del dipartimento britannico per il lavoro e le pensioni mi chiese di appoggiare la posizione del governo di sua maestà a favore del mantenimento delle clausole di dissociazione, cosa che, ovviamente, feci e continuo a fare, peraltro in buona compagnia, con molti altri paesi.

Lasciatemi, quindi, ripercorrere alcune delle tappe di questa storia dagli esiti alterni. Il 18 dicembre 2007 il relatore disse che alcuni paesi non volevano la direttiva sull’orario di lavoro né l’Europa sociale; volevano il libero mercato. Egli chiamò tale richiesta la “legge della giungla” e disse che chi la sosteneva era pazzo da legare.

Bene, tante grazie! Il commercio mondiale e la libertà dalle restrizioni comunitarie in patria hanno fatto del Regno Unito il secondo maggiore contribuente dell’Unione europea, con 15 miliardi di sterline l’anno. Non penso che al relatore spiacerebbe trovarsi in quella condizione!

Nel dicembre 2007 la presidenza portoghese disse che non poteva rischiare un voto in Consiglio e lasciò pertanto la palla alla successiva presidenza slovena, e questo dopo averla introdotta alla materia con la direttiva sul lavoro interinale, tanto per darle una mano. La Slovenia propose una settimana lavorativa di 65 ore e poi di 70, ma il comportamento temporeggiatore del Consiglio mandò tutto all’aria. Poi la Corte di giustizia europea mise la parola fine alle politiche per il salario minimo.

Al termine della presidenza finlandese, il ministro del Lavoro di quel paese osservò, di fronte alla commissione per l’occupazione e gli affari sociali, che i ministri si riempivano la bocca della direttiva sull’orario di lavoro quando erano a Bruxelles, ma che una volta tornati a casa era tutta un’altra storia. Già, proprio così!

Il mese scorso, il 4 novembre, il relatore ha detto nuovamente che la direttiva sull’orario di lavoro deve venire prima di tutto, anche prima dell’economia. Ma se si mette l’economia in secondo piano, come si fa a incassare le tasse derivanti dalla direttiva sull’orario di lavoro? Se un’impresa assume lavoratori aggiuntivi per riempire i vuoti lasciati dai lavoratori a orario ridotto, registra un aumento dei costi unitari, non è più competitive e i posti di lavoro vanno perduti. Proprio per questa ragione la Francia ha abbandonato il modello della settimana lavorativa di 35 ore.

Seguiamo, dunque, l’esempio dei francesi. Seppellite una volta per tutte questa impraticabile direttiva sull’orario di lavoro.

 
  
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  Irena Belohorská (NI). – (SK) Permettetemi di associarmi ai ringraziamenti rivolti al relatore per la sua proposta di direttiva sull’organizzazione dell’orario di lavoro, che rappresenta un’appendice alla direttiva n. 88 del 2003. Ringrazio il relatore anche per la sua presentazione di oggi e per non essersi dimenticato dei lavoratori del settore sanitario, che sono probabilmente tra i più interessati da queste norme.

Dato che la Commissione europea e il Consiglio europeo hanno dedicato molta attenzione alla preparazione di questo testo, credo che esso si meriti un’ampia discussione da parte nostra. Ho ricevuto dalle organizzazioni sindacali molti studi in cui si manifesta il timore che ai datori di lavoro siano lasciate troppe possibilità di scelta, principalmente per quanto riguarda la valutazione dei periodi nei quali i lavoratori sono tenuti a stare a disposizione o di guardia.

Onorevoli colleghi, vorrei farvi presente che, se un lavoratore è di guardia, non può disporre liberamente del proprio tempo libero. Questo vale per gli operatori della sanità, che sono legioni e che per causa nostra sarebbero lasciati alla mercé dei datori di lavoro, con il rischio di essere sfruttati. Non dimentichiamo che non si tratta soltanto di degradare lo status professionale di medici e infermieri, ma anche di valorizzare i servizi di guardia in quanto tali, visto che loro eventuali restrizioni potrebbero, in ultima analisi, mettere a rischio i pazienti bisognosi di assistenza.

Inoltre, per quanto possiamo mirare, con questa direttiva, ad aiutare i lavoratori a riposarsi le forze e organizzare meglio la loro vita familiare, dubito che i datori di lavoro condividano tale nostra intenzione. Tutte le organizzazioni europee devono oggi fare i conti con la recessione, la crisi finanziaria, l’inizio di un periodo di forte disoccupazione e le possibili conseguenze della situazione attuale. Già questo fatto da solo può portare a maggiori richieste e, quindi, alimentare la paura dei dipendenti che i loro datori ricorrano, tra l’altro, alla cassa integrazione. E’ anche per tale motivo che parteciperanno in molti alla manifestazione di domani.

 
  
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  Philip Bushill-Matthews (PPE-DE). - (EN) Signor Presidente, desidero prima di tutto congratularmi con la Commissione per la serietà con cui ha gestito questo fascicolo. Mi complimento inoltre con la presidenza in carica del Consiglio perché, come essa ben sa, la questione è stata bloccata dalle sette presidenze precedenti e c’è voluta molta abilità per arrivare al punto in cui ci troviamo adesso. La presidenza ha dimostrato non soltanto di essersi data da fare, ma anche di aver rimesso in moto la discussione. Il compito che noi tutti in quanto deputati al Parlamento europeo dobbiamo ora affrontare è verificare se anche noi siamo pronti ad accogliere la sfida e andare avanti con la votazione di mercoledì.

Voglio dire al relatore che condivido appieno le sue osservazioni introduttive; ma prima che lei se ne rallegri troppo, mi permetta di ricordarle che in esse lei afferma che ci sono milioni di lavoratori preoccupati per la direttiva sull’orario di lavoro. Sono d’accordo con lei: i lavoratori sono preoccupati, e lo sono perché temono i politici come lei, pronti a dire loro cosa dovrebbero fare e cosa no, pronti a impedire loro di scegliersi l’orario e di lavorare liberamente.

Ho perso il conto del numero di persone che mi hanno scritto – non organizzazioni che cercano di sfruttare i lavoratori, bensì semplici lavoratori – per sapere come mai ci occupiamo di questo punto e per chiederci di non impedire loro di scegliersi liberamente l’orario di lavoro.

Sono rimasto particolarmente colpito dal caso di una famiglia pubblicato in un giornale solo tre giorni fa: il marito aveva perso il lavoro nel settore edile e la moglie era stata costretta ad accettare due lavori a tempo parziale per poter mantenere il marito, i tre figli e la casa. Deve lavorare dodici al giorno, sette giorni la settimana. Non vorrebbe farlo, ma vi è costretta per mantenere unita la famiglia. Voglio dire al relatore: la donna di cui sto parlando è sua conterranea, è spagnola. E quale aiuto lei le dà? Quale speranza può offrirle? Nessuna! Lei le direbbe semplicemente che non può lavorare così tanto e deve rinunciare a uno dei suoi lavori, rinunciare ai figli e rinunciare alla casa.

Non sono stato eletto per approvare leggi come questa; sono stato eletto per occuparmi delle persone che rappresento, e non lo dimenticherò. E’ previsto che il prossimo anno non mi ricandidi, ma fino ad allora lotterò per le persone che mi hanno eletto e le aiuterò, non creerò loro ostacoli.

Come ha detto il commissario, la proposta in esame garantirà maggiore protezione dei lavoratori sotto il profilo della salute e della sicurezza. Se la appoggiamo, questo è ciò che avremo. Se non la appoggiamo, i lavoratori non otterranno quella maggiore protezione e sapranno a chi darne la colpa.

 
  
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  Karin Jöns (PSE).(DE) Signor Presidente, signora Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, onorevoli colleghi, mi appello nuovamente ai membri del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici-cristiani) e dei Democratici europei che, in particolare, sono ancora incerti se votare mercoledì compatti allo stesso modo della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, confermando così la posizione assunta in prima lettura. Dopo tutto, non è credibile impegnarsi per la tutela della salute dei lavoratori, da un lato, e, dall’altro, invocare il mantenimento della clausola di dissociazione.

Non per nulla, infatti, l’Organizzazione internazionale del lavoro ha raccomandato la settimana lavorativa di 48 ore già nel 1919. Le pressioni cui sono sottoposti i lavoratori oggi possono essere diverse da allora, ma non sono meno gravi. Per come la vedo io, è puro cinismo – e lo dico pensando al Consiglio – presentare il mantenimento della clausola di dissociazione come una conquista sociale solamente perché viene fissato un tetto di sessanta ore per la settimana lavorativa media. Il fatto che il consenso delle parti sociali sia richiesto soltanto in caso di orari di lavoro ancora più lunghi equivale a dire che si è disposti ad accettare sessanta ore settimanali come la norma, ma questo è del tutto inaccettabile! Adeguarsi alla posizione della Commissione significherebbe calpestare il diritto dei lavoratori alla salute e abbandonare il precetto di conciliare famiglia e lavoro, ossia, in pratica, tradire l’Europa sociale! Pertanto, onorevoli colleghi, vi scongiuro di riflettere ancora un po’ su tale questione.

Per quanto riguarda i servizi di guardia, voglio dire al Consiglio che essi vanno considerati, di norma, come orario di lavoro. Su questo punto non si può transigere. Lasciare che siano le parti sociali a stabilire qual è il tempo inattivo lascia sufficiente flessibilità per i medici, i vigili del fuoco e i servizi di guardia.

 
  
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  Bernard Lehideux (ALDE). – (FR) Signor Presidente, signora Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, appoggio pienamente il relatore, che difende quella che è stata la nostra posizione in prima lettura, una posizione che i governi degli Stati membri, invece, respingono.

Si avvertiva l’urgente necessità di allineare la nostra legislazione sui servizi di guardia alla giurisprudenza della Corte di giustizia, e così è stato fatto. La relazione Cercas indica soluzioni equilibrate e garantiste per i lavoratori. L’intera durata dei servizi di guardia è conteggiata come orario di lavoro. I riposi compensativi seguono immediatamente il periodo di servizio. Si tratta di semplice buon senso; si tratta di garantire condizioni di lavoro ragionevoli, soprattutto per i lavoratori del settore sanitario.

Ma la riforma della direttiva sull’orario di lavoro ci offre anche l’opportunità di far progredire la legislazione sociale europea abolendo la clausola di dissociazione individuale. La relazione Cercas coglie questa occasione per proporre la graduale abolizione di qualsiasi possibile deroga al limite massimo fissato per legge del numero di ore lavorate. Dobbiamo prendere atto della realtà. E’ ridicolo dire che i lavoratori sono in condizioni di parità rispetto ai loro datori di lavoro e possono rifiutare le condizioni che vengono loro offerte.

Onorevoli colleghi, è evidente che dobbiamo dimostrare ai governi degli Stati membri che il testo che stanno cercando di imporci è inaccettabile. E, in mezzo al coro di lodi che sicuramente rabbonirà il governo francese a partire da domani, credo che dobbiamo prenderci a cuore, prima di tutto e soprattutto, gli interessi dei lavoratori. ai quali sarà chiesto di lavorare ancora di più e che non avranno alcuna possibilità di scelta, come nel caso dei lavoratori francesi ai quali in futuro sarà chiesto di lavorare di domenica. Voglio aggiungere che è ovviamente nell’ottica di introdurre tale opzione che il governo francese ha cambiato idea, al Consiglio, sulla clausola di dissociazione individuale.

Onorevoli colleghi, diamo ascolto ai lavoratori e cerchiamo anche di rispondere alle loro domande, se non vogliamo che al “no” dei francesi, degli olandesi e degli irlandesi si aggiungano molti altri “no” che chiamerebbero in causa un’Unione europea che dà l’impressione di non occuparsi dei problemi quotidiani della gente.

 
  
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  Jean Lambert (Verts/ALE). - (EN) Signor Presidente, voglio ritornare sull’aspetto di fondo di questa direttiva, una direttiva sulla salute e sulla sicurezza. E visto che essa si fonda, appunto, sulla salute e sulla sicurezza, non ci aspettiamo dissociazioni riguardo ad aspetti concernenti la salute e la sicurezza, né ci aspettiamo concorrenza sulle condizioni di lavoro all’interno dell’Unione europea. Si riteneva che lo scopo fosse quello di fissare norme comuni, dato che molti dei nostri lavoratori devono affrontare le stesse difficoltà.

Ma vediamo un po’ alcune delle questioni attinenti alla salute di cui si stanno occupando molti dei nostri Stati membri in questo momento: malattie cardiovascolari, diabete, stress. Lo stress è la seconda causa di assenza dal lavoro nel Regno Unito: 13 milioni di giorni di lavoro vanno perduti a causa di stress, depressione, ansia, con un costo annuo di 13 miliardi di sterline – se consideriamo l’aspetto economico della vicenda, e ad alcuni di noi qui piace considerare l’aspetto economico, onorevole Clark. Tutti questi problemi, ma anche le questioni connesse con l’obesità e il bere compulsivo, hanno a che fare con una cultura fondata sull’orario di lavoro lungo, che non è certamente l’unico fattore ma ha senz’altro la sua importanza.

Non stiamo semplicemente parlando di orario di lavoro lungo su base occasionale; la direttiva attuale e le modifiche proposte consentono una flessibilità notevole, e tali modifiche metteranno le imprese in grado di gestire improvvisi e forti aumenti del carico di lavoro, purché poi compensino le ore aggiuntive lavorate dai loro dipendenti. Il problema è piuttosto l’orario di lavoro lungo su base continua. Il rischio di un infortunio sul lavoro aumenta quando si lavora per dodici o più ore di seguito; i lavoratori stanchi sono lavoratori pericolosi. Gli esperti di sicurezza stradale ritengono che i guidatori stanchi causino più incidenti dei guidatori ubriachi. Se si chiede alla gente di fare un orario di lavoro lungo, bisogna sapere che questo è un problema; bisogna sapere che la produttività diminuisce, che la creatività diminuisce, il che non va bene per un’economia fondata sulla conoscenza. Sicuramente, l’orario di lavoro lungo non contribuisce granché, in termini qualitativi, all’equilibrio tra lavoro e famiglia, dato che, quando arrivano a casa, i genitori sono troppo stanchi per leggere le favole ai loro figli e metterli a letto. Inoltre, la maggioranza – il 66 per cento – dei lavoratori del Regno Unito che hanno l’orario di lavoro lungo non vengono pagati per le ore lavorate, perché ciò rientra in un certo tipo di cultura che induce a esprimere il proprio attaccamento al lavoro essendo presenti, non necessariamente essendo produttivi.

A chi sostiene che la clausola di dissociazione riduce la burocrazia, vorrei dire che è comunque necessario registrare le ore lavorate. Se leggete le nuove proposte, vi accorgerete che di certo non c’è alcuna riduzione della burocrazia nella proposta del Consiglio.

 
  
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  Roberto Musacchio (GUE/NGL). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, domani ci sarà a Strasburgo una grande manifestazione sindacale contro il vero e proprio golpe che il Consiglio ha operato sulla direttiva orario.

Sessantacinque ore e più di orario settimanale sono un vero e proprio assurdo, qualcosa di inaccettabile, così come lo strappo con le regole collettive e gli accordi sindacali. Lungi dal superare il sistema dell'opt-out, degli accordi individuali in deroga, questi vengono addirittura generalizzati. Si annualizza il calcolo dell'orario di lavoro determinando una flessibilità estrema e si rendono i riposi anch'essi aleatori e alla mercé delle convenzioni aziendali, così come si vuole considerare il tempo di lavoro inattivo come lavoro parziale, parzialmente riconosciuto e retribuito: inaccettabile.

La politica dello sfruttamento a dismisura del lavoro, mentre tanti lavoratori sono disoccupati, è il simbolo di una svalorizzazione del lavoro stesso che è tanta parte della crisi che attraversiamo. È bene che il Parlamento ascolti la manifestazione di domani e reagisca a questo golpe del Consiglio per riaffermare anche in questo modo la propria sovranità.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signor Presidente, si dice che in tempi di crisi la gente diventi più solidale. Ma da molto tempo i cittadini europei hanno la sensazione che siano l’Unione europea e le imprese a essere diventate più solidali tra loro e si siano coalizzate contro la gente. L’orario di lavoro è stato presentato come un fattore importante per la competitività, l’orario di lavoro e la vita lavorativa sono stati allungati, le retribuzioni sono diminuite e il costo della vita è aumentato, il tutto mentre i profitti delle imprese sono saliti alle stelle e gli stipendi dei dirigenti hanno raggiunto livelli astronomici.

Intanto che il Parlamento discute di estendere l’orario di lavoro, decurtando in tal modo diritti sociali conquistati a fatica, le imprese annunciano orari di lavoro ridotti temporanei e compensati per migliaia di dipendenti, mentre fa capolino lo spettro di licenziamenti di massa. Modelli una volta tenuti in grande considerazione, come i tanto decantati “conti delle ore di lavoro”, che si esauriscono in capo a poche settimane, rivelano tutti i limiti dell’orario di lavoro flessibile. Ancora una volta, stiamo agendo in due direzioni opposte: da un canto, facciamo grandi proclami su una migliore conciliazione tra lavoro e famiglia per incrementare il tasso di natalità, in calo ormai da anni a questa parte; dall’altro canto, lasciamo che le domeniche e le festività siano sempre più degradate a normali giorni feriali, facendo così, inevitabilmente, piazza pulita delle tradizioni e della vita familiare. Nella crisi attuale, i cittadini ordinari sono costretti ad assumersi la responsabilità degli errori della comunità finanziaria e ad aiutare le banche, anche con i loro sudati risparmi. Le loro pensioni sono a rischio e non ci vorrà molto prima che debbano persino lasciare il loro posto di lavoro, mentre quello dei dirigenti è garantito.

Uno dei criteri in base ai quali i cittadini europei giudicheranno l’Unione europea è la misura in cui essa può fornire sicurezza sociale. L’Unione europea deve pertanto decidere cosa vuole mettere al primo posto: gli interessi economici o le persone.

A tale proposito, sarebbe forse il caso di valutare per un attimo l’opportunità di bloccare l’adesione della Turchia prima che essa porti l’Unione europea al collasso finanziario. Ma se l’Unione continua sulla strada del neoliberismo avventuroso e dell’ossessione illimitata per l’allargamento, non deve poi meravigliarsi se i tassi di natalità calano o ci sono disordini sociali. Se si continua così, il sostegno dell’opinione pubblica a un’Unione europea vista come un porto sicuro – sostegno che di recente ha registrato un effimero aumento – svanirà ben presto e ci ritroveremo in difficoltà economiche molto peggiori di quelle attuali.

 
  
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  Thomas Mann (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, sono stato di guardia in ospedale nel turno di notte in due occasioni, dalle ventuno alle cinque. Chiunque abbia vissuto a stretto contatto l’esperienza del lavoro svolto dalle infermiere, dai medici neolaureati e dagli autisti delle ambulanze sa che è assolutamente irrealistico pensare che il periodo del servizio di guardia possa essere distinto in una parte attiva e una parte inattiva. Entrambe sono orario di lavoro, e la remunerazione ne deve tener conto. La Corte di giustizia delle Comunità europee ha avuto ragione anche a tale proposito.

Penso che il Consiglio sbagli nel considerare il periodo inattivo come un periodo di riposo. La conseguenza sarebbero maratone lavorative con periodi di servizio fino a 72 ore. Ma non possiamo pretendere una cosa del genere dai dipendenti, né dai pazienti, perché la salute e la sicurezza sul lavoro non devono essere ridotte. Nondimeno, non tutto il servizio di guardia è uguale, come nel caso dei servizi svolti dai corpi privati di vigili del fuoco che ho conosciuto quando ho funto da relatore, insieme con altri nove colleghi, della direttiva REACH. Di recente, ho invitato esponenti di quei corpi privati al Parlamento europeo a Bruxelles.

I vigili del fuoco privati sono impiegati nell’industria chimica e metallurgica e negli aeroporti. Il numero fortunatamente piccolo di volte in cui è richiesto il loro intervento ha reso necessaria l’introduzione di una deroga specifica al numero massimo di ore lavorative settimanali. Per inciso, la deroga è stata approvata sia dai datori di lavoro sia dai dipendenti.

Tutto ciò dimostra, comunque, che gli accordi sono una questione che va lasciata alle parti sociali. La libera contrattazione collettiva e il dialogo tra le parti sociali sono i fattori chiave dell’Europa sociale. In assenza di una contrattazione collettiva, spetta allo Stato applicare le norme. Dopo tutto, i ministri hanno concordato per l’Unione europea una settimana lavorativa massima di 48 ore.

Pertanto, in linea di principio sono favorevole alla relazione Cercas, ma sono favorevole anche alla flessibilità attraverso deroghe da concedere a determinate professioni. Se questo fascicolo sarà sottoposto alla procedura di conciliazione, essa dovrà essere finalmente condotta con calma, senza fretta. Un’Europa sociale non si può permettere reazioni affrettate né parole vuote.

 
  
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  Yannick Vaugrenard (PSE). (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, desidero prima di tutto esprimere apprezzamento per l’eccellente lavoro compiuto dall’amico onorevole Cercas, relatore di questo testo che è stato sottoposto nuovamente al nostro vaglio, in seconda lettura, grazie a un sorprendente compromesso raggiunto al Consiglio di giugno.

Belgi, ciprioti, ungheresi e spagnoli lo hanno respinto, e hanno fatto bene, perché esso mira a una maggiore flessibilità, ma ciò è inaccettabile perché comporterebbe conseguenze per la sicurezza dei lavoratori. Credete veramente che, in un momento caratterizzato dal diffuso ricorso alla cassa integrazione e da una proliferazione di piani di licenziamento in tutto il continente europeo, ai datori di lavori si debba concedere la possibilità di imporre ai loro dipendenti una settimana lavorativa di 65 ore o anche più?

L’Unione europea non potrebbe che giovarsi di un po’ di coerenza. Attualmente finanziamo interi settori industriali per evitare licenziamenti, ed è giusto che sia così. Ma dovremmo tutelare anche i posti di lavoro che ci sono ancora nelle imprese o nelle amministrazioni. In un momento in cui i cittadini nutrono dubbi sull’Europa, come è stato detto proprio un attimo fa, il compromesso del Consiglio, se approvato dal Parlamento, lancerebbe il peggior messaggio possibile.

La direttiva deve fissare un limite massimo dell’orario di lavoro settimanale per ragioni inerenti alla salute e alla sicurezza. Non deve essere una direttiva peggiorativa sotto il profilo sociale e umano. Questa è la posizione sostenuta dal nostro relatore e dalla Confederazione europea dei sindacati, ed è anche la posizione che sosterrò personalmente al fianco del nostro relatore.

 
  
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  Siiri Oviir (ALDE). - (ET) Signor Presidente, onorevoli colleghi, per molti anni gli Stati membri e l’Unione europea hanno discusso e cercato una posizione comune sulla direttiva sull’orario di lavoro. Sono stati fatti passi avanti, ma ci sono ancora carenze. I nostri voti mostreranno quanto il Parlamento europeo sia andato vicino, in tempi recenti, alla definizione di posizioni comuni.

Potrò votare a favore della direttiva se sarà mantenuta la possibilità di fare straordinari. Gli straordinari non sono una pratica molto diffusa in Estonia, ma vorrei che le persone, i dipendenti potessero decidere liberamente se lavorare o meno ore straordinarie, per guadagnare di più, per migliorare le loro opportunità di carriera oppure per altri motivi personali.

Proibire, con questa direttiva, gli straordinari significherebbe essenzialmente che, in certi casi, i lavoratori dovrebbero comunque continuare a farli, solo che li farebbero illegalmente, cioè, in altri termini, senza un compenso supplementare o senza tutela giuridica. E nessuno di noi vuole una cosa del genere.

In secondo luogo, per un paese piccolo come l’Estonia è importante che i riposi compensativi delle ore straordinarie siano concessi un periodo di tempo ragionevole dopo che sono state lavorate le ore straordinarie, perché il requisito secondo cui i riposi compensativi devono essere concessi immediatamente può creare problemi all’organizzazione del lavoro, soprattutto nei settori con carenza di manodopera.

In terzo luogo, il servizio di guardia è orario di lavoro. Voglio esprimere la mia gratitudine alla Francia in qualità di presidente in carica dell’Unione europea per essersi occupata della direttiva e per aver contribuito a definire una posizione comune.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL).(PT) Lo scopo essenziale di questa proposta del Consiglio è svalutare il lavoro, aumentare lo sfruttamento e garantire maggiori guadagni per i datori di lavoro e maggiori profitti per i gruppi economici e finanziari grazie a una settimana lavorativa media di 60 o 65 ore e a decurtazioni degli stipendi con l’applicazione del principio dell’orario di lavoro inattivo.

Questo è uno degli esempi più clamorosi di sfruttamento capitalistico; la proposta vanifica tutto ciò che è stato detto finora sulla conciliazione tra lavoro e famiglia e rappresenta un passo indietro di quasi cento anni per i diritti faticosamente conquistati dai lavoratori, che sono persone, non macchine. Siamo perciò favorevoli a respingere questa vergognosa posizione del Consiglio e invitiamo i colleghi a votare tenendo presenti le proteste dei lavoratori, per evitare tensioni sociali più gravi, altri passi indietro e il ritorno a una sorta di schiavitù proprio adesso, nel XXI secolo.

In tempi di crisi e disoccupazione come l’attuale, dobbiamo ridurre gradualmente la settimana lavorativa senza alcuna riduzione del compenso, allo scopo di creare nuovi posti di lavoro con diritti garantiti, e dobbiamo anche rispettare la dignità di chi lavora.

 
  
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  Jim Allister (NI) . – (EN) Signor Presidente, sono decisamente contrario all’abolizione del diritto del Regno Unito di far valere una clausola di dissociazione riguardo alla direttiva sull’orario di lavoro. Invero, confuto la facoltà del Parlamento europeo di tentare di derubare il mio paese di quel diritto. Secondo i miei canoni, il controllo degli orari di lavoro è di esclusiva competenza delle autorità nazionali, non dei diktat di Bruxelles.

Che cosa può importare ai paesi con governi più orientati in senso proibizionista se ai lavoratori britannici il loro governo, che hanno eletto, permette di lavorare più di 48 ore la settimana? In tutta franchezza, non sono affari vostri. Ma la questione è di importanza vitale per le imprese britanniche, specialmente in un periodo caratterizzato dalle pressioni fortissime causate dalla crisi economica, in cui massima flessibilità e meno norme sono la chiave per la ripresa dell’economia. Massimizzare la produzione europea, vendere i nostri prodotti in patria e all’estero e facilitare la crescita delle imprese dovrebbero essere al centro dell’attenzione di noi tutti.

E invece, i nostri ideologi sono tutti intenti a imporre la loro preziosa agenda sociale a chiunque, anche a chi non la vuole. E’ veramente giunto il momento che il Parlamento fissi chiaramente le sue priorità; già che c’è, potrebbe cominciare a farlo respingendo questo tentativo di revocare il diritto di dissociazione del Regno Unito.

 
  
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  Csaba Őry (PPE-DE). (HU) Di recente abbiamo osservato che l’opinione pubblica sta seguendo questa questione con straordinario interesse, soprattutto in relazione agli aspetti di cui anche noi stiamo discutendo, cioè la clausola di dissociazione e i servizi di guardia. In merito alla clausola, vengono ripetute di continuo due argomentazioni: la prima concerne la flessibilità, la seconda la questione della libertà di scelta. Sembra che ci comportiamo come se i datori di lavoro e i dipendenti fossero su un piano di effettiva parità, il che però non è, e uno dei compiti e delle funzioni più evidenti del diritto del lavoro è appunto quello di rimediare a tale disuguaglianza. Come dice chi si occupa di politica sociale, il mendicante ha lo stesso diritto del miliardario di dormire sotto i ponti, e da quel punto di vista si può ovviamente parlare di libertà di contrattazione. In realtà, però, parliamo di una condizione iniqua che, più che favorire la flessibilità, mantiene invece questa disuguaglianza.

Ma non basta: la flessibilità è ampiamente sostenuta dalla soluzione indicata dal Parlamento in prima lettura. Per 26 settimane una persona può lavorare addirittura 72 ore per rispondere alle esigenze del mercato o far fronte a un gran numero di ordinativi o a forti carichi di lavoro. Ma ovviamente bisogna anche riposarsi, e penso che questo debba essere l’obiettivo di una direttiva sul lavoro e sulla protezione della salute.

Per quanto riguarda i servizi di guardia, se un bel mattino nessun cliente o nessun visitatore entra in una libreria o un negozio di abbigliamento, questo significa forse che il commesso è nel periodo inattivo di un servizio di guardia e che dovrebbe pertanto essere retribuito a tariffa diversa? La posizione corretta è che, se i lavoratori non possono disporre del loro tempo liberamente, a proprio piacere, ma devono invece stare sul posto di lavoro, quel periodo di tempo deve essere considerato orario di lavoro. La remunerazione del lavoro eseguito è tutt’altra cosa, è una questione che può essere negoziata tra le organizzazioni dei datori di lavoro e quelle dei lavoratori, tenendo conto della realtà specifica di ciascun paese e della competenza nazionale. Ma in ogni caso l’orario di lavoro è orario di lavoro e va considerato tale. Sono quindi d’accordo con la Corte, mentre non condivido né appoggio il compromesso del Consiglio.

 
  
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  Maria Matsouka (PSE) . – (EL) Signor Presidente, desidero iniziare complimentandomi con l’onorevole Cercas per averci presentato una relazione decorosa a fronte dell’inaccettabile posizione comune del Consiglio. Infatti, sia la proposta iniziale della Commissione sia la posizione comune del Consiglio sembrerebbero costituire una grave minaccia per la salute e la sicurezza dei lavoratori e, cosa più rilevante, per l’equilibrio tra lavoro e impegni familiari, che è quanto stiamo cercando di realizzare. Allo stesso tempo, però, c’è un aspetto ancora più deleterio, nel senso che queste particolari proposte mirano a imporre condizioni di lavoro da medioevo, in conformità dei requisiti e dei dettami del neoliberismo economico. Ed è esattamente questa strategia neoliberista che appoggia e promuove lo sviluppo diseguale e unilaterale, lo sfruttamento dei lavoratori, il riciclaggio dei disoccupati e, infine, la distruzione del movimento sindacale. Le attuali difficoltà economiche e i disordini sociali sono chiaramente riconducibili alla crisi strutturale del modello neoliberista, e proprio per tale motivo la posizione comune va ritirata e sostituita da una nuova che promuova la solidarietà, la parità politica e la giustizia sociale.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE) . – (EN) Signor Presidente, stasera ci occupiamo di una normativa molto importante e la nostra discussione e il nostro voto come Parlamento europeo invieranno un messaggio molto chiaro ai lavoratori e alle loro famiglie in tutta l’Unione europea.

In Irlanda, quando si parla di politica sociale ci si chiede di solito: siamo più vicini a Boston o a Berlino? Bene, nel contesto della discussione di stasera, possiamo rispondere che dobbiamo essere più vicini a Berlino, purché Berlino – o, meglio, Parigi – possa apportare un effettivo miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza dei lavoratori. Ho ascoltato l’intervento della presidente Létard, la quale ci ha chiesto di dar prova di senso di responsabilità, e credo che l’onorevole Cercas lo abbia fatto.

Nella sua riunione della settimana scorsa, durante la discussione sul trattato di Lisbona il Consiglio si è impegnato a rafforzare i diritti dei lavoratori. Consiglio e Parlamento hanno adesso l’occasione di farlo. Inoltre, quando in questa sede, e succede spesso, ricordiamo la necessità di conciliare il lavoro con la famiglia, tutti annuiscono e si dicono d’accordo. Bene, oggi ci viene nuovamente offerta l’opportunità di contribuire a creare per i cittadini europei un equilibrio tra l’attività lavorativa e la vita familiare.

Non dimenticate poi che, come osservato dall’onorevole Silva Peneda, 48 ore lavorative la settimana vogliono dire otto ore al giorno per sei giorni la settimana. L’onorevole Bushill-Matthews ha citato il caso di una donna che lavora dodici ore al giorno per sette giorni la settimana, come se ciò fosse accettabile. No, è una situazione del tutto inaccettabile e noi non dobbiamo renderci complici di questo tipo di sfruttamento.

Come ho detto prima, la nostra discussione e il nostro voto su questa relazione invieranno un chiaro segnale ai cittadini d’Europa. Dobbiamo lanciare il messaggio inequivocabile che l’Europa sociale è viva e vegeta.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL) . – (EL) Signor Presidente, la posizione comune del Consiglio sull’organizzazione dell’orario di lavoro è una mostruosità deleteria per i lavoratori e ha giustamente scatenato una valanga di proteste da parte dei lavoratori degli Stati membri. La relazione Cercas non intacca l’essenza delle proposte reazionarie contenute nella posizione comune del Consiglio. Sancisce la suddivisione dell’orario di lavoro tra periodo attivo e periodo inattivo, dato che riconosce il principio di orario di lavoro non retribuito e inattivo. Dipendenti di supermercati, personale ospedaliero, medici e altri operatori dei servizi lavorano in condizioni penose, sono costretti a restare sul luogo di lavoro 12 o 14 ore al giorno. Con queste proposte, il periodo di tempo necessario per calcolare la media dell’orario di lavoro aumenta da quattro mesi, com’è ora, a dodici mesi; la clausola di dissociazione è mantenuta e vengono messi a rischio l’orario di lavoro giornaliero fisso, il pagamento di straordinari e giornate di reperibilità e, in generale, i contratti collettivi di lavoro. Inoltre, queste proposte assecondano il tentativo dei datori di lavoro di dare un’ancor più ampia validità generale a forme di occupazione flessibili, con gravi conseguenze e pesanti ripercussioni sui sistemi di previdenza sociale. Oggi che le possibilità di aumentare la produttività del lavoro consentono una riduzione dell’orario di lavoro e un aumento del tempo libero, proposte come queste sono inaccettabili. Pertanto, siamo radicalmente contrari alla posizione comune del Consiglio e alla proposta dell’onorevole Cercas.

 
  
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  Juan Andrés Naranjo Escobar (PPE-DE).(ES) Signor Presidente, signor Commissario, inizierò citando il vostro documento di presentazione dell’agenda sociale rivista, laddove si dice che la Commissione invita, tra l’altro, tutti gli Stati membri a dare l’esempio ratificando e attuando le convenzioni dell’Organizzazione mondiale del lavoro.

Oggi, invece, siamo qui a discutere una direttiva che mira a violare quei criteri consentendo agli Stati membri di prevedere settimane lavorative fino a 60 o 65 ore calcolate mediamente su un periodo di tre mesi.

Le sembra coerente tutto ciò, signor Commissario? Possiamo legiferare in contraddizione con le nostre stesse raccomandazioni? La direttiva ha lo scopo di fissare regole di minima per proteggere la salute e la sicurezza dei lavoratori per mezzo di due strumenti: i periodi di riposo e un limite alla settimana lavorativa.

La direttiva prevede eccezioni in entrambi i casi, ma qui non stiamo parlando di eccezioni, signor Commissario, come lei stesso ha affermato. No, stiamo parlando puramente e semplicemente di deroghe a uno degli elementi fondamentali della direttiva.

La flessibilità non è una giustificazione. Un aumento dell’orario di lavoro non può essere confuso con la flessibilità di cui hanno bisogno tanto le imprese quanto i lavoratori. La direttiva contiene molte disposizioni per tenere conto di regimi stagionali, picchi di produzione e di determinate attività essenziali.

Una cosa che va a vantaggio di tutti, signor Commissario, è il conseguimento dell’obiettivo della flessicurezza, in altri termini riuscire a conciliare la vita personale e familiare con il lavoro. Affinché ciò avvenga, dobbiamo darci da fare per sviluppare una cultura di cooperazione e trasparenza, lasciando che la libera contrattazione collettiva svolga il suo ruolo nell’organizzazione dell’orario di lavoro.

Signor Presidente, il giorno in cui il Consiglio ha adottato la posizione comune, in settembre, è stato un brutto giorno per il dialogo sociale. Sono convinto che, se avessimo lasciato fare alla libera contrattazione collettiva, ora disporremmo di un accordo sulla definizione e sull’organizzazione dell’orario di lavoro.

Sono certo che il giorno in cui voteremo, in cui tutti ci troveremo di fronte alle nostre responsabilità, sarà un buon giorno per tutti.

Riformare va bene, ma va bene anche conservare gli elementi che ci uniscono di più e ci dividono di meno, che rafforzano l’Europa e possono mettere l’Europa sociale di uscire rafforzata dalla sfida attuale. Dobbiamo insistere nel portare avanti tanto il progresso economico quanto quello sociale, perché nessuno dei due può sopravvivere senza l’altro.

 
  
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  Pier Antonio Panzeri (PSE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, nell'apprezzare il lavoro dell'onorevole Cercas, dico subito che non si sentiva assolutamente la necessità e il bisogno di voler cambiare questa direttiva sull'orario di lavoro e vorrei che questo dibattito servisse a confermare quanto è emerso dal voto in commissione affari sociali e occupazione del Parlamento.

Oggi i medici sono qui al Parlamento, domani avremo a Strasburgo la presenza di delegazioni di lavoratori provenienti da tutta Europa, convocati dalla Confederazione europea dei sindacati. Saranno qui per manifestare il loro proposito di dire no al compromesso raggiunto in Consiglio sulla direttiva e del resto mi chiedo come potrebbe essere altrimenti.

Noi vogliamo porci due chiari obiettivi: quello di mantenere nell'Unione europea 48 ore come orario massimo di lavoro settimanale e perciò superare la clausola dell'opt-out che rischierebbe di derogare tale orario massimo, rendendo possibile il raggiungimento fino a 60 o 65 ore settimanali di lavoro. Il secondo obiettivo riguarda il tempo di guardia che non può essere considerato come periodo di lavoro inattivo, ma deve essere considerato orario di lavoro a tutti gli effetti, così com'è giusto salvaguardare il diritto ad un periodo di riposo compensativo per il personale medico.

Questi obiettivi possono e debbono essere comuni a tutto il Parlamento perché rappresentano la strada per evitare un'alterazione dei fattori competitivi interni all'Europa, basati su dumping sociale e maggiore sfruttamento delle persone che lavorano. Mi auguro davvero che i deputati possano convergere su queste posizioni perché si affermi davvero una nuova Europa sociale.

 
  
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  Patrizia Toia (ALDE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la proposta del Consiglio che travolge il buon punto di equilibrio trovato a suo tempo - penso al gran lavoro fatto in questo senso dal collega Luigi Cocilovo - non trova la nostra condivisione perché segna un oggettivo arretramento su molti punti del lavoro, del rapporto lavoro-vita, del rapporto lavoro-garanzie ed è una scelta che indebolisce i diritti dei lavoratori, che sono poi i diritti di tutti noi, dei nostri figli, delle persone normali.

E non vorrei si scambiasse questo discorso come sindacale o corporativo perché difendo il personale sanitario. No, non è così, come politico non agisco per conto di corporazioni o di sindacati, agisco per conto dei cittadini. A loro penso quando scelgo, penso ai loro diritti sociali che per me sono fondamentali nell'Europa. Non credo dunque sia una buona Europa quella che non fa passi avanti mentre il mondo va avanti, che anzi fa vistosi errori di prospettiva, scambiando l'indebolimento delle tutele con la flessibilità e la libertà. E ciò è tanto più grave nel momento in cui l'Europa vive la sua crisi peggiore e non vede prospettive di prosperità e di crescita.

Se non capiamo, signor Presidente del Consiglio, rappresentanti del Consiglio e della Commissione, che in questo momento milioni di lavoratori sono a rischio del posto di lavoro e si sentono in uno stato di debolezza e di precarietà e non hanno certo la capacità contrattuale volontaria - altro che opt-out - allora devo dire che noi non abbiamo cognizione di ciò che sta accadendo realmente nella vita sociale e familiare degli europei.

Per questo sosterremo le proposte del relatore Cercas e ci auguriamo che tutto il Parlamento lo faccia. Devo dire che l'indisponibilità del Consiglio a negoziare in questa fase ci costringe a conquistare in sede di conciliazione una sede di confronto e di trattativa.

 
  
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  Gabriele Stauner (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, i servizi di guardia sono orario di lavoro, come ha giustamente sentenziato la Corte di giustizia europea. Ed è un dato di fatto che gli Stati membri si sono ormai ben adeguati a tale realtà, senza che per questo nessun ospedale o altre istituzioni siano finite in bancarotta.

Inoltre, i servizi di guardia di cui stiamo discutendo richiedono la presenza del lavoratore sul posto di lavoro; in tutti gli altri casi si parla di reperibilità, che è cosa affatto diversa. A mio parere, la suddivisione in periodo attivo e periodo inattivo – magari ulteriormente affinata per mezzo di un calcolo medio stimato, poco o tanto ma comunque arbitrario – è assurda. A ben guardare, e usando termini giuridici, i lavoratori sono a disposizione del datore di lavoro, devono eseguire le sue istruzioni e non possono dividere il loro tempo a proprio piacimento.

Sono contraria in linea di principio a clausole individuali di dissociazione. Sappiamo tutti, infatti, che i rapporti di lavoro sono contraddistinti non da parità di status bensì da un’opposizione tra i datori di lavoro, invariabilmente più forti sotto il profilo economico, da un lato, e, dall’altro, i lavoratori, che dipendono dalla loro capacità di lavorare. E invero, la legge sul lavoro individuale è stata pensata apposta per compensare lo squilibrio di parità di forze in questi rapporti. Se necessario, i lavoratori la cui sopravvivenza dipende dal loro posto di lavoro sono pronti a mettere a repentaglio la loro salute per sostentare sé stessi e le loro famiglie. In tempi di difficoltà economiche come quelle che stiamo vivendo proprio adesso – e che, sia detto per inciso, sono state causate da decisioni errate prese da dirigenti incompetenti – le pressioni sui lavoratori si fanno sentire più che mai. Ma gli esseri umani non sono macchine, non sono in grado di lavorare senza mai fermarsi e riposare.

A mio parere, la posizione del Consiglio su questo punto è inaccettabile. Appoggio gran parte della relazione della nostra commissione e la posizione del collega onorevole Silva Peneda. Spero che la procedura di conciliazione ci aiuti a trovare una soluzione valida e umana.

 
  
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  Marie Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE). - (EL) Signor Presidente, l’unico buon servigio che la posizione comune del Consiglio e gli sforzi della presidenza francese ci hanno reso è il fatto che stiamo nuovamente discutendo di questo problema. Siamo prossimi al Natale ed è proprio in questo periodo che si pensa di solito a “Il Cantico di Natale”, di Charles Dickens, in cui si narra di un datore di lavoro di un certo paese europeo che non vuole concedere le ferie al suo laborioso dipendente. Vorremmo mettere la parola fine a storie come quella de “Il cantico di Natale”. Alcuni paesi, tra cui la Grecia, hanno votato con la minoranza e non hanno appoggiato il compromesso. La Grecia ha fortemente sostenuto la settimana lavorativa di 48 ore e non vuole alcun cambiamento dell’organizzazione dell’orario di lavoro senza che tra datori di lavoro e lavoratori siano intervenuti il dialogo e un accordo. Preferiremmo che domani non ci fosse alcuna dimostrazione, né di datori di lavoro né di lavoratori, come hanno affermato gli onorevoli colleghi. Noi preferiamo il ricorso al dialogo sociale e alle contrattazioni collettive.

Uno dei colleghi ha parlato di medioevo. Nel medioevo, però, si santificava la domenica; nemmeno gli schiavi lavoravano di domenica, mentre noi oggi abbiamo depennato dalla direttiva la disposizione in base alla quale la domenica deve essere considerata giornata libera per il lavoratore. Per tale motivo sono stati presentati due emendamenti che chiedo ai colleghi di appoggiare, affinché la proposta del Parlamento comprenda questo elemento di civiltà cristiana. Mi auguro che la proposta sia sostenuta da tutti gli onorevoli colleghi che, come vedo, sono in periodo inattivo e verranno pagati come se fosse normale orario di lavoro. Domani dovremo ridurre l’orario dei deputati che non sono presenti in Parlamento.

 
  
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  Richard Falbr (PSE). – (CS) In pratica, è dalla ratifica del trattato di Maastricht, che per molti ha rappresentato la vittoria delle politiche economiche neoliberiste, che assistiamo a un attacco graduale e concentrato contro il modello sociale europeo. L’abbandono del modello socio-economico corporativo di stampo keynesiano, nel quale il dialogo sociale e un forte intervento statale sono considerati normali, ci ha condotti alla situazione odierna, ossia al crollo totale del capitalismo neoliberista e alle richieste di aiuto allo Stato, che in teoria avrebbe dovuto essere ridimensionato quanto più possibile e la cui influenza avrebbe dovuto essere ridotta al minimo.

Non capisco come tutti possano appoggiare ciò che il Consiglio ci ha presentato d’intesa con la Commissione. Dovrebbe essere, forse, un ulteriore passo verso il capitalismo socialista per i ricchi e il capitalismo selvaggio per i poveri? Ritornare al XIX secolo non gioverebbe a nessuno. Dobbiamo pertanto respingere categoricamente la proposta di direttiva fintantoché non vi saranno accolti gli emendamenti proposti dal relatore onorevole Cercas.

 
  
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  Mihael Brejc (PPE-DE). - (SL) La direttiva in esame non prevede che la settimana lavorativa di 40 ore sia estesa a 60, né pretende dai lavoratori dipendenti che lavorino 60 o 65 ore la settimana, straordinari compresi. Quello che la direttiva, invece, fa è fissare termini generali e condizioni tali che rendono possibile tutto ciò. Per questo motivo, le 60 ore di cui stiamo discutendo non possono essere paragonate alle disposizioni attualmente vigenti delle legislazioni nazionali che prevedono un limite della settimana lavorativa di 40 ore o meno. Equiparazioni del genere sono inappropriate perché collocano la direttiva in una prospettiva fuorviante.

E’ tuttavia innegabile che la direttiva pone un limite all’orario di lavoro massimo ammissibile. Un aspetto che stasera non è stato ancora sollevato da nessuno è il fatto che molte persone impiegate in istituti finanziari, studi legali, società di investimenti e simili lavorano abitualmente 60, 70 o anche più ore ogni settimana senza che nessuno se ne scandalizzi. La direttiva in esame fissa un tetto che non può essere superato.

Dobbiamo anche metterci nei panni dei datori di lavoro, soprattutto degli imprenditori piccoli e medi, per i quali è indubbiamente molto difficile sopravvivere sul mercato se devono superare troppi ostacoli formali. Bisogna comprendere la loro situazione, specialmente quando, in determinati momenti, devono chiamare a raccolta tutte le loro forze per tener fede agli obblighi contrattuali e, ovviamente, devono anche far lavorare di più le persone. Ma ciò avviene con il consenso del lavoratore, a fronte di una retribuzione aggiuntiva – com’è ovvio – e non stabilmente ogni settimana.

Vorrei poi dire brevemente che anche i sistemi dei servizi di guardia sono molto diversi tra loro. Tutti hanno citato il caso dei medici, ma non dimentichiamoci, per esempio, dei campeggi, degli alberghi a conduzione familiare e di molte altre attività del terziario nelle quali le persone lavorano, sono reperibili e talvolta devono fare servizi di guardia. In conclusione, penso che il Consiglio abbia proposto una sorta di compromesso; naturalmente avvieremo la procedura di conciliazione e mi auguro che in quella fase riusciremo a trovare una soluzione ragionevole.

 
  
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  Anja Weisgerber (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, va mantenuto il principio secondo cui l’intera durata dei servizi di guardia deve essere considerata orario di lavoro; in proposito sono d’accordo con il relatore. Credo che la posizione comune debba essere emendata su questo punto. La posizione comune prospetta persino la possibilità di considerare il periodo inattivo dei servizi di guardia come periodo di riposo; la conseguenza sarebbero maratone lavorative di 72 e più ore, cosa che non deve essere ammessa in nessuno Stato membro. Sono quindi lieta che la commissione abbia accolto il mio emendamento in merito.

Vi chiedo tuttavia di tenere a mente il fatto che la direttiva sull’orario di lavoro si applica non soltanto ai medici ma anche a una vasta gamma di altri professionisti, e che i lavoratori addetti ai servizi di guardia sono occupati secondo modalità molto diverse. Nel caso dei vigili del fuoco, per esempio, essi possono dormire e persino svolgere attività ricreative mentre sono di guardia, e pertanto chiedono di poter beneficiare di una deroga all’orario settimanale massimo.

Sono perciò favorevole all’opzione di cercare soluzioni personalizzate per ciascuna situazione attraverso clausole di dissociazione collettive, non individuali. In passato le parti sociali hanno concluso a questo riguardo accordi collettivi orientati alla pratica. Esprimo il mio esplicito sostegno al rafforzamento della libera contrattazione collettiva.

Inoltre, la nuova clausola di dissociazione collettiva è decisamente più favorevole ai lavoratori delle norme vigenti. La clausola di dissociazione può essere applicata soltanto con il consenso del lavoratore interessato, e tale consenso non deve essere espresso contemporaneamente alla firma del contratto di lavoro. Se votiamo contro la possibilità di concludere accordi collettivi, corriamo il rischio che non ci sia affatto una revisione della direttiva sull’orario di lavoro e mettiamo a repentaglio anche la possibilità di concordare clausole di dissociazione favorevoli ai lavoratori.

Per queste considerazioni voterò contro gli emendamenti che mirano ad abolire la clausola di dissociazione, perché sono favorevole alla libera contrattazione collettiva e a soluzioni personalizzate per le singole circostanze.

 
  
  

PRESIDENZA DELL'ON. COCILOVO
Vicepresidente

 
  
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  Mario Mauro (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, il frutto del lavoro non è appena la produzione di beni e di servizi, ma è un vero e proprio compimento di un progetto di vita, il compimento di quel desiderio che ci porta a cercare la felicità. È opportuno quindi che le decisioni su politica di lavoro vengano prese in modo ponderato avendo cuore per i propri giudizi.

Trovo saggio quindi che il Parlamento favorisca la procedura di conciliazione, sostenendo da un lato la posizione del relatore, ma soprattutto gli emendamenti del collega Peneda e devo dire in questo senso che ciò che appare evidente e va assolutamente garantito è che il tempo di guardia nelle professioni sanitarie venga riconosciuto fino in fondo come tempo di lavoro.

 
  
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  Stephen Hughes (PSE). - (EN) Signor Presidente, molte persone hanno frainteso le nostre intenzioni e temono che, se approviamo la proposta dell’onorevole Cercas, non potranno più fare un’ora di straordinario in aggiunta alle 48 ore settimanali di media. Ma, ovviamente, le cose non stanno così.

Siamo contrari alla clausola di dissociazione in linea di principio, perché questa è una norma che riguarda la salute e la sicurezza; abbiamo tuttavia proposto di calcolare la media dell’orario di lavoro su un periodo di riferimento di dodici mesi invece che di quattro, come previsto dalle norme attuali. In tal modo i singoli cittadini e le imprese potranno programmare l’orario di lavoro con grandissima flessibilità, invero, una flessibilità tale che lo stesso Consiglio ha cercato di inserire un limite fisso di 60 o 65 ore settimanali, a seconda del periodo di riferimento. Non siamo stati noi a farlo. La flessibilità garantita da questa proposta è tale da risultare molto più favorevole del ricorso alla clausola di dissociazione e da rappresentare una soluzione molto migliore sia per le imprese sia per i privati cittadini. Spero che la discussione odierna riesca a lanciare con forza questo messaggio.

 
  
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  Ewa Tomaszewska (UEN). – (PL) L’idea di fare una distinzione tra periodi attivi e periodi inattivi dell’orario di lavoro rappresenta un approccio pericoloso e disonesto alla questione. Se una parte del tempo trascorso sul luogo di lavoro e dedicato del tutto o in parte all’esecuzione di compiti a favore di un datore di lavoro non è utilizzata per svolgere attività specifiche, non può essere considerata come un periodo di riposo, perché, a ben guardare, il dipendente non può trascorrere quel periodo di tempo con la propria famiglia né può disporne per riposarsi come più gli aggrada. Quindi, quel periodo di tempo deve essere remunerato allo stesso modo del resto del tempo.

Un’altra questione in discussione interessa in particolare i medici e consiste nella possibilità di estendere la durata dei servizi di guardia senza idonea remunerazione, presumibilmente con il consenso del dipendente. Mi piacerebbe sapere se un paziente qualsiasi – o, ancora meglio, un membro del Consiglio europeo – si farebbe tranquillamente operare da un medico che è in servizio da 23 ore. Si tratterebbe non soltanto di una violazione dei diritti lavorativi del medico, ma anche di una violazione dei diritti del paziente. Gli ospedali polacchi si sono rifiutati di assumere medici che non vogliono firmare la clausola di dissociazione. Ricordo ai colleghi che il diritto alla giornata lavorativa di otto ore è stato conquistato prima della seconda guerra mondiale.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE).(RO) L’Europa sociale deve garantire che ciascun cittadino europeo possa vivere decentemente del proprio stipendio. Un lavoro decente deve assicurare una vita decente.

Rispettare i dipendenti significa stabilire un periodo di tempo da dedicare al lavoro e uno da dedicare al riposo, affinché i lavoratori possano rilassarsi e avere abbastanza tempo da trascorrere con la famiglia. I figli hanno bisogno della guida e della vigilanza dei loro genitori, ma se questi ultimi hanno poco o addirittura non hanno tempo per stare con la famiglia, ci possono essere conseguenze negative sull’educazione dei figli. Nessun datore di lavoro deve poter chiedere ai propri dipendenti di lavorare più di 48 ore la settimana.

Ho l’impressione che la direttiva sull’orario di lavoro debba concentrarsi maggiormente sulla situazione specifica dei servizi di guardia svolti dal personale sanitario. Sono favorevole alla relazione dell’onorevole Cercas perché essa cerca di tutelare gli interessi dei dipendenti senza trascurare i legittimi interessi dei datori di lavoro, offrendo loro la possibilità di adeguare l’orario di lavoro alle loro esigenze. Appoggio anche gli emendamenti che sottolineano l’importanza degli accordi collettivi di lavoro.

 
  
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  Dragoş Florin David (PPE-DE).(RO) Nel contesto dell’attuale crisi economica, che ha un impatto diretto sulla vita sociale ed economica dei cittadini europei, la direttiva sull’orario di lavoro è un elemento decisivo delle politiche sociali europee.

La relazione dell’onorevole Cercas propone un approccio logico e coerente al processo di valutazione delle conclusioni sull’applicazione della direttiva negli Stati membri. La direttiva è attualmente uno strumento flessibile e fissa un livello di protezione tale che non consente l’autorizzazione di azioni deleterie per la salute e la sicurezza dei lavoratori.

 
  
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  Jan Tadeusz Masiel (UEN). – (PL) Signor Presidente, ora che la discussione si sta avviando alla conclusione vorrei aggiungere qualche parola a sostegno della relazione dell’onorevole Cercas e della posizione assunta dalla commissione per l’occupazione e gli affari sociali, che è rimasta invariata dal 2005 ed è stata confermata nella votazione del 6 novembre.

La nostra commissione ha avuto abbastanza tempo a disposizione per valutare la propria posizione, e confido che il risultato della votazione in commissione sarà ribadito dalla votazione qui in plenaria di dopodomani. Abbiamo votato nel pieno rispetto dell’acquis communautaire in campo sociale, che gli Stati membri più vecchi condividono ora con quelli nuovi, dando così il buon esempio e sostegno. Il compromesso raggiunto in giugno al Consiglio è inaccettabile.

I miei elettori e, in modo particolare, gli ambienti medici polacchi stanno seguendo i lavori del Parlamento con qualche timore. Essi sostengono, giustamente, che deve essere remunerata l’intera durata dell’orario di lavoro, non soltanto il periodo attivo dei servizi di guardia. Ed è un fatto che il compromesso del Consiglio prevede una potenziale flessibilità a livello di parti sociali e di accordi collettivi. Nondimeno i lavoratori polacchi ritengono di non avere potere negoziale nei confronti dei loro datori di lavoro e hanno bisogno di un forte appoggio da parte del Parlamento europeo.

 
  
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  Gabriela Creţu (PSE).(RO) Durante le lunghe discussioni su questa relazione è stata espressa la preoccupazione che la maggioranza ottenuta in sede di prima lettura possa non essere raggiunta nella votazione di domani perché coloro che si sono aggiunti nel frattempo avrebbero modificato i rapporti di forza all’interno del Parlamento.

E’ senz’altro vero che in Consiglio i governi di centro-destra hanno assunto la medesima posizione, indipendentemente dalla loro collocazione geografica a est o a ovest. Ma c’è un’altra questione da chiarire. I lavoratori dell’Europa orientale appoggiano con la stessa convinzione gli emendamenti proposti dal Parlamento europeo, mentre il Consiglio li respinge. I sindacati romeni, che saranno rappresentati anch’essi qui a Strasburgo nella manifestazione di domani, saranno consapevoli del fatto che i diritti che hanno conquistato non sono acquisiti una volta per tutte ma devono essere difesi continuamente. Il loro messaggio è semplice: invece che aumentando illimitatamente le ore di lavoro, i problemi esistenti si possono risolvere in maniera più efficace ponendo fine alla diffusione incontrollata di lavori scarsamente retribuiti, anche per i lavoratori dell’Europa orientale.

 
  
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  Jacek Protasiewicz (PPE-DE). – (PL) Signor Presidente, non dubito che il benessere dei lavoratori e la sicurezza sul lavoro siano argomenti che stanno a cuore a tutti i colleghi che hanno partecipato alla discussione.

Sappiamo bene, però, che la vigente direttiva sull’orario di lavoro ha bisogno di determinate modifiche. Gli interrogativi sollevati investono la natura e lo scopo delle modifiche. Non è facile rispondere a questi interrogativi, che per parecchi anni sono stati oggetto di discussioni infuocate sia qui sia al Consiglio. Alla fine, il Consiglio ha presentato un compromesso saggio. Attualmente non sembra probabile che i governi nazionali, la maggior parte dei quali applicano la clausola di dissociazione, possano decidere d’un tratto di rinunciarvi, soprattutto nella crisi economica in atto. Vorrei richiamare su questo punto in particolare l’attenzione dei colleghi che invocano una posizione forte sulla questione della clausola.

In Polonia, signor Presidente, c’è un detto secondo cui il meglio è nemico del bene. Vorrei sottolineare che abbiamo raggiunto un valido compromesso e dovremmo accettarlo nell’interesse del bene dei lavoratori europei.

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE). - (EN) Signor Presidente, sono favorevole alla relazione Cercas. Penso che il succo di questa discussione sia che gli esseri umani sono esseri sociali, non sono macchine e non devono essere trattati come tali sul posto di lavoro. Chi chiede un posto a un datore di lavoro non può permettersi di rifiutarsi di firmare un modulo con cui rinuncia al proprio diritto all’applicazione della direttiva sull’orario di lavoro; quindi, sostenere che l’abolizione della clausola di dissociazione rappresenta in qualche modo un attacco alla libertà non è giusto: è piuttosto un attacco agli abusi compiuti nei confronti di un dipendente che deve lavorare per vivere.

A mio parere, la clausola di dissociazione attualmente in vigore in 14 Stati membri costituisce un attacco all’idea di costruire l’Europa sulla base di decenti condizioni di vita e di lavoro comuni, e non dobbiamo permettere che ciò avvenga.

 
  
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  Valérie Létard, presidente in carica del Consiglio. – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevole Cercas, onorevoli deputati, la direttiva sull’orario di lavoro è, ovviamente, un testo di grande valore simbolico e solleva questioni di principio, quali la libertà di scelta dei lavoratori in contrapposizione alla tutela della loro salute e sicurezza.

E’ proprio su questo punto che ci risulta difficile trovare un accordo. Come ho già detto, per lungo tempo la Francia si è opposta alla clausola di dissociazione. Nondimeno siamo riusciti a definire una posizione comune. Come mai? Perché la direttiva non mira a indebolire i diritti dei cittadini né a causare regressione sociale.

Per quanto riguarda i servizi di guardia, l’obiettivo è quello di permettere agli Stati membri di affrontarlo in modo specifico, tenendo conto dei periodi inattivi che tali servizi comprendono. Ciascuno Stato membro aveva un suo modo specifico di regolamentare questi periodi, e il Consiglio ha l’unico scopo di mantenere lo status quo, gli equilibri che le sentenze della Corte mettono a rischio.

Il secondo motivo è perché, riguardo alla clausola di dissociazione, la posizione comune rafforza i diritti dei lavoratori interessati laddove la clausola è stata recepita. Ovviamente non sussiste alcun obbligo di ricorrere a questa deroga. La clausola di dissociazione è in vigore, senza garanzie, dal 1993. La posizione del Consiglio non introduce garanzie, come ha detto l’onorevole Lynne. Mi auguro che prevalga uno spirito pragmatico. La posizione comune non impone a nessuno di rinunciare ai propri principi o alle proprie convinzioni.

Oggi, a nome del Consiglio, la presidenza francese vi dice che la posizione comune è senza dubbio il miglior compromesso per arrivare a una direttiva rivista, considerati gli equilibri di potere tra gli Stati membri e l’urgente necessità di trovare una soluzione per i servizi di guardia. Questo, onorevoli deputati, è quanto volevo dirvi per integrare le mie osservazioni iniziali.

 
  
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  Vladimír Špidla, membro della Commissione. – (CS) Mi associo all’osservazione della presidente Létard su quanto questa discussione sia profonda e interessante. Essa riguarda questioni di estrema rilevanza e, a mio parere, adesso spetta al Parlamento prendere una decisione. In tal modo si chiarirà il contesto nel quale potranno avvenire altre discussioni. Desidero soltanto affermare – dato che alcuni dei pareri espressi durante la discussione non riflettono la realtà delle cose – che potrebbe essere utile analizzare alcuni dati di base in modo chiaro e obiettivo.

La direttiva sull’orario di lavoro è attualmente in vigore. La direttiva stabilisce che i singoli Stati membri hanno la facoltà di introdurre la clausola di dissociazione; adesso la clausola è applicata in quindici Stati membri. Non si tratta, dunque, di una novità bensì di un fatto consolidato. Il motivo per cui si è arrivati alla direttiva nuova è stata la pressione conseguente alla decisione della Corte nel procedimento SIMAP e Jaeger, perché quella decisione ha creato una situazione molto difficile per alcuni sistemi che tradizionalmente fanno ampio ricorso ai servizi di guardia.

Vorrei affermare inoltre che le conseguenze dei servizi di guardia e l’organizzazione degli stessi si ripercuotono in vario modo sui differenti sistemi esistenti nei diversi paesi membri, soprattutto in quelli più piccoli, che non hanno molte possibilità di impiegare lavoratori stranieri e possono trovarsi a fronteggiare problemi relativamente gravi. Ecco perché la discussione è così complicata: da un lato, la direttiva interferisce in una certa misura con la tutela dei lavoratori, laddove fissa le regole dell’orario di lavoro; dall’altro lato, si applica a una serie di sistemi molto delicati, come l’assistenza sanitaria o, per esempio, i servizi di emergenza, come i pompieri e simili.

Ogni decisione comporta conseguenze e penso che, in questo momento, abbiamo una grande opportunità di fare passi avanti, che saranno il frutto di una discussione portata avanti in tutte le istituzioni, il frutto sia della cooperazione che della discussione. Una delle tappe più significative su quella strada sarà la votazione del Parlamento del 17 dicembre prossimo.

 
  
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  Alejandro Cercas, relatore.(ES) In primo luogo voglio ringraziare tutti i colleghi di tutti i gruppi, perché penso che una forte maggioranza del Parlamento ritiene che gli esseri umani non siano macchine e che le persone e i loro diritti debbano stare al primo posto. Stabilito un tanto, possiamo anche parlare di altre cose, ma il punto da cui dobbiamo partire sono la salute, la sicurezza e la vita familiare delle persone.

In secondo luogo, do il benvenuto al Consiglio e alla Commissione nell’arena negoziale. E’ tardi, ma meglio tardi che mai.

State attenti alle trappole. Secondo la direttiva che deriva dalla vostra posizione comune, la clausola di dissociazione non è uguale a quella fissata nel 1993, che aveva carattere temporaneo, condizionale e decisamente individuale. Il commissario ha parlato di quindici paesi. No, ce n’era uno con una clausola di dissociazione generale e poi vari altri paesi con clausole minori. Lei, tuttavia, propone adesso che la clausola debba valere per sempre e per tutti, dividendo così l’Europa tra paesi che vogliono orari di lavoro lunghi e paesi che non li vogliono.

Noi non vogliamo che qualcosa che era temporanea e straordinaria si trasformi in qualcosa di permanente e normale, perché non è normale che la gente lavori ogni settimana dell’anno e ogni anno della propria vita senza vedere la famiglia o senza poter adempiere i propri doveri di cittadini.

Penso che alcuni fatti debbano essere accettati. Che i lavoratori e i medici siano contrari alla direttiva, onorevole Bushill-Matthews, è un fatto, non un’opinione. Non ho parlato con 160 milioni di lavoratori né con 4 milioni di medici, però ho parlato con le organizzazioni che li rappresentano. Forse qualcun altro è d’accordo con lei; le posso tuttavia garantire che la grande maggioranza è contro di lei, perché tutte le organizzazioni dei lavoratori, senza eccezione alcuna, sono contrarie a ciò che lei sostiene.

Infine, permettetemi di ripetere quanto ho detto all’inizio. Mercoledì sarà un giorno molto importante affinché i cittadini possano cominciare a credere nuovamente nell’Europa e a rendersi conto del fatto che le sue istituzioni non sono fatte di un branco di politici senza cuore che pensano solo all’economia, o da burocrati che vivono in un mondo a sé. Noi stiamo con la gente. Noi sosteniamo i diritti dei cittadini e il 17 dicembre l’Europa diventerà più forte. Dopo negozieremo, e lo faremo su un piano di parità.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. − La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà mercoledì.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del regolamento)

 
  
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  Iles Braghetto (PPE-DE) , per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa direttiva sarà un testo decisivo per la costruzione di un'Europa economica e sociale.

È convinzione comune che si debba e si possa costruire innovazione nel mercato del lavoro che rafforzi la produttività e la qualità nella flessibilità richiesta senza sfruttamento delle persone. Favorire le giuste condizioni di lavoro, diritto peraltro inalienabile per ognuno, garantisce sicurezza ed efficacia all'azione della persona che lavora. Per questo riteniamo equilibrata la proposta adottata dalla commissione occupazione e affari sociali.

In particolare va sottolineato che, per il personale medico, tutele adeguate nell'organizzazione dei turni di lavoro e nei riposi sono essenziali per garantire non soltanto condizioni eque di per sé, ma per garantire la sicurezza e la qualità delle cure per i pazienti e una riduzione del rischio clinico.

 
  
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  Ole Christensen (PSE), per iscritto.(DA) Mi fa piacere appartenere a un gruppo politico, il gruppo socialista al Parlamento europeo, che non accetta compromessi sulla salute e la sicurezza dei lavoratori.

E’ del tutto erroneo e obsoleto credere di poter aumentare la competitività facendo leva su condizioni di lavoro inadeguate e sulla concorrenza interna tra gli Stati membri per l’orario di lavoro più lungo. Non ho nulla contro il fatto che le parti sociali si mettano d’accordo su un orario di lavoro più lungo, con un periodo di riferimento di durata variabile ma non superiore a un anno e con una media massima di 48 ore di lavoro settimanali; non accetto però che i datori di lavoro abbiano la possibilità di assumere i lavoratori su base individuale e quindi di applicare varie eccezioni.

Mi chiedo quanto ancora ci vorrà prima che il Regno Unito inizi trattative serie e riduca gradualmente le clausole di dissociazione, migliorando così le condizioni di lavoro per milioni di lavoratori in quel paese.

Spero che mercoledì il Parlamento europeo dica che, in futuro, l’Europa dovrebbe lavorare meglio, non di più, per affrontare le sfide che ci attendono.

 
  
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  Corina Creţu (PSE), per iscritto.(RO) Accolgo con favore la relazione perché vi vedo confermata la visione sociale della sinistra europea, con i rappresentanti socialisti che giustamente criticano il mantenimento delle clausole di dissociazione in materia di orario di lavoro, che rappresentano una violazione del principio di non derogare alle norme sulla salute e la sicurezza dei dipendenti nel posto di lavoro.

Per quanto un orario di lavoro flessibile, corrispondente alla natura specifica del lavoro e alle capacità di ciascun lavoratore, possa dare buoni risultati, non possa fare a meno di pensare ai numerosi abusi che un simile orario può comportare per i lavoratori. Mi riferisco alla Romania, dove in molti casi gli straordinari non sono né conteggiati né pagati regolarmente. Qualsiasi attività che ecceda la giornata lavorativa normale non è il risultato di un accordo tra dipendente e datore di lavoro, bensì è dettata dalla volontà di quest’ultimo e lasciata alla sua discrezione. Per non parlare, poi, dei pericoli per la salute e la vita di chi è finito in una situazione incontrollata, dalla quale può uscire soltanto correndo il rischio di perdere il posto di lavoro.

In molte occasioni, ciò che viene presentato come un aumento della competitività del lavoro è in realtà soltanto una copertura di pratiche di sfruttamento.

Ritengo perciò che il limite di 48 ore sia l’opzione da preferire. Sul tema dei servizi di guardia, penso che sia ingiusto non considerare come orario di lavoro e, di conseguenza, non retribuire il periodo inattivo dei servizi di guardia.

 
  
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  Magda Kósáné Kovács (PSE), per iscritto.(HU) L’Unione europea dispone già di norme efficaci sull’organizzazione dell’orario di lavoro che fissano a 48 ore settimanali l’orario di lavoro medio. Ciò significa, in pratica, che un dipendente può lavorare otto ore al giorno per sei giorni la settimana calcolati come media di un periodo di quattro mesi. Credo che questo dovrebbe bastare perché, a lungo andare, lavorare di più sarebbe nocivo per l’efficienza.

Il compromesso del Consiglio, che contiene norme meno favorevoli di quelle ora vigenti, non è stato approvato, tra gli altri, da Belgio, Cipro e Spagna, né dal mio paese, l’Ungheria, ed è inaccettabile per i socialisti europei.

Un’Europa sociale non può essere uno slogan vuoto, nemmeno in tempi di difficoltà economiche. Durante la procedura di conciliazione, il relatore onorevole Cercas si è dimostrato opportunamente ricettivo e ha reso possibile, per esempio, che le 48 ore siano conteggiate come media di un periodo di riferimento di dodici mesi, nell’interesse della flessibilità. Non possiamo, invece, accettare una norma che autorizzerebbe 60-65 e, in casi estremi, addirittura 70-72 ore di lavoro settimanali. Né possiamo approvare che si assuma una posizione che rende possibile la concessione di un periodo illimitato di dissociazione dalle norme, principalmente perché il rapporto tra datore di lavoro e dipendente non può mai essere su un piano di parità.

Per quanto attiene ai servizi di guardia, reputo ipocrita chi pensa che i periodi inattivi dei servizi di guardia non debbano valere come orario di lavoro. Propongo che alla dimostrazione che si terrà di fronte al Parlamento mercoledì, il giorno in cui voteremo, chi la pensa così vada a farsi una chiacchierata con i lavoratori.

 
  
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  Roselyne Lefrançois (PSE), per iscritto. (FR) Da oltre tre anni il Consiglio e l’Unione europea sono ai ferri corti a causa di questa direttiva sull’orario di lavoro.

L’accordo raggiunto dai 27 ministri del Lavoro dell’Unione stabilisce un orario settimanale massimo di 48 ore, ma prevede anche la possibilità di deroga per aumentare le ore settimanali, in certi casi, a 65.

Una soluzione del genere è inaccettabile. In quanto socialista, è mio dovere garantire che sia dato ascolto ai timori di milioni di lavoratori e si lotti per assicurare che non soltanto non ci siano eccezioni al limite di 48 ore, ma anche che, nel conteggio dell’orario di lavoro, si tenga conto della durata dei servizi di guardia.

Per questi motivi voterò a favore della relazione Cercas, nella speranza che, ove si arrivi alla conciliazione, sia approvato un testo in grado di creare un vero equilibrio fra la tutela dei lavoratori e un’organizzazione ottimale del lavoro. Come socialisti europei, continueremo in ogni caso a difendere i lavoratori perché, ora più che mai, l’Europa ha bisogno di un modello sociale che soddisfi le esigenze dei cittadini più vulnerabili e specialmente di quelli più colpiti dalle conseguenze della crisi economica e finanziaria.

 
  
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  Lasse Lehtinen (PSE), per iscritto. (FI) Raramente la legislazione comunitaria ha interessato un numero così grande di persone. Quest’anno milioni di lavoratori dipendenti riceveranno dal Parlamento un regalo di Natale, sotto forma o di un miglioramento delle loro condizioni di lavoro o della prima direttiva europea che concretamente peggiora la qualità della vita lavorativa delle persone. La commissione per l’occupazione e gli affari sociali ha dato il buon esempio migliorando e votando a grande maggioranza la proposta della Commissione europea. Il computo dell’orario di lavoro costituisce in effetti la dimensione sociale della questione. In Europa troppi salariati lavorano 60 o 65 ore la settimana mentre milioni di altre persone restano disoccupate.

Molto spesso le settimane con l’orario di lavoro lungo sono basate su un’apparente libertà di scelta: il dipendente può scegliere tra una settimana lavorativa lunga e il licenziamento. Anche dopo i miglioramenti, la direttiva permetterebbe un numero ragionevole di deroghe, garantendo così una certa flessibilità.

La commissione ha adottato il mio emendamento per includere nella direttiva i dipendenti con ruoli dirigenziali. Anche il capo ha bisogno della tutela della legge, perché anche a lui o lei può capitare di stancarsi.

Il Consiglio e la Commissione non sono stati disposti a riconsiderare la loro posizione sulla questione dei servizi di guardia. Ma basta un po’ di buon senso per capire che il tempo trascorso sul lavoro – di guardia, svegli o addormentati – è comunque orario di lavoro.

Il mandato del Parlamento europeo viene direttamente dai cittadini. Per tale motivo, è dovere del Parlamento tenere in considerazione ciò che è meglio per loro, anche in questa materia.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. (EN) Voterò a favore della cancellazione della clausola di dissociazione dalla settimana lavorativa di 48 ore. Credo fermamente che gli orari di lavoro lunghi siano nocivi per la salute delle persone, comportino il rischio di un maggior numero di incidenti sul lavoro e si ripercuotano negativamente sulla vita familiare. Nel Regno Unito si è abusato parecchio della possibilità di ricorrere alla dissociazione, al punto che molti lavoratori sono stati costretti a firmare la relativa clausola il primo giorno di lavoro.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE), per iscritto. (EN) La discussione sull’organizzazione dell’orario di lavoro è complessa, ma le questioni più difficili sono il futuro della clausola di dissociazione e il trattamento dei servizi di guardia.

Nei procedimenti SIMAP e Jaeger la Corte di giustizia europea ha interpretato la definizione di “orario di lavoro” che si trova nella direttiva originaria sull’orario di lavoro come orario comprensivo del periodo inattivo dei servizi di guardia, quando il dipendente non lavora ma riposa.

Secondo l’accordo raggiunto al Consiglio del 9-10 giugno 2008, il periodo inattivo dei servizi di guardia non è considerato orario di lavoro, a meno che normative/pratiche/accordi collettivi nazionali tra le parti sociali non prescrivano regole diverse.

In base all’accordo del Consiglio, la facoltà dei dipendenti di ricorrere alla clausola di dissociazione per quanto riguarda l’orario di lavoro settimanale medio di 48 ore, previsto dalla direttiva originaria sull’orario di lavoro, è soggetta a condizioni più rigorose, per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori. A questi ultimi non si potrà chiedere di lavorare oltre 60 ore in media per settimana calcolate nell’arco di tre mesi, o 65 ore in media per settimana calcolate nell’arco di tre mesi, se il periodo inattivo dei servizi di guardia è considerato orario di lavoro.

L’Irlanda non ha mai fatto ricorso alla clausola di dissociazione; pertanto, un’attuazione più severa della clausola esistente è sia bene accetta sia necessaria.

 
  
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  Dushana Zdravkova (PPE-DE), per iscritto.(BG) Come il Parlamento sa dalle discussioni svoltesi nelle scorse settimane, il punto più dibattuto della direttiva in esame riguarda il computo come orario di lavoro dei periodi inattivi dei servizi di guardia. Questa modifica offrirà a molti lavoratori l’opportunità di essere retribuiti per il periodo di tempo che non hanno potuto utilizzare come tempo libero né trascorrere secondo le proprie necessità. La proposta può vantare molti sostenitori e molti detrattori. Entrambi i fronti sono fermamente arroccati sulle rispettive posizioni e non riescono a trovare convergenze tra i loro interessi divergenti. Invito pertanto il Parlamento a concentrare la propria attenzione sugli effetti positivi che questa modifica può comportare per la società europea.

Da qualche decennio a questa parte la popolazione dell’Unione europea sta viepiù invecchiando. Nel 2007 il tasso di crescita della popolazione è stato soltanto dello 0,12 per cento. Se non vogliamo affidarci esclusivamente all’immigrazione, dobbiamo accrescere il tasso di natalità. Un incentivo in tal senso è l’inserimento dei periodi inattivi dei servizi di guardia nel calcolo della durata complessiva dell’orario di lavoro. Questo emendamento permetterà a molte donne di conciliare più facilmente le loro aspirazioni di successo professionale con il desiderio di dedicarsi maggiormente alla cura dei figli. Avremo così la possibilità di compiere un ulteriore, importante passo nel quadro dei nostri sforzi volti a prevenire le tendenze negative che penalizzano lo sviluppo della nostra società.

 
Ultimo aggiornamento: 1 ottobre 2009Avviso legale