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Procedura : 2010/2847(RSP)
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Testi presentati :

B7-0506/2010

Discussioni :

PV 09/09/2010 - 10.1
CRE 09/09/2010 - 10.1

Votazioni :

PV 09/09/2010 - 11.1

Testi approvati :

P7_TA(2010)0315

Discussioni
Giovedì 9 settembre 2010 - Strasburgo Edizione GU

10.1. Kenya: mancato arresto del presidente del Sudan Omar al-Bashir
Video degli interventi
PV
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca la discussione su sei proposte di risoluzione sul Kenya: mancato arresto del presidente del Sudan Omar al-Bashir(1).

 
  
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  Charles Tannock, autore. (EN) Signora Presidente, il presidente del Sudan Omar al-Bashir è stato accusato di genocidio dalla Corte penale internazionale a causa dei crimini terribili che avrebbe commesso nel Darfur.

È una figura che difficilmente si vorrebbe come ospite d’onore e la Turchia ha dovuto rinunciare a invitarlo all’incontro dell’Organizzazione della Conferenza islamica ad Ankara lo scorso anno a causa delle accuse formulate dalla Corte penale internazionale.

Purtroppo, invece, l’invito è arrivato dal presidente del Kenya in occasione della promulgazione della nuova costituzione keniota. Per ammissione generale, molti ministri di governo all’interno della fragile coalizione del Kenya, compreso il Primo ministro Odinga, erano piuttosto imbarazzati dalla presenza di al-Bashir, ma ormai il danno è stato fatto e si è macchiata la reputazione di questo paese quale leader regionale che difende la democrazia e il diritto internazionale.

La Corte penale internazionale è stata istituita proprio per permettere che gli alti funzionari, perfino i capi di Stato, siano chiamati a rispondere dei crimini di cui sono accusati quando questi crimini sono stati commessi contro l’umanità, o quando si è di fronte a un genocidio o a crimini di guerra che, pertanto, sono soggetti a giurisdizione universale per tutti i firmatari dello statuto di Roma.

Deploriamo quindi il rifiuto del Kenya di rispettare i propri obblighi quale paese membro della Corte. Ci rallegriamo, tuttavia, della recente notizia secondo la quale il Kenya coopererà senza riserve con la Corte penale internazionale nelle sue indagini sulle tragiche violenze post-elettorali di tre anni fa, nonostante sia una decisione che si attendeva da tempo e sembri essere solo il risultato del clamore sollevato dal caso al-Bashir.

 
  
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  Marietje Schaake, autore. − (EN) Signora Presidente, come altri paesi africani, il Kenya è un partner importante dell’Unione europea in molti ambiti fondamentali come la sicurezza, lo sviluppo e il commercio.

L’Africa ha svolto un ruolo cruciale nell’istituzione della Corte penale internazionale e l’impegno di questo continente nei confronti dello statuto della Corte viene a essere rafforzato anche dall’articolo 4 dell’Atto costitutivo dell’Unione africana.

L’accordo di Cotonou fra Unione europea e Kenya stabilisce quelle che sono le condizioni del partenariato e subordina chiaramente il commercio e gli aiuti al rispetto delle norme della democrazia e dei diritti umani.

Purtroppo, il 27 agosto, Omar al-Bashir si è recato in visita ufficiale in Kenya, dove è stato ricevuto come un dignitario. La visita è avvenuta dopo che era stato spiccato un mandato d’arresto contro al-Bashir per il ruolo che avrebbe svolto nel genocidio commesso in Darfur nel Sudan.

Al-Bashir ha la possibilità di difendersi davanti alla Corte penale internazionale, ma prima deve essere portato all’Aia. Il Kenya aveva l’obbligo di arrestare il presidente sudanese mentre si trovava sul suolo keniota e non l’ha fatto. La situazione è grave e sta a indicare che il governo del Kenya non è credibile quando si tratta di rispettare accordi ai quali ha aderito spontaneamente. Per l’Unione europea questo dovrebbe costituire un problema grave.

Dobbiamo impegnarci per rispettare i nostri criteri in materia di lotta all’impunità e dobbiamo combattere l’impunità in Africa per creare maggiore stabilità e democrazia. Invito dunque l’Alto rappresentante ad avviare serie azioni diplomatiche nei confronti del Kenya e a richiamare i leader di quel paese agli impegni che si sono assunti con lo statuto di Roma.

 
  
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  Barbara Lochbihler, autore.(DE) Signora Presidente, in occasione della conferenza di revisione della Corte penale internazionale a Kampala quest’anno, è emerso con grande chiarezza che questo organismo può operare in modo efficace solo se gode del sostegno degli Stati membri, in particolare di quelli che hanno ratificato lo statuto di Roma. È necessario che di questo si ricordino costantemente gli Stati membri dell’Unione europea giacché, spesso, i timori di problemi diplomatici e di un eventuale pregiudizio politico ostacolano un’azione coerente, in relazione, ad esempio, all’arresto di presunti criminali di guerra.

Nella proposta di risoluzione che presentiamo oggi viene criticato l’operato del governo keniota che ha invitato il presidente del Sudan, Omar al-Bashir, e non ha proceduto al suo arresto. Sono stati spiccati mandati di arresto contro Omar al-Bashir per crimini di guerra e genocidio. Il Kenya ha dunque violato il diritto internazionale e ha pubblicamente sottolineato che la presunta solidarietà africana fra i governi del continente è più importante della necessità di affrontare e condannare crimini tanto gravi come quelli commessi contro l’umanità. Non è un segnale positivo per i milioni di persone in Africa che hanno subito le atrocità commesse dal presidente al-Bashir, né per coloro che hanno vissuto sofferenze terribili a causa di altri conflitti e guerre civili. La situazione va affrontata nell’interesse delle vittime e delle loro famiglie, che chiedono giustizia e che dovrebbero avere la garanzia che questi criminali siano chiamati a rispondere delle atrocità commesse, anche se si tratta di esponenti politici e militari di spicco.

Merita di essere criticato con severità anche l’intervento dell’Unione africana che si è dichiarata pubblicamente contro l’arresto del presidente al-Bashir. L’Unione africana mostra falsa solidarietà nei confronti dei suoi Stati membri, è favorevole all’impunità per i vertici della politica e, così facendo, indebolisce quella good governance che è tanto importante e che dovrebbe fondare le proprie decisioni sul diritto internazionale e sulla legislazione vigente. È altresì deludente che l’Unione africana si sia rifiutata di creare un ufficio regionale della Corte penale internazionale ad Addis Abeba.

Questo è il motivo che ci spinge a rinnovare il nostro appello alla Commissione affinché inserisca all’ordine del giorno del prossimo vertice fra UE e Unione africana il tema della mancata collaborazione e del rifiuto a collaborare con la Corte penale internazionale.

 
  
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  Marie-Christine Vergiat, autore. – (FR) Signora Presidente, molti in noi in quest’Aula deplorano la decisione del Kenya, dell’Unione africana e della Lega araba di non dare esecuzione al mandato d’arresto internazionale emesso nei confronti di Omar al-Bashir per crimini contro l’umanità. Il presidente sudanese gode quindi di totale impunità in quasi tutti i paesi africani e arabi. Molti di noi, anche se certamente in numero inferiore, auspicano che la giustizia internazionale possa essere uguale per tutti in tutto il mondo.

Sappiamo quanto sia stato difficile istituire la Corte penale internazionale. Sappiamo anche che resta ancora molto da fare prima che questo organismo possa operare in tutto il mondo. Saremmo più credibili, tuttavia, se tutti i nostri Stati membri, in particolare la Francia, non esitassero così tanto prima di adeguare la propria legislazione alle norme della giustizia internazionale. Saremmo più credibili se paesi come gli Stati Uniti non si collocassero al di fuori della portata di questa giustizia internazionale.

Mi permetto di affermare che i paesi europei hanno pesanti responsabilità nei confronti dell’Africa, alla quale non dobbiamo dare l’impressione di avere due pesi e due misure. Dobbiamo, infatti, ammettere che la giustizia internazionale sembra applicarsi soprattutto ai paesi africani, tranne il caso in cui i governi di certe nazioni europee abbiano forti interessi in quelle regioni.

L’Assemblea deplora pertanto che la decisione della Corte penale internazionale non sia stata applicata nei confronti di Omar al-Bashir, responsabile di tanti crimini. Noi chiediamo tuttavia eguale giustizia per tutti, anche sul suolo dell’Unione europea. È solo rispettando questo presupposto – quindi con il nostro esempio – che l’Unione europea può diventare una’area di libertà e giustizia e che sarà possibile raggiungere, passo dopo passo, l’universalità del diritto, della democrazia e dei diritti umani.

Per questa ragione sono lieta che questa mattina un’ampia maggioranza in seno all’Assemblea abbia condannato ogni forma di discriminazione nei confronti della popolazione rom, e, in particolare, le considerazioni xenofobe del presidente della Repubblica francese che ancora ha il coraggio di invocare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Oggi, signora Commissario, è giunto il momento per noi di passare dalle parole ai fatti, se vogliamo che le nostre parole continuino a essere credibili in tutto il mondo.

 
  
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  Thijs Berman, autore. (NL) Signora Presidente, abbiamo ben pochi motivi di credere nel progresso. Gli orrori della guerra e delle persecuzioni del ventesimo secolo ci impongono, anche in questo secolo, un atteggiamento di umiltà. Esiste nondimeno un ambito rispetto al quale son convinto si possa parlare di progresso. Si tratta del diritto penale internazionale. Tutto è iniziato con il Tribunale penale internazionale per l’ex Iugoslavia, cui ha fatto seguito il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, che hanno portato all’istituzione della Corte penale internazionale. La giustizia é amministrata non dai vincitori di un conflitto, come invece accadeva ancora a Norimberga, ma da una corte internazionale indipendente. I crimini più gravi possono essere portati davanti a questo tribunale se lo Stato nel quale sono stati commessi non li persegue, che si tratti di una scelta deliberata o no. In questo modo si può ripristinare il senso di giustizia nel mondo dopo gravi atrocità e si rende giustizia alle vittime. Solo in seguito è possibile la riconciliazione. La pace duratura. La Corte penale funge da deterrente per i futuri criminali di guerra. L’impunità equivale a una licenza di commettere nuova violenza e non può e non deve esistere, soprattutto nel caso delle spaventose atrocità di cui è accusato Omar al-Bashir. Il Kenya è un firmatario dello statuto di Roma. Pacta sunt servanda, i trattati devono essere rispettati. In caso contrario perdono il proprio significato ed è per questa ragione che è inaccettabile che sia permesso ad al-Bashir di celebrare liberamente la democrazia in Kenya, quando in suo nome sono state commesse spaventose violazioni dei diritti umani in Sudan, il suo paese. Allo stesso modo dell’onorevole Vergiat, vorrei che questo fosse un appello ai paesi che ancora non hanno firmato lo statuto di Roma, primo fra tutti gli Stati Uniti. Che cosa sta aspettando il presidente Obama? Il rafforzamento della Corte penale internazionale ci avvicinerà a quell’ordine mondiale che cerchiamo, un ordine che non permette che i crimini di guerra rimangano impuniti, che ci porterà più vicino alla pace e che si fonda sui diritti umani in tutto il mondo.

 
  
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  Tunne Kelam, autore. − (EN) Signora Presidente, credo che il tema che dovremmo discutere oggi è se sia possibile nella realtà chiamare a rispondere dei propri gesti gli autori di crimini contro l’umanità.

Il Presidente del Sudan al-Bashir è stato accusato di tali crimini dalla Corte penale internazionale che ha emesso dei mandati di arresto nei suoi confronti. Resta ora da vedere se esisteranno sufficiente volontà politica e coordinamento a livello internazionale da assicurare gli autori alla giustizia.

Il 27 agosto il governo keniota si è lasciato sfuggire questa opportunità. Il presidente al-Bashir era stato invitato ufficialmente in Kenya. È utile ribadire che il Primo ministro keniota ha riconosciuto che tale invito è stato un errore e costituisce una violazione degli impegni internazionali del Kenya.

Oggi ci rivolgiamo agli Stati dell’Unione africana affinché partecipino agli sforzi internazionali per portare il presidente al-Bashir davanti alla Corte penale internazionale dell’Aia dove gli sarà assicurato il diritto a una difesa. Sono lieto che l’Assemblea si sia espressa in modo unanime circa la necessità di affrontare la questione e consegnare il presidente al-Bashir alla Corte dell’Aia.

 
  
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  Filip Kaczmarek, a nome del gruppo PPE.(PL) Signora Presidente, in Polonia diciamo che non si può essere incinta a metà, che, invece, è proprio quanto il Kenya sta cercando di fare. Da un lato invita e accoglie a braccia aperte il presidente al-Bashir e, dall’altro, aderisce allo statuto di Roma. Queste due posizioni sono inconciliabili. Il Kenya deve decidere cosa fare: perseguire i criminali o lasciarli andare indisturbati. Ritenere che queste due alternative siano conciliabili è semplicemente disonesto. Ed è inaccettabile l’argomentazione addotta dalle autorità keniote secondo cui l’occidente non è un paese vicino e questo sarebbe il motivo per cui il presidente al-Bashir è stato invitato. Infatti, questa argomentazione non tiene conto degli impegni precedenti assunti sul piano formale, politico e morale. Le autorità del Kenya, del Ciad e di altri paesi che hanno ratificato lo statuto di Roma dovrebbero rispettarne i principi che sono sanciti in modo inequivocabile. Non c’è dubbio che esiste chi è favorevole a un’impunità dei criminali, ma non riesco a capire e ad accettare chi sostiene di volere perseguire gli autori dei crimini e poi non lo fa.

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg, a nome del gruppo S&D. – (PL) La storia dimostra che, alla fine, la giustizia vince sui criminali di guerra, anche se questi ultimi, in un primo momento, riescono a sfuggire alla morsa della legge e fanno perdere ogni traccia. Adolf Eichmann, uno dei fautori dell’operazione nazista di sterminio degli ebrei, è stato catturato a Buenos Aires dopo una caccia durata 15 anni. Radovan Karadžić è stato catturato dalla polizia serba 13 anni dopo il massacro di Srebrenica.

Lo stesso scenario si ripropone certamente per il presidente del Sudan, Omar al-Bashir, architetto della pulizia etnica in Darfur, ricercato dalla Corte penale internazionale sin dal marzo scorso. Che cosa può fare l’Unione europea per contribuire a consegnare al-Bashir alla Corte? Può, in primo luogo, esercitare pressione sugli Stati firmatari dello statuto di Roma giacché lo statuto costituisce la base giuridica dell’operato della Corte. Non deve ripetersi quanto è accaduto il 27 agosto, quando, senza alcun intervento da parte della polizia, il presidente al-Bashir si è recato in Kenya, paese firmatario dello statuto di Roma, per partecipare a una cerimonia che celebrava l’adozione della nuova costituzione keniota e al termine della quale è rientrato tranquillamente in Sudan. Dovrebbero essere utilizzati tutti i canali diplomatici, inclusa la partecipazione attiva dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, per sfruttare gli strumenti disponibili, ad esempio i vertici dell’Unione africana e dell’accordo di Cotonou, al fine di assicurare al-Bashir alla giustizia per le accuse di genocidio.

 
  
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  Frédérique Ries, a nome del gruppo ALDE.(FR) Signora Presidente, la calda accoglienza riservata dalle autorità keniote al presidente del Sudan in agosto ha spinto il Parlamento a ribadire alcuni principi fondamentali a noi molto cari attraverso la risoluzione di questo pomeriggio.

Come qualsiasi altro paese, anche il Kenya è tenuto a rispettare il diritto internazionale. Per questo motivo avrebbe dovuto facilitare l’arresto di Omar al-Bashir, un leader nei confronti del quale – come è stato ricordato –la Corte criminale internazionale ha emesso un mandato di arresto internazionale per crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio in Darfur. Se ci fosse bisogno di ricordarlo, sono state più di 300 000 le vittime innocenti in Darfur.

Dopo questa premessa, va detto che altri paesi africani si sono comportati nello stesso modo verso il presidente sudanese: la Libia, il Qatar e l’Arabia Saudita sono solo alcuni. L’Europa deve pertanto dotarsi di una sola politica – la fermezza – nei confronti di quella che è, di fatto, una complicità dell’Unione africana, la quale ha consigliato i propri Stati membri di non procedere all’arresto del presidente. L’Assemblea deve mantenere alta l’attenzione ed esortare l’Unione europea, in particolare la baronessa Ashton, a dare priorità al rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani facendone un punto importante dell’ordine del giorno del prossimo vertice fra Unione europea e Unione africana che si terrà in Libia il 29 e 30 novembre.

 
  
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  Jaroslav Paška, a nome del gruppo EFD. – (SK) Il fatto che il presidente sudanese Omar al-Bashir si rechi liberamente in molti paesi dell’Africa e dell’Asia nonostante il 4 marzo 2009 la Corte penale internazionale abbia emesso un mandato d’arresto internazionale nei suoi confronti per crimini contro l’umanità, fra i quali omicidio, sterminio, deportazioni, tortura e violenza sessuale, cui si sono aggiunti i crimini di guerra, come gli attacchi programmati contro la popolazione civile in Darfur, dimostra che i rappresentanti di molti Stati africani e asiatici non giudicano importanti gli impegni internazionali che si sono assunti e, rispetto all’Europa, hanno una diversa soglia di tolleranza dei crimini commessi contro civili inermi.

La posizione dell’Unione africana, a partire dal luglio 2009, e quella della Lega araba, che si rifiutano di collaborare con la Corte penale internazionale su questo caso, sono la prova evidente che molti rappresentanti di questi paesi semplicemente non intravedono nelle azioni del presidente sudanese Omar al-Bashir un comportamento meritevole di essere portato davanti alla Corte. In altre parole, molti di loro ritengono che la tirannia e il barbaro genocidio di milioni di civili siano procedure accettabili, cui è lecito fare ricorso per soffocare la ribellione di un popolo che non ha saputo apprezzare come doveva il loro governo e che ha osato manifestare la propria insoddisfazione.

Onorevoli colleghi, non sono certo che sia corretto che il mondo civile fornisca a questi governanti una qualsiasi forma di assistenza finanziaria o materiale. Forse sarebbe appropriato incontrare tali governanti appena possibile e spiegare loro esattamente che la violazione di importanti obblighi internazionali non è certo compatibile con l’assistenza finanziaria e materiale che ricevono da noi. Se questo messaggio non dovesse essere compreso, per qualsiasi motivo, sarà dunque necessario adottare quei provvedimenti che si applicano ad altri regimi barbari. Non è accettabile che, in tempi così difficili, i nostri cittadini contribuiscano a fornire assistenza a governi che vanificano l’amministrazione della giustizia da parte della Corte penale internazionale.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE). - (FI) Signora Presidente, uno Stato membro della Corte penale internazionale deve mantenere i propri impegni rispetto agli obblighi assunti e al diritto internazionale. Scegliendo di ignorare questi principi, tuttavia, il Kenya si è rifiutato di applicare la decisione della Corte di procedere all’arresto del presidente sudanese.

La situazione è delicata, e gli eventi passati così come quelli futuri svolgono entrambi un ruolo. I paesi vicini del Sudan annettono priorità alle buone relazioni con questo paese, anche a costo di violare il diritto internazionale. Al contempo, i milioni di vittime del conflitto del Darfur meritano giustizia e aiuto per le loro sofferenze. Sta inoltre per aprirsi una fase importante nell’attuazione dell’accordo di pace concluso nel 2005: il voto di gennaio sull’autonomia del Sudan meridionale. A prescindere dal risultato del referendum, sarà difficile evitare i disordini. Con un aiuto prudente si potrebbe riuscire a evitare che si ripetano gli eventi disastrosi del Darfur.

Per questo motivo non auspico che l’Unione europea si ritagli un ruolo più significativo in Sudan, alla luce delle critiche rivolte alla decisione del Kenya. Dobbiamo dimostrare che l’UE appoggia con forza e in modo tangibile l’attuazione dell’accordo di pace. L’Unione deve inoltre impegnarsi per assicurare il monitoraggio del referendum di gennaio in tutto il suo svolgimento, dalla registrazione dei votanti al conteggio delle schede, e prepararsi a uno stato di emergenza nel paese.

 
  
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  Cristian Dan Preda (PPE).(RO) Omar al-Bashir è riuscito ancora una volta a beffare la comunità internazionale e deploro la decisione delle autorità keniote di invitare il presidente sudanese alla cerimonia di promulgazione della nuova costituzione e, soprattutto, di non procedere al suo arresto.

La giustificazione addotta dalle autorità keniote, che fa riferimento ai buoni rapporti di vicinato, è senza dubbio inappropriata in questo caso. Quale Stato firmatario dello statuto di Roma, il Kenya ha l’obbligo esplicito di collaborare con la Corte penale internazionale. Inoltre, il caso delle atrocità commesse in Darfur è stato sottoposto alla Corte in virtù della risoluzione 1593 del 2005 del Consiglio di sicurezza, adottata sulla base del capitolo 7. Questo è un testo vincolante e obbliga tutti gli Stati e le organizzazioni internazionali a collaborare pienamente con la Corte in conformità con il paragrafo 2.

Il ministro degli Esteri keniota ha inoltre fatto riferimento alla decisione dell’Unione africana dello scorso anno di non prestare collaborazione alla Corte penale internazionale, decisione reiterata in Luglio nell’incontro di Kampala. Anche questa giustificazione è inammissibile perché la decisione dell’Unione africana non rispetta il diritto internazionale.

Sono convinta che gli Stati membri dell’Unione africana debbano essere i primi a collaborare con la Corte nella battaglia contro l’impunità quando questi crimini detestabili sono commessi in Africa.

 
  
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  Bogusław Sonik (PPE).(PL) Signora Presidente, vogliamo esprimere la nostra ferma disapprovazione rispetto alla condotta del governo keniota e minacciare di limitare la nostra politica a sostegno di quel paese. È inammissibile che il presidente sudanese Omar al-Bashir, destinatario oggi di due mandati di arresto emanati dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità, omicidio, sterminio, tortura e crimini di guerra, sia invitato a cerimonie di Stato e accolto con tutti gli onori. Il Kenya, che ha ratificato il documento istitutivo della Corte penale internazionale, ha il dovere di arrestare o di vietare l’accesso al proprio territorio a chiunque sia ricercato. Vorrei in questa sede lanciare un appello a favore di un cambiamento di atteggiamento e del rispetto degli impegni internazionali. Mi rivolgo a tutti gli Stati africani affinché si assumano pienamente la responsabilità di affrontare i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra, che non devono rimanere impuniti e i cui autori dovrebbero essere consegnati alla Corte dell’Aia.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) La cerimonia formale che celebrava la promulgazione della nuova costituzione in moderno stile occidentale quale uno degli eventi più importanti della storia del Kenya dalla dichiarazione dell’indipendenza nel 1963, sarà per sempre oscurata dalla visita del criminale di guerra sudanese Omar al-Bashir. Invitando il responsabile del massacro di civili in Darfur e di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, il Kenya ha dimostrato che i nuovi sforzi di rafforzamento della libertà, della democrazia e dello Stato di diritto non sono altro che parole.

La scelta del Kenya di ignorare i propri impegni internazionali è, a mio giudizio, estremamente preoccupante e vorrei unirmi a coloro che chiedono a questo paese di ribadire la propria volontà politica e confermare l’impegno a rispettare gli obblighi derivanti dallo statuto di Roma che ha istituito la Corte penale internazionale.

 
  
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  Ana Gomes (S&D). - (PT) Il Parlamento, la Commissione, il Consiglio e i governi europei devono condannare senza esitazione l’invito e l’accoglienza riservata al presidente sudanese al-Bashir dalle autorità keniote, che non hanno effettuato l’arresto nonostante il mandato spiccato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e genocidio perpetrati contro il popolo del suo paese in Darfur. Il Kenya ha trasgredito non solo ai propri obblighi internazionali quale Stato membro della Corte, ma anche agli impegni che si è assunto con l’accordo di Cotonou. Per questo motivo deve affrontare le conseguenze del suo gesto.

Le autorità keniote hanno gravemente compromesso gli interessi dei propri cittadini offendendo tutti coloro che, in Africa e nel mondo, si stanno adoperando per porre fine all’impunità di criminali come il presidente al-Bashir. Con il loro vergognoso appoggio all’Unione africana e alla Lega araba, le autorità keniote hanno umiliato l’Africa scegliendo la connivenza con un criminale che, prima o poi, sarà catturato e dovrà affrontare la giustizia internazionale.

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE). - (FI) Signora Presidente, il genocidio è un crimine gravissimo. Chi commette, ordina o pianifica un genocidio deve essere consegnato alla giustizia e condannato.

L’Unione europea deve inserire questo punto come prioritario all’ordine del giorno del prossimo vertice fra l’UE e i paesi africani. È indispensabile condurre un’indagine sui diritti umani e sul genocidio, che ha colpito centinaia di migliaia – milioni – di persone. È inoltre necessario dare esecuzione al mandato d’arresto della Corte penale internazionale. L’Unione europea deve partecipare pienamente a questo sforzo e fare tutto quanto in suo potere per garantire che abbia successo.

 
  
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  Franz Obermayr (NI).(DE) Signora Presidente, secondo un opuscolo del centro di informazione regionale delle Nazioni Unite, dal 2004 l’Unione europea, in uno slancio di spesa, appoggia l’Unione africana nello sviluppo di un’architettura di sicurezza in Africa. Fino al 2007 sono stati destinati a questo sostegno finanziario almeno EUR 300 milioni.

Questo sostegno, tuttavia, ha senso solo se l’Unione africana collabora attivamente al mantenimento della pace nelle regioni africane dilaniate da conflitti. È peraltro evidente che l’Unione africana non sta prestando alcuna collaborazione. Il vertice del luglio 2009 in Libia ha deciso che gli Stati membri dell’Unione africana non avrebbero arrestato il presidente sudanese se fosse entrato sul loro territorio. C’è un detto che dice: “Chi paga il musicista, sceglie la musica”. Non è un detto molto elegante, ma contiene una parte di verità. In altri termini, ciò significa che l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza deve ribadire molto chiaramente che i fondi europei per le misure di pace in Africa saranno erogati solamente se l’Unione africana e la Lega araba collaboreranno in futuro con la Corte penale internazionale senza comprometterne l’operato.

 
  
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  Connie Hedegaard, membro della Commissione. (EN) Signora Presidente, il sistema dello statuto di Roma è uno strumento fondamentale a disposizione della comunità internazionale per combattere l’impunità per i crimini più gravi. Come l’Assemblea saprà, l’Unione europea sostiene da lungo tempo la Corte penale internazionale. Ne è prova il fatto che, nel suo dialogo politico con i paesi partner, l’UE promuove l’universalità e l’attuazione dello statuto di Roma della Corte penale internazionale.

L’accordo rivisto di Cotonou è un altro strumento che dobbiamo promuovere per rafforzare la pace e la giustizia internazionale intervenendo presso i nostri partner ACP affinché ratifichino lo statuto di Roma.

È quindi con preoccupazione che apprendiamo che, in occasione del vertice di luglio, l’Unione africana ha invitato i propri membri a non dare esecuzione ai mandati d’arresto contro il presidente al-Bashir. La visita ufficiale del presidente al-Bashir in Ciad in luglio, e l’invito del Kenya a partecipare alla cerimonia per la nuova costituzione sono anch’essi segnali preoccupanti che ci giungono dai nostri partner africani.

È opinione dell’Unione europea che il Kenya debba trovare un equilibrio fra gli obblighi giuridici e quelli politici: deve tener fede ai propri impegni rispetto alla Corte penale internazionale quale Stato firmatario dello statuto di Roma e deve rispettare gli impegni giuridici internazionali, in particolare la risoluzione 1593 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Quale sostenitore dell’Accordo nazionale in Kenya – accordo mediato da Kofi Annan e che prevede come uno dei punti principali la lotta all’impunità per le violenze post-elettorali – l’Unione europea continuerà a incoraggiare questo paese a cooperare con la Corte penale internazionale, anche nel quadro nel dialogo di cui all’articolo 8.

Siamo lieti che il Kenya abbia tenuto fede all’impegno di collaborare con la Corte sulle questioni interne, come dimostrato in occasione della visita del responsabile della Cancelleria della Corte la scorsa settimana. Non possiamo che augurarci che il Kenya adotti lo stesso comportamento anche per le questioni internazionali.

In linea con la posizione dell’Unione europea sulla Corte penale internazionale, il 27 agosto il portavoce dell’Alto rappresentante e Vicepresidente ha rilasciato una dichiarazione in cui si esprime preoccupazione per il mancato arresto di al-Bashir da parte del Kenya. Inoltre la delegazione dell’Unione in Kenya ha ricevuto istruzione di intraprendere delle iniziative per trasmettere i nostri messaggi al governo. Questo è accaduto ieri. Trasmetterò all’Alto rappresentante la richiesta formulata nel corso del dibattito di sollevare questa problematica nel contesto del prossimo incontro fra l’Unione europea e l’Unione africana.

 
  
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  Presidente. − La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà fra breve.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Monica Luisa Macovei (PPE), per iscritto. (EN) Condanno anch’io la decisione delle autorità keniote di non arrestare il presidente sudanese contravvenendo così agli obblighi del diritto internazionale e ai doveri nei confronti delle vittime che attendono giustizia.

Ricordiamo che al-Bashir è stato accusato dal procuratore della Corte penale internazionale di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Nel sud del Sudan sono diversi milioni le persone uccise o sfollate. Qual è il messaggio alle vittime derivante dalla scelta del Kenya? E cosa possono aspettarsi i cittadini kenioti, cosa possiamo aspettarci noi, a proposito della collaborazione del Kenya con la Corte penale internazionale nel caso dei gravi crimini commessi dopo le elezioni generali keniote del 2007? Il mio messaggio, il mio appello è uno solo: non possiamo accettare l’impunità. Al-Bashir deve essere arrestato e consegnato alla Corte.

 
  
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  Zbigniew Ziobro (ECR), per iscritto.(PL) L’Unione europea deve reagire in modo determinato all’inaccettabile posizione delle autorità del Kenya dopo il loro rifiuto ad arrestare il Presidente del Sudan, che si trovava nel paese e sul cui capo pende un mandato d’arresto. Omar al-Bashir è stato condannato dalla Corte penale internazionale per complicità nel genocidio perpetrato nella provincia del Darfur; è la prima volta che la CPI ha condannato un capo di stato ancora in carica. Le cruente azioni di Omar al-Bashir hanno causato migliaia di vittime e molti dei sopravvissuti sono stati costretti ad abbandonare le proprie case e a vivere in esilio. Il governo del Kenya ha deliberatamente ignorato i suoi obblighi internazionali; non solo ha ospitato Al-Bashir ai festeggiamenti per la promulgazione della costituzione, ma non ha intrapreso alcuna azione per arrestarlo. Questo comportamento testimonia che gli interessi locali e la solidarietà tra Stati vicini sono più importanti delle decisioni della Corte penale internazionale. Nessuno deve comunque rimanere impunito, soprattutto il responsabile di simili atrocità. Il Presidente del Sudan deve affrontare le conseguenze delle sue azioni ai sensi del diritto internazionale e le autorità del Kenya dovrebbero essere di aiuto nel raggiungere questi obiettivi. L’Unione europea deve impegnarsi per convincere i paesi dell’Unione africana della necessità di rispettare i principi della giurisdizione internazionale, nell'interesse non solo delle autorità stesse, ma soprattutto dei cittadini di tutti gli Stati membri dell'Unione africana.

 
  

(1) Vedasi Processo verbale.

Ultimo aggiornamento: 29 aprile 2011Avviso legale