Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulla violenza nella Repubblica democratica del Congo.
Cecilia Malmström, presidente in carica del Consiglio. – (SV) Signor Presidente, per la presidenza in carica è fondamentale discutere con il Parlamento della gravissima situazione in cui versa la Repubblica democratica del Congo. La violazione dei diritti umani e il notevole aumento degli episodi di violenza di genere e a sfondo sessuale sono un problema di proporzioni enormi. E’ giunto il momento di affrontare la situazione, soprattutto alla luce della recente relazione del gruppo di esperti delle Nazioni Unite, in base alla quale un certo numero di gruppi armati attivi nel paese si appoggerebbe a una rete ben organizzata con base, almeno in parte, nell’Unione europea.
E’ scontato ricordare l’impegno a lungo termine dell’Unione europea nei confronti della Repubblica democratica del Congo e dell’intera regione dei Grandi Laghi. L’Unione si adopera da lungo tempo a favore della pace e della stabilità nel paese. E’ fondamentale mantenere il suddetto impegno, sia in termini di politica che di sviluppo. Sono certa che la Commissione riprenderà questo tema più tardi.
Il nostro aiuto ha assunto svariate forme, fra le quali la nomina, nel lontano 1994, del primo rappresentante speciale dell'Unione europea per la regione. Abbiamo adottato strumenti PESD sia civili sia militari. Non dimentichiamo l’operazione Artemis nella provincia di Ituri, lo schieramento temporaneo dell’EUFOR nel periodo precedente alle elezioni del 2006, la missione EUSEC RD Congo per la riforma delle forze di difesa e la missione EUPOL RD Congo per la riforma delle forze di polizia. In questo contesto, tuttavia, si sono registrati sia sviluppi sia battute d’arresto. Le relazioni diplomatiche fra la Repubblica democratica del Congo e il Ruanda sono riprese, fatto estremamente positivo. Nel corso del 2008 e del 2009 sono stati siglati accordi di pace con la maggior parte dei gruppi armati nella parte orientale del paese. Ora devono essere attuati.
La situazione è ancora instabile sotto molti punti di vista. Stiamo assistendo all’integrazione di numerosi gruppi armati nell’esercito congolese, processo tuttavia caratterizzato da un vago senso di incertezza. Proseguono le operazioni militari contro altri gruppi armati, fra i quali le FDLR e il Lord’s Resistance Army, principali responsabili delle vittime civili e della sofferenza della popolazione. Allo stesso tempo, in altre parti del paese, stanno facendo capolino nuovi gruppi armati. Nella parte orientale proseguono le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani. Gli omicidi, gli atti di violenza e gli abusi di natura sessuale sono frequenti e si stanno diffondendo rapidamente su tutto il territorio, nonostante la dichiarazione del presidente Kabila in merito all’adozione di una politica di tolleranza zero.
Lo sfruttamento illegale delle risorse naturali costituisce un ulteriore problema. E’ fondamentale che i ricchi bacini minerari del paese rientrino nella sfera del legittimo controllo nazionale, sia in quanto fonte di reddito indispensabile allo Stato, sia per mettere fine al sostegno economico a favore dei gruppi armati. Per il Consiglio sono fonte di ulteriore preoccupazione sia i preparativi per le elezioni locali sia la relativa fase organizzativa. I problemi di gestione, la scarsa trasparenza e la violazione dei diritti politici e dei diritti dei cittadini costituiscono un serio ostacolo al processo di democratizzazione.
Poiché sono ancora molti i motivi di profonda preoccupazione, il Consiglio ha scelto la via dell’intransigenza per quanto concerne le gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani nelle province del Nord e del Sud Kivu. Nelle sue conclusioni, il Consiglio ha recentemente condannato i suddetti fenomeni, invitando il governo della Repubblica democratica del Congo a intervenire affinché i responsabili vengano consegnati alla giustizia.
L’Unione intende certamente mantenere nel tempo il proprio impegno per la pace, la stabilità e lo sviluppo della popolazione congolese. In quest’ottica, ai fini della stabilizzazione del paese, la riforma della sicurezza è fondamentale. Tutte le parti coinvolte, autorità congolesi incluse, devono adoperarsi al fine di tutelare adeguatamente l’interesse comune nell’ambito della riforma della sicurezza. Dobbiamo altresì promuovere nel tempo il miglioramento delle relazioni a livello regionale, creando un partenariato in ambito politico ed economico più solido fra i vari paesi della regione.
Vi garantisco che sia il Consiglio sia l’Unione europea rispetteranno gli impegni presi nei confronti della Repubblica democratica del Congo, il futuro della quale è per noi fonte di profonda preoccupazione. Porteremo avanti il nostro impegno di ampio respiro e continueremo a denunciare apertamente le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani. A questo proposito, accogliamo con grande soddisfazione il ruolo costruttivo e duraturo del Parlamento europeo e attendo con interesse il vostro parere nel corso della seduta odierna.
Karel De Gucht, membro della Commissione. – (FR) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, circa un anno fa, la situazione di Goma, città assediata dalle truppe del CNDP guidate da Laurent Nkunda, era il principale motivo di preoccupazione per le autorità congolesi e la comunità internazionale.
Abbiamo fatto il possibile per evitare il peggio. La promozione di un accordo politico, fra la Repubblica democratica del Congo e il Ruanda prima e fra il governo congolese, il CNDP e gli altri gruppi armati poi, hanno consentito, nel breve periodo, di disinnescare la bomba a orologeria della violenza, sebbene il suo potenziale destabilizzante sia rimasto, a oggi, pressoché inalterato. Inalterato perché l’approccio alle cause più profonde è stato superficiale e basato esclusivamente su una politica di breve termine. Di fronte a soluzioni scadenti, la comunità internazionale ha scelto il male minore: non è una critica, ma un dato di fatto, la pura realtà.
La comunità internazionale e l’Unione europea non sono state in grado di mettere in campo una forza di protezione. I rinforzi della MONUC che chiediamo da più di un anno stanno iniziando ad arrivare solo ora. La recente relazione del gruppo di esperti indipendenti delle Nazioni Unite e quella stilata dall’organizzazione Human Rights Watch offrono un quadro inequivocabile della situazione attuale, che non può essere ignorato né passato sotto silenzio.
E’ giunto il momento di affrontare le cause alla radice del problema e di trovare soluzioni durature. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, serve la cooperazione di tutte le parti coinvolte – i governi del Congo e del Ruanda in primis, ma anche la MONUC, le Nazioni Unite, il resto della comunità internazionale e l’Unione europea.
Senza dubbio, la riconciliazione politica e diplomatica fra il Ruanda e la Repubblica democratica del Congo può essere positiva, in quanto motore di stabilità per la regione e, se c’è volontà da ambo le parti, può contribuire alla coesistenza pacifica e alla cooperazione proficua fra i due Stati, nel quadro di una rinnovata Comunità economica dei paesi dei Grandi Laghi.
Questo, tuttavia, è solo l’inizio di un cammino lungo e tortuoso. La questione delle FDLR costituisce il cuore del problema, così come tutte le conseguenze che ne derivano e che complicano ulteriormente la situazione: lo sfruttamento illegale delle risorse naturali; la mancanza di tutela delle minoranze; l’impunità diffusa in una vasta regione destatalizzata, in cui le autorità pubbliche non solo non riescono a controllare il territorio, ma costituiscono spesso parte del problema.
L’accordo siglato fra la Repubblica democratica del Congo e il Ruanda ha consentito di mantenere temporaneamente sotto controllo il CNDP e le pretese inaccettabili di Laurent Nkunda. L’accordo ha portato alla sostituzione di Laurent Nkunda con Bosco Ntaganda, più facilmente influenzabile e disposto a qualsiasi compromesso in cambio dell’immunità, privilegio in contrasto con tutte le disposizioni internazionali in materia di crimini contro l’umanità e che né il Ruanda né la Repubblica democratica del Congo possono o hanno il diritto di garantirgli.
La frettolosa integrazione del CNDP in un esercito inefficace e totalmente caotico come le FARDC, la conquista, da parte di Bosco Ntaganda, di una maggiore autonomia in seguito all’attuazione di una catena di comando parallela in seno alle stesse FARDC – resa possibile dal pagamento irregolare dei soldati e dalla totale assenza di disciplina e di gerarchie – il sostegno mal gestito e mal calibrato della MONUC alle operazioni militari contro le FDLR e la risposta inesistente alle esigenze delle minoranze ruandesi sono fattori in grado creare problemi ben più gravi rispetto a quelli che abbiamo affrontato un anno fa – problemi che né il Ruanda, né la Repubblica democratica del Congo saranno più in grado di gestire.
In questo contesto, la situazione è migliorata molto poco: la crisi umanitaria perdura senza alcun cenno di miglioramento e lo stesso vale per le continue violazioni dei diritti umani, le rivoltanti ondate di violenza, le atrocità a sfondo sessuale, l’impunità regnante per qualsiasi tipo di reato e la razzia delle risorse naturali. Basta leggere le relazioni delle Nazioni Unite e di Human Rights Watch cui ho fatto riferimento per rendersi conto della portata di questa infinita tragedia. E’ chiaro che le azioni volte a impedire gli attacchi delle FDLR devono continuare, ma non a qualsiasi prezzo, non senza aver prima fatto il possibile per ridurre al minimo i rischi per i civili derivanti dalla pressione militare.
Questo richiede una migliore pianificazione, la ridefinizione delle priorità e una maggiore protezione della popolazione da parte della MONUC, compito principale previsto dal suo mandato. Anche il contesto in cui la MONUC potrebbe trovarsi a operare va definito in modo chiaro e inequivocabile. Questo non implica il ritiro o la revoca dell’ingaggio della MONUC. Un ritiro frettoloso sarebbe deleterio, dal momento che creerebbe un ulteriore vuoto di potere: i recenti avvenimenti della regione equatoriale, altro sintomo del cancro congolese, ne sono la riprova.
E’ altresì fondamentale mettere fine alla collusione politica ed economica da cui le FDLR continuano a trarre vantaggio nella regione e nel resto del mondo, inclusi i nostri Stati membri. La campagna delle FDLR non è una campagna politica, bensì un atto criminale di cui la popolazione congolese è la vittima principale: è in quest’ottica che va considerata e vanno trattati quanti ne sono direttamente o indirettamente coinvolti. Per questa ragione bisogna essere più intransigenti verso tutte le forme di tratta. Allo stesso tempo, oltre al processo di disarmo, smobilitazione, rimpatrio, reinserimento e reinsediamento, le autorità congolesi e ruandesi devono riuscire a distinguere più rapidamente i colpevoli dagli individui che non sono necessariamente dei criminali.
Detto questo, la soluzione a gran parte del problema va ricercata all’interno della stessa Repubblica democratica del Congo. Mi riferisco, ovviamente, alla natura locale del conflitto. In questo contesto, gli accordi del 23 marzo vanno attuati in ogni singola parte, altrimenti la frustrazione della popolazione locale finirà per prevalere. Si tratta di un passo fondamentale se vogliamo davvero che gli sforzi di stabilizzazione e la volontà di dare nuovo impulso all'economia del Kivu vadano a buon fine. In quest’ambito, la comunità internazionale rivestirà davvero un ruolo chiave.
Ad ogni modo, Kivu a parte, penso a come, negli ultimi vent’anni, la Repubblica democratica del Congo sia precipitata nel caos più totale. E’ un paese praticamente tutto da ricostruire, a partire dallo Stato, la cui assenza è la radice di tutti i problemi.
Per raggiungere questo obiettivo, servono alcuni elementi fondamentali. In prima istanza, va consolidata la democrazia. Mi riferisco, chiaramente, alle elezioni locali, legislative e presidenziali previste per il 2011. Le elezioni sono un elemento costitutivo della democrazia, ma non dimentichiamo la necessità di sostenere nel tempo le forze e le istituzioni politiche nell’instaurazione di un dialogo con l’opposizione. Se questo verrà a mancare non potremo operare in un sistema politico veramente aperto.
Il secondo elemento è, senza dubbio, la necessità di rafforzare la buona governance. Se da un lato è vero che la Repubblica democratica del Congo, data la portata dei suoi problemi, non può pensare di risolverli tutti in una volta sola, dall'altro, se vuole riuscire nel proprio intento, deve assolutamente dimostrare una ferma volontà politica. Il Parlamento ha sollevato la questione dell’impunità. E’ un esempio calzante, perché è sì, una questione di volontà politica, ma anche la base dell’intero sistema di affermazione dello stato di diritto. Purtroppo, intervenire su un unico fronte non basta. Lo stato di diritto richiede, altresì, la riforma del settore della sicurezza e un miglioramento effettivo in termini di buona governance economica.
L’entità delle sfide da affrontare richiede la definizione di politiche di lungo termine: questo, tuttavia, non può giustificare l'assenza di interventi nel breve periodo. Mi riferisco, in modo particolare, agli episodi di violenza a sfondo sessuale e ai diritti umani, già messi in luce dal Parlamento. La volontà politica può svolgere un ruolo chiave in quest’ambito, motivo per cui dobbiamo accogliere con favore l’impegno assunto dal presidente Kabila in nome di una politica di tolleranza zero, politica che ora deve essere attuata.
La Commissione che, per inciso, si sta impegnando a fondo in quest’area (a sostegno del potere giudiziario e delle vittime), intende continuare ad appoggiare la Repubblica democratica del Congo. A questo proposito, ho già manifestato il mio auspicio per una maggiore cooperazione fra la Corte penale e la Commissione nella lotta alla violenza sessuale.
Un sistema democratico consolidato, una buona governance e volontà politica: sono questi gli elementi chiave sui quali intendiamo costruire un partenariato paritetico con la Repubblica democratica del Congo.
Filip Kaczmarek, a nome del gruppo PPE. – (PL) Signor Presidente, quasi tutti i giornalisti che si occupano dell’Africa vorrebbero diventare dei nuovi Joseph Conrad. Spesso dunque, proprio perché sono alla ricerca del cuore di tenebra, si concentrano sugli aspetti più negativi.
Il Congo, tuttavia, non deve per forza essere un cuore di tenebra. Può anche essere un paese normale. Ci sono paesi normali in Africa, paesi in cui le ricche risorse naturali vanno a beneficio della popolazione; paesi in cui le autorità pubbliche si occupano del benessere comune; paesi in cui i bambini vanno a scuola e il sesso viene associato all’amore e non allo stupro e alla violenza. Credo fermamente che la chiave del successo nel Kivu e in tutto il Congo sia data dalla qualità del governo. Senza un governo democratico, giusto, onesto ed efficace, è impossibile raggiungere la pace e la stabilità. Senza un governo responsabile, le ricchezze del paese vanno a beneficio di pochi, i leader curano i propri interessi, le scuole sono vuote e la violenza è all’ordine del giorno.
Ricordo bene l’ottimismo del 2006. All’epoca ero un osservatore durante le elezioni ed eravamo tutti soddisfatti perché dopo ben quarant’anni, in un paese grande e importante come il Congo si stavano svolgendo delle elezioni democratiche. Il nostro ottimismo, tuttavia, si è dimostrato prematuro. E’ difficile non chiedersi perché sia accaduto e perché le elezioni non abbiano migliorato la situazione nel Congo. A mio avviso, è una questione di denaro, come hanno suggerito il presidente in carica Malmström e il commissario De Gucht. Hanno accennato all’utilizzo illegale delle risorse del paese, sfruttate per finanziare l’armamento, con l’obiettivo di proseguire ed esacerbare ulteriormente il conflitto. Se riusciremo a mettere fine a tutto questo, saremo sempre più vicini al nostro scopo.
Michael Cashman, a nome del gruppo S&D. – (EN) Signor Presidente, vorrei ringraziare il commissario per la sua dichiarazione, davvero molto rassicurante.
Sono completamente d’accordo con lei, Commissario: non possiamo ritirarci; non possiamo creare un vuoto, perché un vuoto c’è già ed è un vuoto di volontà politica. Serve una leadership a livello politico per ovviare a questo problema, sempre in ottemperanza agli obblighi internazionali e nel rispetto dello stato di diritto.
Vediamo come stanno davvero le cose. Dal 1998 a oggi, a causa del conflitto, più di 5 000 400 persone hanno perso la vita e, direttamente o indirettamente, si registrano 45 000 morti al mese.
I dati parlano di 1 460 000 sfollati interni, gran parte dei quali sono vittime di violenza: vorrei dare voce a chi non la possibilità di esprimersi, ovvero a tutte le vittime della violenza. Le forze armate della Repubblica democratica del Congo hanno commesso più reati di violenza di genere, fra cui la schiavitù sessuale, il rapimento, il reclutamento forzato, la prostituzione forzata e lo stupro. La violenza sessuale riguarda uomini, donne e bambini vittime di stupro, umiliazioni sessuali e mutilazioni genitali.
Abbiamo approvato svariate risoluzioni in materia. E’ giunto il momento di pretendere, a livello internazionale, la fine di queste atrocità.
Louis Michel, a nome del gruppo ALDE. – (FR) Signor Presidente, Presidente in carica del Consiglio Malmström, Commissario, onorevoli colleghi, come ben sapete, ho sempre seguito da vicino la situazione della parte orientale della Repubblica democratica del Congo. Nonostante gli incoraggianti passi avanti registrati grazie al recente riavvicinamento tra il Ruanda e la Repubblica democratica del Congo, appunto – riavvicinamento da sostenere in quanto necessario alla risoluzione dei problemi nella parte orientale del paese – e nonostante gli accordi del 23 marzo scorso fra Kinshasa e il gruppo ribelle congolese, già citati dal commissario, la situazione nella zona rimane molto preoccupante.
Sono sette i punti su cui vorrei intervenire. Primo: la pace non potrà essere istituita finché non fermeremo le FDLR. Sfortunatamente le vittime principali della pressione militare esercitata dalla Repubblica democratica del Congo per allontanare gli estremisti dalle loro basi e dalle loro fonti di guadagno sono i civili, vittime non soltanto dei danni collaterali, ma anche della diretta responsabilità di alcuni e della violenza di altri.
Il rischio era prevedibile e, come affermato dal commissario, la MONUC andava rafforzata fin dall’inizio, poiché ancora oggi le risorse necessarie a soddisfare la domanda scarseggiano e l’organizzazione sul campo non è sempre delle migliori.
Se da una parte è vero che dobbiamo pretendere un migliore coordinamento nonché una presenza maggiore e più attiva sul territorio, dall’altra sarebbe pericoloso esprimere pareri o giudizi sulla MONUC che potrebbero essere sfruttati da forze negative per metterla in cattiva luce. Questo sarebbe, senza dubbio, ancora più grave.
Il secondo punto riguarda gli atti di violenza commessi dalle FARDC. Ovviamente, un contesto di guerra non può giustificare, in nessun caso, un comportamento di questo genere; di conseguenza, accolgo con favore la decisione delle Nazioni Unite di mettere un freno al sostegno logistico offerto alle unità congolesi che non rispettano i diritti umani. La politica di tolleranza zero recentemente adottata dal presidente Kabila va certamente apprezzata, ma il suo rispetto e la sua attuazione costituiscono un problema a parte.
Le lacune del sistema giudiziario congolese stanno dando vita a un clima di impunità diffusa. Per questo, accolgo con soddisfazione gli interventi della Commissione, in concerto con alcuni Stati membri, volti a colmare le suddette lacune, anche nella parte orientale del paese.
Eccomi, dunque, all’ultimo punto: l’unico elemento ancora da ricostruire in Congo è uno stato di diritto basato su effettivi poteri governativi, poteri attualmente assenti e causa principale del gravissimo vuoto esistente.
Isabelle Durant, a nome del gruppo Verts/ALE. – (FR) Signor Presidente, Commissario Malmström, Commissario, come avete già affermato, la situazione nel Kivu è estremamente preoccupante, nonostante la presenza di quasi 20 000 soldati della MONUC.
La popolazione civile – le donne in particolare – sono le vittime principali delle strategie di conflitto adottate dai gruppi armati e, come ha già detto qualcuno, da alcune unità dell’esercito congolese, che hanno fatto dello stupro sistematico un’arma di guerra. Il mese scorso, inoltre, un gruppo di donne congolesi è intervenuto in questa sede – giustamente – al fine di assicurarsi il nostro sostegno contro la scandalosa strategia summenzionata.
Come già messo in luce da lei, Commissario, la razzia delle risorse, è un’altra delle cause principali dell’esacerbazione del conflitto. Concordo con quanto affermato poco fa: è estremamente pericoloso screditare la MONUC, senza motivo, rendendola l’unica responsabile della situazione agli occhi della popolazione, già esasperata da anni di conflitti e massacri.
Concordo sul fatto che non è il mandato della MONUC a dover essere ridefinito, né ritirato su nostra richiesta. Vanno ridefinite, invece, le regole di ingaggio e le direttive operative, per evitare che la MONUC venga associata a o diventi la base per un'unità dell'esercito congolese che include tra le sue file soldati che violano i diritti umani o commettono atti di violenza.
Anche le autorità congolesi rivestono una grande responsabilità nella lotta all’impunità per gli atti di violenza a sfondo sessuale, reati che andrebbero, a mio avviso, sottoposti al giudizio della Corte penale. Queste stesse autorità dovrebbero garantire l’immediato l’acquartieramento dei soldati in caserma. Se così fosse, la situazione sarebbe senza dubbio diversa.
In ultima istanza, credo che vada rivisto il programma Amani. Si tratta di un programma volto a ristabilire il dialogo e la pace in ogni angolo del pianeta, dal momento che sono proprio questi gli elementi in grado di garantire una ricostruzione duratura. Ad ogni modo, Commissario, accolgo con favore e appoggio pienamente il suo intervento e auspico che l’Unione europea proceda in questa direzione. Questo punto è fondamentale, sebbene, sfortunatamente, l’Unione non abbia voluto dar vita a un contingente per la regione. Avevamo a disposizione questa possibilità poco meno di un anno fa. Ciononostante, ritengo che l’azione dell’Unione sia irrinunciabile.
Sabine Lösing, a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Signor Presidente, finora la Repubblica democratica del Congo è il paese che ha ospitato più operazioni PESD in assoluto. La questione è sempre la stessa: di chi è la sicurezza che stiamo difendendo? E’ la sicurezza dei civili congolesi, delle donne e dei bambini? La missione MONUC promossa dalle Nazioni Unite non ha impedito che migliaia di persone venissero uccise, torturate e violentate, né che centinaia di migliaia di civili venissero espulsi dal paese – atrocità che hanno visto coinvolte le forze governative appoggiate dall’Unione europea.
Cosa stiamo difendendo in Congo, dunque? L’umanità? O stiamo forse salvaguardando un regime che, fra il 2003 e il 2006, ad esempio, ha concluso 61 contratti con società minerarie a livello internazionale, nessuno dei quali è stato considerato vantaggioso dalle ONG internazionali per la popolazione congolese? Per un certo periodo di tempo il presidente Kabila ha cambiato approccio e ha concluso meno contratti con le società occidentali, approccio immediatamente venuto meno con l’esacerbarsi del conflitto. La mia domanda è: perché si pensa che le menti del più vasto gruppo responsabile dei massacri nella parte orientale del Congo – ovvero le FDLR – si trovino in Germania? Mi riferisco alla risoluzione che ho presentato a nome del gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica.
Andreas Mölzer (NI). – (DE) Signor Presidente, l’espulsione di milioni di persone, le migliaia di stupri e le centinaia di omicidi non devono rappresentare il triste lascito della più vasta operazione di peace-keeping delle Nazioni Unite nel mondo. L’operazione Congo venne proposta dieci anni fa, ma non sono molti i progressi registrati da allora. Le milizie continuano a depredare le ricche risorse naturali della regione, a terrorizzare gli abitanti e a commettere crimini contro l’umanità.
Finora l’embargo si è dimostrato inefficace. I ribelli continuano semplicemente a cambiare bandiera perpetrando i loro crimini, complici le divise dell’esercito congolese. Recentemente sono stati processati dal Tribunale penale internazionale per l’ex Iugoslavia dell’Aia due rei di crimini di guerra ed è stato, di conseguenza, possibile avviare progetti di sviluppo e tenere le elezioni nel paese. Una piccola conquista, almeno.
Siamo altresì riusciti a colpire duramente le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (FDLR), ma non siamo stati in grado, tuttavia, di mettere fine alla terribile guerra civile. I fronti sono in continuo mutamento.
E’ assai spiacevole dover constatare che le accuse mosse nei confronti della missione ONU si dimostrino fondate. I caschi blu non possono restare a guardare mentre si commettono tali atrocità e soprattutto, il sostegno alla logistica dell’esercito non deve assolutamente essere confuso con un sostegno nei confronti delle violazioni dei diritti umani. La missione Congo non deve diventare una sorta di Vietnam per l’Europa.
Abbiamo bisogno, in sostanza, di un maggior coordinamento fra la politica di sicurezza europea e le operazioni di peace-keeping, soprattutto nella regione circostante l’Europa, e non nel cuore dell’Africa, dove i fronti etnici non sono ben definiti. A mio avviso, l’Unione europea deve concentrare le operazioni di peace-keeping nelle regioni colpite dalla crisi vicino ai propri confini, ovvero nei Balcani e nel Caucaso. E’ giunto forse il momento di mettere fine alla partecipazione dell’Unione europea alla missione ONU in Africa.
Gay Mitchell (PPE). – (EN) Signor Presidente, che la situazione vigente nella Repubblica democratica del Congo sia deplorevole e che le ripercussioni del conflitto sulla popolazione siano tragiche è un dato di fatto.
Vi sono, tuttavia, alcuni punti che dobbiamo ribadire in questa sede e nella nostra proposta congiunta di risoluzione. Dobbiamo tenere presente che la violenza nella Repubblica democratica del Congo, così come in tutti i conflitti dello stesso genere, è sì spesso conseguenza della bramosia, ma è anche frutto della povertà, da cui viene alimentata. I conflitti per il territorio, per motivi etnici, per le risorse o per la politica non sono altro che radici marce distinte dello stesso albero della bramosia.
Togli all’uomo prosperità e prefissagli un obiettivo: vedrai che gli passerà la voglia di uccidere o di essere ucciso. Questa è la nostra sfida di sviluppo nelle vesti di Parlamento.
In secondo luogo, dobbiamo far sì che la presenza militare in un paese straniero venga progettata e attuata per ridurre la sofferenza e la violenza, non per esacerbarle ulteriormente. Dobbiamo essere fermi oppositori dell’impunità, non suoi promotori.
Se i fatti dimostrano che le missioni promosse dall’Occidente non sono all’altezza dei suddetti standard, allora la loro presenza e i loro interventi vanno urgentemente rivisti.
In ultima istanza, il passato ci ha insegnato che, in conflitti micidiali come quello in atto nella Repubblica democratica del Congo, l’unica speranza per la pace è rappresentata da una soluzione a livello politico. Il dialogo e l’impegno sono le uniche strade che conducono a una soluzione.
Con la creazione del servizio europeo per l’azione esterna post-Lisbona, l’Unione europea dovrà assumere, a livello internazionale, il ruolo di promotore proattivo del dialogo e della pace, più di quanto abbia fatto finora.
Corina Creţu (S&D). – (RO) Come già messo in luce finora, milioni di civili sono stati barbaramente uccisi durante le operazioni militari nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo. Vi è il rischio che questi fenomeni si trasformino in normalità, a causa della frequenza senza precedenti con cui, nel paese, si commettono atti di violenza. Fra le vittime vi sono bambini, ragazze, donne, per non parlare di tutti i civili che si adoperano per la tutela dei diritti umani e i giornalisti.
La crisi umanitaria si aggrava giorno dopo giorno. La mancanza di sicurezza sul territorio impedisce alle organizzazioni del settore di prestare aiuto. Soltanto nei primi nove mesi di quest'anno si sono registrati 7 500 casi di stupro e violenza a sfondo sessuale, cifra superiore a quella calcolata nel corso dell’intero 2009. Tutti questi episodi si sono verificati in un quadro di carestia ed estrema povertà che affligge milioni di persone. Questa tragedia è imputabile all’esercito congolese, da un lato, e ai ribelli del Ruanda, dall’altro. E’ tuttavia dimostrato che una buona parte di responsabilità ricade anche sul contingente ONU, che accetta in silenzio gravi violazioni dei diritti umani. Per questo motivo, ritengo che l’Unione Europea debba urgentemente definire le modalità con cui le forze ONU presenti sul territorio devono raggiungere gli obiettivi della missione che sono stati loro assegnati.
Vanno altresì adottate delle misure per mettere fine al riciclaggio di denaro, al traffico di armi e al traffico d’oro: ogni anno escono illegalmente dal Congo 37 tonnellate d’oro, per un valore complessivo superiore al miliardo di euro. Il denaro così ricavato viene utilizzato per l’approvvigionamento di armi e l’istigazione al crimine.
Sophia in 't Veld (ALDE). – (NL) Signor Presidente, ho appena avuto modo di ascoltare l’intervento dell’onorevole Mölzer – ora non più in Aula – secondo il quale, è talmente inutile perseverare che dovremmo semplicemente alzare bandiera bianca e concentrarci sui paesi confinanti con l'Unione. Devo ammettere che, guardando la situazione, verrebbe davvero voglia di lasciar perdere. Poi, però, penso al gruppo di donne che abbiamo accolto in questa sede il mese scorso, a cui ha fatto riferimento anche l’onorevole Durant, e mi chiedo se possiamo davvero guardarle negli occhi e comunicare loro la nostra resa, o dire loro che non questa non è più una nostra priorità o che intendiamo semplicemente adottare una nuova risoluzione e ritenere il nostro impegno così concluso. Quando penso a quelle donne, alla loro disperazione, alla loro amarezza e al senso di abbandono che le pervade, reputo di importanza capitale una discussione come quella odierna.
La risoluzione contiene molti elementi positivi a cui spero riusciremo a conferire maggior vigore con azioni concrete, ma mi preme, tuttavia, soffermarmi su un punto in particolare. Parliamo spesso di stupro o di violenza a sfondo sessuale, ma sono termini che, in tutta onestà, non riflettono pienamente la realtà dei fatti. Le donne con cui abbiamo avuto modo di parlare sostengono che si tratti di un fenomeno che va ben oltre un attacco ai singoli individui; non è una forma di violenza individuale, bensì un attacco alla comunità intera, con l'obiettivo di distruggerne il tessuto sociale. Ritengo, dunque, che vi sia l’impellente necessità non soltanto di agire, di mettere fine all’impunità, di essere tempestivi e provvedere alle risorse necessarie agli interventi che abbiamo annunciato, ma anche di dimostrare che stiamo tendendo la mano alla popolazione locale, che siamo solidali e non intendiamo lasciarli soli; che ci stiamo assumendo la nostra responsabilità morale.
Cristian Dan Preda (PPE). – (RO) In questo frangente, che coincide con i preparativi per l’annuncio, da parte delle Nazioni Unite, dell’estensione del mandato della MONUC, credo che dovremmo riflettere sugli interventi della comunità internazionale alla luce della situazione vigente nella Repubblica democratica del Congo, sfortunatamente, in continuo peggioramento. Come ha dimostrato l’Operazione Kimia II, condotta dall’esercito congolese con l’appoggio della MONUC, il successo militare non basta se lo scotto da pagare, in termini umanitari, è troppo alto e implica la sofferenza dei civili.
Ritengo che le recenti operazioni militari contro le FDLR abbiano avuto conseguenze disastrose e che abbiano portato a violazioni dei diritti umani su larga scala e all'esacerbazione della crisi umanitaria, aspetti di cui dovremmo essere consapevoli. D’altra parte, l’impunità è un vero e proprio invito a continuare a commettere i suddetti reati. Ritengo che la tutela della popolazione civile debba essere la nostra priorità numero uno. Il Parlamento europeo deve pretendere la sospensione immediata degli atti di violenza – soprattutto di quelli a sfondo sessuale – delle violazioni dei diritti umani in generale, degli abusi commessi nel Kivu e del regime di impunità vigente nel paese.
Luis Yáñez-Barnuevo García (S&D). – (ES) Signor Presidente, i colleghi che mi hanno preceduto hanno già illustrato la tragica situazione in cui versa la Repubblica democratica del Congo. Hanno citato i milioni di morti e i casi di stupro e abuso contro i civili. Hanno citato la Missione di osservazione delle Nazioni Unite in Congo (MONUC) e la cooperazione sul campo da parte della Commissione europea. Si è parlato meno, invece, della necessità di controllare l’esportazione illegale di materie prime come ad esempio i diamanti, l’oro e altri prodotti, nel resto del mondo. Si tratta di prodotti “riciclati” attraverso conti bancari e società legittimamente istituite nei nostri paesi o negli Stati Uniti.
Spetta un compito delicato all’Alto rappresentante Ashton. Grazie all’autorità conferitale dal trattato di Lisbona e il sostegno dei 27 Stati membri nonché di quest’Aula, ha la possibilità di coordinare un piano d’azione di ampio respiro volto a impedire che tutta questa ricchezza finisca nelle mani dei signori della guerra, responsabili di omicidi e violenze.
Anne Delvaux (PPE). – (FR) Signor Presidente, alla luce delle recenti relazioni relative alla preoccupante situazione nel Nord e nel Sud Kivu e alla luce della natura profondamente violenta degli attacchi contro i civili – donne, bambini e anziani in modo particolare – l’urgenza – termine utilizzato molto spesso dall’Unione europea e dalla comunità internazionale nel suo complesso in relazione al Congo – è, a mio avviso, la necessità più immediata. Dobbiamo fare il possibile per garantire la protezione dei civili. Il mandato conferito agli operatori della MONUC sul campo verrà sicuramente prolungato, ma andrà assolutamente rivisto e rafforzato, per tentare di bloccare i sempre più frequenti episodi di violenza.
Da molti anni ormai, le comunità internazionali, le ONG e le donne congolesi si impegnano con costanza nella lotta all’abuso sessuale come arma di guerra. E’ un’arma che viene oggi utilizzata in modo sistematico e frequente in aree pacifiche, in un contesto di totale impunità. Accolgo con favore la determinazione dimostrata recentemente dalle autorità congolesi per mettere fine all’impunità, ma questa politica di tolleranza zero dovrà essere molto ambiziosa – tutti i responsabili di atti di violenza, senza eccezione alcuna, dovranno rispondere delle proprie azioni – e realmente efficace.
L’inizio dei processi, presso la Corte penale internazionale, dei presunti responsabili degli abusi a sfondo sessuale commessi durante un conflitto armato deve consentire alla Corte stessa di risalire a tutti i colpevoli, in modo tale da poterli processare in breve tempo.
Per concludere, ovviamente, questo va di pari passo con il rafforzamento delle strutture statali, il mantenimento dell’ordine pubblico, la promozione della parità di genere, la tutela dei diritti umani e, di conseguenza dei diritti delle donne e dei bambini, la cui dignità, infanzia e innocenza vengono spesso sacrificate in nome di un’altra forma di umiliazione: l’indifferenza.
Michèle Striffler (PPE). – (FR) Signor Presidente, la crisi umanitaria nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo e, più precisamente, nella provincia orientale e nella regione del Kivu, è drammatica, come tutti sappiamo bene. La sicurezza della popolazione si è ridotta, fra i vari motivi, a causa delle operazioni militari condotte dall’esercito congolese e dalle truppe ugandesi e ruandesi contro tutti i gruppi armati ribelli; operazioni militari che hanno lasciato in eredità innumerevoli massacri e violazioni dei diritti umani.
La violenza a sfondo sessuale è un fenomeno diffuso e allarmante, ormai parte integrante della quotidianità per gli abitanti del Congo. Come se non bastasse, spesso le vittime degli atti di violenza sono gli stessi operatori umanitari.
Stando alle stime ufficiali, nella parte orientale della Repubblica del Congo vivono 2 113 000 di sfollati. Dal 1 gennaio 2009 si sono registrati più di 775 000 nuovi sfollati nel Kivu e 165 000 nelle aree dell’est della provincia orientale.
Si calcola che, attualmente, sono 350 000 gli individui più vulnerabili che necessitano di aiuti umanitari: sono bambini, vedove e vittime di violenze a sfondo sessuale. E’, di conseguenza, fondamentale una risposta immediata da parte dell’Unione europea.
Marc Tarabella (S&D). – (FR) Signor Presidente, Commissario, onorevoli colleghi, tutti gli interventi si sono giustamente concentrati sulla terribile situazione in cui vive la popolazione congolese – le donne in modo particolare – nella parte orientale del paese. Si è parlato degli stupri, dei barbarici atti di violenza e dei massacri di cui questi individui sono vittime. Invece di affrontare i suddetti argomenti in questa sede, vi invito a visitare i siti internet dell’UNICEF e del V-Day: lì troverete tutto quello che c’è da sapere sul tema in questione.
Nel mio intervento, invece, mi soffermerò sulle effettive conseguenze che gli atti barbarici succitati hanno sul Congo; parlerò delle donne fisicamente e psicologicamente debilitate che vanno accudite; delle donne assassinate e dei loro figli mai nati, che non potranno più contribuire allo sviluppo economico del loro paese. Vorrei, inoltre, soffermarmi sulla diffusione dell’AIDS, trauma che colpisce l’intera popolazione congolese e contribuisce a offrire un'immagine tutt’altro che positiva del Congo alla comunità internazionale, dipingendolo come un paese che sta pian piano precipitando nel caos più assoluto.
Sarà possibile promuovere una pace duratura e lo sviluppo economico del Congo soltanto se il governo del paese e le Nazioni Unite riusciranno a sconfiggere la violenza a sfondo sessuale contro le donne congolesi e, più in generale, se riusciranno a garantire la supremazia di un corretto stato di diritto.
Frédérique Ries (ALDE). – (FR) Signor Presidente, Ministro, Commissario, io vorrei invece soffermarmi sulla tragedia della violenza a sfondo sessuale di cui sono vittime le donne che vivono nella Repubblica democratica del Congo e, più precisamente, nella parte orientale del paese. Non si tratta di un fenomeno nuovo. E’, tuttavia, molto complesso e multisfaccettato. La violenza fisica e psicologica delle vittime viene ulteriormente aggravata dall’esclusione sociale, per loro una vera e propria tragedia. La politica di tolleranza zero promossa dal presidente Kabila sta dando, a fatica, i primi frutti, ma sappiamo bene che soltanto una strategia a livello globale potrà mettere fine a questa piaga nel lungo periodo.
Commissario, so che gli interventi della Commissione sono già iniziati, sottoforma di un vasto numero di progetti e di stanziamenti, ad esempio. Di fronte alle stime e alle cifre che abbiamo sentito, tuttavia, non crede che sia legittimo per noi, membri di quest’Aula, avere dei dubbi in merito all’efficacia della suddetta strategia? Le donne, Commissario, sono il motore principale della pace e della ricostruzione di un paese. Sono il futuro del Congo. Come intende agire ai fini di una maggiore efficacia e tempestività?
Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE). – (FR) Signor Presidente, mi preme intervenire in questa discussione, poiché concerne una questione che seguo ormai da molto tempo. Purtroppo, alla luce dei continui atti di violenza e delle violazioni dei diritti umani nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo, siamo costretti, ancora una volta, a condannare fermamente i crimini contro l’umanità e gli atti di violenza a sfondo sessuale che continuano a essere commessi sulle donne e sulle ragazze della provincia orientale.
Per questo motivo, mi unisco ai miei colleghi ed esorto le autorità competenti a intervenire immediatamente per consegnare alla giustizia i responsabili dei suddetti crimini e invito nuovamente il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ad adottare urgentemente le misure necessarie a impedire ulteriori attacchi contro la popolazione civile della parte orientale del paese.
Analogamente, esorto tutte le parti coinvolte a inasprire la lotta all’impunità e a istituire uno stato di diritto, ad esempio, attraverso la lotta agli stupri di donne e ragazze e al reclutamento di bambini soldato.
Franz Obermayr (NI). – (DE) Signor Presidente, nel novembre del 2009 abbiamo assistito a uno scambio di visite fra gli ambasciatori del Ruanda e della Repubblica democratica del Congo – un flebile barlume di speranza per questo paese devastato e per i suoi altrettanto devastati abitanti. All’epoca venne anche arrestato il leader delle FDLR. Sono segni che la situazione nel Congo orientale sta migliorando. La mia domanda alla Commissione è la seguente: quali misure intende adottare per avvicinare ulteriormente il Congo e il Ruanda?
Per quanto concerne il mandato delle Nazioni Unite, oggi si è parlato molto delle varie azioni da intraprendere. Siamo franchi: se esiste un mandato delle Nazioni Unite, è chiaro che questo deve mirare alla protezione delle vittime di oppressioni, torture, violenze e abusi, donne e bambini in modo particolare. Mi preme chiarire una questione in modo particolare: se viene diramato un mandato delle Nazioni Unite – e noi austriaci siamo piuttosto intransigenti su questo punto – questo dovrà essere coerente e, qualora fosse necessario – sempre ai fini della protezione degli oppressi – gli operatori sul campo dovranno essere armati.
Seán Kelly (PPE). – (EN) Signor Presidente, aver trascorso gli ultimi due giorni di queste festività natalizie parlando della violenza nel mondo – prima in Cecenia e in Afghanistan e ora anche in Congo – è, a mio avviso, davvero sconveniente, ma purtroppo questa è la realtà dei fatti.
Allo stesso tempo, cogliendo il messaggio natalizio di pace e generosità, dobbiamo ergerci a baluardi della pace, come già suggerito dal collega Mitchell. E questa è per lei, Alto Rappresentante Ashton, l’occasione di poter sfruttare l’autorità e il sostegno dell’Unione europea come non sarebbe mai stato possibile fare in passato, al fine di ripristinare l’ordine in questi paesi e tentare di alleviare le terribili sofferenze che li affliggono.
La soluzione a lungo termine, tuttavia, non sarà data dallo sviluppo economico, bensì dall’istruzione: dobbiamo fare il possibile per garantire un’adeguata istruzione in questi paesi, in quanto unica via per una pace duratura.
Jim Higgins (PPE). – (EN) Signor Presidente, nel 1960, l’allora Segretario generale delle Nazioni Unite Hammarskjöld, invitò le truppe irlandesi a recarsi nel Congo Belga, successivamente Congo, in qualità di pacificatori. Fecero un lavoro straordinario.
Mi preoccupa molto il ruolo che riveste attualmente il contingente ONU in Congo: mi riferisco ai marocchini, ai pakistani e agli indiani. Stiamo parlando di stupro, violenza, traffico, e simili; i caschi blu sul campo non stanno facendo una gran figura, anzi, sono addirittura responsabili di un disservizio.
Concordo pienamente con l’onorevole Mitchell sul fatto che l’Unione europea debba adottare un approccio più risoluto. Siamo un’Unione unica, completamente unita. Abbiamo svolto un ottimo lavoro in Ciad. Abbiamo bisogno dei nostri peace-keeper sul campo; non possiamo affidarci alle Nazioni Unite. Si tratta di un popolo meraviglioso, vittima della colonizzazione europea, vittima dei conflitti tribali, vittima della miopia internazionale: non possiamo continuare a non vedere. Dobbiamo semplicemente intervenire e salvare quelle persone.
Alf Svensson (PPE). – (SV) Signor Presidente, è quasi impossibile cogliere effettivamente il significato di questi dati statistici, ma sappiamo, tuttavia, che sono lo specchio della realtà. Ciononostante, ho la sensazione, probabilmente condivisa da alcuni di voi, che quando abbiamo a che fare con i più poveri fra i paesi già poveri dell’Africa subsahariana, il nostro impegno non sia sufficientemente consistente o mirato. Qualcuno ha parlato del potere militare. Sappiamo tutti molto bene che, per poter migliorare le condizioni del popolo congolese e alleviarne le terribili sofferenze, dobbiamo sconfiggere la povertà e la corruzione.
Siamo lieti di parlare dell’Afghanistan e dedicare gran parte del nostro tempo a discutere del terrore regnante in quel paese e dell’operato dei talebani, ed è giusto che sia così. In questo caso, tuttavia, abbiamo a che fare con un popolo diverso, che è vissuto e continua a vivere in condizioni terribili. Mi preme sottolineare che vi sono organizzazioni non governative che potrebbero intervenire se venisse offerto loro un adeguato sostegno statale e dell’Unione, sostegno, purtroppo spesso difficile da ottenere.
Cecilia Malmström, presidente in carica del Consiglio. – (SV) Signor Presidente, come evidenziato nel corso della discussione odierna, esistono ragioni estremamente valide per proseguire il nostro impegno nei confronti della Repubblica democratica del Congo. L’Unione europea intende assolutamente garantire la stabilità, la sicurezza e lo sviluppo del paese. Nel suo intervento, il commissario De Gucht ha elencato tutte le operazioni dell’Unione europea.
Considerati nel complesso, gli interventi degli Stati membri e della Commissione fanno dell’Unione europea uno dei maggiori apportatori di aiuti nella regione: questo significa che abbiamo una certa influenza. Per mantenere la stabilità nella Repubblica democratica del Congo e nell’intera regione, tuttavia, è fondamentale incrementare il tenore di vita della popolazione locale, tutelare i diritti umani e intervenire con risolutezza per istituire una società basata sui principi dello stato di diritto.
Le terribili violenze a sfondo sessuale a cui molti di voi hanno fatto riferimento e che sono state, purtroppo, troppo spesso oggetto di numerose relazioni sono, ovviamente, del tutto inaccettabili. I responsabili non devono farla franca. Vanno consegnati alla giustizia. Questo compito estremamente importante spetta al governo congolese che deve altresì garantire che la politica di tolleranza zero promossa dal presidente Kabila non rimanga lettera morta.
Per quanto concerne il Consiglio, il mandato delle due missioni PESD è stato rivisto in seguito all'invio di una missione investigativa nella Repubblica democratica del Congo all’inizio del 2009 con lo scopo di combattere proprio le violenze a sfondo sessuale. Di conseguenza, l’EUPOL RD Congo invierà due gruppi multidisciplinari nelle province del Nord e del Sud Kivu, in ottemperanza al mandato conferitole per l’intero paese. I suddetti gruppi offriranno prestazioni specialistiche di varia natura in settori quali le procedure d’inchiesta e il controllo della violenza a sfondo sessuale. Stiamo attualmente selezionando il personale per le suddette missioni.
Questo è, chiaramente, soltanto un piccolo contributo. Per un paese così vasto è un intervento decisamente modesto, ma comunque molto importante. Questa nuova forza specializzata contribuirà all’attuazione di corrette procedure d’inchiesta in merito a reati di violenza a sfondo sessuale, soprattutto se commessi da soldati in divisa.
Ci stiamo avvicinando al tempo delle interrogazioni, ma questo sarà per me l’ultimo intervento in quest’Aula nelle vesti di rappresentante della presidenza svedese. Esprimo i miei ringraziamenti a tutti voi, per le proficue discussioni cui abbiamo dato vita, per il tempo piacevolmente trascorso insieme e l'ottimo spirito di cooperazione che ho instaurato con i membri del Parlamento europeo e con lei, signor Presidente.
Presidente. – Vorrei esprimerle anch’io, a nome di tutti i colleghi, i miei più sentiti ringraziamenti per l’impegno e l’efficienza dimostrati, che sono stati per noi fonte di profonda soddisfazione.
Karel De Gucht, membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, vorrei innanzitutto ringraziare gli onorevoli parlamentari che sono intervenuti nella discussione odierna. Non intendo riprendere quanto affermato nel mio intervento iniziale; mi preme, invece, soffermarmi su tre questioni in particolare.
Punto primo. La Commissione europea si sta impegnando a fondo in materia di aiuti umanitari e programmi di ripristino dello stato di diritto. Stiamo parlando di investimenti di decine di milioni di euro in più rispetto allo stanziamento iniziale pari a 100 milioni. Il punto chiave è, ovviamente, capire quanto queste misure siano davvero efficaci in mancanza di una risposta politica adeguata.
Punto secondo. Mi preme soffermarmi sulla questione del mandato della MONUC poiché, per quanto quest’ultima sia criticabile e debba essere criticata in seguito ai recenti avvenimenti, credo che sarebbe un errore di proporzioni spaventose consentirle di abbandonare la Repubblica democratica del Congo. Sarebbe molto peggio di quanto si possa immaginare.
Consentitemi di citare alcune parti del mandato adottato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite all’inizio dello scorso anno. Il documento recita: “il Consiglio ha altresì stabilito che la MONUC, a decorrere dall’adozione della presente risoluzione, avrà il mandato – nel seguente ordine di priorità – di cooperare da vicino con il governo della Repubblica democratica del Congo con l’obiettivo di: garantire, innanzitutto, la protezione della popolazione civile, degli operatori umanitari, degli operatori e delle infrastrutture delle Nazioni Unite; garantire la tutela dei civili, inclusi gli operatori umanitari, a rischio di violenza fisica imminente, soprattutto se proveniente da una delle parti impegnate nel conflitto”.
Sulla stessa linea è il paragrafo G, relativo alle operazioni coordinate. Prevede la necessità di “coordinare le operazioni con le FARDC – l’esercito – le forze integrate dispiegate nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo e di appoggiare le operazioni gestite dalle suddette forze o pianificate in concerto con esse, in ottemperanza al diritto internazionale umanitario, al diritto internazionale dei diritti umani e al diritto internazionale dei rifugiati”, eccetera.
Il mandato parla chiaro; si dovrebbe discutere, piuttosto, delle regole di ingaggio. La MONUC dovrebbe rivedere le proprie regole di ingaggio dal momento che spetta alla stessa missione decidere sul da farsi.
Terzo e ultimo punto. Sono molte le critiche rivolte alla giustizia penale internazionale. Qualcuno si chiede se ciò sia compatibile con la politica. Si può avere una giustizia penale internazionale, da un lato, e una corretta gestione politica di una crisi, dall’altro? Si tratta di un quesito estremamente interessante.
Nel Congo risiede una delle risposte. Abbiamo consentito a Bosco Ntaganda, nonostante il mandato d’arresto emanato contro di lui, di ereditare da Laurent Nkunda il ruolo di comandante del CNDP, e quello che accade è sotto gli occhi di tutti. Tutto ha un prezzo. Non si può scegliere fra la gestione di una crisi politica, da un lato, e l’attuazione della giustizia penale internazionale, dall’altro. Credo che, per il Parlamento e per la Commissione, la priorità dovrebbe essere la corretta applicazione della giustizia penale internazionale.
Presidente. – Ho ricevuto sei proposte di risoluzione(1) presentate in conformità con l’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento
La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà giovedì 17 dicembre 2009.