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Procedura : 2010/2127(REG)
Ciclo di vita in Aula
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Testi presentati :

A7-0278/2010

Discussioni :

PV 18/10/2010 - 14
CRE 18/10/2010 - 14

Votazioni :

PV 20/10/2010 - 4.2
CRE 20/10/2010 - 4.2
Dichiarazioni di voto
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P7_TA(2010)0367

Discussioni
Mercoledì 20 ottobre 2010 - Strasburgo Edizione GU

7. Dichiarazioni di voto
Video degli interventi
PV
  

Dichiarazioni di voto orali

 
  
  

Progetto di bilancio generale dell'Unione europea – Esercizio 2011

 
  
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  Nicole Sinclaire (NI).(EN) Signor Presidente, vorrei rivolgere ai miei onorevoli colleghi le seguenti osservazioni.

Oggi, per la prima volta dopo Lisbona, abbiamo votato sul bilancio. Vi siete tutti elogiati a vicenda e ritenete di aver fatto un buon lavoro, ma di fatto, mentre i paesi dell’Unione europea si vedono costretti a tagliare i servizi pubblici e i bilanci statali, voi avete espresso la volontà di aumentare il vostro.

Avete incrementato il vostro bilancio per l’intrattenimento di 2 milioni di euro, una revisione al rialzo pari all’85 per cento. è proprio questo il messaggio che volete trasmettere ai cittadini europei? Avete inoltre approvato disposizioni sull’indennità di maternità che avranno conseguenze gravissime per i miei elettori britannici. Verranno tagliati posti di lavoro; ne risentiranno i servizi pubblici. Spero che oggi siate orgogliosi di voi. Non è questo il modo di gestire l’Europa.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE). – Signor Presidente, a questo punto per la par condicio, faccio una dichiarazione di voto a favore del risultato raggiunto sulla relazione Estrela.

 
  
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  Presidente. – Adesso però non estendiamo questa cosa. Abbiamo dato la parola a due colleghe. Per le altre dichiarazioni – sono 61, ne mancano 59 – o si sceglie di farle per iscritto oppure si sceglie di farle domani al termine delle votazioni.

 
  
  

Dichiarazioni di voto scritte

 
  
  

Relazione Rangel (A7-0279/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della revisione dell’accordo quadro che disciplinerà i rapporti tra Parlamento e Commissione, alla luce del trattato di Lisbona, in quanto ritengo che tale revisione dia luogo a un rapporto di maggiore trasparenza e dinamismo tra Parlamento e Commissione. Prima del trattato di Lisbona e stando alla base giuridica dell’articolo 295 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, i trattati non incoraggiavano esplicitamente le istituzioni comunitarie a stipulare trattati interistituzionali. Reputo pertanto che la revisione dell’accordo quadro rispecchi l’equilibrio istituzionale creato dal trattato di Lisbona e consolidi i risultati raggiunti grazie al medesimo. Tale testo rappresenta pertanto un compromesso tra le due parti e garantisce un’attuazione più coerente e ragionevole del trattato di Lisbona.

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. – In ogni sistema democratico il controllo parlamentare dell’operato dell’esecutivo è un punto fondamentale, così come è importantissimo che vi sia un’intensa comunicazione reciproca tra governo e rappresentanti dei cittadini. Questo accordo interistituzionale tra Parlamento e Commissione soddisfa, per quanto possibile per un sistema complesso e in continua evoluzione come quello comunitario, alcune richieste che la nostra Assemblea avanza legittimamente nei confronti della Commissione europea. Bene quindi che si faciliti il controllo della nostra Assemblea nei confronti della Commissione, organismo tecnico che non può essere il cervello politico di un intero continente e che deve rendere conto il più possibile dei contenuti, delle ragioni e delle modalità della sua azione. E’ anche senz’altro positivo che si cerchi di ribadire l’opportunità di una ancora maggiore presenza della Commissione ai lavori parlamentari, in particolare alle sedute plenarie, per rispondere alle richieste dei rappresentanti dei cittadini europei e rendere conto tempestivamente della posizione della Commissione sui temi di attualità politica, economica, sociale e internazionale. Certo è che se l’UE vuole avvicinarsi ad un assetto democratico, diversamente da com’è oggi, i rapporti tra Commissione e Parlamento dovranno ulteriormente intensificarsi e migliorare. Il mio voto alla relazione del collega Rangel è favorevole.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Questa proposta ha consentito di raggiungere il primo accordo quadro costruttivo. L’estensione dei poteri conferita al Parlamento europeo dopo il trattato di Lisbona è molto importante per migliorare la cooperazione con la Commissione europea e per i rapporti futuri riguardanti l’attuazione di ulteriori accordi. Tale documento delinea pertanto altre linee guida di cooperazione tra le due istituzioni. Il Parlamento europeo e la Commissione potranno dare vita a un dialogo ravvicinato sul programma di lavoro della Commissione e sugli accordi internazionali. Il Parlamento avrà diritto ad accedere a documenti riservati. Il Parlamento verrà tenuto informato sui progressi dei negoziati internazionali e, per di più, potrà anche fungere da controparte competente e sottoporre alla Commissione proposte su tali questioni. L’accordo quadro presuppone inoltre un controllo parlamentare completo, disposizioni più severe sull’elezione del Presidente della Commissione e di quest’ultima come organo, nonché sulla sua composizione e sulle sue eventuali modifiche e rimpasti. Il Parlamento si sta adoperando per una cooperazione migliore e più trasparente con le altre istituzioni. Accolgo con favore il fatto che una cooperazione più stretta tra le due istituzioni possa assistere gli Stati membri nella trasposizione della legislazione comunitaria nel diritto nazionale nella maniera più celere ed efficace possibile.

 
  
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  Lara Comi (PPE), per iscritto. – L'architettura costituzionale dell'UE sta assumendo sempre più la forma di uno Stato Nazionale. Al di là delle considerazioni che ne derivano sul futuro politico dell'Unione, bisogna prendere atto dell'accettazione di questa similitudine. E' da essa, infatti, che deriva, giustamente a mio avviso, la modellazione delle relazioni fra Commissione e Parlamento, nella maniera che si è già sperimentata e rodata per decenni se non per secoli in ciascuno dei Paesi membri. In particolare, va apprezzato il ruolo di controllo e di inchiesta del Parlamento, che va nella direzione di ridurre il cosiddetto deficit democratico e rende più trasparenti le relazioni fra cittadini e Commissione.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) Accolgo con favore il successo che ha coronato i negoziati e i compromessi raggiunti in questo nuovo accordo quadro, il quinto accordo interistituzionale tra Parlamento e Commissione. Questo nuovo accordo segna indubbiamente un passo in avanti importante in termini di rapporti con la Commissione. Benché il compromesso convenuto non soddisfi tutti gli obiettivi che si era prefisso il Parlamento, l’accordo raggiunto garantisce una trasposizione coerente e ragionevole del trattato di Lisbona. Mi preme sottolineare l’importanza dei negoziati sulla dimensione interistituzionale delle relazioni internazionali dell’UE, che assicurano al Parlamento informazioni complete e tempestive per poter esprimere un parere sugli accordi internazionali nel corso del processo di negoziato. Infine, per quanto riguarda l’obbligo di fornire informazioni, vorrei enfatizzare che una collaborazione precoce col Parlamento in relazione alle richieste di iniziative legislative che scaturiscono da richieste dei cittadini sarà essenziale per fortificare il legame tra Parlamento e cittadini. Voto pertanto a favore dell’insieme delle proposte contenute nella relazione.

 
  
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  Robert Dušek (S&D), per iscritto.(CS) Il progetto di relazione sulla revisione dell’accordo quadro in materia di rapporti tra Parlamento europeo e Commissione europea si propone di instaurare l’equilibrio istituzionale tra Parlamento e Commissione sancito nel trattato di Lisbona. Benché gli accordi istituzionali non influiscano sull’approvazione del diritto primario, in questo caso chiariscono i rapporti tra le istituzioni comunitarie. Secondo il relatore, la versione finale della proposta rappresenta un compromesso equilibrato tra i pareri e le posizioni di entrambe le parti istituzionali, mentre i negoziati più spinosi hanno riguardato le relazioni internazionali dell’UE. Il Parlamento dovrebbe essere pienamente informato per agevolare la concessione del parere conforme e per non incappare ancora una volta nella carenza di accordi internazionali. I negoziati in tal senso sono già stati completati.

In virtù del trattato di Lisbona, il Parlamento ha acquisito nuovi poteri per un monitoraggio più attento e puntuale della trasposizione del diritto comunitario in leggi nazionali e per la sua applicazione, uno sviluppo molto gradito. La legislazione europea comune non riveste molto significato se alcuni Stati membri non la applicano a livello nazionale. Concordo con la formulazione della relazione e voterò a favore della sua adozione.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Gli accordi interistituzionali in seno all’Unione europea sono cruciali ai fini di un monitoraggio efficace, del controllo e dell’equilibrio dei poteri. Pertanto, alla luce dei necessari adeguamenti stabiliti dal trattato di Lisbona, sono lieto di poter constatare un’estensione dei poteri del Parlamento nei suoi rapporti con la Commissione. Come rispecchiato nella relazione, ciò si traduce in un controllo maggiore e più efficace sulle proposte della Commissione, oltre che in una maggiore trasparenza del processo legislativo.

Si è pertanto trattato di un altro passo avanti verso un esercizio più efficace dei poteri democratici, che contribuirà ad avvicinare l’Europa ai cittadini. Inoltre, non voglio trascurare di menzionare i maggiori poteri negoziali presupposti da tale proposta, in particolare da parte del relatore, onorevole Rangel. Vorrei porgergli a questo punto i miei più sentiti complimenti.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Accolgo con favore l’adozione della relazione e il lavoro eccellente svolto dal relatore, onorevole Rangel. La relazione rispecchia e forgia l’equilibrio istituzionale sancito dal trattato di Lisbona e determina un miglioramento evidente e importante dei rapporti con la Commissione. Il progetto di revisione dell’accordo quadro sui rapporti tra Parlamento e Commissione è il quinto accordo di questo tipo che viene sottoscritto tra le due istituzioni. In termini di processo legislativo e di programmazione, è importante rilevare le modifiche relative al progetto “Legiferare meglio” e l’annuncio di una revisione dell’accordo interistituzionale sulla questione, oltre alle nuove norme in materia di valutazioni di impatto condotte dalla Commissione. Per quel che concerne la dimensione interistituzionale delle relazioni internazionali dell’UE, scopo del Parlamento è avere diritto a essere informato in modo da poter concedere la propria approvazione con una piena conoscenza dei fatti e impedire la mancata stipulazione di accordi internazionali nel momento in cui i negoziati sono già stati ultimati. Vorrei inoltre ricordare il conferimento dello status di osservatori agli europarlamentari in occasione di conferenze internazionali; gli eurodeputati possono ora presenziare anche a tutte le riunioni rilevanti. Tale ruolo è cruciale per rafforzare i poteri democratici del Parlamento, specialmente durante i negoziati di conferenze internazionali di rilievo, quali quelle delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE), per iscritto. (FR) Lo scorso mercoledì abbiamo votato per l’accordo quadro rivisto sui rapporti tra Parlamento europeo e Commissione europea, una revisione che, nell’ambito di quest’accordo, stabilisce i nuovi poteri del Parlamento derivanti dal trattato di Lisbona.

Tali nuovi poteri del Parlamento europeo sono essenziali e rappresentano un cambiamento radicale della procedura istituzionale europea. Il rafforzamento del controllo parlamentare sulla Commissione, il potere del Parlamento di approvare gli accordi internazionali, la partecipazione del Parlamento al programma di lavoro della Commissione, il coinvolgimento del Parlamento nell’elezione del Presidente della Commissione europea rappresentano numerosi sviluppi cruciali nella costruzione di uno spazio europeo più democratico.

Un altro aspetto che mi sembra fondamentale sono le garanzie aggiuntive che otteniamo in termini di obbligo di informare il Parlamento: avremo un accesso più agevolato ai documenti riservati relativi agli accordi e negoziati internazionali. Il Parlamento europeo deve e dovrebbe essere coinvolto in queste “procedure internazionali”, prima e dopo. L’accordo sancisce pertanto un nuovo equilibrio per uno spazio europeo più democratico ed è positivo che tutto ciò sia inserito in un accordo ufficiale.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Approvata con un’ampia maggioranza, la revisione dell’accordo quadro segna un progresso incontestabile nei rapporti tra Parlamento europeo e Commissione.

In effetti è giunto il momento che l’equilibrio istituzionale previsto dal trattato di Lisbona venga rispecchiato fedelmente dai fatti. Tra gli elementi chiave di questa revisione, dobbiamo accogliere con particolare favore la parità di trattamento tra Parlamento e Consiglio, in particolare nello scambio di informazioni e nell’accesso alle riunioni. A tale proposito, non posso che essere lieta delle disposizioni introdotte riguardo i negoziati di accordi internazionali. Come potrebbe il Parlamento concedere la propria approvazione nella piena conoscenza dei fatti se non venisse tenuto informato durante tutta la procedura negoziale?

Gli eurodeputati sono ben decisi a tradurre pienamente in pratica i maggiori poteri loro conferiti dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona: ne hanno dato prova lo scorso febbraio quando hanno respinto l’accordo Swift. Una cosa è certa: dobbiamo rimanere vigili per mantenere questo nuovo processo istituzionale.

 
  
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  Peter Jahr (PPE), per iscritto. (DE) Il trattato di Lisbona conferisce al Parlamento europeo molti nuovi poteri di codecisione. Di conseguenza, ne dovrebbe per lo meno risultare un approfondimento della democrazia nell’Unione europea e una più ampia partecipazione dei cittadini europei.

Codificando e realizzando tali diritti, il nuovo accordo quadro tiene conto degli stessi e del nuovo equilibrio che si viene a creare tra Commissione e Parlamento. Si tratta di uno sviluppo decisamente gradito, in quanto adesso il Parlamento potrà conformarsi maggiormente al proprio ruolo di rappresentante dei cittadini europei. Adesso tocca a noi fare un uso responsabile di questi nuovi diritti.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Si tratta di una grande conquista per il Parlamento e di un quadro positivo per i rapporti tra Parlamento e Commissione. Accolgo con particolare favore il riconoscimento della “parità” tra Consiglio e Parlamento e le implicazioni di ciò in termini di accesso del Parlamento a documenti riservati, di diritto di essere informato delle riunioni della Commissione con esperti nazionali e di partecipare a conferenze internazionali. Sono inoltre soddisfatto che il Parlamento possa ricoprire un ruolo di rilievo nella programmazione legislativa e abbia spesso occasione di trattare e contestare tali questioni con la Commissione in plenaria e in sede di commissione.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) I rapporti tra Parlamento e Commissione hanno subito molte modifiche in seguito all’adozione del trattato di Lisbona, con un ampliamento dei poteri del Parlamento in diverse questioni, in particolare quelle relative alla procedura legislativa ordinaria e alle questioni di bilancio, nonché un ruolo più incisivo nella politica estera europea. Tali cambiamenti significano che i cittadini europei ricoprono ora un nuovo ruolo in relazione al processo decisionale a livello comunitario. Pertanto, è necessario e opportuno rivedere l’accordo quadro che disciplina i rapporti tra Parlamento e Commissione.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (LV) Sono pienamente d’accordo con la relazione Rangel. Fino ad oggi, e in molte occasioni, la Commissione europea non ha tenuto affatto conto delle risoluzioni del Parlamento europeo. A mio avviso, è inaccettabile. Ad esempio, la risoluzione del Parlamento europeo dell’11 marzo 2004, in cui il Parlamento europeo raccomandava che la Repubblica di Lettonia concedesse ai non cittadini il diritto di voto nelle elezioni locali e semplificasse il processo di naturalizzazione per gli anziani, non è ancora stata attuata. Mi piacerebbe conoscere il motivo per cui i Commissari europei competenti non hanno ancora rivolto interrogazioni al governo lettone. Perché viene ignorata questa risoluzione del Parlamento europeo? Forse a seguito della sottoscrizione del nuovo accordo sui rapporti tra Parlamento europeo e Commissione, questo genere di inattività da parte della Commissione verrà giudicato di conseguenza dal Parlamento europeo e, alla prima occasione utile, chi non svolge accuratamente il proprio lavoro perderà lo status di membro della Commissione.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Accolgo con soddisfazione i preparativi della relazione sulla revisione dell’accordo quadro concernente i rapporti tra Parlamento e Commissione. Mi rallegra anche che sia stata adottata in plenaria – decisione a cui ho contribuito – quale quadro essenziale per l’ulteriore democratizzazione dell’Unione europea mediante una divisione dei poteri tra Commissione e Parlamento che meglio rispecchi le rispettive capacità.

Tale accordo quadro è particolarmente importante in quanto è il primo dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona, che ha aumentato i poteri del Parlamento soprattutto a livello legislativo.

A mio avviso, in virtù del nuovo accordo quadro il Parlamento diventa un partner più attivo nel costruire il progetto europeo, in quanto può esercitare i propri poteri in maniera più completa, efficace e responsabile.

 
  
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  Marc Tarabella (S&D), per iscritto. (FR) Malgrado le misure significative proposte dalla risoluzione dell’onorevole Figueiredo sul ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà e nella promozione di una società inclusiva in Europa, mi rammarico che la maggioranza del Parlamento europeo non si sia dimostrata più ambiziosa. Come socialista, ritengo che una direttiva quadro sia indispensabile per fronteggiare efficacemente la povertà, che colpisce il 17 per cento della popolazione europea.

La direttiva quadro proposta dal mio collega, onorevole Daerden, sancirebbe il principio di un reddito minimo adeguato in Europa, stabilito sulla base di criteri comuni a tutti gli Stati membri e in conformità alle pratiche nazionali per le contrattazioni collettive e alle leggi nazionali. è nostro dovere essere ambiziosi e puntare a un’Europa più sociale.

 
  
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  Aldo Patriciello (PPE) , per iscritto. – Prima del Trattato di Lisbona e della nuova base giuridica dell'articolo 295 del TFUE, i trattati non incoraggiavano esplicitamente le istituzioni dell'Unione europea a concludere accordi interistituzionali. Tali accordi non possono alterare le disposizioni del diritto primario ma spesso le chiariscono.

Sono convinto che questo progetto rifletta rigorosamente l'equilibrio istituzionale stabilito dal trattato di Lisbona. Do il mio consenso perché questo accordo rappresenta un chiaro e significativo miglioramento nelle relazioni con la Commissione. Come tutti gli accordi, il testo finale tende a essere un compromesso tra le due parti; tuttavia, questo compromesso finale presenta un giudizio equilibrato e un'applicazione ragionevole e coerente del trattato di Lisbona.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) La relazione Rangel sottolinea le conquiste più importanti per il Parlamento europeo contenute nella revisione dell’accordo quadro per quanto riguarda le seguenti voci:

La voce “Procedura e pianificazione legislative: cooperazione reciproca” comprende un miglioramento della partecipazione del Parlamento, la revisione di tutte le proposte in sospeso all’inizio del mandato di una nuova Commissione, tenendo conto dei pareri formulati dal Parlamento, e l’impegno assunto dalla Commissione a rendere conto del seguito concreto dato alle richieste di iniziativa legislativa conformemente all’articolo 225 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

La voce “Controllo parlamentare” comprende nuove norme per la partecipazione dei Commissari a campagne elettorali, l’obbligo per la Commissione di chiedere il parere del Parlamento se intende rivedere il Codice di condotta, e l’obbligo per i candidati ai posti di direttore esecutivo di presentarsi dinanzi alle commissioni parlamentari competenti per un’audizione.

Contiene inoltre gli obblighi di fornire informazioni e il dovere per la Commissione di essere presente in Parlamento.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto. (PL) L’entrata in vigore del trattato di Lisbona ha conferito nuovi diritti sia alla Commissione europea sia al Parlamento europeo. Il progetto del testo emendato dell’accordo quadro è l’espressione di un’attuazione più efficace dei cambiamenti che scaturiscono dal trattato sulla base dei rapporti tra le due istituzioni. Introduce modifiche vantaggiose in termini di procedura legislativa, controllo parlamentare e obbligo di fornire informazioni. Rappresenta un progresso significativo nei rapporti con la Commissione e un passo importante verso una maggiore cooperazione. Gli scambi di informazioni e il dialogo costruttivo ci consentiranno di conseguire risultati più efficaci e trasparenti, una questione chiave dal punto di vista dei cittadini comunitari, i cui interessi siamo chiamati a rappresentare. Per tale ragione considero importante che l’accordo veda come prioritaria la partecipazione dei membri della Commissione alle sedute plenarie e alle altre riunioni relative alle attività parlamentari. Sono particolarmente lieto che la Commissione si sia impegnata a collaborare strettamente fin dall’inizio col Parlamento su proposte di iniziative legislative provenienti dai cittadini.

In virtù di ciò, noi eurodeputati potremo avvicinarci di più ai nostri cittadini, il che rafforzerà la nostra democrazia. Ciononostante, per funzionare efficacemente nell’interesse dei cittadini comunitari, la Commissione dovrebbe conferire agli europarlamentari lo status di osservatori a tutte le conferenze internazionali e, laddove possibile, intercedere per consentirci di presenziare ad altre riunioni importanti in misura ancora maggiore, nonché informare il Parlamento delle posizioni negoziali adottate dalla Commissione in occasione di tali riunioni e conferenze.

 
  
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  Eva-Britt Svensson (GUE/NGL), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione Rangel A7-279/2010. Sono tuttavia in profondo disaccordo con l’affermazione del relatore secondo cui “il trattato di Lisbona rafforza sensibilmente la democrazia nell’Unione europea, conferendo ai cittadini dell’Unione, principalmente attraverso il Parlamento, un maggiore potere di controllo sulla Commissione”.

 
  
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  Viktor Uspaskich (ALDE), per iscritto.(LT) Il nuovo accordo quadro sui rapporti potrebbe consolidare i risultati conseguiti dal trattato di Lisbona, il che potrebbe rappresentare una svolta importante. Particolarmente significativi sono gli emendamenti che migliorano le procedure legali e rafforzano il controllo parlamentare. Concordo con tutti gli emendamenti che contribuiscono a migliorare lo scambio di informazioni e a promuovere l’efficacia dei rapporti tra Parlamento europeo e Commissione europea. è importante accertarsi che questo partenariato istituzionale sia oberato da meno burocrazia possibile. Il nuovo accordo quadro sui rapporti disciplina il “partenariato speciale” tra Parlamento e Commissione europea. Non dobbiamo dimenticare che il partenariato più importante di tutti è quello instaurato tra l’Unione europea e i suoi cittadini. L’Unione europea deve impegnarsi di più per individuare punti in comune con i cittadini e dare prova della propria rilevanza nella loro vita di ogni giorno.

Il relatore ha giustamente precisato che l’accordo rappresenta un “nuovo equilibrio interistituzionale”, vale a dire un buon compromesso. Vi sono tuttavia alcune questioni su cui l’Unione europea non è disposta a negoziare – diritti umani e libertà fondamentali. Maggiori poteri si traducono in maggiori responsabilità. Una cosa è parlare di valori comuni, un’altra è attuarli e difenderli. Se non conseguiremo tale obiettivo, le diverse aree del sistema istituzionale dell’Unione europea non potranno realizzare appieno il loro potenziale. Per essere una forza coesiva, l’Unione europea dev’essere credibile.

 
  
  

Relazione Rangel (A7-0278/2010)

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) Adesso che la revisione dell’accordo quadro sui rapporti tra Parlamento e Commissione è stata adottata, ne consegue un adeguamento del regolamento del Parlamento al suddetto accordo. Mi esprimo pertanto a favore della relazione.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Convengo con gli emendamenti a regolamento del Parlamento in vista del loro adeguamento alla revisione dell’accordo quadro sui rapporti tra Parlamento e Commissione. Data la disponibilità della Commissione a fornire maggiori informazioni agli eurodeputati, vi è consenso sul fatto che gli europarlamentari debbano conformarsi alle norme del Parlamento in materia di trattamento di informazioni riservate. L’apertura della Commissione a fornire maggiori informazioni agli eurodeputati presuppone che i presidenti e relatori delle commissioni responsabili e di altre eventuali commissioni associate adottino insieme provvedimenti adeguati per assicurarsi che al Parlamento vengano fornite informazioni tempestive, regolari e complete, se necessario in via riservata, in tutte le fasi dei negoziati e della sottoscrizione di accordi internazionali, compresi i progetti e le versioni definitive adottate delle direttive negoziali.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) I rapporti tra Parlamento e Commissione hanno subito molte modifiche in seguito all’adozione del trattato di Lisbona, con un ampliamento dei poteri del Parlamento in diverse questioni, in particolare quelle relative alla procedura legislativa ordinaria e alle questioni di bilancio, nonché un ruolo più incisivo nella politica estera europea. Tali cambiamenti significano che i cittadini europei ricoprono ora un ruolo nuovo in relazione al processo decisionale a livello comunitario. Pertanto, è necessario e opportuno adeguare il regolamento alla revisione dell’accordo quadro che disciplina i rapporti tra Parlamento e Commissione.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) L’adeguamento del regolamento del Parlamento alla revisione dell’accordo quadro sui rapporti tra Parlamento europeo e Commissione europea è una diretta e naturale conseguenza della revisione dell’accordo quadro sui rapporti tra Parlamento europeo e Commissione europea, consentendo all’accordo quadro di essere approvato immediatamente, in modo da entrare in vigore come previsto e come verrà pertanto garantito. Gli antefatti e il consenso condivisi dalle due relazioni fanno sì che io conceda la mia approvazione anche alla seconda.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) La relazione Rangel sottolinea le conquiste più importanti per il Parlamento europeo contenute nella revisione dell’accordo quadro per quanto riguarda le seguenti voci:

La voce “Procedura e pianificazione legislative: cooperazione reciproca” comprende un miglioramento della partecipazione del Parlamento, la revisione di tutte le proposte in sospeso all’inizio del mandato di una nuova Commissione, tenendo conto dei pareri formulati dal Parlamento, e l’impegno assunto dalla Commissione a rendere conto del seguito concreto dato alle richieste di iniziativa legislativa conformemente all’articolo 225 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

La voce “Controllo parlamentare” comprende nuove norme per la partecipazione dei Commissari a campagne elettorali, l’obbligo per la Commissione di chiedere il parere del Parlamento se intende rivedere il Codice di condotta, e l’obbligo per i candidati ai posti di direttore esecutivo di presentarsi dinanzi alle commissioni parlamentari competenti per un’audizione.

Contiene inoltre gli obblighi di fornire informazioni e il dovere per la Commissione di essere presente in Parlamento.

 
  
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  Eva-Britt Svensson (GUE/NGL), per iscritto. – Ho votato a favore della relazione Rangel A7-0278/2010. Sono tuttavia in profondo disaccordo con l’affermazione del relatore secondo cui “il trattato di Lisbona rafforza sensibilmente la democrazia nell’Unione europea, conferendo ai cittadini dell’Unione, principalmente attraverso il Parlamento, un maggiore potere di controllo sulla Commissione”.

 
  
  

Relazioni Rangel (A7-0279/2010), (A7-0278/2010)

 
  
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  Bairbre de Brún and Søren Bo Søndergaard (GUE/NGL), per iscritto. – Ho votato a favore delle relazioni Rangel A7-0278/2010 e A7-0279/2010. Sono tuttavia in profondo disaccordo con l’affermazione del relatore secondo cui “il trattato di Lisbona rafforza sensibilmente la democrazia nell’Unione europea, conferendo ai cittadini dell’Unione, principalmente attraverso il Parlamento, un maggiore potere di controllo sulla Commissione”.

 
  
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  Joe Higgins (GUE/NGL), per iscritto. – Mi sono astenuto dalle votazioni sulle relazioni Rangel A7-0278/2010 e A7-0279/2010. Malgrado il mio sostegno a molte delle misure citate nelle relazioni, tra cui il ruolo più attivo ricoperto dal Parlamento nella redazione del Codice di condotta dei Commissari e nei negoziati internazionali, sono tuttavia in profondo disaccordo con l’affermazione del relatore secondo cui “il trattato di Lisbona rafforza sensibilmente la democrazia nell’Unione europea, conferendo ai cittadini dell’Unione, principalmente attraverso il Parlamento, un maggiore potere di controllo sulla Commissione”.

 
  
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  Marisa Matias (GUE/NGL), per iscritto. – Ho votato a favore della relazione Rangel A7-0278/2010. Sono tuttavia in profondo disaccordo con l’affermazione del relatore secondo cui il trattato di Lisbona rafforza sensibilmente la democrazia nell’Unione europea, conferendo ai cittadini dell’Unione, principalmente attraverso il Parlamento, un maggiore potere di controllo sulla Commissione.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (LV) L’onorevole Rangel propone emendamenti molto importanti al regolamento del Parlamento europeo. Probabilmente, come diretta conseguenza di tali adeguamenti del regolamento del Parlamento europeo, i problemi da noi trattati verranno risolti con maggiore celerità. In particolare, gradirei che gli Stati membri dell’Unione traducessero in realtà le decisioni e le raccomandazioni formulate dal Parlamento europeo. Soltanto quando rimetteremo ordine al nostro interno le raccomandazioni dell’UE ai paesi terzi acquisiranno maggiore valore. A titolo di esempio, le raccomandazioni della risoluzione del Parlamento europeo dell’11 marzo 2004 sulla situazione dei non cittadini in Lettonia non sono ancora state trasposte. Auspico che la revisione del regolamento del Parlamento europeo aiuti le istituzioni europee ad avere un quadro chiaro delle violazioni dei diritti umani di base che vengono perpetrate in Lettonia.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Con questo accordo, il Parlamento si è "migliorato" e rafforzato ed é stata rinforzata la democratizzazione dell'Unione europea. L'adozione di questa relazione è un segnale forte della voglia di consolidamento del principio della divisione dei poteri. L'accordo quadro è di grande importanza, dato che definisce le relazioni tra Parlamento e Commissione in un periodo in cui il Parlamento ha ottenuto maggiori poteri, specialmente nel processo legislativo, essendo allo stesso livello del Consiglio. Infatti, nonostante i Trattati e i Protocolli aggiuntivi e applicativi, era necessaria una normativa integrativa volta a specificare e a definire meglio alcune questioni. Nel dettaglio plaudo al fatto che l'accordo quadro chiarisca i punti relativi alla responsabilità politica di entrambe le istituzioni, la circolazione delle informazioni, le relazioni esterne, l'allargamento e gli accordi internazionali, l'implementazione del bilancio, il programma politico e legislativo della Commissione e il programma pluriennale dell'Unione, la competenza legislativa e l'attuazione di specifici poteri della Commissione, il controllo dell'applicazione del diritto comunitario e la partecipazione della Commissione nei lavori parlamentari.

 
  
  

Relazione Gräßle e Rivellini (A7-0263/2010)

 
  
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  George Becali (NI), per iscritto. (RO) Ho votato a favore del regolamento in oggetto che contiene aspetti tecnici, finanziari e amministrativi e illustra le relazioni interistituzionali necessarie a questo servizio europeo e alle sue strutture. Auspichiamo, oggi come in passato, che l’Unione europea sia un protagonista autorevole e riconosciuto della politica estera: a questo fine occorrono anche norme e regolamenti europei adeguati.

 
  
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  Alain Cadec (PPE), per iscritto. (FR) L’istituzione del servizio europeo per l’azione esterna ha reso necessaria la modifica del regolamento finanziario al fine di migliorare il controllo e l'attuazione del suddetto servizio.

La relazione Gräßle-Rivellini rafforza la responsabilità finanziaria e di bilancio, migliora la trasparenza e promuove l’efficacia del servizio europeo per l’azione esterna. Le migliorie proposte contribuiranno a creare una cultura di integrità finanziaria volta a incoraggiare la fiducia nel buon funzionamento di questo servizio.

Accolgo favorevolmente anche i passaggi in cui la relazione invita ad attribuire al Parlamento un forte potere di controllo e mi unisco quindi ai relatori nel chiedere che il Parlamento venga messo in condizione di esercitare appieno i propri diritti di discarico e che i capi delegazione sottopongano le relazioni sull’attuazione del bilancio alla commissione per il controllo dei bilanci.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) Voto a favore del pacchetto di misure proposte dalla relazione, tese ad affermare quella cultura di integrità finanziaria necessaria affinché si possa confidare che il SEAE opererà in modo corretto e inappuntabile. La diversità del contesto di origine del suo personale farà del SEAE un crogiolo di molteplici culture d’impresa che dovrà gradualmente definire la propria cultura d'impresa. Nel definire la struttura del nuovo servizio è importante stabilirne le disposizioni finanziarie e prevedere fin dall’inizio tutte le garanzie possibili affinché l'integrità finanziaria divenga parte integrante della cultura d’impresa del SEAE. Desidero inoltre sottolineare che, al fine di garantire il controllo democratico e incrementare la fiducia dei cittadini europei nelle istituzioni comunitarie, ogni anno dovrebbe essere resa al Parlamento una dichiarazione attestante l’affidabilità dei sistemi interni di gestione e di controllo istituiti nelle delegazioni dell’Unione.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto. (FR) Il servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) sta ormai per divenire un corpo diplomatico operativo. Il Parlamento ha assicurato che il 60 per cento del personale proverrà dalle altre istituzioni europee, affinché sia garantito un certo grado di indipendenza del servizio dagli Stati membri. È stato introdotto inoltre un principio di equilibrio geografico tale da garantire una presenza adeguata e significativa di cittadini provenienti da tutti gli Stati membri.

Questa votazione ha rafforzato il ruolo del Parlamento: i capi delegazione dell’Unione europea nominati in regioni di rilevanza strategica verranno infatti ascoltati dalla commissione parlamentare per gli affari esteri. Il Parlamento avrà inoltre il diritto di verificare le modalità di utilizzo del bilancio del SEAE e il personale dovrà seguire una formazione specifica in materia di gestione del bilancio.

 
  
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  Philippe de Villiers (EFD), per iscritto. (FR) Al Parlamento europeo è stato chiesto di pronunciarsi in merito alla proposta di regolamento presentata dagli onorevoli Gräßle e Rivellini sulla creazione di un bilancio generale delle Comunità europee per il servizio europeo per l’azione esterna (SEAE).

Non è possibile sostenere la futura creazione di un servizio diplomatico europeo sottoposto al controllo amministrativo, politico e di bilancio della Commissione. La Francia, che può vantare il più antico servizio diplomatico al mondo, dovrà ancora una volta cedere le proprie prerogative diplomatiche ad un’Unione europea i cui cittadini sono completamente indifferenti alle posizioni che essa adotta.

Il servizio diplomatico tanto auspicato dalla Commissione imporrà un taglio netto con le tradizioni nazionali. I funzionari del SEAE non potranno ricevere istruzioni dagli Stati membri e dovranno lavorare per il bene "superiore" di un’Unione europea che è un punto di riferimento solamente per gli eurocrati.

 
  
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  Diane Dodds (NI), per iscritto. (EN) Signor Presidente, mi sono sempre opposta alla creazione del SEAE e niente avrebbe potuto farmi cambiare opinione; sono tuttavia consapevole delle assicurazioni fornite nel corso della campagna condotta dall’Unione europea a sostegno del servizio.

Ci era stato detto che il SEAE sarebbe stato neutrale a livello di bilancio. Che ne è stato di questa affermazione? La neutralità di bilancio è solo una delle tante, vane promesse europee . Oggi, ancor prima che il SEAE diventi operativo, vi è uno sforamento di 34 milioni sul bilancio previsionale dovuto a maggiori costi per il personale e l’avviamento.

Questa struttura rappresenta un ulteriore spreco del denaro dei contribuenti e fornisce un servizio che i miei elettori non vogliono, ma che è stato loro imposto da burocrati che cercano di sottrarre sempre più poteri ai governi nazionali per affidarli all’Unione europea. Una simile burocrazia è inaccettabile e in momenti di crisi economica come quello attuale dovrebbe essere limitata, anziché aumentata.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) La proposta in oggetto è volta a modificare il regolamento finanziario applicabile al bilancio generale delle Comunità a seguito dell’istituzione del servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), dopo l’approvazione del trattato di Lisbona da parte degli Stati membri. La mancanza di un quadro di bilancio per il nuovo organismo ha reso necessaria la presentazione dell’emendamento. L’equiparazione del SEAE alle istituzioni comunitarie concede a questo organismo di godere di un'autonomia a livello di bilancio e di gestire le proprie spese amministrative a condizione che il Parlamento proceda al discarico.

Mi auguro che il SEAE svolga le proprie attività con competenza ed efficacia, in maniera complementare e, soprattutto, non in competizione con le rappresentanze diplomatiche degli Stati membri. A questo riguardo, la Commissione intende assicurare che il SEAE possa svolgere la propria funzione di servizio esterno unificato senza che ciò comprometta la sana gestione finanziaria, la responsabilità e la tutela degli interessi finanziari dell’Unione. Mi auguro che tale intenzioni corrisponda alla realtà dei fatti.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) Il servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) sarà in futuro il portavoce della politica estera dell’Unione europea. In questo servizio la pluralità delle nostre posizioni troverà una voce unica per lanciare un messaggio forte: ecco perché è importante sostenerlo. Affinché il nuovo servizio possa operare in modo efficace è necessario un efficiente controllo finanziario, che potrà essere assicurato soltanto se il SEAE farà parte della Commissione. Una chiara assegnazione dei diritti e dei doveri ne consentirà inoltre il regolare funzionamento. Sono favorevole alla brillante relazione degli onorevoli Gräßle e Rivellini e, naturalmente, ho votato a favore di questo contributo costruttivo da parte del Parlamento europeo.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Egregio Presidente, cari colleghi, ho votato a favore della relazione dei colleghi Gräßle e Rivellini, che stabilisce il regolamento finanziario applicabile al bilancio generale delle Comunità europee, relativamente al servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), perché credo che la promozione dell’integrità finanziaria sia importante per garantire la correttezza e la trasparenza nella gestione delle Istituzioni. La creazione di questo nuovo servizio diplomatico, prevista dal Trattato di Lisbona, costituisce un grande passo per l’Unione Europea, che potrà finalmente godere di un unico corpo diplomatico, con il compito di agevolare l’azione volta a rendere le relazioni esterne dell’Unione più coerenti, sicure ed efficienti. Mi preme sottolineare, infine, che il servizio europeo per l’azione esterna gestirà autonomamente il proprio bilancio amministrativo e sarà responsabile anche di quelle parti del bilancio operativo che rientrano nel suo mandato.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Il nuovo servizio europeo per l’azione esterna, istituito in seguito all'entrata in vigore del trattato di Lisbona, necessita di un bilancio per poter svolgere le proprie attività e per realizzare gli obiettivi previsti dal trattato. È pertanto necessario modificare alcune disposizioni del regolamento finanziario applicabile al fine di tener conto dei cambiamenti introdotti dal trattato di Lisbona.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Ho votato contro questa proposta legislativa del Parlamento europeo poiché ritengo che la creazione del servizio che si vuole finanziare rappresenti un ulteriore passo verso la militarizzazione della politica estera dell’Unione europea. Ho espresso voto contrario perché non condivido questa visione militarista della politica estera e perché in tutto il processo di creazione del servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) mancano i principi essenziali della trasparenza e della democrazia. L’organizzazione del servizio non prevede da parte del Parlamento un severo controllo sul personale e sui finanziamenti e ciò costituisce una preoccupante mancanza di democrazia e trasparenza . Non sorprende quindi che la struttura proposta per il SEAE releghi il Parlamento europeo a un ruolo secondario e marginale in materia di politica estera comunitaria, un aspetto che il mio gruppo ed io respingiamo con forza. Ho quindi votato contro la risoluzione: non posso essere favorevole alla proposta di finanziare questo tipo di servizio e le tendenze militariste.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. (DE) Ritengo che l’istituzione del servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) comporterà non soltanto la di strutture già esistenti, ma anche un aumento vertiginoso dei costi per il personale, con gli sprechi e la burocrazia tipici dell’Unione europea. Sui 1 643 posti di lavoro previsti per il SEAE a partire dal 1 dicembre, credeteci o no, 50 sono cariche di direttore generale e durante le fasi iniziali ciascuno di questi direttori generali potrà disporre di poco più di 30 funzionari che non raggiungeranno le 80 unità a nemmeno una volta che la struttura sarà completata. I summenzionati direttori generali guadagneranno in media 17 000 euro al mese e al il livello immediatamente successivo prevede 224 direttori e 235 capi unità. Siamo ancora in attesa che vengano definiti i compiti e gli obiettivi specifici del personale del nuovo servizio. Vogliamo certamente che l’Unione europea rappresenti una voce autorevole sulla scena mondiale, ma non c'è bisogno di un apparato amministrativo abnorme che ai cittadini dell’Unione costerà miliardi, dato che raddoppia strutture già esistenti e prevede redditi decisamente elevati per i propri funzionari . Per questo motivo ho votato contro la relazione.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (S&D), per iscritto. (LT) Nei negoziati con i rappresentanti del Consiglio europeo e della Commissione, il Parlamento e, in particolare, i negoziatori del gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici sono riusciti a ottenere che il bilancio del nuovo servizio diplomatico dell’Unione europea venga utilizzato in maniera più trasparente. Il Parlamento approverà ogni anno il discarico di bilancio e la Commissione dovrà informare regolarmente e in dettaglio gli eurodeputati in merito alle spese del servizio. Ho votato a favore della relazione in quanto sottolinea che nell’assunzione di cittadini dell’Unione europea occorre garantire maggiore copertura geografica e un’adeguata rappresentanza a tutti gli Stati membri.

Concordo con il relatore sulla necessità di assicurare che il personale venga selezionato in base alle proprie capacità, tenendo anche conto della parità di genere. È importante che il servizio europeo per l’azione esterna, il cui lancio è previsto per il 1° dicembre, divenga presto operativo e rappresenti soprattutto gli interessi comunitari e, laddove necessario, quelli nazionali.

 
  
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  Aldo Patriciello (PPE), per iscritto. − Il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) gestirà autonomamente il proprio bilancio amministrativo e ne sarà responsabile. In effetti, nel creare il nuovo servizio ed in particolare nello stabilire le disposizioni finanziarie ad esso applicabili, è necessario provvedere sin dall’inizio alle apposite garanzie economiche.

Per promuoverne l’integrità finanziaria, quindi, è importante garantire che i vari servizi responsabili della supervisione degli aspetti monetari, soprattutto a livello delle delegazioni, possano interagire agevolmente fra loro. Rafforzando queste garanzie, si auspica di accrescere la fiducia dei cittadini europei nelle istituzioni dell’Unione. Di conseguenza, i miglioramenti strutturali presentati nella proposta sono tesi ad affermare l’integrità finanziaria necessaria affinché si possa confidare che il SEAE operi in modo corretto e inappuntabile.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Non è stata un’impresa facile ma, grazie agli sforzi del Parlamento, il servizio europeo per l’azione esterna possiede ora il potenziale per diventare l’elemento trainante di una politica estera comunitaria più efficace e legittima. Siamo lieti che tematiche particolarmente care ai Verdi, come la parità di genere e la formazione comune finalizzata a creare uno spirito di corpo, siano state affrontate approfonditamente e che il Parlamento eserciterà maggiore controllo democratico sul funzionamento del SEAE tramite l’introduzione di singole linee di bilancio per le principali operazioni estere dell’Unione. Il Parlamento europeo è riuscito inoltre a tutelare il metodo comunitario e, grazie alle pressioni dei Verdi, le priorità in materia di sviluppo.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Al fine di rappresentare in modo più efficace gli interessi degli Stati europei sulla scena internazionale, le iniziative di politica estera devono essere discusse in anticipo e quindi comunicate al mondo esterno all’unisono. Tramite il servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) si sta cercando di riportare gli strumenti di politica esterna dell’Unione in un quadro coerente, raggruppando le risorse esistenti e integrandole con altre nuove. Vista la novità della struttura, occorrerà introdurre norme ambiziose in materia di trasparenza e di responsabilità finanziaria e di bilancio. Dato che il SEAE è sottoposto all’autorità del Parlamento in materia di bilancio, tale servizio dovrà essere integrato nella struttura della Commissione, altrimenti sarà impossibile provvedere al discarico ai sensi dei trattati. Alle autorità di bilancio verranno inoltre presentate le relazioni annuali sull’attività della struttura.

 
  
  

Relazione Rapkay (A7-0288/010)

 
  
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  George Becali (NI), per iscritto. (RO) Anch’io, come altri colleghi deputati, credo che il servizio europeo per l’azione esterna debba essere autonomo in relazione allo statuto dei funzionari e al regime applicabile agli altri agenti della Comunità. Sono a favore della disposizione che prevede per i funzionari dell’Unione e gli agenti temporanei distaccati dai servizi diplomatici degli Stati membri gli stessi diritti e le stesse opportunità di accesso ai nuovi posti. Spero che l’assunzione di personale su base geografica più vasta possibile – mi riferisco ai nuovi Stati membri – possa divenire realtà.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Il servizio europeo per l’azione esterna è uno strumento essenziale per garantire che l’Unione europea sia più aperta nei confronti del mondo e possa stabilire contatti proficui con molti paesi e regioni. Affinché questo importante servizio funzioni è essenziale attribuire ai suoi funzionari ruoli adeguati e chiarire il loro status, nonché quello degli agenti temporanei distaccati dai servizi diplomatici nazionali che operano all’interno del servizio. Questo emendamento dello statuto dei funzionari delle Comunità europee e del regime applicabile agli altri agenti di tali Comunità risulta quindi pienamente giustificato. Auspico che il servizio diplomatico europeo possa operare fianco a fianco con quelli nazionali e potenziarne il rendimento. Mi auguro che le priorità della politica europea non trascurino la componente esterna e che, nelle sue attività, il nuovo servizio non trascuri il ruolo cruciale delle lingue europee nella comunicazione universale e quello delle lingue europee globali più adatte a stabilire una comunicazione diretta con gran parte del mondo.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Il servizio europeo per l’azione esterna costituisce ora parte integrante dell’amministrazione europea: è un organo aperto, efficace e indipendente ai sensi dell’articolo 298 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Desidero sottolineare, nella modifica dello statuto dei funzionari e del regime applicabile agli altri agenti, la parità di status dei funzionari comunitari e del personale temporaneo proveniente dai servizi diplomatici degli Stati membri, in particolare per quanto concerne il diritto di accesso a tutti i posti di lavoro a condizioni equivalenti e la promozione delle pari opportunità per il genere sottorappresentato.

 
  
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  Tunne Kelam (PPE), per iscritto. (EN) Mi sono astenuto nella votazione conclusiva del 20 ottobre 2010 sulla relazioneRapkay. Sono pienamente favorevole alla formazione del servizio europeo per l’azione esterna e apprezzo molto gli sforzi dell’onorevole Brok e degli altri deputati che sono riusciti a rendere equilibrato il progetto originale presentato dall’Alto rappresentante. Desidero attirare la vostra attenzione sul fatto che l’emendamento sulla rappresentanza geografica, sostenuto dalle commissioni affari esteri e bilanci, non sia stato approvato dalla commissione giuridica: non è quindi certo che la versione definitiva della relazione possa fornire al Parlamento europeo una base giuridica in riferimento all’equilibrio geografico.

 
  
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  Andrey Kovatchev (PPE), per iscritto. (BG) Lady Ashton, porgo i miei migliori a lei e al nuovo servizio europeo per l’azione esterna, nel quale nutriamo grandi speranze. Auspichiamo che possa far avverare un altro sogno europeo consentendo all’Europa di rivolgersi al mondo con un’unica voce autorevole. È questo l'auguro di un'ampia sezione del Parlamento e può senz’altro contare sul nostro sostegno.

Desidero motivare la mia astensione nella votazione sull’emendamento relativo allo statuto dei funzionari delle Comunità europee. Credo che gli obiettivi indicativi in relazione all’equilibrio geografico siano positivi per la nuova istituzione. Ci occorre un servizio diplomatico altamente qualificato, con personale proveniente da tutti gli Stati membri, in modo tale da valorizzare la rappresentanza dell’Unione europea nel mondo.

Sono certo che il servizio sarà efficace se trarrà vantaggio dall’esperienza di tutti gli Stati membri. Sono consapevole del fatto che il numero dei paesi comunitari è più che quadruplicato da quando ha avuto inizio il processo di integrazione europea, e ritengo quindi comprensibile che durante questa fase i paesi ammessi di recente siano penalizzati in termini di rappresentanza. Per risolvere questo problema occorre determinazione e norme di legge chiaramente definite.

Credo nel desiderio e nella determinazione che ci ha ribadito,in numerose occasioni, di pervenire a una vera rappresentanza geografica nel nuovo servizio, che le consenta di essere Alto rappresentante di tutta l’Unione. Seguiremo con attenzione il suo lavoro.

 
  
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  Edvard Kožušník (ECR), per iscritto. (CS) Mi rallegro che si sia riusciti a introdurre nella relazione alcune garanzie, sotto forma di emendamenti, che impediranno ai funzionari di alcuni Stati membri di essere avvantaggiati rispetto a quelli di altri nell'accesso alle cariche del servizio europeo per l’azione esterna. La politica estera dell’Unione europea è dopotutto soltanto un ambito specifico e quindi, oltre alle qualifiche e alla rappresentanza geografica in senso lato, occorrerà rispettare il principio in base al quale i funzionari statali provenienti da tutti gli Stati membri dovranno essere adeguatamente rappresentati a livello di personale nel servizio europeo per l’azione esterna. Ritengo quindi molto importante che il Parlamento abbia proposto di eliminare le disposizioni che consentivano il trasferimento di funzionari dal Consiglio o dalla Commissione al nuovo servizio diplomatico europeo senza che i posti venissero messi a concorso.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Il servizio europeo per l’azione esterna lavora in collaborazione con i servizi diplomatici degli Stati membri ed è formato da funzionari provenienti dai servizi competenti del segretariato generale del Consiglio e della Commissione, oltre che da personale distaccato dai servizi diplomatici nazionali degli Stati membri. Ai fini dello statuto dei funzionari e del regime applicabile agli altri agenti il servizio europeo per l’azione esterna, il SEAE dovrebbe essere considerato alla stregua di un’istituzione comunitaria. Ai funzionari e agli agenti temporanei dell’Unione provenienti dai servizi diplomatici degli Stati membri dovrebbero quindi essere garantiti pari diritti e doveri e pari trattamento, in particolare per quanto riguarda l'ammissibilità ad assumere tutte le posizioni a condizioni equivalenti. L’emendamento presentato è quindi necessario.

 
  
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  Alajos Mészáros (PPE), per iscritto.(HU) Ho accordato il mio sostegno alla relazione che è stata preceduta da dibattiti molto seri, specialmente per quanto concerne l'assunzione delle cariche del servizio europeo per l’azione esterna. Il tema principale delle discussioni è stato l'equilibrio geografico, un principio che, assieme alle priorità dell’equilibrio istituzionale e della parità di genere, alla fine è stato incluso nella relazione in forma molto blanda.

Indubbiamente i nuovi Stati membri non sono del tutto soddisfatti, ciononostante è positivo che si sia raggiunto un compromesso e contiamo che in futuro possa essere rivisto e divenire più equo. A tal fine occorrerà fare il possibile per assicurare che i diplomatici designati dai singoli Stati membri possiedano qualifiche comparabili ed elevate. Dovremmo tuttavia rallegrarci per l'importante passo compiuto verso una rappresentanza estera unificata ed efficiente dell’Unione europea poiché, date le sfide attuali e quelle che ci attendono, questo è uno degli aspetti più importanti della politica comunitaria.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Abbiamo adottato a larga maggioranza il pacchetto di compromesso che rispecchia la posizione dei Verdi, alla quale il nostro gruppo ha contribuito concretamente.

 
  
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  György Schöpflin (PPE), per iscritto. (EN) Coloro che, tra noi, provengono dai nuovi Stati membri sono delusi dalla mancanza di un impegno vincolante sull'equilibrio geografico nel servizio europeo per l’azione esterna. È vero che diverse dichiarazioni politiche hanno promesso a più riprese di tenere in considerazione gli interessi dei nuovi Stati membri; tuttavia, per quanto tale impegno politico possa essere positivo, l’assenza di una norme di legge è deplorevole. Senza una disposizione di legge è difficile immaginare come gli elettori dei nuovi paesi comunitari possano sentirsi padroni del SEAE e per questo motivo alcuni tra di noi hanno avuto dei dubbi sull’opportunità di appoggiare pienamente la relazione Rapkay.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto. (PL) Ci avviamo alla conclusione del processo alquanto tumultuoso che ha stabilito quale forma assumerà il servizio europeo per l’azione esterna, sul quale oggi stiamo per votare. Si è parlato a lungo di sviluppo sostenibile in termini di genere e di geografia e abbiamo discusso molto di trasparenza nell'assunzione del personale, che dovrà basarsi su regolamenti e norme predefinite. L’aspetto più importante riguarda tuttavia l’efficacia e il buon funzionamento del SEAE, e questo è il motivo per cui i criteri meritocratici sono così importanti quando si parla di assunzioni. Desidero sottolineare l’obbligo, o piuttosto la necessità, di accogliere nel nuovo servizio i funzionari competenti in materia provenienti dalle direzioni della Commissione europea, così come quelli del Consiglio e del Parlamento.

Il punto non riguardala rappresentanza delle istituzioni europee, bensì la necessità che i funzionari possiedano qualifiche adeguate in vari ambiti dell'attività comunitaria e competenze in aspetti complessi di temi quali l’energia, il commercio, l’agricoltura e via dicendo, per non parlare di diritti umani e terrorismo. Temo che la maggior parte dei funzionari che opereranno nel SEAE, pur possedendo capacità diplomatiche generali, non avranno familiarità con le complesse questioni pratiche di cui dovranno occuparsi.

 
  
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  Róża Gräfin von Thun und Hohenstein (PPE), per iscritto.(PL) Astenersi dal voto non è una soluzione e gli assenti sono sempre dalla parte del torto. Credo che nel complesso la risoluzione preveda più misure positive che di scarso valore. Il servizio europeo per l’azione esterna è necessario e dovrebbe iniziare ad operare prima possibile, al fine di accrescere l'importanza dell’Europa nel mondo.

La risoluzione adottata dichiara che nel nuovo servizio saranno rappresentati tutti gli Stati membri: ora dovremo fare in modo che ciò avvenga realmente, al fine di creare fiducia nel processo di istituzione del Servizio per l’azione esterna. Va ricordato che l’Unione europea è stata fondata sulla fiducia reciproca e che la Polonia ne ha tratto grandi benefici. Intendo di seguire il processo molto attentamente.

 
  
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  Rafał Trzaskowski (PPE), per iscritto.(PL) Solo un anno fa, l’introduzione del concetto di equilibrio geografico nel dibattito sul servizio europeo per l’azione esterna incontrava una fortissima opposizione, persino all’interno del Parlamento europeo. Oggi nessuno più dubita che si tratti di un problema che bisogna risolvere. È positivo che tutti i documenti più importanti su questo tema ribadiscano l’impegno ad assicurare una rappresentanza equa a tutti gli Stati membri dell’Unione europea nel nuovo servizio diplomatico dell’Unione e la revisione prevista per il 2013 ci consentirà di verificare se sono stati fatti passi avanti in tal senso.

 
  
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  Traian Ungureanu (PPE), per iscritto. (EN) I risultati della votazione sulla relazione Rapkay dimostrano che un numero considerevole di deputati dei nuovi Stati membri si è astenuto o ha espresso voto contrario, e io sono stato uno degli astenuti. Ciò che mi preoccupa maggiormente è la scarsissima ambizione nella formulazione del principio di equilibrio geografico in riferimento alla politica di assunzione di personale del futuro servizio europeo per l’azione esterna (SEAE). La relazione non ha introdotto alcun impegno giuridicamente vincolante sull'equilibrio geografico all’interno del servizio e si affida unicamente alle promesse politiche fatte dai principali responsabili delle decisionali dell’Unione in materia di affari esterni. Questo è il motivo per cui la maggior parte dei nuovi Stati membri non si sente rassicurata in merito ad un’applicazione adeguata del principio di equilibrio geografico nel futuro servizio diplomatico europeo. Mi rammarico che il relatore abbia adottato un approccio tanto minimalista e mi preoccupa ancor più la riluttanza del Consiglio ad accettare esplicitamente un impegno vincolante. Chiedo al Consiglio e alla Commissione di esaminare attentamente i risultati della votazione odierna sulla relazione e di mantenere la promessa di rispettare il principio di equilibrio geografico nel processo di assunzione del personale per il SEAE. Una delle priorità degli eurodeputati sarà monitorare da vicino tale processo.

 
  
  

Relazione Gualtieri e Surján (A7-0283/2010)

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento poiché anch’io credo sia fondamentale che l’Unione europea possa utilizzare tutti i propri strumenti esterni nell'ambito di una struttura coerente, e ritengo che l’intento politico della presente relazione sia quello di mettere a disposizione le risorse del bilancio 2010 per istituire tale struttura, nella sua fase iniziale.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho votato contro la relazione relativa al servizio europeo per l’azione esterna istituito ai sensi del trattato di Lisbona. Ritengo inaccettabile l’erogazione di aiuti finanziari e di altro tipo a favore del servizio in oggetto, in quanto comporta l’impiego di risorse politiche e militari per iniziative di politica estera comunitaria senza fondamento che alla fine condurranno a un’ulteriore militarizzazione dell’Unione europea. Esso allontana inoltre l’Europa dal ruolo indipendente e pacifico che dovrebbe svolgere nel comporre i problemi internazionali. L'UE d entrerà così in situazioni di conflitto e divisione, a seguito di un coinvolgimento in interventi militari in zone di guerra.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Si sta rendendo necessario un adeguamento degli strumenti di bilancio alla nuova realtà del servizio europeo per l’azione esterna (SEAE). Credo tuttavia che gli sforzi tesi ad assicurare risorse finanziarie adeguate alle competenze e al buon funzionamento della struttura, in linea con gli intendimenti iniziali, nonché un controllo effettivo dei costi, siano ampiamente giustificati.

Le istituzioni europee e gli Stati membri dovrebbero rivolgere particolare attenzione al SEAE il periodo iniziale, in modo da esercitare un adeguato controllo sulle sue attività e individuarne i problemi principali.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Questa proposta di bilancio rettificativo si iscrive nell’ambito della realizzazione del trattato di Lisbona ed è volta ad agevolare l’istituzione e il funzionamento del servizio europeo per l’azione esterna (SEAE).Si tratta quindi di un’iniziativa che appoggio e di cui occorre garantire l’applicazione nell’ambito dei principi di gestione efficiente delle risorse europee, sottolineando un buon rapporto tra costi e benefici, nel rispetto delle limitazioni di bilancio dovute all’impatto della crisi economica sulle finanze pubbliche.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Il nostro voto contrario alla relazione, la quale rappresenta un ulteriore passo verso l’istituzione del servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), è coerente con la nostra opposizione alla creazione del servizio. Aspetto centrale del trattato di Lisbona ed elemento fondamentale del federalismo nell’Unione europea, il servizio impiegherà oltre 5 000 persone nelle future 130 ambasciate UE site in diversi paesi.

Si tratta di una megastruttura diplomatica che inevitabilmente metterà in secondo piano i rappresentanti e gli interessi degli Stati membri imponendo loro, come anche a noi, gli interessi delle potenze che hanno deciso il cammino dell’Unione europea. Non vi sono garanzie che il SEAE non verrà collegato a strutture militari e di intelligence, e si delinea quindi la prospettiva di una preoccupante militarizzazione dell’Unione europea e delle sue relazioni internazionali, cui opporremo un netto rifiuto.

Ci si dovrebbe inoltre interrogare sulla provenienza dei contributi per coprire tale spesa, dato che il bilancio comunitario è estremamente ridotto. Tutto ciò avviene in concomitanza con l’inasprimento degli effetti della crisi, cui fanno seguito le cosiddette politiche di austerity che mettono sotto pressione i bilanci nazionali, con tagli alle retribuzioni e alla previdenza sociale e l’aumento delle imposte sul reddito da lavoro.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Dopo l’emendamento allo statuto dei funzionari e la modifica del regolamento finanziario, finalizzati a inquadrare in tali documenti la creazione del servizio europeo per l’azione esterna, è ora necessario approvare un bilancio per consentire il buon funzionamento del servizio. Affinché il servizio possa funzionare correttamente e raggiungere gli obiettivi per i quali è stato creato, deve disporre di un bilancio adeguato a fornire le risorse umane e materiali necessarie alla sua operatività.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Ho votato contro questa proposta legislativa del Parlamento europeo poiché ritengo che la creazione del servizio che si vuole finanziare rappresenti un ulteriore passo verso la militarizzazione della politica estera dell’Unione europea. Ho espresso voto contrario perché non condivido questa visione militarista della politica estera e perché in tutto il processo di creazione del servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) mancano i principi essenziali della trasparenza e della democrazia. L’organizzazione del servizio non prevede da parte del Parlamento un severo controllo sul personale e sui finanziamenti e ciò costituisce una preoccupante mancanza di democrazia e trasparenza. Non sorprende quindi che la struttura proposta per il SEAE releghi il Parlamento europeo a un ruolo secondario e marginale in materia di politica estera comunitaria, un aspetto che il mio gruppo ed io respingiamo con forza. Ho quindi votato contro la risoluzione: non posso essere favorevole alla proposta di finanziare questo tipo di servizio e le tendenze militariste.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Ritengo assolutamente necessario riflettere sulla struttura prevista per il servizio europeo per l’azione esterna (SEAE). Un sistema nel quale ciascuno dei 50 direttori generali disporrà inizialmente di 30 funzionari, che in seguito raggiungerebbero le 80 unità, comporterebbe un’amministrazione sproporzionata e costosa.

Si prevede inoltre che l’istituzione del SEAE porterà con sé una valanga di promozioni. Alcuni aspetti non sono ancora stati chiariti a sufficienza e sarebbe opportuno sottoporre a controllo preventivo i possibili effetti dei costi istitutivi. Altri elementi, come l’opportunità di assegnare adeguata importanza alla lingua tedesca come strumento di lavoro, come previsto dai trattati, sono stati ignorati. Per questi motivi ritengo che, nella sua forma attuale, l’istituzione del SEAE debba essere respinta.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento poiché anch’io ritengo essenziale che l’Unione europea sia in grado di gestire l'intera gamma dei suoi strumenti esterni nell'ambito di una struttura coerente e che la messa a disposizione di risorse del bilancio 2010 per istituire tale struttura, nella sua fase iniziale, costituisca l'obiettivo politico della presente relazione.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Al fine di istituire il servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) è necessario introdurre un emendamento relativo al bilancio 2010 e a quello proposto per il 2011. Il nuovo bilancio dovrà incorporare una nuova sezione X e il bilancio 2010 dovrà essere modificato al fine di prevedere la creazione di 100 posti supplementari in organico nel piano di istituzione del SEAE e una dotazione finanziaria a copertura di 70 agenti contrattuali. Gran parte delle risorse necessarie saranno semplicemente trasferite dalle sezioni del Consiglio europeo, del Consiglio e della Commissione. Nella commissione per gli affari esteri prevale la sensazione che l’Alto rappresentante, la baronessa Ashton, non abbia mantenuto appieno le promesse fatte al Parlamento europeo in merito all’istituzione del SEAE. La commissione affari esteri ritiene che il Parlamento europeo debba essere consultato sulle priorità in materia di personale (ad esempio, per quanto concerne l’equilibrio geografico) e che sarebbe più opportuno affrontare la questione della parità di genere nelle procedure di assunzione. Dal punto di vista del gruppo Verde/Alleanza libera europea il fatto che finora la baronessa Ashton non abbia trasferito al SEAE il personale della Commissione nella direzione generale delle relazioni esterne, che si occupa di processi di pace e di risposta alle crisi, rappresenta una grave mancanza, in particolare alla luce delle rassicurazioni fornite dall’Alto rappresentante al Parlamento europeo in relazione al trasferimento.

 
  
  

Relazioni Gräßle e Rivellini (A7-0263/2010), Rapkay (A7-0288/2010), Gualtieri e Surján (A7-0283/2010)

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Ci opponiamo fermamente alla creazione del servizio europeo per l’azione esterna. Affari esteri e diplomazia ricadono sotto la sovranità nazionale; proprio per questo abbiamo votato contro tutte le relazioni al riguardo.

Una politica estera comune, condotta nel solo interesse dell’Unione europea, si troverà necessariamente, prima o poi, in contraddizione con gli interessi fondamentali di uno o diversi Stati membri, se non di tutti. Potrebbe verificarsi, ad esempio, un conflitto che richiede il coinvolgimento dei paesi membri, ma cui i cittadini si oppongono, oppure potrebbe essere promossa una politica particolarmente ostile o favorevole nei confronti di uno Stato ovvero un gruppo di Stati, contravvenendo alla tradizione di alcuni servizi diplomatici o agli interessi cruciali di taluni Stati membri.

Quel che è peggio è che i trattati stabiliscono già adesso che, qualunque cosa accada, tutto ciò sarà soggetto ad altri impegni o vincoli dalla portata ancora maggiore, forse globale: la NATO, l’ONU e Dio sa cos’altro. Non si propone dunque un servizio diplomatico forte e indipendente, bensì uno strumento di sottomissione al potere extra-europeo.

 
  
  

Relazione Surján (A7-0281/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Nel 2010 la dotazione annuale per l’assistenza finanziaria alle misure di controllo nel settore bananiero è ammontata a 75 milioni di euro, provenienti per la maggior parte da una riallocazione della rubrica 4 del bilancio pari a 55,8 milioni di euro; nel 2011 quella stessa rubrica dispone tuttavia di soli 875 530 euro. Concordiamo dunque con la posizione del Parlamento, che intende invitare la Commissione a presentare una nuova proposta per la mobilizzazione dello strumento di flessibilità per il restante importo di 74 124 470 euro. L’assistenza finanziaria per le misure di controllo nel settore bananiero è necessaria, soprattutto se si considera che, se l’Unione europea desidera mantenere la propria influenza come attore globale, dovrà assicurare un sostegno finanziario ai paesi ACP fornitori di banane, colpiti dalla liberalizzazione dello status di nazione più favorita (NPF) nel quadro dell’OMC. Va inoltre ricordato che la proposta è del tutto fondata, poiché misure di questo tipo sono previste dal punto 27 dell’accordo interistituzionale, relativo all’uso dello strumento di flessibilità.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione perché concordo sul fatto che non vada messa in discussione l’assistenza finanziaria dell’UE ai paesi ACP fornitori di banane, i quali subiscono le conseguenze della liberalizzazione dello status di nazione più favorita nell’ambito dell’OMC, e che lo sforzo di bilancio non debba essere rinviato. Condivido dunque la proposta della Commissione di modificare il regolamento (CE, Euratom) n. 1905/2006, per consentire il finanziamento delle misure di accompagnamento nel settore bananiero (Banana Accompanying Measures – BAM) negli anni dal 2010 al 2013, con una dotazione complessiva di 190 milioni di euro, cui potrebbero aggiungersi altri 10 milioni di euro se il margine lo consentirà.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto. (FR) Il settore bananiero è fondamentale per alcune regioni dell’Unione europea, in particolare i dipartimenti e i territori oltremare francesi. Proprio per questo, a fronte della concorrenza dei paesi dell’America latina, che gli accordi in corso di negoziazione acuiranno, il Parlamento ha adottato misure di finanziamento volte ad assistere questo settore indebolito.

I membri del Parlamento europeo auspicherebbero una mobilizzazione dello strumento di flessibilità nell’ordine dei 74,12 milioni di euro. Quest’Assemblea invia così un segnale forte alla Commissione e al Consiglio, che hanno previsto uno stanziamento di soli 18,3 milioni, cogliendo al tempo stesso l’opportunità per sottolineare che non è più possibile attingere al bilancio per l’azione esterna dell’UE al fine di finanziare le misure di accompagnamento nel settore bananiero (BAM). I 190 milioni di aiuti promessi per il periodo 2010-2013 dovranno essere reperiti attraverso nuovi canali: è questa la richiesta che il Parlamento avanzerà nel quadro della prossima prospettiva finanziaria.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La Commissione propone di modificare il regolamento (CE, Euratom) n. 1905/2006 per finanziare le misure di accompagnamento nel settore bananiero (BAM) negli anni dal 2010 al 2013, con una dotazione complessiva di 190 milioni di euro. La ripartizione annuale proposta prevede un importo di 75 milioni di euro nel 2010. Va rilevato che il margine disponibile della rubrica 4 è di soli 875 530 euro. Nel 2010 la quota più significativa di quest’assistenza finanziaria è derivata da una riallocazione all’interno della rubrica 4 del bilancio, pari a 55,8 milioni di euro su un totale di 75 milioni, che colpisce strumenti e azioni ritenuti di grande interesse dall’Unione europea e, in particolare, dal Parlamento. Inoltre, durante l’approvazione del quadro finanziario pluriennale ora in vigore, non si è provveduto a offrire la necessaria assistenza finanziaria per le misure di accompagnamento nel settore bananiero. Non va tuttavia messa in discussione l’assistenza finanziaria dell’UE ai paesi ACP fornitori di banane, i quali subiscono le conseguenze della liberalizzazione dello status di nazione più favorita nell’ambito dell’OMC, e lo sforzo di bilancio non deve essere rinviato. Condivido pertanto la modifica al progetto di bilancio rettificativo n. 3/2010 proposta dal relatore.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La relazione intende definire le misure necessarie a offrire assistenza finanziaria ai membri del gruppo degli Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) che subiranno le conseguenze della liberalizzazione del commercio di banane tra l’Unione europea e gli 11 paesi dell’America latina, in base alla quale l’UE si impegna a non applicare restrizioni quantitative o misure equivalenti alle importazioni di banane nel proprio territorio.

Quando è stato firmato l’accordo di Ginevra, che sancisce tale liberalizzazione, l’Unione europea si è assunta l’impegno di stanziare 200 milioni di euro a favore dei paesi ACP, a titolo di compensazione per l’impatto di queste misure sulle esportazioni verso l’UE. Già all’epoca abbiamo criticato l’accordo, vantaggioso soprattutto per le multinazionali statunitensi che dominano il mercato mondiale nel settore.

Diversi paesi ACP nonché svariati produttori di banane locali hanno espresso i propri timori per le conseguenze dell’accordo, nella convinzione che i 200 milioni di euro previsti non ne compenseranno le conseguenze. Adesso la relazione prevede "una dotazione complessiva di 190 milioni di euro, cui potrebbero aggiungersi altri 10 milioni di euro se il margine lo consentirà". Peraltro, non vi sono stati richiami all’impatto per i paesi e le regioni dell’Unione europea in cui si pratica la produzione di banane, come la regione autonoma di Madeira. Per queste ragioni, ci siamo astenuti dal voto.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Egregio presidente, cari colleghi, la proposta di risoluzione del Parlamento europeo sulla posizione del Consiglio sul progetto di bilancio rettificativo n. 3/2010 dell’Unione europea per l’esercizio 2010, sezione III – Commissione, assegna nuove risorse per finanziare le misure di accompagnamento nel settore delle banane, destinate ai Paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico). La proposta della Commissione, fatta invero senza il coinvolgimento di alcun ramo dell’autorità di bilancio, prevede 75 milioni di euro in stanziamenti di impegno da iscrivere in Riserva, in attesa dell’adozione delle modifiche normative al relativo regolamento. In merito mi preme segnalare il mancato raggiungimento di un accordo tra il Parlamento e il Consiglio. Il Parlamento aveva, infatti, pensato all’utilizzo dello strumento di flessibilità, ottimo per affrontare situazioni simili, in quanto si tratta di fondi pronti alla mobilitazione e dotati di base giuridica. Il Consiglio, invece, aveva un’idea diversa, dovuta alla mancata volontà da parte degli Stati membri di utilizzare lo strumento di flessibilità, che ha come conseguenza un aumento dei contributi degli stessi. E proprio per le ragioni illustrate la commissione per i bilanci ha preso atto dell’impossibilità di trovare un accordo sul bilancio 2010.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea si è sempre concentrata sull’aiuto ai paesi in via di sviluppo, in particolare agli Stati ACP. La rettifica di bilancio proposta verte sui paesi ACP produttori di banane. Nella fattispecie, gli aiuti assumono la forma di una liberalizzazione del commercio di banane tra l’UE e gli 11 paesi produttori dell’America latina e, a nostro avviso, risultano migliori e più efficaci degli aiuti diretti, che prevedono una distribuzione dei fondi a pioggia. Sostenendo il settore bananiero di questi paesi contribuiamo al loro sviluppo economico, alla creazione di posti di lavoro e alla lotta alla povertà.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Si crede che, per superare la crisi economica si debba destinare quante più risorse possibili alle priorità dell’UE per il 2010. Questi stanziamenti sono stati possibili grazie a una riallocazione di fondi. Il sostegno finanziario alle misure di accompagnamento per il settore bananiero non era previsto al momento della redazione dell’attuale bilancio pluriennale.

Ci è stato detto che, per attutire la liberalizzazione degli scambi perseguita nel quadro dell’OMC e la relativa riduzione dei dazi doganali NPF, è necessario mantenere l’assistenza finanziaria dell’Unione europea ai paesi ACP fornitori di banane. Soprattutto adesso che l’Unione stessa è alle prese con la crisi economica, un simile utilizzo dello strumento di flessibilità appare inammissibile.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) A seguito di una modifica degli accordi commerciali (vale a dire la liberalizzazione degli scambi nel quadro dell’OMC), la riduzione del margine preferenziale per i paesi ACP esportatori di banane ha prodotto ripercussioni negative.

La Commissione europea propone dunque di sostenere i principali paesi ACP esportatori di banane istituendo una serie di misure di accompagnamento nel settore bananiero (BAM) con una dotazione di 190 milioni di euro per un periodo di quattro anni, dal 2010 al 2013. Obiettivo di tale assistenza è aiutare i paesi colpiti ad avviare programmi di adeguamento. Sebbene la questione del settore bananiero sia in sospeso da tempo, il finanziamento delle BAM resta però problematico.

La Commissione e il Consiglio non hanno integrato tale assistenza nella rubrica 4 del quadro finanziario pluriennale per il 2007-2013, inoltre la commissione per lo sviluppo giudica questa proposta incompatibile con il massimale previsto per tale rubrica e chiede alla Commissione europea di apportarvi modifiche significative o sostituirla con un nuovo testo.

 
  
  

Progetto di bilancio generale dell’Unione europea per l’esercizio 2011

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Sono soddisfatta del progetto di bilancio per il 2011 oggi in discussione, in quanto si sofferma esattamente sulle priorità dichiarate. Per la prima volta il Parlamento europeo e il Consiglio si trovano su un livello di parità in tale ambito. Poiché questo è il primo bilancio adottato dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona, e in considerazione della crisi che l’Europa attraversa, è importante che il processo di riconciliazione vada a buon fine. È altresì fondamentale che l’Unione europea si doti del bilancio necessario per attuare le proprie priorità ed esercitare i nuovi poteri conferitile dal trattato. In un simile contesto di crisi è essenziale battersi per le proprie convinzioni e per un bilancio lungimirante. La proposta del Parlamento riflette tale ambizione. Dall’altra parte, le cifre del Consiglio rispecchiano l’austerità dei bilanci adottati dagli Stati membri dell’Unione europea. L’UE deve però essere capace di reagire ai cambiamenti politici provocati dalle grandi sfide e ha il dovere di presentare un bilancio europeo ambizioso e in grado di sostenere la ripresa economica. Solo rafforzando settori come scienza e innovazione e dando un contributo sia alla crescita economica, sia alla creazione di posti di lavoro e al miglioramento di quelli esistenti faremo sì che l’Europa possa offrire condizioni di vita e di lavoro più interessanti.

 
  
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  Ole Christensen, Dan Jørgensen, Christel Schaldemose e Britta Thomsen (S&D), per iscritto. (DA) Noi socialdemocratici danesi al Parlamento europeo abbiamo votato a favore degli emendamenti nn. 700, 701 e 706 del bilancio, sebbene in un passaggio delle motivazioni si affermi che l’Unione europea dovrebbe progredire verso un’economia a basse emissioni di carbonio. Sappiamo bene che i sostenitori del nucleare si nascondono dietro questa espressione, pensando in realtà a un’economia in cui l’energia atomica rappresenta una fonte di primaria importanza. Vorremmo sottolineare che giudichiamo pessima l’idea di investire le risorse dell’UE nel nucleare e abbiamo votato l’emendamento partendo da questa premessa.

 
  
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  Anne E. Jensen (ALDE), per iscritto. (DA) Nel corso della votazione sul bilancio dell’UE per l’esercizio 2011 il Venstre (partito liberale danese) si è pronunciato contro una serie di emendamenti relativi alla sottrazione di fondi da destinare alle restituzioni alle esportazioni. Tali spese sono disposte per legge e saranno pertanto effettuate indipendentemente dalla cifra indicata nel bilancio. D’altro canto, se le dotazioni non vengono specificate nel bilancio dell’Unione europea, dovranno essere erogate dai singoli Stati membri. In considerazione dei tagli di bilancio operati a livello nazionale, sarebbe un atto di irresponsabilità economica far gravare una spesa aggiuntiva così onerosa sui paesi membri. Il Venstre è soddisfatto della sostanziale riduzione delle sovvenzioni all’esportazione avvenuta negli ultimi anni nell’UE e continuerà ad adoperarsi per una modifica della legislazione di riferimento, affinché questa diminuzione graduale continui. Il partito ha inoltre votato contro una dichiarazione che vietava l’erogazione di un premio speciale per i bovini maschi nel caso dei tori da combattimento.

Il Venstre ha espresso parere negativo perché i premi di questo tipo vengono erogati soltanto in Danimarca, Svezia e Slovenia, paesi in cui, come sappiamo, non si pratica il combattimento tra tori. Infine, il nostro partito ha votato contro l’assegnazione di 300 milioni di corone danesi al fondo per i prodotti lattiero-caseari. I prezzi dei prodotti caseari sono aumentati nell’ultimo anno, pertanto la Commissione ha concluso che in base alle regole attuali non sarà possibile stanziare risorse dal fondo.

 
  
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  Véronique Mathieu (PPE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della modifica di bilancio che inscrive in riserva una parte degli stanziamenti per il 2011 destinandoli all’Accademia europea di polizia (CEPOL). Accolgo dunque con favore il voto della plenaria, che, con un risultato di 611 favorevoli, 38 contrari e 6 astenuti, corrobora la posizione del Parlamento in merito. Difatti, il Parlamento svincolerà tali risorse se riceverà dall’agenzia informazioni positive circa il seguito dato alla quietanza liberatoria del 2008.

Le nostre richieste sono chiare: informare il Parlamento sull’esito dell’indagine condotta dall’OLAF; rendere pubblica la lista dei membri del consiglio direttivo; presentare la relazione di un revisore esterno sugli stanziamenti destinati al finanziamento delle spese private; far sì che sia il consiglio direttivo stesso ad apportare i cambiamenti, onde evitare che la situazione si ripeta nel futuro. Mi auguro che la CEPOL reagisca prontamente e dimostri la propria volontà di collaborare appieno con il Parlamento.

 
  
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  Marit Paulsen, Olle Schmidt e Cecilia Wikström (ALDE), per iscritto. (SV) Un’Europa forte e moderna richiede un bilancio orientato al futuro e alla crescita, ma al tempo stesso la congiuntura economica invita alla riflessione e alla moderazione. Abbiamo dunque deciso di mantenere una linea restrittiva sul bilancio, concentrandoci su ampi investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione, che generano crescita e posti di lavoro in linea con la strategia Europa 2020. Desideriamo un’Europa sostenibile sul piano economico, sociale e climatico, pertanto abbiamo votato a favore di investimenti nei campi dell’ambiente, del capitale umano e del controllo dei mercati finanziari, comunque sempre entro i limiti delle risorse disponibili.

La politica agricola dell’Unione europea continua ad assorbire una quota ingiustificatamente elevata del bilancio, ma non è possibile far fronte alle sfide del futuro applicando la politica del passato. Abbiamo pertanto votato contro la proposta di istituire un fondo per i prodotti lattiero-caseari da 300 milioni di euro e la nostra stessa idea di abolire i sussidi alle esportazioni dell’UE per i prodotti agricoli, ad esempio, nonché il sostegno alla coltivazione del tabacco. Inoltre, poiché ognuno deve fare la propria parte in questi tempi di difficoltà economica, abbiamo votato per una riduzione dei costi amministrativi dell’Unione europea.

 
  
  

Relazione Jędrzejewska e Trüpel (A7-0284/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Considerando la debole ripresa dell’area dell’euro e la fragilità delle finanze pubbliche di molti Stati membri, un uso oculato del bilancio può stimolare la ripresa economica, ma è necessario saper sfruttare le risorse al massimo. Per quanto riguarda i cittadini, va rilevato da una parte l’aumento accordato alle rubriche "Competitività per la crescita e l’occupazione" e "Coesione per la crescita e l’occupazione", e dall’altra la riduzione degli stanziamenti per istruzione e formazione. Si registra un notevole incremento del Fondo sociale europeo (FES), ma è deplorevole che appena l’1,4 per cento delle risorse sia destinato all’attuazione della politica sociale e che, rispetto al 2010, si osservi una diminuzione di 15,77 milioni di euro degli stanziamenti per la sanità. Nel settore dello sviluppo regionale si ha un essenziale aumento del 3,2 per cento circa. Quanto all’agricoltura, va notata l’estrema volatilità del settore caseario, che evidenzia la necessità di trovare una soluzione definitiva attraverso la creazione del fondo per i prodotti lattiero-caseari. Per quanto concerne la pesca, si registra invece una deprecabile riduzione dei fondi stanziati per la PCP (politica comune della pesca).

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Il bilancio dell’Unione europea per il 2011 è pensato per sostenere i profitti delle imprese e l’attacco selvaggio di monopoli e governi borghesi contro i diritti sociali e dei lavoratori; assicura ancora più capitale speculativo, sovvenzioni e agevolazioni ai monopoli (oltre ai 5 000 miliardi già erogati dai governi nazionali borghesi) affinché consolidino la propria posizione nell’inesorabile concorrenza tra imperialisti, con il chiaro obiettivo di imprimere nuovo slancio al capitalismo. Il bilancio si basa, in sostanza, sul seguente principio: da un lato, destina risorse al capitale e dall’altro taglia i fondi (già esigui) destinati a lavoratori, piccoli commercianti e imprese artigiane, aziende agricole di medie dimensioni in difficoltà economiche e infine ai giovani, aumentando ulteriormente gli stanziamenti per l’azione imperialista dell’UE e per i meccanismi di repressione e persecuzione del popolo.

Il primo bilancio approvato dal Parlamento europeo, forte dei presunti poteri che gli conferisce il trattato di Lisbona, conferma la propria natura reazionaria e dimostra ancora una volta che quest’Assemblea serve fedelmente le esigenze e gli interessi dei monopoli, oltre a nutrire una profonda avversione per le necessità dei lavoratori e della base popolare. Il movimento operaio deve intensificare la lotta, affinché non siano i lavoratori a pagare il prezzo della crisi capitalista.

 
  
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  Liam Aylward, Brian Crowley e Pat the Cope Gallagher (ALDE), per iscritto. (GA) Negli ultimi anni i mercati caseari internazionali hanno mostrato una crescente volatilità. I 300 milioni di euro accordati in via eccezionale al settore con il bilancio 2010 sono stati di particolare giovamento ai produttori caseari, che risentivano in misura significativa della crisi. Abbiamo votato per una nuova linea di bilancio, affinché fosse istituito un fondo per i prodotti lattiero-caseari inteso a sostenere l’innovazione, la diversificazione e la ristrutturazione e ad accrescere il potere contrattuale dei produttori, affrontando gli squilibri nella filiera. Accogliamo inoltre con favore il giudizio espresso nella relazione sul programma "Latte nelle scuole" e sulla proposta della Commissione di aumentare le risorse destinate a questa iniziativa nonché a "Frutta nelle scuole".

Le finalità della politica agricola comune consistono nel garantire la sicurezza della filiera alimentare, tutelare l’ambiente e la biodiversità e offrire una retribuzione dignitosa agli agricoltori. A questo proposito, condividiamo il punto della relazione in cui si invita la Commissione a prevedere una riserva nel bilancio 2011 nell’eventualità che la volatilità dei mercati aumenti nel prossimo anno, al fine di snellire la burocrazia e migliorare nonché chiarire l’accesso ai finanziamenti.

 
  
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  George Becali (NI), per iscritto. (RO) Concordo con gli onorevoli colleghi che non sostengono le riduzioni di bilancio proposte dal Consiglio. La più efficace argomentazione a sfavore ci viene offerta dalla situazione degli Stati membri che hanno adottato misure simili al proprio interno, e mi riferisco in particolare alla Romania. La pressione contenitiva esercitata sul consumo non ci ha traghettati fuori dalla crisi, ma ha anzi creato tensioni sociali senza precedenti. Condivido dunque l’aumento di 300 milioni di euro destinato al fondo per i prodotti lattiero-caseari. Durante la crisi europea ho sempre espresso parere favorevole nei confronti dello stanziamento di risorse aggiuntive per il settore. Sostengo con forza l’idea di un meccanismo europeo di stabilizzazione e la necessità che le due nuove linee di bilancio create siano specifiche e dispongano di dotazioni precise, come in questo caso, affinché lo strumento europeo di intervento diventi realtà e non resti pura teoria. Mi auguro che la posizione del Parlamento venga rispettata in sede di conciliazione, che si raggiunga un accordo con il Consiglio e che, durante la votazione di novembre, potremo esprimere parere favorevole sul bilancio dell’Unione europea per il 2011.

 
  
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  Zuzana Brzobohatá (S&D), per iscritto. (CS) Per la prima volta nella propria storia il Parlamento europeo discute il progetto di bilancio generale dell’Unione europea per il 2011 secondo le nuove norme, introdotte dal trattato di Lisbona. Quest’Assemblea ha apportato una serie di modifiche, dimostrando chiaramente che il grado di controllo e il funzionamento democratico dell’Unione sono migliorati. Sostengo questa proposta per l’avvenuto perfezionamento delle procedure democratiche, ma anche per la struttura stessa del bilancio.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento in quanto condivido le priorità orizzontali di quest’Assemblea per il 2011 nei settori delle politiche per la gioventù, dell’istruzione e della mobilità. Tali priorità prevedono, nel quadro delle varie azioni, investimenti intersettoriali mirati per promuovere la crescita e lo sviluppo dell’Unione europea. Concordo con la proposta di aumentare gli stanziamenti per tutti i programmi connessi a tali priorità, vale a dire il Programma per l’apprendimento permanente, il Programma Persone e il programma Erasmus Mundus. Inoltre, convengo sul fatto che la mobilità professionale dei giovani costituisca uno strumento chiave per garantire lo sviluppo di un mercato del lavoro dinamico e competitivo in Europa e che, in quanto tale, vada promossa. Guardo con favore a un aumento degli stanziamenti destinati al Servizio europeo per l’occupazione e, a tal fine, sostengo fermamente l’avvio dell’azione preparatoria "Il tuo primo impiego EURES", intesa a facilitare l’accesso dei giovani al mercato dal lavoro o a posti di lavoro specializzati in un altro Stato membro, quale primo passo verso la creazione di un programma specifico non accademico per la mobilità dei giovani.

 
  
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  Françoise Castex (S&D), per iscritto. (FR) Questo bilancio non offre le risorse di cui l’Unione europea avrebbe bisogno per superare la recessione, promuovere la ripresa e onorare i propri doveri sul piano della solidarietà. Mi rincresce dunque che la proposta, avanzata dal gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, di creare una linea di risorse proprie finanziata attraverso un’imposta sulle operazioni finanziarie sia stata respinta tout court dal gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano). Quest’incongruenza tra le dichiarazioni e le azioni della destra è scandalosa, se si considera che da mesi gli esponenti di quei partiti affermano di fronte ai cittadini e ai media di appoggiare un’imposta di questo tipo. Eppure, quando arriva il momento di votare e il Parlamento europeo ha l’effettiva possibilità di attuare la proposta, quelle stesse persone tentano di insabbiarla. Mentre l’Unione europea cresce e si vede investita di sempre maggiori poteri, diminuiscono le risorse a sua disposizione. Si invia così un segnale negativo sia per la ripresa della crescita e dell’occupazione in Europa, in generale, sia per i cittadini europei.

 
  
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  Anna Maria Corazza Bildt, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE), per iscritto. (SV) Vorremmo che le priorità di bilancio dell’Unione europea si concentrassero maggiormente sul futuro, sul potenziamento della competitività e su investimenti nelle infrastrutture e nella ricerca, anziché puntellare la politica agricola. Oggi abbiamo onorato le nostre priorità votando per la certezza del diritto e l’aumento degli stanziamenti per la ricerca e le misure climatiche, ma anche per la riduzione delle sovvenzioni all’agricoltura e dei sussidi alle esportazioni, alla coltivazione del tabacco e al settore caseario. Sebbene il bilancio dell’UE per il 2011 non comprenda tutte le priorità che avremmo auspicato, abbiamo, ovviamente, espresso voto favorevole.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto. (FR) Abbiamo appena adottato il bilancio per il 2011 che il Parlamento europeo auspicava. Questa votazione ci consente di riaffermare le nostre priorità nei confronti delle fasce più povere, per le quali è stato richiesto un pacchetto da 100 milioni di euro, e dei produttori caseari, per i quali chiediamo una prosecuzione del fondo per i prodotti lattiero-caseari.

Anche le imprese in difficoltà dovrebbero continuare a ricevere il sostegno del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, che dovrebbe assumere carattere permanente e disporre di un proprio bilancio. Da ultimo, vorremmo che il bilancio europeo si dotasse di risorse proprie e che venisse finalmente introdotta una tassa sulle transazioni finanziarie.

 
  
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  Christine De Veyrac (PPE), per iscritto. (FR) Dal momento che Stati membri, comunità locali, contribuenti e imprese accettano di compiere sacrifici economici, l’Unione europea non può esimersi dal contribuire a questo processo virtuoso. L’aumento sproporzionato del bilancio dell’UE che alcuni invocano non è accettabile. Ciò non significa che sia opportuno ridurre spese essenziali dal punto di vista strategico come la politica agricola comune, che ci rende indipendenti nell’approvvigionamento alimentare e ci offre una fonte di esportazioni (e quindi di guadagni).

D’altra parte, sarebbe necessario mettere in discussione le deroghe di cui alcuni Stati godono per tradizione, ma che oggi non hanno più ragion d’esistere. Nelle attuali circostanze non si può prendere in considerazione una tassa europea: occorrerebbe prima ridurre la pressione fiscale sugli Stati membri.

 
  
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  Philippe de Villiers (EFD), per iscritto. (FR) Il Parlamento europeo si è pronunciato in merito alla proposta di risoluzione legislativa relativa alla posizione del Consiglio sul progetto di bilancio generale dell’Unione europea per l’esercizio 2011.

L’esame del bilancio generale dell’UE per opera di questo Parlamento ha sempre rappresentato un’occasione per fare il punto sull’ampliamento dei poteri dell’Unione negli anni e, in parallelo, sulla restrizione della sovranità degli Stati membri.

La relazione mette in luce la pressione fiscale alla quale i contribuenti saranno sottoposti. Sebbene l’euroscetticismo dei cittadini sia evidente, l’Unione europea continua ad aumentare il proprio bilancio del 6 per cento per finanziare le politiche di cui si è arrogata. Perché questo incremento, quando una quota compresa tra il 10 e il 15 per cento resta inutilizzata e la Commissione chiede austerità a tutti gli Stati membri?

 
  
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  Diane Dodds (NI), per iscritto. (EN) Reputo inaccettabile qualsiasi proposta mirante ad aumentare il bilancio dell’Unione europea, perché non saprei come giustificare ai miei elettori un incremento delle uscite per il 2011 nell’ordine del 6 per cento circa. Oggi il Cancelliere dello Scacchiere annuncia tagli drastici nel settore pubblico. Si tratta di tagli che l’Unione europea stessa aveva chiesto di operare agli Stati membri. Quest’ultima non si esime tuttavia dall’aumentare il proprio bilancio del 6 per cento. Sembra che la politica ufficiale dell’UE consista nell’impartire ordini senza però dare l’esempio. Lo trovo inaccettabile.

Non riuscirei a guardare negli occhi i miei elettori (persone che perderanno sicuramente il posto di lavoro a seguito della riduzione della spesa nel Regno Unito) e comunicargli che una quantità sempre maggiore dei loro soldi viene utilizzata in maniera oculata da parte dei membri del Parlamento europeo – e ricordiamo che si tratta dei loro soldi - per rimpinguare le casse del servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), di Europol e delle autorità di regolamentazione dei servizi finanziari. Né potrei giustificare un aumento delle risorse di questa Assemblea. Proprio per questi motivi ho votato contro il bilancio. Lascio ad altri il compito di spiegare perché lo appoggino.

 
  
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  Lena Ek (ALDE), per iscritto. (SV) Un’Europa forte e moderna richiede un bilancio orientato al futuro e alla crescita; allo stesso tempo, la congiuntura economica richiama alla riflessione e alla moderazione. Ho dunque scelto di mantenere una linea restrittiva sul bilancio, concentrandomi su ampi investimenti nella ricerca, nello sviluppo e nell’innovazione, che generano crescita e posti di lavoro in linea con la strategia Europa 2020. Desidero un’Europa sostenibile sul piano economico, sociale e climatico, e ho pertanto votato a favore di investimenti nell’ambiente, nel capitale umano e nella vigilanza dei mercati finanziari, sempre entro le risorse disponibili.

La politica agricola dell’Unione europea continua ad assorbire una quota elevata del bilancio, ma purtroppo la sua impostazione attuale raramente si rivolge alle sfide del futuro. Sebbene le zone rurali trainanti rivestano un ruolo di primo piano, non è corretto proseguire lungo la strada delle sovvenzioni all’esportazione e dei sussidi per la coltivazione del tabacco. Occorre piuttosto offrire condizioni ragionevoli per la produzione alimentare in Europa, una tutela animale accettabile e incentivi alla produzione di energia pulita per gli agricoltori. Inoltre, poiché ognuno deve fare la propria parte in questi tempi di difficoltà economica, ho votato per una riduzione dei costi amministrativi dell’Unione europea.

 
  
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  Göran Färm, Anna Hedh, Olle Ludvigsson e Marita Ulvskog (S&D), per iscritto. (SV) Noi socialdemocratici svedesi abbiamo votato a favore del progetto di bilancio dell’Unione europea per il 2011. Il bilancio in discussione, pur essendo contenuto, prevede i necessari investimenti nella ricerca, nell’energia e nelle iniziative rivolte ai giovani, oltre a consentire l’istituzione del servizio europeo per l’azione esterna e delle autorità di vigilanza finanziaria.

Nondimeno mancano risorse sufficienti per molte delle nuove priorità dell’Unione europea, ad esempio la nuova strategia per la crescita e l’occupazione (UE 2020), la politica in ambito climatico e la politica estera e di aiuti dell’UE, in particolare nei confronti della Palestina.

Al fine di contenere il bilancio, abbiamo proposto un’ulteriore riduzione delle sovvenzioni dell’UE all’agricoltura, ma il provvedimento è stato respinto in sede di votazione. Inoltre, abbiamo votato per una disamina del sistema delle risorse proprie, che comprenda anche una tassa sulle transazioni finanziarie. Indipendentemente dalla forma che potrebbe assumere l’eventuale nuovo meccanismo di finanziamento dell’UE, si dovrebbe preservare la neutralità di bilancio e rispettare la competenza degli Stati membri in materia di tassazione.

Quanto al bilancio del Parlamento, crediamo che si debba offrire maggiore sostegno alle commissioni il cui carico di lavoro è cresciuto in seguito al trattato di Lisbona. È dunque giustificato un ampliamento dell’organico del Parlamento e dei segretariati dei gruppi politici, ma non riteniamo necessario un aumento del personale al servizio dei deputati. Quest’Assemblea ha appena deciso di mantenere in riserva gli stanziamenti per il rialzo delle indennità di assistenza, ma tali fondi non dovrebbero essere svincolati se non vengono soddisfatte tutte le condizioni. Avremmo preferito che il Parlamento avesse rimpinguato il proprio bilancio non incrementandone l’ammontare totale, bensì attuando una ridistribuzione delle risorse o accrescendone l’efficienza.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Il bilancio dell’UE è fondamentale per lo sviluppo delle attività dell’Unione e, soprattutto in tempi di crisi, per una distribuzione efficace dei fondi connessi alla politica di coesione.

Credo che il Consiglio non debba ridurre tali risorse arbitrariamente, come già accaduto con i finanziamenti per l’innovazione e con gli obiettivi di crescita e competitività. Il Consiglio ha diminuito gli stanziamenti d’impegno dello 0,55 e quelli di pagamento del 2,77 per cento, approvando un bilancio definitivo che ammonta rispettivamente a 141,8 e 126,5 miliardi di euro: la situazione potrebbe farsi critica, soprattutto se gli effetti ricadranno su crescita e competitività.

Sono dunque favorevole alla decisione del Parlamento di mantenere gli stanziamenti in questi settori sui livelli originari.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Una volta entrato in vigore, il trattato di Lisbona ha abolito ogni distinzione tra spese obbligatorie e spese non obbligatorie, conferendo al Parlamento e al Consiglio la responsabilità congiunta di tutte le uscite dell’Unione europea e un potere decisionale comune. Inoltre, l’iter annuale di bilancio diventa una procedura legislativa speciale, ai sensi della quale il bilancio è approvato attraverso un atto legislativo che si presta a essere considerato una procedura di codecisione speciale o, per evitare confusioni, una decisione congiunta di Parlamento e Consiglio. Il bilancio per il 2011 proposto da questa Assemblea è ambizioso, intelligente e rispettoso, in maniera tanto rigorosa quanto realistica, degli impegni da essa assunti. Accordiamo priorità alle politiche connesse ai giovani, all’istruzione, alla mobilità, alla formazione, alla ricerca, alla competitività e all’innovazione. Desidero soffermarmi sull’iniziativa preparatoria in cui sono stato direttamente coinvolto: "Il tuo primo impiego EURES", che promuoverà la mobilità dei giovani all’interno dell’Unione e contribuirà a contrastare la disoccupazione. Il bilancio in discussione continua ad ammontare all’1 per cento circa del reddito nazionale lordo; ciò dimostra chiaramente la necessità di rivedere il quadro finanziario pluriennale, se si considerano i margini ristretti per le relative rubriche, con particolare riguardo alle rubriche 1a, 3b e 4. Peraltro, è evidente che occorre discutere quanto prima del reperimento di nuove risorse per il bilancio dell’UE.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Condividiamo le critiche contro i tagli e le riduzioni che il Consiglio ha operato arbitrariamente nel progetto di bilancio, sottraendo oltre 7 miliardi di euro rispetto ai margini pattuiti nel quadro finanziario pluriennale per il periodo 2007-2013. Questa decisione appare ancora più inaccettabile se si considera che la somma prevista dal quadro è già di per sé estremamente esigua e compromette in partenza la riuscita della coesione economica e sociale, esasperando gli effetti nocivi delle politiche dell’UE.

Crediamo dunque che sia assolutamente necessario condurre anche una rivalutazione sostanziale del bilancio nonché un riesame immediato dei massimali previsti dall’attuale quadro finanziario. Non per questo possiamo però condividere l’intento, latente nella relazione, di asservire il bilancio ai pilastri fondanti del trattato di Lisbona: neoliberismo, federalismo e militarismo. In sostanza, lo si metterebbe al servizio di quelle stesse politiche che hanno scatenato la crisi profonda che affligge attualmente i lavoratori e i cittadini europei. Una volta operato il necessario rafforzamento del bilancio dell’UE, cui gli Stati membri dovranno contribuire ciascuno secondo il rispettivo reddito nazionale lordo, occorre allontanarsi da tali politiche e dedicarsi concretamente alla coesione, al progresso sociale e alla tutela ambientale.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Il trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1° dicembre dello scorso anno, conferisce nuovi poteri all’Unione europea e, di conseguenza, crea nuove voci di spesa. Nessuno dei presenti, o quasi, ha avuto la decenza di sottolineare il fatto che sia scandaloso chiedere un aumento delle risorse destinate all’Unione europea o la creazione di una nuova imposta quando si predica agli Stati membri di praticare l’austerità e abbattere gli investimenti nella previdenza sociale.

L’Unione europea ha un costo diretto esorbitante per la Francia: 8 miliardi di euro l’anno, una somma in continuo aumento che, ad esempio, corrisponde a gran parte del deficit nella previdenza sociale. I costi indiretti, ancora più esosi, si traducono nella disoccupazione, in una crescita debole, nelle delocalizzazioni e negli altri mali legati alle politiche europee. Il bilancio dell’Unione si presenta non come un complemento, bensì come un concorrente dei bilanci nazionali. Inoltre, grazie ai sistemi di cofinanziamento delle politiche strutturali, che sono essenzialmente una forma di clientelismo in tono minore, incita a spendere. Vi è anche la seguente aggravante: in quindici anni la Corte dei conti europea non è stata in grado di approvare la gestione di queste decine di miliardi di euro da parte della Commissione. Credo che sia arrivato il momento di porre fine a tutto questo.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Ho sostenuto la risoluzione del Parlamento europeo sul progetto generale di bilancio dell’Unione europea per il 2011. Se davvero vogliamo farci carico delle priorità politiche dell’Unione europea, delle nuove spese rese necessarie dalla crisi economica e dei nuovi poteri conferitici dal trattato di Lisbona, dobbiamo appoggiare un progetto di bilancio ambizioso e capace di investire nella creazione di posti di lavoro e nel ritorno alla crescita sostenibile; in altre parole, un bilancio che rispecchi l’Europa che vogliamo.

Il Consiglio vorrebbe ridurre il bilancio dell’Unione in considerazione dei deficit elevati che gli Stati membri registrano. A tal fine, abbiamo introdotto una nuova rubrica per le risorse proprie dell’Unione, in modo da ridurre la dipendenza dai contributi nazionali. Deploriamo il fatto che la destra abbia respinto ancora una volta l’emendamento relativo alla creazione di una tassa sulle transazioni finanziarie.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) Sono favorevole alle proposte del Parlamento europeo circa il progetto di bilancio per il 2011. La relazione ha preso in considerazione gli ambiti politici più importanti e le posizioni dei singoli. Il Parlamento prende atto che, in futuro, l’Unione europea non potrà onorare l’ampio ventaglio di compiti che le spettano se disporrà di risorse limitate. Questa considerazione è valida soprattutto per l’agricoltura. Nel suo parere sul bilancio per il 2011 la commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale ha già espresso il timore che la Commissione parta da presupposti troppo ottimisti nella pianificazione e assegnazione delle risorse inutilizzate. Il finanziamento di grandi progetti di ricerca europei è legato ai recuperi, la cui entità non può essere determinata a priori. La Commissione è chiamata a garantire il finanziamento a lungo termine della ricerca e dello sviluppo, elaborando piani precisi in tal senso. I recuperi derivanti dal bilancio per l’agricoltura dovrebbero essere utilizzati per il loro scopo originario.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione perché il Parlamento europeo ravvisa le sue priorità più importanti nelle politiche per la gioventù, nell’istruzione e nella mobilità. Io stesso ho sostenuto in varie occasioni che questi ambiti rappresentano una componente essenziale e necessaria della ripresa economica dell’UE nonché della strategia Europa 2020. Le politiche per la gioventù, l’istruzione e la mobilità richiedono, nel quadro delle varie azioni, investimenti intersettoriali mirati per promuovere la crescita e lo sviluppo dell’Unione europea.

Credo pertanto nella necessità di aumentare gli stanziamenti per tutti i programmi connessi a tali priorità, segnatamente il Programma per l’apprendimento permanente, il Programma Persone e il programma Erasmus Mundus. È inoltre importante accrescere le risorse destinate alla rete europea dei servizi per l’occupazione. A tal fine, sostengo l’avvio dell’azione preparatoria "Il tuo primo impiego EURES", che è intesa a facilitare l’accesso dei giovani al mercato dal lavoro o a posti di lavoro specializzati in un altro Stato membro, quale primo passo verso la creazione di un programma specifico non accademico per la mobilità dei giovani.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Nella votazione individuale mi sono espresso contro i provvedimenti che, a mio avviso, avranno conseguenze negative per i cittadini dell’Unione europea e dei paesi in via di sviluppo: mi riferisco ai finanziamenti per la coltivazione del tabacco e alle sovvenzioni alle esportazioni agricole dell’UE, che danneggiano in paesi in via di sviluppo. Ho inoltre votato contro l’aumento delle linee di bilancio relative ai costi amministrativi e di viaggio nonché ai rimborsi spese. Nondimeno accolgo con favore gli elementi positivi di questa prima lettura del Parlamento, fra cui il sostegno alla crescita economica nelle nostre regioni, il finanziamento di importanti progetti di ricerca e sviluppo e l’aumento degli aiuti, in linea con l’obiettivo del Regno Unito di potenziare l’assistenza allo sviluppo. Ritengo che il bilancio dell’UE debba assicurare una stabilità di lungo termine, a fronte delle rigorose misure di austerità che i governi nazionali europei stanno adottando. Mentre gli esecutivi degli Stati membri operano tagli drastici (alle volte miopi), il bilancio dell’Unione può infatti offrire una stabilità e una progettualità di lunga durata, affinché si creino posti di lavoro, si garantisca la formazione professionale e si stimolino le economie europee durante tutta la ripresa, ad esempio attraverso i fondi di coesione e strutturali; questi ultimi, in particolare, dovrebbero andare alle zone più duramente colpite dalla crisi.

 
  
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  Barbara Matera (PPE), per iscritto. − Per la prima volta a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il bilancio europeo viene adottato con una sola lettura. Ancora, per la prima volta, questo Parlamento opera con maggior peso decisionale nei confronti del Consiglio. Tale forza accresciuta deve però accompagnarsi con un alto senso di responsabilità e realismo imposti da una crisi economica persistente.

La commissione bilanci ha dato, in tal senso, un segnale chiaro, decidendo di rispettare i margini imposti dal quadro finanziario in corso ed effettuando una politica di rigore basata sulle priorità per rilanciare la crescita a favore della ricerca, dell’innovazione e dei giovani. Accolgo con piacere la decisione di questa Assemblea di aver seguito le indicazioni della commissione bilanci e degli Stati Membri, spesso costretti ad indebitarsi a seguito di eccessivi anticipi della tesoreria comunitaria.

Il bilancio dell’Unione deve tuttavia essere riconsiderato alla luce delle nuove competenze derivanti da Lisbona e la necessità di risorse proprie, questioni queste che richiedono fermezza in sede di conciliazione, per dare l’adeguato sostegno finanziario ad un progetto ambizioso come la Strategia UE 2020.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’entrata in vigore del trattato sul funzionamento dell’Unione europea ha rafforzato le politiche dell’UE e creato nuovi ambiti di competenza: politica estera e di sicurezza comune, competitività e innovazione, spazio, turismo, lotta al cambiamento climatico, politica sociale, politica energetica, giustizia e affari interni. Le nuove materie presuppongono un bilancio che ne consenta l’attuazione e impongono dunque a tutte le istituzioni competenti di agire coerentemente con il rafforzamento dei rispettivi poteri. Pertanto, dobbiamo assicurarci che il bilancio disponga delle risorse necessarie a raggiungere gli obiettivi previsti per il 2014, affinché non si comprometta la riuscita di Europa 2020. Ovviamente, in questa situazione di crisi, gli Stati membri si oppongono a un aumento dei contributi; devono però prendere atto delle intenzioni dell’UE e riconoscere che non si possono vanificare tutti i risultati raggiunti finora sul piano della coesione e dell’integrazione.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Una delle modifiche introdotte dal trattato di Lisbona riguarda le strutture finanziarie dell’Unione europea, con particolare riguardo al quadro finanziario pluriennale e alla procedura annuale di bilancio. Il trattato conferisce al quadro finanziario valenza vincolante e attribuisce il compito di elaborarlo al Consiglio; quest’ultimo agisce all’unanimità dopo aver ottenuto il consenso del Parlamento europeo. Non si opera più alcuna distinzione tra spese obbligatorie e spese non obbligatorie, la cui approvazione è ora responsabilità congiunta delle due autorità di bilancio, mentre la procedura ne risulta semplificata. Il fatto che al Parlamento spetti il diritto di codecisione per l’intero bilancio rafforza il controllo democratico.

Si prevedono inoltre ulteriori misure intese a snellire la burocrazia. È importante che il Parlamento europeo, la sola istituzione dell’UE eletta direttamente, sia investito di maggiore autorità in materia di bilancio: potrà così incidere su decisioni essenziali dell’Unione europea, come la richiesta di attuare economie di costo nel nuovo servizio europeo per l’azione esterna. Non posso però appoggiare alcuna tendenza alla centralizzazione.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Gentile presidente, onorevoli Colleghi, ho votato a favore del progetto di bilancio in quanto ne approvo la linea e i contenuti. Concordo con i massimali ristabiliti rispetto ai tagli effettuati dal Consiglio. Ritengo questa votazione estremamente importante e plaudo alla posizione espressa dal Parlamento che fa valere le nuove prerogative. Infatti, grazie alla nuova procedura di bilancio, introdotta dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il Parlamento può far valere il proprio peso e i propri poteri nei confronti del Consiglio, difendendo un bilancio forte e ambizioso, ma al contempo rigido, nella consapevolezza che per rilanciare l’economia dell’Unione Europea, messa a dura prova dalla recente crisi economico-finanziaria, siano necessari importanti investimenti in settori chiave quali la ricerca e l’innovazione tecnologica.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. (EL) Il progetto di bilancio inizialmente sottoposto alla commissione per la cultura e l’istruzione dalla commissione per i bilanci non era all’altezza delle aspettative, poiché mancavano le ambiziose misure necessarie a raggiungere gli obiettivi principali della strategia EU 2020 nei settori dell’istruzione, della formazione e della mobilità. A essere precisi, in origine la commissione parlamentare competente aveva adottato la posizione di Commissione e Consiglio, proponendo di congelare gli stanziamenti per l’apprendimento permanente, l’istruzione e i programmi rivolti all’imprenditoria giovanile. La commissione per la cultura e l’istruzione ha tuttavia opposto resistenza, esprimendo il timore che le politiche nei suoi ambiti di competenza potessero risultarne svalutate, soprattutto adesso che la disoccupazione è in aumento e causa problemi in numerosi Stati membri dell’UE. Mi compiaccio che la commissione per i bilanci abbia dunque presentato i necessari emendamenti, cui ho dato il mio voto, e aumentato gli stanziamenti previsti (ad esempio nel caso dell’articolo 150202 sui programmi di apprendimento permanente).

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento perché ne condivido le priorità orizzontali per il 2011. Mi riferisco in particolare alle politiche per la gioventù, all’istruzione e alla mobilità, che richiedono, nel quadro delle varie azioni, investimenti intersettoriali mirati per promuovere la crescita e lo sviluppo dell’Unione europea. Condivido inoltre la proposta di aumentare gli stanziamenti per tutti i programmi connessi a tali priorità, segnatamente il Programma per l’apprendimento permanente, il Programma Persone e il programma Erasmus Mundus.

Credo inoltre che la mobilità professionale dei giovani costituisca uno strumento chiave per garantire lo sviluppo di un mercato del lavoro dinamico e competitivo in Europa e che, in quanto tale, vada promossa. Accolgo dunque con favore l’aumento degli stanziamenti destinati al Servizio europeo per l’occupazione e sostengo fermamente l’avvio dell’azione preparatoria "Il tuo primo impiego EURES", che è intesa a facilitare l’accesso dei giovani al mercato dal lavoro o a posti di lavoro specializzati in un altro Stato membro, quale primo passo verso la creazione di un programma specifico non accademico per la mobilità dei giovani.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. (FR) 142 650 miliardi di euro: è questo il bilancio per l’esercizio finanziario 2011 adottato dal Parlamento europeo oggi a mezzogiorno. Si tratta di un bilancio contenuto, che coincide sostanzialmente con la proposta della Commissione europea e viene approvato in un contesto di austerità. Nondimeno sappiamo tutti che l’Unione europea non può moltiplicare e migliorare i propri interventi con risorse più contenute.

Per questo motivo, di concerto con diversi altri onorevoli colleghi e con il Commissario per la programmazione finanziaria e il bilancio Lewandowski, chiedo che l’Unione europea si doti di risorse proprie. Un simile meccanismo di finanziamento ci assicurerebbe autonomia e spazio di manovra rispetto agli Stati membri che, indipendentemente dalla crisi attuale, hanno abbandonato da tempo l’idea di fornire all’Europa mezzi corrispondenti alle sue ambizioni. Vedo almeno due ragioni per non ridurre il bilancio dell’Unione.

La prima ragione si ricollega all’entrata in vigore del trattato di Lisbona e ai nuovi poteri che spettano all’UE nei settori della politica estera, dell’energia e della vigilanza finanziaria (per citarne alcuni). La seconda riguarda la nuova strategia UE 2020, che intende riportare l’Europa a una crescita sostenibile, alla realizzazione di grandi progetti e all’innovazione. Le nuove sfide e i nuovi poteri richiederanno risorse adeguate. Questo ci riporta all’unica soluzione possibile: il finanziamento diretto dell’Unione europea.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) La discussione sul bilancio di quest’anno evidenzia ancora una volta la necessità di concordare un sistema di risorse proprie solido per l’Unione europea. Ogni anno le istituzioni europee si accapigliano per il bilancio, complicando il processo decisionale e creando acrimonie e divergenze che potrebbero essere facilmente evitate con un sistema di risorse proprie, ad esempio destinando al bilancio dell’Unione parte degli introiti derivanti da un’eventuale tassa europea sulle transazioni finanziarie, sul carburante nell’aviazione o sulle emissioni di carbonio. Ad ogni modo, la votazione di oggi raggiunge un buon equilibrio globale tra i compiti aggiuntivi imposti dal trattato di Lisbona e il contenimento dei bilanci dell’UE, reso necessario dalle attuali difficoltà finanziarie.

 
  
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  Eva-Britt Svensson (GUE/NGL) , per iscritto. (SV) Mi sono astenuta nella votazione sul progetto di bilancio del Parlamento. Il potenziamento di Daphne, il programma per la lotta alla violenza contro le donne, è un risultato gratificante. Inoltre, mi compiaccio che il Parlamento abbia respinto la proposta, avanzata dalla Commissione e dal Consiglio, di ridurre l’assistenza finanziaria per l’Autorità palestinese. Nondimeno desidero anche precisare che il Parlamento si dimostra, a mio avviso, irresponsabile accordando all’Unione europea e a se stesso somme cospicue, sotto forma di programmi, sovvenzioni e aiuti alla burocrazia, quando gli Stati membri sono costretti a operare tagli brutali per soddisfare i criteri del Patto di stabilità (ovvero l’accordo neoliberista che la maggioranza di quest’Assemblea sostiene fortemente).

Ne esce vincitrice soprattutto l’agricoltura, in particolare con l’istituzione di un fondo per i prodotti lattiero-caseari del valore di 300 milioni di euro. Per noi membri del Parlamento europeo sarà di una difficoltà imbarazzante dover spiegare questa decisione ai cittadini colpiti dalla crisi, che protestano in sempre più paesi. Perché dovrebbero essere loro a subire le conseguenze dei tagli, quando il bilancio delle istituzioni europee ne resta immune?

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) Il bilancio in esame è il primo a conformarsi alle norme del trattato di Lisbona fin dalla prima lettura. Sebbene rimangano in sospeso alcuni punti delicati, come gli stanziamenti per la coesione e per l’agricoltura, che giudico della massima importanza, accolgo con favore la proposta in discussione.

Il documento approvato ripristina la proposta avanzata inizialmente dalla Commissione circa la sezione su crescita e occupazione, annullando la riduzione operata dal Consiglio. Va rilevato che, nonostante il quadro finanziario pluriennale fissi già a 50,65 miliardi di euro (ai prezzi correnti) il massimale per il 2011, secondo le relatrici la rubrica richiederà stanziamenti più elevati.

Inoltre, accolgo con favore gli stanziamenti destinati alla rubrica "Competitività per la crescita e l’occupazione", che provvede al finanziamento di gran parte delle proposte del Parlamento, come le iniziative legate alla piccola e media imprenditoria, i programmi rivolti alla gioventù, l’istruzione e la mobilità.

Voto a favore del documento sebbene vengano tralasciate le misure proposte dal Partito popolare europeo (PPE) circa la conservazione di cereali, prodotti caseari e latte in polvere, misure che purtroppo sono state respinte dalla commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale.

 
  
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  Róża Gräfin von Thun und Hohenstein (PPE), per iscritto.(PL) L’astensione dal voto non è una soluzione; gli astenuti sono sempre dalla parte del torto. Ritengo che, giudicando la relazione nel suo complesso, le misure positive superino di gran lunga quelle di poco valore. Il servizio europeo per l’azione esterna è necessario e dovrebbe diventare operativo il prima possibile, al fine di accrescere l’importanza dell’Unione europea nel mondo.

La risoluzione adottata afferma che il servizio rappresenterà tutti gli Stati membri. Ora dobbiamo vigilare affinché ciò accada e si crei un clima di fiducia verso quest’istituzione in nuce. Va ricordato che l’Unione europea è stata costruita sulla base della fiducia reciproca e questo ha comportato considerevoli vantaggi per la Polonia. Seguirò da vicino questo processo.

 
  
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  Derek Vaughan (S&D), per iscritto. (EN) Accolgo con favore gli elementi positivi del bilancio per il 2011, fra cui il sostegno alla crescita economica del Galles, il finanziamento di progetti di ricerca e sviluppo e lo stanziamento di aiuti. Riconosco che le spese aggiuntive rese necessarie dal servizio europeo per l’azione esterna e dalle nuove autorità di vigilanza sono giustificate e godono del sostegno di tutti gli Stati membri, compreso il Regno Unito, in seno al Consiglio. Mi preoccupano però gli stanziamenti per una serie di ambiti che non valgono la somma prevista o hanno ripercussioni negative sui cittadini dell’Unione europea e dei paesi in via di sviluppo. Mi riferisco, fra l’altro, ai fondi dell’UE per la produzione di alcol e tabacco, che contrastano con gli obiettivi dell’Unione in ambito sanitario, alle sovvenzioni alle esportazioni agricole, che danneggiano i paesi in via di sviluppo, nonché a una serie di aumenti nelle linee di bilancio relative a rimborsi spese, viaggi, pubblicazioni e altri costi amministrativi. Data la situazione economica attuale, è più importante che mai giustificare gli stanziamenti per le nostre priorità, eliminando sprechi ed eccessi negli altri settori. Non ho voluto dissociarmi dal bilancio perché, in tempi difficili, votare contro finanziamenti essenziali per un ampio ventaglio di priorità potrebbe risultare controproducente. Ritenendo tuttavia che alcuni aumenti non fossero giustificati, ho deciso di astenermi.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Al centro del bilancio dell’Unione europea per il 2011 vi sono investimenti nella formazione, nella ricerca e nell’innovazione che appaiono indispensabili viste le attuali condizioni del mercato del lavoro. È necessario che qualsiasi iniziativa, ivi compresa l’attuazione degli ambiziosi obiettivi di Europa 2020, si concentri sulla riduzione della disoccupazione nell’UE. I programmi di formazione e mobilità, grazie ai quali si dà priorità ai giovani, rappresentano un investimento redditizio, che apre buone opportunità di sviluppo per il mercato del lavoro. Si registrano alcuni aumenti, ma anche riduzioni. Del resto il bilancio è frutto di un compromesso, come ogni decisione trasversale. Tuttavia, lo stanziamento di fondi per la ricerca in ambito nucleare non può essere nell’interesse dei cittadini europei: quelle risorse potrebbero essere impiegate più efficacemente, ad esempio per le fonti di energia rinnovabile.

 
  
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  Glenis Willmott (S&D), per iscritto. (EN) Lo European Parliament Labour Party (partito laburista al Parlamento europeo) accoglie con favore gli elementi positivi del parere del Parlamento in prima lettura, tra cui il sostegno alla crescita economica delle nostre regioni, il finanziamento di importanti progetti di ricerca e sviluppo e l’aumento degli aiuti, in linea con l’obiettivo del Regno Unito di potenziare l’assistenza allo sviluppo. Riconosciamo inoltre che le spese aggiuntive rese necessarie dal servizio europeo per l’azione esterna e dalle nuove autorità di vigilanza sono fondamentali per realizzare progetti di così grande rilievo e godono del sostegno di tutti gli Stati membri, compreso il Regno Unito, in seno al Consiglio. Al contempo però ci preoccupano seriamente gli stanziamenti per una serie di ambiti che non valgono la somma prevista o hanno ripercussioni negative sui cittadini dell’Unione europea e dei paesi in via di sviluppo. Mi riferisco, fra l’altro, ai fondi dell’UE per la produzione di alcol e tabacco, che contrastano con gli obiettivi dell’Unione in ambito sanitario, alle sovvenzioni alle esportazioni agricole, che danneggiano i paesi in via di sviluppo, nonché a una serie di aumenti nelle linee di bilancio relative a rimborsi spese, viaggi, pubblicazioni e altri costi amministrativi. Data la situazione economica attuale, è più importante che mai giustificare gli stanziamenti per le nostre priorità, eliminando ogni spreco dagli altri settori. In questa fase, il nostro partito si è pertanto espresso contro il testo definitivo della risoluzione sul progetto di bilancio, per inviare un messaggio chiaro in vista dei negoziati interistituzionali.

 
  
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  Artur Zasada (PPE), per iscritto. (PL) È con grande piacere che porgo le mie congratulazioni alla relatrice, onorevole Jędrzejewska, per l’eccellente relazione presentata. Oggi, per la prima volta, abbiamo adottato il bilancio dell’Unione europea secondo le disposizioni del trattato di Lisbona, peraltro senza superare i limiti indicati nelle prospettive finanziarie. Credo che le soluzioni proposte dall’onorevole Jędrzejewska siano espressione di un approccio realista e pragmatico all’attuale crisi economica. Inoltre, noto con soddisfazione che il bilancio approvato oggi rafforza, in termini finanziari, le priorità del Parlamento.

 
  
  

Relazione Estrela (A7-0032/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Il prolungamento della durata del congedo di maternità da 14 a 20 settimane dovrebbe essere considerato un diritto fondamentale. La nuova durata del congedo di maternità non dovrebbe essere percepita come una minaccia, anche tenendo conto dell’introduzione dei diritti per i padri. Le sue ricadute sul quadro normativo dei vari Stati membri sono trascurabili, così come il suo impatto economico, se pensiamo per esempio alla possibilità che si creino, a livello europeo, posti di lavoro a tempo determinato in grado di favorire la mobilità professionale, che a sua volta può stimolare lo scambio di migliori pratiche e la continuità nello svolgimento delle mansioni professionali delle donne in congedo di maternità. La garanzia del mantenimento del 100 per cento della retribuzione mensile durante il congedo di maternità, unitamente al prolungamento da sei mesi a un anno del periodo in cui vige il divieto di licenziamento, non dovrebbero mai essere messi in discussione alla luce dei problemi demografici e dell’attuale clima economico. Altre misure semplici ma efficaci e atte a promuovere un quadro giuridico più equo sono, per esempio, la possibilità di usufruire di un orario di lavoro flessibile nel periodo successivo al congedo di maternità, misure di prevenzione nell’ambito della salute e della sicurezza e l’estensione di questi diritti alle coppie di genitori adottivi.

 
  
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  Roberta Angelilli (PPE), per iscritto. Signor Presidente, purtroppo in Europa il livello di natalità varia da paese a paese, spesso dipende non solo dalla garanzia di protezione dei diritti, ma anche dai servizi sociali a disposizione delle madri lavoratrici, come ad esempio gli asili nido. C'è ancora molto da fare per conciliare vita lavorativa e famiglia.

Il sistema di tutela della maternità vigente in Italia è complessivamente in linea con i nuovi parametri proposti nella direttiva, non solo per quanto riguarda il numero di settimane di congedo obbligatorio di maternità ma anche in merito al pagamento di un'indennità pari al 100% della retribuzione per il periodo di astensione. È significativo che la direttiva introduca chiaramente il congedo di paternità: un obiettivo importante a garanzia della parità dei diritti tra uomo e donna e un rafforzamento delle responsabilità condivise tra i genitori.

 
  
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  George Becali (NI), per iscritto. (RO) Condivido l’idea di prolungare la durata del congedo di maternità ad almeno venti settimane con stipendio pieno, pur assicurando una certa flessibilità agli Stati nei quali vigono già disposizioni in materia. Alle lavoratrici in congedo di maternità deve essere garantito lo stipendio pieno, ossia il 100 per cento dell’ultima retribuzione mensile o della retribuzione mensile media. Gli emendamenti adottati tuteleranno le donne in gravidanza contro il licenziamento, dall’inizio della gravidanza fino ai sei mesi successivi al termine del congedo di maternità. Inoltre, le donne devono avere il diritto a essere reintegrate nel loro posto di lavoro o in un posto di lavoro con la stessa retribuzione, lo stesso inquadramento professionale e le stesse mansioni del periodo precedente al congedo di maternità.

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto. (FR) Prolungamento della durata del congedo di maternità, miglioramento delle condizioni di lavoro, eccetera. Le donne oggi sono state al centro della discussione al Parlamento europeo. Diciotto anni dopo la prima direttiva sulle lavoratrici gestanti, puerpere e/o in periodo di allattamento, la situazione economica e demografica in Europa si è sicuramente trasformata. Per questo oggi in plenaria abbiamo votato in vista della modifica della normativa in vigore sul congedo di maternità, per incoraggiare l’occupazione delle donne, dando loro al contempo la possibilità di avere una famiglia nelle migliori condizioni possibili.

Permettere alle donne di conciliare la vita familiare e la vita professionale, ma anche il conseguimento degli obiettivi in termini di pari opportunità: ecco che cosa stiamo difendendo oggi per tutte le donne europee. Il Parlamento europeo ha sostenuto a maggioranza un congedo di maternità di venti settimane pienamente retribuito. Ora dovremo avviare il negoziato con gli Stati membri per pervenire a un compromesso sul testo.

 
  
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  Izaskun Bilbao Barandica (ALDE), per iscritto. (ES) Se dovessimo dare un titolo ai risultati di questa iniziativa alla luce dell’esito della votazione, il titolo sarebbe “Ribellione nelle aule”. Prima della votazione, eravamo consapevoli della reticenza di deputati di vari gruppi ad approvare il prolungamento della durata del congedo di maternità a venti settimane, la necessità di garantire alle donne in congedo di maternità il 100 per cento della propria retribuzione, l’applicazione delle misure anche nel caso di figli disabili e l’inclusione del congedo di paternità. Tutto sembrava presagire che queste misure non sarebbero state adottate, ma poi le cose sono andate diversamente. Il fatto che molti deputati non abbiano rispettato le liste di voto dei propri gruppi ha reso possibile il miracolo. Oggi il Parlamento è stato all’altezza delle aspettative degli uomini e delle donne d’Europa. Abbiamo compiuto un ulteriore passo sulla strada che conduce verso l’uguaglianza, che è ancora lontana da una piena realizzazione, ma che dobbiamo cercare di portare a compimento lavorando insieme, uomini e donne.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Mi rallegra che, a seguito di discussioni a lungo attese, in data odierna il Parlamento europeo abbia approvato questa direttiva di grandissima importanza, in base alla quale la durata del congedo di maternità sarà portata da 14 a 20 settimane con stipendio pieno. Oggi, per risolvere al più presto i problemi demografici dovuti al basso tasso di natalità e all’invecchiamento demografico, dobbiamo condividere gli impegni familiari. È pertanto estremamente importante che questa direttiva stabilisca il diritto per gli uomini di fruire di almeno due settimane di congedo. Un bambino ha il diritto indiscusso di creare un legame con entrambi i genitori. Questa proposta ci permetterà di migliorare sia l’equilibrio all’interno delle famiglie, sia l’integrazione nel mercato del lavoro. Il Parlamento ha dimostrato di poter realizzare gli obiettivi fissati dalla strategia Europa 2020, che prevedono la possibilità per le famiglie di conseguire un migliore equilibrio tra la vita professionale e la vita privata, impegnandosi al contempo a livello di crescita economica, competitività e parità di genere. Spero davvero che questa direttiva, già adottata dal Parlamento, sia approvata al più presto anche dal Consiglio.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) Attualmente l’Unione europea deve affrontare problemi demografici causati dal calo del tasso di natalità e dall’aumento del numero di anziani. Il miglioramento delle disposizioni tese a promuovere la conciliazione tra vita professionale e vita privata è una delle vie percorribili per cercare di reagire al declino demografico. Ovviamente all’interno della società permangono gli stereotipi di genere che ostacolano l’accesso delle donne al mercato del lavoro, in particolare ai posti di lavoro di alta qualità. Alle donne continua a essere attribuita la responsabilità principale della cura dei figli e di altre persone non autonome, motivo per cui non di rado esse si trovano di fronte alla necessità di scegliere tra maternità e carriera professionale.

Di frequente le donne sono percepite come lavoratrici “ad alto rischio”, “di seconda scelta” o “scomode”, data l’alta probabilità che restino incinte e che si avvalgano del diritto al congedo di maternità. È pertanto fondamentale che le nuove forme di congedo non riflettano né confermino gli attuali stereotipi della società. Il coinvolgimento dei genitori nella vita dei figli, sin dai primi mesi, è un elemento fondamentale per il sano sviluppo psicofisico ed emotivo dei bambini.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. − È indubbio che in tanti Stati Membri si registri ancora un tasso di natalità molto basso. È perciò necessario da parte delle Istituzioni incoraggiare le nascite con un’adeguata politica di sostegno alla famiglia. La relazione della collega Estrela si iscrive in questa direzione e per questo ho espresso voto favorevole. Ritengo, infatti, giusto che si arrivi a un’armonia dei diritti di maternità tra gli Stati Membri (sempre tenedono conto prima di tutto della salute delle neomadri e dei nascituri) in modo da evitare discrepanze e diminuzione di competitività nei confronti di quegli Stati che già da tempo adottano avanzate misure di tutela della maternità.

In questo senso apprezzo la proposta di prolungare, in tutti i Paesi dell’UE, a 18 settimane il congedo di maternità, già in atto in diversi Stati membri: nel mio Paese ad esempio sono concesse 21 settimane e mezzo. Infine, ritengo essenziale garantire il diritto a riprendere lo stesso lavoro o ad essere assegnata una posizione lavorativa equivalente

 
  
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  David Casa (PPE), per iscritto. – Sono contrario al concetto delle 20 settimane integralmente retribuite e ho votato contro questo emendamento. Ho comunque deciso di votare a favore del testo finale come emendato, in quanto è stata inserita la clausola negoziata dal PPE, che consente una certa flessibilità durante le ultime quattro settimane. Ho pertanto deciso di sostenere il mio gruppo politico nel raggiungimento di questo compromesso.

 
  
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  Françoise Castex (S&D), per iscritto. (FR) Sono lieta che il Parlamento europeo abbia compiuto progressi in questa materia dai tempi della discussione sulla sfida demografica per la quale ero stata relatrice nel 2007. La votazione dimostra che ai giorni nostri è ancora possibile acquisire nuovi acquis sociali: con la mobilitazione e l’azione politica possiamo salvaguardare i risultati delle vittorie del passato, ma possiamo anche conseguire nuovi diritti. Oggi abbiamo rafforzato i diritti non solo delle donne, ma anche degli uomini attraverso il congedo di paternità, che diventa espressione di una mentalità nuova e che, con il passare del tempo, contribuirà a migliorare la suddivisione dei ruoli tra i genitori.

 
  
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  John Bufton, William (The Earl of) Dartmouth and Nigel Farage (EFD), per iscritto. (EN) L’UKIP – United Kingdom Independence Party (Partito per l’indipendenza del Regno Unito) ha votato a favore dell’emendamento n. 9 che si limita ad affermare che “tutti i genitori hanno il diritto di prendersi cura dei loro figli”. L’UKIP non può assolutamente legittimare questa direttiva, in quando le decisioni in materia di politiche sociali e di welfare dovrebbero essere di competenza dei governi nazionali eletti. Il governo britannico tende tuttavia troppo facilmente a lasciare che dei nostri figli si occupi lo Stato, un voto a favore di questo considerando suonerà quindi come un avvertimento nei suoi confronti. Per quanto riguarda la proposta in generale, l’UKIP non può legittimare la direttiva in quanto le decisioni in materia di politiche sociali e di welfare dovrebbero essere di competenza dei governi nazionali eletti. Questa direttiva comporterà per i datori di lavoro e i governi costi esorbitanti che, in questo periodo, non ci possiamo certo permettere. Inoltre accentuerà ulteriormente la discriminazione nei confronti delle donne, rendendo la loro assunzione ancora più onerosa di quanto non lo sia ora soprattutto per le piccole imprese, che costituiscono la colonna vertebrale dell’economia britannica. L’UKIP è inoltre solidale con i genitori che hanno figli affetti da disabilità e con i genitori adottivi. Ad ogni modo, l’Unione europea non ha il diritto di coniare regole di questo tipo in materia di maternità e non può essere legittimata a farlo. L’UKIP ha votato contro questa direttiva affinché, in materia di lavoro legislativo, siano gli elettori e non i burocrati di Bruxelles ad avere voce in capitolo.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho votato a favore della relazione perché è molto importante per l’uguaglianza di genere e per la difesa dei diritti dei lavoratori – uomini e donne – in particolare per quanto concerne maternità e paternità. Si tratta di un importante passo avanti nella tutela e nella promozione dei diritti delle donne e, in generale, dell’uguaglianza sul luogo di lavoro, dato che secondo la relazione “la vulnerabilità delle lavoratrici gestanti, puerpere e in periodo di allattamento esige che sia loro riconosciuto il diritto a un congedo di maternità di almeno venti settimane ininterrotte, prima e/o dopo il parto, con un periodo obbligatorio di almeno sei settimane successivo al parto”.

Ho inoltre votato a favore della relazione sulla base di un ulteriore elemento molto importante in essa contenuto: il riconoscimento del diritto del padre a un congedo di paternità di due settimane.

 
  
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  Derek Roland Clark e Paul Nuttall (EFD), per iscritto. (EN) Per quanto riguarda la proposta in generale, l’UKIP non può assolutamente legittimare questa direttiva in quanto le decisioni in materia di politiche sociali e di welfare dovrebbero essere di competenza dei governi nazionali eletti. Questa direttiva comporterà per i datori di lavoro e i governi costi esorbitanti che, in questo periodo, non ci possiamo certo permettere. Inoltre accentuerà ulteriormente la discriminazione nei confronti delle donne, rendendo la loro assunzione ancora più onerosa di quanto non lo sia ora soprattutto per le piccole imprese, che costituiscono la colonna vertebrale dell’economia britannica.

L’UKIP è inoltre solidale con i genitori che hanno figli affetti da disabilità e con i genitori adottivi. Ad ogni modo l’Unione europea non ha il diritto di coniare regole di questo tipo in materia di maternità e non può essere legittimata a farlo. L’UKIP ha votato contro questa direttiva affinché, in materia di lavoro legislativo, siano gli elettori e non i burocrati di Bruxelles ad avere voce in capitolo.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) La proposta in esame ha l’obiettivo di migliorare le condizioni di salute e sicurezza legate alla genitorialità. A questo riguardo vorrei sottolineare che occorre ridurre le asimmetrie tra uomini e donne e favorire un’equilibrata riconciliazione tra vita professionale e vita familiare e privata. Solo in questo modo sarà possibile promuovere una genitorialità basata sulla condivisione delle responsabilità. Partendo da questo presupposto condivido la proposta della relatrice e ritengo che un congedo di maternità di 20 settimane, sei delle quali dopo il parto e condivisibili tra i genitori, rappresenti un periodo adeguato.

Accolgo inoltre con favore la proposta contenuta nella relazione tesa a garantire il versamento della retribuzione mensile integrale durante il congedo di maternità, ossia il 100 per cento dell’ultima retribuzione mensile o della retribuzione mensile media. Infine, ritengo opportuno applicare le stesse misure anche in caso di adozione di bambini di età inferiore ai 12 anni e prevedere che ne possano usufruire anche le lavoratrici autonome.

Dichiaro di avere votato a favore della relazione per le ragioni già menzionate.

 
  
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  Lara Comi (PPE), per iscritto. − L'uguaglianza tra uomo e donna è spesso uno slogan, una vuota rivendicazione di diritti non sempre accompagnata da assunzioni di responsabilità e argomentazioni solide. Questa proposta di direttiva fornisce invece un corretto bilanciamento fra il ruolo biologico della donna e i diritti che ne derivano a chi lo svolge fino in fondo. Con le questioni demografiche che costituiscono sempre più un'emergenza, e l'economia che richiede tassi di occupazione femminile sempre più elevati, queste misure danno una risposta di buonsenso. Il riconoscimento di uguaglianza è completo nel momento in cui si estendono alcuni diritti anche al papà, per ripartire gli impegni familiari nella maniera più opportuna, e si lascia la flessibilità di organizzazione a ciascuna famiglia.

 
  
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  Corina Creţu (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore del miglioramento della salute e della sicurezza sul lavoro per le lavoratrici gestanti in virtù del principio di parità di diritti tra uomini e donne e del divieto di discriminazione fondata sul sesso, nonché al fine di incoraggiare le donne a partecipare più attivamente al mercato del lavoro.

Uno dei risultati di questa misura è il conseguimento di un equilibrio tra vita lavorativa e vita familiare per le donne. Tale sostegno normativo serve inoltre per tutelare la salute delle donne e quella dei loro figli. Altro aspetto importante, in termini di sicurezza professionale delle donne, è il divieto di licenziamento nel periodo compreso tra l’inizio della gravidanza e almeno i sei mesi successivi al termine del congedo di maternità. Sempre in considerazione delle esigenze in termini di previdenza sociale, è stato inoltre fissato un massimale per l’indennità erogabile a titolo di congedo di maternità.

Infine, anche se non è certamente l’aspetto di minor rilievo, un’argomentazione cruciale a sostegno del voto è l’aumento del tasso di natalità, problema particolarmente sentito negli Stati membri dell’Unione europea.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. (RO) Secondo le statistiche, il tasso di natalità è in calo nell’Unione europea. In futuro il basso tasso di natalità, associato all’invecchiamento della popolazione, rappresenterà un problema reale in termini di pagamento delle pensioni e di copertura delle spese mediche in Europa. Le famiglie, in particolare le donne, non dovrebbero essere penalizzate se vogliono avere dei figli. Le lavoratrici gestanti e in periodo di allattamento non devono svolgere alcuna mansione che, sulla base delle valutazioni, possa presentare il rischio di esposizione ad agenti o a condizioni particolarmente pericolosi per salute e sicurezza. Proprio per questo appoggio il principio dell’attuazione di misure miranti a incoraggiare miglioramenti nel campo della salute e della sicurezza delle lavoratrici puerpere o in periodo di allattamento, misure che non devono penalizzare le donne sul mercato del lavoro né compromettere l’applicazione delle direttive in materia di parità di trattamento tra uomini e donne.

 
  
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  Michel Dantin (PPE), per iscritto. (FR) La Francia è uno dei paesi dell’Unione con il tasso di natalità più elevato grazie a una serie di misure derivanti da una politica per la famiglia di ampio respiro. La risoluzione, così come si presenta dopo la votazione sugli emendamenti, non introduce alcun miglioramento concreto. Al contrario, rimette tutto in discussione perché, nella fase attuale, l’onere delle misure menzionate sul bilancio risulterebbe insostenibile. Tali ragioni mi hanno indotto a non approvare il testo che, fra l’altro, è in buona fede.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) Condivido ampiamente le misure contenute nella relazione, in quanto ritengo che il tema dell’invecchiamento demografico costituisca una delle sfide più importanti per l’Europa nei prossimi decenni. Si tratta di un problema che riguarda anche il Portogallo, una realtà che conosco da vicino. Come in altri paesi dell’Unione europea, il tasso di natalità non è sufficientemente alto da assicurare il ricambio generazionale e una situazione di tale complessità rischia di compromettere il futuro. Credo che politiche più flessibili in materia di congedo di maternità e di paternità possano contribuire a invertire questa tendenza. È pertanto fondamentale trasmettere alle famiglie un messaggio coerente di sostegno alla maternità e alla paternità, attraverso misure concrete e tese a conciliare più efficacemente vita professionale, privata e familiare. Raccogliere questa sfida è cruciale per realizzare gli obiettivi economici e sociali definiti nella strategia Europa 2020 e per cercare di invertire la tendenza dell’invecchiamento demografico nel nostro continente. Anche in Portogallo il congedo di maternità è già integralmente retribuito per 120 giorni. Ritengo pertanto che la retribuzione delle donne in congedo di maternità debba essere garantita come descritto nella relazione.

 
  
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  Luigi Ciriaco De Mita (PPE), per iscritto. Il voto alla risoluzione legislativa che emenda la direttiva 92/85/CEE é stato condotto non solo sostenendo nuove e migliori misure per la sicurezza e la salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento, ma anche, più in generale, sostenendo nuove misure per favorire la conciliazione tra vita professionale e familiare. Anche se l´ordinamento italiano é più innovativo, l´incremento delle settimane di congedo di maternità a livello europeo rappresenta un forte incremento a favore dell´assistenza familiare al neonato. In tale direzione va anche il sostegno al congedo di paternità, anche se l´obbligatorietà non é forse il modo più adatto a perseguire il giusto obiettivo di una maggiore presenza effettiva di entrambi i genitori nei momenti più impegnativi per il novellato nucleo familiare e di maggiore consapevolezza e presenza del padre. Il sostegno, oltre alla estensione dei diritti a favore dei bambini adottati, consente un rafforzamento, e speriamo una semplificazione, del percorso di adozione. Infine, appare importante rilevare come, nell´ottica di una maggiore conciliazione tra vita professionale e familiare, sia importante aver sostenuto la sollecitazione agli Stati membri per favorire il rafforzamento di servizi all´infanzia con strutture di assistenza per i bambini fino all´età dell´obbligo scolastico

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto. (FR) La votazione sulla relazione Estrela sui diritti delle lavoratrici gestanti e puerpere sul luogo di lavoro consentirà di armonizzare, sulla base di un livello minimo, la durata e l’indennità del congedo di maternità. Il Parlamento europeo ha scelto di assumere una posizione forte in vista del negoziato con il Consiglio e ha pertanto sostenuto il principio di un congedo di maternità di venti settimane integralmente retribuito (mi sia consentito di ricordare che in Svezia, il congedo di maternità può avere una durata massima di 75 settimane, di cui 14 esclusivamente per la madre, mentre le settimane restanti possono essere condivise con il padre).

È un gesto forte a favore dei genitori europei, grazie al quale le donne e gli uomini saranno aiutati a conseguire un migliore equilibrio tra vita professionale e vita familiare. Spetta ora ai governi europei stabilire come accettare tale cambiamento e incorporarlo a livello di bilancio. Alla fine, è probabile che il congedo minimo su cui ci si accorderà sarà quello proposto dalla delegazione del MODEM, ossia un congedo di 18 settimane, in linea con le raccomandazioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto. (FR) Credo che la votazione, il cui risultato è stato raggiunto a larga maggioranza, sia un segnale forte all’indirizzo del Consiglio: oltre al prolungamento della durata del congedo di maternità da 14 a 20 settimane, con stipendio pieno, abbiamo votato a favore dell’introduzione di un congedo di paternità di due settimane. Abbiamo il dovere di fare in modo che nessuno sia costretto a scegliere tra rinunciare ai figli per il lavoro o viceversa.

Accolgo inoltre con piacere il fatto che il Parlamento abbia votato a favore di misure che consentono un pari trattamento delle madri adottive rispetto alle madri biologiche. Il Parlamento finalmente ha concesso pari diritti alle madri adottive e alle madri biologiche. I genitori adottivi sono genitori nel pieno senso del termine e meritano di essere trattati come tali. La normativa non può continuare a discriminare questo tipo di genitorialità.

È pertanto un grande giorno per le numerose famiglie che non riescono a conciliare vita professionale e vita familiare. Trattandosi inoltre di famiglie che contribuiscono in maniera significativa alla nostra società, le difficili condizioni economiche non hanno rappresentato un motivo sufficientemente valido per continuare a lasciarle al proprio destino anche negli anni a venire.

 
  
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  Christine De Veyrac (PPE), per iscritto. (FR) Il prolungamento della durata del congedo di maternità a 20 settimane con stipendio pieno è una buona idea solo in apparenza. Tale misura legislativa andrà a detrimento dell’impiegabilità delle donne, che saranno percepite da parte delle imprese come un costo troppo elevato in caso di maternità. Inoltre comprometterà la possibilità per le donne di essere reintegrate nello stesso posto di lavoro che occupavano all’inizio del congedo di maternità. Infine, una retribuzione al 100 per cento per un lungo periodo rappresenta un costo per i regimi di previdenza sociale (in un contesto in cui le istituzioni europee esortano gli Stati membri a ridurre i propri deficit di bilancio).

Per queste ragioni non ho potuto appoggiare la relazione. Ritengo che dovremmo mantenere il senso della realtà e consentire agli Stati membri di godere di un certo margine di flessibilità in questa materia.

 
  
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  Harlem Désir (S&D), per iscritto. (FR) Il Parlamento ha appena votato in prima lettura il prolungamento della durata del congedo di maternità ad almeno 20 settimane in tutta Europa, con pieno stipendio e a esclusione dei redditi più alti, e la possibilità per i padri di prendere un congedo di paternità di almeno due settimane dopo la nascita del figlio. Si tratta di una vittoria per i sostenitori di un’Europa sociale e di un passo avanti verso una maggiore parità tra uomini e donne in Europa.

Parte della destra ha addotto i costi futuri delle misure come pretesto per respingere questo progresso. Sappiamo tuttavia che aiutando i genitori a conciliare vita familiare e vita professionale li si incentiverà al contempo a tornare al lavoro, si contribuirà all’innalzamento del tasso di natalità in Europa e si tutelerà la salute di madri e bambini.

Mentre la destra europea si è divisa, la sinistra del Parlamento, rappresentata dalla relatrice portoghese socialista Estrela, non ha ceduto e ha portato al conseguimento di questo passo in avanti. Ora occorre vincere la battaglia in Consiglio, dove parecchi governi minacciano di bloccare la direttiva. I deputati dei parlamenti nazionali dovrebbero farsene carico e intervenire presso i rispettivi governi affinché non rovinino quello che il Parlamento europeo sta proponendo nel nome di un’Europa che tutela i diritti dei propri cittadini.

 
  
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  Diane Dodds (NI), per iscritto. (EN) Pur sostenendo i diritti delle donne gestanti, dato l’attuale clima economico non posso appoggiare la relazione. La stima della valutazione d'impatto per il Regno Unito, nel caso in cui il congedo di maternità fosse portato a 20 settimane, parla di quasi 2,5 miliardi di sterline all’anno in media. In questo modo il costo del congedo di maternità nel Regno Unito raddoppierebbe. È dimostrato che le donne beneficiano già in misura considerevole delle disposizioni in vigore nel Regno Unito: 9 donne su 10 si avvalgono del congedo di maternità di 20 settimane e 3 donne su 4 dell’intero congedo retribuito. Visto l’elevato tasso di utilizzo, è evidente che sia del tutto inopportuno appesantire la normativa vigente in Regno Unito con nuovi oneri burocratici europei.

Inoltre, le condizioni previste, ossia 20 settimane integralmente retribuite, rappresentano un passo indietro a livello sociale, in quanto le donne con gli stipendi più elevati riceveranno le indennità più elevate. Condivido in tutto e per tutto la necessità di avere un congedo di maternità adeguato e flessibile, ma credo che spetti al governo britannico eletto di stabilire, sulla base di un dialogo con i genitori e i loro datori di lavoro, quanto la nostra economia possa permettersi di spendere e quali debbano essere le modalità di erogazione dell’indennità di maternità.

 
  
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  Lena Ek, Marit Paulsen, Olle Schmidt e Cecilia Wikström (ALDE), per iscritto. (SV) L’impegno per una società in cui uomini e donne siano uguali è una questione di principio di grande importanza – nessuno dovrebbe essere discriminato per il semplice fatto di essere un genitore. Aggiungiamo che è estremamente importante, dal punto di vista socio-economico, che uomini e donne riescano a conciliare vita familiare e professionale in modo da raggiungere un elevato livello di occupazione.

Riteniamo pertanto deplorevole che la relazione non crei le condizioni per un chiaro passo avanti verso l’uguaglianza in Europa. Essa riflette invece una visione ormai superata dell’uguaglianza, secondo cui spetta ancora alla madre l’assunzione della responsabilità principale nella cura dei figli e non vi è condivisione di responsabilità tra i genitori. È anche sbagliato proporre, come invece fa la relazione, l’astensione obbligatoria dal lavoro per le madri nelle sei settimane successive al parto.

Abbiamo pertanto deciso di votare a favore delle parti della relazione che riteniamo positive, come per esempio l’emendamento a tutela dei sistemi nazionali che prevedono un’indennità parentale più ambiziosa, l’aumento della durata minima del congedo di maternità e l’inclusione del congedo di paternità nella direttiva. Ci siamo però astenuti dalla votazione sulla relazione nel suo insieme, in quanto riteniamo che sia troppo vaga, ambigua e superata. Manca soprattutto una prospettiva di uguaglianza di genere chiara e priva di ambiguità.

 
  
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  Göran Färm, Anna Hedh, Olle Ludvigsson e Marita Ulvskog (S&D), per iscritto. (SV) Noi socialdemocratici svedesi abbiamo deciso di sostenere la relazione dell’onorevole Estrela sulla proposta di direttiva del Parlamento e del Consiglio recante modifica della direttiva del Consiglio 92/85/CEE in merito all’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento.

Avremmo preferito che la direttiva si fosse concentrata sul congedo parentale piuttosto che sul congedo di maternità, e che fosse stata meno dettagliata e più flessibile – soprattutto visto che si tratta di una direttiva minima – ad esempio per quanto riguarda il livello dell’indennità e il limite di tempo previsto per il periodo immediatamente successivo al parto. Riteniamo che la relazione sia comunque importante in quanto migliora la direttiva attuale, che contempla possibilità molto ridotte in termini di conciliazione tra lavoro e genitorialità in molti Stati membri dell’Unione europea. Con questa decisione, disponiamo ora di una prima offerta negoziale rispetto alla quale il Consiglio dovrà prendere posizione.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Il Centro Democrático Social-Partido Popular (Centro democratico sociale-Partito popolare) ritiene da tempo che il problema dei tassi di natalità sia una priorità dello Stato e riconosce che è impossibile stimolare il tasso di natalità senza tutelare la genitorialità. Non rappresentano una novità nei nostri programmi né i capitoli dedicati alla famiglia e al tasso di natalità, né la difesa del diritto delle madri e dei padri di crescere una famiglia senza che questo costituisca un onere aggiuntivo o causi difficoltà lavorative.

Le politiche a sostegno delle famiglie e del tasso di natalità, come quelle che appoggiamo, sono però misure trasversali che non si limitano al prolungamento del congedo di maternità, intervento che accogliamo in ogni caso con grandissimo favore, dato che nel nostro programma governativo del 2009,avevamo già proposto di portare la durata del congedo parentale a sei mesi. Per questo vorremmo vedere il partito socialista impegnato al nostro fianco in Parlamento nella difesa delle madri e dei padri, in una posizione molto diversa da quella che ha assunto nella politica nazionale, dove da una parte taglia gli assegni per i figli a carico, il rimborso delle spese mediche per i malati cronici e gli sgravi fiscali per le spese di istruzione e salute, e dall’altra aumenta drasticamente gli oneri fiscali sui cittadini, in particolare sulle famiglie a basso reddito con figli.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea affronta una sfida demografica caratterizzata da bassi tassi di natalità e da un numero sempre maggiore di anziani. Il miglioramento delle disposizioni tese a promuovere la conciliazione tra vita professionale e vita familiare contribuisce ad affrontare il problema del declino demografico. In Portogallo, il tasso di natalità non è sufficientemente elevato da assicurare il ricambio generazionale e rischia di compromettere il futuro. Sostengo pertanto che, per contrastare questa tendenza, occorra favorire il miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento, promuovendo una conciliazione equilibrata della vita professionale, privata e familiare. Condivido la posizione della relatrice e le modifiche introdotte, come per esempio il prolungamento della durata minima del congedo di maternità da 14 a 20 settimane, il principio secondo cui l’indennità erogata dovrebbe essere equivalente alla retribuzione piena, la definizione di prescrizioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro e il divieto di licenziamento. Concordo inoltre sul fatto che, in caso di approvazione, debba essere riconosciuto ai genitori il diritto di condividere il periodo di congedo parentale.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Il voto a favore della relazione concernente il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento rappresenta il culmine di un lungo processo negoziale già avviato dal Parlamento europeo nel corso della sessione precedente e al quale abbiamo partecipato attivamente, contribuendo all’adozione della relazione.

Sebbene la proposta di direttiva sia ancora in fase di prima lettura, essa appare positiva a livello dei diritti della donna per il segnale che trasmette, in particolare ai paesi che non hanno ancora un congedo di maternità di 20 settimane con pieno stipendio e che non applicano ancora il congedo di paternità di due settimane, anche questo integralmente retribuito.

L’adozione della proposta in vista del negoziato con il Consiglio riconosce il valore sociale fondamentale della maternità e della paternità, rispettando i diritti delle donne che lavorano e che vogliono diventare madri.

Inoltre tale adozione rappresenta una vittoria sulle posizioni più conservatrici ancora presenti in seno al Parlamento europeo, e questo significa che la lotta per difendere i diritti delle donne, i diritti di maternità e di paternità, continuerà.

Speriamo che il Consiglio accetti la posizione del Parlamento europeo, nella quale si migliora la proposta della Commissione portando la durata del congedo di maternità da 18 a 20 settimane e si propone di modificare la direttiva attualmente in vigore, che invece ne prevede solo 14.

 
  
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  Robert Goebbels (S&D), per iscritto. (FR) Ho appoggiato l’appello dell’onorevole collega Estrela per il miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento. La donna è il futuro dell’uomo, scrisse Louis Aragon. I figli sono preziosi e devono essere protetti, così come le loro madri.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE), per iscritto. (FR) Votando a favore di un congedo di maternità della durata minima di 20 settimane con stipendio pieno (attualmente è di 14 settimane) e di un congedo di paternità obbligatorio di due settimane all’interno dell’Unione europea, il Parlamento europeo ha innegabilmente compiuto dei passi in avanti in termini di progresso sociale.

Detto ciò, ho votato comunque a favore del prolungamento della durata del congedo di maternità a 18 e non a 20 settimane. Ritengo infatti che, sebbene un periodo di 20 settimane rappresenti una proposta estremamente generosa, esso rischi di ritorcersi contro le donne e di essere addotto come ulteriore pretesto per non assumerle oppure per ostacolare il loro ritorno al lavoro. Deploro inoltre il fatto che la disposizione relativa alla possibilità di prolungare il congedo di maternità in caso di complicazioni (parto prematuro, disabilità, eccetera) sia stata respinta.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE), per iscritto. (FR) Trovo l’esito del voto deplorevole. Condividiamo tutti il desiderio che le neomamme possano creare un legame forte con i propri bambini durante il periodo successivo al parto. Sono però profondamente preoccupata per l’impatto economico di una tale misura, che costerà al nostro paese 1,5 miliardi di euro.

In questi tempi di crisi economica, non sarà la demagogia a pagare il conto. Non riusciranno a sostenerlo né le imprese, né tantomeno i bilanci degli Stati membri. Misure di questo tipo potrebbero penalizzare alcune carriere o costituire un freno all’assunzione delle giovani donne. Perpetuando un sistema tradizionale in cui il padre porta a casa lo stipendio e la madre si occupa dei figli, come piacerebbe a qualcuno, si compie un passo indietro. La libertà di scelta è anche un diritto delle donne.

I negoziati in procinto di iniziare tra i 27 Stati membri in Consiglio si riveleranno difficili.

 
  
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  Pascale Gruny (PPE), per iscritto. (FR) Non ho voluto appoggiare la relazione perché l’aumento da 14 a 20 settimane integralmente retribuite avrebbe conseguenze finanziarie catastrofiche per molti Stati membri. Lo studio dell’OCSE evidenzia che i costi per i bilanci sociali degli Stati membri saranno elevati.

Per la Francia l’importo annuo è di 1,3 miliardi di euro e per il Regno Unito di 2,4 miliardi di sterline. La situazione economica attuale non consente l’assorbimento di aumenti tale entità a livello di bilancio. Oltretutto, anche le imprese dovrebbero sostenere i costi aggiuntivi e ciò non pare possibile. Resta il fatto che è essenziale aiutare le donne durante la maternità. L’applicazione di queste misure comporta un elevato rischio per l’occupazione femminile. Lo studio dell’OCSE evidenzia infatti che il prolungamento della durata del congedo di maternità determinerebbe un calo dell’occupazione femminile.

Pur con l’intento di aiutare le donne, si corre il rischio di penalizzarle sul mercato del lavoro. Personalmente desidero aiutare le donne a livello occupazionale e sostenerle durante la maternità. L’aumento da 14 a 18 settimane proposto dalla Commissione avrebbe costituito un concreto passo avanti, così come l’introduzione di metodologie moderne in materia di assistenza per l’infanzia.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione Estrela e sono lieta che il Parlamento abbia assunto una posizione così progressista nei confronti delle madri, delle future madri e dei padri. Il prolungamento della durata del congedo di maternità a 20 settimane è un innegabile progresso sociale e incarna l’Europa sociale che desideriamo ardentemente. Questo testo migliora l’equilibrio tra vita familiare e vita professionale.

Anche l’introduzione di un congedo di paternità obbligatorio di due settimane rappresenta un importante passo avanti verso una nuova mentalità e una nuova divisione dei ruoli tra genitori. L’argomentazione secondo cui la misura comporterebbe costi aggiuntivi sarebbe valida se le donne non integrassero già il proprio congedo di maternità con congedi per malattia e/o congedi retribuiti. Le imprese e i regimi di protezione sociale sostengono già questi costi.

 
  
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  Richard Howitt (S&D), per iscritto. (EN) Sono fiero di aver votato a favore del prolungamento delle indennità di maternità e condanno gli eurodeputati conservatori e liberal-democratici che prima hanno cospirato per bloccare un accordo parlamentare su questa direttiva e oggi hanno voluto negare con il proprio voto diritti dignitosi alle donne lavoratrici. Segnalo che avrei voluto votare per un compromesso diverso in merito alla durata dell’indennità di maternità, ma prendo atto del fatto che questa opzione sia caduta perché la maggioranza si è pronunciata a favore delle 20 settimane. Mi rendo conto sia che avrà luogo un ulteriore negoziato su questo punto prima dell’approvazione definitiva della direttiva, sia che l’accordo del Parlamento su un testo comune sia stato fondamentale per far compiere al processo dei passi in avanti. Concordo pienamente con i colleghi del partito laburista britannico, che al fine di tutelare in particolare le donne a basso reddito hanno chiesto al governo britannico il pieno rispetto della clausola di non regresso contenuta nella direttiva.

 
  
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  Romana Jordan Cizelj (PPE), per iscritto. (SL) Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano) ha segnalato che molti degli emendamenti presentati travalicano l’ambito di applicazione e le finalità della direttiva. Sono d’accordo con loro, ma nella mia decisione di voto questa volta ho fatto un’eccezione. La posizione delle donne nell’Unione europea in termini di occupazione, livelli retributivi ed esposizione alla povertà è molto più debole di quella degli uomini. Credo che le pari opportunità costituiscano uno dei principi fondamentali alla base del lavoro dell’Unione europea e, per questa ragione, coglierò ogni occasione per impegnarmi in direzione dell’uguaglianza tra uomini e donne. Sebbene la votazione di oggi non sia quella finale, ci consentirà di avere una posizione negoziale forte in Consiglio.

 
  
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  Cătălin Sorin Ivan (S&D), per iscritto. (RO) Il prolungamento della durata del congedo di maternità a 20 settimane con stipendio pieno è una misura che restituisce dignità alle madri. Per questo ho votato senza riserve a favore della proposta contenuta nella relazione, confidando che gli Stati membri tengano conto della nostra decisione e la incorporino nelle rispettive normative nazionali.

Oltre al sostegno alle madri, la relazione raccomanda agli Stati di introdurre un congedo parentale integralmente retribuito e afferma in questo modo il ruolo di entrambi i genitori nell’educazione dei figli. Con la votazione di oggi abbiamo trasmesso un messaggio importante che chiede condizioni di vita dignitose e supera i limiti ideologici e i sistemi sociali nazionali.

 
  
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  Philippe Juvin (PPE), per iscritto. (FR) Non ho voluto sostenere la relazione perché il prolungamento della durata del congedo di maternità da 14 (come previsto dalla direttiva attuale) a 20 settimane con stipendio pieno avrebbe un forte impatto finanziario sugli Stati membri (1,3 miliardi di euro per la Francia) in un periodo di crisi economica poco favorevole a incrementi del bilancio.

In secondo luogo, i costi aggiuntivi per le aziende negli Stati membri in cui sono esse stesse a finanziare parzialmente il congedo di maternità (per esempio, in Germania) sarebbero molto elevati. In terzo luogo, le conseguenze negative per l’occupabilità delle donne sono reali, soprattutto in termini di rientro nel mercato del lavoro.

Infine il Parlamento europeo, adottando misure che non sono finanziariamente praticabili e che addirittura potrebbero rivelarsi controproducenti in termini di partecipazione delle donne al mercato del lavoro, indebolisce la propria credibilità nel processo decisionale europeo. Il prolungamento della durata del congedo di maternità a 18 settimane, come proposto dalla Commissione, sarebbe stato un passo importante per migliorare la situazione delle donne e avrebbe consentito di evitare le insidie contenute nel testo nella versione finale adottata dal Parlamento europeo, mentre l’obiettivo principale è quello di consentire alle donne di conciliare vita professionale e vita familiare.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE), per iscritto. (PL) Di fronte all’invecchiamento demografico e alle difficoltà dell’economia europea, dobbiamo sfruttare tutte le opportunità a disposizione per incoraggiare le donne ad avere figli e facilitare il loro ritorno al lavoro. Molte donne sono eminenti esperte nel proprio settore e l’economia europea non può fare a meno dell’apporto di una forza lavoro così altamente qualificata. La situazione non è molto diversa per le donne che vivono e lavorano in campagna e spesso non possono beneficiare di un vero congedo di maternità, dovendo tornare al lavoro il più presto possibile, con evidenti rischi per salute e prole. Per questo dovrebbero godere degli stessi privilegi delle donne che non lavorano nel settore agricolo.

 
  
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  Sandra Kalniete (PPE) , per iscritto. (LV) Ho votato a favore del prolungamento della durata minima del congedo di maternità a 18 settimane, ma contro il suo prolungamento a 20 settimane. Capisco benissimo la necessità di assicurare adeguate condizioni alle puerpere, ma a lungo termine il prolungamento della durata minima del congedo a 20 settimane si rivelerebbe svantaggioso per le donne che pianificano una famiglia e una carriera professionale. Oltretutto, gli Stati membri non riusciranno a integrare i costi aggiuntivi nei propri bilanci. Le aziende sono critiche nei confronti di un congedo di maternità della durata minima di 20 settimane perché comporterebbe costi aggiuntivi che, nell’attuale situazione economica, non sono in grado di sostenere. Vi è pertanto il rischio che molti imprenditori optino per la soluzione più semplice: evitare di assumere giovani donne. Già ora sappiamo quanto sia difficile per i giovani trovare un posto di lavoro e il prolungamento del congedo di maternità limiterà ulteriormente la possibilità per le donne di competere con gli uomini sul mercato del lavoro. Non dovremmo consentire che ciò accada e privilegiare invece una prospettiva a lungo termine. Il congedo di maternità di 20 settimane implicherebbe miliardi di euro in termini di costi a carico dei bilanci di tutta Europa. Si tratta di costi che né i governi nazionali, né i contribuenti possono attualmente permettersi. Ovviamente verremo criticati da una parte della società, però ricordiamoci che siamo qui per lavorare e per prendere le migliori decisioni possibili nell’interesse di tutti gli europei.

 
  
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  Rodi Kratsa-Tsagaropoulou (PPE), per iscritto. (EL) Nella votazione sul tema del congedo ho espresso un parere diverso. Preferisco la proposta di 18 settimane della Commissione.

La proposta è realistica ed equilibrata in considerazione delle condizioni del mercato, non solo in ragione della crisi economica, ma anche delle richieste, degli obblighi professionali e delle ambizioni delle lavoratrici stesse.

Le donne non devono diventare esseri iperprotetti ma esclusi dal mercato del lavoro.

Inoltre, come ho sempre sostenuto, gli sforzi tesi a conciliare la vita familiare con il lavoro e l’educazione dei figli richiedono fondamentalmente infrastrutture sociali e la responsabilità sociale dell’impresa durante tutta la vita lavorativa delle donne.

 
  
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  Constance Le Grip (PPE) , per iscritto. (FR) Ho votato contro la relazione Estrela perché il prolungamento della durata del congedo di maternità a 20 settimane in realtà è una buona idea solo a prima vista. Viene infatti presentato come una misura in grado di garantire maggiori diritti alle donne, mentre a mio avviso avrebbe ripercussioni negative per le donne che cercano di accedere al mercato del lavoro.

Credo vi siano valide ragioni per temere che l’attuazione di tale proposta potrebbe ritorcersi contro le donne riducendone l’occupabilità. Diversamente da quanto affermano la relatrice e i sostenitori del testo, non vi è alcun rapporto diretto tra il tasso di natalità e la durata del congedo di maternità.

Inoltre, la proposta tesa a prolungare il congedo da 14 a 20 settimane integralmente retribuite non è finanziariamente accettabile per molti paesi. Infatti i costi aggiuntivi derivanti dal prolungamento non sono sostenibili né per le imprese, né per gli Stati membri. La proposta iniziale della Commissione europea, ossia l’aumento da 14 a 18 settimane, era già sufficiente come passo in avanti.

 
  
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  Elżbieta Katarzyna Łukacijewska (PPE), per iscritto. (PL) Vorrei sottolineare che, per quanto riguarda la relazione dell’onorevole Estrela, ho votato a favore delle regole relative al congedo di maternità di 20 settimane, alla tutela delle donne contro licenziamenti senza giusta causa nei sei mesi successivi al termine del congedo e a favore del pieno stipendio e della protezione delle donne in periodo di allattamento, ma in questo caso senza raccomandazioni specifiche, in quanto ritengo che la definizione di tali regole debba rimanere di competenza degli Stati membri.

In caso di parti plurimi sono del parere che la durata del congedo debba essere aumentata di conseguenza. Sono sempre a favore di idee che possano aiutare le madri a vivere in condizioni di sicurezza l’esperienza della maternità e garantire loro condizioni migliori in vista del reinserimento nel mercato del lavoro.

 
  
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  Toine Manders (ALDE), per iscritto. (NL) La delegazione del VVD - Volkspartij voor Vrijheid en Democratie (partito del popolo per la libertà e la democrazia) al Parlamento europeo oggi ha votato contro la proposta di direttiva che porta a 20 settimane la durata del congedo di maternità (retribuito). Riteniamo che la durata minima stabilita in precedenza, 14 settimane, sia sufficiente. Le donne che al termine del proprio congedo di maternità non ritengono di essere pronte a tornare al lavoro possono avvalersi di un congedo in virtù delle disposizioni previste dalla normativa sui permessi di malattia vigente nei rispettivi paesi. La proposta avanzata implicherebbe un potenziamento della previdenza sociale, decisione che spetterebbe eventualmente agli Stati membri soprattutto in periodi come questi, in cui a tutti gli Stati si impongono risparmi. Esistono altre modalità meno rigorose per l’attuazione di misure consentano tese a una migliore conciliazione tra vita professionale e vita privata. La proposta comporta il pericolo che donne giovani e talentuose si trovino ad avere meno opportunità sul mercato del lavoro, perché i datori di lavoro non sono disposti a correre il rischio di dover loro pagare mesi di congedo di maternità. E non riteniamo neppure che l’aumento delle nascite nell’Unione europea, quella che in apparenza è la soluzione al problema dell’invecchiamento demografico, debba esser disciplinato a livello dell’Unione. Secondo il VVD è superfluo introdurre su scala europea regole relative all’esenzione dal lavoro per allattamento. Il gruppo VVD al Parlamento europeo: Hans van Baalen, Jan Mulder e Toine Manders.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione. Poiché i cittadini europei hanno il diritto di vivere e lavorare ovunque all’interno dell’Unione europea, è fondamentale assicurare alle donne diritti minimi in termini di congedo di maternità ovunque esse lavorino all’approssimarsi del parto. La garanzia di un congedo di maternità dignitoso si inserisce nel tema più ampio della partecipazione delle donne al mercato del lavoro e della necessità di affrontare le implicazioni finanziarie di una società che invecchia. L’obiettivo dell’Unione europea è di raggiungere una quota di popolazione occupata del 75 per cento entro il 2020; nell’ambito di questo impegno sarà cruciale dare a tutte le madri la possibilità di avvalersi di un congedo di maternità per loro economicamente sostenibile prima di riprendere il lavoro. In una società che invecchia, in cui la domanda di assistenza sociale cresce e il numero di persone che possono fornirla diminuisce, sono necessari congedi più realistici come il congedo di maternità. Le donne non devono pensare che avere figli sia incompatibile con il proprio lavoro – le nostre politiche devono prevedere modalità di assistenza per i più giovani e i più anziani. Per almeno 5 anni tutto ciò non si avvererà, comunque. Occorre anche tenere conto del fatto che, con un aumento dell’1,04 per cento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro, si potrebbero coprire i costi aggiuntivi derivanti dal prolungamento della durata del congedo di maternità.

 
  
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  Clemente Mastella (PPE), per iscritto. − Presidente, l'agenda sociale dell'Unione europea stabilisce, tra le sue priorità, la necessità di promuovere tutte quelle politiche volte a favorire la conciliazione di vita professionale, privata e familiare, siano esse destinate alle donne quanto agli uomini. Un maggior equilibrio tra attività professionale, da una parte, e vita privata, familiare, dall'altra, rappresenta uno dei sei settori di azione prioritari contemplati nella tabella di marcia per la parità tra donne e uomini per il periodo 2006-2010.

Il miglioramento di queste disposizioni è, quindi, parte integrante della politica europea in risposta al forte declino demografico ultimamente registrato. Maternità e paternità sono certamente diritti fondamentali imprescindibili ai fini dell'equilibrio sociale. È pertanto auspicabile che la revisione della direttiva in oggetto torni a vantaggio sia delle donne lavoratrici che di quegli uomini che vogliano assumersi responsabilità familiari.

Non si potrà prescindere dal rispetto di un migliore equilibrio tra il principio di tutela della salute e della sicurezza, con quello della parità di trattamento. Questi ed altri elementi mi convincono a sostenere l'esigenza, qualora si renda necessario, di lasciare però agli Stati membri ampi margini di flessibilità nella fissazione delle regole sui congedi, questo solo per ragioni di sostenibilità economica, per coprire i costi aggiuntivi da esso derivanti.

 
  
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  Marisa Matias (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La relazione adottata propone un congedo di maternità di 20 settimane senza alcuna perdita di retribuzione. Questa misura potrebbe, da sola, determinare un significativo miglioramento sociale nella vita delle donne in due terzi circa degli Stati membri dell’Unione europea, in Portogallo per esempio, dove le donne hanno diritto solo a 16 settimane integralmente retribuite. Anche l’introduzione di due settimane di congedo di paternità rappresenta un importante passo avanti nella lotta per l’uguaglianza tra uomini e donne. Elemento ancora più importante è il fatto che la relazione sia stata approvata anche se in controcorrente rispetto alle misure recentemente adottate a seguito delle politiche di austerità che mirano a tagliare la spesa pubblica e indebolire i diritti sociali. Spero pertanto che la relazione possa contribuire a rafforzare i diritti sociali e il lavoro in tutta l’Unione europea e in tutti gli Stati membri.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) È opinione unanime all’interno del’Unione europea che uno dei nostri principali problemi sia la debole crescita demografica dovuta al basso tasso di natalità. Di conseguenza tutto ciò che può contribuire a cambiare la situazione è importante. La tutela sul luogo di lavoro delle lavoratrici gestanti e in periodo di allattamento e la riduzione delle asimmetrie tra uomini e donne costituiscono passi importanti in questa direzione. Nonostante la crisi che stiamo attraversando, le misure approvate oggi in Parlamento possono contribuire a invertire la tendenza del declino demografico che l’Unione europea dovrà affrontare in un futuro prossimo.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Ho votato a favore della risoluzione legislativa del Parlamento europeo concernente “l’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento”, perché credo che il miglioramento dei diritti delle donne sul luogo di lavoro sia un concreto passo verso l’uguaglianza di genere in un ambito in cui, purtroppo, esistono ancora molte barriere. La discriminazione di cui sono vittime le donne nel mercato del lavoro è molto allarmante perché, nella maggior parte dei casi, sono loro che si devono fare carico degli impegni domestici e fare giochi di prestigio per riuscire a conciliarli con l’attività professionale. La situazione si acutizza nei mesi prima e dopo il parto, quando le donne hanno bisogno di una maggiore tutela per sfuggire alle discriminazioni di cui sono attualmente vittime. A mio avviso, il prolungamento della durata del congedo di maternità ad almeno 20 settimane ininterrotte, ripartite prima e/o dopo il parto, con un periodo obbligatorio di almeno sei settimane successivo al parto, è un passo avanti in termini di diritto delle donne a conciliare vita familiare e professionale.

 
  
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  Louis Michel (ALDE), per iscritto. (FR) Il prolungamento della durata del congedo di maternità rappresenta un progetto importante per lo spazio riservato ai bambini e alla genitorialità nella nostra società. Sostengo la proposta tesa a garantire 18 settimane di congedo di maternità e anche il principio del congedo di paternità. Dobbiamo evitare gli effetti negativi di misure troppo generose che potrebbero rischiare di causare fenomeni di discriminazione in termini occupazionali. Sono inoltre a favore di una maggiore libertà di scelta per le gestanti e le puerpere. Queste donne devono poter decidere quando prendere la parte non obbligatoria del proprio congedo di maternità. In questo modo, potrebbero realizzare un migliore equilibrio tra vita professionale e privata e conservare l’occupabilità.

È altrettanto importante definire uno status per le donne che desiderano tornare a lavorare dopo un’interruzione della carriera. Vorrei anche segnalare che il diritto al congedo parentale e la garanzia di reintegro nello stesso posto di lavoro al termine del congedo debbano essere sostenibili per i datori di lavoro, in particolare per le piccole e medie imprese che altrimenti potrebbero esitare ad assumere o a promuovere donne in età fertile.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE), per iscritto. (SK) Tenuto conto dei profondi cambiamenti demografici e dell’invecchiamento della società europea, l’Unione deve seriamente pensare all’adozione di misure tese a sostenere la genitorialità.

A mio avviso, il prolungamento della durata minima del congedo di maternità tiene conto del fatto che i primi mesi della vita di un bambino sono cruciali per una crescita sana e per l’equilibrio emotivo. Sono pertanto favorevole all’erogazione della retribuzione integrale per tutta la durata del congedo di maternità. Tale misura dovrebbe avere un effetto positivo sulle donne che potrebbero così diventare madri senza incorrere nei rischi rappresentati da povertà ed esclusione sociale. Occorre garantire alle donne il diritto di venire reintegrate dopo il parto nel proprio posto di lavoro o in un posto equivalente con le stesse condizioni di lavoro. Inoltre, deve essere garantita la possibilità di chiedere un cambiamento dell’orario di lavoro o delle modalità di lavoro, nonché il diritto di rifiutare la prestazione di lavoro straordinario nel periodo immediatamente successivo al parto.

 
  
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  Elisabeth Morin-Chartier (PPE), per iscritto. (FR) Sono contraria al progetto di prolungare la durata del congedo di maternità a 20 settimane con pieno stipendio. L’adozione di questa soluzione avrebbe conseguenze rilevanti sui bilanci degli Stati membri e delle imprese; per la Francia, il costo supplementare annuo ammonterebbe a 1,3 miliardi di euro, un onere finanziario insostenibile in un periodo di austerità di bilancio. Nonostante sia una buona idea, gli effetti sull’occupazione femminile potrebbero essere negativi. Non vorremmo che la misura si traducesse in un passo indietro per le donne. Le donne che tornano al lavoro dopo una gravidanza e le giovani donne alla ricerca di un posto di lavoro correrebbero il rischio di venire pesantemente penalizzate da questa misura. Al contrario, la proposta di un congedo massimo di 18 settimane era socialmente equa. Chiedo che siano individuate e realizzate al più presto soluzioni innovative per quanto concerne l’assistenza ai bambini e l’equilibrio tra vita professionale e vita familiare, in modo da consentire sia alle madri, sia ai padri di svolgere pienamente il proprio ruolo di genitori.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Cari colleghi, la mia decisione di votare a favore di tale proposta deriva dalla necessità di migliorare la sicurezza e la salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento. La modifica della direttiva, è volta, infatti, alla promozione dell'uguaglianza di genere nel mondo del lavoro, favorendo un maggior equilibrio tra la vita professionale e quella privata delle donne. Di frequente le donne sono percepite come soggetti "a rischio"o di "seconda scelta", data l'elevata probabilità che restino incinte o si avvalgano dei congedi di maternità. E' importante sostenere alcune forme di congedo per combattere alcuni pregiudizi e stereotipi. Non bisogna, poi, dimenticare che la maternità e la paternità sono diritti imprescindibili affinché si possa vivere con equilibrio sia nella vita privata che in quella pubblica. Vi sono, chiaramente, alcuni punti legati ad alcuni emendamenti che mi hanno visto esprimere un parere contrario. Ritengo, infatti, che la normativa europea debba stabilire un quadro generale, che offra garanzie minime e salvaguardie, all'interno del quale lasciare spazio e discrezionalità ai vari Stati membri di decidere le misure più adatte. Vi sono, infatti, differenze legate alla cultura, ai sistemi previdenziali e sociali che vanno tenute in debita considerazione, anche in virtù del rispetto del principio di sussidiarietà.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. (EL) Ho votato a favore della relazione sulla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica della direttiva 92/85/CEE del Consiglio concernente l'attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento. Due fattori importanti hanno sul influenzato il mio voto su alcuni emendamenti: in primis, la cruciale importanza di garantire la sicurezza e la salute delle donne gestanti o puerpere e, in secondo luogo, il fatto che la Grecia abbia una normativa specifica per la tutela delle gestanti.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore delle proposte concernenti l’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento, che prevedono 20 settimane di congedo di maternità e due settimane di congedo di paternità senza perdita di alcun beneficio pecuniario.

Sono misure sociali che rispondono all’idea di Europa che vogliamo, in cui si perseguono obiettivi quali la promozione del tasso di natalità, della famiglia, della salute dei bambini e del lavoro dei genitori.

Si tratta però di un progetto di difficile attuazione, e a causa di un meccanismo perverso potrebbe accentuare la discriminazione delle donne nel mondo del lavoro, in quanto: (1) accresce la pressione sui sistemi previdenziali, spesso già al limite della sostenibilità; e (2) introduce nuovi vincoli in un mercato del lavoro già inadeguato a rispondere alle esigenze dell’attuale forza lavoro. Temo pertanto che le misure, tese ad aiutare i genitori che lavorano, possano causare un aumento del tasso di disoccupazione e/o del lavoro precario tra le giovani madri.

I negoziati tra Parlamento e Consiglio devono essere realistici, pragmatici e anche ambiziosi, se vogliamo che la futura legge, quando entrerà in vigore, rispetti e promuova i valori della proposta votata in plenaria questa settimana.

 
  
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  Aldo Patriciello (PPE), per iscritto. − Con il mio voto, invito ad un nuovo approccio globale che permetterebbe di rivolgere un messaggio più forte alle imprese, nel senso che la riproduzione umana riguarda sia gli uomini che le donne. L'accordo quadro sul congedo parentale è un elemento importante della politica in materia di pari opportunità, che favorisce la conciliazione dell'attività professionale e della vita privata e familiare, ma si limita a fissare requisiti minimi, per cui può essere considerato solo come un primo passo.

Concordo con la comunicazione che considera i diritti dei minori una priorità dell'Unione e chiede agli Stati membri di attenersi alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo e ai suoi protocolli opzionali, nonché agli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Per quanto riguarda la presente direttiva, ciò significa garantire a tutti i bambini la possibilità di ricevere cure adeguate in base alle loro necessità di sviluppo, nonché l'accesso a un'assistenza sanitaria adeguata e di qualità.

 
  
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  Rovana Plumb (S&D), per iscritto. (RO) Oggi, il Parlamento europeo, votando il prolungamento della durata del congedo di maternità a 20 settimane, con stipendio pieno, ha deciso di investire nel futuro dell’Unione europea, promuovendo la maternità. Si tratta di un miglioramento sia quantitativo, sia qualitativo. L’argomentazione semplicistica dei vantaggi economici a breve termine non ha retto, è prevalso invece il concetto di sostenibilità della società europea, irrealizzabile in assenza di una demografia sana e quindi, implicitamente, di una maggiore tutela delle madri e dei propri bambini.

Sono l’autrice del parere della commissione per l’occupazione e gli affari sociali e ho votato a favore della non penalizzazione della maternità, della garanzia del pieno stipendio e del divieto di licenziamento delle lavoratrici gestanti per il periodo compreso tra l’inizio della gravidanza e il termine del congedo di maternità; le madri devono inoltre avere il diritto di essere reintegrate nel proprio posto di lavoro o in un “posto equivalente”, ossia con la stessa retribuzione, lo stesso inquadramento professionale e le stesse mansioni del periodo precedente al congedo di maternità; il periodo di congedo di maternità non deve pregiudicare i diritti pensionistici della lavoratrice; le lavoratrici non devono essere obbligate a svolgere un lavoro notturno e a effettuare ore di lavoro straordinario nelle 10 settimane che precedono la data prevista del parto e per il resto della gravidanza, se ciò è necessario per proteggere la loro salute o quella del nascituro e per l’intero periodo dell'allattamento.

 
  
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  Cristian Dan Preda (PPE), per iscritto. (RO) Ho votato contro la risoluzione perché ritengo che l’indennità di maternità sia una tematica appartenente alla sfera di competenza nazionale, in virtù del principio di sussidiarietà. Inoltre, credo che l’adozione di questa misura in tempo di crisi potrebbe avere l’effetto esattamente opposto, rischiando di diventare un fattore dissuasivo per le imprese interessate all’assunzione di donne.

 
  
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  Evelyn Regner (S&D), per iscritto. (DE) Pur essendo favorevole al miglioramento delle norme minime europee per la tutela della maternità, alla fine ho deciso di votare contro la relazione, in quanto vengo da un paese che ha introdotto un sistema basato su una particolare combinazione di tutela della maternità e congedo parentale retribuito/non retribuito. Oltre a 16 settimane di congedo integralmente retribuito e l’obbligo di astensione dal lavoro, le donne hanno anche diritto a un congedo di maternità non retribuito ma con un’indennità per il figlio a carico. L’ammontare dell’indennità per il figlio a carico percepita durante il congedo di maternità non retribuito dipende dalla durata e dall’ultimo reddito dichiarato. Le norme austriache sono già molto più estese delle norme minime definite in questa relazione.

Sono inoltre a favore dell’introduzione di un congedo di paternità integralmente retribuito, anche se si dovrebbe scegliere una base giuridica diversa. Ritengo che un congedo di paternità di questo tipo debba essere disciplinato non dalla direttiva sulla tutela della maternità, bensì da una direttiva dedicata che non tratti della tutela della salute di madri e figli.

 
  
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  Mitro Repo (S&D), per iscritto. (FI) Ho votato a favore del congedo di maternità di 20 settimane. Congedi di maternità di maggiore durata sono importanti per lo sviluppo e il benessere dei bambini, che rappresentano il più grande capitale della società. In Finlandia, il sistema in materia di congedi di maternità e di paternità è molto efficiente, sappiamo però che non tutti in Europa dispongono di un sistema come il nostro. Per questo motivo è importante evitare che le donne siano penalizzate economicamente se decidono di avere figli. È sbagliato far pesare l’onere finanziario del congedo di maternità unicamente sulle imprese: senza dubbio i costi vanno condivisi con il settore pubblico. Le piccole e medie imprese in particolare rischiano di trovarsi in difficoltà. E non è nemmeno giusto che siano i settori in cui prevale la presenza femminile a dover subire una eccessiva pressione economica. La posizione delle donne in termini retributivi è preoccupante e non deve essere assolutamente indebolita. È fondamentale evitarlo.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (ES) Il Parlamento ha finalmente iniziato a rendere giustizia alle madri che lavorano nell’Unione europea, una giustizia comunque ancora parziale in considerazione dei loro meriti. Il processo è stato lungo. Alla fine della scorsa legislatura, qui in Parlamento eravamo in procinto di adottare un testo che avrebbe consentito di compiere un passo da gigante in favore dei diritti delle madri lavoratrici. Non siamo però riusciti ad arrivare al voto perché il gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano) e il gruppo dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa si sono opposti, facendo fronte comune e decidendo il rinvio della relazione alla commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere.

Dopo mesi di lavoro, oggi, abbiamo votato nuovamente un testo che, pur essendo meno ambizioso di quello precedentemente respinto dai gruppi PPE e ALDE, è comunque piuttosto coraggioso: consente alle madri di mantenere il proprio stipendio durante tutto il congedo di maternità; accresce la loro protezione giuridica contro i licenziamenti; consente una maggiore flessibilità in termini di orario di lavoro in vista di una più efficace conciliazione di maternità e attività professionale; prolunga il congedo di maternità ad almeno 20 settimane (anche se alcuni di noi avrebbero voluto che arrivasse fino a 24 settimane, come raccomanda l’Organizzazione mondiale della sanità); favorisce la mobilità delle madri che lavorano all’interno dell’Unione europea e compie passi avanti in termini di condivisione della responsabilità da parte dei padri, anche se non nella misura auspicata da alcuni di noi.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Il voto di oggi incoraggia le lavoratrici che vogliono diventare madri, segnando un importante passo avanti verso una tutela sempre maggiore che aiuterà milioni di donne europee a conciliare meglio il ruolo di madre con quello di lavoratrice. Gli interessi economici non hanno avuto la meglio: oggi inizia un percorso che va incontro alle esigenze delle nuove famiglie. L'esito del voto guarda ad una società che pone la crescita, la formazione e l'educazione al centro dell'azione politica. Ritengo infondati i timori che l'estensione del congedo di maternità da 14 a 20 settimane interamente retribuite potrà penalizzare le donne: é nostro preciso dovere proteggere le lavoratrici più deboli, garantendo il diritto di restare a casa con i propri bambini. La vittoria di oggi in Parlamento rappresenta anche una soddisfazione personale per gli sforzi portati avanti in prima persona volti garantire che ogni lavoratrice gestante non debba svolgere mansioni pesanti o pericolose, esentandola dal lavoro straordinario e notturno. Adesso la palla passa agli Stati Membri da cui auspico il massimo impegno. Con la scelta di oggi il Parlamento europeo ha dimostrato che non vuole più donne davanti ad un bivio, ma solo donne libere e consapevoli del loro ruolo nella nostra società.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD), per iscritto. − In un'Europa che invecchia, sono indispensabili politiche favorevoli alle donne che scelgono di avere dei figli. Oggi, con una legislazione frammentaria, ci sono troppe differenze fra gli Stati membri nel sostegno alla maternità, che impediscono a molte donne di poter diventare mamme. Questa direttiva fissa in un minimo di 20 settimane il congedo di maternità di cui almeno sei pienamente retribuite.

È evidente che in Paesi come l'Italia tale norma sia superflua, in quanto il periodo pienamente retribuito è di gran lunga superiore al limite minimo posto dalla direttiva e i periodi di possibilità per la donna di assentarsi dal lavoro per motivi legati alla cura dei figli si prolungano fino agli otto anni di età. Ma per altri Paesi significa porre finalmente le basi per garantire dignità alle mamme. La proposta prevede altresì che anche i padri possano avere due settimane di congedo retribuito per poter star vicino alla propria moglie nel periodo immediatamente successivo al parto.

 
  
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  Daciana Octavia Sârbu (S&D), per iscritto. (EN) Oggi ho votato a favore del miglioramento dei diritti e di un migliore equilibrio tra vita professionale e vita privata per i genitori che lavorano. All’interno della relazione sono di particolare rilievo le disposizioni relative alle donne che allattano sul luogo di lavoro. Le pause per l’allattamento al seno consentono alle madri di disporre del tempo necessario per fornire al bambino, nella sua prima fase di sviluppo, il tipo di alimentazione migliore e più naturale. L’alimentazione influisce in modo determinante sulla salute durante tutta la vita. Mi fa piacere che la relazione intervenga a favore delle madri che sono tornate al lavoro e che comunque decidono di continuare ad allattare al seno il loro bambino per assicurargli importanti benefici nutritivi.

 
  
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  Carl Schlyter e Isabella Lövin (Verts/ALE), per iscritto. (SV) Riteniamo che un congedo parentale obbligatorio e ben strutturato sia di grandissima importanza per ogni paese. Nella votazione finale abbiamo tuttavia deciso di non votare a favore della proposta legislativa del Parlamento perché in contrasto con numerosi principi a cui teniamo fortemente. In primo luogo, la proposta intende introdurre un congedo obbligatorio di sei settimane unicamente per la madre.

Riteniamo che i genitori debbano poter decidere liberamente con quali modalità prendere il proprio congedo parentale e che la proposta costituisca un passo nella direzione sbagliata per l’uguaglianza di genere in Svezia. In secondo luogo, non consideriamo ragionevole stabilire che l’indennità versata per il congedo parentale sia pari al pieno stipendio. In Svezia, ci si potrebbe trovare costretti a ridurre la durata di erogazione dell’indennità parentale per riuscire a finanziare un sistema di tale onerosità. Siamo dell’avviso che l’organizzazione dei regimi di previdenza sociale sia di competenza dei parlamenti nazionali.

 
  
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  Brian Simpson (S&D), per iscritto. (EN) Lo European Parliamentary Labour Party (Partito laburista parlamentare europeo) è assolutamente convinto che sia necessario migliorare la tutela delle donne gestanti, puerpere o in periodo di allattamento e ha pertanto votato a favore di una serie di proposte fondamentali contenute nella direttiva, per esempio il prolungamento della durata del congedo di maternità a 20 settimane, la piena retribuzione del periodo obbligatorio di sei settimane successivo al parto e due settimane di congedo di paternità integralmente retribuite. L’EPLP teme però che le proposte adottate dal Parlamento possano avere conseguenze indesiderate in paesi in cui vigono già disposizioni più complesse nell’ambito della tutela della maternità. In particolare, temiamo che le proposte possano consentire a governi regressisti di impoverire le proprie disposizioni in materia di maternità, con il risultato che le donne con i salari più bassi durante il loro congedo di maternità potrebbero di fatto rimetterci. Mentre alcuni aspetti della relazione rappresenteranno un preziosissimo miglioramento in Stati membri con livelli molto bassi di tutela della maternità, essi potranno determinare un regresso sociale in altri paesi.

 
  
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  Bogusław Sonik (PPE), per iscritto. (PL) Oggi, il Parlamento europeo ha adottato una relazione tesa a tutelare la salute delle gestanti e delle donne in congedo di maternità. L’adozione di una posizione comune in questa forma rappresenta una chiara dimostrazione del nostro sostegno ai cambiamenti tesi a migliorare le norme europee in materia di tutela delle neomamme. Alle donne è garantita una durata minima del congedo di maternità che, d’ora in poi, sarà integralmente retribuito. Vietando i licenziamenti senza giusta causa siamo anche riusciti a garantire una maggiore sicurezza del posto di lavoro alle donne che riprendono le proprie mansioni dopo il congedo di maternità.

I cambiamenti introdotti dalla direttiva costituiscono un passo nella direzione giusta e garantiscono alle donne in Europa un diritto minimo al congedo di maternità. Mi fa anche piacere che, con l’introduzione del congedo di paternità di due settimane, anche i padri saranno incoraggiati a occuparsi dei propri figli.

 
  
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  Catherine Soullie (PPE), per iscritto. (FR) La votazione sulla relazione dell’onorevole Estrela è cruciale. La posizione adottata è puramente demagogica e irresponsabile. Chiedendo 20 settimane di congedo di maternità, screditiamo il Parlamento europeo. Noi siamo la voce dei cittadini; l’adozione di posizioni cosi irrealistiche non rende loro giustizia. I costi a carico del bilancio sociale degli Stati membri sarebbero molto elevati: per quanto riguarda la Francia, ad esempio, ammonterebbero a 1,3 miliardi di euro.

L’attuale situazione economica non ci consente di assorbire un incremento di tale entità nei bilanci statali, per non parlare poi delle conseguenze per le nostre imprese, che dovranno sostenere parte dei costi aggiuntivi. Dobbiamo aiutare e incoraggiare le donne a conciliare più efficacemente maternità e lavoro, non dobbiamo fare naufragare le loro probabilità di trovare impiego.

L’aumento da 14 a 18 settimane proposto dalla Commissione costituiva un vero passo avanti; un passo che sarebbe stato possibile valorizzare individuando nuove modalità di assistenza all’infanzia. Il messaggio trasmesso dal testo in esame porta con sé un’enorme responsabilità: la maternità diventerebbe chiaramente un ostacolo alla crescita professionale.

 
  
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  Marc Tarabella (S&D), per iscritto. (FR) Accolgo con favore l’adozione della relazione sulla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica della direttiva 92/85/CEE del Consiglio concernente l’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento, e di misure intese a favorire la conciliazione tra vita professionale e vita familiare. Abbiamo allungato il congedo di maternità, aumentandone la retribuzione e abbiamo introdotto per la prima volta nella storia europea il congedo di paternità. Si tratta di una votazione che lascerà il segno nella storia dei diritti fondamentali delle madri e dei padri europei.

A tutti coloro che hanno voluto sacrificare i diritti sociali sull’altare della crisi economica, dico di andare a cercare i soldi dove sono e di non penalizzare ulteriormente i cittadini. Il miglioramento del congedo di maternità e l’introduzione del congedo di paternità sono anche battaglie per una società più umana, e al contempo la famiglia diventa sempre di più l’ultimo baluardo contro le difficoltà della vita.

 
  
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  Keith Taylor (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Oggi in Parlamento ho votato a favore di una proposta legislativa che garantisce il miglioramento e il prolungamento dell’indennità di paternità/maternità. L’ho fatto dopo aver ascoltato la voce di lobbisti di entrambe le fazioni. Sono perfettamente consapevole delle condizioni finanziarie nel Regno Unito, e so che subiranno un ulteriore colpo a causa dei nuovi tagli alle spese recentemente annunciati. Il Parlamento europeo si è tuttavia pronunciato a favore di un congedo di maternità di 20 settimane con stipendio pieno e un congedo di paternità di due settimane. Credo che sia un investimento economico sensato, che può contribuire a realizzare l’obiettivo dell’Unione europea, vale a dire il raggiungimento di una quota di popolazione occupata del 75 per cento entro il 2020. Migliora la salute dei bambini e tutela la salute e il benessere delle madri. È un passo verso la riduzione dell’attuale differenziale salariale tra i generi. In media, nell’Unione europea le donne guadagnano il 17 per cento in meno degli uomini. Se non garantissimo salari dignitosi durante il congedo di maternità, le donne verrebbero penalizzate finanziariamente per il fatto di essere madri. La proposta lancia anche un significativo messaggio a favore del coinvolgimento del padre nella cura dei figli. La nascita, assieme alla morte e alle tasse, rappresenta l’unica certezza nella vita. I nostri figli sono il futuro e i miglioramenti votati nella giornata di oggi potranno consentire loro di iniziare la propria vita in un contesto migliore e più sicuro.

 
  
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  Marianne Thyssen (PPE), per iscritto. (NL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, dobbiamo fare in modo che un numero maggiore di uomini e donne entrino nel mondo del lavoro e che ci restino, se vogliamo mantenere la nostra prosperità e riuscire a pagare le pensioni. Inoltre, in un periodo caratterizzato da un’aspra concorrenza internazionale e da un forte rigore di bilancio, dobbiamo avere il coraggio di adottare misure che consentano di investire nelle famiglie e facilitino il difficile compito di conciliare lavoro e famiglia. Il prolungamento della durata del congedo di maternità è uno dei mezzi che possono servire a tale fine. Per questo motivo, sono favorevole al prolungamento della durata del congedo di maternità; ritengo però che, in un periodo di difficoltà di bilancio, si imponga un certo realismo. Un congedo di maternità della durata di 20 settimane integralmente retribuito non è una soluzione praticabile per i sistemi di previdenza sociale e per i bilanci dei governi. Per questi motivi mi sono astenuta dalla votazione finale, nonostante resti favorevole al prolungamento della durata del congedo di maternità. Appoggio invece la proposta originaria della Commissione, che introduceva un prolungamento della durata del congedo di maternità a 18 settimane, a condizione che sia applicato l’attuale massimale di indennità. Spero che questa proposta abbia maggiori probabilità di successo in seconda lettura.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione sulla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica della direttiva 92/85/CEE del Consiglio concernente l'attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento.

Ritengo fondamentale che le lavoratrici in congedo di maternità percepiscano lo stipendio pieno e che l’indennità di maternità sia pari al 100 per cento dell’ultima retribuzione mensile o della retribuzione mensile media, nel caso in cui la retribuzione mensile sia inferiore. Ciò significa che le lavoratrici non saranno penalizzate nei propri diritti pensionistici per il fatto di aver usufruito di un congedo di maternità.

Date le tendenze demografiche nell’Unione europea, occorre incoraggiare il tasso di natalità tramite una normativa specifica e misure tese a contribuire a un migliore equilibrio tra vita professionale, privata e familiare. Per aiutare i lavoratori a conciliare lavoro e vita privata, è fondamentale che siano previsti congedi di maternità e paternità più lunghi, anche in caso di adozione di bambini di età inferiore ai dodici mesi. Il congedo obbligatorio di maternità di 20 settimane è conforme alla raccomandazione formulata dall’Organizzazione mondiale della sanità il 16 aprile 2002, relativa a una strategia globale per l’alimentazione del neonato e del bambino.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE), per iscritto. (DE) Ho votato contro la relazione perché non garantisce il rispetto rigoroso del principio di sussidiarietà e interferisce con i sistemi di pagamento e gli obblighi degli Stati membri. Contiene inoltre elementi come l’aborto e la libertà riproduttiva di cui, per motivi religiosi, non posso condividere la responsabilità.

 
  
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  Viktor Uspaskich (ALDE), per iscritto. (LT) Onorevoli colleghi, le donne non devono essere penalizzate per il semplice fatto di avere deciso di avere una famiglia. Non si tratta di una questione puramente etica, ma anche strategica – l’Unione europea sta attualmente registrando cambiamenti demografici dovuti al declino del tasso di natalità e all’aumento del numero di anziani. In quest’epoca di crisi in particolare non dobbiamo allontanare le donne dal mercato del lavoro. Abbiamo bisogno che la presenza delle donne sul mercato del lavoro aumenti, se vogliamo che l’Unione europea accresca la propria competitività a livello mondiale. È giunto il momento di combattere gli stereotipi che si sono radicati nella società. Di frequente le donne sono percepite come lavoratrici a “alto rischio”, di “seconda scelta”. È pertanto essenziale che le modalità di congedo presentate nella relazione contribuiscano a contrastare questi stereotipi. Dovremmo anche offrire maggiore assistenza alle donne che sono state abbandonate dalla società. Le statistiche dell’Unione europea evidenziano che in Lituania, le madri single sono le più esposte al rischio di povertà. Il rischio di povertà per le persone attive in questo gruppo è del 24 per cento. La via che ha condotto all’uguaglianza di genere garantita per legge nell’Unione europea è stata lunga. Dobbiamo però fare di più e consentire all’uguaglianza teorica di manifestarsi concretamente e tangibilmente nella vita quotidiana.

 
  
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  Frank Vanhecke (NI), per iscritto. (NL) Ho votato a favore della relazione Estrela perché voglio evitare malintesi su quanto segue: è ovvio sia che le donne hanno esigenze particolari durante la gravidanza e nel periodo immediatamente successivo, sia che la soddisfazione di tali esigenze sia nell’interesse di tutta la società, e infine che quest’ultima se ne deva assumere la responsabilità in buona parte. Vorrei in ogni caso porvi alcuni interrogativi di carattere teorico. In primo luogo, ha davvero senso l’imposizione, dalla nostra torre eburnea europea, di regole obbligatorie valide per tutta l’Unione europea, compresi gli Stati membri che, in termini economici, registrano ancora un certo ritardo?

Chi pagherà il conto? Questo introduce il mio secondo commento: ha senso far sì che l’onere di queste misure, per così dire, gravi unicamente sulle spalle dei datori di lavoro? Tutto ciò non finirà per condurre a una situazione diametralmente opposta a quella auspicata, ossia una situazione in cui si ridurranno i posti di lavoro disponibili per le giovani donne, perché i datori di lavoro non saranno propensi a sobbarcarsi le conseguenze di un’eventuale gravidanza delle loro giovani dipendenti? Non ho nulla da obiettare se in questo Parlamento si vota “socialmente”, ricordiamo però che non siamo poi noi a dover sostenere l’onere del voto sociale.

 
  
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  Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL), per iscritto. (FR) La direttiva sul congedo di maternità è stata finalmente adottata oggi, 20 ottobre, dal Parlamento europeo. Ho votato a favore del testo che costituisce un vero progresso per le donne.

La direttiva deve ancora essere accettata dal Consiglio. Il testo approvato in data odierna mira a garantire alle donne nell’Unione europea il diritto a 20 settimane di congedo di maternità, ossia quattro settimane più che in Francia, dove il congedo di maternità attualmente ha una durata di 16 settimane.

Il testo che abbiamo adottato prevede anche il diritto a un congedo di paternità di 20 giorni (superiore quindi agli undici giorni attualmente previsti in Francia).

La direttiva prevede altresì che le donne percepiscano la propria retribuzione per intero durante il congedo: un segnale significativo nell’attuale situazione di crisi.

Il testo comprende inoltre una clausola di non regresso sociale, in altre parole se la legge in vigore negli Stati membri è più generosa su certi punti, continuerà a essere applicata con le stesse modalità. Si tratta sicuramente di un esempio di progresso che accolgo con favore.

 
  
  

Relazione Weiler (A7-0136/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione, in quanto in molti paesi si registrano ampie disparità per quanto riguarda le condizioni di pagamento alle imprese nel momento in cui sono coinvolti lo Stato, le piccole e medie imprese (PMI) e le grandi aziende. Sappiamo bene che, nell’attuale situazione di crisi economica e di difficoltà aggiuntive, le imprese si dibattono sempre più frequentemente in problemi di liquidità, e che in molti Stati membri sono addirittura esposte a un rischio maggiore di fallimento. La direttiva che ha tentato di disciplinare tale questione ha sortito un effetto limitato, e la proposta che abbiamo appena adottato rappresenta un passo in avanti importante nello stabilire e rispettare scadenze di pagamento, non soltanto nei rapporti tra società ed enti pubblici, ma anche nelle relazioni che le aziende instaurano tra loro. Disporremo ora di una legislazione che ci garantisce una migliore efficacia per il rispetto delle scadenze dei pagamenti, con un sistema chiaro di sanzioni per i pagamenti tardivi e che rappresenta inoltre un’arma più efficace per combattere l’abuso frequente della posizione dominante perpetrato dallo Stato e dalle grandi aziende contro le PMI. La direttiva dev’essere ora rapidamente trasposta dagli Stati membri, per porre finalmente termine ai gravi problemi causati dalla fissazione di termini lunghi di pagamento e dalle morosità.

 
  
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  Roberta Angelilli (PPE) , per iscritto. – Signor Presidente, adempiere agli obblighi dei termini contrattuali nel caso di transazioni commerciali, sia da parte delle amministrazioni pubbliche che private, non rappresenta solo una questione di civiltà ma di responsabilità verso una serie di condizioni negative che potrebbero ricadere a danno delle imprese creditrici, soprattutto PMI. Poter contare su un pagamento puntuale vuol dire assicurare a queste imprese stabilità, crescita, creazione di posti di lavoro e investimenti.

Purtroppo, secondo i dati della Commissione europea, i ritardi di pagamento rappresentano un evento frequente in Europa, un danno alla competitività. Sono soprattutto le amministrazioni pubbliche a creare difficoltà, spesso a causa di un'errata gestione dei propri bilanci e dei flussi di cassa, oppure, da un processo troppo burocratico della macchina amministrativa. A volte, invece, si sceglie di operare sulla base di nuove prospettive di spesa, senza tenere conto degli impegni già assunti precedentemente e da onorare nei termini contrattualmente previsti.

Pertanto, ritengo doveroso prendere dei provvedimenti che colmino le lacune della precedente Direttiva 35/2000/CE, cercando così di scoraggiare il fenomeno dei ritardi di pagamenti, prevedendo misure che inducano i debitori a non pagare in ritardo e altrettante misure che consentano ai creditori di esercitare pienamente ed efficacemente i propri diritti in caso di ritardi di pagamento.

 
  
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  Liam Aylward (ALDE), per iscritto. (GA) Ho votato a favore di questa relazione puntuale e della fissazione di un obiettivo di un termine di 30 giorni per il pagamento delle fatture. Le PMI rappresentano una colonna portante dell’economia europea; le imprese più piccole costituiscono il 99,8 per cento di tutte le aziende comunitarie e creano il 70 per cento di tutti i posti di lavoro dell’UE. Le misure per combattere i ritardi di pagamento contenute nella relazione sono provvedimenti concreti per sostenere le PMI e garantire che le imprese più piccole non vengano penalizzate dal mancato pagamento delle fatture.

Le nuove norme potrebbero creare condizioni migliori per gli investimenti e dovrebbero consentire alle PMI di concentrarsi sull’innovazione e lo sviluppo. Accolgo inoltre con favore quanto sostenuto dalla relazione per garantire che le nuove misure non generino un incremento del livello di burocrazia esistente e non causino ulteriori lungaggini o problemi amministrativi per le PMI.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore della relazione e sono lieto che il Parlamento europeo e il Consiglio siano riusciti a raggiungere questo accordo che riveste un’importanza notevole, soprattutto per la piccola impresa. Benché le piccole e medie imprese rappresentino le fondamenta della competitività dell’Unione europea e generino più posti di lavoro di tutte le altre aziende, la crisi ha dimostrato chiaramente che, al contempo, i piccoli e medi imprenditori sono i più vulnerabili. Inoltre, la politica perseguita dagli Stati membri non è particolarmente favorevole alla loro promozione e sviluppo, in quanto la legislazione comunitaria, quale lo Small Business Act, non viene trasposta e applicata appieno. Molte imprese hanno dichiarato fallimento durante la crisi, e ciò ha comportato perdite ingenti. Sono pertanto molto soddisfatto di questo passo che, benché piccolo, è molto significativo per le piccole imprese, in quanto garantisce chiarezza sui termini di pagamento. Inizieremo veramente a creare condizioni chiare e comprensibili per le piccole imprese e contribuiremo a creare una cultura imprenditoriale.

 
  
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  Sergio Berlato (PPE) , per iscritto. – Signor Presidente, signor Commissario Tajani, onorevoli colleghi, con l'approvazione della nuova direttiva contro i ritardi di pagamento, ovvero di un provvedimento che rappresenta un sostegno concreto alle aziende e in particolare alle piccole e medie imprese, il Parlamento europeo dà un contributo decisivo a vantaggio dei cittadini e del sistema produttivo europeo. Infatti, la revisione della direttiva stabilisce termini di pagamento certi e sanzioni adeguate per favorire la puntualità dei pagamenti all'interno dell'Unione, sia da parte delle pubbliche amministrazioni che dei privati. Secondo le stime, questa misura dovrebbe rimettere in circolo nell'economia circa 180 miliardi di liquidità: a tanto ammonta, infatti, il credito dovuto dalla pubblica amministrazione al sistema delle imprese nell'Unione.

Il problema dei ritardi di pagamento affligge in modo particolare l'Italia, dove le pubbliche amministrazioni impiegano mediamente 128 giorni ad eseguire i pagamenti contro una media europea di 67 giorni. Pertanto, gli effetti negativi dei ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali risultano considerevoli. Auspico che questa direttiva sia recepita il più presto possibile dagli ordinamenti nazionali rimuovendo, in tal modo, uno dei più grandi ostacoli allo sviluppo del mercato interno europeo.

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. – Finalmente siamo arrivati, dopo mesi di posposizioni, al voto sulla relazione che è una vera e propria boccata d’ossigeno per il futuro delle nostre imprese. Quello dei ritardi dei pagamenti è un fenomeno che, soprattutto in Italia, ha messo in ginocchio decine di migliaia di imprese, costando al sistema economico italiano qualcosa come 30 miliardi di euro, secondo i calcoli fatti dalle associazioni di categoria. Aldilà delle considerazioni particolari e delle situazioni nazionali, voto a favore della relazione, che una volta per tutte mette nero su bianco regole certe tanto per gli operatori pubblici quanto per quelli privati. La crisi economica ha già provocato fallimenti e chiusure di stabilimenti, aziende e attività imprenditoriali in quantità drammatiche. L’Europa, con questo provvedimento, può realmente dare una mano a tante realtà produttive che, a causa della crisi, vivono in asfissia permanente di credito bancario, e che magari già navigavano in brutte acque a causa di crediti da riscuotere che tardavano ad arrivare. Quando questa direttiva sarà applicata, almeno si eviterà in tanti casi che le imprese muoiano di credito da parte di altri operatori, pubblici o privati.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) In un clima economico instabile, i pagamenti tardivi possono esercitare un impatto estremamente avverso sulle piccole e medie imprese, che hanno bisogno di fondi per pagare i loro dipendenti e fornitori. La nuova normativa sui ritardi di pagamento nella transazioni commerciali, approvata da Parlamento e Consiglio il 5 ottobre, dovrebbe agevolare e accelerare il processo che consentirà alle aziende di recuperare le risorse loro dovute. Sono le piccole e medie imprese che mandano avanti l’economia, persino durante la crisi. Ciò vale per tutte le economie europee. Il Parlamento europeo ha garantito che vigano condizioni di parità per tutte le parti coinvolte e che le norme si applichino a tutti indistintamente, il che andrà a vantaggio di molte PMI europee.

Grazie all’accordo in oggetto, le PMI cesseranno di fungere da banche per le imprese pubbliche o le grandi aziende. Oltre alla raccomandazione del Parlamento europeo di addebitare l’IVA alle PMI soltanto dopo l’avvenuto saldo delle fatture, la fissazione di un termine definitivo per il saldo delle fatture aiuterà coloro che temono per la propria sopravvivenza in un periodo caratterizzato dal tracollo dei mercati.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE) , per iscritto. – Ho espresso un voto positivo nei confronti della relazione in quanto ritengo di fondamentale importanza mettere in campo tutte le azioni possibili volte a rafforzare la competitività delle PMI. Inoltre, la lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, che rappresentano un abuso inaccettabile, deve essere portata avanti soprattutto in un momento di recessione economica come quello che stiamo vivendo. Gli effetti negativi dei ritardi di pagamento sono considerevoli, rappresentando costi ingenti per le imprese creditrici, riducendo i flussi di cassa e le possibilità di investimento e compromettendo la competitività delle PMI.

La presente direttiva prevede giustamente misure che scoraggiano i debitori a pagare in ritardo, misure che consentono ai creditori di esercitare i loro diritti e individua inoltre regole certe e precise, come la messa in mora, il risarcimento dei costi di recupero e il termine di trenta giorni, salvo particolari eccezioni, per il pagamento dei debiti, che obbliga e scoraggia le Pubbliche Amministrazioni ad assumere comportamenti che possano avere impatti negativi nei confronti delle PMI, compromettendo la credibilità delle politiche adottate.

Infine, i pagamenti celeri sono una condizione necessaria e preliminare per gli investimenti, la crescita e la creazione di posti di lavoro.

 
  
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  Françoise Castex (S&D), per iscritto. (FR) Anch’io mi dichiaro soddisfatta della soluzione individuata per i termini di pagamento e sono lieta che sia stata accolta la proposta dei socialisti e democratici che autorizza un periodo di tempo più lungo per i servizi della sanità pubblica, in cui le procedure complesse di bilancio danno luogo a termini di pagamento più lunghi. Inoltre, se verrà rispettata la libertà contrattuale tra le aziende private, verrà introdotta una salvaguardia sostanziale mediante il divieto di scadenze di pagamento eccessive nei confronti dei creditori, che sono spesso PMI.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Mi sono astenuto dal votare sulla relazione, in quanto caldeggia gli sforzi compiuti dalla Commissione per mettere sotto pressione gli Stati debitori proponendo misure severe in un periodo in cui le loro casse pubbliche sono in difficoltà. Esercitare pressioni per il rimborso immediato dei debiti, con la minaccia di sanzioni monetarie pesanti sotto forma di interessi, va a vantaggio delle aziende che sfruttano la crisi per tagliare la protezione sociale e congelare o ridurre le retribuzioni dei lavoratori. L’argomentazione che tali misure servirebbero alle piccole e medie imprese non è sostenibile, in quanto, stando alle cifre citate dal regolamento, le aziende in questione non sono piccole e medie. Questo tipo di azione sarebbe giustificato se preceduto da un sostegno coraggioso all’economia reale dei lavoratori salariati e da un intervento per promuovere la coesione sociale ed economica.

 
  
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  Lara Comi (PPE), per iscritto. – Condivido la necessità di rafforzare la direttiva 2000/35/CE e individuare gli strumenti necessari per eliminare o ridurre i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali. La mia attenzione va alle PMI che rappresentano una parte essenziale del mercato europeo, creano ricchezza e posti di lavoro. Questa scelta politica della Commissione europea va nella direzione giusta, nell'intento di rendere il clima imprenditoriale più consono per le PMI. Riguardo alla percentuale dissuasiva dell'8% d'interessi, esprimo una certa perplessità sui risultati relativamente ad alcune regioni del mio paese e di altri Stati europei, che faranno davvero fatica a rispettare le nuove regole. Mi auguro che questo nuovo indirizzo possa essere una vera opportunità per il cambiamento. Concentriamoci ora sul monitoraggio del recepimento della direttiva negli ordinamenti interni, con il coinvolgimento delle autorità regionali e locali, per far sì che essa avvenga ovunque in maniera omogenea.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. (RO) Auspico che l’entrata in vigore della direttiva relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali vada a vantaggio della maggior parte delle piccole e medie imprese dell’Unione europea, che riceveranno pertanto maggiore protezione e risorse per incrementare gli investimenti e creare nuovi posti di lavoro. Al contempo, spero che la direttiva agevoli lo sviluppo di meccanismi di riscossione dei crediti, in quanto i pagamenti tardivi da parte delle autorità pubbliche causano squilibri nell’operato delle piccole e medie imprese e, per estensione, anche nel funzionamento del mercato.

 
  
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  Luigi Ciriaco De Mita (PPE), per iscritto. – I ritardi nei pagamenti nei rapporti tra imprese e tra imprese e pubbliche amministrazioni rappresenta uno dei freni esistenti per il riavvio della crescita economica. Il voto a favore della nuova direttiva per la lotta contro i ritardi di pagamento nelle transizioni commerciali rappresenta una forte innovazione che necessiterà di un´adeguata preparazione soprattutto del settore pubblico, sia a livello politico, sia a livello amministrativo. A livello politico perché le programmazioni finanziarie e di bilancio tengano conto non solo dell´impatto delle norme UE sul Patto di stabilità ma, ora, anche dell´impatto delle nuove norme sui ritardi nei pagamenti che, se non adeguatamente governate, potrebbero avere un´incidenza, diretta e riflessa, nello spazio di manovra dei governi ai vari livelli. A livello amministrativo l´adeguata preparazione occorre per una sana gestione finanziaria dell´ente pubblico, a partire dal rapporto tra impegni e spesa, affinché non gravino sull´erario e quindi sulla popolazione oneri, quali gli interessi passivi, che potrebbero risultare rilevanti per i bilanci pubblici. Appare infine importante una particolare attenzione e flessibilità a favore di alcuni settori, tra cui quello sanitario, in cui la pubblica amministrazione ha accumulato forti ritardi nei pagamenti dovuti alle imprese, per effettivi beni forniti e servizi erogati.

 
  
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  Diane Dodds (NI), per iscritto. (EN) Nel clima economico attuale, per le piccole e medie imprese è già difficile sopravvivere senza l’onere aggiuntivo dei ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali. Pertanto, andrebbero accolti con favore tutti i meccanismi utili a proteggere tali imprese dai costi aggiuntivi e dalle implicazioni finanziarie correlate ai pagamenti tardivi.

Ritengo tuttavia che spetti al governo britannico disciplinare tale questione, e non all’Unione europea, per garantire che aziende ed enti governativi ottemperino ai propri obblighi di pagamento. La relazione, pur meritevole di plauso, necessita di ulteriori chiarimenti su determinati aspetti, e ho quindi deciso di astenermi dal voto in quest’occasione.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali in quanto consentirà l’adozione di misure armonizzate che potrebbero rivelarsi particolarmente importanti per il rendimento delle aziende – le piccole e medie imprese in particolare – nell’attuale situazione di crisi economica. Considero tuttavia positivo garantire un sistema di abolizioni per il settore sanitario.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) I pagamenti tardivi costituiscono un problema dalle conseguenze estremamente gravi per la salute dell’economia globale e dall’impatto devastante soprattutto per le piccole e medie imprese (PMI). Gli effetti di tali pratiche sono ancor più deleteri nell’attuale periodo di crisi economica e finanziaria. Il cattivo esempio della pubblica amministrazione è inaccettabile, come accade in maniera particolarmente accentuata in Portogallo. Occorrono misure per regolamentare i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali al fine di proteggere la buona salute dell’economia europea ed evitare situazioni di asfissia finanziaria delle strutture produttive e di ricorso eccessivo a prodotti finanziari che aumentano la dipendenza dal settore bancario. Mi preme soprattutto sottolineare il caso dei produttori agricoli, che sono spesso vittima di ritardi nel saldo degli importi loro dovuti da supermercati e distributori. Il termine massimo di 30 giorni – con una deroga massima di 60 giorni – per il pagamento di servizi già resi e fatturati è ragionevole per il bilancio dei rapporti commerciali, e sarà essenziale per divulgare una cultura di adempimento puntuale degli obblighi.

 
  
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  Louis Grech (S&D), per iscritto. (EN) L’adozione della relazione Weiler oggi segna un importante cambiamento in termini di soglia della dimensione dei pagamenti nei rapporti commerciali. Al momento, è pratica comune – e, quel che è ancor più preoccupante, si tratta di una pratica accettata – per le autorità pubbliche costringere le PMI a sottoscrivere accordi che autorizzano il saldo tardivo delle fatture.

Malta è un caso esemplare in tal senso. Numerose PMI, che rappresentano più del 70 per cento dell’occupazione nel settore privato, hanno vissuto gravi difficoltà di flusso di cassa a causa del ritardo nei pagamenti delle altre imprese, soprattutto del settore pubblico, compreso il governo.

In numerosi paesi membri, il termine massimo di 60 giorni per le autorità pubbliche servirà da clausola protettiva importante per le PMI e i cittadini. Tuttavia, per rendere veramente efficace tale disposizione, ad essa dovrebbero seguire una trasposizione ed applicazione corretta della direttiva in ogni paese membro unite a un controllo severo da parte della Commissione. Sono allora questa nuova norma potrà venir veramente tradotta in vantaggi tangibili per i cittadini e le PMI in particolare.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE), per iscritto. (PL) I termini di pagamento nelle transazioni commerciali sono una questione prioritaria per il funzionamento corretto delle economie europee. Purtroppo, sussistono ingenti disparità tra gli Stati membri quando si tratta di ottemperare ai termini di pagamento, e ciò rende necessaria una verifica attenta della direttiva 2000/35/CEE dell’8 agosto 2002, attualmente in vigore.

La mancanza di disciplina nelle transazioni costituisce una minaccia soprattutto per le piccole e medie imprese di paesi colpiti dalla crisi economica. Le morosità generano spesso difficoltà sia nel mercato interno sia nel commercio transfrontaliero. Per tale motivo, sostengo la proposta del relatore di irrigidire la legislazione, introdurre strumenti per tutelare le imprese e imporre un indennizzo obbligatorio per punire il pagamento tardivo delle fatture e gli interessi.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) Accolgo con favore la decisione della relazione di schierarsi risolutamente dalla parte delle piccole e medie imprese. Le morosità costituiscono un problema economico enorme nelle transazioni commerciali in seno all’UE. Anche nel settore agricolo possono emergere difficoltà se i problemi di liquidità vengono scaricati sulle aziende agricole. Termini di pagamento chiaramente definiti determineranno la fine di tali metodi. Sostengo il termine di pagamento di 30 giorni quale standard proposto nella relazione e anche l’introduzione di un limite massimo generale di 60 giorni. Trovo incomprensibile che in molti Stati membri si riscontrino ritardi nei pagamenti di denaro pubblico correlati a transazioni con le pubbliche amministrazioni. I pagamenti tardivi inficiano gravemente l’ambiente imprenditoriale e il mercato interno ed esercitano un effetto diretto sugli Stati membri. La compensazione forfetaria che è stata richiesta, da pagarsi a decorrere dal primo giorno in cui un pagamento diventa tardivo, rappresenta un metodo tangibile per impedire tali pratiche.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Egregio Presidente, cari colleghi, ho votato a favore della relazione della collega Weiler perchè ritengo indispensabile tutelare i creditori, della Pubblica amministrazione, costituiti nella maggior parte dei casi da piccole e medie imprese. Tale provvedimento consentirà di rimettere in circolo circa 180 miliardi di liquidità: proprio l'ammontare del credito complessivo dovuto dalla Pubblica amministrazione al sistema delle imprese in tutta l'UE. Un passo davvero importante poiché alle imprese verrà conferito il diritto automatico di esigere il pagamento degli interessi di mora e di ottenere altresì un importo fisso minimo di € 40 a titolo d’indennizzo dei costi di recupero del credito. Inoltre, le imprese potranno comunque esigere anche il rimborso di tutti i costi ragionevoli incorsi a tal fine. Considero che tale iniziativa servirà da sprone agli Stati membri UE per redigere codici di prontezza dei pagamenti. Essi potranno, infatti, mantenere o porre in vigore leggi e regolamenti contenenti disposizioni più favorevoli ai creditori di quelle stabilite dalla direttiva.

 
  
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  Erminia Mazzoni (PPE) , per iscritto. – Tra le tante proposte contenute nello Small Business Act, quella relativa alla modifica della direttiva 2000/35/CE era, a mio avviso, una delle più urgenti. I pagamenti ritardati in molti Paesi (tra cui sicuramente l'Italia) sono divenuti una prassi per la Pubblica Amministrazione. Se la media europea è di 180 giorni dalla scadenza, immaginiamo a quali picchi di ritardo si arriva e quali conseguenze questo comporta nella gestione di una impresa medio piccola.

Il paradosso è che quello stesso Stato che esige il puntuale pagamento di imposte e tasse, irrogando sanzioni e applicando more dal primo giorno di ritardo, quando è debitore ignora gli impegni. La modifica che votiamo è molto importante, soprattutto in questo momento di grave difficoltà economica. Essa non riuscirà da sola a risolvere il problema. Se, infatti, nei singoli Stati membri non si metterà mano ai procedimenti di recupero dei crediti nei confronti delle Pubbliche Amministrazioni per renderli brevi ed efficaci, le previsioni approvate non produrranno effetti.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) I ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, che coinvolgano soltanto le imprese o le imprese e gli enti pubblici, sono responsabili dei problemi di flusso di cassa riscontrati dalle piccole e medie imprese (PMI) e, a loro volta, contribuiscono spesso a ritardare ulteriormente i pagamenti, dando pertanto vita a un circolo vizioso che è difficile da spezzare. Siamo certi che l’applicazione delle nuove norme qui proposte rappresenterà un passo in avanti importante verso la soluzione della questione e aiuterà pertanto le imprese ad affrontare questo periodo di crisi economica e finanziaria. Le sanzioni proposte sono proporzionate e necessarie, e la speranza è che scoraggino le pratiche commerciali scorrette adottate dagli operatori commerciali.

 
  
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  Alajos Mészáros (PPE), per iscritto.(HU) Era essenziale accogliere la risoluzione sulla direttiva in materia di ritardi di pagamento, e per questo ho votato a favore della risoluzione. Inoltre, la discussione di stamani ha rivelato che gli effetti della crisi che, nel passato più recente, non ha risparmiato nemmeno i nostri Stati membri, si fanno ancora sentire. Dobbiamo apportare numerose modifiche per garantire un funzionamento senza intoppi del mercato interno. Come parte di tali cambiamenti, la relazione raccomanda giustamente la transizione a una cultura di pagamenti puntuali. In tal modo i ritardi di pagamento saranno associati a conseguenze che li renderanno svantaggiosi.

Stando alla valutazione d’impatto che ha preceduto la revisione, le autorità di diversi paesi membri sono note per le loro cattive abitudini nell’ambito dei pagamenti. Spero vivamente che la decisione odierna possa cambiare anche le cose in tal senso. Infine, anche semplificare la vita alle PMI può essere una nostra preoccupazione prioritaria a questo proposito. I meccanismi alternativi proposti per dirimere le controversie possono offrire una soluzione, tanto quanto rendere pubbliche le pratiche degli Stati membri. Sfruttare le opportunità offerte dal portale europeo e-Justice può aiutare creditori e imprese a operare più sgombri da preoccupazioni.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE), per iscritto. (SK) Accolgo con favore la proposta della Commissione di affrontare il problema delle morosità, che sta diventando una questione molto grave, soprattutto nel caso delle transazioni commerciali transfrontaliere, in quanto vi è una violazione della sicurezza legale.

Per far sì che le conseguenze dei pagamenti tardivi siano tali da scoraggiarli, è necessario introdurre procedure celeri per il recupero di crediti incontestati correlati a morosità, nell’ambito della diffusione di una cultura di puntualità nei pagamenti. La proposta di modifica, mirata all’imposizione del pagamento di tali fatture in sospeso da parte di un’impresa o di un’autorità pubblica mediante una procedura online facilmente accessibile, rappresenterà un miglioramento verso un recupero semplificato e più rapido di questo tipo di crediti insoluti. I vantaggi riguarderanno principalmente le piccole e medie imprese, maggiormente penalizzate da morosità e procedure laboriose di recupero crediti.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) I crediti insoluti rappresentano un rischio finanziario considerevole, soprattutto per le piccole e medie imprese. L’assenza di una morale nel campo dei pagamenti, soprattutto in tempi di crisi, può determinare una grave contrazione della liquidità. Le misure che sensibilizzano nei confronti dei pagamenti offrono indubbiamente dei vantaggi. Mi sono astenuto perché non sono convinto che sia sensato disciplinare tale questione a livello paneuropeo o che farlo possa esercitare un impatto positivo sulla morale dei pagamenti.

 
  
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  Claudio Morganti (EFD), per iscritto. – La relazione affronta il problema dei ritardi di pagamento, un problema che destabilizza il mercato e soprattutto danneggia le piccole e medie imprese alle quali ho un riguardo particolare. Il mio voto positivo va inteso come la speranza della nascita di una nuova cultura commerciale, più favorevole a una tempestiva esecuzione dei pagamenti, per la quale i ritardi di pagamento costituiscano un abuso inaccettabile a danno del cliente e una violazione contrattuale e non una prassi normale.

 
  
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  Radvilė Morkūnaitė-Mikulėnienė (PPE), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa legislazione in quanto ritengo che una migliore gestione degli accordi di pagamento sia vantaggiosa per le piccole e medie imprese (PMI) e la cultura imprenditoriale in generale. Reputo che una delle disposizioni contenute nel documento sia particolarmente avanzata: la richiesta di pubblicare celermente elenchi dei buoni pagatori. Tali misure non solo incoraggerebbero le imprese (in particolare le PMI) a saldare puntualmente le fatture, riducendo pertanto i rischi correlati ai problemi di liquidità, ma aumenterebbero anche la credibilità e quindi la competitività di tali imprese.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Gentile Presidente, onorevoli Colleghi, ho votato a favore della relazione Weiler, in quanto ritengo fondamentale porre un tetto massimo entro il quale le imprese devono essere pagate. E' un'esigenza che in questi momenti di crisi risulta ancora più pressante e fondamentale. Le Piccole e Medie imprese, insieme agli imprenditori, giocano un ruolo significativo in tutte le nostre economie e sono generatori chiave di occupazione e di reddito e driver di innovazione e crescita. Purtroppo, troppo spesso ultimamente assistiamo a situazioni di aziende che risultano creditrici per svariati milioni nei confronti di enti pubblici, ma che purtroppo si vedono costrette a chiudere o a dichiarare fallimento proprio a causa dei ritardi nei pagamenti. Auspico, pertanto, che in sede di recepimento si prendano in considerazione anche altri fattori, stabilendo un allentamento dei vincoli di patto per gli enti pubblici e, nel contempo, una graduale riduzione dei termini di pagamento. In questo modo si coniugherebbero le due esigenze e ne gioverebbe l’intero sistema Paese. Mi auguro che la direttiva venga rapidamente trasposta dagli Stati membri, in modo da poter essere applicata nel più breve tempo possibile. E' un dovere da parte di noi legislatori e un diritto da parte delle aziende creditrici.

 
  
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  Robert Rochefort (ALDE), per iscritto. (FR) Le morosità possono sfociare in difficoltà finanziarie e persino nel fallimento di alcune imprese, soprattutto PMI: secondo la Commissione europea, i pagamenti tardivi costano all’economia europea circa 180 miliardi di euro l’anno. Altri studi parlano di 300 miliardi di euro l’anno, una somma che equivale al debito pubblico greco. Nel clima economico attuale, sono lieto che Consiglio e Parlamento siano stati in grado di accordarsi fin dall’inizio su una revisione ambiziosa della legislazione europea in materia. Il contributo del Parlamento europeo è stato sostanziale in tal senso. Siamo riusciti a far sì che la versione definitiva si ispirasse in particolare ai numerosi miglioramenti votati in seno alla commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori: tassi di interesse legali più elevati pagabili in caso di ritardo; per le transazioni tra imprese, una norma di 30 giorni di default e una proroga a 60 giorni che può essere estesa a determinate condizioni; per le istituzioni pubbliche, un massimo di 60 giorni; maggiore flessibilità per gli istituti pubblici di sanità e per entità pubbliche mediche e sociali; e, infine, una semplificazione degli indennizzi per i costi di recupero (40 euro forfetari).

 
  
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  Crescenzio Rivellini (PPE) , per iscritto. – Mi congratulo per l'ottimo lavoro svolto dalla collega Weiler. Il Parlamento europeo ha dato il via libera a nuove norme per limitare i ritardi di pagamento delle pubbliche amministrazioni nei confronti dei loro fornitori, nella maggior parte dei casi piccole e medie imprese. Il Parlamento ha stabilito che gli enti pubblici saranno tenuti a pagare entro 30 giorni i servizi o i beni acquistati. Se ciò non accadrà dovranno pagare interessi di mora al tasso dell'8%.

Il principio secondo il quale il lavoro va retribuito tempestivamente è un principio fondamentale di correttezza, che però svolge anche un ruolo d'importanza cruciale ai fini della solidità di un'impresa, delle sue disponibilità finanziarie e del suo accesso a credito e finanziamenti. Di conseguenza, la nuova direttiva, che andrà ora recepita negli ordinamenti nazionali entro ventiquattro mesi dalla sua adozione, gioverà all’intera economia europea.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Poiché i pagamenti tardivi rappresentano un fenomeno caratterizzato da numerose cause spesso interconnesse, tale malfunzionamento può essere combattuto solamente mediante un’ampia gamma di misure complementari. Il Parlamento ritiene pertanto che un approccio meramente legalistico volto a migliorare i rimedi per i pagamenti tardivi sia necessario, ma non sufficiente. L’approccio “intransigente” della Commissione incentrato su sanzioni severe e disincentivi va ampliato fino a includere misure “soft” volte a fornire incentivi positivi per combattere le morosità.

Inoltre, in parallelo all’attuazione della direttiva, andrebbero incoraggiate misure concrete, quali il ricorso alla fatturazione elettronica.

 
  
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  Marco Scurria (PPE) , per iscritto. – L’Italia è il Paese in cui le imprese soffrono maggiormente a causa dei ritardi di pagamento da parte delle pubbliche amministrazioni, con una media di pagamenti ai fornitori di 180 giorni contro i 67 della media europea. Ciò comporta, soprattutto per le PMI, problemi finanziari, riduzione drastica delle possibilità d’investimento e perdita di competitività.

La direttiva votata oggi scoraggia i debitori dal pagare in ritardo e consente ai creditori di tutelare i propri diritti in modo efficace contro tali ritardi, introducendo il diritto agli interessi legali causati da un ritardo di pagamento anche laddove non specificato nel contratto ed impone alla Pubblica Amministrazione di pagare entro un massimo di sessanta giorni dalla data di richiesta di erogazione, previa regolare effettuazione della prestazione.

L’approvazione di questa direttiva è davvero un grande aiuto per le nostre imprese: oggi infatti un’impresa su quattro chiude per problemi legati a scarsa liquidità finanziaria; con le nuove regole sui pagamenti le aziende torneranno ad essere competitive sui mercati e non ci sarà perdita di occupazione.

 
  
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  Marc Tarabella (S&D), per iscritto. (FR) Adottando con una maggioranza schiacciante la relazione della mia collega, onorevole Weiler, sulla proposta di direttiva sui ritardi di pagamento, il Parlamento europeo ha introdotto norme equilibrate e chiare che promuovono la solvibilità, l’innovazione e l’occupazione. Le piccole imprese e gli ospedali pubblici beneficeranno delle misure proposte.

Le prime non dovranno più affrontare le difficoltà finanziarie correlate ai pagamenti tardivi, e i secondi potranno beneficiare di un termine di pagamento più lungo pari a 60 giorni per la loro natura particolare, con i finanziamenti che provengono dai rimborsi previsti dai sistemi di sicurezza sociale. Inoltre, l’accordo che dovremmo raggiungere col Consiglio consentirà una rapida entrata in vigore della direttiva e una trasposizione da parte degli Stati membri addirittura dal gennaio del 2011. Accolgo con favore l’efficacia di questa votazione.

 
  
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  Salvatore Tatarella (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, Negli ultimi anni i ritardi di pagamento hanno assunto un peso sempre più importante nella gestione finanziaria delle aziende. Essi rappresentano un problema grave e pericoloso, che trascina verso il basso la qualità del sistema degli appalti, minando seriamente la sopravvivenza delle piccole imprese e contribuendo alla perdita di competitività dell’economia europea. I dati statistici sono allarmanti, soprattutto per quel che riguarda l’Italia, dove la media dei pagamenti è di 186 giorni, con punte di 800 a livello regionale, nel settore della sanità. Una vera vergogna, che molto spesso ha costretto alla chiusura diverse PMI. Con questa relazione facciamo un grosso passo in avanti, fissando a 60 giorni il limite massimo per i pagamenti da pubblico a privato. Certo, l’approvazione della normativa non risolverà, come per magia, il problema, ma e' sicuramente un punto di partenza, per attivare un circolo virtuoso, soprattutto per quel che riguarda i rapporti con la pubblica amministrazione. L’efficienza e l'immediatezza della pubblica amministrazione nel liquidare le fatture e' un passo importante che apporterà anche dei benefici all’economia europea. Il mio auspicio e' che il recepimento della normativa da parte degli Stati membri, e soprattutto dell'Italia, sia molto rapido.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) La relazione offre un contributo significativo alla risoluzione del problema dei ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali tra aziende oppure tra imprese ed entità pubbliche. L’iniziativa si propone l’aumento della liquidità tra le imprese comunitarie mediante l’armonizzazione. La lotta contro i ritardi di pagamento è particolarmente opportuna nell’attuale periodo di crisi, in quanto i ritardi prolungati esercitano ripercussioni negative sulle attività delle imprese. Il provvedimento mira a contribuire al buon funzionamento del mercato interno attraverso una riforma urgente delle scadenze richieste e delle sanzioni applicabili in caso di mancato rispetto delle stesse.

In tale contesto, accolgo la proposta legislativa, la cui fissazione di un termine generale di 30 giorni per il pagamento delle transazioni tra imprese e tra aziende ed entità pubbliche – con queste ultime che possono beneficiare di un termine di 60 giorni in casi eccezionali – ha raccolto notevole consenso in seno al gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano) a cui appartengo.

Vedo altresì di buon occhio la fissazione di un tasso di interesse applicabile nel caso di ritardo nei pagamenti e basato sul tasso di riferimento della Banca centrale europea maggiorato dell’8 per cento. A mio parere, tale misura equivale a un forte stimolo per l’attività economica delle piccole e medie imprese, il cui rendimento economico viene spesso seriamente danneggiato a causa degli ostacoli di natura burocratica.

 
  
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  Marianne Thyssen (PPE), per iscritto. (NL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, abbiamo appena votato sulla revisione della direttiva sulla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali. Ho dato tutto il mio sostegno a tale accordo. Termini di pagamento eccessivamente lunghi e, di fatto, pagamenti tardivi, rappresentano una minaccia per una gestione salutare delle imprese, inficiano la competitività e la redditività e potrebbero addirittura mettere in dubbio la sopravvivenza stessa dell’impresa. Poiché la direttiva attuale non pare sufficientemente efficace nello scoraggiare le morosità, appoggio anche il rafforzamento delle norme esistenti. Per quanto riguarda i termini massimi di pagamento, caldeggeremo ulteriori garanzie per le aziende in quanto, in linea di principio, i pagamenti devono essere effettuati entro 30 giorni. Ciò riveste un’importanza particolare nel caso dei pagamenti tra le aziende e gli enti pubblici. Dopo tutto, d’ora in poi i paesi membri e i governi dovranno essi stessi dare l’esempio. è una questione di credibilità, vale a dire che in futuro le istituzioni europee saranno obbligate a rispettare i medesimi termini legali in vigore per tutte le altre entità. Il fatto che la direttiva sancisca chiaramente che qualsiasi deviazione contrattuale dai termini standard di pagamento sarà possibile solamente per ragioni eque e obiettive costituirà un fattore importante per la sua applicazione. Per concludere, spero che l’indennizzo stabilito rispetto ai costi di recupero costringa i cattivi pagatori a imboccare la retta via e, meglio ancora, a non abbandonarla mai. Sarebbe un risultato positivo per le nostre aziende e per l’occupazione.

 
  
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  Iva Zanicchi (PPE) , per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho espresso voto favorevole alla relazione della collega Weiler relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.

Le attività imprenditoriali sono fortemente ostacolate dai debiti o dai ritardati pagamenti, che spesso, per una sorta di effetto domino, costituiscono la causa di fallimento di imprese altrimenti solvibili. I ritardi di pagamento rappresentano infatti un evento frequente in Europa a danno delle imprese, soprattutto di quelle piccole.

Inoltre, nella maggior parte degli Stati membri, in situazioni di difficoltà finanziaria le autorità pubbliche sono solite pagare in ritardo. Pertanto, è emersa la necessità di rafforzare le misure legislative già esistenti impegnandosi a lottare contro i ritardi nei pagamenti per supportare le aziende, specie le PMI, e stabilire termini certi e sanzioni adeguate per chi è inadempiente.

 
  
  

Relazione Figueiredo (A7-0233/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa relazione in quanto la povertà rappresenta un problema molto serio che colpisce 85 milioni di nostri concittadini europei, e nessuno dovrebbe restare indifferente. Dev’essere collocata in cima alla lista delle nostre priorità, e merita una risposta collettiva che garantisca una dignità minima a coloro che si ritrovano in una situazione di vulnerabilità sociale. La povertà colpisce i nostri giovani e i nostri anziani ma, sempre più di frequente, anche i nostri lavoratori. Soltanto negli ultimi due anni sono andati persi 6 milioni di posti di lavoro, a cui si è aggiunto un peggioramento del livello più basso e l’instabilità degli stipendi dei lavoratori, anche se riescono a conservare il proprio impiego. Ci occorre un approccio sistemico che affronti e risolva le cause delle difficoltà, troncando i problemi sul nascere. Tuttavia, al contempo, non possiamo attualmente fornire risposte immediate e urgenti alle loro conseguenze. Alla luce di ciò, assicurarsi che le fasce sociali più vulnerabili ricevano un reddito minimo di sussistenza e risposte immediate per consentire loro di uscire da questa situazione è non soltanto una necessità, ma anche un obbligo che dovremmo appoggiare, e a cui sarebbe opportuno ottemperare in un quadro di responsabilità ed esigenza.

 
  
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  Roberta Angelilli (PPE) , per iscritto. – Signor Presidente, l'UE, nel quadro delle iniziative promosse per il 2010, quale Anno della lotta alla povertà e all'esclusione sociale e nei confronti del raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite, ha dimostrato il suo impegno per contrastare la povertà in Europa. Considerando la gravità della crisi economica e sociale e il suo impatto sull'aumento della povertà e dell'esclusione sociale, alcune categorie vulnerabili della popolazione, quali donne, bambini, anziani e giovani, hanno maggiormente subito gli effetti negativi della situazione. In questa situazione, anche se il reddito minimo può costituire un adeguato sistema di protezione di queste categorie, non tiene conto del principio di sussidiarietà e quindi del fatto che questa materia rientra nelle competenze dei singoli Stati membri.

Dal momento che in Europa esistono delle diseguaglianze tra livelli salariali e sociali, risulta difficile stabilire una soglia minima comune di reddito minimo. Ritengo piuttosto, che sia utile incoraggiare i singoli Stati membri a migliorare le risposte politiche nei confronti della lotta contro la povertà, promovendo l'inclusione attiva, un reddito adeguato, l'accesso a servizi di qualità ed un'equa distribuzione delle ricchezze. Ma, soprattutto, invogliare gli Stati ad un migliore utilizzo dei Fondi strutturali a loro disposizione.

 
  
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  Elena Băsescu (PPE), per iscritto. (RO) La comunità internazionale ha confermato in svariate occasioni il proprio impegno per la lotta contro la povertà. Serve un approccio globale del genere, in quanto la povertà non è confinata ai paesi sottosviluppati dell’Africa o dell’Asia, bensì colpisce anche il 17 per cento della popolazione dell’Unione.

A mio parere, il vertice delle Nazioni Unite del mese scorso segna un’evoluzione importante che porta all’adozione di un piano d’azione specifico per il conseguimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio. Da parte sua, l’UE ha suggerito una riduzione del 25 per cento del numero di indigenti entro il 2020 e uno stanziamento dello 0,7 per cento del reddito nazionale lordo a favore degli aiuti allo sviluppo. Inoltre il Parlamento europeo, adottando questa relazione, incoraggia l’inclusione attiva dei gruppi svantaggiati e si fa promotore di una coesione economica e sociale efficace.

Mi preme citare il contributo ingente offerto dalla Romania ai programmi delle Nazioni Unite per combattere la povertà, per un totale di 250 milioni di euro. Poiché gli aiuti allo sviluppo devono essere reciproci, il mio paese continuerà a ottemperare ai propri impegni. Ritengo tuttavia che occorra rivolgere maggiore attenzione ai gruppi ad alto rischio di povertà, quali le popolazioni rurali o la minoranza etnica dei rom.

 
  
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  Izaskun Bilbao Barandica (ALDE), per iscritto. (ES) Lo scopo di quest’iniziativa è l’adozione di diverse misure a livello europeo per sradicare la povertà e l’esclusione sociale. La crisi economica ha esacerbato la situazione di molti europei. La disoccupazione è salita e, in queste circostanze, le condizioni delle persone più vulnerabili, quali donne, bambini, giovani e anziani, sono più precarie. Per questo dobbiamo adottare misure a livello europeo e nazionale, e i redditi minimi rappresentano un ottimo strumento per garantire che coloro che ne hanno bisogno possano condurre una vita dignitosa. L’obiettivo ultimo è tuttavia rappresentato dalla piena integrazione nel mercato del lavoro, in quanto è questa la strada che conduce a una coesione sociale autentica. A questo proposito, spero che riusciremo a garantire che allo sviluppo economico si accompagni lo sviluppo sociale e, in particolare, a influire sullo sviluppo dell’economia sociale. Mi auguro inoltre che riusciremo a realizzare gli obiettivi della strategia Europa 2020 di ridurre il numero delle persone a rischio di povertà di 20 milioni.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore della relazione in quanto, malgrado tutte le dichiarazioni sulla lotta alla povertà, i cittadini europei continuano a vivere nell’indigenza, sono aumentate le disuguaglianze sociali e anche il numero dei lavoratori poveri è in ascesa. L’Unione europea deve adottare misure più attive per combattere la povertà e l’esclusione sociale, rivolgendo un’attenzione particolare alle persone con un’occupazione precaria, ai disoccupati, alle famiglie, agli anziani, alle donne, alle madri single, ai bambini svantaggiati e alle persone che sono malate o che sono diversamente abili. Il reddito minino è una delle misure fondamentali per combattere la povertà, aiutare queste persone a uscire dall’indigenza e garantire loro il diritto a una vita dignitosa. Mi preme richiamare l’attenzione sul fatto che il reddito minimo conseguirà l’obiettivo di combattere la povertà soltanto se gli Stati membri adotteranno azioni concrete per garantire un reddito minimo e attueranno programmi nazionali di lotta alla povertà. Inoltre, in alcuni Stati membri i regimi di reddito minimo non corrispondono alla soglia di povertà relativa. La Commissione europea dovrebbe pertanto occuparsi delle buone e delle cattive pratiche nella valutazione dei piani d’azione nazionali. Ne consegue che il reddito minimo – l’elemento essenziale della protezione sociale – è indubbiamente importante per assicurare la tutela delle persone che rischiano la povertà e garantire loro pari opportunità in seno alla società.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) Quasi 300 000 famiglie rumene ricevono un reddito minimo garantito dallo Stato, ai sensi di una legge che è entrata in vigore già nel 2001 e per la quale sono state messe a disposizione risorse fiscali pari a quasi 300 milioni di euro. Sullo sfondo della crisi economica attuale, il cui impatto viene percepito specialmente dai cittadini dei paesi economicamente meno sviluppati, la raccomandazione formulata dal Parlamento europeo per l’introduzione in tutti gli Stati membri di un programma a favore del reddito minimo rappresenta un’ovvia soluzione. Benché nessuno possa discutere sulla necessità di tale reddito minimo garantito, lo stesso potrebbe ovviamente generare abusi.

Occorrono tempistiche adeguate e un quadro di controllo del sistema, in quanto il rischio è che la sua stessa esistenza incoraggi le persone a non lavorare. Proprio per garantire che ciò non accada, si raccomanda che chiunque riceva tale reddito sia anche in grado di offrire qualche ora di lavoro a vantaggio della comunità. Alla fine del 2008 c’erano 85 milioni di persone al di sotto della soglia della povertà in tutta l’UE. Tali cifre confermano che occorre un aiuto, soprattutto se le persone in questione sono giovani o anziani.

 
  
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  Alain Cadec (PPE), per iscritto. (FR) La crisi economica ha acuito considerevolmente la povertà. Al momento nell’Unione europea vi sono più di 85 000 persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. Nel contesto dell’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, accolgo con favore l’impegno politico assunto dal Parlamento europeo per garantire che la coesione economica e sociale sia forte ed efficace.

La relazione Figueiredo precisa che l’introduzione del reddito minimo a livello nazionale rappresenta uno dei metodi più efficaci per combattere la povertà. Tuttavia, sono contrario all’istituzione di tale reddito minimo a livello di Unione europea. Tale misura suonerebbe demagogica e totalmente fuori luogo nella situazione attuale. Anche i Fondi strutturali svolgono un ruolo essenziale nel combattere l’esclusione sociale. In particolare, il Fondo sociale europeo è un investimento europeo massiccio volto a rendere il mercato del lavoro più accessibile a coloro che si trovano in difficoltà. Dovrebbe rimanere uno strumento di punta della politica di coesione nel periodo 2014-2020.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho votato a favore di questa relazione eccellente in quanto insiste sulla necessità di adottare misure specifiche per sradicare la povertà e l’esclusione sociale promuovendo una redistribuzione equa del reddito e della ricchezza, garantendo così un reddito adeguato e attribuendo un significato autentico all’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Invita gli Stati membri a “rivedere” le loro politiche intese a garantire un reddito adeguato, ben sapendo che occorre creare posti di lavoro dignitosi e ragionevoli per combattere la povertà. Considera che gli obiettivi sociali dovrebbero costituire parte integrante della strategia di uscita dalla crisi e che la creazione di posti di lavoro dev’essere una priorità per la Commissione europea e i governi dei paesi membri, quali primi passi verso la riduzione della povertà. Postula che i regimi di reddito minimo adeguato debbano fissare i redditi minimi a un livello equivalente almeno al 60 per cento del reddito medio del paese membro in questione. Sottolinea inoltre l’importanza dell’esistenza del sussidio di disoccupazione che garantisce un tenore di vita dignitoso, e anche la necessità di ridurre la durata del periodo di assenza dal lavoro, rendendo inoltre più efficienti i servizi per l’impiego nazionali. Sottolinea inoltre l’esigenza di adottare regole in materia di assicurazione, al fine di istituire un collegamento tra la pensione minima versata e la corrispondente soglia di povertà.

 
  
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  Ole Christensen (S&D), per iscritto. (DA) Noi socialdemocratici danesi al Parlamento europeo (Dan Jørgensen, Christel Schaldemose, Britta Thomsen e Ole Christensen) abbiamo votato a favore della relazione di iniziativa sul ruolo del reddito minimo nel combattere la povertà e promuovere una società inclusiva in Europa. Riteniamo che tutti gli Stati membri dell’UE dovrebbero adottare obiettivi correlati alla povertà e introdurre regimi di reddito minimo. Al contempo, riteniamo che tali obiettivi e regimi debbano essere adeguati alle circostanze dei singoli Stati membri. A nostro avviso, ci sono molti modi per valutare la povertà, e dovrebbe spettare a ciascuno Stato membro individuare il sistema migliore per farlo e per mettere a punto un regime di reddito minimo tagliato su misura per il paese membro in questione.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) La crisi economica attuale ha avuto ripercussioni enormi sull’aumento della disoccupazione, sull’accelerazione sfrenata dell’impoverimento e sull’esclusione sociale dei cittadini di tutta Europa. La povertà e l’esclusione sociale hanno raggiunto livelli inaccettabili: quasi 80 milioni di europei vivono sotto la soglia della povertà, 19 milioni dei quali sono bambini – l’equivalente di quasi due bambini su 10 – e molti altri stanno riscontrando notevoli ostacoli in termini di accesso al mercato del lavoro, all’istruzione, agli alloggi e ai servizi sociali e finanziari. Anche la disoccupazione ha raggiunto livelli senza precedenti in tutti gli Stati membri, con una media europea del 21,4 per cento, in cui un giovane su cinque è disoccupato. La situazione è inaccettabile e dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per porre fine alla tragedia in cui si dibattono tali persone.

A tal fine, il 2010 è stato proclamato l’anno europeo per la lotta a questo flagello, allo scopo di rafforzare l’impegno politico dell’UE e adottare misure che abbiano un impatto decisivo sullo sradicamento della povertà. Concordo sul fatto che ci debba essere uno stipendio minimo in ogni paese membro, coniugato a una strategia di reintegrazione sociale e all’accesso al mercato del lavoro.

 
  
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  Lara Comi (PPE), per iscritto. – La coesione economica e sociale è un prerequisito fondamentale di qualunque politica comune, in Europa come in contesti più piccoli. Laddove gli interessi sono diversi, anche gli obiettivi divergeranno e non si potrà pianificare nulla di condiviso. E' prioritario innalzare gli standard di vita di chi vive sotto la soglia di povertà. Le risorse pubbliche collocate in questo ambito sono indubbiamente un investimento di medio termine, poiché, se ben distribuite, danno il via a fenomeni di crescita che si auto-alimentano. E' sempre incerto effettuare dei trasferimenti di denaro a somma fissa, se non rientrano in un più vasto discorso di incentivi. Un discorso diverso meritano due situazioni: la prima, di rilevanza socio-assistenziale, in cui un lavoratore non è in grado di guadagnare quanto necessario a vivere dignitosamente, per disabilità fisiche o mentali o altre ragioni contingenti; la seconda, di rilevanza giuridico-economica, riguarda la rigidità del mercato del lavoro che non collega adeguatamente produttività e salari, o che non permette di lavorare quanto si desidera o in proporzione a quanto si vuole guadagnare per condurre una vita decente. In queste due situazioni il settore pubblico può e deve intervenire, lasciando negli altri casi che si crei un incentivo ad impegnarsi e mai il contrario.

 
  
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  Corina Creţu (S&D), per iscritto. (RO) Circa un quinto della popolazione dell’UE vive al di sotto della soglia di povertà, con indici di indigenza più elevati registrati tra i bambini, i giovani e gli anziani. La percentuale di dipendenti poveri si moltiplica parallelamente alla proliferazione di impieghi precari e malpagati. In 10 Stati membri, il tasso di privazione materiale interessa per lo meno un quarto della popolazione, e tale percentuale sale a oltre la metà della popolazione nel caso della Romania e della Bulgaria. Tutti questi fattori si sommano e danno luogo a un problema di povertà dilagante nell’UE ed esacerbato non soltanto dalla recessione, ma anche dalle politiche antisociali attuate dai governi di destra. Il reddito minimo può garantire la protezione sociale ad ampie fasce della popolazione che ora si trovano a vivere nell’indigenza. Tale reddito minimo può ricoprire un ruolo assolutamente primario nel prevenire situazioni tragiche causate dalla povertà e nel porre un freno all’esclusione sociale. Per combattere efficacemente la povertà, occorre anche migliorare la qualità degli impieghi e degli stipendi, introdurre il diritto a un reddito, nonché le risorse per erogare servizi sociali, pensioni e indennità. Il 2010 è l’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, che prosegue la campagna a favore di una società inclusiva adottata dal trattato di Lisbona. Per me costituisce un altro motivo per votare per questa campagna.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. (RO) Ritengo che occorra intervenire a livello sia europeo sia nazionale per proteggere i consumatori da condizioni inique per il rimborso dei prestiti e delle carte di credito e per stabilire condizioni di accesso ai prestiti che impediscano alle famiglie di indebitarsi eccessivamente e, di conseguenza, di cadere nella povertà e nell’esclusione sociale.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto. (FR) In Europa ci sono 20 Stati membri dotati di una legislazione nazionale che stabilisce una retribuzione minima, e le differenze tra i paesi possono essere sostanziali. Ad esempio, la retribuzione minima in Lussemburgo è di circa 1 682 euro, mentre in Bulgaria è pari a solamente 123 euro.

Per tale ragione, il Parlamento europeo ha ribadito la propria richiesta di un reddito minimo europeo. Tale reddito minimo potrebbe rappresentare una delle soluzioni da valutare per impedire a milioni di europei di cadere nella povertà. Riteniamo sia importante precisare che la garanzia di un reddito minimo dovrebbe essere naturalmente accompagnata da una strategia sociale generale in cui figurino l’accesso a servizi di base quali l’assistenza sanitaria, l’accesso agli alloggi, all’istruzione, all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, e questo per tutte le età e secondo modalità consone a ciascun paese.

Gli europarlamentari hanno sottolineato che il vero obiettivo dei regimi di reddito minimo non dovrebbe essere solamente quello di assistere i beneficiari, ma anche di sostenerli in modo da consentire loro di passare dall’esclusione sociale alla vita attiva.

 
  
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  Christine De Veyrac (PPE), per iscritto. (FR) Il mio sostegno alla relazione si riallaccia all’importanza della solidarietà nelle nostre società europee, in particolare in quest’Anno europeo della lotta alla povertà.

Alcuni Stati membri, tra cui la Francia, hanno svolto un ruolo da pionieri in tal senso, introducendo un “reddito minimo garantito” 20 anni fa. L’esperienza ci ha tuttavia insegnato che questo sistema può sortire effetti avversi e, ad esempio, incoraggiare l’inattività in alcuni casi. Per questo l’Unione deve valutare provvedimenti che, analogamente al revenu de solidarité active francese, o integrazione del reddito, creano un senso di responsabilità nei beneficiari e li incoraggiano a cercare un impiego, il primo vero elemento dell’inclusione sociale.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto. (FR) Mi sono sempre espressa a favore dell’introduzione di un reddito minimo equivalente al 60 per cento del reddito medio per ciascun cittadino dell’Unione, e ho inserito questo punto già nel mio programma elettorale per le elezioni europee del 2009. Tuttavia, oggi quest’Assemblea ha votato contro questa proposta legislativa a livello comunitario.

Nel 2010, l’Anno europeo della lotta alla povertà, sono convinta che una direttiva quadro sul reddito minimo sarebbe potuta fungere da testo di riferimento per le politiche e la legislazione nazionale.

Ritengo che fosse il modo più efficace di ridurre la povertà e far uscire dall’indigenza 20 milioni di persone entro il 2020. Mi preme ricordare che in Europa ci sono 80 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà.

 
  
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  Ioan Enciu (S&D), per iscritto. (RO) Credo che il rischio di un inasprimento della povertà in Europa vada evitato a qualunque costo, in quanto può esercitare un impatto strutturale estremamente avverso nel lungo termine, da una prospettiva sia sociale sia economica. Ho votato per la relazione in quanto ritengo che un reddito minimo ragionevole vada garantito per assicurare un livello dignitoso di protezione sociale, soprattutto ai gruppi di cittadini più vulnerabili che sono stati gravemente penalizzati dalle politiche di austerità attuate dai governi europei durante l’attuale crisi economica e finanziaria.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Senza volermi mostrare insensibile alle gravissime conseguenze per i cittadini della crisi attuale, che sta creando o acuendo le condizioni di povertà di molti europei, non mi trovo d’accordo con la visione statista che intende risolvere questo problema ricorrendo a un aumento dei servizi sociali, come nel caso del reddito minimo stabilito a livello europeo.

Più servizi sociali si traducono in maggiori fondi dallo Stato, e siccome quest’ultimo non genera reddito, tali risorse non possono che provenire da un incremento del gettito fiscale, vale a dire più tasse per tutti, e quindi un impoverimento generale della popolazione e maggiore dipendenza dallo stesso Stato sanguisuga.

La lotta contro la povertà dev’essere condotta mediante politiche occupazionali e competitività economica. Se il Portogallo non assistesse alla chiusura di aziende con una cadenza praticamente settimanale, non ci sarebbero così tanti portoghesi disoccupati e nella morsa della povertà. Ritengo pertanto che la lotta contro la povertà vada portata avanti stimolando l’economia e il mercato e non tramite sussidi, che dovranno essere sempre finanziati dalle imposte le quali, come sappiamo, strangolano i contribuenti e l’economia e sono un ostacolo per la competitività economica.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Come ho dichiarato in quest’Aula un anno fa, vorrei farmi promotore di un nuovo concetto di socialità in seno all’Unione europea, che garantisca a tutti un tenore di vita dignitoso. In un’Europa socialmente consapevole, equa, evoluta e coesa, è d’obbligo adottare misure che eliminino o minimizzino il rischio di dumping sociale e il degrado del tenore di vita dei cittadini nel momento in cui devono affrontare gli effetti devastanti dell’attuale crisi economica. Per rendere l’Europa più forte e più unita, dobbiamo garantire la tutela dei diritti fondamentali per i cittadini di tutta Europa. Constato che occorrono standard minimi nei settori dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione e delle pensioni sociali, e persino a livello di retribuzione, per garantire una maggiore uniformità delle condizioni di lavoro. Nell’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, accolgo con favore la relazione per il suo contributo nell’incoraggiare tutti gli Stati membri ad adempiere alle proprie responsabilità di inclusione attiva ponendo rimedio alle disuguaglianze sociali e all’emarginazione. Mi preme sottolineare che bisognerebbe instaurare un equilibrio e un rispetto realistici per il principio di sussidiarietà. Alla luce di ciò, voto a favore della relazione e contro gli emendamenti proposti.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Vorrei enfatizzare l’importanza dell’adozione in seduta plenaria del Parlamento europeo di questa relazione che propone l’introduzione di regimi di reddito minimo in tutti gli Stati membri dell’UE, relazione che è stata mia responsabilità produrre. è stata adottata in quest’Aula con 437 voti a 162 e 33 astensioni, e si è imposta quale misura specifica per l’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale.

Come si legge nella relazione, “l’introduzione in tutti gli Stati membri dell’UE di regimi di reddito minimo – costituiti da misure specifiche di sostegno alle persone (bambini, adulti e anziani) con un reddito insufficiente attraverso una prestazione economica e l’accesso agevolato ai servizi pubblici essenziali – è uno dei modi più efficaci per contrastare la povertà, garantire una qualità di vita adeguata e promuovere l’integrazione sociale”.

La risoluzione adottata sancisce che i sistemi di redditi minimi devono stabilirsi almeno al 60 per cento del reddito mediano dello Stato interessato. Chiede alla Commissione di elaborare un piano d’azione destinato ad accompagnare l’attuazione di un’iniziativa europea sul reddito minimo negli Stati membri. Richiama l’attenzione sul numero crescente di lavoratori poveri e la necessità di affrontare questa nuova sfida e chiede un’equa ridistribuzione del reddito.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Mi è capitato raramente di imbattermi in una relazione così demagogica e poco realistica. Demagogica perché si propone di introdurre un reddito minimo pari ad almeno il 60 per cento del reddito medio in tutti gli Stati membri e per tutti, senza alcuna condizione di nazionalità. Stiamo parlando di reddito medio lordo o di reddito medio netto? Si tratta del tenore di vita utilizzato per calcolare la soglia di povertà? Nel mio paese, ciò significherebbe incoraggiare l’inattività assistita e creare un polo l’attrazione irresistibile per l’immigrazione.

Infatti, stando alla definizione riportata, tale reddito sarebbe più alto della retribuzione minima, che è quella percepita dal 15 per cento dei lavoratori francesi; un record tra i paesi sviluppati. Non è l’assistenza ciò di cui hanno bisogno gli europei, bensì posti di lavoro veri che fruttino uno stipendio rispettabile. Eppure, ed è questa la parte poco realistica del documento, la relazione tace sulle vere cause della povertà: la pressione sugli stipendi causata dalla concorrenza esterna di paesi a basso costo in cui viene praticato il dumping sociale e dalla concorrenza interna dell’immigrazione non europea; inoltre, l’esplosione della disoccupazione, le delocalizzazioni e le chiusure delle aziende provocate dalla globalizzazione selvaggia. Inoltre, non si fa menzione del caso particolarmente preoccupante dell’impoverimento del ceto medio europeo. è contro queste cause che bisogna prioritariamente orientare i propri sforzi.

 
  
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  Louis Grech (S&D), per iscritto. (EN) Benché l’Unione europea sia una delle aree più ricche del mondo, si riscontra comunque una percentuale elevata di cittadini europei con il problema della povertà del reddito, che limita la loro capacità di soddisfare le necessità minime quali cibo, salute, energia ed istruzione. La povertà colpisce 85 milioni di persone in Europa. Inoltre, in seguito all’attuale recessione finanziaria ed economica, aumenta il rischio di povertà soprattutto tra i bambini, i giovani e gli anziani; di conseguenza, molte famiglie sono più a rischio, con un accesso ridotto ai farmaci, all’assistenza sanitaria, agli studi e all’occupazione. Occorre garantire un’equa distribuzione del reddito tra gli Stati membri ricchi e poveri, tra i paesi piccoli e grandi, e tra i rispettivi cittadini.

Bisogna stanziare maggiori risorse per studi e analisi diverse che vertano sulla povertà e l’esclusione sociale, per raffrontare i sistemi dei 27 Stati membri e individuare le politiche che danno maggiori frutti. Dobbiamo continuare a combattere la povertà e l’esclusione sociale in Europa e nel mondo intervenendo con urgenza e, cosa ancor più importante, operando solidalmente malgrado le diverse pressioni fiscali o politiche a cui potremmo essere sottoposti.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE), per iscritto. (FR) Al momento in Europa il 17 per cento della popolazione, il che equivale a circa 85 milioni di persone, vive al di sotto della soglia di povertà. Dietro queste cifre, l’aspetto più preoccupante è rappresentato dalla povertà estrema, che sta dilagando soprattutto in questi periodi di recessione, per questo un reddito minimo è indispensabile.

Poiché il 2010 è l’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, e all’indomani della Giornata mondiale per l’eliminazione della povertà, noi del Parlamento europeo ci siamo espressi a favore di una risoluzione che postula un reddito minimo europeo pari al 60 per cento del reddito medio di ogni paese membro.

La nostra relazione evidenzia che l’introduzione di regimi di reddito minimo in tutti gli Stati membri rappresenta una delle misure più efficaci per contrastare la povertà, garantire una qualità di vita dignitosa e incoraggiare l’integrazione sociale, e accolgo con favore l’adozione di questa risoluzione.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Ho dato il mio sostegno alla relazione che invita gli Stati membri a contrastare la povertà introducendo regimi di reddito minimo sulla falsariga dell’RSA [revenu de solidarité active - integrazione del reddito], ex RMI [revenu minimum d’insertion - reddito di base garantito] francese. Questo tipo di strumento è stato chiaramente riconosciuto come molto utile per fronteggiare l’insicurezza del posto di lavoro.

Il testo propone che questa tipologia di reddito minimo ammonti al 60 per cento dello stipendio medio di ogni paese e, soprattutto, che faccia parte di una strategia onnicomprensiva per l’integrazione, con un ritorno all’occupazione durevole e l’accesso ai servizi pubblici, principalmente gli alloggi.

Il testo è stato adottato, ma purtroppo le versioni alternative proposte dai gruppi politici orientati a sinistra, che chiedevano una direttiva quadro vincolante per attuare il reddito minimo in tutta l’Unione, sono state respinte. La posizione da noi assunta a favore di questi regimi di reddito minimo è pertanto incoraggiante, ma si rivelerà presumibilmente insufficiente.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE), per iscritto. (PL) I dati più recenti mostrano che i livelli di povertà nell’Unione europea sono in ascesa. In molti Stati membri, la povertà colpisce più duramente bambini e anziani, mentre il ricorso crescente a contratti di lavoro a tempo determinato e redditi bassi e precari portano con sé il rischio di un deterioramento delle condizioni di vita in tutta la società. Se si aggiunge all’equazione la crisi demografica che sta penalizzando alcuni paesi, si ottiene una ricetta per il tracollo economico garantito. Spetta a noi garantire una vita dignitosa a tutti i cittadini.

Non possiamo permettere che i nostri figli e nipoti vivano sotto la minaccia della fame, della disoccupazione e dell’esclusione sociale. Dobbiamo garantire alle generazioni future livelli di retribuzione dignitosi, stabilità delle carriere, accesso ai servizi pubblici e integrazione sociale per tutta la durata della vita – dai primi anni fino alla pensione.

 
  
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  Alan Kelly (S&D), per iscritto. (EN) In base alle stime, nell’UE si contano 85 milioni di cittadini che vivono nell’indigenza o che corrono tale rischio, e a mio parere a livello europeo occorre fare il possibile per fronteggiare tale sciagura. è vitale introdurre procedure come quelle in oggetto per contribuire a ridurre il numero di persone a rischio di povertà nell’UE, per poter conseguire l’obiettivo UE 2020 di eliminare tale rischio per 20 milioni di cittadini europei.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. (RO) La crisi economica e finanziaria ha esacerbato la situazione in cui si trova il mercato del lavoro in tutta l’Unione europea. Solo di recente sono andati perduti circa 5 milioni di impieghi, che hanno causato povertà ed esclusione sociale negli Stati membri. Sostengo fermamente questa relazione, in quanto credo che occorrano misure urgenti per reintegrare gli interessati nel mercato del lavoro, nonché per garantire un reddito minimo che assicuri un tenore di vita accettabile e una vita umanamente dignitosa. Dobbiamo sviluppare indicatori rilevanti che ci consentano di introdurre negli Stati membri regimi di reddito minimo, assicurando pertanto una qualità di vita adeguata in grado di incoraggiare l’integrazione sociale e di promuovere la coesione sociale ed economica in tutta l’Unione europea.

 
  
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  Elżbieta Katarzyna Łukacijewska (PPE), per iscritto. (PL) Uno strumento efficace per combattere la povertà è garantire ai cittadini dell’Unione europea un reddito minimo che comprenda stipendi, pensioni e prestazioni sociali. Il reddito minimo dovrebbe essere un diritto universale e non dipendere dai contributi versati.

Dovremmo prestare particolare attenzione ai gruppi sociali particolarmente esposti alla povertà e all’esclusione sociale, tra cui figurano nello specifico i disabili, le famiglie numerose e i genitori single, i malati cronici e gli anziani. Un’analisi dell’esperienza maturata da diversi Stati membri dimostra il ruolo importante ricoperto dai redditi minimi nella lotta alla povertà e all’esclusione sociale, e per questo ho votato a favore della relazione Figueiredo.

 
  
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  Clemente Mastella (PPE) , per iscritto. – Oggigiorno risulta indispensabile integrare la prevenzione e la lotta alla povertà e all’esclusione sociale in altre politiche comunitarie, al fine di garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali, l’accesso universale ai servizi pubblici essenziali, il diritto alla salute, all’educazione, alla formazione professionale.

Tutto ciò richiede una sostenibilità sociale delle politiche macroeconomiche, una necessaria modifica delle priorità e delle politiche monetarie, compresi il Patto di stabilità e crescita e di tutte le politiche in materia di concorrenza, mercato interno, bilancio e imposizione fiscale. Questa relazione parla di "reddito minimo", tema controverso, definito come uno strumento che permette di passare da una situazione di esclusione sociale ad una vita pienamente attiva; ma si sottolinea l'importanza di accompagnarlo con politiche più ampie, che prendano in considerazione anche le necessità di altri bisogni: assistenza sanitaria, istruzione, formazione, servizi sociali ed alloggi.

Ho votato a favore di questa relazione perché condivido l'idea della necessità di una strategia europea di coordinamento. Quanto al reddito minimo, però, ritengo rientri nelle competenze dei singoli Stati membri, sulla base del rispetto del principio di sussidiarietà. Risulta difficile poter stabilire una soglia minima nei vari Stati membri, quando esistono forti differenze salariali e di costo della vita in generale.

 
  
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  Barbara Matera (PPE) , per iscritto. – Quanto contenuto nel Trattato di Lisbona, quanto previsto dalla Strategia UE 2020 e quanto contemplato negli Obiettivi di sviluppo del Millennio non sembra trovare riscontro, neanche a livello previsionale, nella realtà sconcertante offerta dal numero di persone che a tutt'oggi vivono nella miseria. Solo in Europa quasi ottanta milioni di cittadini vivono in condizioni di povertà, di cui diciannove milioni sono bambini. Le politiche ambiziose che la Comunità internazionale si è prefissata nello sradicamento della povertà sono risultate troppo spesso inefficaci, di difficile implementazione o assimilabili a sole misure assistenziali.

Gli obiettivi da raggiungere devono invece contemplare un approccio maggiormente strutturale, valutando iniziative specifiche, coordinate a livello europeo, che abbiano impatto sul reddito, sui servizi sociali, sull'assistenza sanitaria al fine di alleviare il peso di una crisi finanziaria che ha colpito i soggetti più a rischio del mercato del lavoro, quali le donne, in particolare anziane, e i giovani. Ritengo che la valutazione di iniziative europee volte alla fissazione di un reddito minimo possano rappresentare una delle vie per combattere la povertà seppur nel rispetto del principio della sussidiarietà.

 
  
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  Marisa Matias (GUE/NGL), per iscritto. (PT) L’introduzione del reddito minimo in tutti i paesi dell’Unione europea rappresenta una misura cardine per combattere la povertà. Voto pertanto a favore di quest’importante relazione.

Il reddito minimo viene tuttavia calcolato paese per paese, e non contribuisce quindi alla convergenza sociale in Europa. Vengono mantenute le disuguaglianze nazionali nella crisi che stiamo attualmente attraversando. Occorrono pertanto più politiche sociali trasversali a livello europeo per garantire una più equa distribuzione del reddito. Si tratta di un aspetto importante del ruolo dell’UE.

 
  
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  Erminia Mazzoni (PPE) , per iscritto. – L´Unione europea proclama da sempre l'"inclusione sociale" principio fondante. È difficile fronteggiare le tante situazioni che creano emarginazione, allontanamento, abbandono. Tra queste sicuramente la povertà occupa una posizione alta in graduatoria. Essa, però, a differenza di cause come le malattie, i comportamenti antisociali, la razza, il genere, rappresenta una condizione per la quale paesi civilizzati devono organizzare strumenti ordinari di prevenzione.

Il reddito minimo di cittadinanza è un rimedio, non una soluzione. Condivido della risoluzione l'invito alla Commissione a inserire le azioni degli Stati in una cornice di coordinamento europeo e a prevedere che al reddito minimo si accompagni un approccio integrato che includa l'assistenza sanitaria, l'istruzione, gli alloggi. Aggiungo, però un mio personale appello alla Commissione rivolto a privilegiare nella "Piattaforma per la lotta alla povertà e all'esclusione sociale" le azioni di sostegno all'inclusione al fine di prevenire.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Gli Stati membri non possono mostrarsi insensibili a casi di povertà estrema, e devono assicurarsi che nessuno venga semplicemente abbandonato al proprio destino in situazioni spesso profondamente degradanti. In questi casi specifici sarebbe opportuno valutare l’erogazione di aiuti straordinari ed eccezionali.

Ciononostante, esperienze quali quella portoghese di concedere redditi minimi senza un effettivo monitoraggio concreto, ma con un numero enorme di persone registrate come beneficiarie, persone che potrebbero e dovrebbero lavorare ma che non lo fanno né si adoperano per farlo, rappresentano una perversione dell’approccio che va tenuta in considerazione. Mi sono pertanto astenuto per il fatto che gli aspetti di monitoraggio adeguato del sistema da me testé descritti lo rendono discutibile da un punto di vista sia finanziario sia morale.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Gli Stati membri non possono mostrarsi insensibili a casi di povertà estrema, e devono assicurarsi che nessuno venga semplicemente abbandonato al proprio destino in situazioni spesso profondamente degradanti. In questi casi ristretti sarebbe opportuno valutare l’erogazione di aiuti straordinari ed eccezionali.

Ciononostante, esperienze quali quella portoghese di concedere redditi minimi senza un effettivo monitoraggio concreto, ma con un numero enorme di persone registrate come beneficiarie, persone che potrebbero e dovrebbero lavorare ma che non lo fanno né si adoperano per farlo, rappresentano una perversione della logica che andrebbe tenuta in considerazione. Per questo mi sono astenuto: per il fatto che gli aspetti descritti di monitoraggio adeguato del sistema lo rendono discutibile sia finanziariamente sia moralmente.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo sul ruolo del reddito minimo nel combattere la povertà e promuovere una società inclusiva in Europa, in quanto concordo con la maggior parte delle richieste e pareri che contiene; ad esempio, il fatto che Stati membri, Consiglio e Commissione debbano attuare “misure concrete che sradichino la povertà e l’esclusione sociale” e che “la lotta alla povertà presupponga la creazione di posti di lavoro dignitosi e durevoli per le categorie sociali svantaggiate sul mercato del lavoro”. Su questo punto, considero di grande valore la fissazione di una soglia di reddito minimo in tutti gli Stati membri per permettere a tutti di vivere dignitosamente, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno un impiego. Ho appoggiato tale risoluzione in quanto, in linea di massima, presuppone un intervento sociale maggiore per combattere la povertà che affligge milioni di cittadini. A tal fine, chiede agli Stati membri e alle istituzioni europee di adottare misure concrete per promuovere una reintegrazione nel mercato del lavoro degna delle persone che vivono nell’indigenza.

 
  
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  Siiri Oviir (ALDE), per iscritto. (ET) Come eurodeputato donna, trovo particolarmente preoccupante il fatto che nell’attuale crisi economica le donne dell’UE siano minacciate dalla povertà estrema molto più degli uomini. Se si esaminano i dati Eurostat, oggigiorno il 27 per cento delle donne, prima di percepire prestazioni di sicurezza sociale, sono a rischio di povertà. Nella società europea, la tendenza sostenuta verso una femminilizzazione della povertà mostra che il quadro esistente dei sistemi di sicurezza sociale e le varie misure di politica sociale, economica e occupazionale adottate nell’UE non sono state concepite per rispondere alle esigenze delle donne o per abolire le disparità esistenti relative all’occupazione femminile. Appoggio pertanto la relatrice, che sostiene che la povertà ed esclusione sociale delle donne in Europa esiga soluzioni politiche concrete, diversificate e basate sul genere e, di conseguenza, con il mio voto ho anche incoraggiato l’esame di tale questione.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Gentile Presidente, onorevoli Colleghi, ho votato a favore della relazione della collega Figueiredo. Il lavoro rappresenta la massima priorità per la popolazione. La solidarietà su cui il modello europeo di economia sociale di mercato si fonda e la coordinazione delle risposte nazionali sono vitali. Le iniziative da parte di singoli Stati non possono essere efficaci senza un'azione coordinata a livello UE. E' pertanto fondamentale che l'Unione Europea abbia una sola forte voce e una visione comune, lasciando poi ai singoli Stati, nel rispetto del principio di sussidiarietà, la scelta nell'applicazione concreta delle misure. Nell'economia sociale di mercato, riconosciuta e voluta dal Trattato, il sistema pubblico deve attuare interventi di assestamento diretti ad accelerare e facilitare il raggiungimento di un equilibrio, allo scopo di evitare difficoltà per i cittadini o di limitarle al minimo. Occorrono politiche sociali per proteggere le famiglie, limitando le diseguaglianze, il peso e gli effetti della crisi. Occorre migliorare i sistemi di protezione sociale avviando politiche di lungo corso, anche in materia di lavoro, dando maggiore stabilità all'occupazione evitando, però, insostenibili aggravi ai nostri bilanci nazionali.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. (EL) Ho votato a favore della proposta di risoluzione – emendamento 3 – (articolo 157, paragrafo 4 del regolamento) in sostituzione della proposta di risoluzione non legislativa A7-0233/2010 sul ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa. Tale disposizione, soprattutto nell’attuale periodo di crisi economica, non è in conflitto col principio di un’economia sociale di mercato, un principio che sottoscrivo incondizionatamente.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) La povertà è un problema sociale rilevante in tutto il mondo, e purtroppo l’UE non ne è immune. Per di più, la crisi economica e finanziaria prolungata che stiamo attraversando ha acuito la povertà dei cittadini europei, dando vita a una nuova ondata di poveri in alcuni paesi, tra cui il Portogallo, e colpendo persino quello che viene comunemente definito il ceto medio.

L’attribuzione di un reddito minimo è una misura sociale importante con un impatto significativo in termini economici, e molti la considerano un obbligo morale. L’aspetto cruciale è che questo reddito minimo venga regolamentato in modo tale da fungere da leva capace di portare i poveri a un livello di vita accettabile, e che non possa mai diventare un incentivo a ricorrere alla passività di fronte a una situazione difficile, vale a dire a non impegnarsi nella ricerca di un impiego.

 
  
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  Rovana Plumb (S&D), per iscritto. (RO) La povertà è una realtà che colpisce le persone il cui reddito è insufficiente ad assicurare loro una vita accettabile, e il numero di persone che si trovano in tale situazione è in ascesa a causa della crisi corrente. Nel 2008, il 17 per cento della popolazione comunitaria (circa 85 milioni di persone) era esposta alla minaccia della povertà. Il tasso di rischio di povertà era più elevato nel caso dei bambini e dei giovani fino ai 17 anni rispetto alla popolazione totale, e raggiungeva il 20 per cento nell’UE a 27, con il tasso più elevato registrato in Romania (33 per cento). L’indice di rischio di povertà per la popolazione attiva era in media dell’8 per cento nell’UE a 27, con il tasso più alto registrato ancora una volta in Romania (17 per cento).

Ho votato a favore della necessità di adottare un sistema per calcolare il reddito minimo (equivalente per lo meno al 60 per cento del reddito mediano nel paese membro interessato) in ogni paese membro, costituito da misure specifiche a sostegno delle persone con un reddito insufficiente attraverso una prestazione economica e l’accesso agevolato ai servizi. Tale provvedimento potrebbe essere uno dei modi più efficaci per combattere la povertà, garantire una qualità di vita adeguata e promuovere l’integrazione sociale.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. (FR) Far uscire 20 milioni di cittadini europei dalla povertà entro il 2020, è questo l’obiettivo ambizioso stabilito dalla strategia UE 2020, un obiettivo che potrebbe benissimo rimanere un pio desiderio se l’Europa non affronterà l’impoverimento crescente che colpisce più di 80 milioni di cittadini.

Per questo l’introduzione a livello europeo di un reddito minimo di sussistenza o la sua generalizzazione a tutti gli Stati membri è importante. Studiato per essere “l’ultima rete di sicurezza”, il reddito minimo svolge già un ruolo nella lotta all’esclusione sociale.

Adesso dobbiamo aumentarne l’efficacia tenendo a mente tre cose: occorre mantenere il differenziale tra reddito minimo e stipendio minimo garantito, poiché il lavoro deve continuare a essere allettante e l’occupazione rappresenta comunque il modo migliore per non precipitare nella povertà; dobbiamo inserire il reddito minimo in una politica coordinata e completa di sostegno alle persone vulnerabili (accesso agli alloggi, all’assistenza sanitaria, alle strutture di accoglienza per l’infanzia e all’assistenza domiciliare); e dobbiamo cancellare la rubrica I concernente l’integrazione degli obiettivi ad essa assegnati, e sfruttare il reddito minimo quale mezzo per assistere finanziariamente, in un dato momento, un individuo o famiglia in difficoltà.

 
  
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  Robert Rochefort (ALDE), per iscritto. (FR) Ottantacinque milioni di persone vivono nella minaccia della povertà in Europa. La crisi economica che stiamo attraversando sta rendendo ancor più vulnerabili i giovani (un quinto dei quali è disoccupato), le donne e i genitori single. Si aggravano anche le condizioni precarie tra i lavoratori: il numero dei lavoratori poveri è attualmente di 19 milioni. Mentre il 2010 è stato proclamato l’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, un sondaggio recentemente condotto dall’Eurobarometro riguardante l’opinione dei cittadini in merito all’UE ha dimostrato che il 74 per cento di essi si aspetta che l’UE svolga un ruolo significativo in quest’area. Diamo loro ascolto e agiamo. Ho appoggiato la risoluzione sul ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà e nella promozione di una società inclusiva in Europa. Purtroppo, i 27 Stati membri non dispongono di un reddito minimo nazionale. Ho pertanto sottoscritto l’invito rivolto alla Commissione di ricorrere al proprio diritto d’iniziativa per proporre una direttiva quadro volta a stabilire in Europa il principio di un reddito minimo adeguato basato su criteri comuni, anche se purtroppo tale invito è stato respinto.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (FR) Con la nostra proposta di una direttiva quadro sul reddito minimo, oggi il Parlamento ha avuto la possibilità di dotare l’Europa di uno strumento essenziale per combattere veramente la povertà e per concedere a ogni giovane, adulto e anziano il diritto a un reddito sufficientemente alto da garantire l’uscita dal tunnel della povertà e la possibilità di vivere finalmente in maniera dignitosa. Sono stati necessari audacia e coraggio politico per porre fine allo scandalo vergognoso della povertà a lungo termine.

Tuttavia, a causa della sua vigliaccheria e mancanza di coerenza politica, la destra europea dovrà assumersi la pesante responsabilità del fallimento della strategia UE 2020 e creerà delusioni ancora maggiori tra i nostri concittadini e tra tutte le organizzazioni che combattono quotidianamente a fianco dei più vulnerabili.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD) , per iscritto. – In una società moderna formata da cittadini onesti e attivi, prevedere un reddito minimo per chi si trova senza lavoro sarebbe ottima cosa. Nella realtà, garantire un reddito a chi non lavora porta ad una distorsione del mondo del lavoro. Molte persone infatti, preferirebbero non cercare posti di lavoro abbinando il reddito minimo garantito a lavoro in nero o dedicandosi alla microcriminalità.

Questa ipotesi negativa colpirebbe certamente le fasce meno preparate della popolazione ed in particolare le famiglie extracomunitarie che si accontentano spesso di dividere fra più di loro ambienti piccoli e quindi a basso costo. È evidente che la garanzia di un welfare diffuso porterebbe le popolazioni più povere del mondo a cercare di venire in Europa perché è sicuramente meglio, poco ma certo, di nulla. Per questi motivi siamo fermamente contrari alla relazione.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto. (PL) La povertà e l’esclusione sociale sono una manifestazione dell’assenza di rispetto per la dignità umana. Combattere tale fenomeno è una priorità dell’Unione europea ed è anche sancito negli obiettivi di sviluppo del Millennio. Cosa possiamo fare e quali compiti dovremmo assumerci in tal senso? I fattori più importanti sono l’istruzione e garantire le condizioni per lo sviluppo, in quanto si tratta di soluzioni che insegnerebbero alle persone come gestire autonomamente il problema della povertà ricorrendo al loro potenziale, sostenuti da soluzioni sistemiche. In altre parole, dovremmo dotarli delle competenze di cui hanno bisogno.

Nei paesi in via di sviluppo, è importante sostenere la costruzione delle infrastrutture, in particolare garantire l’accesso all’acqua pulita. Gli aiuti allo sviluppo devono essere correlati alla creazione di condizioni per far fiorire il commercio. Agevolare lo sviluppo e la creazione di posti di lavoro è il modo migliore per combattere la povertà in diverse regioni del mondo, sia ricche sia povere. La povertà non può essere fronteggiata efficacemente semplicemente con norme amministrative, nemmeno con quelle che stabiliscono i redditi minimi.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) La crisi economica ha aggravato le disuguaglianze sociali nell’UE. Alla fine del 2008, quasi il 17 per cento della popolazione europea – vale a dire 85 milioni di persone – viveva al di sotto della soglia di povertà. Gli effetti della crisi, segnatamente l’incremento della disoccupazione e la riduzione delle opportunità lavorative, hanno lasciato molte persone in difficoltà. è essenziale che l’Europa si adoperi per promuovere una società più inclusiva ricorrendo a misure di sradicamento della povertà. Il 2010 è l’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, e uno degli obiettivi della strategia Europa 2020 consiste nel ridurre il numero di persone a rischio di povertà di 20 milioni. La verità è che il livello di povertà non inficia solamente la coesione sociale, ma anche l’economia.

Pertanto, e tenuto conto dell’impegno del Parlamento a partecipare alla lotta contro la povertà e l’esclusione sociale, ritengo che il regime di reddito minimo basato sul 60 per cento del reddito mediano nello Stato membro interessato offra un contributo importante alla coesione economica e sociale. Ho espresso voto favorevole per le suddette ragioni e perché ritengo che la relazione metta in luce l’esigenza di misure concrete mirate a una coesione sociale ed economica più incisiva che rispetti la sussidiarietà.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE), per iscritto. (DE) Ho votato contro la relazione perché capovolge il consolidamento di bilancio degli Stati membri e contiene le solite frasi retoriche e vuote tipicamente comuniste sui trasferimenti interstatali. Vi è inoltre una violazione palese del principio di sussidiarietà nella sfera sociale. Nella Repubblica federale tedesca, l’assistenza sociale e il reddito garantito dallo Stato mediante i sussidi di disoccupazione a lungo termine Hartz IV sono già così elevati che non vale nemmeno la pena accettare impieghi di fascia bassa. A tale proposito, ci deve essere una separazione minima obbligatoria tra sussidi statali e reddito. La condizione imprescindibile di ogni genere di benessere è stata e continua a essere una crescita economica sana.

 
  
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  Viktor Uspaskich (ALDE), per iscritto. (LT) Onorevoli colleghi, malgrado tutte le dichiarazioni sulla riduzione della povertà, le disuguaglianze sociali sono aumentate – circa 85 milioni di cittadini residenti nell’UE sono a rischio di povertà. Si tratta di un problema ingente per la Lituania, visto che il 20 per cento della nostra popolazione è a rischio di povertà. Occorre una politica occupazionale forte capace di stimolare la crescita e la competitività nell’economia sociale di mercato europea, di prevenire gli squilibri macroeconomici e di garantire l’inclusione sociale.

Tuttavia, non basta per combattere la disoccupazione. L’avere semplicemente un impiego non tutela dalla povertà. L’aumento dell’occupazione precaria e dei salari bassi significa che la percentuale di lavoratori a rischio di povertà è in ascesa.

Secondo le relazioni comunitarie, i redditi di oltre il 20 per cento dei lavoratori a tempo pieno in Lituania ammontano a meno del 60 per cento dei redditi medi, mentre la media comunitaria è del 14 per cento. Un incremento della retribuzione mensile minima aiuterebbe a ridurre la povertà, ma non garantirebbe una società senza isolamento. La maggior parte dei giovani lascia la Lituania non solo per mancanza di denaro e di lavoro (lo scorso anno, la disoccupazione tra i giovani lituani ha raggiunto quasi il 30 per cento), ma anche perché si sente abbandonata e impotente di fronte a decisioni che vengono prese e che esercitano un impatto sulla vita quotidiana. Le cose devono cambiare.

 
  
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  Derek Vaughan (S&D), per iscritto. (EN) Malgrado gli sforzi compiuti in tutto il mondo e gli impegni assunti da molte istituzioni internazionali, UE inclusa, la guerra contro la povertà è ben lungi dall’essere vinta. La percentuale di persone che vivono nell’indigenza in Europa è passata dal 16 per cento al 17 per cento tra il 2005 e il 2008. In tutta Europa, governi e cittadini convengono sul fatto che occorre combattere per sradicare la povertà. Nel considerare gli impegni di Europa 2020, dobbiamo ripensare ancora una volta alle misure che si possono prendere per combattere la povertà.

Appoggio la relazione Figueiredo, che chiede una rivalutazione degli impegni dell’UE per combattere la povertà e l’esclusione sociale e per l’inserimento nell’agenda Europa 2020 di obiettivi impegnativi ma raggiungibili e chiari. Mi associo all’appello dei cittadini europei di porre fine alla povertà e alle disuguaglianze mediante l’attuazione di strategie efficaci, inclusive e lungimiranti che promuovano una lotta proattiva contro la povertà globale.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Attualmente, su circa 85 milioni di persone nell’UE incombe la minaccia della povertà. Tra questi cittadini figurano diversi gruppi: bambini e giovani fino a 17 anni d’età incorrono in un rischio maggiore di povertà il che, in termini concreti, significa che un bambino e giovane su cinque è vittima della povertà. Anche gli anziani sono esposti a un rischio di povertà più elevato della popolazione generale. Nel 2008, il tasso di rischio di povertà per le persone con un’età di 65 anni e oltre era pari al 19 per cento. Tuttavia, il tasso di rischio di povertà per la popolazione attiva era mediamente dell’8 per cento nel 2008 – i cosiddetti “lavoratori poveri”. Il concetto di reddito minimo contribuirà notevolmente all’integrazione sociale dei gruppi a rischio. Tuttavia, nel redigere la direttiva, occorre prestare quanta più attenzione possibile all’applicazione di un livello massimo di controllo e ad evitare possibili abusi di quest’assistenza sociale. Se ci limitiamo a considerare il numero di persone che percepiscono il sussidio di disoccupazione, si riscontrano 23 milioni di persone che necessitano di tale sussidio per poter vivere dignitosamente.

 
  
  

Relazione Berès (A7-0267/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho appoggiato questa relazione dato che si esprime a favore del proseguimento del lavoro svolto dalla commissione speciale sulla crisi finanziaria, economica e sociale, che, dalla sua creazione, ha formulato una conclusione e avanzato specifiche raccomandazioni su determinati punti. È tuttavia necessario proseguire i lavori in maniera approfondita per giungere a uno scambio con i parlamenti nazionali partendo da queste premesse, trasformare le raccomandazioni formulate in proposte legislative e tradurre gli obiettivi risultanti in un programma di lavoro. Interrompere i lavori di questa commissione speciale equivarrebbe a dare l’impressione che la crisi sia stata superata, mentre la situazione dei mercati finanziari non si è ancora stabilizzata e gli effetti socioeconomici di questa crisi così profonda sono ancora ignoti ma avranno sicuramente un grave impatto a lungo termine. Nell’ambito di tutte le questioni già affrontate o ancora da affrontare – con particolare riferimento alla strategia Europa 2020 e alle nuove direttive, la governance economica, le prospettive finanziarie, regolamentazione e vigilanza, la riforma della governance mondiale e la rappresentanza dell’UE – si dovrebbe iniziare riconoscendo la crisi del modello attuale. Tra le altre cose, il proseguimento dei lavori consentirebbe di seguire in maniera approfondita questa agenda multipla, nonché di sviluppare l’analisi intrapresa e le raccomandazioni politiche formulate in base a un programma di lavoro da definirsi. Su tale base, inoltre, sarebbe possibile redigere una relazione di controllo per il secondo semestre del 2011.

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho votato contro questa relazione dato che l’attacco mosso a confronti della classe lavorativa da parte del sistema capitalista e dei suoi rappresentanti politici è un’offensiva a tappeto che non ha nulla a che vedere con i deficit finanziari o l’eccesso di indebitamento. La posizione assunta dai funzionari comunitari e nella risoluzione del Parlamento europeo lo conferma. Le lotte intestine tra gli imperialisti non possono essere evitate e non faranno che inasprirsi gradualmente. I piani preparati dall’Unione europea e dal G20 distruggeranno il reddito della gente comune, mettendo le proprietà del popolo nelle mani delle grandi aziende per incrementarne gli utili, aumentando lo sfruttamento della classe lavorativa e intaccando il sistema previdenziale e i diritti dei lavoratori. Le misure a tappeto decise rafforzano i monopoli e scaricano il peso della crisi capitalista sulle spalle dei lavoratori. Al contempo, l’Unione europea e la plutocrazia stanno tentando di indorare la pillola promovendo nuovi modelli di governance economica e di economie verdi e giurando che ci sia una luce alla fine del tunnel, per generare vane speranze e ingraziarsi l’assenso della società. Le dimostrazioni di massa in Grecia, Francia, Italia e in altri paesi sono la prova eclatante che le scelte operate dal sistema capitalista vengono rifiutate dai lavoratori. Questo rifiuto può – e deve – trasformarsi nel rifiuto dei monopoli e dell’imperialismo e deve tradursi in una lotta per il potere del popolo.

 
  
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  Liam Aylward (ALDE), per iscritto. (GA) La strategia UE 2020 è di fondamentale importanza per la competitività, la sostenibilità e le caratteristiche sociali dell’Unione. Ho votato a favore di quanto affermato dalla relazione in merito alla necessità di prestare maggiore attenzione, negli anni a venire, alle iniziative in materia di energia, ricerca e innovazione, nonché nei settori della salute e dell’istruzione. Concordo pienamente con la relatrice quando afferma che l’educazione dovrebbe essere posta al centro della strategia economica dell’Unione e che dovrebbe esserci maggiore sostegno per iniziative come il programma dedicato all’apprendimento permanente e i programmi "Erasmus” e "Leonardo” per l’istruzione e la formazione all’estero, a cui i cittadini europei dovrebbero avere maggiore accesso. La ricerca e lo sviluppo sono fondamentali per la competitività. Studenti e ricercatori devono poter contare su sostegno e incoraggiamento nel momento in cui intendono avvalersi delle opportunità di mobilità transfrontaliera e l’accesso ai finanziamenti deve essere trasparente e semplificato.

Appoggio inoltre quanto affermato dalla relazione in merito a maggiori possibilità per le piccole e medie imprese di accedere al credito, nonché alla necessità di ridurre la burocrazia associata agli appalti pubblici per le PMI e di istituire uno sportello unico per la gestione delle questioni amministrative di queste aziende.

 
  
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  Izaskun Bilbao Barandica (ALDE), per iscritto. (ES) Sono molteplici i fattori che hanno determinato la crisi attuale, tra cui il comportamento speculativo dei mercati finanziari e lo sviluppo, negli ultimi anni, di una domanda interna basata sul credito al consumo. Le ragioni sono molte e ne abbiamo discusso ampiamente in seno a questo Parlamento. Ma dobbiamo guardare al futuro. Il futuro passa anche dall’applicazione del contenuto di questo iniziativa. A tal fine, l’Europa deve superare il problema dell’invecchiamento della popolazione. Deve regolamentare, riorganizzare e vigilare sui mercati finanziari europei, migliorarne il coordinamento e sfruttare la propria forza per svolgere un ruolo attivo sullo scenario globale. Deve adottare provvedimenti tesi a migliorare il coordinamento tra i diversi livelli di governance, a definire un nuovo modello di crescita economica, che proceda di pari passo con lo sviluppo umano e sociale, e concentrarsi sulla solidarietà europea, potenziando ambiti quali competitività, qualità, educazione, innovazione, nuove tecnologie e conoscenza. È questo l’unico modo per garantire che l’Europa rappresenti una grande opportunità per il mondo.

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. – Abbiamo votato una relazione lunghissima, molto complicata, articolata nei suoi passaggi e nella sua architettura. Una cosa soprattutto però non convince: la vera, intima causa che ha scatenato la crisi economica in cui ci troviamo non ha trovato spazio adeguato, pur essendo presente nei considerando del testo. E si tratta di una causa non contingente, ma di una causa strutturale, non soltanto economico. La crisi finanziaria è nata soprattutto dall’illusione, coltivata dalle élites della finanza e della politica mondiale, che nel terzo millennio l’economia e la ricchezza dell’umanità potesse fondarsi più sulla finanza che sulla produzione di beni, più sulla creazione mirabolante di prodotti di ingegneria bancaria che non su quello che concretamente viene creato, prodotto, venduto, commercializzato da centinaia e centinaia di milioni di realtà imprenditoriali nel mondo. Non riconoscendo la giusta importanza alla necessità, che è quasi di cultura economica e politica, del recupero del primato dell’economia reale su quella virtuale, la relazione è condannata fatalmente a suggerire vie d’uscite dalla crisi che alla fine non rappresenterebbero una vera soluzione. L’Europa non ha bisogno di un ulteriore accentramento di poteri economici a livello comunitario. L’Europa ha bisogno di impresa e meno burocrazia. Il mio voto è pertanto contrario.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa relazione dato che l’attuale crisi finanziaria, che ha interessato i settori dell’economia e della finanza, è stata causa di una crisi generalizzata di natura sociale ed economica, per cui i cittadini europei continuano a vivere in povertà, le disuguaglianze sociali stanno diventano sempre più pronunciate e il numero di lavoratori in condizioni di indigenza continua ad aumentare.

Vorrei sottolineare che la recessione è stata ulteriormente inasprita dal fatto che i vari piani nazionali di ripresa economica non sono sufficientemente coordinati. È altamente probabile, infatti, che un coordinamento su scala europea otterrebbe un impatto maggiore rispetto a quanto si possa conseguire con la maggior parte dei programmi nazionali. Con la strategia Europa 2020, l’Unione europea si è impegnata a combattere la disoccupazione e incrementare l’occupazione, nonché a ridurre la povertà e l’emarginazione sociale. Questa strategia, però, deve essere uno sforzo concertato, che rientri nell’ambito di un processo di gestione della crisi e di pianificazione strategica post-crisi.

Sono d’accordo con la posizione del Parlamento secondo cui questo obiettivo strategico dell’Unione europea dovrebbe essere perseguito cooperando strettamente con i governi nazionali, le parti sociali e la società civile, e il Parlamento europeo dovrebbe essere coinvolto in misura maggiore nella sua realizzazione.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. L'adozione di questa complessa relazione rappresenta un passo molto importante per la collettività europea che chiede a gran voce risposte chiare e soluzioni rapide per superare questa difficile crisi economica. Ho espresso voto favorevole perché il testo approvato oggi contempla i principi da sempre alla base della politica economica del mio gruppo. Mi riferisco, ad esempio, alla necessità di un maggiore consolidamento di bilancio, un rafforzamento del patto di stabilità e crescita, il completamento del mercato unico.

Sono, infatti, convinto che l'Europa abbia bisogno di profonde trasformazioni per raddoppiare il suo potenziale di crescita e solo attraverso un maggior coordinamento delle politiche economiche e fiscali degli Stati membri si potrà raggiungere questo risultato. Prima ancora, ritengo necessario rivedere il settore della regolamentazione finanziaria che si è dimostrata non solo fallace ma una delle cause principali generatrici della crisi. L'UU, inoltre, deve affrontare celermente diverse sfide, a partire da quella occupazionale, demografica e del sistema pensionistico. Prima ancora, bisogna attuare politiche di sostegno alle PMI, forza motrice e cuore economico dell'Europa, promuovendo anzitutto agevolazioni fiscali ed incentivi che consentano un più agevole accesso al credito.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa relazione poiché concordo sul fatto che la Commissione debba provvedere al monitoraggio e al finanziamento di progetti nei seguenti ambiti: nuovi investimenti in ricerca e sviluppo e nella diffusione delle fonti di energia rinnovabile, nell’efficienza energetica, in particolare nel parco immobiliare europeo, così come nell'uso efficiente delle risorse più in generale; potenziamento della rete energetica europea tramite l’interconnessione delle reti nazionali e la distribuzione di energia da importanti centri di produzione di energia rinnovabile ai consumatori, nonché l’introduzione di nuove forme di immagazzinamento dell’energia e della corrente continua ad alta tensione (HVDC) europea "super rete"; la promozione di infrastrutture spaziali europee negli ambiti della radionavigazione e dell’osservazione della Terra, al fine di potenziare la fornitura di nuovi servizi europei e lo sviluppo di applicazioni innovative, nonché di agevolare l’attuazione della legislazione e delle politiche europee; la diffusione dell’accesso veloce a Internet in tutta l’Unione; una rapida attuazione dell’agenda digitale europea e la garanzia di un accesso libero e affidabile per tutti i cittadini.

 
  
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  David Casa (PPE), per iscritto. (EN) Questa relazione esamina in maniera dettagliata e accurata le cause della crisi economica e gli sviluppi compiuti a livello europeo nell’intento di prevenire, anticipare o perlomeno contenere l’impatto di crisi future. Le conclusioni tratte nella relazione sono equilibrate e presentano una panoramica accurata sulle cause e gli effetti della crisi. La relazione, inoltre, offre un valore aggiunto al dibattito in corso sulle possibili strade da intraprendere in futuro. Pertanto ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Françoise Castex (S&D), per iscritto. (FR) Sebbene la recessione che stiamo vivendo dall’estate del 2007 ci costerà 60 000 miliardi di dollari e sebbene la ripresa non sia garantita, ho votato a favore di questo testo poiché, con questa votazione, insieme ai miei colleghi parlamentari, vogliamo dimostrare che responsabilità politica e ambizione possono andare di pari passo. In alternativa alla cacofonia proveniente dalla Commissione, dal gruppo di lavoro Van Rompuy e dal tandem Merkel-Sarkozy sulla governance economica, avanziamo una proposta chiara: creare una figura, una sorta di signor o una signora euro, che sia responsabile della coerenza interna ed esterna delle scelte operate dall’Unione in materia di politica economica.

 
  
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  Nessa Childers (S&D), per iscritto. (EN) Ho espresso voto favorevole nei confronti della relazione Berès dato che concordo, per la maggior parte, con i suoi contenuti. Dobbiamo, tuttavia, portare avanti in maniera continuativa un dibattito dettagliato su una questione in particolare: l’introduzione di una base imponibile consolidata comune per le società (CCCTB). Concordo sulla necessità di evitare che le aziende possano sfruttare l’esistenza di regimi diversi in materia di imposte sul reddito per non assumersi la responsabilità di fornire un contribuito alla società sotto forma di una quota di utili attraverso un regime equo di imposte sul reddito delle società.

Tuttavia, si deve prestare particolare attenzione all’impatto negativo che una CCCTB potrebbe avere in paesi di piccole dimensioni come l’Irlanda, i cui livelli di prosperità e occupazione dipendono, in ampia misura, dalla capacità di attirare investimenti esteri. Vorrei sottolineare che il partito laburista irlandese non appoggia l’adozione di una CCCTB.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho espresso voto sfavorevole nei confronti della relazione poiché la sinistra non può accettare una relazione nata da un compromesso tra i socialisti e la destra europea, una relazione che non giunge al cuore del problema, vale a dire, le cause di fondo della crisi economica e sociale. La relazione vincola politicamente il Parlamento alle disastrose proposte neoliberali del Cancelliere Merkel, del presidente Sarkozy e della task force volte a inasprire i trattati e il patto di stabilità, incrinando lo stato sociale e negando ai lavoratori di avere voce in capitolo.

Il nostro gruppo ha criticato il patto di stabilità, antisociale e anti-crescita, le debolezze istituzionali e politiche dell’UME, il metodo di funzionamento antidemocratico della BCE e la crescita squilibrata all’interno dell’UE, proponendo soluzioni per uscire dalla crisi che rispettavano i diritti sociali e dei lavoratori. Sfortunatamente, però, lo spirito e la lettera del testo rimangono fedeli alle disastrose politiche neoliberali che vanno a svantaggio dei lavoratori, conducono alla recessione e alla disoccupazione e inaspriscono la crisi.

 
  
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  Lara Comi (PPE), per iscritto. – La crisi ci ha impartito una dura lezione, e tanto ancora ci insegnerà, sugli aspetti statici e dinamici delle politiche economiche. E' nostro compito appropriarci di questi insegnamenti e fare leva su di essi per ripartire. Bisogna evitare gli errori commessi in passato, riconoscere i fenomeni che non sono stati individuati prima, ma soprattutto andare a fondo nel cogliere le interrelazioni tra economia reale e finanza, immunizzando l'occupazione e il benessere generale da shock di questo tipo. Ma l'Unione europea deve fare di più: creare valore aggiunto, rafforzare gli strumenti che hanno funzionato bene (come la moneta), affinare quelli migliorabili (come il coordinamento delle politiche fiscali e di bilancio), e creare economie di scala per una ripresa rapida e duratura. Trovo molto positivo che il Parlamento rifletta su questi temi e continui a monitorare la situazione, purché questi auspici si traducano in provvedimenti concreti ed efficaci.

 
  
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  Anna Maria Corazza Bildt, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Alf Svensson (PPE), per iscritto. (SV) Abbiamo votato a favore di questa relazione, ma abbiamo votato contro e ci siamo fermamente opposti alla raccomandazione di introdurre un’imposta sulle transazioni finanziarie e sulla distribuzione del debito tra i paesi della zona euro.

 
  
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  Corina Creţu (S&D), per iscritto. (RO) Ho espresso voto favorevole nei confronti di questa relazione per due motivi. In primo luogo, gli autori hanno svolto un ottimo lavoro, che si riflette nell’approfondita analisi delle cause e dell’impatto della crisi economica sull’economia globale, da una parte, e su quella europea, dall’altra. In secondo luogo, la sezione intitolata "Il futuro – un’Europa del valore aggiunto". contiene una serie di importanti raccomandazioni Dobbiamo riconoscere che l’attenzione rivolta esclusivamente all’utile a breve termine ha causato la perdita di un considerevole numero di posti di lavoro, in Europa, in settori ad elevato valore aggiunto, generando al contempo un'occupazione precaria e di scarsa qualità. È giunto il momento di invertire la tendenza e avviare un nuovo processo di industrializzazione dell’Unione europea, ripristinando la sua capacità di innovazione e creare occupazione in settori legati al mondo della ricerca e sviluppo e delle nuove tecnologie.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto. (FR) Accolgo con favore l’esito di questa votazione poiché era importante affrontare, finalmente, la questione delle sanzioni per il mancato rispetto del patto di stabilità e crescita, che gli Stati membri, troppo spesso, trascurano tranquillamente.

Dobbiamo creare un sistema efficiente di incentivi e sanzioni relativo all’attuazione del patto di stabilità e crescita, che contribuisca a garantire che la crisi attuale non peggiori ulteriormente e a scongiurare eventuali crisi future. Ecco perché ho appoggiato il paragrafo in cui si chiede alla Commissione di introdurre un sistema vincolante di sanzioni sotto il suo diretto controllo, con cui obbligare gli Stati membri ad attenersi alle norme previste dal patto.

 
  
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  Harlem Désir (S&D), per iscritto. (FR) La crisi ha messo in luce le carenze dell’Unione economica e monetaria: ha quasi affossato l’euro e si è tradotta nella perdita di milioni di posti di lavoro in tutto il continente. Con la relazione Berès, il Parlamento europeo ha appena adottato una proposta di strategia coerente per condurre l’Europa fuori dalla recessione e per affrontarne le ripercussioni sul piano finanziario, economico e sociale.

Tale proposta comprende l’introduzione di un sistema effettivo di vigilanza finanziaria, che abbiamo iniziato ad attuare ma che dovrà essere considerevolmente rafforzato; l’adozione di un’imposta sulle transazioni finanziarie nell’intento di regolamentare i mercati, finanziare i beni pubblici e contenere i deficit pubblici; il coordinamento delle politiche economiche e dei bilanci degli Stati membri a favore della crescita sostenibile; la nomina di un signor o di una signora euro responsabile della zona euro e di rappresentarla in maniera unificata presso il G20 e il FMI, nonché la creazione di una Comunità energetica europea.

È giunto il momento che l’Europa si riprenda: è questo che si aspettano i nostri cittadini. In un mondo in costante evoluzione, l’inerzia è l’anticamera del declino. Ecco perché dobbiamo procedere partendo da questa relazione e adottare azioni concrete.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sulla crisi finanziaria, economica e sociale: raccomandazioni sulle misure e le iniziative da adottare, dato che definisce misure concrete per superare la crisi economica e sociale attraverso la costruzione di una vera economia sociale di mercato, finalizzata alla crescita sostenibile, all’occupazione e all’inclusione sociale.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Gli effetti della crisi economica e finanziaria persistono ben al di là di quanto avessimo temuto, con ripercussioni ancor più gravi sul piano sociale. Come ho già affermato – adottando quindi una posizione confermata da questa relazione – la crisi attuale ha dimostrato che abbiamo bisogno di più Europa. In una zona così ampia come l’Unione europea, i cui confini sono aperti alla libera circolazione e al mercato interno, non possiamo più consentire la persistenza di un sistema di mediazione, monitoraggio e vigilanza basato sul potere dei singoli Stati, la cui portata risulta ridotta e limitata, se consideriamo la situazione in Europa e nel resto del mondo. Il rafforzamento della governance economica, della vigilanza sul sistema finanziario e del potere di coordinamento delle politiche e delle questioni economiche e monetarie da parte delle,istituzioni europee, garantirà una maggiore stabilità e una maggiore capacità di agire in maniera rapida ed efficiente. Vorrei sottolineare il riconoscimento dell’importanza della strategia Europa 2020, in cui la ricerca e l’innovazione occupano un posto centrale per la competitività delle imprese e la creazione di posti di lavoro. Vorrei ricordare l’importanza del mercato interno e delle piccole e medie imprese (PMI) per la ripresa e la dinamizzazione dell’economia: è in quest’ottica che vengono attuate misure volte a promuovere il loro consolidamento e sviluppo continuo.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Ho espresso voto contrario alla relazione dato che la proposta iniziale della relatrice è stata distorta e sono state inserite posizioni che chiedono con urgenza l’adozione di misure che, in realtà, sono state alla base della crisi. La relazione, inoltre, si esprime a favore dell’adozione di sanzioni nei confronti degli Stati membri che non si attengono al patto di stabilità e crescita. Sebbene qua e là sia stata mantenuta qualche proposta valida in ambito sociale, l'impostazione generale è negativa.

Le proposte che abbiamo appoggiato in occasione della sessione plenaria, invece, non sono state accolte. Esse si riferivano, in particolare, ai seguenti ambiti:

- il rifiuto delle recenti proposte legislative della Commissione sulla governance economica, che comprendono una serie di sanzioni – che avranno un effetto deleterio sui tassi di crescita degli Stati membri, già deboli – pur esprimendosi a favore di un ambizioso piano europeo di investimenti teso a favorire la creazione di posti di lavoro;

- l’apprezzamento nei confronti della nutrita partecipazione alla giornata europea di mobilitazione contro l’austerità e la precarietà organizzata dai sindacati il 29 settembre 2010, che ne ha sottolineato l'importante significato politico e ha appoggiato le loro richieste: posti di lavoro sicuri per un salario minimo, una solida tutela sociale e la difesa del potere d’acquisto, la garanzia di pensioni migliori e di servizi pubblici e sociali di qualità superiore accessibili a tutti;

- la forte condanna del ruolo svolto dai paradisi fiscali nell’agevolare e portare avanti attività di frode fiscale, evasione fiscale e fuga di capitali.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI) , per iscritto. (FR) Come ogni volta in cui si parla di crisi economica, sociale e finanziaria in quest’Aula, anche la relazione Berès non tratta le questioni fondamentali, dedicandosi a salvare il sistema piuttosto che a metterlo in discussione sin dalle fondamenta. Questa relazione, addirittura, nutre una fiducia cieca nelle virtù autoregolatrici del mercato, che – così si finge di credere – può assumere una dimensione più etica.

Si crede negli effetti positivi della concorrenza mondiale e della libera circolazione di beni e capitali. Vigilare su un sistema che non funziona non basterà certo a evitarne le derive più gravi. Il sistema bancario ha mostrato tutto il suo cinismo rimborsando anticipatamente gli aiuti di Stato che, dopo tutto, lo avevano salvato dal baratro, pur di evitare di modificare i propri comportamenti, anche quelli più scandalosi.

Il sistema finanziario mondiale nel suo insieme, così come si presenta oggi, è dannoso per l’economia reale. Incoraggia la speculazione e la creazione di prodotti complessi, che sono spesso poco trasparenti e potenzialmente tossici. Produce ricchezza fondata sul nulla, costringe le imprese ad adottare strategie a brevissimo termine e favorisce gli azionisti a scapito degli altri attori economici. Fingere di vigilare sul sistema finanziario non basta. Dobbiamo modificarlo.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE), per iscritto. (FR) Oltre alla perdita di milioni di posti di lavoro su tutto il continente europeo e alle svariate minacce che incombono sull’euro, la recessione ha avuto anche un altro effetto: mettere in luce l’assenza di una governance economica solida e armonizzata all’interno dell’Unione europea e le carenze del sistema di vigilanza finanziaria.

Pertanto, se ho votato a favore di questa risoluzione, è perché intende porre rimedio a questi mali e promuove l’introduzione di un’imposta sulle transazioni finanziarie che avrebbe il vantaggio di limitare la speculazione sulle stesse, di regolamentare i mercati, di finanziare i beni pubblici ma anche di ridurre il deficit pubblico. Si tratta di una misura di grande impatto che, sinceramente, sto invocando da molto tempo. Pertanto l’accolgo con favore.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Ho appoggiato la relazione della mia collega francese socialista, l’onorevole Berès, sulla crisi finanziaria, economica e sociale. Questo testo ambizioso propone svariate idee e soluzioni per uscire dalla recessione, garantire una ripresa sostenibile e prevenire in futuro crisi finanziarie simili, tramite meccanismi di governance e vigilanza.

Con questo voto, il Parlamento europeo dimostra che responsabilità politica e ambizione possono andare di pari passo. Viene data la priorità all’occupazione, dato che la ripresa economia rischia di attuarsi senza una riduzione della disoccupazione. Il testo chiede la creazione di una vera e propria Comunità energetica europea. La nomina di un signor o di una signora euro responsabile delle scelte economiche e monetarie dell’Unione sarebbe un considerevole passo avanti. Infine, il testo ci ricorda la necessità di un’imposta sulle transazioni finanziarie, in modo tale che i responsabili della recessione finalmente diano il proprio contributo.

 
  
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  Gay Mitchell, Mairead McGuinness, Jim Higgins e Seán Kelly (PPE), per iscritto. (EN) I parlamentari del Fine Gael non appoggiano la proposta di direttiva su una base imponibile consolidata comune per le società, ma non considera questa sua posizione motivo sufficiente per votare a sfavore di questa importante relazione nel complesso.

 
  
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  Anne E. Jensen (ALDE), per iscritto. (DA) Il gruppo liberale danese si è astenuto dalla votazione finale relativa alla relazione Berès sulla crisi finanziaria dato che sostiene con decisione la creazione di un’imposta sulle transazioni finanziarie.

 
  
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  Alan Kelly (S&D), per iscritto. (EN) Come i miei colleghi laburisti, ho votato a favore della relazione Berès dato che concordo, per la maggior parte, con i suoi contenuti. Dobbiamo, tuttavia, portare avanti in maniera continuativa un dibattito dettagliato su una questione in particolare: l’introduzione di una base imponibile consolidata comune per le società (CCCTB). Concordo sulla necessità di evitare che le aziende possano sfruttare l’esistenza di regimi diversi in materia di imposte sul reddito per non assumersi la responsabilità di fornire un contribuito alla società sotto forma di una quota di utili attraverso un regime equo di imposte sul reddito delle società. Tuttavia, si deve prestare particolare attenzione all’impatto negativo che una CCCTB potrebbe avere in paesi di piccole dimensioni come l’Irlanda, i cui livelli di prosperità e occupazione dipendono, in ampia misura, dalla capacità di attirare investimenti esteri. Vorrei sottolineare che il partito laburista irlandese non appoggia l’adozione di una CCCTB.

 
  
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  Rodi Kratsa-Tsagaropoulou (PPE), per iscritto. (EL) La relazione Berès affronta questioni importanti per la stabilità della zona euro, per cui ho espresso voto favorevole.

Mi sono tuttavia astenuta dalla votazione finale poiché ritengo che, in primo luogo, si sta adottando un approccio generalizzato e semplificato ai problemi economici e finanziari dell’Unione europea e alle misure che devono essere attuate. In secondo luogo, la relazione fa riferimento alle proposte della Commissione relative a sanzioni applicabili agli Stati membri indisciplinati ed altre misure di natura fiscale o finanziaria, che il Parlamento europeo non ha ancora discusso e su cui non ha ancora raggiunto alcuna conclusione.

Mi riservo pertanto il diritto di esprimere un’opinione specifica in un secondo momento.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Signor presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della relazione della collega Berès parchè credo nella necessità di un'efficace cooperazione tra Parlamento, Consiglio e Commissione per trovare una via d'uscita alla crisi economico-finanziaria.

Il Fondo monetario internazionale ha di recente reso pubblica un'analisi sullo stato attuale dell’economia mondiale, evidenziando come il processo di ripresa sia ancora fragile e differenziato. E in effetti ci troviamo dinanzi a due scenari diversi tra loro, che vedono, da un alto, una fase di forte crescita per quanto riguarda i Paesi emergenti e, dall'altro, elevati tassi di disoccupazione e una ripresa nel complesso lenta in relazione agli Stati economicamente più avanzati.

Ritengo, quindi, utile iniziare un percorso volto ad assicurare un'adeguata solidità delle finanze pubbliche per mantenere la fiducia nei mercati e per far sì che i cittadini possano ancora una volta credere nella validità del progetto europeo.

 
  
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  Thomas Mann (PPE), per iscritto. (DE) Ho votato a favore della relazione della commissione speciale sulla crisi finanziaria, economica e sociale, che rappresenta un compromesso costruttivo tra tutti i gruppi coinvolti. Non abbiamo bisogno di meno Europa, abbiamo bisogno di più Europa! Le nostre economie nazionali sono strettamente interconnesse tra loro: gli egotismi nazionali non faranno che aggravare la crisi. Questa relazione chiede all’Europa di assumere una posizione unanime in merito ad alcune questioni fondamentali. Al centro della nostra azione deve trovare posto una politica europea sostenibile in ambito finanziario, economico e occupazionale. Le raccomandazioni per le azioni da adottare mostrano chiaramente la via da intraprendere per il futuro: il rating creditizio delle imprese deve essere valutato da un’agenzia di rating europea indipendente. Si deve porre fine alle speculazioni ad alto rischio introducendo un’imposta sulle transazioni finanziarie. Il patto di stabilità e crescita deve essere legato in maniera più efficace alla strategia Europa 2020. Siamo chiari nel chiedere alla Commissione di creare un equilibrio tra crescita, pari opportunità e stabilità dei mercati finanziari. Dobbiamo ridurre le imposte sul lavoro per rafforzare gli investimenti e, pertanto, potenziare la competitività europea. Le piccole e medie imprese, in particolare, hanno bisogno di un accesso più agevole al credito.

In ambito sociale, la nostra priorità deve essere rappresentata dallo sviluppo delle risorse umane, attraverso misure effettive e concrete per la formazione e le qualifiche dei lavoratori. Numerose iniziative, come sessioni pubbliche, laboratori ed analisi, ci hanno consentito, nella nostra veste di membri della commissione, di apportare contributi ragionati e basati sui fatti al dibattito pubblico. È importante per il Parlamento offrire risposte chiare alle crisi: solo in questo modo potremo rafforzare la nostra credibilità e affidabilità agli occhi dei cittadini.

 
  
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  Mario Mauro (PPE), per iscritto. – Il voto favorevole alla relazione è dovuto interamente al nuovo accordo ottenuto grazie soprattutto al PPE. Il progetto che inizialmente aveva presentato la relatrice era una chiara provocazione ideologica, pertanto andava cambiato interamente. Secondo il FMI, le priorità sono di correggere le rimanenti fragilità del settore finanziario; di assicurare una forte crescita della domanda e dell’occupazione; di mantenere la sostenibilità del debito; di lavorare per un maggiore bilanciamento della crescita mondiale; di correggere le sfide derivanti da ampi e volatili movimenti di capitale. La relazione, nella quale si riconosce la necessità contingente di assicurare un’adeguata solidità delle finanze pubbliche per mantenere fiducia nei mercati finanziari e reali, è in piena sintonia con l’ultima finanziaria approvata dal Governo italiano volta a ridurre il deficit sotto la soglia del 3%.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La commissione speciale sulla crisi finanziaria, economica e sociale è stata istituita per studiare i fattori che hanno condotto alla crisi, per individuare quali segnali l’Unione europea non è stata in grado di rilevare – per cui la crisi è giunta inaspettata – e per definire misure ed iniziative future tese ad evitare situazioni simili, rivitalizzare le economie e porre definitivamente fine agli scenari di crisi che persistono in alcuni Stati membri. A mio avviso la commissione speciale sulla crisi finanziaria, economica e sociale ha svolto le proprie mansioni in maniera efficace e, in questo documento, suggerisce nuovi percorsi, misure e iniziative che consentiranno all’Unione europea di essere molto meglio preparata per eventuali crisi che possano verificarsi in futuro.

 
  
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  Louis Michel (ALDE), per iscritto. (FR) Appoggio la relazione dell’onorevole Berès, che chiede più Europa e non meno, maggiore efficienza e meno burocrazia, nonché una voce unica per l’Unione europea sullo scenario internazionale.

Nonostante il ritorno alla crescita, non dobbiamo credere che la recessione sia del tutto alle nostre spalle e, soprattutto, di averne risolto le cause. Se c’è un insegnamento che dobbiamo trarre da questa crisi, è l’assenza di una governance mondiale (l’assenza di uno Stato mondiale). Abbiamo bisogno di una più equa distribuzione della ricchezza tra i paesi e all’interno di ogni singolo paese. È qui che risiede la vera crisi. Ecco perché ho votato a favore della convocazione da parte del Consiglio europeo di un vertice del G20 dedicato esclusivamente a questo tema.

Per quanto concerne lo sviluppo, vorrei sottolineare – sulla scia della relazione Berès – quanto sia importante per gli Stati membri onorare i propri impegni del 2005 in materia di aiuto pubblico allo sviluppo (APS). Non vi è alcun elemento che giustifichi una riduzione di questo aiuto. L’aiuto pubblico allo sviluppo dovrebbe continuare ad aumentare e non dovrebbe soffrire le conseguenze della crisi finanziaria.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) La crisi finanziaria ha messo la parola fine alla fiaba dei mercati finanziari in grado di autoregolamentarsi. In particolare, la mancata trasparenza dei prodotti finanziari e dei pacchetti finanziari ad alto rischio, congiuntamente alla politica monetaria morbida degli Stati Uniti e ai conflitti di interesse sui rating, hanno spianato la strada a una crisi finanziaria di portata globale. Gli Stati membri dell’Unione europea e i loro cittadini hanno molto su cui riflettere in relazione alla crisi economica che ne è scaturita, causando un aumento del tasso di disoccupazione e tagli ai servizi sociali. I pacchetti di salvataggio sono serviti soltanto ad arrestare la spirale al ribasso sul breve termine; sul lungo periodo, non faranno che trasferire altrove i problemi di base. La crisi non deve essere assolutamente sfruttata come un pretesto per estendere le competenze dell’Unione europea.

L’eurocrazia e la burocrazia non sono una risposta alla crisi, al contrario: a causa della loro uniformità forzata e del fatto che non tengono conto delle differenze culturali, hanno invece contributo alla crisi. Sono completamente a favore di un maggior grado di coordinamento e di un processo di consultazione più efficace a livello europeo. Tuttavia dobbiamo rifiutare con convinzione anche una governance economica su scala europea. Per tale motivo il mio è un risoluto voto contrario alla relazione.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Cari Colleghi, ho votato a favore della relazione intermedia della commissione CRIS. Come membro di questa commissione speciale ho partecipato attivamente ai lavori e ho contribuito alla redazione di questa relazione. In particolare ritengo che nell'economia sociale di mercato, riconosciuta e voluta dal Trattato, il sistema pubblico debba attuare interventi di assestamento diretti ad accelerare e facilitare il raggiungimento di un equilibrio, allo scopo di evitare perdite e difficoltà o di limitarle al minimo. Anziché lasciare la ricerca di nuove strade al settore della produzione, costretto a trasformarsi, occorre occuparsene con piani di trasformazione, crediti, cambiamenti di indirizzo e altri mezzi adeguati. L'Europa deve tornare ad attrarre investimenti e produzione, accreditandosi come un modello a livello mondiale per l'innovazione e la crescita. Le istituzioni finanziarie, pubbliche e private, devono adoperarsi perché i mercati lavorino a beneficio dell'economia reale e delle Piccole e Medie Imprese, così da metterle in posizione di contribuire alla ripresa economica e alla crescita dell'Europa.

 
  
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  Georgios Papastamkos (PPE), per iscritto. (EL) Mi sono astenuto dalla votazione sulla relazione Berès dato che le proposte relative a una governance economica europea non affrontano i problemi strutturali di un’unione economica incompleta e non attenuano l’asimmetria tra un’unione economia "tronca" e un’unione monetaria completa. A maggior ragione, mi sono astenuto perché queste proposte non inseriscono in un’ottica maggiormente europea le politiche economiche e il rischio economico, ma si limitano a inserire in questo quadro solo le sanzioni, che oggi sono addirittura più severe. Non ci sono orientamenti strategici di sorta per tutelare una crescita equilibrata e stimolare la competitività di tutti gli Stati membri.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa relazione dal momento che ritengo che la Commissione debba provvedere al pilotaggio e al finanziamento di progetti nei seguenti ambiti: (1) ricerca, sviluppo e diffusione delle energie rinnovabili; (2) rafforzamento della rete energetica europea, congiuntamente all’utilizzo di nuove forme di immagazzinamento dell’energia e all’introduzione della corrente continua ad alta tensione (HVDC) europea "super rete"; (3) promozione di un’infrastruttura spaziale nell’Unione europea negli ambiti della radionavigazione e dell’osservazione della terra; (4) garanzia di un accesso rapido a Internet; (5) potenziamento del ruolo guida dell’Unione europea nell’ambito della sanità elettronica ; (6) completamento dello sviluppo della mobilità elettrica e definizione di standard comuni ad essa applicabili. Per quanto concerne la regolamentazione del settore finanziario, il Parlamento dovrebbe tentare di definire un sistema di regolamentazione e vigilanza che non trascuri nessun mercato, strumento o istituto finanziario. Dovrebbero pertanto essere presi in considerazione i seguenti elementi: (1) introduzione di maggiore regolamentazione anticiclica; (2) contenimento del rischio sistemico posto dagli istituti di grandi dimensioni e dai mercati dei derivati; (3) rafforzamento delle strutture di regolamentazione e vigilanza pan-europee e globali; (4) studio dell’uso di operazioni fuori bilancio; (5) introduzione di un’imposta sulle transazioni finanziarie; (6) introduzione di nuovi standard sui dati statistici relativi al settore finanziario.

 
  
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  Mario Pirillo (S&D), per iscritto. – Signor Presidente, questa relazione intermedia, sulla crisi finanziaria, economica e sociale, rappresenta un utile strumento di analisi dell’attuale situazione congiunturale europea ma soprattutto indica la strada maestra che l’Europa deve coraggiosamente percorrere per evitare che situazioni come queste si ripetano.

Ritengo che per fare questo, come correttamente riportato nella relazione, occorra fin da subito che l’Europa si doti di organismi forti ed autorevoli capaci di governare in modo univoco le politiche economiche complessive dei nostri territori. Sono convinto che l’Europa non possa più assistere a risposte scomposte e disomogenee tra gli Stati membri di fronte a crisi economiche le cui conseguenze minacciano realmente le possibilità stesse di crescita delle nostre economie

 
  
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  Rovana Plumb (S&D), per iscritto. (RO) Il processo attraverso il quale gli Stati membri convertiranno la strategia UE 2020 in programmi nazionali deve contribuire a dar vita a un’Unione europea più competitiva, sociale e sostenibile, che ponga i cittadini e la tutela dell’ambiente al centro del processo decisionale.

Gli Stati membri devono dedicarsi, in linea prioritaria, a creare posti di lavoro qualificati, a fare in modo che i mercati del lavoro funzionino in modo corretto e a garantire l’esistenza di condizioni sociali adeguate, al fine ultimo di migliorare la performance occupazionale. Il tasso di disoccupazione tra i cittadini europei è pari al 10 per cento in media, tocca quota 20 per cento in alcuni paesi e supera il 40 per cento tra i giovani. Queste percentuali mettono in luce l’importanza di una spesa pubblica di qualità e responsabile, associata alla promozione del potenziale imprenditoriale e innovativo del settore privato, allo scopo di stimolare il progresso economico e sociale.

Ho votato a favore della necessità per gli Stati membri di definire programmi attuabili in grado di sviluppare il mercato del lavoro migliorando gli incentivi e le condizioni per i lavoratori, rendendo al contempo più interessanti, agli occhi dei datori di lavori, gli incentivi per l’assunzione e il mantenimento del personale. È inoltre necessario garantire condizioni di lavoro dignitose. A tal fine dobbiamo combattere il lavoro sommerso e garantire l’accesso al mercato del lavoro ai quei soggetti che oggi ne sono esclusi.

 
  
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  Miguel Portas (GUE/NGL), per iscritto. (PT) È stato con rammarico che ho votato contro la relazione Berès. Sinceramente, la prima versione era promettente, per quanto concerne sia l’analisi delle cause della crisi che molte delle proposte avanzate per superarla. Tuttavia, le pretese dei gruppi di destra hanno distorto il contenuto della relazione originaria in merito ad alcune questioni centrali. Sebbene siano state mantenute svariate proposte valide – come la creazione di un’agenzia europea di rating del credito – è altrettanto vero che, per quanto attiene alla governance economica, la relazione è stata riportata al modello del "Consenso di Bruxelles". Dato che si deve scegliere tra deficit e debito pubblico o crescita e occupazione e che la relazione si mostra indecisa su questa questione fondamentale, non posso appoggiarla.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa relazione dal momento che ritengo che la Commissione debba provvedere al pilotaggio e al finanziamento di progetti atti, in particolare, a consentire nuovi investimenti nella ricerca, nello sviluppo e nella diffusione delle energie rinnovabili, nonché a garantire un accesso rapido ad Internet su tutto il territorio dell’Unione, in modo tale da dare rapida attuazione all’agenda digitale europea. Per quanto concerne la regolamentazione del settore finanziario, il Parlamento dovrebbe tentare di definire un sistema di regolamentazione e vigilanza che non trascuri nessun mercato, strumento o istituto finanziario. Per giungere a un accordo di questo tipo, sarà necessario rafforzare le strutture di regolamentazione e vigilanza a livello pan-europeo e globale.

 
  
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  Carmen Romero López e Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Siamo lieti che questa relazione sia stata approvata dalla stragrande maggioranza dei parlamentari, ma, soprattutto, che sia fallito il tentativo da parte del gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa di indebolire il paragrafo dedicato all’imposta sulle transazioni finanziarie e che sia invece passato il testo basato sul nostro emendamento, che chiede l’introduzione di un’imposta di questo tipo a livello europeo come prima fase.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD), per iscritto. – Questa relazione è il frutto di un compromesso in quanto sulla stessa erano stati presentati ben 1625 emendamenti e si divide in una serie di punti chiave che considerano le cause della crisi che vanno dalla bolla immobiliare ai prodotti bancari senza garanzie, sino alla carenza europea di armonizzazione fiscale e di mancato rispetto del Patto di stabilità e crescita. Gli effetti sono quelli sotto gli occhi di tutti: diminuzione della ricchezza e disoccupazione.

Le risposte non possono che essere: creare nuova occupazione dando impulso all'impresa, alla ricerca e allo sviluppo, adottare misure che premiano la trasparenza e favorire regole comuni a livello europeo ad es. sul fisco, sull'IVA e sulle tasse indirette.

Quello che crea dubbi è l'introduzione di una nuova tassa sulle transazioni finanziarie, che diventerebbe di fatto la prima tassa europea con finanziamento diretto del bilancio dell'Unione. Noi non possiamo accettare che l'Europa, in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo, vada a mettere le mani nelle tasche già vuote dei nostri cittadini.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea, in questo momento, sta attraversando quella che possiamo considerare la crisi economica e sociale più grave dalla sua fondazione. Ci troviamo quindi ad affrontare una sfida di fondamentale importanza: trovare le risposte adatte all’attuale situazione, con una prospettiva a lungo termine.

Accolgo con favore l’istituzione di una commissione speciale sulla crisi finanziaria, economica e sociale, nonché questa relazione. Appoggio la necessità di adottare meccanismi di governance economica, non per ultimo coordinando e vigilando sulle politiche degli Stati membri in materia di sostenibilità dei conti pubblici.

Tuttavia, osservo con rammarico come il Parlamento europeo non sia stato coinvolto in misura maggiore in questa operazione strategica, volta a trovare le soluzioni più adatte alla crisi: è auspicabile che, in futuro, vengano coinvolti maggiormente sia il Parlamento europeo che i parlamenti nazionali. Vorrei sottolineare l’importanza degli strumenti di coesione nell’ambito di questo processo.

In primo luogo, l’Unione europea deve potenziare il proprio coordinamento, sfruttando meglio la cooperazione tra i diversi livelli di governance e le diverse politiche. In secondo luogo, devono essere prese in considerazione le specificità territoriali e l’impatto asimmetrico della crisi. Come sottolineato dalla relazione, infatti, l’efficacia della politica di coesione nell’instaurare un legame tra la ripresa e la crescita a lungo termine risiede nella capacità di definire orientamenti strategici e di garantire agli Stati membri e alle regioni le condizioni adatte per attuarli, offrendo loro gli strumenti necessari per perseguire gli obiettivi posti.

 
  
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  Viktor Uspaskich (ALDE), per iscritto. (LT) Onorevoli colleghi, l’Europa sta diventando vittima non solo della crisi finanziaria e sociale. Stiamo vivendo una crisi di considerevole portata anche in termini di fiducia pubblica. In Lituania come nel resto dell’Europa, dobbiamo riconquistare la fiducia dei cittadini nelle nostri istituzioni finanziarie e politiche e dare vita a un sistema finanziario efficace e sostenibile, in grado di tutelarci da crisi future. Occorre un meccanismo di regolamentazione trasparente e a più livelli, fondato su un’etica sana e in grado di tutelare i cittadini.

La crisi finanziaria ha inferto alla Lituania un colpo durissimo; nel 2009 la nostra economia ha subito una contrazione del 15 per cento. Nel definire una strategia che ci consenta di uscire dalla crisi, dovremmo tenere conto delle specificità regionali e del diverso impatto della crisi nelle varie zone. Accolgo con favore il fatto che la commissione speciale sottolinei l’importanza di adottare opportuni strumenti di coesione, fondamentali per fornire assistenza alle regioni europee che più ne hanno bisogno. Questi strumenti ci possono aiutare a superare le conseguenze della crisi sostenendo investimenti essenziali nelle infrastrutture, nelle imprese e nella creazione di posti di lavoro.

Il successo della ripresa dipende inoltre, in misura significativa, dal successo della strategia EU 2020. È importate che ogni strategia europea di investimento a lungo termine consideri aspetti come il mantenimento della competitività e il rafforzamento del mercato interno, uno dei principali motori della crescita europea.

 
  
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  Derek Vaughan (S&D), per iscritto. (EN) Negli ultimi anni è risultato evidente come le nostre economie siano interdipendenti e come la causa di determinati problemi sia da ricercare nella mancanza di una legislazione in materia, di un sistema di regolamentazione o di coesione tra le economie europee. Ora che ci avviamo ad uscire dalla crisi, dobbiamo studiare soluzioni europee che ci consentano di creare un’economia europea più solida e sistemi finanziari meglio integrati, che vadano a vantaggio dei cittadini del Galles e di tutta l’Unione europea .

Pertanto ho votato a favore delle raccomandazioni sulle misure e le iniziative da adottare a seguito della crisi finanziaria, economica e sociale presentate dalla relazione Berès. Dobbiamo valutare soluzioni comuni ai problemi europei, pur nel rispetto delle scelte dei singoli Stati membri, consentendo loro di decidere come procedere. Il Consiglio, la Commissione e il Parlamento devono collaborare per garantire la costruzione di un’economia globale più solida e resistente, che ben si adatti all’Unione europea nel suo insieme.

 
  
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  Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL), per iscritto. (FR) Oggi, mercoledì 20 ottobre, il Parlamento europeo ha approvato la relazione della commissione speciale sulla crisi finanziaria, economica e sociale.

Noi del gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica abbiamo votato contro questa relazione, dal momento che le proposte avanzate risultano, in un certo senso, surreali e ignorano completamente le proteste in atto da mesi negli Stati membri dell’Unione europea contro i piani di austerità, le misure antisociali e lo smantellamento dei sistemi di previdenza sociale e dei servizi pubblici: queste sono le uniche misure prese in considerazione per limitare i deficit di bilancio degli Stati membri.

La relazione si pone sulla scia della controriforma delle pensioni avanzata da Nicolas Sarkozy e dal suo governo, contro cui il movimento di protesta francese lotta ormai da settimane.

La relazione, quindi, continua a tessere le lodi del patto di stabilità, come pure delle misure e delle politiche che stiamo condannando da anni e che i nostri concittadini considerano, sempre più, come un fallimento.

La stragrande maggioranza (501 voti a favore) di parlamentari che ha appoggiato questa relazione ovviamente non capisce il messaggio di quei cittadini che protestano da settimane in tutta Europa contro i piani di austerità e le relative controriforme.

 
  
  

Relazione Feio (A7-0282/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione presentata e discussa oggi in questa sede perché costituisce un passo avanti per l’Unione europea, in quanto promuove l’istituzione di un organismo quale il Fondo monetario europeo (FME), consentendo, di conseguenza, di sorvegliare gli sviluppi del debito sovrano e di integrare il Patto di stabilità e crescita (PSC) come meccanismo di ultima istanza per gli Stati membri. È inoltre degna di nota la proposta di istituire un comitato di alto livello presieduto dalla Commissione con il compito di studiare possibili modifiche istituzionali nel quadro del processo di riforma della governance economica, fra cui la creazione di un Tesoro comune europeo (ECT), con l'obiettivo di dotare l'Unione europea delle risorse finanziarie proprie previste dal trattato di Lisbona e di ridurre in tal modo la dipendenza dai trasferimenti nazionali, nonché l’elaborazione di una valutazione di fattibilità onde istituire a lungo termine un sistema in base al quale gli Stati membri possano partecipare all'emissione di titoli europei. Di conseguenza, grazie a un’adeguata valutazione d’impatto e all’individuazione delle varie alternative giuridiche, unitamente a una chiara definizione degli obiettivi e dei finanziamenti alle infrastrutture europee, i progetti strategici a lungo termine per il rafforzamento dell’Unione europea saranno più facili da raggiungere.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore della relazione in oggetto. L’attuale crisi economico-finanziaria e sociale ha mostrato che il modello di governance economica esistente nell’Unione non ha funzionato in modo tanto efficace quanto idealmente previsto. Nel corso degli ultimi anni non si è realizzata una convergenza sufficiente tra gli Stati membri; al contrario, nell’ultimo decennio gli squilibri macroeconomici e fiscali sono rimasti e persino aumentati. Il quadro di sorveglianza si è rivelato troppo debole e le regole del Patto di stabilità e crescita non sono state rispettate in modo adeguato, in particolare in merito alle disposizioni preventive. Condivido le proposte illustrate nel documento intese a migliorare gli interventi con gli Stati membri e tra di loro, in particolare al fine di evitare il ripetersi di situazioni come quella osservata di recente. È fondamentale che gli Stati membri rispettino integralmente le norme e le decisioni stabilite a livello comunitario, quali le regole e gli strumenti del Patto di stabilità e crescita. Grande importanza va attribuita anche alla crescita sostenibile a lungo termine, puntando sulla realizzazione delle condizioni necessarie a creare un’occupazione di qualità anziché sui guadagni a breve termine, tendenza che ha minato gravemente la stabilità finanziaria dei mercati europei.

 
  
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  Izaskun Bilbao Barandica (ALDE), per iscritto. (ES) L’attuale crisi economica ha mostrato che il coordinamento a livello di politica economica non ha funzionato in seno all’Unione e lo stesso si può dire per il quadro di governance economica e di sorveglianza o per il quadro normativo relativo ai servizi finanziari. Tutto questo ha creato instabilità e declino in Europa. A tal proposito, vorrei esprimere i miei più sentiti ringraziamenti per le raccomandazioni che accompagnano la proposta nonché ribadirne l’importanza, poiché mirano a: istituire un quadro coerente e trasparente per la sorveglianza multilaterale degli sviluppi macroeconomici nell'Unione e negli Stati membri e potenziare la vigilanza fiscale; rafforzare le regole del Patto di stabilità e crescita; rafforzare la governance economica; stabilire un meccanismo solido e credibile di prevenzione e gestione/soluzione del debito eccessivo per l’area euro; rivedere gli strumenti di bilancio, finanziari e fiscali. Desidero sottolineare che condivido pienamente l’obiettivo di migliorare la rappresentanza esterna dell'Unione nel campo degli affari economici e monetari.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. – Ringrazio il Collega Feio per l'ottimo lavoro svolto nell'elaborazione di questa complessa relazione. Ho espresso voto favorevole perché ritengo di fondamentale importanza migliorare la governance economica dell’Unione Europea. La crisi finanziaria ha infatti evidenziato l’assenza di un vero coordinamento politico ed economico tra gli Stati membri e l’inefficacia dei vari strumenti di controllo. È perciò tempo che ora l'Europa si doti di un quadro legislativo più affidabile, che tenga bene in conto gli obiettivi della strategia Eu 2020, ma che attui al contempo maggiori controlli del debito e delle entrate pubbliche, incentivi fiscali per le PMI, la valorizzazione del mercato interno e l'integrazione dei mercati del lavoro. Pur tuttavia, alla luce anche dei recenti accordi, non condivido l'introduzione di regole numeriche, che potrebbero rivelarsi per alcuni Stati membri eccessivamente meccanicistiche e difficilmente perseguibili. Non bisogna dimenticare che alla base della crisi finanziaria ci sono stati prodotti finanziari tossici e prima ancora eccessivo debiti privati (mutui subprime). In altre parole, la crisi e' stata causata da squilibri nel settore privato e delle banche, non del debito pubblico degli Stati. Condivido infine la raccomandazione n°3 volta a rafforzare il coordinamento degli Stati attraverso relazioni annuali di sorveglianza dell'area euro.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione in oggetto perché credo sia necessario istituire un quadro coerente e trasparente per la sorveglianza multilaterale degli sviluppi macroeconomici nell'Unione e negli Stati membri. Chiedo un dibattito annuale tra il Parlamento europeo, la Commissione, il Consiglio e i rappresentanti dei parlamenti nazionali sui Programmi di stabilità e convergenza (PSC) e i Programmi nazionali di riforma (PNR), nonché sulla valutazione dell’andamento delle economie nazionali, nel quadro del semestre europeo. Chiedo, altresì, che venga istituito un meccanismo a livello nazionale per valutare l'attuazione delle priorità di Europa 2020 e il grado di raggiungimento degli obiettivi contenuti nel Programma nazionale di riforma, allo scopo di sostenere la valutazione annuale da parte delle istituzioni dell'UE.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho votato contro la relazione in oggetto perché, in virtù della governance economica dell’Unione europea, adotta un approccio sovrano e una politica di rigorosa disciplina nell’ambito del Patto di stabilità, promuovendo misure sanzionatorie preventive a discapito degli Stati membri, venendo meno agli indicatori di Maastricht. La relazione mira alla stabilità di bilancio, a un controllo severo dei bilanci nazionali e propone, infine, l’adozione di provvedimenti estremi a danno del reddito dei lavoratori, delle pensioni e dei diritti in materia di lavoro e assicurazione. E tutto questo nonostante siano evidenti le conseguenze che tali politiche hanno avuto su Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo e qualunque altro paese. E tutto questo in un momento in cui i lavoratori di molti paesi europei sono divenuti nuove vittime della crisi e sono scesi in piazza in segno di protesta contro il contrattacco neoliberale sferrato dall’UE, dalla BCE e dal FMI.

 
  
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  Lara Comi (PPE), per iscritto. – L'adozione dell'Euro è stata una scommessa di importanza fondamentale per l'UE. E il principale fattore di rischio è collegato non tanto alle questioni di tecnica monetaria, per le quali la Banca Centrale Europea sta facendo un ottimo lavoro, quanto alla coesione economica e al collegamento con l'economia reale. Il problema è emerso in maniera preponderante nel corso della crisi: ha sempre meno senso una moneta unica per un mercato tuttora frammentato, e con politiche fiscali non sempre sufficientemente omogenee. Ragionare su queste problematiche non vuole e non deve essere un mero esercizio o una scusa per attirare sovranità legislativa su tematiche al momento di competenza nazionale. Serve, piuttosto, a dare coerenza e sistematicità ad un'azione economica che fronteggia situazioni sempre più complesse, in cui le sfide valutarie sono diverse dal passato e richiedono strumenti e obiettivi diversi, e in cui le responsabilità sulle spalle dei tecnici vanno affiancate da vigilanza continua e costante nonché da direzioni politiche basate su una ponderata visione del futuro e un occhio alla risoluzione dei problemi contingenti.

 
  
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  Anna Maria Corazza Bildt, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark, Anna Ibrisagic e Alf Svensson (PPE), per iscritto. (SV) Abbiamo votato a favore della relazione in oggetto, pur rimanendo fermamente contrari all’introduzione di una tassa europea. Continueremo a dire no all’istituzione di un comitato di alto livello per valutare la possibilità di creare un Tesoro comune europeo (ECT) con l'obiettivo di dotare l'Unione di risorse finanziarie proprie. Con questo voto manifestiamo il nostro dissenso anche su altri punti.

 
  
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  Corina Creţu (S&D), per iscritto. (RO) La questione della governance economica a livello comunitario è spinosa e la reticenza dimostrata da alcuni Stati membri in merito alle nuove cessioni di sovranità è comprensibile. La crisi greca ha evidenziato i limiti degli attuali meccanismi di intervento, per non parlare dell’inadeguatezza degli strumenti necessari a garantire il rispetto dei criteri di convergenza, in modo particolare nei paesi appartenenti all'area euro. L’istituzione di un quadro coerente e trasparente per la sorveglianza multilaterale degli sviluppi macroeconomici nell'Unione e negli Stati membri, unitamente al potenziamento della vigilanza fiscale, come proposto nel documento, costituiscono un passo nella giusta direzione, sebbene questo potrebbe portare a una modifica parziale del trattato costituzionale. Nel complesso, le raccomandazioni incluse nel documento in oggetto sono importanti e affrontano problemi reali, offrendo al contempo soluzioni appropriate. Per queste ragioni, ho votato a favore dell’adozione di questo documento.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) È con soddisfazione e un certo senso di responsabilità che ho votato a favore delle raccomandazioni intese a migliorare la governance economica dell’Unione europea proposte nella relazione in oggetto. Considerando che l’UE deve affrontare la feroce concorrenza delle economie emergenti e che sono indispensabili solide finanze pubbliche per promuovere le opportunità, le innovazioni, la crescita economica e quindi la creazione di una società europea della conoscenza, e considerando che la crescita economica e la sostenibilità delle finanze pubbliche sono un requisito fondamentale della stabilità economica e sociale, nonché del consolidamento fiscale duraturo, le attuali regole del Patto di stabilità e crescita, unite allo scarso grado di applicazione effettiva delle stesse, non sono bastate a garantire sane politiche fiscali e politiche macroeconomiche solide. È di conseguenza fondamentale promuovere un’applicazione più rigorosa delle misure preventive e sanzionatorie nonché il miglioramento della sorveglianza e della governance economiche attraverso l’elaborazione di statistiche più accurate e comparabili in relazione alle politiche e alle posizioni economiche adottate dagli Stati membri, in particolare quelli appartenenti all’area euro.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto. (FR) Adottando la risoluzione sulla governance economica, il Parlamento europeo riafferma i suoi obiettivi principali relativi ai negoziati sulle sei proposte legislative avanzate dalla Commissione.

Gli eurodeputati deplorano l’inadeguata attuazione del Patto di stabilità e crescita e propongono la creazione di un meccanismo efficace di misure sanzionatorie e incentivanti, riconoscendo al contempo l’importanza di investire nella ricerca, nell’innovazione, nella sanità e nell’istruzione.

Per mettere fine alla recessione dobbiamo pianificare i finanziamenti necessari a livello europeo nonché mettere effettivamente in pratica l'idea delle risorse proprie. Riteniamo che l’introduzione di un’imposta sulle transazioni finanziarie diminuirebbe la speculazione e migliorerebbe il funzionamento del mercato interno. Il reddito generato da questa imposta, inoltre, potrebbe contribuire al finanziamento dei beni pubblici globali e alla riduzione dei disavanzi di bilancio. L’imposta andrebbe applicata su una scala il più ampia possibile, a partire, senza dubbio, dall’Unione europea.

 
  
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  Diane Dodds (NI), per iscritto. (EN) Il Parlamento affronta questo tema al momento giusto, ovvero a pochi giorni dall’accordo raggiunto fra il Presidente Sarkozy e il Cancelliere Merkel che tenta di modificare il trattato di Lisbona ai fini di una gestione metodica delle future crisi del debito sovrano nell’area euro. Ovviamente, tutto questo si inserisce nel contesto della crisi attuale dell’eurozona, che evidenzia, giorno dopo giorno, l’assurdità del modello della moneta unica. Ma non è tutto. È evidente che, se il progetto va in porto, il governo di coalizione del Regno Unito sarà costretto a indire un referendum.

Questo è quanto ha promesso il Primo ministro Cameron e, a differenza delle garanzie assolute fornite in passato, stavolta dovrà mantenere la parola data. Se la Francia e la Germania hanno la possibilità di modificare il trattato di Lisbona, è fondamentale che il governo del Regno Unito si avvalga del processo di rinegoziazione affinché il nostro parlamento sovrano riacquisisca i propri poteri.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione Feio, che è il risultato dell’esito positivo dei negoziati fra i gruppi politici del Parlamento europeo e che si basa sull’ampio consenso in merito alla necessità di rafforzare le politiche in materia di crescita e occupazione, con l’obiettivo di migliorare la governance economica. Questo ci consentirà di superare la crisi attuale e di avviare la ripresa dell’economia europea.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Sulla scia dell’attuale crisi economico-finanziaria e sociale, il Parlamento ha assunto un ruolo di guida nel fornire all’Unione europea i meccanismi necessari a garantire un intervento efficace che non soltanto impedisca crisi future, ma che sia in grado, soprattutto, di assicurare la stabilità necessaria a promuovere lo sviluppo sostenibile e la coesione in Europa. La relazione Feio accresce la responsabilità del Parlamento nell’ambito del consolidamento istituzionale dell’UE in vista di una maggiore unificazione a livello europeo e in termini di economia globale, a vantaggio dei cittadini europei e del loro benessere. Le raccomandazioni proposte rappresentano un notevole miglioramento qualitativo in termini di potenziamento della governance economica dell’UE e promuovono il rafforzamento delle regole, al fine di favorire la stabilità e la crescita degli Stati membri e dell’Unione e i meccanismi per evitare, correggere e risolvere i problemi e le sfide cui deve far fronte la strategia per lo sviluppo dell’UE. L’affidabilità delle statistiche dell’Unione è un altro elemento chiave nell’ambito della creazione di strutture e autorità dotate di migliori capacità di valutare e definire gli interventi necessari. Desidero richiamare l’attenzione sulla preoccupante necessità di evitare situazioni di debito pubblico, a prescindere dai disavanzi pubblici.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Non si tratta di migliorare la governance economica a livello comunitario, bensì di dominare le politiche economiche, fiscali e di bilancio degli Stati membri, che devono soddisfare il requisito essenziale di tutelare gli interessi del mercato unico e di Bruxelles, e non a quello di creare prosperità economica. Si tratta anche della riattivazione e del peggioramento del Patto di stabilità e crescita, causa di continuo nocumento.

Tutto questo è inaccettabile così come lo è la creazione di un Tesoro comune europeo responsabile della gestione di una imposta europea e dell’istituzionalizzazione di un governo economico europeo (a che pro, mi chiedo). Effettivamente i livelli di disavanzo e di debito pubblico attuali (la maggior parte dei quali è detenuta all’estero) rappresentano un pericolo in termini sia finanziari sia di sovranità. Questi valori, tuttavia, sarebbero senza dubbio inferiori senza le vostre politiche e se gli Stati non fossero costretti a contrarre prestiti sul mercato. Circa un sesto del bilancio della Francia è destinato al pagamento degli interessi sul suo stesso debito. Finché continueremo a pagare, non potremo investire quel denaro altrimenti.

 
  
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  Peter Jahr (PPE), per iscritto. (DE) La crisi economico-finanziaria ha evidenziato l’urgente necessità di migliorare la cooperazione economica all’interno dell’Unione europea. Per raggiungere questo obiettivo è necessario rafforzare ed estendere il Patto di stabilità e crescita al fine di includervi misure sanzionatorie appropriate ed efficaci. È altresì necessario tenere maggiormente sotto controllo i bilanci nazionali e la competitività degli Stati membri.

In futuro dovremo individuare in anticipo gli squilibri esistenti fra i paesi dell’area euro e le eventuali lacune in termini di concorrenza. Dovremo, altresì, essere in grado di pretendere contromisure efficaci. L’obiettivo deve essere quello di rendere l’unione monetaria e l’euro forti e solidi nel lungo periodo, al fine di evitare l’insorgenza di una crisi come quella greca.

 
  
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  Anne E. Jensen (ALDE), per iscritto. (DA) Il Venstre, Danmarks Liberale Parti (Partito Liberale Danese) ha votato contro un particolare emendamento alla relazione Feio, ovvero quello relativo all’elaborazione di uno studio per valutare i vantaggi che apporterebbe l’istituzione di un sistema europeo di riscossione delle imposte. Il Venstre, Danmarks Liberale Parti ha votato a favore della relazione nel suo complesso, a nostro avviso ben equilibrata.

 
  
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  Alan Kelly (S&D), per iscritto. (EN) È fondamentale rafforzare le regole della governance economica, soprattutto alla luce della crisi economica di cui molti Stati membri sono ancora vittima. Concordo, tuttavia, con gli emendamenti proposti dal Parlamento a favore dell’eliminazione delle raccomandazioni sulle sanzioni automatiche per gli Stati membri con un disavanzo eccessivamente elevato poiché come ha dimostrato la crisi, in circostanze straordinarie, è necessario violare i requisiti in materia di disavanzo per tamponare le più gravi conseguenze economiche di una crisi.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Signor presidente, onorevoli colleghi, la relazione recante raccomandazioni alla Commissione sul miglioramento della governance economica e del quadro di stabilità dell'Unione, in particolare nell'area dell'euro appena votata, si inserisce nel più ampio dibattito, in corso da alcuni mesi, sulle iniziative da intraprendere per combattere la crisi finanziaria. Emerge chiaramente la necessità di una forte governance economica dell'Unione europea, a maggior ragione a seguito di quanto accaduto in Grecia qualche mese fa.

Attendiamo a giorni la relazione finale della Task Force dedicata al miglioramento della governance, costituita dal Presidente del Consiglio europeo, Van Rompuy. Ma possiamo sin d'ora affermare l'assoluta necessità di individuare delle regole per la sorveglianza delle politiche economiche, regole non meccanicistiche ma realistiche e sostenibili, capaci di rafforzare la disciplina fiscale e, in definitiva, di migliorare la governance europea.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. (RO) Il recente periodo di crisi economico-finanziaria ha spesso evidenziato la necessità di rafforzare significativamente il monitoraggio e il coordinamento economico a livello comunitario. Si sono riscontrati notevoli squilibri macroeconomici e alcuni Stati stanno registrando un aumento esponenziale del loro debito pubblico e della sua percentuale rispetto al PIL. Ho votato a favore della relazione in oggetto perché appoggio con decisione le otto raccomandazioni presentate dal relatore con l’obiettivo di diffondere la buona governance e la stabilità economica sul territorio comunitario.

Le sfide che dovremo affrontare nei prossimi anni sono, a mio avviso, di vasta portata. Dobbiamo riuscire a definire priorità ben precise e a prendere decisioni difficili per sostenere il potenziale di crescita economica dell’Unione europea e consolidare le finanze pubbliche. Un coordinamento a livello comunitario sarà essenziale a questo proposito e potrebbe contribuire a eliminare le conseguenze negative.

 
  
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  Astrid Lulling (PPE), per iscritto. (FR) La discussione congiunta sul Consiglio europeo, il G20, la relazione elaborata dalla Commissione speciale sulla crisi finanziaria, economica e sociale e la relazione sulla governance europea non hanno fornito orientamenti chiari né adeguate raccomandazioni in merito alla crisi finanziaria. Ognuno ha avuto modo di esprimere il proprio parere e di interpretare in modo personale questi testi confusi e farraginosi. È questa, purtroppo, la realtà di queste relazioni di iniziativa, che uniscono vaste maggioranze, ma allo stesso tempo non dicono quasi nulla.

La relazione Feio è stata discussa a un’ora troppo tarda, quando la Commissione europea aveva già presentato le direttive che riformeranno il Patto di stabilità e la governance dell’area euro. Che senso ha, in queste condizioni, esprimere un voto sulle raccomandazioni rivolte alla Commissione?

Il Parlamento dovrebbe disporre di regolamenti decisamente più severi e rispettarli. Sono in gioco la sua efficacia e credibilità.

La riforma del Patto di stabilità e della governance dell'area dell'euro giungerà al culmine quando verranno analizzati i testi normativi. I miei colleghi ed io ci metteremo al lavoro senza preconcetti e con diligenza. È fondamentale che il Parlamento appoggi una riforma realistica seppur ambiziosa, affinché si possa costruire l'unione monetaria su nuove fondamenta. È l’operato diligente che conferisce legittimità a un’istituzione in seno alla struttura europea e non...

(La dichiarazione di voto è stata interrotta ai sensi dell'articolo 170 del regolamento)

 
  
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  Mario Mauro (PPE), per iscritto. – Senza regole e senza vigilanza non si va da nessuna parte. Applicare le regole che ci siamo imposti in questo periodo di crisi, per migliorare il coordinamento e la sorveglianza in materia economica, è il minimo che dobbiamo chiedere a noi stessi e agli Stati membri. La relazione del collega Diogo Feio, in questo senso, ci permette di mettere a fuoco alcune distorsioni non indifferenti, rilevando come “i recenti sviluppi economici hanno chiaramente evidenziato che il coordinamento delle politiche economiche nell'ambito dell'Unione, in particolare nella zona euro, non ha funzionato abbastanza bene e che, nonostante gli obblighi loro derivanti dal trattato sul funzionamento dell'Unione europea gli Stati membri hanno mancato di considerare le loro politiche economiche come una questione di interesse comune”. Il mio voto è quindi senza dubbio favorevole alla relazione.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’attuale crisi economico-finanziaria ha dimostrato che l’Unione europea necessita di una governance economica e monetaria sempre più forte per evitare l'indebolimento della stabilità dell'euro e della stessa unione monetaria. La strategia Europa 2020, di conseguenza, dovrebbe puntare a promuovere la crescita economica e a creare occupazione poiché la brusca diminuzione del PIL, il calo della produzione industriale e gli elevati livelli di disoccupazione costituiscono una sfida socio-economica di ampia portata che soltanto una governance forte, armoniosa e congiunta può sconfiggere. La relazione Feio individua metodi e definisce strategie per rafforzare in modo efficace la governance economica e il quadro di stabilità dell’Unione europea, concentrandosi in modo particolare sull’area euro. Ne sono un esempio, a questo proposito, l’istituzione di un quadro coerente e trasparente per la sorveglianza, il rafforzamento delle regole del Patto di stabilità e crescita (PSC) e il rafforzamento della governance economica nell’area euro.

 
  
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  Louis Michel (ALDE), per iscritto. (FR) La crisi economico-finanziaria e sociale ha evidenziato i limiti del modello europeo di governance economica. Per questo motivo, dobbiamo raggiungere un accordo sulla governance economica e sul Patto di stabilità in occasione del prossimo Consiglio europeo. Dobbiamo adottare con urgenza una serie di riforme che ci consentano di compiere un notevole passo avanti in termini qualitativi nell’ambito della governance economica e di introdurre strumenti di sorveglianza trasparenti e mirati.

Ho votato a favore della relazione Feio perché appoggia la proposta avanzata dalla Commissione che costituisce, a mio avviso, un’equilibrata soluzione di compromesso. Sono a favore di un maggior coinvolgimento del Parlamento nella governance economica dell’Unione nonché della centralizzazione dei poteri di controllo esclusivi sui principali istituti finanziari transfrontalieri. Ritengo utile, altresì, dotare l’Unione di risorse finanziarie proprie affinché possa pianificare eventuali azioni e attività.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (LV) Quella presentata dall’onorevole Feio è, a mio avviso, la relazione più professionale che abbia avuto modo di esaminare negli ultimi tre mesi. Tutte le questioni e le soluzioni proposte nella relazione non potevano giungere in un momento migliore. La carenza di informazioni, rendicontazioni distorte e, talvolta, vere e proprie menzogne da parte dei governi degli Stati membri hanno portato a risultati disastrosi. Celando timidamente le enormi voragini nei propri bilanci, la Grecia, la Lettonia e l’Ungheria hanno fatto vacillare la fiducia nei confronti dell’euro. La Commissione e il Parlamento devono reagire con rigore ed efficacia a qualsivoglia distorsione dei fatti od occultamento della verità. È fondamentale mettere a punto misure per contrastare i politici disonesti a causa del cui operato l’Unione europea ha dovuto venire a patti con la crisi. Per uscire da questa complicata situazione economica, non dobbiamo redigere soltanto regolamenti sulla sorveglianza e statistiche, bensì un piano mirato per superare la crisi. Questo significa, in primo luogo, definire criteri chiari in materia di politica fiscale, nonché scadenze e garanzie per i contribuenti. Dobbiamo garantire, altresì, che la suddetta normativa in materia fiscale non venga modificata in continuazione al primo cenno degli investitori. Al giorno d’oggi, purtroppo, il governo lettone modifica le proprie normative in base all’umore dei funzionari del Fondo monetario internazionale e della Banca centrale europea. Mi auguro che la relazione Feio serva a far capire alla Commissione europea che è giunto il momento di mettersi al lavoro.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Cari Colleghi, ho votato a favore della relazione del collega Feio, ma come ho già avuto modo di ribadire, l'Europa necessita fortemente di una seria riforma in materia anche se la nuova governance economica dell'Europa non può considerare solo l'ammontare del debito pubblico. Non servono meccanismi troppo automatici e prociclici di rientro dal debito che rischiano di non raggiungere l'obiettivo e anzi di impedire interventi di stimolo alla crescita economica. Vedo invece con favore l'adozione di meccanismi di sorveglianza dotati di formule flessibili, ragionevoli e assolutamente gestibili da parte dei Paesi. I risultati e i benefici a livello budgetario di importanti riforme in campo sociale ed economico, prima fra tutte quella relativa alle pensioni, non si vedono nell'esercizio finanziario successivo, bensì dopo svariati anni nel medio e lungo termine, nella sostenibilità delle finanze pubbliche. Tuttavia, sono queste le riforme più importanti e necessarie. Dobbiamo, pertanto, tenere in considerazione di più e meglio le riforme strutturali che servono a stimolare la competitività e la crescita economica in Europa. Con la competitività si ha crescita economica, con la crescita si hanno maggiori entrate fiscali e reale consolidamento finanziario.

 
  
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  Georgios Papastamkos (PPE), per iscritto. (EL) Ho scelto di astenermi dalla votazione sulla relazione Feio perché le proposte sulla governance economica europea non affrontano i problemi strutturali tipici di un'unione economica incompleta né colmano il divario fra un’unione economica parziale e un’unione economica integrale. Più precisamente, ho scelto di astenermi dalla votazione perché dette proposte non europeizzano le politiche economiche o il rischio economico, ma europeizzano esclusivamente le sanzioni, rese ancor più severe. Non esistono orientamenti strategici di alcun tipo che consentano di salvaguardare una crescita equilibrata e di rinvigorire la competitività di tutti gli Stati membri.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione in oggetto poiché ritengo che: (1) vada istituito un quadro coerente e trasparente per la sorveglianza multilaterale degli sviluppi macroeconomici nell'Unione e negli Stati membri, assicurando un dibattito annuale tra Parlamento europeo, Commissione, Consiglio e i rappresentanti dei parlamenti nazionali sui Programmi di stabilità e convergenza (PSC) e i Programmi nazionali di riforma (PNR) nonché sulla valutazione dell’andamento delle economie nazionali; (2) vada istituito un meccanismo a livello nazionale per valutare l'attuazione delle priorità di Europa 2020 e il grado di raggiungimento dei relativi obiettivi contenuti nel Programma nazionale di riforma, allo scopo di sostenere la valutazione annuale da parte delle istituzioni dell'UE.

Ritengo, altresì, che vadano rafforzate le regole del Patto di stabilità e crescita (PSC) al fine di: (1) tenere maggiormente conto del livello, del profilo e della dinamica del debito ai fini della determinazione del ritmo di convergenza verso gli obiettivi di bilancio a medio termine (MTFO) specifici per Stato membro da includere nei PSC; (2) promuovere l'istituzione di meccanismi di controllo di bilancio con allerta precoce a livello nazionale; (3) definire in anticipo misure preventive per la zona euro, nel quadro del braccio preventivo e correttivo del PSC.

 
  
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  Miguel Portas (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La relazione Feio affronta la questione centrale del coordinamento economico a livello europeo, tenta di orientare i documenti normativi della Commissione ed è oggetto di discussione soltanto 24 ore dopo aver reso pubblica la posizione della direzione franco-tedesca. I suggerimenti positivi contenuti nella relazione non possono essere coordinati diversamente, sia per via della stessa posizione franco-tedesca, sia per le proposte relative alle sanzioni automatiche già incluse nei testi elaborati dalla Commissione e dalla task force del Consiglio. La relazione non rompe con la tradizione delle sanzioni disciplinari del Consenso di Bruxelles con il solo obiettivo di attenuarle. Questo consenso non si può riformare; lo si può soltanto sostituire con un’altra forma di consenso, che metta al centro del coordinamento economico l’occupazione e l’eliminazione delle disuguaglianze esistenti.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione in oggetto perché ritengo necessario istituire un quadro coerente e trasparente per la sorveglianza multilaterale degli sviluppi macroeconomici nell'Unione e negli Stati membri.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) La crisi economica mondiale ha messo alla prova gli attuali meccanismi di coordinamento delle politiche economiche dell’Unione europea ed ha evidenziato alcuni punti deboli.

Il funzionamento dell’Unione economica e monetaria è stato sottoposto a tensioni particolarmente forti, dato che in passato le regole soggiacenti non sono state rispettate e le procedure di sorveglianza esistenti non sono state sufficientemente complete. La presente relazione di iniziativa intende definire la posizione del Parlamento in merito al pacchetto legislativo sul coordinamento delle politiche economiche (sei proposte, di cui quattro in codecisione) lanciato dalla Commissione due settimane fa. La posizione del Consiglio è prevista per la fine di ottobre con la relazione finale della task force guidata dal Presidente Van Rompuy sulla governance economica.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD), per iscritto. – A seguito della crisi economica e finanziaria, il Parlamento europeo ha approvato una serie di relazioni legate a direttive della Commissione sugli esiti e su come contrastare la stessa. Per evitare che si ripetano bolle speculative come quella da cui stiamo con difficoltà uscendo, è indispensabile prevedere una serie di interventi e controlli fra e con gli Stati membri. È indispensabile ad esempio il rispetto del Patto di stabilità e crescita. Un controllo serio e capillare avrebbe probabilmente evitato le situazioni limite di Grecia e Spagna.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) L’attuale crisi economico-finanziaria e sociale ha mostrato che il modello di governance economica esistente nell’Unione non ha funzionato in modo tanto efficace quanto idealmente previsto. È di conseguenza necessario trovare soluzioni a favore di una governance economica migliore e più efficiente in Europa, al fine di evitare un ulteriore inasprimento delle già gravi conseguenze della crisi.

In questo contesto il relatore suggerisce di istituire un quadro coerente per la sorveglianza economica, di rafforzare le regole del Patto di stabilità e crescita e la governance economica nell’area euro, nonché di rivedere gli strumenti fiscali, finanziari e di bilancio dell’Unione.

Nella relazione si propone, inoltre, di stabilire una prevenzione forte e credibile in materia di eccessivo indebitamento e un meccanismo di risoluzione per l’area euro e, in ultima istanza, di migliorare l’affidabilità delle statistiche dell’UE nonché della rappresentanza esterna dell'Unione nel settore dei problemi economici e monetari.

Di conseguenza, è necessario che gli Stati membri rispettino integralmente le norme e le decisioni dell’Unione europea. Desidero sottolineare l’importanza di allineare la riforma agli obiettivi della strategia Europa 2020, se del caso, rafforzando il mercato interno e il ruolo delle piccole e medie imprese in quanto forze motrici della crescita economica.

Per le suddette ragioni ho espresso voto favorevole alla relazione in oggetto.

 
  
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  Viktor Uspaskich (ALDE), per iscritto. (LT) Onorevoli colleghi, le attuali regole del Patto di stabilità e crescita e il debole sistema di attuazione non sono riusciti a garantire in modo sufficiente una politica fiscale e macroeconomica forte. Le raccomandazioni contenute nella relazione in oggetto costituiscono però un buon punto di partenza. Il relatore ha ragione quando afferma che dobbiamo avviare riforme strutturali relative alla politica sociale e all’integrazione dei mercati del lavoro nonché promuovere incentivi fiscali per le piccole e medie imprese. Il processo di riduzione dei disavanzi a lungo termine va affiancato da interventi volti a promuovere l’economia, quali ad esempio la creazione di migliori presupposti per gli investimenti e un mercato interno rafforzato, in grado di offrire maggiore competitività. Condivido, inoltre, l’opinione del relatore secondo cui nessuna delle nuove misure proposte dovrebbe avere un impatto troppo violento sugli Stati membri più vulnerabili, gli Stati baltici in modo particolare, poiché questo ostacolerebbe i nostri interventi a favore della crescita economica e della coesione. Lo scorso anno, l’entusiasmo per l’euro è sfumato leggermente negli Stati membri non appartenenti all’area euro, inclusa la Lituania. È quindi importante ricordare che le decisioni prese nella prima metà dell’anno per tutelare la stabilità dell'euro hanno carattere provvisorio e dovranno basarsi su un quadro di governance economica migliore a livello comunitario.

 
  
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  Derek Vaughan (S&D), per iscritto. (EN) Gli obiettivi della strategia Europa 2020 mettono nuovamente in evidenza la necessità di una maggiore integrazione fra le economie degli Stati membri sul territorio dell’Unione europea al fine di promuovere la produttività, la competitività e la crescita. L’attuale crisi economica ha mostrato che il modello di governance economica esistente non è sufficiente e non è in grado di garantire quell’integrazione graduale necessaria alla stabilità delle economie dell’Unione europea.

Per questa ragione ho espresso voto favorevole alle raccomandazioni contenute nella relazione Feio, che mette in evidenza la necessità di rafforzare le disposizioni comunitarie di carattere economico nonché di rivederle e migliorarle nel lungo periodo. Riconosco che l’Europa deve guardare con occhio critico ai piani di stabilità economico-finanziaria attualmente in vigore per progredire insieme, verso un’economia più forte e integrata, in grado di esprimere al meglio il suo potenziale di superpotenza economica globale.

 
Ultimo aggiornamento: 7 febbraio 2011Avviso legale