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Procedura : 2010/2857(RSP)
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RC-B7-0524/2010

Discussioni :

PV 22/09/2010 - 9
CRE 22/09/2010 - 9

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PV 07/10/2010 - 9.3
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P7_TA(2010)0350

Discussioni
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Mercoledì 22 settembre 2010 - Strasburgo Edizione GU

9. Carenze nel settore della protezione dei diritti umani e della giustizia nella Repubblica democratica del Congo (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la dichiarazione sulle carenze nel settore della protezione dei diritti umani e della giustizia nella Repubblica democratica del Congo.

Come Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, è responsabile della questione il Vicepresidente della Commissione, Baronessa Ashton.

Poiché oggi non può presenziare all’odierna seduta, per suo conto interverrà il Segretario di Stato agli affari europei Chastel.

 
  
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  Olivier Chastel, a nome della Baronessa Ashton (Vicepresidente della Commissione e Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza).(FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli parlamentari, ho effettivamente l’onore di prendere la parola dinanzi a voi a nome dell’Alto rappresentante, Baronessa Ashton.

Vorrei subito assicurarvi, ovviamente per suo conto, che l’Unione europea si preoccupa della situazione dei diritti umani nella Repubblica democratica del Congo, proprio come di fatto condanna il deterioramento della situazione degli attivisti dei diritti umani operanti nel paese dimostrato dagli attacchi e dalle aggressioni recenti nei loro confronti. Nel contesto di tali preoccupazioni, la questione della violenza sessuale assume una dimensione particolarmente allarmante.

La Repubblica democratica del Congo è stata infatti sull’orlo del precipizio ed è ancora, peraltro, preda di conflitti che, per quanto contenuti, sono molto drammatici per la popolazione. Deve infatti assolvere compiti notevoli per riuscire a ricostruirsi. Come è ovvio, tutti i problemi con i quali il paese è chiamato a confrontarsi possono essere inseriti nella difficile situazione in cui versa, ma resta impossibile giustificarli tutti.

Nella loro relazione dell’8 marzo, i sette esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno pertanto condannato l’assenza di progressi per quanto concerne la situazione dei diritti umani nel paese e, più specificamente, hanno rilevato che il governo dovrebbe intensificare il suo impegno. Tutelare i diritti e la sicurezza dei cittadini, nell’accezione più ampia del termine, è una responsabilità fondamentale di un paese. Questa deve essere pertanto la massima priorità degli sforzi di ricostruzione e consolidamento dello Stato di diritto nella Repubblica democratica del Congo.

Alcune settimane fa, a Luvungi, la popolazione della provincia del Kivu Nord, nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo, è stata ancora testimone o vittima di ignobili stupri collettivi compiuti per giorni da bande criminali, le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (FDLR) e i loro alleati, i Mayi-Mayi. Gli ultimi dati in nostro possesso, confermati dalle Nazioni Unite, parlano di almeno 500 vittime.

Questa tragedia, purtroppo soltanto una tra tante, deve assolutamente indurre le autorità a intensificare l’impegno per tutelare meglio le popolazioni civili, raggiungere accordi politici che instaurino la stabilità nella regione, eliminando pertanto gli elementi nocivi che terrorizzano la provincia del Kivu. Questa tragedia mette anche in luce, nel peggior modo possibile, l’entità del lavoro da compiere prima che si ottengano infine progressi sui temi fondamentali come la riforma della sicurezza, senza la quale non è possibile consolidare lo Stato di diritto.

È infatti inimmaginabile che il governo congolese possa riconquistare il controllo sul territorio senza un servizio, una forza di polizia o un sistema giudiziario opportunamente formato, ben regolamentato e adeguatamente retribuito. Se la Repubblica democratica del Congo deve assumersi le proprie responsabilità, a tutti i livelli, anche la comunità internazionale deve fare altrettanto. Il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon lo ha pienamente apprezzato, poiché è stata avviata un’inchiesta sui motivi per i quali MONUSCO non ha agito, visto che il suo mandato è incentrato sulla tutela della popolazione. Dobbiamo sperare che a seguito di ciò MONUSCO diventi più forte perché ha ancora un ruolo vitale da svolgere nella regione.

Dobbiamo inoltre porci il seguente interrogativo: che cosa possono fare i tribunali europei e internazionali? Il Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per la violenza sessuale nei conflitti armati Wallström chiede che i colpevoli siano portati dinanzi alla giustizia. Sosteniamo incondizionatamente questo appello, in linea con la dichiarazione comune del 27 agosto dell’Alto rappresentante Ashton e del Commissario europeo per lo sviluppo Piebalgs.

Detto ciò, se vi è un tema di carattere generale che la tragedia di Luvungi ha sollevato è quello dell’impunità. I ribelli, infatti, non sono gli unici a compiere reati. Abbiamo riscontrato un comportamento parimenti reprensibile da parte delle autorità preposte all’applicazione della legge. La reale sfida nella Repubblica democratica del Congo è pertanto il funzionamento delle sue istituzioni giudiziarie. È evidente che la maggior parte degli sforzi da profondere può essere concepita soltanto nel quadro di un’azione a lungo termine. Non dobbiamo tuttavia perdere di vista il fatto che nella lotta all’impunità, come in tutti gli altri casi, i cittadini generalmente si aspettano che l’esempio venga dato dall’alto.

Su tale base, per citare un solo caso, l’inchiesta attualmente in corso sull’assassinio dell’attivista per i diritti umani Floribert Chebeya Bahizire è indubbiamente un banco di prova perché è emblematico delle contraddizioni interne con le quali talvolta la Repubblica democratica del Congo deve confrontarsi.

Superfluo aggiungere che l’Unione europea sta seguendo il caso molto da vicino e, sulla scia della morte del succitato attivista, l’Unione, tramite l’Alto rappresentante Ashton, ha chiesto alle autorità congolesi di fare luce sull’accaduto.

Per concludere, vorrei sottolineare quanto l’Unione europea sta sostenendo e continuerà a sostenere la Repubblica democratica del Congo in questa lotta per la giustizia e contro l’impunità. A tal fine, l’appoggio della comunità internazionale e, soprattutto, dell’Unione europea e dei suoi Stati membri nel processo elettorale che avrà luogo tra il 2011 e i 2013 sarà particolarmente importante per creare un ambiente politico basato su principi democratici e sullo Stato di diritto.

Abbiamo inoltre formalmente appoggiato nell’ambito delle Nazioni Unite la nomina di un esperto indipendente del Consiglio dei diritti umani a sostegno degli sforzi profusi dal governo congolese in tale direzione. Purtroppo, i nostri sforzi non ci hanno portato ancora a nulla. Speriamo di poter proseguire i negoziati con le autorità congolesi per compiere progressi su tale fronte.

In particolare, l’Unione europea continuerà a partecipare agli sforzi di cooperazione nel campo della giustizia, dei compiti di polizia, della difesa, dei diritti umani, nonché ovviamente del sostegno alle vittime. L’Unione europea è pronta a intensificare tale azione nell’ambito di un vero dialogo con la Repubblica democratica del Congo.

 
  
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  Filip Kaczmarek, a nome del gruppo PPE.(PL) Signor Presidente, nella Repubblica democratica del Congo è in atto una delle più gravi crisi umanitarie del recente passato. Gli stupri commessi alla fine di luglio e all’inizio di agosto, per quanto di per loro orripilanti, sono soltanto un episodio di una serie di tragici avvenimenti. Ogni mese, oltre 1 000 donne sono vittime di stupro in Congo e decine di migliaia di bambini sono reclutati come soldati. La violenza sessuale è un metodo volto a terrorizzare e punire la popolazione del Congo che non appoggia la destra nel conflitto. La violenza sessuale è talmente diffusa che l’organizzazione Medici senza frontiere afferma che il 75 per cento di tutti gli stupri nel mondo è commesso nel Congo orientale.

Il problema comporta anche il fatto che la più grande forza di pace dell’ONU al mondo Monusco sta facendo ben poco per controllare il fenomeno. Le controversie sul momento in cui Monusco ha appreso dei recenti stupri – se cinque giorni, due settimane o una settimana dopo che si sono verificati – ci lasciano sgomenti. Una base di Monusco era presente a 15 chilometri circa dal luogo in cui i fatti sono accaduti e il principale metodo di prevenzione della violenza sessuale utilizzato dalle Nazioni Unite consiste nell’apporre avvisi sulle case in cui si dice che lo stupro è inumano. Con questo metodo non porremo fine al fenomeno. A peggiorare le cose, anche soldati dell’ONU sono stati implicati in uno scandalo a sfondo sessuale alcuni anni fa e, per esempio, sono stati accusati di aver costretto giovani ragazze a prostituirsi. Può essere che il problema sia ancora più profondo e, di fatto, Monusco non abbia la volontà di combattere tale fenomeno distruttivo.

L’Unione europea deve essere risoluta al riguardo. Deve concentrarsi sull’assistenza da prestare alle vittime. La questione è urgente perché all’inizio di dicembre a Kinshasa si terrà un’assemblea parlamentare congiunta ACP-Unione europea e questa cultura singolare dell’impunità e dell’impotenza – concordo con la presidenza belga – deve cessare perché sarà necessario guardarsi l’un l’altro negli occhi.

 
  
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  Véronique De Keyser, a nome del gruppo S&D.(FR) Signor Presidente, è impossibile parlare in questa sede a nome delle donne vittime di stupro che hanno perso la propria dignità, bambini mutilati, donne incinte con lo stomaco squartato, anziane violentate con baionette conficcate nella vagina e tutte quelle donne i cui corpi sono diventati, con loro vergogna, ma soprattutto nostra, un campo di battaglia devastato.

È impossibile parlare a nome dei bambini reclutati nelle milizie e costretti ad assuefarsi alla morte di adulti e bambini come loro, diventati anche veri e propri schiavi del sesso. Il genocidio sessuale, che continua ad aver luogo dietro le quinte del Congo, mietendo decine di migliaia di vittime ogni anno, oggi ci lascia ammutoliti. Siamo oltre ogni possibile espressione verbale.

Ciò che è chiaro, tuttavia, è che tutti gli strumenti – testi legislativi, progetti di riforma per le forze armate, missioni internazionali, sostegno finanziario e mobilitazione dell’intera Comunità – sono posti in essere. Ma l’impunità continua, un’impunità terrificante se un criminale come Bosco Ntaganda, lungi dall’essere punito, ottiene un posto di lavoro di prestigio presso l’amministrazione congolese. Chiediamo che venga fatta giustizia. Questa cultura dell’impunità non può proseguire soltanto per amore del quieto vivre.

Che cosa significa esattamente giudicare questi crimini? Significa svolgere indagini, riformare il sistema giudiziario, retribuire adeguatamente i soldati e perseguire i colpevoli, compresi quelli che hanno istigato i massacri, prescindendo dal prestigio della posizione che ricoprono. Per i nostri stessi paesi, significa anche non fornire armi ai ribelli e ai loro mercenari e non partecipare con loro in commerci di minerali illegali di dubbia natura. Per questo sosteniamo il Rappresentante speciale signora Wallström e chiediamo che la Commissione prenda in esame la possibilità di una legge europea che si basi sulla nuova legge statunitense denominata Conflict Minerals Act. Ciò significa che non tollereremo più che i nostri cellulari, i nostri computer e, domani, le nostre macchine ibride siano prodotti con minerali venduti illegalmente e derivanti da conflitti. Questi minerali sono minerali insanguinati, proprio come lo erano i diamanti. Inoltre, i nostri rapporti con il governo congolese dipenderanno, signori Presidenti, dal modo in cui sarà applicata la politica della tolleranza zero nei confronti della violenza contro le donne, una politica che, potrei aggiungere, è stata introdotta dallo stesso governo congolese.

(Applausi)

 
  
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  Charles Goerens, a nome del gruppo ALDE.(FR) La ringrazio, signor Presidente. Mi dispiace dire che, alla luce degli scarsi progressi compiuti nella Repubblica democratica del Congo, dobbiamo condannare i gravi insuccessi e regressi. Nel paese resta da fare tutto, o quasi tutto.

Anziché essere in grado di garantire la stabilità in un paese mutilato, i rappresentanti delle Nazioni Unite nella Repubblica democratica del Congo sono costretti a riferire gravissime violazioni dei diritti umani. In questo caso, non si tratta di rari atti eccezionali di violenza perpetrati da soggetti isolati, il che in sé sarebbe comunque assolutamente reprensibile. No, ciò che sta accadendo in Congo non può essere limitato a qualche cittadino esposto, senza alcuna difesa, ai perpetratori di violenza sessuale. Nella fattispecie, temo, siamo di fronte a un fenomeno che si estende oltre la sfera del singolo.

Infatti, informazioni concordanti in merito agli avvenimenti accaduti in Congo tra il 30 luglio e il 4 agosto pongono tali crimini su un’altra scala. Atul Khare, Sottosegretario generale per le operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, ha confermato che circa 500 persone – donne, bambini e neonati – sono state vittime di stupro.

Non possiamo più semplicemente condannare questi crimini orripilanti. Dobbiamo andare oltre e identificare i responsabili, portarli dinanzi alla giustizia, esercitare un’opera di deterrenza nei confronti dei potenziali criminali, ma anche affrontare le cause e il contesto nel quale molti altri incidenti che condanniamo potrebbero verificarsi.

Affrontare le cause non può in alcun caso essere interpretato come attenuante per gli autori di violenza sessuale. Sicuramente occorre una risposta militare e di polizia per raccogliere tutte queste sfide, perlomeno a breve termine, ma servono anche altre risposte. Siamo infatti di fronte a una crisi di Stato, e scelgo le parole con attenzione: siamo di fronte a una crisi in un paese che non riesce più a esercitare le proprie funzioni sovrane, tra cui, segnatamente, la garanzia della sicurezza offerta ai cittadini di tutti i paesi.

La risposta deve provenire contemporaneamente dal Congo, dall’Unione africana, dalle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale. In merito a tutti gli elementi che possono costituire soluzioni ai problemi con i quali la popolazione congolese si scontra, nulla può sostituirsi alla responsabilità delle autorità congolesi. Nel contempo, tuttavia, dobbiamo stare al loro fianco e sostenerle.

 
  
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  Isabelle Durant, a nome del gruppo Verts/ALE. (FR) Signor Presidente, non posso che avallare quanto è stato detto, soprattutto le osservazioni formulate dall’onorevole De Keyser, la quale ci ha esposto una descrizione molto dura e cruda della violenza perpetrata contro le donne. È vero che tutte le testimonianze sono concordanti. Sono tutte insostenibili, intollerabili, sia singolarmente sia, soprattutto, collettivamente. Inoltre, tutti questi atti di violenza sono chiaramente rivolti a epurare, umiliare e, in ultima analisi, distruggere una popolazione privandola della sua dignità e ragione di vita.

Pertanto, per tutti questi motivi, penso che dobbiamo essere in grado di reagire con una risolutezza ancora maggiore. È vero che la situazione in Congo è oggi ancora più complessa su tutti i fronti, non soltanto per quel che riguarda gli atti di violenza perpetrati contro le donne, ma anche in altri ambiti. Il Segretario di Stato Chastel ha parlato della vita quotidiana di moltissimi congolesi, della questione dei diritti umani in generale, non soltanto dei diritti delle donne, e dei difensori dei diritti umani. Vorrei aggiungere che personalmente vedo un nesso diretto, come è ovvio, tra la violenza contro le donne e una serie di crimini ancora impuniti.

Il saccheggio delle risorse naturali prosegue tuttora in larga misura impunito. Si è fatto riferimento, infatti, alla legislazione americana, da cui si potrebbe trarre spunto in Europa. Ritengo in ogni caso che la questione dell’impunità per quanto concerne il saccheggio delle risorse naturali sia assolutamente fondamentale, e lo è perché oggi anche l’impegno assunto dal Presidente congolese Kabila di vietarne l’esportazione è in ultima analisi nefasto, specialmente per i piccoli estrattori che vivono di questa attività. È nefasto perché di fatto non serve a nulla, è una sorta di cortina di fumo, visto che sappiamo perfettamente che le forze armate congolesi, o perlomeno una parte di esse, sono implicate non soltanto negli stupri perpetrati ai danni delle donne, ma anche del saccheggio delle risorse e della corruzione organizzata attorno a tale attività.

Ciò che conta, pertanto, non sono soltanto le leggi o le decisioni di un governo, bensì anche la capacità di applicarle e attuarle. È importante che un governo sia in grado di esercitare i propri poteri.

Ritengo dunque, in conclusione, e presto molti di noi si recheranno a Kinshasa per incontrare i paesi ACP, che per assistere e sostenere le forze utili e positive in Congo, siano esse forze di governo, comunità, attivisti per i diritti umani o altro, sia necessario trasmettere un doppio messaggio, un messaggio di sostegno a coloro che vogliono sviluppare la cultura della giustizia e della lotta all’impunità, ma anche un messaggio in merito alle forze politiche e alla loro capacità di dotarsi degli strumenti indispensabili per garantire un governo reale a tutti i livelli: garanzia della sicurezza, applicazione delle leggi, attuazione di una serie di decisioni e, più semplicemente, consolidamento, infine, della credibilità degli eletti. A quattro anni di distanza dalle elezioni che tutti abbiamo voluto, finanziato e sostenuto, è infatti importante non solo condannare, ma anche incoraggiare ogni azione che consenta l’esercizio concreto, specifico dell’autorità di governo e della democrazia in generale. Penso inoltre che la violenza contro le donne e la violenza contro i difensori dei diritti umani siano due aspetti estremamente importanti.

Concluderò dicendo che il processo dei responsabili della morte di Chebeya dovrebbe svolgersi in settembre. Anche tenuto conto della sofferenza della sua famiglia, penso che realmente dobbiamo prestare grande attenzione per garantire che tale processo sia davvero emblematico del desiderio di risolvere il problema.

 
  
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  Charles Tannock, a nome del gruppo ECR.(EN) Signor Presidente, la Repubblica democratica del Congo non è né una repubblica particolarmente democratica, come noi interpretiamo tale termine nell’Unione europea, né una repubblica funzionante in maniera efficiente; ciò in parte è dovuto alle sue notevoli dimensioni, ai suoi confini permeabili e alla scarsa infrastruttura, che rendono assai complesso un governo democratico.

Tuttavia, la fragilità del Congo come Stato nazione è anche riconducibile a decenni di corruzione, repressione politica e sporadici conflitti armati, sia interni sia con Stati confinanti, nel corso dei quali sono stati perpetrati crimini atroci come gli stupri collettivi. Il deterioramento è iniziato sotto il regime cleptocratico e sanguinario del Presidente Mobutu ed è proseguito sino a oggi. Il Presidente Kabila ha perlomeno indetto elezioni generali per dare l’impressione al mondo esterno di istituire una riforma democratica, ma in realtà controlla tutte le leve del potere e, in particolare, l’accesso alle ingenti risorse naturali del paese.

Il crescente interesse di alcuni paesi, specialmente la Cina, per lo sfruttamento di tali risorse ha incoraggiato il regime di Kabila a trascurare le proprie responsabilità rispetto ai diritti umani e allo Stato di diritto. La stessa Cina non brilla affatto per i risultati conseguiti nel campo dei diritti umani e, in sede di Nazioni Unite, di fatto difende l’operato di paesi come il Congo con i quali fa affari. Non mi sorprende dunque che i tre processi in corso dinanzi al Tribunale penale internazionale riguardino tutti cittadini congolesi.

Nonostante questa situazione allarmante, l’Unione africana si rifiuta di condannare Kabila o esercitare pressioni sul governo affinché assolva i propri obblighi costituzionali. L’Unione europea, occorre rendergliene merito, non ha questi scrupoli, e apprezzo l’approccio duro assunto dall’Alto rappresentante, Baronessa Ashton.

Vorrei infine ribadire l’esortazione già espressa più volte in questa Camera affinché il processo Kimberley sia esteso a coprire altre risorse naturali in Africa. Gli abusi perpetrati nel campo dei ditti umani nel continente africano, che sono deplorevolmente fin troppo comuni, sono spesso legati alla competizione per il controllo delle risorse minerali. Il processo Kimberley ha registrato notevoli successi nel limitare il commercio di diamanti insanguinati o provenienti da zone di conflitto, e penso che un approccio analogo ora vada preso in esame anche per altre industrie estrattive.

 
  
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  Marie-Christine Vergiat, a nome del gruppo GUE/NGL. (FR) Signor Presidente, in questa Camera stiamo di nuovo affrontando la complessa questione della situazione esistente nella Repubblica democratica del Congo, che pare continuamente peggiorare.

In giugno abbiamo adottato una risoluzione di condanna dell’assassinio di Floribert Chebeya esprimendo preoccupazione per la scomparsa di Fidale Bazana Edadi. Da allora, un altro difensore dei diritti umani, Salvator Muhindo Vunoka, è stato assassinato. Signor Ministro, può aggiungerlo al suo elenco. Quest’estate è stato necessario uno stupro collettivo di diverse centinaia di persone affinché le Nazioni Unite decidessero di intervenire.

Va detto che la forza di pace MONUSCO, in Congo per proteggere i civili, il personale umanitario e i difensori dei diritti umani, nonché contribuire a combattere l’impunità, si trovava soltanto a pochi chilometri dal luogo in cui tali stupri sono stati perpetrati e non ha fatto alcunché.

Lo stesso Ban Ki-moon si è indignato per la passività delle truppe di MONUSCO. Il governo congolese è stato infine chiamato in causa dai funzionari dell’ONU. Una nuova relazione sulla violenza commessa doveva essere pubblicata all’inizio di ottobre, ma avrebbe riguardato quella perpetrata tra il 1996 e il 2003. Che perdita di tempo! Quante altre vittime dovranno essere uccise, stuprate e torturate? Quanti altri bambini dovranno essere forzatamente reclutati prima che la comunità internazionale prenda atto della situazione e agisca di conseguenza?

Mi viene da chiedere: che cosa sta facendo l’Europa? In Congo sono state investite somme ingenti. In loco sono presenti le missioni EUSEC ed EUPOL. Oltre all’assistenza umanitaria, uno degli obiettivi più importanti dell’Unione europea, perlomeno sulla carta, è addestrare le forze di sicurezza locali e contribuire a riformare la sicurezza del paese.

Quali sono i risultati di queste politiche? Il Congo è un paese grande; è il terzo paese africano in termini di numero di abitanti. È un paese con un enorme potenziale di ricchezza, ma l’80 per cento della sua popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Ciò che è peggio, è che il paese sta diventando ancora più povero a causa dell’escalation della corruzione.

Vorrei chiedervi soltanto una cosa: quanto tollereremo che questa situazione permanga nella completa impunità? Come lei ha detto, signor Ministro, sappiamo che anche le forze di sicurezza sono implicate nella violenza. Non pensa che sia giunto il momento di assumere una posizione diversa?

Suppongo che le cose non siano così semplici all’interno del Consiglio dei ministri, nel cui ambito pochi grandi paesi europei, o perlomeno i loro rappresentanti politici del cui impegno nei confronti dei diritti umani siamo tutti a conoscenza, non sono realmente disposti a un intervento concreto perché sanno accogliere Kabila in pompa magna.

Può dunque contare sul Parlamento europeo per intraprendere le misure necessarie e non lasci più che gli interessi economici di pochi prevalgano a discapito delle popolazioni civili che non ne possono più.

 
  
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  Bastiaan Belder, a nome del gruppo EFD.(NL) Signor Presidente, il 2010 è l’anno del cinquantenario dell’indipendenza congolese. Se guardiamo al passato, ci rendiamo conto che questi 50 anni sono stati vergognosamente intrisi di sangue sino a oggi.

Gli orripilanti avvenimenti accaduti nella regione del Kivu Nord quest’estate ne sono l’evidente riprova. Quando leggiamo che 25 soldati della missione delle Nazioni Unite avrebbero dovuto impedirli, si pone anche il problema della logistica. Ventimila soldati dell’ONU, mentre professionisti ed esperti sostengono che ce ne vorrebbero perlomeno 60 000 per mantenere una qualche forma di ordine: che problema!

Vorrei porre la seguente domanda al Consiglio e alla Commissione. Esattamente quali sforzi sono stati compiuti dalle missioni EUSEC ed EUPOL nel nord e nel sud del Kivu per rafforzare la sicurezza della popolazione locale e perseguire gli autori delle atrocità di quest’estate?

I disordini avvengono proprio dove si trovano le maggiori risorse del Congo. Le miniere congolesi hanno, secondo informazioni recenti, un potenziale di 24 miliardi di dollari. Secondo informazioni pubblicate sulla stampa dal governo congolese all’inizio di settembre, le attività estrattive nel Kivu erano state sospese immediatamente perché gruppi armati avevano sfruttato le miniere illegalmente, in alcuni casi appoggiati dalle autorità di governo. A prima vista, è un buon inizio, ma tutto questo come viene applicato? Vi sono tuttavia anche voci secondo cui il governo congolese starebbe espropriando progetti estrattivi di investitori stranieri soltanto per venderli ai propri partner commerciali esteri.

Le mie domande al Consiglio sono le seguenti. Quale influenza possono avere le missioni comunitarie in loco per arginare lo sfruttamento illegale delle attività estrattive? Il Consiglio può inoltre confermare che lo sfruttamento illegale delle miniere è cessato e come questo può essere applicato, eventualmente con l’aiuto delle missioni dell’Unione in loco? Sinceramente spero che l’Unione europea si adopererà per l’indispensabile rafforzamento della missione dell’ONU in Congo perché è urgentemente necessario farlo. Se non sbaglio, alla luce di quanto pubblicato dalla stampa, il governo congolese sta attualmente profondendo sforzi per porre fine a tutto questo, il che avrebbe un impatto notevole sul paese.

 
  
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  Andrew Henry William Brons (NI).(EN) Signor Presidente, questo dibattito lascerebbe intendere che gli abusi dei diritti umani in Congo sono un fenomeno recente o in Africa una siffatta situazione è inusuale. Non è così: magari lo fosse.

Ricordo l’indipendenza del Congo belga nel 1960. Ero ancora a scuola. Ricordo il sequestro e l’arresto di Patrice Lumumba a pochi mesi dall’indipendenza. Ricordo ancora vividamente le immagini del momento in cui veniva scaraventato nel cassone di un camion. Mai più visto. Dopodiché, decenni di instabilità fratricida, dittatura e guerra civile.

Il Congo non ha fatto eccezione in Africa. Una democrazia pacifica sarebbe stata più difficile da instaurare. Se dovessi propendere per una spiegazione prescrittiva, legata all’ambiente, direi che deve esserci qualcosa nell’acqua. Ma vi è un’altra spiegazione.

In Africa in generale, se non in Congo in particolare, quando i colonialisti hanno tracciato i confini sulle carte dell’Africa hanno trascurato le differenze esistenti tra tribù e popoli. Ogni paese, al momento dell’indipendenza, conteneva profondissime divisioni verticali di tipo etnico, linguistico o religioso nella struttura statuale, il che sempre alimenta l’instabilità politica.

Questo vale per il Belgio come per l’ex Congo belga. L’unica differenza sta nel fatto che il Belgio è sfuggito alla violenza politica. Purtroppo, lo stesso non si può dire della Bosnia e della Croazia, dove si verificati altrettanti omicidi, se non il medesimo sadismo gratuito.

Se le divisioni verticali negli Stati politici sfociano nell’instabilità, talvolta nella violenza, perché creiamo le stesse divisioni verticali in Europa con un’immigrazione controllata dal Terzo mondo in generale e dall’Africa in particolare? Non ci bastava lasciare l’Africa con società politiche insostenibili. Ci stiamo dando da fare per ricreare gli stessi problemi nel cuore dell’Europa.

 
  
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  Andrzej Grzyb (PPE).(PL) Signor Presidente, ecco un altro dibattito sulla situazione nella Repubblica democratica del Congo, una repubblica che, come qualcuno ha detto, è in larga misura democratica soltanto nel nome e i diritti umani vengono quotidianamente violati. Oggi parliamo della violenza contro i più deboli, in particolare le donne, che sono stuprate, e i bambini, che tra l’altro sono costretti a unirsi all’esercito, un esercito illegale. Parliamo di stupri, torture e assassini. Parliamo di violenza i cui autori, e questo è l’aspetto peggiore, restano impuniti. Parliamo di violenza diventata così come che è persino difficile parlare di qualche tipo di consenso culturale o di altro genere. Parliamo di stupri commessi da combattenti, ma anche da soldati dell’esercito e da civili. Parliamo di donne che non hanno nessuno che le difenda.

Non dobbiamo dimenticare il fatto che, paradossalmente, stiamo discutendo di una regione che è una delle più sfortunate, eppure una delle più ricche in termini di risorse naturali Africa e nel mondo. Tali risorse dovrebbero essere più che sufficienti per soddisfare le esigenze di tutta la popolazione che vi abita. Parimenti non dobbiamo dimenticare che questo è un ulteriore stadio di una serie di sventure che, secondo le stime, sono costate la vita a decine di migliaia di persone nell’ultimo decennio con circa duecentomila casi di stupro. E possiamo soltanto immaginare quanti altri stupri non sono stati segnalati.

La situazione è motivo di grave preoccupazione, manifestata non da ultimo dalle varie riunioni della sottocommissione per i diritti dell’uomo di questo Parlamento. Sorge il problema dell’efficacia dell’operato delle Nazioni Unite e dell’impunità dei reati commessi sia dai combattenti sia da altri, crimini che devono essere portati dinanzi alla giustizia. Il sistema giudiziario deve agire. Ritengo che la riunione tra ACP e Parlamento europeo possa rappresentare anch’essa la sede perfetta per porre fine a questa inumana situazione. Poiché si tratta di una crisi dello Stato del Congo, è la comunità internazionale a dover assumere l’iniziativa. È anche nostro compito, in quanto Parlamento europeo, parlarne.

 
  
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  Monika Flašíková Beňová (S&D). (SK) Signor Presidente, vorrei ringraziare i rappresentanti della Commissione e del Consiglio per il parere espresso sul fallimento della salvaguardia dei diritti umani e la giustizia in Congo.

La situazione è effettivamente grave e drammatica, e penso che sia stata perfettamente descritta dalla collega De Keyser nel suo intervento. Ciò nonostante, vorrei anche richiamare l’attenzione in tale contesto sulle informazioni estremamente allarmanti fornite dalle organizzazioni non governative internazionali che di fatto parlano di attacchi organizzati sistematici ai danni delle comunità sotto il controllo di unità armate al fine di stuprare le donne locali. Poco più di un mese fa, oltre 150 donne civili sono state stuprate in 13 villaggi. Tutto questo, onorevoli colleghi, è avvenuto soltanto a pochi mesi di distanza dal rinnovo da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU del mandato della sua missione in Congo con lo scopo di aiutare il governo a proteggere i civili dalle violazioni dei diritti umani.

Un altro aspetto paradossale della situazione sta nel fatto che la violenza è perpetrata da tutte le parti coinvolte nel conflitto, comprese le forze di governo, il che è assolutamente inaccettabile, ragion per cui vorrei nuovamente chiedere ai rappresentanti delle istituzioni europee di esercitare tutta la pressione possibile, a livello diplomatico e in altre sedi, attraverso le Nazioni Unite e la relativa missione in Congo, per porre fine a tali pratiche. Al riguardo avete senza dubbio il pieno appoggio del Parlamento europeo.

 
  
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  Alexander Graf Lambsdorff (ALDE).(DE) Signor Presidente, la situazione nella Repubblica democratica del Congo è ancora estremamente preoccupante. È particolarmente allarmante che la violenza e la propensione a ricorrere alla violenza continuino ad aumentare nonostante la presenza dell’Unione europea e delle Nazioni Unite. Siamo impegnati in varie missioni Congo da molti anni. Abbiamo dunque una parte di responsabilità, in particolare rispetto agli atti commessi o tollerati da gruppi che formalmente appoggiamo. Secondo un detto congolese, un gatto può entrare in un monastero, ma comunque resta un gatto. Applicato all’apparato di sicurezza, ciò significa che si può far indossare un’uniforme ai criminali, ma questo non vuol dire che non commetteranno più reati. In realtà, è tutt’altro che così. Proprio questo è il nostro problema. Dobbiamo inequivocabilmente dire al governo congolese che non tollereremo tale comportamento né la sua dissimulazione.

Tutti in quest’Aula concordano nell’affermare che la situazione in Congo si sta deteriorando. Vorrei ricordare che nel 2006 abbiamo condotto una missione di osservazione elettorale. Da allora, difficilmente si può dire che vi siano stati progressi nel processo di democratizzazione del paese. Consiglio e Commissione dovrebbero valutare attentamente se sia il caso o meno di inviare in loco una nuova missione a pieno titolo e, questa volta, monitorare il processo elettorale in maniera diversa. Penso che i prerequisiti per una siffatta missione di osservazione elettorale siano tutt’altro che favorevoli. Invieremmo peraltro il segnale sbagliato a un governo che sistematicamente ignora le norme e le raccomandazioni dell’Unione europea.

 
  
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  Judith Sargentini (Verts/ALE).(NL) Signor Presidente, in quanto europei siamo noi stessi in parte responsabili delle sventure del Congo orientale. Se i ribelli possono ancora guadagnare molto denaro vendendo metalli preziosi come il coltan all’industria della telefonia e dell’informatica, ciò è dovuto al fatto che continuiamo a comprarli indiscriminatamente.

I paesi in Europa non hanno mai ravvisato la necessità né individuato l’ambito per una legge che chiami in causa la responsabilità nella catena di fornitura. Ciò che va notato, a questo punto, è che gli Stati Uniti infine lo hanno fatto. Noi invece non siamo intervenuti, semplicemente perché temevano la concorrenza della Cina e degli Stati Uniti. Eppure, che cosa è successo la scorsa estate? È stata promulgata una legge negli Stati Uniti che chiede trasparenza imponendo alle aziende di segnalare l’uso di metalli preziosi provenienti dal Congo o da paesi limitrofi. Le Hewlett-Packard e le IBM nel mondo sono tenute ad adeguarsi al nuovo quadro normativo. Dovremmo seguire l’esempio degli Stati Uniti e introdurre la nostra versione di questa legge.

 
  
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  Jan Zahradil (ECR). (CS) Signor Presidente, nel 2010 si celebra l’Anno dell’Africa, contesto nel quale va ricordata tutta una serie di paesi che, cinquant’anni fa, ha conquistato l’indipendenza dalle ex potenze coloniali. Se però analizziamo lo sviluppo in alcuni di questi paesi a distanza di cinquant’anni, purtroppo ci rendiamo conto che non sono molti i motivi che potrebbero indurci a essere ottimisti. Lo stesso vale per la Repubblica democratica del Congo. Se il paese vuole essere un partner dell’Unione europea a distanza di cinquant’anni dalla conquista dell’indipendenza dall’ex potenza coloniale belga e diventare membro a pieno titolo della comunità internazionale, deve impegnarsi attivamente nella prevenzione degli atroci crimini che nel paese sono stati commessi nelle ultime settimane, sostenere i diritti umani e instaurare lo Stato di diritto nell’intero territorio congolese.

In collaborazione con le Nazioni Unite e con l’Unione africana, l’Unione europea dovrebbe rendere il proprio tributo alle vittime della violenza in Congo. E dovrebbe farlo, tra l’altro, contribuendo al disarmo dei gruppi militari che sferrano attacchi alla popolazione congolese dai paesi vicini, Rwanda, Sudan meridionale e Uganda. Dovremmo anche dimostrare che siamo in grado di agire e, in tale ambito, mi rivolgo all’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri, Baronessa Ashton, affinché presenti un piano di azione concreto dell’Unione nella lotta per il sostegno ai diritti umani nella Repubblica democratica del Congo in occasione della sessione dell’assemblea parlamentare mista ACP-UE a Kinshasa in dicembre.

 
  
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  Kinga Gál (PPE).(EN) Signor Presidente, come membro della sottocommissione per i diritti umani, condanno con fermezza gli avvenimenti degli ultimi mesi in Congo.

Nel XXI secolo è inammissibile che assassini, stupri e abusi di minori vengano comunemente usati come arma da guerra mentre nell’area sono presenti forze dell’ONU. Negli ultimi cinque anni, il numero dei casi, e mi riferisco soltanto a quelli documentati, è aumentato di 20 volte in Congo. Le vite di donne e bambini sono in pericolo; i loro diritti umani sono totalmente calpestati e sono privati della dignità umana. Inoltre, non possono più integrarsi nella loro comunità tradizionale, il che porta anche alla distruzione del tessuto sociale.

La comunità deve ammettere ufficialmente che lo stupro collettivo in Congo è un crimine di guerra contro l’umanità. Occorre una risposta concertata per mantenere la pressione sugli autori di tali stupri e portarli dinanzi alla giustizia a livello locale o dinanzi al Tribunale penale internazionale. Apprezzo il fatto che la missione EUSEC in Congo sia stata appena prorogata sino al 30 settembre 2012 e auspicabilmente sarà rinnovata anche la missione EUPOL nel paese.

Si dovrebbe dispiegare personale specializzato per procedere alle indagini sui crimini, così come si dovrebbe garantire pieno sostegno attraverso l’iniziativa europea per la democrazia e i diritti umani. È necessario intraprendere ulteriori azioni come la messa a disposizione di forze di mantenimento di pace provviste di cellulari, il miglioramento della comunicazione tra la forza di pace Monusco e la popolazione locale, nonché il rafforzamento dell’impegno per affrontare i gruppi di ribelli. Le agenzie umanitarie devono essere sostenute in maniera che possano raggiungere la popolazione civile bisognosa di assistenza.

Nel contempo, il governo dovrebbe porre in essere la sua politica della tolleranza zero, recentemente annunciata, e istituire la Commissione nazionale dei diritti umani, come previsto dalla costituzione. In sintesi, è necessario dare la priorità alla protezione di donne e bambini.

 
  
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  Richard Howitt (S&D).(EN) Signor Presidente, nel corso dell’anno, Denis Mukwege, ginecologo di Panzi nella Repubblica democratica del Congo, è venuto in Parlamento e ha dichiarato che i perlomeno 200 000 stupri perpetrati nel suo paese negli ultimi quindici anni sono troppo brutali per essere descritti come tali e dovrebbero essere definiti massacri sessuali. Il sesso viene usato come atto terroristico.

Eravamo ben lontani dall’immaginarlo quando poche settimane dopo, a una trentina di chilometri dalla forza di pace di stanza nella zona di Luvungi, la città è stata assediata e circa 500 donne e bambini sono stati vittime di ripetuti e orripilanti atti di violenza sessuale.

In questo Parlamento, dove abbiamo condannato il fallimento della protezione offerta in Rwanda e a Srebrenica, non possiamo e non dobbiamo continuare a tacere. Dovremmo apprezzare il Sottosegretario generale delle Nazioni Unite per aver ammesso che le Nazioni Unite hanno fallito e sono in parte responsabili. Dovremmo tuttavia esortare l’ONU a indagare sui motivi per i quali i preavvertimenti locali da parte dei mototassisti non hanno avuto seguito, la base dell’ONU non ha potuto contare su interpreti della lingua locale e le regole di ingaggio continuano a ostacolare l’efficacia della sua forza di pace.

Francamente chiederei a tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite e dell’Unione europea che cosa ne è stato delle belle parole che abbiamo tutti votato in merito alla responsabilità di protezione dell’ONU. Apprezzo quanto detto dal Segretario di Stato Chastel questo pomeriggio riguardo alla necessità di portare gli autori dinanzi alla giustizia, ma nella relazione che presto dovrà essere prodotta dalle stesse Nazioni Unite abbiamo bisogno di un sistema giudiziario solido per un decennio di crimini in Congo orientale.

Signor Presidente, concordo anche con quanti in questa discussione hanno condannato la corruzione corrosiva che affligge e saccheggia le ricche risorse minerali del Congo. Ma in questa discussione dovremmo soprattutto dire che non vi sono spiegazioni né scuse né attenuanti che possano in qualche modo legittimare l’uso della violenza sessuale come arma da guerra, e la nostra principale preoccupazione dovrebbero essere le 500 donne vittime di violenza che tutti noi non siamo stati in grado di proteggere. Il nostro impegno dovrebbe consistere nel garantire che ciò non accada mai più.

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE).(EN) Signor Presidente, l’Unione europea deve ritenersi responsabile se donne e bambini indifesi continuano a soffrire per mano di soldati e ribelli armati.

È tempo di andare oltre la retorica. Dobbiamo intraprendere misure concrete per fornire sostegno sul campo alle forze di sicurezza del Congo e alle altre missioni internazionali. Dobbiamo impegnarci attivamente e, ove del caso, esercitare pressione sul governo affinché protegga la sua stessa popolazione. Dobbiamo inoltre parlare a una sola voce, forte e audace, dicendo al governo di far cessare le violazioni dei diritti umani. La Repubblica democratica del Congo, e intendo il paese, ha grandi risorse. Vogliamo ricevere buone notizie anche dall’Africa.

 
  
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  Barbara Lochbihler (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, non posso che convenire con le critiche e le condanne rivolte contro questo brutale massacro, nonché quelle rivolte alla missione dell’ONU che ha omesso di compiere tutto ciò che poteva per evitarlo. Va nondimeno apprezzato il fatto che il neoistituito incarico di Rappresentante speciale per la violenza sessuale nei conflitti armati presso l’ONU, assunto dalla signora Wallström, abbia già definito tale responsabilità e possiamo ancora sperare che sui crimini verrà fatta piena luce.

Vorrei rammentarvi che nel febbraio di quest’anno è stata allestita una mostra in Parlamento presentata da Medica Mondiale, che gestisce una rete di cliniche ginecologiche mobili nel Congo orientale, ed è venuta qui da noi una donna dal Congo orientale che, pur avendo vissuto esperienze drammatiche, ha nondimeno trovato la forza di organizzare le donne nel paese, esortando poi l’ambasciata locale dell’Unione a recarsi anche nel Congo orientale, collaborare capillarmente con donne e organizzazioni non governative nei programmi di protezione dei testimoni e perseguire i crimini. In detta occasione, ci ha anche ribadito che hanno un disperato bisogno di sostegno per quanto concerne i progetti di miglioramento del reddito, l’assistenza medica e l’aiuto alle vittime di traumi e ha invitato l’Unione europea ha contribuire alla costruzione di carceri perché attualmente, anche se si effettuano arresti, non esistono strutture di detenzione.

 
  
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  Paweł Robert Kowal (ECR).(PL) Signor Presidente, stiamo trattando l’argomento perché siamo allarmati dalla situazione in Congo e alla popolazione del paese non vengono in alcun modo garantiti i diritti umani fondamentali. Siamo pertanto costernati per il fatto che le informazioni riferite dalle organizzazioni di osservatori in merito al rispetto dei diritti umani siano particolarmente preoccupanti nel caso del Congo. Ora, tuttavia, che il trattato di Lisbona è entrato in vigore, le nostre discussioni dovrebbero rivolgersi a un gruppo specifico. Penso ai responsabili della politica esterna dell’Unione europea.

La politica esterna nei confronti dell’Africa non è oggetto di controversia. È dunque apparentemente più semplice per noi formulare principi per un’azione comune. Oggi, pertanto, dobbiamo analizzare le cause di ciò che sta accadendo in Congo. Non dovremmo limitarci all’assistenza umanitaria. Dovremmo invece partecipare a progetti educativi e di sviluppo infrastrutturale, come pure dovremmo dare il nostro apporto a progetti che contribuiscano a costruire uno Stato congolese moderno. Ci aspettiamo infatti questo tipo di programma.

 
  
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  Peter Šťastný (PPE).(EN) Signor Presidente, anch’io appartengo alla lunga schiera di coloro che condannano con fermezza i deprecabili crimini perpetrati all’inizio dell’agosto di quest’anno nella Repubblica democratica del Congo. Ogni società protegge i propri elementi deboli e più vulnerabili, per cui apprendere queste terribili notizie deve essere devastante per ogni essere umano che abbia una qualche dignità. Lo stupro di almeno 179 donne e bambini è un vero crimine di massa e non deve mai più ripetersi, tanto meno come arma da guerra, a differenza di quanto è avvenuto in Congo.

L’Unione deve prestare la propria assistenza per portare tutti gli autori dinanzi alla giustizia. Notizie di dure punizioni devono penetrare in ogni comunità congolese ed estendersi oltre le sue frontiere. Tali notizie devono infatti diffondersi nel mondo in maniera che questi deprecabili atti di stupro collettivo, usati come arma da guerra, possano essere soffocati con successo.

Sappiamo che i paesi sviluppati registrano meno reati e in essi alcuni crimini esecrabili semplicemente non esistono. Per prestare la propria assistenza, l’Unione può, per esempio, ricorrere ad accordi di partenariato economico ben concertati nella regione che potrebbero aiutare l’intera Africa ad appropriarsi di una quota ragionevole del commercio globale. Nel contempo, uno sviluppo accelerato avvierebbe il processo di eliminazione della povertà e, quasi sicuramente, del tipo di crimini commessi all’inizio di agosto in Congo ai danni di almeno 179 vittime indifese.

 
  
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  Thijs Berman (S&D).(NL) Signor Presidente, lo stupro è diventato un’arma da guerra utilizzata quotidianamente nel Congo orientale che miete ogni anno migliaia di vittime. Le cifre effettive sono ben superiori a quelle a noi note perché le donne non sono in grado di affermare i propri diritti e, pertanto, spesso non segnalano quanto accaduto.

Lo stupro è un crimine molto traumatizzante che comporta un profondo danno psicologico e, spesso, fisico. Se gli stupri restano impuniti, diventano un elemento ricorrente di una quotidianità violenta per la società, anche in un periodo post-bellico. Gli stupri collettivi avvenuti tra il 30 luglio e il 4 agosto 2010 nel Kivu Nord dimostrano che gli sviluppi in Congo non rivestono un’adeguata priorità nell’agenda della comunità internazionale. Tali crimini, tuttavia, non possono restare impuniti. Lo dobbiamo alle vittime e anche al futuro del Congo nel suo complesso. Il governo congolese deve compiere ogni sforzo possibile per portare gli autori dinanzi alla giustizia e una certa dose di dubbio non sarebbe fuori luogo. Non possiamo in ogni caso permettere che l’impunità divenga la norma.

Questo dramma rende anche dolorosamente chiaro che il rapporto tra la missione dell’ONU e la popolazione locale lascia molto a desiderare. È essenziale che la presenza di Monusco nella regione sia valutata. In questa tragedia la missione è rimasta passiva. Ora chiediamo pertanto che venga svolta un’indagine indipendente per fare luce sui fatti che circondano tali stupri collettivi. La presenza della missione è e resta necessaria, ma è fondamentale che Monusco ottemperi pienamente al proprio mandato e offra alla popolazione locale la protezione di cui ha così disperatamente bisogno.

 
  
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  Fiona Hall (ALDE).(EN) Signor Presidente, l’odierna discussione è incentrata sui terribili avvenimenti verificatisi nella parte orientale del Congo, ma gli Stati membri continuano a sostenere che è sicuro far rientrare i richiedenti asilo congolesi a Kinshasa perché la capitale è distante dalle zone orientali insicure.

Purtroppo, i fatti suggeriscono altro. Per esempio, delle nove persone portate dal 2007 da Teeside nell’Inghilterra nord-orientale a Kinshasa, sette riferiscono di essere state interrogate, detenute, sottoposte ad abusi sessuali o torturate, per cui sono nuovamente fuggite dal paese o si nascondono.

Dalle elezioni del 2006, l’Unione ha investito notevolmente nel sostegno al buon governo in Congo. È difficile dover ammettere che ancora vi sono casi di violenza a Kinshasa, ma chiedo al Consiglio e alla Commissione di affrontare la realtà e reagirvi.

 
  
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  Tomasz Piotr Poręba (ECR).(PL) Signor Presidente, cinquant’anni dopo aver conquistato l’indipendenza, il Congo è un paese che ancora drammaticamente vive in uno stato di guerra e incessante conflitto, un paese al quale oggi è stato attribuito il macabro nome di capitale mondiale dello stupro. Gli avvenimenti sconvolgenti degli ultimi due mesi e gli stupri di centinaia di donne e bambini, sia maschi che femmine, dimostrano che Kinshasa non riesce a tenere testa all’aggressione sistematicamente organizzata dei ribelli. Lo stupro è diventato un’arma da guerra diffusa in Congo. I recenti stupri sono stati perpetrati da combattenti non lontano dalle forze internazionali dell’ONU di stanza nella regione, che sono in realtà l’unica forza stabilizzante effettiva presente nel paese.

Kinshasa deve porre termine all’impunità imperante e garantire la sicurezza della popolazione civile, condurre una lotta effettiva contro la corruzione dilagante e infine creare un vero esercito con soldati adeguatamente addestrati. Il Congo è ricco di depositi minerali, ma purtroppo è divenuto vittima della sua stessa ricchezza. In questo paese di dieci milioni di abitanti, tre quarti della popolazione guadagnano meno di un dollaro al giorno, mentre il paese è diventato una parte dell’Africa in cui le ricchezze naturali sono saccheggiate. La corsa illegale alle risorse naturali sta facendo sprofondare il Congo nella povertà, nel caos e nel disastro umanitario. La comunità internazionale deve risolvere drasticamente il conflitto e le grandi società internazionali devono garantire che le risorse naturali siano sfruttate in maniera legale. Soltanto un Congo stabile può essere garanzia di pace nella regione.

 
  
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  Barbara Matera (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, nella Repubblica democratica del Congo perdura una situazione di conflitto armato, di esecuzioni extragiudiziali, di violenza contro le donne, di assoluta violazione dei diritti dell'infanzia, di arruolamento, maltrattamento, violenze sui minori, di sfollati di massa, di commercio di armi e sfruttamento di ingenti risorse naturali, di tortura e trattamenti inumani e degradanti, di applicazione della pena di morte, repressione della libertà di espressione e dei difensori dei diritti umani, nonché, e non ultimo, di impunità.

Tutte denunce note alla comunità internazionale, che attraverso il Consiglio delle Nazioni Unite e l'Assemblea generale ha già più volte manifestato una profonda preoccupazione. Le responsabilità delle Nazioni Unite, come di tutta la comunità internazionale, ci sono e sono innegabili. Giusto rivedere i termini delle missioni MONUC ma anche EUPOL, EUSEC, come di tutti gli interventi umanitari.

Abbiamo il dovere di accompagnare i paesi dell'Unione africana nel loro percorso verso un pieno ed effettivo rispetto degli accordi internazionali sulla tutela dei diritti umani. Occorre che quel fazzoletto di terra paradossalmente vittima di ingenti interessi economici non sia terra di nessuno sottoposta a sfruttamento, ma bensì che si possa emancipare, costituendo, e costituendosi, in un ordine giuridico rispettato e garantito.

Il Congo è un paese in cui uomini come Floribert Chebeya Bahizire muoiono in condizioni oscure, quindi l'Unione europea ha il dovere morale di prestare un intervento politico fermo e deciso a favore del rispetto della normativa internazionale in materia di diritti umani.

 
  
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  Ana Gomes (S&D).(PT) Signor Presidente, nell’aprile 2008 il Tribunale penale internazionale ha spiccato un mandato di arresto contro il leader della milizia Bosco Ntaganda per crimini di guerra come il reclutamento di soldati bambini e l’assassinio di massa di civili. Anziché consegnarlo al tribunale, il governo di Kabila lo ha promosso a una posizione di grande prestigio nell’esercito congolese.

Questo comportamento da parte delle autorità congolesi, che viola gli obblighi assunti in quanto firmatarie dell’accordo di Cotonou, incoraggia un senso di impunità ed è responsabile delle barbarie che continuano a essere perpetrate nella Repubblica democratica del Congo, tra cui lo stupro collettivo di 500 donne e bambini, compresi neonati, nel distretto minerario del Kivu Nord nell’agosto di quest’anno, quando Monusco, la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite in Congo, ha vergognosamente omesso di agire, come ha confermato il Sottosegretario generale delle Nazioni Unite Atul Khare.

La corruzione e l’impunità nella Repubblica democratica del Congo sono responsabili della costernante condotta dei ribelli, al servizio dei governi vicini, nonché delle autorità di governo e delle forze dell’ONU. Non combatteremo efficacemente la corruzione e l’impunità in Congo finché non affronteremo con risolutezza la questione dell’estrazione e del commercio illegale di minerali, che finanziano i gruppi armati e alimentano il conflitto e le violazioni dei diritti umani, come dimostra l’assassinio di Floribert Chebeya.

L’Unione europea e il Consiglio di sicurezza dell’ONU devono adottare urgentemente misure sulla falsariga di quelle proposte dalla recente legge statunitense sui minerali provenienti da regioni in conflitto, identificando le società congolesi, europee, americane, cinesi e transnazionali che prosperano sfruttando le miniere controllate dai ribelli e quelle abbandonate dal governo.

Fare nomi e additare non è però sufficiente. È indispensabile vietare e reprimere la commercializzazione e l’uso di tali minerali in attrezzature tecniche, gioielli e altri prodotti di uso comune nel mondo.

Nell’Unione europea, dobbiamo altresì rafforzare la nostra missione comunitaria di consulenza e assistenza (EUSEC) e la nostra missione europea di polizia (EUPOL) in Congo, dando loro i mezzi per fare una reale differenza nel campo della sicurezza. A tal fine, è necessario attribuire la priorità alla prospettiva di genere in termini di formazione e azione attraverso il coinvolgimento delle parlamentari congolesi e delle appartenenti alle organizzazioni femminili congolesi, non soltanto nella protezione e nell’assistenza alle vittime, ma anche come interlocutrici decisive per la costruzione della pace, la promozione del rispetto per la legge e la lotta alla corruzione e alle violazioni dei diritti umani.

 
  
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  Marietje Schaake (ALDE).(EN) Signor Presidente, è davvero indicibilmente triste che i più gravi crimini contro l’umanità siano stati commessi sotto gli occhi della comunità internazionale e dell’ONU. Noi, nell’Unione, dobbiamo intensificare il nostro impegno e lavorare insieme più efficacemente per far sì che l’ONU agisca in linea con i valori fondamentali che nella Comunità conosciamo. Dobbiamo pensare in maniera più strategica.

Per quanto profondamente avvilenti siano questi crimini, non possiamo rispondere con il silenzio. Dobbiamo assumerci maggiori responsabilità e intensificare il nostro impegno per garantire che non vi siano altre vittime da compiangere. Dobbiamo aiutare le istituzioni africane a trovare le proprie soluzioni e assumersi la responsabilità della lotta alla corruzione e all’impunità, alla quale è necessario porre fine. A tal fine, disponiamo di strumenti, che sono stati menzionati, e mi riferisco all’accordo di Cotonou Agreement, ma anche al Tribunale penale internazionale.

Il commercio di diamanti e minerali insanguinati deve cessare perché promuove l’incredibile violenza perpetrata dalle varie milizie nei paesi africani. Lo stupro come crimine di guerra è soltanto uno degli orribili crimini commessi.

Dobbiamo rispondere agendo vigorosamente e facendo in modo da non restare inerti di fronte a tali atrocità.

 
  
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  Mariya Nedelcheva (PPE).(FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, tutti i conflitti armati hanno conseguenze disastrose. Tuttavia, un conflitto durato quanto quello in Congo, un esercito in parte costituito da bambini e lo stupro usato come una delle armi da guerra principali dimostrano che siamo di fronte al palese diniego dello Stato di diritto. L’esempio più recente risale al 28 luglio, quando sono stati commessi stupri collettivi nel Kivu Nord.

Per anni, la distruzione psicologica, fisica e sociale delle donne è stata parte della vita quotidiana di migliaia di congolesi. È tempo di suonare il campanello di allarme perché ciò che adesso sta accadendo è che lo stupro di civili al di fuori delle zone di conflitto sta diventando un fenomeno diffuso, una prassi normale. Combattere la cultura dell’impunità deve essere prioritario. A livello locale e nazionale deve esservi una migliore comunicazione con i cittadini perché, senza una vera partecipazione della società civile, le decisioni e le misure adottate saranno sempre accolte con sfiducia dalla popolazione. I congolesi devono sentire a tutti i costi che sono i protagonisti del cambiamento.

Nel contempo, è necessario assicurare che, nelle forze di sicurezza e nelle istituzioni statali, gli ex autori non diventino i nuovi giudici. Le prossime elezioni del 2011 rappresentano un’occasione per avviare nuovi progetti. Istituire una commissione parlamentare per i diritti umani, proseguire la riforma del sistema giudiziario ponendo soprattutto l’accento sulla protezione delle vittime, combattere la corruzione e prestare particolare attenzione agli utili ottenuti dall’estrazione e dal commercio di minerali rappresentano sfide importanti.

A livello europeo e internazionale, e alla luce dei recenti avvenimenti, occorre rivalutare e riesaminare le risorse umane, tecniche e finanziarie messe a disposizione nel quadro delle missioni EUSEC ed EUPOL. Un’analisi approfondita degli strumenti a sostegno della ristrutturazione del sistema istituzionale, giuridico ed economico, nonché un migliore coordinamento con gli strumenti delle Nazioni Unite, contribuiranno a stabilizzare il paese a lungo termine. Senza difendere i diritti umani e lo Stato di diritto, una repubblica non ha democrazia. Facciamo in modo che questa situazione non permanga perché, in ultima analisi, è sotto scacco la stessa democrazia.

 
  
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  Corina Creţu (S&D).(RO) Signor Presidente, il Parlamento europeo sta adottando per il terzo anno consecutivo una risoluzione sulla violazione dei diritti umani nella Repubblica democratica del Congo. È un segnale di grande preoccupazione in merito alla questione, ma, dobbiamo ammetterlo, anche di inefficacia. Già nel 2008 abbiamo condannato l’uso dello stupro come arma da guerra. Adesso le Nazioni Unite calcolano che il numero medio di stupri segnalati durante il primo trimestre di quest’anno è stato di 14 al giorno. Alla fine di luglio e all’inizio di agosto, più di 500 donne si sono aggiunte a questo sinistro record, vittime di uno stupro collettivo perpetrato in soli cinque giorni.

Il fatto che le truppe dell’ONU, che fanno parte della forza di pace più costosa al mondo, abbiano scoperto soltanto due settimane dopo che tali atrocità erano state perpetrate, sebbene vi fosse una base militare a soli 30 chilometri, la dice lunga sull’incapacità della missione delle Nazioni Unite di porre fine a questo violento conflitto con notevoli implicazioni regionali.

Tale peggioramento delle atrocità ha preceduto, ironia del destino, la relazione dell’Alto commissario per i diritti umani dell’ONU. Da allora, però, milioni di congolesi sono stati vittime di barbare violazioni dei diritti di base, mentre l’impunità degli autori è generalmente proseguita con una vendetta.

Penso che occorra svolgere un’inchiesta approfondita per appurare le responsabilità dei crimini di massa, compresi quelli commessi da paesi vicini anch’essi implicati nel conflitto, specialmente il Rwanda. Nel 1994 è stato commesso un genocidio nella regione dei Grandi Laghi 1994 e alcuni colpevoli stanno rispondendo delle loro azioni dinanzi al Tribunale penale internazionale per il Rwanda. Ritengo che imporre la forza della legge sia uno dei requisiti per far cessare i conflitti e i massacri. Non esiste pace senza giustizia. Ce lo insegnano le esperienze dell’ex Yugoslavia, della Sierra Leone e della Cambogia. Per questo credo che la relazione dell’ONU debba costituire un trampolino per creare un Tribunale penale internazionale per la Repubblica democratica del Congo.

 
  
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  Antonyia Parvanova (ALDE).(EN) Signor Presidente, oggi non possiamo esimerci dal concentrare la nostra attenzione sulla situazione delle donne in Congo. Noi tutti sappiamo che donne e bambini sono i gruppi più vulnerabili della popolazione nelle zone di conflitto e le donne sono quelle che maggiormente subiscono le conseguenze devastanti delle attuali vicende.

Lo stupro sta diventando incontrollato in Congo, come afferma la collega. Viene usato come arma da guerra per terrorizzare, attaccare, distruggere e umiliare la popolazione civile. Sarebbe semplicemente inaccettabile, un fallimento morale da parte nostra, chiudere gli occhi e ignorare la situazione. Abbiamo parlato troppo a lungo senza agire in maniera efficace.

Sinceramente spero che l’Unione e gli Stati membri riescano ad affrontare specificamente la questione nella loro futura azione in merito alla situazione in Congo. Dovremmo attribuire la priorità ai servizi di aiuto e supporto a livello locale attraverso l’assistenza umanitaria e allo sviluppo dell’Unione. Purtroppo, l’uso dello stupro come arma da guerra è un crimine vergognoso commesso non soltanto in Congo. Credo fermamente che combattere la violenza sessuale contro donne e ragazze nelle zone di conflitto debba rivestire la massima priorità negli affari dell’Unione e nelle sue politiche umanitarie.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE).(FR) Signor Presidente, a dire la verità, prendendo oggi la parola non posso non ricordare che il mio precedente intervento sull’argomento, che risale a più di un anno fa, è ancora pertinente. All’epoca ho parlato di estrema urgenza, lotta all’impunità e riesame della missione MONUC. Le stesse dichiarazioni vengono riformulate e ribadite, come lo sono le esortazioni rivolte alla comunità internazionale e alle autorità congolesi affinché agiscano. Nel frattempo, nulla è cambiato. Tragicamente, la violenza sta peggiorando.

Siamo consapevoli del fatto che centinaia di vittime innocenti, vittime civili, sono sacrificate, umiliate, aggredite e talvolta persino mutilate? La situazione sta peggiorando e gli insuccessi si moltiplicano: il fallimento di uno Stato la cui responsabilità primaria è proteggere il suo popolo, l’insuccesso di MONUC e ora di Monusco, che non sembra aver assunto alcuna azione di prevenzione o reazione in risposta agli stupri collettivi perpetrati quest’estate nel nord e nel sud del Kivu.

Quanto a lungo la comunità internazionale permetterà che questo ancora accada? Gli atti oggi commessi sono frutto di una guerra che si protratta troppo a lungo. È vero che la prossima relazione di mappatura dell’Alto commissario delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani tra il 1993 e il 2003 confermerà ciò che tutti già sappiamo: l’enorme portata dei crimini commessi in passato nella Repubblica democratica del Congo. Ciò che conta oggi, tuttavia, è il presente. È giunto il momento di attribuire responsabilità per tutti i crimini commessi in Congo, comprese le violenze sessuali, che sono state perpetrate anche su scala storica. La tolleranza zero promessa da Joseph Kabila deve andare di pari passo con l’impunità zero. Tutti i responsabili di abusi dei diritti umani devono essere chiamati a risponderne, in alcuni casi anche dinanzi al Tribunale penale internazionale. Quanto agli avvenimenti precedenti, come l’onorevole Creţu esorto ancora una volta a istituire un Tribunale penale internazionale per il Congo. È nostro dovere, come anche della comunità internazionale, garantire che giustizia sia resa alle centinaia di migliaia di vittime, passate e presenti, chiunque esse siano, mietute per anni e anni in un paese che a lungo ha sofferto.

 
  
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  Izaskun Bilbao Barandica (ALDE).(ES) Signor Presidente, secondo il Sottosegretario generale delle Nazioni Unite per le operazioni di mantenimento della pace, ogni anno vengono commessi 15 000 stupri in Congo, di cui la maggioranza usati come arma da guerra contro donne e ragazze. Dal luglio di quest’anno, sono stati segnalati oltre 500 stupri e le Nazioni Unite non hanno intrapreso azioni adeguate. L’organizzazione ha ammesso una parziale responsabilità per la mancata protezione del pubblico.

Come oggi si è riconosciuto, la missione Monusco non funziona. Vorrei domandare se sono disponibili dati che spieghino perché non funziona. Dobbiamo chiedere che per questo si assumano responsabilità e vengano assunte nuove iniziative.

L’Europa deve adoperarsi, attraverso la cooperazione e la pressione internazionale, per assicurare che non vi possa essere impunità nella Repubblica democratica del Congo e il paese agisca fermamente in risposta a tale barbarie.

Sarei grata se mi poteste rispondere alla domanda che ho posto: sappiamo perché le operazioni delle Nazioni Unite non funzionano? Che cosa faremo adesso?

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la Repubblica democratica del Congo è un paese sottoposto da decenni a sfruttamento e violenze, è già stato detto molte volte, ma vale la pena ripeterlo ancora una volta; violenze che oggi interessano in particolare le donne e purtroppo anche i bambini, come documentano numerosi rapporti di organizzazioni internazionali.

La violenza sessuale sulle donne è spesso utilizzata come arma da guerra e non risparmia nessuno. I dati sono sconcertanti: circa 1 100 casi di stupri sono recensiti ogni mese. Abbiamo ricordato appunto che tra luglio e agosto scorso 500 donne sono state stuprate, questo a testimonianza che le azioni svolte dalle forze di pace ONU si stanno rivelando insufficienti, come ha precisato poco fa la mia collega Matera.

Questa situazione deve finire. Il numero delle vittime non fa che aumentare, giorno dopo giorno. La cultura dell'impunità e l'esistenza di un sistema giudiziario molto debole, se non inesistente, sono causa della scarsa importanza attribuita dal governo al problema della violenza sessuale.

È noto che le vittime silenziose sono più numerose di quelle che hanno il coraggio di raccontare i fatti. Le atrocità che accompagnano le violenze sessuali rendono le vittime incapaci di svolgere molte delle proprie attività giornaliere e gli strumenti di inserimento sociale rimangono ancora carenti.

Questa spirale di violenza deve cessare, e tutti noi dobbiamo metterci maggiore impegno. Mi piace ricordare una frase in chiusura, che se è vero che istruire una donna significa istruire tutta una nazione, è vero anche che stuprare una donna significa destabilizzare un'intera nazione.

 
  
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  Joanna Katarzyna Skrzydlewska (PPE).(PL) Signor Presidente, l’odierno dibattito sulla Repubblica democratica del Congo dimostra irrefutabilmente la gravità del problema dei diritti umani nel paese. Per molti anni, i mezzi di comunicazione nel mondo ci hanno continuamente riferito i crimini che vi sono perpetrati. La Repubblica democratica del Congo è teatro dei peggiori crimini commessi contro i diritti umani fondamentali. Si stima che circa 4 milioni di vite umane siano già state mietute nei conflitti in Congo. Circa 3,5 milioni persone sono state costrette a rinunciare definitivamente alla propria casa.

Uccisione, stupro e rapimento di bambini, poi costretti a unirsi a gruppi di combattenti armati, sono la realtà quotidiana terrificante con la quale la popolazione del Congo deve combattere. È dunque obbligo dell’intera comunità internazionale, e dell’Unione europea in particolare, lottare affinché le autorità congolesi intraprendano azioni efficaci per ottenere l’immediata cessazione degli assassini e delle persecuzioni. Non possiamo abbandonare le vittime. È giunto il tempo che l’Europa si svegli e inizi ad agire efficacemente.

 
  
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  Alf Svensson (PPE).(SV) Signor Presidente, non occorre continuare a citare le atrocità che il popolo congolese ha subito e sta subendo ed è evidentemente deplorevole che la comunità internazionale non sia stata capace di porvi fine. L’ignominia si estende anche all’Unione, al Parlamento europeo e ai nostri Stati membri, un’Europa che ha intrattenuto e ancora intrattiene tanti rapporti di affari con l’Africa in particolare.

Adesso abbiamo una speciale amministrazione esterna della quale ci vantiamo. Vediamo ora come questa amministrazione esterna affronterà la specifica situazione del Congo, intervento che sicuramente abbiamo il diritto di aspettarci. Quando parliamo di ciò che rappresenta la nostra amministrazione esterna, ricorre sempre la parola “azione”, ed è proprio questa azione specifica che vogliamo dunque vedere per ricreare pace e riconciliazione in Congo. Penso inoltre che sia manifestamente evidente il fatto che dobbiamo indagare e identificare chi si cela dietro queste atrocità in maniera che i responsabili possano essere pubblicamente biasimati dinanzi al mondo intero, cosa che a mio avviso sinora non è realmente accaduta.

 
  
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  Anna Záborská (PPE). (SK) Signor Presidente, abbiamo parlato molte volte nelle varie commissioni del Parlamento europeo e nelle plenarie qui, a Strasburgo, di ciò che sta accadendo in Congo e, per come descriviamo la situazione, mi trovo nell’assoluta impossibilità di conciliarla con il nome del paese: Repubblica democratica del Congo.

Lo stupro di donne e bambini è un crimine contro l’umanità, tanto più perché viene usato come arma da guerra. La situazione in Congo si spinge però persino oltre, poiché vengono stuprati anche uomini. Non si tratta semplicemente di un attacco alla dignità umana. Si distruggono anche le relazioni sociali nel paese. Questi uomini non possono più partecipare alla vita sociale: devono allontanarsi e vivere nascosti nella boscaglia. Vorrei chiedere in primo luogo alla Commissione di intraprendere uno studio dei passi compiuti e, ove del caso, chiedere alle Nazioni Unite se tali passi siano efficaci o le nostre procedure debbano essere modificate.

 
  
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  Marc Tarabella (S&D) . – (FR) Signor Presidente, quel giorno i soldati hanno attaccato il villaggio dove viveva Nadine con la sua famiglia. Hanno ordinato a suo fratello di stuprarla davanti all’intero villaggio. A seguito del suo rifiuto, lo hanno ucciso. Dopodiché i soldati hanno costretto Nadine a bere la propria urina, prima di uccidere i suoi tre figli rispettivamente di uno, due e quattro anni. La hanno stuprata uno alla volta, causando la rottura della membrana tra la vagina e l’ano. Infine, hanno ucciso una donna incinta, ne hanno cucinato il feto e hanno obbligato gli abitanti del villaggio a mangiarlo. Nadine è fuggita ed è stata curata, ma quante altre giovani come Nadine non sono riuscite a sottrarsi?

Questo non è un macabro racconto fantastico. È la realtà della vita in un paese all’apice dell’orrore. È quanto sta accadendo in Congo ormai da 10 anni. Abbiamo adottato risoluzioni sull’argomento e sono anche intervenuto in merito in dicembre, ma la situazione non è cambiata e l’impunità resta la regola. Mi rivolgo al Consiglio delle Nazioni Unite affinché agisca più efficacemente e a Monusco affinché protegga effettivamente i civili. Inoltre, come ha detto il Segretario di Stato Chastel, anch’io, come la collega De Keyser, esorto l’Unione europea ad adottare una legge simile a quella recentemente promulgata negli Stati Uniti per vietare l’importazione di prodotti ottenuti da minerali contrabbandati, facendo così cessare il finanziamento dei gruppi di ribelli.

 
  
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  Cristian Dan Preda (PPE).(RO) Signor Presidente, Margot Wallström, Rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la violenza contro le donne e i bambini nei conflitti armati, ha definito la Repubblica democratica del Congo la “capitale mondiale dello stupro”. È effettivamente vero che se analizziamo le cifre forniteci da varie organizzazioni, possiamo vedere solo barbarie, orrore e sofferenza inaccettabile. Quattordici donne al giorno sono state stuprate nel primo trimestre, diverse centinaia di donne e bambini sono state torturate tra il 30 luglio e il 2 agosto e vi sono state 200 000 vittime di atti di violenza sessuale dal 1996 a oggi.

Come ho detto, dietro tutti questi numeri si cela una sofferenza insopportabile, tanto più perché sono trascorsi ormai 10 anni dall’adozione della risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Penso che dobbiamo prendere in esame la possibilità di imporre sanzioni contro i leader del Fronte democratico per la liberazione del Rwanda.

 
  
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  Maroš Šefčovič, Vicepresidente della Commissione.(EN) Signor Presidente, anch’io vorrei ringraziare gli onorevoli parlamentari per i loro interventi, le nuove idee e le nuove proposte, come pure vorrei ringraziarli per aver descritto la situazione in Congo in termini così concreti, perché non dobbiamo dimenticare quanto difficile è ancora la situazione nel paese.

Alla Commissione è stato trasmesso un messaggio chiarissimo: la stabilizzazione, il consolidamento e l’ulteriore miglioramento dello Stato di diritto e della gestione della situazione dei diritti umani nella Repubblica democratica del Congo devono restare una questione che riveste la massima priorità per l’Unione europea, l’Alto rappresentante e la Commissione.

La Commissione continuerà a sostenere le autorità congolesi e la popolazione locale attraverso i diversi strumenti a nostra disposizione, tra cui la cooperazione allo sviluppo e l’iniziativa europea per i diritti umani e la democrazia, solo per citare due esempi.

In tal senso, la Commissione continuerà a intervenire nella riforma strutturale della giustizia per la quale sono già stati stanziati 40 milioni di euro e sulla quale lavoriamo dal 2003. Vari altri programmi sono altresì in fase di sviluppo per rafforzare ulteriormente la capacità del sistema giudiziario al fine di ottenere un sistema di giustizia forte e affidabile che contribuisca a porre fine all’impunità, che tutti reputiamo intollerabile per il futuro.


La Commissione sta seguendo da vicino la situazione per quanto concerne i difensori dei diritti umani nel paese attraverso i nostri esperti sul campo e continuerà a farlo. Stiamo anche segnatamente appoggiando diverse organizzazioni della società civile che operano in tale ambito. Abbiamo pertanto nominato uno specifico funzionario di collegamento a Kinshasa, incaricato di seguire l’attuazione degli orientamenti dell’Unione rispetto ai difensori dei diritti umani.

Quanto ai terribili crimini e alle violenze sessuali, la Commissione proseguirà la propria azione di lotta contro tali forme di violenza e sosterrà globalmente l’attuazione della strategia nazionale congolese contro la violenza sessuale. Concordo pienamente con voi sul fatto che è indispensabile appurare se tale strategia funziona e vedere come possiamo impegnare i nostri partner internazionali per conseguire in futuro risultati migliori.

Signor Presidente, l’odierna discussione ha dimostrato che, nonostante gli sforzi enormi profusi dall’Unione europea, in Congo ancora vengono perpetrate esecrabili violenze, e tutti siamo consapevoli del fatto che il problema è gravissimo. In futuro dobbiamo dunque lavorare in maniera più efficace ricercando modi per incoraggiare meglio i partner internazionali e africani a concentrarsi sulla questione in maniera che in avvenire questa costernante discussione non debba più ripetersi.

 
  
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  Olivier Chastel, a nome della Baronessa Ashton (Vicepresidente della Commissione e Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza).(FR) Signor Presidente, signor Ministro, nella mia replica vorrei soffermarmi su tre aspetti ulteriori.

In primo luogo, per quanto concerne MONUSCO, molti parlamentari hanno fatto riferimento al suo ruolo, o meglio alla sua passività. Abbiamo più volte manifestato preoccupazione di fronte all’ipotesi di un ritiro prematuro di MONUSCO temendo un vuoto e la possibilità di un deterioramento ancora più grave della sicurezza nelle zone coinvolte nei conflitti. Parlando in termini generali, al di là delle atrocità perpetrate, non possiamo non apprezzare il modo in cui le Nazioni Unite hanno gestito la questione della proroga del mandato dell’ONU nella Repubblica democratica del Congo. Come sapete, mentre il nuovo mandato veniva discusso in sede di Nazioni Unite, dal canto suo il governo congolese insisteva per un parziale ritiro. Il Consiglio di sicurezza ha pertanto accettato di ridurre la missione di 2 000 caschi blu il 30 giugno 2010, portando il numero di soldati sul campo da 21 500 a 19 500, ma ha resistito alle pressioni esercitate da Kinshasa per un’ulteriore riduzione.

Nello specifico caso del dibattito odierno, riteniamo che si debbano individuare le responsabilità e apprezziamo il fatto che le Nazioni Unite stanno analizzando approfonditamente le proprie carenze. Dobbiamo tuttavia comprendere il difficile contesto nel quale MONUSCO opera e, in tutti i casi, chiedere un migliore coordinamento tra le autorità congolesi e l’ONU. Riteniamo che abolire MONUSCO in questo momento aggraverebbe notevolmente la situazione della popolazione e comprometterebbe il processo di stabilizzazione nella regione.

Il secondo punto riguarda ciò che l’Unione europea sta facendo, in ultima analisi, per sostenere la riforma del sistema giudiziario e la lotta contro l’impunità e, soprattutto, i crimini a sfondo sessuale. Il Commissario Šefčovič ne ha parlato qualche minuto fa. È vero che l’Unione europea sta agendo a vari livelli, anche attraverso EUPOL ed EUSEC. Ho ancora qualcosa da aggiungere, in quanto ritengo che i mezzi sviluppati dalle nostre istituzioni non siano né scarsi né minimi, sebbene sia probabilmente il caso di valutare come vengono impiegati. Inoltre, al riguardo, il Comitato politico e di sicurezza, presieduto dall’Ambasciatore belga Walter Stevens, si recherà nella Repubblica democratica del Congo nelle prossime settimane per valutare le due missioni.

La terza e ultima osservazione riguarda l’intervento dell’onorevole Tarabella e altri parlamentari, i quali hanno giustamente sottolineato l’importanza di affrontare la questione dello sfruttamento illegale delle risorse naturali in Congo in ragione del suo legame con la violenza perpetrata nel paese, poiché tale traffico contribuisce a finanziare alcuni movimenti di ribelli. È una questione che l’Unione europea sta monitorando da vicino. Peraltro, come diversi parlamentari hanno suggerito, analizzeremo la legislazione adottata di recente negli Stati Uniti al riguardo, normativa alla quale si è fatto spesso riferimento nell’odierna discussione.

È ancora un po’ presto per esaminare la decisione presa dal Presidente Kabila di sospendere lo sfruttamento delle risorse minerali nel Kivu in particolare. L’unica cosa che si può dire in questa fase è che la chiusura di tali impianti va accolta con favore in quanto dimostra che le massime autorità congolesi si stanno di fatto impegnando per combattere lo sfruttamento illegale delle risorse naturali del paese. È comunque chiaro che tale misura può essere analizzata soltanto alla luce dell’effetto che avrà non soltanto sul finanziamento delle truppe di ribelli, bensì anche sulla riconquista effettiva del controllo da parte delle autorità e il benessere socioeconomico della popolazione.

 
  
  

PRESIDENZA DELL'ON. PITTELLA
Vicepresidente

 
  
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  Presidente. − Comunico di aver ricevuto sei proposte di risoluzione(1) a norma dell'articolo 110, paragrafo 2, del regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà nella prima tornata di ottobre.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto.(LT) Le conclusioni del Consiglio europeo adottate il 16 settembre affermano che è molto importante che l’Unione sia disposta a rafforzare la cooperazione con l’Africa per cercare di ridurre le violazioni nel campo del diritto internazionale in materia di diritti umani e del diritto umanitario. In termini di violazioni dei diritti umani, particolare attenzione va prestata alla Repubblica democratica del Congo. Truppe dell’esercito congolese sono implicate nella morte di molti civili e le loro azioni violente e gli abusi sessuali contro donne e bambini sono usati come strumento per incutere terrore nella società, mentre lo stupro è usato come arma da guerra. Pertanto, il progetto di risoluzione del Parlamento europeo sulla protezione dei diritti umani e la giustizia nella Repubblica democratica del Congo è volto a intraprendere tutte le possibili azioni coordinate per porre fine a questi terribili crimini. È importante promuovere pace e stabilità nella regione, nonché collaborare strettamente e sistematicamente con i mezzi di comunicazione e la società sul piano nazionale per ridurre il livello di criminalità e contribuire a portare alla luce altri crimini. Vorrei sottolineare che dobbiamo combattere l’impunità e garantire la protezione dei civili, donne e bambini in particolare, dalle violazioni nel campo del diritto internazionale in materia di diritti umani e del diritto umanitario, comprese tutte le forme di violenza a sfondo sessuale e basata sul genere. La dimensione della parità di genere deve essere integrata a tutti i livelli di cooperazione tra l’Unione e i paesi partner.

 
  
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  Joanna Senyszyn (S&D), per iscritto.(PL) Gli imminenti vertici UE-Repubblica del Sudafrica e UE-Africa devono rappresentare un punto di svolta per porre fine alla violenza nella Repubblica democratica del Congo. È indispensabile una rapida attuazione di misure internazionali per contrastare la violazione dei diritti umani. Nella regione, massacri, stupri e omicidi proseguono da anni. La lotta tra tribù si sta incrudendo. Attualmente, tutti combattono contro tutti.

Il prezzo più alto, come sempre, viene pagato dalla popolazione civile, tra cui milioni di bambini. In Congo muore un bambino ogni minuto. La maggior parte dei bambini muore per malattia o malnutrizione. Siamo tutti consapevoli del problema e dobbiamo inviare aiuti alla popolazione locale. Stiamo però anche dimostrando una sconvolgente impotenza e inettitudine. In Polonia, nel 2008, oltre 650 scuole hanno preso parte alla campagna “Salviamo i bambini in Congo” riuscendo a raccogliere 470 000 zloty, somma inviata ai bambini bisognosi della Repubblica democratica del Congo.

Un sondaggio condotto da Eurobarometro e pubblicato il 13 settembre afferma che l’89 per cento degli europei appoggia incondizionatamente l’invio di aiuti ai paesi in via di sviluppo. Nonostante gli sforzi profusi da specifici paesi e organizzazioni mondiali, non si osserva però alcun miglioramento della situazione. La nostra risoluzione non deve essere un’altra manifestazione di buone intenzioni, bensì un piano chiaro di interventi essenziali e urgenti che l’Unione intraprenderà per difendere i diritti umani e la giustizia portandoci più vicino al conseguimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio.

 
  
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  Jarosław Leszek Wałęsa (PPE), per iscritto.(PL) Oggi affrontiamo la mancanza di rispetto per le norme fondamentali del diritto umanitario internazionale nella Repubblica democratica del Congo, paese che sembra democratico soltanto nel nome. Vorrei condannare recisamente gli stupri collettivi commessi di recente contro donne e bambini, nonché ogni altra forma di violenza contro tanti innocenti civili nel Congo orientale. I 15 000 stupri registrati nel 2008 e nel 2009, nonché quelli commessi quest’anno alla fine di luglio e all’inizio di agosto testimoniano il senso di impunità per crimini del genere che è profondamente radicato nella cultura del paese. La violenza sessuale viene usata come arma da guerra e, in tal senso, dovrebbe essere punita come crimine di guerra e contro l’umanità. Esorto tutte le parti della regione coinvolte nel conflitto a porre fine a ogni forma di violenza sessuale e altre violazioni dei diritti umani, nonché a consentire alle organizzazioni umanitarie di avere accesso ai membri della popolazione civile bisognosi di aiuto. Chiedo che il governo della Repubblica democratica del Congo, in collaborazione con le istituzioni internazionali, prosegua i propri sforzi per combattere l’impunità e svolga immediatamente un’indagine sui recenti attacchi garantendo che gli autori siano portati dinanzi alla giustizia.

 
  
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  Zbigniew Ziobro (ECR), per iscritto.(PL) Il conflitto nella Repubblica democratica del Congo è innegabilmente uno dei più crudeli dell’ultimo decennio. Nonostante la notevole pressione esercitata dalla comunità internazionale, la situazione non è minimamente migliorata. Lo dimostrano le continue segnalazioni di brutali violazioni dei diritti umani fondamentali per mano di tutte le parti coinvolte nel conflitto. Omicidio, tortura, violenza sessuale, oppressione dell’opposizione e dei difensori dei diritti umani, unitamente a innumerevoli arresti, casi di persecuzione e crudele tortura, continuano a essere prassi comune. Non vengono risparmiati neanche i bambini soldato, costretti a unirsi numerosi alle schiere di combattenti. Atti estremamente selvaggi di violenza sessuale, perpetrati senza distinzione tra adolescenti e bambine, anziani e uomini, sono diventati parte integrante della tattica di guerra su vasta scala. La comunità internazionale, tra cui Nazioni Unite e Unione europea, sinora non è riuscita a controllare la situazione e porre fine ai massacri in Congo. Una realtà del genere è assolutamente inaccettabile. È necessario compiere passi decisivi per influire risolutamente sulle autorità congolesi. Il governo congolese deve condannare i responsabili. Deve garantire che gli autori si assumano la responsabilità degli atti perpetrati e offrire idonee misure di sicurezza ai cittadini. Chi è già stato vittima ha bisogno di aiuto e del ristabilimento dell’ordine. Servono cure mediche efficaci. Trascorreranno molti anni prima che queste persone possano riprendersi dalle tante crudeltà di cui sono state vittime, e alcune di loro saranno escluse per sempre da una vita sociale normale. Il loro benessere dovrebbe diventare prioritario, sia per le autorità congolesi sia per la comunità internazionale.

 
  

(1) Vedasi processo verbale.

Ultimo aggiornamento: 27 gennaio 2011Avviso legale