3. Preparazione del Consiglio europeo (19 e 20 marzo 2008) – Piano europeo di ripresa economica – Orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione – Politica di coesione: investire nell’economia reale (discussione)
Presidente . – L’ordine del giorno reca, in discussione congiunta, le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulla preparazione del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo 2009,
- la relazione (A6-0063/2009), presentata dall’onorevole Ferreira, a nome della commissione per i problemi economici e monetari, sul piano europeo di ripresa economica [2008/2334(INI)];
- la relazione (A6-0052/2009), presentata dall’onorevole Andersson, a nome della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, sulla proposta di decisione del Consiglio concernente gli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione [COM(2008)0869 - C6-0050/2009 - 2008/0252(CNS)];
- la relazione (A6-0075/2009), presentata dall’onorevole Kirilov, a nome della commissione per lo sviluppo regionale, sulla politica di coesione: investire nell’economia reale [2009/2009(INI)].
Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. − (EN) Signor Presidente, mi consenta, prima di tutto, di unirmi al suo omaggio a Jean Monnet. Viviamo un periodo di crisi e credo che proprio momenti come questo non solo dimostrino quanto sia necessario avere un’istituzione forte, ma ci offrano anche una grande occasione per sottolineare l’importanza di Jean Monnet come uno dei padri dell’integrazione europea.
Oggi, però, siamo qui riuniti per discutere del prossimo Consiglio europeo, che, come sappiamo tutti, arriva in un momento critico per l’Unione, un momento in cui, per effetto di pressioni eccezionali sui nostri sistemi finanziari e anche sulle nostre economie, ci troviamo di fronte a sfide importanti.
Questo tema, insieme a quelli della sicurezza energetica, del cambiamento climatico e del finanziamento della mitigazione e dell’adattamento al cambiamento climatico, sarà al centro della riunione della settimana prossima.
Il Parlamento sa sicuramente che l’Unione e gli Stati membri hanno adottato un’ampia gamma di provvedimenti per affrontare la crisi finanziaria. Abbiamo evitato il tracollo del sistema finanziario.
Adesso la nostra priorità è ripristinare i flussi creditizi a favore dell’economia. In particolare, dobbiamo risolvere la questione delle cosiddette attività deteriorate in possesso delle banche, che le scoraggiano dal riprendere la concessione di prestiti. Nella riunione del 1o marzo, i capi di Stato e di governo hanno concordato che dovremmo agire in modo coordinato, in conformità degli orientamenti della Commissione.
Dobbiamo, inoltre, fare di più per migliorare la regolamentazione e la supervisione delle istituzioni finanziarie. Questa è un’evidente lezione da trarre dalla crisi, senza dimenticare che la prevenzione è altrettanto importante. Le banche transfrontaliere detengono fino all’80 per cento dei patrimoni bancari europei e due terzi di essi sono nelle mani di solo 44 gruppi multinazionali. Stando così le cose, rafforzare i controlli è una misura irrinunciabile, che non soltanto contribuirà a prevenire crisi future, ma lancerà anche un messaggio di fiducia ai consumatori e ai mercati.
A tal fine stiamo già operando in maniera significativa. La presidenza è pienamente impegnata a collaborare strettamente con il Parlamento europeo al fine di una rapida adozione della direttiva Solvibilità II (relativa alle assicurazioni), della direttiva rivista sui requisiti patrimoniali (relativa alle banche) e della direttiva UCITS (relativa alle attività di investimento collettivo in titoli trasferibili). Stiamo lavorando, inoltre, per arrivare a una rapida adozione dei regolamenti sulla protezione dei depositi bancari e sulle agenzie di rating creditizio.
Probabilmente, però, dovremo fare ancora di più. Come sapete, il gruppo di alto livello presieduto da de Larosière ha elaborato raccomandazioni molto interessanti. Anche la comunicazione della Commissione del 4 marzo è propedeutica a un’importante riforma di questo settore. Il Consiglio europeo deve pertanto lanciare un chiaro messaggio per segnalare che questa è una priorità e che le decisioni devono essere prese entro giugno.
Sapete bene che i disavanzi di bilancio degli Stati membri stanno crescendo rapidamente proprio adesso. E’, ovviamente, inevitabile che in periodi di recessione economica i disavanzi lievitino. Entro certi limiti, gli stabilizzatori automatici possono svolgere un ruolo positivo. Il patto di stabilità e crescita è stato rivisto nel 2005 proprio per tale motivo, al fine di garantire sufficiente flessibilità in tempi difficili. Ma questa flessibilità deve essere usata con giudizio, tenendo conto di punti di partenza diversi. Per ripristinare un clima di fiducia, i governi devono altresì impegnarsi chiaramente a gestire le finanze pubbliche in modo sano, pienamente in linea con il patto di stabilità e crescita. Alcuni Stati membri hanno già compiuto passi in direzione del consolidamento, e la maggior parte di essi farà altrettanto a partire dal 2010. Anche questo sarà un importante segnale che la riunione della settimana prossima lancerà.
La crisi finanziaria sta colpendo l’economia reale. Gli Stati membri hanno avviato importanti piani di ripresa, che ora sono in fase di attuazione. Lo stimolo complessivo rappresentato da questi piani rappresenta, come concordato, l’1,5 per cento del PIL; però, tenendo conto anche degli stabilizzatori automatici, il loro valore sale al 3,3 per cento del PIL dell’Unione. Gli Stati membri hanno dato risposte differenziate; pur trovandosi ad affrontare situazioni differenti e disponendo di margini di manovra diversi, si coordinano tra loro e si rifanno a principi comuni, previsti dal piano europeo di ripresa economica approvato lo scorso dicembre. E questo è importante se vogliamo garantire sinergie ed evitare negativi effetti diffusivi.
In sinergia tra Commissione, Stati membri e presidenza è stata predisposta un’azione specifica e mirata che ci ha permesso sia di garantire parità condizioni sia, allo stesso tempo, di affrontare in maniera concertata ed efficiente l’aggravarsi della situazione di alcuni dei settori industriali chiave dell’economia europea, tra cui l’industria automobilistica.
Il Consiglio europeo valuterà lo stato di attuazione del piano. Anche a tale riguardo, la comunicazione della Commissione del 4 marzo indica alcuni importanti principi che dovrebbero guidare l’azione degli Stati membri e prevedono, tra l’altro, l’esigenza di mantenere l’apertura del mercato interno, di garantire la non discriminazione e di operare mirando a obiettivi politici di lungo termine, quali la promozione di cambiamenti strutturali, l’aumento della competitività e la creazione di un’economia a basso contenuto di carbonio.
Per quanto riguarda la parte comunitaria del piano di ripresa economica, la presidenza si sta adoperando con grande impegno per arrivare a un accordo in seno al Consiglio europeo sulla proposta della Commissione di finanziare progetti in campo energetico e di sviluppo rurale. Come sapete, in Consiglio si è discusso dell’elenco dettagliato dei progetti che devono essere finanziati dalla Comunità e delle modalità di finanziamento.
Vista l’importanza del ruolo del Parlamento in quanto una delle autorità di bilancio e colegislatore in questa materia, nelle prossime settimane la presidenza sarà impegnata in una stretta collaborazione con la vostra istituzione per raggiungere un accordo quanto prima possibile.
Oltre alle misure a breve termine, sono necessari anche sforzi a lungo termine per poter garantire la competitività delle nostre economie. Le riforme strutturali sono ora più urgenti che mai, se vogliamo sostenere la crescita e l’occupazione. La strategia di Lisbona rivista rimane pertanto il giusto quadro entro il quale promuovere una crescita economica sostenibile che, a sua volta, porterà alla creazione di nuovi posti di lavoro.
Al momento attuale, i cittadini europei sono preoccupati soprattutto per le conseguenze della situazione economica sui livelli occupazionali. Il Consiglio europeo della settimana prossima dovrebbe trovare un accordo sugli orientamenti concreti circa il modo in cui l’Unione può contribuire a lenire l’impatto sociale della crisi. Anche questo tema sarà al centro dello speciale vertice che si terrà ai primi di maggio.
Voglio chiarire bene un punto: non proteggeremo l’occupazione innalzando barriere contro la concorrenza straniera. Nella riunione di dieci giorni fa, i capi di Stato e di governo hanno detto chiaramente che dobbiamo sfruttare al massimo il mercato interno come motore della ripresa. Il protezionismo non è, evidentemente, la risposa giusta alla crisi – tutt’altro. Ora più che mai le nostre imprese hanno bisogno di mercati aperti, sia all’interno dell’Unione sia a livello globale.
Questo mi porta a parlare del vertice del G20 di Londra. Il Consiglio europeo definirà la posizione dell’Unione prima del vertice. Vogliamo che esso sia ambizioso: non possiamo permetterci un suo fallimento.
I leader discuteranno le prospettive della crescita e dell’occupazione, nonché la riforma del sistema finanziario globale e delle istituzioni finanziarie internazionali. Valuteranno anche le sfide particolari che i paesi in via di sviluppo si trovano ad affrontare. L’Unione è attivamente impegnata in tutte queste aree e dovrebbe essere in una posizione sufficientemente forte per garantire che la comunità internazionale prenda le decisioni giuste.
L’altro grande tema all’ordine del giorno del Consiglio europeo della settimana prossima sarà la sicurezza energetica. La recente crisi energetica ha dimostrato in modo molto chiaro di quanto dobbiamo aumentare la nostra capacità di resistere in futuro a problemi di approvvigionamento come quelli sperimentati all’inizio di quest’anno.
La Commissione ha inserito nel suo seconda riesame strategico della politica energetica alcuni elementi molto utili. Attraverso tale riesame, la presidenza mira a far sì che il Consiglio europeo trovi l’accordo su una serie di orientamenti concreti volti a rafforzare la sicurezza energetica dell’Unione a breve, medio e lungo termine.
Sul breve periodo, ciò significa disporre di misure concrete cui poter fare ricorso in caso di una nuova, improvvisa interruzione delle forniture di gas. Ma significa anche compiere passi urgenti per lanciare progetti infrastrutturali di rafforzamento delle interconnessioni energetiche – la qual cosa è sicuramente essenziale.
Sul medio periodo, ciò significa modificare le nostre norme sulle scorte di petrolio e gas al fine di garantire che gli Stati membri possano agire in uno spirito di responsabilità e solidarietà, nonché adottare misure idonee a migliorare l’efficienza energetica.
Sul lungo periodo, ciò significa diversificare le nostre fonti, i nostri fornitori e le vie di approvvigionamento. Dobbiamo collaborare con i nostri partner internazionali per difendere gli interessi energetici dell’Unione. Dobbiamo creare un mercato interno dell’elettricità e del gas che sia pienamente funzionante. Come sapete, la presidenza si augura vivamente di completare la definizione di queste norme prima delle elezioni europee.
All’incontro della settimana prossima si discuterà anche dei preparativi della conferenza di Copenaghen sul cambiamento climatico. Ribadiamo il nostro impegno per concludere in dicembre a Copenaghen un accordo globale ed esauriente. La comunicazione della Commissione di gennaio è una base molto utile in tal senso. E’ del tutto evidente che la sfida rappresentata dal cambiamento climatico può essere affrontata soltanto attraverso uno sforzo concertato a livello globale.
Infine, il Consiglio europeo lancerà il partenariato orientale. Si tratta di un’importante iniziativa che aiuterà a promuovere stabilità e prosperità nell’intero continente e contribuirà ad accelerare le riforme e a rafforzare il nostro impegno a collaborare con quei paesi.
Il partenariato comprende una dimensione bilaterale pensata specificamente per ciascun paese partner. Tale dimensione prevede la negoziazione di accordi di associazione che possono comprendere aree di libero scambio di portata e dimensioni notevoli.
La dimensione multilaterale creerà un quadro all’interno del quale sarà possibile affrontare le sfide comuni. Sono previste quattro piattaforme politiche: democrazia, buon governo e stabilità; integrazione economica; sicurezza energetica; da ultimo ma non ultimo, i contatti tra le persone.
Questa presentazione vi fa capire che il Consiglio europeo della settimana prossima dovrà affrontare numerose questioni di importanza fondamentale. Ci troviamo di fronte a molte sfide gravi, tra cui l’attuale crisi economica. La presidenza ceca, sotto la guida del primo ministro Topolánek, vuole garantire che la riunione della settimana prossima dimostri nei fatti che l’Unione europea rimane impegnata a perseguire i propri ideali e che affronta queste sfide insieme, con un’azione coordinata e in uno spirito di responsabilità e solidarietà.
(Applausi)
José Manuel Barroso, presidente della Commissione. – (FR) Signor Presidente, signor Presidente in carica Vondra, onorevoli deputati, viviamo tempi difficili.
Una crisi economica delle dimensioni di quella attuale fa sentire i propri effetti sulle famiglie, sui lavoratori, su tutti gli strati della popolazione e sulle imprese in tutta l’Europa, cancella posti di lavoro e mette alla prova la resistenza dei nostri modelli sociali, oltre a sottoporre a una forte pressione politica tutti i leader.
L’Unione europea non è immune da simili tensioni. Per tale motivo ha deciso di ricorrere a tutti gli strumenti a sua disposizione per affrontare la crisi e le sue conseguenze, utilizzando quello che rappresenta la sua forza: la collaborazione tra le istituzioni europee e gli Stati membri in una comunità fondata sullo stato di diritto, per trovare soluzioni collettive a problemi comuni.
Onorevoli deputati, negli ultimi sei mesi abbiamo già fatto molto per contrastare la crisi in cui ci troviamo. In autunno abbiamo evitato il crollo del sistema finanziario; abbiamo poi contribuito al lancio di un processo internazionale con il G20; siamo stati tra i primi che si sono concentrati sull’economia reale predisponendo, in dicembre, un piano di ripresa la cui principale raccomandazione – uno stimolo di bilancio di dimensioni mai viste prima in ambito europeo – inizia a essere tradotta in realtà. Questo sostegno all’economia reale ammonta in totale al 3,3 per cento del PIL e comprende un contributo effettivo dal bilancio comunitario.
Il piano di ripresa prevede tra l’altro, ad esempio, prestiti accelerati a carico dei Fondi strutturali per un valore pari a 6,3 miliardi di euro nel 2009, che si aggiungono ai 5 miliardi già impegnati.
Le azioni compiute negli scorsi sei mesi sono completamente in linea con la strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione. E’ necessario perseguire riforme strutturali, che si sono rivelate molto utili per rafforzare le nostre economie, perché anche tali riforme contribuiscono a stimolare la domanda a breve termine; ora, però, dobbiamo passare alla fase successiva e mettere in atto le misure volte a contrastare la crisi in modo più completo.
Abbiamo bisogno di un maggiore coordinamento e di effetti di più ampia portata. E’ giunto il momento di conferire alla nostra risposta alla crisi una marcia in più. Dobbiamo renderci conto del fatto che questa crisi è di tipo nuovo e che non abbiamo mai vissuto una crisi così vasta, così devastante e così profonda.
Questa sarà la missione che il Consiglio europeo della settimana prossima dovrà realizzare. Con il fortissimo sostegno della presidenza ceca, di cui apprezzo l’impegno e la completa collaborazione con la Commissione, sono certo che faremo progressi nelle quattro aree che la Commissione ha individuato qualche giorno fa nella sua comunicazione, cioè i mercati finanziari, l’economia reale, l’occupazione e la dimensione sociale e, attraverso il G20, la dimensione globale.
Il vertice informale del 1o marzo ha già posto le basi – in gran parte grazie all’efficace presidenza del primo ministro Topolánek – per un Consiglio europeo proficuo. Constato con orgoglio l’accoglienza molto favorevole ottenuta dal lavoro preparatorio della Commissione. I nostri orientamenti sulle attività deteriorate, la nostra comunicazione sul settore automobilistico e la relazione che ho affidato al gruppo di alto livello presieduto da de Larosière hanno consentito agli Stati membri di trovare un consenso e quindi di costituire un fronte comune.
Accolgo con favore l’ampio sostegno che si sta formando nel Parlamento europeo per questa linea d’azione. Vorrei citare, a titolo d’esempio, le relazioni di cui discuteremo stamani, la relazione Ferreira sul piano europeo di ripresa economica, la relazione Andersson sugli orientamenti per l’occupazione e la relazione Kirilov sulla politica di coesione.
Queste relazioni e le risoluzioni che la vostra Assemblea voterà nel corso di questa settimana – in particolare quelle del gruppo di coordinamento della strategia di Lisbona – forniranno un contributo a mio parere essenziale al Consiglio europeo. Alla vigilia del vertice di Londra, esse non possono che corroborare la posizione dell’Europa sulla scena internazionale, e me ne compiaccio.
(EN) Signor Presidente, vorrei segnalare brevemente tre punti che, a mio parere, dovranno orientare i lavori del Consiglio europeo: la stabilizzazione dei mercati finanziari, la rivitalizzazione dell’economia reale e gli aiuti ai cittadini per superare la crisi.
Consideriamo il sistema finanziario. E’ vero: c’è bisogno di azioni immediate per affrontare problemi immediati. Dopo le nostre iniziative sulle ricapitalizzazioni e sulle garanzie, i nostri orientamenti in materia di attività deteriorate sono mirati a quello che è stato individuato come il principale ostacolo che blocca il flusso del credito. Credo che, come sosteniamo peraltro nella nostra comunicazione, se non ripuliremo il sistema bancario non assisteremo alla riapertura dei flussi creditizi a favore dell’economia reale.
Ma, come il Parlamento ha più volte sostenuto, dobbiamo anche ricostruire la fiducia attraverso una profonda riorganizzazione del nostro sistema di controllo. Ecco perché abbiamo fissato un calendario dettagliato delle nuove proposte al riguardo. Il mese prossimo la Commissione presenterà nuove proposte in materia di fondi hedge, fondi private equity e compensi per i dirigenti.
Occorre, però, anche riorganizzare il sistema di controllo. Come avrete letto nella comunicazione adottata dalla Commissione mercoledì scorso, e di cui ho avuto occasione di discutere con la conferenza dei presidenti il giorno successivo, la Commissione è ansiosa di accelerare l’attuazione della relazione de Larosière. Alla fine di maggio renderemo pubblica la struttura complessiva, affinché sia approvata dal Consiglio europeo di giugno, e in autunno avanzeremo proposte legislative.
In termini più generali e al di fuori dei sistemi finanziari, il ricorso ad azioni di breve termine per conseguire i nostri obiettivi di lungo periodo si rivelerà doppiamente vincente e ci rafforzerà quando verrà la svolta, mettendoci in grado di affrontare la sfida della competitività e di un’economia a basso contenuto di carbonio.
Per rendersene conto basta considerare la questione della sicurezza energetica. Il fatto che ci troviamo in una crisi economica non fa scomparire i nostri problemi di dipendenza, anzi. Accolgo quindi con favore la decisione del primo ministro Topolánek di discutere di questo argomento. Si tratta di un punto di importanza fondamentale per quanto stiamo facendo. Investire nelle infrastrutture significa non solo dare oggi uno stimolo – di cui c’è, peraltro, grandissimo bisogno – all’economia europea, ma significa anche renderci più forti e più competitivi domani. Ecco perché è così importante il vostro sostegno, il sostegno del Parlamento europeo, all’aiuto di 5 miliardi di euro per i progetti energetici e la banda larga, tanto più perché – voglio essere franco con voi – sono parecchio preoccupato per la situazione che c’è in seno al Consiglio, dove non stiamo facendo i progressi che avevo sperato.
Sappiamo tutti che, con un contributo inferiore all’1 per cento del PIL, il bilancio comunitario può fornire ovviamente solo un piccolo aiuto a uno stimolo di portata europea. I fondi devono dunque provenire essenzialmente dai bilanci nazionali. Ma, per essere efficaci, gli strumenti nazionali devono essere impiegati tutti in una prospettiva europea, e del resto il mercato interno è la migliore piattaforma possibile per la ripresa: nel solo 2006, grazie al mercato interno l’Europa era più ricca di 240 miliardi di euro, cioè 518 euro per ciascun cittadino europeo.
Il Consiglio europeo deve consolidare la propria posizione al centro della nostra strategia di ripresa economica stabilendo principi che dovrebbero plasmare la ripresa europea e prevedere un impegno condiviso volto a garantire la parità di condizioni e l’apertura all’interno come all’esterno, dicendo così un chiaro “no” al protezionismo ma, naturalmente, tutelando nel contempo il mercato interno, che è la roccia su cui poggia la prosperità dell’Europa.
Ma la cosa più importante da fare è riconoscere che non si tratta di una questione di teoria economica o di aridi dati statistici. Questa crisi ha un pesante impatto sulla gente, soprattutto sui cittadini più vulnerabili in Europa – e ciò sta succedendo oggi, adesso. Per tale motivo la mia preoccupazione principale, nonché la prova di gran lunga più importante che dovremo affrontare, è l’impatto sociale della crisi, ossia la crescita della disoccupazione.
Dobbiamo concentrare le nostre energie sul problema dell’occupazione e sugli aiuti ai cittadini per superare la crisi. A tal fine sono necessarie determinazione e creatività. Dobbiamo aiutare le imprese a non licenziare i dipendenti e a utilizzare in maniera creativa la formazione professionale per soddisfare esigenze di breve e lungo periodo, e dobbiamo aiutare coloro che sono già disoccupati. Dobbiamo essere certi che stiamo sfruttando al massimo gli strumenti nazionali per aiutare le persone più vulnerabili, ma dobbiamo sfruttare al massimo anche gli strumenti comunitari a nostra disposizione, dal Fondo sociale al Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione.
Avviare adesso un processo che arrivi fino al vertice di maggio sull’occupazione ci dà due mesi di tempo per compiere sforzi intensi mirati all’attuazione di progetti, nonché, se possibile, per sviluppare strategie nuove e più ambiziose per affrontare il problema della disoccupazione. Dobbiamo impiegare questi mesi in modo utile.
Sebbene i tempi siano stretti, crediamo che in questa fase preparatoria dovremmo cercare di organizzare un processo molto più ampio, tale da coinvolgere le parti sociali, la società civile e i parlamentari. E’ particolarmente importante che profittiamo della nostra conoscenza privilegiata di quanto sta accadendo sul campo. Se seguiremo tale approccio fondato sulla messa in comune delle nostre risorse e sul coordinamento delle attività a tutti i livelli – europeo, nazionale, regionale e delle parti sociali – usciremo dalla crisi più velocemente e, credo, rafforzati.
Inoltre, assumeremo un ruolo più marcato sulla scena internazionale. Non è un caso che le nostre proposte per la posizione che l’Unione europea adotterà al G20 riflettano ampiamente il nostro approccio all’interno dell’Europa. I principi di fondo sono i medesimi. Se l’Unione europea parlerà al G20 con una voce sola, avrà un grande peso e – a condizione che gli Stati membri siano effettivamente disponibili a collaborare – sarà in un’ottima posizione per definire la risposta globale alla crisi.
Oggi l’Europa deve trovare la propria forza nella coesione, nel coordinamento, nella solidarietà vera e concreta. In tale ottica, dobbiamo tutti collaborare da vicino e restare a stretto contatto a mano a mano che si delinea il compito della ripresa, coinvolgendo, ovviamente, anche il Parlamento europeo.
Non vedo l’ora di tradurre questa prospettiva in realtà lavorando tutti insieme per la ripresa nelle settimane e nei mesi a venire.
Elisa Ferreira, relatore. – (PT) Signor Presidente, signor Presidente della Commissione, onorevoli colleghi, la crisi attuale è la peggiore che l’Unione europea abbia mai conosciuto. Purtroppo, la crisi è ben lontana dall’essere superata: si verificano ancora fallimenti e la disoccupazione è tuttora in crescita. Mai prima d’ora il progetto europeo è stato sottoposto a una prova così dura. Dalla nostra risposta congiunta dipenderà non soltanto la solidità della ripresa economica ma anche, quasi sicuramente, la continuazione stessa del progetto europeo, quanto meno sotto il profilo della velocità del nostro sviluppo e della nostra espansione.
Non abbiamo creato l’Unione europea per restare limitati, in tempi di prosperità, a un enorme mercato e tornare poi, in tempi di crisi, all’egoismo nazionale secondo il motto “ognun per sé”. Il progetto europeo è un progetto politico, è il garante della pace, della libertà e della democrazia. Ma, dal punto di vista economico, è fondato sia sulla competitività che sulla solidarietà e sulla coesione. In effetti, il progetto europeo prospera grazie alla sua capacità di offrire qualità e opportunità di avanzamento a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro origine.
Oggi, durante questa crisi, la gente guarda all’Europa per ottenere protezione e aiuti per uscire rapidamente dall’attuale fase critica senza subire gravi danni sociali. Guarda all’Europa perché li aiuti a riscoprire il proprio futuro e stimoli l’occupazione e l’attività imprenditoriale, secondo approcci nuovi e più sostenibili allo sviluppo.
L’agenda di Lisbona e gli impegni a favore dell’ambiente esprimono intenzioni e ispirazioni meritorie, però è urgente conferire loro forza e sostanza. In proposito, l’invito del Parlamento al Consiglio e alla Commissione è chiaro, forte e deciso. Il consenso ottenuto con la votazione nella commissione per i problemi economici e monetari rivela questa comunanza d’intenti e mi auguro che il voto odierno qui in plenaria ne sia un’ulteriore conferma.
I diversi relatori e i diversi gruppi politici hanno lavorato di comune intesa. Spero che la Commissione riceva questo messaggio e lo interpreti correttamente.
In tale contesto, ringrazio i relatori ombra, in particolare gli onorevoli Hökmark e in ’t Veld. Auspico che, con la stessa determinazione, il voto di oggi ci permetterà di confermare e lanciare tale messaggio.
Per quanto attiene alle cause della crisi in atto, la cosa più importante da fare adesso è imparare la lezione. La relazione de Larosière è effettivamente una guida preziosa che dobbiamo seguire; è un’eccellente base di lavoro e contiene molte delle proposte che abbiamo già avanzato come Parlamento. Le sue conclusioni devono tuttavia sfociare in un’azione immediata e programmata della Commissione. E’ essenziale inoltre che, su questo punto, al prossimo G20 l’Unione europea assuma una posizione decisa.
In proposito, credo che vi siano elementi simbolici e spero che, con il suo voto odierno, il Parlamento dichiari inequivocabilmente di essere contrario al sistema offshore e ai paradisi fiscali. Tuttavia non basta correggere gli errori del passato, soprattutto quelli di vigilanza e controllo in campo finanziario. Il danno ormai è fatto e adesso abbiamo bisogno di un piano di ripresa che sia coerente con le responsabilità dell’Unione europea. Accogliamo con piacere la celere iniziativa della Commissione, ma sappiamo, e dobbiamo dirlo con chiarezza, che i mezzi e gli strumenti disponibili per l’azione non sono affatto adeguati.
Il Parlamento sta dando alla Commissione il proprio sostegno per quanto riguarda la flessibilità, la lungimiranza e l’agilità degli strumenti a disposizione; non va tuttavia dimenticato che l’85 per cento dei finanziamenti attualmente disponibili sono nelle casse degli Stati membri, le cui singole realtà, però, non sono mai state così diverse quanto lo sono ora: alcuni paesi dispongono del potere e degli strumenti per agire, altri sono completamente vulnerabili e del tutto privi dei mezzi necessari. Vi sono paesi che non hanno alcuno spazio di manovra nazionale, che sono incapaci di resistere alle forze simultanee e violente del mercato interno, della moneta unica e della globalizzazione. Di questo gruppo fanno parte i nuovi Stati membri, che hanno aderito al progetto europeo solo di recente e sono tra i paesi più colpiti.
Signor Presidente, onorevoli deputati, credo che in questo momento storico il messaggio del Parlamento possa essere frazionato in una serie di messaggi molto chiari e molto precisi che hanno, tuttavia, un’idea in comune, cioè che c’è bisogno non solo delle persone, dei posti di lavoro e delle risorse nazionali ma anche delle risorse europee per poter riportare nello spazio europeo – com’è nelle aspettative dei cittadini – dinamismo, crescita e solidarietà.
Jan Andersson, relatore. − (SV) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, si è discusso se emendare gli orientamenti in materia di occupazione. Non è una discussione particolarmente importante, dato che tali orientamenti prevedono già tutte le opportunità di azione. Attualmente il problema è l’incapacità di agire. Abbiamo vissuto, e viviamo tuttora, una crisi finanziaria che si è trasformata in crisi economica; ora si sta acuendo anche la crisi occupazionale, con la prospettiva che in futuro sorgano problemi sociali.
E’ positivo che in maggio si tenga un vertice sull’occupazione; dobbiamo però stare attenti a non separare le questioni occupazionali da quelle economiche e le dobbiamo pertanto inserire nella discussione. Penso che abbiamo fatto troppo poco e troppo tardi; l’1,5 per cento del PIL degli Stati membri sembrava una cifra adeguata quando l’abbiamo decisa, ma ora la crisi è ancora peggiore di quanto potessimo immaginare. Dobbiamo fare di più, impegnarci in maniera più coordinata – e di certo in misura superiore al 2 per cento – per poter affrontare questa crisi. Il rischio di non fare abbastanza o di agire in ritardo è molto, molto maggiore del rischio di fare troppo, perché in quel caso la disoccupazione crescerà e le entrate fiscali diminuiranno, con conseguenze sui problemi sociali che affliggono gli Stati membri.
Cosa dovremmo fare, allora? Sappiamo benissimo cosa dovremmo fare: mettere insieme ciò che, a breve termine, è utile per contrastare la disoccupazione con ciò che è necessario a lungo termine. Mi riferisco a investimenti ambientali, progetti per nuove infrastrutture, efficienza energetica delle abitazioni e soprattutto istruzione, istruzione e ancora istruzione.
Abbiamo parlato della formazione continua. Finora non abbiamo mai fatto abbastanza in proposito; adesso, però, abbiamo l’opportunità di investire seriamente nell’istruzione. Dobbiamo altresì stimolare la domanda, rivolgendoci a tal fine a coloro che utilizzeranno i fondi a sostegno dei consumi: i disoccupati, le famiglie con figli, i pensionati e quelli che useranno una somma maggiore in quanto consumatori.
A livello comunitario dobbiamo fare quello che possiamo, cercando di trovare rapidamente un accordo con il Fondo sociale e il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione affinché gli Stati membri possano beneficiare delle risorse disponibili. Ma, a essere onesti fino in fondo, dobbiamo riconoscere che la maggior parte delle risorse economiche si trovano negli Stati membri e che, se i paesi membri non faranno abbastanza o non lo faranno con il necessario coordinamento, falliremo. Guardandoci attorno e considerando ciò che i singoli Stati membri hanno fatto finora, notiamo che soltanto uno ha raggiunto la soglia dell’1,5 per cento, cioè la Germania, che inizialmente, peraltro, non era tra i più convinti della necessità di intervenire. Altri paesi, come quelli nordici, tra cui il mio, stanno facendo molto poco nonostante la loro situazione economica sia buona.
Vediamo adesso le conseguenze sociali delle crisi, che lei ha citato e che sono particolarmente importanti. Esse investono non soltanto i sistemi di sicurezza sociale ma anche il settore pubblico. Il settore pubblico ha un ruolo doppiamente significativo perché, oltre a fornire sicurezza sociale e assistenza a bambini e anziani, è anche un importante datore di lavoro con un numero elevato di dipendenti. Dobbiamo pertanto garantire che il settore pubblico disponga di sufficienti risorse economiche.
Vorrei ora parlare brevemente dei giovani. Oggigiorno i giovani passano direttamente dalla condizione di studenti a quella di disoccupati. Dobbiamo creare le condizioni affinché i giovani trovino un lavoro oppure continuino la propria formazione o altro. In caso contrario, finiremo per accumulare problemi per il futuro. Concludo ribadendo la necessità di agire e di farlo in modo coordinato, in uno spirito di solidarietà. Dobbiamo attivarci adesso, senza aspettare oltre, e la nostra azione dev’essere adeguata.
(Applausi)
Evgeni Kirilov, relatore. – (BG) Grazie, signor Presidente, Presidente in carica Vondra e Presidente Barroso. Non c’è voluto molto tempo per preparare questa relazione, dal titolo “Politica di coesione: investire nell’economia reale”. Inoltre, la relazione ha ottenuto consenso e supporto unanimi. Quest’ottimo risultato non sarebbe stato possibile senza la partecipazione e l’aiuto dei colleghi della commissione e dei relatori ombra, né senza la collaborazione tra i gruppi politici. A tutti loro va la mia gratitudine.
Mi soffermerò ora sui messaggi di fondo contenuti nella relazione. Innanzi tutto, essa sostiene appieno le misure proposte dalla Commissione europea per sveltire e semplificare l’attuazione dei Fondi strutturali, tra cui l’aumento dei pagamenti anticipati, l’introduzione di schemi più flessibili per la determinazione delle spese e altro ancora. Abbiamo effettivamente bisogno di queste misure, e ne abbiamo bisogno proprio in questo momento per dare una risposta adeguata alla crisi economica; penso, al riguardo, a investimenti nell’economia reale, nella conservazione e creazione di posti di lavoro e a stimoli all’imprenditoria. Ma queste misure non sono l’unico segnale della necessità di agire in maniera più efficiente ed efficace: è da molto tempo che i beneficiari dei fondi europei chiedono e attendono queste proposte di semplificazione delle regole, che sono state sollecitate da noi e dalla Corte dei conti europea.
Il secondo messaggio riguarda la politica di coesione e la politica di solidarietà. In proposito, non ci limitiamo a chiedere una dichiarazione di solidarietà, ma vogliamo anche vedere una solidarietà concreta. In un contesto in cui le economie europee sono reciprocamente dipendenti, gli effetti negativi della crisi toccano ciascuna di esse. Per contrastare tali effetti dobbiamo ottenere risultati positivi, che apportino benefici di ampia portata e siano utilizzati per conseguire gli obiettivi di crescita e sviluppo nell’ambito della strategia di Lisbona. E’ importante inoltre mantenere gli standard sociali dei cittadini comunitari, tutelare le persone socialmente svantaggiate, evitare distorsioni della concorrenza e continuare a proteggere l’ambiente. In proposito, la solidarietà e la coesione devono essere massime, se vogliamo riuscire a trovare insieme e più velocemente una via d’uscita dalla crisi.
In terzo luogo, è importante imparare la lezione dalla crisi attuale e non trattare come casi isolati le misure che saranno adottate. Deve proseguire l’analisi degli errori compiuti e dell’esperienza acquisita, così come deve continuare anche il processo di semplificazione delle procedure. Le regole devono diventare più comprensibili, le informazioni più accessibili, gli oneri amministrativi più leggeri e le procedure più trasparenti. Solo così potremo rimediare agli errori compiuti e ridurre la possibilità di violazioni e casi di corruzione.
In conclusione, invito il Consiglio ad adottare quanto prima possibile le misure proposte per sveltire e semplificare l’utilizzo dei Fondi strutturali. Ai membri della Commissione europea rivolgo, inoltre, l’appello di monitorare l’impatto delle nuove misure e del processo nel suo complesso, nonché di avanzare nuovi suggerimenti. Da ultimo, ma non meno importante, desidero sottolineare il ruolo fondamentale degli Stati membri, dai quali dipendono l’esecuzione delle azioni proposte e il conseguimento di risultati concreti grazie all’attuazione della politica di coesione. Concludo ricordando ancora una volta la necessità di una solidarietà nei fatti.
Salvador Garriga Polledo, relatore per parere della commissione per i bilanci. − (ES) Signor Presidente, a nome della commissione per i bilanci desidero affermare, innanzi tutto e soprattutto, che questo piano di ripresa economica è di natura molto più intergovernativa che comunitaria e rivela quali sono i reali limiti finanziari dell’Unione europea.
A livello comunitario, stiamo per utilizzare 30 miliardi di euro che, concretamente, saranno gestiti dalla Banca europea per gli investimenti, mentre sussistono gravi difficoltà riguardo ai 5 miliardi di euro che, a ben guardare, fanno parte del bilancio comunitario.
Non ci sono risorse nuove; è in corso una semplice ridistribuzione di risorse esistenti. Condividiamo pienamente la decisione di ricorrere alla Banca europea per gli investimenti, però siamo anche preoccupati perché le abbiamo affidato molti impegni senza alcuna garanzia sul loro adempimento.
Deploriamo, infine, l’incapacità del Consiglio di trovare un accordo sui 5 miliardi di euro per le interconnessioni energetiche e la banda larga in aree rurali.
Crediamo che i margini non utilizzati non debbano essere usati. Ciò che la Commissione europea e il Consiglio devono fare è servirsi delle risorse loro assegnate dall’accordo interistituzionale.
Elisabeth Morin, relatore per parere della commissione per l’occupazione e gli affari sociali. − (FR) Signor Presidente, Presidente Barroso, stamattina desidero illustrarvi quello che è il parere unanime della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, perché vogliamo promuovere concretamente la coesione sociale nell’ambito di questo piano di ripresa economica. Coesione sociale significa inserimento nel mercato del lavoro. Tanto per cominciare, vogliamo conservare a tutti i lavoratori il loro posto e ridare un lavoro ai disoccupati indirizzando, tra l’altro, il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione verso nuovi corsi di formazione, affinché i lavoratori siano preparati quando usciremo da questa crisi.
Pertanto, a breve termine dobbiamo mantenere i posti di lavoro esistenti, a medio termine dobbiamo fornire ai lavoratori una formazione migliore per quando la crisi sarà stata superata e, a lungo termine, dobbiamo innovare, anche nelle organizzazioni sociali attraverso gruppi di datori di lavoro.
L’Europa deve innovarsi se vuole sopravvivere alla globalizzazione.
Joseph Daul, a nome del gruppo PPE-DE. – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Consiglio europeo della settimana prossima non deve essere un vertice come tutti gli altri; non deve essere un vertice di routine perché gli europei, e anche il mio gruppo, si aspettano che lanci segnali concreti.
Al prossimo vertice l’Europa dovrà affermare la propria forza e determinazione nel combattere la crisi, una forza di cui ha dato prova in passato quando ha adottato le regole dell’economia sociale di mercato, la quale permette di limitare i danni arrecati da una crisi senza precedenti che sta colpendo contemporaneamente tutte le regioni del mondo. Quella stessa forza è stata messa alla prova dieci anni fa, quando l’Europa si è dotata di una moneta, l’euro, che ora sta affrontando il suo primo esame di una certa importanza e dimostra di poterlo superare.
Ma un’Europa forte non deve essere un’Europa protezionistica; un’Europa che si protegge a colpi di leggi non deve diventare la “fortezza Europa”, perché non è rinchiudendoci in noi stessi che usciremo dalla crisi. Dobbiamo invece puntare sull’apertura e sull’affermazione della nostra identità. La forza dell’Europa in una tempesta, più ancora che in momenti di calma, consiste nella sua capacità di compiere azioni a nome dei nostri concittadini, anche di quelli più svantaggiati, e soprattutto di farlo in modo unito.
Insieme con la Commissione e con il suo presidente Barroso, che ha adottato misure a mio parere apprezzabili, ispirate dalla relazione de Larosière, l’Europa sta lottando per salvare il sistema bancario.
Sta lottando e noi lottiamo con essa non, come taluni vorrebbero farci credere, per salvare i posti di lavoro degli operatori di borsa, bensì per evitare il collasso generale della nostra intera economia, e perché una ripresa duratura sarà possibile soltanto con un sistema bancario sano.
L’Europa sta combattendo con buoni risultati. Apprezzo l’accordo raggiunto ieri sulla riduzione delle aliquote IVA nei settori delle costruzioni e della ristorazione, sull’introduzione di controlli effettivi dei mercati finanziari, sulla salvaguardia dell’occupazione, sul mantenimento o la ricostruzione di fiducia e sulle garanzie per il futuro degli europei.
Onorevoli colleghi, ho parlato di forza, ho parlato di unità, ho parlato di efficacia, ma la vera ragion d’essere, la motivazione di tutto ciò è la solidarietà. Questa è l’Europa di Jean Monnet e di tutti i padri fondatori. Che senso ha aver creato l’Europa dopo l’esperienza dell’ultima guerra mondiale se 60 anni dopo, con l’arrivo della più grave crisi economica dal 1929, siamo pronti a rinunciarvi e ad andare ognuno per proprio conto?
I nostri concittadini si chiedono talvolta quale sia lo scopo dell’Europa. Spetta a noi dimostrare che l’Europa è al fianco di 500 milioni di cittadini, molti dei quali soffrono a causa di questa crisi, ed è solidale con i paesi dell’Unione – mi riferisco all’Irlanda, all’Ungheria e agli altri che si trovano in difficoltà particolarmente pesanti.
A nome del mio gruppo, chiedo che tutti i 27 capi di Stato e di governo dei paesi membri respingano la tentazione dell’isolamento, che – e sono ben consapevole di quanto sto dicendo – sarebbe suicida per tutti i nostri paesi.
Chiedo al presidente in carica Vondra, al presidente Barroso e anche a lei, Presidente Pöttering, di prendere la parola al Consiglio europeo a nome del nostro Parlamento, di schierarvi a favore della solidarietà e dell’innovazione. Sì, ho detto “innovazione”, perché sono convinto che potremo superare questa crisi soltanto se utilizzeremo risorse nuove e investiremo massicciamente nell’economia fondata sulla conoscenza, la ricerca e lo sviluppo.
Dobbiamo mettere a frutto quanto prima possibile il potenziale immenso di cui l’Unione europea dispone nel settore delle nuove tecnologie ambientali, perché le innovazioni ambientali devono essere incluse in tutte le politiche europee, dando così un vero slancio industriale alla ripresa economica.
Allo stesso modo, devono essere rimossi quanto prima possibile gli ostacoli di carattere normativo al mercato interno che continuano a penalizzare lo sviluppo di queste tecnologie. Occorre creare un vero mercato interno per le energie rinnovabili, con regole chiare, perché in tempi di crisi tutto cambia e noi dobbiamo prepararci alla nuova realtà. Questo è il significato della strategia di Lisbona e, adesso, della strategia post Lisbona.
Il mio gruppo, come il centro-destra europeo, è un’organizzazione politica responsabile. Siamo a favore di un’economia che abbia regole, a favore dell’economia sociale di mercato. Tale posizione ci impedisce di lasciarci andare al populismo e alla demagogia e ci obbliga a parlare onestamente ai cittadini europei. Spero che il prossimo Consiglio europeo tragga ispirazione da questo approccio.
(Applausi)
Martin Schulz, a nome del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, con tutto il dovuto rispetto, Presidente in carica Vondra, reputo inaccettabile che in una situazione come quella che stiamo vivendo il presidente in carica del Consiglio sia assente. Anche questo fatto è sintomatico del suo atteggiamento nei confronti della situazione attuale.
(Applausi)
Sono state ripetute molte delle solite vecchie cose. Sono mesi che sentiamo sempre le stesse frasi, al punto che ormai le conosciamo a memoria. Onorevole Daul, mi congratulo con lei per il suo splendido discorso! Se continuerà a fare discorsi come questo, gli abitanti di Lipsheim e Pfettisheim cominceranno a pensare che è passato al Partito comunista francese. E’ veramente splendido, sembra tutto così eccitante! Ora, però, dobbiamo fare qualcosa di concreto, dobbiamo prendere le decisioni necessarie. Il Consiglio europeo deve fare di più. La crisi si sta aggravando e stiamo perdendo posti di lavoro. Negli ultimi sei mesi il valore delle azioni è diminuito di 40 milioni di euro. Ciò significa la distruzione dei mezzi di sostentamento delle persone, la scomparsa di posti di lavoro, il rischio di chiusura per le imprese, il rischio di tracollo per le economie nazionali. E in tutto questo, il Consiglio se ne esce con qualche piccola, simpatica risoluzione, come lo stimolo fiscale pari all’1,5 per cento del PIL quest’anno o l’anno prossimo. Fino ad oggi, quella risoluzione è stata attuata da tre Stati membri, il che significa che gli altri 24 non l’hanno fatto. Gran Bretagna, Germania e Spagna l’hanno applicata e, guarda caso, tutti e tre sono stati messi sotto pressione dai socialdemocratici e dai socialisti, a differenza degli altri Stati membri. Dovete fare di più! E dovete andare a dirlo al presidente in carica del Consiglio, che è assente.
Presidente Barroso, lei ha tenuto uno splendido discorso, un ottimo discorso che condividiamo appieno. C’è urgente bisogno di solidarietà tra gli Stati membri. Per noi socialdemocratici e socialisti, la solidarietà è il concetto fondamentale in questa situazione. La solidarietà tra le persone nella società, ma anche la solidarietà tra gli Stati; la solidarietà all’interno della zona dell’euro, ma anche tra la zona dell’euro e i paesi che non ne fanno parte. E’ importante che la Commissione solleciti gli Stati membri a dar prova di solidarietà.
E’ importante anche che la Commissione ci sottoponga le proposte di direttiva di cui abbiamo bisogno per poter vigilare sui fondi hedge e private equity, per garantire la trasparenza delle agenzie di rating del credito, per contenere gli stipendi dei dirigenti entro limiti ragionevoli e chiudere i paradisi fiscali. Queste iniziative sono urgentemente necessarie; ci auguriamo che le attuerete e facciamo affidamento su di lei per la loro applicazione. Se non è più possibile realizzare tutto ciò entro la fine della legislatura, ripresenteremo queste stesse richieste durante la prima seduta del nuovo Parlamento. Quando sento parlare il capo di Citigroup, che ancora una volta ha registrato utili, oppure Ackermann della Deutsche Bank, che ancora una volta ha chiuso il primo trimestre con un guadagno, mi viene da chiedermi se quelle persone, dopo essere state salvate a spese dello Stato, pensano di poter continuare a comportarsi come hanno fatto finora. No, dobbiamo mettere in atto controlli e trasparenza per garantire che non possano rifare gli errori compiuti in passato.
In terzo luogo, volevo dire che resto sempre affascinato quando sento parlare i membri del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici-cristiani) e dei Democratici europei. E’ bellissimo. State dicendo tutte le cose che noi abbiamo continuato a sostenere per anni e che voi avete sempre respinto con i vostri voti. Sembra che vi siate improvvisamente svegliati. Ma quando si tratta dell’emendamento n. 92, in cui si chiede di fare di più e di approvare, in altri termini, uno stimolo fiscale pari all’1,5 per cento del PIL, il Partito popolare non vota a favore. La votazione, a mezzogiorno, sull’emendamento n. 92 sarà per voi la prova del nove. Per quanto riguarda la solidarietà, onorevole Daul, lei ha appena affermato a nome del suo gruppo, peraltro assente, che essa è una buona cosa. Staremo a vedere se voterete a favore dell’emendamento n. 102, con il quale chiediamo solidarietà.
Un’osservazione finale, che è di importanza cruciale per il nostro gruppo e riguarda l’emendamento n. 113 sui paradisi fiscali. Le persone che ci servono quando andiamo al ristorante, gli autisti che guidano le nostre macchine, il personale di terra degli aeroporti che scarica le nostre valigie sono tutti contribuenti le cui tasse vengono usate per impedire il fallimento delle grandi banche, perché i governi e i parlamenti impongono a quelle persone di dare un contributo. Sono quelle le persone che devono pagare per le reti di sicurezza messe in atto a favore di banche e grandi imprese. Ora ai dirigenti delle grandi banche, che continuano a concedersi compensi milionari anche se la loro banca, come nel caso dell’ING, è in rosso di diversi miliardi, viene data la possibilità di portare i propri soldi in paradisi fiscali, sottraendoli così al fisco. Questa è una lotta di classe condotta dall’alto alla quale almeno noi ci rifiutiamo di partecipare. Quindi, accertare oggi se il Parlamento europeo è contrario ai paradisi fiscali è una questione decisiva per la credibilità del Partito popolare e dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa. Voi parlate come i socialisti, ma noi vogliamo vedere se a mezzogiorno voterete anche come i socialisti.
Abbiamo messo sul tavolo le nostre tre richieste; voglio dire molto chiaramente che, se non le accetterete, non ci sarà una risoluzione congiunta, e allora sarà evidente che, mentre noi ci impegniamo per la giustizia sociale, dal Partito popolare vengono soltanto parole vuote.
(Applausi)
Graham Watson, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, nei mesi scorsi l’Unione europea ha organizzato più incontri al vertice di quante siano le vette scalate dal nostro ex collega Reinhold Messner, e il Parlamento ha prodotto una sfilza di relazioni su come migliorare la situazione economica. Ma tutti quei vertici e quelle relazioni sono riusciti soltanto a creare una precaria passerella per permettere agli Stati membri di superare il baratro della recessione; ora è necessario che il Consiglio affronti questa situazione di petto e senza timori. Mi congratulo con i colleghi Andersson, Ferreira e Kirilov per le loro relazioni, che delineano una prospettiva coerente e pragmatica sullo sfondo della valanga che si sta per abbattere sull’occupazione. E il loro messaggio di fondo non può che essere: posti di lavoro e ancora posti di lavoro.
La strategia di Lisbona, gli orientamenti per l’occupazione, la politica di coesione sono sempre stati indicati come le coordinate di riferimento per promuovere la flessicurezza delle nostre economie, gli investimenti pubblici nel campo della ricerca e dello sviluppo e una transizione rapida all’economia della conoscenza. Essi sono la base su cui poggia un mercato del lavoro sano, dinamico e sicuro.
E dall’attuale posizione di forza, una cosa è chiara a tutti – tranne, forse, ad alcuni di coloro che siedono sui banchi della sinistra. Non è stata la strategia di Lisbona che ci ha costretti a rinunce nei nostri bilanci familiari; al contrario, proprio gli Stati membri che l’hanno ignorata sono quelli che stanno soffrendo di più e soffriranno per un periodo più lungo. E’ giunto quindi il momento di rimboccarsi le maniche ed elaborare un “programma di Lisbona II” e orientamenti per l’occupazione che riflettano le realtà dell’Unione europea.
Parlamenti nazionali, governi regionali, municipi: ognuno di essi deve essere dotato dei poteri necessari per affrontare questa sfida, ed essere pubblicamente denunciato se non lo fa. Né possiamo tollerare l’atteggiamento riluttante con cui si guarda all’esigenza di proteggere il pianeta. Il Consiglio dovrà definire la posizione negoziale dell’UE per la prossima conferenza di Copenaghen sul clima. Presidente in carica Vondra, quanti soldi i 27 saranno disposti a stanziare per l’adeguamento al cambiamento climatico e la sua mitigazione nei paesi in via di sviluppo? Il cambiamento climatico non si fermerà nonostante il rallentamento dell’economia, mentre i paesi più poveri subiranno – continueranno a subire – le conseguenze del nostro consumo di combustibili fossili.
La recessione, quindi, non deve significare mancanza di azione. Gli Stati membri devono impegnare le risorse necessarie per contrastare il cambiamento climatico e creare nel contempo posti di lavoro ecocompatibili, magari, come propone l’onorevole Turmes, usando i soldi disponibili per esercitare pressione e ottenere di più dalla Banca europea per gli investimenti o dal Fondo europeo per gli investimenti. Ma il Consiglio sa che le devastazioni della recessione ritorneranno se non si procederà a una riforma ampia e profonda del sistema finanziario.
Il G20 del mese prossimo avrà il compito di ridefinire le regole; al riguardo, giudico positivamente i toni usati dai leader europei alla riunione di Berlino. E’ necessario dotare il Fondo monetario internazionale di risorse adeguate, sottoporre a controlli i paradisi fiscali e imporre regole severe per le istituzioni finanziarie, nonché istituire un’autorità europea per i servizi finanziari che vigili efficacemente sul sistema, non per riportare le nostre economie al passato, bensì per creare un sistema aperto, onesto e trasparente per un commercio libero ed equo.
Londra, Parigi, Berlino: tutti si affrettano a ribadire che l’Europa fa fronte comune; ma il presidente in carica del Consiglio ci dice che le differenze permangono. Mi auguro che il presidente in carica del Consiglio venga qui a relazionare sugli esiti del vertice; anzi, dovrebbe essere qui già oggi. Non va bene che le differenze permangano. Nelle settimane e nei mesi prossimi l’Europa dovrà essere decisa nel pensiero, agile nell’azione e unita negli obiettivi, pronta a eliminare i titoli tossici che pesano come una zavorra sui bilanci delle banche, pronta a riformare le prassi bancarie per ripristinare l’affidabilità del credito e pronta anche ad accettare che l’attuale pacchetto di stimoli possa rivelarsi insufficiente, perché non ha senso aumentare le risorse del Fondo monetario internazionale se non esiste un sistema finanziario globale da sostenere, e perché è ingiusto che gli Stati membri con maggiore senso di responsabilità debbano ora rimediare alle mancanze di quelli che hanno fatto la bella vita – e questo potrebbe essere il prezzo da pagare per evitare il contagio del tracollo economico.
In sintesi, è necessario che Consiglio, Commissione e Parlamento lavorino insieme a mente fredda, con calma, in spirito collegiale, evitando che gli aspetti formali prevalgano su quelli sostanziali. L’Europa non può più continuare con interventi d’emergenza; è arrivato il momento di attuare quella riforma radicale che garantirà posti di lavoro nell’immediato e sicurezza in futuro.
Cristiana Muscardini, a nome del gruppo UEN. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, "rafforzare la vigilanza" ci ha detto il Presidente in carica: ma vogliamo avere un dato su quanti sono gli OTC che in questo momento appartengono ancora a banche europee, a quanto ammonta la bolla a livello planetario. È immaginabile che la Commissione ed il Consiglio decidano di arrivare a un congelamento dei derivati, almeno a proporlo a livello mondiale, e a sospendere la loro contrattazione. È possibile che nelle banche che sono state nazionalizzate questi derivati siano ancora un bene negativo ma ovviamente anche preoccupante per lo sviluppo? Rafforzare la vigilanza significa anche che noi non solo dobbiamo, come dice la Commissione, avere la capacità di fare un repulisti nel sistema bancario e una revisione del sistema di controllo, ma anche dare proposte nuove.
Allora, se ci siamo occupati della crisi automobilistica, dovremmo anche occuparci della piccola e media impresa e cioè di quella concorrenza sleale che arriva entro le nostre frontiere e per la quale ancora oggi il Consiglio non si è deciso a ratificare e a promuovere l'etichettatura d'origine, unico sistema per non fare del protezionismo ma per proteggere i consumatori e i prodotti, come lo stesso Presidente Barroso ha appena detto nel suo intervento. Per aiutare le imprese occorre anche, oltre che promuovere nuove linee di credito, dare alle piccole e medie imprese un accesso più celere e meno costoso alla mobilità, se vogliamo che queste imprese si convertano e non chiudano. In questo momento moltissime hanno il 50% in meno degli ordini, il che vuole dire che devono ricorrere al credito bancario. Ma le banche non danno soldi e le azioni delle banche sono crollate per colpa dei derivati. È un cane che si morde la coda. Uscite da questa confusione, cercate di dare soluzioni reali e non solo proposte inutili.
Rebecca Harms, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, in occasione della quinta discussione durante questa legislatura sul tema dei successi e dei fallimenti della strategia di Lisbona, vorrei chiedere come sia possibile che, dopo aver affermato ogni anno che la strategia ha dato ottimi risultati e che il suo successo è stato riconosciuto, improvvisamente ci accorgiamo che siamo nel pieno della peggiore crisi degli ultimi tempi, come se la crisi fosse una catastrofe naturale. Le cose non dovrebbero stare così e una valutazione disonesta della strategia di Lisbona è, credo, uno dei problemi che dobbiamo risolvere.
Un anno fa, durante una discussione su questo stesso argomento, il Parlamento europeo sollecitò la Commissione a garantire la stabilità dei mercati finanziari, perché avevamo colto segnali di una crisi imminente. Presidente Barroso, quella nostra richiesta non ha avuto alcuna risposta. Sono ormai mesi che discutiamo del collasso del sistema, come ha osservato l’onorevole Schulz, senza riuscire a garantire l’obbligatorietà delle nuove regole. La mia interpretazione di questa situazione è leggermente diversa da quella dei miei colleghi. Personalmente ritengo che molti membri della Commissione e dei governi nazionali siano tuttora convinti che un mercato deregolamentato, fatto di giocatori forti, sia capace di autoregolarsi. Se ci limitiamo a pompare rapidamente danaro nel sistema bancario e a concedere garanzie pubbliche, senza istituire una struttura completamente nuova per i mercati finanziari, è certo che falliremo, che non usciremo da questa crisi e che non ci sarà una vera ripresa.
La discussione sui legami tra politica per il clima, strategie per la sostenibilità e gestione delle crisi è praticamente inconsistente. Ogni anno ci vengono offerte al riguardo tante rassicurazioni tranquillizzanti, ma, osservando gli attuali piani di ripresa economica a livello europeo e nazionale, si nota che, a dispetto delle tante parole, gli obiettivi della sostenibilità, della tutela del clima e di un uso efficiente delle risorse continuano a non essere presi sul serio. Questi piani di ripresa economica non metteranno l’economia europea in grado di affrontare il futuro: non sono altro che la ripetizione di formule obsolete.
Jiří Maštálka, a nome del gruppo GUE/NGL. – (CS) Onorevoli colleghi, il programma congiunto per la crescita e l’occupazione, altrimenti noto come “strategia di Lisbona”, risale al 2005. Adesso siamo nel 2009 e, nonostante tutto, ci troviamo ad affrontare una povertà crescente e una crisi economica e finanziaria senza precedenti nella storia. A ciò va aggiunto che, secondo le ultime previsioni, nel corso di quest’anno il numero dei disoccupati nell’Unione europea crescerà di quasi 3,5 milioni di unità. A dispetto di tutte le misure adottate finora, la disoccupazione sta aumentando. Non sono il solo a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato. La situazione attuale rivela il fallimento delle politiche attuate fino ad oggi, che più d’ogni altra cosa hanno favorito l’accumulo di elevati profitti da parte di grandi gruppi commerciali e finanziari e la creazione di enormi monopoli, aggravando le condizioni di vita degli operai e della gente comune. L’Europa deve imboccare una strada diversa. Al vertice di primavera, il Consiglio deve adottare una strategia europea per la solidarietà e lo sviluppo sostenibile, nonché nuove politiche economiche, sociali e ambientali a sostegno degli investimenti volti soprattutto a migliorare la qualità del lavoro e le qualifiche professionali e a promuovere programmi di sostegno per le infrastrutture, le politiche di coesione, la tutela ambientale, la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro. Un grave problema che affligge gli Stati membri, Repubblica ceca compresa, è la delocalizzazione delle imprese. L’Unione deve stabilire un quadro normativo che penalizzi le imprese che delocalizzano la produzione, ad esempio condizionando la concessione di sussidi comunitari all’adempimento di obblighi riguardanti la salvaguardia dei posti di lavoro e lo sviluppo locale. Soprattutto adesso, in un periodo di crisi finanziaria ed economica, abbiamo bisogno, come difesa comune dalla crisi, non solo di solidarietà ma anche di norme e strumenti severi e di rapido effetto. In questo modo, potremo dignitosamente richiamarci all’eredità di Jean Monnet, che oggi commemoriamo.
Nigel Farage, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, stamattina tutti si sono riempiti la bocca parlando di “solidarietà europea” come se essa fosse un dato acquisito. Mi permetto di metterlo in dubbio.
Non possiamo firmare un assegno in bianco per tirar fuori dai guai i paesi dell’Europa orientale, non abbiamo i soldi necessari. Dal punto di vista economico, il piano è decisamente fallace e, cosa ancor più importante, è politicamente inaccettabile per i contribuenti francesi, britannici e tedeschi. Nondimeno, il cancelliere dello scacchiere britannico Alistair Darling sembra essere diventato un sostenitore di questo piano. Dev’essere ammattito! Secondo lui, è ora che l’Europa si richiami ai valori condivisi della cooperazione, come se fossimo una famiglia unita e felice.
Dal canto suo, il primo ministro ungherese Gyurcsany ha invece respinto in blocco l’idea della solidarietà europea. Lui vuole che l’Unione europea tolga dalle peste i paesi come il suo a suon di soldi – 180 miliardi di euro – e sostiene che, in caso contrario, cinque milioni di emigrati disoccupati si riverseranno nei nostri paesi dell’Europa occidentale. Questo è un ricatto bello e buono, che dimostra la follia di aver permesso a paesi come l’Ungheria di entrare in quest’Unione politica e sottolinea ancora più chiaramente quanto sia stato folle aver aperto le frontiere.
L’unica risposta che è risuonata stamani qui in aula è la richiesta, in qualche modo, di più Unione europea, di maggiori poteri come garanzia di successo! Ma, scusate, non avete visto il messaggio che vi hanno inviato gli elettori francesi, olandesi e irlandesi? Non siete legittimati ad assumere maggiori poteri in nome dell’Unione europea. La crisi economica sarà, io credo, ciò su cui gli elettori voteranno alle prossime elezioni europee e mi auguro che stavolta vi invieranno un messaggio talmente forte e chiaro che, per una volta, non lo potrete proprio ignorare.
Presidente . − Onorevole Farage, può darsi senz’altro che la nostra famiglia europea non sia sempre felice, però è anche la sua famiglia.
Jana Bobošíková (NI) . – (CS) Onorevoli colleghi, a differenza dell’oratore precedente, io credo fermamente che il prossimo Consiglio europeo debba assolutamente ispirarsi a quello che è il motto della presidenza ceca, cioè un’”Europa senza barriere”. Spero che il presidente in carica del Consiglio Topolánek, che è assente, non ceda, sotto l’influenza dell’amministrazione Obama, alla tentazione di nuove regole e nuove iniezioni di danaro nell’economia a spese dei contribuenti.
Il prossimo Consiglio deve inoltre respingere il piano della Commissione Barroso, sostenuto dalla lobby ambientale, per appoggiare massicciamente, con miliardi di euro, le energie rinnovabili. La teoria economica e la pratica storicamente dimostrata provano entrambe in tutta evidenza che un piano del genere non potrà in alcun modo alleviare il tracollo economico né frenare l’aumento della disoccupazione. Al contrario, onorevoli colleghi: esso non farà altro che aggravare la crisi e comportare un nuovo rischio per il futuro, cioè l’inflazione. Credo che nessun politico responsabile sia disposto a contribuire a una crescita massiccia dei prezzi e alla perdita di valore dei risparmi dei cittadini comuni. Spero che la presidenza perseveri nella sua ferma difesa della liberalizzazione e nell’eliminazione delle barriere commerciali e del protezionismo.
Onorevoli colleghi, sappiamo che negli Stati Uniti l’intervento governativo nella gestione della politica economica è stata una causa determinante di questa crisi. Invece di imparare dall’esperienza statunitense, in soli nove mesi, dal 1o luglio dell’anno scorso, le istituzioni comunitarie hanno approvato una quantità incredibile di regolamenti – 519 – e direttive – 68. Se la presidenza ceca vuole essere credibile e utilmente coerente con il suo motto di un’Europa senza barriere, invece di organizzare nuovi vertici dovrebbe esaminare immediatamente tutte le norme comunitarie ed eliminare quante più restrizioni ambientali, sociali, occupazionali e di genere possibile. Inoltre, il Consiglio dovrebbe pensare a come tenere a freno uno stato sociale sovradimensionato e a ridurre la forte pressione fiscale e i contributi assicurativi. Solo così potremo ritornare velocemente alle attività umane e di mercato razionali senza le quali sarà semplicemente impossibile superare la crisi attuale.
Klaus-Heiner Lehne (PPE-DE) . – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi capita di non credere alle mie orecchie. Onorevole Schulz, l’iniziativa sulla regolamentazione e sulle norme per la trasparenza dei fondi hedge e private equity viene dalla commissione giuridica.
Nel 2006 i membri del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici-cristiani) e dei Democratici europei che facevano parte della commissione giuridica cominciarono a chiedere fermamente l’adozione di norme. La relazione d’iniziativa legislativa che commissionammo non vide la luce perché il presidente della commissione per i problemi economici e monetari, che, come ben sappiamo, fa parte del gruppo socialista al Parlamento europeo, avviò una disputa perfettamente inutile sulle competenze, con il risultato che abbiamo perso mesi, se non anni, a trovare un accordo. Siamo infine riusciti ad adottare le relazioni d’iniziativa legislativa su questo argomento nel settembre dell’anno scorso, cioè le relazioni Rasmussen e Lehne.
La persona che in Consiglio dichiarò la propria contrarietà alla regolamentazione di questo settore era Gordon Brown, che notoriamente non fa parte del Partito popolare europeo bensì del suo gruppo, onorevole Schulz. In anni recenti, il cancelliere Merkel e il primo ministro Rasmussen si sono sempre espressi a favore della regolamentazione di questi settori in tutte le occasioni, sia nel Consiglio europeo che nel G8.
Il problema risiede nel fatto che, nell’Unione europea, i socialisti si sono sempre opposti fermamente all’inserimento delle aree non regolamentate; di recente, però, hanno cambiato parere e siamo così arrivati alla situazione in cui ci troviamo ora. Così sono andate le cose in questa materia. Voglio dire soltanto che esiste un’enorme differenza tra la retorica che ci viene propinata adesso e la realtà degli ultimi mesi e anni. Purtroppo, la situazione è questa.
Desidero infine citare alcuni punti di comune interesse. Oggi il clima tra i gruppi parlamentari durante la preparazione della risoluzione sul processo di Lisbona in seno al gruppo di indirizzo era straordinariamente positivo. Proprio per tale motivo abbiamo raggiunto un accordo su quasi tutte le questioni e abbiamo redatto una buona risoluzione.
Non dovremmo continuare a discuterne fino alla nausea. Dovremmo invece mettere in chiaro che si tratta di un settore di interesse comune. I cittadini europei si aspettano da noi che, di fronte a questa crisi, agiamo congiuntamente, non che ci contrastiamo a vicenda.
(Applausi)
Poul Nyrup Rasmussen (PSE) . – (EN) Signor Presidente, questa è la peggior crisi dal 1929 e si sta ulteriormente aggravando: la disoccupazione cresce a dismisura.
Un paio di mesi fa ho chiesto al presidente della Commissione di non sopravvalutare le decisioni adottate dal Consiglio europeo del dicembre 2008, di non dipingere un quadro troppo ottimistico dell’Europa; invece, questo è esattamente ciò che sta facendo. Lei non ha proposto uno stimolo finanziario del 3,3 per cento in Europa. No, non lo ha fatto, e a proposito degli stabilizzatori automatici le ricordo che essi sono già contenuti nelle previsioni. In gennaio la Commissione aveva previsto un -2 per cento; adesso le previsioni della Banca centrale europea parlano di un -3 per cento. Quando lei cita uno stimolo finanziario pari all’1,5 per cento, quella percentuale non è realistica perché, secondo il Bruegel Institute, è documentato uno stimolo di solo lo 0,9 per cento.
La situazione attuale è la seguente: non stiamo facendo nulla per l’occupazione, la disoccupazione sta andando alle stelle e lo stimolo da lei proposto per l’Europa non è del 3,3 bensì dello 0,9 per cento. Se lei ora ci dice di attendere tempi migliori e se è d’accordo con il primo ministro Juncker, che ieri ha affermato che abbiamo fatto abbastanza, allora le dico che no, non ha fatto abbastanza e che la gente si aspetta dall’Europa più di quanto lei sta annunciando oggi.
La mia posizione è la seguente: tra qualche settimana incontrerà Obama, il nuovo presidente degli Stati Uniti. Egli si presenta con un pacchetto di investimenti pari all’1,8 per cento del prodotto nazionale lordo, noi con meno della metà. Che figura pensa che farà l’Europa non appena si scoprirà che noi facciamo di meno dei nostri amici americani e, ciò nonostante, chiediamo loro di fare di più? Che rispetto può incutere l’Unione europea in queste circostanze?
Quello che voglio dire è che dobbiamo fare di più, dobbiamo definire un piano generale che comprenda il vertice del 19 marzo – fra nove giorni -, il vertice di Londra del 2 aprile, il vertice sull’occupazione che si terrà in maggio a Praga e il vertice di giugno. Signor Presidente della Commissione, le chiedo di fare uno sforzo complessivo, un nuovo sforzo a favore della ripresa, perché, in caso contrario, saremo sconfitti. Non si tratta di attendere tempi migliori l’anno prossimo; si tratta di prendere sul serio una crisi mondiale che tocca le fondamenta delle nostre economie.
Concludo parlando della solidarietà. E’ giunto il momento di non tollerare nuove linee di demarcazione tra coloro che fanno parte dell’Unione europea da molti anni e coloro che vi hanno aderito spinti dalla promessa di tempi migliori per la gente comune. Evitiamo, dunque, che sorgano nuove divisioni di tipo economico tra gli Stati membri vecchi e quelli nuovi. Diamo prova di solidarietà in termini concreti. Ecco perché, signor Presidente della Commissione, le chiedo di prendere in considerazione strumenti finanziari di tipo nuovo per aiutare i nostri nuovi amici – ad esempio Eurobond o il ricorso alla Banca europea per gli investimenti. Per favore, prenda questo compito sul serio e non faccia troppo poco troppo tardi, come è successo in Giappone. Dimostriamo, invece, che Europa significa essere al fianco della gente, che Europa significa essere solidali con i paesi più deboli dell’Unione.
Jules Maaten (ALDE) . – (NL) Signor Presidente, ora che la fase originaria della strategia di Lisbona sta finendo, possiamo constatare che gli obiettivi stabiliti dai capi di governo nel 2000 non sono stati conseguiti del tutto. Ma proprio alla luce dell’attuale crisi economica diventa estremamente importante prendere sul serio la strategia di Lisbona. Se lo avessimo fatto anche in passato, è probabile che oggi l’Europa sarebbe in condizioni migliori per resistere ai contraccolpi economici.
Uno degli accordi chiave della strategia di Lisbona è l’intenzione di destinare il 3 per cento del prodotto interno lordo alla ricerca e allo sviluppo: due terzi di finanziamenti privati e un terzo di finanziamenti statali. Ma il fatto che quasi nessun paese dell’Unione europea abbia raggiunto tale obiettivo frena l’innovazione nell’Unione europea. Nel contesto di una crisi mondiale, l’Europa dovrà trovare al proprio interno la forza di riportare l’economia ai livelli richiesti.
Nel contempo è sorprendente che una quota considerevole del bilancio comunitario continui a essere utilizzata per finanziare in misura eccessiva i settori tradizionali dell’economia, tra cui l’agricoltura e i fondi regionali, mentre gli obiettivi fissati per gli investimenti nella ricerca non vengono conseguiti. Eppure, le possibilità sono tantissime: basti pensare alla lotta contro l’inquinamento, alle tecnologie mediche o al settore in espansione dei giochi europei per computer, ad esempio, nel quale gli aiuti specifici si stanno rivelando efficaci.
Signor Presidente, un’economia dinamica e fortemente orientata all’innovazione può contribuire all’affermazione di nuove industrie, nuove tecnologie e nuovi prodotti. E questo è esattamente ciò che ci serve per superare la recessione. La crisi ci permette, anzi, ci costringe ad attuare le riforme di cui abbiamo disperato bisogno.
Sollecito gli Stati membri a prendere sul serio gli accordi che hanno sottoscritto, perché, quando si stabiliscono traguardi importanti, occorre avere la determinazione necessaria per raggiungerli. Altrimenti, l’Unione europea perderà la propria credibilità. Una politica comune rende necessario uno sforzo totale di tutti e non può tollerare alcun cedimento da parte di nessuno degli Stati membri.
Mirosław Mariusz Piotrowski (UEN) . – (PL) Signor Presidente, tutto fa ritenere che gli obiettivi decennali della strategia di Lisbona si concluderanno con un fallimento. Né quella strategia né l’omonimo trattato, peraltro continuamente citato, rappresentano una risposta reale alla crisi economica globale. Al prossimo Consiglio, il primo ministro irlandese ci comunicherà i passi compiuti per la ratifica del trattato di Lisbona. Sull’esempio della Francia e dei Paesi Bassi, l’Irlanda ha respinto con un referendum la versione emendata della Costituzione europea. I suoi cittadini non si sono lasciati convincere a cedere parte della loro sovranità a una struttura burocratica chiamata Unione europea. Invece di attendere la decisione della Corte costituzionale tedesca, che potrebbe seppellire definitivamente il trattato, sono in corso tentativi volti a persuadere gli irlandesi con promesse di privilegi che, però, non sono previsti dal testo presentato.
Di fronte alla gravità della crisi economica, lancio un appello affinché si ponga fine alle inutili dispute all’interno dell’Unione e si adottino invece misure specifiche fondate sui trattati esistenti e ispirate alla solidarietà.
Claude Turmes (Verts/ALE) . – (FR) Signor Presidente, in questo periodo di crisi c’è bisogno di un forte slancio a livello europeo.
Agendo singolarmente, gli Stati nazionali non saranno in grado di dare una risposta abbastanza forte e coordinata. Abbiamo quindi urgente necessità di una spinta da parte dell’Europa. Ma cosa sta succedendo di nuovo? Sta succedendo che la Commissione, al pari del suo presidente, è stanca, priva di una visione per il futuro e di coraggio politico. Un piano di ripresa di 5 miliardi di euro non è un piano di ripresa per il semplice fatto che la metà dei progetti previsti non riceveranno investimenti né nel 2009 né nel 2010 perché, ad esempio, non saranno in vigore le autorizzazioni per il sequestro del carbonio!
L’onorevole Daul dice cose giuste. E’ ora che diamo prova di solidarietà e capacità dì innovazione. Se la Commissione darà retta a Margaret Merkel – “Ridatemi i miei soldi” – e predisporrà un piano che concede più risorse alle economie forti che ai nostri colleghi dell’est, che hanno bisogno del nostro aiuto immediato, non potremo compiere passi in avanti.
L’innovazione ci serve, quindi, in due settori. Primo, non dobbiamo sperperare questi 5 miliardi di euro in aiuti di stato, bensì concentrarli nella Banca europea per gli investimenti. La Banca sta procedendo a un aumento di capitale pari a 76 miliardi di euro e sta negoziando con la Banca centrale europea per migliorare la propria situazione di liquidità. Dovremmo pertanto impiegare la maggior parte dei 5 miliardi come fondi di garanzia per stimolare investimenti pubblici e privati per 20, 25 o 30 miliardi. Secondo, dobbiamo estendere questo piano di ripresa alle tecnologie verdi, alle energie rinnovabili e agli investimenti nel patrimonio edilizio delle città europee.
Il presidente Obama sta stanziando per le tecnologie verdi un capitale di rischio superiore di dieci volte a quello europeo. E’ evidente che stiamo perdendo la battaglia per il prossimo obiettivo importante in campo economico.
Sahra Wagenknecht (GUE/NGL) . – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, la questione decisiva in riferimento a tutti i piani di ripresa economica che vengono attuati in Europa è, ovviamente, sapere chi riceverà i soldi. Saranno emessi ulteriori assegni in bianco per le banche, anche se, a lungo termine, per il contribuente sarebbe molto più conveniente la loro nazionalizzazione immediata? Dovremmo alleviare il peso che grava sulle grandi imprese e sui percettori di redditi elevati, anche se per anni questi soggetti hanno beneficiato di sgravi fiscali in ogni angolo d’Europa? Quanti più soldi si sprecano in cose del genere, tanto più è probabile che i programmi falliscano e l’economia europea finisca su una china estremamente pericolosa.
La politica a lungo termine di privatizzazione, deregolamentazione e liberalizzazione ha portato a una crescente concentrazione di ricchezza nelle mani di una decina di migliaia di persone. Non va poi dimenticato che è stata proprio quella politica a ingenerare la crisi attuale. Chiunque ritenga che sia possibile superare la crisi continuando sulla stessa strada, con solo qualche piccolo aggiustamento, non ha capito nulla della situazione in cui ci troviamo. Quello che ci serve è esattamente il contrario. Invece di comprare i titoli tossici delle banche, dovremmo usare le entrate fiscali per restaurare scuole e ospedali e rendere più ecocompatibile l’economia europea. Se si danno fondi pubblici alle imprese private, si dovrebbe applicare la regola “nessun contributo pubblico senza garanzie per l’occupazione” o, più esattamente, “nessun contributo pubblico senza comproprietà pubblica”, di modo che lo Stato e, soprattutto, i cittadini possano poi beneficiare dei guadagni futuri. Il piano di ripresa economica migliore in assoluto sarebbe una radicale redistribuzione di ricchezze e patrimoni dall’alto verso il basso. In Europa dobbiamo ridurre, non aumentare continuamente il numero delle persone a reddito basso. Occorre innalzare il salario minimo e migliorare i servizi sociali. Dobbiamo introdurre aliquote fiscali tali da garantire che ad assumersi la responsabilità delle enormi perdite riscontrate siano i milionari e coloro che profittano del vecchio sistema del mercato finanziario, non la maggioranza dei cittadini, che non hanno beneficiato in alcun modo del boom finanziario. Credo che, al momento attuale, la giustizia sociale sia l’unica politica economica sensata, l’unico modo per mettere fine a questa crisi disastrosa.
Nils Lundgren (IND/DEM) . – (SV) Signor Presidente, la strategia di Lisbona è uno dei progetti migliori dell’Unione europea. Agli Stati membri si chiede di riformare volontariamente le loro economie per creare prosperità e capacità di adattamento sia ai cambiamenti previsti, come l’invecchiamento della popolazione, sia a quelli non previsti, come il crollo dei mercati finanziari. L’idea che sta alla base di questa strategia è la promozione di mercati efficienti, dell’imprenditorialità, dell’istruzione, della ricerca e di finanze statali stabili. Adesso siamo messi alla prova.
Se, nel momento in cui si è verificata la crisi finanziaria, avessimo avuto tutti un’economia flessibile, la politica monetaria giusta e finanze statali in buona salute, l’Europa avrebbe affrontato la crisi molto meglio. Ma le cose, purtroppo, non stavano così. La strategia di Lisbona non è stata attuata, mentre, allo stesso tempo, l’euro si è tradotto in una politica monetaria troppo facile per l’Irlanda, la Spagna, l’Italia e la Grecia. Inoltre, molti paesi hanno potuto amministrare male le proprie finanze pubbliche sotto lo scudo protettivo dell’euro. Per questi motivi si sono creati squilibri giganteschi. La strategia di Lisbona è una buona idea che è stata tradita; l’euro è una cattiva idea che ha esacerbato i problemi.
Bruno Gollnisch (NI) . – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, è nei momenti di crisi che si rivelano il valore e l’utilità delle strutture, e questa crisi ci sta dimostrando che l’Europa di Bruxelles è perfettamente inutile. Il piano di ripresa, pomposamente definito “europeo”, altro non è che la somma dei finanziamenti decisi dai singoli Stati membri, mentre il contributo dal bilancio europeo ne rappresenta una minima parte.
Mentre si spendono 200 miliardi di euro per sostenere l’economia reale e l’occupazione, 2 miliardi di quella somma vanno alle banche, senza alcuna garanzia che esse li useranno per finanziare imprese e privati cittadini. Privatizzazione degli utili, messa in comune delle perdite: ecco l’ultima regola di queste politiche economiche – liberali o socialiste, non fa differenza.
Di cosa si tratta: della solidarietà europea o di aiuti agli Stati? I partecipanti al vertice informale del 1o marzo hanno respinto all’unanimità la proposta di porre condizioni per la concessione di aiuti al settore automobilistico, e lo hanno fatto per il bene del mercato e della concorrenza. Non c’è stato alcun cambiamento di politica, alcun cambiamento di logica, né una rottura con il sistema che ci ha condotti alla catastrofe. Siamo sull’orlo del precipizio e, tra qualche giorno, i capi di Stato e di governo ci chiederanno di fare un grande passo avanti.
Lambert van Nistelrooij (PPE-DE) . – (NL) Signor Presidente, nella mia qualità di coordinatore per la politica regionale del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici-cristiani) e dei Democratici europei, voglio dire che l’auspicato passaggio a un approccio più flessibile e a una attenzione e concentrazione maggiori sugli investimenti e l’occupazione stanno diventando realtà. Proprio in questi tempi di crisi, la politica di coesione si rivela utile per gli investimenti europei. Al momento attuale, le destiniamo ogni anno circa 50 miliardi di euro, il 65 per cento dei quali va alle aree prioritarie previste dagli accordi di Lisbona. In questo modo forniamo un contributo attivo, qualifichiamo i lavoratori e adottiamo ogni genere di iniziative regionali per il periodo successivo alla crisi.
Il Partito popolare europeo vorrebbe conservare questo approccio finanziario integrato, invece di creare maggiore frammentazione. L’adozione di un approccio più flessibile è finalizzata ad accelerare le procedure di spesa, semplificare l’approvazione e gestire in maniera efficace la preparazione dei costi, nonché ampliare notevolmente le competenze della Banca europea per gli investimenti mediante programmi specifici, che comprendano la ricostruzione sostenibile nelle aree urbane e l’efficienza energetica, non da ultimo nei vecchi Stati membri. Sono favorevole a questi passi in direzione di un approccio più intenso e di una maggiore flessibilità.
Durante la seconda tornata di marzo avremo qui in plenaria una discussione prioritaria sulle modifiche da apportare alla politica di coesione. Inoltre, emenderemo di conseguenza i regolamenti sui fondi e porremo le basi per una nuova formula di coesione: la coesione territoriale, il quadro per il periodo successivo al 2013.
Come confermato un attimo fa, siamo impegnati a svolgere attività di alto livello, tra cui cluster, ricerca e sviluppo, innovazione e sviluppo rurale, e garantiremo che in Europa l’economia della conoscenza e la competitività ricevano un forte stimolo. Questo vale per tutte le regioni in tutti gli Stati membri. In tal modo l’Europa manterrà la propria visibilità e noi contribuiremo a una maggiore solidarietà nel nostro continente, anche dopo la crisi.
Edit Herczog (PSE) . – (EN) Signor Presidente, desidero iniziare rispondendo all’onorevole Farage. Se finora non era certo che il Parlamento sarebbe stato unito, penso che l’onorevole Farage ci abbia convinti tutti della necessità che l’Unione europea resti unita.
L’Unione europea è stata colpita da una crisi sistemica, e ora dobbiamo chiederci perché la decennale strategia di Lisbona non sia stata in grado di metterci al riparo. Potevamo avere un obiettivo migliore? Potevamo fare di più? Potevamo agire in modo più adeguato? O forse ci aspettavamo che qualcun altro lo avrebbe fatto al posto nostro?
La risposta del gruppo socialista è che è giusto avere una strategia unica e complessiva per il futuro, per far rientrare la competitività e la sostenibilità sociale e ambientale in un’unica strategia. La risposta dei socialisti è che dobbiamo ottenere risultati riguardo agli obiettivi di Lisbona per tutta l’Europa e per tutti gli europei, compresi i più vulnerabili tra essi, cioè i poveri.
Dobbiamo stabilizzare i mercati finanziari e ridurre il rischio che in futuro si verifichino crisi analoghe; tuttavia non sosterremo le politiche grazie alle quali le tasse che paghiamo finiscono in paradisi fiscali o sui conti bancari di poche persone. Dobbiamo stabilizzare le economie reali di tutta l’Europa in ogni settore, soprattutto nelle piccole e medie imprese; ma dobbiamo anche assumerci la responsabilità di sostenere l’occupazione, e non limitarci semplicemente a permettere che tali imprese generino profitti.
Dobbiamo impegnarci a favore dell’innovazione nel campo della ricerca e dello sviluppo e della svolta digitale. Dobbiamo costruire le capacità necessarie per mettere tutti i cittadini europei in grado di utilizzare quelle tecnologie. Stanzieremo fondi per conservare la conoscenza grazie alle politiche relative ai diritti di proprietà intellettuale. Dobbiamo portare stabilità in tutta l’Europa, ma dobbiamo anche guardare al di là dei suoi confini, alle aree ancora più vulnerabili nel resto del mondo. All’interno dell’Europa non costruiremo nuove linee di demarcazione.
E’ necessario mobilitare le persone. Azione, azione e ancora azione, accompagnata da risultati. Le parole da sole non basteranno per garantirci il successo. Fare molto non è abbastanza; è necessario invece fare abbastanza. Chiediamo alla Commissione e al Consiglio di guardare al di là del vertice di primavera e di portare i nostri messaggi al G20. Questo è ciò che la gente comune si aspetta da noi. Diamoci da fare insieme.
Ona Juknevičienė (ALDE) . – (LT) Desidero attirare la vostra attenzione su alcune circostanze che mi sembrano importanti ai fini della conservazione e creazione di posti di lavoro. In primo luogo, questa è una crisi economica globale che ci costringe a ripensare e riconsiderare la strategia per l’occupazione. Secondo, dobbiamo valutare criticamente ciò che abbiamo fatto finora e verificare se le strategie adottate sono state attuate in modo efficace. Invito dunque la Commissione a esaminare con grande obiettività il modo in cui gli Stati membri utilizzano i fondi destinati a sostenere l’occupazione. A mio parere, la pratica seguita finora, che consiste principalmente nel destinare finanziamenti alla qualificazione, riqualificazione e a varie forme di formazione, è inefficace. Investire nelle piccole e medie imprese e nel microcredito è lo strumento più efficace per creare nuovi posti di lavoro. I finanziamenti sia del Fondo sociale che del Fondo di adeguamento alla globalizzazione potrebbero essere impiegati in maniera più efficace a questo scopo. Gli Stati membri devono relazionare sull’utilizzo dei soldi di questi due Fondi e specificare, in particolare, quanti nuovi posti di lavoro sono stati creati. L’uso inefficiente di tali finanziamenti deve essere sanzionato. Sta aumentando il numero dei lavoratori che chiedono volontariamente di essere considerati in esubero; si ritrovano così senza un lavoro e senza un sostegno sociale o economico. Dobbiamo quindi coinvolgere i sindacati e tutelare gli interessi dei cittadini. Sollecito la Commissione e gli Stati membri a far fronte comune con noi su questa importante questione
Guntars Krasts (UEN) . – (LV) Grazie, signor Presidente. Nell’attuale crisi finanziaria, è meglio fare di più che aspettare. Pertanto, gli strumenti che sono stati proposti per stimolare l’economia dovrebbero ricevere tutto il nostro sostegno. Però i mercati internazionali del credito hanno chiuso le porte, con poche eccezioni, ai nuovi Stati membri dell’Europa orientale; c’è un deflusso di capitali e le banche dell’Europa occidentale, che costituiscono la maggior parte del mercato di quella regione, hanno sostituito la politica del credito espansiva che hanno praticato ancora fino a poco tempo fa con un approccio più prudente. Le possibilità dei paesi dell’Europa orientale di beneficiare di strumenti finanziari e fiscali sono limitate, se non assenti; inoltre, nella maggior parte dei paesi che si preparano ad aderire all’euro i criteri di convergenza limiteranno anch’essi, a medio termine, l’effetto delle misure di stimolo dell’economia che potranno essere adottate. L’unico strumento reale per rivitalizzare l’economia e dare attuazione alla strategia di Lisbona in quei paesi sono i finanziamenti da parte dei fondi comunitari; la ricerca di cofinanziatori potrebbe, tuttavia, rivelarsi problematica e allungare quindi i tempi necessari per ottenere i fondi. Per stimolare l’economia nell’Europa orientale, è urgente trovare un accordo sulle modifiche alle norme relative alla concessione dei finanziamenti comunitari. Le procedure per il loro ottenimento devono essere notevolmente semplificate, il volume dei cofinanziamenti pubblici e privati dev’essere ridotto e le scadenze per l’ottenimento delle risorse vanno prolungate. Dobbiamo individuare modalità concrete di utilizzo dei finanziamenti della Banca europea per gli investimenti e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo ai fini dell’acquisizione di fondi. Queste decisioni lanceranno un importante segnale di ripresa e stabilizzazione del mercato nell’Europa orientale. Grazie.
Elisabeth Schroedter (Verts/ALE) . – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori Commissari, vi ringrazio. Dobbiamo cogliere l’opportunità offertaci dalla crisi finanziaria per procedere a una radicale svolta in direzione ambientale dell’economia europea e per porre fine al cambiamento climatico.
La Commissione, però, non sta sfruttando quest’occasione e si affida a un pacchetto di salvataggio ispirato da idee antiquate, come la costruzione di strade e interventi per l’industria automobilistica, e sembra contemplare anche la possibilità di investimenti in strutture economiche decotte. Ma questo non è un programma rivolto al futuro e in grado di togliere alla gente la preoccupazione per la perdita dei mezzi di sostentamento. L’allentamento delle regole per l’utilizzo dei Fondi strutturali deve mirare esclusivamente a investimenti sostenibili ed ecocompatibili, e il cofinanziamento può essere incrementato solo in presenza di una valutazione degli effetti climatici.
Signori Commissari, credo che il vostro approccio volto a profittare della crisi finanziaria per limitare i diritti dei lavoratori sia cinico. La direttiva sul distacco dei lavoratori deve rafforzare i loro diritti, non contribuire a indebolirli. Una riforma di questo tipo non può più essere rinviata. Quello che proponete nel nuovo documento è inaccettabile.
Ilda Figueiredo (GUE/NGL) . – (PT) La neoliberista strategia di Lisbona è stata uno degli strumenti fondamentali dell’Unione europea per promuovere la deregolamentazione finanziaria, privatizzare i servizi pubblici, liberalizzare i mercati e il commercio mondiale, deregolamentare i rapporti di lavoro e penalizzare i diritti dei lavoratori. Le proposte per la direttiva sull’orario di lavoro e la flessicurezza ne sono un esempio evidente.
Non ha alcun senso continuare a insistere su un’evoluzione della strategia di Lisbona a fronte di un peggioramento della crisi economica e sociale che è stata causata, tra l’altro, dall’attuazione di questa stessa strategia. Dobbiamo quindi smetterla con le politiche di capitalismo neoliberista che sono responsabili del peggioramento della disoccupazione, della precarietà del lavoro e della povertà e hanno aggravato gli squilibri sociali, regionali e territoriali. Abbiamo bisogno di una strategia europea integrata a favore della solidarietà e dello sviluppo sostenibile che sia fondata sulla tutela dei settori produttivi e degli investimenti pubblici, che aumenti in misura efficace i fondi comunitari per sostenere i paesi che hanno le economie più deboli, rispettano la natura e creano posti di lavoro con diritti riconosciuti, e che promuovono i servizi pubblici, incrementano il potere d’acquisto e garantiscono un’equa distribuzione del reddito per ridurre la povertà. Questo è esattamente il contrario di ciò che Commissione e Consiglio stanno proponendo.
Johannes Blokland (IND/DEM) . – (NL) Signor Presidente, durante le discussioni ai vertici di primavera degli anni scorsi abbiamo sollecitato gli Stati membri ad adoperarsi a favore del processo di Lisbona. A ben guardare, la crescita economica e la bassa inflazione creavano le condizioni adatte per una riforma, che era – e, invero, è tuttora – necessaria per affrontare la concorrenza con le economie emergenti.
La crisi attuale rivela come gli Stati membri che hanno dato seguito a quell’invito siano adesso in condizioni migliori degli altri, i quali registrano disavanzi pubblici elevati. Il fatto che i paesi membri che non hanno voluto ascoltare la nostra richiesta stiano trasferendo i loro disavanzi rappresenta una minaccia per la stabilità della moneta unica.
Chiedo alla Commissione di vigilare sugli Stati membri per garantire il rispetto del patto di stabilità, perché solo così potremo evitare che i costi della crisi finiscano fuori controllo. Misure di sostegno provvisorie e sostenibili possono pertanto essere attuate solo su scala ridotta. E’ evidente che, oltre ad applicare tutti i piani nuovi, occorre anche rispettare gli accordi di più vecchia data.
Sergej Kozlík (NI) . – (SK) All’Europa occidentale piace parlare della necessità di aiutare i paesi dell’Europa centrale e orientale a superare la crisi. Ma chi dice questo – per la precisione, il presidente Sarkozy – si riferisce a quei paesi come a un buco nero che rappresenta un pericolo per l’Unione europea. Respingo una generalizzazione così banale di un problema che sta colpendo esattamente allo stesso modo i paesi occidentali. Simili affermazioni producono l’effetto di una perdita di fiducia nelle istituzioni dei paesi dell’Europa centrale e orientale e assomigliano più a una coltellata a tradimento che a una forma di aiuto.
La settimana scorsa i leader europei si sono espressi contro il protezionismo, che avrebbe significato la costruzione di una nuova cortina di ferro attraverso un’Europa unita. Allo stesso tempo, però, la Commissione europea ha approvato la concessione di aiuti di stato in grandissima quantità a favore dell’industria automobilistica francese. Tale approccio, iniquo e squilibrato, si riscontra anche in altri settori, soprattutto in quello agricolo. L’Europa sta diventando una realtà a due facce e a trarne profitto saranno soltanto gli euroscettici.
Gunnar Hökmark (PPE-DE) . – (EN) Signor Presidente, questa discussione riguarda l’occupazione, l’occupazione e nuova prosperità. Per tale motivo mi sorprende che il gruppo socialista critichi negativamente coloro che sono stati responsabili dell’attuazione di politiche realistiche in Europa, perché i socialisti più di chiunque altro hanno invocato tassi d’interesse più bassi quando l’economia era al massimo, sulla scorta della politica monetaria degli Stati Uniti. Ma è stata proprio la politica monetaria lassista la causa principale dell’erosione dell’economia statunitense. L’onorevole Schulz dovrebbe essere lieto che l’Europa e la Banca centrale europea non gli abbiano dato retta, perché, se l’avessero fatto, l’economia europea si sarebbe trovata in condizioni ben peggiori. Mi fa piacere che siamo d’accordo su questa valutazione.
Lo stesso vale per la politica che avete chiesto oggi; avete citato gli Eurobond, che, tra le altre cose, farebbero aumentare i tassi d’interesse nei paesi dell’Europa centrale. Ma questa non è solidarietà in tempi di crisi finanziaria, e faremmo bene a non dar retta all’onorevole Schulz neppure stavolta.
Dobbiamo passare all’azione, ma dobbiamo compiere le azioni giuste, per non aggravare la crisi e per garantire la stabilità.
(Commento dai banchi)
No, voi non siete stati al potere, però siete colpevoli ugualmente di un sacco di cose, e se vi avessimo ascoltati, ora ci ritroveremmo in una situazione ancora peggiore. Quello era un accordo tra lei e me, vero? Apprezzo il consenso del Parlamento, ma la vostra politica era sbagliata.
Signor Presidente, ciò che ci serve adesso è stabilità. Dobbiamo rispettare le regole sulla concorrenza e quelle sugli aiuti di stato per garantire l’apertura delle frontiere e del commercio, perché le esportazioni hanno bisogno di più importazioni e le importazioni hanno bisogno di esportazioni. E’ così che possiamo creare nuovi posti di lavoro.
Guido Sacconi (PSE) . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, in un minuto si può fare solo un telegramma. Al mio, a quello che io invio al Consiglio europeo, il titolo ce l'hanno già messo Schulz e Rasmussen, dicendo che bisogna fare di più soprattutto rispetto all'emergenza sociale con nuove forti politiche finanziarie e fiscali. Io aggiungo un messaggio integrativo: è importantissimo certamente come si attraversa la crisi minimizzandone i danni sociali; è anche importante tenere ferma la rotta per sapere come uscirne, se cioè in testa o in coda della classifica mondiale della competizione, che sarà sempre più giocata alla ricerca di una nuova economia verde e intelligente, a basso contenuto di carbonio.
Dunque, bisogna che tutte le azioni a tutti i livelli, da quelle locali a quelle europee, siano coerenti con questa opzione. Bisogna che il Consiglio dia un mandato forte per il negoziato verso Copenaghen per non perdere quella occasione, anche economica, e perché dunque si sostenga quel mandato anche, con i necessari finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo per poterli alleare con noi.
Sophia in 't Veld (ALDE) . – (NL) Signor Presidente, questa crisi è un banco di prova per l’Europa. I cittadini si aspettano adesso che sia l’Europa ad agire, e proprio per questo disorienta notare come molti leader europei siano tuttora prigionieri di una politica ispirata al motto “ognun per sé”. Ma l’Europa non è la somma di 27 singoli interessi nazionali, e pertanto sarebbe un errore madornale dividerla nuovamente in Europa dell’est ed Europa dell’ovest.
Signor Presidente, i liberali vorrebbero investire nel futuro, non negli errori del passato. Non dobbiamo mettere a repentaglio gli obiettivi della strategia di Lisbona; al contrario, dovremmo impegnarci ancora di più a favore dell’istruzione e della ricerca, dell’innovazione, della sostenibilità e di un forte mercato europeo.
Signor Presidente, i banchieri che dilapidano i nostri soldi sono spregevoli, ma, onorevole Schulz, i politici che ora accumulano disavanzi e debiti a spese delle generazioni più giovani sono altrettanto irresponsabili. Il gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa condivide la sostanza della relazione Ferreira. Solo con soluzioni realmente europee e orientate al futuro potremo affrontare questa crisi a testa alta. Per salvare l’Europa, dobbiamo agire adesso o sarà troppo tardi.
Dariusz Maciej Grabowski (UEN) . – (PL) Signor Presidente, una vera strategia di ripresa economica è essenziale per l’Unione europea. Per essere efficace, tale strategia deve soddisfare le seguenti condizioni. Primo, l’Unione europea ha bisogno di un bilancio più consistente, non di un bilancio ridotto tra l’1 e lo 0,8 per cento del PIL, come alcuni paesi stanno chiedendo. Secondo, va ripristinata la libertà della politica fiscale e di bilancio, rinunciando a tentativi di imporre e standardizzare queste politiche. Terzo, bisogna porre fine alla pressione esercitata sui nuovi Stati membri affinché aderiscano all’euro. Quarto, si devono introdurre controlli attenti sul flusso dei capitali di finanziamento e bloccare i trasferimenti di capitale dai nuovi Stati membri a quelli ricchi. Oggi, questa pratica predatoria ammonta a decine di milioni di euro e sta rovinando i nuovi Stati membri. Quinto, dovremmo indirizzare il sostegno e gli aiuti innanzi tutto e più di tutto verso i paesi e le regioni che sono stati colpiti più duramente, invece di chiudere, come avviene oggi, i cantieri navali polacchi mentre si tutelano al contempo i posti di lavoro in Francia e Germania. Sesto, il programma di investimenti infrastrutturali deve servire a eliminare le differenze e il sottosviluppo, soprattutto nei nuovi Stati membri.
Csaba Őry (PPE-DE) . – (HU) Signor Presidente, siamo tutti consapevoli del fatto che, alla luce dell’attuale crisi economica, la politica occupazionale e la strategia di Lisbona diventano ancora più importanti. Quindi, nella nostra qualità di legislatori e responsabili delle decisioni a livello europeo, dobbiamo adoperarci per rendere quanto più efficace e proficua possibile l’attuazione degli orientamenti per la politica a favore dell’occupazione. Come ha dimostrato anche il voto nella commissione per l’occupazione e gli affari sociali, i gruppi politici sono tutti concordi nel ritenere che gli tali orientamenti per il periodo 2008-2010 rappresentano un quadro idoneo al conseguimento degli obiettivi, oltre che sufficientemente flessibile. All’interno di questo quadro, il compito degli Stati membri è quello di accertare quali siano gli elementi caratterizzanti più adatti alla loro specifica situazione e di riempire i singoli orientamenti di contenuti reali. Il sistema previsto da questo quadro è quindi uno strumento valido, la cui creazione rappresenta un successo comune dell’Europa. Il compito degli Stati membri consiste, dall’altro lato, nel tradurre veramente in pratica questo eccellente strumento.
Ci sono, quindi, due requisiti per ottenere buoni risultati: fissare gli obiettivi giusti e attuare in concreto una politica che sia adatta a tali obiettivi. Il primo requisito – possiamo dire così – è già stato soddisfatto; pertanto, nel prossimo periodo dovremmo occuparci soprattutto di continuare a riempire di contenuti e attuare gli orientamenti per la politica a favore dell’occupazione degli Stati membri. Non possiamo ignorare il fatto che le differenti situazioni economiche e i diversi livelli di indebitamento dei singoli Stati membri comportano differenze anche nella loro libertà di movimento per quanto attiene ai volumi degli investimenti nel settore dell’occupazione e delle risorse umane. Sotto un altro profilo, invece, dobbiamo essere uniti: ciascuno Stato membro deve innalzare il livello degli investimenti direttamente collegati con l’occupazione in misura proporzionale alle proprie capacità. Dobbiamo riconoscere che il successo dei pacchetti di stimolo per l’economia decisi dagli Stati membri dipende strettamente dal conseguimento degli obiettivi comunitari. Ecco perché dobbiamo armonizzare più che in passato i nostri approcci nell’ambito della politica economica. Tenendo conto di ciò, e nell’auspicio che i gruppi politici trovino un accordo, vi invito ad appoggiare la relazione Andersson e a votare a favore della sua adozione.
PRESIDENZA DELLA ON. KRATSA-TSAGAROPOULOU Vicepresidente
Pervenche Berès (PSE). – (FR) Signora Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, volendo l’Europa può fare molto, ma per farlo deve effettuare una diagnosi corretta: in questo momento, però, sottovaluta la crisi. Deve mettere in campo le risorse adeguate: in questo momento, però, il piano di ripresa non è sufficiente. Deve stanziare le risorse finanziarie necessarie: in questo momento, però, il dibattito sugli Eurobond è bloccato e occorre rilanciarlo. Se l’Europa vuole agire con intelligenza sulla scena internazionale, deve anche dare l’esempio in materia di regolamentazione e supervisione dei mercati finanziari.
Commissario Barroso, lei ha dato il via in maniera utile, intelligente e straordinaria ai lavori del gruppo di Jacques de Larosière. Questi lavori sono ora in fase di discussione. Faccia come Delors, usi questo lavoro come base di attuazione!
Questa relazione è stata adottata all’unanimità anche se il gruppo si componeva di persone e culture di origini molto diverse. Abbiamo quindi trovato il consenso europeo che cercavamo da anni.
Se lasciate che le nazioni vadano a pezzi dopo questo risultato, non ci sarà una supervisione europea dei mercati finanziari.
Filiz Hakaeva Hyusmenova (ALDE). – (BG) Il contributo della politica di coesione assume ancora più importanza in una crisi economica. Il settore bancario, il blocco della capacità produttiva, la mancanza di denaro fresco e la contrazione del mercato del lavoro sono i problemi di fondo degli Stati membri. Sinora la politica di coesione è stata dotata dei propri strumenti finanziari, ma la crisi impone l’ottimizzazione di soluzioni adeguate, innovative.
Il sostegno basato su fondi europei deve ora essere destinato a settori mirati. I Fondi strutturali devono essere utilizzati in maniera più attiva e più consona alla situazione. Gli Stati membri devono fare il possibile per permettere ai beneficiari di controllare i fondi. Spero che la Commissione semplifichi le procedure per i Fondi strutturali, senza però compromettere il controllo sulla loro distribuzione e spesa. Credo che la relazione sulla politica di coesione e gli investimenti nell’economia reale darà idee su come affrontare la crisi e sarà utile per le misure successive volte a stimolare l’attività economica che ci aspettiamo dal vertice dell’Unione europea. Grazie.
Rolf Berend (PPE-DE). – (DE) Signora Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signori Commissari, onorevoli colleghi, la relazione dell’onorevole Kirilov riguarda principalmente le modifiche ai tre regolamenti sui Fondi strutturali per il periodo 2007-2013 allo scopo di migliorare il flusso di cassa e la liquidità negli Stati membri. Si tratta di una misura di lotta alla crisi economica che sosteniamo senza riserve.
Agli Stati membri viene ora chiesto di sfruttare appieno, ad esempio, le possibilità di sostenere gli investimenti a favore del rendimento energetico e delle energie rinnovabili nell’edilizia abitativa, e le nuove opportunità di investimento nell’edilizia in generale. Le misure previste contribuiranno ad accelerare, semplificare e migliorare la flessibilità di utilizzo dei Fondi strutturali e dei Fondi di coesione. Devo sottolineare che queste misure non sono in contrasto con la libera concorrenza, le norme sociali e l’applicazione dei regolamenti sulla difesa del clima e dell’ambiente in ambito comunitario.
Ora spetta agli Stati membri garantire il cofinanziamento delle somme erogate dai Fondi strutturali europei per poterle utilizzare in toto. La richiesta di semplificare le cose a livello amministrativo e nell’applicazione dei fondi, avanzata nella relazione, deve essere accolta e sostenuta.
Signori Commissari, nel 2009 attendiamo con ansia dalla Commissione ulteriori proposte in materia. E’ importante sottolineare che, per una buona ripresa economica, le misure a sostegno dell’occupazione e delle imprese sono di fondamentale importanza. Ad ogni modo, gli Stati membri devono essere stimolati a fare ampio ricorso ai Fondi strutturali per promuovere o creare posti di lavoro nelle piccole e medie imprese.
La commissione ha preso atto dei nostri emendamenti. Dobbiamo appoggiare questa relazione senza riserve. Congratulazioni, onorevole Kirilov.
Enrique Barón Crespo (PSE). – (ES) Signora Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Vicepresidente della Commissione, onorevoli colleghi, il migliore omaggio che possiamo rendere a Jean Monnet è agire con unità, decisione e perseveranza, come egli ha fatto nell’organizzare lo sforzo logistico durante le due guerre mondiali, ovvero lo sforzo degli alleati che li ha portati a vincere la guerra. Questo significa che noi, 27 Stati membri, dobbiamo agire insieme.
Noi socialisti insistiamo che questo presuppone tre azioni prioritarie: in primo luogo, rafforzare il nostro piano di incentivi e di ripresa nell’ambito delle finanze pubbliche e anche nel settore della supervisione e dell’organizzazione dell’Europa.
In secondo luogo dobbiamo sviluppare una solidarietà concreta tra i 27 Stati membri. Non so se il governo ceco e il suo parlamento, che poggiano sul trattato di Lisbona, sanno che nel secondo articolo di quel trattato compare, per la prima volta, la parola “solidarietà”.
Infine dobbiamo lottare contro i buchi neri della globalizzazione, ovvero i paradisi fiscali.
Chris Davies (ALDE). – (EN) Signora Presidente, vorrei parlare della nostra strategia e dei preparativi alla conferenza di Copenaghen sui cambiamenti climatici che si terrà nel corso dell’anno, in cui abbiamo assunto un ruolo di primo piano che, però, è minacciato dalla recessione economica e dalla richiesta di snellire le norme. Vi farò un esempio.
Più di tre anni fa abbiamo convenuto di imporre nuove condizioni ai produttori di auto per cambiare i refrigeranti usati nel sistema di condizionamento dell’aria il cui potenziale di riscaldamento globale, ad oggi, supera di 1 400 volte quello dell’anidride carbonica. Abbiamo deciso che avrebbero dovuto essere cambiati su tutti i nuovi modelli di automobile a partire dal 2011.
Ora però veniamo a sapere che alcuni produttori – guidati, a quanto mi dicono, da Ford e General Motors – cercano di utilizzare espedienti per sfuggire a quest’obbligo. Nel corso del mese si terrà un incontro tra le autorità nazionali di omologazione. E’ molto importante che il commissario Verheugen si imponga e affermi chiaramente che non abbiamo intenzione di rendere le norme più flessibili, e che i refrigeranti devono essere sostituiti entro il 2011.
Se ci arrendiamo ora apriremo le porte alle insistenti richieste dell’industria in tutti i settori, compromettendo gravemente il nostro ruolo di primo piano nel campo dei cambiamenti climatici.
Costas Botopoulos (PSE). – (EN) Signora Presidente, queste tre relazioni di estrema importanza sono state redatte da relatori socialisti. Ovviamente non è un caso. Il senso di queste relazioni, gli emendamenti che saranno presentati dai deputati socialisti per migliorarle e, credo, anche il dibattito odierno rivelano molto chiaramente che esistono politiche diverse: politiche socialiste e politiche di destra diverse nei confronti della crisi. La politica di destra è molto semplice: la crisi è una cosa negativa ma occorre essere pazienti, perché passerà; si deve adottare qualche misura tecnica e le cose andranno a posto da sole, e dobbiamo essere solidali con chi ne sarà colpito.
La posizione socialista è molto più complessa. Noi diciamo che si deve lottare contro le radici del problema, le radici della crisi, che occorre cambiare radicalmente il paradigma economico, che bisogna cambiare e tenere a freno tutta la speculazione che ha scatenato questa crisi finanziaria. Questa non è stata una crisi qualsiasi, ma causata da politiche specifiche, adottate perlopiù da governi di destra.
Jean-Paul Gauzès (PPE-DE). – (FR) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, in questi periodi di crisi i nostri concittadini si aspettano molto dall’Europa. L’Europa non deve deluderli.
Ovviamente, volendo essere realisti dobbiamo riconoscere che le risorse finanziarie europee sono limitate, e dobbiamo pensare a come incrementarle. L’Europa, però, si metterà più in luce e avrà maggiore successo dando prova di maggiore volontà politica.
Ovviamente, questo presume innanzi tutto agire da catalizzatore per le iniziative e gli sforzi degli Stati membri, ma anche adottare un approccio coordinato a livello europeo. Il piano di ripresa è essenzialmente un insieme di strumenti per promuovere la ristrutturazione. Occorre rafforzare il ruolo della BEI.
L’Europa deve agire per definire una strategia economica chiara e innovatrice. Gli operatori economici hanno bisogno di prospettive e di stabilità giuridica. Prima di tutto è importante mettere ordine nei servizi finanziari cosicché gli istituti bancari possano svolgere il loro ruolo principale, ovvero finanziare lo sviluppo economico.
In tal senso devono contribuire i testi in fase di redazione per le direttive sui requisiti patrimoniali delle banche e delle compagnie assicurative e sui regolamenti relativi alle agenzie di rating. Il testo sulle agenzie di rating deve mettere in atto gli insegnamenti mutuati dai limiti dimostrati.
E’ altresì urgente prevedere una supervisione europea delle attività finanziarie regolamentate. La relazione del gruppo di de Larosière formula proposte utili e opportune che devono essere attuate con rapidità.
L’Europa deve anche essere dotata di una politica industriale adeguata, efficace e moderna. In tal senso, dobbiamo conciliare gli imperativi dello sviluppo sostenibile alla necessità di un tessuto industriale di qualità, che produca ricchezza e crei occupazione.
In questi periodi di crisi, è preferibile non ostacolare quei settori che funzionano con la produzione di regole o regolamenti dall’efficacia non formalmente dimostrata. Ad esempio nel settore dell’automobile, che oggi conosce gravi difficoltà, è importante prorogare il regolamento di esenzione della distribuzione dei veicoli che scade nel 2010.
Occorre inoltre essere vigili, ad esempio, nella negoziazione dell’accordo bilaterale con la Corea, perché potrebbe essere molto favorevole alla nostra industria.
Brian Simpson (PSE). – (EN) Signora Presidente, il mio contributo odierno è volto a sottolineare la necessità di investimenti: investimenti in posti di lavoro, investimenti nell’ambiente, e investimenti in tutte le nostre economie. In questo senso gli investimenti nelle infrastrutture di trasporto e, in particolare, nelle infrastrutture ferroviarie sono di fondamentale importanza, non solo per dotarci di una rete ferroviaria all’avanguardia ma anche per tutelare e creare posti di lavoro e coesione sociale.
Diamo priorità all’elettrificazione della rete ferroviaria, da cui trarremo vantaggi in termini di ambiente e di trasporto. Investiamo nella rete di trasporto transeuropea. Adottiamo un piano di ripresa ricco di contenuti e di azioni, non solo di parole.
Stare con le mani in mano e lasciare decidere ai mercati si è rivelato un insuccesso. E’ giunta l’ora di agire di concerto a livello europeo mettendo al primo posto le persone e all’ultimo gli interessi in gioco. Noi seduti in quest’ala del Parlamento non siamo pronti a recitare la parte di Ponzio Pilato e a lavarcene le mani. Vogliamo agire e vogliamo farlo con fermezza.
Péter Olajos (PPE-DE). – (HU) Sono convinto che l’attuale crisi economica affondi le sue radici nel consumo eccessivo e nella crisi ambientale, e che anche in questo settore si debba cercare la soluzione. Stiamo giungendo a un momento importante della politica sul clima poiché, alla fine dell’anno, a Copenaghen dobbiamo raggiungere un accordo sui nuovi obiettivi comuni per la lotta al riscaldamento globale. Si tratta quindi di un compito di grande importanza, e non dobbiamo sbagliare né temporeggiare. I testi giuridici dinanzi a noi definiscono il quadro e tratteggiano le principali linee guida, ma siamo ancora in attesa di passi veri e concreti. Per raggiungere una riduzione del 25-40 per cento nei gas serra, come raccomandano gli scienziati, e per arrestare il declino della biodiversità occorrono ingenti risorse finanziarie.
Negli ultimi anni ho avuto il piacere di visitare, insieme a delegazioni parlamentari, il Bangladesh, la Cina, l’India e, più recentemente, la Guyana, e le mie convinzioni in materia si sono rafforzate ancor più. Da un lato dobbiamo sostenere i paesi in via di sviluppo, ma è possibile farlo solo con investimenti trasparenti e rigorosamente controllati; dall’altro anche i proventi derivanti dalle vendite all’asta di quote di emissione dell’Unione europea devono essere usati per sostenere le misure a favore dell’adeguamento nei paesi in via di sviluppo. La commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare raccomanda a tal fine lo stanziamento di un importo complessivo di 30 miliardi di euro fino al 2020. Si tratta di una somma enorme, e usarla in maniera adeguata è una grande sfida.
Inoltre, la lotta ai cambiamenti climatici offre all’Europa l’ottima opportunità di potenziare le nuove tecnologie e creare nuovi posti di lavoro per promuovere la sicurezza energetica. L’ONU, la nuova amministrazione americana e molti governi europei hanno altresì riconosciuto che per uscire dalla crisi mondiale non abbiamo solo bisogno di fonti energetiche nuove ed efficaci, ma anche di una macchina che funzioni in base a nuovi principi organizzativi, perché l’attuale recessione economica nasconde il vero problema dell’umanità e dell’Europa, ovvero la crisi ambientale. Il New Deal verde è un’opportunità storica per risolvere da subito entrambe le crisi.
Gianni Pittella (PSE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, io credo sia stato un errore sottovalutare inizialmente, soprattutto da parte della Commissione, la portata della crisi, ed è oggi un errore ripetersi in vertici che producono dichiarazioni di principio a cui non seguono decisioni unitarie e concrete. Le risposte che danno le relazioni dei colleghi ai problemi gravissimi dei cittadini europei sono convincenti e all’altezza dei bisogni.
Ma l’Aula è chiamata a colmare un vuoto, a introdurre lo strumento degli Eurobond, ripetutamente richiesto dal collega Mario Mauro, dal sottoscritto e da quasi 200 colleghi, e capace – forse l’unico strumento – di raccogliere le risorse finanziarie che il nostro bilancio esangue non ha, per finanziare le risposte alla crisi, le infrastrutture transeuropee, le energie pulite, la ricerca e la banda larga, la lotta alla povertà, gli Erasmus per i giovani. Il grande maestro Jacques Delors – ho concluso – ci ha indicato la strada: perseguiamola con coraggio.
Avril Doyle (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, sullo sfondo della crisi economica e finanziaria globale e con pacchetti di incentivi multimiliardari, c’è la grandissima opportunità di migliorare il rendimento energetico, aumentare la sicurezza energetica con fonti rinnovabili affidabili e spingere la tecnologia verde verso un New Deal verde. In altre parole, trasformare questa crisi in un’opportunità, con vantaggi a lungo termine per noi tutti.
Sono favorevole alle due alternative di fondi innovativi per la lotta ai cambiamenti climatici mondiali presentate nella recente comunicazione della Commissione. Come autrice originale della risoluzione oggi discussa, esorto gli Stati membri ad agire su queste proposte e, in occasione del vertice dei capi di Stato e di governo della prossima settimana, a onorare la dichiarazione del vertice dello scorso 12 dicembre: lo si dovrebbe mettere ufficialmente a verbale, insieme al testo definitivo della relazione sul sistema di scambio delle quote di emissione dell’Unione europea, perché altrimenti non comparirà sulla Gazzetta ufficiale.
Per questo – e invito il Presidente in carica del Consiglio, il commissario e la signora Presidente a ricordarlo – abbiamo bisogno di una dichiarazione tripartita di tutte le tre istituzioni. Questa dichiarazione di dicembre afferma: “Il Consiglio europeo rammenta che gli Stati membri determineranno, conformemente ai rispettivi requisiti costituzionali e di bilancio, l’utilizzazione dei proventi derivanti dalla vendita all’asta di quote nell’ambito del sistema di scambio di quote di emissione dell’UE. Prende atto della loro disponibilità a utilizzare almeno la metà di tale importo per azioni intese alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, alla mitigazione dei cambiamenti climatici e all’adattamento ai medesimi, per misure volte e evitare la deforestazione, a sviluppare le energie rinnovabili, il rendimento energetico come pure altre tecnologie che contribuiscono alla transizione verso un’economia a bassa emissione di CO2 sicura e sostenibile, anche mediante lo sviluppo di capacità, i trasferimenti di tecnologia, la ricerca e lo sviluppo”.
Il documento continua: “Nel contesto di un accordo internazionale sui cambiamenti climatici che sarà concluso a Copenaghen nel 2009 e per coloro che lo desiderino, una parte di questo importo sarà utilizzata per consentire e finanziare azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici e di adattamento ai medesimi nei paesi in via di sviluppo che ratificheranno tale accordo, in particolare nei paesi meno sviluppati. Ulteriori iniziative al riguardo dovranno essere adottate nel Consiglio europeo della primavera 2009”.
Attendo con ansia un dignitoso seguito alla dichiarazione dell’incontro dei capi di Stato e di governo della prossima settimana.
Harlem Désir (PSE). – (FR) Signora Presidente, troppo poco, troppo tardi, poco coordinato, poco solidale, sottodimensionato: queste sono le vere reazioni suscitate dal piano di ripresa dell’Unione europea e dalle proposte della Commissione in questa fase.
La ragione è molto semplice: guardando le previsioni iniziali, siamo tutti costretti a constatare che la gravità della crisi è stata sottovalutata, che si tratti dell’eccezionale diminuzione della produzione industriale nel Regno Unito e in Francia, ad esempio, della contrazione del commercio internazionale e delle esportazioni tedesche, o delle previsioni di un aumento della disoccupazione. Pertanto sono fermamente convinto che, oggi, siamo ben lontani da una risposta all’altezza di quanto messo in campo, ad esempio, dall’amministrazione Obama negli Stati Uniti.
C’è, ancora una volta, una sensazione di mancanza di solidarietà e di grande timidezza. A marzo abbiamo visto il Consiglio Ecofin rifiutare un aumento dei piani di ripresa, e vediamo che i paesi dell’Europa orientale devono ridursi a fare appello all’FMI. Si tratta di un deplorevole fallimento della solidarietà europea; permettiamo un progressivo aumento dei piani nazionali di salvataggio per il settore industriale a e ci limitiamo a invocare un no al protezionismo. Ma l’unica vera risposta sarebbe un piano europeo di salvataggio e ripresa per il settore dell’automobile.
Credo che oggi la richiesta del gruppo socialista al Parlamento europeo sia estremamente chiara: vogliamo investimenti massicci. Poiché facciamo spesso riferimento alla crisi del 1929, facciamo un paragone con il New Deal di Roosevelt, che ha speso il 3,5 per cento del PIL in sette anni. Per l’Europa, oggi, rappresenterebbe l’equivalente di 400 miliardi di euro all’anno per sette anni. Pensiamo quindi che si debba ricorrere a strumenti di credito e agli Eurobond, che si debba investire enormemente nell’innovazione verde, nell’isolamento degli edifici, nei trasporti moderni e nel settore energetico, e che si debba prevedere un piano di sostegno per le vittime della ristrutturazione e della disoccupazione, e dare indicazioni su come aiutare tutti quelli che si troveranno ad affrontare la disoccupazione, estendendo ad esempio l’ambito di applicazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione.
Cornelis Visser (PPE-DE). – (NL) Signora Presidente, in questo periodo di crisi economica il Parlamento europeo deve essere vigile, soprattutto quando si tratta di impedire il protezionismo.
Insieme abbiamo istituito il mercato interno che ci ha portato molta prosperità. I paesi ne hanno pienamente beneficiato non solo in Europa occidentale, ma anche in Europa centrale. Non dobbiamo permettere che vecchi venti contrari ci facciano sfuggire di mano questi risultati. Il Parlamento europeo deve opporsi a proposte come quelle legate al sostegno dell’industria automobilistica francese, che potrebbe avere conseguenze negative sugli altri paesi europei.
Il Parlamento deve anche vigilare sulla forza dell’euro. Non possiamo accettare che i paesi facciano crescere illimitatamente il debito nazionale. In Europa abbiamo acconsentito al cosiddetto patto di stabilità e di crescita. Sappiamo che a causa della crisi finanziaria dobbiamo temporaneamente lasciare più spazio al sostegno delle banche, ma deve essere un’eccezione.
Non c’è bisogno di fornire sostegno strutturale agli altri settori dell’economia. Gli Stati membri non hanno i fondi per farlo e, se dovessero contrarre prestiti con gli Eurobond, le generazioni future sarebbero gravate dai debiti e l’euro si indebolirebbe. Sono contrario.
In breve, dobbiamo essere vigili per lottare contro il protezionismo e tutelare il valore dell’euro.
Libor Rouček (PSE). – (CS) Onorevoli colleghi, nel mio breve contributo odierno vorrei concentrarmi su un settore importante che, spero, sarà adeguatamente discusso e oggetto di delibera alla riunione del Consiglio europeo, ovvero il settore della politica energetica. Sappiamo tutti che l’Unione europea deve rafforzare la propria sicurezza e indipendenza energetica e consolidare le infrastrutture nel campo dell’energia, il che significa collegare ed estendere oleodotti, gasdotti e linee elettriche tra singoli Stati e regioni. Dobbiamo inoltre aumentare le riserve di petrolio e di gas naturale. Vogliamo ampliare la quota di energie rinnovabili, migliorare il rendimento energetico nei prodotti e nell’edilizia, e incrementare gli investimenti nella ricerca e nelle misure tese a ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici. Credo fermamente che le misure e gli investimenti da introdurre nel settore della politica energetica non solo possano risolvere i nostri problemi climatici ed energetici, ma anche avere un effetto forte e molto positivo in tempi di crisi economica riattivando la crescita economica e aumentando l’occupazione.
Rumiana Jeleva (PPE-DE). – (BG) Onorevoli colleghi, apprezzo gli sforzi compiuti dalle istituzioni europee per delineare le misure volte al coordinamento delle azioni intraprese da Commissione e Stati membri per far fronte alla crisi economica. Come è già noto, la politica di coesione dell’Unione europea fornisce un contributo importante al piano europeo di ripresa economica e rappresenta la maggiore fonte comunitaria di investimenti nell’economia reale. Come gesto di riconoscimento di tali sforzi, il Parlamento europeo sostiene gli emendamenti al regolamento sul Fondo europeo di sviluppo regionale, sul Fondo sociale europeo e sul Fondo di coesione, per semplificare e accelerare la gestione finanziaria dei fondi dell’Unione europea. Spero che i beneficiari, coloro cui sono effettivamente mirati i fondi, trarranno vantaggio da questa semplificazione. Ciò è importante soprattutto per gli Stati membri più poveri dell’Unione europea.
Un compito importante che attende ancora gli Stati membri è garantire i finanziamenti necessari di modo che le risorse europee vengano spese come previsto. Senza infrangere le regole sulla libera concorrenza e sulla norme di buona gestione, gli Stati membri devono ricorrere a procedure semplificate per il finanziamento dei progetti. Grazie della vostra attenzione.
Atanas Paparizov (PSE). – (EN) Signora Presidente, è chiaro che il contributo europeo al piano di ripresa economica e il relativo sostegno finanziario sono del tutto irrilevanti rispetto agli sforzi degli Stati membri. Spero comunque che il Consiglio adotti un piano a favore dei collegamenti energetici tra i paesi così da contenere gli effetti di una futura crisi del gas.
Ad ogni modo, è possibile esprimere solidarietà rendendo più flessibili i criteri dell’ERM2, della zona euro e dell’adozione dell’euro per i paesi che desiderano aderirvi. Ovviamente gli Stati membri che ora devono compiere grandi sforzi per mantenere stabile il tasso di cambio necessitano di maggiore aiuto per superare tutte le fasi necessarie a diventare membri della zona euro e impedire, in tal modo, gli effetti della crisi economica. Spero sarà una delle decisioni adottate nel prossimo futuro, ricordando che per i membri esistenti già esiste un margine di flessibilità.
Danutė Budreikaitė (ALDE). – (LT) Pur essendo fondamentalmente d’accordo sul piano europeo di ripresa economica, desidero attirare l’attenzione su due punti: l’emissione di Eurobond e l’allargamento della zona euro. L’emissione di Eurobond non è uno strumento adeguato per rafforzare la zona euro, né è questo il momento giusto in un’Europa colpita dalla crisi finanziaria, economica e sociale. Vi sono 16 membri della zona euro, le cui economie saranno sostenute, ma che ne sarà degli altri 11 paesi? Si propone di consentire l’acquisto di Eurobond solo in corone svedesi e danesi. Cosa ne sarebbe dei nuovi Stati membri che, per varie ragioni obiettive, non rientrano nella zona euro? Quale prezzo dovrebbero pagare per il credito? Alla Lituania non è stato consentito introdurre l’euro perché l’inflazione superava dello 0,07 per cento il limite massimo dell’indicatore, ma in 10 anni neppure un membro della zona euro è riuscito a soddisfare tutti gli indicatori. La Litas lituana è agganciata all’euro già da 4 anni. Non è giunto il momento di guardare ai cambiamenti nel mondo in maniera più creativa e allargare la zona euro, permettendo all’Unione europea di uscire più agevolmente dalla crisi?
Mieczysław Edmund Janowski (UEN). – (PL) Signora Presidente, il titolo della relazione dell’onorevole Kirilov, per il quale mi congratulo con lui, suggerisce che potremmo anche parlare di un’economia non reale. Sono comparsi un’economia virtuale e soldi virtuali, ma le firme di banchieri e revisori dei conti sono reali, e dimostrano che è tutto regolare. Viene fuori, però, che non è vero, e che si tratta di un bluff.
Oggi dobbiamo far fronte alle sfide di una crisi morale ed economica. In tale contesto gli investimenti nello sviluppo e nella coesione regionale sono ragionevoli e necessari. Ciò significa veri e propri chilometri di strade, linee ferroviarie moderne e aeroporti. Dobbiamo investire in conoscenza e istruzione e in soluzioni innovative, soprattutto per le piccole e medie imprese. Dobbiamo veramente limitare la burocrazia. Tutto questo creerà posti di lavoro per migliaia di persone, dando loro un mezzo di sussistenza. Porterà anche alla concreta applicazione di una politica di solidarietà, non di protezionismo. Farà di Lisbona una realtà.
Emmanouil Angelakas (PPE-DE). – (EL) Signora Presidente, occorre adottare misure specifiche per mobilitare i settori dell’economia e aiutarli ad affrontare la crisi.
Cosa ancora più importante, laddove le misure sono legate alla politica regionale e alla politica di coesione è indubbio che riguardano la maggioranza dei cittadini e delle imprese, soprattutto le piccole e medie imprese.
Le iniziative volte a semplificare i regolamenti del Fondo europeo di sviluppo regionale e degli altri Fondi strutturali e misure quali l’incremento degli investimenti nell’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili nelle case, la semplificazione dei regolamenti e il pagamento di anticipi, spese ammissibili e importi forfetari sicuramente contribuiranno a mantenere posti di lavoro e alla sopravvivenza delle piccole e medie imprese in questo clima economico caratterizzato da incertezza.
Occorre intensificare gli sforzi con altre iniziative attese dal Parlamento europeo, che parteciperà attivamente alla loro formulazione. Permane ancora l’esigenza di adottare misure che abbiano un impatto diretto sul sostegno finanziario a favore dei cittadini.
Csaba Sándor Tabajdi (PSE). – (HU) L’Unione europea non si è mai trovata in una situazione così critica come ora. A causa del protezionismo vengono messi in dubbio due principi fondamentali: la solidarietà e l’unità del mercato interno. L’onorevole Schulz ha perfettamente ragione. La Commissione europea non ha fatto nulla di concreto per sistemare i mercati o regolamentare gli affari finanziari. Se non tuteliamo la nostra solidarietà, l’unità dell’Unione europea potrebbe essere distrutta dall’egoismo e dal protezionismo, perché i problemi non esistono solo fuori dalla zona euro, ma anche al suo interno. La Grecia, l’Ungheria e altri paesi hanno problemi analoghi. Ricordo all’onorevole Farage che sono state le banche dell’Europa occidentale, le imprese dell’Europa occidentale ad acquisire le banche e le imprese dei nuovi Stati membri e ora, dimenticando la solidarietà, non fanno nulla per assicurare una solida base finanziaria.
Martin Schulz (PSE). – (DE) Signora Presidente, grazie per avermi permesso di esprimere un commento personale alla fine della discussione. Vorrei rispondere alle osservazioni dell’onorevole Lehne.
Dalle sue parole capisco, onorevole Lehne, che la crisi è stata causata dai socialisti in Europa. Ovviamente già lo sapevamo. In Germania è cosa risaputa che se la mattina splende il sole è merito dei democratici cristiani, ma se c’è neve e ghiaccio è colpa dei socialdemocratici. Lo sappiamo tutti. Ma voi, deputati del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici-cristiani) e dei Democratici europei, ora potete dimostrare se metterete in pratica ciò che lei, onorevole Lehne, ha detto quando mi ha attaccato perché ho detto qualcosa di sbagliato – ma potrei sbagliarmi.
Ora, quindi, le chiedo di parlarci della relazione Ferreira, emendamento 113, che riguarda la solidarietà tra Stati membri e la chiusura dei paradisi fiscali. Si tratta della nostra decisione di fare in modo che l’Unione europea esorti il vertice del G20 a chiudere i paradisi fiscali. Voterà a favore o contro la relazione Ferreira? La solidarietà della Comunità tra la zona euro e gli Stati che non ne fanno parte e la solidarietà all’interno della zona euro. Voterà a favore? E infine l’incentivo fiscale dell’1 o dell’1,5 per cento del PIL come tentativo, da parte della Comunità, di porre fine alla crisi. Voterà a favore? Si tratta degli emendamenti nn. 92, 102 e 113 del gruppo socialista al Parlamento europeo. Se voterà a favore riceverà le mie scuse, onorevole Lehne. Se non voterà a favore allora dovrò dire che lei è una persona che fa grandi discorsi, ma poi non vota con coerenza.
Klaus-Heiner Lehne (PPE-DE). – (DE) Signora Presidente, molte grazie. Sarò veramente breve. Innanzi tutto, è ovvio che i socialisti non sono responsabili di questa crisi. Nessuno in Aula l’ha affermato. Sappiamo tutti di chi sia la colpa e, a tale riguardo, sono state fatte indagini approfondite. Tuttavia, ho giustamente sottolineato che per molti anni i socialisti sono stati responsabili di avere bloccato l’applicazione di regole chiare in materia di trasparenza sui fondihedge e sui fondi private equity, e ho fornito alcuni esempi in tal senso. Si tratta semplicemente di un dato di fatto.
Per quanto riguarda gli emendamenti cui si è fatto riferimento citerò solo un punto, quello dei paradisi fiscali. Siamo completamente d’accordo. La questione è solo fino a che punto voteremo a favore. Oggi discuteremo l’emendamento n. 25 sulla risoluzione relativa alla strategia di Lisbona, che verte proprio su questo tema. Il gruppo voterà a favore. Pertanto, non ho alcun problema sui punti cui si è fatto riferimento.
Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. − (EN) Signor Presidente, la discussione è stata molto lunga e utile, e la presidenza è grata a tutti i deputati dell’Assemblea per i loro commenti.
Hanno individuato con esattezza le grandissime sfide cui ci troviamo di fronte e, in particolare, le conseguenze della crisi economica e finanziaria. Come ho sottolineato nei commenti introduttivi, questo tema sarà il fulcro della discussione alla riunione del Consiglio europeo della prossima settimana. Nonostante la portata della crisi, la presidenza ritiene che l’Unione europea possa trovare un accordo sulle varie componenti di un approccio che ci farà compiere progressi.
Non esistono altre possibilità se non lavorare insieme per affrontare questa profonda crisi. Pertanto appoggio le molteplici richieste di maggiore responsabilità e maggiore cooperazione avanzate questa mattina. Credo inoltre che non solo si possa e si debba agire insieme per risolvere i problemi dell’Europa, ma anche che l’Unione europea sia al posto giusto per contribuire alla soluzione globale. Questa crisi può pure essere profonda ma, lavorando insieme, l’Europa ha le risorse intellettuali, finanziarie, umane e normative necessarie per continuare a individuare e applicare le risposte adeguate.
L’onorevole Daul ha affermato che il prossimo Consiglio europeo non è semplicemente l’ennesimo vertice, e sicuramente ha ragione. Per trovare una soluzione globale bisogna innanzi tutto svolgere un ruolo di primo piano in occasione della conferenza del G20 che si terrà a Londra all’inizio del prossimo mese. Alla riunione del Consiglio di ieri i ministri dell’Ecofin hanno approvato il mandato per la partecipazione dell’Unione europea a questo importante incontro. In particolare, hanno convenuto sulla necessità di un maggiore coordinamento internazionale delle politiche macroeconomiche e dei regolamenti finanziari globali basato su una maggiore trasparenza e responsabilità – e questo ci riporta al dibattito sui fondi hedge e su altri temi delicati. Tutti si sono detti d’accordo sulla maggiore collaborazione tra autorità finanziarie a livello internazionale, sul consolidamento dell’FMI, sulla necessità di valutare il ruolo delle banche di sviluppo multilaterali per combattere gli effetti della crisi sulle popolazioni più povere al mondo.
Parlando del bisogno di solidarietà, dobbiamo ricordare che questa solidarietà europea deve accompagnarsi a politiche nazionali responsabili per uno sviluppo finanziario sostenibile in Europa. E’ vero che gli americani spendono, ma non chiedono assistenza all’FMI, e non hanno un patto di stabilità che garantisce l’integrità della loro zona monetaria. Dobbiamo investire nel nostro futuro, ma farlo in maniera tale da non compromettere la sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche né le regole del gioco del mercato interno.
Questa mattina molti di voi hanno citato i timori molto concreti dei cittadini per la crescente disoccupazione. L’onorevole Schulz ha detto che la questione riguarda esclusivamente i posti di lavoro, e ha ragione. Dobbiamo infatti mantenere l’occupazione, e sebbene molte misure rimangano di competenza degli Stati membri ci sono alcune cose che possiamo fare. Vi farò un esempio. Ieri il Consiglio Ecofin ha raggiunto un accordo per la riduzione dell’IVA nei settori dei servizi ad alta intensità di lavoro, come i ristoranti eccetera. Se ricordate, questo punto era rimasto in agenda per molti anni senza trovare soluzione e solo ieri, alla presidenza del mio paese, siamo riusciti a raggiungere un accordo su questo tema delicato.
L’occupazione deve essere, e lo è, il tema chiave delle tre relazioni dinanzi a noi questa mattina. E’ nostra intenzione affrontare questo argomento all’incontro della prossima settimana. E’ un aspetto fondamentale della strategia di Lisbona. Sono d’accordo con chi afferma che la crisi attuale non sia una buona ragione per disfarsi della strategia di Lisbona. Al contrario, è ancor più un motivo per garantire il perseguimento dei principali scopi della strategia.
La presidenza attribuisce particolare attenzione a questo tema, motivo per cui abbiamo organizzato un ulteriore incontro a inizio maggio sul problema della crescente disoccupazione. La prossima settimana è nostra intenzione concordare orientamenti concreti che creeranno una base per le nostre discussioni e, possibilmente, per le decisioni da adottare a maggio.
Alcuni hanno anche citato la necessità di raggiungere un accordo sulla mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici in preparazione alla riunione di Copenaghen. L’onorevole Watson ha chiesto quanto dovremo pagare. Credo sia prematuro. Esistono delle stime – ad esempio nella comunicazione della Commissione su questo specifico tema, che contiene stime delle varie ONG e istituzioni – che sono abbastanza alte. Tuttavia, sarebbe prematuro dare una stima in questo momento. Dobbiamo aspettare che gli Stati Uniti e le altre parti coinvolte nel processo ci informino dei loro piani, ed è ciò che vogliamo scoprire all’incontro con l’amministrazione Obama a Praga all’inizio di aprile. Fare i conti adesso non sarebbe tatticamente corretto.
Ovviamente vi terremo rigorosamente informati su tutti gli aspetti della prossima riunione del Consiglio europeo, e farò in modo che il primo ministro Topolánek sia perfettamente a conoscenza dei pareri qui espressi questa mattina. Sarà lui a informare il Parlamento, nella prossima sessione plenaria, dell’esito del Consiglio europeo e, in quell’occasione, mi aspetto un costruttivo scambio di opinioni.
Günter Verheugen, vicepresidente della Commissione. − (DE) Signora Presidente, onorevoli deputati, concordo con chi ha affermato che la crisi è stata a lungo sottovalutata e non capita in maniera esatta. Quindi è probabilmente un bene potere almeno essere concordare da subito sul fatto che non sappiamo quanto si aggraverà. Inoltre non sappiamo quanto durerà e, di conseguenza, non sappiamo neppure se abbiamo già fatto abbastanza. Mi dispiace, per una volta, di dovere contraddire il presidente Juncker.
Non sappiamo neppure se ciò che abbiamo fatto sortirà o meno degli effetti. Al momento non sappiamo neppure questo. L’unica cosa che veramente sappiamo è che non usciremo da questa crisi se non saremo velocemente in grado di fare funzionare nuovamente il settore finanziario.
Questo è stato l’inizio del problema e, nel frattempo, è diventato abbastanza chiaro come siamo arrivati a tutto questo. Sappiamo anche perché le misure già adottate per stabilizzare il settore finanziario non hanno avuto alcun impatto o, quanto meno, non un impatto soddisfacente. E’ perché le banche si rendono conto di dovere affrontare ancora una serie di problemi. In questo momento le banche stanno creando riserve per i rischi perché sanno che alcuni dei rischi sui libri contabili non si sono ancora manifestati. A tale riguardo occorre adottare le misure politiche adeguate.
Una cosa è però chiara. Il settore finanziario non ha la possibilità di tornare al periodo precedente la crisi. Chiunque immagini che adesso gli Stati e l’Unione europea metteranno le cose a posto e poi tutto continuerà come prima si sbaglia di grosso. E’ chiaro che abbiamo bisogno di un sistema di vigilanza solido e a lungo termine per il settore finanziario e le istituzioni finanziarie che non riguardi solo l’Europa. E’ molto importante mettere a punto un sistema di global governance insieme ai nostri partner. Riusciremo a farlo in collaborazione con i nostri partner se noi, europei, adotteremo un approccio chiaro e congiunto. Più riusciremo a trovare un accordo sulla questione, maggiori saranno le possibilità di raggiungere i risultati desiderati. Se le capitali europee lanciano segnali contrastanti a Washington, Pechino e Tokyo, le prospettive di creare un sistema utile di global governance sono minime.
Ciononostante, siamo d’accordo che la situazione attuale è potenzialmente molto esplosiva a livello sociale, semplicemente perché qualsiasi cosa si faccia per stabilizzare il settore finanziario non basterà a sostenere le imprese dell’economia reale in difficoltà a causa della crisi finanziaria. Lo sappiamo tutti.
La risposta europea alla crisi dell’economia reale, la crisi tra industria e imprese, è una risposta che si concentra sui posti di lavoro. Qui non si parla assolutamente di dividendi per azionisti o bonus per dirigenti. Qui si tratta di fare in modo che le persone che hanno pochissima o nessuna colpa della crisi, ovvero i lavoratori, possano mantenere il posto di lavoro. Per loro è fondamentale mantenere il lavoro perché, in caso contrario, non possono vivere in maniera indipendente con dignità e libertà.
Vogliamo tutelare i posti di lavoro nell’economia europea, motivo per cui i programmi di spesa sono stati necessari. Possiamo discutere se potevano o dovevano essere più sostanziosi, ma il problema è che in questo campo non esiste flessibilità nel bilancio comunitario. E’ facile per noi del Parlamento europeo o della Commissione europea dire che abbiamo bisogno di un pacchetto più cospicuo per la ripresa economica e che dobbiamo destinare somme ingenti all’economia perché non si tratta dei nostri soldi, noi non abbiamo soldi. Saranno sempre soldi provenienti dagli Stati membri, e non dimentichiamoci che, ovviamente, anche i parlamenti nazionali svolgono un ruolo in questo senso.
Abbiamo cercato di fare in modo che i programmi di spesa siano organizzati in maniera tale che le necessità a breve termine non compromettano gli obiettivi a lungo termine. E’ esattamente quanto hanno affermato molti oratori di tutti i gruppi parlamentari, ovvero che stiamo attraversando un periodo di trasformazione economica, una trasformazione verso un’economia a basso tenore di carbonio, un’economia che faccia un uso efficiente delle risorse e un’economia basata sulla conoscenza. Questa trasformazione deve continuare durante la crisi. Per tale motivo stiamo dicendo alle imprese di non tagliare sulla ricerca e sviluppo o sull’innovazione e di tenere la forza lavoro permanente. Le misure finanziarie da adottare devono sostenere questi obiettivi. Sono d’accordo con chiunque dica che forse si sarebbe potuto fare di meglio. Ma dobbiamo sempre ricordare che i soldi qui spesi non sono soldi europei. Sono soldi provenienti dagli Stati membri, e negli Stati membri ci sono altri fattori da considerare oltre a quelli che, in questo caso, crediamo essere giusti. Il modello economico della strategia di Lisbona, che è stato discusso anche oggi, non prevede un mercato indipendente. La strategia di Lisbona non si basa sul presupposto che la migliore economia di mercato sia quella cui viene permesso di svilupparsi da sola in termini assoluti di libero mercato. Al contrario, la strategia afferma che il mercato ha bisogno di regole per far fronte alle proprie responsabilità sociali e ambientali. Spetta ai politici stabilire queste regole e non dobbiamo farci distogliere da questo compito. Per questo credo che gli obiettivi della strategia di Lisbona rimangano gli stessi e che la domanda “come è possibile che siamo entrati in questa crisi nonostante la strategia di Lisbona?” sia in realtà quella sbagliata. Una diversa strategia economica in Europa non avrebbe potuto impedire gli squilibri macroeconomici e gli errori commessi sui mercati finanziari internazionali che hanno portato alla crisi.
Vorrei concludere dicendo che vogliamo fare in modo che il maggior numero possibile di imprese europee esca indenne dalla crisi. Ciò significa che dobbiamo aiutarle a ottenere i finanziamenti. Al momento mi sembra questo essere il problema principale, perché la stretta creditizia colpisce sia le organizzazioni grandi sia quelle piccole.
La Banca europea per gli investimenti sta facendo tutto il possibile. Dovremmo ringraziare la Banca europea per gli investimenti per l’approccio estremamente flessibile, ma ora ha fatto il massimo di quanto poteva fare. E’ già evidente che non sarà possibile soddisfare le esigenze creditizie delle grandi e piccole imprese europee nella seconda metà dell’anno, perché la Banca europea per gli investimenti è già al limite. Tutti devono sapere che la situazione si farà molto seria, e quindi vale la pena vedere se in questo Parlamento possiamo migliorare la situazione delle imprese europee, ad esempio, valutando e adottando velocemente proposte della Commissione volte a impedire che le società europee debbano pagare inutili costi.
Abbiamo presentato alcune proposte che potrebbero portare a una riduzione dei costi per le imprese europee fino a 30 miliardi di euro all’anno. La rapida adozione di queste proposte contribuirebbe in maniera significativa al superamento della crisi.
La Commissione è convinta che nel periodo precedente al vertice i rischi e le opportunità dell’integrazione europea diventeranno più chiari di quanto lo siano stati prima. Ovviamente le opportunità prevedono di unire insieme le forze, agire in maniera mirata e coordinata, e usare tutta la nostra creatività allo scopo di uscire più forti da questa crisi. Questo ci permetterà di compensare il fatto che, a differenza degli Stati Uniti, non possiamo prendere decisioni a livello centrale attuabili ovunque, dovendo invece garantire un accordo tra 27 Stati membri.
Al contempo, però, i rischi sono più ovvi di quanto non siano mai stati – i rischi cui tutti saremo esposti se uno o più Stati membri che versano in questa situazione sceglieranno la via del protezionismo o del nazionalismo economico al posto della solidarietà e di un approccio congiunto. Senza una bussola comune che ci indichi la strada in questa crisi, purtroppo ci perderemo tutti nella nebbia che l’ha causata.
Elisa Ferreira, relatore. – (PT) Signora Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, onorevoli colleghi, la crisi è peggiore di quanto immaginato e la disoccupazione aumenterà più del previsto. Ci sono buoni motivi per ritenere che lo stimolo europeo previsto non sarà sufficiente, ed è già chiaro che ci vorrà troppo tempo per arrivare ai cittadini.
La posizione del Parlamento è forte e chiara, come lo è stata in passato, e spero che continuerà a esserlo. Il nostro obiettivo è mantenere l’occupazione e creare nuovi posti di lavoro con coesione e solidarietà sia a livello sociale che territoriale. In questo periodo di crisi le persone non possono rassegnarsi a un’Europa priva di risposte, un’Europa impotente nell’affrontare i problemi che le affliggono. Cosa chiederà il Parlamento alla Commissione, quindi? Con queste relazioni, ovviamente, chiede il coordinamento di interventi nazionali e chiede alla Commissione di sfruttare ogni mezzo a disposizione per agire dandole ogni possibilità, in qualità di autorità di bilancio, perché questo succeda. Chiede alla Commissione di lanciare una chiara iniziativa europea per l’occupazione affermando che è importante disporre di un calendario per attuare le misure di regolamentazione del mercato finanziario e offrire credito all’economia reale. Invece, cosa chiede il Parlamento al Consiglio? Chiede al Consiglio, soprattutto, di riscoprire la volontà politica che è il fondamento della costruzione del progetto europeo. Unione europea significa concorrenza, ma significa anche coesione e solidarietà. Non possiamo avere un mercato unico senza questa garanzia di solidarietà e coesione. Per questo abbiamo delegato all’Europa l’autonomia nazionale che avevamo prima di aderire a questo progetto.
Jan Andersson, relatore. – (SV) Signora Presidente, la crisi sta ora iniziando a diventare realtà per le persone, la disoccupazione inizia a dilagare e aumenta rapidamente, e iniziamo a vedere le conseguenze sociali della crisi. La flessione si fa più ampia di quanto pensassimo all’inizio. Ci saranno maggiore disoccupazione e maggiori conseguenze sociali.
Vorrei dire una cosa al gruppo parlamentare del Partito popolare europeo (Democratici-cristiani) e dei Democratici europei. L’onorevole Hökmark non è presente, ma ha imputato questa crisi alla proposta del gruppo socialista al Parlamento europeo. E’ come sparare al pianista se non piace la canzone. Ovviamente abbiamo governi di centro e di destra in Europa. Sono questi governi che non passano all’azione, questi governi che dimostrano una mancanza di coordinamento e una mancanza di solidarietà.
Ora il problema riguarda i posti di lavoro, i sistemi di previdenza sociale e il settore pubblico. Prima del vertice vorrei dire a Commissione e Consiglio che dobbiamo agire ora, dobbiamo agire in maniera coordinata, dobbiamo adoperarci a sufficienza e dobbiamo farlo con solidarietà. E’ adesso che dobbiamo farlo. Non possiamo aspettare il vertice di maggio. I problemi dell’occupazione devono essere una priorità da subito.
(Applausi)
Evgeni Kirilov, relatore. – (BG) Grazie, signora Presidente. La politica di coesione ha dimostrato di avere contribuito al superamento dei problemi sociali ed economici e all’attuazione delle riforme strutturali negli Stati membri e nelle regioni. L’esperienza acquisita e le ingenti risorse stanziate, parliamo di più di 340 miliardi di euro per un periodo di sette anni, sono una necessità fondamentale nell’attuale crisi economica, ed è di vitale importanza garantire l’effettivo utilizzo di questi fondi nel miglior modo possibile, a vantaggio delle imprese e dei cittadini europei. In un momento in cui ogni singolo euro è importante per la ripresa dell’economia europea, non possiamo permettere che questi fondi vengano spesi nel modo sbagliato. Per tale motivo approviamo anche la semplificazione delle regole e ne esortiamo un’attuazione adeguata.
Commissario Verheugen, quando oggi è intervenuto ha detto una cosa vera: non sappiamo quanto durerà la crisi. Ma c’è una cosa che oggi dovremmo dire: le decisioni che prendiamo e, ovviamente, le decisioni che il Consiglio europeo adotterà la prossima settimana devono produrre risultati quest’anno. Anzi, questi risultati devono essere raggiunti entro l’estate. E’ quello che i cittadini europei si aspettano da noi per vedere la luce in fondo al tunnel e sperare di uscire da questa crisi, velocemente.
Farò un’osservazione rivolta ai pochi deputati che oggi hanno cercato di imporre una linea divisoria tra vecchi e nuovi Stati membri a livello economico. Credo che questa stessa politica di coesione, sulla quale oggi decideremo, sia contraria alle idee che propongono. Mi sembra che tutto questo sia estremamente dannoso e dobbiamo unire le forze per superare questa idea. Grazie.
Presidente. – Comunico di aver ricevuto cinque proposte di risoluzione ai sensi dell'articolo 103, paragrafo 2, del regolamento(1).
La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà oggi, mercoledì 11 marzo.
Dichiarazioni scritte (articolo 142 del regolamento)
John Attard-Montalto (PSE), per iscritto. – (EN) Nell’ambito della strategia di Lisbona rinnovata, nel 2008 sono state adottate linee guida che rimarranno valide fino al 2010. Tutti gli Stati membri, Malta compresa, hanno dovuto spiegare le proprie strategie per sostenere la crescita nell’occupazione. Sono state delineate linee guida occupazionali. E’ indispensabile garantirne il finanziamento e il Fondo sociale europeo può finanziare interventi immediati adottabili dagli Stati membri nel campo della flessisicurezza e delle competenze.
La flessisicurezza è un approccio politico integrato che cerca di promuovere la capacità di adattamento dei lavoratori e delle imprese. Dobbiamo inoltre adoperarci molto per migliorare il livello di competenze: tale miglioramento deve essere garantito a tutti i livelli di qualifica.
In primo luogo, il miglioramento dei livelli di competenza sarà inutile se non soddisferà le esigenze del mercato del lavoro.
In secondo luogo, occorre attribuire priorità a tre strategie volte a:
- sviluppare la capacità di adattamento dei lavoratori e delle imprese;
- fare entrare e mantenere più persone sul mercato del lavoro per aumentare la disponibilità di forza lavoro e far funzionare i sistemi di protezione sociale;
- aumentare gli investimenti in capitale umano migliorando l’istruzione e le competenze.
Adam Bielan (UEN), per iscritto. – (PL) Signor Presidente, ascoltando la discussione non ho potuto fare a meno di percepire un clima di competitività in Aula, una sorta di braccio di ferro tra vecchi e nuovi Stati membri. Mi sembra che incolparsi e accusarsi a vicenda su chi meriti di essere nell’Unione europea non sia un rimedio ai nostri problemi.
Ricordiamoci soprattutto che i cittadini ci stanno ascoltando e da noi si aspettano protezione. E’ proprio ora che vogliono vedere a cosa serve l’Europa unita. Dobbiamo sfruttare questo dibattito come un’opportunità per pensare a come limitare gli effetti sociali della crisi attuale.
Diciamo sì alla strategia di Lisbona perché produce risultati: è grazie alla strategia di Lisbona che sono stati creati quasi sette milioni di nuovi posti di lavoro nell’UE. Di che tipo di lavori si tratta, però? Molto spesso si tratta di lavori a tempo determinato o part-time e, in effetti, il tasso occupazionale rimane immutato se riferito a lavori a tempo pieno.
Questa è la semplice dimostrazione che l’Europa deve imparare a sfruttare il suo potenziale. Dobbiamo investire in prodotti ad alta tecnologia che necessitano di lavoratori altamente qualificati: è questo il nostro valore aggiunto, un settore in cui non abbiamo uguali. In tal senso la proroga dei periodi utili per usufruire delle risorse finanziarie e la semplificazione delle procedure di applicazione, soprattutto per i nuovi Stati membri, sono estremamente importanti.
Sebastian Valentin Bodu (PPE-DE), per iscritto. – (RO) La crisi economica mondiale ci ha colto tutti di sorpresa, che si tratti di banche, multinazionali o persino strutture istituzionali transnazionali. Ciò ha ripercussioni negative sull’economia globale, ed è addirittura in gioco la sopravvivenza del sistema finanziario globale. Non credo che nessuno mi contraddirà se dico che la portata dei problemi attuali richiede uno sforzo concentrato a livello europeo. Infatti, non si può assolutamente fare a meno della solidarietà per superare questa crisi.
Rappresento la Romania al Parlamento europeo, un paese dell’Europa sudorientale. Posso solo dire che l’impatto della crescita economica, superiore al 7 per cento nel 2008, sembra quasi svanire di fronte alle turbolenze economiche che iniziano a sentirsi duramente. Il piano di ripresa economica elaborato dalla Commissione europea deve sortire effetti in tutti gli angoli del vecchio continente. Alcune parti d’Europa non devono sentirsi abbandonate e impotenti di fronte a una situazione ostile che non hanno provocato.
Credo che questa sia la prova più importante per l’Unione europea, il progetto politico più audace degli ultimi cento anni. I paesi dell’intero continente devono dimostrare di essere un’unica forza. Secondo Barroso, presidente della Commissione europea, l’Europa sarà giudicata innanzi tutto dai suoi risultati. Sono pienamente d’accordo con questa affermazione.
Cristian Silviu Buşoi (ALDE), per iscritto. – (RO) Credo che l’iniziativa su un piano di ripresa economica nel contesto della crisi attuale sia la benvenuta. L’Unione europea deve adottare un approccio comune, chiaro ed efficace per minimizzare il più possibile gli effetti della crisi a livello di intensità e durata.
Abbiamo bisogno di regole più chiare per il settore finanziario, soprattutto per gli investimenti che prevedono un livello di rischio elevato, come i fondi hedge.
In questo momento la solidarietà tra Stati membri è di fondamentale importanza. E’ ovvio che gli Stati membri adotteranno misure adeguate ai contesti nazionali che, però, non devono essere in contrasto con il mercato interno e l’UME. La priorità deve essere attribuita alla facilitazione del credito, soprattutto alle PMI, che sono un elemento di traino della crescita economica e riescono a creare posti di lavoro. Le misure di intervento statale devono tuttavia essere temporanee, e l’applicazione dei regolamenti in materia di concorrenza deve essere rigorosa.
Inoltre, le misure di lotta alla crisi devono essere integrate nell’ambito di una politica di bilancio responsabile. Pur trovandoci in mezzo a una crisi, credo sia particolarmente importante rispettare il più possibile il patto di stabilità e di crescita, perché aumentare il deficit di bilancio può rivelarsi una soluzione disastrosa a lungo termine, soprattutto per le generazioni future.
Daniel Dăianu (ALDE), per iscritto. – (EN) Il commissario Joaquín Almunia ha recentemente affermato che gli Stati membri della zona euro colpiti da gravi difficoltà potevano usufruire dell’aiuto di altri membri dell’UE. Perché questa forma di risposta collettiva non è stata segnalata con fermezza ai nuovi Stati membri non appartenenti alla zona euro? Probabilmente c’è qualcosa che non va nei pacchetti di assistenza erogati a favore di Lettonia e Ungheria. Ridurre i grandi squilibri è, di per sé, utile, ma la cosa più importante è come lo si fa. I deficit di bilancio devono essere radicalmente compressi mentre il settore privato riduce drasticamente l’attività? La prociclicità deve essere evitata durante la fase di ripresa e la fase di flessione. Se i bilanci pubblici non sono la principale causa dei grandi deficit esterni, perché prendersi la briga di ridimensionarli? Ricordiamoci la lezione della crisi asiatica di dieci anni fa. La politica deve anche pensare a come scoraggiare gli attacchi speculativi contro le valute dei nuovi Stati membri. Limitarsi a tagliare drasticamente i deficit di bilancio non sarebbe molto utile neppure in questo caso. E’ auspicabile che le future riunioni dell’Ecofin promuovano migliori strategie sull’assistenza finanziaria. Infine, ogni qualvolta viene coinvolto nei pacchetti di assistenza, l’FMI deve valutare se l’approccio che tradizionalmente utilizza per far fronte agli squilibri macroeconomici è adeguato, viste le circostanze straordinarie attualmente presenti.
Vasilica Viorica Dăncilă (PSE), per iscritto. – (RO) La Romania deve approfittare delle nuove possibilità previste dai Fondi strutturali.
Le autorità pubbliche centrali e locali in Romania devono sfruttare il più velocemente ed efficacemente possibile l’opportunità offerta dalla Commissione europea che agevola l’accesso ai Fondi strutturali comunitari. Esse devono accedere a tali fondi per creare nuovi posti di lavoro, offrire formazione professionale mediante programmi di apprendimento permanente finalizzati alla riqualificazione professionale, oltre a fornire sostegno alle PMI.
Accelerare e semplificare la distribuzione delle finanze comunitarie può contribuire alla ripresa economica grazie a un flusso di liquidità in settori mirati. I pagamenti saranno più rapidi e più flessibili e ci sarà un unico pagamento, che permetterà di attuare i progetti necessari in settori quale le infrastrutture, l’energia o l’ambiente.
D’altro canto le autorità rumene devono erogare, in conformità alle procedure europee, la parte del cofinanziamento per la realizzazione dei progetti che, in questo modo, potranno essere attuati il più rapidamente possibile una volta ricevuti i fondi dell’Unione europea.
Le proposte dell’esecutivo europeo mirano a una serie di misure per accelerare gli investimenti prioritari a livello regionale e nazionale negli Stati membri, semplificando al contempo l’accesso alle sovvenzioni e aumentando le risorse finanziarie a disposizione delle piccole e medie imprese.
Dragoş Florin David (PPE-DE), per iscritto. – (RO) Le principali caratteristiche comuni agli Stati membri dell’Unione europea sono la democrazia, la stabilità, la responsabilità e la coesione. La relazione dell’onorevole Kirilov sulla politica di coesione e gli investimenti nell’economia reale sottolinea l’importanza di questi aspetti comuni agli Stati membri come prima necessità nella strategia comune di perseguimento delle politiche sociali ed economiche. L’economia europea oggi soffre a causa delle conseguenze della crisi finanziaria globale e della più grave ed estesa recessione degli ultimi 60 anni. Dobbiamo incoraggiare gli Stati membri a valutare l’opportunità di avere sinergie tra i finanziamenti della politica di coesione e delle altre fonti di finanziamento comunitarie quali TEN-T, TEN-E, il settimo programma quadro per la ricerca e lo sviluppo tecnologico, il programma quadro per l’innovazione e la competitività, e i finanziamenti concessi dalla Banca europea per gli investimenti e dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Al tempo stesso gli Stati membri devono semplificare e agevolare l’accesso alle finanze garantito dagli strumenti finanziari JESSICA, JASMINE e JEREMIE per incoraggiare le PMI e i relativi beneficiari a utilizzarli con maggiore frequenza. Vorrei concludere congratulandomi con il relatore, onorevole Kirilov, per avere contribuito a redigere questa relazione.
Bairbre de Brún (GUE/NGL), per iscritto. – (GA) Viviamo in un periodo di incertezza economica. L’Unione europea ha la responsabilità di vedere se è possibile concedere flessibilità alle autorità regionali e nazionali affinché abbiano maggiore titolarità nei fondi comunitari per far fronte a una situazione senza precedenti.
Le misure del piano del commissario Huebner Politica di coesione: Investire nell’economia reale sono di natura concreta e devono essere adottate senza indugio dalle autorità nazionali.
Il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) ora può essere usato per erogare fondi parziali a favore di investimenti ecologici nelle case popolari: questo potrebbe essere utile per creare e mantenere posti di lavoro nel settore edile – colpito molto duramente – e, al contempo, ci aiuterebbe a tenere fede ai nostri impegni in campo climatico.
I versamenti ricevuti dal Fondo sociale europeo potrebbero veramente stimolare i settori pubblici in difficoltà e le piccole e medie imprese (PMI) dovrebbero essere agevolate dalle modifiche raccomandate per rendere più facilmente disponibili i flussi finanziari.
Questo è un passo nella giusta direzione. Trovo deplorevoli alcune parole usate nella relazione Kirilov sulla strategia di Lisbona.
Adam Gierek (PSE), per iscritto. – (PL) Come possiamo combattere la crisi finanziaria? (Piano europeo di ripresa economica) La crisi finanziaria può essere affrontata a breve o a lungo termine. Il metodo a breve termine si basa sull’eliminazione dei mali sviluppatisi negli ultimi decenni che hanno portato alla perdita di liquidità nelle banche, alla circolazione di obbligazioni “infette” e alla mancanza di coerenza tra politica finanziaria e politica in generale.
I paesi che aiutano finanziariamente le banche non stanno sradicando le cause della crisi. La causa fondamentale della crisi è, a mio avviso, il meccanismo neoliberale presente nell’economia, ovvero una tendenza al profitto a breve termine trascurando, per dirne una, gli interessi a lungo termine.
Pertanto, il metodo a lungo termine deve correggere il meccanismo che disciplina il funzionamento dell’economia venendo meno ai dogmi del cosiddetto libero mercato. Gli Stati membri e la Commissione europea non devono sostituirsi ai meccanismi di mercato validi dal punto di vista della concorrenza, ma hanno l’obbligo di prevenire i mali. Ciò significa che, in primo luogo, i profitti a breve termine non devono offuscare gli interessi a lungo termine legati, ad esempio, allo sviluppo delle infrastrutture, alla costruzione di edifici pubblici, alla tutela dell’ambiente o alla ricerca di nuove fonti energetiche, talvolta meno redditizie.
In secondo luogo, tutte le forme di titolarità devono essere trattate allo stesso modo, e la scelta di una o dell’altra deve basarsi sull’efficacia a livello di gestione.
Inoltre, gli Stati membri e la Commissione europea devono assumere la funzione di coordinatore dei settori della politica finanziaria e della politica in generale.
Infine, gli Stati membri e la Commissione europea devono sviluppare metodi per il coordinamento del mercato valutario e finanziario internazionale, soggetto alle speculazioni in quanto opera in maniera istintiva.
Genowefa Grabowska (PSE), per iscritto. – (PL) La crisi economica ha ormai raggiunto l’Europa. Prima ha colpito le economie sviluppate, poi si è diffusa tra le economie emergenti e in via di sviluppo. Le ultime previsioni per il 2009 prevedono una crescita economica del –1 per cento o a livelli inferiori. Ci troviamo quindi in una della più gravi recessioni che abbiano mai colpito la Comunità europea.
Concordo con la relatrice sul fatto che le misure adottate singolarmente dai paesi ora non siano sufficienti, benché supportate da trasferimenti di capitale verso quei settori più minacciati dalla crisi. Le nostre economie sono reciprocamente integrate e la crisi è di natura globale, motivo per cui le misure di ripresa proposte devono anche rappresentare una risposta globale per natura e portata. Inoltre devono includere in sé il principio fondamentale dell’Unione europea, ovvero il principio di solidarietà. Solo questo ci permetterà di mantenere la coesione sociale e territoriale dell’UE. Credo che, in un simile periodo di crisi, il principio di solidarietà stia anche acquistando una nuova dimensione politica.
Inoltre condivido il timore espresso nella relazione per la gente comune colpita dalla crisi. I prestiti devono essere rimessi a disposizione delle famiglie e delle imprese e, soprattutto, delle PMI, che sono il fondamento dell’economia europea. Solo un simile obiettivo, associato alla tutela dei risparmi dei cittadini, giustifica l’utilizzo di fondi pubblici in un piano di salvataggio. Se, nell’ambito del piano europeo di salvataggio, riuscissimo anche a porre fine ai paradisi fiscali, la lotta alla crisi sarebbe sicuramente più semplice e più efficace.
Louis Grech (PSE), per iscritto. – (EN) Poiché la crisi finanziaria si aggrava senza intravederne la fine, credo saranno necessari più fondi per stabilizzare l’economia europea e arrestare la spirale discendente. Tra le altre difficoltà si segnalano il tasso di disoccupazione in vertiginosa ascesa e l’enorme insicurezza nel mercato del lavoro. La mancata disponibilità di credito, insieme all’aumento del disavanzo pubblico, rappresenta ancora un grave problema ed è un fattore chiave se vogliamo veramente combattere con efficacia e vincere la recessione economica. E’ molto importante ristabilire un’adeguata offerta creditizia e usare i soldi come incentivo economico, erogandoli a favore di famiglie e imprese. E’ necessario creare incentivi per attirare investimenti di capitale. Purtroppo, allo stato attuale, non esiste meccanismo europeo o istituzione in grado di coordinare una ripresa integrata per il continente e, di conseguenza, stiamo riapplicando soluzioni approssimative che nell’insieme potrebbero fallire, poiché le economie degli Stati membri sono fortemente interdipendenti. Le iniziative mirate alla ripresa europea devono procedere di pari passo con le modifiche regolamentari per evitare di ripetere gli errori che ci hanno portato alla crisi. La radice del problema sta nella mancanza di regolamentazione e in una supervisione insufficiente, indi per cui occorre ristabilire regolamenti efficaci.
Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Saremo in grado di capire la grave situazione socioeconomica che caratterizza i paesi dell’Unione europea, compreso il Portogallo, solo tenendo a mente gli obiettivi di questo “processo di integrazione” e come le sue politiche siano la causa dell’attuale crisi capitalista, di cui l’UE è uno degli epicentri.
Negli ultimi 23 anni, la CEE/UE ha promosso la circolazione di capitali e la finanziarizzazione dell’economia, liberalizzato i mercati e incoraggiato la privatizzazione, dato impulso alle fusioni e alla sovrapproduzione, delocalizzato e distrutto la capacità produttiva, promosso il dominio economico di alcuni a spese della dipendenza di altri, incoraggiato lo sfruttamento dei lavoratori e una maggiore produttività del lavoro sempre più imperniata sul capitale, centralizzato la ricchezza creata e aumentato le disuguaglianze sociali e le asimmetrie regionali, tutto questo sotto il controllo delle maggiori potenze e dei grandi gruppi economici e finanziari. Sono queste le origini dell’irreparabile crisi capitalista.
Non è la “crisi”, ma le politiche legate al capitalismo a essere causa di disoccupazione, insicurezza, salari bassi, peggioramento delle condizioni di vita, povertà, malattia, fame e crescenti difficoltà che si trovano ad affrontare i lavoratori e la popolazione in generale.
Salutiamo quindi con gioia la grande manifestazione prevista dal CGTP-IN, la confederazione generale dei lavoratori portoghesi, per il 13 marzo, per cambiare direzione verso più posti di lavoro, più salari e più diritti.
Gábor Harangozó (PSE), per iscritto. – (EN) L’Unione deve fare tutto il possibile per realizzare un quadro coerente con cui affrontare la crisi finanziaria globale. Se vogliamo ripristinare la fiducia dell’opinione pubblica e un solido sistema finanziario, dobbiamo agire rapidamente per sostenere l’occupazione e l’attività economica. Per attenuare gli effetti negativi della recessione e mantenere gli standard sociali e i livelli di occupazione, occorre fare alcuni adeguamenti per semplificare l’accesso alle risorse disponibili garantendo, al contempo, maggiore trasparenza e una gestione migliore. L’ultimo Consiglio dell’EIT ha esortato un “rapido intervento integrativo da parte dell’FSE a sostegno dell’occupazione, in particolare per i gruppi più vulnerabili della popolazione, prestando particolare attenzione alle imprese di dimensioni più limitate riducendo le componenti non salariali del costo del lavoro”. Chiedo pertanto al prossimo vertice del Consiglio di considerare seriamente la creazione e il mantenimento dei posti di lavoro tramite misure di cofinanziamento legate alla diminuzione temporanea delle componenti non salariali del costo del lavoro nei paesi gravemente colpiti dalla recessione economica o finanziaria. E’ necessario accordare massima attenzione ai gruppi più vulnerabili della popolazione, quelli che maggiormente soffrono delle conseguenze della flessione economica e sociale, per evitare ulteriori asimmetrie nell’impatto della crisi che compromette lo sviluppo equilibrato di tutti i territori dell’Unione.
Tunne Kelam (PPE-DE), per iscritto. – (EN) La solidarietà è uno dei valori più preziosi dell’Europa moderna. Eppure, nella crisi economica attuale, alcuni indizi rivelano che la solidarietà europea è minacciata.
Dobbiamo evitare più che mai le divisioni tra Stati membri, evitare le categorizzazioni del vecchio e del nuovo, del grande e del piccolo. La divisione esistente tra gli Stati membri aderenti alla zona euro e quelli non aderenti non deve conferire ai primi una posizione privilegiata da cui dettare il futuro comune. Tutti gli Stati membri devono essere equamente coinvolti nel processo decisionale. Tutti gli Stati membri devono vedersi garantito il diritto di comunicare i propri problemi e timori per trovare possibili soluzioni europee.
L’Europa ha bisogno di una forza trainante per superare la crisi economica con i minori danni possibili. Il protezionismo non può essere la risposta alla crisi economica. Al contrario, apertura e spirito di concorrenza devono continuare a essere il fondamento delle nostre attività. Per approfittare dell’attuale depressione, occorre quindi investire più soldi nell’innovazione, nella ricerca e nello sviluppo.
In altre parole, la crisi deve essere considerata un incentivo per attuare la strategia di Lisbona. Solo ricorrendo pienamente a questa strategia basata sulla solidarietà possiamo assicurare posti di lavoro e sostenibilità nell’economia europea.
Magda Kósáné Kovács (PSE), per iscritto. – (HU) Non vale la pena fare un elenco dei danni per ordine di priorità, ma il dolore condiviso mobilita risorse e intenzioni. Molti ricordano la crisi del 1929, anche se la seconda guerra mondiale che ne è seguita ha diviso l’Europa su due cammini diversi. I paesi dell’ex blocco orientale, inoltre, hanno vissuto il cambiamento di regime come un trauma, ma in questo caso siamo tutti minacciati allo stesso modo dalla crisi finanziaria ed economica globale che, nonostante alcuni precoci segnali, era comunque inaspettata.
Dal momento della crisi il cammino dell’Europa non può più divergere, né procedere in direzioni parallele: non possono esserci due velocità. Nella svalutazione dei capitali speculativi tutti perdono, cambia solo l’entità della perdita. Il paradigma del mercato comune può sopravvivere e rimanere competitivo solo se forniamo soluzioni congiunte e coordinate. Il fantasma del protezionismo è cattivo consigliere!
Compito degli Stati membri è redigere i propri piani finanziari in collaborazione reciproca. L’Unione europea può dare un apporto valutando come ognuno può contribuire in base ai propri mezzi, per fare in modo che anche gli Stati membri e i cittadini nelle retrovie ne escano in maniera positiva. La regione dell’Europa centro-orientale si trova nelle posizioni retrostanti, un po’ per motivi storici e un po’ perché la non presenza dell’euro ha portato a una mancanza di fiducia e ci ha ritorto contro i capitali speculativi. Pur essendo impossibile trattare alcuni Stati membri sullo stesso piano, sono fortemente convinta che dobbiamo elaborare un sistema di aiuti a livello europeo che dia la possibilità, in nome della solidarietà, di offrire un’assistenza adeguata a ogni Stato membro.
Marian-Jean Marinescu (PPE-DE), per iscritto. – (RO) Tutti i principi del piano europeo di ripresa economica devono comparire nei piani nazionali di ripresa economica.
I fondi dell’Unione europea messi a disposizione devono essere usati per progetti della massima priorità ed essere equamente distribuiti tra Stati membri, tenendo comunque conto di casi particolari.
Dobbiamo sfruttare in maniera efficace tutte le opportunità che abbiamo a disposizione. Per tale motivo è di fondamentale importanza proporre possibilità di utilizzare i fondi comunitari, perché accelererà e garantirà la flessibilità di attuazione del piano.
I progetti devono essere realizzati con rapidità ed efficienza per aiutare le categorie della forza lavoro che attraversano un periodo difficile. Per questo bisogna ridurre in maniera considerevole le procedure amministrative, e soprattutto i tempi di applicazione delle procedure, allo scopo di garantire l’immediata efficacia del processo.
Inoltre, tra le misure che occorre adottare, quelle riguardanti l’adozione di un quadro legislativo per lottare con efficacia contro i paradisi fiscali sono una necessità assoluta.
E’ evidente che gli aiuti di Stato devono essere usati con precauzione per evitare di creare problemi alla concorrenza. Al tempo stesso, però, dobbiamo analizzare attentamente gli effetti benefici che simili aiuti possono avere sull’utilizzo della manodopera, valutando le situazioni in cui questi aiuti sono più che necessari.
Iosif Matula (PPE-DE), per iscritto. – (RO) La Commissione europea stanzia ingenti somme per gli investimenti a favore del rendimento energetico, della produzione di energie rinnovabili, e della costruzione delle reti transeuropee di trasporto e dell’energia. Solo attuando una solida politica in materia potremo evitare, in futuro, il ripetersi di situazioni di crisi nei settori del gas e dell’energia verificatesi in alcune regioni dell’Unione europea.
L’allacciamento di tutte le reti di gas ed energia in Europa garantisce l’applicazione del principio di solidarietà: uno Stato membro sarà in grado di importare, o persino esportare, risorse naturali a condizioni normali anche in periodo di crisi.
In tale contesto gli Stati membri devono sfruttare le opportunità di finanziamento offerte dai Fondi strutturali per lo sviluppo di progetti in settori quali le infrastrutture, l’energia e l’ambiente.
Per migliorare la qualità dei progetti e l’efficacia della relativa attuazione, gli Stati membri dell’Unione europea devono avvalersi della massima assistenza tecnica che la Commissione europea può offrire.
Alexandru Nazare (PPE-DE), per iscritto. – (RO) Saluto la rapidità dimostrata dalle istituzioni dell’Unione europea nel trovare alcune soluzioni all’attuale crisi economica. Vorrei comunque evidenziare alcuni aspetti che richiedono maggiore attenzione.
In primo luogo, i finanziamenti per i progetti delle infrastrutture energetiche. Credo sia fondamentalmente sbagliato distribuire fondi al maggior numero di progetti possibile poiché si rischia di non riuscire a coprire il bilancio necessario al loro completamento. Ultimamente, dopo le discussioni sul Nabucco, ho l’impressione che stiamo giocando con il fuoco. Non possiamo annunciare 250 milioni di euro per il Nabucco, poi dire che tagliamo i finanziamenti di 50 milioni di euro, e infine concludere dicendo che in realtà dovrebbe essere un investimento totalmente privato. L’utilità del progetto Nabucco è fuori discussione e non possiamo permetterci di tergiversare per motivi politici ed economici.
In secondo luogo, credo dobbiamo evitare di cadere in preda a tendenze protezioniste che si ripercuoterebbero sul funzionamento del mercato interno. Benché questa crisi abbia un impatto disomogeneo sul territorio dell’Unione europea, dobbiamo fornire una risposta unica in conformità agli obiettivi della politica di coesione e ai principi del mercato interno. Ritengo assolutamente necessario valutare l’impatto di questi emendamenti per migliorare l’efficienza delle misure nel nuovo quadro finanziario 2014-2020.
Rareş-Lucian Niculescu (PPE-DE), per iscritto. – (RO) Rappresentando un terzo del bilancio dell’Unione europea pur non essendo uno strumento di gestione della crisi, la politica di coesione rappresenta comunque la maggiore fonte di investimento nell’economia reale e offre grandi opportunità, in particolare alle regioni che soffrono di svantaggi permanenti. Di conseguenza vorrei attirare l’attenzione sulla necessità di trovare soluzioni che garantiscano un migliore coinvolgimento verticale delle regioni a livello europeo.
Nelle condizioni create dalla straordinaria situazione economica in essere, desidero sottolineare l’importanza di migliorare la flessibilità di accesso ai Fondi strutturali. Inoltre accolgo con favore l’opportunità di estendere le possibilità di sostegno agli investimenti nel rendimento energetico e nelle energie rinnovabili ai settori dell’abitazione e delle tecnologie pulite.
Sirpa Pietikäinen (PPE-DE), per iscritto. – (FI) Signora Presidente, onorevoli colleghi, la scorsa settimana la Commissione ha presentato la comunicazione sulla crisi economica al Consiglio per l’incontro previsto a fine mese. La Commissione, inoltre, ha fornito una prima valutazione sui risultati del pacchetto europeo di incentivi all’economia. La Commissione ritiene positivi i primi risultati e stima che gli interventi mirati alla ripresa su scala nazionale ed europea avranno un valore complessivo pari a circa il 3,3 per cento del PIL per il periodo 2009-2010.
Mi congratulo con la relatrice per una relazione veramente degna di nota. A mio avviso, la necessità di coordinare l’intervento degli Stati membri ivi sottolineata è particolarmente importante. L’emergere di queste tendenze è molto preoccupante. Gli Stati membri possono promettere nei loro discorsi di essere pronti a mettersi insieme, ma quando si passa ai fatti è evidente che le cose sono molto diverse. E’ estremamente importante che i leader dell’Unione europea prendano decisioni su quanto dicono e non cedano a pressioni protezioniste che, in molti paesi, sono incontestabilmente drastiche.
L’Unione europea deve fare una mossa nuova, ambiziosa, che dia continuazione alla strategia di Lisbona. Essa necessita di un pacchetto di incentivi che dia sostegno alle nuove industrie e serva da base alla competitività e alla crescita. Con investimenti in settori quali l’ecomodernizzazione, le fonti di energia rinnovabili e la tecnologia dell’informazione è possibile indurre un solido cambiamento settoriale.
Una crisi rappresenta anche un’opportunità. E’ un’opportunità per riorganizzare l’intero assetto finanziario globale e paneuropeo. La crisi rappresenta anche un’opportunità per indirizzare la crescita economica su un percorso completamente nuovo, basato su fonti di energia rinnovabili e sul rendimento energetico. Il “New Deal verde”, com’è chiamato, deve fungere da base per la ripresa e una nuova crescita. In questo modo, creando posti di lavoro e introducendo l’innovazione, affronteremo anche le sfide dei cambiamenti climatici.
Zita Pleštinská (PPE-DE), per iscritto. – (SK) L’economia europea soffre degli effetti della crisi finanziaria globale e subisce la flessione più grande e più grave degli ultimi 60 anni. La crisi è una prova enorme per l’Europa. Colpisce le imprese e, al tempo stesso, i normali cittadini e le loro famiglie. Molti vivono nella paura, soprattutto di perdere il lavoro, e guardano all’Unione europea in cerca di salvezza.
L’Europa non può limitarsi a essere la somma di 27 interessi nazionali. Si deve basare sulla solidarietà e sulla volontà degli Stati membri e delle regioni di realizzare gli obiettivi dei propri programmi il più rapidamente possibile.
In un periodo di crisi economica, dovremmo capire chiaramente che dobbiamo concentrarci sugli obiettivi di Lisbona, soprattutto nel settore dell’occupazione. E’ la politica di coesione che dispone degli strumenti finanziari da applicare con vigore e flessibilità durante la crisi. Le risorse finanziarie della politica di coesione dell’Unione europea per il periodo 2007-2013 possono dare un considerevole contributo al raggiungimento degli obiettivi della strategia di Lisbona rinnovata dell’UE per la crescita e l’occupazione, che riunisce i normali cittadini, le imprese, le infrastrutture, il settore energetico e la ricerca e l’innovazione. Occorre migliorare il coordinamento e abbandonare il protezionismo e tutte le forme di demagogia. Dobbiamo ridare slancio ai flussi e ai trasferimenti di capitali.
Sono fermamente convinta che gli investimenti nell’innovazione, nelle nuove tecnologie e nelle ecoinnovazioni faranno nascere nuove opportunità, fondamentali per garantire una risposta efficace all’attuale crisi finanziaria. Dobbiamo eliminare tutti gli ostacoli e creare un vero e proprio mercato interno dell’energia rinnovabile.
Katrin Saks (PSE), per iscritto. – (ET) Desidero ringraziare la relatrice, onorevole Ferreira, per la pertinenza e la tempestività della relazione. Nelle attuali condizioni di crisi, è essenziale sfruttare appieno i fondi esistenti. E’ deplorevole che la maggioranza degli Stati membri aventi diritto al sostegno dei Fondi strutturali e di coesione nella nuova prospettiva finanziaria non sia stata in grado di sfruttarli. Lo stesso dicasi per il mio paese, l’Estonia. Ciò è dovuto a diversi motivi: il primo grande problema riguarda la capacità amministrativa degli Stati membri. In questo settore gli stessi Stati membri potrebbero fare molto e migliorare il funzionamento amministrativo. Il secondo motivo è legato all’Unione europea. E’ importante che l’UE ponga condizioni più flessibili. C’è un problema, ad esempio, con i programmi che prevedono di sostenere le spese in anticipo e di ricevere i finanziamenti in un secondo momento. Ora è difficile ottenere prestiti per sostenere queste spese. E’ molto importante sapere cosa farà la Commissione europea riguardo ai pagamenti anticipati. Un altro punto importante è la quota di autofinanziamento alle condizioni attuali: in tal senso occorrerebbe concedere maggiore flessibilità. Il terzo punto importante è il meccanismo di supervisione: la burocrazia esistente è chiaramente eccessiva.
Grazie della relazione.
Theodor Dumitru Stolojan (PPE-DE), per iscritto. – (RO) Nel caso di alcuni Stati membri, tra cui le repubbliche baltiche, la Romania o l’Ungheria, la crisi finanziaria e la recessione globale hanno evidenziato squilibri strutturali accumulatisi durante i periodi della crescita economica, basati sull’afflusso di investimenti stranieri diretti e l’accumulo di debiti esterni con grande rapidità.
Qualsiasi piano europeo di ripresa economica deve considerare il fatto che questi paesi necessitano di ingenti finanziamenti esterni per potere coprire il disavanzo nel commercio di beni e servizi. In mancanza del finanziamento esterno, i paesi in questione sono destinati a enormi e bruschi adeguamenti che cancelleranno i vantaggi sociali conquistati negli anni precedenti, ridurranno la coesione nell’UE e potrebbero persino compromettere la stabilità nella zona.
Il Consiglio e la Commissione europea hanno la responsabilità precisa di trovare soluzioni per il finanziamento esterno necessario. Gli Stati membri in questione hanno la responsabilità, guadagnando tempo con il finanziamento esterno ottenuto, di realizzare le riforme strutturali che correggeranno gli squilibri accumulati.
Margie Sudre (PPE-DE), per iscritto. – (FR) La politica regionale è la prima fonte di investimenti europei nell’economia reale. Accelerarne e semplificarne il finanziamento può contribuire alla ripresa economica grazie a un afflusso di liquidità in settori mirati.
I pagamenti più rapidi, più flessibili, forfetari e in un’unica soluzione proposti dalla Commissione permetteranno l’immediata realizzazione dei progetti nei settori delle infrastrutture, dell’energia e dell’ambiente.
Le autorità nazionali e regionali devono sfruttare queste opportunità e fare grande uso dei Fondi strutturali per promuovere l’occupazione, le PMI, lo spirito d’impresa e la formazione professionale, dando a loro volta un contributo in base alle norme di cofinanziamento, di modo che i fondi stanziati possano essere utilizzati in toto.
Invito i consigli regionali e le prefetture dei dipartimenti francesi d’oltremare, così come le autorità di gestione dei Fondi strutturali, ad anticipare questi cambiamenti cosicché i programmi regionali si concentrino immediatamente sui progetti dotati del maggiore potenziale in termini di crescita e di occupazione.
Di fronte al malessere presente nei dipartimenti francesi d’oltremare e al movimento di protesta che ora dilaga alla Riunione, occorre individuare nuove iniziative di sviluppo interno e muovere tutte le leve a nostra disposizione, anche quelle concesseci dall’Unione europea.
Silvia-Adriana Ţicău (PSE), per iscritto. – (RO) La comunicazione dell’Unione europea sul piano europeo di ripresa economica del dicembre 2008 enumera i settori in cui investirà l’UE nei prossimi anni per garantire la crescita economica e mantenere l’occupazione. Tra questi figurano il sostegno alle piccole e medie imprese, con una stima finanziaria di 30 miliardi di euro tramite la BEI, l’accelerazione degli investimenti nei progetti infrastrutturali per le interconnessioni energetiche transeuropee e a banda larga, con una stima finanziaria di 5 miliardi di euro per migliorare il rendimento energetico nell’edilizia, e la ricerca e l’innovazione.
Tali misure devono essere sostenute da proposte legislative che garantiscano anche le dotazioni finanziarie. La proposta di regolamento del gennaio 2009 per il finanziamento di progetti nel settore energetico nel quadro del piano europeo di ripresa economica non include dotazioni finanziarie per il rendimento energetico nell’edilizia. Credo che l’Unione europea sbagli, in questo periodo di crisi economica, a non sostenere finanziariamente i progetti prioritari. Il rendimento energetico nell’edilizia è un settore che può generare all’incirca 500 000 posti di lavoro nell’UE, migliorare la qualità di vita dei cittadini, e contribuire allo sviluppo economico sostenibile promuovendo le fonti energetiche rinnovabili. Personalmente ritengo che sarebbe un’inadempienza dell’attuale Commissione europea non sostenere il miglioramento del rendimento energetico nell’edilizia ricorrendo a misure e strumenti finanziari, adeguate misure fiscali e lanciando un forte segnale politico a livello europeo.
Andrzej Tomasz Zapałowski (UEN), per iscritto. – (PL) Signora Presidente, oggi discutiamo un piano per rilanciare l’economia facendo riferimento alle priorità della strategia di Lisbona. Pur essendo passati molti anni dall’annuncio della strategia, vediamo che non viene messa in atto. In altre parole elaboriamo documenti cui poi non diamo attuazione. Ciò è confermato da una certa abitudine, diventata regola in questo Parlamento, di subissare i cittadini con regolamenti che, in molti casi, complicano loro la vita e non hanno grande impatto sul tenore di vita.
Inoltre, la crescente crisi finanziaria rivela che la Commissione europea e il Consiglio sono totalmente avulsi dai problemi quotidiani della società. Fondamentalmente la Commissione non dispone di un piano d’azione vero e proprio per rispondere alla crescente crisi. E’ evidente che i singoli paesi stanno adottando da soli misure di salvataggio, e che il mercato gestito a livello centrale del valore di cinquecento milioni non riesce a intervenire efficacemente sulla portata della crisi.
Negli ultimi anni è stato detto ai paesi dell’Europa orientale di privatizzare le banche, ovvero di assoggettare le loro banche a quelle dell’Europa occidentale. E’ quanto hanno ingenuamente fatto, e oggi sono proprio queste stesse banche a speculare e a far morire le economie dei nuovi Stati membri dell’Unione europea.