Indice 
 Precedente 
 Seguente 
 Testo integrale 
Ciclo di vita in Aula
Ciclo dei documenti :

Testi presentati :

O-0043/2009 (B6-0213/2009)

Discussioni :

PV 23/03/2009 - 14
CRE 23/03/2009 - 14

Votazioni :

Testi approvati :


Discussioni
Lunedì 23 marzo 2009 - Strasburgo Edizione GU

14. Accordo di partenariato economico CE/CARIFORUM - Accordo di partenariato economico interinale CE/Costa d'Avorio - Accordo di partenariato Cariforum-CE - Accordo di partenariato economico interinale CE-Costa d'Avorio - Accordo di partenariato economico interinale CE-Ghana - Accordo di partenariato economico interinale CE-Stati del Pacifico - Accordo di partenariato economico interinale CE-Stati della SADC APE - Accordo di partenariato economico CE-Stati dell'Africa orientale e meridionale - Accordo di partenariato economico CE-Stati membri della Comunità dell'Africa orientale - Accordo di partenariato economico interinale CE-Africa centrale (discussione)
Video degli interventi
PV
MPphoto
 
 

  Presidente . L’ordine del giorno reca, in discussione congiunta:

– la raccomandazione (A6-0117/2009), della commissione per il commercio internazionale, sulla proposta di decisione del Consiglio relativa alla conclusione dell’accordo di partenariato economico tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da una parte, e gli Stati del CARIFORUM, dall’altra [05211/2009 –C6-0054/2009 – 2008/0061(AVC)], (Relatore: David Martin);

– la raccomandazione (A6-0144/2009), della commissione per il commercio internazionale, sulla proposta di decisione del Consiglio relativa alla conclusione dell’accordo di partenariato economico interinale tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da una parte, e la Côte d’Ivoire, dall’altra [05535/2009 – C6-0064/2009 – 2008/0136 (AVC)], (Relatore: Erika Mann);

– l’interrogazione orale (O-0033/2009 – B6-0203/2009) degli onorevoli Markov e Martin, a nome della commissione per il commercio internazionale, al Consiglio, sull’accordo di partenariato economico tra gli Stati del CARIFORUM, da una parte, e la Comunità europea e i suoi Stati membri, dall’altra;

– l’interrogazione orale (O-0034/2009 – B6-0204/2009) degli onorevoli Markov e Martin, a nome della commissione per il commercio internazionale, alla Commissione, sull’accordo di partenariato economico tra gli Stati del CARIFORUM, da una parte, e la Comunità europea e i suoi Stati membri, dall’altra;

– l’interrogazione orale (O-0047/2009 – B6-0217/2009) degli onorevoli Markov e Mann, a nome della commissione per il commercio internazionale, al Consiglio, sull’accordo di partenariato economico tra la Comunità europea e gli Stati membri, da una parte, e la Costa d’Avorio dall’altro;

– l’interrogazione orale (O-0048/2009 – B6-0218/2009) degli onorevoli Markov e Mann, a nome della commissione per il commercio internazionale, alla Commissione, sull’accordo di partenariato economico tra la Comunità europea e gli Stati membri, da una parte, e la Costa d’Avorio dall’altro;

– l’interrogazione orale (O-0035/2009 – B6-0205/2009) degli onorevoli Markov e Fjellner, a nome della commissione per il commercio internazionale, al Consiglio, sull’accordo di partenariato economico interinale tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da una parte, e il Ghana, dall’altra;

– l’interrogazione orale (O-0036/2009 – B6-0206/2009) degli onorevoli Markov e Fjellner, a nome della commissione per il commercio internazionale, alla Commissione, sull’accordo di partenariato economico interinale tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da una parte, e il Ghana, dall’altra;

– l’interrogazione orale (O-0037/2009 – B6-0207/2009) degli onorevoli Markov e Ford, a nome della commissione per il commercio internazionale, al Consiglio, sull’accordo di partenariato interinale tra gli Stati del Pacifico da una parte, e la Comunità europea dall’altra;

– l’interrogazione orale (O-0038/2009 – B6-0208/2009) degli onorevoli Markov e Ford, a nome della commissione per il commercio internazionale, alla Commissione, sull’accordo di partenariato interinale tra gli Stati del Pacifico da una parte, e la Comunità europea dall'altra;

– l’interrogazione orale (O-0039/2009 – B6-0209/2009) degli onorevoli Markov e Sturdy, a nome della commissione per il commercio internazionale, al Consiglio, sull’accordo di partenariato economico interinale tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da una parte, e gli Stati della SADC aderenti all’APE, dall’altra;

– l’interrogazione orale (O-0040/2009 – B6-0210/2009) degli onorevoli Markov e Sturdy, a nome della commissione per il commercio internazionale, alla Commissione, sull’accordo di partenariato economico interinale tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da una parte, e gli Stati della SADC aderenti all’APE, dall’altra;

– l’interrogazione orale (O-0041/2009 – B6-0211/2009) degli onorevoli Markov e Caspary, a nome della commissione per il commercio internazionale, al Consiglio, sull’accordo interinale che istituisce un quadro per un accordo di partenariato economico tra gli Stati dell’Africa orientale e meridionale, da una parte, e la Comunità europea e i suoi Stati membri, dall’altra;

– l’interrogazione orale (O-0042/2009 – B6-0212/2009) degli onorevoli Markov e Caspary, a nome della commissione per il commercio internazionale, alla Commissione, sull’accordo interinale che istituisce un quadro per un accordo di partenariato economico tra gli Stati dell’Africa orientale e meridionale, da una parte, e la Comunità europea e i suoi Stati membri, dall’altra;

– l’interrogazione orale (O-0043/2009 – B6-0213/2009) dell’onorevole Markov, a nome della commissione per il commercio internazionale, al Consiglio, sull’accordo istitutivo di un quadro per un accordo di partenariato economico tra l’Unione europea e i suoi Stati membri, da una parte, e gli Stati membri della Comunità dell’Africa orientale, dall’altra;

– l’interrogazione orale (O-0044/2009 – B6-0214/2009) dell’onorevole Markov, a nome della commissione per il commercio internazionale, alla Commissione, sull’accordo istitutivo di un quadro per un accordo di partenariato economico tra l’Unione europea e i suoi Stati membri, da una parte, e gli Stati membri della Comunità dell’Africa orientale, dall’altra;

– l’interrogazione orale (O-0045/2009 – B6-0215/2009) degli onorevoli Markov e Arif, a nome della commissione per il commercio internazionale, al Consiglio, sull’accordo di partenariato economico interinale tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da una parte, e l’Africa centrale, dall’altra;

– l’interrogazione orale (O-0046/2009 – B6-0216/2009) degli onorevoli Markov e Arif, a nome della commissione per il commercio internazionale, alla Commissione, sull’accordo di partenariato economico interinale tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da una parte, e l’Africa centrale, dall’altra.

 
  
MPphoto
 

  David Martin, relatore. (EN) Signor Presidente, quando si è direttamente coinvolti si tende a sopravvalutare l’importanza di una questione, ma non credo sia possibile sopravvalutare l’importanza di questo tema specifico. Questa sera discutiamo di una serie di accordi che potranno avere effetti sulla vita, la qualità della vita e la salute di milioni di persone (non esagero) dei paesi in via di sviluppo.

Prima di passare alla sostanza della mia relazione, vorrei rendere omaggio alla collega, l’onorevole Kinnock, la quale, nella sua veste di copresidente dell’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE, si è battuta con determinazione per dare voce – non solo in questo Parlamento – alle preoccupazioni che sussistono in merito agli accordi di partenariato economico (APE) e ai loro effetti sullo sviluppo; ella inoltre intende esprimere i timori dei paesi ACP in tutto il mondo. Come molti di voi ben sanno, l’onorevole Kinnock concluderà il proprio mandato parlamentare alla fine di questa legislatura, e credo che l’opera da lei svolta in relazione ai paesi ACP e soprattutto agli accordi di partenariato economico ci mancherà molto.

Gli accordi di partenariato economico hanno avuto una storia difficile in questo Parlamento; ci sono state infatti tensioni reali tra commercio e obiettivi di sviluppo, alcune delle quali forse si potevano evitare. Parte di tali tensioni invece è intrinseca nella natura di tali accordi.

In primo luogo, essi ci sono stati imposti da una sentenza dell’OMC, e non è facile negoziare una liberalizzazione a senso unico, che in pratica è quanto gli accordi di partenariato economico richiedevano.

In secondo luogo, la scadenza artificiosa che è stata fissata per portare a termine gli APE, sia completi che interinali, ha fatto sì che i negoziati, che avrebbero dovuto garantire un’effettiva parità, si svolgessero invece in condizioni di disuguaglianza, poiché i paesi ACP sarebbero stati danneggiati dal mancato rispetto delle scadenze.

Infine – e questa non vuol essere una critica ma una constatazione della realtà dei negoziati – i nostri negoziati sono stati condotti da esperti commerciali che, per la loro stessa natura, cercano di ottenere il miglior accordo possibile per l’Unione europea. Il loro obiettivo quindi non era necessariamente quello di favorire lo sviluppo. Lo ripeto, non intendo muovere alcuna critica, ma constatare che tutto ciò è dovuto al tipo di formazione dei nostri rappresentanti. Questa è la realtà dei negoziati.

La nostra Assemblea, fin dalla conclusione dei negoziati, ha cercato di definire il punto di equilibrio tra commercio e sviluppo.

Adesso vorrei intervenire in qualità di relatore dell’accordo di partenariato economico Cariforum che, attualmente, è l’unico accordo di partenariato economico completo. Dal momento che questo APE è stato firmato, non possiamo apportare alcuna modifica al testo; possiamo soltanto accettarlo o respingerlo. Se la Commissione e la signora commissario riusciranno a offrirci certe garanzie e ad assisterci nell’interpretazione del testo, questa settimana potremmo essere in grado di approvare l’APE Cariforum.

Uno dei personaggi dello scrittore Lewis Carroll, Humpty Dumpty, dice in tono sdegnato: “Quando uso una parola, essa significa esattamente quello che voglio – né di più né di meno”. Devo dire francamente che, fino a poco tempo fa, queste parole sembravano adatte a descrivere il tentativo di comprendere gli APE Cariforum: infatti, l’effettivo significato di quei testi non era sempre chiarissimo.

Vorrei che quest’oggi la signora commissario potesse rassicurarci su alcuni punti.

In primo luogo, sul fatto che la clausola di revisione sancita dall’accordo sia una vera clausola di revisione, di cui la Commissione terrà debito conto: e che allo scadere dei cinque anni noi esamineremo le priorità di sviluppo, come la riduzione della povertà, lo sviluppo sostenibile, la diversificazione economica e il contributo agli obiettivi di sviluppo del Millennio, per garantire che gli APE operino a favore di tutti questi elementi, anziché ostacolarli.

In secondo luogo, vorrei che la signora commissario ci rassicurasse in merito ai finanziamenti per gli APE. Dai calcoli in nostro possesso possiamo stimare che siano disponibili circa 580 milioni di euro per i paesi Cariforum nell’ambito dell’attuale FES e di altri periodi di finanziamento pluriennale fino al 2013. A mio avviso – ma non sono certo un esperto in materia – questo dovrebbe essere sufficiente a soddisfare i bisogni degli APE se questi saranno adeguatamente programmati, se tutti i fondi disponibili verranno spesi, e se le priorità dei paesi caraibici in relazione alle scelte di spesa verranno rispettate. Inoltre, dobbiamo fare in modo che gli Stati membri eroghino la propria parte dei 2 miliardi di euro che è stata promessa per “aiuti al commercio” nei paesi in via di sviluppo. Dobbiamo anche esaminare la situazione successiva al 2013; su questo punto la Commissione non potrà fornirci alcuna garanzia, perché in questo caso sono competenti il Parlamento e il Consiglio, ma dobbiamo essere consapevoli del fatto che i fondi si esauriscono e gli impegni scadono nel 2013.

Il terzo punto su cui vorrei che la Commissione ci rassicurasse riguarda lo status della nazione più favorita (NPF). Come ho già detto alla signora commissario, capisco che l’Unione europea debba insistere sull’osservanza delle stesse condizioni che gli Stati caraibici concedono agli Stati Uniti o ad altre grandi potenze industrializzate; ma non dobbiamo invocare la clausola NPF se i paesi caraibici stringono un accordo favorevole, per esempio, con un gruppo di Stati africani.

In quarto luogo – e giungo alla conclusione – per quanto riguarda l’accesso ai farmaci, vogliamo la garanzia che nulla di quanto è contenuto nell’accordo Cariforum metta a repentaglio l’utilizzo del meccanismo TRIPS, un meccanismo che non deve essere in alcun modo messo in discussione.

Vorrei che la signora commissario potesse rassicurarci su questi punti ma, ancora prima che ci offra questo tipo di garanzie, concluderò dicendomi fermamente convinto che ella sia riuscita a cambiare il tono e la natura della discussione sugli APE; esprimo quindi il mio apprezzamento per l’opera che la signora commissario ha svolto in questo settore.

 
  
MPphoto
 

  Erika Mann, relatore. – (DE) Signor Presidente, signora commissario, onorevoli colleghi, noi voteremo sull’accordo con la Costa d’Avorio solamente per approvarlo o respingerlo: possiamo solo scegliere se votare sì o no. Mi auguro che, un giorno, le cose cambino, e che il Parlamento possa partecipare ai negoziati sul mandato.

Di conseguenza è tutto un po’ più difficile. Ci sono due differenze rispetto all’accordo Cariforum. In primo luogo, qui abbiamo a che fare con un governo che non è stato eletto democraticamente. In secondo luogo, abbiamo un accordo interinale, il cui scopo iniziale è quello di garantire il mantenimento delle vecchie preferenze. Passerà ancora un po’ di tempo prima che venga negoziato l’accordo definitivo.

Vorrei che il commissario Ashton ci rassicurasse su alcune questioni che saranno estremamente importanti per la Costa d’Avorio. Lo scorso fine settimana, ho nuovamente partecipato a colloqui da cui è risultato evidente che devono giungere assicurazioni da parte della Commissione, in linea con le assicurazioni fornite dalla signora commissario nel caso della SADC. Consentitemi di ricordare alcuni dei punti più significativi.

Il primo punto riguarda l’esigenza di ampliare la flessibilità, una flessibilità che deve abbracciare i seguenti punti. In primo luogo l’inclusione di una clausola di revisione, anch’essa flessibile, che non preveda solo un periodo di cinque anni, ma possa essere costantemente rivalutata con un preavviso relativamente breve. In secondo luogo, le questioni più delicate devono diventare oggetto di discussione soltanto quando un paese esprima la volontà di farlo. Con questo mi riferisco soprattutto alle questioni di Singapore, ma naturalmente anche al modo di integrare i TRIPS e a tematiche analoghe.

In terzo luogo, vi è la necessità di accettare le differenze regionali, quando si svolgono ulteriori negoziati per raggiungere un accordo regionale. La Costa d’Avorio deve affrontare un problema particolare, poiché sono in corso i negoziati sull’accordo che verrà firmato separatamente, mentre in futuro l’obiettivo sarà negoziare un accordo regionale.

In quarto luogo, sarebbe importante che, in qualsiasi fase dei nuovi negoziati, fosse possibile sollevare le questioni che si devono ancora affrontare nella fase attuale e che tali tematiche fossero approvate dalla Commissione.

In tale contesto, signora commissario, basterà estendere alla Costa d’Avorio le concessioni che avete già fatto nel caso della SADC; in tal modo, vi sarebbero maggiori probabilità di una risposta positiva da parte del Parlamento. Siamo molto preoccupati – e la stessa preoccupazione è stata manifestata da molte organizzazioni non governative – perché soprattutto nel caso della Costa d’Avorio la Commissione inizialmente ha mostrato scarsa flessibilità, e per questo motivo le questioni summenzionate non sono state considerate nel passaggio dall’accordo interinale a quello completo. Una concessione si dimostrerebbe quindi estremamente utile e ci consentirebbe di approvare l’accordo.

Inoltre, nel corso dei colloqui con i rappresentanti della Costa d’Avorio, essi hanno manifestato il timore che gli aiuti tecnici non siano sufficientemente rapidi e che in questa sede non si sia tenuto debito conto delle loro preoccupazioni. A quanto mi risulta, essi guardano con particolare attenzione alla Commissione e alle organizzazioni internazionali che forniscono loro aiuti per favorire l’accesso al mercato delle PMI, affinché queste possano effettivamente accedere al mercato europeo. Essi sono estremamente cauti quando i negoziati toccano le questioni di Singapore, anche durante la discussione, e ci chiedono di aiutarli a capire in che modo i beni pubblici si possano utilizzare a favore della società. Inoltre, sono particolarmente interessati agli aiuti che possiamo offrire in materia di standard tecnici, che per loro rappresentano vere barriere al commercio.

Il mio ultimo commento riguarda il Parlamento. Come ho già detto, possiamo solo scegliere se votare sì o no, e questo ovviamente limita alquanto il contributo che il Parlamento può recare agli esiti del voto. Vorrei ricordarvi che, come potrete constatare nel nostro testo, l’approvazione dell’accordo interinale non implica necessariamente il nostro voto favorevole all’accordo completo. Nell’ambito della procedura di monitoraggio intendiamo partecipare ai negoziati in corso per poterne seguire, in una certa misura e nel limite dei nostri poteri, l’andamento per i punti che ho appena menzionato.

Infine, la pregherei di dirci in che misura il fallito accordo di Doha avrà un impatto particolarmente negativo sulla Costa d’Avorio, soprattutto per quanto riguarda le banane.

 
  
MPphoto
 

  Helmuth Markov, autore.(DE) Signor Presidente, signora Commissario, Alto rappresentante Solana, in questo dibattito non stiamo semplicemente discutendo di un pacchetto di sedici interrogazioni orali al Consiglio e alla Commissione, otto risoluzioni e due relazioni elaborate nel quadro della procedura di codecisione, ma anche di 79 paesi in via di sviluppo, con i quali l’Unione europea sta rinnovando i propri rapporti commerciali e di cooperazione reciproca. Il commercio e la cooperazione sono strumenti importanti per la lotta contro la povertà e per la costruzione di economie nazionali economicamente e socialmente più stabili. In particolare, nell’ambito di questo processo dobbiamo sostenere la creazione di infrastrutture, la sanità, la sovranità alimentare, un sistema sociale efficiente, l’istruzione e gli scambi culturali.

In passato, i nostri rapporti commerciali con i paesi ACP si basavano su un sistema di preferenze commerciali non reciproche, che consentivano a gran parte dei beni prodotti negli Stati ACP di accedere al mercato comune in regime di esenzione. Nel 2000 si decise che entro la fine del 2007 sarebbe stato redatto un nuovo accordo di partenariato. In base a questo nuovo accordo, le preferenze commerciali unilaterali si sarebbero dovute sostituire con accordi compatibili con le norme dell’OMC, volti a ridurre, e infine a sradicare, la povertà, nonché a favorire lo sviluppo sostenibile, l’integrazione regionale, la cooperazione economica e il buon governo, aiutando i paesi ACP a sviluppare il proprio potenziale economico e inserirsi gradualmente nell’economia globale. Inoltre, la capacità produttiva di questi paesi si sarebbe dovuta ampliare, con l’adozione delle misure necessarie a favorire gli investimenti e l’impresa privata.

Gli accordi economici di cui stiamo discutendo, soprattutto i cosiddetti APE interinali o accordi relativi esclusivamente alle merci, sono essenzialmente accordi commerciali, giacché il 90 per cento o più delle questioni che intendono regolamentare riguardano l’accesso al mercato e altri aspetti del commercio. Il loro obiettivo è la graduale liberalizzazione degli scambi tra l’Unione europea e i singoli Stati o le regioni partner.

Quali problemi sono emersi nel corso dei negoziati?

In primo luogo, i termini previsti forse non erano sufficienti. Naturalmente, la Commissione è in una buona posizione; è riuscita a condurre i negoziati, a indire una votazione e a coinvolgere gli Stati membri. Immaginate tuttavia di essere uno dei partner negoziali della controparte. Direste che i negoziati sono stati sempre condotti in maniera parallela, in modo da consentire le opportune consultazioni tra società civile e parlamento in quei paesi?

Sono state mosse molte critiche ai contenuti. Prima di tutto, benché alcuni esperti abbiano espresso opinioni differenti, la Commissione ha ritenuto che la compatibilità con le norme OMC dovesse comportare una riduzione dei dazi dell’80 per cento nei prossimi 15 anni. Anche se gli impegni per la liberalizzazione sono inizialmente asimmetrici, in relazione alle misure adottate a favore della liberalizzazione, l’esito sarà quello dei mercati aperti da entrambe le parti, cosa che non comporterà alcun problema per l’Unione europea. Le esportazioni dei paesi ACP infatti rappresenteranno soltanto una piccola percentuale delle sue importazioni.

Per gli Stati ACP, l’abolizione dei dazi doganali ha prodotto un mancato reddito derivante da tali dazi, e minori fondi disponibili per gli investimenti pubblici più urgenti nelle infrastrutture, nella sfera sociale, nel sostegno allo sviluppo economico e nel rafforzamento della capacità amministrativa. Inoltre, essa comporta il rallentamento della crescita dell’economia nazionale e quindi la costante dipendenza dalle esportazioni dei paesi industrializzati, con conseguenze sui prodotti alimentari e su quelli industriali; si crea in questo modo un circolo vizioso. L’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari nei paesi ACP è la prova più evidente di tale effetto. Mi sono spesso fatto questa domanda: se 50 anni di rapporti commerciali non reciproci non hanno favorito in alcun modo uno sviluppo adeguato, com’è possibile raggiungere tale obiettivo con la reciproca apertura dei mercati?

Un altro grave problema, che sarà esacerbato dall’accordo proposto, è il rapporto tra paesi e regioni partner. Nella comunità dell’Africa orientale – personalmente sono responsabile della relativa proposta di risoluzione – il problema delle tariffe interne è forse meno rilevante, giacché esiste un’unione doganale, ma i rapporti commerciali tra Stati confinanti potrebbero diventare più difficili in seguito ai diversi gradi di liberalizzazione. In questo caso, ovviamente, ci sono molti problemi legati alla norma del paese d’origine. I negoziati sugli accordi globali di partenariato economico hanno provocato gravi timori, a causa di alcuni conflitti sorti nell’ambito del ciclo di Doha per lo sviluppo. Molti Stati non credono di essere in grado di deregolamentare i propri mercati dei servizi, degli investimenti e degli appalti pubblici per aprirli alla concorrenza globale; ciò non sarebbe auspicabile, né sostenibile, neppure all’interno della Comunità europea. Per quanto riguarda la mancanza dei meccanismi di controllo per i mercati finanziari, non è necessario scendere nei dettagli.

In passato sono state mosse alcune pesanti critiche, e altri giudizi negativi vengono espressi ora, in merito alla trasparenza dei negoziati, ossia alla misura in cui i parlamenti e la società civile hanno partecipato al processo. Infine si discute della Modalità 4. Se esiste la libera circolazione delle merci, perché ciò non dovrebbe valere anche per le persone? In tale contesto la nostra commissione parlamentare ha sollevato alcuni problemi che, indipendentemente dal loro contesto, riguardano sempre le stesse questioni.

Quali misure di sostegno – di tipo finanziario, tecnico e amministrativo – si prevedono per ristabilire partenariati di commercio e sviluppo? Durante i negoziati in corso, la Commissione sarà flessibile e terrà conto delle esigenze delle regioni partner, in particolare per quanto riguarda la necessità di favorire i dazi all’esportazione al fine di promuovere lo sviluppo, proteggere le industrie nascenti, garantire la libertà di circolazione dei lavoratori e offrire speciali garanzie per il sistema di appalti pubblici? Oltre a questo, la Commissione è pronta a rivedere la propria posizione sulla protezione dei diritti di proprietà intellettuale, per garantire la tutela della diversità biologica e del trasferimento della conoscenza, e l’offerta di assistenza medica a prezzi ragionevoli nei paesi più poveri? Il Consiglio e la Commissione sono disposti a offrire al Parlamento e alla società civile le necessarie informazioni in merito alle opportunità di partecipazione? Infine, c’è disponibilità a rivedere l’accordo negoziato, qualora risultasse che alcuni punti hanno effetti negativi sullo sviluppo degli Stati ACP?

Vorrei concludere con un breve commento personale. Ormai da due anni e mezzo sono presidente della commissione per il commercio internazionale; poiché non ho intenzione di ricandidarmi a coprire tale incarico, colgo l’occasione per ringraziare la segreteria, il signor Rodas e soprattutto la signora Pribaz, per il loro valido sostegno, e ringraziare altresì i miei colleghi. La collaborazione ha avuto successo e, a mio parere, abbiamo raggiunto risultati importanti. Sarebbe bello se potessimo avere successo anche con gli APE. A coloro che rimarranno nella prossima legislatura auguro di ottenere risultati positivi e fruttuosi. Spero che il commercio comincerà ad assumere un ruolo più importante in questo Parlamento. Vi ringrazio molto.

 
  
MPphoto
 

  Christofer Fjellner, autore (SV) Signor Presidente, sono lieto dell’opportunità di tenere questo dibattito oggi. In un momento di crescente protezionismo, mentre la povertà si diffonde invece di attenuarsi, è particolarmente importante mantenere aperti i canali commerciali tra l’Europa e alcuni dei paesi più poveri del mondo. Questo è essenzialmente il contenuto degli accordi interinali. Gli accordi di partenariato economico intendono garantire la continuità del commercio e dello sviluppo in alcuni dei paesi più poveri del mondo.

Questi paesi infatti rischiano di essere i più colpiti dall’avanzata della recessione globale e dal sempre più frequente ricorso all’arsenale di armi offerto dal protezionismo. Non riesco quindi a capire alcune delle critiche che sono state avanzate; secondo alcuni, questi accordi sono troppo ambiziosi e globali. Altri preferirebbero parlare di mancato reddito in termini di entrate doganali, piuttosto che del potenziale per nuovi scambi commerciali. Io invece ritengo che si possa essere soddisfatti dei risultati raggiunti; non credo che vi sia un conflitto tra commercio e sviluppo, come alcuni invece affermano. Al contrario, il commercio genera sviluppo, mentre i dazi generano povertà.

Sono stato responsabile dell’accordo interinale con il Ghana. Riconosco che ci sono alcuni difetti, come il mantenimento, per un certo periodo, dei dazi dell’Unione europea sul riso e sullo zucchero; nell’insieme però è un ottimo accordo. E’ perciò importante garantire che venga firmato quanto prima. Le elezioni presidenziali in Ghana hanno rappresentato un ostacolo, ma adesso invito il nuovo presidente, John Atta Mills, a firmare l’accordo interinale. Mi auguro inoltre che l’Unione europea proceda alla firma dell’accordo che abbiamo negoziato. E’ assurdo che ci voglia tanto tempo, ed è soprattutto intollerabile che ciò sia dovuto all’inefficienza del servizio di traduzioni del Consiglio.

Colgo l’occasione per invitare voi tutti a sostenere l’accordo. In questi tempi di incertezza, il mondo ha bisogno di incrementare gli scambi, non di ostacolarli.

 
  
MPphoto
 

  Daniel Caspary, autore (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, a mio avviso gli accordi firmati tra i partner economici sono vitali giacché garantiscono i rapporti commerciali con i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico. La cooperazione giova sia all’Unione europea che a questi paesi. Dobbiamo assolutamente evitare di insistere con il tipo di aiuti allo sviluppo che negli ultimi cinquanta o sessanta anni abbiamo erogato ai paesi africani, e consentire a questi paesi di conquistare una libertà anche mentale; così che finalmente possano decidere del proprio futuro, e costruire la propria ricchezza, come altre regioni del mondo hanno fatto negli ultimi decenni.

Il commercio, in questo caso, può offrire un ottimo contributo. Penso da un lato al commercio tra l’Unione europea e questi paesi, ma anche al commercio tra questi stessi paesi, ossia con altri paesi in via di sviluppo. Potrebbe essere necessario esercitare pressioni su governi e Stati per rimuovere le tariffe doganali più alte in molte zone, e per creare le condizioni necessarie alla crescita economica di questa regione.

Perché dobbiamo farlo? Questi Stati hanno urgente bisogno di condizioni quadro che consentano alla popolazione di produrre ricchezza. Nei colloqui che ho avuto con i rappresentanti di questi paesi, ho avuto spesso l’impressione che essi ci fossero grati per la pressione che, in qualità di Unione europea, esercitiamo in vari settori, e per le richieste che facciamo ai governi nazionali, inducendoli a fare dei progressi in termini di politica economica.

Sarebbe opportuno ricordare questo punto di vista nelle settimane e nei mesi a venire, soprattutto nel corso dei negoziati, non solo per soddisfare i legittimi desideri dei governi, ma anche per ripresentare, prima o poi, le nostre legittime richieste in modo da poter dar voce alle legittime aspettative dei popoli di quei paesi.

Da questo punto di vista mi auguro che i nostri negoziati siano fruttuosi.

 
  
MPphoto
 

  Kader Arif, autore. (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, nel nostro lungo dibattito odierno vorrei soffermarmi per qualche istante, se me lo permettete, a riflettere sul cammino che abbiamo percorso finora.

Non dimentichiamo le posizioni assunte inizialmente da alcuni deputati del nostro Parlamento di fronte alle crescenti preoccupazioni dei paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP), di fronte alle dimostrazioni contro gli accordi di partenariato economico (APE), e di fronte agli ammonimenti delle ONG del Nord e del Sud del mondo, allorché noi chiedevamo che tali accordi dessero priorità allo sviluppo; richiesta che oggi sembra ovvia, dal momento che anche la Commissione la ripete costantemente. In quel momento, però, il commissario Mandelson, osò appena risponderci, convinto com’era che la cosa più importante fosse stimolare gli scambi – come se la semplice rimozione delle barriere doganali fosse miracolosamente destinata a produrre sviluppo.

Molti ci definirono idealisti strumentalizzati dalle ONG, e si scandalizzarono per le nostre richieste – strumenti di protezione, regolamentazione e intervento da parte delle autorità pubbliche – ma cosa avvenne poi? Apparve chiaro che la nostra non era irresponsabilità. No, i governi dei paesi ACP non hanno accettato di continuare i negoziati tra pressioni e minacce; no, i rischi connessi all’apertura degli scambi commerciali non sono una costruzione mentale, bensì un elemento assai concreto che avrà immediatamente concrete conseguenze: i bilanci statali si impoveriranno per la diminuzione degli introiti doganali, si indeboliranno le nuove industrie del settore agricolo e la sicurezza alimentare di quelle popolazioni verrà messa a repentaglio.

Avevamo già espresso questi timori molto tempo fa, prima che scoppiassero le rivolte provocate dalla fame o la crisi finanziaria; che dire quindi della situazione odierna? Il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e le Nazioni Unite ammettono che – contrariamente a quanto si affermava all’inizio – i paesi in via di sviluppo verranno gravemente colpiti dalla recessione globale.

Jacques Diouf, direttore generale della FAO, ha insistito di recente su quest’aspetto, chiedendoci se avremo il coraggio di annunciare a quelli che definiamo nostri partner che siamo disposti a spendere miliardi per salvare il sistema bancario globale, ma non per salvare dalla fame le popolazioni dei loro paesi.

Voglio essere del tutto onesto, signora Commissario, e il più chiaro possibile: se lei non si impegnerà in maniera decisa e precisa, a nome della Commissione, a rendere gli APE chiaramente funzionali allo sviluppo, io non voterò a favore. Le parole e le dichiarazioni d’intenti non bastano più; ne abbiamo sentite troppe. Vogliamo impegni specifici, che elencherò uno per uno. Gli APE non si potranno considerare soddisfacenti se non serviranno a promuovere l’integrazione regionale e a contribuire allo sviluppo nei paesi ACP, oltre che a raggiungere gli obiettivi di sviluppo del Millennio.

Quando chiediamo di promuovere l’integrazione regionale, occorre poi tradurre questa richiesta in termini pratici. Nell’Africa centrale, per esempio, il Camerun è stato criticato, o piuttosto severamente condannato, dai suoi vicini per aver firmato quest’accordo interinale con l’Unione europea. Osservo che degli otto paesi di quella regione, cinque fanno parte della categoria dei paesi meno sviluppati – ossia paesi che, automaticamente e nel pieno rispetto delle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio, godono di libero accesso al mercato europeo per le proprie esportazioni, senza essere obbligati in cambio a fare concessioni di carattere commerciale: non mi meraviglia che si preoccupino, se la Commissione chiede loro di aprire i propri mercati all’80 per cento delle esportazioni europee.

Quindi, se la signora commissario si impegna a promuovere l’integrazione regionale e ad accentuare la flessibilità per tener conto dei diversi livelli di sviluppo dei nostri partner, può spiegarci perché non accetta l’offerta di una liberalizzazione del 71 per cento, avanzata dall’Africa centrale?

Il secondo punto cruciale su cui attendiamo una risposta riguarda le cosiddette questioni di Singapore, che non si possono introdurre a forza nei negoziati contro la volontà dei nostri partner. In questo quadro, desidero soffermarmi in particolare sul problema degli appalti pubblici: la trasparenza è ovviamente indispensabile – è un obiettivo per il quale non smetterò di battermi – ma possiamo veramente togliere ai nostri partner ACP uno strumento essenziale della loro sovranità, che rappresenta un indispensabile sostegno per la loro industria e per i servizi locali, imponendo la liberalizzazione degli appalti pubblici?

Il terzo punto riguarda i servizi. Nelle discussioni che abbiamo avuto in merito agli APE con il Camerun, la Commissione ha ripetutamente sottolineato che i nostri partner volevano negoziare la questione dei servizi; sarà anche vero, ma dobbiamo diffidare di coloro che vorrebbero sfruttare quest’argomento per imporre la liberalizzazione dei servizi a tutte le regioni e a tutti i paesi, soprattutto se l’intento è giustificare la liberalizzazione dei servizi pubblici. Signora Commissario, mi attendo che lei si impegni con decisione per mantenere i servizi pubblici al di fuori dell’ambito dei negoziati, in tutte le regioni. Sappiamo che la perdita di entrate doganali impoverirà i bilanci dei nostri partner; se tali entrate si riducono, i primi settori a soffrirne saranno l’istruzione, la sanità o la ricerca. In tale contesto sarebbe inaccettabile, per i governi dei paesi ACP, perdere il controllo dei propri servizi pubblici, e invito la signora commissario a fornirci chiare assicurazioni su questi temi.

Il quarto punto, cui si è già accennato, è la necessità di tutelare la sicurezza alimentare. Ciò non significa solamente mettere a punto adeguate misure di salvaguardia, ma anche consentire ai nostri partner di sostenere le proprie esportazioni per mantenersi competitivi sui mercati globali. So che nella regione della Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe si sono registrati in questo senso sviluppi positivi; la Commissione è disposta a proporre misure analoghe in altre regioni?

L’ultimo punto è che, come sappiamo, la riqualificazione delle economie degli Stati ACP richiederà un fortissimo impegno finanziario da parte dell’Unione europea, sia per proteggere le industrie nascenti dagli effetti negativi della liberalizzazione, sia per stimolare la competitività delle economie dei nostri partner. Purtroppo, contrariamente alle ripetute raccomandazioni del nostro gruppo politico, la principale fonte di finanziamento per gli APE sarà il Fondo europeo di sviluppo; sappiamo che, in passato, la Commissione non si è certo distinta per il modo in cui ha utilizzato questi fondi, e devo perciò sottolineare quanto sia importante utilizzarli rapidamente, in armonia con le priorità dei nostri partner.

Infine, signora Commissario, le ricordo che da tali accordi dipende l’immagine che l’Unione europea darà al resto del mondo, e in particolare ai paesi più poveri del mondo.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. ROURE
Vicepresidente

 
  
MPphoto
 

  Glyn Ford, autore. (EN) Signora Presidente, in primo luogo vorrei scusarmi con la signora commissario e i miei colleghi relatori per non aver partecipato alla prima parte del dibattito, fino a circa cinque minuti fa; ho avuto un contrattempo e sono riuscito a giungere in Aula solo all’ultimo momento. Spero quindi che il mio intervento non sia unicamente una ripetizione – almeno non troppo – di quanto altri colleghi hanno già detto; chiedo quindi ai colleghi di tener conto delle mie scuse e di essere indulgenti.

In realtà, intervengo su due temi distinti: da un lato come relatore per l’accordo interinale di partenariato economico con il Pacifico, e dall’altro come relatore ombra, a nome del gruppo socialista, per il partenariato economico interinale con l’Africa orientale e meridionale.

Il dibattito di questa sera, nel suo complesso, non trae origine da alcuna decisione con cui la Commissione europea o l’Unione europea abbiano espresso la volontà di stabilire rapporti commerciali di nuovo tipo con i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, bensì dalla decisione con cui – dieci anni fa o forse ormai anche di più – l’Organizzazione mondiale del commercio stabilì che noi stavamo attuando una illecita discriminazione a favore di alcuni paesi in via di sviluppo e a scapito di altri. Alcuni hanno affermato che questi accordi dovrebbero mirare essenzialmente allo sviluppo – prospettiva che anch’io caldeggio vivamente – ma dobbiamo altresì ricordare che uno dei requisiti di fondo è quello di rendere compatibili con le norme OMC gli accordi che stipuliamo con questi paesi; questo è anzi il nostro primo dovere.

Oltre alla questione della compatibilità con le norme OMC, dobbiamo fare ogni sforzo per cercare di migliorare la situazione dei vari blocchi regionali, risolvendo gli specifici problemi che li affliggono. Nel Pacifico, area per la quale sono relatore, abbiamo una serie di 14 (più uno, se si include Timor orientale) piccolissimi Stati nazionali. Uno di questi è anzi il paese più piccolo del mondo, la cui popolazione è esattamente un milionesimo di quella della Cina: Nauru. Ma in realtà anche i più grandi di questi paesi sono relativamente piccoli, e quando chiediamo loro di soddisfare richieste e requisiti dobbiamo tener conto delle loro dimensioni; dobbiamo garantire adeguati periodi di transizione per le piccole e medie imprese, perché in realtà – a parte alcune imprese minerarie in Papua Nuova Guinea – in quei paesi esistono solo piccole e medie imprese. Dobbiamo adoperarci con tutti i nostri mezzi a favore del commercio regionale, tenendo conto in particolare del legame speciale che unisce i paesi del Pacifico all’Australia e alla Nuova Zelanda.

Solo due di questi 14 paesi hanno effettivamente firmato l’accordo interinale. Tuttavia, da quanto ho appreso nel corso della mia visita a Port Moresby in occasione dell’ultima riunione ACP, altri paesi del Pacifico sarebbero propensi a firmare un accordo definitivo, se tale accordo soddisfacesse le loro esigenze. Proprio per tale motivo, da parte mia, sono favorevole all’accordo interinale; questo è infatti il messaggio che mi è giunto dai governi di Papua Nuova Guinea e delle isole Figi. L’accordo non li entusiasma particolarmente – vorrebbero rinegoziare alcuni punti – ma ritengono che la risposta più adatta sia quella di firmare e accettare un accordo interinale destinato poi a sfociare in un accordo definitivo più favorevole allo sviluppo, e tale da consentire l’effettiva adesione di un maggior numero di paesi del Pacifico.

Dobbiamo inoltre considerare una serie di problemi specifici che riguardano in particolare Papua Nuova Guinea, le isole Figi e altri paesi del Pacifico, ma che potrebbero interessare anche altri di questi accordi. Occorre pensare a negoziati sui diritti di proprietà intellettuale estesi non solo ai prodotti tecnologici occidentali, ma anche ai saperi tradizionali. Dobbiamo garantire la trasparenza negli appalti pubblici, con un grado di apertura ai contratti europei che corrisponda in maniera adeguata alle esigenze degli Stati nazionali del Pacifico; nel caso del Pacifico dobbiamo poi pensare soprattutto a visti per motivi di lavoro, validi per periodi di 24 mesi almeno, che consentano ai cittadini delle isole del Pacifico di lavorare nell’Unione europea – probabilmente non in posizioni particolarmente elevate ma come badanti o in professioni analoghe.

Posso osservare, per quanto riguarda l’Africa orientale e meridionale, che molti di questi punti valgono anche per quella regione? Rivolgo un ringraziamento particolare all’onorevole Caspary che ha collaborato con me su questo tema, e per il Pacifico permettetemi di citare l’operato dell’onorevole Audy.

Nel caso dell’Africa orientale e meridionale dobbiamo però riservare un’attenzione particolare ai problemi del buon governo, e questo include lo Zimbabwe. Non ho nulla da obiettare a un accordo interinale, ma penso che per il Parlamento sarebbe difficile accettare un accordo definitivo, almeno in mancanza di una chiara road map che preveda, per lo Zimbabwe, l’avvento di un vero regime democratico che riesca a togliere quel paese dalle difficoltà in cui attualmente si dibatte.

Per quanto riguarda l’Africa orientale e meridionale desidero fare un’ultima osservazione, dopo aver espresso la mia approvazione per la relazione dell’onorevole Caspary, integrata da alcuni emendamenti già presentati; vorrei cioè ricordare la situazione dell’arcipelago Chagos. Essa rientra nel nostro dibattito poiché io ho presentato un emendamento, che è stato accettato. Di solito, per accordi di questo tipo, noi consultiamo i paesi e i territori vicini, e l’arcipelago Chagos si trova proprio nel mezzo di questa regione: Seychelles-Mauritius-Madagascar. I suoi abitanti si sono attualmente rifugiati alle Seychelles, e mi auguro che riusciremo a consultarli – prima dell’eventuale conclusione di un accordo definitivo – in merito all’impatto che ne potrebbe derivare, per loro e per il territorio, qualora essi ottenessero il diritto di tornare in patria.

 
  
MPphoto
 

  Jan Kohout, presidente in carica del Consiglio. – (CS) Signora Presidente, signora Commissario, onorevoli deputati, desidero in primo luogo ringraziare il Parlamento, che mi ha consentito di illustrare all’Assemblea, in un momento così importante, una questione di indubbia delicatezza come quella degli accordi di partenariato economico.

Vorrei anche esprimere il mio apprezzamento per il ruolo assai positivo svolto dal Parlamento nel corso dei negoziati, per mezzo dei dibattiti politici. Rivolgo alla commissione per il commercio internazionale e alla commissione per lo sviluppo una particolare parola di elogio per il loro instancabile operato, e un ringraziamento per il costante interesse dimostrato nelle discussioni.

Nel quadro del Consiglio “Affari generali e relazioni esterne”, gli APE hanno sempre costituito un’importante priorità per i ministri per lo Sviluppo. Da alcuni anni a questa parte, quasi tutte le riunioni di questi ministri prevedono anche colloqui con la Commissione, concernenti l’attuazione del mandato del Consiglio sugli APE, e quest’attività ha spesso portato all’adozione di conclusioni. In gennaio, quando la presidenza ceca ha presentato il proprio programma al Parlamento, abbiamo rilevato che ci aspettava un periodo cruciale e abbiamo promesso che avremmo cercato in ogni modo di ottenere ulteriori progressi; abbiamo colto l’occasione per rispondere a un gran numero di domande differenti e abbiamo affrontato, senza risparmiare gli sforzi, un ventaglio di problemi diversi. Rimaniamo convinti che la cooperazione e il dialogo costruttivo tra le Istituzioni costituiscano il metodo migliore per ideare e articolare le politiche più corrette.

Sia i paesi sviluppati che quelli in via di sviluppo si trovano di fronte a una crisi economica e finanziaria senza precedenti, che attanaglia il mondo intero. Se si chiede ai paesi in via di sviluppo in che modo la crisi abbia colpito le loro economie, essi rispondono che si è verificata una contrazione degli scambi che ha rallentato la crescita economica, indebolito la produzione e aumentato la disoccupazione. La contrazione degli scambi e la perdita di mercati d’esportazione conquistati dopo molti anni di duri sforzi costituiscono un colpo gravissimo per le economie dei paesi in via di sviluppo, oltre che per le condizioni di vita e il benessere dei loro abitanti.

In tali circostanze, nel quadro della nostra reazione alla crisi economica globale dobbiamo cogliere ogni occasione per far sì che gli scambi divengano la forza motrice dello sviluppo sostenibile: gli APE servono appunto a questo scopo. Attuando una graduale integrazione regionale, essi spalancano nuove opportunità al commercio regionale, e consentono un accesso più vasto – in esenzione di dazi e di contingenti – ai nostri ampi mercati; diviene così possibile incrementare il volume degli scambi con l’Unione europea. Gli APE operano così in modo conforme alle normative dell’OMC. Quest’importante aspetto giuridico distingue gli APE dalle precedenti preferenze commerciali applicate nel quadro della Convenzione di Cotonou, che danneggiavano gli scambi tra i paesi ACP e l’Unione europea, causando una notevole incertezza.

L’incertezza è il contrario della fiducia; l’incertezza tiene lontani gli investimenti, mentre la fiducia li attrae. Come tutti sappiamo, dopo l’inizio dell’attuale crisi nei paesi in via di sviluppo si è registrata una brusca diminuzione degli investimenti. Nell’incertezza diffusa oggi a livello globale, gli APE possono fornire una dose di fiducia e certezza giuridica che stimolerà il rinnovamento economico; questi accordi non sono certo una panacea, ma rappresentano comunque uno strumento valido, che si può utilizzare in combinazione con altri strumenti.

Negli ultimi mesi è stata pubblicata una serie di relazioni vincolanti, che illustrano in qual modo la crisi economica può impedire, in molte regioni, di realizzare gli obiettivi di sviluppo del Millennio; è una circostanza che deve destare la nostra inquietudine. Per stimolare lo sviluppo, gli APE sfruttano tutta la flessibilità concessa dalle norme OMC; garantiscono ai nostri partner dei paesi ACP l’apertura immediata e asimmetrica dei mercati con lunghi periodi di transizione, esenzioni e regolare monitoraggio; comportano anche l’impegno a effettuare riforme politiche. Inoltre, l’Unione europea ha promesso di non lasciare i propri partner ad affrontare questa sfida da soli; per l’attuazione di questi accordi stiamo fornendo pure un sostegno finanziario mirato in maniera specifica.

Sono felice di constatare il rinnovato interesse manifestato negli ultimi tempi, sia dall’Unione europea sia dai paesi ACP, per l’intensificazione del dialogo sugli APE. Colgo l’occasione per ringraziare il commissario, signora Ashton, per il suo operato e anche per la sensibilità e l’impegno con cui ha saputo ascoltare le ragioni dei nostri partner dei paesi ACP. Da quando la signora commissario ha illustrato al Parlamento, nell’ottobre dell’anno scorso, e al Consiglio, in novembre, l’approccio con cui intende affrontare il problema degli APE, i contatti con le nostre controparti politiche nelle varie regioni ACP si sono intensificati; i negoziati con varie regioni registrano ora significativi progressi. Ogni regione ha le sue caratteristiche e procede al proprio ritmo. Nei prossimi mesi, sulla base di tutti i negoziati in corso, dovremmo riuscire a delineare un quadro più preciso.

Sono convinto che il Parlamento europeo sosterrà gli APE stipulati con gli Stati del Cariforum, nonché l’APE interinale con la Costa d’Avorio; ciò costituirà un segnale incoraggiante per tutti i paesi ACP, dimostrando loro che una paziente gestione dei negoziati frutta risultati accettabili e vantaggiosi per entrambe le parti. Avremo anche la prova che il partenariato ACP-UE è in grado di rispondere alle nuove sfide di natura giuridica, economica o politica. In questo periodo di inquieta incertezza ogni nuovo accordo internazionale rafforza il partenariato e rappresenta una nuova speranza per il futuro; la firma degli accordi invierebbe un significativo messaggio politico, e forse potrebbe recare un contributo alle imminenti riunioni dei due organismi congiunti ACP-UE: l’Assemblea parlamentare paritetica che si riunirà all’inizio di aprile a Praga e il Consiglio dei ministri congiunto, che si riunirà a fine maggio a Bruxelles.

L’Unione europea deve continuare a sostenere i propri partner, termine con cui alludo non solo alla regione del Cariforum – che ha indicato la via agli altri firmando il primo APE globale – ma anche quei paesi e regioni che hanno mosso i primi passi su questa strada, e che ora dobbiamo incoraggiare a proseguire. Tra questi paesi ricordo la Costa d’Avorio, il cui APE interinale attende ancora l’approvazione del vostro Parlamento; altri APE sono in preparazione. La Commissione sta lavorando intensamente per creare condizioni che permettano ai paesi partner di riunirsi e tracciare la strada per giungere ad accordi regionali globali. Il Consiglio ribadisce costantemente – rivolgendosi alla Commissione e ai partner – che questi accordi rappresentano uno strumento per lo sviluppo e che i vantaggi, che allo sviluppo ne derivano, si possono sfruttare pienamente solo per mezzo di accordi regionali globali.

Il contesto generale, politico ed economico nel quale il Parlamento è stato invitato ad approvare gli APE per la regione del Cariforum, nonché l’APE interinale con la Costa d’Avorio sono importanti, ma il Parlamento ha comunque chiesto al Consiglio e alla Commissione una serie di spiegazioni concrete. Tale passo costituisce una fase legittima e importante del processo in corso, e da parte mia sto cercando di rispondere nella maniera più esauriente possibile alle interrogazioni che rientrano nella mia area di responsabilità. So che sono state presentate anche altre interrogazioni, cui è pronta a rispondere il commissario, signora Ashton. Vorrei iniziare affrontando alcune delle questioni che sono state menzionate.

Tra le altre cose, avete chiesto se, quando e in che misura verranno effettuate revisioni degli APE conclusi con gli Stati del Cariforum; sia il Consiglio sia il gruppo ACP condividono pienamente le preoccupazioni sorte in merito. Posso confermare che revisioni complessive degli APE verranno effettuate entro un periodo massimo di cinque anni a partire dalla firma degli accordi stessi, avvenuta nell’ottobre dell’anno scorso. Tali revisioni andranno ovviamente ad aggiungersi al normale monitoraggio sull’attuazione degli accordi stessi, previsto dall’articolo 5. Ai sensi degli accordi le revisioni sono obbligatorie e rientrano fra i compiti degli organismi congiunti, tra cui le commissioni parlamentari e consultive. Le revisioni comprenderanno pure valutazioni d’impatto, che terranno conto dei costi e delle conseguenze dell’attuazione degli accordi. Qualora un APE venga modificato, o vengano modificate le sue modalità di attuazione, resta garantito il coinvolgimento dei parlamenti, in base alle leggi dei firmatari degli APE oppure nel quadro di commissioni parlamentari istituite ai sensi degli stessi APE .

Il secondo problema che ha destato l’interesse del Parlamento riguarda le misure finanziarie di accompagnamento richieste dalle regioni ACP, e in particolar modo l’impegno a sostenere il commercio. Come sapete, nell’ottobre 2007 sia la Comunità europea sia gli Stati membri si sono impegnati a incrementare l’assistenza nel settore commerciale fino a raggiungere, entro il 2010, la cifra di un miliardo di euro nel quadro della strategia dell’Unione europea per l’assistenza al commercio. Quasi il 50 per cento dell’importo così aumentato verrà messo a disposizione delle esigenze indicate come prioritarie dagli stessi paesi ACP, comprese le esigenze derivanti dall’attuazione degli APE. Tutti gli impegni presi dagli Stati membri per il sostegno agli scambi vanno ad aggiungersi all’assistenza fornita dal Fondo europeo per lo sviluppo, e tutti i nostri impegni restano immutati.

In terzo luogo, desidero rassicurare il Parlamento in merito all’importante problema dell’accesso ai farmaci. In questo caso sono in grado di annunciare, in maniera inequivocabile, che nessuno degli articoli contenuti negli accordi può intaccare la possibilità, per i paesi del Cariforum, di sostenere l’accesso ai farmaci; non è possibile svolgere in questa sede un’analisi giuridica dettagliata, ma dal punto di vista politico posso garantirvi, ancora una volta, che questi accordi non comportano assolutamente tale intenzione .

Quanto poi al progressivo processo di integrazione che si registra negli Stati del Cariforum, la vostra attenzione si è naturalmente soffermata sulla compatibilità fra questi accordi e altri programmi regionali, come il mercato unico e lo spazio economico del Caricom. Oltre a sostenere lo sviluppo e ad agevolare l’integrazione dei paesi ACP nell’economia mondiale, gli APE si prefiggono precisamente lo scopo di sostenere l’integrazione regionale.

L’articolo 4 dell’APE afferma chiaramente che l’accordo, nella sua attuazione, terrà debito conto dei processi di integrazione in corso negli Stati del Cariforum, tra cui il mercato unico e lo spazio economico del Caricom. Si presterà particolare attenzione al rafforzamento dei programmi di integrazione regionale, cui verrà garantito un futuro sostenibile. Nel corso dei negoziati gli Stati del Cariforum hanno già dato garanzie che tutti gli obblighi derivanti dagli APE rimarranno pienamente compatibili con gli obblighi regionali assunti dagli Stati caraibici nel quadro dei loro relativi programmi di integrazione regionale.

La compatibilità tra l’APE e i processi di integrazione regionale è però importante anche per tutte le altre regioni che oggi stanno negoziando APE globali. Possiamo fare l’esempio dell’APE globale riguardante le economie dell’Africa occidentale: un APE globale di livello regionale rafforzerebbe l’integrazione regionale, stimolerebbe la competitività e contribuirebbe allo sviluppo della regione. Il processo negoziale, di per sé, ha già contribuito a intensificare gli sforzi di integrazione regionale, dal momento che l’istituzione di un tariffario esterno comune per la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale viene considerata un prerequisito essenziale per concludere i negoziati per gli APE. Lo stesso si può dire per altre regioni, tenendo il dovuto conto delle loro specifiche esigenze e dei relativi processi di integrazione.

L’integrazione regionale riceverà un indubbio potenziamento allorché tutte le regioni firmeranno accordi globali commisurati alle proprie specifiche esigenze. Il Parlamento ha ripetutamente invocato un approccio flessibile per la transizione dagli accordi interinali a quelli globali; nel presente contesto posso unicamente confermare che il Consiglio condivide quest’opinione e ribadisce l’esigenza di un approccio flessibile. Nel maggio dello scorso anno, constatando che nell’ambito dei negoziati parecchie spinose questioni rimanevano irrisolte, abbiamo invitato la Commissione a utilizzare tutte le forme di flessibilità e asimmetria compatibili con le norme OMC, per adeguarsi alle varie esigenze e ai differenti livelli di sviluppo dei paesi e delle regioni ACP. Abbiamo però adottato anche altre misure: il Consiglio ha dichiarato che i paesi e le regioni ACP, se lo desiderano, possono scostarsi – ove necessario – dai provvedimenti accettati da altri paesi o regioni nel corso dei negoziati APE.

Soprattutto nei paesi africani, c’è la chiara esigenza di mantenere la coesione tra i singoli APE; ma in ogni caso, ciascuna regione ha le proprie caratteristiche specifiche di cui bisogna tener conto, e l’APE firmato con gli Stati del Cariforum offre un esempio, ma certo non un modello rigido e obbligato.

Confido che le spiegazioni da me offerte su questi punti specifici siano servite a chiarirli e a dare qualche garanzia in merito ad alcune delle interrogazioni presentate in Parlamento. Sono convinto che la signora commissario, la quale – insieme ai suoi colleghi – ha condotto direttamente i negoziati su tali problemi con i rappresentanti politici degli Stati del Cariforum e di altre regioni ACP, sarà pronta a trattare numerosi altri punti in maniera più dettagliata.

In questo momento, nel marzo 2009, mentre stiamo subendo il più grave terremoto economico da una generazione a questa parte, vorrei sottolineare quanto sia importante, per noi tutti, apprezzare i risultati positivi raggiunti in questo settore politico. In un momento in cui gli scambi diminuiscono e in quest’area si adottano misure protezionistiche sempre più rigide, in un momento in cui, in alcune regioni, i progressi fatti verso la realizzazione degli obiettivi di sviluppo del Millennio minacciano di svanire, l’approvazione, da parte del Parlamento europeo, dell’APE concluso con gli Stati del Cariforum e dell’APE interinale con la Costa d’Avorio invierà un segnale positivo, a favore dell’integrazione regionale e di un’intensificazione degli scambi che a sua volta stimolerà lo sviluppo. Dobbiamo reagire alla crisi attuale allacciando ulteriori partenariati, non limitandoli. Il Parlamento europeo, confermando l’APE concluso con gli Stati del Cariforum, farà brillare un incoraggiante raggio di speranza anche su altre regioni, per le quali i negoziati sono giunti a una fase avanzata e che hanno a loro volta bisogno di quel senso di fiducia e di saldo partenariato che solo da questi accordi può scaturire.

 
  
MPphoto
 

  Catherine Ashton, membro della Commissione. (EN) Signora Presidente, è per me un grande piacere rivolgermi all’Assemblea plenaria del Parlamento europeo per affrontare un problema che, come ha notato l’onorevole Martin, riveste fondamentale importanza per le relazioni tra l’Unione europea e i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP).

Prima di proseguire, desidero chiarire in maniera inequivocabile un aspetto: non ho assolutamente il minimo interesse a negoziare con i paesi ACP accordi tali da aggravare la povertà di questi stessi paesi. Mi rendo conto che si tratta di una dichiarazione ovvia, ma la mia esperienza mi suggerisce di farla mettere chiaramente a verbale, poiché non posso essere sicura che essa sia stata generalmente compresa. Onorevoli deputati, quando in seguito vi accingerete a votare, mi auguro che il vostro voto si basi sull’esito del nostro dibattito odierno e sulla forza delle argomentazioni portate in questa sede, piuttosto che su idee preconcette in voi già sedimentate.

L’odierna sessione plenaria rappresenta, a mio giudizio, un importante passo in avanti per gli accordi di partenariato economico (APE). Vi si chiede di approvare l’APE completo per i Caraibi e l’APE interinale con la Costa d’Avorio; avete presentato ben otto serie di proposte di risoluzione e interrogazioni orali che riflettono, mi sembra, l’appassionata partecipazione e la serietà delle opinioni maturate dal Parlamento sulla questione degli APE. Desidero rendere omaggio – e mettere a verbale il mio omaggio – agli instancabili sforzi che la commissione per il commercio internazionale e la commissione per lo sviluppo hanno dedicato al dibattito su questo tema.

Nel corso dei mesi ho ascoltato con attenzione le opinioni formulate in materia, e ora mi propongo di propugnare la causa degli APE e di sfatare i miti che li avvolgono, per consentire a ciascun deputato di esprimere, quando sarà il momento, un voto informato. A mio parere quelli che stiamo esaminando sono accordi validi, preziosi per sostenere lo sviluppo economico e l’integrazione nei paesi ACP, oltre che per garantire la stabilità in questo periodo di turbolenze economiche; si tratta di accordi di partenariato fondati sul comune obiettivo dello sviluppo, che mettono il commercio al servizio di tale obiettivo e non viceversa. Ma soprattutto, si tratta di accordi che offrono agli Stati ACP l’opportunità di strappare i propri cittadini alla povertà grazie alla dignità del proprio lavoro e al valore delle proprie idee.

C’è la sensazione che, con gli APE, l’Unione europea voglia rompere con il passato, cercando di ridefinire unilateralmente il partenariato UE-ACP. E’ vero, naturalmente, che gli APE sono ben diversi dalle Convenzioni di Lomé e Cotonou, in cui per trent’anni si sono concretate le relazioni dell’Unione europea con i paesi ACP; ma le preferenze unilaterali previste da quelle Convenzioni prestavano il fianco alle accuse di altri paesi in via di sviluppo in sede di Organizzazione mondiale del commercio. Ci siamo perciò trovati di fronte a un dilemma: come tutelare le esigenze di sviluppo dei paesi ACP, rispettando contemporaneamente le norme internazionali e – aggiungo – i nostri obblighi morali.

La risposta è stata duplice: da un lato “tutto tranne le armi” per i paesi meno sviluppati, e dall’altro gli accordi di partenariato economico per i paesi in via sviluppo delle regioni ACP. Il filo rosso che ci riallaccia alla prima Convenzione di Lomé è il commercio: il commercio è sempre stato il fattore caratterizzante delle relazioni UE-ACP, e se nel primo periodo di Lomé tutto si limitava a preferenze commerciali unilaterali per merci e materie prime, oggi – nel ventunesimo secolo – siamo passati a scambi ben più diversificati di prodotti finiti, servizi e anche idee.

Gli APE garantiscono ai paesi ACP le migliori condizioni di sempre per l’accesso ai mercati dell’Unione europea e sono la continuazione del nostro impegno a fornire opportunità di sviluppo economico. L’integrazione regionale entro i mercati ACP e fra di essi ha costituito a sua volta un obiettivo di questo processo; si tratta inoltre, comprensibilmente, di un punto che ha suscitato viva attenzione nel quadro delle interrogazioni orali. Le dimensioni sono un fattore la cui importanza si è accentuata a causa del carattere globale della nostra economia: è una lezione che, nell’Unione europea, abbiamo già imparato. Semplificando le normative commerciali e sostituendo il labirintico groviglio degli accordi bilaterali con un limitato numero di relazioni commerciali da regione a regione, i paesi ACP possono formare mercati regionali più vasti e più invitanti per quegli investimenti di cui i mercati in via di sviluppo hanno bisogno, per creare crescita e occupazione.

Gli accordi sono naturalmente un processo articolato in due fasi: dapprima accordi interinali che ci consentono di non esporci a sfide in sede OMC e ci offrono uno spazio di manovra per la seconda fase, ossia la negoziazione di APE completi. Prima del dicembre 2007, limite di tempo per gli APE interinali, si è registrato un apparente ribollire di preoccupazioni nei paesi ACP, ma vorrei rassicurare il Parlamento: questi accordi interinali rappresentano soltanto una soluzione temporanea mirante a salvaguardare e perfezionare l’accesso dei paesi ACP ai mercati dell’Unione europea.

Ho ereditato questo dossier quando i negoziati erano giunti a una fase avanzata. Da allora ho incontrato numerosissimi ministri e rappresentanti dei paesi ACP, nonché altri soggetti interessati al processo APE. Li ho incontrati e li ho ascoltati e una cosa è chiara: tutti considerano lo sviluppo dei paesi ACP come il punto focale degli APE. Se volete, gli APE sono il luogo in cui commercio e sviluppo si incontrano: ciò significa che lo sviluppo deve costituire la base delle nostre relazioni commerciali basate su un dialogo franco e aperto.

Sono fermamente convinta che questi partenariati avranno successo solo se riusciranno a radicarsi in un terreno di relazioni durature, fecondato dal rispetto e dalla fiducia reciproci. La prova del fuoco di questo partenariato sarà la possibilità di individuare, per noi e per i nostri partner dei paesi ACP, una visione comune del futuro. Nell’Africa meridionale scorgo una regione per cui gli APE sono stati in un primo tempo la fonte di un conflitto che poi si è trasformato in dialogo, e nella quale siamo riusciti a risolvere problemi che destavano gravi preoccupazioni come le imposte sulle esportazioni, la protezione di un’industria nascente e la sicurezza alimentare. Nei Caraibi scorgo una regione che ha chiaramente definito la propria ambizione di creare un’economia basata sulle innovazioni. Nell’Africa occidentale vedo invece profilarsi il punto di accesso a un mercato regionale emergente che molti ritenevano impossibile, mentre nell’Africa orientale vedo formarsi un’unione doganale, che non esisteva nel momento in cui i negoziati sono iniziati e che ora invece sta creando un APE intorno ai propri piani di integrazione. Tutto questo mi sembra l’inizio di un partenariato di successo.

Spingendo lo sguardo in avanti, ritengo che i negoziati per gli APE completi dovranno configurarsi come un processo in cui ciascun negoziato rifletta e rispetti la specificità regionale delle parti che stipuleranno l’accordo: un processo flessibile. In altre parole, bisogna considerare sia il contenuto – in quanto l’APE deve funzionare a favore dei firmatari – sia il ritmo dei negoziati; ancora, gli APE devono essere dinamici e non statici, devono essere in grado di prevedere gli eventi futuri e di tener conto della varietà degli interessi e delle esigenze regionali. In tale processo, la Commissione continuerà sicuramente a informare e coinvolgere il Parlamento europeo in piena trasparenza.

Dobbiamo essere ambiziosi, ma non dobbiamo imporre il dialogo: per tale motivo temi come quello degli appalti pubblici sono già stati eliminati da alcuni negoziati, mentre le questioni di Singapore sono state incluse solo nei casi in cui i paesi interessati le accettano e le desiderano. Garantiremo inoltre il tempo e il sostegno necessari per varare norme regionali e nazionali che costituiscano il prerequisito di ulteriori negoziati, e a tal proposito gli “aiuti al commercio” e l’assistenza tecnica costituiranno un elemento cruciale. Posso garantire che non vi sarà alcuna apertura dei servizi pubblici, né pressioni per giungere a privatizzazioni. Ai paesi ACP verrà esplicitamente riconosciuto il diritto di regolamentare i propri mercati e non sarà posta limitazione alcuna all’accesso ai farmaci essenziali e alla raccolta di sementi. In questi settori desideriamo potenziare i diritti e le capacità dei paesi ACP.

A tutto questo si sovrappone il nostro impegno di consentire alle regioni ACP di attingere ai provvedimenti stipulati nell’ambito di altri APE, in modo che ciascuna regione possa progredire sicura nella consapevolezza di non subire svantaggi. La Costa d’Avorio quindi potrà chiedere e ottenere qualsiasi elemento importante che rientri nei negoziati e nelle discussioni della SADC o di qualsiasi altra regione. E’ un aspetto essenziale di quella flessibilità che mi avete chiesto di garantire e di un passo in avanti indispensabile per far sì che gli APE possano sostituire un regime commerciale esteso a tutti i paesi ACP con un sistema che faccia invece corrispondere soluzioni regionali a esigenze regionali senza però intaccare la solidarietà nell’ambito della regione ACP.

La crisi attuale ha messo in luce l’opportunità di varare APE dinamici anziché statici. Avevamo avviato i negoziati APE in un periodo in cui investimenti e scambi di beni e servizi conoscevano un incremento senza precedenti, e anche i prezzi delle merci erano in crescita. Pochi prevedevano che nel giro di qualche anno l’economia globale sarebbe sprofondata nella recessione, e una brusca caduta dei prezzi si sarebbe accompagnata a un’estrema volatilità dei tassi di cambio e dei mercati, mentre la scarsità del credito avrebbe soffocato quel finanziamento degli scambi commerciali che è essenziale per esportatori e importatori.

Non ci serve un accordo rigido che diventerebbe inutile prima che l’inchiostro si asciughi sulla carta; abbiamo invece bisogno di un accordo che stabilisca una relazione in cui le istituzioni, servendosi di un attento monitoraggio, possano individuare e risolvere i problemi già al loro profilarsi.

Il problema specifico, riguardante le banane, su cui mi ha interpellato l’onorevole Mann è compreso nell’APE interinale; in questo caso si prevede una garanzia di accesso esente da dazi e contingenti.

Con il progressivo emergere di questi problemi, dobbiamo prevedere misure di salvaguardia e clausole che permettano ai paesi ACP di far fronte a incrementi delle importazioni, pressioni sui prezzi alimentari e crisi fiscali: ossia clausole di revisione a tempo per punti specifici, clausole di revisione regolare e, come nel caso dell’APE per i Caraibi, uno specifico ruolo riservato al controllo e al monitoraggio parlamentari.

Per ritornare alle considerazioni da cui ho iniziato, al Parlamento europeo si offre oggi la storica opportunità di dare la propria approvazione ai primi esempi di una nuova generazione di accordi, tesi a tutelare la relazione speciale che ci lega ai paesi ACP; accordi fondati su un partenariato autentico e non sul paternalismo; che utilizzano il commercio come motore dello sviluppo; che promuovono e incoraggiano quell’integrazione regionale da cui i paesi ACP potranno trarre vantaggio per prosperare in un mondo globalizzato; che sono flessibili nei contenuti, rispettosi della tradizione e costituiscono la più recente manifestazione di questo antico rapporto commerciale basato sul rispetto per gli Stati sovrani. In breve, questi accordi rappresentano il futuro, e per tale motivo mi auguro, onorevoli deputati, che vorrete approvarli.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. SIWIEC
Vicepresidente

 
  
MPphoto
 

  Robert Sturdy, autore. (EN) Signor Presidente, mi scuso per il ritardo e ringrazio i servizi per avermi re-inserito in cima all’ordine del giorno. Commissario Ashton, lei ha già anticipato la maggior parte delle cose che volevo dire, pertanto ne ripeterò solo alcune per l’Aula.

Gli accordi interinali sono accordi positivi, volti a evitare una perturbazione degli scambi commerciali con i paesi ACP e a promuoverne una graduale integrazione. Questi accordi forniscono ai paesi di Africa, Caraibi e Pacifico l’opportunità di uscire dalla povertà per mezzo del commercio e ritengo che il loro riconoscimento implichi una serie di questioni spinose: i servizi e le norme in materia di origine della nazione più favorita, che in diverse occasioni sono stati portati alla mia attenzione. Dovrete rivedere questi punti e mi scuso se ho mancato di segnalarlo in precedenza.

La procedura del parere conforme per i paesi Cariforum e per la Costa d’Avorio è fondamentale per realizzare il potenziale di tali riforme. L’approvazione della firma di tali accordi permetterà i procedimenti di negoziazione formale e fornirà la validità giuridica essenziale per tutelare i mercati ACP e assicurare un ambiente più stabile. Per quanto attiene alle risoluzioni sul Cariforum – l’unico accordo di partenariato economico (APE) completo – invito gli onorevoli deputati a sostenere il testo originale della commissione per il commercio internazionale, in quanto stabilisce un commercio e un approccio allo sviluppo più bilanciati e mira a sostenere alcune misure di compromesso proposte dal relatore. A mio parere tali risoluzioni sottolineano le opportunità e le sfide che le parti coinvolte nella negoziazione dovranno affrontare in una fase fondamentale affinché il Parlamento possa verificare la situazione e approvare i rapporti con i paesi ACP.

Signora Commissario, all’inizio ha accennato all’importanza del commercio. Sono assolutamente d’accordo con lei. Abbiamo anche detto che ci troviamo in una situazione finanziaria particolarmente difficile. Credo che questo sia un punto che ha preso a cuore e su cui sta lavorando molto duramente. Desidero congratularmi per come ha gestito la situazione. Continui così!

Ci troviamo in una fase difficile e il commercio sarà l’unica possibilità non solo per questi paesi, ma anche per il resto del mondo. E’ estremamente importante. Grazie per come siete cambiati. In questo periodo difficile siete già a metà strada. Congratulazioni e, ancora una volta, continuate così.

 
  
MPphoto
 

  Jürgen Schröder, relatore per parere della commissione per lo sviluppo. – (DE) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, desidero anch’io ringraziare il commissario Ashton per le parole che ci ha rivolto e che dovremmo sicuramente tenere a mente molto a lungo.

Alcune settimane fa ho partecipato all’ultimo vertice regionale ACP in Guyana. L’opinione prevalente tra i miei colleghi dei paesi caraibici era che è giunta l’ora di guardare al futuro, di smettere di piangere sul latte versato e di attuare risolutamente gli accordi di partenariato economico.

Per garantire la corretta attuazione di tali accordi, è fondamentale che i parlamenti controllino il processo per mezzo dei rispettivi esami parlamentari. Solo se i parlamenti sono in grado di verificare se il nuovo sistema di norme può raggiungere i risultati per cui è stato creato, gli accordi di partenariato economico potranno fungere da forza propulsiva per lo sviluppo. Quando i parlamenti assumeranno questa funzione di supervisione potremo garantire che gli aiuti finanziari raggiungano le aree in cui sono necessari. Il medesimo discorso vale sia per i parlamenti nazionali dei paesi caraibici sia per il Parlamento europeo.

Tutte le risoluzioni in esame concernenti gli accordi di partenariato economico, contengono paragrafi che toccano la questione del controllo da parte dei parlamenti; tali riferimenti non sono tuttavia coerenti. Il testo contenuto nella risoluzione relativa all’accordo di partenariato economico con la Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe rappresenta un buon compromesso. Assicura che le commissioni del Parlamento europeo per il commercio internazionale e per lo sviluppo, nonché la commissione parlamentare congiunta ACP-UE, siano coinvolte nel processo. Quantunque io consideri tale compromesso positivo, assieme al mio collega, l’onorevole Sturdy, abbiamo previsto una serie di emendamenti volti a standardizzare i paragrafi in questione in tutte le risoluzioni sugli accordi di partenariato economico. Apprezzerei moltissimo il vostro sostegno a tale iniziativa.

 
  
MPphoto
 

  Johan Van Hecke, relatore per parere della commissione per lo sviluppo. (EN) Signor Presidente, in qualità di relatore per parere della commissione per lo sviluppo sull’accordo di partenariato economico interinale con la Costa d’Avorio, desidero ringraziare l’onorevole Mann per aver preso in considerazione alcune delle questioni sollevate in seno alla commissione, come l’urgente necessità della Costa d’Avorio di un governo democraticamente eletto e di ricevere una quota appropriata dell’assistenza comunitaria in materia di commercio.

Più genericamente, mi compiaccio che sia la commissione per il commercio internazionale sia la commissione per lo sviluppo siano giunte a un compromesso sull’ente controllore volto a permettere all’assemblea parlamentare paritetica di svolgere il ruolo che le spetta in prima battuta.

E’ importate ricordare che questo APE rappresenta un primo passo ed è quindi solo una soluzione temporanea.

Per far sì che la liberalizzazione del commercio abbia un effetto positivo sostanziale sull’intera regione, è essenziale che la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale firmi un accordo di partenariato economico completo.

In tale contesto, la commissione per lo sviluppo invita il Parlamento a dare il proprio consenso, a condizione che la Costa d’Avorio ratifichi questo primo accordo.

 
  
MPphoto
 

  Alain Hutchinson, a nome del gruppo PSE.(FR) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, onorevoli colleghi, avevo scritto alcuni appunti, ma parlerò invece liberamente, in quanto molti punti sono già stati affrontati e non desidero ripetere quanto espresso dai miei colleghi.

Ci troviamo alla vigilia di un voto importante, estremamente importante, quasi storico, perché questa settimana saremo chiamati a esprimerci sui primi accordi di partenariato economico in questo Parlamento. Da anni trattiamo questo argomento, che è stato oggetto di numerose discussioni, spesso molto accesi, e non sempre è stato possibile trovare un accordo e nemmeno un consenso.

Oggi possiamo essere soddisfatti di come la situazione si sia sviluppata. I suoi resoconti, signora Commissario, e quelli della presidenza dimostrano un’evoluzione molto positiva in materia, soprattutto – bisogna riconoscerlo – dopo il suo arrivo.

Purtroppo, ed è questa la ragione della mia esitazione, alcuni di noi hanno ancora dubbi, interrogativi e timori in merito a questi APE.

Anzitutto constatiamo che a oggi vi è un solo accordo di partenariato economico completo; gli altri non hanno ancora raggiunto questo livello, ma sono allo stadio degli accordi interinali, mentre l’approccio fondamentale è stato mirare all’integrazione regionale. Uno solo di questi accordi risponde a tali criteri e anche in quel caso uno dei principali paesi della regione caraibica, Haiti, non ha firmato l’accordo, decisione molto significativa.

In secondo luogo, come avete segnalato, sul piano commerciale esistono delle relazioni storiche. Per molto tempo sono esistite rotte commerciali tra nord e sud, ma in che modo? Noi saccheggiamo tutte le ricchezze di qui luoghi. Certo, le nostre aziende estraggono a Kivu il coltan per venderlo al nord, ma questo comporta conseguenze disastrose per le popolazioni del sud nonché una suddivisione a dir poco iniqua.

Inoltre, bisogna considerare anche una politica di sviluppo applicata da quarant’anni nella quale noi europei ci sentiamo i più grandi sponsor del mondo, ma che oggi è fallita e deve essere ridiscussa. La maggior parte dei paesi più poveri del mondo se la passa male, esattamente come quarant’anni fa, se non peggio ancora e questo è il motivo dei nostri timori e delle nostre domande. Quali garanzie abbiamo in merito? Non ripeterò quanto detto dall’onorevole Arif, ma mi unisco a lui nel dirvi che vorremmo una dichiarazione, a nome della Commissione, sui punti chiaramente elencati dal collega. Desidero concludere il mio intervento parlando dei parlamenti nazionali.

Ci viene chiesto, in qualità di eurodeputati, di pronunciarci sugli accordi di partenariato economico le cui conseguenze, qualora questi venissero negoziati male, sarebbero drammatiche per le popolazioni del sud, non certo per noi. Se gli accordi di partenariato economico si riveleranno un fallimento, il rischio di un peggioramento nello stile di vita non sarà di certo per i cittadini europei, bensì per gli abitanti delle regioni del sud. In conclusione, signora Commissario, spero che non soltanto noi, ma anche i parlamenti nazionali dei paesi partner possano esprimere la loro opinione, in quanto essi rappresentano le popolazioni locali.

 
  
MPphoto
 

  Ignasi Guardans Cambó, a nome del gruppo ALDE.(ES) Signor Presidente, come già è stato detto, quella odierna è senz’altro una discussione importate, che è stata in effetti definita storica per la quantità di ore dedicate e per l’uso del dibattito politico che ne sta alla base.

Nella confusione che ha preceduto questa discussione e che, in qualche modo, la caratterizza – con tutto il rispetto per gli apporti della società civile, delle organizzazioni non governative e dei parlamenti nazionali coinvolti – credo sia importante capire come e perché siamo giunti a questo punto.

Dobbiamo capire che negoziare tali accordi di associazione con i paesi ACP non è stata una decisione politica adottata arbitrariamente dall’Unione europea, come se avesse diverse possibilità e avesse scelto questa invece di altre. Si tratta essenzialmente di una necessità giuridica, derivata dalle norme sulla legalità stabilite dal’Organizzazione mondiale del commercio.

E’ una necessità che deriva dalle circostanze che circondavano il precedente quadro giuridico sul commercio con i paesi ACP. E’ opportuno inoltre ricordare, qui e ora, che a condannare i rapporti dell’Unione europea con i paesi ACP sono stati proprio gli altri paesi in via di sviluppo che avevano avanzato legittime richieste di accesso ai nostri mercati, ma che, per il solo fatto di non essere ex-colonie di paesi oggi membri dell’Unione europea, erano stati esclusi.

Pertanto, l’Unione europea applicava – e per certi aspetti applica ancora – due pesi e due misure per le sue ex-colonie e per gli altri paesi con un livello di sviluppo simile ma senza il medesimo passato. Questa situazione si è resa insostenibile e gli stessi paesi si sono impegnati a sottolinearla in seno all’OMC.

Va inoltre ricordato che il sistema che ci apprestiamo a sostituire – in primo luogo la convenzione di Lomé nonché le intese sulla base degli accordi di Cotonou – non ha mai dato i risultati sperati. Non si può di certo affermare che il sistema di Cotonou sia stato completamente soddisfacente; se così fosse stato, il volume di scambi commerciali dell’Unione europea con questi paesi sarebbe stato più alto di quello attuale. Non illudiamoci quindi di sostituire un sistema efficiente perché non è così.

In base a quanto esposto, dovremmo considerare questi accordi di partenariato economico come un’enorme opportunità, in particolar modo per chi di noi crede che lo sviluppo e la crescita di questi paesi non possa dipendere solo da aiuti esterni. Mi riferisco, naturalmente, soprattutto ai paesi coinvolti negli accordi ma che non sono tra i meno sviluppati. Politicamente (e direi anche filosoficamente) parlando, dietro a questi accordi di partenariato vi è il concetto di proprietà, di controllo del proprio destino senza dipendere esclusivamente dagli aiuti esterni.

In linea di principio, il mio gruppo sostiene pienamente la negoziazione di tali accordi da parte della Commissione europea nonché la richiesta che questi siano completi, includendo non solo i beni, ma anche i servizi e nel rispetto delle regole di concorrenza , e vengano approvati nel loro insieme.

Un’altra questione da affrontare è, naturalmente, il modo in cui tali negoziati e le singole tematiche in discussione sono stati gestiti. A tale proposito faccio riferimento a quanto detto dai vari relatori in merito alle diverse aree perché, effettivamente, noi stiamo affrontando l’approccio generale, ma i singoli negoziati vengono in effetti gestiti separatamente.

Vi sono problemi in sospeso e preoccupazioni (la situazione delle regioni ultraperiferiche, ad esempio, che merita di essere analizzata a parte in seno al Cariforum), ma nell’insieme diamo pieno appoggio politico sia alla negoziazione in sé sia alla necessità che essa continui e che il Parlamento europeo la controlli in modo efficace.

Uno dei numerosi emendamenti che abbiamo presentato stabilisce che il controllo da parte del Parlamento deve essere condotto in maniera armonica e senza effettuare distinzioni tra i paesi interessati.

 
  
MPphoto
 

  Liam Aylward, a nome del gruppo UEN.(EN) Signor Presidente, plaudo a questa discussione, che offre l’opportunità di portare l’attenzione, ancora una volta, sulla necessità di includere e rispettare clausole sul lavoro infantile in tutti gli accordi commerciali dell’Unione europea.

Questa non è una dichiarazione di facciata a favore della lotta contro il lavoro minorile né intende prevedere sistemi di controllo temporanei o superficiali. Tutti gli Stati membri e un numero sempre crescente di altri paesi hanno sottoscritto le convenzioni dell’Ufficio internazionale del lavoro sull’età minima per l’accesso al mondo del lavoro e sull’eliminazione delle forme più marcate di lavoro minorile.

Negli accordi commerciali, nei sistemi di preferenze generalizzate e nelle politiche sugli appalti pubblici dobbiamo ora tener fede agli impegni presi assicurandoci che le aziende che operano in seno all’Unione non si avvalgano del lavoro minorile.

Questa condizione non è indirizzata solamente alla società madre o ai suoi più diretti fornitori: un’azienda al vertice della catena di approvvigionamento deve garantire che tutte le fasi della produzione, dirette o collegate, siano esenti da qualunque forma di lavoro minorile.

Oggi, nel mondo, viene sfruttato il lavoro di oltre 200 milioni di bambini, che si vedono negato il diritto all’istruzione e all’infanzia, e che mettono a rischio la propria salute fisica e mentale.

Porre la questione del lavoro minorile al centro di tutti i nostri accordi commerciali deve diventare una priorità.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
MPphoto
 

  Margrete Auken, a nome del gruppo Verts/ALE. (DA) Signor Presidente, questa discussione è importante perché ci stiamo accingendo a prenderci una lunga pausa di lavoro a causa delle elezioni. Dobbiamo quindi essere certi che la direzione generale del Commercio prenda nota delle nostre critiche al contenuto degli accordi di partenariato economico, soprattutto perché verranno firmati a breve proprio dalla DG. A questo proposito va sottolineata l’importanza che questi accordi siano poi presentati al Parlamento per ottenere la nostra approvazione.

A nome del gruppo Verde/Alleanza libera europea, desidero chiarire il nostro scetticismo sul modo in cui tali accordi sono stati iniziati. La questione dello sviluppo non è stata presa minimamente in considerazione quando si sono svolti i negoziati con i paesi ACP.

Vorrei pertanto avanzare dei commenti specifici sui due accordi che il Parlamento è tenuto a votare mercoledì e spiegherò perché il gruppo dei verdi non li sostiene. Per quanto riguarda gli accordi con il Cariforum, analisi dettagliate condotte dall’Overseas Development Institute dimostrano che l’accordo di partenariato economico con i paesi caraibici è forse il meno favorevole allo sviluppo di tutti gli accordi sinora negoziati. Costituirà un misero modello per altri accordi regionali futuri, soprattutto in materia di sviluppo. Non spetta ovviamente a noi decidere se le nostre preoccupazioni sono giustificate quando i governi dei paesi del Cariforum sono i primi ad essere favorevoli a tali accordi, ma ritengo corretto che i parlamenti dei paesi interessati potessero esprimersi su tali accordi prima che il Parlamento europeo dia la propria approvazione.

I dubbi in merito all’accordo con il Cariforum che stiamo sollevando in seno all’Unione europea sono tuttavia giustificati. Ora che sentiamo la forte necessità di un controllo più efficace sul movimento di denaro nei mercati finanziari, è assolutamente inaccettabile che gli accordi con il Cariforum permettano una completa liberalizzazione dei servizi finanziari con otto paradisi fiscali all’interno del consorzio. Se non mi credete, date un’occhiata ai documenti in vostro possesso prima del voto di mercoledì. Questi testi presentano il libero movimento dei servizi finanziari fuori borsa, ovvero i cosiddetti “derivati speculavi non registrati”, nonché il diritto di stabilire fondi per singoli cittadini. Queste misure penetrano nell’Unione europea attraverso i nostri stessi paradisi fiscali, quali ad esempio Malta e Cipro, e sarà così fintantoché non si stabiliranno controlli o normative in tutta l’UE. Non è quindi il momento di proteggere simili strutture, che sono in buona parte responsabili del tracollo delle nostre economie.

Per quanto riguarda l’accordo con la Costa d’Avorio, come tutti sanno, nella regione sono in atto conflitti interni e essere anche in questo caso non ritengo sia il momento opportuno per siglare questo accordo.

 
  
MPphoto
 

  Madeleine Jouye de Grandmaison, a nome del gruppo GUE/NGL. (FR) Signor Presidente, signora Commissario, io provengo dalla Martinica e vivo nei Caraibi da sempre.

Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, l’accordo di partenariato economico tra il Cariforum e l’Unione europea mi preoccupa moltissimo.

Martinica, Guadalupe e Guyana sono regioni europee ultraperiferiche e per questo i Caraibi non sono stati considerati nel loro insieme. A mio avviso, quest’accordo è stato negoziato con finalità prevalentemente commerciali, mentre gli obiettivi di sviluppo del Millennio sono passati di nuovo in secondo piano. La sfida per i paesi caraibici sarà dunque colmare le perdite nei gettiti dei dazi doganali aumentando il volume degli scambi commerciali con l’Unione europea.

In questo periodo di recessione mondiale, questo potrebbe non essere un compito semplice. La realtà è una: questi accordi sono stati negoziati principalmente dalla direzione generale del Commercio e, in seno allo stesso Parlamento, la commissione per lo sviluppo sembra essere stata messa da parte.

In questo accordo, gli obiettivi in materia di sviluppo e integrazione a livello regionale non corrispondono ai mezzi impiegati per il loro raggiungimento, che si incentrano per la maggior parte solo sul commercio e la competitività. Anche in tema di integrazione regionale i mezzi utilizzati sono del tutto inadeguati rispetto agli obiettivi prefissati.

Passo ora più specificatamente alla questione dell’integrazione regionale delle RUP caraibiche nel loro ambiente naturale. Tali regioni si trovano al centro di un bacino vitale – la Guyana ha persino uno dei principali confini con il Suriname – e contano 35 milioni di abitanti sparsi in quaranta paesi su una superficie di oltre due milioni di chilometri quadrati. Un mercato potenziale immenso.

L’accordo rappresentava un’occasione per eliminare l’impatto di alcuni deficit strutturali, come ad esempio la perifericità, a favore della vicinanza tra le nostre isole. Perché non è stato negoziato un mercato interregionale specifico tra le regioni ultraperiferiche dell’Unione europea e il Cariforum? Sebbene la Commissione si preoccupi di far fronte al sottosviluppo dei paesi caraibici e di stabilire con questi Stati degli accordi di partenariato economico volti all’apertura dei mercati e all’integrazione regionale, la regione ultraperiferica caraibica dell’Unione viene presa in considerazione solo per entrare a far parte del mercato aperto del Cariforum, rimanendo assoggettata alle stesse leggi di mercato negoziate per il resto dell’UE. Una simile logica può diventare per noi penalizzante.

Era l’occasione giusta per promuovere il dialogo fra culture, la nascita della cooperazione e lo scambio di servizi e per portare le regioni ultraperiferiche...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
MPphoto
 

  Syed Kamall (PPE-DE) . – (EN) Signor Presidente, siamo tutti a conoscenza delle numerose critiche agli accordi di partenariato economico, alcune delle quali io stesso condivido. Convengo che gli APE non dovrebbero essere un modo per aprire aggressivamente i mercati alle sole aziende europee, ma anche imprenditori e consumatori dei paesi poveri dovrebbero poterne trarre vantaggio. Condivido le preoccupazioni dell’onorevole Mann sull’approccio unico in materia di APE in quanto non tiene conto delle differenze tra le varie regioni e tra i relativi paesi. Sono liete invece del fatto che siano stati firmati accordi interinali solo con quei paesi che hanno dimostrato interesse .

Mi preoccupa l’opinione espressa alcuni mesi fa da un funzionario della Commissione nel corso di un incontro della commissione per il commercio internazionale, secondo cui gli accordi di partenariato economico non riguardavano soltanto il commercio e lo sviluppo, ma anche l’integrazione politica regionale. Ritengo, come molti miei onorevoli colleghi parlamentari, che tale decisione spetta ai paesi interessati, soprattutto dove vigono democrazie che non desiderano riunirsi in un’assemblea regionale assieme a dittature della stessa zona.

Nonostante queste considerazioni, sosteniamo il parere conforme della commissione per il commercio internazionale in merito a tali accordi. Mi ha inizialmente impensierito la retorica anticommerciale dei socialisti nell’esprimere voto contrario o nell’astenersi dal voto in seno alla commissione. Gli accordi di partenariato economico possono non essere perfetti, ma molti dei miei amici e molte famiglie che vivono nei paesi più poveri non ne possono più di non poter accedere a beni e servizi e di contare solo su monopoli di Stato o aziende legate a politici corrotti. E’ preoccupante la volontà dei socialisti di mantenere inalterata situazione. Non dimentichiamoci che le tasse all’importazione spesso significano un aumento dei prezzi di alimentari e medicinali per i cittadini più poveri.

Desidero ringraziare il commissario per la sua determinazione a portare avanti i negoziati per gli accordi di partenariato economico. Non sono perfetti, ma è nostra responsabilità aiutare gli imprenditori e i consumatori dei paesi più poveri ad accedere ai beni e servizi di cui beneficiamo nell’Unione europea.

 
  
MPphoto
 

  Glenys Kinnock (PSE) . – (EN) Signor Presidente, posso confermare, come altri oratori prima di me, che, dalla nomina a commissario della signora Ashton, abbiamo assistito a un cambiamento radicale, non solo in termini di stile e di tono, ma anche di vocabolario e ora, sempre più, di sostanza.

Sono certa che il commissario concorderà con me e con molti altri colleghi che cercare di costruire e ricostruire la fiducia dopo anni di negoziati che hanno creato innumerevoli tensioni e ostilità non sarà un’impresa semplice.

Dalla firma di Cotonou sono trascorsi quasi 10 anni esatti e dobbiamo ricordare esattamente cosa questi accordi stabilivano in merito alle prospettive commerciali tra paesi ACP e Unione europea. Le parole esatte erano “un nuovo quadro commerciale equivalente alle condizioni esistenti e conforme alle norme dell’OMC”. Dobbiamo lavorare ancora molto per raggiungere tali obiettivi.

La politica di concludere affari separati con paesi separati ha portato a gravi incoerenze e posso confermare a chi non conosce l’assemblea parlamentare paritetica e non ha tanti contatti con deputati dei paesi ACP quanto me ed altri colleghi in Aula, che questo ha creato situazioni davvero difficili e danneggiato gravemente la coesione che in passato legava i paesi della regione. So che solo poche settimane fa il nuovo presidente del Ghana ha scritto una lettera alla presidenza europea a nome dell’intero gruppo dei paesi ACP, dichiarando che il processo relativo agli accordi di partenariato economico continuava a minacciare l’esistenza stessa di alcuni gruppi di integrazione regionale. Sono le parole recenti di un presidente neoeletto.

I parlamentari dei paesi ACP in occasione di ogni nostro incontro ribadiscono che gli impegni siglati con loro sono scarsi e le consultazioni sono state quasi inesistenti. Vorrei una spiegazione da parte del commissario sulle azioni che ritiene appropriato intraprendere in futuro a questo proposito.

Sono lieta dell’esito dei negoziati con la Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe, ma impegni chiari sull’emendamento dei testi, periodi di transizione per la regolarizzazione delle tariffe, misure di controllo, norme di origine e via dicendo sono elementi a disposizione della SADC e, come spero ci confermerà, anche dei paesi ACP che continueranno i negoziati.

Potrebbe cortesemente confermare, signora Commissario, che insisterà per ottenere impegni precisi in un APE per programmi di sviluppo e che la liberalizzazione del commercio deve essere legata a determinati parametri di sviluppo. Se le cose stanno in questi termini, come intende ottenere tali risultati?

Si assicurerà che gli APE includeranno impegni giuridicamente vincolanti per l’allocazione di fondi scaglionati e prevedibili?

Signora Commissario, a mio parere i paesi ACP, come ha detto lei prima, si trovano in un periodo di crescita più lenta e, per la prima volta in 25 anni, gli sforzi per ridurre la povertà stanno dando dei risultati. Prima di concludere, vorrei sollevare altri due punti: uno riguarda l’accordo di partenariato economico con il Cariforum che non è perfetto e necessita ancora di verifiche.

Per quanto attiene alla Costa d’Avorio, dobbiamo ottenere le garanzie richieste dagli onorevoli Mann e Van Hecke. E’ molto importante per noi.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
MPphoto
 

  Fiona Hall (ALDE) . – (EN) Signor Presidente, se facciamo un passo indietro e torniamo all’inizio del processo relativo agli accordi di partenariato economico, l’accordo di Cotonou del 2000 stabiliva che l’Unione europea ha l’obbligo giuridico di considerare gli interessi dei paesi in via di sviluppo in tutti i settori politici che possono riguardarli. Nel 2005, la Commissione considerava tale coerenza delle politiche per lo sviluppo come un fattore chiave per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del Millennio.

Mi rincresce ci siano state delle incomprensioni tra la commissione per lo sviluppo e quella per il commercio internazionale, che deteneva il ruolo di capofila nelle negoziazioni per gli accordi di partenariato economico, perché in alcuni momenti lo stesso Parlamento avrebbe reagito in modo più coerente durante il processo negoziale, quando è stata persa di vista la promessa che tali accordi dovevano divenire strumenti allo sviluppo.

In conclusione, mi ha fatto piacere che il commissario abbia parlato di servizi, perché sono preoccupato, in particolare per quanto attiene all’apertura di banche. I paesi occidentali hanno mancato di regolamentare in modo adeguato le grandi banche internazionali che operano sul loro territorio; viene quindi da chiedersi se sia davvero saggio aprire comunque il settore bancario in paesi con normative di gran lunga inferiori anche se l’OMC non lo richiede. Aprire il settore bancario può favorire le grandi aziende, ma può portare le banche locali a unirsi alla caccia di clienti prestigiosi, ignorando le piccole aziende e riducendone ulteriormente l’accesso al credito.

 
  
MPphoto
 

  Jean-Pierre Audy (PPE-DE) . – (FR) Signor Presidente, signora Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli colleghi, desidero anzitutto ringraziare l’onorevole Ford per la qualità della relazione presentata e per la sua ricerca di un compromesso. Abbiamo potuto lavorare su questo documento in Papua Nuova Guinea in occasione dell’assemblea parlamentare paritetica degli Stati ACP e dell’Unione europea. L’ho visto al lavoro con i parlamentari nazionali e mi rallegro di questa collaborazione.

Volevo unirmi, signora Commissario, alle congratulazioni che le sono state rivolte relativamente a questi accordi di partenariato economico negoziati al fine di evitare qualunque perturbazione negli scambi commerciali tra i paesi ACP e la Comunità europea. Tali negoziazioni si sono concluse con l’accordo di partenariato interinale con la Repubblica delle Fiji e la Papua Nuova Guinea, gli unici Stati del raggruppamento territoriale del Pacifico che abbiano raggiunto l’accordo provvisorio, e stiamo valutando il lavoro necessario a concludere accordi regionali completi.

L’accordo include tutte le misure necessarie all’instaurazione di una zona di libero scambio. La risoluzione sottolinea che l’accordo di partenariato economico deve contribuire a rafforzare la crescita economica, l’integrazione regionale, la diversificazione economica e la riduzione della povertà. E’ importante ricordare che un mercato regionale sano costituisce la base fondamentale per il successo dell’accordo di partenariato economico interinale e che l’integrazione e la cooperazione regionali sono essenziali per lo sviluppo sociale ed economico degli Stati del Pacifico.

L’accordo rappresenta l’occasione di dare nuovo impulso ai rapporti commerciali e garantisce un accesso al mercato europeo esente da dazi e senza quote per la maggior parte delle merci. Vorrei insistere sull’aiuto di due miliardi di euro previsto da qui al 2010 e, per concludere, vorrei importante far notare l’importanza del fatto che non si verifichi, neppure sul piano economico, alcuna violazione dei diritti dei brevetti e della proprietà intellettuale che interessano il commercio. Per quanto attiene ai diritti umani, mi stupisco che stipuliamo accordi con la Papua Nuova Guinea quando questo paese punisce ancora in base agli orientamenti sessuali. Sul piano politico, infine, è importante per noi stringere un’alleanza con i paesi ACP nel quadro dell’Organizzazione mondiale del commercio.

 
  
MPphoto
 

  Georgios Papastamkos (PPE-DE) . – (EL) Signor Presidente, la felice conclusione dei negoziati per gli accordi di partenariato economico tra l’Unione europea e i paesi ACP è la maggiore sfida per la politica europea in tema di commercio e sviluppo.

Abbiamo bisogno di accordi che siano compatibili con gli obblighi internazionali dell’Unione europea, in quanto, come sapete, il trattamento preferenziale unilaterale che l’Unione ha concesso ai paesi ACP rispetto ad altri paesi in via di sviluppo è stato giudicato incompatibile con le norme dell’OMC.

Oltre alle questioni giuridiche, tuttavia, la sfida consiste anzitutto nel raggiungere accordi che promuovano lo sviluppo dei paesi in questione tramite il rafforzamento delle capacità commerciali, la diversificazione della base economica e l’integrazione regionale.

Il nuovo regime commerciale che regolerà i rapporti tra l’Unione europea e i paesi ACP deve garantire l’integrazione nel sistema di scambi internazionale e nell’economia globale, che sta attraversando ora una crisi senza precedenti ai danni sia dei paesi sviluppati e in via di sviluppo sia delle economie emergenti.

Tutti noi conveniamo che l’apertura dei paesi ACP verso l’Unione europea debba essere asimmetrica e graduale, con adeguata flessibilità in termini di quote in settori sensibili e con clausole di tutela efficaci. Come sapete, l’obiettivo delle negoziazioni era coprire settori quali servizi, investimenti, diritti di proprietà intellettuale, maggiori attività nelle questioni commerciali, nonché l’accesso al mercato dei beni.

Per tale ragione sosteniamo l’estensione dell’ambito degli accordi nella misura ritenuta utile dagli stessi paesi APC. E’ assolutamente vitale includere negli accordi di partenariato economico clausole per lo sviluppo e fornire adeguati aiuti al commercio.

 
  
MPphoto
 

  Glenys Kinnock (PSE) . – (EN) Signor Presidente, desidero affrontare due questioni relative al parere conforme. Ho parlato di Cariforum. Tutti sono sereni ed ottimisti relativamente all’accordo con il Cariforum, ma naturalmente c’è ancora bisogno di tutela, come è stato chiaramente sottolineato dal presidente e da altri esponenti del paese, tra cui membri del Parlamento, nel corso del recente incontro in Guyana.

E’ stata sollevata la questione delle banane. Commissario Ashton, lei ha parlato di un accesso al mercato esente da dazi e quote, e questo è corretto, ma il punto è che gli accordi firmati con l’America centrale, e quindi con i paesi del Mercosur e del Patto andino, comporteranno per loro una riduzione delle tariffe. Non potremo fare nulla per permettere ai produttori di banane dei paesi ACP di restare competitivi. E’ una questione critica e tali accordi sono stati raggiunti prima ancora che l’inchiostro sugli accordi con il Cariforum si fosse asciugato.

Nei Caraibi permangono forti preoccupazioni anche circa le unità esecutive, che non sono ancora state create. Altri problemi sono invece legati alle tensioni che si sono create tra i vari paesi della regione e vi è, infine, la questione Haiti. La conferenza dei donatori non ha portato a un risultato tanto soddisfacente quanto avremmo voluto e ci si chiede se sia possibile siglare o negoziare accordi di partenariato economici finché Haiti non sarà coinvolta.

Per quanto attiene alla Costa d’Avorio, vogliamo ricevere garanzie ineccepibili. E’ un paese che ha conosciuto notevoli turbolenze, incertezze ed instabilità per diversi anni ed è molto importante dare il nostro parere conforme, delle così come ottenere garanzie che lei indicherà, sotto forma di lettera indirizzata ai negoziatori e al governo in Costa d’Avorio, in merito al fatto che rimarremo fedeli al nostro impegno di negoziare in buona fede un accordo positivo per gli abitanti del paese.

 
  
MPphoto
 

  Marie Anne Isler Béguin (Verts/ALE) . – (FR) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, ho ascoltato attentamente i vostri discorsi.

Signor Presidente in carica del Consiglio, lei ha parlato di sostenibilità economica. La domanda che mi pongo oggi è cosa significhi, parole a parte. Cosa significa sostenibilità economica durante una crisi economica, finanziaria ed ambientale? Che garanzie possiamo offrire? Nonostante i rassicuranti propositi del commissario, visto che gli accordi sono stati negoziati in un mondo diverso, mi chiedo se il progetto che stiamo proponendo ai nostri partner APC oggi si adatti ancora alla situazione reale.

Personalmente, non lo credo. Incontriamo le organizzazioni non governative, incontriamo le piccole e medie imprese. Siamo stati in Guyana, di recente, e il presidente ci ha domandato: ci chiedete di diversificare, ma, diteci, che cosa può produrre il nostro piccolo paese che possa competere con il Brasile e il Venezuela?

Credo quindi che non dobbiamo voltarci dall’altra parte proprio oggi. Lei da un lato parla di flessibilità e dall’altro di norme dell’OMC. Mi spiace, ma questi due termini sono assolutamente contraddittori, in quanto richiedono un adeguamento e sappiamo benissimo che, per quei paesi, questo comporterà un ulteriore impoverimento.

Non credo affatto, pertanto, che la nostra proposta odierna e quella passata siano adeguate. Guardiamo ai risultati del modello di sviluppo attuato negli ultimi quarant’anni: è un fallimento, come è già stato detto. Sono propenso a pensare che questo fallimento continuerà, la situazione diventerà sempre peggiore con questi accordi di partenariato perché non si adattano assolutamente alla situazione economica, sociale e ambientale mondiale.

 
  
MPphoto
 

  Daniel Caspary (PPE-DE) . – (DE) Signora Commissario, a seguito degli ultimi due interventi, desidero porle una domanda. Lei concorda che ci sono paesi, al mondo, che negli ultimi vent’anni sono riusciti a migliorare significativamente il proprio livello di prosperità senza un accordo di partenariato economico e che forse questo tipo di accordo rappresenta un’opportunità anche per loro?

 
  
MPphoto
 

  Jan Kohout, presidente in carica del Consiglio. – (CS) La ringrazio, signor Presidente e ringrazio anzitutto e soprattutto voi, onorevoli deputati del Parlamento europeo, per la costruttiva ed interessante discussione. Permettetemi di rispondere a due dei punti che sono stati sollevati. Il primo concerne la flessibilità. Ho visto, dagli interventi di alcuni deputati, che vi è il desiderio di assicurare la necessaria flessibilità nelle negoziazioni per gli accordi di partenariato economico.

Vorrei sottolineare che il Consiglio è pienamente consapevole dell’importanza della flessibilità a due livelli. Il primo riguarda la flessibilità intesa come uno sfruttamento completo delle opzioni per accordi asimmetrici, calendarizzazioni e misure protettive nell’ambito delle norme stabilite dall’OMC. Non posso condividere, pertanto né l’opinione né la conclusione generalizzata che quarant’anni di assistenza ai paesi in via di sviluppo siano stati una catastrofe. Ritengo che la situazione sarebbe stata di gran lunga peggiore senza gli aiuti forniti dall’Unione europea e da altri paesi. Al contempo ritengo che le norme di cui disponiamo garantiscono un grado di flessibilità tale che ciascuno di questi paesi – e in questo ho fiducia nella Commissione e nel commissario – possa trovare una soluzione adeguata alle proprie necessità e ai propri interessi.

Il secondo tipo di flessibilità è quello che offriamo nella transizione dalle disposizioni degli APE interinali ad accordi regionali completi, nell’ottica di sostenere la cooperazione regionale. Il secondo punto emerso dalla discussione cui vorrei rispondere riguarda la questione della dimensione di sviluppo degli APE. Non ho dubbi che questi non siano accordi commerciali convenzionali in quanto comprendono una dimensione di sviluppo intrinsecamente forte: stabiliscono accordi interinali a lungo termine (fino a 25 anni), comprendono esenzioni (fino al 20 per cento dei beni provenienti dai paesi ACP può essere esentato dalla liberalizzazione) e prevedono controlli e riesami che coinvolgono il Parlamento. La loro attuazione sarà sostenuta dal pacchetto finanziario di aiuto per il commercio; tutto questo dimostra che tali accordi mirano a promuovere lo sviluppo.

Vorrei assicurare, inoltre, a nome della presidenza ceca e del Consiglio, che monitoreremo da vicino i progressi delle negoziazioni degli APE e desidero esprimere il mio sostegno alla Commissione e al commissario Ashton per gli sforzi intrapresi finora per adempiere al mandato che il Consiglio le ha assegnato. Durante la presidenza ceca, ci concentreremo su questo tipo di accordi in occasione dell’incontro del Consiglio “Affari generali e relazioni esterne” di maggio, cui interverranno i ministri per la cooperazione allo sviluppo. Se, assieme ai nostri omologhi dei paesi ACP, raggiungeremo un compromesso, l’argomento verrà affrontato anche durante la riunione congiunta del Consiglio dei ministri dei paesi ACP e dell’Unione europea in maggio. Nel corso della presidenza ceca, il Consiglio ospiterà a Praga l’assemblea parlamentare paritetica ACP-UE all’inizio di aprile, tra pochi giorni. Sono certo che gli APE saranno uno dei principali argomenti di discussione e che i dibattiti si dimostreranno di grande importanza proprio perché avverranno a livello parlamentare.

Attendo con interesse l’esito della votazione di domani. A mio avviso ci troviamo in un momento chiave nello sviluppo degli accordi di partenariato economico. Come abbiamo visto, i negoziati sono ancora in corso in numerose regioni, ma nella regione caraibica sono stati già raggiunti ottimi risultati. Per quanto riguarda la Costa d’Avorio, abbiamo raggiunto un punto fondamentale per futuri progressi. Molti paesi attendono l’approvazione del Parlamento europeo e quindi la conclusione di anni di difficili negoziazioni. Credo fermamente che il Parlamento europeo invierà al mondo un segnale positivo, particolarmente necessario in questo momento. Credo, anzi, sono certo che anche in questa crisi e in questa fase di grande incertezza che tutti noi percepiamo e cui avete fatto riferimento in varie occasioni, questi accordi si rivelino uno strumento di aiuto concreto che contribuirà allo sviluppo di questi paesi.

 
  
MPphoto
 

  Catherine Ashton, membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, mi permetta semplicemente di rispondere ad alcuni dei commenti che sono stati fatti.

Onorevoli Guardans Cambó, Hutchinson e Hall, tutti voi, in diversa misura, avete parlato del passato e della nostra necessità di fare meglio. Sono d’accordo. Non concordo però appieno con la vostra analisi, ma convengo che questa sia un’opportunità per guardare avanti, che in parte implica il futuro coinvolgimento non solo del Parlamento europeo, ma anche dei parlamenti nazionali dei paesi ACP. Spetta ovviamente alle singole nazioni trovare il modo per coinvolgere il proprio parlamento. Dobbiamo stare molto attenti, e so che gli onorevoli deputati me lo richiedono, a non imporre il nostro pensiero a nessun altro paese. Mi lasci dire, onorevole Kinnock, che attendo con trepidazione l’incontro dell’assemblea parlamentare paritetica.

L’onorevole Martin, più di altri, ha parlato della necessità di un riesame e del fatto che, soprattutto in questo clima economico, sia assolutamente essenziale per noi effettuare controlli e riesami. Ancora una volta mi trovo d’accordo. Sarei molto interessata a continuare la discussione con gli onorevoli deputati su come coinvolgere il Parlamento in questo processo e a conoscere le vostre idee su come rendere tali controlli e riesami davvero efficaci e tranquillizzare i paesi che lavorano al nostro fianco.

Onorevoli Sturdy e Martin, il principio della nazione più favorita, com’è stato detto, è strutturato in modo da riunire sotto un unico concetto quei grandi paesi che non hanno sostenuto il processo in cui siamo stati coinvolti. Non si tratta di danneggiare il commercio tra sud e sud o di compromettere le opportunità e la sovranità dei paesi che desiderano aprire un commercio. Ecco perché esiste un tetto al volume di commerci mondiali in cui un paese deve essere coinvolto prima che questa particolare clausola entri in vigore. Devo ammettere che siamo sempre alla ricerca di flessibilità anche sotto questo aspetto.

Per quanto attiene al gettito dei dazi doganali, onorevoli Arif e Jouye de Grandmaison, il fondo europeo di sviluppo coprirà tale aspetto fino al 2013 e noi desideriamo garantire che anche la crescita economica e il cambiamento fiscale possano sostenere le nazioni, in modo che non contino esclusivamente su questa entrata, ma trovino nuovi modi di sostenere le proprie economie.

Indipendentemente da cosa accadrà al mercato delle banane, quei paesi continueranno a essere favoriti più degli altri, ma sappiamo bene che simili preferenze potrebbero comunque azzerarsi. Nella valutazione di accordi che per anni abbiamo cercato di testare e capire, queste considerazioni vanno tenute ben presenti e io intendo farlo.

Onorevoli Van Hecke, Mann e Kinnock, i risultati di uno, sono i risultati di tutti. Voglio essere assolutamente chiara: sono lieta di scrivere a chiunque ovunque, e ancor di più alla Costa d’Avorio, per confermare che applicheremo con questo paese le stesse flessibilità discusse assieme alla Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe. La SADC potrebbe non volere alcuni aspetti che sono specifici per quella regione, ma per il resto potranno avere quello che desiderano. Sono molto lieta di metterlo per iscritto ovunque, in qualunque momento e a chiunque. Ditemi, pertanto, quali sono le vostre richieste nei miei confronti.

Gli onorevoli Ford e Fjellner hanno parlato dell’importanza del commercio in generale e concordo appieno con la loro analisi. Credo sia stato l’onorevole Fjellner a dire che nell’attuale clima economico abbiamo bisogno di più e non meno commercio; sono assolutamente d’accordo.

Onorevole Caspary, concordo pienamente: libertà di prendere il futuro nelle mani. I paesi che si sono sviluppati economicamente senza accordi di partenariato economico: India e Cina potrebbero essere due perfetti esempi, suppongo.

Anche l’onorevole Kamall ha ripreso l’argomento − a mio parere fondamentale − del nostro impegno a permettere alle nazioni di crescere, aiutandoli a sviluppare le loro economie e sostenendoli attraverso uno sviluppo e un commercio relazionati tra loro.

Onorevole Kinnock, il richiamo allo sviluppo è molto importante, ma l’impegno vincolante a prestare aiuto esiste già e si trova nell’accordo di Cotonou. Oggi noi vogliamo utilizzare gli accordi di partenariato economico per concedere preferenze e stabilire priorità allo sviluppo in modo paritetico, elementi molto significativi.

Per concludere, desidero ringraziare i miei collaboratori, poiché non me ne viene spesso offerta l’occasione. Il nostro negoziatore principale siede alle mie spalle ed è lui che ha portato a termine tutto il lavoro con la Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe. I miei colleghi sono qui e volevo semplicemente assicurarmi che riconosceste il loro enorme aiuto e totale impegno nel programma che ho descritto.

Personalmente, spero che voterete la mia attività con lo stesso mio spirito. Mi impegno totalmente di fronte a voi a continuare nel lavoro, ma spero sinceramente di avere il vostro sostegno per riuscire a portare a termine quanto prefissatomi nel modo in cui ve l’ho descritto. Sarebbe di enorme importanza per me e stasera spero che lo farete.

 
  
MPphoto
 

  David Martin, relatore. (EN) Signor Presidente, mi permetta anzitutto di dire che è stata davvero una bellissima discussione. Abbiamo ricevuto contributi positivi sia dal Consiglio che dalla Commissione.

Desidero riprendere in particolar modo quanto detto dal Consiglio circa il fatto che quello con il Cariforum è un esempio, ma non un modello, per altri accordi di partenariato economico. Concordo pienamente: potrebbe rappresentare la base per altre intese, ma ogni accordo deve avere la propria specificità. Dobbiamo imparare la lezione dalle negoziazioni con il Cariforum.

In secondo luogo, sono sinceramente lieto del fatto che il Consiglio abbia potuto prendere un impegno in merito all’aiuto al commercio, in perfetta sintonia con le intenzioni degli Stati membri.

Ho piacere nel sentire le rassicurazioni di Consiglio e Commissione in merito all’accesso ai medicinali e che entrambe le istituzioni hanno garantito che il riesame a cinque anni di distanza sarà un riesame effettivo, mirato al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo.

Sono altresì lieto del fatto che il commissario ritenga che, prima di qualunque liberalizzazione ed apertura di servizi finanziari, si debba attuare una regolamentazione. Per alcuni di noi in quest’Aula, è un aspetto fondamentale. Ha dichiarato − e sebbene lo sapessimo già era importante che venisse messo agli atti − che nessun elemento, in questi accordi, incoraggia alla privatizzazione dei servizi pubblici in nessuno dei paesi caraibici e che la stipula di un tale accordo non crea aspettative in merito. Anche gli impegni assunti del commissario sullo status di nazione più favorita mi hanno fatto particolarmente piacere.

Poiché quanto dichiarato dalla Commissione e dal Consiglio è entrato negli atti del Parlamento, in qualità di relatore, sarei lieto di raccomandare all’Assemblea di dare il proprio consenso sull’accordo di partenariato economico con i paesi dei Caraibi.

Permettetemi di passare ad un altro argomento, ovvero alla risoluzione. Un paio di miei colleghi conservatori del PPE si sono espressi in proposito. I socialisti nutrono ancora delle riserve circa l’attuale stato della risoluzione, il che non implica automaticamente un parere conforme. Tutti gli impegni assunti da Consiglio e Commissione riguardano proprio tali riserve. Se l’Assemblea sostiene queste due istituzioni, non vedo perché non dovrebbe supportare anche i nostri compromessi e il nostro testo ed inserirli nella risoluzione del Parlamento.

Spero che, alla fine, potremo votare sia per parere conforme che per una risoluzione consensuale che favorisca il commercio e preveda al tempo stesso forti impegni per lo sviluppo.

 
  
MPphoto
 

  Erika Mann, relatore. (EN) Signor Presidente, vorrei ringraziare il commissario e il Consiglio. Oggi abbiamo infine concordato di concedere alla Costa d’Avorio quanto il Parlamento richiedeva già da tempo e ritengo che il paese ne sarà più che contento. Signora Commissario, potrebbe assicurarsi di visitare quanto prima – personalmente o tramite un suo delegato –la Costa d’Avorio per trasmettere questo messaggio estremamente positivo, confermandolo anche per iscritto? Si tratta di un accordo che risponde appieno alle nostre richieste.

Vorrei commentare alcuni punti che non sono stati affrontati in dettaglio. Avremmo piacere di assistere alle operazioni di controllo. So che è complicato e che ci sarà bisogno dell’aiuto del Consiglio, ma vorremmo assistere, alle operazioni di controllo tra Parlamento europeo, Consiglio e Commissione nella fase di passaggio da accordo interinale ad accordo completo. Solo in questo modo saremo in grado di comprendere l’oggetto dei negoziati. In caso contrario, riceveremo semplicemente una relazione finale che dovremo approvare o rifiutare, ma non è questo che vogliamo.

Non chiediamo di prender parte al processo di negoziazione, ma vorremmo verificare l’attività in corso. Non vogliamo una risposta immediata – benché sarebbe utile per noi avere il suo consenso già oggi – ma io e miei colleghi saremo lieti di negoziare il processo assieme a lei. E’ già accaduto in passato con altri accordi e in altre circostanze, ma sono certa che, con il consenso del Consiglio, troveremo una soluzione.

Infine desidero richiedere al Commissario e al Consiglio la garanzia del loro massimo impegno per garantire il tipo di risultati convenuti al Ciclo di Doha per lo sviluppo, e mi riferisco al caso delle banane e del cotone per altri paesi, che coinvolge altri aspetti importanti per i paesi in via di sviluppo. So che non farlo riceverò conferma oggi, ma vi prego di garantirci che farete quanto possibile per concludere questo genere di accordi.

Desidero infine ringraziare due colleghi; inizio con l’onorevole Kinnock il cui contributo è stato prezioso e che – con mio grande piacere -invita ad esprimere parere favorevole sulla Costa d’Avorio. So che si tratta di un tema molto complesso e le sono davvero grata per la collaborazione. Anche l’onorevole Kamall ha dato un grande contributo a questa relazione e di ciò lo ringrazio tanto più che la risoluzione in oggetto talvolta è in contrasto con i suoi principi in materia di commercio. Egli è favorevole al libero commercio e quindi non gli è facile addivenire a un compromesso. E’ per questo motivo che desidero esprimere a entrambi i colleghi il mio ringraziamento che estendo ancora una volta anche alla Commissione e al Consiglio.

 
  
MPphoto
 

  Presidente. - Comunico di aver ricevuto nove proposte di risoluzione(1), ai sensi dell’articolo 108, paragrafo 5, del regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà mercoledì 25 marzo 2009.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del regolamento)

 
  
MPphoto
 
 

  Mary Lou McDonald (GUE/NGL), per iscritto. (EN) La crisi economica internazionale dovrebbe indurci a riesaminare e modificare la politica comunitaria in materia di liberalizzazioni e deregolamentazione non solo in seno all’Unione, ma anche relativamente ai paesi in via di sviluppo.

Gli accordi di partenariato economico all’esame del Parlamento propongono invece di continuare a percorrere questa strada che si è dimostrata fallimentare.

Tali accordi sono stati negoziati dall’Unione europea esercitando forti pressioni sui governi dei paesi in via di sviluppo e senza prendere in considerazione le opinioni di coloro che, in questi paesi, soffrirebbero maggiormente a causa della loro attuazione.

Vaghe promesse di flessibilità in fase di attuazione degli accordi non sostituiscono impegni concreti.

 
  

(1) Vedasi Processo verbale

Ultimo aggiornamento: 22 novembre 2009Avviso legale