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Procedura : 2009/2769(RSP)
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Testi presentati :

B7-0068/2010

Discussioni :

PV 10/02/2010 - 8
CRE 10/02/2010 - 8

Votazioni :

PV 10/02/2010 - 9.15
CRE 10/02/2010 - 9.15
Dichiarazioni di voto
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P7_TA(2010)0025

Discussioni
Mercoledì 10 febbraio 2010 - Strasburgo Edizione GU

10. Dichiarazioni di voto
Video degli interventi
PV
  

Dichiarazioni di voto orali

 
  
  

Relazione van Nistelrooij (A7-0048/2009)

 
  
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  Alfredo Antoniozzi (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, appoggio con convinzione la relazione del collega van Nistelrooij, cui vanno i miei complimenti.

In passato, attraverso alcune iniziative e interrogazioni, avevo chiesto la possibilità di utilizzare fondi dell’Unione europea a favore dell’housing sociale per quelle categorie più bisognose ed emarginate, che sono anche quelle categorie che gli enti locali fanno rientrare nelle graduatorie in base al reddito, come succede nelle grandi capitali e nelle grandi aree urbane.

L’alloggio, e in special modo l’alloggio per le fasce più deboli della società, è diventato una vera e propria emergenza per molte grandi città europee. Ritengo quindi che la relazione del collega van Nistelrooij vada nella giusta direzione, ma ritengo anche che sia auspicabile un successivo aumento delle risorse indirizzate alla risoluzione delle problematiche di emergenza legata all’housing sociale.

 
  
  

Relazione Alvarez (A7-0006/2010)

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D).(EN) Signor Presidente, ho appoggiato la relazione perché ritengo che rappresenti un passo avanti nella lotta alla frode e all’evasione fiscale su scala europea. Nonostante la volontà degli Stati membri di collaborare nel campo della fiscalità, non si sono conseguiti risultati tangibili e la frode fiscale resta a livelli estremamente elevati nell’Unione europea, il che implica fin troppe ripercussioni negative per le nostre economie e i nostri cittadini.

Apprezzo moltissimo i nuovi miglioramenti proposti, che auspicabilmente comporteranno risultati tangibili nella lotta alla frode e all’evasione fiscale, specialmente l’ampliamento del campo di applicazione della direttiva su tutte le imposte, tra cui i contributi previdenziali, lo scambio automatico di informazioni e una maggiore cooperazione tra Stati membri per quanto concerne la fiscalità.

 
  
  

Relazione Domenici (A7-0007/2010)

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE). (CS) Signor Presidente, vorrei intervenire in merito alla relazione Domenici per dire che vale la pena di sottolineare come abbiamo espresso un forte sostegno qui, a Strasburgo, alle misure per migliorare la trasparenza e la condivisione di informazioni in maniera che l’amministrazione fiscale negli Stati membri possa essere più efficiente. E’ un peccato che ci sia voluta una crisi economica per indurci a compiere tale passo. Il tallone di Achille è rappresentato dall’esistenza di paradisi fiscali in vari Stati insulari, diversi dei quali sono sostenuti da fondi comunitari. Spetta pertanto a noi confrontarci con la questione e far sentire tutto il peso dell’Unione europea. I tentativi compiuti da singoli Stati membri di stipulare accordi bilaterali non hanno portato ad alcun risultato concreto, come si evince da fatto che è costato ai 27 Stati membri il 2,5 per cento del loro PIL nel 2004.

 
  
  

Relazione Alvarez (A7-0006/2010)

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, il massimo vincolo per un governo è rappresentato dalla concorrenza esterna. Uno Stato può aumentare le imposte soltanto fino a un certo livello prima che il denaro inizi ad andare all’estero e le entrate a venir meno. Come ha teorizzato Milton Friedman, la concorrenza tra governi nell’erogazione dei servizi e i loro livelli di impostazione fiscale è produttiva quanto la concorrenza tra imprese e singoli. Per questo è così preoccupante vedere l’Unione europea orientarsi verso l’armonizzazione fiscale e l’esportazione di costi elevati da un paese all’altro.

Se è emerso un tema dalle recenti audizioni di nomina della Commissione, è stato il desiderio di un flusso di entrate dedicato per l’Unione europea e una misura dell’armonizzazione fiscale. Ciò spiega il motivo per il quale la quota del PIL mondiale dell’Unione europea sta calando, perché siamo passati dal 36 per cento 20 anni fa all’odierno 25 per cento e siamo destinati a raggiungere il 15 per cento nell’arco di un decennio.

La buona notizia è che l’elettorato non apprezza questa situazione. Come nel Massachusetts, gli europei non vogliono una fiscalità senza rappresentanza e sono certo che voteranno di conseguenza.

 
  
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  Syed Kamall (ECR).(EN) Signor Presidente, la maggior parte delle persone, pensando a questo argomento, direbbe che la cooperazione pare una cosa ragionevole. Chi potrebbe dissentire dalla cooperazione? Perlomeno finché non si analizzano i dettagli di ciò che spesso si intende quando si discute di cooperazione fiscale all’interno dell’Unione e a livello comunitario.

Prendiamo l’esempio di un paese audace come le isole Cayman. A differenza del sogno verde e socialista di mantenere poveri i paesi in via di sviluppo in modo da potervi mandare il nostro denaro destinato all’assistenza e sentirci sollevati dalla nostra colpa di bianchi borghesi, questo paese ha realmente cercato di sottrarsi alla povertà, non dipendendo da banane e zucchero, bensì da servizi di alto livello come quelli finanziari. In questo tentativo, però, le isole Cayman sono contestate da tutti gli europei, politici in prima fila. Il paese non evita la tassazione. Ciò che cerca di evitare è la doppia tassazione. I cittadini dei paesi europei ancora pagano tasse nei rispettivi Stati membri. E’ tempo di smetterla con questo imperialismo.

 
  
  

Relazione Stolojan (A7-0002/2010)

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, se dovessimo elencare i paesi con i cittadini più ricchi, gli Stati con il più alto PIL pro capite al mondo, resteremmo colpiti dal fatto che molti di essi sono estremamente piccoli. I primi 10 sono micro-Stati: Liechtenstein, Lussemburgo, Brunei, Jersey e così via.

Il primo grande paese a figurare nell’elenco dei più ricchi sono gli Stati Uniti grazie allo straordinario stratagemma in virtù del quale si governano come una confederazione di entità statali, devolvendo un’enorme autonomia legislativa e fiscale alle sue parti costitutive. Per questo è gravissimo aver sentito non più tardi di ieri il nuovo presidente del Consiglio europeo parlare della necessità di un governo economico europeo in risposta alla crisi finanziaria in Grecia. Proprio quando un governo diventa più grande e distante, diviene più inefficiente, dissipatore e corrotto. Se i colleghi dubitano di questa mia affermazione, suggerirei loro di guardarsi intorno.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0072/2010

 
  
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  Iva Zanicchi (PPE) . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, il drammatico terremoto di Haiti non ha scosso violentemente solo il suolo di questo sfortunato paese, ma anche le coscienze di tutti noi.

L’interesse e la vicinanza della comunità internazionale al popolo di Haiti sono stati un importante esempio di solidarietà e umanità. L’Unione europea ha reagito prontamente a questa tragedia, prendendo impegni finanziari immediati a lungo termine per oltre 300 milioni di euro, ai quali vanno poi aggiunti oltre 92 milioni di euro già forniti dai singoli Stati membri.

In questo senso, tengo moltissimo a sottolineare la prontezza e l’efficacia degli aiuti italiani, fra cui l’invio della portaerei Cavour che, oltre ad aver messo a disposizione tutte le sue avanzatissime strutture sanitarie, ha anche trasportato ad Haiti 135 tonnellate di materiale fornito dal World Food Programme e 77 tonnellate di materiale della Croce Rossa Italiana.

Grazie signor Presidente, ci tenevo a sottolineare questo.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, 200.000 morti, 250.000 feriti gravi, 3 milioni di persone colpite direttamente dal sisma, oltre ai 2 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti alimentari: sono cifre enormi per la catastrofe immane che ha colpito Haiti.

L’Unione europea ha fatto la sua parte e la sta ancora facendo, è il più importante donatore internazionale. Tuttavia, devo sottolineare che l’Alto rappresentante dell’Unione per la politica estera non si è recata immediatamente sul posto per coordinare i nostri aiuti. Avremmo preferito che la signora andasse con sollecitudine a fare il suo lavoro e che, ad Haiti, si fosse occupata lei di aiutare gli altri.

Il Ministro degli esteri italiano Frattini, tra le altre cose, ha proposto che il debito di Haiti, uno dei paesi più poveri al mondo, venga cancellato. Ora, io chiedo al Parlamento di sostenere questa proposta, all’Unione di farsene interprete e quindi di chiedere a tutti i paesi creditori di aderire alla proposta dell’Italia per cancellare i debiti di Haiti.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE). (CS) Signor Presidente, forse tardi, ma alla fine abbiamo adottato una risoluzione su misure specifiche per aiutare Haiti. E’ importante che tali misure si concentrino sulla ripresa a lungo termine di quest’isola drammaticamente impoverita. In quanto vicepresidente dell’assemblea ACT-UE responsabile dei diritti umani, ritengo importante che l’assistenza europea sia decisamente orientata verso la garanzia di cure sanitarie e istruzione a lungo termine per le migliaia di orfani direttamente ad Haiti. Dobbiamo inoltre prevenire il rischio di traffico di minori. Mi preoccupano tuttavia le notizie riportate oggi dai giornali secondo cui gli haitiani starebbero protestando perché, nonostante tutti gli sforzi, non hanno ancora una tenda in cui alloggiare o cibo e acqua a sufficienza. Sono altresì indignata per il fatto che l’alto rappresentante per gli affari esteri, baronessa Ashton, non abbia rinunciato al suo fine settimana per arrivare prima sull’isola. Non è un buon inizio per una migliore politica esterna dell’Unione dopo la ratifica del trattato di Lisbona.

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE).(FI) Signor Presidente, è estremamente importante che l’Unione europea, l’economia più grande del mondo, sia decisamente coinvolta nell’assistenza prestata alla zona calamitata di Haiti dopo il terremoto. E’ raro che terremoti come questo possano essere previsti. Sopraggiungono inaspettatamente. Di conseguenza, noi membri della comunità globale siamo di fatto chiamati a dare prova di solidarietà e interesse per esseri umani nostri fratelli.

Come dice un vecchio detto, siamo forti quanto il nostro anello più debole. Ora si misura anche la solidarietà dell’Unione. Dobbiamo dedicare grande impegno nel prenderci cura del nostro anello più debole, i nostri fratelli di Haiti, e garantire che l’assistenza prestata dall’Unione europea giunga a destinazione e sia efficace. L’efficacia dell’aiuto e dell’impegno economico sarà valutata rispetto a tali criteri.

Ovviamente anche gli Stati membri devono partecipare e vi partecipano, come molte comunità cristiane con contatti diretti a livello della base. Così facendo, possiamo assicurare che l’assistenza giunga a coloro che ne hanno bisogno.

 
  
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  Diane Dodds (NI).(EN) Signor Presidente, venerdì sarà trascorso un mese dal terremoto che ha devastato Haiti. Le vittime oggi stimate sono 230 000; 300 000 i feriti. Ciò dovrebbe indurci a fare quanto in nostro potere per garantire che ai sopravvissuti venga prestata assistenza per ricostruire la propria vita e il paese. Per questo ho appoggiato la risoluzione comune presentata, ma vorrei che fosse verbalizzata la mia opposizione al concetto di una forza di protezione civile europea.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, durante la discussione sulla presente risoluzione, ancora una volta abbiamo visto come il Parlamento innalzi il virtuale al di sopra del reale, il simbolico al di sopra dell’effettivo. Si è tanto parlato della necessità che l’assistenza ad Haiti fosse targata “Europa” e del bisogno di istituire il principio di una forza di protezione civile europea. La baronessa Ashton è stata molto criticata per la sua assenza, per non aver dato un volto europeo alle cose.

Nel frattempo, come è ovvio, gli americani hanno fornito assistenza concreta con straordinaria immediatezza. Qual è stato il ringraziamento? Sono stati accusati da un ministro francese di aver occupato il paese. E’ chiaro che per quest’Aula gli americani sbagliano sempre, qualunque cosa facciano. Se intervengono, sono imperialisti. Se non lo fanno, sono isolazionisti.

Personalmente vorrei prendere le distanze e domandare se l’Unione europea non ha forse preoccupazioni più pressanti e più vicino a casa che innalzare bandiere nei Caraibi. La Grecia è sull’orlo del crollo fiscale. Siamo in procinto di ordinare un’iniezione di liquidità in piena violazione dell’articolo 125 dei trattati. Quando avremo rimesso in ordine le cose da noi, probabilmente saremo in condizioni di dare lezioni ad altri.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0078/2010

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) Signor Presidente, la situazione dei diritti umani in Iran continua a deteriorarsi, nonostante la risoluzione del Parlamento europeo del 22 ottobre sull’Iran che, a mio giudizio, non ha esercitato la necessaria pressione morale. Particolarmente sconvolgente e deprecabile, secondo me, è l’esecuzione di delinquenti minorenni. Sinora ne sono stati giustiziati circa 140 in Iran. Un caso recente, per esempio, è stato quello del diciassettenne Mosleh Zamani nel dicembre 2009.

Purtroppo sembra che vietare l’esecuzione di minori non sia una priorità politica sulla scena internazionale. L’Iran non subisce alcuna conseguenza per questa sua inveterata pratica spaventosa, nonostante il fatto che la Repubblica islamica dell’Iran sia firmataria della Convenzione sui diritti del fanciullo e della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici. Mi rivolgo pertanto all’Unione affinché compia passi specifici e decisi avvalendosi pienamente delle nuove possibilità previste dal trattato di Lisbona.

 
  
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  Marco Scurria (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei intervenire perché, come è già stato ricordato prima, l’ambasciata italiana e altre ambasciate sono state oggetto di attacchi ieri a Teheran.

Questo ci aiuta a dover prendere intanto in considerazione il fatto che questo Parlamento e l’Unione dovrebbero esprimere anche formalmente solidarietà al nostro paese e a tutti i paesi coinvolti in questo attacco. Tuttavia, siccome dovremmo anche dare dei segnali chiari, io chiedo ufficialmente che domani l’Europa non sia presente alle celebrazioni per l’anniversario della rivoluzione della Repubblica islamica e che questo sia un segnale chiaro che mandiamo alle autorità iraniane.

Lo dico anche in un giorno particolare per noi italiani, perché questa è la giornata del ricordo. È per questo che porto come tanti italiani – e mi auguro che anche lei Presidente possa portare – questa coccarda tricolore, per ricordare i tanti italiani che in questa giornata sono stati infoibati e sono stati costretti ad abbandonare le proprie terre.

In questo ricordo, vorrei che la nostra solidarietà a chi in questo momento lotta per la democrazia e per la libertà in Iran sia evidente. Vorrei quindi che le nostre autorità non vadano alle celebrazioni per l’anniversario della Repubblica islamica.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE). (CS) Signor Presidente, è importante aver dichiarato chiaramente attraverso il nostro voto odierno che insistiamo affinché il programma nucleare iraniano sia portato sotto il controllo internazionale, anche se il parlamento iraniano sta bloccando la ratifica del protocollo sulla non proliferazione delle armi nucleari. La presidenza del Consiglio deve garantire che la questione sia inserita all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio “sicurezza”. Accolgo con favore il consenso creatosi attorno all’idea che la baronessa Ashton protesti contro l’incidente avvenuto presso l’ambasciata italiana perché riguarda non solo l’Italia, bensì l’intera Unione. La nostra dichiarazione odierna dimostra anche che Commissione, Consiglio e Parlamento parlano all’unisono. Sono lieta che tutti conveniamo sul fatto che l’accordo commerciale con l’Iran debba essere subordinato a impegni in materia di sicurezza e diritti umani.

 
  
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  Salvatore Tatarella (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, l’assalto alle ambasciate europee, in particolare all’ambasciata italiana, e le minacce rivolte all’indirizzo del presidente del Consiglio italiano sono un fatto gravissimo che merita censura. Ancor più grave ci sembra la repressione sistematica di ogni opposizione all’interno dell’Iran, e ancor più grave ci sembra il progetto nucleare della Repubblica iraniana.

Tutto questo è stato possibile anche grazie all’atteggiamento attendista e troppo tollerante dell’Occidente. Oggi, dopo il fallimento anche della mano tesa del Presidente Obama, all’Occidente non resta che minacciare e attuare immediatamente un sistema di sanzioni che siano efficaci e gravi, seppur selettive per non colpire la popolazione.

So bene che la Russia e la Cina sarebbero contrarie alle sanzioni, però l’Unione europea deve fare ogni sforzo per convincere queste potenze ad accettare le sanzioni che sono l’alternativa all’opzione armata.

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE).(FI) Signor Presidente, è molto evidente che la situazione in Iran ha raggiunto il punto di crisi. Dalle elezioni presidenziali vi sono state dimostrazioni in cui l’opposizione è stata trattata con estrema durezza, i diritti umani sono violati e sussiste anche la minaccia delle armi nucleari, che rappresenta una grave minaccia in Medio Oriente, soprattutto per Israele, ma anche per l’intera Europa.

Sembrerebbe che nell’Unione siamo incapaci di parlare all’Iran. Forse è a causa delle differenze culturali, perché la teologia sciita e l’umanesimo europeo, il pensiero post-illuminista, sono decisamente agli antipodi. Stando così le cose, dobbiamo trovare una nuova via.

In ogni caso, però, dobbiamo essere chiari e difendere i valori europei anche nei nostri rapporti con gli iraniani. E’ inoltre necessario impegnarsi al massimo affinché l’Iran sappia quali sono le nostre regole del gioco: democrazia, diritti umani e libertà di parola. Avendo votato questa risoluzione, è estremamente importante che venga anche tradotta in farsi e arabo, le principali lingue parlate in loco, in maniera che tutti possano comprendere il regime e gli orientamenti che l’Unione intende stabilire nella regione.

 
  
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  Ryszard Czarnecki (ECR).(PL) Signor Presidente, ho avallato la risoluzione sull’Iran consapevole del fatto che il paese rappresenta uno dei problemi più gravi e delle sfide più impegnative per il mondo e per l’Europa. Nel contempo, però, non ho appoggiato gli emendamenti proposti alcuni nostri colleghi che volevano identificare l’Iran come nemico dell’Occidente. Dovremmo prendere atto della grande cultura e storia di questo paese. Le attuali autorità in Iran forse stanno negando questa grande storia e cultura, ma dovremmo considerare le future autorità iraniane un partner. Continuiamo a ricevere informazioni su ulteriori esecuzioni e condanne a morte. Dobbiamo dar prova di una solidarietà umana fondamentale nei confronti di coloro che vogliono un Iran migliore, un Iran che sarà partner dell’Occidente, non nemico.

 
  
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  Gianni Vattimo (ALDE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, volevo dichiarare che mi sono astenuto nella votazione della risoluzione sull’Iran per due motivi principali.

Il primo motivo è di carattere specifico. Nella risoluzione si dà come ovvio che le elezioni che hanno dato la vittoria ad Ahmadinejad siano state fraudolente. Tutto questo non è assolutamente provato e, per giunta, ancora di recente un uomo come il Presidente Lula ha dichiarato di trovare queste cose ridicole.

Il secondo motivo è che l’Iran è sotto minaccia di interventi militari continui da parte degli Stati Uniti e di Israele, e noi non ricordiamo neanche questo. Mi pare che una risoluzione equilibrata, favorevole alla pace in quella regione, non dovrebbe avere questo tono di legittimazione anticipata della guerra imminente.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0029/2010

 
  
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  Siiri Oviir (ALDE).(ET) Signor Presidente, ho appoggiato la risoluzione in discussione perché ritengo che l’attuale quadro legislativo dell’Unione sul traffico di esseri umani non sia molto efficiente e non sia stato adeguatamente attuato. Dobbiamo affrontare il tema ripetutamente.

E’ deplorevole il fatto che la gravità del fenomeno del traffico di esseri umani non sia stata compresa dai parlamenti di 16 Stati membri tra cui, mi corre l’obbligo di rammentarlo, il mio stesso paese, i quali non hanno ritenuto necessario ratificare e adottare la convenzione del 2005 del Consiglio sulla tratta degli esseri umani. Spero che la risoluzione da noi adottata in data odierna trasmetta un segnale e ricordi loro quanto è importante concentrarsi sulla lotta al traffico di esseri umani ed evitare altre vittime.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE). (CS) Signor Presidente, vorrei cogliere l’opportunità per lodare il lavoro delle colleghe Bauer e Busuttil, che hanno negoziato con difficoltà compromessi consentendomi di votare a favore della relazione e sono lieta che anche i socialisti abbiano tenuto fede alla parola data. La relazione ora risponde anche ai temi sensibili contenuti nel programma del PPE, come il sostegno a quanti forniscono assistenza a persone lungo il confine in merito al loro sfruttamento a fini commerciali e anche una definizione delle condizioni per rilasciare permessi di soggiorno, assicurare l’accesso al mercato del lavoro e promuovere il ricongiungimento familiare.

 
  
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  Elżbieta Katarzyna Łukacijewska (PPE).(PL) Signor Presidente, viviamo nel XXI secolo e ci consideriamo nazioni civilizzate, ma il problema della tratta degli esseri umani resta irrisolto e, al contrario, si aggrava. Le vittime di tale traffico sono soprattutto donne e bambini. La punizione che può essere inflitta ai criminali non è abbastanza severa da fungere da deterrente dissuadendoli dallo svolgere un siffatto genere di attività. L’Europa deve intraprendere azioni più risolute per arginare questa pratica vergognosa. Appoggio pertanto la risoluzione che chiede lo sviluppo di strumenti efficaci per la lotta contro tale fenomeno e un miglior coordinamento dell’azione tra Stati membri e gli organi operativi competenti dell’Unione europea nella speranza di conseguire effetti salutari.

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE).(FI) Signor Presidente, il traffico di esseri umani è sempre un atto contro l’umanità. E’ importantissimo che noi in Europa compiamo passi tangibili per contrastarlo.

Naturalmente ho votato a favore della risoluzione, ma mi preoccupa ciò che significherà nella pratica. Non sarà forse che con questa risoluzione ci stiamo mettendo in pace la coscienza? Non deve essere così: abbiamo bisogno di agire concretamente.

La tratta degli esseri umani è anche tuttora un grave problema all’interno dell’Unione europea. Dobbiamo compiere ogni sforzo possibile per lottare contro il fenomeno, che colpisce principalmente donne e bambini. Al riguardo spero che l’Unione europea e anche gli Stati membri attuino misure concrete e inizino ad agire. Come ho affermato poc’anzi, il traffico di esseri umani è sempre contro l’umanità, e la dignità umana è un valore che non può essere oggetto di compromessi. Noi, come europei, siamo chiamati a difenderlo, in ogni circostanza.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0064/2010

 
  
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  Marisa Matias, a nome del gruppo GUE/NGL. – (PT) Signor Presidente, vorrei dire che avremmo apprezzato moltissimo che si fosse adottata una risoluzione più forte su Copenaghen rispetto a quella che oggi abbiamo votato. Abbiamo nondimeno votato a favore perché riteniamo che sia fondamentale per il Parlamento esprimere la sua profonda delusione per l’accordo emerso da Copenaghen, accordo che non è vincolante, benché vi sia un impegno implicito o esplicito da parte nostra a renderlo tale entro l’anno in corso. Il problema però si sta aggravando, il tempo passa e dobbiamo onorare la nostra dichiarazione di impegno.

Per questo motivo, mi rivolgerei all’Unione europea affinché smetta di usare gli altri come pretesto. E’ molto facile astenersi dall’agire perché altri non fanno nulla. Abbiamo assunto invece una posizione forte e da quella dobbiamo procedere. Addurre scuse è un atteggiamento irresponsabile e indifendibile. Vi sono molte cose che possiamo fare per mantenere tale posizione. Una di queste potrebbe consistere nel ridefinire il bilancio dell’Unione per garantire nostri fondi per combattere il cambiamento climatico, cosa che finora non è stata. Un altro passo potrebbe consistere nello stanziare ulteriori fondi per aiutare i paesi in via di sviluppo, anziché abolire o ridurre gli aiuti umanitari esistenti. Altrimenti si tratterà di un cinico tentativo di rispondere ai problemi del cambiamento climatico scatenando e ignorando contemporaneamente altri problemi che ne metteranno a repentaglio la sopravvivenza. Non è possibile risolvere ulteriori problemi senza ulteriori risorse.

Abbiamo pertanto bisogno di assumere un impegno e non possiamo più permetterci di attendere per farlo. Abbiamo assunto una posizione ferma a Copenaghen. Teniamo fede all’impegno assunto perché si tratta di persone reali e problemi concreti che dobbiamo affrontare adesso. Per questo oggi qui ci stiamo assumendo tale responsabilità.

 
  
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  Alajos Mészáros (PPE).(EN) Signor Presidente, colgo l’opportunità per sostenere la risoluzione.

Il vertice di Copenaghen è stato una delusione sotto molti profili. L’Unione europea non è riuscita soprattutto a dimostrare un approccio efficiente e unito per trattare la questione del cambiamento climatico né a rafforzare la sua leadership politica al riguardo. Ritengo pertanto che l’adozione dell’odierna risoluzione sia un atto della massima importanza per dare prova dell’immutato spirito e dell’incrollabile determinazione dell’Unione come forza trainante a livello mondiale nella lotta al cambiamento climatico. Dobbiamo valorizzare e promuovere ulteriori attività volte ad affrontare la questione del cambiamento climatico.

 
  
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  Peter Jahr (PPE).(DE) Signor Presidente, personalmente credo che sia completamente sbagliato concentrarsi sulla riduzione delle emissioni di CO2 nella lotta al cambiamento climatico. In primo luogo, molti dimenticano che la ricerca sulle cause del cambiamento climatico è ancora agli albori; in secondo luogo, è completamente scorretto e scientificamente infondato definire il cambiamento climatico come fenomeno generato da una sola causa. Ciò significa che concentrarsi unicamente sul CO2 non renderà il mondo un posto migliore.

Ritengo invece importante concentrare la nostra attenzione sul risparmio delle risorse. Ridurre il consumo di combustibili fossili e sfruttare maggiormente le materie prime e le energie rinnovabili limiterà il nostro impatto sull’ambiente, migliorerà l’efficienza e creerà un mondo migliore per i nostri figli e nipoti. Un uso più efficiente e sostenibile delle risorse è un approccio decisamente più prezioso per noi, la nostra società e l’ambiente rispetto alla semplice riduzione delle emissioni di CO2, prescindendo dal costo.

 
  
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  Anja Weisgerber (PPE).(DE) Signor Presidente, come è stato già sottolineato, i negoziati sul clima di Copenaghen sono stati deludenti per l’Unione europea. Il risultato è stato distante dalla posizione comunitaria e da quella che dobbiamo assumere per salvaguardare il clima. L’unico aspetto positivo è rappresentato dal riconoscimento dell’obiettivo dei due gradi perché potrebbe portare ai necessari impegni di riduzione.

Ora dobbiamo chiederci che cosa possiamo imparare dall’insuccesso dei negoziati e come dovremmo procedere. E’ importante che vi sia un periodo di riflessione per esaminare in maniera critica i vari punti lungo il cammino che abbiamo seguito. Dobbiamo domandarci come possiamo progredire insieme ad altri Stati. Come possiamo garantire che l’Unione sia anch’essa presente al tavolo negoziale quando Stati Uniti, Cina e India si riuniranno per giungere a un compromesso? Come possiamo negoziare in maniera più efficace con i paesi in via di sviluppo e le economie emergenti? E’ essenziale che tali negoziati abbiano luogo sotto l’egida delle Nazioni Unite?

Infine, vorrei concludere dicendo quanto sono lieta per il fatto di aver potuto votare la risoluzione perché a mio parere essa continua a sottolineare il ruolo pionieristico svolto dall’Unione europea. Adesso dobbiamo rispondere ai quesiti che ponevo poc’anzi e proseguire il nostro cammino a livello sia interno sia internazionale.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE). (CS) Signor Presidente, il progetto di risoluzione riguardante l’esito del vertice di Copenaghen sul cambiamento climatico è stato il risultato del lavoro approfondito svolto dai membri di diverse commissioni ed è legato alla strategia a lungo termine di una vera politica verde per onorare gli obiettivi economici dell’Unione in un mondo globalizzato. Devo però protestare contro la serie di proposte di emendamento irresponsabili formulate da socialisti e verdi, specialmente per quanto concerne i tentativi di incrementare gli obiettivi a lungo termine concordati per le riduzioni delle emissioni al 40 per cento, il divieto al nucleare o la tassa transitoria europea per il cambiamento climatico. Non apprezzo neanche il fatto che il gruppo ERC sminuisca la questione del cambiamento climatico e mi irrita l’assurdo atteggiamento critico nei confronti del primo ministro danese, anziché ringraziarlo per l’accurata preparazione del vertice di Copenaghen.

 
  
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  Albert Deß (PPE).(DE) Signor Presidente, ho votato contro la proposta di risoluzione perché a mio parere mancano alcuni elementi determinanti. Di recente vi sono state sempre più segnalazioni di dati falsi forniti da esperti di clima. E’ importante che ne discutiamo e che le nostre opinioni siano rese note.

Per garantire che non vi siano equivoci, vorrei spiegare che da molti anni mi adopero per ridurre l’uso da parte nostra dei combustibili fossili e, di conseguenza, il nostro impatto sull’ambiente. Non comprendo tuttavia l’allarmismo associato all’espressione “cambiamento climatico”. Ho maturato una grande esperienza nella mia lunga carriera di politico. All’inizio degli anni Ottanta, si diceva che in Germania nel 2000 non sarebbe rimasto un solo albero, mentre la Germania non è mai stata così verde. E’ vero che il clima sta cambiando, ma ciò è accaduto nel corso di tutta la storia e continuerà ad accadere in futuro. Per questo ho votato contro la proposta di risoluzione.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, in occasione della sua prima conferenza stampa dopo la nomina a presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy ha celebrato il fatto che il 2009 era stato il primo anno di governo globale e ha fatto espressamente riferimento al vertice di Copenaghen come passo verso la gestione economica globale del nostro pianeta.

E’ un peccato che alcune persone stiano cavalcando l’agenda ambientale come mezzo per fare avanzare una diversa un’agenda, un’agenda fondata essenzialmente sul desiderio si strappare il potere ai politici nazionali eletti e concentrarlo nelle mani delle tecnocrazie internazionali.

La tragedia non sta soltanto nel fatto che diventiamo meno democratici: sta piuttosto nel fatto che perdiamo il consenso che avremmo potuto coagulare per affrontare i problemi ambientali. Sinistra o destra, conservatori o socialisti, tutti possiamo concordare sull’idea che vogliamo una diversità di approvvigionamento energetico e non vogliamo inquinanti iniettati nell’atmosfera, ma viene attuata soltanto una serie di politiche, quelle ispirate allo statalismo e al corporativismo; si applicano cioè all’ambiente le stesse politiche che di fatto socialmente e politicamente hanno fallito. L’ambiente è nel complesso troppo importante per essere lasciato alla sinistra.

 
  
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  Syed Kamall (ECR).(EN) Signor Presidente, ascoltando la discussione in Parlamento ci rendiamo conto come molti colleghi lamentino il fatto che l’Unione europea non è stata ascoltata nei recenti dibattiti a Copenaghen.

Forse dovremmo analizzare il motivo di tale esito. Pensiamo al nostro comportamento qui, nel Parlamento europeo. Tanto per iniziare, abbiamo due sedi parlamentari. Veniamo a Strasburgo, per cui teniamo questo edificio acceso e riscaldato anche quando non ci siamo. Manifesta ipocrisia! Quanto al regime delle spese, è un regime che incoraggia gli europarlamentari a prendere taxi e macchine con autista perché se si prende un mezzo pubblico non sia ha diritto ad alcun rimborso. Ipocrisia! Passando di sera davanti alle sedi del Parlamento, ci accorgiamo che sono illuminate a giorno, senza attuare alcuna forma di risparmio. La nostra politica agricola comune, che molti deputati in questa sede sostengono, non soltanto danneggia le economie dei paesi in via di sviluppo, bensì anche lo stesso ambiente.

Pertanto, prima di rivolgerci al resto del mondo, è tempo di rimettere in ordine a casa nostra.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE).(FI) Signor Presidente, ho appoggiato l’emendamento n. 43, in cui tutti sono esortati a prendere atto dei recenti scandali a livello climatico, scandali che sono molto più gravi in termini di conseguenze di quanto quest’Aula vorrebbe credere. Dobbiamo poter commissionare una ricerca scientifica indipendente, altrimenti non avremo basi per elaborare le nostre politiche.

Mi sono occupata di cambiamento climatico per tutti i dieci anni della mia carriera parlamentare. Ho attivamente ricercato una politica in materia di clima per l’Europa attraverso una normativa sullo scambio di emissioni, che non fosse soltanto ambiziosa, bensì anche razionale, in maniera da non limitarci a spostare le emissioni da un luogo a un altro. Ora la nostra strategia è burocratizzata e inefficace: non stiamo agendo come pionieri e non dovremmo proseguire lungo il vecchio cammino.

Il peggio è che l’Unione europea non segue ciò che adesso sta accadendo nell’ambito della ricerca sul clima. Abbiamo elaborato soluzioni da panico sulla base di informazioni distorte. Le false dichiarazioni contenute nella relazione del gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico rappresentano un problema così grave che dovremmo chiedere le dimissioni di Rajendra Pachauri dall’incarico di responsabile del gruppo e rivalutare ciò che sappiamo in merito all’evoluzione del cambiamento climatico in rapporto all’attività umana e all’efficacia delle nostre azioni politiche al riguardo.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI).(FR) Signor Presidente, la risoluzione del Parlamento dimostra che in tale ambito, come in molti altri, la nostra istituzione non ha assolutamente alcun potere di giudizio per quanto concerne i dogmi che ci assalgono.

Molti esperti ritengono infatti che la famosa curva esponenziale del riscaldamento globale a “stecca da hockey” sia in realtà una costruzione grafica. I ghiacciai non si stanno sciogliendo ovunque. In ogni caso, contrariamente a quanto dichiarato dal gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, non si stanno sciogliendo in Himalaya. I livelli dell’acqua non sono in procinto di aumentare e inondare il Bangladesh, al contrario! Il delta del Gange si sta innalzando a causa di depositi alluvionali. Gli orsi bianchi, dei quali si teme l’estinzione, non sono mai stati così prolifici come lo sono adesso. L’alternanza tra periodi caldi e freddi si è verificata varie volte nella nostra storia, anche abbastanza di recente, prescindendo dall’attività umana. E’ un fenomeno di origine probabilmente astronomica, non causato dai cosiddetti gas a effetto serra.

Fino a che tutti questi interrogativi non avranno trovato risposta, possiamo soltanto ritenere che si tratti di un colossale dogma ideologico architettato per giustificare l’introduzione di un governo mondiale.

 
  
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  Giommaria Uggias (ALDE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei motivare il voto sull’emendamento 12 per affermare con chiarezza che l’Italia dei Valori è contraria alla produzione di energia nucleare.

Su questo tema delicato ci siamo già schierati in campagna elettorale, inserendo tale tema nel nostro programma. Da ultimo, stiamo perseguendo concretamente questo obiettivo attraverso un atto significativo che abbiamo affermato durante il nostro recente congresso in Italia. Abbiamo lanciato una grande battaglia per promuovere un referendum popolare contro una legge del governo italiano che sovverte la maggioranza delle espressioni di voto che gli italiani hanno già pronunciato con un referendum popolare.

Lo facciamo perché vogliamo un futuro pulito, con energie rinnovabili, basato sulle energie solari e sull’eolico. Lo facciamo soprattutto perché, come stavo dicendo prima, noi vogliamo che venga affermata la volontà degli italiani e non di una minuta minoranza oggi seduta nel Parlamento italiano.

 
  
  

Relazione Domenici (A7-0007/2010)

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, proprio nel momento in cui la buona gente nel Massachusetts votava contro l’eccessiva tassazione e l’eccessivo governo, i nostri stessi commissari promuovevano i loro piani per armonizzare la tassazione nell’Unione europea e creare un flusso di entrate distinto per Bruxelles. Come spiegare questa differenza tra le due Unioni?

Sembra che la spiegazione vada ricercata nel DNA che sta alla base dei due sistemi politici. Gli Stati Uniti sono stati fondati a seguito di una rivolta popolare contro un governo distante e autocratico e contro una tassazione vessatoria, mentre, come è ovvio, l’Unione europea, alla prima riga del primo articolo del suo trattato costitutivo, si impegna a creare un’unione sempre più stretta. Nel farlo, si contrappone con determinazione alla concorrenza, la curva esterna, che rappresenta il principale vincolo imposto a un governo. Per questo ora, agendo secondo le sue dottrine costitutive, assistiamo a questa intolleranza nei confronti della concorrenza fiscale mascherata da attacco ai paradisi fiscali, che di fatto sono giurisdizioni con un sistema più efficiente in grado di mantenere le imposte più basse. La realtà è che la concorrenza fiscale, i paradisi fiscali se insistete nel definirli così, rappresentano il principale mezzo per mantenere il governo piccolo e il cittadino grande e libero.

 
  
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  Syed Kamall (ECR).(EN) Signor Presidente, a questo punto occorre chiedersi: perché tutta questa attenzione per le questioni fiscali, la cooperazione fiscale e il governo fiscale?

Per trovare una risposta, è sufficiente analizzare le prove fornite da alcuni Stati membri. Abbiamo paesi che hanno accumulato un indebitamento consistente. Nel mio stesso paese, il governo britannico ha speso denaro che non ha e ora deve ripianare un notevole deficit di bilancio. Anche prima della crisi finanziaria, avevamo paesi che, come è noto, non riscuotono imposte sufficienti per coprire i servizi pubblici necessari ai loro cittadini. Spendiamo inoltre il denaro dei contribuenti per supportare imprese fallite e mal amministrate, per non parlare delle banche mal gestite.

Per cui, in realtà, che cosa dovremmo fare? Dovremmo in primo luogo incentivare una soluzione per tutti i problemi a cui ho appena accennato, ma dovremmo anche non dimenticare mai che la concorrenza fiscale è un ottimo strumento in quanto incoraggia i governi a usare meno denaro dei cittadini fornendo loro servizi più efficienti.

 
  
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  Vicky Ford (ECR).(EN) Signor Presidente, oggi il nostro Parlamento ha votato un documento sulla frode e l’evasione fiscale, documento che non aveva l’appoggio del mio gruppo. Sebbene sia personalmente favorevole a molte misure suggerite per fermare la frode e l’evasione fiscale, il documento si è spinto ben oltre, destando tre principali preoccupazioni.

In primo luogo, il fatto di agire contro coloro che commettono frodi non può essere sfruttato subdolamente da quanti vogliono rafforzare l’armonizzazione fiscale in tutta Europa per chi tra noi paga onestamente le tasse. Da tempo il Parlamento difende il diritto degli Stati membri di stabilire autonomamente le aliquote per le imposte sulle persone giuridiche e dovremmo continuare a farlo.

In secondo luogo, il documento ipotizza un tributo europeo in determinati ambiti della fiscalità. Noi personalmente ci siamo opposti ai progetti di imposta comunitaria allorquando sono stati sottoposti a questo Parlamento.

Il terzo aspetto riguarda la condivisione di informazioni. Indubbiamente dovremmo condividere alcune informazioni, ma dovremmo sempre valutarne portata, finalità e vantaggi, ricordando che non tutte le circostanze sono identiche.

 
  
  

Relazione Tarabella (A7-0004/2010)

 
  
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  Astrid Lulling, a nome del gruppo PPE. – (FR) Signor Presidente, è un peccato che una maggioranza entusiasta della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere si stia adoperando tanto per sovraccaricare la nostra posizione in merito alla relazione annuale della commissione sull’uguaglianza di genere tra uomini e donne nell’Unione europea con considerazioni e richieste controproducenti per le donne e pregiudizievoli, tra l’altro, per le loro opportunità di occupazione.

Sebbene alcune considerazioni siano sicuramente animate da buone intenzioni, non dimentichiamo che troppa protezione distrugge ogni forma di protezione. Tuttavia, l’ostacolo insormontabile per il mio gruppo è stato nuovamente il diritto al libero aborto sociale, che viene presentato come facile metodo per il controllo delle nascite.

Il nostro gruppo non dissente dall’osservazione che le donne devono avere il controllo dei propri diritti in materia di sessualità e procreazione. Noi riteniamo peraltro che le giovani in particolare debbano essere maggiormente informate nel campo della salute sessuale e riproduttiva. Nondimeno, chiedere nella stessa frase “un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto” dimostra che gli autori del testo non operano la distinzione essenziale tra i due servizi e non li pongono sullo stesso piano rispetto al controllo delle nascite. Con questo siamo in disaccordo.

Inoltre, alla luce del principio della sussidiarietà, la normativa nel campo dell’aborto legale è responsabilità degli Stati membri. Non è dunque nostro compito, nell’Unione, interferire nella questione. Abbiamo profuso grande impegno per pervenire a un consenso con l’autore della relazione, onorevole Tarabella, e lo abbiamo fatto nell’interesse nella lotta contro ogni forma di discriminazione non ancora eliminata.

Mi duole che una maggioranza della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, e anche purtroppo del Parlamento, abbia cercato di istigare controversie politiche e ideologiche anziché concentrarsi su quello che avrebbe dovuto essere il principale obiettivo delle nostre attività: adoperarsi per giungere alla parità di trattamento e opportunità per uomini e donne. Mi dispiace che, per questi motivi, il mio gruppo non abbia potuto votare a favore della relazione.

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE).(PL) Signor Presidente, anch’io ho votato contro la relazione, e l’ho fatto nonostante sia un sostenitore dell’uguaglianza di genere. Non posso tuttavia accettare che l’aborto nella relazione venga trattato come diritto specificamente interpretato e, come affermava l’onorevole Lulling, un metodo per il controllo delle nascite. Nel mio paese, l’aborto non è inteso in questa maniera. Sono persuaso che il modo in cui vediamo l’aborto sia una questione interna. E’ anche pericoloso che la relazione violi il principio della sussidiarietà, e lo fa su un tema delicato.

 
  
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  Elżbieta Katarzyna Łukacijewska (PPE).(PL) Signor Presidente, la parità tra donne e uomini è un tema importante. Molto è stato conseguito al riguardo, ma vi sono ancora ambiti in cui le donne sono trattate peggio degli uomini. Le donne guadagnano ancora meno, sono maggiormente a rischio di povertà e per loro è più difficile sviluppare una carriera accademica o imprenditoriale. La relazione del Parlamento prende atto di questi problemi e sottolinea la necessità di introdurre misure specifiche per garantiscano l’uguale partecipazione di uomini e donne al mercato del lavoro e all’istruzione.

Mi dispiace di non aver potuto, purtroppo, appoggiare la proposta. Ho votato contro la relazione perché contiene disposizioni volte a rendere l’aborto generalmente disponibile nell’Unione europea. In primo luogo, la decisione in tali ambiti è a mio avviso appannaggio esclusivo degli Stati membri. In secondo luogo, la questione delle gravidanze indesiderate è un grave problema, ma non possiamo introdurre una normativa che tratti l’aborto come libero mezzo contraccettivo, come neanche concordo sul fatto che l’aborto possa esimere l’individuo dal riflettere sulle conseguenze e le responsabilità associate al fatto di divenire sessualmente attivi. Penso che la vita umana meriti di meglio.

 
  
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  Tiziano Motti (PPE) . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi abbiamo inteso rafforzare il ruolo della donna nella nostra comunità.

Questa risoluzione ha molti punti che mi trovano ovviamente concorde e devo dire che molti assorbono la mia attività politica personale, soprattutto se parliamo dell’accesso al mondo del lavoro e della tutela delle donne da qualsiasi forma di violenza.

Tuttavia, non posso non evidenziare che questa risoluzione è diventata anche un minestrone in cui un abile cuoco ha tentato di cucinare – anzi, ha cucinato – ingredienti molto diversi. Mi spiego meglio: si è parlato di violenza, di tutela contro la violenza e si è messo poi in un’unica riga la contraccezione e l’interruzione di gravidanza, l’aborto, due temi che sono in realtà molto distanti e sui quali devono essere fatte riflessioni molto diverse. Sull’aborto, per esempio, si richiama l’attenzione e la riflessione sulla sacralità della vita.

Questa scelta non mi ha permesso di votare positivamente la risoluzione e mi sono dovuto astenere. Credo che questa fine strategia per ottenere un consenso politico e anche mediatico non faccia il reale interesse delle donne europee.

 
  
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  Siiri Oviir (ALDE).(ET) Signor Presidente, diversamente dai colleghi che mi hanno preceduta, sono stata tra i 381 parlamentari che hanno sostenuto l’adozione di questo testo, un numero pari al decuplo dei membri della nostra commissione per i diritti della donna. Pari diritti, pari opportunità e uguaglianza tra i generi nella vita quotidiana sono sicuramente nel nostro interesse. Pari diritti per donne e uomini non è un fine in sé, bensì un prerequisito per raggiungere gli obiettivi generali dell’Unione europea e un uso razionale del nostro stesso potenziale.

Il fatto che a questo punto discutiamo l’argomento da 40 anni indica chiaramente quanto complesso e sfaccettato sia il tema e quanto necessaria sia una politica integrata per risolvere tali questioni. Spero che questa non sia un’altra strategia sulla carta, per cui vorrei ribadire ciò che è stato sottolineato anche nella relazione, vale a dire l’importanza dell’attuazione e della supervisione.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE). (CS) Signor Presidente, neanch’io ho votato per la relazione controversa e squilibrata dell’onorevole Tarabella sull’uguaglianza di genere e mi dispiace che, eccettuati i parlamentari del PPE, 381 deputati abbiano votato a suo favore. Forse non l’hanno letta. In diverse proposte, la relazione interferisce con i poteri esclusivi degli Stati membri, specialmente per quanto concerne le politiche pro-famiglia e gli ambiti eticamente sensibili. Inoltre, realmente vogliamo creare e finanziare una qualche nuova istituzione per monitorare la violenza ai danni delle donne nell’Unione? Realmente non sappiamo che l’Unione dispone di strumenti, un ufficio e una normativa per verificare il rispetto dei diritti umani, sia delle donne sia degli uomini? Realmente crediamo di avere bisogno di una carta dei diritti della donna in aggiunta alla carta dei diritti fondamentali di tutti i cittadini europei, già adottata e vincolante? La relazione fa anche riferimento ai cosiddetti obiettivi di Barcellona, sebbene questi siano contrari alle raccomandazioni di esperti perché nella prima infanzia i bambini hanno bisogno di cure familiari continue, non di essere depositati in asili nido sulla base delle raccomandazioni di Barcellona. Gli asili nido dovrebbero rappresentare soltanto l’ultima risorsa. Le raccomandazioni contenute nella relazione potranno non essere vincolanti, ma la stupidità umana è contagiosa e pertanto il Parlamento non dovrebbe appoggiare queste scelte. Vi sono state soltanto 75 astensioni e mi compiaccio per il fatto che 253 membri del PPE abbiano votato contro la relazione.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, il trattato di Roma contiene una frase sull’argomento, laddove sancisce la “parità delle retribuzioni fra i lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro”, una frase che non presenta alcuna ambiguità. Noi tutti riteniamo di capire ciò che significa.

Ciò che tuttavia è accaduto nei decenni successivi è che, attraverso un processo di attivismo giudiziario, la Corte europea ha progressivamente esteso il significato di tale frase oltre qualunque ipotesi di una persona ragionevole. In primo luogo, essa ha stabilito che “parità delle retribuzioni” significa parità di diritti pensionistici, parità di ferie, eccetera. Dopodiché essa ha stabilito che “parità di lavoro” significa lavoro di valore equivalente. Come può un datore di lavoro giudicarlo? Dipende dall’impegno con il quale si lavora? Occorre tenere presente la disponibilità di richiedenti opportunamente qualificati? Nel caso South-West Trains in Gran Bretagna si è poi esteso il concetto ai diritti dei coniugi di unioni omosessuali. Ora parliamo di diritti in materia di procreazione.

Vi è un’argomentazione a favore di tutto questo. Si può assumere il punto di vista che lo Stato non dovrebbe regolamentare i contratti tra datori di lavoro e dipendenti, oppure si può ritenere che tale normativa sia necessaria. Tuttavia, prescindendo dalla posizione per la quale si propende, certamente è un’argomentazione che avrebbe dovuto essere formulata da rappresentanti eletti, che possono votare pro e contro. E’ oltraggioso che ci sia imposta da un tribunale. Un tribunale con una missione è una minaccia; una corte suprema con una missione è una tirannia.

 
  
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  Joanna Katarzyna Skrzydlewska (PPE).(PL) Signor Presidente, anche il mio cognome, Skrzydlewska, è molto difficile, ma sono abituata al fatto che molti non sono in grado di pronunciarlo correttamente.

Durante l’odierna votazione ci siamo espressi sulla relazione riguardante l’uguaglianza tra donne e uomini nell’Unione europea nel 2009. Nondimeno, tra le disposizioni riguardanti i problemi associati alla discriminazione ai danni delle donne e la loro situazione più ardua sul mercato del lavoro, ve ne erano alcune che esortavano gli Stati membri ad agevolare l’accesso universale all’aborto e ai servizi correlati alla salute sessuale e riproduttiva. Vorrei sottolineare che tutto ciò che riguarda l’aborto va deciso dai singoli Stati membri. Pertanto, nel voto finale mi sono schierata contro la relazione perché ritengo che, combattendo per il diritto a un pari trattamento per donne e uomini, tale diritto non debba essere subordinato a scelte legate a questioni sessuali.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE).(DE) Signor Presidente, sono molto lieto che noi del gruppo del partito popolare europeo (democratici-cristiani) e dei democratici europei abbiamo votato contro questa deplorevole relazione ideologica presentata da socialisti, verdi e, in particolare, liberali. Si tratta di un attacco al diritto alla vita di un feto e al principio della sussidiarietà. Sono soprattutto indignato per il modo in cui i liberali sono diventati i tirapiedi della sinistra agendo contro il principio della sussidiarietà.

Questo tipo di relazione nuoce alla nostra accettazione da parte dei cittadini e dei paesi candidati. Anche alcuni elementi ideologici riguardanti la Croazia e la Macedonia nelle relazioni di valutazione ci stanno arrecando danno. Per questo dobbiamo spiegare chiaramente alla gente il significato dell’acquis communautaire, in merito al quale sono assolutamente favorevole, delle responsabilità dell’Unione e di un pericoloso nonsenso ideologico. Per richiamarmi alla metafora del collega italiano: siamo ovviamente a favore del minestrone, ma contrari a che vi si aggiunga cianuro.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0069/2010

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, vorrei raccontarvi la storia di due paesi africani. Nel 1978, il Kenya ha vietato la caccia agli elefanti, decisione seguita da una distruzione pressoché totale dei branchi di elefanti in Kenya. Grossomodo negli stessi anni, era il 1979, in Rhodesia, come ancora veniva chiamata, gli elefanti sono stati dichiarati appartenenti al terreno sul quale si muovevano, prescindendo da chi ne fosse il proprietario. Risultato? Numericamente gli elefanti sono esplosi.

Noi in quest’Aula non vediamo l’elefante come lo vedono gli africani. Noi non siamo minacciati dall’elefante; l’elefante non calpesta i nostri raccolti, non distrugge i nostri villaggi, non arreca danno alla salute umana. L’unico modo per impedire alle popolazioni locali di reagire in maniera logica, vale a dire eliminare una pericolosa minaccia, consiste nel fornire loro un incentivo affinché la trattino come risorse rinnovabile. Questo è ovviamente ciò che la Rhodesia – ora Zimbabwe – è riuscita a fare. La politica ambientale dovrebbe riconoscere la saggezza aristotelica di base secondo cui per occuparsi di qualcosa occorre esserne proprietari.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0067/2010

 
  
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  Romana Jordan Cizelj (PPE).(SL) Signor Presidente, sono favorevole all’adesione della Croazia all’Unione europea, ma non dovrebbe avvenire a spese degli interessi nazionali della Slovenia. Mi riferisco naturalmente alla controversia sul confine tra Slovenia e Croazia, che non è un concetto puramente astratto, bensì uno che interessa le vite dei cittadini.

Qui a Strasburgo il Parlamento europeo si è rivolto al parlamento sloveno affinché ratifichi l’accordo di arbitrato quanto prima. Ciò, come è ovvio, rappresenta un’interferenza con le competenze del Parlamento sloveno. Mi chiedo inoltre se qualcuno si sia domandato perché la Slovenia non abbia ancora ratificato l’accordo. In merito vorrei precisare che nell’agosto 2007 tutti i gruppi parlamentari avevano dichiarato che qualsiasi soluzione avrebbe dovuto essere in linea con il principio dell’uguaglianza.

Naturalmente mi chiedo anche perché qualcuno mai dovrebbe obiettare a tale principio. Eppure il principio non è sancito dall’accordo di arbitrato, ragion per cui ho votato contro la proposta di risoluzione che non lo rispecchia.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE). (CS) Signor Presidente, oggi sono stata lieta di appoggiare la relazione sui principali progressi compiuti dalla Croazia nei preparativi all’adesione all’Unione. Esistono legami duraturi tra cechi e croati. Decine di migliaia di famiglie si recano nel paese ogni anno coltivandovi amicizie. Per noi, pertanto, si tratta di una relazione eccellente perché dimostra che la Croazia sarà pronta all’adesione il prossimo anno. Ritengo che il processo di ratifica dell’accordo di adesione non sarà interrotto da alcuna forma di campagna politica interna nei Ventisette che ha accompagnato il trattato di Lisbona, così come penso che i parlamenti di Slovenia e Croazia troveranno una giusta soluzione alle loro controversie sul confine.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0065/2010

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE). (CS) Signor Presidente, anche in questo caso sarò estremamente breve. Siamo dinanzi a un’altra relazione valida sui Balcani e anche la Macedonia sta avanzando con successo lungo il cammino per il soddisfacimento dei criteri politici che rappresentano un prerequisito per l’avvio dei negoziati di adesione e l’introduzione di un regime di esenzione di visto con l’Unione. Le recenti elezioni hanno offerto un contributo in tal senso, dimostrando chiaramente che i cittadini del paese vogliono condividere gli standard internazionali in uno spirito di coesistenza pacifica. Ritengo inoltre che le istituzioni democratiche riusciranno a rafforzare le trattative con la Grecia in vista di soluzioni amichevoli nelle aree problematiche.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0068/2010

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE). (CS) Signor Presidente, sempre brevemente volevo dire che abbiamo adottato una relazione molto schietta sul modo in cui la Turchia può responsabilmente emendare la propria legislazione secondo il modello comunitario e anche sul fatto che i criteri politici nel campo dei diritti umani, specialmente rispetto alle donne e alle minoranze religiose, non sono ancora stati soddisfatti, proprio come resta aperta la questione di Cipro. Nonostante ciò, la maggioranza dei parlamentari ha appoggiato alcuni anni fa l’avvio dei negoziati. Apprezzo il fatto che la Turchia stia procedendo verso la democrazia e l’Europa, ma vorrei ribadire nuovamente che una soluzione migliore alle relazioni economiche sarebbe consistita nell’istituire un partenariato privilegiato anziché promettere l’adesione alla Turchia, con i suoi 70 milioni di abitanti. Sarei inoltre molto franca alla luce del fatto che, come temo, un accordo di adesione non sarebbe comunque approvato in un futuro referendum.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE).(DE) Signor Presidente, sono lieto che l’Aula abbia respinto con una maggioranza ampia e chiara il tentativo dei socialisti e dei verdi di fissare l’obiettivo della piena adesione della Turchia. Il processo deve restare aperto e, per dirla in maniera ancor più inequivocabile, deve essere immediatamente orientato verso uno speciale status personalizzato o un partenariato privilegiato.

La Turchia non è un paese europeo, ma è il nostro più importante partner ai margini dell’Europa. Per questo vogliamo una stretta collaborazione, ma in risposta all’onorevole Kreissl-Dörfler che ne ha parlato prima, senza che la Turchia diventi un membro delle istituzioni europee e senza piena libertà di circolazione. Vogliamo invece una stretta cooperazione economica e politica, un concetto estremamente preciso che credo possa essere applicato perché la maggior parte dei turchi e degli europei non sono favorevoli alla piena adesione. Sarebbe dunque più sensato non sprecare ulteriormente le nostre energie, concentrandoci invece unicamente sull’obiettivo del partenariato.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) Signor Presidente, qualsiasi paese che stia compiendo sforzi per aderire all’Unione europea deve essere non soltanto formalmente completo, bensì anche identificarsi internamente con i requisiti minimi nel campo della democrazia e del rispetto per i diritti umani.

Secondo la relazione di valutazione per il 2009, la Turchia ha ancora un lungo cammino da percorrere. Forse si è impegnata nell’attuare le riforme, stabilire buoni rapporti di vicinato e compiere graduali progressi verso gli standard e i valori dell’Unione, ma è il quarto anno che non riesce ad applicare le disposizioni derivanti dall’accordo di associazione tra Unione europea e Turchia.

A mio parere è inaccettabile considerare l’adesione di un paese in cui i diritti delle donne e la libertà di religione, pensiero ed espressione sono violati, in cui tortura, discriminazione e corruzione vengono tollerate e l’esercito continua a interferire con la politica estera e la vita politica. Le riforme dovrebbero anche comportare la trasformazione del sistema elettorale attraverso una riduzione della soglia del dieci per cento al fine di garantire una democrazia più pluralista.

 
  
  

Dichiarazioni di voto scritte

 
  
  

Relazione Casa (A7-0008/2010)

 
  
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  Sophie Briard Auconie (PPE), per iscritto. – (FR) La relazione dell’onorevole Casa sul sistema comune di imposta sul valore aggiunto per quanto concerne le regole di fatturazione è stata adottata da una maggioranza estremamente ampia di parlamentari, me compresa. Con questo sistema, le regole di fatturazione dell’IVA risulteranno semplificate grazie a una maggiore armonizzazione dei requisiti europei e all’uso diffuso della fatturazione elettronica. L’entrata in vigore della direttiva consentirà pertanto di ridurre l’onere amministrativo a carico delle imprese e potenziare l’impegno per combattere la frode fiscale a livello di IVA.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) L’odierna proposta riguarda la creazione di un sistema di autovalutazione su base sperimentale facoltativa nel campo della fornitura di prodotti o della prestazione di servizi potenzialmente oggetto di frode. Secondo la Commissione europea, ciò si è reso necessario perché vi sono ancora parecchi casi di frode fiscale a livello di IVA, e la Commissione dispone anche di informazioni su presunti casi di frode legata allo scambio di licenze di emissione di gas a effetto serra.

Sulla base di tali dati, la relazione del Parlamento propone che gli Stati membri che votano a favore del sistema siano obbligati a fare lo stesso per il regime di scambio di quote di emissioni di gas a effetto serra.

Riteniamo che la natura sperimentale della proposta possa avere qualche merito, per cui appoggiamo gli emendamenti formulati dal Parlamento, segnatamente la proposta di relazione per valutare “l’efficacia e l’efficienza globali della misura che dà attuazione al meccanismo in parola nonché il rapporto costi/benefici di detta misura onde rivalutare se sia opportuna una proroga o un ampliamento del suo raggio d’azione”.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) La presente relazione tratta temi importanti legati alla frode, anche nel campo delle emissioni di gas a effetto serra. La Commissione deve riferire in merito all’efficacia del meccanismo dell’inversione contabile per valutare se possa essere il caso di estenderlo ad altri ambiti.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) L’adozione della direttiva 2006/112/CE ha rappresentato un passo importante nella lotta contro l’evasione fiscale. Nonostante tutti i suoi elementi validi, però, non è risultata abbastanza efficace da permettere di affrontare la cosiddetta “frode carosello” nel campo dell’IVA. A questo tipo di frode va imputata gran parte della perdita di gettito fiscale negli Stati membri e ha rappresentato uno dei metodi più diffusi. In un momento di crisi economica in cui la lotta alla frode fiscale è tanto più importante vista la gravità della perdita di reddito, dobbiamo profondere il massimo impegno in tale lotta perché ciò avrà ripercussioni notevoli non soltanto sulla nostra risposta all’attuale crisi internazionale, bensì anche sulla possibilità di perseguire le politiche sociali appropriate.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – L’idea alla base della proposta della Commissione europea mi ha visto tra i primi fautori.

In seno alla commissione per i problemi economici e monetari abbiamo analizzato e in parte migliorato il documento della Commissione. Concordo con il relatore, in particolare, sulle precisazioni che sono state apportate relativamente all’applicazione facoltativa del meccanismo dell’inversione contabile e agli obblighi di comunicazione. Gli Stati membri, infatti, dovrebbero avere la facoltà di scegliere tra l’obbligo di comunicazione puntuale per ciascuna operazione o quello di comunicazione globale per tutte le operazioni.

La proposta in esame rafforza la sicurezza delle quote ETS rispetto ai truffatori, riducendo al tempo stesso le formalità amministrative per le imprese oneste.

Ritengo, infine, che il Parlamento debba essere pienamente informato dei risultati di una tale applicazione temporanea del meccanismo dell’inversione contabile.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. – (NL) Ho votato a favore della relazione Casa con grande convinzione. In veste di primo vicepresidente della commissione per il controllo dei bilanci e relatore di un documento adottato nel settembre 2008 sulla frode fiscale nel campo dell’IVA, ho ripetutamente argomentato la necessità di combattere efficacemente la frode in tale ambito poiché costituisce un elemento fondamentale del gettito fiscale degli Stati membri e del corretto funzionamento del mercato interno. Una forma comune e particolarmente grave di frode di questo genere è nota come frode “carosello” per evadere l’IVA. Si stima che l’ammontare complessivo di entrate non riscosse vada dai 20 ai 100 miliardi di euro all’anno, una somma notevole della quale sicuramente si potrebbe fare buon uso nei momenti di crisi economica.

I criminali attivi in tale ambito sono dotati di grande inventiva. E’ emerso di recente che stanno anche perseguendo le loro attività criminali nel quadro del regime di scambio di emissioni. I trasferimenti di diritti di emissioni tra parti tassabili nell’ambito del regime, che avvengono esclusivamente per via elettronica, sono considerati servizi, tassabili nel paese in cui ha sede il beneficiario. Si acquistano così crediti di carbonio presso fonti in altri Stati membri che usufruiscono di esenzioni IVA per poi rivenderli a imprese nel proprio Stato membro a un prezzo comprensivo di IVA, che però non viene successivamente versata all’erario nazionale. E’ fondamentale combattere questo tipo di attività criminale.

 
  
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  Viktor Uspaskich (ALDE), per iscritto. – (LT) Apprezzo l’applicazione dell’inversione contabile per l’IVA, sebbene a mio parere contenga un errore. Faccio un esempio: il soggetto A vende un prodotto al soggetto B; il soggetto B lo vende al soggetto C; il soggetto C lo vende al consumatore finale o a un soggetto non tenuto a versare l’IVA. Il soggetto A non è tenuto a versare l’IVA perché non è il venditore finale. Paga l’IVA soltanto il soggetto C che effettua la vendita dei prodotti finali al consumatore. Il neo in tutto questo sta nel fatto che il soggetto B non è tassato in alcun modo, nonostante la sua attività consista essenzialmente nell’acquistare a un prezzo inferiore per rivendere a un prezzo superiore. Si propone pertanto che il soggetto B versi all’erario l’IVA sulla differenza di prezzo. Il regime presenta parecchi elementi positivi, eccetto uno: nessuno si rivolgerà all’erario per un rimborso IVA; se il soggetto C è un frodatore, semplicemente non pagherà l’IVA come venditore finale. In altre parole, applicando l’inversione contabile all’IVA, non vi sarà un saldo negativo in quanto nessuno richiederà un rimborso, e ritengo che il regime sarà estremamente agevole da amministrare in quanto le anagrafi tributarie nazionali potranno far emergere con estrema facilità le differenze di prezzo dei prodotti. Se sono in errore sarei lieto di ricevere una replica scritta in merito all’idoneità o inidoneità del regime da me proposto.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. – (FR) La risoluzione è volta a emendare la direttiva sull’IVA del Consiglio 2006/112/CE per consentire l’applicazione temporanea del meccanismo dell’inversione contabile in maniera da combattere la frode riguardante lo scambio di certificati di emissione e transazioni in merito a taluni prodotti potenzialmente oggetto di frode. La frode fiscale è un problema importante a livello di regolare funzionamento del mercato interno e pone a rischio il gettito fiscale degli Stati membri. Per questo diversi di loro hanno chiesto di poter combattere i meccanismi fraudolenti avvalendosi di un meccanismo di inversione contabile mirato a taluni settori potenzialmente oggetto di frode e taluni prodotti. La forma più diffusa di frode si manifesta quando un fornitore con partita IVA fattura forniture di prodotti per poi scomparire senza versare l’IVA dovuta su di essi, lasciando gli acquirenti (anch’essi con partita IVA) con fatture valide che consentono loro di detrarre l’IVA. I ministri delle finanze nazionali non riscuotono pertanto l’IVA dovuta sui prodotti in questione e devono rimborsare all’operatore successivo a monte nella catena dell’IVA l’IVA da loro corrisposta. Gli Stati membri subiscono in tal modo una duplice perdita. Per questo ho votato a favore della risoluzione legislativa.

 
  
  

Relazione van Nistelrooij (A7-0048/2009)

 
  
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  Elena Oana Antonescu (PPE), per iscritto. – (RO) Consentire ai cittadini di avere accesso a un alloggio, specialmente le fasce vulnerabili appartenenti a comunità che vivono in condizione di grave indigenza ed emarginazione, deve essere una preoccupazione fondamentale della nostra società. Il sostegno finanziario dei Fondi strutturali può dare un contributo notevole agli sforzi profusi dalle autorità nazionali per risolvere il problema. Sia il Parlamento europeo sia il Consiglio hanno chiesto alla Commissione europea, in varie occasioni, di agire a favore della promozione dell’inclusione di tali comunità. A seguito del voto odierno, abbiamo ricevuto un nuovo regolamentato emendato che consentirà a tutti i 27 Stati membri di utilizzare il denaro del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) per ristrutturare o sostituire gli alloggi nelle comunità emarginate, sostenendo in tal modo i gruppi più svantaggiati della società.

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. – Devo rilevare che nella relazione manca un’indicazione di massima dei destinatari degli eventuali provvedimenti: si fa riferimento al concetto di "comunità emarginate", ma non si precisa il contenuto di un´espressione che, anche solo sociologicamente, può assumere molteplici definizioni. Gli unici riferimenti -peraltro già nella proposta della Commissione- riguardano le comunità rom. Che nella relazione si chieda che il riferimento ai rom non sia ostativo di interventi verso altre categorie socialmente emarginate, non offre alcuna garanzia che della parte di FESR da destinarsi alle politiche abitative possano giovarsi altri soggetti "socialmente emarginati" sulla base di situazioni di particolare difficoltà economica, lavorativa e familiare. Infine, secondo la relazione presentata al Parlamento sarebbe da attribuirsi alla Commissione Europea la facoltà di determinare i criteri in base ai quali parte del FESR potrà assegnarsi agli interventi a favore delle comunità emarginate: tale disposizione pare concedere esclusivamente alla Commissione un largo margine di discrezionalità nel determinare i suddetti criteri; da questi criteri dipenderanno di fatto la portata e la sostanza del provvedimento, in una fase in cui il Parlamento non avrà prevedibilmente modo di agire ed esprimersi. In attesa del futuro seguito parlamentare della relazione, e trattandosi della prima lettura, mi astengo dal voto.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. – (LT) Appoggio questo accordo quadro perché la cooperazione tra il Parlamento europeo e la Commissione europea è particolarmente importante per rafforzare la stabilità dell’Unione europea e l’efficacia del suo lavoro. Secondo detto accordo, una volta che si è sottoposta al Parlamento europeo una richiesta di iniziativa legislativa, la Commissione è tenuta a rispondere entro un mese elaborando un’idonea normativa comunitaria entro un anno. Se l’Unione europea dovesse rifiutarsi di predisporre l’atto richiesto, dovrà giustificare dettagliatamente la propria decisione. Sinora soltanto la Commissione europea poteva assumere l’iniziativa di una normativa comunitaria. Nel trattato di Lisbona si dispone invece che la maggioranza del Parlamento europeo ha il diritto di creare una normativa dell’Unione. Parlamento e Commissione collaboreranno strettamente nella fase iniziale di qualsiasi richiesta di iniziativa legislativa proveniente dai cittadini. Per la firma di trattati internazionali alle discussioni parteciperanno anche esperti del Parlamento europeo. Nell’accordo al Parlamento sarà concesso il diritto di partecipare come osservatore a taluni negoziati internazionali dell’Unione, nonché il diritto di ottenere maggiori informazioni sui trattati internazionali.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. – (PT) Sono lieto di votare a favore di questo emendamento al Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) per ampliare lo scopo dei suoi interventi nel settore dell’edilizia in maniera da aiutare le comunità emarginate in tutti gli Stati membri. Sinora gli interventi realizzati in tale ambito potevano concretizzarsi unicamente nel quadro di progetti di sviluppo urbano riguardanti la ristrutturazione di alloggi. A mio parere tale criterio è irragionevole e discriminatorio poiché, come nel caso del Portogallo, la maggior parte di queste famiglie vive in sistemazioni di fortuna in zone rurali. Queste sono le persone più bisognose e non dovrebbero essere escluse in ragione della loro ubicazione. Apprezzo dunque l’emendamento del Parlamento, che sostiene la coesione territoriale.

Inoltre, a differenza della proposta iniziale della Commissione europea, che ne limitava l’attuazione ai nuovi Stati membri, questi nuovi regolamenti ampliano l’ambito di applicazione a tutti gli Stati, evitando in tal modo un’insensata discriminazione tra famiglie europee emarginate. Si tratta infatti di un problema globale che interessa migliaia di famiglie in tutta Europa. In Portogallo la situazione è particolarmente grave a causa della crisi economica che il paese sta attraversando e la povertà estrema di molte famiglie.

 
  
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  Proinsias De Rossa (S&D), per iscritto. – (EN) Sono a favore di questa relazione che estende l’eleggibilità degli interventi edilizi nelle comunità emarginate al Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR). Secondo le nuove disposizioni, tutti gli Stati membri potranno avvalersi di tali fondi comunitari per migliorare le condizioni di nuclei familiari emarginati, fondi che prima non erano utilizzabili dagli Stati membri che hanno aderito dal 2004. Il degrado fisico del parco immobiliare nega ai suoi occupanti il diritto a condizioni di vita decenti e rappresenta un notevole ostacolo all’integrazione e alla coesione sociale. Questo regolamento consentirà ai progetti di ristrutturazione edilizia di attingere dai fondi del FESR, ma per contrastare i rischi di segregazione tali iniziative dovranno rientrare in un quadro di integrazione sociale più ampio nel campo della sanità, dell’istruzione e degli affari sociali.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) La Commissione europea sta tentando di modificare le disposizioni dei regolamenti applicabili al Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) allo scopo di consentire ai nuovi Stati membri di avvalersi di tali fondi per interventi nel settore abitativo a favore delle comunità emarginate delle zone rurali.

Tale emendamento vale soltanto per i nuovi Stati membri che, non dimentichiamolo, hanno grandi comunità di migranti emarginate che vivono nelle zone rurali. Ciò giustifica l’adozione di una norma speciale nel quadro dei regolamenti del FESR.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) Adoperandosi per affrontare la povertà e migliorare le condizioni di vita dei gruppi più svantaggiati della popolazione, dove la privazione è stata esacerbata dalla grave crisi degli ultimi anni, l’Unione europea ha il dovere di salvaguardare e promuovere politiche sostenute per l’inclusione sociale. A parte le questioni igieniche, il degrado delle condizioni abitative aggrava e spesso causa un rischio di segregazione ed emarginazione. Le condizioni di vita sono fondamentali per l’autostima e il senso di valore sociale di ogni cittadino. Insieme all’istruzione, alla sanità e all’occupazione, svolgono un ruolo essenziale nella costruzione, nello sviluppo e nel consolidamento di qualunque tentativo di vita sostenibile, sia esso individuale o familiare.

E’ importante però assicurare che le strategie di intervento nell’Unione europea non operino distinzioni sulla base del genere, della razza o dell’etnia. Se vogliamo che l’Europa abbia una società più equilibrata, è parimenti importante evitare che emergano e si espandano ghetti o zone facilmente associabili con una comunità emarginata o particolarmente svantaggiata. Le politiche di inclusione sociale devono anch’esse rivolgersi a chi ne ha maggiormente bisogno senza operare alcuna distinzione tra cittadini europei.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. – (EN) Il presente regolamento consente agli Stati membri di utilizzare il Fondo europeo di sviluppo regionale in maniera integrata e sensata. Mettendo il denaro esistente a disposizione delle comunità emarginate, molte delle quali vivono in sistemazioni di fortuna in zone rurali e non potevano usufruirne secondo le precedenti regole, questo nuovo regolamento contribuirà in maniera significativa alla realizzazione del piano di ripresa economica per l’Europa.

 
  
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  Erminia Mazzoni (PPE), per iscritto. – Espongo qui le ragioni che mi hanno portata votare in favore dei seguenti emendamenti. Innanzitutto ho creduto che fosse necessario allargare il perimetro geografico della proposta all’intera UE-27, poiché i problemi ai quali intendiamo ovviare attraverso il presente regolamento sono riscontrabili in tutta l’Unione europea. Pertanto non se ne comprende la limitazione ai soli nuovi Stati membri UE-12. In secondo luogo, ho creduto giusto di ripristinare la precedente versione della parte finale dell’articolo 7 ("the Commission shall adopt", invece di "may adopt"), affinché la Commissione continui a svolgere la funzione originariamente assegnatale dal regolamento nel campo della valutazione e fissazione di criteri per gli interventi, al fine di garantire efficacia e del valore aggiunto della politica, anche in considerazione del suo costo.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) La situazione degli alloggi nell’Unione europea è critica. Ci occorre una politica europea che garantisca un alloggio decente per tutti, una politica abitativa sociale comunitaria che sia ambiziosa e vincolante. Ovviamente è stato essenziale che il Parlamento abbia adottato una posizione in merito alla ristrutturazione delle abitazioni insalubri e la sostituzione degli edifici fatiscenti con alloggi decenti, ma parimenti essenziale e altrettanto urgente è che l’Unione trasformi la disponibilità di una sistemazione decente in un diritto fondamentale. Ha un dovere in tal senso e i mezzi per garantirlo. L’Unione europea non può permettersi di diventare una regione socialmente sottosviluppata.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) L’adozione dell’odierna relazione è molto importante perché apporta una modifica al Fondo europeo di sviluppo regionale che aiuterà gli emarginati delle nostre società, prescindendo dal fatto che vivano nelle aree urbane o altrove.

 
  
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  Rareş-Lucian Niculescu (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato per la presente relazione e intendo sottolineare che queste revisioni periodiche dei testi che disciplinano l’uso dei fondi europei sono apprezzabili. Molte limitazioni stabilite da tali regolamenti non sono più adeguate all’attuale situazione economica e sociale, per cui occorrono nuove forme di intervento. Un altro esempio al riguardo è l’ammorbidimento delle condizioni per l’uso dei fondi del FESR al fine di migliorare l’efficienza energetica degli edifici, approvato dal Parlamento la scorsa primavera.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – L’attuale crisi economica mondiale rappresenta per l’Unione europea una sfida difficile, che richiede, nelle sue politiche, risposte rapide, flessibili ed efficaci.

Con le sue risorse finanziarie complessive di 347 miliardi di euro per il periodo di programmazione 2007-2013, la politica europea di coesione è la maggiore fonte di investimenti nell’economia reale, in grado di aiutare l’Europa e le sue regioni a riprendersi dalla crisi e a ritrovare fiducia e ottimismo.

Concordo con l’esigenza di trattare la questione degli alloggi per le comunità emarginate nel contesto di una modifica del regolamento FESR. Poiché le disposizioni vigenti non possono applicarsi alle comunità emarginate, la modifica proposta viene a colmare una lacuna nella legislazione, al fine di affrontare in maniera più appropriata il problema delle precarie condizioni di vita di queste popolazioni.

Questo provvedimento rispetta il principio di sussidiarietà, ampliando le possibilità a disposizione degli Stati membri per fornire sostegno a interventi in materia di alloggi riguardanti le comunità emarginate, nel modo da essi ritenuto più appropriato e mantenendo nel contempo l’approccio integrato quale condizione minima per l’attuazione dell’intervento.

 
  
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  Aldo Patriciello (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi congratulo con il collega van Nistelrooij per l’ottimo testo proposto, che è stato ulteriormente migliorato attraverso i numerosi emendamenti presentati in commissione REGI che hanno permesso di estendere questa misura all’insieme dei paesi membri dell’Unione europea.

Il testo odierno permetterà di trasformare in realtà i sogni di tante persone che desiderano avere una casa. Sono certo che così facendo mostreremo ai cittadini la capacità del Parlamento di trovare soluzioni alle sfide poste dall’apertura delle frontiere e dalla libera circolazione delle persone. È per tale ragione che voterò a favore della relazione.

 
  
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  Maurice Ponga (PPE), per iscritto. – (FR) Apprezzo l’odierna adozione da parte di una larga maggioranza (558 voti contro 57) della relazione dell’onorevole van Nistelrooij. Adottando l’odierna relazione il Parlamento trasmette un messaggio forte ai cittadini e risponde alle preoccupazioni sociali manifestate in particolare dalle eurocittà. La relazione offre la possibilità di usare il FESR per ristrutturare e sostituire alcuni edifici esistenti e creare nuove strutture volte ad aiutare le comunità emarginate nei contesti rurali o urbani di ciascuno dei 27 Stati membri.

Tale ampliamento dai 12 Stati che hanno aderito nel 2000 e nel 2007 a tutti gli Stati membri suggerisce soluzioni ai problemi che l’insalubrità degli alloggi pone ad alcune comunità emarginate di tutta l’Unione. Sarà pertanto possibile introdurre un approccio integrato e sostenibile a livello comunitario. Inoltre, l’ampliamento si inserisce perfettamente nella finalità del 2010, anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Sono lieto che il Parlamento abbia votato per questi emendamenti e spero che le regioni interessate lo trovino uno strumento utile per risolvere un problema urgente e fondamentale di queste comunità.

 
  
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  Marie-Thérèse Sanchez-Schmid (PPE), per iscritto. – (FR) Ho appoggiato la relazione sin dall’inizio, specialmente per quanto concerne l’ampliamento dell’ambito di intervento a tutti gli Stati membri dell’Unione. Essa infatti consente ai 27 di avvalersi del FESR per finanziare la costruzione di nuovi alloggi per le comunità emarginate, nonché ristrutturare e sostituire edifici esistenti.

La grave crisi economica che ha colpito l’Europa e interessato tutti i suoi Stati membri ha ulteriormente aggravato i problemi abitativi. L’Unione europea doveva intervenire e mettere in campo tutti gli strumenti a sua disposizione per venire in aiuto di coloro che abitano in alloggi inadeguati, specialmente le comunità emarginate che prima non potevano usufruire delle risorse del FESR.

Grazie agli emendamenti che i membri della maggioranza presidenziale hanno presentato in sede di commissione per lo sviluppo regionale, ora possono avvalersi dei fondi non soltanto ai nuovi Stati membri dell’Unione, bensì tutti i 27 Stati membri, che accusano tutti le medesime difficoltà. Le regioni interessate potranno pertanto sostituire gli alloggi insani nelle comunità socialmente escluse e sviluppare soluzioni globali, integrate e durature ai loro problemi abitativi.

La relazione conferisce all’Unione mezzi concreti per aiutare i suoi cittadini. Speriamo che ciò rappresenti un passo verso un’Europa sociale vicina alla gente.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. – (PT) La relazione oggi approvata modifica i regolamenti del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) ampliandone il campo di intervento nel settore abitativo a favore delle comunità emarginate, visto che attualmente il fondo è utilizzabile soltanto nel contesto di iniziative di sviluppo urbano. Gli emendamenti che i miei colleghi e io abbiamo proposto, oggi confermati in Parlamento, consentiranno ai vecchi Stati membri, e non soltanto ai nuovi, come suggerito nella proposta originale della Commissione, di usufruire anch’essi di questa nuova fonte di finanziamento nel quadro del FESR.

Ho inoltre cercato di evitare quello che giudico un precedente che escluderebbe i vecchi Stati membri, specialmente il Portogallo, da tali fondi e, forse, dall’uso di ulteriori risorse aggiuntive dell’assistenza comunitaria. Ribadisco che il tempo per il quale un paese è stato membro dell’Unione europea non dovrebbe essere un criterio per l’assegnazione di fondi strutturali. La politica di coesione post-2013 dovrebbe continuare a concentrarsi sul principio della solidarietà, rivolgendosi alla coesione territoriale, elemento fondamentale per le regioni ultraperiferiche come Madeira, ma anche a una maggiore flessibilità e trasparenza, basandosi su un approccio orientato ai risultati che ricompensi le regioni che hanno dimostrato di fare un uso esemplare degli aiuti comunitari, anziché penalizzarle.

 
  
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  Viktor Uspaskich (ALDE), per iscritto. – (LT) Per migliorare l’assorbimento dei fondi dell’Unione per la ristrutturazione di edifici e abitazioni, vista la prassi in uso negli Stati membri e la difficoltà di cofinanziamento, si dovrebbe proporre che i governi nazionali creino un fondo comune nel quale potrebbero accantonare risparmi in maniera da coprire il cofinanziamento con denaro statale. In altre parole, finché il cofinanziamento non sarà coperto dallo Stato, i proprietari di edifici e abitazioni dovranno corrispondere lo stesso importo in termini assoluti che hanno versato sino alla ristrutturazione. Il motivo è che spesso i proprietari di immobili e abitazioni non possono né coprire un cofinanamento con denaro proprio né ottenere un mutuo bancario a tal fine. Apprezzo il secondo elemento dell’iniziativa, vale a dire l’incanalamento dei fondi stanziati per la ristrutturazione nelle zone rurali.

La maggior parte delle abitazioni private nei villaggi è dotata di riscaldamento autonomo, il che significa che il pagamento del riscaldamento non è centralizzato, per cui si propone che venga fissato un importo mensile in termini assoluti che nel tempo possa coprire il cofinanziamento di tali abitazioni, il che agevolerebbe gli Stati membri nell’applicazione legale del cofinanziamento per la ristrutturazione di alloggi rurali.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. – (FR) Questa norma prevede il sostegno finanziario del FESR per interventi nel settore abitativo a beneficio delle comunità emarginate dei nuovi Stati membri. Un’ampia maggioranza di queste comunità vive in zone rurali e sistemazioni di fortuna (in zone sia rurali che urbane) e non può usufruire del sostegno del FESR. E’ possibile intervenire nel settore abitativo durante operazioni di sviluppo urbano o ristrutturazione di abitazioni esistenti. Gli interventi nel settore abitativo nelle zone rurali o la sostituzione di alloggi mediocri in zone urbane o rurali non possono essere sostenuti dal FESR. Per evitare una discriminazione ingiustificata, gli interventi a favore dei rom non dovrebbero escludere altri gruppi che versano in condizioni sociali ed economiche analoghe. Inoltre, poiché l’intervento costituisce soltanto parte di un problema complesso, esso va affrontato nel quadro di un approccio integrato multidimensionale a livello nazionale basato su forti partenariati e tenuto conto di vari aspetti tra cui istruzione, affari sociali, integrazione, cultura, sanità, occupazione, sicurezza e così via. L’obiettivo della proposta è fornire condizioni abitative accettabili nel contesto di un approccio integrato.

 
  
  

Relazione Alvarez (A7-0006/2010)

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) Frode ed evasione fiscale rappresentano un attacco alla costruzione di un’Europa più giusta, forte e paritaria in termini di sviluppo sociale ed economico. Le conseguenze di ciò sono diventate tanto più evidenti e gravi in quest’epoca di profonda crisi economica e finanziaria perché i bilanci degli Stati membri sono stati duramente colpiti e fortemente indeboliti dalla necessità di spesa e investimento pubblico nella politica sociale. Vale la pena di notare che la frode fiscale nell’Unione europea supera i 200 miliardi di euro all’anno, più del 2 per cento del PIL.

Nel contesto del mercato aperto e della libera circolazione di prodotti e persone, i meccanismi di controllo e sorveglianza sono diventati ancora più complessi in ragione dei diritti inalienabili di sovranità si ogni Stato membro. A peggiorare le cose, operatori economici senza scrupoli, soprattutto motivati dall’opportunità di guadagnare denaro facile sfruttando la crisi economica, si rivolgono a metodi di elusione fiscale sempre più sofisticati e ingegnosi.

L’odierna proposta rafforza la cooperazione amministrativa tra Stati membri dell’Unione nel campo della tassazione poiché il processo di integrazione europea mostra un chiaro squilibrio tra la normativa prodotta e i meccanismi di controllo e sorveglianza.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Nutriamo alcuni dubbi circa la formulazione della proposta che tenta di ampliare l’ambito di intervento della direttiva “istituendo una clausola generale che comprende tutti i tipi di imposte” e il fatto che sarà applicabile ai contributi previdenziali obbligatori dovuti allo Stato membro, a una sua suddivisione o agli istituti previdenziali di diritto pubblico creati allo scopo.

Non concordiamo con l’idea che i funzionari di uno Stato membro debbano avere la facoltà di agire nel territorio di altri Stati membri, ragion per cui riteniamo che la proposta del Parlamento di limitare la questione ai casi in cui sussista perlomeno un accordo tra Stati membri sia l’approccio corretto.

Nutriamo altresì dubbi in merito al requisito dello scambio automatico di informazioni sulle abitudini fiscali di singoli soggetti, sebbene vi siano alcuni riferimenti alla protezione dei dati, specialmente nella relazione del Parlamento.

Osserveremo con estrema attenzione come tali temi saranno affrontati man mano che prosegue la loro trattazione.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Benché io ritenga che gli Stati membri dell’Unione dovrebbero mantenere il controllo sui rispettivi sistemi di tassazione, è chiaro che per poter contrastare l’evasione fiscale occorre una certa cooperazione a livello di Unione e anche con paesi terzi. Credo che il compromesso oggi raggiunto possa rappresentare uno strumento utile nella lotta alla frode e all’evasione.

 
  
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  Astrid Lulling (PPE), per iscritto. – (FR) Ho votato risolutamente contro la relazione Alvarez sulla cooperazione amministrativa nel campo della tassazione perché mi duole il fatto che la lotta per le libertà dei cittadini, di cui il Parlamento dovrebbe farsi paladino, sia mutevole e incoerente.

Quando all’ordine del giorno vi è l’introduzione degli autoscanner o l’accordo SWIFT con gli Stati Uniti, i fieri difensori delle libertà individuali fanno sentire la loro voce, anche se significa creare tensione diplomatica.

Quando invece si tratta della protezione dei dati bancari, il bene improvvisamente diventa male.

Lo scambio automatico senza restrizioni, che costituisce la base delle relazioni Alvarez e Dominici, è il dispositivo che ti radiografa a ogni movimento; è l’accordo SWIFT su scala ancora più vasta.

Questa incoerenza non è giustificabile neanche in nome dell’efficienza.

Lo scambio automatico di tutti i dati su ogni non residente in Europa sfocerà in un flusso di dati ingestibile. Il precedente nel campo della tassazione dei risparmi dovrebbe far suonare un campanello di allarme.

Ai miei colleghi preoccupati dall’eccesso di burocrazia che questo costrutto potrebbe comportare rispondo che l’unica soluzione consiste nell’opporsi a esso sin dal principio, anziché poi sorprendersi delle sue disastrose conseguenze.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) Sin dalla precedente legislazione, che ha reso prioritaria per l’Unione europea la lotta alla frode e all’evasione fiscale, in tale ambito sono state adottate diverse proposte legislative. La cooperazione amministrativa nel campo della fiscalità è una parte fondamentale della strategia comune per combattere la frode e l’evasione fiscale. La lotta efficace contro la frode e l’evasione fiscale ha avuto un impatto notevole sui bilanci nazionali e la perdita di entrate notevoli per la spesa pubblica in generale, specialmente nel campo della sanità, dell’istruzione e della ricerca.

La frode e l’evasione fiscale violano il principio della parità di trattamento fiscale a discapito di cittadini e imprese che assolvono i propri obblighi in tale ambito, distorcendo la concorrenza, per cui minando il corretto funzionamento dei mercati. In quest’epoca di crisi è tanto più importante per noi ricorrere a tutti i metodi a nostra disposizione per combattere la frode e l’evasione fiscale allo scopo di far fronte ai costi eccezionali che derivano dalla necessità di porre rimedio agli effetti della crisi e ridurre il più possibile i considerevoli disavanzi di bilancio.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – L’importanza della proposta risiede nelle gravi conseguenze che la frode fiscale nell’UE (stimata superiore al 2% del PIL) ha sui bilanci degli Stati membri, sul principio di giustizia fiscale, che ne risulta indebolito, e sul funzionamento dei mercati, a causa di una distorsione della concorrenza.

La proposta presentata dalla Commissione costituisce un passo importante per disporre di strumenti più efficaci di cooperazione per la lotta contro la frode e l’evasione fiscale su scala europea. La direttiva proposta comporta un balzo sia quantitativo che qualitativo: quantitativo perché stabilisce nuovi obblighi, qualitativo perché amplia e precisa gli obblighi già esistenti.

Si concorda con l’inclusione di tutti i tipi di imposte dirette e indirette, fatta eccezione per l’IVA e per le accise, introducendo lo scambio automatico di informazioni tra amministrazioni fiscali al posto dello scambio su richiesta.

La proposta permetterà di disporre di strumenti più efficaci di cooperazione contro la frode e l’evasione fiscale, creando un sistema affidabile, di facile utilizzo ed efficace. Questo costituisce un contributo per un’adeguata integrazione fiscale imprescindibile al progetto europeo e un ulteriore passo verso una reale armonizzazione delle politiche fiscali.

 
  
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  Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) Come il gruppo GUE/NGL ho votato a favore di questa relazione volta a intensificare la lotta alla frode e all’evasione fiscale perché tale lotta è importante nel contesto di crisi economica in cui i nostri Stati membri stanno vivendo. Affrontare tali temi ci sembra prioritario alla luce della crisi economica in cui versano gli Stati membri in un momento in cui il rigore di bilancio grava ancora più pesantemente sugli Stati più piccoli.

Secondo alcune stime, la frode fiscale ammonterebbe a 200 miliardi di euro, ossia il 2 per cento del PIL e il doppio delle somme stanziate dall’Unione per il cosiddetto piano europeo di ripresa economica.

Inoltre, la relazione del Parlamento introduce la necessità di migliorare la protezione dei dati, principio importante visto che si parla di scambio di dati e informazioni.

Come la relazione, eserciteremo pressioni sulla Commissione e il Consiglio affinché spieghino al Parlamento in che maniera si è tenuto conto della sua posizione e quali progressi sono stati compiuti in materia di cooperazione tra Stati membri nella lotta alla frode e all’evasione fiscale.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. – (FR) Lo scopo della direttiva è migliorare la cooperazione amministrativa nel campo della tassazione. Ora più che mai abbiamo bisogno di aiutarci reciprocamente in tale ambito. La mobilità dei contribuenti, il numero di transazioni transfrontaliere e la globalizzazione degli strumenti finanziari si sono notevolmente evoluti. E’ difficile per gli Stati membri valutare in maniera corretta l’ammontare di tasse e tributi. Questa difficoltà crescente sta avendo ripercussioni sul funzionamento dei sistemi fiscali e comportando una doppia tassazione che incoraggia la frode e l’evasione fiscale, mentre il controllo è sempre nelle mani delle autorità nazionali. Ciò sta mettendo a repentaglio il funzionamento regolare del mercato interno. Lo scambio automatico di informazioni tra Stati membri sarebbe obbligatorio per compensi di amministratori, dividendi, plusvalenze, royalty, prodotti nel ramo assicurazione vita non coperti da altri strumenti giuridici comunitari riguardanti lo scambio di informazioni e misure analoghe, oltre che pensioni, proprietà immobiliari e redditi che ne risultano. Per migliorare lo scambio di informazioni tra le varie autorità nazionali, si propone anche di introdurre il monitoraggio dei casi in cui gli Stati membri si sono rifiutati di fornire informazioni o svolgere inchieste amministrative. Tutti questi provvedimenti contribuiscono a combattere la frode fiscale, ragion per cui ho votato a favore della risoluzione legislativa.

 
  
  

Relazione Stolojan (A7-0002/2010)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) E’ singolare che la Commissione europea riconosca che “le disposizioni in materia di libertà di circolazione contenute nel trattato dell’Unione europea rendono difficile agli Stati membri chiedere garanzie per il pagamento delle tasse dovute sul loro territorio”.

Non è quindi il caso di osservare che, anziché adottare ripetutamente norme che poi si dimostrano “insufficienti”, alla luce degli “scarsi risultati finora ottenuti” sarebbe più semplice affrontare il problema alla radice, e cambiare le norme relative alla libertà di circolazione?

Nutriamo comunque dubbi sull’attuazione della proposta che afferma: “il campo di applicazione dell’assistenza reciproca in materia di recupero andrebbe esteso ad altre imposte e dazi, oltre a quelli già contemplati ora, poiché il mancato pagamento di qualsiasi tipo di imposta o dazio incide sull’adeguato funzionamento del mercato interno. Il campo di applicazione andrebbe esteso anche ai contributi previdenziali obbligatori”.

Non concordiamo con la proposta di concedere ai funzionari di uno Stato membro l’autorità di agire nel territorio di altri Stati membri, e riteniamo perciò che il suggerimento del Parlamento – di limitare l’applicazione ai casi in cui vi sia accordo tra gli Stati membri – costituisca perlomeno l’approccio corretto.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) La maggior mobilità di persone e capitali è uno dei principi su cui si fonda l’Unione europea, e ha costituito un lusinghiero e importante successo; essa però comporta alcuni svantaggi, tra cui le più vaste possibilità di evitare il pagamento di imposte e dazi, che si offrono a chi voglia frodare il fisco. I sistemi di assistenza reciproca oggi in vigore si sono dimostrati chiaramente insufficienti, e il voto odierno dovrebbe introdurre in questo settore gli indispensabili miglioramenti.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. (RO) Per quanto riguarda il recupero dei crediti risultanti da dazi e imposte, la situazione nell’Unione europea è tutt’altro che rosea. Le statistiche ci informano che il tasso globale di recupero si colloca appena al 5 per cento. Per migliorare l’efficacia delle attività di recupero dei crediti, occorre una cooperazione più stretta a livello degli Stati membri. Alla luce di tali considerazioni, ho votato a favore della proposta sull’assistenza reciproca in questo settore. Mi auguro che riusciremo davvero a eliminare i punti deboli delle misure esistenti, che hanno provocato mancanza di trasparenza e di coordinamento tra gli Stati nonché ingiustificati ritardi nel processo di recupero.

La nuova direttiva si propone di definire più chiaramente le norme sulla cui base le autorità degli Stati membri forniscono l’assistenza, insieme ai diritti e ai doveri delle parti interessate. Verranno elaborati titoli standard per agevolare l’adozione di misure esecutive o cautelari, al fine di evitare i problemi legati al riconoscimento o alla traduzione degli strumenti emanati da altre autorità. La Commissione promuoverà una proficua cooperazione fra gli Stati membri e assicurerà un monitoraggio permanente delle eventuali denunce relative alla carenza di scambio di informazioni o di assistenza.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Il crescente numero di richieste, presentate dagli Stati membri, per l’assistenza in materia di recupero dei crediti risultanti da alcune imposte, cui si aggiunge la scarsa efficienza nella raccolta dei crediti stessi (ferma appena al 5 per cento) dimostra la necessità di emendare la direttiva del Consiglio 1976/308/CEE. Questa risoluzione è indispensabile per risolvere i problemi di lentezza, disparità e mancanza di coordinamento e di trasparenza.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. L'attuale sistema di recupero dei crediti risultanti da dazi, imposte e altre misure è contraddistinto da lentezza, disparità e mancanza di coordinamento e di trasparenza. È necessaria pertanto un'azione a livello comunitario per potenziare e migliorare l'assistenza in materia di recupero tra gli Stati membri.

In questo senso, la proposta offre titoli uniformi per l'adozione di misure esecutive o cautelari, al fine di evitare i problemi legati al riconoscimento e alla traduzione degli strumenti emanati da altri Stati membri, e un modulo standard per la notifica dei documenti relativi ai crediti nel territorio di un altro Stato membro.

L'introduzione di un modulo standard uniforme per la notifica degli atti e delle decisioni relativi al credito risolverà i problemi di riconoscimento e di traduzione degli strumenti emanati da un altro Stato membro. Questo strumento sarà fondamentale per lo sviluppo del commercio intracomunitario e per il rafforzamento del mercato interno.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. (FR) La direttiva del Consiglio si prefigge una radicale revisione del funzionamento dell’assistenza reciproca per il recupero dei crediti risultanti da dazi, imposte e altre misure. Le disposizioni nazionali per il recupero si applicano solo entro il territorio di ciascuno Stato membro; le autorità amministrative non sono in grado di recuperare direttamente dazi e imposte al di fuori del proprio Stato membro. Contemporaneamente, la mobilità dei capitali e delle persone aumenta, e chi vuole frodare il fisco sfrutta le limitazioni territoriali delle competenze delle autorità nazionali per organizzare la propria insolvenza nei paesi in cui ha accumulato debiti fiscali. Le prime disposizioni in materia di assistenza reciproca per il recupero furono inserite nella direttiva 76/308/CEE (consolidata nella direttiva 2008/55/CE) sull’assistenza reciproca per il recupero di crediti derivanti da prelievi, dazi, imposte ed altre misure. Questo strumento si è però dimostrato inadeguato a rispondere ai cambiamenti registratisi nel mercato interno nel corso degli ultimi trent’anni. E’ quindi necessario abrogare la direttiva vigente e mettere a punto un sistema perfezionato di assistenza per il recupero nel mercato interno, che assicuri procedure rapide, efficaci e uniformi in tutta l’Unione europea. Ecco i motivi per cui ho votato a favore di questa risoluzione.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0072/2010

 
  
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  John Stuart Agnew, David Campbell Bannerman, Derek Roland Clark e William (The Earl of) Dartmouth (EFD), per iscritto. (EN) Lo United Kingdom Independence Party sostiene senza riserve l’opera di soccorso, ed è angosciato per le terribili perdite di vite umane e la tragica situazione delle popolazioni colpite dalla catastrofe, ma non possiamo legittimare l’azione dell’Unione europea, che spende centinaia di milioni di denaro dei contribuenti e nutre l’ambizione militaristica e diplomatica di intervenire nella crisi aggirando la responsabilità democratica degli Stati nazionali.

Incoraggiamo naturalmente governi e singole persone a offrire aiuti in natura e in denaro per soccorrere le popolazioni colpite e ricostruire il paese. Tuttavia, quest’opera va compiuta in trasparenza insieme all’opinione pubblica, e non si può affidare ai segreti maneggi di burocrati privi di legittimazione elettorale ma gonfi di ambizioni di grandeur internazionale.

 
  
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  Liam Aylward (ALDE), per iscritto.(GA) Ho votato a favore di questa risoluzione e degli aiuti finanziari che l’Unione europea fornirà per il sostegno a lungo termine, il quale verrà gestito congiuntamente con le autorità locali e la popolazione haitiana. Tale denaro si deve utilizzare per affrontare le cause fondamentali della povertà a Haiti, aiutare il paese a rafforzare la propria struttura democratica e a costruire un’economia sostenibile.

Recentemente le condizioni a Haiti sono migliorate, grazie al cielo, e gli aiuti umanitari vengono distribuiti con metodi efficaci e in ordine di priorità; tale risultato si deve alla cooperazione e al coordinamento delle organizzazioni internazionali, delle organizzazioni non governative e della popolazione di Haiti, che hanno unito i loro sforzi.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) La situazione di Haiti costituisce un’importante prova di solidarietà sia per l’Unione europea che per l’intera comunità internazionale. Il prossimo vertice dell’Unione deve offrire una soluzione decisiva, ben coordinata e univoca, tale da soddisfare le necessità che si registrano oggi a Haiti in fatto di ricostruzione e di aiuti, in conseguenza di una delle peggiori calamità naturali della storia moderna. Occorre dare risposta all’appello elevato dal Parlamento europeo e alla richiesta fatta alla Commissione europea, di presentare una proposta specifica per l’istituzione di una forza di protezione civile che sia in grado di reagire rapidamente nel caso di una calamità naturale in qualsiasi parte del mondo.

La lezione di Haiti non va dimenticata, e in questo caso l’Unione europea deve dimostrare non solo di conoscere il significato della parola “solidarietà”, ma anche di essere un’istituzione adattabile e flessibile, capace di far tesoro anche di un’esperienza tragica come quella attuale. L’UE dispone di tutti i dati e gli strumenti per partecipare alla ricostruzione a lungo termine di Haiti. Occorre coordinare la nostra azione con quella degli Stati Uniti e del Canada, in modo che l’intera comunità internazionale possa parlare con una voce sola. Il popolo di Haiti, così gravemente provato dalla storia e dalla natura, deve ricevere dalla comunità internazionale gli strumenti necessari per risollevarsi con le proprie mani dalla sua drammatica situazione.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Registro con soddisfazione l’impegno assunto dall’Unione europea per l’invio di aiuti al popolo di Haiti dopo il terremoto che ha colpito quel paese in gennaio. Già prima del terremoto, più del 70 per cento della popolazione haitiana viveva al di sotto della soglia di povertà, mentre il debito estero del paese ammontava a 890 milioni di dollari statunitensi. La comunità internazionale ha ora il dovere di contribuire all’elaborazione di una strategia di ricostruzione per il paese, che sia sostenibile a breve, medio e lungo termine.

Ci troviamo in un momento cruciale, per quanto riguarda il coordinamento dell’opera di ricostruzione fra donatori internazionali di aiuti, autorità haitiane e società civile; apprezzo quindi la decisione, recentemente presa dal G7, di cancellare i debiti di Haiti, compresi quelli contratti con istituzioni di credito multilaterali. E’ essenziale aiutare questo paese a riprendersi dal terremoto, ma la comunità internazionale deve anche cogliere quest’opportunità per risolvere il problema delle disuguaglianze economiche, sociali e politiche che affliggono Haiti.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) Il terremoto che ha colpito l’isola di Haiti il 12 gennaio 2010, uccidendo migliaia di persone, provocando devastazioni terribili e gettando il paese nel caos, ci impone di offrire al popolo di Haiti una solidarietà senza riserve. Ho avuto il piacere e l’onore di contribuire all’elaborazione di questa risoluzione del Parlamento. Desidero in primo luogo porgere i miei più sinceri ringraziamenti a quei professionisti il cui generoso e tempestivo intervento – effettuato tramite il Centro di monitoraggio e informazione – ha contribuito a salvare vite umane e ad alleviare le necessità più urgenti in fatto di assistenza sanitaria, risorse idriche, igiene, indumenti, e così via. Ciò ha dimostrato che l’investimento richiesto dal Parlamento nel corso degli anni può avere un positivo impatto pratico.

D’altra parte, come dopo lo tsunami che ha colpito l’Asia, dobbiamo imparare da quanto è avvenuto. Facendo seguito alla relazione Barnier del 2006, la Commissione europea deve presentare al più presto misure legislative per la creazione di una forza di protezione civile dell’Unione europea, unica, indipendente e permanente, in grado di svolgere missioni di soccorso e assicurare un approccio integrato alle fasi degli aiuti d’emergenza, del risanamento e della ricostruzione. Desidero infine ringraziare gli Stati membri, le ONG e la società civile per tutti gli aiuti umanitari che hanno fornito.

 
  
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  Lara Comi (PPE), per iscritto. Il terremoto che ha devastato Haiti il 12 gennaio scorso, provocando 200.000 morti e circa 250.000 feriti, richiama gli Stati membri dell'Unione europea e tutta la Comunità internazionale a un concreto e comune impegno per la ricostruzione del paese.

Tale coordinamento si è dimostrato efficace nell'immediato e ha visto lo stanziamento in via preliminare di somme consistenti da parte della Commissione europea e dei singoli Stati membri. Ritengo di fondamentale importanza impostare lo sforzo comune affinché la ricostruzione sia sostenibile nel medio e lungo periodo e affinché la popolazione di Haiti sia il principale beneficiario di tale impegno.

Mi unisco all'appello delle organizzazioni umanitarie internazionali affinché l'enorme numero di bambini rimasti orfani a seguito del sisma non diventino vittima di trafficanti di esseri umani. Ritengo pertanto necessario un piano per supervisionare tale emergenza assicurando che i bisogni primari delle fasce più deboli della popolazione siano al primo posto tra le priorità di Europa e Stati Uniti.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sul terremoto a Haiti, che ha provocato 200 000 morti e 250 000 feriti. Esprimo sentite condoglianze e viva solidarietà al popolo di Haiti e di altre nazioni, al personale delle organizzazioni internazionali – comprese le Nazioni Unite e la Commissione europea – e alle famiglie delle vittime di questa tragedia. Vorrei sottolineare il duro lavoro compiuto da alcuni Stati membri dell’Unione europea attraverso il meccanismo di protezione civile dell’Unione e con il coordinamento del Centro di monitoraggio e informazione. Sono anche favorevole alla proposta di valutare la risposta europea alla crisi umanitaria di Haiti, in modo che la Commissione europea possa presentare proposte che migliorino la capacità dell’Unione di rispondere rapidamente a future calamità.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto.(PT) Il 12 gennaio 2010 resterà nella storia di Haiti come uno dei giorni più spaventosi che quella nazione abbia mai vissuto. Un popolo e un paese già oppressi dalla povertà e dal sottosviluppo sono stati improvvisamente devastati da una calamità naturale di micidiale crudeltà e di impressionanti dimensioni.

Le decine di migliaia di vittime, registrate da statistiche già superate nel momento stesso in cui comparivano, e la disperata angoscia dello sguardo di chi aveva perso tutto sono motivi più che sufficienti per giustificare la mobilitazione della comunità internazionale e della società civile in tutto il mondo; rivolgo il mio elogio a quest’operato. Tale ondata di solidarietà nobilita chi vi ha partecipato, ma sarà indispensabile continuare gli aiuti anche in futuro, quando gli occhi del mondo si rivolgeranno a un altro paese.

Nonostante gli sforzi internazionali, il paese si potrà ricostruire solo se i responsabili e i cittadini stessi saranno capaci di mettersi alla guida del processo e di assumersi le rispettive responsabilità.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La tragedia che ha colpito Haiti, a causa del terremoto del 12 gennaio di quest’anno, ha posto alla solidarietà che lega popoli e nazioni una sfida di nuovo tipo. In virtù della sua identità storica e culturale, oltre che della sua importanza nell’economia globale, l’Unione europea deve fungere da esempio, incoraggiando l’invio di aiuti al popolo haitiano e la ricostruzione di uno dei paesi più poveri della terra. Dobbiamo urgentemente preparare la strada all’impiego di strumenti finanziari e logistici che riducano al minimo le sofferenze delle vittime della catastrofe, e assicurino poi alla popolazione il rapido ripristino delle condizioni di vita essenziali. Nel frattempo, occorre però valutare e garantire preliminarmente le condizioni atte a promuovere lo sviluppo sostenibile del paese, per debellare la situazione di povertà estrema che affligge un vastissimo numero di haitiani. Oltre agli incentivi in favore di un’agricoltura remunerativa, dell’industrializzazione e di un ciclo di sviluppo sostenibile per la commercializzazione dei prodotti, ritengo essenziale promuovere una vigorosa strategia di valorizzazione ambientale, in quanto Haiti costituisce un evidente e drammatico esempio dei terribili effetti che il cambiamento climatico può comportare per l’umanità. Di conseguenza ho votato a favore.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Di fronte alle spaventose scene di totale distruzione che ci giungono da Haiti, è indispensabile offrire una solidarietà tempestiva, sincera ed efficace che giovi ad alleviare le sofferenze del popolo haitiano. Contemporaneamente, occorre respingere e condannare qualsiasi tentativo di sfruttare la tragedia del popolo haitiano con l’occupazione militare del paese, e difendere inequivocabilmente la sovranità e l’indipendenza di Haiti; ma nel documento in esame manca qualsiasi accenno in questo senso. E’ deplorevole che questa risoluzione giunga in forte ritardo rispetto alle dichiarazioni di alcuni capi di Stato e funzionari delle Nazioni Unite, relative allo spiegamento di decine di migliaia di militari statunitensi nel paese. Haiti e il suo popolo hanno bisogno di vigili del fuoco, medici, ospedali e di generi di prima necessità.

La risposta dell’Unione europea – che riscuote l’apprezzamento della risoluzione – è consistita nella “decisione del Consiglio di inviare 350 agenti della polizia militare”. Vale la pena di ricordare la tempestiva assistenza fornita a Haiti da paesi come Cuba, che ha prontamente inviato 400 medici, salvando vite umane e scongiurando epidemie, costruendo infrastrutture mediche e distribuendo generi di prima necessità, oppure il Venezuela, che ha offerto la riduzione del debito e fornito combustibili.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Riteniamo che in questo momento la cosa più importante sia fornire tutti gli aiuti umanitari, la cooperazione e il sostegno alla ricostruzione che il popolo di Haiti merita per la sua dignità e il suo coraggio. Purtroppo si è sprecato troppo tempo per la protezione e non tutto è andato nel modo migliore. Abbiamo già denunciato il fatto che alcune entità, e in particolare gli Stati Uniti, si siano preoccupate assai più di rafforzare la propria presenza militare nel paese che delle condizioni della popolazione haitiana.

Ci rammarichiamo che la risoluzione approvata non difenda Haiti e il suo popolo con sufficiente decisione. Un buon punto di partenza sarebbe stata la denuncia di qualsiasi persona o paese che cerchi di sfruttare questa tragedia per tornare al neocolonialismo. Dietro il dispiegamento di migliaia di soldati nordamericani in armi sembra di scorgere proprio una tendenza del genere, benché la maggioranza della popolazione versi in condizioni di povertà, vittima dello sfruttamento delle multinazionali e dell’interferenza di entità esterne, tra cui soprattutto gli Stati Uniti.

Continueremo a esprime la nostra sincera solidarietà al popolo di Haiti.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Ho sostenuto questa risoluzione per sottolineare il vasto sforzo di solidarietà che l’Unione europea deve attuare per soccorrere questo paese, così crudelmente devastato poco meno di un mese fa. Dopo la fase dell’emergenza, occorre articolare un’assistenza di lungo periodo, soprattutto a favore delle persone più vulnerabili e delle strutture governative, che oggi non possono fare altro che trasferire la propria autorità alle forze statunitensi. Infine, l’Europa deve imparare da queste tragedie, per riuscire a rispondervi, in futuro, in maniera più rapida ed efficiente, assicurando aiuti umanitari ottimali alla popolazioni che più ne hanno bisogno.

 
  
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  Richard Howitt (S&D), per iscritto. (EN) I deputati laburisti al Parlamento europeo esprimono la più profonda solidarietà a tutti gli abitanti di Haiti la cui vita è rimasta sconvolta da questo spaventoso terremoto, e sostengono senza riserve l’attività internazionale di soccorso. Abbiamo appoggiato questa risoluzione per segnalare con forza che il Parlamento europeo e gli europarlamentari laburisti stanno, insieme, a fianco della popolazione haitiana nell’opera di lungo periodo, necessaria per ricostruire le infrastrutture, le comunità e le singole vite umane spezzate e sconvolte dalla catastrofe. Apprezziamo particolarmente il fatto che questa risoluzione metta in rilievo la decisione, presa dal Regno Unito e dagli altri paesi del G7, di rinunciare alla propria parte del debito internazionale di Haiti, e inviti gli altri paesi a fare altrettanto.

Non concordiamo però con il paragrafo 24 della risoluzione, in quanto riteniamo che qualsiasi proposta tesa a migliorare la risposta dell’Unione europea alle calamità vada effettuata nel quadro di una consultazione e di una deliberazione complete e meditate, non nell’immediata scia di una tragedia umanitaria, sia pure spaventosa come questa. In particolare, questo paragrafo pregiudica gli accordi volontari già sottoscritti dagli Stati membri dell’Unione; inoltre, non è opportuno sottovalutare le capacità di risposta nazionali, soprattutto se pensiamo che l’unità permanente di risposta del Regno Unito è entrata in azione nel giro di un’ora, dopo il terremoto che ha sconvolto Haiti.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Nelle ultime settimane, abbiamo tutti visto le terribili sequenze filmate del disastro che si è abbattuto sul popolo haitiano. Come sempre avviene nel caso di gravi calamità naturali, l’attenzione della stampa e degli altri media è effimera, e i titoli vengono ben presto dedicati ad altri argomenti. Non sarebbe però accettabile che i leader politici si dimostrassero altrettanto volubili, e bene ha fatto il nostro Parlamento a cercare di mantenere questa catastrofe tra i punti più importanti del proprio ordine del giorno. La risoluzione constata la valida opera svolta finora sia dalle Istituzioni comunitarie che dagli organismi interni agli Stati membri, e c’è da auspicare che l’alto rappresentante dell’Unione prenda buona nota dei punti specifici che il Parlamento ha messo oggi in rilievo.

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE), per iscritto. (EN) Secondo le autorità haitiane, il terremoto ha provocato in totale più di 230 000 vittime; siamo quindi di fronte a una catastrofe ancor più grave dello tsunami che ha colpito l’Asia nel 2004. Dopo la fase degli aiuti di emergenza, la nostra attenzione deve ora gradualmente rivolgersi allo sviluppo a lungo termine di Haiti che, essendo uno dei paesi più poveri del mondo, era del tutto impreparata a far fronte a una calamità di queste dimensioni. Apprezzo vivamente gli impegni assunti recentemente per la riduzione del debito di Haiti, ed esorto tutti i paesi donatori a contribuire a una ricostruzione sostenibile a lungo termine. Infine, alcuni colleghi sono rimasti perplessi per la decisione della baronessa Ashton di non visitare Haiti immediatamente dopo il terremoto. Tali critiche si possono considerare fondate se si ritiene che tale visita avrebbe potuto produrre risultati utili per gli haitiani; se invece si pensa che tutto si sarebbe risolto in una manifestazione propagandistica per dimostrare la presenza dell’Unione europea, allora dobbiamo concludere che la decisione della baronessa è stata assolutamente corretta.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE), per iscritto. (FI) Signor Presidente, ho votato a favore della risoluzione su Haiti. Il terremoto abbattutosi su quel paese ha provocato sofferenze umane immense: i morti e i feriti si contano a centinaia di migliaia, mentre Port-au-Prince è quasi completamente distrutta. Secondo le stime, il numero di coloro che hanno bisogno di assistenza esterna oscilla fra i due e i tre milioni.

Ai parenti delle vittime va la solidarietà dei cittadini europei, ma ora è indispensabile agire. Sono ovviamente essenziali i tempestivi impegni assunti su vasta scala dall’Unione europea nel settore dell’assistenza. La tardiva reazione della nuova amministrazione degli affari esteri ha suscitato un giustificato sconcerto. E’ ovvio che in futuro l’alto rappresentante dell’Unione europea avrà la responsabilità di garantire una risposta più rapida e coordinata da parte dell’UE stessa. Haiti avrà bisogno di aiuti per molto tempo ancora; le sue ferite hanno bisogno di cure, e le sue case vanno ricostruite una per una.

Secondo il filosofo Ludwig Wittgenstein non esiste sofferenza tanto grande, che una singola persona non possa sopportare. Ritengo che egli intendesse esprimere all’incirca il concetto seguente: non esiste nel mondo unità di coscienza più vasta della coscienza di un singolo individuo. Il dolore non si può sommare; non esiste una coscienza collettiva che subisca una sofferenza maggiore di una singola coscienza. La sofferenza delle masse è sempre la sofferenza della singola persona; ma proprio da qui sgorga la speranza. Madre Teresa ha detto, sembra, che se avesse considerato le masse non avrebbe mai ottenuto alcun risultato. Se riesco ad aiutare una persona, avrò aiutato la più vasta unità possibile: il mondo intero di una persona.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. (RO) A mio avviso l’Unione europea deve promuovere un miglior coordinamento e un intervento di profilo più elevato nell’attività di sostegno allo Stato haitiano. In questo momento, le difficoltà più impegnative sono costituite dalle strozzature logistiche (la limitata capacità dell’aeroporto di Port-au-Prince per gli atterraggi e lo scarico di beni), e dalla necessità di trovare una soluzione al problema dei senzatetto, soprattutto in previsione dell’imminente stagione delle piogge.

Dobbiamo pensare al futuro e individuare metodi che ci consentano di agire con più rapida efficienza in situazioni analoghe. Ho sostenuto questa risoluzione perché essa chiede al Commissario responsabile per la cooperazione internazionale, l’aiuto umanitario e la risposta alle crisi di svolgere un ruolo di primissimo piano nel coordinare la risposta alla crisi dell’Unione europea, avvalendosi delle competenze create dal trattato di Lisbona per coordinare la risposta dell’Unione europea alle future crisi.

E’ poi di fondamentale importanza che la Commissione europea presenti al Parlamento, quanto prima possibile, proposte sulla creazione di una forza di protezione civile europea, basata sul meccanismo di protezione civile dell’UE. In tal modo l’Unione potrà riunire mezzi appropriati per organizzare nel giro delle 24 ore successive a una catastrofe un primo aiuto umanitario d’urgenza.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Lo spaventoso terremoto che il mese scorso ha devastato Haiti ha provocato danni enormi, e l’opera globale di soccorso dovrà comportare un vasto impegno a lungo termine. Sono lieto che l’Unione europea abbia risposto rapidamente, stanziando finora 196 milioni di euro per l’assistenza. Sostengo la risoluzione, che invita l’Unione europea a effettuare un efficace e coordinato sforzo umanitario, che garantisca a Haiti assistenza a lungo termine e ricostruzione.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Il terremoto che ha colpito Haiti il 12 gennaio 2010 non ha solo mietuto un immenso numero di vittime; esso incide ancora sulla vita quotidiana di circa tre milioni di persone che hanno disperato bisogno di aiuti umanitari. Il ruolo della politica estera dell’Unione europea è stato chiarito, e i valori che l’Unione europea cerca di promuovere mirano fra l’altro a contribuire alla pace e alla sicurezza nel mondo, nonché alla protezione dei diritti umani. Dobbiamo quindi registrare con soddisfazione tutti gli sforzi compiuti dagli Stati membri per aiutare quel paese a emergere da questa sciagura con le caratteristiche di una democrazia completamente funzionante e con un’economia in grado di sostentare la popolazione. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che il popolo haitiano deve sempre rappresentare, insieme al governo del paese, parte integrante del processo complessivo di ricostruzione.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Nel voto sulla risoluzione RC-B7-0072/2010 concernente Haiti mi sono astenuto, poiché stimo urgente inviare nella regione professionisti civili come medici, architetti e vigili del fuoco, non reparti militari. Haiti potrà raggiungere l’indispensabile stabilità politica, economica e sociale solo se la libertà del paese verrà protetta dalle interferenze straniere. Le istituzioni finanziarie come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, nonché i partner commerciali di Haiti, devono immediatamente cancellare il debito estero del paese.

Inoltre, sostengo le misure adottate dai paesi dell’Alternativa bolivariana per le Americhe (aiuti finanziari tramite il Fondo umanitario, sostegno energetico e promozione di iniziative produttive e agricole) che dimostrano la fraterna solidarietà esistente fra i diversi paesi. Astenendomi, ho voluto sottolineare il fatto che la ricostruzione di Haiti non si può compiere militarizzando gli aiuti, ma piuttosto eliminando i meccanismi che hanno causato la povertà di fondo che affligge il paese; penso per esempio al debito estero, di cui ho chiesto la cancellazione.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Già prima del terremoto Haiti era un paese povero in cui più di due milioni di persone versavano in condizioni di insicurezza alimentare e centinaia di migliaia di orfani popolavano gli orfanotrofi o addirittura le strade. Per la popolazione di Haiti è naturalmente importante la ricostruzione a lungo termine di infrastrutture e istituzioni dello Stato; ma non dobbiamo dimenticare che la distribuzione degli aiuti non procede senza intoppi, e che molte donne e molti bambini si trovano in una situazione di vulnerabilità estrema. In questo caso dobbiamo agire con cautela. La proposta di risoluzione sembra affrontare correttamente la maggioranza di questi problemi, e quindi ho votato a favore.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto. (PL) Il terremoto che ha colpito Haiti nel gennaio di quest’anno è una delle più gravi catastrofi umanitarie del ventunesimo secolo. Le dimensioni della calamità sono aggravate dal fatto che l’azione distruttiva del sisma si è abbattuta su uno dei paesi più poveri del pianeta. La tragedia ha attirato su Haiti gli sguardi del mondo intero. Gli aiuti umanitari non devono fermarsi alla ricostruzione dell’isola, ma devono estendersi alla ristrutturazione dei rapporti sociali vigenti nel paese, in uno spirito di rispetto per la dignità umana e la giustizia sociale. A tale scopo, è essenziale non solo concedere aiuti a fondo perduto a Haiti, ma anche assicurare al paese e all’intera società haitiana la possibilità di riprendere la propria vita su basi interamente nuove.

Mi unisco perciò all’invito a cancellare il debito internazionale di Haiti. Mi oppongo inoltre alle soluzioni da cui, come risultato degli “aiuti”, possa scaturire un incremento del debito di Haiti. Tenendo conto di tutti questi elementi, ho deciso di votare a favore della proposta di risoluzione comune del Parlamento europeo sul recente terremoto di Haiti.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. Ho votato a favore della proposta di risoluzione comune sul recente terremoto ad Haiti.

In particolare, concordo con quanto affermato nei paragrafi 4, 8 e 9, soprattutto nelle parti in cui si chiede che l'UE si occupi, a titolo prioritario, dell'assistenza agli sforzi di ricostruzione e al miglioramento della situazione umanitaria, con particolare attenzione ai gruppi vulnerabili, come donne e bambini, e dell'offerta di riparo, strutture mediche, assistenza logistica e prodotti alimentari; si invitano tutti gli Stati membri a prepararsi a rispondere a ulteriori richieste di assistenza da parte delle Nazioni Unite; si plaude all'impegno preliminarmente assunto dalla Commissione di stanziare 30 milioni di euro in aiuti umanitari; si accoglie con favore la decisione da parte dei paesi del G7 di cancellare il debito internazionale di Haiti e si invita inoltre il Fondo monetario internazionale a cancellare completamente il debito in sospeso del paese; e si sottolinea che qualsiasi tipo di assistenza di emergenza post-sismica deve essere fornita sotto forma di sovvenzioni e non di prestiti che generano un debito.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. (FR) In caso di calamità naturale, gli aiuti umanitari devono giungere senza il minimo indugio. A Haiti, solo gli Stati Uniti sono stati in grado di fornire aiuti umanitari efficaci non intralciati da ritardi burocratici. E’ chiaro inoltre che le agenzie umanitarie più rapide ed efficienti sono quelle regolarmente condannate dalle risoluzioni della nostra illustre Assemblea: la Chiesa cattolica e le iniziative umanitarie promosse dalle organizzazioni cristiane. In questa risoluzione, che sostengo senza riserve, il Parlamento invita la comunità internazionale a far sì che il popolo e il governo di Haiti siano i protagonisti del processo di ricostruzione, in modo da divenire poi padroni del proprio destino. I deputati del nostro Parlamento sostengono inoltre gli sforzi compiuti dall’Unione europea per promuovere la produzione alimentare locale, ripristinando le infrastrutture danneggiate e rendendo disponibile il materiale necessario (sementi, fertilizzanti e attrezzature) ai piccoli coltivatori, in particolare in vista della semina primaverile che inizierà in marzo, e rappresenta il 60 per cento della produzione alimentare nazionale. In questo momento, mentre la comunità internazionale investe nella costruzione di infrastrutture antisismiche, desidero ricordare che anche gli edifici religiosi sono stati colpiti, e che quindi i finanziamenti internazionali si devono destinare anche alla ricostruzione di chiese e seminari.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0078/2010

 
  
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  John Stuart Agnew, Andrew Henry William Brons, David Campbell Bannerman, Derek Roland Clark e William (The Earl of) Dartmouth (EFD), per iscritto.(EN) Lo United Kingdom Independence Party è gravemente preoccupato per la situazione in Iran e invita i governi di entrambi gli schieramenti a individuare una soluzione diplomatica, ma soprattutto pacifica, per la crisi politica e umanitaria che affligge attualmente quel paese. L’Unione europea non deve ingerirsi in questa vicenda, poiché ciò non farebbe che inasprire una situazione già tesa. Il fatto che a condurre i negoziati siano burocrati comunitari non responsabili nei confronti di nessuno, anziché rappresentanti politici eletti, produrrà un pessimo risultato sia per l’Iran che per il resto del mondo. I negoziati andrebbero intrapresi in collaborazione con altri governi nazionali, e non imposti dall’alto dall’Unione europea. Molti paesi vogliono rimanere neutrali – come per esempio l’Irlanda – e il fatto che l’Unione li rappresenti su questo problema indebolisce gravemente la legittimità democratica della loro politica.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questo documento con grande senso di responsabilità, nella speranza che la risoluzione possa dare i suoi frutti. Elogio lo sforzo unitario compito dai diversi gruppi politici rappresentati in Parlamento, che ha consentito alla nostra Assemblea – la casa della democrazia europea – di parlare con una voce sola, accentuando il robusto spirito pragmatico della risoluzione; quest’ultima indica all’Unione europea i metodi, le soluzioni e le misure specifiche per affrontare il regime iraniano. In tale contesto, ribadisco la necessità di: a) condannare decisamente le imprese che forniscono alle autorità iraniane la tecnologia e le attrezzature necessarie per le operazioni di censura e di sorveglianza, attività che dovrebbe essere vietata alle imprese europee; b) richiedere, o piuttosto esigere, il riconoscimento della necessità di rispettare la Convenzione di Vienna e le norme diplomatiche; c) introdurre sanzioni più estese contro organizzazioni e funzionari iraniani operanti all’estero e responsabili della repressione e della limitazione delle libertà in Iran, oltre che di quelli legati alla violazione degli impegni internazionali sottoscritti dall’Iran in campo nucleare; e d) nonostante tutto, promuovere un costante e ancor più profondo dialogo con l’Iran, specialmente con la società civile.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sulla situazione in Iran, in quanto mi preoccupano le continue violazioni dei diritti umani che vengono perpetrate in quel paese, soprattutto per quel che riguarda la libertà di associazione, espressione e informazione, e inoltre perché sostengo le aspirazioni democratiche del popolo iraniano.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto.(PT) Negli ultimi mesi dall’Iran ci sono giunte due notizie, e nessuna delle due, purtroppo, è confortante. In primo luogo, i progressi compiuti nelle attività di arricchimento dell’uranio a scopi nucleari, e in secondo luogo la repressione dell’ala moderata guidata da Mir Hossein Mousavi, che sta contestando i risultati delle recenti elezioni presidenziali. Questi due sviluppi, inquietanti di per sé, presi insieme divengono causa di timori ancor più gravi.

Che si può dire di questo paese così instabile, in cui un governo sempre più estremista imprigiona, tortura e uccide gli oppositori che protestano nelle strade, ma che contemporaneamente persegue un ambizioso piano di arricchimento dell’uranio per la produzione di energia nucleare?

Benché il regime fondamentalista degli ayatollah proclami la purezza delle sue intenzioni e dichiari che gli scopi del suo programma nucleare sono esclusivamente pacifici, la comunità internazionale non ne è convinta e considera, non ingiustificatamente, l’Iran come una minaccia sempre più grave.

Oltre a denunciare fin dall’inizio la brutale repressione che ha colpito gli esponenti moderati iraniani, l’Unione europea, i suoi alleati e gli altri attori internazionali devono lottare per rafforzare e inasprire le sanzioni contro Teheran e non escludere alcuna azione concertata per sventare questa minaccia.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Difendiamo la libertà di espressione e la democrazia, e siamo anche noi convinti della necessità di manifestare la nostra preoccupazione per gli sviluppi registrati in Iran negli ultimi mesi, e in particolare per la repressione delle masse popolari perpetrata dalle forze di sicurezza iraniane; il testo che ci è stato proposto, tuttavia, non offre il metodo migliore per risolvere questo problema.

A nostro parere, la doverosa manifestazione di preoccupazione per gli sviluppi della situazione non può ignorare la grave minaccia alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Iran, posta dall’escalation diplomatica e militare messa in atto dall’amministrazione statunitense, anche con la concentrazione di forze militari americane nella regione. Non dobbiamo dimenticare che anche questi elementi mettono a repentaglio i diritti del popolo iraniano e rappresentano un pericolo proprio per le forze che continuano a battersi per la democrazia, il progresso e la giustizia sociale in Iran. Il testo adottato però non fa parola di tutto questo.

Il diritto di decidere il futuro dell’Iran spetta esclusivamente al popolo iraniano e alle sue forze politiche e sociali. Alle organizzazioni democratiche e al popolo iraniano, che si battono per la giustizia sociale e il progresso del paese, va la nostra solidarietà.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Ho sostenuto la risoluzione che condanna l’atteggiamento dell’Iran, sia per quanto riguarda le intenzioni di quel paese in campo nucleare, sia pensando alle violazioni della libertà di espressione che quel popolo deve quotidianamente subire. E’ inaccettabile che le autorità iraniane ricorrano alla violenza contro i dimostranti, e altrettanto intollerabili sono la censura sulla stampa e gli ostacoli frapposti all’informazione.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) I disordini sociali cui attualmente assistiamo in Iran, la repressione sistematica della popolazione e degli oppositori, le restrizioni poste alla libertà di stampa e alla libertà di espressione, la mancata abolizione della pena di morte e la continuazione del programma nucleare contro la volontà della comunità internazionale destano acuta preoccupazione. E’ ancor più inquietante apprendere che, il mese scorso, l’Iran ha collaudato, con esito positivo, un nuovo missile a lunga gittata, che minaccia la sicurezza regionale e globale. La recente cancellazione della prevista visita della delegazione del Parlamento dimostra chiaramente, ancora una volta, che questo paese non è disposto a cooperare. Tutto questo ci induce a condannare le politiche perseguite dal governo iraniano.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Molti sono i paesi in cui la situazione della democrazia e dei diritti umani è assai preoccupante. L’Unione europea deve perseverare nello sforzo di mutare questo fosco quadro, ricorrendo ad appelli e a metodi analoghi. Le iniziative dell’Iran non devono sorprenderci, né possiamo stupirci se quel paese cerca di diventare una potenza nucleare; ciò è frutto, tra l’altro, anche della malaccorta politica degli Stati Uniti. La situazione si può disinnescare solo con gli strumenti della democrazia, ma in questa vicenda l’Unione europea non deve farsi strumentalizzare dagli Stati Uniti. La proposta di risoluzione constata che non sono stati compiuti progressi apprezzabili, e che il dialogo rappresenta l’unica soluzione. Sono d’accordo.

 
  
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  Sławomir Witold Nitras (PPE), per iscritto. (PL) Mi dichiaro favorevole a questa risoluzione, che intende manifestare con chiarezza la posizione dell’Unione europea sul rispetto dei fondamentali diritti umani in Iran. Come quasi tutti noi, sono indignato per il trattamento subito dall’opposizione iraniana: la condanna a morte di Mohammed Reza Alizamani e Arash Rahmani per la loro attività politica costituisce, a mio avviso, una violazione di tutti gli standard vigenti nel mondo moderno; mi rallegro che l’Unione europea stia assumendo in proposito una posizione nettissima. Contemporaneamente, mi rammarico che non ci sia stata una reazione altrettanto decisa quando una dimostrazione indetta dall’opposizione russa a Mosca e San Pietroburgo il 31 gennaio 2010 è stata impedita; ne sono stati anche arrestati i promotori, tra cui Oleg Orlov, direttore di Memorial, l’organizzazione che l’anno scorso ha ricevuto il premio Sacharov. Ritengo che l’alto rappresentante dell’Unione dovrebbe reagire a questa vicenda con dinamismo non minore di quello dimostrato nel caso dell’Iran, in armonia con le ferme critiche rivolte alle autorità russe dal presidente del Parlamento europeo, l’onorevole Buzek.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. (DE) E’ di estrema importanza riallacciare il dialogo con l’Iran; di conseguenza mi rammarico profondamente per il rinvio della visita della delegazione dell’Unione europea in quel paese, e mi auguro che essa possa venire programmata nuovamente al più presto possibile. Nella situazione attuale, in Iran il rispetto per la democrazia e i diritti umani è palesemente scarso; tuttavia, l’inasprimento delle sanzioni contro quel paese non sarebbe un approccio opportuno. Anche gli oppositori del governo iraniano sono contrari al varo di sanzioni più severe, che si ripercuoterebbero principalmente sulla popolazione del paese. A parte questo, l’Unione europea applica ancora una volta un duplice metro di giudizio; nel caso di importanti partner economici come la Cina o l’India, si affretta a chiudere gli occhi. Per tali motivi mi sono astenuto.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della proposta di risoluzione sull'Iran, in particolare dopo i recenti attacchi avvenuti anche ieri contro l'ambasciata italiana e francese.

È necessario, infatti, che l'Unione europea si faccia portavoce di una posizione chiara nei confronti del regime di Teheran. Le autorità iraniane hanno una responsabilità nel fomentare questo pericoloso clima di intolleranza e intimidazione verso alcuni paesi dell'Unione europea. L'assalto alle ambasciate è stato perpetrato da coloro che vogliono tarpare le ali della democrazia e sono contro la libertà.

Auspico che le Istituzioni europee prendano al più presto una posizione netta di condanna dell'accaduto e valutino misure diplomatiche da intraprendere nei confronti dell'Iran.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (ECR), per iscritto. (EN) Il gruppo dei Conservatori e Riformisti europei si è schierato a favore di una forte risoluzione sull’Iran; invochiamo una decisa azione internazionale nei confronti della crescente capacità nucleare dell’Iran. Ci rammarichiamo vivamente, perciò, che il Parlamento europeo non abbia colto l’occasione per unirsi agli appelli internazionali invocanti ulteriori sanzioni. E’ inoltre opportuno precisare che a Teheran, fortunatamente, non ci sono “ambasciate dell’Unione europea”; esistono invece ambasciate nazionali.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. (FR) La Repubblica islamica dell’Iran condanna con intransigente perseveranza i soprusi inflitti ai musulmani nelle varie parti del mondo; tuttavia, i mullah non intendono desistere dalle persecuzioni commesse contro i cristiani, né spendere parole di deplorazione per le condizioni in cui questi ultimi si trovano. La conversione al cristianesimo è considerata una forma di apostasia, e viene punita con la pena di morte. Purtroppo il Parlamento europeo non ha il coraggio di condannare la situazione dei martiri cristiani in Iran. Papa Giovanni Paolo II ha detto: “Le persecuzioni… prendono diverse forme di discriminazione dei credenti, e di tutta la comunità della Chiesa. Queste forme di discriminazione sono talvolta applicate nel momento stesso in cui viene riconosciuto il diritto alla libertà religiosa, alla libertà di coscienza, e questo sia nella legislazione dei diversi Stati che nei documenti di carattere internazionale ... Oggi, alla prigione, ai campi di internamento e di lavori forzati, all’espulsione dalla propria patria si sono aggiunte altre pene meno dure ma più sottili: non più la morte cruenta, ma una sorta di morte civile: non solo la segregazione in un carcere o in un campo, ma la restrizione permanente della libertà personale o la discriminazione sociale”. Se il Parlamento considera con serietà il proprio appello per il rispetto dei diritti umani, deve pronunciarsi con maggior decisione a favore dei cristiani perseguitati in Iran.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0021/2010

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto.(PT) Lo Yemen minaccia di diventare il nuovo Afghanistan: il campo di addestramento preferito di Al-Qaeda e il focolaio da cui si diffonderanno in tutto il mondo islamico fondamentalisti e terroristi.

La situazione di degrado, se non di completo collasso sociale, politico ed economico, segnata dalla guerra civile e dall’assenza di qualsiasi governo realmente capace di esercitare un controllo efficace sull’intero territorio del paese, ha privato il paese di qualsiasi traccia di un quadro di legge e ordine che possa arginare l’emergenza e il propagarsi di queste esplosioni di violenza ed estremismo.

Ne consegue che la comunità internazionale deve affrontare il problema yemenita con un approccio più lucido e fermo, mentre gli aiuti erogati a questo paese devono essere accuratamente mirati a migliorare concretamente le condizioni di vita della popolazione.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) La situazione complessiva dello Yemen desta grave inquietudine in tutto il mondo, e alla luce delle recenti minacce terroristiche l’Unione europea deve svolgere un ruolo sempre più attivo per impedire che lo Yemen si trasformi in un altro Stato fallito nell’ambito della comunità internazionale.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Nel quadro della lotta contro il terrorismo è salito ora alla ribalta lo Yemen, focolaio di estremisti islamici. Combattere la povertà e incrementare gli aiuti militari non basterà a far scomparire i problemi di quel paese; occorre invece aumentare gli aiuti allo sviluppo per fare il vuoto intorno almeno ad alcuni dei nuovi militanti jihadisti. In fine, l’Unione europea non deve ridursi al ruolo di ufficiale pagatore degli Stati Uniti, ma deve anzi proporsi come mediatore imparziale per avviare il dialogo e aprire la strada a una soluzione politica a lungo termine. Questa proposta di risoluzione sceglie un approccio di tal genere, e quindi ho votato a favore.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (ECR), per iscritto. (EN) Benché io approvi l’indirizzo complessivo di questa risoluzione sull’attuale situazione nello Yemen, e abbia anzi partecipato alla sua stesura, non posso concordare con il riferimento, contenuto nel testo, al ruolo di coordinamento che il futuro Servizio europeo di azione esterna dovrà svolgere in relazione allo Yemen; durante l’elaborazione del documento ho chiesto di eliminare i riferimenti al Servizio di azione esterna, ma gli altri gruppi politici hanno rifiutato. Il Servizio di azione esterna è un prodotto diretto del trattato di Lisbona, trattato che non approvo e che è privo di qualsiasi legittimità democratica. Questo Servizio dovrà disporre di una rete di “ambasciate dell’Unione europea” e, sotto l’occhio vigile dell’alto rappresentante dell’Unione e vicepresidente della Commissione, avrà il compito di elaborare e attuare la politica estera e militare dell’Unione europea.

Da molto tempo mi batto per evitare che l’Unione europea abbia un ruolo in questi due settori politici, che a mio avviso devono rimanere prerogativa esclusiva degli Stati membri sovrani.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0029/2010

 
  
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  John Stuart Agnew, David Campbell Bannerman, Derek Roland Clark e William (The Earl of) Dartmouth (EFD), per iscritto. (EN) Lo United Kingdom Independence Party si oppone senza riserve alla tratta di esseri umani, che è una forma moderna di schiavitù. Invochiamo le pene più severe per i criminali che si macchiano di questo reato e le misure più drastiche per stroncare tale attività. Non possiamo però accettare che l’Unione europea utilizzi la tratta di esseri umani come pretesto per armonizzare le politiche in materia di immigrazione e frontiere, passando sopra la testa dei governi eletti. Spetta agli elettori, tramite la scheda che depongono nell’urna, e ai rappresentanti politici eletti, decidere su tali questioni; l’Unione europea non ha certo il diritto di effettuare l’ennesimo colpo di mano politico a danno del principio di responsabilità politica. Se all’interno dell’Unione le frontiere non fossero aperte, e ogni paese avesse la propria politica in materia di immigrazione, sarebbe assai più facile debellare la grande criminalità organizzata e la tratta di esseri umani.

 
  
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  Liam Aylward (ALDE), per iscritto.(GA) Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione, poiché dobbiamo conferire priorità pratica ma anche morale alla lotta contro la tratta di esseri umani e all’uso della tratta come risorsa nel mercato del lavoro.

Sulla base del trattato di Lisbona, l’Unione europea ha il potere e anche l’opportunità di rafforzare la politica europea nei confronti della tratta di esseri umani. Come ho detto nel corso del dibattito su questa risoluzione, si tratta di un problema che deve avere un posto di primo piano nel nostro ordine del giorno. A causa dell’importante ruolo che svolge nelle questioni commerciali globali e dell’impegno con cui protegge i diritti umani, l’Unione europea ha la responsabilità di combattere la tratta di esseri umani, e in particolare il lavoro infantile.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (EN) La tratta di esseri umani è uno dei crimini più gravi e ripugnanti, che non si può combattere efficacemente senza un coerente approccio politico fondato sulla prevenzione, sulla protezione delle vittime e su sanzioni più efficaci contro i trafficanti. La libertà di circolazione all’interno dell’Unione europea ha recato notevoli vantaggi ai nostri cittadini, ma contemporaneamente ha offerto nuove opportunità ai trafficanti. Ogni anno, decine di migliaia di giovani donne e bambini, provenienti dai nuovi Stati membri, cadono vittime della tratta di esseri umani. Al Parlamento europeo toccherà un ruolo cruciale nella lotta contro questo crimine odioso; spetterà a noi far sì che prevenzione, protezione e sostegno alle vittime figurino sempre tra i punti più importanti del programma politico. Dobbiamo richiedere che gli Stati membri attuino fino in fondo le vigenti politiche comunitarie e gli altri strumenti riguardanti la tratta di esseri umani, e poi assicurare il varo di sanzioni e pene più severe.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa risoluzione perché l’Unione europea deve combattere l’immigrazione illegale e la tratta di esseri umani. A causa della crescente disoccupazione, aumenterà il numero delle potenziali vittime della tratta di esseri umani e dello sfruttamento a fini di lavoro forzato. Soprattutto, coloro che hanno perso il lavoro nel proprio paese natale – e insieme al lavoro anche ogni speranza di vita migliore – si spingeranno a cercare successo altrove: è una situazione che può essere sfruttata da bande criminali. L’area principale della tratta, che riguarda bambini, in particolare, donne e ragazze, non cambia da molti anni. Lo sfruttamento sessuale in condizioni affini alla schiavitù è particolarmente diffuso nell’Europa orientale, che funge da via di transito per la tratta di esseri umani diretta verso occidente. Dobbiamo preparare una strategia di misure per combattere la tratta di esseri umani, imperniata soprattutto sulla lotta contro la tratta, sulla prevenzione e la protezione delle vittime, e infine sulle pene. Tutti gli Stati membri devono adottare misure severe per combattere la tratta di esseri umani e garantire il coordinamento delle legislazioni nazionali. Dobbiamo puntare a una collaborazione più stretta fra tutte le parti interessate al problema della tratta di esseri umani.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) Questa moderna forma di schiavitù ha conosciuto negli ultimi anni un’allarmante diffusione, ed è diventata la terza attività più lucrativa, tra le varie forme di criminalità organizzata. Secondo le stime delle Nazioni Unite, nel 2009 le vittime sono state 270 000, mentre Europol fa rilevare che la tratta di donne a fini di sfruttamento sessuale non è diminuita e la tratta a fini di lavoro forzato è in crescita. E’ una situazione inaccettabile, e non si può consentire che alcune scappatoie giuridiche la agevolino ulteriormente. Occorre una risposta tempestiva, globale, complessiva e coordinata, di carattere sia legislativo che operativo. Con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, invito la Commissione a presentare al più presto una nuova proposta, che renda la creazione di una coerente politica europea per una lotta efficace contro la tratta di esseri umani una delle priorità essenziali della Commissione stessa. Tale proposta dovrà estendersi a tutte le facce del problema, compresi gli aspetti relativi ai paesi di origine, transito e destinazione, ai responsabili del reclutamento, del trasporto e dello sfruttamento, e ad altri intermediari, clienti e beneficiari.

Allo stesso tempo, dobbiamo garantire un’assistenza immediata per proteggere adeguatamente vittime e testimoni. Bisogna poi attivarsi per sfruttare al meglio alcuni strumenti che, purtroppo, attualmente vengono sempre impiegati in misura insufficiente da organismi come Europol, Eurojust e Frontex.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. (RO) Sostengo con grande convinzione l’opportunità di creare una piattaforma permanente a livello comunitario, grazie alla quale le politiche sulla tratta di esseri umani possano abbracciare aspetti legati alle questioni sociali e all’inclusione sociale e insistere su programmi adeguati e modalità efficaci per garantire il reinserimento sociale delle vittime, comprese misure relative al mercato del lavoro e al sistema di previdenza sociale.

 
  
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  Lena Ek, Marit Paulsen e Olle Schmidt (ALDE), per iscritto. (SV) A nostro avviso la formulazione originale dei paragrafi 13 e 15 (concernenti la distinzione tra vittime della tratta e immigrati clandestini, e i permessi di soggiorno per coloro che sono minacciati dalla tratta) è preferibile, ma intendiamo votare a favore degli emendamenti a questi paragrafi, per raggiungere un compromesso; grazie a tale compromesso, le vittime della tratta di esseri umani otterranno un permesso di soggiorno temporaneo e le agenzie di controllo delle frontiere acquisteranno conoscenze più precise dei problemi connessi alla tratta. E’ un primo passo; preferiamo che la risoluzione venga adottata subito, e continueremo a lavorare perché le vittime della tratta abbiano diritto alla residenza permanente.

 
  
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  Ioan Enciu (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo sulla prevenzione della tratta di esseri umani, nella convinzione che sia estremamente importante imprimere un salto di qualità alla lotta contro la tratta, fenomeno che ha assunto dimensioni allarmanti e rappresenta una grave violazione dei diritti umani fondamentali.

Il progetto di direttiva che sarà presto presentato al Parlamento europeo deve prevedere severe pene a livello europeo contro chiunque sia coinvolto in questa tratta. Occorre emendare la legislazione degli Stati membri per armonizzare le sanzioni e far sì che ai trafficanti venga comminato il massimo della pena, mentre ora la situazione varia sensibilmente da un paese all’altro.

Da tale punto di vista, si rende necessario un approccio transfrontaliero per intensificare la cooperazione con i paesi di origine e di transito, in alcuni dei quali i trafficanti si vedono infliggere solo ammende irrisorie. Allo stesso tempo, è necessario offrire protezione e assistenza alle vittime della tratta, soprattutto donne e bambini che – secondo i dati – rappresentano circa l’80 per cento di tutte le vittime.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione sulla prevenzione della tratta di esseri umani, per ribadire la necessità che la Commissione e il Consiglio mantengano la lotta contro questo flagello tra le proprie più importanti priorità, sia pure in un periodo di crisi economica e finanziaria. Gli Stati membri che non lo hanno ancora fatto devono attuare completamente a livello nazionale tutte le politiche comunitarie in materia di tratta e ratificare senza indugio gli altri strumenti giuridici in materia, per garantire alle vittime un livello più elevato di assistenza e protezione.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) La tratta di esseri umani rappresenta oggi, per le sue vittime, una disumana forma moderna di schiavitù. Per i responsabili – organizzazioni criminali che gestiscono prostituzione, sfruttamento sessuale, adozioni illegali, lavoro forzato, immigrazione illegale e commercio illegale di esseri umani – si tratta di un’attività estremamente redditizia.

Purtroppo, questo fenomeno ripugnante alligna anche all’interno dell’Unione europea. Esorto quindi la Commissione europea ad adottare misure severe e rigorose per combattere la tratta di esseri umani. L’approccio dev’essere triplice: (i) protezione adeguata delle vittime – in gran maggioranza donne e bambini – per tutelarne i diritti più fondamentali, come la vita, la libertà, l’integrità fisica e morale e l’autodeterminazione sessuale; (ii) misure preventive per le indagini e lo smantellamento delle reti che promuovono la tratta di esseri umani e ne traggono profitto; e infine, (iii) pene severe per il traffico e lo sfruttamento di esseri umani – quale che sia l’odioso fine per cui esso è praticato – e pene proporzionate ai reati commessi.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Come si afferma nella risoluzione adottata, è necessario prendere misure urgenti “contro la tratta di esseri umani sulla base di un approccio olistico, incentrato sui diritti umani, che verta sulla lotta contro il traffico, sulla prevenzione e sulla protezione delle vittime”. E ancora, occorre “adottare un approccio incentrato sulle vittime, vale a dire che ogni potenziale categoria di vittime deve essere identificata, mirata e protetta, con particolare attenzione ai bambini e altri gruppi a rischio”.

Ci rammarichiamo però che siano stati respinti gli emendamenti da noi presentati a questa risoluzione, i quali erano dedicati per l’appunto alle cause sottese alla tratta di esseri umani e ai metodi per combatterla; in particolare:

- Lotta contro la disoccupazione, l’emarginazione e la povertà quali cause della tratta di esseri umani, con particolare riguardo all’esigenza di una mutata politica economica e sociale che metta al primo posto il rafforzamento dei diritti sociali e occupazionali, la diffusione di posti di lavoro provvisti di diritti, l’efficienza dei servizi pubblici e il progresso economico e sociale.

- Rafforzamento della cooperazione e della solidarietà con i paesi d’origine dei migranti, soprattutto tramite un’azione mirante a sviluppare la loro economia, migliorare l’accesso alla conoscenza, cancellare il loro debito e tassare le transazioni finanziarie.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto.(FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, abbiamo votato contro questa risoluzione sulla tratta di esseri umani, benché si tratti di uno dei più spregevoli crimini esistenti. Abbiamo agito in questo modo in primo luogo perché state sfruttando politicamente questo fenomeno per ampliare ulteriormente i poteri dell’Europa di Bruxelles, delle sue Istituzioni e delle sue numerose agenzie, che tuttavia continuano a dar prova di inefficienza. In secondo luogo – e soprattutto – abbiamo agito in questo modo perché voi state sfruttando l’attenzione, cui normalmente le vittime avrebbero diritto, per creare una nuova pompa di aspirazione da utilizzare per l’immigrazione: assistenza sociale e giuridica, permesso di soggiorno automatico, accesso al mercato del lavoro, accesso semplificato al ricongiungimento familiare e alla previdenza sociale. Tutto questo verrebbe concesso senza esigere che la vittima cooperi con le autorità per aiutarle a catturare i trafficanti e a smantellare le reti criminali. In tal modo, per entrare in Europa, un immigrato clandestino non dovrà fare altro che dichiararsi vittima di un’organizzazione che gli estorce migliaia di euro. Di conseguenza – checché ne pensiate – gli immigrati clandestini richiederanno questo status e voi glielo concederete! Siete degli irresponsabili!

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della risoluzione sulla prevenzione della tratta di esseri umani presentata dai gruppi di centro e di sinistra del Parlamento europeo, perché dobbiamo affermare in modo netto e inequivocabile che le vittime della tratta – che sono in gran parte donne e bambini – devono ricevere assistenza e protezione incondizionate. Queste vittime dovrebbero godere di un diritto prioritario all’assistenza legale gratuita, mentre le pene per i trafficanti andrebbero inasprite; occorre inoltre trovare il modo per scoraggiare la domanda di servizi da parte dei potenziali acquirenti. Siamo di fronte a una forma di inaccettabile violenza contro le donne, e occorre intraprendere un’azione comune per prevenire la tratta, proteggerne le vittime e perseguirne i responsabili.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) All’interno dell’Unione europea molti conducono una vita decorosa e relativamente agiata, ma in realtà in tutto il territorio dell’Unione – e persino nelle zone più ricche – molte persone vivono in stato di schiavitù. La stessa natura transfrontaliera della tratta di esseri umani assegna alle Istituzioni dell’Unione europea un ruolo cruciale nella soluzione di questo problema e di conseguenza accolgo con soddisfazione la risoluzione odierna.

 
  
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  Lívia Járóka (PPE), per iscritto. (HU) La tratta di esseri umani è una delle più gravi violazioni dei diritti umani; può presentarsi sotto forme svariate, dallo sfruttamento sessuale al lavoro forzato, dal commercio di organi alla schiavitù domestica, e le vittime sono in primo luogo donne e bambini. Il quadro giuridico vigente oggi nell’Unione europea per la lotta contro la tratta di esseri umani è inadeguato; è essenziale perciò che l’Unione, valendosi del mandato previsto dal trattato di Lisbona, intraprenda un’azione assai più vigorosa contro questo fenomeno, in particolare per l’assistenza e la protezione da offrire ai gruppi a rischio, soprattutto ai bambini. In questo senso, l’iniziativa di istituire un coordinatore antitratta dell’Unione europea è apprezzabile, così come è positivo il fatto che la proposta inviti gli Stati a infliggere pene deterrenti, proporzionate alla gravità del reato. E’ pure assai importante l’affermazione, contenuta nella proposta di risoluzione, per cui il consenso di una vittima nei confronti dello sfruttamento è sempre irrilevante ai fini del perseguimento e le vittime hanno diritto all’assistenza, indipendentemente dalla loro volontà di collaborare nei procedimenti giudiziari.

Inoltre è essenziale coinvolgere il più possibile la società civile nell’azione istituzionale tesa a stroncare la tratta di esseri umani, e avviare poi campagne di informazione e sensibilizzazione nei confronti dei gruppi più a rischio. E’ auspicabile che gli Stati membri recepiscano senza indugio nella propria legislazione quest’approccio integrato che abbraccia la prevenzione, le sanzioni e la protezione delle vittime; con la ratifica degli opportuni strumenti giuridici, essi compiranno un grande passo in avanti verso l’eliminazione di questa moderna forma di schiavitù.

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE), per iscritto. (PL) Signor Presidente, ho votato per l’adozione della risoluzione sulla tratta di esseri umani; la tratta è uno dei soprusi più crudeli che l’uomo possa infliggere ai suoi simili, ed è terribile constatare quanto sia diffuso questo spaventoso fenomeno. Non riesco a trovare giustificazioni né attenuanti per coloro che, in tal modo, calpestano tutti i valori che più ci stanno a cuore. La tratta di esseri umani è la negazione della libertà, della dignità e dell’uguaglianza. Mi auguro che il Parlamento contribuisca ad arginare e, in futuro, a eliminare completamente la tratta.

 
  
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  Timothy Kirkhope (ECR), per iscritto. (EN) Il gruppo ECR è unanime nel ritenere che la tratta di esseri umani sia un fenomeno intollerabile, da bloccare al più presto. Ci sembra però molto improbabile che questa risoluzione rappresenti uno strumento adeguato per affrontare alla radice il problema della tratta, e di conseguenza abbiamo deciso di esprimere voto contrario. A giudizio del gruppo ECR, la risoluzione adotta un approccio centrato sulle vittime, che prescrive agli Stati membri i metodi per venire in aiuto alle vittime, una volta che esse siano cadute preda della tratta; in tal modo si presuppone che l’incidenza della tratta stessa sia inevitabile. Il gruppo ECR, invece, ha firmato, insieme al gruppo PPE, una risoluzione che invoca una collaborazione più intensa fra Stati membri, polizia e agenzie di controllo delle frontiere, per salvaguardare i dati personali e lasciare ai singoli Stati membri la decisione sull’assistenza da prestare alle vittime.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) Tutte le forme di schiavitù, moderne o non moderne, vanno condannate con la massima severità. Questa risoluzione ha il merito di cercare di proteggere le vittime della violenza dalla disumanizzata brama di profitto e dalla miseria psicologica e sociale che ne deriva. Deploriamo tuttavia che essa si occupi solamente delle vittime delle reti criminali che agiscono nell’economia sommersa, poiché la tratta di esseri umani ha anche un corrispondente legale, che non è meno spregevole.

Il neoliberismo, ossessionato dal profitto, continuamente teso a mettere i lavoratori in concorrenza reciproca e a effettuare delocalizzazioni, infligge a sua volta ai cittadini una violenza simbolica e fisica insieme. Li costringe a emigrare contro la propria volontà e li getta in situazioni di tale difficoltà, da far aumentare il numero dei suicidi legati alle condizioni di lavoro. Opprimere i cittadini in tal modo, ridurli a mere variabili di un sistema inefficiente e malsano, a strumenti da utilizzare negli interessi delle élite finanziarie, senza mai tener conto della loro vita che viene anzi messa a repentaglio: cos’è tutto questo se non l’equivalente di quella forma di proprietà degli esseri umani che chiamiamo schiavitù? Certo, la criminalità va combattuta, ma non è meno indispensabile lottare contro l’iniquità istituzionalizzata e fare dell’Unione europea un’unione per l’emancipazione dei cittadini.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La tratta di esseri umani viola i diritti umani più fondamentali e costituisce una forma di schiavitù basata sullo sfruttamento sessuale e sullo sfruttamento del lavoro. Secondo le stime internazionali, la tratta di esseri umani costituisce la terza forma più redditizia di traffico illegale. Dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, l’azione dell’Unione europea in materia di cooperazione giudiziaria e di polizia si è chiaramente rafforzata. La lotta contro la tratta di esseri umani deve costituire uno dei principali obiettivi dell’Unione e il Parlamento – grazie al suo ruolo di colegislatore – svolgerà in questo quadro un ruolo di primo piano. Anche in tempi di crisi economica e finanziaria, la lotta contro la tratta di esseri umani deve perciò rappresentare sempre una delle massime priorità dell’Unione europea.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto. (PL) La tratta di esseri umani è uno dei più gravi flagelli dell’inizio di questo secolo; non si può certo dire che esageri chi la definisce una moderna forma di schiavitù. Si tratta di un’attività enormemente redditizia, controllata da bande criminali organizzate e pericolosissime. Sostengo senza riserve la proposta di risoluzione (B7-0029/2010) sulla prevenzione della tratta di esseri umani, che è stata presentata da un’ampia coalizione dei gruppi politici presenti in Parlamento. A mio avviso la Commissione europea ha il dovere di elaborare un piano d’azione per stroncare una volta per tutte la tratta di esseri umani. Contemporaneamente, mi unisco agli autori della risoluzione nel caldeggiare la nomina di un coordinatore antitratta dell’Unione europea che agisca sotto la supervisione del commissario per la giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza. Mi auguro che ciò possa costituire un rinnovato stimolo a intensificare l’azione contro la tratta di esseri umani.

 
  
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  Daciana Octavia Sârbu (S&D), per iscritto. (RO) La tratta di esseri umani è un mercato in espansione, paragonabile ormai al traffico di armi o di droga; si tratta di un fenomeno diffuso in tutto il mondo, ma più acuto nei paesi sottosviluppati. Secondo la relazione del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite, le vittime della tratta provengono dagli ambienti sociali più diversi: possono essere agiate o poverissime, istruite o completamente analfabete, giovanissime o donne anziane. Per combattere con maggiore efficacia questo fenomeno in espansione, dobbiamo coordinare le informazioni in modo migliore. Da questo punto di vista, sarebbe una cosa preziosa se Eurojust, Europol e Frontex pubblicassero ogni anno una relazione congiunta sulla tratta di esseri umani. Se l’Unione europea vuole assumere una posizione guida in tema di rispetto dei diritti umani, deve cooperare più attivamente con i paesi terzi per contribuire a stroncare questo fenomeno. Occorrono inoltre finanziamenti più generosi per i programmi miranti a combattere la tratta di esseri umani, ed è necessario instaurare un coordinamento più stretto fra le istituzioni degli Stati membri che partecipano alla lotta contro la tratta.

 
  
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  Joanna Senyszyn (S&D), per iscritto. (PL) La tratta di esseri umani è la forma più flagrante di violazione dei diritti umani. Il numero delle vittime di questa moderna forma di schiavitù cresce di anno in anno, e i reati di questo tipo vengono individuati solo in percentuale assai modesta. Approvo quindi la risoluzione del Parlamento europeo sulla prevenzione della tratta; siamo di fronte a un’attività che va combattuta con tutti i mezzi possibili, a cominciare da una campagna informativa ampia e sistematica che illustri le dimensioni del fenomeno e sensibilizzi in materia l’intera società. Non basta fornire singole informazioni occasionali sui casi di tratta che sono stati scoperti; ogni volta, bisogna invece segnalare gli indirizzi delle istituzioni che partecipano alla lotta contro questa forma di criminalità.

La relazione presentata nel gennaio 2010 dal Centro di assistenza legale e dalla fondazione La Strada, intitolata “Prevenzione della tratta di donne dall’Europa centrale e orientale. Informazione – Prevenzione – Individuazione – Intervento”, fa rilevare che in Polonia non si applicano le procedure miranti a garantire i diritti delle vittime della tratta. Uno dei problemi più spinosi è rappresentato dal lungo lavoro necessario per inserire nel codice penale una definizione aggiornata di tratta degli esseri umani. Nel 2005, è stata firmata a Varsavia la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta degli esseri umani; i giuristi hanno impiegato tre anni a ratificarla. Ancora oggi non disponiamo di una definizione vincolante di tratta degli esseri umani, e questa circostanza da un lato intralcia le procedure preparatorie e i procedimenti giudiziari, ma dall’altro ostacola anche il rispetto dei diritti umani in Polonia.

 
  
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  Søren Bo Søndergaard (GUE/NGL), per iscritto. (DA) Il mio voto a favore non va interpretato come un’approvazione di quegli emendamenti alla risoluzione che implicano un ulteriore trasferimento di poteri dagli Stati membri all’Unione europea, tra cui per esempio:

- la possibilità, per l’Unione, di stabilire in questo campo sanzioni più severe,

- i riferimenti al trattato di Lisbona, che comportano un rafforzamento dell’azione dell’Unione nelle questioni penali,

- e l’istituzione in questo settore di un quadro legislativo superiore.

 
  
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  Eva-Britt Svensson (GUE/NGL) , per iscritto. (SV) Ho votato a favore della risoluzione B7-0029/2010, sulla tratta di esseri umani, perché essa riguarda un problema importantissimo e indica un lungo elenco di misure che è indispensabile adottare per debellare la tratta. Il mio sostegno alla risoluzione non va però interpretato come un’approvazione di quegli emendamenti alla risoluzione che implicano un ulteriore trasferimento di poteri dagli Stati membri all’Unione europea, tra cui per esempio la possibilità, per l’Unione, di stabilire in questo campo sanzioni più severe, i riferimenti al trattato di Lisbona che comportano un rafforzamento dell’azione dell’Unione nelle questioni penali e l’istituzione in questo settore di un quadro legislativo superiore.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della risoluzione perché partecipo personalmente alla lotta contro la tratta di esseri umani in Slovacchia. Sono stata io a lanciare la campagna “Sapete dov’è ora vostro figlio?” Inoltre, nel corso del dibattito sulla procedura di bilancio la commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere ha adottato un emendamento mirante a lanciare una campagna pluriennale sui media, intitolata anch’essa “Sapete dov’è ora vostro figlio?”; tale campagna, svolta in stretta collaborazione con le organizzazioni della società civile, mira a rendere i genitori più consapevoli delle proprie responsabilità, a migliorare la protezione dei bambini contro tutte le forme di violenza, e a combattere più efficacemente la tratta di bambini. Questa nuova risoluzione, cui va il mio più vivo e convinto apprezzamento, si articola su cinque punti fondamentali: aspetti generali, raccolta di informazioni, prevenzione, perseguimento e infine protezione, sostegno e assistenza per le vittime. La Commissione è invitata ad adottare iniziative – soprattutto in materia di informazione e prevenzione – per individuare le cause di fondo della tratta e i fattori che, nei paesi di origine e di destinazione, possono facilitarla. Confido che i genitori vengano efficacemente sensibilizzati sulla grave responsabilità che loro compete nei confronti dei figli, per evitare che bambini e adolescenti cadano vittime della tratta di esseri umani.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0064/2010

 
  
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  John Stuart Agnew e William (The Earl of) Dartmouth (EFD), per iscritto. (EN) Lo United Kingdom Independence Party ritiene che la protezione ambientale sia un problema importante; pur mettendo in dubbio i presupposti scientifici su cui si fondava la Conferenza di Copenaghen, non ci opponiamo all’adozione, a livello nazionale, di misure per la protezione dell’ambiente.

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa risoluzione poiché sono convinto che l’Unione europea debba elaborare un nuovo paradigma di sviluppo per far fronte al cambiamento climatico. La prossima revisione del bilancio dovrà mettere a disposizione risorse sufficienti per misure che possano rispondere a questa importante sfida. Non possiamo perdere di vista l’impegno che abbiamo assunto nella lotta contro il cambiamento climatico. Come europei, dobbiamo impegnarci a raggiungere l’obiettivo di una riduzione delle emissioni di CO2 superiore al 20 per cento entro il 2010. La cooperazione degli altri partner internazionali sarebbe inoltre importante per realizzare un ambizioso accordo completo e giuridicamente vincolante, coerente con l’obiettivo di evitare un riscaldamento superiore ai 2 °C. Ritengo inoltre che le iniziative in corso di adozione nell’Unione europea per promuovere e incoraggiare l’economia verde, la sicurezza energetica e la riduzione della dipendenza energetica debbano rimanere una priorità. L’Unione potrebbe prendere esempio dalle politiche attuate nella mia regione – le Azzorre – ove già ora il 30 per cento circa dell’energia proviene da fonti rinnovabili.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Sia l’Europa che il resto del mondo riponevano grandi speranze nella Conferenza di Copenaghen. L’Unione europea era pronta a fungere da leader in questa riunione, per uscirne con un trattato giuridicamente vincolante; il Vertice, però, si è concluso senza riuscire affatto a chiarire in che direzione debba muoversi la lotta contro il cambiamento climatico. L’accordo di Copenaghen, che non indica né obiettivi né impegni di qualche respiro, è un risultato insoddisfacente. L’ambizioso 20-20-20 dell’Unione europea è forse destinato a rimanere un sogno remoto se questo problema non viene risolto a livello globale. Con il suo servizio di azione esterna, l’Unione deve porsi senza indugio alla guida di una strategia diplomatica in questo settore, soprattutto per garantire che l’Europa, nelle trattative con gli altri paesi, parli con una voce sola e mantenga una posizione fedele ai propri principi; in tal modo sarà possibile concludere al più presto possibile un accordo internazionale vincolante in materia di cambiamento climatico.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Accolgo con favore la proposta di risoluzione sui risultati della quindicesima conferenza delle parti (COP 15), che reca anche la mia firma, e apprezzo pure i risultati dei negoziati tra i vari gruppi politici, che sono rappresentativi dell’interesse sempre più generalizzato che questo problema suscita, nonché del futuro sostenibile che costituisce l’obiettivo. Ancora una volta desidero esprimere la mia delusione per l’esito del Vertice di Copenaghen, ed esorto l’Unione europea a riassumere il proprio ruolo guida nella lotta contro il cambiamento climatico, per contribuire al varo di un accordo giuridicamente vincolante che comporti obiettivi di riduzione misurabili, notificabili e verificabili in occasione della COP 16, che avrà luogo quest’anno in Messico.

Se vogliamo che l’industria europea diventi più competitiva e crei più occupazione, è essenziale investire in un futuro sostenibile in cui rientrino protezione del clima, sicurezza energetica, riduzione della dipendenza e uso efficiente delle risorse. Alla luce di queste considerazioni, esorto i paesi industrializzati a intensificare gli investimenti nella ricerca in nuove tecnologie, sia per ridurre le emissioni di CO2, sia per giungere a un uso più efficiente e sostenibile delle risorse naturali.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La proposta contiene alcuni elementi positivi: riconosce per esempio la mancanza di obiettivi a medio e lungo termine nonché il carattere confuso e l’esiguità dei finanziamenti destinati ai paesi in via di sviluppo. Nella votazione mi sono però astenuto, perché sono stati respinti tutti gli emendamenti presentati dal mio gruppo, che richiedevano l’adozione di ulteriori misure per ridurre le emissioni di CO2 del 40 per cento almeno entro il 2020 sulla base di un accordo giuridicamente vincolante, il rifiuto dell’energia nucleare in quanto energia “pulita”, un incremento degli aiuti finanziari ai paesi poveri e in via di sviluppo per incoraggiare lo sviluppo e il trasferimento di tecnologie, e infine la promozione di un’economia verde socialmente sostenibile, che rafforzi gli investimenti e l’occupazione e migliori la qualità della vita; e ancora, mi sono astenuto perché non è stato approvato l’importante emendamento che proponeva l’introduzione di una tassa dello 0,01 per cento sulle transazioni finanziarie, il quale avrebbe potuto procurare 20 000 milioni di euro all’anno per aiutare i paesi in via di sviluppo a combattere il cambiamento climatico e ad adattarvisi. Non possiamo andare in Messico guidati solamente dall’esile e scoraggiante accordo di Copenaghen; dobbiamo riesaminare radicalmente il nostro approccio politico al cambiamento climatico, in modo da raggiungere un accordo adeguato in occasione dei prossimi negoziati. A tale scopo è indispensabile riconoscere e correggere gli errori commessi a Copenaghen, cosa che però la risoluzione del Parlamento europeo non fa assolutamente.

 
  
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  Spyros Danellis (S&D), per iscritto. (RO) Il fatto che il Vertice di Copenaghen venga unanimemente giudicato il “desolante fallimento” del tentativo di concludere un accordo globale per la limitazione delle emissioni di gas a effetto serra, responsabili del surriscaldamento terrestre, riconferma la totale assenza di coordinamento tra gli Stati membri dell’Unione europea rispetto agli Stati Uniti e ai paesi emergenti.

L’accordo di Copenaghen non indica neppure un obiettivo in termini di limite accettabile per l’aumento della temperatura globale. Mi auguro però che sia possibile raggiungere un esito positivo e una decisa posizione europea sugli effetti del cambiamento climatico, in occasione della conferenza prevista per il febbraio del prossimo anno, nel corso della quale le nazioni del mondo dovranno presentare i propri piani per il taglio di emissioni entro il 2020.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione comune sull’esito della Conferenza di Copenaghen, poiché in linea generale approvo il contenuto delle misure proposte, e in particolare di due di esse. Alludo in primo luogo all’assoluta necessità che l’Unione europea si esprima con una sola voce nei negoziati internazionali, perché solo in tal modo potremo garantirci un ruolo guida nelle trattative su questo importante problema. Si tratta di una questione le cui conseguenze si ripercuoteranno sulle generazioni future, e che quindi esige un’azione decisa, autorevole, immediata e accorta, analoga a quella con cui l’Unione europea ha affrontato altre situazioni (per esempio la crisi finanziaria). Per raggiungere tale obiettivo è indispensabile una nuova “diplomazia del clima”; a tale scopo, come si sottolinea ai punti 5 e 15 del documento, è indispensabile l’apporto non solo dell’Unione europea, ma anche della Cina e degli Stati Uniti.

Il secondo punto su cui desidero richiamare l’attenzione è la necessità che i paesi in via di sviluppo, le economie emergenti, adottino per il cambiamento climatico le medesime norme valide per gli Stati membri dell’Unione europea. Alla luce di tali considerazioni, insieme ad alcuni colleghi ho proposto l’introduzione di una tassa sul carbonio per i prodotti importati da paesi terzi: è uno spunto per far germogliare in futuro quest’idea, che a mio avviso rappresenta un passo particolarmente importante.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sull’esito della Conferenza di Copenaghen sui cambiamenti climatici. Il risultato della quindicesima conferenza delle parti (COP 15) è stato deludente. L’Unione europea deve perciò fare ogni sforzo, a livello di diplomazia esterna, ed esprimersi con una sola voce per garantire il varo di un accordo internazionale giuridicamente vincolante che consenta di limitare l’aumento della temperatura globale a non più di 2°C.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Alla luce della situazione di stallo con cui si è conclusa la Conferenza di Copenaghen sui cambiamenti climatici, è importante che l’Unione europea prosegua senza esitazioni sulla strada che ha percorso finora, impegnandosi seriamente a perseguire lo sviluppo sostenibile e a ridurre le emissioni di carbonio senza mettere a repentaglio l’industria europea.

Le nuove politiche climatiche, soprattutto nel contesto della crisi generale, non devono perdere di vista l’efficienza economica, e non devono assolutamente mettere in discussione la sostenibilità economica dei paesi europei. Per tale motivo invoco per la politica energetica un nuovo approccio, basato sull’energia pulita, su un uso più efficiente delle risorse naturali a nostra disposizione e su cospicui investimenti nel campo della ricerca e di tecnologie più ecocompatibili; in questo modo potremo mantenere all’Europa la sua competitività, e creare occupazione in un quadro di sviluppo sostenibile.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea ha sempre svolto un ruolo guida nei negoziati internazionali sui cambiamenti climatici. Tuttavia, nonostante le sue ambizioni, l’ultima conferenza sul clima svoltasi a Copenaghen si è risolta in un fallimento per tutti coloro che erano decisi a concludere un accordo vincolante. Si tratta di un esito ben lontano sia dalla posizione dell’Unione in materia, sia dai requisiti minimi indispensabili per la protezione del clima. Alla luce del deludente risultato del Vertice di Copenaghen, il Parlamento vuole segnalare chiaramente all’opinione pubblica europea e al mondo il proprio immutato impegno nella lotta contro il cambiamento climatico. Ora stiamo preparando la prossima conferenza in Messico, ove tutte le parti dovrebbero sforzarsi di intensificare il proprio impegno. Non possiamo ripetere gli errori già commessi a Copenaghen; dobbiamo chiederci che cosa non ha funzionato a dovere nel corso di quei negoziati, e quali siano le mosse più opportune per includere Stati Uniti, Cina e India nel processo negoziale.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La risoluzione in esame non offre una valutazione critica – che sarebbe invece indispensabile – del fallimento di Copenaghen. Anziché effettuare una rigorosa analisi delle responsabilità che la stessa Unione europea ha avuto in questo fallimento, la maggioranza della nostra Assemblea preferisce indulgere alla ricerca di capri espiatori come la Cina (le cui emissioni atmosferiche pro capite di diossido di carbonio sono meno della metà di quelle dell’Unione) e ora anche i paesi dell’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America. Quest’atteggiamento, determinato soltanto dalla faziosa cecità dei più eminenti leader politici, incrina e stravolge l’autentico significato della Conferenza di Copenaghen. Significativamente, si insiste sull’efficacia degli strumenti di mercato come lo scambio dei diritti dei emissione, ignorandone l’inefficacia e gli effetti perversi che l’esperienza del loro utilizzo ha già ampiamente dimostrato. Ancora una volta, si trascura la necessaria discussione dei cosiddetti meccanismi flessibili come il Meccanismo di sviluppo pulito.

Analogamente, non si stima necessario rispettare la sovranità dei paesi in via di sviluppo nella definizione e nell’attuazione delle cosiddette strategie di adattamento. Non si può certo sperare che una soluzione equa e sostenibile del problema del cambiamento climatico, o di altri problemi ambientali, scaturisca proprio dall’irrazionale sistema che tali problemi ha provocato; quel che occorre è invece un altro modello economico e sociale che si opponga al capitalismo.

 
  
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  Adam Gierek (S&D), per iscritto. (PL) Questa risoluzione dimostra che i seguaci delle opinioni del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) non hanno capito proprio nulla. Il più grave punto debole della COP 15 è stato l’incapacità di comprendere: la sensibilità dei paesi terzi e dei paesi in via di sviluppo, oltre che di alcuni Stati membri dell’Unione, in tema di “giustizia climatica”; il fatto che le due massime superpotenze – Cina e Stati Uniti – sono in concorrenza reciproca sia economica che militare; e infine il fatto che gli “ambiziosi” piani per limitare le emissioni di CO2 si basavano sul paradigma del riscaldamento climatico antropogenico, che non gode di soverchia credibilità scientifica. Le affermazioni allarmistiche dell’IPCC si devono considerare estremamente irresponsabili, poiché le decisioni politiche ed economiche prese sulla loro base incideranno sulla vita di numerose generazioni future. Tali decisioni non devono perciò fondarsi sulle opinioni di coloro che cercano solamente di mettere in pratica una tesi prestabilita, ossia la teoria per cui è l’umanità a causare il riscaldamento globale. La credibilità scientifica dell’IPCC è stata offuscata da vicende come quelle del Climategate, la falsificazione delle tendenze della temperatura globale (Russia e Australia), e del Glaciergate.

Occorre perciò riesaminare immediatamente tutte le norme giuridiche, basate sulle dichiarazioni dell’IPCC, che ostacolano lo sviluppo dell’economia europea. Per quanto riguarda il cambiamento climatico – una questione importantissima per la civiltà intera – è giunto il momento che la Commissione europea fondi il suo operato su una propria meta-analisi della ricerca climatica, svolta da un gruppo di climatologi indipendenti dalle opinioni della Commissione e da qualsiasi pressione politica. Queste due condizioni non figurano nella risoluzione, e quindi ho espresso voto contrario.

 
  
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  Robert Goebbels (S&D), per iscritto.(FR) Ho votato contro la risoluzione poiché essa contiene un eccessivo numero di pii desideri. A Copenaghen abbiamo potuto constatare in quale conto il resto del mondo tenga il “ruolo guida” dell’Unione europea in materia di cambiamento climatico. Il cosiddetto accordo di Copenaghen è stato negoziato dal presidente Obama con la Cina, l’India, il Brasile, il Sud Africa e pochi altri paesi, mentre i vari Barroso, Sarkozy e soci non sono stati neppure invitati. Anziché imporre nuovi oneri alle nostre economie e ai nostri cittadini, cerchiamo piuttosto di investire nelle tecnologie del futuro. L’anno scorso, la Cina è diventata il principale esportatore a livello mondiale di attrezzature per turbine eoliche e di cellule fotovoltaiche. L’Europa deve entrare in questa battaglia tecnologica anziché infliggersi questa sorta di punizione collettiva, che fuori d’Europa non fa impressione a nessuno e non attirerà certo imitatori.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Il mio voto su questa risoluzione esprime la delusione per l’accordo raggiunto infine a Copenaghen nell’ultimo scorcio del 2009: un accordo che giudico inadeguato, privo di ambizioni e di qualsiasi impegno quantificabile; mi rammarico inoltre che non sia stato adottato l’emendamento, presentato dal mio gruppo, che chiedeva l’introduzione di una tassa annuale dello 0,01 per cento sulle transazioni finanziarie, allo scopo di finanziare la lotta contro il cambiamento climatico nei paesi più poveri e più direttamente colpiti, con un introito prevedibile di 20 miliardi di euro all’anno. Infine, se l’Unione europea desidera esercitare un peso significativo nei negoziati internazionali di questo tipo, deve imparare a esprimersi con una sola voce, per non perdere l’opportunità di svolgere un ruolo cruciale nelle questioni del cambiamento climatico globale. A questo scopo occorre fissare obiettivi ambiziosi, che prevedano la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra di oltre il 20 per cento entro il 2020.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Nella lotta contro il cambiamento climatico il Vertice di Copenaghen ha veramente rappresentato una grande occasione sprecata. Il mio paese, la Scozia, ha adottato, in materia di cambiamento climatico, la legislazione più ambiziosa del mondo intero, e il governo scozzese ha recentemente instaurato con quello delle Maldive una collaborazione che può servire da modello per un accordo internazionale. La risoluzione odierna invoca “riunioni bilaterali tra il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali” per agevolare l’intesa reciproca; mi attendo che anche il parlamento scozzese venga invitato a queste riunioni, in considerazione della posizione di avanguardia mondiale che ha assunto.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) Questa risoluzione fa registrare, da parte di gruppi di destra che l’hanno firmata, progressi non disprezzabili: si ricorda l’operato dell’IPCC in materia di cambiamento climatico; si chiede di approfondire il coinvolgimento della società civile nei lavori per la conferenza del Messico; si invita l’Unione europea a porsi obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra superiori al 20 per cento proposto per il 2020. Tutto questo però non basta, e gli elogi tributati al mercato del carbonio fanno venire meno qualsiasi plausibilità; non sono neppure sufficienti gli aiuti offerti ai paesi del Sud, nei cui confronti abbiamo contratto un debito climatico.

Analogamente, l’obiettivo proposto in questa sede, di mirare a una riduzione del 30 per cento delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020, è assai distante dal 40 per cento raccomandato dall’IPCC. E ancora, non si fa alcun riferimento alla Conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico, patrocinata dal presidente della Bolivia Morales Ayma; fino a oggi, però, questa è l’unica iniziativa che proponga ai popoli del mondo di riconoscere i diritti propri dell’ecosistema e di istituire una corte di giustizia climatica.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Le grandi speranze sorte intorno al celebrato Vertice di Copenaghen sono state stroncate. I paesi su cui grava la responsabilità più pesante in questo campo non hanno elaborato una posizione consensuale sulla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Si tratta di un problema che preoccupa tutto il mondo e che occorre risolvere rapidamente. Per la sedicesima conferenza delle parti (COP 16), che si terrà in Messico, servono maggiore trasparenza e un più rilevante apporto della società civile. L’Unione europea deve porsi alla testa della lotta contro il cambiamento climatico, e tutti i paesi, dagli Stati Uniti ai cosiddetti paesi emergenti – tra cui la Cina – che sono grandi inquinatori, devono assumersi le proprie responsabilità in una lotta in cui lo spazio per le nuove opportunità si riduce costantemente. Qui è in gioco il futuro sostenibile dell’umanità, e se non agiremo in tempo utile potremmo raggiungere il punto di non ritorno.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Nel voto sulla risoluzione RC-B7-0064/2010, concernente l’esito della Conferenza di Copenaghen sui cambiamenti climatici, mi sono astenuto, nella convinzione che la Conferenza si sia conclusa con un fallimento, in quanto l’accordo di Copenaghen non è giuridicamente vincolante e non fissa obiettivi globali per la riduzione delle emissioni. Nel corso del Vertice i paesi sviluppati non hanno riconosciuto il debito climatico che hanno contratto nei confronti dei paesi in via di sviluppo, né hanno mostrato alcun rammarico per le dannose conseguenze dei vigenti meccanismi di mercato (scambio delle emissioni di carbonio). Astenendomi ho voluto manifestare la mia profonda delusione per il risultato del Vertice, che non è stato certo all’altezza delle aspettative dei cittadini.

L’Unione europea deve assumersi una volta per tutte le proprie responsabilità e fare ogni sforzo per ridurre le emissioni di CO2 del 40 per cento entro il 2020. Giudico perciò necessario proporre un nuovo modello economico e sociale da contrapporre al capitalismo, e accolgo con favore la decisione del presidente della Bolivia, Evo Morales, che ha indetto la Conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico e i diritti della Madre Terra.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto. (PL) Il Vertice sul clima di Copenaghen è stato giustamente considerato un fallimento da quasi tutti gli osservatori. E’ difficile scacciare il sospetto che a Copenaghen i leader mondiali abbiano giocato d’azzardo e, anziché cercare di elaborare il miglior accordo possibile, abbiano piuttosto tentato di addossarsi a vicenda la responsabilità per la mancata conclusione di un accordo. E’ preoccupante che l’Unione europea, pur avendo raggiunto una posizione comune, non sia poi riuscita a utilizzarla come piattaforma per concludere un accordo con gli altri paesi. L’Unione deve iniziare a operare affinché la conferenza COP 16 in Messico si risolva positivamente. L’accordo sul clima che l’Unione stessa dovrebbe promuovere dovrà avere tre caratteristiche fondamentali: dovrà essere giuridicamente vincolante, solidale e ambizioso. Desta perciò inquietudine la decisione presa nel corso del Vertice UE di Siviglia, in base alla quale l’Unione europea, entro il 2020, non limiterà le proprie emissioni di più del 20 per cento rispetto al 1990.

E’ stata ribadita la condizione per aumentare al 30 per cento l’obiettivo di riduzione, ossia che prima gli altri paesi devono emettere una dichiarazione in tal senso. In questo momento, però, a giudicare dalla situazione internazionale, solo l’Unione europea può dare l’impulso necessario per giungere a riduzioni più significative. In questo campo nessuno prenderà il posto dell’Unione, e l’Unione stessa non deve rinunciare al ruolo di promotore globale di metodi radicali nella lotta contro il riscaldamento globale. L’Unione deve mettere a disposizione 7,2 miliardi di euro e impegnarsi a utilizzarli a favore dei paesi meno sviluppati e più minacciati dal cambiamento climatico.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto.(FR) Imparare dal fallimento del Vertice di Copenaghen: ecco la priorità indicata al Parlamento europeo da questa risoluzione, a favore della quale ho votato. Sappiamo benissimo che cosa non va: il metodo delle Nazioni Unite non funziona più, gli Stati Uniti e la Cina si sono comportati come avversari nella lotta contro la deregolamentazione climatica e l’Unione europea non è stata capace di esprimersi con una sola voce. Conosciamo quindi i mali, ma dobbiamo ancora trovare i rimedi che ci consentano di concludere un accordo a Cancún nel novembre 2010.

Per conservare il proprio ruolo guida, l’Europa dovrà dar prova di un approccio innovativo al problema del clima e offrire una soluzione più convincente dell’obiettivo di una semplice riduzione globale delle emissioni per mezzo del sistema altamente speculativo dello scambio di emissioni di gas a effetto serra – strumento che, tra l’altro, è stato appena respinto dal governo statunitense. E’ giunto il momento di passare a un metodo diverso, proponendo un ponte “tecnologico” tra i paesi industrializzati e le regioni e i piccoli Stati maggiormente esposti al cambiamento climatico. Un intreccio di ambiziose misure in materia di tecnologie pulite, efficienza energetica nell’edilizia e nei sistemi di trasporto e promozione di un’occupazione verde potrà infondere nuova vita alle speranze di domani, alla speranza di raggiungere un accordo in occasione del prossimo Vertice di Cancún, alle speranze più vive di una visione comune del mondo.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto. (PL) La Conferenza di Copenaghen sui cambiamenti climatici non ha offerto una soluzione e non è neppure riuscita a produrre un accordo su qualche tipo di decisione o risoluzione finale in merito alla portata o alle dimensioni delle restrizioni delle emissioni, né sui mezzi finanziari che a tale scopo saranno destinati. Non mi pare tuttavia che si possa parlare di un fallimento, anche se l’esito non ha certamente soddisfatto le aspettative dell’Unione europea. Si trattava in realtà di aspettative irrazionali, sia per quanto riguarda le dimensioni delle riduzioni proposte per le emissioni di gas a effetto serra, sia per quanto riguarda le attese finanziarie legate alla lotta contro il cambiamento climatico. Oltre a questo la rivendicazione di un ruolo guida nel processo di lotta contro il cambiamento climatico tradiva una certa arroganza. A mio avviso, ci troviamo ancora in una fase in cui sarebbe inopportuno adottare decisioni definitive e o vincolanti, fra le altre ragioni anche perché non disponiamo ancora di dati scientifici attendibili sul cambiamento climatico e sul ruolo svolto dall’attività umana in tale processo. Recentemente abbiamo assistito alle controversie esplose in materia, a conferma della variegata disparità di opinioni che si registra in merito agli effetti del riscaldamento globale. A favore dell’opportunità di rinviare una decisione definitiva milita anche un altro argomento: la crisi economica, che obbliga i paesi a risparmiare e a tagliare le spese. In un difficile periodo di recessione economica, va data priorità ai temi sociali come la lotta contro la disoccupazione e l’impoverimento della società, il sostegno all’imprenditorialità e altre misure atte a stimolare la crescita economica.

 
  
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  Peter Skinner (S&D), per iscritto. (EN) Sebbene l’esito definitivo del Vertice di Copenaghen sia stato considerato deludente, molte considerazioni ci stimolano a compiere ulteriori sforzi. In questo campo, non ci sono proprio alternative a un’azione collettiva.

Dal momento che l’Unione europea continuerà a svolgere un ruolo essenziale nel cammino verso la prossima conferenza in Messico, bisogna adoperarsi in ogni modo per ottenere consenso politico a livello globale. E’ grazie a una riflessione sui problemi delineati da molti scienziati e altri osservatori, che i cittadini si stanno decidendo a sostenere le proposte avanzate in materia di cambiamento climatico. Chi si limita a diffondere un’atmosfera di paura e ostilità fa ben poco per articolare le argomentazioni a proprio favore.

La linea adottata dai governi dell’Unione europea, guidati dal ministro Ed Miliband, si è guadagnata un vasto consenso e offre concrete speranze di giungere a un accordo. Il nostro Parlamento deve continuare a sostenere tale approccio.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. (NL) Ho votato a favore di questa risoluzione in quanto essa esorta ad adottare una posizione più decisa nei negoziati su una politica climatica globale. Inoltre, l’assenza di i un accordo internazionale non è affatto una ragione per rimandare ulteriori misure politiche comunitarie che applichino l’impegno – già preso dall’Unione europea – di tagliare le nostre emissioni del 20 per cento entro il 2020.

Il Parlamento ribadisce l’intenzione di elevare questa riduzione fino al 30 per cento. La nostra Assemblea fa bene ad affermare esplicitamente che le iniziative prese per promuovere e incentivare l’economia verde e la sicurezza energetica e per limitare la dipendenza energetica renderanno sempre più facile ottenere l’impegno a realizzare una riduzione del 30 per cento.

E’ importante imparare dal fallimento di Copenaghen. Dobbiamo perciò affrontare un’importante autocritica: l’Unione europea non è stata capace di costruire fiducia, nel corso dei negoziati, tramite specifici impegni preliminari per finanziamenti governativi internazionali a favore di misure climatiche nei paesi in via di sviluppo. Ed è altrettanto importante riconoscere che il contributo collettivo dell’Unione europea alla riduzione delle emissioni e al finanziamento delle esigenze di adattamento dei paesi in via di sviluppo entro il 2020 non può essere inferiore ai 30 miliardi di euro all’anno. Mi auguro che la Conferenza del Messico produca un risultato positivo.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE), per iscritto. (DE) Ho votato contro la risoluzione. Purtroppo, numerosi emendamenti validi sono stati respinti. In materia di protezione del clima, molti sembrano aver smarrito qualsiasi senso della realtà. Sono stati respinti i commenti critici e il corretto lavoro scientifico sulla protezione del clima, e si approva invece che l’Europa vada avanti da sola. Questa non mi sembra affatto una politica responsabile nei confronti dei nostri cittadini.

 
  
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  Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL), per iscritto.(FR) Mi sono astenuta nel voto sulla risoluzione del Parlamento europeo concernente la Conferenza di Copenaghen, poiché essa non affronta adeguatamente il fallimento di quel vertice, anche se il Parlamento ha nettamente condannato le carenze palesate dall’Unione europea in tale occasione.

Sono state certamente adottate alcune misure positive: per esempio quelle che invitano la Commissione a dimostrarsi più ambiziosa in materia di emissioni di gas a effetto serra e a concedere finanziamenti adeguati per eliminare tali emissioni.

Altri emendamenti sono però inaccettabili, in quanto abbandonano la regolamentazione al mercato, grazie ai permessi di emissione, ai meccanismi di sviluppo pulito, e così via. Si richiede per di più all’Unione europea di avviare negoziati con gli Stati Uniti per istituire un mercato transatlantico del carbonio.

Mi dolgo infine che sia stato respinto l’invito a introdurre una tassa Tobin verde, il cui ricavato avrebbe potuto aiutare i paesi in via di sviluppo a combattere il cambiamento climatico.

Una soluzione seria, coerente e duratura del problema del cambiamento climatico non può certo derivare dalla logica del sistema che ha provocato il problema stesso. L’Unione europea ha il dovere di spingersi in avanti per offrire un esempio, senza preoccuparsi della posizione assunta dagli altri Stati, e a tale scopo deve dotarsi delle risorse necessarie.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. (FR) La Conferenza di Copenaghen si è risolta in un fallimento. Quest’accordo costituisce però un primo passo che raccoglie la maggioranza delle parti e fornisce la base su cui assumere impegni per la riduzione delle emissioni, nonché per finanziare, misurare, notificare e verificare le azioni di mitigazione del cambiamento climatico e infine per combattere la deforestazione. Nel sostenere la risoluzione, ho espresso l’auspicio che venga istituita a livello internazionale una “diplomazia del clima”, allo scopo precipuo di proteggere il Creato. Il Parlamento ha anche annunciato che il contributo collettivo dell’Unione alla riduzione del cambiamento climatico e all’aiuto ai paesi in via di sviluppo per il loro adattamento non dovrà essere inferiore ai 30 000 milioni di euro all’anno tra oggi e il 2020, tenendo anche conto che tale cifra potrà crescere con l’emergere di nuove conoscenze sulla gravità del cambiamento climatico e sui costi relativi. Tralasciando ogni forma di romanticismo ambientale, dobbiamo sempre tener presente l’industria europea. Giudico perciò essenziale, per la competitività dell’industria europea, che anche gli altri paesi industrializzati al di fuori dell’Unione compiano sforzi analoghi e che i paesi in via di sviluppo e le economie emergenti si impegnino a effettuare riduzioni adeguate. Se veramente desideriamo instaurare la giustizia climatica, gli obiettivi di riduzione devono essere misurabili, significativi e verificabili per tutti.

 
  
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  Iva Zanicchi (PPE), per iscritto. Ho espresso voto favorevole riguardo alle proposte di risoluzione sui risultati del vertice di Copenhagen sul cambiamento climatico, anche se con qualche perplessità.

A Copenhagen, dove io ero presente come delegata del Parlamento europeo, si è raggiunto un accordo non legalmente vincolante. Questo, oltre a non rappresentare una risposta adeguata nella lotta globale al cambiamento climatico, lascia irrisolto il problema della distorsione delle condizioni di concorrenza internazionale a danno delle imprese europee che, a differenza delle principali concorrenti di altri paesi come Stati Uniti e Cina, devono già rispettare ambiziosi obiettivi di riduzione delle emissioni.

Ritengo che l'Unione europea debba lavorare alla definizione di un'efficace strategia in vista dei prossimi appuntamenti internazionali, una strategia che miri a promuovere le eco-tecnologie, l'efficienza energetica e le fonti rinnovabili e che dia vita a un sistema globale di lotta ai cambiamenti climatici realmente efficace e che non alimenti ulteriori distorsioni della concorrenza internazionale.

 
  
  

Relazione Domenici (A7-0007/2010)

 
  
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  Nessa Childers (S&D), per iscritto. (EN) Mi sono astenuta dal voto sulla relazione Domenici, benché le proposte in essa contenute siano nella gran maggioranza assai ragionevoli. Occorre avviare un sistematico dibattito sulle varie questioni trattate nel testo. Da un lato, occorre garantire che i vari regimi di imposta sulle società non permettano alle imprese di sfuggire al dovere di sostenere l’intera compagine sociale, con una quota dei propri profitti, per mezzo di un equo regime di imposta sulle società. Dall’altro, occorre però considerare con attenzione particolare l’impatto negativo che una CCCTB potrebbe avere sui paesi piccoli come l’Irlanda, i cui livelli di prosperità e occupazione dipendono in larga misura dalla capacità del paese di attrarre investimenti esteri.

 
  
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  Proinsias De Rossa (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa relazione sulla promozione della buona governance in materia fiscale, elemento chiave per la ricostruzione dell’economia globale; essa richiede trasparenza, scambio di informazioni, cooperazione transfrontaliera e concorrenza fiscale leale. Essa scoraggerebbe l’evasione e la frode fiscale, a vantaggio competitivo delle aziende che rispettano le norme fiscali, e allevierebbe le pressioni che inducono i governi ad abbassare le aliquote fiscali con l’effetto di trasferire l’onere fiscale sui lavoratori e sui nuclei familiari a basso reddito, determinando la necessità di dannosi tagli nei servizi pubblici. Qualunque tipo di accordo europeo su una base imponibile consolidata comune per le società (CCCTB) deve tener conto delle esigenze delle regioni geograficamente marginali dell’Unione europea – come l’Irlanda – e della loro capacità di attrarre investimenti diretti esteri. Una CCCTB non implica un’aliquota fiscale comune; la tassazione delle società è di competenza esclusiva di ciascuno Stato membro. L’idea di fondo della CCCTB è piuttosto quella di istituire una base giuridica comune per il calcolo dei profitti delle imprese che abbiano sede in almeno due Stati membri. Per quanto riguarda la CCCTB, ecco quanto leggiamo nella relazione: il Parlamento “ricorda che l’introduzione di una base imponibile consolidata comune contribuirebbe ad affrontare, all’interno dell'Unione europea, i problemi relativi alla doppia imposizione e al prezzo di trasferimento all’interno di gruppi consolidati”. Apprezzo quindi la proposta avanzata dal governo irlandese, nella legge finanziaria di quest’anno, di regolamentare i prezzi di trasferimento delle imprese transnazionali.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Siamo assai lieti che la relazione affermi esplicitamente che essa “condanna fermamente il ruolo svolto dai paradisi fiscali nell’incoraggiare e nel trarre profitto dall’evasione fiscale, dall’elusione fiscale e dalla fuga di capitali; esorta pertanto gli Stati membri a considerare prioritaria la lotta contro i paradisi fiscali, l’evasione fiscale e la fuga illecita di capitali”.

Apprezziamo pure l’osservazione che, per quanto riguarda “gli sforzi compiuti nel quadro delle iniziative guidate dall’OCSE”, i “risultati rimangono insufficienti per far fronte alle sfide rappresentate dai paradisi fiscali e dai centri offshore e devono essere seguiti da azioni decisive, efficaci e coerenti” e inoltre che “gli impegni assunti dal G-20 sino ad oggi non sono sufficienti ad affrontare le sfide poste dall’evasione fiscale, dai paradisi fiscali e dai centri offshore”.

Era però essenziale non limitarsi a esporre un elenco di buone intenzioni, ma invece piuttosto condurre una lotta efficace per eliminare paradisi fiscali e centri offshore, soprattutto in quanto si tende a drammatizzare il problema del deficit pubblico allo scopo di perseguire e addirittura accentuare quelle medesime politiche neoliberistiche che, ancora una volta, costringeranno i lavoratori e i cittadini a pagare il prezzo della crisi.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto.(FR) Per voi, la buona governance in materia fiscale non significa lotta contro le frodi, tassazione tollerabile o buon uso dei fondi pubblici; significa invece braccare con ostinata ferocia i contribuenti (soprattutto i contribuenti europei) e scambiare automaticamente informazioni sui loro conti correnti senza che essi abbiano commesso alcun reato. Non parlo affatto di grandi imprese o di persone ricchissime, che avranno sempre i mezzi per sgusciare dalla rete; parlo del cittadino medio europeo.

I vostri discorsi sui paradisi fiscali sono ipocriti: vi scagliate contro il Liechtenstein e i Caraibi ma non dite una parola sul massimo paradiso fiscale europeo – la City – né su quelli degli Stati Uniti. E tacete anche sul fattore grazie al quale questi paradisi esistono: l’inferno fiscale che impera oggi nella maggioranza degli Stati membri dell’Unione, schiantati dal debito e dai deficit. La spesa pubblica infatti è esplosa per far fronte alle conseguenze sociali delle vostre politiche economiche e dei costi esorbitanti dell’immigrazione di massa. Gli Stati membri non possono più finanziare il proprio debito se non ricorrendo ai mercati e sottoponendosi alle loro condizioni; oggi, per uno Stato come la Francia, questo significa che una percentuale tra il 15 e il 20 per cento delle spese di bilancio è destinata unicamente al pagamento degli interessi. Non ci presteremo a fungere da alibi morale a una politica siffatta.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE), per iscritto. (EN) Usare la CCCTB per combattere la doppia imposizione è come prendere una mazza per rompere una nocciolina. Per tale ragione ho votato contro il paragrafo 25.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) L’attuale crisi economica ha portato alla ribalta un certo numero di settori importantissimi, che è necessario riformare sia in Europa che nel resto del mondo. La buona governance in materia fiscale è un elemento importantissimo di un’economia sana e all’Unione europea spetta un ruolo cruciale per la promozione della buona governance internazionale in questo campo.

 
  
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  Arlene McCarthy (S&D), per iscritto. (EN) Secondo le stime, l’evasione e la frode fiscale comportano ogni anno la perdita di 200 miliardi di euro – denaro rubato ai contribuenti dei paesi ricchi e alle popolazioni più povere dei paesi in via di sviluppo. E’ necessario combattere questo flagello, e la mia delegazione sostiene la relazione in esame, la quale segnala con decisione che il Parlamento europeo non intende concedere impunità alle frodi, all’evasione o ai paradisi fiscali.

Apprezzo particolarmente la netta affermazione che il nostro obiettivo dev’essere quello di rendere norma generale lo scambio automatico di informazioni. Gli studi dimostrano che proprio questo è il modo efficace per affrontare l’evasione fiscale e tutelare gli introiti dello Stato. Chi si oppone a quest’invito agisce negli interessi di una ristretta élite di persone e di imprese ricchissime che sfruttano i paradisi fiscali, e contro gli interessi della gran massa dei cittadini, che pagano le imposte e fanno affidamento sui servizi finanziati dalle imposte stesse.

La relazione fa riferimento alla prossima valutazione d’impatto sulla base imponibile consolidata comune per le società, che viene suggerita. Non ci opponiamo certo a ulteriori analisi, ma prima di prendere in esame la possibilità di sostenere tale proposta, la mia delegazione chiede il sostegno di valide prove a favore. La relazione invita poi a esaminare le possibili opzioni per l’introduzione di sanzioni contro i paradisi fiscali; siamo favorevoli, senza però pregiudicare la nostra posizione finale.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Una buona governance in materia fiscale è un essenziale elemento di garanzia in settori cruciali come i principi della trasparenza, dello scambio di informazioni e della concorrenza fiscale leale. La crisi finanziaria ha intensificato le pressioni su tutti gli aspetti della lotta contro la frode e l’evasione fiscale, oltre che della lotta contro i paradisi fiscali. Nel momento in cui milioni di persone in tutto il mondo subiscono gli effetti della crisi, sarebbe assurdo non combattere coloro che non tengono fede alle proprie responsabilità. Con quest’iniziativa l’Unione europea segnala ai paesi terzi che essa si sta efficacemente battendo contro tutti gli aspetti dei paradisi fiscali. La lotta contro tali paradisi in tutto il mondo non è solo una questione di giustizia fiscale ma, anche e soprattutto, di giustizia sociale.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. Occorre attuare una politica di good governance sia in ambito europeo che extra Unione europea, anche per contrastare la sleale concorrenza fiscale in particolar modo con quei paesi che rappresentano paradisi fiscali. La trasparenza e lo scambio d'informazioni in materia fiscale sono alla base di una concorrenza leale e di un'equa ripartizione dell'onere fiscale.

Inoltre, una buona governance fiscale è un presupposto importante per preservare l'integrità dei mercati finanziari. Le proposte sulla cooperazione amministrativa e la reciproca assistenza nel recupero, che stiamo adottando in questa sessione plenaria, vanno in questa direzione. A livello internazionale, uno degli strumenti che l'UE può utilizzare per promuovere una buona governance in materia fiscale nei paesi terzi è la negoziazione, con tali paesi, di accordi contro le frodi fiscali che includano una clausola sullo scambio d'informazioni.

Le dichiarazioni dei cinque paesi con i quali l'UE ha un accordo in materia di risparmi (Monaco, Svizzera, Liechtenstein, Andorra e San Marino) rappresentano un passo importante per porre fine a una situazione di totale disequilibrio. Tuttavia, tali dichiarazioni devono essere seguite dalla conclusione di accordi giuridicamente vincolanti. Anche in questo settore l'UE deve avere un ruolo propulsivo, dando il buon esempio e ponendosi nel solco di quanto affermato nel G20.

 
  
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  Aldo Patriciello (PPE), per iscritto. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il tema della good governance fiscale, pur essendo sempre stato di grande importanza, ha assunto ancora maggiore rilievo dopo la grande crisi economico-finanziaria che ha colpito il nostro continente due anni or sono.

Negli ultimi anni ne hanno discusso i vertici internazionali ed europei, in particolare quando si sono occupati di lotta all'evasione e ai paradisi fiscali. C'è certamente testimonianza di impegno e di volontà da parte della Commissione, ma occorre senza dubbio mettere in piedi una politica seria che impedisca l'evasione del fisco da parte di società giuridiche fantasma che eludono con semplici clik su Internet le norme in materia di tassazione.

Sono certo che il principio della good governance, fondato sul principio della trasparenza e dello scambio di informazioni, possa costituire la base per perseguire l'obiettivo prioritario dell'Unione europea di lotta ai paradisi fiscali, all'evasione fiscale e alla fuga illecita dei capitali.

Occorre inoltre che l'Unione europea parli con un linguaggio unico in sede internazionale e che si batta per il miglioramento delle normative dell'OCSE e per arrivare allo scambio automatico di informazioni in luogo dello scambio su richiesta. È per tale ragione che voterò a favore della relazione.

 
  
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  Evelyn Regner (S&D), per iscritto. (DE) Ho votato a favore della relazione sulla promozione della buona governance in materia fiscale perché sono convinta che un’efficace lotta contro l’evasione e la frode fiscale sia questione della massima importanza. Inoltre, dobbiamo superare il blocco che si è creato in sede di Consiglio dei ministri sulle questioni fiscali e rafforzare la buona governance nel settore dell’imposizione fiscale.

 
  
  

Relazioni Alvarez (A7-0006/2010), Domenici (A7-0007/2010)

 
  
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  Robert Goebbels (S&D), per iscritto.(FR) Sono favorevole alla cooperazione internazionale in materia di evasione fiscale, ma dubito che una cooperazione amministrativa tesa allo scambio automatico di tutti i dati concernenti gli averi dei cittadini europei sia il modo migliore per raggiungere l’equità fiscale. Una trattenuta alla fonte su tutte le transazioni finanziarie sarebbe un metodo assai più efficace.

Questa trattenuta alla fonte dovrebbe essere liberatoria. Potrebbe diventare una risorsa comunitaria. La cosiddetta “buona governance” raccomandata dal Parlamento europeo mette a nudo ogni aspetto della sfera privata dei cittadini. Essa distrugge la protezione dei dati individuali che, paradossalmente, il Parlamento europeo vuol proteggere nel dossier SWIFT. Per questi motivi non ho votato a favore di queste relazioni.

 
  
  

Relazioni Alvarez (A7-0006/2010), Stolojan (A7-0002/2010), Domenici (A7-0007/2010)

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) E’ certamente necessario combattere le frodi fiscali, ma questo non deve farci dimenticare che le frodi da sole non avrebbero mai scatenato la crisi economica che stiamo attraversando in questo periodo. Si tratta di una crisi strutturale del capitalismo, che affonda le sue radici nella stessa logica di quel sistema ciecamente celebrato dalle élite europee. Voto a favore di questo testo perché condanno la ricerca del profitto personale a danno dell’interesse generale; su tale logica si fondano sia le frodi fiscali sia il neoliberismo europeo, e per quanto riguarda il fallimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio (comunque modestissimi), le responsabilità del neoliberismo sono assai più pesanti di quelle delle stesse frodi.

L’IVA, che anche questo testo sostiene, è una delle aberrazioni del sistema. Rappresenta una delle imposte più ingiuste del mondo poiché applica la stessa aliquota a tutti i cittadini nonostante le enormi differenze di reddito che sono il segno distintivo del neoliberismo. Purtroppo il testo non affronta il problema fondamentale né cerca di mettere all’ordine del giorno delle politiche europee l’equa ripartizione delle ricchezze prodotte per l’interesse generale.

 
  
  

Relazione Tarabella (A7-0004/2010)

 
  
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  John Stuart Agnew e William (The Earl of) Dartmouth (EFD), per iscritto. (EN) Lo United Kingdom Independence Party crede nell’uguaglianza di uomini e donne, ma respingiamo ogni tentativo, da parte dell’Unione europea, di legiferare in questo settore. Riteniamo infatti che in questo campo siano più opportune misure adottate a livello nazionale.

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione Tarabella perché credo che l’uguaglianza tra uomini e donne nell’Unione europea, riconosciuta dal trattato sull’Unione europea e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, sia un principio fondamentale che non è ancora applicato in maniera uniforme.

Nonostante il divario salariale tra uomini e donne, la segregazione occupazionale e gli stereotipi sessisti, la relazione mira a sottolineare il principio “lavoro uguale, salario uguale”, sancito dai trattati della Comunità già nel 1957. Essa evidenzia che la crisi economica, finanziaria e sociale che ha sconvolto l’Unione europea e il resto del mondo incide sensibilmente sulle donne, sulle loro condizioni di vita, sul loro posto nella società e sull’uguaglianza tra uomini e donne nell’Unione europea.

 
  
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  John Attard-Montalto (S&D), per iscritto. - (EN) Desidero motivare il mio voto alla relazione Tarabella “Parità tra donne e uomini nell’Unione europea – 2009”. Alcuni emendamenti, direttamente o indirettamente, facevano riferimento all’aborto. Malta è contraria all’aborto. I principali partiti politici sono completamente d’accordo sulla questione e una parte importante della società condivide questa opinione. Inoltre, gli aspetti morali e religiosi rappresentano un elemento significativo che non possiamo trascurare.

 
  
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  Regina Bastos (PPE), per iscritto. (PT) Nella sua relazione sulla parità tra uomini e donne nell’Unione europea nel 2009, la Commissione europea sottolinea che la necessità di riconciliare la vita familiare con quella professionale, la segregazione settoriale e professionale, le differenze salariali e il ridotto tasso di occupazione femminile rappresentano le principali disparità tra i sessi, disparità che sono state ulteriormente esacerbate dall’attuale crisi economica, finanziaria e sociale. Ho votato contro la relazione, perché credo che essa sia stata distorta con l’introduzione di questioni come l’accesso all’aborto e l’accesso gratuito alla consultazione in tema di aborto. Si tratta di problemi molto delicati sui quali, in base al principio della sussidiarietà, spetta ai singoli Stati membri decidere.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa relazione perché, data la complessa situazione economica, finanziaria e sociale, è più importante che mai applicare uno dei fondamentali principi dell’Unione europea: la parità tra uomini e donne. Ogni Stato membro deve garantire che i lavoratori di entrambi i sessi ricevano pari salario per lavoro di pari valore. Per promuovere la parità tra uomini e donne dobbiamo garantire che gli uni e le altre condividano le responsabilità della casa e della famiglia. E’ importante che il congedo di paternità venga sancito quanto prima dalla direttiva per consentire ai padri di contribuire alla cura dei figli. Le vittime della tratta di esseri umani sono soprattutto donne. Chiedo quindi a quegli Stati membri che devono ancora ratificare la convenzione del Consiglio d'Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani di farlo senza ulteriori indugi.

 
  
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  Carlo Casini (PPE), per iscritto. – Ho votato no alla risoluzione sulla parità tra donne e uomini nell'Unione europea (2009), sebbene condivida gran parte del suo contenuto, perché non si può invocare l'eguaglianza per una determinata categoria di persone negandola ad un'altra categoria di esseri umani.

Mi riferisco al paragrafo 38, dove si pretende di garantire i diritti della donna assicurandole un facile accesso all'aborto. La distruzione dei più piccoli e indifesi, quali sono i bambini non ancora nati, non può essere considerato uno strumento per affermare la dignità e la libertà della donna. È in atto una "congiura contro la vita" che utilizza sperimentate metodiche di inganno. Dobbiamo smascherarle.

Mettere insieme richieste giustissime con pretese ingiustissime, cambiare il significato delle parole sono stratagemmi dimostratisi efficaci nel voto del Parlamento europeo, ma ai quali io intendo sottrarmi. Non si può parlare del dramma dell'aborto, che merita l'attenzione dei politici e non solo dei moralisti, senza riconoscere anche i diritti del nascituro, quanto meno sollecitando un'adeguata educazione al rispetto della vita e organizzando forme di solidarietà in favore delle gravidanze difficili o non desiderate affinché possano giungere al loro esito naturale.

 
  
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  Françoise Castex (S&D), per iscritto. – (FR) Mi congratulo per l’approvazione di questa relazione sulla parità tra donne e uomini nell’Unione europea, che sottolinea l’urgente necessità di un’iniziativa comunitaria, volta a combattere efficacemente la violenza contro le donne. Inoltre, l’approvazione di questa risoluzione integra due dimensioni che ritengo fondamentali. In primo luogo, la raccomandazione per il congedo di paternità a livello europeo. Perché ci sia parità in ambito occupazionale, ci dev’essere parità in ambito sociale e familiare. Questa risoluzione mette la Commissione europea davanti alla responsabilità di legiferare in questo settore. Ma questo voto rappresenta una grande vittoria soprattutto perché riafferma il diritto all’aborto. Nessun testo europeo riaffermava questo diritto dal 2002, a causa delle reticenze di una parte della destra europea. Le donne devono avere il controllo dei propri diritti sessuali e riproduttivi. Certamente molto resta ancora da fare per quanto riguarda l’accesso reale all’informazione, alla contraccezione e all’aborto, ma la relazione Tarabella dev’essere utilizzata come un sostegno fondamentale per far avanzare la legislazione europea in questo settore.

 
  
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  Nessa Childers (S&D), per iscritto. (EN) Oggi ho votato a favore di questa relazione, che è di natura progressista giacché mira a promuovere la parità tra uomini e donne anche in settori quali il congedo parentale, la custodia dei bambini, la violenza domestica e il divario salariale. Essa inoltre favorisce una consapevolezza dei temi legati alla salute sessuale, sia per gli uomini che per le donne. Tuttavia, non è una proposta legislativa. Si tratta in primo luogo di una dichiarazione di principi che sostengo senza alcuna esitazione. Essa infatti è coerente con i principi sostenuti dai partiti laburisti e socialdemocratici di tutta Europa. E’ opportuno ricordare che i servizi offerti in materia di aborto rientrano interamente ed esclusivamente fra le competenze dei singoli Stati membri; questa relazione non muta in alcun modo tale posizione – né potrebbe farlo.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. – (PT) Ho votato contro la relazione sulla parità tra donne e uomini nell’Unione europea nel 2009, poiché credo che sia stata in qualche modo distorta dall’introduzione di temi come l’aborto indotto e l’accesso gratuito alla consultazione in tema di aborto indotto. Si tratta di questioni molto delicate e, sulla base del principio di sussidiarietà, spetta soltanto agli Stati membri decidere.

 
  
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  Proinsias De Rossa (S&D), per iscritto. (EN) Sostengo con entusiasmo questa relazione. L’uguaglianza tra uomini e donne è da tempo un principio fondamentale dell’Unione europea ma, nonostante i progressi realizzati in questo settore, rimangono significative disparità. Benché il divario occupazionale tra uomini e donne si stia riducendo, le donne sono più spesso titolari di posti a tempo parziale e/o di contratti di lavoro a durata determinata, e restano principalmente relegate a lavori scarsamente remunerati. Infatti il numero delle donne che in Europa occupa posti di lavoro a tempo parziale è di quattro volte superiore a quello degli uomini. Il divario retributivo tra uomini e donne si è ridotto di pochissimo dal 2000, attestandosi sul 17,4 per cento. Per avere la stessa retribuzione annuale di un uomo, una donna dovrebbe lavorare, in media, fino alla fine del febbraio successivo, per un totale di 418 giorni. La crisi economica, finanziaria e sociale globale ha inferto un duplice colpo alle donne. Esse rappresentano la maggioranza della forza lavoro nel settore pubblico (per esempio, l’istruzione, la sanità e la previdenza sociale) il più colpito dai tagli all’occupazione. Inoltre, a causa dei tagli ai servizi, le donne che si avvalevano di servizi quali la custodia dei bambini, l’assistenza agli anziani, il sostegno scolastico eccetera, sono costrette a lasciare il proprio impiego per farsi carico di tali compiti in prima persona..

 
  
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  Robert Dušek (S&D), per iscritto.(CS) La relazione dell’onorevole Tarabella mette in evidenza con estrema chiarezza il grave ostacolo che si frappone alla parità fra i generi. So che alcuni colleghi non considerano seriamente la questione della disuguaglianza fra i generi e le relative discriminazioni contro le donne. Sono tuttavia consapevole di queste complicazioni. La crisi economica globale ha esacerbato la situazione e sembra che le donne verranno sacrificate sull’altare delle politiche fiscali tese a tagliare i costi, riducendo le prestazioni per maternità e le spese per i servizi sociali. Dal momento che le donne sono tradizionalmente più minacciate dalla povertà e dal basso reddito poiché interrompono o abbandonano la propria carriera professionale per dedicarsi alla famiglia, e danno la precedenza alla carriera dei propri mariti o alla cura dei figli e degli anziani, il relatore propone un adeguato strumento di miglioramento. L’onorevole Tarabella infatti afferma correttamente che l’applicazione del principio “lavoro uguale, salario uguale”, presente nei trattati comunitari dal 1957, è lungi dall’essere uniforme e in alcuni Stati membri, a parità di lavoro, le retribuzioni femminili sono ancora inferiori a quelle degli uomini.

A parte questo, ci sono alcune politiche dell’Unione europea volte ad assistere le famiglie con bambini, le quali tuttavia non menzionano i nuclei familiari costituiti da una sola persona (madre o padre) che vive con i figli. Anche la richiesta di regolamentare a livello europeo il congedo di paternità retribuito è corretta. Un’equa divisione delle responsabilità familiari e domestiche tra uomini e donne contribuirà a risolvere la situazione. Per i motivi che ho ricordato, condivido le valutazioni della relazione 2009/2010 e ho quindi votato a favore della sua approvazione.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione Tarabella sulla parità tra donne e uomini nell’Unione europea, che propone misure e politiche specifiche e innovative sull’uguaglianza di genere. L’elaborazione di una direttiva di prevenzione e lotta a ogni forma di violenza contro le donne, nonché l’introduzione del congedo di paternità nella legislazione europea rappresentano alcune delle proposte che ritengo essenziali per promuovere l’uguaglianza di genere e garantire una più equa condivisione delle responsabilità familiari tra uomini e donne.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) C’è qualcosa che non va se il Parlamento chiede rispetto ma non riesce a ottenerlo.

Questioni serie e importanti come queste meritano la nostra attenzione e la ricerca del più ampio consenso; né credo che questo sia difficile da ottenere. Tuttavia, la furtiva e ambigua introduzione di argomenti conflittuali sotto la copertura di queste stesse tematiche sta diventando una pessima abitudine. Ancora una volta, il Parlamento ha svolto il ruolo di semplice cassa di risonanza per gli ordini del giorno più estremisti.

Non posso che respingere la proposta di promuovere la liberalizzazione dell’aborto e il disprezzo per la vita e la dignità umana con il pretesto di sostenere la parità tra uomini e donne, nonché l’illegittimo tentativo di associare le due cause e di manipolare i poteri degli Stati membri in tali questioni.

Quest’ossessione per l’ampliamento del concetto di salute sessuale e riproduttiva, fino a includervi l’aborto e l’imposizione della sua adozione generalizzata, svela i metodi insidiosi adottati da coloro che cercano di mascherare la realtà. Questi eufemismi mirano ad anestetizzare la coscienza ma non possono certo rendere meno brutale la violenza contro le donne né meno deplorevole questa strategia.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) “La violenza contro le donne è forse la più vergognosa violazione dei diritti umani. Non conosce confini geografici, culturali o di stato sociale. Finché continuerà, non potremo pretendere di realizzare un vero progresso verso l’eguaglianza, lo sviluppo e la pace.” Queste sono le parole dell’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, e purtroppo sono più vere che mai. Oggi la discriminazione di genere sopravvive nel mondo sviluppato e in Europa perché è un problema strutturale, gravido di conseguenze in termini di divario di opportunità. Oggi sussistono differenze tra uomini e donne in materia di istruzione, lingua, cura della casa, accesso al lavoro e carriera professionale. Credo che l’accesso al lavoro e la progressione nello svolgimento delle varie funzioni, sia nel settore pubblico che in quello privato come in politica, debbano basarsi sul merito e sulle qualità dell’individuo, indipendentemente dal genere. Tuttavia ho votato contro la risoluzione a causa dell’introduzione di tematiche delicate come l’accesso all’aborto, questione su cui spetta esclusivamente agli Stati membri decidere.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) E’ stato importante approvare questa risoluzione in Parlamento poiché essa sancisce alcuni fondamentali diritti delle donne che la destra conservatrice vuole mettere in discussione. Nonostante alcuni punti deboli, la relazione è riuscita a porre in evidenza punti importanti come la necessità del congedo di paternità associato al congedo di maternità, il tema dei diritti sessuali e riproduttivi e l’esigenza di intensificare la lotta alle disuguaglianze e alle discriminazioni nei luoghi di lavoro, alla violenza e alla tratta di donne e bambine, e di denunciare la povertà e il lavoro precario e mal pagato a cui molte donne sono costrette.

E’ stato importante, ancora una volta, caldeggiare l’idea che “le donne dovrebbero avere il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto”.

Oggi, vigilia delle celebrazioni del centesimo anniversario della giornata internazionale della donna e del quindicesimo anniversario della piattaforma di Pechino, questa risoluzione acquista un’importanza particolare. Ci auguriamo che diventi realtà.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Sì, le donne devono affrontare difficoltà particolari. Ma, come sempre avviene in quest’Aula, le buone intenzioni si sono trasformate in un’analisi distorta e in proposte deliranti.

Questa relazione descrive una società europea caricaturale, pregna di ostilità quotidiana e sistematica nei confronti delle donne: le politiche volte a favorire la ripresa economica sarebbero sessiste perché tendono ad aiutare settori in cui la manodopera è prevalentemente maschile, come lo sarebbero le politiche ispirate al rigore di bilancio, giacché colpiscono il settore pubblico nel quale invece è più forte la presenza delle donne… D’altro canto, nulla si dice delle conseguenze prodotte dalla massiccia presenza in Europa degli immigrati, che per cultura e tradizioni tendono a relegare le donne in uno status di inferiorità, lontano anni luce dai nostri valori e dalle nostre concezioni.

Ugualmente si tace sulle conseguenze negative del vostro discorso sull’egualitarismo a tutti i costi: poco a poco le donne perdono i propri diritti sociali, specifici e legittimi, ottenuti come riconoscimento del proprio ruolo di madri. Silenzio infine sul salario parentale, unico modo per dare alle donne una vera possibilità di scelta tra vita professionale e vita familiare, o di conciliazione tra le due.

Infine, quando vedo diffondersi l’isteria tra i colleghi che tentano di imporre l’aborto obbligatorio e generalizzato, innalzato al rango di valore fondamentale di un’Europa sulla strada del suicidio collettivo, mi rammarico, mio malgrado, che le loro madri non abbiano abortito.

 
  
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  Jacky Hénin (GUE/NGL), per iscritto.(FR) Benché io contesti con forza tutte le misure negative adottate dall’Unione europea, che sono numerose, non esito a sostenere quelle misure che si muovono nella direzione giusta. Così in questa relazione si avanzano forti richieste (soprattutto alla Commissione europea) in merito alla lotta contro le disparità di trattamento di cui sono vittime le donne, l’introduzione del congedo di paternità, l’istituzione dell’anno europeo contro la violenza nei confronti delle donne e il diritto all’accesso agevole alla contraccezione e all’aborto. La relazione inoltre insiste sul fatto che le donne devono godere di un accesso gratuito alla consultazione in tema di aborto.

Il mio voto positivo si spiega quindi con i miglioramenti ottenuti, miglioramenti che però devono ancora concretizzarsi.

Infatti non posso che rammaricarmi per il mancato sostegno, da parte della maggioranza del Parlamento, a una Carta europea dei diritti delle donne, a un Osservatorio europeo della violenza tra i sessi e a una Giornata internazionale della parità retributiva. Questo Parlamento inoltre non ha voluto affrontare le cause profonde di queste disuguaglianze, derivanti da un sistema economico affidato solamente alla legge di mercato, che l’Europa applica tutti i giorni.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Sebbene nell’Unione europea l’uguaglianza di genere sia un diritto fondamentale riconosciuto dal trattato istitutivo dell’Unione stessa, persistono livelli inaccettabili di disuguaglianza in un ampio numero di settori. E’ evidente che rimangono ancora da risolvere enormi problemi, ed è perciò imperativo che le Istituzioni dell’Unione operino per individuare e risolvere questi problemi, in qualsiasi parte dell’Unione si manifestino.

 
  
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  Gunnar Hökmark, Christofer Fjellner and Anna Ibrisagic (PPE), per iscritto. (SV) Oggi, 10 febbraio 2010, i conservatori svedesi hanno votato contro la relazione sulla parità tra donne e uomini nell’Unione europea – 2009 (A7-0004/2010). Condividiamo il desiderio del relatore di migliorare la parità di genere in Europa, ma siamo contrari alle interferenze nella sovranità degli Stati membri, per cui non riteniamo opportuno esigere analisi finanziarie in termini di sesso e di parità uomo-donna (gender budgeting), sollecitare gli Stati membri a non ridurre le prestazioni sociali e imporre quote con strumenti legislativi. L’uguaglianza è un obiettivo da raggiungere a livello individuale, ampliando per ciascun cittadino le opportunità di incidere sulla propria situazione, non attraverso una legislazione su scala europea o una politica d’immagine imperniata su giornate speciali, sull’istituzione di altre autorità europee o su una Carta europea dei diritti delle donne. Disponiamo già di una Carta dell’Unione europea sulle libertà civili e i diritti umani che è stata consolidata dal trattato di Lisbona, e che tratta anche i problemi delle donne. Dobbiamo batterci per il principio della sussidiarietà. Nel corso della votazione finale quindi, abbiamo votato contro la relazione, benché ovviamente ci siano alcuni punti che condividiamo; per esempio sosteniamo incondizionatamente la seguente affermazione: le donne devono avere il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi.

 
  
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  Monica Luisa Macovei (PPE), per iscritto. (EN) Ho votato a favore del considerando X e di gran parte del paragrafo 38, astenendomi su una parte del paragrafo 38, per i seguenti motivi:

In primo luogo, i diritti sessuali e riproduttivi delle donne devono essere rispettati, soprattutto nell’ambito della parità tra uomini e donne, che è garantita dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (articolo 23).

Credo però che le donne debbano imparare a difendersi dalle gravidanze indesiderate; in altre parole, se c’è un accesso agevole alla contraccezione e alla consulenza specialistica, l’aborto è più difficile da giustificare.

Molti dei miei elettori in Romania resterebbero delusi se votassi diversamente. Inoltre, come si legge nella relazione del 2006 commissionata dal presidente della Romania, il passato è ancora vivo nella nostra mente; ricordiamo bene quando il partito comunista adottò misure draconiane contro l’aborto per assicurare il controllo del partito sulla vita privata delle donne. Molte donne morirono in seguito ad aborti illegali eseguiti senza assistenza medica.

 
  
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  Erminia Mazzoni (PPE), per iscritto. (IT) Condivido pienamente lo spirito che anima la risoluzione, che ha il pregio di muovere dal presupposto che il dibattito sui cambiamenti demografici sia connesso a quello sulle misure necessarie per fronteggiare l'impatto della crisi economico-finanziaria sul mercato del lavoro.

Considerando che l'analisi sui progressi realizzati rispetto agli obiettivi di Lisbona non è positiva, risulta opportuno l'invito contenuto nella risoluzione ad un'accelerazione dell'adeguamento normativo degli Stati membri, ad un inasprimento delle procedure di infrazione e ad una più adeguata partecipazione delle donne nei settori chiave del mondo del lavoro, che tenga conto dei traguardi raggiunti dalle stesse in campo formativo.

Posta tale premessa, non posso non rimarcare la mia contrarietà assoluta, già segnalata in fase di voto, alla pervicace volontà di promuovere la "società degli aborti", incentivando l'accesso alla libera interruzione di gravidanza.

L'assunto che le donne, per recuperare il proprio diritto alla libertà sessuale, debbano conseguire una facilitazione nelle pratiche di aborto non solo è contro la generale morale laica, ma contraddice le premesse di cui al considerando Z che pone al centro dell'azione europea la promozione di un "maggiore tasso di natalità per far fronte alle esigenze future". Rimane fermo il mio impegno a promuovere una cultura sessuale responsabile.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) Le donne sono le principali vittime della crisi economica e sociale, frutto delle politiche neoliberiste dell’Unione europea. Grazie alla crisi, si moltiplicano i posti di lavoro precari e quelli nei quali il tempo parziale è imposto. Le nostre società, ancora pervase dal patriarcato, sono caratterizzate dal violento ritorno della stigmatizzazione per motivi religiosi, e le donne sono ancora le prime vittime di questa involuzione.

E’ perciò con soddisfazione che vediamo il Parlamento mettere all’ordine del giorno una questione cruciale come la parità di genere. Purtroppo il testo non mette in evidenza la natura intrinsecamente iniqua del neoliberismo; il neoliberismo, responsabile di gran parte dei problemi di cui le donne sono vittime, trova un nuovo fertile terreno nelle profonde disuguaglianze uomo-donna.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Nel corso degli anni le disuguaglianze che caratterizzavano i rapporti tra uomini e donne a vari livelli – professione, settore, o stereotipi differenti – si sono fatte più indistinte. L’uguaglianza tra uomini e donne nell’Unione europea sta diventando sempre più una realtà e, benché esistano ancora casi di discriminazioni, cominciamo ad assistere a sviluppi molto positivi.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Benché ci siano stati molti miglioramenti in materia di pari opportunità per le donne, molto resta ancora da fare. Uno dei problemi più urgenti è quello di offrire maggiore sostegno alla riconciliazione della vita professionale e familiare che per molte donne, e soprattutto per le madri che allevano da sole i propri figli, rappresenta un ostacolo insormontabile. Il fatto che ancora oggi il numero di uomini che ricoprono incarichi di responsabilità sia tendenzialmente più alto dimostra che la parità professionale sarà possibile soltanto mutando gli atteggiamenti e non imponendo quote, soprattutto perché le quote sono controverse e possono facilmente generare conflitti. Dal momento che la relazione non riesce a rispondere all’osservazione critica per cui le politiche di approccio integrato della parità tra uomini e donne (gender mainstreaming) possono anche muoversi nella direzione opposta, ho votato contro.

 
  
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  Mariya Nedelcheva (PPE), per iscritto.(FR) La risoluzione sulla parità fra donne e uomini nell’Unione europea mi sembra del tutto equilibrata e mi congratulo con il lavoro svolto dall’onorevole Tarabella per ottenere questo risultato. Esistono ancora oggi flagranti sperequazioni tra uomini e donne a livello occupazionale, soprattutto per quanto riguarda la remunerazione o la necessità di conciliare la vita professionale e quella familiare. In questo settore molto resta ancora da fare.

D’altro canto, per quanto riguarda la tutela dei diritti sessuali e riproduttivi, l’accesso delle donne alla contraccezione e all’aborto è essenziale. Le donne infatti devono poter disporre di una totale autonomia fisica; per questo ho votato a favore delle disposizioni relative alla tutela di questi diritti.

Infine, ho votato contro la proposta di redigere una Carta europea dei diritti delle donne poiché, dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, la Carta dei diritti fondamentali, che comprende i diritti delle donne, è divenuta parte integrante dei trattati. Questa Carta è giuridicamente vincolante e consente di proteggere uomini e donne nello stesso modo.

 
  
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  Rareş-Lucian Niculescu (PPE), per iscritto. (RO) Nel 1967 in Romania fu approvato un decreto che proibiva l’aborto; di conseguenza, le donne persero il diritto di scegliere se portare avanti la gravidanza o interromperla. Questo decreto ebbe un impatto gravemente traumatico sulla società romena, e ci fece comprendere la pericolosità di una simile decisione.

Le donne devono avere il controllo dei propri diritti sessuali e riproduttivi. Per questo motivo ho votato a favore di tutti gli aspetti concernenti l’accesso agevole alla contraccezione e all’aborto menzionati nella relazione Tarabella, e quindi dell’intera relazione.

 
  
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  Aldo Patriciello (PPE), per iscritto. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la complessità della relazione in esame oggi si era già evinta durante i lavori in commissione FEMM, dove una risicata maggioranza di tre voti e una corposa assenza di deputati aveva permesso l'approvazione del testo.

Io credo che in materia di protezione delle donne esista una buona legislazione dal 1975. Quindi, piuttosto che sforzarsi a creare nuove direttive, è necessario fare in modo che le norme già esistenti siano pienamente applicate dai governi.

È per tale ragione che, pur non volendo votare contro la relazione, che per alcuni aspetti ha certamente dei risvolti positivi, ho preferito dissociarmi da alcuni aspetti per sottolineare il mio disappunto verso determinati elementi, specie quelli concernenti l'aborto, sui quali la nostra indole cattolica non è disposta a scendere a compromessi.

 
  
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  Cristian Dan Preda (PPE), per iscritto. (RO) Benché non sia contrario all’aborto, ho votato contro il paragrafo 38 perché può essere interpretato come un incoraggiamento a praticarlo. Sono altresì favorevole a rendere più facilmente accessibili la contraccezione e l’educazione sessuale, perché questo è il modo migliore per scongiurare gravidanze indesiderate. D’altro canto credo che alcune comunità, per svariate ragioni, intendano continuare a controllare l’aborto a livello nazionale, e a mio avviso ciò dev’essere loro consentito. In questo campo infatti, si deve applicare il principio della sussidiarietà. Non credo che discutere questo tema nell’ambito della relazione sulla parità tra donne e uomini nell’Unione europea sia la soluzione migliore.

 
  
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  Evelyn Regner (S&D), per iscritto. (DE) Ho votato a favore della relazione sulla parità tra donne e uomini nell’Unione europea perché essa rispetta la mia convinzione fondamentale, per cui le donne hanno il diritto illimitato all’autonomia, in particolare in rapporto ai loro diritti sessuali e riproduttivi, oltre che a un agevole accesso alla contraccezione e all’aborto. Questi diritti costituiscono una parte essenziale del concetto e dell’immagine che una moderna società europea ha di se stessa.

 
  
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  Alf Svensson (PPE) , per iscritto. (SV) In occasione della votazione di ieri, ho votato contro la relazione sulla parità tra donne e uomini, soprattutto perché, a mio avviso, molti punti della relazione, come per esempio la questione delle quote, contrastano con il principio della sussidiarietà. Mi sono astenuto dal voto sul considerando X e sul paragrafo 38, che riguarda l’accesso delle donne all’aborto. A mio avviso, l’attuale formulazione violerebbe il principio della sussidiarietà. Come principio generale, credo che a livello di Unione europea non si debba discutere di questioni su cui i singoli Stati membri hanno il diritto di decidere a livello nazionale. Naturalmente sostengo la posizione svedese su questo tema: la decisione sull’aborto, in ultima analisi, spetta alla donna interessata, non ai legislatori.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea sta attraversando un periodo di grave crisi economica, finanziaria e sociale, che ha onerose conseguenze per la vita professionale e privata delle donne. La segregazione professionale, il divario salariale e la difficoltà di riconciliare la vita professionale con quella familiare impediscono alla donna di partecipare appieno al mercato del lavoro. Nonostante i miglioramenti registrati nei luoghi di lavoro e il crescente numero di donne che occupano posizioni di responsabilità, è comunque necessaria una maggiore sensibilizzazione sulla parità di trattamento. Dobbiamo accogliere con favore questa relazione, che ci offre l’occasione di ridefinire gli orientamenti volti a eliminare le sperequazioni tra uomini e donne nel mercato del lavoro. Soltanto allora infatti l’Unione europea potrà raggiungere i propri obiettivi di crescita, occupazione e coesione sociale. Contesto però l’inclusione di disposizioni concernenti i “diritti sessuali e riproduttivi”, in una relazione che viene presentata in un contesto di crisi economica e che riguarda principalmente l’impatto di tale crisi sulle condizioni lavorative delle donne e sul ruolo delle donne nella società. Per i suddetti motivi, e dal momento che non sono stati approvati gli emendamenti presentati al paragrafo 38, che appoggiavo e ritenevo essenziali per l’economia del documento, ho votato contro la relazione sulla parità tra donne e uomini nell’Unione europea.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE), per iscritto. (DE) Ho votato contro la relazione perché le mie convinzioni più profonde non mi consentono di accettare il diritto illimitato all’aborto e alla libertà riproduttiva. Ritengo infatti che il diritto alla vita sia un diritto fondamentale che dev’essere difeso e rispettato in ogni caso. Le altre parti della relazione sono perfettamente accettabili e dimostrano che l’Europa ha fatto progressi in materia di uguaglianza per le donne. Un altro tratto positivo di questa relazione sta nel fatto che si riconosce un’importanza assai maggiore all’impegno a favore della famiglia.

 
  
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  Marina Yannakoudakis (ECR), per iscritto. (EN) Il gruppo ECR è tra i più convinti sostenitori dell’uguaglianza di genere, e in particolare del principio della parità salariale e delle pari opportunità nel luogo di lavoro. Il nostro gruppo ha quindi deciso di votare a favore dei paragrafi che sostengono l’uguaglianza in questo modo. Il gruppo ECR, tuttavia, ha votato contro questa risoluzione per due motivi specifici. In primo luogo siamo contrari a qualsiasi provvedimento legislativo che consideri la salute, l’istruzione e i diritti riproduttivi delle donne competenze dell’Unione europea e non degli Stati membri. In secondo luogo, benché il gruppo ECR sostenga incondizionatamente la necessità di disposizioni che tutelino la maternità e la paternità, abbiamo deciso di astenerci da simili riferimenti in questa relazione, poiché siamo contrari a qualsiasi politica familiare che venga imposta a livello di Unione europea; è una questione sulla quale spetta ai governi nazionali decidere.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. (FR) Ho votato contro questa risoluzione, che divide gli uomini e le donne invece di unirli. Non c’è niente di innocente nella formulazione del paragrafo 36: “le donne dovrebbero avere il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto”. Il relatore inoltre insiste sulla necessità di offrire alle donne l’accesso gratuito alla consultazione in tema di aborto. Ma l’aborto rientra fra le competenze esclusive degli Stati membri. Dal momento che questa risoluzione non ha forza giuridica vincolante, non può essere utilizzata per esercitare pressioni a favore della liberalizzazione dell’aborto. Il Parlamento inoltre chiede di combattere gli stereotipi sessisti, in particolare per quel che riguarda il lavoro svolto dalle donne e dagli uomini all’interno della famiglia. La risoluzione insiste sull’importanza delle strutture di accoglienza per i bambini in età prescolare, dei servizi di custodia dei bambini e dei servizi di assistenza per gli anziani e le altre persone non autonome. Il Parlamento quindi cerca di distruggere la famiglia naturale come luogo di socializzazione e solidarietà tra le generazioni; questa risoluzione non offre perciò alcun valore aggiunto né alle donne, né agli uomini, né all’Unione. E’ un peccato, poiché il rispetto per l’altro e la promozione delle pari opportunità per le donne e per gli uomini rappresentano una vera sfida sociale.

 
  
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  Artur Zasada (PPE), per iscritto. (PL) Ho votato contro la risoluzione. Il relatore, onorevole Tarabella, non ha tenuto conto del contesto nazionale. La moralità fa parte della visione del mondo incorporata nel sistema giuridico di un paese. Il tentativo di introdurre nella legislazione polacca la possibilità di godere dell’accesso illimitato all’aborto è innaturale, e ovviamente susciterà opposizione. Agendo secondo coscienza, e tenendo conto delle normative in vigore in Polonia, ho votato contro la risoluzione. Nel far questo, ho dato il chiaro segnale che, conformemente al principio di sussidiarietà, gli unici a poter legiferare su questioni così delicate sono i 27 Stati membri.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0069/2010

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) In generale, ho votato a favore della proposta di risoluzione sugli obiettivi strategici dell’UE per la quindicesima riunione della Conferenza delle parti della Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione (CITES). Mi sono anche schierato a favore degli emendamenti tesi a inserire il tonno rosso nell’Appendice II CITES, conformemente alle recenti raccomandazioni del comitato ad hoc dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) che ha approvato l’annuncio dell’inclusione del tonno rosso nell’Appendice II CITES. In conseguenza di ciò, l’assemblea generale della commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell’Atlantico (ICCAT) ha fissato una notevole riduzione della pesca di tonno rosso – pari a 13 500 tonnellate – e la Commissione europea ha ribadito la propria preoccupazione per la riduzione degli stock di tonno, impegnandosi a svolgere studi scientifici più attendibili.

Comprendo bene che la perdita di biodiversità è un grave problema di portata mondiale, e ritengo che anche altri animali dovrebbero essere oggetto di proposte di conservazione. Questa conferenza mi sembra cruciale per la sopravvivenza e la sostenibilità di molte specie. In ultima analisi, penso che il divieto totale di commercio internazionale del tonno – con l’inclusione nell’Appendice I – sarebbe prematuro, poiché innescherebbe una crisi nel settore senza avere il sostegno di alcun fatto concreto.

 
  
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  John Attard-Montalto (S&D), per iscritto. (EN) Per quanto riguarda la risoluzione sugli obiettivi strategici per la Conferenza delle parti della Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione (CITES), ho votato contro l’abolizione della pesca del tonno rosso, poiché questo provvedimento avrà effetti estremamente negativi sulle possibilità di sostentamento dei pescatori maltesi. In gran maggioranza, questi ultimi non sono in grado di dedicarsi alla pesca di specie alternative in zone di pesca alternative, a causa dei metodi tradizionali con cui la pesca stessa viene svolta. A mio parere, inoltre, nel caso del tonno rosso i criteri per l’inclusione nell’Appendice CITES non sono soddisfatti.

 
  
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  Liam Aylward (ALDE), per iscritto.(GA) Ho votato a favore della relazione sulla Convenzione CITES. Le specie animali e vegetali si estinguono a un ritmo mille volte più rapido di quello naturale. Le attività umane accelerano il ritmo dell’estinzione e mettono a rischio la biodiversità. La CITES è uno strumento fondamentale dell’azione internazionale tesa a combattere le più gravi minacce alla biodiversità, a contrastare il commercio illegale e a mettere a punto un regolamento adeguato per il commercio di fauna selvatica.

Sostengo coloro che vogliono attribuire agli organismi di polizia internazionali un maggior peso nella lotta contro i reati relativi alla fauna selvatica, anche affrontando i pericoli che possono derivare dal commercio elettronico. In tale contesto, approvo anche la raccomandazione di potenziare le unità per la criminalità ambientale di tali organi.

Desidero richiamare l’attenzione sull’effetto che le misure CITES avranno sull’occupazione delle comunità rurali più povere, e su quelle che dipendono dal commercio di alcune specie per il loro sostentamento. Dobbiamo continuare ad aiutare questi paesi ad applicare l’elenco CITES, per lavorare insieme a coloro che dipendono dalla fauna selvatica della propria zona.

 
  
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  Christine De Veyrac (PPE), per iscritto.(FR) Il Parlamento europeo chiede il divieto totale, a livello internazionale, di commercializzare il tonno rosso. Nelle mia veste di rappresentante eletta del bacino di Sète non ho votato a favore di questa misura: a tutt’oggi né gli scienziati né – aggiungo – le associazioni ambientalistiche concordano in merito a tale divieto. Tuttavia, se in marzo, in occasione della Conferenza internazionale di Doha venisse approvato un divieto così drastico, inviterei la Commissione europea a non bloccare le compensazioni finanziarie che gli Stati membri potrebbero dover pagare ai pescatori. Negli ultimi anni, infatti, i pescatori hanno compiuto sforzi notevoli, attenendosi a contingenti sempre più severi, ammodernando le flotte, e così via. Sarebbe scandaloso obbligarli in futuro a cambiare professione senza garantire loro un apprezzabile sostegno finanziario.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione intitolata “Obiettivi strategici per la Conferenza delle parti di CITES”, in quanto la protezione della biodiversità va rafforzata nel quadro della prossima Conferenza delle parti della Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione. La diversità biologica è essenziale per il benessere e la sopravvivenza stessa del genere umano. Dobbiamo essere ambiziosi e chiedere la protezione di tutte le specie a rischio di estinzione.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) La Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione (CITES) costituisce il principale accordo globale oggi esistente per la conservazione delle specie selvatiche. Essa intende prevenire lo sfruttamento eccessivo di queste specie ai fini del commercio internazionale, ed è quindi essenziale che l’Unione europea partecipi, nel marzo prossimo, alla quindicesima Conferenza delle parti.

So bene quanto sia importante preservare le specie minacciate d’estinzione, per salvaguardare la biodiversità e l’equilibrio ecologico del pianeta, e non ignoro certo che lo sviluppo sostenibile presuppone l’uso razionale delle risorse naturali senza impedire le attività necessarie per lo sviluppo.

Di conseguenza, nel momento in cui si discutono modifiche delle appendici CITES, sottolineo l’importanza di garantire un’adeguata protezione alle specie selvatiche minacciate di estinzione senza però mettere a repentaglio o condannare alla scomparsa le attività che permettono la sopravvivenza sociale ed economica di molte comunità.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione (CITES) ha rappresentato un importante strumento per la conservazione delle specie di flora e fauna minacciate, soprattutto di quelle che suscitano un interesse commerciale e che quindi è necessario proteggere e valorizzare. Non ignoriamo l’importanza delle decisioni concernenti le modifiche a questa Convenzione, comprese le sue appendici, poiché tali decisioni ci consentono di riconoscere e tenere nel debito conto i mutamenti confermati nello stato di conservazione delle specie. Tali modifiche devono essere corroborate da dati e da pareri scientifici con fondamento empirico. Alla luce dei dati disponibili non riteniamo che la proposta di inserire il tonno rosso (Thunnus thynnus) nell’Appendice I CITES sia giustificata. Ricordiamo che durante l’ultima riunione della commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell’Atlantico (ICCAT), nel novembre 2009, gli esperti hanno manifestato l’opinione che la specie fosse sottoposta a uno sforzo di pesca eccessivo, ma ciò non ha indotto a consigliare un divieto di pesca totale. Le raccomandazioni hanno suggerito una sensibile diminuzione delle catture limitate a una quantità fra le 8 000 e le 15 000 tonnellate, con un limite fissato a 13 500 tonnellate. In tali circostanze riteniamo opportuno seguire attentamente la situazione nel 2010 e poi attendere la valutazione e la raccomandazione degli esperti.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore di questa risoluzione; uno dei suoi obiettivi è la conservazione del tonno rosso, elemento essenziale dell’equilibrio di diversità biologica dell’ambiente marino.

Il divieto che colpisce il commercio internazionale di tonno rosso ci consentirà di conservare i nostri stock di questa specie, minacciata dall’eccessivo sforzo di pesca.

L’Europa dovrà però controllare le misure adottate dai paesi terzi; come potremo infatti spiegare ai nostri pescatori europei che i loro colleghi giapponesi, libici o tunisini, muniti di reti a strascico, possono saccheggiare in piena legalità i nostri stock di tonno rosso?

Dovremo inoltre dedicarci a negoziare l’organizzazione di una zona economica esclusiva in cui sia possibile continuare la pesca su piccola scala, che non minaccia le risorse.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Ho votato a favore del divieto di commercio per il tonno rosso e, come corollario, a favore di misure di compensazione per il settore della pesca del tonno, previste da un emendamento di cui sono cofirmataria e che è stato adottato in parte. In tal modo, il tonno rosso verrebbe inserito nell’Appendice I della Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione (CITES), con una deroga generale per il commercio interno che consenta la continuazione della pesca costiera su piccola scala, e con controlli più severi sulla pesca illegale. Non dobbiamo solo preoccuparci di questa specie minacciata di estinzione, i cui stock si sono ridotti del 60 per cento negli ultimi dieci anni, ma anche prevedere aiuti sostanziali a favore dei pescatori e degli armatori che saranno colpiti da tale misura: è indispensabile.

 
  
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  Danuta Jazłowiecka (PPE), per iscritto. (EN) Ho votato per l’inserimento del tonno rosso nell’Appendice I CITES, dal momento che il comitato consultivo di esperti ad hoc della FAO ha deciso a maggioranza che le prove disponibili corroboravano la proposta di inserirlo in tale Appendice. Questa specie ha subito un sensibile declino, è sottoposta a uno sforzo di pesca palesemente eccessivo ed è per di più minacciata dall’eccessivo sfruttamento imposto dal commercio internazionale; soddisfa quindi i criteri per l’inserimento nell’Appendice I CITES.

 
  
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  Oriol Junqueras Vies (Verts/ALE), per iscritto. (ES) L’attuale situazione del tonno rosso è insostenibile, e la sopravvivenza della specie può essere assicurata solo da una riduzione dei contingenti; potrei anche aggiungere che tali contingenti hanno sempre superato i limiti raccomandati dalla comunità scientifica. L’inserimento del tonno rosso nell’Appendice I della Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione (CITES), con il conseguente divieto di commercio internazionale per questa specie, è la soluzione più adatta a garantire il recupero della specie stessa. Occorre comunque sottolineare che alcuni settori dell’industria della pesca hanno agito in maniera responsabile, hanno rispettato i contingenti e si sono adeguati a tutti i requisiti fissati negli ultimi anni. Ho quindi votato per subordinare l’inserimento del tonno rosso nell’Appendice I CITES alle seguenti condizioni (che alla fine sono state approvate): un emendamento al regolamento (CE) n. 338/97 del Consiglio, per introdurre una deroga generale a favore del commercio interno; sostegno finanziario dell’Unione agli armatori colpiti da questa misura; inasprimento dei controlli e delle sanzioni per combattere la pesca illegale e non regolamentata. Ho votato anche a favore della proposta di rinviare di 18 mesi l’inclusione del tonno rosso nell’Appendice I, in attesa di una relazione scientifica indipendente; ma questa proposta non è stata approvata.

 
  
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  Erminia Mazzoni (PPE), per iscritto. − Oggi, 10 febbraio 2010, il Parlamento europeo è stato chiamato ad esprimersi sugli obiettivi strategici dell'UE per la XIV riunione della Conferenza delle parti della Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione (CITES), che si terrà a Doha (Qatar) dal 13 al 25 marzo 2010. Per quanto il ruolo del PE sia meramente consultivo ho, comunque, ritenuto importante firmare e sostenere in seduta di voto l´emendamento che intendeva eliminare l´inserimento del corallo rosso nell´allegato II alla Convenzione, che ne avrebbe comportato una notevole limitazione della pesca e del commercio, in quanto specie in via d'estinzione. L'inserimento nell'allegato II del corallium sembra, infatti, eccessivamente prudenziale e non corroborato adeguatamente da dati scientifici. Inoltre, il contraccolpo economico e sociale che tale inserimento potrebbe avere sull´economia del nostro Paese e, in particolare, di alcune regioni del Mezzogiorno, ha destato la mia viva preoccupazione e mi ha portata a votare a favore di tale emendamento. Ho ritenuto, infatti, che fosse più opportuno dare maggiore tempo alle nostre imprese del settore al fine di riconvertire la loro produzione e rimanere, così, competitive sul mercato.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) Sul tonno rosso grava la minaccia dell’estinzione, a causa del mancato controllo sull’eccessivo sforzo di pesca che ha interessato questa risorsa; il divieto di commercializzazione – diretto a proteggere la specie – sembra ora inevitabile. Ben consapevoli di questo problema, molti pescatori, e soprattutto quelli francesi, da anni fanno del loro meglio per adeguare le proprie imbarcazioni alle norme vigenti e rispettare i contingenti di pesca necessari a garantire la sopravvivenza del tonno rosso. Proprio questi pescatori, già gravemente colpiti dalla crisi, saranno le prime vittime di una misura resa necessaria dalla pesca illegale e dalle reti industriali clandestine. Lo sforzo cui tali pescatori devono sottoporsi non deve ricadere solo sulle loro spalle.

Non possiamo chiedere loro di sacrificarsi per il bene dell’umanità, mentre i potenti, riuniti a Copenaghen, hanno evitato di affrontare la questione. Il principio della responsabilità comune per i problemi ambientali, sancito dalle Nazioni Unite, va dunque applicato, e lo sforzo dei pescatori compensato da un contributo erogato dall’Unione europea. Inoltre, l’istituzione – da parte della Francia – di una zona economica esclusiva nel Mediterraneo renderebbe possibile offrire un rifugio alle risorse ittiche e insieme assicurare la sopravvivenza della pesca su piccola scala rispettosa degli equilibri ecologici.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea deve partecipare alla quindicesima Conferenza delle parti della Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione (CITES), con obiettivi precisi e definiti per quanto riguarda le specie a rischio di estinzione che è necessario proteggere. La CITES è uno strumento essenziale per la conservazione delle specie selvatiche, ed è diretta ad evitare lo sfruttamento eccessivo delle specie di flora e fauna selvatiche derivante dal commercio internazionale.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Mi sono astenuto dal voto sulla risoluzione B7-0069/2010 sugli obiettivi strategici per la quindicesima riunione della Conferenza delle parti della Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione (CITES), in quanto ritengo che non sia opportuno includere il tonno rosso nell’Appendice I CITES. Tale inclusione equivarrebbe a una condanna a morte per le tradizionali tecniche di pesca sostenibili, mentre in effetti la responsabilità dell’esaurimento degli stock ricade sui pescherecci industriali con reti a cianciolo. Invito a riconoscere il ruolo esatto che ogni metodo di pesca ha avuto nel provocare l’allarmante situazione odierna del tonno rosso, e quindi a distribuire i contingenti secondo criteri nuovi e più equi e a introdurre misure più severe.

Per tale motivo occorre incoraggiare i metodi di pesca tradizionali, che offrono sostentamento a migliaia di persone e sono ben più selettivi. Siamo onesti: c’è una differenza enorme tra la pesca industriale e le tecniche di pesca tradizionali. Voglio sottolineare che è importante proteggere il tonno rosso, ma è anche necessario individuare un punto di equilibrio che garantisca la sopravvivenza della specie senza penalizzare i metodi di pesca mediterranei come la tecnica dell’almadraba.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto.(FR) Il principale punto in discussione in questa risoluzione sulla Convenzione CITES, che riguarda le specie minacciate di estinzione, riveste importanza fondamentale: si tratta di raggiungere un consenso a livello europeo sul divieto di commercio internazionale per il tonno rosso. I pescatori sono fieramente contrari a tale divieto, ma esperti ambientali e scientifici hanno suonato il campanello d’allarme. Al ritmo attuale, e nonostante i drastici sforzi compiuti negli ultimi anni, il tonno rosso potrebbe semplicemente scomparire nel giro di tre anni. L’Italia si è già mossa, adottando una moratoria a partire dal 2010; la Francia ha fatto altrettanto, ma in maniera assai più ambigua, poiché sta ventilando l’ipotesi di un periodo di 18 mesi per “valutare lo stato delle risorse”; quanto a Spagna e Malta, il loro ostentato silenzio è deplorevole. La questione è comunque urgente, e solo misure radicali possono permettere il ripristino degli stock; d’altra parte, a medio e lungo termine questo è anche l’unico modo per garantire ai pescatori possibilità di sostentamento.

La risoluzione non giunge a proibire completamente la pesca del tonno rosso, né a far sparire questo pesce dalla nostra tavola. La pesca sportiva e su piccola scala sarà ancora consentita, mentre il divieto di commercio internazionale dovrebbe bastare a salvaguardare la specie, dal momento che l’80 per cento del tonno rosso pescato nel Mediterraneo viene esportato direttamente in Giappone.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per scritto. (NL) Ho votato a favore, anche se ritengo che il testo originale presentato dalla commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare fosse migliore, soprattutto per quanto riguarda il tonno rosso. E’ importante però inviare alla Commissione e al Consiglio il messaggio che il Parlamento è favorevole a inserire il tonno rosso nell’Appendice I CITES. Avrei preferito evitare l’inclusione delle tre condizioni formulate in Assemblea plenaria, ma ho votato a favore dell’emendamento che invitava a sostenere le comunità di pescatori colpite dalla misura.

La Commissione e gli Stati membri hanno il nostro appoggio anche per i loro tentativi di trasferire l’orso polare dall’Appendice II all’Appendice I CITES.

E’ molto importante l’invito, rivolto alla Commissione e agli Stati membri, di respingere la proposta della Tanzania e dello Zambia di trasferire l’elefante africano dall’Appendice I all’Appendice II CITES in vista di una commercializzazione dello stesso; il Parlamento inoltre ritiene opportuno respingere tutte le proposte di trasferimento da un’appendice all’altra relative a specie di elefante africano fino a quando non sarà possibile effettuare un’autentica valutazione delle conseguenze della vendita in un’unica soluzione dell’avorio proveniente da Botswana, Namibia, Sudafrica e Zimbabwe effettuata nel novembre 2008; esistono infatti prove crescenti dell’aumento delle organizzazioni per il commercio illegale in tutta l'Africa.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE), per iscritto.(FR) Le relazioni scientifiche concernenti l’attuale biomassa del tonno rosso sono allarmistiche: la pesca industriale incontrollata ha pesantemente intaccato gli stock. Questa pesca industriale e internazionale minaccia la tradizionale pesca costiera del Mediterraneo. Per evitare una catastrofe ecologica, la cui gravità sarebbe raddoppiata dalla crisi economica che affligge il settore della pesca, è urgente introdurre una politica che preveda un divieto internazionale per la pesca industriale del tonno rosso. Invito quindi a conciliare due punti importanti: una efficace protezione del tonno rosso che ne consenta la sopravvivenza e la futura collocazione sul mercato, e il sostegno ai pescatori costieri europei, il cui sostentamento dipende in parte proprio da questo commercio. In tale prospettiva sostengo l’inserimento del tonno rosso nell’Appendice I CITES per impedirne lo sfruttamento e l’estinzione, ma a tre condizioni: l’attuazione di regolari valutazioni scientifiche tese a individuare lo stato preciso della biomassa di questa specie, la concessione di un sostegno economico e sociale ai soggetti europei attivi nel settore della pesca, ma soprattutto l’introduzione di una deroga per il commercio interno di tonno rosso, così da offrire un aiuto alle imprese artigianali e scongiurare la fine della piccola pesca costiera, che nel Mediterraneo è un’attività tradizionale.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. (FR) La Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate da estinzione, nota con l’acronimo CITES, è un accordo internazionale fra Stati; vi aderiscono tutti gli Stati membri dell’Unione. La Convenzione mira a garantire che il commercio internazionale degli esemplari di specie di fauna e flora selvatiche minacciate da estinzione non metta a repentaglio la sopravvivenza delle specie cui gli esemplari appartengono. Si stima che il commercio internazionale di specie minacciate raggiunga importi dell’ordine dei miliardi di dollari all’anno e coinvolga centinaia di milioni di esemplari di piante e animali. Purtroppo, l’Unione europea è uno dei principali mercati del commercio illegale di specie selvatiche. Se desideriamo garantire la conservazione di queste risorse a vantaggio delle generazioni future, è importante disporre di un accordo che garantisca il commercio sostenibile. All’interno dell’Unione europea, la legislazione nazionale varia da uno Stato membro all’altro. Per una miglior protezione delle specie selvatiche, è opportuno intensificare il coordinamento tra l’operato degli Stati membri e quello delle Istituzioni europee allo scopo di garantire il rispetto della legislazione comunitaria. L’Unione deve inoltre affermarsi di fronte alle altre parti della CITES. Ecco i motivi per cui ho votato a favore della risoluzione.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0067/2010

 
  
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  Elena Băsescu (PPE), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione di valutazione 2009 sulla Croazia in quanto la ritengo una relazione equilibrata che descrive i progressi compiuti da questo paese nel rispondere ai requisiti per l’ingresso nell’Unione europea. Dopo un periodo di stallo durato più di nove mesi, i negoziati per l’adesione sono ripresi nell’ottobre 2009. La Croazia deve continuare il processo di riforma e l’adozione della legislazione europea per portare a termine con successo i negoziati entro la fine di quest’anno. La relazione evidenzia anche alcuni problemi che influiscono sul processo di integrazione della Croazia nell’Unione europea. Il Parlamento europeo incoraggia le autorità croate a superare questi ostacoli e a intensificare i propri sforzi per risolvere tutte le dispute di confine con i paesi vicini. La relazione adottata in plenaria dal Parlamento europeo comprende alcuni miei emendament che incoraggiano la Croazia a continuare i suoi sforzi per promuovere la diversità culturale. I miei emendamenti ne comprendevano anche uno volto a sostenere lo sviluppo da parte croata di progetti di collaborazione transfrontaliera tesi a instaurare coesione sociale, economica e territoriale e ad accrescere il tenore di vita degli abitanti delle regioni di confine.

 
  
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  Philip Claeys (NI) , per iscritto. (NL) Questo Parlamento non ha davvero imparato nulla dai propri errori del passato? Anche le relazioni sulla Bulgaria e la Romania affermavano ripetutamente che la corruzione regnava sovrana e che il sistema giudiziario e le forze di polizia erano assolutamente inadeguate. Ciononostante, si votò a favore dell’ingresso di questi paesi con le conseguenze che tutti ben conosciamo. L’appartenenza alla Unione europea e il conseguente massiccio afflusso di finanziamenti non hanno fatto altro che radicare ulteriormente la corruzione già esistente.

A mio parere, si può permettere alla Croazia di accedere, ma solo ed esclusivamente quando sarà pronta e la società non sarà più in balia della corruzione. Una volta entrata la Croazia – e, come avete sentito, non credo che ciò debba avvenire troppo presto – bisognerà mettere fine all’allargamento. Trovo del tutto inaccettabile l’ingresso di tutti i paesi dei Balcani occidentali, come previsto dalla relazione in oggetto.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. – (PT) L’attuazione della democrazia è un processo lungo che richiede un forte impegno del governo e della società civile. E’ una strada accidentata e irta di difficoltà; noi portoghesi lo sappiamo fin troppo bene. Quando ciò si combina con la disgregazione di un paese che, pur essendo federale, era notevolmente centralizzato e governato da un regime dittatoriale ormai al collasso, portando ad una guerra orrenda che difficilmente le generazioni future dimenticheranno, non possiamo che rallegrarci, come ho fatto io stesso, di votare a favore di questa risoluzione che ci porta buone notizie sui progressi fatti dalla Croazia. C’è ancora molto da fare, comunque, e mi rendo conto che senza un sistema giudiziario libero e indipendente, non si possono garantire né lo stato di diritto né i diritti umani, in quanto mancano gli investimenti stranieri né si registrano progressi.

Ciò vale tanto per la Croazia che per qualunque altro potenziale paese candidato. Apprezzo anche il fatto che la velocità con cui la Croazia avanza verso l’UE sia decisa dal paese stesso, perché i criteri di adesione sono trasparenti e ben noti. Auspichiamo che i negoziati possano concludersi entro quest’anno. Per quel che ci riguarda, la Croazia può contare sul nostro pieno appoggio.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sulla relazione di valutazione della Croazia in quanto credo che Zagabria saprà superare le sfide che l’attendono e portare a termine i negoziati per l’adesione del paese all’Unione europea nel 2010. Per questo motivo è indispensabile procedere sia con le riforme nelle diverse aree dell'acquis comunitario, che con la cooperazione con il Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), Per iscritto. – (PT). La Croazia ha fatto notevoli progressi in molte aree che la qualificano non solo come partner affidabile per l’Unione europea, ma anche come forte candidato all’adesione. Nonostante le tragedie personali e le distruzioni materiali che hanno devastato il paese durante il sanguinoso conflitto seguito all’implosione dell’ex-Yugoslavia, gli sforzi del paese per la ricostruzione e il cammino intrapreso con coerenza verso la convergenza con la UE sono stati notevoli.

Pur se molto resta da fare, soprattutto in taluni settori, è chiaro che la Croazia ha fatto quanto basta per meritarsi un posto tra gli Stati membri, e io spero che possa aderire all’Unione in tempi brevi.

Auspico che il possibile ingresso della Croazia nell’Unione europea venga visto nei Balcani come un segno di speranza e che gli altri paesi della regione, soprattutto la Serbia, riconoscano i vantaggi internazionali e i benefici di optare per l’Europa.

Spero anche che le dispute confinarie con la Slovenia siano prontamente risolte in quanto mettono guastano tale processo che deve aver luogo con la massima serietà, completezza e buona fede.

 
  
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  Lívia Járóka (PPE), per iscritto.(EN) Vorrei attirare la vostra attenzione su un aspetto cui si presta scarsa attenzione allorché si valutano i progressi compiuti dai paesi in questione: la situazione dei Rom. Rendendosi conto dell’importanza di definire il quadro giuridico per la non-discriminazione, l’Unione europea, nel 2004, ha inasprito le condizioni di adesione per i nuovi Stati membri apportando in tal modo reali miglioramenti. Constato con piacere che le relazioni sui progressi compiuti da questi tre paesi sono piuttosto critiche ed evidenziano che solo la Croazia è stata in grado di ottenere qualche timido miglioramento nel promuovere l’integrazione sociale dei Rom.

I paesi candidati devono essere coinvolti per tempo nella ricerca di integrazione dei rom a livello europeo in quanto i negoziati di adesione forniscono un’opportunità senza precedenti per modificare l’atteggiamento dei governi in tema di pari opportunità di accesso dei rom all’occupazione, all’istruzione, al diritto alla casa e alla sanità, promuovendone la partecipazione politica e rafforzando il movimento civile dei rom. Tutti i paesi europei – sia quelli che fanno parte dell’Unione europea che quelli che entreranno a farne parte in seguito– devono impegnarsi in uno sforzo comune teso a superare la storica esclusione sociale della più grande minoranza etnica del continente e sottoscrivere un progetto di azione comunitaria che preveda strumenti giuridici tali da costringere i partecipanti a rispettare gli impegni presi.

 
  
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  Monica Luisa Macovei (PPE), per iscritto. (EN) Ho votato a favore dell’emendamento n. 6 perché sono d’accordo che il governo della Croazia debba fare sforzi supplementari per ridurre i pregiudizi e combattere la discriminazione in qualunque campo, compreso l’orientamento sessuale (uno dei campi di non-discriminazione dell’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea)

Il mio approccio sulla questione della discriminazione degli orientamenti sessuali, come pure quello che riguarda la discriminazione di qualunque minoranza, è coerente con la legislazione comunitaria e ad altre legislazioni sui diritti umani a livello internazionale ed è in linea con il parere di molti dei miei elettori in Romania e con i miei convincimenti personali.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) Non è alla Croazia che mi oppongo votando contro la presente relazione di valutazione. I croati non meritano di essere ostracizzati in alcun modo. Quel che io condanno è il diktat euroliberale a cui sono soggetti sia gli Stati membri che i paesi candidati. L’aspetto economico dei criteri di Copenaghen e la conseguente liberalizzazione di mercato mettono a repentaglio i diritti sociali dei paesi candidati. Sosterrò l’adesione di nuovi paesi solo quando l’Unione europea farà sì che l’integrazione regionale vada a vantaggio di tutti i cittadini che la compongono e non a esclusivo vantaggio degli interessi dei capitali che oggi la dominano e che costituiscono un quadro di riferimento per l’integrazione sul quale i cittadini non hanno alcun controllo.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT). Nonostante i nove mesi di stallo durante i negoziati a causa delle dispute sui confini con la Slovenia, la Croazia ha compiuto progressi significativi verso l’adesione all’Unione europea. Quanto ai criteri di collaborazione politica, economica e regionale, essa ha mostrato una notevole capacità di adeguarsi alle condizioni richieste e preventivamente stipulate. Anche se abbiamo ancora molta strada da fare in questo difficile cammino verso l’allargamento, mi congratulo per i progressi compiuti per l’adesione della Croazia, intesa anche come strumento di pacificazione dei Balcani.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Tra i candidati all’adesione, la Croazia è senza dubbio quella che finora ha fatto i progressi maggiori. Di conseguenza il giusto approccio sarebbe quello di velocizzare i negoziati in modo da completarli entro quest'anno pur rimanendo di fondamentale importanza, naturalmente, l’attuazione dell’acquis comunitario. La relazione sostiene le ambizioni della Croazia, ed è per questo motivo che ho votato a favore.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. (DE) La Croazia ha fatto grandi progressi sotto molti aspetti per quello che riguarda la politica interna ed estera. Per questa ragione ho votato a favore della proposta di risoluzione e sostengo il rapido ingresso della Croazia nella UE.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto. (PL) Abbiamo adottato una risoluzione importante che valuta lo stato dei negoziati di adesione della Croazia. E’ importante che la risoluzione indichi quali misure attuare per accelerare i negoziati di adesione, in modo da completare i dettagli tecnici nel 2010. Le autorità croate dovrebbero adoperarsi maggiormente per fornire alla società informazioni migliori sui benefici di un’adesione all’UE. Una presenza attiva della Croazia nel quadro di un unico mercato comune europeo determinerà uno sviluppo di scambi commerciali, un afflusso di investimenti e una crescita economica in generale.

Di non poca rilevanza è anche il sostegno dei fondi europei per la modernizzazione dell’economia croata, la costruzione delle sue infrastrutture e la ristrutturazione dell’agricoltura. In questa sede possiamo ricordare molti dei benefici tratti dai paesi che sono entrati con gli ultimi due allargamenti. Il fatto stesso di appartenere a un’Europa unita è rilevante. E bisognerebbe sbloccare quanto prima i negoziati nel campo della pesca, dell’ambiente e della politica estera e di sicurezza comune.

Mi aspetto che la presidenza e la Commissione adottino misure specifiche al riguardo. Finora abbiamo spiegato che un ulteriore allargamento potrà aver luogo solo dopo l’adozione del trattato di Lisbona. Il trattato è ora in vigore e dovremmo accelerare i colloqui per l’adesione della Croazia come pure i preparativi per un allargamento dell’Unione che includa altri stati balcanici. Ciò è molto importante per la stabilizzazione della regione.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE), per iscritto. (DE) Mi sono astenuto dal voto sulla relazione di valutazione della Croazia perché i tempi stretti a cui si fa riferimento nella relazione affinché la Croazia sia pronta ad entrare nella prima metà del 2010 non sono, a mio avviso, necessari. Non c’è nessun bisogno di fare in fretta né esiste un’urgenza tale da giustificare un siffatto procedimento.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. (FR) La risoluzione sulla Croazia è una risoluzione politica priva di valore giuridico vincolante. Ho votato a favore perché nel prossimo futuro la Croazia dovrà diventare uno stato membro. Senza la guerra nei Balcani avrebbe aderito fin dal 2004. L’articolo 21 sulle minoranze LGBT, tanto controverso quanto inutile, è stato introdotto in plenaria e ha ottenuto il mio voto contrario. La Croazia ha sottoscritto sia la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’ONU che la Convenzione europea dei diritti umani del Consiglio d’Europa. Non c’è quindi ragione di sospettare che la Croazia sia una nazione ostile alla minoranza LGBT. Nonostante tutte le pressioni simboliche, la Croazia mantiene piena competenza nazionale nelle aree legate alla non-discriminazione. E’ per questo motivo che ho esortato le associazioni delle famiglie croate, che ho incontrato durante una recente visita nel paese, a continuare il loro eccellente lavoro per il bene comune del loro paese e un futuro migliore per tutti in Europa. La capacità di assumersi gli obblighi derivanti dall’ingresso nell’Unione e l’allineamento all’acquis non debbono trasformarsi nella negazione della cultura nazionale tradizionale dei futuri Stati membri

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0065/2010

 
  
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  Elena Băsescu (PPE), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione 2009 sui progressi realizzati dall’ex Repubblica iugoslava di Macedonia poiché ritengo sia una relazione importante che avrà un’influenza positiva sul processo d’adesione di questo paese. La prospettiva di adesione all’Unione europea è il fattore principale che garantisce stabilità e la continuazione del processo di riforma nei Balcani occidentali, inclusa l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia. La relazione fa riferimento ai progressi realizzati da questo paese per quanto concerne l’adozione della legislazione necessaria per l’integrazione all’Unione europea. Nella fase successiva, le autorità nell’ex Repubblica iugoslava di Macedonia dovranno adoperarsi per dare attuazione alle norme adottate. Sono inoltre necessari ulteriori sforzi per migliorare le relazioni interetniche e il dialogo con i paesi vicini e per adeguare la legislazione in materia di protezione ambientale. La relazione adottata oggi comprende alcuni emendamenti da me presentati e volti a consolidare la capacità di gestire i fondi di preadesione stanziati dall’Unione europea e di sostenere l’attuazione delle riforme previste dal processo di adesione.

 
  
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  Göran Färm, Anna Hedh, Olle Ludvigsson, Marita Ulvskog e Åsa Westlund (S&D), per iscritto. – (SV) Noi del gruppo dei socialisti e democratici svedesi abbiamo votato contro l’emendamento n. 4 in quanto parte di un compromesso più ampio. Per noi era più importante dimostrare un ampio consenso sull’adesione dell’ex Repubblica iugoslava di Macedonia piuttosto che enfatizzare ancora una volta la nostra posizione: noi non riteniamo infatti che possibili disaccordi tra questo paese e i suoi vicini debbano influenzarne l’opportunità di adesione all’Unione europea.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) L’ex Repubblica iugoslava di Macedonia è un chiaro esempio di un mosaico di diversi interessi ed etnie, non sempre in pace o in accordo tra di loro, che caratterizza la regione balcanica.

Tutti i principali attori politici concordano sul fatto che un avvicinamento all’Unione europea sia la strada migliore per il paese, sono anche se permangono diversi ostacoli all’adesione.

Alcuni di questi sono di natura materiale, mentre altri sono prettamente storici o politici, come ad esempio il nome del nuovo paese che sta causando tensione con i vicini, in particolar modo con la Grecia; si rende pertanto necessario un impegno condiviso, serio e continuativo per superarli.

Il consolidamento dello stato di diritto, elezioni libere e regolari e l’affermazione della democrazia in tutte le sue forme, inclusa l’attuazione del principio di sussidiarietà e di decentramento, sono sfide che l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia dovrà affrontare se vuole perseverare nel suo tentativo di divenire parte dell’Unione europea. Mi auguro sinceramente che questo avvenga.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. (RO) Ritengo che il governo dell’ex Repubblica iugoslava di Macedonia abbia compiuto progressi significativi nel 2009, come del resto sottolinea la risoluzione sulla relazione d’attività per il 2009. Nel votare a favore della relazione, ho accolto con particolare favore i seguenti aspetti: l’esenzione dal visto, la partecipazione nelle missioni civili e militari dell’Unione europea, l’accreditamento da parte delle autorità nazionali delle componenti dello strumento di assistenza preadesione (IPA) concernenti lo sviluppo regionale e rurale, così come i progressi compiuti per prepararsi a gestire i finanziamenti previsti dall’IPA. Mi auguro che i negoziati di adesione possano iniziare nel prossimo futuro e che il Consiglio europeo confermi la sua accettazione della raccomandazione della Commissione sull’inizio dei negoziati, come previsto dal vertice di marzo. Per quanto concerne la questione del nome, approvo la posizione del relatore e cioè che Grecia e ex Repubblica iugoslava di Macedonia intensifichino i loro sforzi ai massimi livelli per trovare una soluzione accettabile da ambo le parti sotto l’egida delle Nazioni Unite. Nel corso dei negoziati l’Unione europea dovrà prestare, a mio avviso, la propria assistenza.

 
  
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  Monica Luisa Macovei (PPE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore dell’emendamento n. 18 perchè l’adozione di provvedimenti contro la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale è un prerequisito per l’adesione all’Unione europea e perchè una maggiore tutela giuridica contro la discriminazione è un messaggio che il governo manda alla società sul valore che attribuisce a ciascuno dei suoi componenti. L’orientamento sessuale è una delle ragioni di non discriminazione contenute nell’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Il mio approccio sulla questione della discriminazione in base all’orientamento sessuale, oltre a riguardare la discriminazione di una qualsiasi minoranza, è coerente con la legislazione comunitaria e con altre legislazioni sui diritti umani a livello internazionale ed è in linea con il parere di molti dei miei elettori in Romania e con i miei convincimenti personali.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) Non è all’ex Repubblica iugoslava di Macedonia che mi oppongo votando contro la presente relazione di valutazione. I suoi cittadini non meritano di essere ostracizzati in alcun modo. Quello che io condanno è il diktat euroliberale a cui sono soggetti sia gli Stati membri che i paesi candidati. L’aspetto economico dei criteri di Copenaghen e la conseguente liberalizzazione dei mercati mettono a repentaglio i diritti sociali dei paesi candidati. Sosterrò l’adesione di nuovi paesi solamente quando l’Unione europea farà sì che l’integrazione regionale vada a vantaggio di tutti i cittadini che la compongono e non a esclusivo vantaggio degli interessi dei capitali che oggi la dominano e che costituiscono un quadro di riferimento per l’integrazione sul quale i cittadini non hanno alcun controllo.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) Nel tempo intercorso dall’ultima relazione, l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia ha compiuto progressi significativi. E’ importante sottolineare che la prospettiva di adesione all’Unione europea è stata una delle forze trainanti dello sviluppo e delle riforme nei paesi della regione balcanica. Se nel prossimo futuro l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia deve diventare uno Stato membro dell’Unione europea, dovrà accettare i criteri di adesione imposti dall’Unione europea e le questioni concernenti la cooperazione politica, economica e regionale e dare loro attuazione.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Ritengo che dobbiamo sostenere le aspirazioni di adesione dell’ex Repubblica iugoslava di Macedonia in quanto il paese appartiene indubbiamente all’Europa occidentale dal punto di vista culturale e negli ultimi mesi e anni ha compiuto progressi significativi in diversi settori. La relazione fornisce un’ottima descrizione dei passi successivi da compiere. Indubbiamente, la Macedonia deve migliorare ulteriormente le relazioni con i paesi limitrofi e deve profondere il suo pieno impegno per risolvere la disputa sul nome con la Grecia. Ho votato a favore della relazione poiché fornisce una presentazione equilibrata di tutti i fattori coinvolti.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. (DE) Alla luce degli ovvi progressi compiuti dalla Macedonia, ho votato a favore della proposta di risoluzione.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (S&D), per iscritto. (LT) Nel precedente mandato ho fatto parte della delegazione per le relazioni con la Macedonia (l’ex Repubblica iugoslava) e ho visitato questo paese. Sono pertanto lieto dei progressi compiuti. Il 2009 è stato un anno di successo per la Macedonia. L’Unione europea ha abolito il sistema dei visti con questo stato, che di fatto incentiva lo sviluppo dei contatti tra le persone. Lo scorso anno, la Macedonia ha tracciato i confini con il Kosovo e ha migliorato le relazioni con la Grecia. Nella risoluzione sui progressi realizzati dalla Macedonia per il 2009 in materia di attuazione dei criteri di adesione all’Unione europea, evidenziavamo che il governo doveva dar prova di maggior sensibilità sulla questione delle minoranze etniche e impegnarsi per una maggiore trasparenza dei media. Avevamo rivolto un appello alle istituzioni dell’Unione europea affinché favorissero una risoluzione della disputa tra Skopje e Atene in merito al nome dello stato macedone.

Avevamo altresì invitato il Consiglio dei ministri ad approvare l’inizio dei negoziati di adesione con la Macedonia nel mese di marzo. I progressi compiuti dal paese nel 2009 sono dovuti anche alla forza d’attrazione dell’Unione europea. E’ fuor di dubbio che la prospettiva di aderire all’Unione abbia indotto la Macedonia a cambiare in meglio: il paese sta attuando riforme importanti. Pertanto, ho votato a favore della risoluzione che prende atto di tali riforme e traccia al contempo una tabella di marcia per ulteriori progressi.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli deputati, sostengo la proposta di risoluzione sui progressi realizzati dall’ex Repubblica iugoslava di Macedonia.

Concordo pienamente con l’impostazione della risoluzione, che accoglie favorevolmente la raccomandazione della Commissione e sostiene l’apertura dei negoziati con FYROM, nella convinzione che si tratti di un passo fondamentale per lo sviluppo di quel paese e per la stabilità di una regione cruciale per gli interessi dell’Unione europea.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0067/2010, B7-0065/2010

 
  
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  Andrew Henry William Brons (NI), per iscritto. (EN) Mi sono astenuto dalle votazioni sulle relazioni in materia dei progressi compiuti dalla Croazia e dalla Macedonia. Non l’ho fatto perché ritenevo che l’uno o l’altro dei paesi in questione non fossero adatti a divenire membri dell’Unione europea. Sarebbe più accurato affermare che reputo che sia l’Unione europea ad essere un’organizzazione poco adatta all’adesione di questi due paesi. L’adesione all’Unione europea comporta una rinuncia significativa alla propria sovranità e un’intrusione indesiderata delle sue leggi nella vita di tutti i giorni. E’ sempre più lesiva della libertà di parola, di scrittura e anche di pensiero. Entrambi questi paesi hanno ottenuto la loro indipendenza dalla Federazione iugoslava e ora si stanno preparando a consegnare la loro sovranità all’Unione europea.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0068/2010

 
  
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  Elena Băsescu (PPE), per iscritto.(RO) Ho votato a favore della relazione concernente i progressi compiuti dalla Turchia nel 2009. Sebbene i negoziati di adesione con la Turchia siano iniziati il 3 ottobre 2005, finora hanno registrato scarsi progressi. Il Parlamento europeo ritiene che la Turchia non soddisfi ancora i criteri politici di Copenaghen. Sono necessarie riforme costituzionali di ampia portata che assicurino un rispetto maggiore dei diritti umani e delle libertà fondamentali. La Commissione europea ha rilevato che nel 2009 la Turchia ha compiuto qualche passo in avanti, seppur limitato, per quanto riguarda le riforme politiche ed è altresì migliorata la situazione del paese in merito alla libertà d’espressione nelle lingue minoritarie.

Credo che l’Unione europea debba continuare il dialogo con la Turchia e mostrarsi aperta nei confronti di questo paese che è estremamente importante per l’Europa sia dal punto di vista dei legami economici e politici che per la sicurezza energetica dell’Unione europea. Il mio paese desidera sviluppare il partenariato con la Turchia sia nell’ambito della sinergia del Mar Nero, sia nei programmi di vicinato dell’Unione europea.

 
  
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  Philip Claeys (NI) , per iscritto. (NL) In ultima analisi ho votato contro la risoluzione in quanto, a seguito degli emendamenti approvati in sede di commissione Affari esteri e in plenaria, ci ritroviamo con un testo che presuppone l’adesione della Turchia all’Unione europea. Sarebbe stato meglio ribadire che non bisogna dare per scontato che i negoziati vadano a buon fine aprendo magari la via ad alternative più realistiche, come un partenariato preferenziale. Dopotutto, è palese che la Turchia non soddisfa le condizioni per l’adesione all’Unione europea, e che la situazione rimarrà invariata tra 10, 15 o 20 anni.

 
  
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  Lara Comi (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho deciso di astenermi dal voto finale sulla risoluzione concernente i progressi compiuti dalla Turchia nel 2009.

Sebbene il testo dia un giudizio critico sulla capacità di questo paese di assumere gli obblighi derivanti dall'adesione all'Unione europea, il mio voto di astensione vuole esprimere un giudizio ancora più prudente.

La situazione attuale in Turchia per quanto riguarda la democrazia, lo Stato di diritto e la tutela dei diritti dell'uomo e delle minoranze è ancora molto lontana dagli standard europei. Mi riferisco, in particolare, al sistema elettorale turco che non rispetta il pluralismo, alla legislazione sulla dissoluzione dei partiti politici, all'ingerenza del potere militare nella vita politica, al problema dei curdi e alle continue restrizioni ai diritti delle minoranze, alla libertà religiosa e alla libertà di stampa. Questi sono per noi valori e principi irrinunciabili che rappresentano il fondamento del processo d'integrazione europea.

È vero che l'ingresso di questo paese nell'Unione potrebbe comportare dei vantaggi economici importanti, soprattutto per le nostre imprese, ma ritengo che il rispetto dei criteri di Copenaghen sia una condizione prioritaria sulla quale l'Unione deve vigilare con rigore.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. – (PT) E’ perfettamente comprensibile che le élite politiche, economiche e culturali della Turchia aspirino all’adesione all’UE. Tuttavia i valori, le tradizioni e le norme che ispirano il nostro comportamento sono di dominio pubblico e non possiamo modificarli per favorire l’adesione di chicchessia. E’ il paese candidato che deve accettarli e, infine, ma solo dopo essere diventato uno Stato membro, cercare di rispettarli. Tuttavia, durante la lunga fase negoziale con l’Unione europea, il popolo turco ha avuto la sensazione che si stessero forzatamente violando le loro abitudini e usanze, che a dirla tutta non vengono nemmeno osservati, per poi vedersi negare l’adesione nei referendum che senza dubbio avranno luogo negli Stati membri, anche se i politici alla fine dovessero acconsentire all’adesione.

Tuttavia, la Turchia è una nazione amica, ricca di storia e cultura. E’ un nostro partner nella NATO e merita di essere trattata conseguentemente. Alla luce di questo quanto sopra esposto e per quanto tardivamente, suggerisco che la Turchia indica un referendum per chiedere ai cittadini se essi riconoscono i nostri principi e valori e intendono adottarli, o se preferirebbero invece l’avvio di negoziati per un partenariato speciale, nuovo e più approfondito, con l’Unione europea.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della mozione di risoluzione sulla relazione del 2009 sui progressi compiuti dalla Turchia poiché ritengo che continuare il processo di adesione sia nell’interesse tanto dell’Unione europea che della Turchia. Credo che l’Unione europea debba rispettare l’impegno che si è assunta nei confronti di questo paese che, da parte sua, deve impegnarsi ulteriormente nel processo di riforme in corso.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) La Turchia è ancora molto lontana dal soddisfare i criteri che essa stessa ha stabilito durante il vertice di Copenaghen e sembra essere non solo meno impegnata nel rispettarli, ma anche meno interessata.

Da questo punto di vista il 2009 è stato un anno difficile, che ha evidenziato il persistere di enorme divario fra la Turchia e gli Stati membri dell’Unione europea in merito a questioni di natura politica, giuridica, di diritti umani, libertà di associazione, espressione e informazione e molte altre.

Indipendentemente dal prosieguo delle relazioni tra UE e Turchia, spero che esse trovino dei punti di convergenza e perseguano la via del dialogo e di una cooperazione efficace e che, per il proprio bene, la Turchia continui a progredire sul percorso di libertà e democrazia tracciato dall’occidente.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) Oltre alla sua importanza economica, politica e sociale, l’adesione della Turchia all’Unione europea rappresenta una sfida per entrambe le parti e riveste un grande significato simbolico come potenziale ponte tra oriente e occidente. A livello mondiale, l’Unione europea è vista come un modello di sviluppo economico, una regione multiculturale che incoraggia il rispetto delle minoranze e la parità di diritti per tutti gli esseri umani, a prescindere dal genere, dalla razza, etnia o religione. Questi sono valori inalienabili del progetto di integrazione europea, e rappresentano un’opportunità per il popolo turco e per il rafforzamento pacifico della sua diversità etnica e culturale. Ciononostante, l’iter della domanda di adesione all’Unione europea si trascina stancamente senza progressi concreti, evidenziando il lungo periodo trascorso dalla domanda formale di adesione nel 1987 e l’apertura dei negoziati nel 2005.

In considerazione dell’efficacia di questo iter, pertanto, bisogna dare priorità alla promozione di un referendum in Turchia volto a consentire alla popolazione di scegliere chiaramente fra una piena adesione all’Unione europea, con tutte le implicazioni del caso per quanto attiene ai principi e valori di natura culturale e sociale, e un partenariato più approfondito.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) Non è Turchia che mi oppongo votando contro la presente relazione di valutazione. I suoi cittadini non meritano di essere ostracizzati in alcun modo. Quello che io condanno è il diktat euroliberale a cui sono soggetti sia gli Stati membri che i paesi candidati. L’aspetto economico dei criteri di Copenaghen e la conseguente liberalizzazione dei mercati mettono a repentaglio i diritti sociali dei paesi candidati. Sosterrò l’adesione di nuovi paesi solamente quando l’Unione europea farà sì che l’integrazione regionale vada a vantaggio di tutti i cittadini che la compongono e non a esclusivo vantaggio degli interessi dei capitali che oggi la dominano e che costituiscono un quadro di riferimento per l’integrazione sul quale i cittadini non hanno alcun controllo.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) Nutro alcune riserve in merito all’adesione della Turchia all’Unione europea. La sua continua occupazione di parte di Cipro, il rifiuto di aprire porti e aeroporti nella regione, la violazione dei diritti delle minoranze politiche, religiose ed etniche, la discriminazione contro le donne, l’esclusione di partiti politici e la revoca di leggi che limitano la giurisdizione dei tribunali militari sono solo alcuni esempi, ma ci sono altre questioni fondamentali. Dal punto di vista geografico la maggior parte del territorio turco non fa parte dell’Europa. La Turchia possiede un’identità islamica che è completamente diversa da quella giudeo-cristiana della maggioranza degli Stati membri dell’UE. In termini strategici sarebbe problematico che l’Unione europea confinasse con il Kurdistan iracheno. La laicità del paese è garantita soltanto dalla forza militare. Questo paese, infine, che si ritroverebbe ad avere il più elevato numero di abitanti dell’Unione europea, potrebbe creare enormi squilibri sul mercato del lavoro in considerazione dei flussi migratori che potrebbe generare. Tutto ciò non deve impedirci di riconoscere gli sforzi compiuti dalla Turchia negli ultimi anni per rispettare taluni criteri richiesti dall’Unione europea e neppure il ruolo inestimabile che questo paese svolge nella NATO. Probabilmente sarebbe molto meglio garantire alla Turchia un partenariato privilegiato e preferenziale con l’UE, invece di creare false aspettative e speranze di adesione che, alla luce delle circostanze e dei fatti, sarebbe difficile concretizzare.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Nel voto sulla risoluzione B7-0068/2010 circa la relazione concernente i progressi compiuti dalla Turchia nel 2009 mi sono astenuto, poiché ritengo che la Turchia stia svolgendo un ruolo estremamente negativo nei negoziati tra il presidente della Repubblica di Cipro e il rappresentante della comunità turco-cipriota. La Turchia non ottempera alle risoluzioni delle Nazioni Unite e viola il diritto internazionale: continua a stanziare 40 000 soldati nella parte settentrionale di Cipro, la città di Famagosta continua a essere isolata e occupata dalle truppe e la Turchia continua a inviare coloni nella parte settentrionale dell’isola.

Ritengo che l’Unione europea debba monitorare i negoziati e inviare un messaggio univoco alla Turchia: se manterrà la sua posizione attuale non potrà mai aderire all’UE, dal momento che continua a occupare il territorio di Cipro, Stato membro dell’Unione europea. Il ritiro completo delle truppe turche dalla Repubblica di Cipro e la restituzione della città di Famagosta sono, quindi, condizioni sine qua non per l’adesione della Turchia all’Unione europea.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto. (PL) La Turchia si è impegnata molto per soddisfare i criteri di Copenaghen. Sono stati registrati notevoli progressi per quanto riguarda l’ottemperanza agli standard dell’economia di mercato. Se, tuttavia, analizziamo i cambiamenti nel settore politico, della democrazia e dei diritti umani, allora rileviamo che nonostante siano stati compiuti considerevoli progressi a livello legislativo, l’attuazione di tali provvedimenti non ha avuto molto successo. E’ un elemento che va compreso in quanto presuppone un cambiamento, lento a realizzarsi, della consapevolezza sociale. Tuttavia, gli standard europei nel settore dei diritti umani, dei diritti delle donne e del trattamento di prigionieri, minoranze nazionali e religiose devono essere rispettati.

Alcuni oppositori dell’integrazione turca sono guidati da motivazioni che non si rifanno al merito della questione, e altri dal timore che la Turchia, essendo un paese di grandi dimensioni, avrà una grande influenza sulle decisioni dell’Unione europea, dal momento che il trattato di Lisbona stabilisce che il potere di voto di ciascuno Stato membro dipende dal numero dei suoi abitanti. L’adesione della Turchia rappresenterebbe senza dubbio un onere enorme per il bilancio dell’UE, ma è opportuno ricordare anche che si tratta di un mercato di grandi dimensioni e dunque importante per l’Unione. La Turchia è un membro di rilievo della NATO e un importante partner degli Stati Uniti e di molti Stati membri dell’UE. E’ anche un territorio che potrebbe fornire nuove possibilità per il trasferimento di fonti energetiche in Europa.

Infine, ricordiamo che la Turchia potrebbe diventare un ponte per il dialogo interreligioso, ma anche per quello culturale e addirittura macroregionale. La presenza della Turchia all’interno dell’Unione potrebbe contribuire a stabilizzare questa grande e importante regione del mondo. La Turchia deve comprendere che non può cambiare il passato. E’ necessario riconoscere gli errori, poi sarà più facile convivere con i vicini e intrattenere con loro buone relazioni.

 
  
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  Renate Sommer (PPE), per iscritto. (DE) Diversamente dalla Commissione e dal Consiglio, il Parlamento europeo è stato in grado di descrivere i numerosi problemi esistenti in Turchia e con la Turchia. La messa al bando del partito filocurdo della società democratica (DTP) è un attacco alla democrazia nascente nel paese e, in particolare, alla minoranza curda, che rappresenta ben il 20 per cento della popolazione. Il fatto che si tratti della 27esima messa al bando di un partito negli ultimi 10 anni fa perfettamente comprendere quale sia l’interpretazione turca del concetto di democrazia. L’annullamento della normativa che limita la giurisdizione dei tribunali militari è un’ulteriore indicazione della mancanza di unità all’interno del paese. Non appena il governo turco pianifica la minima concessione all’Unione europea, si trova esposto all’opposizione nazionalista.

In quasi tutti i settori il progresso si è fermato o si assiste ad un peggioramento. Il governo turco sta cercando di stroncare le critiche sul nascere compiendo rappresaglie su media e giornalisti ostili. La libertà religiosa è gestita in modo ambiguo: il primo ministro vuole annullare il divieto di indossare il velo e il limite d’età per le scuole coraniche, ma allo stesso tempo discrimina le minoranze religiose e le tormenta in continuazione. Si tratta di sviluppi terribili. Alla luce di tutto ciò, appare logico che il capo della delegazione turca Bagis non prenda seriamente la nostra risoluzione e, dunque, le nostre strutture decisionali democratiche. La Turchia ha mostrato in maniera lampante di essere ancora lontanissima dall’adesione all’UE.

 
  
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  Ernst Strasser (PPE), per iscritto. (DE) La piena attuazione del protocollo di Ankara e il riconoscimento di Cipro, Stato membro dell’Unione europea, costituiscono i prerequisiti essenziali per il proseguimento dei negoziati.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. – (PT) La richiesta di adesione all’Unione europea da parte della Turchia è diventata un processo estremamente lungo, il cui esito è ancora incerto. La Turchia si è impegnata a portare avanti riforme, mantenere buone relazioni con i vicini e avvicinarsi gradualmente all’acquis comunitario. Tuttavia, c’è bisogno di un maggiore impegno per soddisfare completamente i criteri definiti durante il vertice di Copenaghen e per dare attuazione ai sistemi giudiziario, elettorale e legislativo.

Il progresso verso riforme concrete si è fermato nel 2009, e questioni come la mancata apertura di porti e aeroporti a Cipro probabilmente influenzeranno il processo dei negoziati. Allo stesso modo, la decisione della corte costituzionale turca di mettere al bando il partito filocurdo della società democratica e la revoca della norma che limita la giurisdizione dei tribunali militari comportano ritardi nel processo.

In realtà, le riforme sono necessarie e urgenti, come stabilisce la risoluzione del Parlamento. Tuttavia un contesto come quello attuale, che richiede maggiore impegno per soddisfare i criteri dell’iter di adesione, legittima una proposta di referendum. Tale referendum chiederebbe ai cittadini turchi se effettivamente riconoscono e vogliono adottare principi e valori europei, o se invece preferiscono un partenariato nuovo e più approfondito con l’Unione europea.

 
Ultimo aggiornamento: 7 maggio 2010Avviso legale