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Procedura : 2009/2534(RSP)
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Testi presentati :

B7-0155/2009

Discussioni :

PV 24/11/2009 - 9
CRE 24/11/2009 - 9

Votazioni :

PV 25/11/2009 - 7.6
CRE 25/11/2009 - 7.6
Dichiarazioni di voto
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P7_TA(2009)0090

Discussioni
Mercoledì 25 novembre 2009 - Strasburgo Edizione GU

8. Dichiarazioni di voto
Video degli interventi
PV
  

Dichiarazioni di voto orali

 
  
  

Relazione Søndergaard (A7-0047/2009)

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, il primo obbligo di un’assemblea è quello di rendiconto all’esecutivo. Siamo qui in veste di tribuni del popolo e fra noi e l’esecutivo, cioè la Commissione, dovrebbe generarsi una tensione creativa.

Quando tuttavia si affrontano questioni di bilancio, il Parlamento europeo, caso unico al mondo tra le assemblee elette, si schiera dalla parte dell’esecutivo e contro i suoi stessi componenti in nome di una più profonda integrazione.

Ogni anno il bilancio europeo cresce e ogni anno dalla relazione della Corte dei conti emerge che decine di miliardi di euro vengono smarriti o sottratti. Eppure non facciamo l’unica cosa che siamo chiamati a fare, ossia trattenere le risorse; in altre parole, dire che terremo chiusi i rubinetti fino al riassetto delle procedure contabili.

Eppure, malgrado tutti gli errori presenti, approveremo senza indugio questo bilancio, tradendo così le persone grazie alle quali ci troviamo qui, vale a dire i nostri elettori nonché contribuenti, perché la maggior parte dei deputati assume un atteggiamento acritico e pregiudiziato a favore dell’Europa, preferendo il modo di operare abborracciato di Bruxelles a quello competente degli Stati membri.

 
  
  

Relazione Böge (A7-0044/2009)

 
  
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  Miguel Portas, a nome del gruppo GUE/NGL.(PT) Signor Presidente, il gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica ha votato a favore della mobilizzazione di 24 milioni di euro a sostegno dei lavoratori licenziati per esubero in Belgio.

Il nostro voto è favorevole perché ci schieriamo dalla parte dei bisognosi, di chi offre alle aziende le proprie capacità fisiche e mentali e, da ultimo, delle vittime di un sistema economico ingiusto e di una concorrenza sfrenata a scopo di lucro le cui ripercussioni sociali sono devastanti.

Ciò detto, è opportuno valutare il ruolo di questo fondo di adeguamento.

Nel 2009, su un potenziale di 500 milioni di euro, ne sono stati mobilizzati soltanto 37. Il fondo non risponde allo scopo per cui è stato istituito.

In secondo luogo, invece di aiutare direttamente i disoccupati, il fondo sostiene i sistemi nazionali di previdenza dei lavoratori. Essendo questi ultimi molto diversi l’uno dall’altro, il fondo finisce quindi col ricreare le palesi disparità esistenti nei nostri sistemi di distribuzione.

In Portogallo il fondo offre a un disoccupato 500 euro sotto forma di assistenza, mentre in Irlanda gli dà 6 000 euro.

In terzo luogo, il caso della Dell dimostra come sia possibile sostenere i lavoratori irlandesi in esubero e nel contempo la stessa multinazionale che li ha licenziati, la quale beneficia attualmente di altri aiuti pubblici in Polonia.

La Dell ha ricevuto finanziamenti per la costruzione di un nuovo stabilimento in Polonia, consolidando allo stesso tempo la sua posizione sui mercati statunitensi, e, nel terzo trimestre del corrente anno, ha annunciato utili nella regione pari a 337 milioni di dollari.

Il fondo di adeguamento alla globalizzazione va quindi valutato attentamente.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, l’ho già detto diverse volte e lo ribadisco con forza: a prescindere dalle motivazioni dei suoi fondatori, l’Unione europea ha da tempo cessato di rappresentare un progetto ideologico, diventando un racket per la ridistribuzione del denaro dalle persone all’esterno del sistema alle persone al suo interno. Di qui la discussione odierna su queste “gratifiche” a una rosa di aziende privilegiate.

Sorvoliamo sulla tempistica sospetta di erogazione degli aiuti alla Dell in Irlanda, annunciata con dubbia correttezza procedurale alla vigilia del referendum irlandese sulla Costituzione europea o trattato di Lisbona. Più in generale diciamo che abbiamo già battuto questa strada nel nostro continente: negli anni ‘70 si è deciso di sostenere industrie non competitive con conseguenze disastrose. Sappiamo che questa strada porta alla stagnazione, all’inflazione e, da ultimo, al fallimento collettivo. Non ripercorriamola una seconda volta.

 
  
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  Syed Kamall (ECR).(EN) Signor Presidente, ho preso atto con interesse della prima frase, in cui si legge che il fondo è stato istituito per fornire sostegno supplementare ai lavoratori che risentono delle conseguenze dei grandi cambiamenti strutturali nei flussi commerciali mondiali.

Non abbiamo forse sempre assistito a grandi cambiamenti nei flussi commerciali mondiali? Nella mia circoscrizione di Londra le aziende operanti nel settore tessile hanno reagito e si sono preparate alla globalizzazione esternalizzando alcune funzioni ai paesi più poveri. Tale pratica ha portato alla creazione di occupazione nei paesi in via di sviluppo, pur mantenendo posti di lavoro di elevato valore nelle attività di ricerca e sviluppo e di marketing a Londra, nella circoscrizione e nell’Unione europea.

Perché allora, se queste realtà sono in grado di reagire, premiamo aziende inefficienti nel settore tessile e dell’industria informatica che mettono la testa sotto la sabbia nella speranza che la globalizzazione scompaia?

E’ senza dubbio opportuno restituire questi soldi ai contribuenti affinché possano spenderli come meglio credono ed è giunto il momento che i governi si adoperino per creare condizioni adeguate tali da consentire agli imprenditori di generare nuova occupazione in caso di perdita di posti di lavoro.

 
  
  

Relazione Martin (A7-0043/2009)

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI).(FR) Signor Presidente, vorrei soffermarmi su questo vero e proprio abuso di autorità che si è quasi commesso con il pretesto di un emendamento al regolamento finalizzato ad adeguare quest’ultimo alle condizioni del trattato di Lisbona. Con l’emendamento n. 86 l’amministrazione si è garantita il diritto di designare il rappresentante dei deputati non iscritti alla Conferenza dei presidenti.

Trovo assolutamente scandaloso che questa designazione, che avrebbe dovuto avere luogo, come in tutti gli organi del Parlamento, per elezione o consenso, per elezione in caso di mancato consenso, non sia ancora avvenuta a causa delle deliberate macchinazioni dei funzionari che vi si oppongono.

E’ inoltre allarmante che i funzionari abbiano persuaso ad aderire alla loro causa gruppi politici a noi ostili, che chiaramente non dovrebbero esprimere pareri de facto o de iure sulla designazione del nostro rappresentante. Nell’eventualità di una nuova discussione, impugneremo questa decisione dinanzi alla Corte di giustizia.

 
  
  

Proposta di risoluzione (B7-0141/2009) sul vertice di Copenaghen sui cambiamenti climatici

 
  
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  Marisa Matias, a nome del gruppo GUE/NGL.(PT) Signor Presidente, al fine di conseguire risultati validi e vincolanti nella lotta contro i cambiamenti climatici, è opportuno garantire quattro principi, votati oggi anche dall’Assemblea, che desidero evidenziare.

Il primo è la necessità di addivenire a un accordo giuridicamente vincolante.

Il secondo è la necessità di fissare precisi obiettivi politici, compresi quelli di riduzione delle emissioni. A tale riguardo occorre che gli obiettivi siano ambiziosi e ritengo che oggi avremmo potuto spingerci oltre.

Il terzo punto è la necessità di un impegno di finanziamento pubblico che ci consenta di affrontare il problema dei cambiamenti climatici.

Il quarto e ultimo punto, a mio avviso fondamentale, è la necessità di concludere un accordo globale, e non solo tra alcune regioni, mediante un processo basato sulla partecipazione democratica di tutti i paesi.

Ritengo che la risoluzione adottata oggi non sia altrettanto valida, diciamo così, di quella adottata in precedenza in seno alla commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare.

Ciò che va comunque tutelato è il risultato ottenuto e gli sforzi compiuti nel corso di tutto il processo; quindi, ci recheremo a Copenaghen portando il buon lavoro svolto in Parlamento. Mi auguro in tutta sincerità che lotteremo duramente e che saremo in grado di concretizzare quanto adottato oggi in questa sede.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D).(EN) Signor Presidente, ho appoggiato la risoluzione perché i cambiamenti climatici rappresentano una priorità politica globale al vertice di Copenaghen, da cui dovrebbero scaturire non semplici impegni politici bensì accordi vincolanti e sanzioni in caso di inosservanza.

La lotta contro i cambiamenti climatici è un’azione globale che richiede la partecipazione attiva sia dei paesi sviluppati che dei paesi in via di sviluppo. Spetta tuttavia ai paesi ricchi svolgere un ruolo guida, accettando gli obiettivi vincolanti per la riduzione delle emissioni e trovando nel contempo il sostegno finanziario per aiutare i paesi in via di sviluppo ad affrontare il problema.

 
  
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  Jan Březina (PPE). (CS) Con l’adozione odierna della risoluzione sul vertice di Copenaghen sulla tutela del clima il Parlamento ha manifestato chiaramente la grande importanza accordata a tale questione. Ciò si riflette in un approccio reale in base al quale il Parlamento ha fissato il principio della responsabilità comune ma differenziata. Di conseguenza, i paesi industrializzati devono assumere un ruolo guida mentre i paesi e le economie emergenti, quali Cina, India e Brasile, saranno opportunamente coadiuvati in termini di tecnologia e sviluppo delle capacità. D’altro canto, a mio avviso, l’ipotesi che un accordo a Copenaghen possa dare l’impulso necessario a un “New Deal verde” è troppo ottimistica e ideologicamente parziale. Non dobbiamo metterci il paraocchi e camminare sui cocci delle iniziative industriali nello sforzo idealistico di ridurre le emissioni di anidride carbonica. Non ritengo che un simile approccio irrealistico rappresenti un’alternativa sostenibile per l’Europa nel suo complesso.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI).(FR) Signor Presidente, la relazione appena adottata obbedisce senza dubbio alla linea del “politicamente corretto” che regna sovrana in quest’Aula, incontestata da dogmi consolidati.

Ciononostante, il fatto che qualcosa venga ripetuto migliaia di volte non significa che sia giustificato. Il riscaldamento globale esiste da sempre – dalle ultime glaciazioni, ad esempio – e alla fin fine non sono state le macchine utilizzate dall’uomo di Neandertal a scatenare tale fenomeno in passato.

Quanto ci viene ripetuto centinaia, migliaia di volte è pacifico e fuori di ogni dubbio, e per quale motivo? Il primo è sotto gli occhi di tutti: prepararsi all’avvento di un governo mondiale. Il secondo è infondere per l’ennesima volta il senso di colpa negli europei e negli occidentali, ingiustamente considerati responsabili di tutti i mali del mondo.

Mi fermo qui, signor Presidente, perché non mi spettano sessantuno secondi. Grazie di avere preso nota delle mie parole.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, in occasione della sua prima conferenza stampa in qualità di nuovo presidente o persona designata, l’onorevole Van Rompuy ha dichiarato che il processo di Copenaghen rappresenta un passo verso la gestione globale del nostro pianeta. Non posso essere il solo a dirmi allarmato per il modo in cui il piano per l’ambiente è stato sfruttato da chi ha programmi diversi in merito all’allontanamento del potere dalle democrazie nazionali.

L’ambientalismo è troppo importante perché trovino applicazione le soluzioni offerte da una sola parte del dibattito politico. In qualità di conservatore, mi considero un ecologista nato. E’ stato Marx a insegnarci che la natura è una risorsa da sfruttare, e la sua dottrina ha trovato attuazione brutale nell’industria pesante degli Stati del Comecon; eppure, non abbiamo mai cercato soluzioni basate sul libero mercato, quali l’estensione del diritto di proprietà, l’aria e l’acqua pulite ottenute grazie al regime di proprietà privata, invece della tragedia della proprietà pubblica, dove ci si aspetta che l’azione dello Stato e le tecnocrazie globali conseguano questi obiettivi.

L’ambientalismo è troppo importante per essere abbandonato.

 
  
  

Proposta di risoluzione (B7-0155/2009) sul programma pluriennale 2010-2014 in materia di libertà, sicurezza e giustizia (programma di Stoccolma)

 
  
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  Clemente Mastella (PPE). – Signor Presidente, la risoluzione sul programma di Stoccolma che il nostro Parlamento ha votato oggi è il frutto di un grande lavoro di collaborazione e una formula procedurale del tutto inedita, ancora poco sperimentata.

Essa si pone per la verità obiettivi davvero ambiziosi, ma per avere un’Europa che sia al tempo stesso aperta e sicura, dobbiamo essere capaci di trovare il giusto equilibrio tra una sempre più efficace cooperazione alla lotta al crimine e al terrorismo, da un lato, e il forte impegno alla tutela dei diritti alla privacy dei cittadini, dall’altro.

Siamo impegnati nella realizzazione della politica comune dell’asilo, nel rispetto della salvaguardia dei diritti umani fondamentali e di una comune politica di immigrazione attraverso un maggior controllo delle frontiere.

Si tratta poi di realizzare uno spazio giudiziario europeo. Per raggiungere questo obiettivo occorrerà promuovere ogni forma di cooperazione volta a diffondere una cultura giudiziaria comune europea, ad esempio attraverso il reciproco riconoscimento delle sentenze e delle norme comuni, il superamento dell’exequatur e la messa in pratica di misure volte a facilitare l’accesso alla giustizia e a promuovere lo scambio tra magistrati.

C’è poi il programma pluriennale, che insiste sul concetto di cittadinanza europea, che va considerata un’aggiunta a quella nazionale e non una sua limitazione.

Credo che questi siano obiettivi che richiedono un maggior impegno da parte di tutti ...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Lena Ek (ALDE).(SV) Signor Presidente, pur avendo votato a favore della strategia dell’Unione europea in materia di libertà, sicurezza e giustizia, cioè il programma di Stoccolma, quando la proposta legislativa del Consiglio tornerà in Parlamento tramite la Commissione intendo essere molto rigorosa e severa sulla questione dell’apertura e della trasparenza del processo legislativo.

Questo aspetto riveste particolare importanza soprattutto per quanto concerne la procedura di asilo. La possibilità di richiedere asilo è un diritto fondamentale e la cooperazione europea ha lo scopo di abbattere i muri, non di erigerli. Gli Stati membri devono quindi rispettare la definizione giuridica di rifugiato e richiedente asilo enunciata nella Convenzione sullo status dei rifugiati; a tale riguardo ho appena presentato un emendamento. Il programma di Stoccolma nella sua versione definitiva deve promuovere valori europei quali la libertà e il rispetto per i diritti umani. Si tratta di una lotta che vale la pena di combattere, ed è esattamente quello che intendo fare.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(ES) Signor Presidente, desidero in primo luogo ringraziare lei e i suoi funzionari per la pazienza dimostrata durante queste dichiarazioni di voto.

(EN) Signor Presidente, un ex ministro dell’Interno inglese, Willie Whitelaw, disse una volta a un suo successore che quella era la carica migliore nel governo in quanto non bisognava occuparsi degli stranieri.

Nessun ministro dell’Interno degli Stati membri può dirlo oggi. Si è assistito a un’armonizzazione straordinaria in materia di giustizia e affari interni. In ogni ambito, immigrazione e asilo, visti, diritto civile, giustizia penale e attività di polizia, abbiamo conferito in modo efficace all’Unione europea l’attributo definitivo di Stato: un monopolio di forza giuridica impositiva sui suoi cittadini, ovvero, un sistema di giustizia penale.

Quando mai lo abbiamo deciso? Quando mai sono stati consultati i nostri elettori? Riconosco che non si è agito in segreto. Non esistono cospirazioni, o forse esiste quello che H. G. Wells ha definito “cospirazione aperta”, benché in nessun momento abbiamo avuto la cortesia di chiedere alle persone se volessero essere cittadini di uno Stato con il proprio ordinamento giuridico.

 
  
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  Philip Claeys (NI).(NL) Alla stregua di molti cittadini europei cui non è stata data l’opportunità di essere ascoltati in merito al trattato di Lisbona, anche io sono molto preoccupato per gli sviluppi intervenuti sul piano della libertà, della sicurezza e della giustizia. Sempre più poteri in materia di asilo e immigrazione sono dirottati dall’Unione europea, con la progressiva esclusione di tali questioni dal controllo democratico dei cittadini e il conseguente aggravarsi dell’immigrazione e dei problemi a essa correlati.

Il conferimento di diritti senza l’imposizione di obblighi, un altro elemento derivante da questa risoluzione, offre agli immigrati una scusa per non conformarsi alle norme dei paesi di accoglienza. A tale riguardo trovo irritante la seguente formulazione: “le molteplici discriminazioni che subiscono le donne rom”, in quanto omette che spesso tali discriminazioni sono autoimposte. Basti pensare che molte donne e minorenni rom sono obbligati a ...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI).(FR) Signor Presidente, avevo chiesto di parlare del programma di Stoccolma.

Come già accennato, questa relazione presenta due questioni che destano preoccupazione.

La prima è la sua chiara prospettiva a favore dell’immigrazione e la seconda, che non viene palesata né dal contenuto della relazione né dalle sue conclusioni e di cui siamo venuti a conoscenza soltanto attraverso le intenzioni espresse dal commissario Barrot, è la criminalizzazione della libertà di espressione, di ricerca e di pensiero.

Oggi in molti paesi europei le persone vengono perseguite, arrestate, punite con severità e detenute semplicemente perché desiderano esprimere un punto di vista critico sulla storia della Seconda guerra mondiale, ad esempio, sulla storia contemporanea o sul fenomeno dell’immigrazione. Tale diritto viene loro negato con punizioni molto dure. Ciò costituisce motivo di grande apprensione, essendo del tutto contrario allo spirito europeo.

 
  
  

Proposta di risoluzione (B7-0153/2009) sul risarcimento dei passeggeri in caso di fallimento di una compagnia aerea

 
  
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  Aldo Patriciello (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, alcuni mesi fa abbiamo assistito al fallimento repentino e inaspettato di alcune compagnie aeree low cost, quali la Myair e la Sky Europe, con conseguente cancellazione immediata di tutte le tratte previste, che ha determinato un forte disagio per migliaia di passeggeri a cui è stato negato l’imbarco su voli regolarmente prenotati. Cosa ancor più grave, a questi stessi consumatori è stata altresì negata la possibilità di ottenere rimborsi per i voli annullati a causa delle misure fallimentari che hanno colpito le suddette società aeree.

Per tali ragioni, appare quanto mai necessario che la Commissione, che ha come principi e valori la prosperità e il benessere dei consumatori, adotti con urgenza misure consone per evitare il reiterarsi di situazioni analoghe a scapito dei cittadini europei.

In particolare, occorre accelerare il processo di revisione della direttiva 90/314/CEE sui viaggi “tutto compreso”, così come è necessario, da un lato, dotarsi ...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Siiri Oviir (ALDE).(ET) Negli ultimi nove anni 77 compagnie aeree hanno presentato istanza di fallimento; non una, due o tre, e non soltanto ieri. Lo ripeto: negli ultimi nove anni. In conseguenza di ciò, migliaia di passeggeri sono stati lasciati a terra in aeroporti stranieri senza protezione alcuna. Non hanno ottenuto risarcimenti, o almeno non hanno ottenuto i giusti risarcimenti in tempo utile. Ho quindi votato a favore di questa risoluzione e condivido la tesi secondo cui nel settore dell’aviazione va colmata anche questa lacuna presente nel nostro ordinamento giuridico, come è emerso oggi.

Accolgo altresì con favore il termine concreto del 1o luglio 2010, quindi molto presto, fissato nella risoluzione, allorché la Commissione dovrà presentare proposte concrete e reali per risolvere questo problema. In futuro i diritti dei passeggeri dovranno essere tutelati anche …

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D).(EN) Signor Presidente, trattandosi di una questione molto importante, ho votato a favore di questa risoluzione in quanto ritengo necessario un atto normativo che tuteli i nostri cittadini in caso di fallimento di una compagnia aerea. Ogni giorno milioni di europei si servono di compagnie a basso costo, tuttavia i numerosi fallimenti di dette compagnie nell’Unione a partire dal 2000, nonché il caso recente di Sky Europe, hanno chiaramente dimostrato la vulnerabilità dei vettori aerei a basso costo alla variabilità del prezzo del petrolio e alla difficile congiuntura economica attuale.

Bisogna correggere la situazione e chiediamo pertanto alla Commissione di vagliare le misure risarcitorie che ritiene più adeguate per i nostri passeggeri.

 
  
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  Lara Comi (PPE). – Signor Presidente, alla luce dei recenti casi di sospensione e di revoca della licenza di molte compagnie aeree, un numero consistente di passeggeri e di possessori di un titolo di viaggio non onerato né rimborsato hanno subito dei danni rilevanti.

Credo pertanto necessario proporre una normativa concreta che definisca le soluzioni più adeguate ai problemi derivanti dai fallimenti in termini sia di perdita economica sia di rimpatrio.

E’ quindi importante prevedere un risarcimento per i passeggeri in caso di fallimento e definire altresì le relative modalità finanziarie e amministrative. Mi riferisco al principio della reciproca responsabilità a tutela dei passeggeri di tutte le società che volano sulla stessa rotta e hanno posti disponibili. Questo consentirebbe il rimpatrio dei passeggeri lasciati a terra in aeroporti stranieri. In tal senso, le ipotesi di un fondo di garanzia o di un’assicurazione obbligatoria per le compagnie aeree potrebbero rappresentare soluzioni plausibili da commisurare con il trade off derivante dall’aumento dei prezzi per i consumatori finali.

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE).(FI) Signor Presidente, è indispensabile parlare della sicurezza dei passeggeri aerei e, segnatamente, del risarcimento previsto in caso di fallimento delle compagnie aeree, come osservava l’onorevole Oviir. Negli ultimi nove anni si sono verificati 77 fallimenti e pare che l’industria dell’aviazione stia per essere investita da una turbolenza più forte che mai.

La concorrenza spietata rappresenta una sorta di play-off e il nuovo fenomeno delle compagnie aeree a basso costo sembra al momento ottenere buoni risultati e realizzare ingenti guadagni. Questa situazione ha spinto molte altre compagnie a praticare una concorrenza dannosa. Come già detto, è fondamentale garantire che non si ripetano tristi casi come quelli passati e che le compagnie aeree si assumano la responsabilità dei loro passeggeri, cui deve spettare un risarcimento qualora un volo venga cancellato in caso di fallimento. A tal fine ...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
  

Proposta di risoluzione sul “made in” (marchio d’origine)

 
  
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  Siiri Oviir (ALDE). (ET) Con la strategia di Lisbona, l’Unione europea si è posta come obiettivo il rafforzamento dell’unione economica. E’, dunque, di fondamentale importanza migliorare anche la capacità competitiva dell’economia. Tuttavia, a tal proposito, è necessario che nel mercato prevalga la competizione leale, e ciò implica la presenza di regolamentazioni chiare e valide per tutti i produttori, gli importatori e gli esportatori. Mi sono espresso a favore di questa proposta di risoluzione perché ritengo che l’obbligo di identificazione del paese d’origine delle merci importate nell’Unione europea da paesi terzi sia un modo infallibile per avere trasparenza, dare al consumatore informazioni adeguate e assicurare l’ottemperanza delle regole internazionali di commercio. Vi ringrazio.

 
  
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  Lara Comi (PPE). – Signor Presidente, la discussione relativa alla denominazione d'origine non rappresenta assolutamente gli interessi prioritari di uno o di pochi Stati membri, come a volte viene erroneamente inteso, bensì incarna il principio economico fondamentale di "levelling the playing field".

Tale principio, in linea con il trattato di Lisbona, mira a implementare la competitività europea a livello mondiale, promuovendo regole chiare ed equilibrate per le nostre aziende produttrici e importatrici di prodotti provenienti da paesi terzi.

Si sta parlando quindi di una questione che riguarda l'Europa nel suo complesso. È per tale motivo che ritengo fondamentale un accordo sulla denominazione d'origine che si spinga al di là del singolo interesse nazionale o di gruppo politico e che lasci spazio alla volontà di implementare il mercato unico promuovendo la competitività e la trasparenza.

Un passo avanti in tal senso è rappresentato dal riportare la proposta di regolamento relativa all'indicazione d'origine in Parlamento, così come era stata formulata dalla Commissione europea nel 2005.

In tal modo, in linea con il trattato di Lisbona, il processo di codecisione tra Parlamento e Consiglio consentirà assolutamente di velocizzare l'approvazione di un regolamento di così grande importanza per l'economia e i consumatori europei.

 
  
  

Dichiarazioni di voto scritte

 
  
  

Relazione Søndergaard (A7-0047/2009)

 
  
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  Robert Atkins (ECR), per iscritto. (EN) I Conservatori britannici non sono stati in grado di approvare il discarico del bilancio europeo del 2007, per la sezione del Consiglio europeo. Per il quattordicesimo anno consecutivo, la Corte dei conti europea è stata soltanto in grado di fornire una dichiarazione di affidabilità qualificata per quanto attiene ai conti dell’Unione europea.

Prendiamo atto dei commenti dei revisori dei conti riguardanti il fatto che circa l’80 per cento delle transazioni dell’Unione sono effettuate da agenzie che operano all’interno degli Stati membri secondo accordi di gestione congiunti. I revisori hanno ripetutamente sottolineato il fatto che i livelli di controllo ed esame dell’utilizzo dei fondi europei all’interno degli Stati membri risultano essere inappropriati.

Al fine di affrontare questo problema persistente, nel 2006 il Consiglio è divenuto parte di un accordo interistituzionale che obbliga gli Stati membri a fornire certificazioni per quelle transazioni di cui sono responsabili. Ci rincresce notare che, finora, la maggior parte degli Stati membri non ha tenuto fede ai propri obblighi in maniera soddisfacente e dunque, nonostante il tradizionale gentleman’s agreement tra Parlamento e Consiglio, non concederemo il discarico fino a quando gli Stati membri non rispettino appieno gli obblighi previsti dall’accordo interistituzionale.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE) , per iscritto.(FR) Mi sono espresso a favore del discarico finanziario al Consiglio per il bilancio del 2007 sottolineando, al contempo, il fatto che non concordo sul modo in cui la commissione per il controllo dei bilanci ha gestito questa situazione nella quale il relatore, l’onorevole Søndergaard, ha elaborato due relazioni in contraddizione tra di loro: da un lato, la proposta di rinviare il discarico ad aprile 2009 e, dall’altra, quella di concederlo, giustificando tale scelta con le affermazioni fatte durante incontri non accompagnati da lavoro di revisione di conti, nonostante la Corte dei conti europea non si sia espressa sulle modalità di gestione del Consiglio. Mi rincresce che non vi sia stata un’analisi giuridica per accertare i poteri del Parlamento europeo e, di conseguenza, quelli della commissione per il controllo dei bilanci per quanto riguarda, in particolar modo, le attività militari ed esterne del Consiglio. Nel momento in cui negozieremo le relazioni politiche con il Consiglio nel quadro dell’applicazione del trattato di Lisbona, è importante che il lavoro delle istituzioni sia basato sulle norme del diritto.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Al termine dell’ultimo mandato legislativo, in aprile, il Parlamento ha deciso di posporre il discarico del Consiglio per quanto riguarda l’esecuzione del bilancio 2007 essenzialmente a causa della mancanza di trasparenza sull’utilizzo del bilancio comunitario. In modo particolare, il Parlamento riteneva che ciò fosse di fondamentale importanza per assicurare una maggiore trasparenza e un controllo parlamentare più serrato sulle spese del Consiglio per la politica estera e di sicurezza comune e per la politica europea di sicurezza e di difesa (PESC/PESD).

La relazione adottata oggi concede infine il discarico del Consiglio, partendo dal presupposto che il Parlamento ha ottenuto una risposta soddisfacente da parte del Consiglio alle richieste formulate nella risoluzione dell’aprile scorso. Tuttavia, la relazione dà anche alcuni avvertimenti per la prossima procedura di discarico. In particolar modo, saranno passati al vaglio i progressi ottenuti dal Consiglio per quanto riguarda la chiusura di tutti i suoi conti extra bilancio, la pubblicazione di tutte le decisioni amministrative (quando queste sono utilizzate come base giuridica per le questioni di bilancio) e la trasmissione al Parlamento della relazione annuale concernente le sue attività. Nonostante il Consiglio abbia compiuto un discreto passo avanti nella presentazione dei conti sull’uso del bilancio comunitario, riteniamo che in termini di spese per la politica estera di sicurezza comune e per la politica europea di sicurezza e di difesa, le informazioni a disposizione siano ancora tutt’altro che adeguate, ed è per questo motivo che abbiamo ancora delle riserve in merito.

 
  
  

Raccomandazione per la seconda lettura Belet (A7-0076/2009)

 
  
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  Liam Aylward (ALDE), per iscritto. (GA) Ho votato a favore di questo regolamento riguardante l’etichettatura dei pneumatici in base al risparmio di carburante. L’efficienza energetica è di vitale importanza per la sostenibilità ambientale e per la conservazione delle risorse limitate. Un’etichettatura chiara e informativa aiuterà d’ora in avanti i consumatori europei a scegliere meglio. Le loro scelte, infatti, non saranno più basate soltanto sui costi ma anche sul risparmio di carburante. Un ulteriore vantaggio è che l’etichettatura dei pneumatici in base all’aderenza sul bagnato aumenterà la sicurezza stradale.

 
  
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  Jan Březina (PPE), per iscritto. (CS) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Belet sull’etichettatura dei pneumatici in base al risparmio di carburante, che rappresenta la posizione comune del Consiglio. Poiché il 25 per cento delle emissioni totali di CO2 proviene dal trasporto su strada e il 30 per cento del consumo totale di carburante dei veicoli è correlato al tipo di pneumatici, l’introduzione di un’etichettatura obbligatoria per i pneumatici rappresenta uno strumento chiave per ottenere un ambiente più sano.

La decisione presa oggi dal Parlamento porterà a una riduzione delle emissioni di anidride carbonica di circa quattro milioni di tonnellate all’anno. In altri termini, sarebbe come rimuovere un milione di autovetture dalle strade dell’Unione. Il beneficio indiscutibile derivante dall’approvazione di questo regolamento è sicuramente rappresentato da un miglioramento della qualità e quindi della sicurezza dei pneumatici. Ciò non dovrebbe condurre a un aumento dei prezzi, il che sarà sicuramente gradito ai consumatori, in modo particolare a quelli che basano la propria scelta di acquisto principalmente sul prezzo del prodotto. Ritengo che ciò confermi i risultati di ricerche di mercato secondo i quali i consumatori sono interessati ad acquistare prodotti ecocompatibili. Credo, inoltre, che il vantaggio del regolamento approvato per le case produttrici sia rappresentato dal fatto che, grazie agli standard per fornire informazioni sull’efficienza dei pneumatici, vi sarà un’ulteriore opportunità per i consumatori di scegliere sulla base di fattori diversi dal solo prezzo del prodotto.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Il nuovo regolamento sull’etichettatura dei pneumatici è parte della strategia comunitaria per quanto riguarda la CO2, che stabilisce gli obiettivi da raggiungere attraverso la riduzione delle emissioni dei veicoli. A partire dal novembre 2012, i pneumatici saranno etichettati all’interno dell’Unione europea in base al consumo di carburante, all’aderenza sul bagnato e alle emissioni acustiche. I pneumatici sono responsabili dal 20 al 30 per cento dell’energia consumata dai veicoli a causa della loro resistenza al rotolamento. Regolamentando l’utilizzo di pneumatici efficienti da un punto di vista energetico, sicuri e con un basso grado di emissioni acustiche, aiutiamo sia a limitare i danni per l’ambiente, attraverso la riduzione del consumo di carburante, sia a elevare i livelli di protezione del consumatore, attraverso la competizione di mercato. Accolgo dunque favorevolmente la creazione di un ulteriore strumento che rappresenta un passo in più verso un’Europa sostenibile in termini di energia.

 
  
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  Lara Comi (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, approvo la decisione del Parlamento di adottare in via definitiva un regolamento atto ad aumentare la sicurezza, nonché l'efficienza ambientale ed economica dei trasporti su strada. L'obiettivo è quello di promuovere l'uso di pneumatici sicuri e più silenziosi. Secondo alcuni studi è possibile ridurre in modo significativo (fino al 10%) la quota di consumo di carburante del veicolo derivante dalle prestazioni dei pneumatici.

In linea con il mio impegno rivolto alla protezione dei consumatori, questo regolamento istituisce un quadro normativo efficace mediante etichettature e informazioni chiare e precise In tal modo si salvaguarda la trasparenza e si rende il consumatore più consapevole della sua scelta di acquisto supportata da cataloghi, volantini e web marketing.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Accolgo favorevolmente il fatto che, al posto di una direttiva, vi sia un regolamento sull’etichettatura dei pneumatici, risultante da una proposta del Parlamento.

A partire dal novembre 2012 i pneumatici saranno etichettati in base al consumo di carburante, all’aderenza sul bagnato e alle emissioni acustiche. I cittadini europei avranno a disposizione più informazioni per scegliere il tipo di pneumatico più consono alle loro esigenze in modo da ridurre i costi legati al carburante e il consumo di energia. Possono, quindi, effettuare una scelta ecocompatibile e ridurre la propria impronta di carbonio.

Inoltre, l’etichettatura comporterà una maggiore concorrenza tra le case produttrici. Questo tipo di etichettatura rappresenta dunque un beneficio dal punto di vista ambientale; è infatti opportuno ricordare che il trasporto su strada è responsabile del 25 per cento delle emissioni di anidride carbonica in Europa.

I pneumatici possono rivestire un ruolo fondamentale nella riduzione delle emissioni di CO2 perché sono responsabili dal 20 al 30 per cento del consumo totale di energia dei veicoli.

Per i veicoli adibiti al trasporto di passeggeri, pneumatici più efficienti dal punto di vista energetico possono permettere di ottenere fino al 10 per cento di risparmio dei costi del carburante.

Pertanto ho votato a favore.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Ho votato a favore del pacchetto di compromesso sull’etichettatura dei pneumatici. Questa Assemblea si occupa di numerose questioni che appaiono estremamente tecniche e, di primo acchito, non rappresentano priorità per l’agenda politica di molti. Questa è probabilmente una di esse. Tuttavia, un esame più attento rivela che circa un quarto delle emissioni di CO2 deriva proprio dal trasporto su strada e che i pneumatici rivestono un ruolo importante nel determinare il risparmio di carburante. Questa proposta legislativa svolge quindi un ruolo importante nel quadro, più ampio, degli sforzi intrapresi dall’Unione europea per combattere il riscaldamento globale.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Mi sono espresso a favore di questa relazione perché essa contribuisce, in particolar modo, a due questioni essenziali: il miglioramento delle informazioni disponibili, il che facilita una scelta più ecocompatibile del tipo di pneumatico, e il fatto che, attraverso tale scelta, contribuiremo a una maggiore efficienza energetica, visto che i pneumatici sono responsabili dal 20 al 30 per cento del consumo complessivo di energia dei veicoli.

 
  
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  Aldo Patriciello (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, la proposta di regolamento sull'etichettatura dei pneumatici approvata oggi da quest'Assemblea costituisce un passo decisivo al fine di immettere sul mercato prodotti sicuri e silenziosi che consentano, al contempo, di ridurre al minimo il consumo di carburante. In particolare, è apprezzabile che la forma giuridica della proposta sia stata modificata da direttiva a regolamento.

Ciò permetterà di avere un'eguale ed immediata applicazione di tutte le prescrizioni in tutti gli Stati membri, garantendo una migliore armonizzazione del mercato europeo dei pneumatici. Inoltre, lo sforzo compiuto nei negoziati dalla commissione ITRE in materia di flessibilità per quanto concerne l'esposizione dell'etichetta, permetterà un'adeguata protezione del consumatore finale evitando al contempo di appesantire di eccessivi oneri burocratici le case produttrici.

La disposizione transitoria di esentare dagli obblighi del regolamento i pneumatici fabbricati prima del 2012 costituisce infine una misura necessaria allo scopo di garantire un graduale adeguamento del mercato alle nuove norme europee. Per tali ragioni, possiamo dirci soddisfatti della posizione comune raggiunta, certi che la stessa corrisponde agli obiettivi della proposta iniziale della Commissione.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore del regolamento sull’etichettatura dei pneumatici in base al risparmio di carburante. Questo regolamento è parte di un pacchetto legislativo concernente l’efficienza energetica e contribuirà a ridurre le emissioni inquinanti derivanti dal settore dei trasporti. Secondo il regolamento, le case produttrici di pneumatici saranno obbligate a utilizzare etichette e adesivi per fornire ai consumatori informazioni sul consumo di carburante, la resistenza al rotolamento, l’aderenza sul bagnato e il rumore esterno di rotolamento. Da un punto di vista prettamente pragmatico, l’etichetta indicherà il livello di classificazione dei pneumatici, da A a G, per i parametri fin qui menzionati. Le case produttrici hanno altresì il dovere di fornire sui loro siti Internet spiegazioni riguardo a tali indicatori, oltre a raccomandazioni concernenti i comportamenti di guida. Tali raccomandazioni devono comprendere anche indicazioni per una guida ecocompatibile, il controllo regolare della pressione dei pneumatici e il rispetto della distanza di frenatura. Gli Stati membri dovranno pubblicare entro il 1o novembre 2011 tutte le disposizioni previste dalla legge e le azioni amministrative necessarie per il recepimento del regolamento nei rispettivi ordinamenti nazionali. Le norme contenute nel regolamento entreranno in vigore il 1o novembre 2012. Il settore dei trasporti è responsabile di circa il 25 per cento delle emissioni inquinanti ed è per questo motivo che il regolamento contribuirà a ridurle.

 
  
  

Relazione Böge (A7-0044/2009)

 
  
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  Regina Bastos (PPE), per iscritto. (PT) Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) si pone come obiettivo quello di sostenere i lavoratori colpiti in prima persona dai licenziamenti dovuti ai grandi cambiamenti avvenuti nel commercio mondiale. In particolar modo, il Fondo sostiene finanziariamente l’assistenza per la ricerca di un posto di lavoro, processi di riqualificazione personalizzati, la promozione dell’imprenditoria, aiuti per l’attività professionale autonoma e integrazioni del reddito straordinarie e temporanee.

A lungo termine, queste misure mirano ad aiutare i lavoratori a trovare e mantenere un nuovo posto di lavoro.

Il mio paese, il Portogallo, ha beneficiato del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione per due volte: nel 2008, in seguito a 1 549 licenziamenti nel settore automobilistico nella regione di Lisbona e dell’Alentejo, e nel 2009, in seguito a 1 504 licenziamenti in 49 industrie tessili nelle regioni al nord e al centro del paese.

E’ dunque chiara l’importanza fondamentale di questo Fondo. Tuttavia, la questione posta dall’onorevole Berès mette in risalto l’esistenza di una situazione su cui la Commissione europea dovrebbe far luce. Dobbiamo evitare che lo stanziamento di fondi o di aiuti statali in uno Stato membro comporti perdite di posti di lavoro in altre zone dell’Unione europea.

Concordo, quindi, con la necessità di garantire un efficace coordinamento degli aiuti finanziari dell’Unione, evitando che le imprese possano trarre beneficio dalla creazione e dalla riduzione dei posti di lavoro.

 
  
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  Proinsias De Rossa (S&D), per iscritto. (EN) Sono a favore dello stanziamento di 14,8 milioni di euro del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione a sostegno dei 2 840 lavoratori della Dell a Limerick che hanno perso il proprio posto di lavoro a causa della chiusura del loro stabilimento. Questi fondi andranno a beneficio direttamente dei lavoratori licenziati e non della Dell. Sembra, infatti, che mentre quest’ultima chiudeva il suo impianto di produzione in Irlanda, abbia ricevuto 54,5 milioni di euro in aiuti statali da parte del governo polacco per aprire un nuovo stabilimento a Lodz. Tali aiuti statali sono stati approvati dalla Commissione europea. Dov’è, dunque, la coerenza nella politica seguita dalla Commissione? Ciò esenta di fatto la Dell dall’affrontare le conseguenze sociali derivanti dalle sue strategie e permette alle imprese di imbarcarsi in una corsa al ribasso sostenuta sia dallo Stato membro sia dai fondi europei. E’ per questo motivo che un coordinamento chiaro tra la politica della Commissione europea sugli aiuti statali e le politiche sociali è di primaria necessità.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Come ho avuto già occasione di affermare, il notevole impatto della globalizzazione e della conseguente delocalizzazione delle imprese sulla vita dei cittadini era palese già prima dell’attuale crisi finanziaria, che ne ha aggravato ed esacerbato alcuni dei sintomi iniziali. La singolare sfida dell’epoca in cui viviamo e la necessità straordinaria di ricorrere a strumenti, di per sé eccezionali, per assistere i disoccupati e promuoverne la reintegrazione nel mercato del lavoro diviene ancor più evidente quando, a questi problemi, si vanno ad aggiungere la mancanza di fiducia nei mercati e la netta riduzione degli investimenti.

A tale riguardo, il Fondo europeo per l’adeguamento alla globalizzazione è stato utilizzato diverse volte, sempre con l’obiettivo di ridurre l’impatto della globalizzazione sui lavoratori europei dovuto alla loro esposizione al mercato globale. I casi descritti dalla relazione Böge sono, ancora una volta, degni di considerazione, anche se permangono alcuni dubbi sul fatto che tutti possano davvero rispondere ai requisiti richiesti. Sarebbe quindi auspicabile che in futuro le domande vengano sottoposte separatamente.

Vorrei ribadire ancora una volta la necessità che l’Unione europea compia altri passi per promuovere un mercato europeo più forte, libero e creativo che stimoli maggiori investimenti e la creazione di posti di lavoro.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa relazione in virtù del fatto che il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione è uno strumento per rispondere a specifiche crisi europee dovute alla globalizzazione, e ci troviamo attualmente dinanzi ad una situazione del genere. Il Fondo fornisce un sostegno una tantum, individuale e limitato nel tempo ai lavoratori licenziati. E’ stato inoltre affermato che, nello stanziare questi fondi ai lavoratori, non vi debbano essere disparità come, invece, è accaduto.

Inoltre, il Fondo sociale europeo (FSE) sostiene la strategia europea per l’occupazione e le politiche degli Stati membri per la piena occupazione, la qualità e la produttività sul lavoro, promuove l’inclusione sociale, in particolar modo l’accesso all’impiego per le persone più svantaggiate, e riduce le ineguaglianze nel campo del lavoro a livello locale, regionale e nazionale. Si tratta di un fondo di importanza cruciale per il rafforzamento della coesione economica e sociale. La situazione attuale richiede un’attuazione adeguata, risoluta e rapida del Fondo sociale europeo.

Chiaramente, il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione e il Fondo sociale europeo hanno obiettivi differenti, complementari e non interscambiabili. In quanto misura straordinaria, il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione dovrebbe essere finanziato in maniera autonoma, ed è un errore estremamente grave che, in quanto misura per il breve termine, sia finanziato a spese del Fondo sociale europeo o di altri fondi strutturali.

 
  
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  Pat the Cope Gallagher (ALDE), per iscritto. (EN) Accolgo favorevolmente la decisione del Parlamento europeo di approvare lo stanziamento degli aiuti a favore dei lavoratori della Dell, nel quadro del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione. I licenziamenti effettuati in Dell hanno notevolmente colpito l’economia locale di Limerick e delle zone limitrofe. E’ necessario mettere in atto adeguate misure di riqualificazione professionale per far sì che coloro che hanno perso il posto di lavoro alla Dell possano avere un impiego sicuro nel prossimo futuro. L’approvazione della richiesta irlandese di aiuti nell’ambito del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione contribuirà alla riconversione e riqualificazione dei lavoratori in questione.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto.(FR) Ho votato a favore della mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione per i casi del Belgio e dell’Irlanda perché ritengo fondamentale utilizzare tutti i mezzi possibili per aiutare i lavoratori colpiti dai danni dovuti alla globalizzazione e alla crisi economica e finanziaria.

Ciononostante, mi pongo delle domande sulla coerenza delle politiche europee nel momento in cui, insieme alla mobilitazione di questo fondo, la Commissione europea permette alla Polonia di stanziare aiuti statali a favore della Dell per aprire uno stabilimento nel suo territorio, anche se la società è in procinto di chiuderne uno in Irlanda. Come possono i cittadini europei avere fiducia nei “vantaggi” dell’Unione quando essa si presta a questo tipo di “giochi”?

Sarebbe dunque lecito dubitare dell’impiego legittimo dei fondi pubblici in un simile contesto e biasimare la mancanza di responsabilità sociale delle nostre imprese, che badano esclusivamente al profitto, senza tener conto dei posti di lavoro persi.

 
  
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  Jacky Hénin (GUE/NGL), per iscritto.(FR) Il gruppo Dell, ieri al primo posto, oggi al terzo nel settore dell’informatica a livello mondiale, con un valore azionario stimato pari a 18 miliardi di dollari statunitensi, che ha fatto registrare utili per 337 milioni di dollari statunitensi nel terzo trimestre 2009 e con una previsione di utili ancora più elevati per il quarto trimestre…

Sì, sostengo i lavoratori della Dell!

Sì, auspico che trovino presto un impiego e possano prontamente tornare a condurre una vita dignitosa!

Ma, no, non contribuirò al saccheggio delle tasche dei contribuenti europei. In nessun caso mi unirò alla dimostrazione di compassione per quei lavoratori che si trovano in uno stato di grande disagio.

Spetta ai colpevoli pagare e all’Unione mettere in atto una forte politica industriale che faccia fronte alle necessità dei cittadini prima ancora di autorizzare la distribuzione degli utili!

 
  
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  Alan Kelly (S&D), per iscritto. (EN) Oggi il Parlamento europeo ha approvato lo stanziamento di un fondo di 14 milioni di euro per la formazione professionale dei 1 900 lavoratori della Dell che sono stati licenziati in seguito alla decisione di spostare lo stabilimento dall’Irlanda alla Polonia. Questo fondo può aiutare coloro che hanno perso il posto di lavoro a riconvertirsi e riqualificarsi dal punto di vista professionale per poter rientrare nella forza lavoro. Il fondo rappresenterà un aiuto piuttosto che un’elemosina perché il denaro verrà inviato alle università di terzo livello nella provincia di Munster per pagare le rette degli ex dipendenti della Dell. L’approvazione di questo fondo rappresenta un esempio chiave dell’impegno dell’Unione per aiutare l’Irlanda a uscire dalla recessione. Il fondo dovrebbe rallentare la crescita della disoccupazione nella provincia di Muster e fungere da catalizzatore per l’economia locale in vista del reinserimento nella forza lavoro di chi è stato direttamente interessato dalla chiusura dello stabilimento Dell.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) E’ proprio pensando ai lavoratori irlandesi e belgi in quanto vittime della globalizzazione neo-liberale che votiamo a favore di questa relazione e per garantire aiuti nell’ambito del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione.

Tuttavia, denunciamo con veemenza la logica secondo cui le tragedie sociali ed umane provate dai lavoratori europei rappresentano semplicemente degli “aggiustamenti” necessari per uno svolgimento senza troppi ostacoli del processo di globalizzazione neo-liberale. E’ del tutto inaccettabile che l’Unione europea sostenga le parti che sono effettivamente responsabili di tali tragedie offrendo il suo sostegno politico e finanziario alla delocalizzazione e ai processi di trasferimento che questi ultimi stanno portando avanti con l’unico scopo del profitto.

La fame commerciale dei predatori capitalisti, quali appunto la società texana Dell, il numero due al mondo nelle telecomunicazioni, non può essere soddisfatta senza tener conto dell’interesse generale dei cittadini europei. In ogni caso, non è questo il nostro modo di vedere l’Europa.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea è un’area di solidarietà e il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione si inscrive perfettamente in tale concetto. Questo strumento di sostegno è fondamentale per aiutare i disoccupati e le vittime delle delocalizzazioni che si sono verificate in seguito alla globalizzazione. Un numero sempre crescente di imprese sta delocalizzando, traendo beneficio dai costi inferiori della manodopera in diversi paesi, in modo particolare in Cina e India, con effetti dannosi per i paesi che rispettano i diritti dei lavoratori. Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione ha come obiettivo quello di sostenere i lavoratori vittime delle delocalizzazioni delle imprese ed è di importanza cruciale per aiutarli a trovare nuovi posti di lavoro nel futuro. Il Fondo è stato già utilizzato nel passato da altri paesi dell’Unione, in particolare Spagna e Portogallo, e ora è il momento di fornire tali aiuti al Belgio e all’Irlanda.

 
  
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  Marit Paulsen, Olle Schmidt e Cecilia Wikström (ALDE), per iscritto. (SV) L’Unione europea ha creato uno strumento legislativo e di bilancio per essere in grado di dare sostegno a coloro che hanno perso il posto di lavoro a causa di “grandi cambiamenti strutturali nei meccanismi del commercio mondiale e per assistere la loro reintegrazione nel mercato del lavoro”.

Siamo fermamente convinti del fatto che il libero scambio e l’economia di mercato vadano a vantaggio dello sviluppo economico e dunque, in linea di principio, siamo contrari agli aiuti finanziari alle regioni o ai paesi. Tuttavia, la crisi finanziaria ha colpito molto duramente le economie degli Stati membri e la recessione economica è di gran lunga la più grave rispetto a qualunque altro momento di crisi economica subita dall’Europa a partire dagli anni ’30.

Nel caso in cui l’Unione europea non dovesse agire prontamente, i disoccupati saranno gravemente colpiti nelle regioni del Belgio e dell’Irlanda che hanno fatto richiesta di assistenza finanziaria all’Unione europea. Il rischio di emarginazione sociale e di esclusione permanente è molto elevato ed è qualcosa che noi come liberali non possiamo accettare. Siamo davvero vicini a tutti coloro che sono stati colpiti dalle conseguenze della crisi economica e vorremmo che misure quali la formazione professionale li aiutassero a uscire da questa situazione di empasse. Sosteniamo, quindi, l’assistenza per i disoccupati del settore tessile nelle regioni belghe delle Fiandre orientali e occidentali e del Limburgo e quelli del settore informatico nelle contee irlandesi di Limerick, Clare e North Tipperary e nella città di Limerick.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto. (PL) Ho approvato la mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione perché i licenziamenti di massa sono, senza alcun dubbio, una conseguenza negativa della crisi economica che, nonostante opinioni contrastanti, è ancora presente. Non v’è dubbio sul fatto che chi ha perso il posto di lavoro nei paesi in questione devono essere aiutati. La perdita dell’impiego è una grande tragedia per queste persone e le loro famiglie. Proprio per tale motivo credo che il ruolo del Fondo europeo di adeguamento sia fondamentale nei tempi difficili di crisi. Ritengo che il bilancio del Fondo debba essere aumentato in proporzioni significative nel futuro, in modo tale da poter rispondere ai bisogni sociali. La crisi economica continua a mietere le proprie vittime sotto forma di licenziamenti di massa, che spesso comportano drammi umani, un aumento dei problemi sociali e molteplici altri fenomeni che non aiutano di certo a migliorare la situazione. Ritengo, quindi, che dovremmo fare tutto il possibile per aiutare, nella maniera più efficace possibile, coloro che subiscono in prima persona le conseguenze della crisi economica.

 
  
  

Relazione Martin (A7-0043/2009)

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Accolgo favorevolmente gli emendamenti proposti per il regolamento alla luce dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona. Vorrei porre l’accento su uno degli aspetti che considero di fondamentale importanza al momento, mentre sono in corso i negoziati per un nuovo accordo che sostituirà il protocollo di Kyoto nel gennaio 2013. Il trattato di Lisbona pone la lotta internazionale ai cambiamenti climatici tra i principali obiettivi specifici della politica ambientale dell’Unione. Il trattato di Lisbona aggiunge il sostegno all’azione internazionale per combattere i cambiamenti climatici alla lista degli obiettivi che compongono la sua politica in materia d’ambiente. Inoltre, il trattato di Lisbona conferisce all’Unione nuovi poteri nei settori dell’energia, della ricerca scientifica e della politica spaziale. Quella energetica è ora una responsabilità congiunta che pone le basi per una politica europea comune.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Martin sull’adeguamento del regolamento del Parlamento al trattato di Lisbona perché è necessario emendare alcune regole interne del Parlamento, in vista dei nuovi poteri derivanti dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona, in modo particolare un maggiore potere legislativo che permetterà a questa Assemblea di legiferare su un piano paritario rispetto ai governi degli Stati membri su un ampio spettro di questioni.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Gli emendamenti su cui abbiamo votato oggi saranno incorporati nel regolamento del Parlamento europeo che doveva essere messo in linea con la preannunciata entrata in vigore del trattato di Lisbona, prevista per il 1 dicembre. Ritengo che il notevole aumento dei poteri del Parlamento, che chiama i parlamentari ad affrontare nuove sfide, sia un importante test della sua abilità di proporre leggi e del suo senso di responsabilità.

Dunque, non posso far altro che accogliere di buon grado un cambiamento nel regolamento che farà sì che i lavori di questa Assemblea siano più in linea con le disposizioni dei trattati.

Inoltre, sono particolarmente lieto che i parlamenti nazionali e le iniziative degli Stati membri rivestano un ruolo sempre più importante nel processo di integrazione europea.

Auspico che il principio di sussidiarietà, che è oggetto di particolare attenzione da parte del legislatore europeo, sia sempre rispettato appieno dai decisori politici europei.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto.(FR) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Martin sulla riforma del regolamento del Parlamento europeo perché essa permetterà al Parlamento di aderire alle nuove regole di base che accompagnano l’entrata in vigore del trattato di Lisbona.

La riforma comprende, nello specifico: l’accoglienza di nuovi “osservatori” che dovrebbero essere in grado di diventare al più presto possibile deputati a pieno titolo; l’introduzione di regole riguardanti il nuovo ruolo dei parlamenti nazionali per quanto attiene alla procedura legislativa, sulla base del rispetto del principio di sussidiarietà, una riforma che accolgo davvero di buon grado perché contribuisce ad allargare il dibattito democratico; infine e soprattutto, le maggiori competenze legislative del Parlamento europeo.

Infine, questo testo fa luce sulle azioni che il Parlamento europeo dovrebbe intraprendere nel caso in cui vi fosse una “violazione dei principi fondamentali da parte di uno Stato membro”, il che rappresenta un elemento particolarmente positivo nella difesa dei diritti fondamentali.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Ai sensi del vecchio articolo 36 del regolamento del Parlamento, siamo tenuti a “prestare particolare attenzione al rispetto dei diritti fondamentali”. Il nuovo articolo 36, invece, indica la necessità di “rispettare totalmente” questi diritti, come sancito dalla carta dei diritti fondamentali. Si tratta di una differenza sottile ma, a mio parere, importante e che obbliga tutti gli onorevoli deputati a sostenere i diritti di tutti i cittadini.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’entrata in vigore del trattato di Lisbona il 1 dicembre 2009 implica un necessario adeguamento del regolamento affinché questo sia in linea con le nuove norme e i nuovi poteri del Parlamento.

Con questi emendamenti al regolamento, il Parlamento si prepara all’aumento dei poteri di cui disporrà con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, considerando inoltre l’arrivo di 18 nuovi parlamentari, di maggiori poteri legislativi e di nuove procedure di bilancio. Inoltre, a tal riguardo, la cooperazione con i parlamenti nazionali riveste un’importanza cruciale.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) C’è davvero ben poco da poter constatare con mano del tanto vantato aumento di democrazia e del maggiore peso dei parlamenti che il trattato di Lisbona avrebbe dovuto introdurre. Vi sono soltanto alcune nuove procedure. In nessun caso si deve abusare della procedura per valutare il livello di rispetto dei diritti fondamentali in virtù di un’imposizione obbligatoria di correttezza politica o di una mania anti-discriminatoria.

La mancanza di democrazia all’interno dell’Unione europea rimane invariata con il trattato di Lisbona. Non cambia molto quando il Parlamento sceglie il presidente della Commissione tra un gruppo di politici falliti che hanno perso le elezioni. Il fatto che l’applicazione del programma di Stoccolma sia portata avanti così velocemente da non consentirci di far presente le nostre preoccupazioni sulla protezione dei dati dimostra in tutta evidenza quanto sia forte la nostra voce. In realtà, i cambiamenti al regolamento derivanti dal trattato di Lisbona non hanno portato ad alcun miglioramento in termini di trasparenza o di peso dei parlamenti nazionali. Per i motivi fin qui elencati ho votato contro la relazione.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) Il trattato di Lisbona apporterà maggiore rapidità, legittimità e democrazia al processo decisionale dell’Unione europea, che è responsabile delle misure riguardanti il quotidiano di noi cittadini europei.

Nello specifico, il Parlamento avrà maggiori poteri legislativi e condividerà con il Consiglio europeo le stesse responsabilità su diverse questioni di cui si occupano le istituzioni. Infatti, ai sensi del trattato di Lisbona, la cosiddetta codecisione diventerà la norma e la procedura legislativa di prassi.

Per quanto mi riguarda, in quanto parlamentare, sono ben cosciente delle sfide che questo cambiamento comporta.

Questa relazione, in particolare, riprende il lavoro intrapreso e quasi portato a termine nel corso della precedente legislatura al fine di adeguare il regolamento che governa i lavori di questa Assemblea al nuovo trattato che entrerà in vigore all’inizio del prossimo mese.

Alcuni emendamenti sono di natura puramente tecnica e altri riguardano gli aggiornamenti che il Parlamento ha avuto l’opportunità di mettere in atto in questa occasione. In generale, la relazione rappresenta un compromesso che soddisfa la parte politica cui appartengo, il gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano), mettendo insieme, in maniera equilibrata, questioni quali la sussidiarietà, la proporzionalità e il rafforzamento della cooperazione tra il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali.

Per questi motivi, dunque, ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Il partito comunista greco è contrario e si è espresso a sfavore degli emendamenti per adattare il regolamento del Parlamento europeo alle prescrizioni del trattato di Lisbona. Gli emendamenti contribuiscono a mantenere e rafforzare la natura reazionaria e antidemocratica di tale regolamento, che rappresenta un quadro asfissiante per qualunque opinione dell’opposizione contraria alla sovranità dei rappresentanti politici del capitale.

E’ mendace affermare che il trattato di Lisbona “conferisce all’Unione europea una dimensione più democratica” in virtù del fatto che accentuerebbe il ruolo del Parlamento europeo. Il Parlamento rappresenta una componente della struttura reazionaria dell’Unione europea. Ha dimostrato la sua devozione alla politica reazionaria dell’Unione, il suo sostegno agli interessi dei monopoli, il suo ruolo in quanto organo che in teoria dovrebbe conferire credenziali giuridiche alla politica antipopolare dell’Unione. Il Parlamento europeo non rappresenta i cittadini ma gli interessi del capitale. Gli interessi dei cittadini sono rappresentati dall’opposizione, che va contro la politica antipopolare dell’Unione europea e il Parlamento europeo che la sostiene e che vuole sovvertire il costrutto eurounificatore.

 
  
  

Proposta di risoluzione (B7-0141/2009) / RIV 1 sulla preparazione del vertice di Copenaghen sui cambiamenti climatici

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa risoluzione, che ha come obiettivo il raggiungimento di un accordo internazionale legalmente vincolante a Copenaghen, perché ritengo che la conclusione di un tale accordo possa condurre a un nuovo modello sostenibile che stimoli la crescita economica e sociale, incoraggi lo sviluppo di tecnologie ecosostenibili, l’utilizzo di risorse energetiche rinnovabili e dell’efficienza energetica, riduca il consumo di energia e favorisca la creazione di nuovi posti di lavoro.

Questa risoluzione sottolinea l’importanza del fatto che l’accordo sia fondato sul principio di responsabilità comune ma differenziata, prevedendo una leadership dei paesi industrializzati per quanto riguarda la riduzione delle proprie emissioni e l’accettazione delle proprie responsabilità di fornire ai paesi in via di sviluppo un sostegno tecnico e finanziario adeguato. Ritengo che l’approvazione della risoluzione possa contribuire a un certo equilibrio globale.

E’ dunque essenziale che l’Unione assuma un ruolo guida in merito, al fine di salvaguardare il benessere delle generazioni future.

 
  
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  Dominique Baudis (PPE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore della risoluzione sul vertice di Copenaghen perché ritengo sia una nostra responsabilità, in quanto rappresentanti eletti, proteggere il pianeta per le generazioni future. Nei mesi a venire la posta in gioco sarà molto elevata: il futuro del mondo. Sarebbe assurdo pensare che la comunità internazionale non è in grado di raggiungere un accordo che vincoli tutti gli Stati a seguire la via della ragione. Capi di Stato e di governo, avete nelle vostre mani la responsabilità di decidere del futuro del pianeta Terra. Mi auguro possiate essere in grado di accantonare i vostri interessi nazionali e le questioni di breve termine perché l’umanità non ha tempo da perdere.

 
  
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  Frieda Brepoels (Verts/ALE), per iscritto. – (NL) Nella risoluzione adottata oggi dal Parlamento europeo un paragrafo specifico sottolinea la grande importanza delle regioni e delle autorità locali in particolar modo nel processo consultivo e nella diffusione di informazioni sui progressi e la messa in atto della politica in materia di cambiamenti climatici. Più dell’80 per cento delle politiche di attenuazione dei e adattamento ai cambiamenti climatici saranno messe in atto a livello regionale o locale. Numerosi governi regionali stanno già dando il buon esempio applicando un approccio radicale nella lotta ai cambiamenti climatici.

In quanto membro dell’Alleanza libera europea, che rappresenta le nazioni e le regioni europee, esprimo il mio totale sostegno al coinvolgimento diretto dei governi regionali nella promozione dello sviluppo sostenibile e di una valida risposta ai cambiamenti climatici. In tale contesto, è doveroso sottolineare l’importanza del lavoro svolto dalla rete dei governi regionali per lo sviluppo sostenibile (nrg4SD). Questa rete ha già creato un solido partenariato con il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) e il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP). I membri dell’Alleanza libera europea chiedono un riconoscimento esplicito dei governi regionali nel contesto dell’accordo di Copenaghen, che ponga l’accento sul loro ruolo nell’ambito delle politiche di attenuazione dei e adattamento ai cambiamenti climatici.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) E’ di fondamentale importanza che il vertice di Copenaghen si concluda con il raggiungimento di un accordo politicamente vincolante. Quest’ultimo dovrà contenere elementi di carattere operativo che possano essere messi in atto immediatamente e un programma che consenta di redigere un accordo giuridicamente vincolante nel corso del 2010. L’accordo deve coinvolgere tutti i paesi firmatari della convenzione ed è importante che tutti gli impegni da rispettare, sia in termini di riduzione delle emissioni che di finanziamenti, siano indicati in maniera chiara. Se, da un lato, i paesi industrializzati dovrebbero agire da pionieri nella riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, anche i paesi in via di sviluppo più avanzati da un punto di vista economico hanno un ruolo importante da svolgere, contribuendo in proporzione alle loro responsabilità e capacità. I paesi industrializzati e i paesi emergenti con economie più sviluppate dovrebbero mostrare un impegno di pari valore. Solo in questo caso sarà possibile ridurre le distorsioni nella concorrenza internazionale. Alla stessa stregua, è di cruciale importanza che le strutture per i finanziamenti siano ben definite, così che possano essere sostenibili a medio e lungo termine. I finanziamenti devono provenire dal settore privato, dal mercato del carbonio e dal settore pubblico dei paesi industrializzati e dei paesi in via di sviluppo economicamente più avanzati.

 
  
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  Nessa Childers (S&D), per iscritto. (EN) E’ di fondamentale importanza che l’Unione europea compia azioni concrete e diventi pioniere, a livello mondiale, nella riduzione delle emissioni di carbonio in vista del vertice di Copenaghen. Il Parlamento ha già mostrato un maggiore livello di ambizione rispetto agli Stati membri per quanto riguarda la riduzione di emissioni di carbonio e la risoluzione odierna va accompagnata da appelli per finanziamenti reali e obiettivi forti e di grande portata, dal 25 al 40 per cento in linea con la scienza, e dalla richiesta insistente di un accordo giuridicamente vincolante.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Mi sono astenuto in primo luogo perché è stato approvato l’emendamento n. 13, che considera l’energia nucleare un fattore importante per la riduzione di emissioni di anidride carbonica, e, in secondo luogo, perché è stato respinto l’emendamento n. 3, proposto dal mio gruppo e che invitava i paesi sviluppati a impegnarsi a ridurre le proprie emissioni di gas a effetto serra dall’80 al 95 per cento entro il 2050 rispetto ai livelli del 1990. Vi sono diversi punti positivi nella risoluzione, quali, ad esempio, l’impegno dell’Unione europea a garantire lo stanziamento di 30 miliardi di euro all’anno fino al 2020 per andare incontro alle esigenze dei paesi in via di sviluppo nel campo dell’adattamento e dell’attenuazione degli effetti dei cambiamenti climatici. Tuttavia, ritengo che un ritorno al nucleare come antidoto ai gas serra non sia la soluzione adeguata nella lotta ai cambiamenti climatici; si tratta, invece, di una scelta pericolosa. I tre fronti di paesi sviluppati, in via di sviluppo e sottosviluppati e i tre fronti dei governi, dei movimenti di base e dei cittadini si scontreranno a Copenaghen, visto che i cambiamenti climatici mettono a dura prova gli sforzi per ridurre la povertà e la fame nel mondo. Il vertice di Copenaghen è una grande sfida della quale dobbiamo essere all’altezza e non dobbiamo permettere che le lobby nucleari e industriali ne escano vincitrici.

 
  
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  Jürgen Creutzmann, Nadja Hirsch, Holger Krahmer, Britta Reimers e Alexandra Thein (ALDE), per iscritto. (DE) I membri del Partito liberaldemocratico tedesco del Parlamento europeo si sono astenuti dal voto sulla risoluzione concernente il vertice di Copenaghen per i motivi seguenti: la risoluzione contiene dichiarazioni circa il finanziamento di misure di tutela climatica in paesi terzi senza definire criteri specifici o l’obiettivo di tali stanziamenti. Non possiamo giustificare tutto ciò di fronte ai contribuenti. Inoltre, riteniamo che sia errato rivolgere critiche accanite nei confronti dell’ICAO, l’Organizzazione per l’aviazione civile internazionale.

L’ICAO è l’organizzazione che si occupa delle questioni in materia di aviazione civile a livello internazionale. Sia le critiche che le dichiarazioni riguardo a un presunto fallimento dei negoziati dell’Organizzazione per l’aviazione civile internazionale sono scorrette e inadatte. L’appello per il raggiungimento di accordi specifici per la creazione di un sistema di scambio delle quote di anidride carbonica per l’industria aeronautica è in contrapposizione con l’attuale legislazione europea e appesantisce con richieste scarsamente realistiche la posizione negoziale dell’Unione nel quadro dell’accordo sui cambiamenti climatici.

 
  
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  Proinsias De Rossa (S&D), per iscritto. (EN) Le conseguenze dei cambiamenti climatici sono già evidenti: l’aumento delle temperature, lo scioglimento delle calotte polari e dei ghiacciai e condizioni climatiche estreme stanno divenendo fenomeni sempre più frequenti e intensi. Le Nazioni Unite stimano che tutti gli appelli, tranne uno, per aiuti umanitari che ha lanciato nel 2007 siano correlati alla questione climatica. Abbiamo bisogno di una rivoluzione energetica globale che conduca verso un modello economico sostenibile e fornisca una qualità ambientale che vada di pari passo con la crescita economica, la creazione di prosperità e il progresso tecnologico. Le emissioni pro capite di carbonio dell’Irlanda ammontano a 17,5 tonnellate all’anno. Entro il 2050 il loro volume dovrà essere ridotto di 1 o 2 tonnellate di carbonio. Ovviamente, ciò comporta cambiamenti radicali nella produzione e nel consumo di energia. Il primo passo è un accordo complessivo da raggiungere a Copenaghen, che imponga alla comunità internazionale riduzioni obbligatorie e preveda sanzioni a livello internazionale per i casi di mancato adempimento. In effetti, la comunità internazionale dovrebbe dimostrare un impegno superiore a quello con cui ha affrontato la crisi finanziaria. La risposta ai cambiamenti climatici può essere trovata solo attraverso una forte governance internazionale e un cospicuo impegno finanziario. Gli aiuti ai paesi in via di sviluppo devono essere complementari agli aiuti per lo sviluppo d’oltremare, altrimenti si corre il rischio di non raggiungere gli obiettivi di sviluppo del Millennio. I cambiamenti climatici, infatti, richiederanno un aumento degli investimenti nel settore pubblico.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto.(FR) La risoluzione adottata dal Parlamento invia un segnale molto chiaro. L’Unione deve parlare con una voce sola e agire in maniera congiunta nel post-Copenaghen, indipendentemente dalla portata dei risultati raggiunti al vertice. Dobbiamo porci l’obiettivo di ridurre effettivamente del 30 per cento le emissioni di gas a effetto serra. Con “effettivamente” intendo dire che, un giorno, sarà necessario affrontare le questioni delle deroghe e dello scambio delle quote di emissione. Il Parlamento auspica che il vertice di Copenaghen possa essere un’opportunità per presentare un’Unione europea forte e decisa ad impegnarsi seriamente sul piano finanziario nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Questo è un nostro dovere morale.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto.(FR) A Copenaghen, dal 7 al 18 dicembre, circa 200 nazioni negozieranno un nuovo trattato internazionale per combattere i cambiamenti climatici, un trattato post-Kyoto che entrerà in vigore nel 2013…

La risoluzione approvata fungerà da tabella di marcia per i negoziati per l’Unione europea. In qualità di membro della commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, ho apportato il mio contributo proponendo emendamenti a sostegno, in particolare, del carattere giuridicamente vincolante dell’accordo.

Nell’esprimere il mio voto, le mie richieste sono quelle di concludere un accordo politico mondiale che sia ambizioso e vincolante e funga da pioniere per una rapida stesura di un effettivo trattato legale; di ridurre del 30 per cento le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020, con un impegno ambizioso, quantificabile ma flessibile degli Stati Uniti e della Cina e una riduzione dell’80 per cento entro il 2050, in linea con le richieste degli esperti; di specificare il fondamentale impegno collettivo dei paesi industrializzati in termini di aiuti finanziari ai paesi in via di sviluppo. In un contesto di crisi è difficile stabilire cifre esatte, ma sarà necessario che esse, quantomeno, corrispondano agli impegni presi!

Un fallimento a Copenaghen rappresenterebbe un disastro ambientale, politico e morale!

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione riguardante il vertice di Copenaghen sui cambiamenti climatici perché rappresenta, a mio parere, un buon compromesso parlamentare sugli aspetti fondamentali che dovrebbero guidare i negoziati per un futuro accordo internazionale in materia ponendo l’accento, in particolar modo, sulle questioni dell’adeguamento, dei meccanismi di finanziamento e della deforestazione. Desidero ribadire che la firma a Copenaghen di un accordo internazionale giuridicamente vincolante che sia ambizioso e realistico e coinvolga tutte le parti rappresenta anche una questione di giustizia sociale.

 
  
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  Jill Evans (Verts/ALE), per iscritto. – Nella risoluzione adottata dal Parlamento europeo, uno specifico paragrafo sottolinea la cruciale importanza rivestita dalle regioni e dalle autorità locali nell’ambito del processo di consultazione, di informazione e di messa in atto della politica climatica. Circa l’80 per cento delle politiche di adattamento ai e attenuazione dei cambiamenti climatici saranno messe in atto a livello locale o regionale. Alcuni governi regionali o sub-regionali agiscono già da pionieri nelle politiche radicali di lotta ai cambiamenti climatici.

In quanto membri del gruppo Alleanza libera europea, che rappresenta le nazioni e le regioni europee, sosteniamo totalmente il coinvolgimento degli organi sub-statali e dei governi regionali nella promozione dello sviluppo sostenibile, per dare una risposta efficace alla sfida posta dai cambiamenti climatici. E’ doveroso, in questo contesto, sottolineare l’importanza dell’operato della rete dei governi regionali per lo sviluppo sostenibile (nrg4SD). Questa rete ha già creato un partenariato con il programma di sviluppo delle Nazioni Unite e con il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente. Chiediamo, quindi, che vi sia un esplicito riconoscimento dei governi regionali nel quadro dell’accordo di Copenaghen, dando atto del ruolo cruciale che essi rivestono in merito alle politiche di attenuazione dei e adattamento ai cambiamenti climatici.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Come ho affermato in precedenza, è di vitale importanza concludere un accordo politico legalmente vincolante e globale sui cambiamenti climatici in modo tale da non porre l’industria europea in una situazione non concorrenziale. Gli sforzi europei devono essere mirati a raggiungere un accordo che richieda uno sforzo congiunto e non solo da parte dell’Unione europea.

Ritengo che l’idea di una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali, a favore dei paesi in via di sviluppo, come soluzione per finanziare l’adattamento ai cambiamenti climatici e l’attenuazione degli effetti che ne derivano, non sia adeguata perché andrebbe a discapito dell’economia (in particolare in situazioni di crisi come quella attuale), del commercio e della creazione di prosperità.

Il costo che una tale tassa avrebbe per la società nel suo complesso (aumento della pressione fiscale, con conseguenze per tutti i contribuenti e i consumatori) e le sue conseguenze sul mercato finanziario (diminuzione della liquidità necessaria e del flusso di credito alle imprese e ai nuclei familiari) non può essere ignorato.

Ritengo che questo non sia il modo appropriato per regolare il mercato e che si possano trovare soluzioni alternative meno dannose per l’economia globale.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione perché ritengo che l’Unione debba continuare a fungere da modello per la lotta ai cambiamenti climatici. E’, infatti, doveroso sottolineare che l’Unione europea è stata in grado di superare gli obiettivi previsti dal protocollo di Kyoto.

Ritengo che l’accordo di Copenaghen debba essere vincolante e, a tal proposito, ho proposto un emendamento alla risoluzione del Parlamento su questa questione, richiedendo di includere nel testo finale una serie di sanzioni internazionali.

Credo che l’accordo debba essere globale, ambizioso e con una chiara definizione della tempistica. Se non siamo ambiziosi, avremo uno strumento simbolico persino meno efficace del protocollo di Kyoto, che prevede già sanzioni internazionali. Speriamo, quindi, che ci sarà una regolamentazione efficace e che l’accordo includa una clausola di revisione che permetta di aggiornarlo facilmente.

Ritengo inoltre che Cina e India non possano essere scaricate di tutte le responsabilità, perché producono una grande percentuale delle emissioni globali, mentre le nostre industrie si stanno impegnando a fondo per ridurre le proprie emissioni.

Gli Stati Uniti hanno una grande responsabilità per assicurare la riuscita di questo vertice. Auspico che il presidente statunitense Obama dimostri di aver meritato il Premio Nobel per la pace, perché la lotta ai cambiamenti climatici contribuirà alla pace e alla felicità per tutte le nazioni.

 
  
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  Elisa Ferreira (S&D), per iscritto. (PT) La risoluzione adottata contiene aspetti positivi quali, ad esempio, l’importanza di mantenere un impegno internazionale dopo il 2012, la necessità di allineare gli obiettivi di riduzione ai dati scientifici più recenti, l’appello agli Stati Uniti affinché rendano vincolanti gli obiettivi promessi nel corso dell’ultima campagna elettorale (per i quali, tuttavia, non c’è un impegno ufficiale), l’accento sulla responsabilità storica dei paesi industrializzati per quanto riguarda le emissioni di gas serra e, infine, la promozione dell’efficienza energetica e delle attività di ricerca, sviluppo e dimostrazione.

Tuttavia, l’importanza attribuita alle cosiddette soluzioni di mercato e, in particolare, allo scambio delle quote di carbonio è indiscutibile. Fondamentalmente, si tratta di una scelta politica e ideologica che non solo non garantisce il conseguimento degli obiettivi di riduzione prefissati, ma rappresenta di per sé la minaccia più grave per il conseguimento degli obiettivi ambientali sanciti, come dimostra l’esperienza del sistema di scambio delle emissioni di gas serra dell’Unione europea a partire dal 2005. Lo scambio delle quote di carbonio ha l’obiettivo di commercializzare la capacità del pianeta di riciclare il carbonio e, quindi, di regolare il clima. Pertanto, questa capacità, che è ciò che garantisce la vita sulla Terra, rischia di finire nelle mani delle stesse società che stanno inquinando il pianeta, le sue risorse naturali e il clima.

 
  
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  Robert Goebbels (S&D), per iscritto.(FR) Mi sono astenuto dalla votazione sulla risoluzione concernente i cambiamenti climatici perché il Parlamento europeo, nel rispetto della sua volontà, mostra intenzioni lodevoli senza però tener conto della realtà dei fatti. L’Unione europea produce approssimativamente l’11 per cento delle emissioni mondiali di anidride carbonica. Non può rappresentare un modello esemplare e pagare anche per il resto del mondo.

Ritengo non sia razionale limitare gli Stati membri nell’utilizzo dei meccanismi per lo sviluppo pulito (CDM), benché previsto dal protocollo di Kyoto, e nel contempo chiedere 30 miliardi di euro all’anno in aiuti per i paesi in via di sviluppo senza condizioni o valutazioni adeguate. Questa è solo una delle incongruenze presenti nella risoluzione.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto.(FR) Per quanto attiene alla questione dei cambiamenti climatici, v’è un’urgente necessità di agire e di non lasciare in uno stato di impotenza i paesi in via di sviluppo. Sono loro, infatti, a essere colpiti per primi, ma non hanno a disposizione le risorse adeguate per controllare i fenomeni generati dai paesi industrializzati! Le generazioni future saranno impotenti dinanzi agli effetti dei cambiamenti globali, a meno che non vengano prese azioni globali ora. Ecco perché è importante che i nostri governi mostrino una leadership politica tale da incoraggiare altri paesi, come gli Stati Uniti e la Cina, a concludere un accordo. Questo impegno deve includere anche l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziare che sia utilizzata non per finanziare la supervisione del settore bancario ma i paesi in via di sviluppo e i beni comuni globali, quali il clima.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Il mese prossimo gli occhi del mondo guarderanno alla Danimarca. Dall’altra parte del Mare del Nord, in un paese di dimensioni simili, il governo scozzese sta dando un grande contributo agli sforzi per combattere i cambiamenti climatici. Secondo quanto indicato dal sito Internet del vertice di Copenaghen, la Scozia ha assunto “la leadership mondiale per la protezione climatica”. Gli sforzi del governo scozzese devono essere sostenuti e dobbiamo auspicare che altre nazioni, il prossimo mese, si aggiungano agli sforzi globali.

 
  
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  Astrid Lulling (PPE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore di questa risoluzione sulla strategia dell’Unione europea per il vertice di Copenaghen sui cambiamenti climatici perché ritengo che un accordo internazionale di ampio respiro possa effettivamente modificare l’incontrollato aumento delle emissioni di gas serra.

La politica ambientale in generale e la politica in materia di cambiamenti climatici in particolare rappresentano anche un motore di innovazione tecnologica e potrebbero generare nuove prospettive di crescita per le nostre imprese.

Sono particolarmente lieta del fatto che l’Unione abbia un ruolo di leader grazie alla sua politica energetica e in materia di cambiamenti climatici, volta a ridurre del 20 per cento le emissioni entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990. Sono totalmente contraria a ulteriori obiettivi ristrettivi in assenza di un accordo complessivo e internazionale. Da un lato l’Unione europea, che produce l’11 per cento delle emissioni a livello globale, non è in grado di esercitare un’influenza tale da poter invertire questa tendenza da sola e, dall’altro, non vedo di buon grado la delocalizzazione delle industrie ad alto consumo energetico e ad alta produzione di anidride carbonica.

Soltanto un accordo complessivo, incentrato sul medio e lungo termine, potrà fornire la prevedibilità necessaria per avviare consistenti progetti di ricerca e sviluppo e impegnarsi a fornire i cospicui investimenti necessari per dissociare, in maniera permanente, la crescita economica dall’aumento delle emissioni di gas serra.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Il conseguimento al vertice di Copenaghen di un accordo ambizioso e giuridicamente vincolante è di importanza cruciale.

E’ però altrettanto importante garantire il coinvolgimento di tutti, in particolare Cina, India e Brasile, visti il loro notevole ruolo economico e l’intensa attività industriale. Questi paesi devono anche impegnarsi a perseguire obiettivi tanto ambiziosi quanto quelli degli altri, anche se con il sostegno, ove possibile, di altri Stati, più ricchi e industrializzati. E’ essenziale altresì che gli Stati Uniti diano il loro contributo a questa questione di importanza vitale.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Per lungo tempo l’Unione europea ha cercato di ridurre da sola la concentrazione di gas serra, mentre le economie emergenti, avide di energie, e i paesi industrializzati inclini allo spreco non erano nemmeno preparati a mettere in atto il protocollo di Kyoto. Ora dobbiamo aspettare di vedere fino a che punto il vertice di Copenaghen sarà in grado di cambiare questa situazione. Alla luce di tutto ciò, sono necessarie regole per il processo di finanziamento, così come sanzioni per la non ottemperanza.

Per poter apportare cambiamenti, dobbiamo ristrutturare la nostra politica ambientale cosicché non ci siano soltanto trasferimenti di milioni da una parte all’altra nell’ambito del processo certificato di scambio, ma ci siano anche la promozione di alternative reali, come le energie rinnovabili, e la riduzione del volume del trasporto merci in Europa, che è sovvenzionato con i soldi dell’Unione. La relazione non si occupa di queste problematiche in maniera sufficientemente dettagliata e pertanto ho votato a sfavore.

 
  
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  Rovana Plumb (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore di questa risoluzione perché è assolutamente necessario che nel corso del vertice di Copenaghen si raggiunga un accordo globale e vincolante, basato sui paesi sviluppati o in via di sviluppo che si impegneranno per obiettivi di riduzione dei livelli di emissioni comparabili a quelli dell’Unione europea. Saremo in grado di raggiungere l’obiettivo di limitare a 2° C il surriscaldamento del pianeta e di ridurre le emissioni di gas serra solo investendo nelle tecnologie pulite, nella ricerca e nell’innovazione. E’ altresì necessario stanziare fondi aggiuntivi, finanziati con i contributi degli Stati firmatari dell’accordo globale, il che indica lo sviluppo economico e la solvibilità degli Stati stessi.

 
  
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  Daciana Octavia Sârbu (S&D), per iscritto. (EN) Questa risoluzione rappresenta una strategia chiara e realistica per affrontare tematiche chiave, al fine di raggiungere un accordo efficace in occasione del vertice di Copenaghen del prossimo mese. Siamo dinanzi ad un testo che trova il giusto equilibrio tra ambizione e obiettivi realistici e che si occupa delle difficili problematiche che i negoziatori sono chiamati a risolvere. Il Parlamento europeo ha esortato il team europeo di negoziatori e gli Stati membri a esercitare pressione affinché vengano adottate misure su un sistema di scambio delle quote di carbonio, un mercato globale del carbonio, un sistema equo di finanziamento per l’attenuazione dei e l’adattamento ai cambiamenti climatici, le foreste e il trasporto aereo e marittimo.

Il Parlamento ha tenuto fede ai propri impegni iniziali riguardanti la riduzione delle emissioni entro il 2020 e ora ha stabilito obiettivi ancora più ambiziosi per il 2050, alla luce delle nuove raccomandazioni ricevute dalla comunità scientifica. La volontà dell’Unione europea di avere un ruolo di leader in materia potrebbe essere un fattore chiave per la conclusione di un accordo vincolante a livello internazionale sui cambiamenti climatici.

 
  
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  Bogusław Sonik (PPE), per iscritto. (PL) La risoluzione del Parlamento europeo sulla strategia dell’Unione in preparazione del vertice di Copenaghen sui cambiamenti climatici è un documento legislativo di notevole importanza e una voce rilevante nel dibattito internazionale e nei negoziati che precedono il vertice. Inoltre, è volta a integrare la posizione dell’Unione europea al riguardo. Se l’Unione vuole continuare ad avere un ruolo di leader nella lotta ai cambiamenti climatici, dovrebbe continuare a porsi obiettivi di riduzione ambiziosi, oltre a soddisfare gli impegni di riduzione precedentemente assunti. In questo modo dovrebbe fungere da esempio per gli altri paesi, nonostante le difficoltà del caso.

La voce del Parlamento europeo, in quanto unica istituzione democratica dell’Unione, è di fondamentale importanza in questo dibattito ed è anche per questo motivo che la nostra risoluzione dovrebbe indicare la giusta direzione da prendere e le priorità davvero importanti. Il testo della risoluzione in sé non deve essere una semplice raccolta di richieste e desideri senza fondamento, ma dovrebbe essere la voce coerente e, soprattutto, unica dei cittadini europei, sulla base del principio di responsabilità congiunta ma differenziata degli Stati membri per quanto riguarda la lotta ai cambiamenti climatici.

L’Unione europea, in quanto partner importante nei negoziati, deve sedere a Copenaghen in qualità di organismo unico che prende in considerazione gli interessi di tutti i suoi Stati membri. L’Unione dovrebbe dichiararsi disponibile ad aumentare gli obiettivi di riduzione al 30 per cento, purché altri paesi si dimostrino pronti a fare altrettanto e a porsi obiettivi di riduzione ugualmente elevati. Inoltre, è doveroso ricordare che l’Unione europea non ha accettato obblighi incondizionati ma soltanto condizionati.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. (NL) Ho votato a favore della risoluzione perché il Parlamento europeo esorta i negoziatori europei a far in modo che siano messi a disposizione 30 miliardi di euro per i paesi in via di sviluppo per sostenerli nella lotta ai cambiamenti climatici. Il Parlamento, quindi, invia un chiaro messaggio ai negoziatori che fra due settimane prenderanno parte a nome dell’Europa al vertice di Copenaghen sui cambiamenti climatici. Finora i negoziatori sono stati alquanto vaghi sul loro input finanziario in occasione del vertice. Adesso, però, il Parlamento li ha esortati a essere più espliciti a proposito dell’effettivo ammontare delle somme e delle percentuali. Ciò rilancia la palla agli Stati Uniti. Vi sono dei segnali che indicano che gli Stati Uniti starebbero definendo un obiettivo di riduzione delle emissioni di anidride carbonica che hanno intenzione di proporre. Questa risoluzione aumenta la pressione sul presidente Obama affinché presenti proposte specifiche, poiché questo sarà un tassello in più per aumentare le possibilità di riuscita del vertice di Copenaghen.

Inoltre, aumenta le possibilità che paesi come Cina, India e Brasile si uniscano alla lotta contro i cambiamenti climatici. Al pari dei colleghi del gruppo Verde/Alleanza libera europea, ho votato con grande entusiasmo a favore di questa risoluzione di ampio respiro. Il suo unico lato negativo è rappresentato dall’accenno alla produzione di energia nucleare che vi è stato inserito in qualche modo. Tuttavia, ciò che davvero conta ora è che la Commissione e gli Stati membri sappiano agire bene a Copenaghen.

 
  
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  Konrad Szymański (ECR), per iscritto. (PL) Nella votazione odierna sulla strategia dell’Unione in preparazione del vertice di Copenaghen sui cambiamenti climatici, il Parlamento europeo ha adottato una posizione radicale e non realistica. Nel richiedere il raddoppio delle restrizioni sulle emissioni di anidride carbonica negli Stati membri dell’UE, il Parlamento sta mettendo a repentaglio il pacchetto sul clima che è stato negoziato recentemente con non poche difficoltà (il punto n. 33 prevede una riduzione del 40 per cento). Nel richiedere una spesa annua di 30 miliardi di euro per le tecnologie pulite nei paesi in via di sviluppo, il Parlamento si aspetta che i paesi in cui l’energia è prodotta dal carbone, come la Polonia, paghino il doppio per le emissioni di anidride carbonica: una volta sotto forma di tassa nell’ambito del sistema di scambio delle quote di carbonio e un’altra volta sotto forma di contribuito per sostenere i paesi in via di sviluppo nella lotta ai cambiamenti climatici (il punto n. 18 parla di un contributo che non dovrebbe essere inferiore a 30 miliardi di euro all’anno). Nel richiedere che il calcolo dei contributi degli Stati membri per le tecnologie pulite nei paesi in via di sviluppo sia basato sui livelli di emissioni di CO2 e sul prodotto interno lordo, il Parlamento ha trascurato il criterio della capacità di sostenere tali costi. Per la Polonia, ciò implica un costo di circa 40 milioni di euro annui per i prossimi 10 anni (questa è una conseguenza della bocciatura degli emendamenti nn. 31 e 27). E’ per tale motivo che solo la delegazione polacca ha votato contro l’intera risoluzione sulla strategia dell’Unione europea per il vertice di Copenaghen sui cambiamenti climatici (COP 15).

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. (EL) I maggiori rischi per l’ambiente e per la salute e cambiamenti climatici particolarmente pericolosi, con il surriscaldamento del pianeta, sono il risultato di uno sviluppo industriale basato sul profitto capitalista e sulla commercializzazione della terra, dell’aria, dell’energia e dell’acqua. Questi fenomeni non possono essere affrontati dai leader del capitale, i veri responsabili di ciò.

La strada verso il vertice di Copenaghen è bloccata dall’escalation di lotta per il potere imperialista. Con la proposta di una “economia verde sostenibile” e un’economia con una crescita “a basso tenore di carbonio”, l’Unione europea sta cercando di far strada a maggiori investimenti da parte dei monopoli euro-unificanti e, nel contempo, sta cercando di soddisfare le aspettative speculative del capitale attraverso uno “scambio di inquinamento”.

Al fine di pianificare e mettere in atto un processo di sviluppo che aiuti a equilibrare la relazione tra essere umano e natura e soddisfi le necessità di base è necessario, in ultima istanza, sovvertire le relazioni capitaliste di produzione. Il Partito comunista greco ha votato contro questa risoluzione del Parlamento europeo. Esso propone il soddisfacimento combinato delle necessità primarie in linea con la prosperità prodotta nel nostro paese. I prerequisiti politici per il conseguimento di tale obiettivo sono la socializzazione dei mezzi di produzione fondamentali e la pianificazione centralizzata della vita economica, con il controllo da parte delle classi popolare e operaia. In altre parole, potere del popolo ed economia del popolo.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE), per iscritto. (DE) Ho votato contro questa proposta di risoluzione perché determina in anticipo che l’Unione europea renderà disponibili notevoli quantità di fondi fin dall’inizio senza aspettare le decisioni degli altri partner. Non posso giustificare ai miei elettori un tale utilizzo del loro denaro. La protezione del clima è un obiettivo importante, ma creare panico prima del vertice di Copenaghen sui cambiamenti climatici è scandaloso e non riflette la realtà scientifica dei fatti.

 
  
  

Proposta di risoluzione (B7-0155/2009) sul programma pluriennale 2010-2014 in materia di libertà, sicurezza e giustizia (programma di Stoccolma)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione perché essa affronta le priorità in ambiti essenziali quali la libertà, la sicurezza e la giustizia, specialmente le condizioni di accoglienza e integrazione, la lotta alle discriminazioni e in particolare quelle fondate sull'orientamento sessuale, l’accesso alla giustizia e la lotta alla violenza e alla corruzione.

E' essenziale combattere ogni forma di discriminazione: in base al sesso, all'orientamento sessuale, all'età, alla disabilità, alle convinzioni religiose, al colore della pelle, all'ascendenza o all'origine etnica e nazionale. Ed è essenziale la lotta al razzismo, l'antisemitismo, la xenofobia, l'omofobia e la violenza.

Va garantita la libera circolazione a tutti i cittadini dell'Unione europea e alle loro famiglie.

In conclusione, va assicurata anche la protezione dei cittadini da terrorismo e criminalità organizzata, rafforzando il quadro normativo onde fronteggiare minacce tanto gravi, data la loro dimensione globale.

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Il Partito comunista di Grecia si oppone recisamente al programma di Stoccolma proprio come si è opposto a precedenti programmi tesi a dare attuazione al cosiddetto spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Il vero obiettivo, malgrado i demagogici programmi dell'Unione, è armonizzare e omogeneizzare le legislazioni nazionali per garantire un'applicazione uniforme delle politiche antipopolari dell'UE, rafforzando i meccanismi di perseguimento e repressione già esistenti a livello di Unione e introducendone di nuovi, con il pretesto del terrorismo e del crimine organizzato.

Tra le principali priorità del programma vi è quella di fomentare l'isteria anticomunista nell'UE, che è già oggi fortissima e tocca il colmo con l'inaccettabile equiparazione tra comunismo e nazismo. Lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia dell'UE e i programmi tesi ad attuarlo non fanno gli interessi della gente; anzi, costituiscono un pacchetto di provvedimenti volti a strangolare diritti sociali e individuali e libertà democratiche, a intensificare l’autoritarismo e la repressione a spese di lavoratori, immigranti e profughi, a tutelare il sistema e la sovranità dei monopoli, a colpire chi lavora e i movimenti democratici: è questo il presupposto per i barbari attacchi del capitale contro l'occupazione e i diritti sociali dei lavoratori e dei ceti popolari.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. – (LT) Sono convinta che la protezione dei diritti dell'infanzia costituisca un aspetto essenziale del programma di Stoccolma. Ricordo che in anni recenti la violenza sui bambini, sfruttamento sessuale incluso, il turismo sessuale che coinvolge l'infanzia, la tratta di minori e il lavoro infantile hanno assunto dimensioni sempre più preoccupanti. Poiché la tutela dei diritti dell'infanzia è una delle priorità sociali dell'Unione, esorto il Consiglio e la Commissione a dedicare più attenzione alla tutela dei diritti di chi risulta più vulnerabile.

I diritti dell'infanzia rientrano tra i diritti umani che l'Unione europea e gli Stati membri si sono impegnati a onorare in linea con la convenzione europea sui diritti umani e la convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia. L'UE deve intensificare gli sforzi per migliorare la condizione dell'infanzia in Europa e nel mondo, così da garantire la promozione e la salvaguardia dei diritti dei bambini. Mi preme ribadire che solo una strategia basata su un’azione congiunta e coordinata può incoraggiare gli Stati membri a onorare e sposare i principi della convenzione ONU sui diritti dell'infanzia sull'intero territorio dell'UE e oltre. Per garantire adeguatamente i diritti dell'infanzia, io proporrei l'adozione di standard obbligatori in ciascuno Stato membro. Purtroppo, il rispetto dei diritti dei bambini non viene ancora garantito universalmente. Quindi, applicando il programma di Stoccolma, Consiglio e Commissione sono invitati a compiere passi concreti per garantire un adeguato rispetto dei diritti dell'infanzia.

 
  
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  Carlo Casini (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, ho espresso un giudizio favorevole sulla risoluzione perché indica la strada giusta per il rafforzamento dell'unità europea attorno ai valori fondamentali costitutivi della sua stessa identità.

Non possiamo illuderci di conseguire identità di vedute sui cosiddetti valori comuni. Tuttavia, è sperabile che l'uso della ragione possa aiutare le diverse componenti politiche ad approfondire ciò che è vero e giusto per avanzare sulla strada dell'unità europea.

La chiara distinzione tra il diritto alla libera circolazione e il principio di non discriminazione, da un lato, e il valore della famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio, dall'altro, ha portato alla formulazione del paragrafo dove vengono confermati l'autonomia dei singoli Stati nella legislazione familiare e il divieto di discriminazione riguardo a qualsiasi essere umano.

Chi, come me, promuove fino in fondo il principio di eguaglianza, affermando l'eguaglianza tra i bambini nati e quelli non ancora nati, non può che condividere la tesi della non discriminazione di persone con diverse tendenze sessuali, ma non può accettare la distruzione del concetto di matrimonio o di famiglia, il cui significato, così come riconosciutole dall'articolo 16 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, è legato al succedersi delle generazioni e alle potenzialità educative delle coppie eterosessuali.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho votato contro la risoluzione per svariate ragioni; di seguito illustro le principali. In sostanza, l’impostazione di base scelta è quella della “sicurezza” e della paura, a spese dei diritti e delle libertà fondamentali. Ma è proprio salvaguardando e rispettando tali diritti nel contesto dello Stato di diritto che si tutela davvero la sicurezza. Ciò invece rafforza la percezione di un’Europa che sempre più facilmente diverrà una fortezza, un’Europa che tratta gli immigrati come potenziali terroristi e criminali e che, nel migliore dei casi, “tollera” la loro presenza non come persone con parità di diritti, ma solo in funzione delle esigenze del mercato del lavoro dell’UE.

La risoluzione promuove inaccettabili messe in mobilità di massa, non rafforza il diritto all’asilo, spiana la strada per la partecipazione attiva dell’Unione nei campi profughi al di fuori del suo territorio e all’imposizione di patti leonini ai paesi terzi, ma resta indifferente alla tutela dei diritti umani. Infine, ma molto altro ancora si potrebbe dire, provocherà un proliferare di enti vari col compito di monitorare, raccogliere e scambiarsi dati sensibili sui cittadini, in violazione della dignità individuale e collettiva e in spregio della libertà di espressione. La risoluzione si rivolge a una società che vede nemici ovunque e in cui tutti sono sospetti. Non è questa la società che vogliamo.

 
  
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  Anna Maria Corazza Bildt (PPE), per iscritto. (SV) Reputiamo di vitale importanza che le donne non siano oggetto di violenza e di mercimonio sessuale. E’ parimenti evidente la necessità di rispettare i diritti umani e le convenzioni in materia di profughi. Per noi come cittadini dell’UE, un ordinamento giuridico stabile e l’uguaglianza di tutti dinanzi alla legge sono nozioni ovvie, così come il fatto di poterci fidare del modo in cui le autorità trattano la nostra privacy.

Molti dei 144 paragrafi della risoluzione e dei 78 emendamenti meritano naturalmente il nostro appoggio. La risoluzione e gli emendamenti, tuttavia, contengono anche una serie di punti – per esempio in materia di diritti umani, discriminazione e privacy – già contemplati in precedenti programmi e nel Trattato di Lisbona. Abbiamo scelto di votare contro una serie di emendamenti per garantirci una risoluzione ancora più forte su aspetti non ancora coperti in precedenti programmi e trattati. Sebbene nella risoluzione posta ai voti vi fossero aspetti che non dovrebbero figurarvi, abbiamo votato ugualmente a favore ritenendo che i benefici superino abbondantemente gli effetti negativi. Conta di più lanciare, in questo Parlamento, un segnale di sostegno al programma di Stoccolma.

 
  
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  Marije Cornelissen e Bas Eickhout (Verts/ALE), per iscritto. (NL) La risoluzione del Parlamento europeo su uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia al servizio dei cittadini è, in sé, un documento progressista che mette sotto controllo la volontà del Consiglio di consentire lo scambio illimitato dei dati personali dei cittadini. Garantisce inoltre la protezione di profughi e migranti.

La risoluzione segna un passo verso una legislazione progressista in materia di immigrazione in Europa. Risultano della massima importanza alcuni degli emendamenti più delicati, tra cui quelli sul principio del non respingimento, sul minor ruolo di Frontex, che non entrerà in gioco nel reinsediamento dei migranti nei paesi terzi, su un atteggiamento positivo verso le sanatorie per i clandestini e sulla sicurezza posta al servizio della libertà. I paragrafi sulla lotta all’immigrazione clandestina si prestano a più interpretazioni diverse, ma non scivolano a nostro avviso nella repressione. Deploro vivamente che la risoluzione sia stata annacquata nelle parti contro le discriminazioni.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto. (FR) Sinora, su tanti temi legati a libertà, sicurezza e giustizia, si sono registrati solo progressi molto lenti, mentre il diritto di circolare e stabilirsi liberamente in tutta l’Unione europea è ormai una realtà per oltre 500 milioni di cittadini! Una simile realtà va gestita e la risoluzione adottata oggi è utile in tal senso.

La accolgo con favore perché riguarda soprattutto il cittadino ed è in linea con le mie priorità: un’Europa di legalità e giustizia (salvaguardia dei diritti fondamentali e lotta a ogni discriminazione); un’Europa che sappia dare protezione senza tramutarsi in un Grande fratello (con il rafforzamento di Europol e della cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale sul piano sia operativo sia amministrativo; con un rafforzamento della cooperazione tra polizie e servizi di informazione dei vari Stati; con la costituzione di una giustizia penale europea fondata sul principio del reciproco riconoscimento e la tutela dei dati sensibili); un’Europa che sia unita, responsabile e giusta rispetto al tema dell’asilo e dell’immigrazione, con una vera solidarietà fra tutti gli Stati membri e una vera lotta alla tratta degli esseri umani e al loro sfruttamento, sia sessuale che economico.

Il prossimo passo? Il Consiglio europeo del 9-10 dicembre 2009!

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione del Parlamento europeo sul programma di Stoccolma perché trovo che contenga e illustri con precisione le priorità per gli anni a venire in termini di legislazione europea in tema di libertà, sicurezza e giustizia, alla luce dell’applicazione del trattato di Lisbona.

E’ fondamentale trovare un miglior equilibrio fra la sicurezza dei cittadini e la salvaguardia dei diritti individuali. Di conseguenza, ribadisco che il principio del reciproco riconoscimento deve valere in seno all’Unione europea anche per le coppie dello stesso sesso e che è importante istituire una corte europea per la criminalità informatica nonché adottare provvedimenti che diano nuovi diritti ai detenuti.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Non è una novità che questo Parlamento dia spazio a temi controversi, ben al di là delle competenze comunitarie, inserendoli in testi su argomenti più vasti che, altrimenti, otterrebbero il plauso generale. Condanno ancora una volta il ricorso a simili metodi surrettizi, che riescono solo a screditare il Parlamento e ad approfondire il divario tra elettori ed eletti.

Fortunatamente, il diritto di famiglia rientra fra le competenze degli Stati ed è quindi del tutto illegittimo, nonché gravemente lesivo del principio di sussidiarietà, che questo Parlamento tenti di forzare una visione comune di temi del genere ostinandosi a perseguire una linea estremistica.

Il fatto che il Parlamento avalli le unioni omosessuali – riconosciute in solo quattro Stati membri – non può significare imporle agli altri: è un becero tentativo di influenzare il legislatore nazionale e le opinioni pubbliche dei vari Stati, un tentativo da condannare senza mezzi termini.

Quando fu adottata la carta dei diritti fondamentali, si temeva che in futuro sarebbe stata invocata in modo abusivo e che sarebbe entrata in urto con il diritto nazionale. E questa situazione conferma la giustezza di quelle previsioni.

 
  
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  Carlo Fidanza (PPE), per iscritto. – Questa risoluzione afferma finalmente principi importanti: una responsabilità comune nel contrasto all'immigrazione clandestina, nella distribuzione dei richiedenti asilo, nel rimpatrio dei detenuti stranieri. Mi pare invece molto carente ed eccessivamente buonista nella parte in cui richiama al rispetto dei diritti delle minoranze, e segnatamente della minoranza Rom. Il testo dimentica completamente la situazione di degrado in cui le comunità rom, in alcuni stati come l'Italia, vivono non per mancanza di politiche di integrazione ma, al contrario, per una precisa scelta di rifiuto di ogni regola del vivere civile.

Nessuna condanna di fronte alle attività illegali (furti, scippi, accattonaggio molesto, prostituzione minorile) sempre più spesso connesse agli insediamenti abusivi di Rom nelle periferie delle grandi città, italiane ma non solo. Nessun accenno, nemmeno nella parte sulla tutela dei minori, alla necessità di preservare proprio i bambini dalla riduzione in schiavitù perpetrata ai loro danni da alcuni capifamiglia rom. Nessun accenno nemmeno a come applicare concretamente la Direttiva n.2004/38 CE in merito all'allontanamento dei cittadini comunitari che dopo tre mesi di permanenza in uno stato Ue non sono in grado di dimostrare un reddito certo. L'integrazione non può esistere senza rispetto delle regole e le minoranze Rom non sono esentate dal rispetto di questo principio .

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La maggioranza del Parlamento ha fatto proprio lo spirito che informa la proposta della Commissione europea sul cosiddetto programma di Stoccolma, che costituisce un pesante attacco a un pilastro della sovranità nazionale quale è la giustizia di uno Stato. Sempre più azioni congiunte in materia di cooperazione politica e giudiziaria, o tra servizi segreti, l’introduzione di una strategia per la sicurezza interna e l’adozione di nuove misure per lo scambio di dati in seno all’UE: tutto ciò va a detrimento dei diritti, delle libertà e delle garanzie di tutti coloro che vivono in paesi dell’Unione.

Lo sviluppo di una politica comune dell’immigrazione fondata sulla classificazione degli immigrati in base a una scala di desiderabilità e, nella sua forma più repressiva, l’uso fatto di Frontex costituiscono una violazione dei diritti dei migranti ed equivalgono a ignorare le tragedie umane di cui sono teatro tanti paesi.

Il crescente ricorso alla sorveglianza e al monitoraggio delle persone è preoccupante, così come la prassi di tracciare profili attraverso tecniche di data mining e una ricerca e raccolta di dati a tappeto, a prescindere dall’innocenza o dalla colpevolezza dei soggetti, a scopi di cosiddetta prevenzione e controllo. Preoccupano poi gli ingenti fondi destinati alle industrie militari e alle loro ricerche nel campo della sicurezza interna.

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (S&D), per iscritto. (PL) La strategia politica in materia di libertà, sicurezza e giustizia – il programma di Stoccolma – verrà adottata dal Consiglio questo mese di dicembre, subito dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona. In un momento tanto particolare, in cui i poteri decisionali del Parlamento aumenteranno notevolmente, crescerà anche il ruolo dei parlamenti nazionali nel legiferare a livello europeo. La voce dei cittadini, così rafforzata, si vedrà conferito con ancor più vigore il mandato di dare compimento ai principi del programma di Stoccolma.

Di particolare rilevanza e urgenza è a mio avviso la necessità di agire per garantire pari opportunità a tutti i cittadini dell’Unione, senza distinzioni di genere, orientamento sessuale, età, disabilità, convinzioni religiose, visione del mondo, colore della pelle, estrazione o origine etnica. Per questo è essenziale che il Consiglio adotti in materia di non discriminazione una direttiva completa in tutti gli ambiti che ho menzionato. L’UE non ha ora una legislazione del genere, come il Parlamento europeo ha spesso rilevato.

Spero che con l’attuazione del programma di Stoccolma questa lacuna possa essere colmata. Ma legiferare non basta. Perché il programma abbia successo, occorre che i cittadini conoscano i loro diritti. La nuova Commissione avrà quindi anche il compito di sensibilizzare la popolazione sulla normativa in materia di discriminazione e parità di genere.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della risoluzione perché essa consente un miglior equilibrio tra il rispetto delle libertà individuali e una visione facilmente repressiva che comporterebbe misure di sicurezza di efficacia al momento dubbia. Con questo programma, noi riaffermiamo un’Europa della solidarietà e dei valori, che abbia il dovere di difendere la libertà di culto, le pari opportunità e i diritti della donna, delle minoranze e degli omosessuali.

Ecco perché sostengo senza riserve l’adozione della direttiva contro la discriminazione, attualmente in stallo al Consiglio e che nell’ultima legislatura il gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano) non ha voluto assolutamente. Questo stesso gruppo ha ora riaffermato la sua contrarietà al testo. Saluto con favore l’adozione di emendamenti che chiedono la rimozione degli ostacoli all’esercizio del diritto al ricongiungimento familiare e il divieto di tenere in detenzione i minori stranieri e non accompagnati.

Tuttavia, deploro che gli obiettivi delle politiche migratorie siano stati ancora una volta ignorati e siano passati in secondo piano rispetto alla lotta contro l’immigrazione clandestina e al rafforzamento dell’agenzia Frontex. Sul tema dell’asilo, la proposta di un sistema comune d’asilo sarà esaminata dal Parlamento europeo, che, nella sua veste di colegislatore, monitorerà attentamente la vera volontà politica di compiere progressi in questo campo.

 
  
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  Timothy Kirkhope (ECR), per iscritto. (EN) Il gruppo dei Conservatori e riformisti europei sostiene gran parte dei contenuti del programma di Stoccolma, come la cooperazione e la solidarietà in materia di polizia, di lotta alla criminalità internazionale e alla corruzione, di tutela dei diritti fondamentali, nonché la ricerca di soluzioni per aiutare i paesi dell’Europa meridionale posti dinanzi a gravi problemi di immigrazione. Noi non sosteniamo tuttavia le proposte di una strategia di sicurezza europea, né le misure che consegnerebbero all’Unione europea il controllo della nostra giustizia penale e della nostra politica d’asilo, né gli appelli a una “solidarietà obbligatoria e irrevocabile”. Noi crediamo nella cooperazione più che negli obblighi e abbiamo dunque votato contro.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Il programma di Stoccolma riguarda il rafforzamento della sicurezza, specialmente la lotta alla criminalità internazionale e al terrorismo, ma nel rispetto dei diritti del cittadino. Tale sforzo, frutto della nuova realtà del trattato di Lisbona, farebbe prevedere una discussione sugli aspetti essenziali dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia condotta con responsabilità, nell’intento di servire i cittadini.

Purtroppo, alcuni hanno voluto inquinare la discussione di un tema tanto importante come il programma di Stoccolma con l’aspetto del matrimonio omosessuale, che con l’argomento non ha nulla a che vedere, senza il minimo rispetto per le legittime differenze tra gli ordinamenti interni di ciascun paese membro dell’Unione. A chi si è comportato in questo modo, a soli fini politici, del programma di Stoccolma non importava un bel nulla.

Per converso, il mio voto ha rispecchiato l’importanza di discutere delle esigenze dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia al servizio dei cittadini, e ha inteso condannare la strategia di chi ha voluto inquinare la discussione con aspetti controversi che non avevano nulla a che vedere con l’argomento.

 
  
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  Judith Sargentini (Verts/ALE), per iscritto. (NL) In sé, la risoluzione del Parlamento europeo che chiede uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia al servizio dei cittadini è un documento progressista, che mette in scacco la volontà del Consiglio di consentire l’illimitato scambio di dati sensibili. Garantisce inoltre la protezione di profughi e migranti.

La risoluzione segna un passo verso una legislazione progressista in materia di immigrazione in Europa. Risultano della massima importanza alcuni degli emendamenti più delicati, tra cui quelli sul principio del non respingimento, sul minor ruolo di Frontex, che non entrerà in gioco nel reinsediamento dei migranti nei paesi terzi, su un atteggiamento positivo verso le sanatorie per i clandestini e sulla sicurezza posta al servizio della libertà. I paragrafi sulla lotta all’immigrazione clandestina si prestano a più interpretazioni diverse, ma non scivolano a nostro avviso nella repressione. Deploro vivamente che la risoluzione sia stata annacquata nelle parti contro le discriminazioni.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto. (PL) Vorrei fare qualche considerazione sul programma pluriennale 2010-2014 sullo spazio di libertà, sicurezza e giustizia (programma di Stoccolma). Garantire ai cittadini dell’Unione libertà, sicurezza e giustizia è uno dei principali compiti di uno Stato. I paesi dell’UE devono rafforzare la cooperazione in materia giudiziaria senza che ciò infici le tradizioni e le leggi fondamentali dei vari Stati membri. E’ necessaria una maggiore fiducia reciproca tra i vari paesi sull’adeguatezza delle decisioni prese dalle autorità di un altro Stato membro, specie in materia di immigrazione regolare o clandestina, o in termini di cooperazione tra polizie e tribunali in ambito penale. L’Unione europea deve intensificare la lotta alla criminalità e al terrorismo transfrontalieri. A tale scopo occorrono misure per un più efficiente scambio di informazioni che tenga però conto della tutela della privacy, dei dati sensibili e delle libertà fondamentali. La sicurezza in Europa è una problematica comune allo stesso titolo del mercato unico e bisogna fare tutto il possibile perché entro i confini dell’UE ogni cittadino si senta sicuro: è questo uno dei nostri valori fondanti.

 
  
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  Renate Sommer (PPE), per iscritto. (DE) Saluto l’adozione della proposta di risoluzione sul programma di Stoccolma. E’ importante che questo Parlamento, che rappresenta i cittadini d’Europa, proponga la strada da seguire in materia di giustizia e interni. Abbiamo così raggiunto un buon risultato e, per giunta, il trattato di Lisbona ci dà una maggiore sicurezza. In futuro il Parlamento non svolgerà più un ruolo meramente consultivo in questi ambiti di intervento, ma parteciperà pienamente al processo decisionale. E’ stato raggiunto un buon equilibrio fra sicurezza e diritti dei cittadini.

La popolazione chiede livelli di sicurezza crescenti. Tuttavia, occorre chiedersi continuamente se e fino a che punto i diritti e le libertà dei cittadini possano essere limitati dall’introduzione di misure di sicurezza. Credo che sia stato trovato un giusto mezzo, ma per garantire che tale giusto mezzo confluisca davvero nella politica in materia di sicurezza e interni noi chiediamo, in relazione all’attuazione del programma di Stoccolma, più poteri di controllo per il nostro Parlamento e per i parlamenti nazionali dell’Unione europea. Purtroppo, la Plenaria non ha sostenuto la mia richiesta di garantire alla polizia accesso a Eurodac.

Sarebbe stato questo un altro strumento utile nella lotta al terrorismo e alla criminalità. Tuttavia, la mia richiesta di invitare la Commissione a presentare proposte per combattere l’abuso del sistema di asilo in tutta Europa ha avuto successo. Ogni abuso del sistema rende più difficile concedere l’asilo ha chi ne ha davvero il legittimo diritto.

 
  
  

Proposte di risoluzione sull’avanzamento del progetto della zona di libero scambio euromediterranea

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione congiunta sull’avanzamento del progetto della zona di libero scambio euromediterranea.

Malgrado qualche progresso, deploro che i principali obiettivi del partenariato euromediterraneo non siano stati realizzati, mettendo a repentaglio il traguardo del 2010. E’ essenziale garantire che il processo d’integrazione euromediterranea ritrovi il suo posto fra le priorità politiche dell’UE, dal momento che il suo successo e quello della zona di libero scambio possono contribuire alla pace, alla prosperità e alla sicurezza nell’intera regione.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Il Mediterraneo è la culla della civiltà come la conosciamo. Lungo le sue sponde sono nate, cresciute e assurte a grandezza idee e istituzioni che definiscono l’essenza stessa della civiltà europea e fanno parte integrante della sua storia.

Ma lungo le sponde del Mediterraneo sono apparse anche profonde divisioni, spesso risolte con il ricorso alle armi, che hanno condotto a una dolorosa separazione politica, a un approfondirsi del divario tra i suoi popoli e a uno sviluppo lontano, quando non in aperto antagonismo, rispetto a quello che era un tempo il centro del mondo.

L’Unione europea, che ambisce ad aprirsi al mondo e a promuovere il dialogo fra i suoi membri e i paesi terzi, dovrebbe apprezzare l’idea di una zona di libero scambio euromediterranea che renda possibile costruire rapporti più stretti fra le due sponde del mare e promuova una maggiore convergenza sud-sud.

E’ imperativo riconoscere che i risultati sinora raggiunti non sono assolutamente all’altezza di simili ideali. Certo, gli ostacoli di natura economica e finanziaria non mancano, però è evidente che gli intoppi più seri sono di carattere prettamente politico. Ma noi dobbiamo andare avanti e contribuire a ricostituire su scala mediterranea un mercato che porti con sé più contatti fra i popoli e la riscoperta di legami nel frattempo interrotti.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Deploro che vi sia ancora un forte squilibrio economico, sociale e demografico fra le due sponde del Mediterraneo. Ho quindi votato a favore per dare nuovo slancio all’integrazione tra i paesi della sponda sud e della sponda est del Mediterraneo negli scambi internazionali, così da consentire loro di diversificare le loro economie e di dividere equamente i conseguenti benefici.

Il divario di sviluppo che separa le due sponde nord e sud del Mediterraneo va ridotto. Inoltre, la zona di libero scambio va integrata con l’introduzione graduale e condizionata della libera circolazione dei lavoratori, tenendo conto dell’attuale dibattito sui legami tra sviluppo e flussi migratori.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. - (ES) Ho votato contro la relazione Euromed perché il tema dei commerci non è dissociabile dal dialogo politico in seno all’Unione per il Mediterraneo. La relazione si concentra sul nocciolo duro degli interessi dell’Unione in seno all’Unione per il Mediterraneo. Mi riferisco alla creazione di una zona di libero scambio tra le due regioni, alla quale mi oppongo.

L’intero capitolo degli scambi deve reggersi sul principio di un commercio equo, che tenga conto degli squilibri esistenti fra i paesi dell’Unione europea e quelli mediterranei. Sul versante politico, invece, non possiamo avallare la concessione da parte dell’UE dello status avanzato al Marocco perché quel paese si ostina a calpestare i diritti umani. L’Unione deve ritenere il conflitto nel Sahara alla stregua di una priorità per l’UPM e deve sostenere il processo per l’organizzazione di un referendum sull’autodeterminazione, in ottemperanza delle risoluzioni ONU. Ne consegue che non possiamo accettare neppure l’upgrade riconosciuto a Israele, tenuto conto delle continue violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e in forza degli impegni politici che ci siamo assunti verso la Palestina.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Accolgo con grande favore l’idea di veder migliorati e rafforzati i legami con i paesi del Mediterraneo meridionale e orientale (PSEM) e appoggio l’impegno dell’Unione perché parta il processo di modernizzazione delle loro economie, a beneficio della popolazione. Nutro però seri dubbi che tutto ciò possa essere raggiunto con la prevista zona di libero scambio euromediterranea.

Una valutazione della sostenibilità condotta dall’Università di Manchester mette in guardia dall’impatto sociale e ambientale per i paesi del Mediterraneo meridionale e orientale. Temo che questi accordi comporteranno solo nuovi mercati per i paesi dell’UE e danneggeranno seriamente le economie degli PSEM. La parallela introduzione della libera circolazione dei lavoratori, come chiesta nella proposta di risoluzione, si tradurrà in un massiccio afflusso di immigrati in Europa, provocando invece un drenaggio negli PSEM, così a corto di manodopera. Per contribuire a garantire a quei paesi un futuro migliore ho votato contro.

 
  
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  Cristiana Muscardini (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, a seguito della Conferenza di Barcellona del 1995 non sono state sviluppate fino ad ora tutte le potenzialità insite nelle relazioni naturali tra i paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo.

Il progetto ambizioso di creare nuovi e più stretti legami politici, sociali e culturali tra le sponde settentrionali e quelle meridionali del Mediterraneo deve rimanere uno degli obiettivi prioritari dell'Unione europea per giungere all'auspicata e strategica realizzazione di una zona di libero scambio. Questa zona Euromed potrà contribuire in modo rilevante alla pace, alla prosperità e alla sicurezza in tutta la regione.

Condivido le misure e gli sforzi volti a eliminare le barriere e gli ostacoli agli scambi e mi rendo conto che il successo del partenariato euromediterraneo non dipende soltanto dalla volontà dei paesi europei. La realizzazione della zona di libero scambio richiede il contributo convinto, continuo e convergente di tutte le parti.

Anche l'UPM dovrebbe intensificare le forme di cooperazione esistenti nel quadro di Euromed per consentire a tutti i paesi partner di partecipare ai programmi regionali e alle politiche corrispondenti dell'Unione europea. A questo proposito rilevo che la definizione di progetti nel quadro stabilito a Parigi nel luglio 2008 in settori strategici come le nuove infrastrutture, la cooperazione tra le PMI, le comunicazioni e lo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili potrà contribuire positivamente allo sviluppo e alla facilitazione degli scambi e degli investimenti, perché di questo hanno bisogno in particolare i paesi rivieraschi del Sud. Sono tutte condizioni che favoriscono il raggiungimento della pace e lo stabilimento di relazioni amichevoli.

Per tutte queste ragioni approvo la risoluzione e auspico che la tabella di marcia predisposta dalla Commissione possa essere rispettata e dare i frutti che tutti ci attendiamo.

 
  
  

Proposta di risoluzione (B7-0153/2009) sul risarcimento dei passeggeri in caso di fallimento di una compagnia aerea

 
  
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  Richard Ashworth (ECR), per iscritto. (EN) Per le ragioni illustrate di seguito, il gruppo dei Conservatori e riformisti europei ha votato contro la risoluzione presentata da altri gruppi nella commissione per i trasporti sul risarcimento dei passeggeri in caso di fallimento di una compagnia aerea e ha presentato una sua proposta volta a correggere una serie di punti deboli nel testo adottato.

Sebbene sia, ovviamente, fondamentale tutelare i diritti dei passeggeri, vi sono misure più efficaci da adottare senza far ricadere sui passeggeri costi ancora più alti.

1. Occorre attendere la valutazione d’impatto proposta dal commissario Tajani in sessione plenaria il 7 ottobre.

2. Il testo approvato chiede la creazione di un fondo di garanzia per compensare i passeggeri in caso di fallimento della compagnia aerea. Ma la creazione di un simile fondo andrebbe inevitabilmente finanziata dai consumatori, di modo che i passeggeri pagherebbero i biglietti ancora più cari. Stando così le cose, questa inutile mossa andrebbe a ingrossare la già lunga lista di tasse aeroportuali, tasse per la sicurezza e altri diritti che il passeggero è già costretto a pagare.

(Dichiarazione di voto abbreviata conformemente all’articolo 170 del regolamento)

 
  
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  Liam Aylward (ALDE), per iscritto. (GA) Ho sostenuto questa risoluzione che chiede alla Commissione di rivedere la vigente legislazione e di redigere norme nuove per garantire che i passeggeri non siano abbandonati a sé stessi in caso di fallimento della compagnia aerea.

Allo stato attuale, la legislazione europea non contiene disposizioni che tutelino i passeggeri europei in caso di fallimento di una compagnia aerea con la quale sia stata fatta una prenotazione. Mi trovo del tutto d’accordo con il presidente della commissione per i trasporti quando afferma che tanti passeggeri non sono economicamente in grado di sostenere simili perdite. Occorre quindi un meccanismo di sostegno o un fondo di compensazione per venire in soccorso di chi si trova in difficoltà in simili eventualità.

Le norme sui diritti dei passeggeri vanno aggiornate e rafforzate per assicurare protezione e aiuto in caso di fallimento di una compagnia aerea o di episodi sui quali il passeggero non ha controllo alcuno.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sul risarcimento dei passeggeri in caso di fallimento di una compagnia aerea perché trovo necessario aumentare la tutela dei passeggeri europei in casi del genere, introducendo nuova legislazione o rivedendo quella in vigore, nonché istituendo un fondo di riserva come compensazione.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Le linee aeree commerciali si dibattono tra gravi difficoltà sin dagli attentati dell’11 settembre 2001, esacerbate dall’attuale crisi economica e finanziaria. Sono in aumento i fallimenti e le situazioni difficili in cui il passeggero, specie se in transito, si viene a trovare appiedato.

Questa mancanza di tutele per il consumatore è del tutto inaccettabile; urge dunque una risposta europea che imponga la valutazione delle compagnie aeree, promuova l’assistenza ai passeggeri incappati in queste situazioni e preveda indennizzi.

Ma queste misure devono anche tener conto della fragilità finanziaria delle compagnie aeree, senza ostacolarne inutilmente le attività. Vanno quindi limitate allo stretto necessario per garantire la protezione dei passeggeri come consumatori.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Nell’Unione europea, dal 2000 77 compagnie aeree hanno dichiarato fallimento. Sebbene esista una legislazione comunitaria in materia di trasparenza dei prezzi e di compenso per il negato imbarco, l’UE deve ora colmare le lacune in caso di insolvenza, specie se il biglietto è stato acquistato online. Troppi passeggeri rimangono ancor oggi intrappolati in situazioni in cui non possono fare assolutamente nulla, magari dopo aver speso tutti i loro risparmi per una vacanza in famiglia. Propugno regole che garantiscano ai passeggeri di non ritrovarsi a piedi nel luogo di destinazione, senza un’alternativa per l’alloggio o il rimpatrio.

 
  
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  Jörg Leichtfried (S&D), per iscritto. (DE) Voto per la risoluzione pensando in particolare al già approvato regolamento n. 261/2004, che istituisce regole comuni in materia di compensazione e assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, cancellazione del volo o ritardo prolungato e che abroga il regolamento n. 295/91. Sono già stati compiuti passi giusti con quel regolamento e ora rafforzare e tutelare i diritti dei passeggeri ne è il logico sviluppo.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. (FR) Votiamo a favore della risoluzione nella speranza di tutelare il più possibile gli interessi dei passeggeri data la situazione generale (liberalizzazione dei trasporti, aumento del numero di compagnie aeree).

Vorremmo però ribadire che il sistema di risarcimento proposto in questa relazione è un pannicello che non fa nulla per risolvere il problema di fondo.

La soluzione vera sta nella creazione di un servizio pubblico di trasporto aereo europeo, che pensi all’interesse generale e pertanto a razionalizzare gli spostamenti, così da ridurre l’impatto sull’ambiente – un servizio pubblico che pensi all’interesse generale e quindi alla sicurezza, alla libertà di movimento e al benessere sia degli utenti sia degli addetti.

Urge lasciarsi alle spalle l’Europa degli interessi esclusivi per costruire l’Europa dell’interesse generale.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Il crescente numero di fallimenti registrato fra le compagnie aeree, che colpisce migliaia di cittadini negli Stati membri, ha costretto l’Unione europea a prendere provvedimenti per tutelarli. E’ importante salvaguardare i diritti di chi usa il trasporto aereo quotidianamente. Ho quindi votato a favore.

 
  
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  Robert Rochefort (ALDE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della risoluzione sul risarcimento dei passeggeri in caso di fallimento di una compagnia aerea. Oggi, i soli passeggeri coperti dalla legislazione europea in caso di fallimento di una compagnia aerea sono quelli che prenotano un viaggio organizzato.

E’ però chiaro che negli ultimi anni le abitudini dei consumatori in materia di pacchetti vacanze sono cambiate molto. C’è stato un incremento del ricorso alle compagnie europee a basso costo, un crollo dei pacchetti vacanze venduti e un aumento delle vendite dirette e individuali online e della vendita di voli seat-only.

Se a ciò si aggiunge la crisi vissuta ora dal settore, è facile immaginare il numero di passeggeri europei che si ritrovano appiedati a destinazione, spesso senza possibilità di alloggio e in disperata attesa di trovare un volo che li riporti a casa, a seguito del fallimento della compagnia con la quale avrebbero inteso volare.

Dopo di ciò, riceveranno solo un indennizzo simbolico per il disagio subito, e anche quella sarà una lotta… La Commissione deve assumere con urgenza un’iniziativa di legge per affrontare una situazione tanto preoccupante. E, per coprire i risarcimenti, va istituito al tempo stesso un fondo di garanzia finanziato dalle compagnie aeree.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) Le regioni europee note come destinazioni turistiche devono garantire a chi usufruisce dei servizi in questo campo il massimo livello di servizio e qualità.

Ne offre un esempio Madera, classificata la settimana scorsa dall’Organizzazione mondiale del turismo come una delle migliori destinazioni turistiche mondiali: l’Organizzazione le ha riconosciuto il massimo punteggio in 13 dei 15 parametri presi in esame. Per mantenere tale posizione in un mercato tanto competitivo, è necessario proseguire il lavoro svolto da enti pubblici e privati puntando a una sostenibilità ambientale, economica e sociale. Questo obiettivo significa anche dare ai turisti che visitano l’isola le massime garanzie sul viaggio aereo e sulle strutture ricettive.

La proposta di risoluzione votata oggi segna un passo in questa direzione, perché mira a proteggere i passeggeri di compagnie in fallimento con l’introduzione di un’assicurazione obbligatoria e di un fondo di garanzia per le compagnie, nonché di un’assicurazione facoltativa per i loro clienti.

E’ inoltre positivo l’appello rivolto alla Commissione affinché presenti una proposta per risarcire i passeggeri delle compagnie aeree che dichiarano il fallimento e per assicurarne il rimpatrio qualora rimangano a piedi in aeroporto.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo sul risarcimento dei passeggeri in caso di fallimento di una compagnia aerea. Oggi vi sono diverse disposizioni legislative europee che disciplinano le seguenti situazioni: risarcimento e rimpatrio dei consumatori in caso di fallimento dell'impresa organizzatrice di pacchetti vacanza; responsabilità del vettore aereo in caso di incidenti e regime di risarcimento per i passeggeri; compensazione e assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato.

Non vi sono però disposizioni di legge a tutela del consumatore in caso di fallimento della compagnia aerea. Negli ultimi 9 anni, sono fallite in Europa 77 compagnie aeree. Ecco perché questa direttiva è assolutamente necessaria. Il Parlamento europeo ha dunque chiesto alla commissione di rafforzare la posizione del passeggero in caso di fallimento del vettore. Ha infatti chiesto alla Commissione di presentare entro luglio 2010 una proposta legislativa che riconosca un risarcimento ai passeggeri di una compagnia aerea fallita, che sancisca il principio della reciproca responsabilità per i passeggeri di tutte le compagnie aeree che volano sulla stessa rotta e hanno posti disponibili, introduca l’assicurazione obbligatoria per le compagnie aeree, stabilisca un fondo di garanzia e proponga servizi di assicurazione volontaria per i passeggeri.

 
  
  

Proposta di risoluzione sul marchio d’origine

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione comune sul marchio d’origine in quanto fondata sul principio che la protezione dei consumatori presupponga regole commerciali trasparenti e coerenti, tra cui quelle sul marchio d’origine. A tale riguardo, sostengo l’intervento della Commissione che, insieme con gli Stati membri, difende i legittimi diritti e aspettative dei consumatori ogniqualvolta vi sia evidenza di un uso fraudolento o fuorviante del marchio d’origine da parte di produttori e importatori non UE.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Alla luce dell’esigenza di garantire al consumatore adeguata informazione al momento di acquistare taluni prodotti, specialmente per quanto concerne il paese d’origine e gli standard di sicurezza, igienici ed ecologici applicati alla produzione – dati essenziali per una scelta consapevole e informata -, ho votato a favore della proposta di risoluzione, che chiede alla Commissione di ripresentare le proprie proposte al Parlamento affinché possano essere discusse ai sensi del processo legislativo stabilito nel trattato di Lisbona.

Ma ricordo che, valutando la proposta della Commissione sul marchio d’origine, presterò particolare attenzione all’adeguatezza del sostegno dato ai prodotti tradizionali, per evitare che la necessaria, auspicabile protezione del consumatore finisca per danneggiare irreparabilmente le piccole produzioni tradizionali. E presterò particolare attenzione ai meccanismi per determinare l’origine, per evitare uno svantaggio competitivo dei produttori europei rispetto ai loro concorrenti.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Riteniamo la risoluzione adottata molto al di sotto di ciò che, a nostro avviso, dovrebbe essere il marchio d’origine, ossia, tra le altre cose, uno strumento volto a tutelare l’occupazione nell’industria in Europa, specialmente nelle PMI più competitive, e uno strumento di contrasto del dumping sociale e ambientale. Ecco perché ci siamo astenuti.

Inoltre, la risoluzione misconosce l’impatto della liberalizzazione degli scambi mondiali sull’occupazione e il tessuto industriale di numerosi Stati membri. Ignora le varie delocalizzazioni in cerca di profitti facili e le loro conseguenze, come la deindustrializzazione di intere regioni, l’aumento dei senza lavoro, il peggioramento delle condizioni socioeconomiche. Il testo si limita a invitare Commissione e Consiglio a compiere tutti i passi necessari per assicurare parità di condizioni con i partner commerciali.

Infine, deploriamo che la maggioranza del Parlamento abbia respinto le nostre proposte che, tra le altre cose, miravano a tutelare l’occupazione, rispettare i diritti di lavoratori e consumatori, contrastare il lavoro minorile e la schiavitù e combattere l’importazione di prodotti da territori occupati, oltre a insistere sulla necessità di ritirare i sussidi europei a imprese e investitori che ricorrano a delocalizzazioni.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Nel contesto della crisi che attanaglia le aziende europee, l’Unione deve più che mai dotarsi di un sistema obbligatorio sul marchio d’origine, anche solo per un limitato ventaglio di beni d’importazione, come tessili, gioielli, abbigliamento e calzature, pelletteria e valigeria, illuminotecnica e lampadine, oggetti in vetro, proprio perché si tratta di un'informazione preziosa per il consumatore finale, che avrebbe inoltre la possibilità di sapere da quale paese sta comprando e di fare scelte d’acquisto in base agli standard sociali, ecologici e di sicurezza notoriamente associati al paese in causa. In altre parole, i nostri cittadini, come consumatori responsabili, avranno la trasparenza che rivendicano.

 
  
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  Jacky Hénin (GUE/NGL), per iscritto. (FR) Il concetto di origine non può esaurirsi solo in un marchio, deve divenire invece sinonimo di rispetto delle norme più avanzate in relazione al know-how, ai diritti dei lavoratori, allo sviluppo sostenibile e alla salvaguardia ambientale, nonché espressione di un atteggiamento economicamente responsabile.

L’introduzione di un marchio “made in Europe” consentirebbe al consumatore una scelta informata e una tutela attiva dei propri diritti.

Ma ancora una volta ci siamo limitati alle pie intenzioni, come se ripetere a noi stessi che siamo i migliori e i più bravi bastasse a farne una realtà.

E’ un peccato e quindi mi asterrò.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) Capisco la necessità di discutere la creazione di un quadro legislativo europeo per il marchio d’origine dei prodotti finiti, in particolare per garantire l’informazione del consumatore e la trasparenza fra partner commerciali. Il ricorso a un sistema di marchiatura standard si tradurrà in un sistema migliorato e più accurato per il consumatore e indicherà gli standard socioambientali osservati da quel prodotto. Inoltre, il marchio d’origine è un passo importante verso l’adozione di norme commerciali coerenti verso i paesi terzi.

Ma è importante individuare il giusto equilibrio fra la prospettiva del produttore e quella del consumatore. La trasparenza offerta ai consumatori non può andare a scapito di chi produce. Per le PMI non devono esservi oneri aggiuntivi. Nel dibattito in corso, è importante definire linee guida chiare e portarle avanti, anche per conto dell’Austria. Una soluzione possibile consisterebbe nella creazione di un marchio d’origine europeo su base volontaria per i prodotti finiti, tenendo conto dei marchi di qualità esistenti a livello nazionale e regionale.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore perché il marchio d’origine “made in” è essenziale per la trasparenza del mercato e per dare ai consumatori le informazioni necessarie sull’origine di ciò che acquistano.

L’economia dell’Unione va rafforzata migliorando la competitività delle sue industrie sullo scacchiere globale. La concorrenza sarà leale solo se potrà contare su norme chiare per produttori, esportatori e importatori, ma anche su obblighi comuni in campo sociale e ambientale.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Saluto l’introduzione del marchio d’origine da parte dell’Unione europea. D’ora in poi, su certi prodotti importati da paesi terzi andrà specificato il paese d’origine. Scopo del marchio è dare ai consumatori dell’Unione la massima informazione circa il paese d’origine di ciò che acquistano, permettendo così all’acquirente di collegare il bene acquistato agli standard sociali, ambientali e di sicurezza del paese in questione.

E’ il primo passo di una guerra contro le merci dell’Estremo Oriente, spesso prodotte in condizioni di sfruttamento della manodopera e poi svendute in Europa a prezzi di dumping.

 
  
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  Cristiana Muscardini (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, oggi il Parlamento ha ribadito con forza le posizioni che aveva già espresso in più occasioni nella precedente legislatura: l'Europa deve dotarsi di un regolamento che stabilisca il marchio d'origine di molti prodotti che entrano nel suo territorio.

Questa scelta deriva dalla necessità di garantire una maggiore informazione, e quindi anche tutela, dei consumatori affinché essi possano fare scelte consapevoli. Il regolamento sulla denominazione d'origine renderà finalmente l'impresa europea in grado di misurarsi a pari titolo con le imprese di paesi terzi nei quali già da tempo esiste la legge sulla denominazione d'origine dei prodotti che entrano nel suo territorio. Il mercato è libero solo quando le regole sono chiare, condivise e applicate.

L'obiettivo della risoluzione approvata è di sollecitare la Commissione, dopo gli infruttuosi tentativi di mediazione con il Consiglio, a reiterare la proposta alla luce delle nuove competenze che il Parlamento ha acquisito con l'entrata in vigore del trattato di Lisbona. Siamo certi che l'accordo tra i gruppi politici del Parlamento europeo sarà lo strumento per trovare con il Consiglio un quadro giuridico definitivo.

Colgo l'occasione per sottolineare come le categorie merceologiche contemplate nell'attuale proposta di regolamento debbano essere rispettate e ampliate per quanto riguarda i prodotti di fissaggio, cioè quei prodotti per i quali è indispensabile assicurare la qualità e il rispetto delle normative europee al fine di garantire la sicurezza dalla costruzione di ponti alle automobili, dagli elettrodomestici a ogni altro oggetto che comporta l'utilizzo di prodotti di fissaggio. La garanzia della sicurezza è per noi una priorità.

Il voto di oggi è un importante successo che dedichiamo ai consumatori e ai produttori europei in un momento di nuovo slancio politico per il Parlamento, grazie alla procedura di codecisione che sana finalmente il deficit democratico che per tanto tempo abbiamo dovuto sopportare .

 
Ultimo aggiornamento: 16 aprile 2010Avviso legale