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Procedura : 2009/0112(COD)
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Testi presentati :

A7-0299/2010

Discussioni :

PV 22/11/2010 - 16
CRE 22/11/2010 - 16

Votazioni :

PV 23/11/2010 - 6.18
CRE 23/11/2010 - 6.18
Dichiarazioni di voto
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P7_TA(2010)0420

Discussioni
Martedì 23 novembre 2010 - Strasburgo Edizione GU

9. Dichiarazioni di voto
Video degli interventi
PV
  

Dichiarazioni di voto orali

 
  
  

Relazione Casa (A7-0325/2010)

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, si fiderebbe di un economista che ha recentemente formulato questa previsione: “L’euro ha fatto più di qualsiasi esortazione del FMI o dell’OCSE per l’attuazione della disciplina di bilancio nel resto d’Europa”? Oppure questa: “L’euro ha già assicurato una forte stabilità interna nella zona dell’euro”? O questa: “Se rinunciamo alla sterlina e adottiamo l’euro, ci libereremo anche dei deprezzamenti e delle sopravvalutazioni della sterlina, ottenendo un controllo reale sulla nostra economia”.

In tutti e tre i casi ho citato i nostri ex colleghi europarlamentari, Nick Clegg e Chris Huhne, diventati ora, incredibilmente, ministri del governo britannico. D’altra parte, noi che siamo contrari all’euro – non si può dirlo con modestia – abbiamo avuto la dimostrazione di avere assolutamente ragione. Abbiamo sempre detto che un tasso della BCE dettato dalle necessità del centro sarebbe stato disastroso per la periferia.

Non mi aspetto nessun segno di umiltà da parte di chi è incorso in un errore così evidente. Sono sicuro che la BBC e altri esperti disinteressati li tireranno sempre fuori e sono sicuro che li dipingeranno come dogmatici intransigenti. Credetemi, questo non mi rallegra: un mio amico ha appena detto che non c’è niente di più esasperante che essere saggi in questo frangente. Ma vi prego di darci ascolto la prossima volta. La moneta unica costringe le nazioni ad adottare politiche monetarie sbagliate, con risultati disastrosi sia per chi riceve gli aiuti, sia per chi li eroga.

 
  
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  Syed Kamall (ECR).(EN) Signor Presidente, condivido la preoccupazione appena espressa dal mio collega in merito all’ossessione di armonizzare. Se consideriamo le iniziative volte a ottenere una base imponibile comune per l’IVA, sentiremo i deputati da una parte all’altra di quest’Aula sostenere la necessità di un’armonizzazione sempre maggiore per le tasse, dimentichi del fatto che ciò di cui abbiamo davvero bisogno a livello europeo è una maggiore concorrenza fiscale. Ne abbiamo bisogno anche a livello globale, se si parla di economia e competitività economica, per assicurarci di non tassare i nostri cittadini a un livello tale da privarli della capacità produttiva e delle forze di produzione. Di fatto, quello che stiamo facendo consiste nell’assicurarci di avere un numero sufficiente di imprenditori e innovatori nel paese e uno dei modi migliori per raggiungere l’obiettivo è sfruttare la concorrenza fiscale.

L’ossessione di armonizzare ci ha portato a una moneta unica che non tiene in considerazione né le differenze nazionali, né le differenze nei cicli economici ed è per questo che le nazioni si trovano in difficoltà. In parte, è anche per questo che l’Irlanda si trova in difficoltà. Dobbiamo puntare a una maggiore competitività piuttosto che a una base imponibile comune.

 
  
  

Relazione Balz (A7-0314/2010)

 
  
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  Clemente Mastella (PPE). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, la presente relazione esamina il rapporto annuale e l'attività svolta durante lo stesso anno. Le azioni sul piano economico e finanziario e, in misura crescente, politico sono tuttora ampiamente dominate dalla crisi finanziaria internazionale.

Gli avvenimenti in Grecia e in altri paesi della zona euro hanno naturalmente cause complesse. I problemi sono in gran misura di origine interna, essendo il risultato della mancanza di riforme strutturali interne.

Senza alcun dubbio l'Unione monetaria europea non ha funzionato nel modo in cui era stata progettata. I principi del Patto di stabilità e di crescita non sono sempre stati rispettati e quelle che inizialmente sembravano lievi infrazioni hanno dato prova, nel tempo, di aver seriamente pregiudicato il Patto nel suo insieme.

Dobbiamo quindi trarre il giusto insegnamento da questa situazione. Occorre riequilibrare l'Unione monetaria europea, acquisire una maggiore trasparenza e una migliore gestione delle crisi dei mercati finanziari e ricostruire in fondo la fiducia pubblica. Si tratta di una sfida enorme, ma è anche un'opportunità che abbiamo il dovere di cogliere.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, è evidente come la Repubblica d’Irlanda sia stata spinta nella difficile situazione in cui si trova attualmente dall’euro. Già nel 2001, gli economisti irlandesi erano allarmati dall’urgente necessità dell’Irlanda di alzare i tassi d’interesse per frenare la forte e insostenibile espansione. Ma, ovviamente, non esistevano tassi d’interesse irlandesi, esisteva solo la Banca centrale europea che, accordando ai membri più influenti ciò di cui avevano bisogno, somministrava ai membri meno influenti una dose doppia di ciò di cui non avevano alcun bisogno, ossia un costo denaro artificialmente basso.

L’Irlanda continuerà ad avere problemi finché continuerà ad avere la moneta unica. Il salvataggio le potrà permettere di trascinarsi fino alla prossima occasione in cui la sua politica monetaria avrà bisogno di scostarsi da quella della restante zona dell’euro. È una follia, in un momento come questo, in cui il mio stesso paese ha già debiti per 850 miliardi di sterline, indebitarsi per altri 7 miliardi da mandare all’Irlanda. Quel denaro sarà non solo inutile, ma dannoso perché imprigionerà la Repubblica d’Irlanda nella sua attuale situazione di malcontento.

Se volessimo esser loro d’aiuto, potremmo offrire ai nostri amici e vicini l’opportunità di gran lunga più pratica e immediata di un’unione monetaria temporanea con la sterlina, facendo sì che possano calcolare i prestiti ricevuti come se fossero in sterline e consentendo loro, quindi, di riprendere la crescita grazie alle esportazioni.

 
  
  

Relazione Ehler (A7-0308/2010)

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE).(FI) Signor Presidente, vorrei sottolineare l’importanza della formazione. Sotto altri aspetti, la proposta di risoluzione in esame è ottima, ma vorrei evidenziare come, dal punto di vista del genere, l’Unione europea e gli altri paesi coinvolti in tali operazioni civili di gestione delle crisi farebbero bene a prendere esempio dal Nord e imparare dalla Svezia e dalla Finlandia per quanto riguarda la formazione.

Faccio inoltre notare quanto sia importante che la cooperazione funzioni veramente e che si conducano indagini e ricerche relative all’effettiva riuscita di tali operazioni: attualmente, infatti, il sistema presenta ancora delle lacune.

 
  
  

Relazione Gallagher (A7-0296/2010)

 
  
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  Jim Higgins (PPE).(EN) Signor Presidente, desidero spiegare il motivo che mi ha spinto a votare contro gli emendamenti nn. 30 e 31 all’articolo 5 della relazione Gallagher: semplicemente, il totale ammissibile di catture nella baia di Biscay verrebbe separato da quello del resto della zona, con l’unica giustificazione che i numerosi piccoli pescherecci locali di quella regione non hanno grande impatto sugli stock di sgombri.

La mia risposta è che qualsiasi comunità costiera, in qualsiasi paese, potrebbe presentare la stessa motivazione per salvaguardare gli interessi dei propri pescatori. A quanto pare, secondo il comitato scientifico, tecnico ed economico per la pesca non è possibile separare gli stock ittici che si trovano liberi nelle acque. I pesci non sono stanziali, si muovono e tale separazione non rispetta il trattato di Lisbona.

Il piano per la gestione sul lungo periodo degli stock nell’Atlantico settentrionale non andrebbe adattato a piacimento. Se abbiamo una Politica comune della pesca, deve essere uguale per tutti, senza eccezioni e senza deroghe, poiché le conseguenze a lungo termine potrebbero essere molto gravi.

 
  
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  Izaskun Bilbao Barandica (ALDE).(ES) Signor Presidente, ho votato a favore degli emendamenti nn. 30 e 31 poiché ritengo che, sia per la distribuzione per zone del totale ammissibile di catture (TAC), sia per la determinazione dei TAC, si debba tenere conto delle caratteristiche e degli obiettivi delle diverse flotte, industriali o di piccole dimensioni, al fine di mantenere le stesse opportunità di pesca che hanno avuto sinora.

Cambiarle potrebbe significare cambiare la struttura della pesca e potrebbe perfino provocare controversie con le locali attività legate alla pesca, che fanno ricorso principalmente al sugarello per rifornire il mercato di pesce di qualità.

I totali ammissibili di catture devono essere differenziati per area, sia nel caso del sugarello, sia nel caso di altri tipi di pesce che rientrano nelle disposizioni della politica comune della pesca.

 
  
  

Relazione Gróbarczyk (A7-0295/2010)

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE).(PL) Signor Presidente, il problema del depauperamento degli stock ittici non interessa soltanto noi europei, ma anche i pescatori e i consumatori di tutto il mondo. La mancanza di zone di pesca adeguate costituisce una minaccia per la sicurezza alimentare e potrebbe alterare gli equilibri degli ecosistemi acquatici e, di conseguenza, dell’ambiente in tutto il pianeta.

A causa del cambiamento climatico, nel Mar Baltico in particolare si rischia che spariscano alcune specie ittiche e gli errori della regolamentazione europea nel settore della pesca, che impone divieti alle attività di pesca, stanno aggravando la situazione. Per questo è particolarmente importante compiere una revisione adeguata della Politica comune della pesca, che garantisca una pesca sostenibile nelle acque della nostra regione. Per questi motivi, ho appoggiato la relazione.

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE).(FI) Signor Presidente, ho votato a favore della relazione in esame. Anche io sono consapevole della necessità di garantire che gli stock ittici si conservino e che la pesca sia davvero sostenibile, anche nella regione del Mar Baltico. La diminuzione degli stock ittici è, attualmente, uno dei principali motivi di preoccupazione. In questo caso, l’attenzione era concentrata principalmente sul rombo e sulla passera e questo ha significato chiaramente una riforma generale, necessaria dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona. In altre parole, il vecchio sistema era soggetto a sanzioni.

Sarebbe necessario, ora, ampliare l’ambito della discussione. Ritengo che la situazione degli stock di salmone selvaggio, specialmente nella regione del Baltico, sia preoccupante e che dovremmo garantire anche per tali stock la ricostituzione in loco e cominciare a preoccuparci seriamente di garantire che la pesca nel Mar Baltico sia praticata in modo sostenibile.

 
  
  

Relazione Ferreira (A7-0184/2010)

 
  
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  Alfredo Antoniozzi (PPE). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, la proposta della Commissione di esonerare l'introduzione e la traslocazione di impianti di acquacoltura chiusi dall'obbligo di autorizzazione non poteva non essere accompagnata da una definizione più rigorosa dei requisiti che questi impianti dovranno rispettare. Per questo ho dato il mio pieno appoggio alla relazione del collega Ferreira.

Tuttavia, voglio cogliere questa occasione per sottolineare la mancanza di un adeguato sostegno alla ricerca scientifica e allo sviluppo tecnologico nel campo dell'allevamento di specie autoctone. Un maggior sostegno in questo settore è fondamentale per lo sviluppo sostenibile dell'acquacoltura europea. Solo in questo modo potremo diversificare la produzione e l'offerta alimentare, garantendo un miglioramento della qualità e una maggiore sicurezza dell'ambiente.

 
  
  

Relazione Rapkay (A7-0324/2010)

 
  
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  Giommaria Uggias (ALDE). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, il mercato unico è uno dei pilastri dell'Unione europea. È indubbio che, a parità di condizioni generali, le imprese possano produrre e vendere i relativi prodotti e servizi senza sostegno pubblico, ma non tutti i settori e non tutti i territori si trovano in condizioni di parità. Pertanto è giusto, come nel caso di oggi, correggere le situazioni di svantaggio economico e consentire a quelle realtà produttive di esistere, di rimanere sul mercato e di mantenere i livelli occupativi, come ad esempio nel Sulcis, dove 500 famiglie si sarebbero trovate senza lavoro, senza reddito, senza dignità.

Occorre pensare che quando parliamo di carbone ci riferiamo a territori che non hanno alternativa alle miniere e ai quali va consentito di poter adottare tecnologie produttive che siano competitive, compatibili col libero mercato e con l'ambiente. Logicamente, il rinvio al 2018 per il sostegno pubblico deve rappresentare un imperativo affinché le istituzioni e le aziende si attivino immediatamente per realizzare condizioni tecnologiche, finanziarie e di compatibilità ambientale in linea con le sfide che ci attendono.

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE).(FI) Signor Presidente, quando si parla di aiuti di Stato, dobbiamo anche ricordare che, in alcuni casi, possono provocare delle distorsioni della concorrenza.

Se, nell’ambito del mercato unico, si parla in modo specifico delle miniere di carbone e degli aiuti da destinare loro, va detto che in Europa dovremmo orientarci a un futuro più sostenibile. Al momento, il carbone è uno dei combustibili fossili più dannosi: uccide centinaia di migliaia di animali nell’arco di un anno a causa di diverse emissioni. Per questo,mi auguro che noi europei riusciamo a ridurre in modo graduale l’uso del carbone come fonte energetica passiamo per passare a fonti di energia rinnovabili. Mi rendo conto che questo implichi un qualche periodo di transizione nelle zone in cui la produzione di carbone è strettamente collegata all’occupazione, ma, sostanzialmente, dobbiamo puntare di più sulle energie e sulle tecnologie rinnovabili.

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE).(FI) Signor Presidente, ritengo che l’Unione europea non dovrebbe sostenere le miniere di carbone, che sono inquinanti, ma dovrebbe invece sostenere l’acquisizione e la produzione di energia rinnovabile. Non possiamo spingere sull’acceleratore e, contemporaneamente, frenare. Concordo con il gruppo dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa, ma, nella votazione finale, ho commesso un errore, che ho corretto formalmente e ho anche voluto dichiararlo in questa occasione.

 
  
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  Bogusław Liberadzki (S&D).(PL) Signor Presidente, intervengo per sottolineare che la Polonia è uno dei paesi che ha dovuto affrontare i problemi maggiori a causa dell’improvviso calo della spesa e del potenziale estrattivo dell’industria carboniera. Dieci anni fa, abbiamo avviato un programma radicale di chiusura delle miniere, ma, per sostituire il carbone polacco, importiamo 10 milioni di tonnellate di carbone russo. Vi garantisco che le emissioni di CO2 prodotte per il carbone polacco sono le stesse che si producono per il carbone russo. Tuttavia, è bene che esista un programma di aiuti a livello nazionale e che la Commissione lo consenta. Ho appoggiato la relazione in esame, sebbene si debba mantenere un equilibrio: l’obiettivo non è semplicemente di chiudere le miniere, ma anche di garantire la sicurezza energetica e noi stiamo trattando le miniere come se fossero normali imprese.

 
  
  

Relazione Joly (A7-0315/2010)

 
  
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  Clemente Mastella (PPE). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'Assemblea parlamentare paritetica del Parlamento europeo è riuscita, grazie alla qualità del suo lavoro, a imporsi come attore chiave della cooperazione nord-sud del mondo.

Il rafforzamento della dimensione parlamentare della cooperazione si è rivelato essenziale allo scopo di garantire un buon impiego dei fondi, il soddisfacimento delle esigenze delle popolazioni e il conseguimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio in materia di salute e di istruzione.

La Commissione europea ha avviato da qualche tempo la prassi di sottoporre i documenti strategici nazionali e regionali al controllo parlamentare sia del Parlamento europeo che dei parlamenti nazionali.

Ho votato a favore di questa relazione perché intendo sostenere il lavoro svolto sinora dalla nostra Assemblea, un ruolo oggi ancora più importante nell'ambito della supervisione dei negoziati per gli accordi di partenariato economico.

Nel 2009 la Commissione europea ha presentato assieme all'ACP alcune proposte per la seconda revisione dell'accordo di partenariato e spero che si possa garantire la sua sopravvivenza ed evoluzione in quanto istituzione fondamentale in questo processo di cooperazione e democratizzazione nel resto del mondo.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, innanzitutto mi complimento con la mia collega Joly per il documento redatto.

Oggi viviamo in un mondo in cui la storia dell'uomo sembra viaggiare su binari separati. Ci sono continenti in cui la giornata è scandita dall'innovazione, dalla tecnologia e da un oggettivo benessere, e altri in cui i popoli trascorrono le ore, dall'alba al tramonto, nella disperata ricerca dei mezzi minimi per sopravvivere.

Nel 2009 l'Assemblea parlamentare paritetica ha lavorato attivamente affinché le numerose proposte potessero tradursi in impegni concreti e in obiettivi da raggiungere. L'Unione europea si è dimostrata fermamente decisa a intraprendere un'azione tempestiva, mirata e coordinata a sostegno dei paesi maggiormente colpiti, in particolare quelli più poveri e più vulnerabili.

Il prossimo 1° dicembre, a Kinshasa, ci sarà la ventesima sessione plenaria ACP-UE, nel corso della quale verrà discussa un'importante relazione sugli obiettivi di sviluppo del Millennio. Il mio impegno, quale relatrice oltre che vicepresidente dell'Assemblea, sarà massimo, affinché tutte le misure adottate non si riducano a semplici slogan ma divengano impegni concreti per proseguire il cammino verso un mondo più equo e soprattutto senza povertà.

 
  
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  Alfredo Antoniozzi (PPE). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE si è dimostrata uno strumento indispensabile nel costruire un dialogo aperto e democratico, riuscendo a coinvolgere i parlamenti nazionali ACP, le autorità locali e gli organismi non statali.

Sono d'accordo sull'impostazione generale della relazione, considerando particolarmente utile l'invito rivolto alla Commissione a fornire maggiori informazioni ai parlamentari dei paesi ACP. È indispensabile coinvolgere attivamente questi ultimi nella predisposizione delle strategie nazionali di sviluppo.

Ho dato il mio sostegno alla collega Joly. Tuttavia, credo che prima di parlare dell'istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali, sia necessario predisporre uno studio sull'impatto che ciò potrebbe determinare.

 
  
  

Relazione Berlinguer (A7-0252/2010)

 
  
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  Clemente Mastella (PPE). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Programma di Stoccolma, adottato dal Consiglio europeo nel dicembre dello scorso anno, mira alla creazione di uno spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia, da realizzare nei prossimi cinque anni, in grado di garantire ai cittadini il godimento di tutti i loro diritti fondamentali.

Pertanto, il diritto dell'Unione deve avere come obiettivo finale quello di facilitare la mobilità e di garantire agli stessi cittadini la creazione di uno spazio giudiziario europeo nel minor tempo possibile.

Il piano di azione proposto dalla Commissione europea prevede tutta una serie di misure, che prendono spunto dai nuovi strumenti messi a disposizione dal trattato di Lisbona, allo scopo di conciliare i bisogni dei cittadini nel mercato unico con le diverse tradizioni giudiziarie degli Stati membri.

Ho votato a favore di questa relazione perché, fatte le necessarie premesse, invita gli Stati membri a impegnarsi attivamente per la sua messa in opera, sottolineando quei settori che dovrebbero essere considerati prioritari, quali gli aspetti civili, il riconoscimento reciproco di atti e sentenze, il quadro comune di riferimento, il patrimonio dei debitori e la formazione giudiziaria comune.

Sottolineo ancora una volta il mio convincimento che il Parlamento europeo debba essere associato a tale processo di armonizzazione dopo un attento esame delle attuali legislazioni vigenti a livello nazionale. Oggigiorno, l'armonizzazione delle legislazioni e del rispettivo campo di applicazione del diritto civile e penale su numerose questioni è correlata ed è diventata parte integrante delle discussioni nei negoziati commerciali internazionali perché solleva una serie di questioni giuridiche ancora irrisolte.

 
  
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  Peter van Dalen (ECR).(NL) Signor Presidente, la cooperazione europea per la creazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia (SLSG) resta una questione delicata che deve essere gestita con attenzione. Può essere necessario che le autorità giudiziarie collaborino per riuscire a prevenire la criminalità e ottenere giustizia e certezza del diritto nel mercato interno europeo, ma la cooperazione nell’ambito dello SLSG implica il rischio latente che l’Europa si occupi di questioni che, in effetti, rientrano nell’ambito delle competenze nazionali. Il paragrafo 40 della relazione Berlinguer evidenzia il riconoscimento reciproco del diritto di famiglia senza alcun riferimento all’articolo 81, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, il quale stabilisce che ogni Stato membro mantenga la sovranità nelle questioni relative al diritto di famiglia con risvolti transnazionali. Ho rifiutato di appoggiare la relazione in esame, sia perché il suddetto principio europeo non è stato esplicitamente rispettato, sia perché l’emendamento presentato in proposito dai Conservatori e Riformisti europei è stato respinto.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) Signor Presidente, mi sono astenuto dal voto poiché non sono convinto che la sussidiarietà degli Stati membri venga rispettata nell’ambito del diritto di famiglia. L’Unione europea, nel legiferare, deve rispettare pienamente la divisione dei poteri tra l’Unione e gli Stati membri. Per tale motivo, sostengo pienamente un approccio che tenga conto in modo coerente dei diversi orientamenti legali e delle tradizioni costituzionali che si basano sugli specifici contesti dei singoli Stati, in particolar modo negli ambiti relativi ai valori fondamentali di una determinata società, come possono essere i valori rappresentati dal diritto di famiglia.

L’approccio dell’Unione europea deve avere come obiettivo la migliore comprensione e la salvaguardia delle necessità di tutti i cittadini in tutti gli Stati e non la creazione di una società in bianco e nero. È, pertanto, essenziale non oltrepassare con la forza i limiti, rischiando di compromettere i valori fondamentali degli Stati membri negli ambiti specifici del diritto civile e del diritto di famiglia.

 
  
  

Relazione Rapkay (A7-0324/2010)

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE).(PL) Signor Presidente, intervengo per dire che il carbone è una materia prima estremamente importante per il benessere della società e per la sicurezza energetica. Nonostante gli studi effettuati e nonostante la ricerca di fonti di energia alternative, la domanda di carbone continua a crescere; è quindi ovvio che ci si deve impegnare per garantire un accesso permanente alle riserve di carbone.

Tuttavia, quando una miniera non è più redditizia, il fatto di mantenerla operativa utilizzando aiuti di Stato turba il mercato, interferisce nella concorrenza e destabilizza l’economia del paese interessato. Quello che serve è una normativa adeguata che permetta una chiusura efficace e sicura di tale miniera. Il progetto di regolamento assicura il raggiungimento di tali obiettivi, garantendo il mantenimento della competitività del mercato energetico e il sostegno allo sviluppo delle industrie strettamente collegate. Ovviamente, ho appoggiato la relazione.

 
  
  

Dichiarazioni di voto scritte

 
  
  

Relazione Böge (A7-0328/2010)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione del mio collega tedesco, onorevole Böge, sulla proposta di decisione relativa alla mobilitazione del Fondo di solidarietà dell’Unione europea per 13 milioni di euro per assistere l’Irlanda colpita da gravi alluvioni nel novembre 2009. L’importo dello stanziamento mi sembra tuttavia irrisorio (il 2,5 per cento dell’importo stimato di 500 milioni di euro di danni totali) ed è inoltre stato erogato troppo tardivamente. Vale forse la pena chiederci se, anziché versare somme irrisorie, non si debba impiegare una parte di questi importi per finanziare una forza di protezione civile che presti soccorso agli Stati colpiti da catastrofi che non sono in grado di fronteggiare da soli (incendi, inondazioni, calamità naturali, disastri transfrontalieri e così via) o per promuovere iniziative di cooperazione internazionale in caso di gravi catastrofi come il terremoto di Haiti, ad esempio.

 
  
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  Liam Aylward (ALDE), per iscritto. (GA) Sono pienamente d’accordo con quanto precisato nella relazione sul sostenere la decisione della Commissione di stanziare a vantaggio dell’Irlanda 13,02 milioni di euro dal Fondo di solidarietà dell’Unione europea per ripristinare le infrastrutture e per attuare misure di prevenzione contro le inondazioni nelle zone colpite.

Le inondazioni in Irlanda del novembre 2009 hanno causato gravi danni al settore agricolo, a immobili residenziali e imprese, alla rete stradale e ad altre infrastrutture. Il finanziamento della Commissione consentirà di coprire alcuni costi derivanti dalla catastrofe. Estremamente importante è anche la quota di investimenti destinati all’attuazione di misure di prevenzione delle inondazioni nei territori colpiti.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore degli stanziamenti concessi all’Irlanda dal Fondo di solidarietà dell’Unione europea. Nel 2009 forti precipitazioni hanno provocato gravi inondazioni con conseguenti ingenti danni al settore agricolo, a immobili residenziali e imprese, alla rete stradale e ad altre infrastrutture. L’assistenza all’Irlanda è stata approvata in via eccezionale in quanto l’entità dei danni causati dalle alluvioni non ottemperava in realtà ai requisiti del Fondo di solidarietà. Con il cambiamento climatico in atto in Europa e in tutto il mondo, si registra un numero sempre crescente di catastrofi naturali che causano la perdita di vite umane e ingenti danni. L’Unione europea deve istituire misure per erogare in modo tempestivo i finanziamenti richiesti qualora si verifichino tali evenienze. Nella risoluzione di marzo, il Parlamento europeo ha chiaramente precisato che, per risolvere più efficacemente i problemi causati dalle calamità naturali, occorre un nuovo regolamento del Fondo di solidarietà. Ritengo che la revisione del regolamento debba prefiggersi l’istituzione di una misura più forte e flessibile, la cui applicazione ci consentirebbe di reagire in modo più efficace alle sfide del cambiamento climatico e fornire prontamente assistenza alle vittime delle catastrofi naturali.

 
  
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  Gerard Batten, John Bufton, David Campbell Bannerman, Derek Roland Clark, Trevor Colman e Nigel Farage (EFD), per iscritto. (EN) Stante l’illegittimità, l’antidemocraticità, la corruzione e la megalomania proprie dell’Unione europea in generale e della Commissione in particolare, noi dell’UKIP non possiamo che condannare la monopolizzazione di fondi pubblici da parte della Commissione per vari scopi e riteniamo che qualsiasi somma di denaro essa decida di destinare al risarcimento dei danni dell’inondazione dell’anno scorso in Irlanda non sarebbe correttamente impiegata e non farebbe altro che negare la necessità di un fondo di assistenza adeguatamente speso e gestito da governi democraticamente eletti.

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto. (FR) Il Fondo di solidarietà dell’Unione europea, destinato ad assistere i paesi costretti ad affrontare calamità naturali, è stato mobilitato 33 volte dalla sua istituzione otto anni orsono. Si è dimostrato utile e ritengo sia assolutamente giustificato mobilitarlo per le inondazioni del 2009 in Irlanda, che tutti ricordano.

 
  
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  Slavi Binev (NI) , per iscritto. (BG) Vorrei spiegare il mio voto a favore di questa proposta. Ritengo sia assolutamente necessario mostrare comprensione nei confronti di catastrofi come queste, perché potrebbero succedere a chiunque di noi. In questo modo, diamo prova di unità e di empatia in occasione di catastrofi naturali. Sono certo che il nostro aiuto sarà speso nel modo migliore e permetterà di superare le conseguenze dell’inondazione in Irlanda.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. (RO) Considero importante e giustificata la richiesta di assistenza dell’Irlanda a titolo del Fondo di solidarietà a seguito delle piogge torrenziali che hanno determinato gravi inondazioni nel novembre 2009. L’alluvione ha causato gravi danni al settore agricolo, a immobili residenziali e imprese, alla rete stradale e ad altre infrastrutture.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) Alla luce del fatto che l’Irlanda ha presentato una richiesta di assistenza e la mobilitazione del Fondo di solidarietà dell’Unione europea per reagire alla catastrofe provocata dalle gravi inondazioni del novembre 2009 e del fatto che tale inondazione ha causato gravi danni al settore agricolo, a immobili residenziali e imprese, alla rete stradale e di approvvigionamento idrico e che il sostengo finanziario erogato a titolo del Fondo consentirà alle autorità irlandesi di rifarsi di taluni dei costi sostenuti durante l’emergenza, ho votato nel complesso a favore di questa relazione,

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della mobilitazione del Fondo di solidarietà per l’Irlanda a seguito delle inondazioni che hanno causato gravi danni al settore agricolo, a immobili residenziali e imprese, alla rete stradale e ad altre infrastrutture. Sebbene i danni totali siano inferiori alla soglia normale, la richiesta dell’Irlanda soddisfa il criterio della cosiddetta "catastrofe regionale straordinaria", che definisce le condizioni per mobilitare il Fondo di solidarietà "in circostanze eccezionali". Sarebbe auspicabile che il Consiglio varasse il nuovo regolamento sul Fondo di solidarietà, già approvato dal Parlamento.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Come ho precedentemente affermato, credo che la solidarietà fra Stati membri dell’UE e, in particolare, il sostegno europeo alle regioni colpite da catastrofi, costituisca un chiaro segnale che l’Unione europea è qualcosa di più che un’area di libero scambio. In una fase storica in cui viene messa in discussione da più parti la fondatezza del nostro progetto, strumenti speciali di assistenza quali in Fondo di solidarietà dimostrano che siamo in grado di restare uniti nelle avversità, anche in situazioni che richiedono ingenti sforzi in termini di risorse umane e materiali. Le inondazioni verificatesi nel novembre 2009 hanno pesantemente colpito l’Irlanda e causato gravi danni, stimati in circa 520 milioni di euro. Credo perciò che la mobilitazione del Fondo sia pienamente giustificata al fine di aiutare chi ha più sofferto a causa di calamità naturali, e mi congratulo con il presidente della commissione per lo sviluppo regionale per la rapidità con la quale ha emesso il suo parere, evitando così indebiti ritardi nell’iter parlamentare.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La relazione in oggetto autorizza la mobilitazione del Fondo di solidarietà dell’Unione europea per assistere l’Irlanda a risollevarsi dalla catastrofe causata dalle forti precipitazioni e inondazioni del 2009. Questa calamità ha causato gravi danni al settore agricolo, a immobili residenziali e imprese, alla rete stradale e ad altre infrastrutture. Sebbene i danni totali siano inferiori alla soglia normale, la richiesta dell’Irlanda soddisfa il criterio della cosiddetta "catastrofe regionale straordinaria", che definisce le condizioni per mobilitare il Fondo di solidarietà "in circostanze eccezionali".

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La relazione autorizza la mobilitazione del Fondo di solidarietà dell’Unione europea per aiutare l’Irlanda a fronteggiare la catastrofe causata dalle piogge e dalle inondazioni nel 2009. Negli ultimi anni, gli Stati membri dell’Unione europea sono stati colpiti da un rilevante numero di catastrofi; negli ultimi sei anni di funzionamento del Fondo di solidarietà la Commissione ha ricevuto 62 richieste di sostegno finanziario da parte di 21 paesi, un terzo delle quali rientranti nella categoria “grave catastrofe”. Molte di queste richieste non hanno ricevuto alcun riscontro. In altre circostanze non è stato richiesto il ricorso al Fondo, sebbene vi sia stato un considerevole e, in molti casi, duraturo impatto sulle popolazioni colpite, sull’ambiente e sull’economia.

Il regolamento di mobilitazione del Fondo deve essere adattato per consentire maggiore flessibilità e una rapida mobilitazione per far fronte ad una più ampia gamma di catastrofi con conseguenze significative e ridurre l’intervallo di tempo tra la catastrofe e il momento in cui i fondi sono resi disponibili. è importante ribadire in primo luogo l’impegno alla prevenzione dei disastri, dando concreta attuazione alle raccomandazioni recentemente adottate dal Parlamento.

 
  
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  Pat the Cope Gallagher (ALDE), per iscritto. (GA) Accolgo con favore la decisione del Parlamento europeo di approvare la domanda di assistenza finanziaria dal Fondo di solidarietà dell’Unione europea presentata dal governo irlandese a seguito delle inondazioni. Le inondazioni in Irlanda hanno provocato ingenti danni nel paese, soprattutto nel nord ovest. Dal Fondo di solidarietà, l’Irlanda riceverà 13 milioni di euro, che saranno impiegati per coprire una parte dei costi che le autorità locali hanno dovuto sostenere durante la crisi della fine del 2009.

Il totale dei danni ammonta a 520,9 milioni di euro, un importo inferiore alla soglia vigente del Fondo di solidarietà. La Commissione europea ha dato la sua autorizzazione al finanziamento di 13 milioni di euro all’Irlanda, a riconoscimento dell’eccezionale gravità dell’inondazione che ha colpito l’Irlanda alla fine del 2009.

 
  
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  Seán Kelly (PPE), per iscritto. (EN) Ho sostenuto con gioia questa proposta e vorrei esprimere l’apprezzamento del mio paese per i fondi di solidarietà stanziati al nostro paese a seguito dell’inondazione del novembre 2009. Ho partecipato a un Floods Forum in Irlanda la settimana scorsa e ho sentito molte espressioni di gratitudine quando ho spiegato che la proposta sarebbe stata votata oggi in Parlamento.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Signor presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della mobilitazione del Fondo europeo di solidarietà. Ritengo, infatti, che esso sia uno strumento prezioso, che consente all'Unione europea di dimostrare la propria solidarietà alle popolazioni delle regioni colpite da catastrofi naturali, apportando un sostegno finanziario per contribuire a ripristinare rapidamente condizioni di vita normale.

La richiesta approvata durante la votazione odierna è stata presentata dall'Irlanda, in riferimento a delle forti precipitazioni che hanno provocato gravi inondazioni nel novembre 2009. Dette inondazioni hanno causato gravi danni al settore agricolo, a immobili residenziali e imprese, alla rete stradale e ad altre infrastrutture. Le autorità irlandesi hanno stimato i danni complessivi diretti causati dalla catastrofe in 520,9 milioni di euro.

Poiché essi sono inferiori alla soglia prevista dal Regolamento, la Commissione ha esaminato la richiesta in base al criterio della cosiddetta "catastrofe regionale straordinaria" secondo cui può beneficiare dell'intervento del Fondo una regione colpita da una catastrofe straordinaria, principalmente di origine naturale, che abbia colpito la maggior parte della popolazione, con profonde e durevoli ripercussioni sulle condizioni di vita e sulla stabilità economica della regione stessa. Aggiungo, infine, che il Fondo è stato mobilitato per un importo complessivo pari a 13 022 500 euro.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) – Accolgo con favore questa risoluzione che approva la concessione di fondi europei per assistere le vittime dell’inondazione in Irlanda. L’Irlanda ha chiesto assistenza a titolo del Fondo di solidarietà dell’Unione europea in seguito alle forti precipitazioni che hanno determinato gravi inondazioni nel novembre 2009. Dette inondazioni hanno causato ingenti danni al settore agricolo, a immobili residenziali e imprese, alla rete stradale e ad altre infrastrutture. Dopo aver valutato la richiesta, la Commissione ha proposto di mobilitare il Fondo europeo di solidarietà per un ammontare complessivo di 13 022 500 euro. Ricordo che si tratta della prima proposta accolta di mobilitazione del Fondo nel 2010 e che l’ammontare proposto lascerà disponibile per il 2010 almeno il 98 per cento del Fondo.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’UE rappresenta un’area di solidarietà, di cui anche il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) è espressione. L’assistenza offerta dal Fondo è fondamentale per aiutare i disoccupati e le vittime delle delocalizzazioni dovute alla globalizzazione. Un crescente numero di aziende procede a delocalizzazioni, approfittando del ridotto costo del lavoro in determinati paesi, segnatamente Cina e India, danneggiando così quei paesi che rispettano i diritti dei lavoratori. Il FEG è inteso ad aiutare i lavoratori che sono vittime di delocalizzazione delle aziende ed è cruciale per facilitare il loro accesso ad un nuovo impiego futuro. Al FEG hanno fatto ricorso in passato altri paesi dell’Unione europea ed è giusto fornire ora aiuto all’Irlanda, che ha presentato una richiesta di assistenza a titolo del Fondo in seguito alle forti precipitazioni che hanno provocato le inondazioni del novembre 2009. Dette inondazioni hanno causato gravi danni al settore agricolo, a immobili residenziali e imprese, alla rete stradale e ad altre infrastrutture.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Negli aultimi anni, si sono registrate un numero sempre crescente di catastrofi ambientali, in particolare forti precipitazioni, che hanno spesso provocato inondazioni con conseguenze devastanti sull’ambiente e con danni che richiedono enormi somme per ripristinare la situazione precedente.

Il Fondo di solidarietà dell’Unione europea viene mobilitato per riparare i danni causati dalle inondazioni in Irlanda nel 2009 (al settore agricolo, a immobili residenziali e imprese, alla rete stradale e ad altre infrastrutture). Il costo totale dei danni, risultato diretto del disastro, è stimato intorno ai 520 milioni di euro; il contributo di 13 milioni di euro dal bilancio comunitario concorrerà al lavoro di ricostruzione e per questo ho votato a favore.

 
  
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  Claudio Morganti (EFD), per iscritto. − Bene ha fatto la Commissione a mobilitare il Fondo di solidarietà per un ammontare di 13.022.500 euro, con la presentazione parallela di una proposta di bilancio rettificativo (PBR n. 8/2010), in seguito alla domanda di assistenza presentata dall'Irlanda per l'alluvione del novembre 2009 che ha causato ingenti danni alle infrastrutture della nazione per un ammontare stimato intorno ai 520,9 milioni di euro. I disastri e le calamità naturali devono essere una priorità e spero che in futuro ci sarà un intervento più pronto e immediato da parte della Commissione europea.

L'alluvione in Irlanda è avvenuta nel novembre 2009 e solo oggi, a distanza di oltre un anno dall'evento, c'è stata l'approvazione in Parlamento. Il Veneto ha recentemente subito un'alluvione e spero vivamente che l'intervento della Commissione sia più celere e tempestivo rispetto a quanto è accaduto in passato.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Onorevoli colleghi, ho votato a favore della relazione del collega Böge in quanto ritengo sia un dovere dell'Unione europea intervenire in sostegno e in solidarietà di alcune regioni colpite da calamità e catastrofi naturali.

Ritengo che il concetto di solidarietà sia connesso all'idea e ai valori alla base dell'Unione europea. Si tratta di uno dei valori cardine che hanno dato vita all'Unione e hanno fatto sì che questa prosperasse e si allargasse nel tempo, ragion per cui questo stanziamento non solo è giustificato e fondato, ma "quasi" dovuto.

Mi auguro, poi, che un simile intervento verrà attuato anche per le regioni italiane duramente colpite dalle recenti alluvioni che hanno messo in ginocchio l'economia di quelle zone.

 
  
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  Aldo Patriciello (PPE), per iscritto. − Onorevoli colleghi, concordo con il relatore on. Böge, con il quale mi complimento, sulla necessità di mobilitare il Fondo europeo di solidarietà a favore dell'Irlanda, in base al punto 26 dell'accordo interistituzionale del 17 marzo 2006. Tale accordo consente la mobilitazione del Fondo di solidarietà entro un massimale annuale di 1 miliardo di euro. Si tratta della prima proposta di mobilitazione del Fondo nel 2010.

Condivido e ribadisco le raccomandazioni del relatore alla Commissione e concordo, vista la gravosa situazione economica europea e in particolare quella irlandese, sulla necessità di non far mancare la nostra solidarietà.

Infine, mi preme sottolineare in questa sede, anche alla luce del disastro avvenuto nel nord Italia, la necessità di attivarsi immediatamente anche per quest'ultime zone sinistrate.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Abbiamo sostenuto questa risoluzione perché la Commissione propone di mobilitare il Fondo di solidarietà dell’Unione europea a favore dell’Irlanda in base al punto 26 dell'accordo interistituzionale (AII) del 17 marzo 2006. Tale accordo consente la mobilitazione del Fondo di solidarietà entro un massimale annuo di 1 miliardo di euro. Si tratta della prima proposta di mobilitazione del Fondo nel 2010.

Parallelamente a questa proposta, la Commissione ha presentato un progetto di bilancio rettificativo (PBR n. 8/2010 del 24 settembre 2010) per l’iscrizione dei corrispondenti stanziamenti d’impegno e di pagamento nel bilancio 2010, come previsto al punto 26 dell’AII. L’Irlanda ha chiesto assistenza a titolo del Fondo in seguito alle forti precipitazioni che hanno provocato gravi inondazioni nel novembre 2009 e causato gravi danni al settore agricolo, a immobili residenziali e imprese, alla rete stradale e ad altre infrastrutture.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) La presente proposta di mobilitazione del Fondo europeo di solidarietà afferma la necessità di fornire assistenza all’Irlanda in seguito alle inondazioni del novembre 2009, che hanno provocato ingenti danni al settore agricolo e industriale, alle infrastrutture, segnatamente reti stradali e di approvvigionamento idrico, e alle zone residenziali. Alla luce di questo e ricordando la catastrofe che ha colpito l’isola di Madeira nel febbraio 2010 e gli effetti della tempesta Xynthia in Europa, appoggio la proposta della Commissione di accordare un importo di 13 022 500 euro all’Irlanda, in base al criterio della cosiddetta “catastrofe regionale straordinaria”. Questo criterio viene applicato ogniqualvolta si dimostri che il danno ha colpito la maggior parte della popolazione, con profonde e durevoli ripercussioni sulle condizioni di vita e sulla stabilità economica della regione stessa. Desidero tuttavia ribadire la necessità di rivedere l’attuale sistema del Fondo affinché diventi di più rapida applicazione e più efficace nel contrastare gli effetti permanenti delle calamità naturali.

 
  
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  Jarosław Leszek Wałęsa (PPE), per iscritto. (EN) – Ho votato a favore della mobilitazione del Fondo di solidarietà dell’Unione europea a favore dell’Irlanda in relazione alle inondazioni del novembre 2009. Anche nel mio paese, la Polonia, una serie di inondazioni catastrofiche ha flagellato molte comunità e famiglie ed è perciò vitale prestare soccorso ai nostri amici irlandesi. I fondi saranno attinti dal Fondo di solidarietà, mobilitato per eventi eccezionali come questo, e saranno destinati alle comunità più danneggiate per assistere le famiglie e le imprese, aiutandole nella ricostruzione e nel recupero di una parte del reddito perso a sella perdita delle loro attività. È importante che l’Unione europea continui a sostenere i suoi Stati membri nel momento del bisogno nel pieno rispetto dell’ideale di solidarietà.

 
  
  

Relazione Matera (A7-0318/2010)

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto. (FR) In qualità di membro della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, non potevo che votare a favore delle sei risoluzioni presentate dall’onorevole Matera al fine di aiutare i lavoratori olandesi in esubero per motivi direttamente legati alla crisi economica mondiale. Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione è uno strumento efficace teso al reinserimento duraturo di lavoratori che risentono degli effetti nefasti della globalizzazione. Ritengo pertanto che il ricorso a questo strumento, in casi specifici, sia interamente giustificato. Durante le discussioni sul bilancio, alcuni si auguravano che il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione fosse immediatamente smantellato: constatiamo ora invece che si rivela molto utile in determinati casi, poiché la crisi mondiale si fa ancora sentire.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Spiego le ragioni del mio voto. Considerando che i Paesi Bassi hanno chiesto assistenza in relazione a 821 licenziamenti per esubero effettuati da 70 imprese operanti nella NACE revisione 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nelle due regioni contigue NUTS II Nord Brabant e Zuid Holland, ho votato a favore della risoluzione perché condivido la proposta della Commissione e i relativi emendamenti presentati dal Parlamento. Concordo altresì con l’invito alle istituzioni coinvolte nel processo a compiere gli sforzi necessari per accelerare la mobilitazione del Fondo di solidarietà dell’Unione europea.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) L’aiuto ai lavoratori licenziati per ristrutturazione e delocalizzazione deve essere dinamico e flessibile in modo da essere reso disponibile nel modo più rapido ed efficiente possibile. Alla luce dei cambiamenti strutturali nei flussi commerciali internazionali, è vitale che l’economia europea riesca a dare efficace attuazione agli strumenti di sostegno dei lavoratori colpiti e a riqualificarli al fine di consentire loro un pronto reinserimento nel mondo del lavoro. L’assistenza finanziaria deve perciò essere fornita su base individuale. È altresì importante sottolineare che questa forma di assistenza non deve sostituire le azioni di competenza delle imprese, né è intesa a finanziare e ristrutturare le imprese stesse. Voto a favore di questa relazione a seguito della richiesta di assistenza presentata dai Paesi Bassi in relazione a 821 licenziamenti per esubero effettuati da 70 imprese operanti nella NACE revisione 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nelle due regioni contigue NUTS II Nord Brabant e Zuid Holland.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Gli 821 licenziamenti per esubero effettuati da 70 imprese operanti nel settore della grafica nelle regioni del Nord Brabant e Zuid Holland nei paesi Bassi indicano che la crisi economica e finanziaria non risparmia settori che, a prima vista, sembrano essere più al riparo dalle conseguenze della crisi stessa. Mi riferisco alla preoccupante riduzione del numero di imprese del settore grafico ed editoriale nei Paesi Bassi e, di conseguenza, al generale declino dell’economia. La Commissione europea ha ritenuto legittima la richiesta avanzata dalle imprese di stampa e riproduzione di supporti registrati, strenuamente sostenuta dalla pertinente commissione parlamentare. Credo quindi sussistano tutte le condizioni per essere a favore della mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) in questo caso specifico. Spero che questo sostegno temporaneo aiuterà i lavoratori in esubero a reinserirsi con maggior successo nel mercato del lavoro.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Alla luce dell’impatto sociale della crisi economica modiale, che ha colpito in modo particolarmente duro l’occupazione, l’uso appropriato del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) riveste un’importanza fondamentale nel migliorare la situazione di molti cittadini europei e delle loro famiglie. Il Fondo infatti contribuisce al loro reinserimento nella società e al loro sviluppo professionale, creando al contempo una forza lavoro nuova e qualificata in grado di soddisfare le esigenze delle imprese e promuovere l’economia. Il presente piano di intervento nei Paesi Bassi volto ad aiutare 821 lavoratori in esubero di 70 imprese operanti nelle regioni del Nord Brabant e Zuid Holland si iscrive proprio nel quadro descritto. Mi auguro che le istituzioni europee moltiplichino gli sforzi profusi per attuare misure in grado di accelerare e migliorare il tasso di utilizzo di una risorsa tanto importante come il FEG, i cui livelli di mobilitazione sono attualmente molto bassi. Quest’anno, infatti, è stato richiesto solo l’11 per cento dei 500 milioni di euro disponibili.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Sono state presentate sei nuove domande di mobilitazione del Fondo di solidarietà in seguito alla chiusura di altre centinaia di imprese in Europa; complessivamente, oltre 3 000 lavoratori sono stati licenziati per esubero. Le stime iniziali circa il numero di lavoratori che avrebbero beneficiato del Fondo al momento della sua istituzione sono state da tempo superate. Oltre alla sistematica mobilitazione di tale strumento, occorre abbandonare con decisione le politiche neoliberali che stanno portando al disastro economico e sociale che è sotto gli occhi di tutti nei paesi dell’Unione europea. Servono rimedi alla crisi, ma si devono prima di tutto affrontare le cause.

Ogni nuova richiesta di mobilitazione del Fondo acuisce l’urgenza delle misure da noi sollecitate, tese a un’efficace lotta contro la disoccupazione, a stimolare l’attività economica, a eliminare il precariato, a ridurre l’orario di lavoro senza riduzione dello stipendio nonché a lottare anche contro la delocalizzazione delle imprese. Per finire, come in altre occasioni, non possiamo sottacere l’ingiustizia di un regolamento che offre maggiori vantaggi a paesi con redditi più alti, con livelli salariali e sussidi di disoccupazione più elevati.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) a favore dei Paesi Bassi perché ritengo tale strumento una valida risorsa di sostegno ai lavoratori in difficoltà a causa della crisi economica.

Il Fondo è stato creato nel 2006 per fornire un concreto supporto ai lavoratori licenziati per cause legate alla delocalizzazione delle relative aziende o, a seguito della deroga introdotta nel 2009, anche a causa della crisi economica, al fine di provvedere al loro reinserimento nel mercato del lavoro.

La votazione odierna riguardava una richiesta di supporto per 821 lavoratori licenziati per esubero da 70 imprese delle due regioni contigue NUTS II Nord Brabant e Zuid Holland, operanti nella NACE revisione 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati), per un importo finanziato dal FEG di 2 890 027 EUR. Concludo accogliendo con favore l'approvazione della relazione, che dimostra come il FEG sia una risorsa utile ed efficace nella lotta alla disoccupazione come conseguenza della globalizzazione e della crisi economica.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto.(EN) Sostengo questa relazione a favore della proposta della Commissione di mobilitare 2 890 027 euro del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione per promuovere il reinserimento professionale dei lavoratori in esubero quale risultato della crisi economica. Questa richiesta riguarda 821 licenziamenti per esubero effettuati da 70 imprese (stampa e riproduzione di supporti registrati) nell’arco di nove mesi. Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione è stato creato per attenuare le conseguenze di questi incresciosi avvenimenti.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea rappresenta un’area di solidarietà, di cui anche il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) è espressione. L’assistenza offerta dal Fondo è fondamentale per aiutare i disoccupati e le vittime delle delocalizzazioni dovute alla globalizzazione. Un crescente numero di aziende decide di delocalizzare per sfruttare il ridotto costo del lavoro in determinati paesi, segnatamente Cina e India, danneggiando così quei paesi che rispettano i diritti dei lavoratori. Il FEG è inteso ad aiutare i lavoratori che sono vittime di delocalizzazione delle aziende ed è cruciale per facilitare il loro accesso ad un nuovo impiego futuro. Al FEG hanno fatto ricorso in passato altri paesi dell’Unione europea, ed è giusto fornire ora aiuto all’Irlanda, ed ora è giusto prestare aiuto ai Paesi Bassi, che hanno chiesto assistenza in relazione a 821 licenziamenti per esubero effettuati da 70 imprese operanti nella NACE revisione 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nelle due regioni contigue NUTS II Nord Brabant e Zuid Holland.

 
  
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  Claudio Morganti (EFD), per iscritto. − Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) è un fondo che ha lo scopo di sostenere il reinserimento dei lavoratori che hanno perso il lavoro a causa del processo di globalizzazione dei mercati mondiali in atto. Le richieste di intervento del FEG sono valutate dalla Commissione, che in questo caso ha già dato parere positivo alla domanda di ammissibilità. Ora occorre l'approvazione dell'autorità di bilancio.

La domanda presa in esame dalla relazione, che è la diciannovesima durante il bilancio 2010, si riferisce alla mobilitazione del FEG per un importo di 453.632 euro (si ricorda che il fondo annuale non può superare i 500 milioni di euro) richiesto dai Paesi Bassi per 140 esuberi nel settore della stampa nella regione di Drenthe. La crisi economica sta mettendo in difficoltà numerose aziende e sempre più dipendenti perdono il posto di lavoro. Questi ultimi vanno tutelati. Il mio voto non può che essere positivo.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. (DE) La mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione aiuterebbe 70 diverse imprese e salverebbe 821 posti di lavoro e per questo ho votato a favore della relazione in oggetto.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Onorevoli colleghi, ancora una volta ci troviamo in quest'Aula ad approvare uno stanziamento eccezionale all'interno dei nostri confini. Solo nella seduta di oggi diamo il via libera a sei stanziamenti. Lo dico con rammarico, in quanto questo tipo di misure sono legate a situazioni di crisi e a una serie di problemi che hanno ripercussioni sull'economia, sul mercato del lavoro, sui lavoratori e sulle loro famiglie. Ma, fortunatamente, abbiamo a disposizione una tale risorsa.

È proprio in situazioni come questa che l'Unione europea dà prova dei valori e delle ragioni che la contraddistinguono. La solidarietà europea e la difesa delle istanze comunitarie sono valori che vanno difesi e tutelati. Questo è il messaggio che il Parlamento europeo e l'Unione europea vogliono trasmettere, e mi auguro vi sia una maggiore sensibilità nella diffusione di questo messaggio anche per combattere facili demagogie anti europee e mostrare, invece, quanto siano fondamentali il sostegno e l'intervento a livello comunitario.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) La richiesta di assistenza presentata dai Paesi Bassi in relazione a 821 licenziamenti per esubero effettuati da 70 imprese operanti nella NACE revisione 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nelle due regioni contigue NUTS II Nord Brabant e Zuid Holland soddisfa tutti i criteri legali di ammissibilità previsti.

Il regolamento (CE) n. 546/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 giugno 2009 che modifica il regolamento (CE) n. 1927/2006 che istituisce un Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, infatti, amplia temporaneamente il campo di applicazione del FEG per consentire di intervenire proprio in situazioni analoghe a quella descritta, vale a dire quando la crisi economica e finanziaria globale è direttamente responsabile dell’esubero “di almeno 500 dipendenti, nell’arco di nove mesi, in particolare in piccole e medie imprese, di una divisione NACE 2, in una regione o in due regioni contigue di livello NUTS II”. Di conseguenza, ho votato a favore della presente risoluzione e spero che la mobilitazione del FEG possa contribuire positivamente al reinserimento dei lavoratori interessati sul mercato del lavoro.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo relativa alla mobilitazione del FEG per prestare assistenza ai lavoratori in esubero. Nel dicembre 2009 i Paesi Bassi hanno chiesto assistenza a titolo del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione in relazione a licenziamenti effettuati in otto diverse regioni da imprese operanti nel settore grafico. La richiesta riguarda 821 licenziamenti per esubero effettuati da 70 imprese operanti nel settore della stampa e della riproduzione di supporti registrati. I licenziamenti sono stati effettuati fra il 1° aprile e il 29 dicembre 2009 nelle due regioni contigue del Nord Brabant e Zuid Holland.

La crisi economica e finanziaria ha inoltre determinato un calo nella domanda nel settore della stampa e delle attività editoriali pari a circa il 32 per cento per quanto riguarda il materiale pubblicitario cartaceo e fra il 7,5 e il 18,2 per cento per quanto riguarda periodici e quotidiani. L’industria della stampa e delle attività editoriali nei Paesi Bassi ha subito un profondo processo di ristrutturazione per rimanere competitiva con settori simili in Turchia, Cina e India. Credo che la procedura di concessione di questi fondi debba essere semplificata per facilitare l’accesso al FEG delle imprese colpite.

 
  
  

Relazione Matera (A7-0321/2010)

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Spiego le ragioni del mio voto. Considerando la richiesta di assistenza presentata dai Paesi Bassi in relazione a 140 licenziamenti in due imprese operanti nella NACE revisione 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nella regione NUTS II di Drenthe, ho votato a favore della risoluzione perché condivido la proposta della Commissione e i relativi emendamenti presentati dal Parlamento. Ribadisco che l’aiuto del FEG non deve sostituire le azioni che sono di competenza delle imprese in forza della legislazione nazionale o dei contratti collettivi, né finanziarle misure relative alla ristrutturazione di imprese o settori.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Nonostante io abbia dato il mio sostegno a tutte le richieste di mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione nei Paesi Bassi in seguito alla grave ondata di licenziamenti che si è abbattuta in due ambiti del settore della grafica, la stampa e la riproduzione di supporti registrati e le attività editoriali, ritengo che le autorità olandesi potrebbero fornire maggiori dettagli sulla portata dei provvedimenti e sulla loro efficacia, in modo da consentire una loro più accurata valutazione. Mi auguro che il settore possa riprendersi e che i lavoratori in esubero, in particolare i più anziani, possano ricostruirsi una vita e ritrovare un loro posto nel mercato del lavoro.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Alla luce dell’impatto sociale della crisi economica mondiale, che ha colpito in modo particolarmente duro l’occupazione, un uso corretto del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) riveste un’importanza fondamentale per migliorare la situazione di molti cittadini europei e delle loro famiglie. Il Fondo infatti contribuisce al loro reinserimento nella società e al loro sviluppo professionale, creando al contempo una forza lavoro nuova e qualificata in grado di soddisfare le esigenze delle imprese e incentivare l’economia.

Il presente piano d’intervento volto ad aiutare, nei Paesi Bassi, 140 lavoratori in esubero di due aziende nel Drenthe si iscrive proprio nel quadro descritto. Mi auguro che le istituzioni europee moltiplichino gli sforzi profusi per attuare misure in grado di accelerare e migliorare il tasso di utilizzo di una risorsa tanto importante come il FEG, i cui livelli di mobilitazione sono attualmente molto bassi. Quest’anno, infatti, è stato richiesto solo l’11 per cento dei 500 milioni di euro disponibili.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) a favore dei Paesi Bassi perché ritengo tale strumento una valida risorsa di sostegno ai lavoratori in difficoltà a causa della crisi economica.

Il Fondo è stato creato nel 2006 per fornire un concreto supporto ai lavoratori licenziati per cause legate alla delocalizzazione delle relative aziende o, a seguito della deroga introdotta nel 2009, anche a causa della crisi economica, al fine di provvedere al loro reinserimento nel mercato del lavoro.

La votazione odierna riguardava una richiesta di supporto per 140 lavoratori licenziati per esubero da 2 imprese della regione NUTS II di Drenthe, operanti nella NACE revisione 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati), per un importo finanziato dal FEG di 453 632 EUR. Concludo accogliendo con favore l'approvazione della relazione, che dimostra come il FEG sia una risorsa utile ed efficace nella lotta alla disoccupazione come conseguenza della globalizzazione e della crisi economica.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a fovore di questa relazione, che sostiene una richiesta di mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione in relazione a 140 esuberi in due imprese (stampa e riproduzione di supporti registrati) in un periodo di nove mesi nella divisione di Drenthe nei Paesi Bassi. Questa domanda fa parte di un pacchetto di sei domande collegate, che riguardano licenziamenti effettuati in otto diverse regioni dei Paesi Bassi. Si è registrato un considerevole calo nel settore della stampa e dell’editoria a causa della crisi economica. Mi compiaccio della solidarietà che stiamo dimostrando ai lavoratori in difficoltà.

 
  
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  Iosif Matula (PPE), per iscritto. (RO) Ho votato a favore dei progetti di relazione presentati dall’onorevole Matera sulla mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione a favore dei Paesi Bassi perché credo che l’Unione europea debba fornire sostegno ai lavoratori licenziati, garantendo loro un’assistenza finanziaria dinamica ed efficace. Alla luce dell’attuale crisi economica e sociale, le nostre azioni devono tendere ad aiutare quanti ne hanno bisogno. Siamo tutti consapevoli che la priorità deve essere la tutela dei cittadini europei dagli effetti della globalizzazione e della recessione economica. Ritengo che l’Unione europea possa dare un contributo significativo nel contrastare l’impatto della crisi economica e nel ridurre la disoccupazione dei suoi cittadini.

In quest’occasione, vorrei attirare la vostra attenzione sul fatto che gli Stati membri possono e devono richiedere l’assistenza prevista dal Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione. In tale contesto, il mio paese, la Romania, esemplifica lo spirito della solidarietà dell’Unione europea in situazioni di crisi, che si tratti della Grecia, dei Paesi Bassi e così via, a conferma del fatto che siamo, insieme, una grande famiglia: la Famiglia di un’Europa unita.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’UE rappresenta un’area di solidarietà, di cui anche il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) è espressione. L’assistenza offerta dal Fondo è fondamentale per aiutare i disoccupati e le vittime delle delocalizzazioni dovute alla globalizzazione. Un crescente numero di aziende procede a delocalizzazioni, approfittando del ridotto costo del lavoro in determinati paesi, segnatamente Cina e India, danneggiando così quei paesi che rispettano i diritti dei lavoratori.

Il FEG è inteso ad aiutare i lavoratori che sono vittime di delocalizzazione delle aziende ed è cruciale per facilitare il loro accesso ad un nuovo impiego futuro. Al FEG hanno fatto ricorso in passato altri paesi dell’Unione europea, ed è giusto fornire ora aiuto ai Paesi Bassi, che hanno chiesto assistenza in relazione a 140 licenziamenti in due imprese operanti nella NACE.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Un numero crescente di lavoratori viene licenziato a causa di misure di globalizzazione. Nei nove mesi di riferimento, dal 1° aprile al 29 dicembre vi sono stati 140 licenziamenti in due imprese della regione di Drenthe e si è pertanto fatto ricorso alla mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) per un importo di 453 632 euro. Ho votato a favore della relazione che consente al FEG di svolgere il compito per il quale è stato creato.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. (DE) La mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione aiuterà due imprese e salverà 140 posti di lavoro e per questo ho votato a favore di questa relazione.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Questa richiesta si basa sull’articolo 2, lettera c), del regolamento che istituisce un Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) e si inserisce in un più ampio pacchetto di 6 richieste correlate che riguardano licenziamenti in otto diverse regioni NUTS II nei Paesi Bassi, effettuati da imprese operanti nel settore della grafica, duramente colpito dalla crisi economica e finanziaria mondiale. In particolare, si tratta di 140 licenziamenti in due imprese operanti nella NACE revisione 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nella regione NUTS II di Drenthe. Questa regione sta fronteggiando una situazione molto difficile, sia perché registra il terzo più elevato tasso di disoccupazione nei Paesi Bassi (7,5 per cento) sia perché il reddito pro capite è nettamente inferiore alla media nazionale. Ritengo, dunque, che la richiesta soddisfi tutti i requisiti per la mobilitazione del FEG e mi auguro che venga fornita un’assistenza tempestiva ed efficace ai lavoratori in esubero.

 
  
  

Relazione Matera (A7-0323/2010)

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Illustro di seguito le ragioni del mio voto. Considerando che i Paesi Bassi hanno richiesto assistenza in relazione a 129 esuberi in 9 imprese operanti nella NACE rev. 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nella regione NUTS II del Limburgo, ho votato a favore della presente risoluzione perché condivido la proposta della Commissione e i relativi emendamenti presentati dal Parlamento.

Accolgo con favore, inoltre, che, nel quadro della mobilitazione del FEG, la Commissione abbia proposto come fonte alternativa di stanziamenti di pagamento i fondi FSE non utilizzati, a seguito delle numerose occasioni in cui il Parlamento europeo ha ricordato che il FEG è stato creato quale strumento specifico e distinto con obiettivi e scadenze proprie e che occorre pertanto identificare adeguate linee di bilancio per gli storni.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Come dimostrano le numerose domande di mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG), il settore della stampa e della riproduzione di supporti registrati, che si inserisce più in generale nel comparto della grafica, ha subito un calo particolarmente significativo nei Paesi Bassi e questa tendenza non ha risparmiato la regione di Drenthe, la terza nel paese per tasso di disoccupazione. Vale la pena sottolineare che il Fondo deve essere mobilitato in modo rapido ed efficace, evitando oneri burocratici eccessivi, al fine di contribuire a una migliore formazione dei lavoratori in esubero e agevolare, così, il loro reinserimento sul mercato del lavoro in condizioni migliori rispetto a quelle con cui l’hanno lasciato.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Alla luce dell’impatto sociale della crisi economica globale, che ha colpito in modo particolarmente duro l’occupazione, l’uso corretto del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) è di fondamentale importanza per migliorare la situazione di molti cittadini europei e delle loro famiglie. Il Fondo, infatti, contribuisce al loro reinserimento nella società e al loro sviluppo professionale e permette, al contempo, di creare a una nuova forza lavoro qualificata che sappia soddisfare le esigenze delle imprese e rilanciare l’economia.

Il piano di intervento volto ad assistere, nei Paesi Bassi, 129 lavoratori in esubero in 9 imprese operanti nella regione del Limburgo si iscrive proprio nel quadro descritto. Mi auguro, dunque, che le istituzioni europee moltiplichino l’impegno per attuare misure in grado di accelerare e migliorare il tasso di utilizzo di una risorsa tanto fondamentale come il FEG, i cui livelli di mobilitazione sono attualmente molto bassi. Quest’anno, infatti, è stato richiesto solo l’11 per cento dei 500 milioni di euro disponibili.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) a favore dei Paesi Bassi perché ritengo tale strumento una valida risorsa di sostegno ai lavoratori in difficoltà a causa della crisi economica.

Il Fondo è stato creato nel 2006 per fornire un concreto supporto ai lavoratori licenziati per cause legate alla delocalizzazione delle relative aziende o, a seguito della deroga introdotta nel 2009, anche a causa della crisi economica, al fine di provvedere al loro reinserimento nel mercato del lavoro.

La votazione odierna riguardava una richiesta di supporto per 129 lavoratori licenziati per esubero da 9 imprese della regione NUTS II del Limburgo, operanti nella NACE revisione 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati), per un importo finanziato dal FEG di 549 946 EUR. Concludo accogliendo con favore l'approvazione della relazione, che dimostra come il FEG sia una risorsa utile ed efficace nella lotta alla disoccupazione come conseguenza della globalizzazione e della crisi economica.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Sostengo la misura in questione, espressione della solidarietà dell’Europa nei confronti dei 129 lavoratori licenziati per esubero in 9 imprese (stampa e riproduzione). La somma stanziata, pari a 549 946 euro, li aiuterà a reintegrarsi sul mercato del lavoro.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’UE rappresenta un’area di solidarietà, di cui anche il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) è espressione. L’assistenza offerta dal Fondo è fondamentale per aiutare i disoccupati e le vittime delle delocalizzazioni dovute alla globalizzazione. Un numero sempre crescente di imprese, infatti, decide di delocalizzare approfittando del ridotto costo del lavoro in determinati paesi, segnatamente Cina e India, danneggiando così quei paesi che invece rispettano i diritti dei lavoratori.

Il FEG è inteso ad aiutare i lavoratori che sono vittime della delocalizzazione delle aziende ed è fondamentale per facilitare il loro accesso ad un nuovo impiego futuro. Al FEG hanno fatto ricorso in passato altri paesi dell’Unione europea ed è giusto fornire ora aiuto ai Paesi Bassi, che hanno richiesto assistenza in relazione a 129 esuberi in 9 imprese operanti nella NACE rev. 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nella regione NUTS II del Limburgo.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Un numero sempre crescente di persone sta perdendo il lavoro a causa degli effetti di ampia portata della globalizzazione. Gli esuberi sono ormai all’ordine del giorno: tra il 1° aprile e il 29 dicembre 2009, un’impresa produttrice di macchinari e apparecchiature operante nel Limburgo, nei Paesi Bassi, ha licenziato per esubero 129 dipendenti. I Paesi Bassi hanno ora presentato richiesta di mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) per un importo di 549 946 euro, destinati ad aiutare i lavoratori interessati dai tagli. Ho votato a favore della presente relazione che risparmierà ai lavoratori in esubero ulteriori problemi economici.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. (DE) Poiché la mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione può salvare 129 posti di lavoro in 9 imprese, ho votato a favore della presente relazione.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) La richiesta in questione è stata presentata ai sensi dell’articolo 2, lettera c), del regolamento che istituisce un Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) e si inserisce in un più ampio pacchetto di sei richieste correlate che riguardano gli esuberi effettuati da diverse imprese con sede in otto regioni NUTS II dei Paesi Bassi e operanti nel settore della grafica, duramente colpito della crisi economica e finanziaria globale. In particolare, la richiesta riguarda 129 esuberi in 9 imprese operanti nella NACE rev. 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nella regione NUTS II del Limburgo. Questa Regione sta affrontando una situazione molto difficile, sia perché registra il secondo più elevato tasso di disoccupazione nei Paesi Bassi (8 per cento) sia perché il reddito pro capite è nettamente inferiore alla media nazionale. Ritengo, dunque, che la richiesta soddisfi tutti i requisiti per la mobilitazione del FEG e mi auguro che venga fornita un’assistenza tempestiva ed efficace ai lavoratori in esubero.

 
  
  

Relazione Matera (A7-0322/2010)

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Considerando che i Paesi Bassi hanno richiesto assistenza in relazione a 650 esuberi in 45 imprese operanti nella NACE rev. 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nelle due regioni contigue NUTS II di Gelderland e Overijssel, ho votato a favore della presente risoluzione perché condivido la proposta della Commissione e i relativi emendamenti presentati dal Parlamento. Mi unisco, inoltre, al Parlamento nel deplorare le gravi carenze della Commissione in fase di attuazione dei programmi in materia di competitività e innovazione, soprattutto in tempi di crisi economica quando la necessità di un tale sostegno aumenta sensibilmente.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) I 650 lavoratori in esubero in 45 imprese operanti nel settore della stampa e della riproduzione di supporti registrati, e più in generale nel comparto della grafica, nelle regioni olandesi di Gelderland e Overijssel, vanno ad aggiungersi ad altri lavoratori e imprese in difficoltà in tutto il paese. Nel discutere tutte le richieste di mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, è importante valutare come saranno assistiti i lavoratori e se i nuovi posti di lavoro e gli incentivi al lavoro autonomo siano sostenibili, o se invece sono esposti agli stessi rischi dei posti di lavoro andati persi. Proprio in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo, la creatività e lo spirito imprenditoriale, che da sempre caratterizzano la società olandese, meritano di non essere dimenticati e di essere promossi.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Alla luce dell’impatto sociale della crisi economica globale, che ha colpito in modo particolarmente duro l’occupazione, un uso corretto del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) riveste un’importanza fondamentale nel migliorare la situazione di molti cittadini europei e delle loro famiglie. Il Fondo, infatti, contribuisce al loro reinserimento nella società e al loro sviluppo professionale, permettendo al contempo di creare una forza lavoro nuova e qualificata in grado di soddisfare le esigenze delle imprese e rilanciare l’economia.

Il presente piano di intervento volto ad assistere, nei Paesi Bassi, 650 lavoratori in esubero in 45 imprese operanti nelle regioni di Gelderland e Overijssel si iscrive proprio nel quadro descritto. Mi auguro che le istituzioni europee moltiplichino gli sforzi profusi per attuare misure in grado di accelerare e migliorare il tasso di utilizzo di una risorsa tanto importante come il FEG, i cui livelli di mobilitazione sono attualmente molto bassi. Quest’anno, infatti, è stato richiesto solo l’11 per cento dei 500 milioni di euro disponibili.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) a favore dei Paesi Bassi perché ritengo tale strumento una valida risorsa di sostegno ai lavoratori in difficoltà a causa della crisi economica.

Il Fondo è stato creato nel 2006 per fornire un concreto supporto ai lavoratori licenziati per cause legate alla delocalizzazione delle relative aziende o, a seguito della deroga introdotta nel 2009, anche a causa della crisi economica, al fine di provvedere al loro reinserimento nel mercato del lavoro.

La votazione odierna riguardava una richiesta di supporto per 650 lavoratori licenziati per esubero da 45 imprese delle due regioni NUTS II di Gelderland e Overijssel, operanti nella NACE revisione 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati), per un importo finanziato dal FEG di 2 013 619 EUR. Concludo accogliendo con favore l'approvazione della relazione, che dimostra come il FEG sia una risorsa utile ed efficace nella lotta alla disoccupazione come conseguenza della globalizzazione e della crisi economica.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Accolgo con favore la presente relazione che sostiene lo stanziamento di 2 013 619 euro destinati ad assistere i lavoratori licenziati per esubero nella regione di Overijssel, a causa della crisi nel comparto della stampa. L’assistenza offerta dal Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione dovrebbe agevolare il loro reinserimento nel mercato del lavoro e rappresenta un’espressione concreta della solidarietà europea di cui non posso che compiacermi.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’UE rappresenta un’area di solidarietà, di cui anche il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) è espressione. L’assistenza offerta dal Fondo è fondamentale per aiutare i disoccupati e le vittime delle delocalizzazioni dovute alla globalizzazione. Un numero sempre crescente di imprese, infatti, decide di delocalizzare approfittando del ridotto costo del lavoro in determinati paesi, segnatamente Cina e India, danneggiando così quei paesi che invece rispettano i diritti dei lavoratori.

Il FEG è inteso ad aiutare i lavoratori che sono vittime della delocalizzazione delle aziende ed è fondamentale per facilitare il loro accesso ad un nuovo impiego futuro. Al FEG hanno fatto ricorso in passato altri paesi dell’Unione europea ed è giusto fornire ora aiuto i Paesi Bassi, che hanno richiesto assistenza in relazione a 650 esuberi in 45 imprese operanti nella NACE rev. 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nelle due regioni contigue NUTS II di Gelderland e Overijssel.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Nei nove mesi di riferimento, dal 1° aprile al 29 dicembre 2009, 650 lavoratori sono stati licenziati per esubero da 45 imprese operanti nelle due regioni olandesi di Gelderland e Overijssel. Gli esuberi sono dovuti alla crisi economica e ai cambiamenti strutturali nei flussi commerciali mondiali. Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG), con una dotazione annua di 500 milioni di euro, è stato istituito proprio per intervenire in casi come questo, per offrire prospettive migliori per il futuro ai lavoratori che hanno perso il posto di lavoro. Ho votato a favore della presente relazione perché i lavoratori in esubero meritano di essere assistiti attraverso il FEG.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. (DE) Poiché la mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione può salvare 650 posti di lavoro in 45 imprese, ho votato a favore della presente relazione.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) La richiesta di assistenza attraverso il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG), presentata dai Paesi Bassi in relazione a 650 esuberi in 45 imprese operanti nella NACE rev. 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nelle due regioni contigue NUTS II di Gelderland e Overijssel, soddisfa tutti i criteri di ammissibilità definiti dalla normativa in vigore. Il regolamento (CE) n. 546/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 giugno 2009 che modifica il regolamento (CE) n. 1927/2006 che istituisce un Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, infatti, amplia temporaneamente il campo di applicazione del FEG per consentire di intervenire proprio in situazioni analoghe a quella descritta, ovvero quando la crisi economica e finanziaria globale è direttamente responsabile dell’esubero “di almeno 500 dipendenti, nell’arco di nove mesi, in particolare in piccole e medie imprese, di una divisione NACE 2, in una regione o in due regioni contigue di livello NUTS II”. Ho quindi votato a favore della presente risoluzione e spero che la mobilitazione del FEG possa contribuire positivamente al reinserimento dei lavoratori interessati nel mercato del lavoro.

 
  
  

Relazione Matera (A7-0319/2010)

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Considerando che i Paesi Bassi hanno chiesto assistenza in relazione a 720 licenziamenti per esubero effettuati da 79 imprese operanti nella NACE revisione 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nelle due regioni contigue NUTS II Noord Holland e Utrecht, ho votato a favore della presente risoluzione perché condivido la proposta della Commissione e i relativi emendamenti presentati dal Parlamento.

Accolgo con favore, inoltre, che, nel quadro della mobilitazione del FEG, la Commissione abbia proposto una fonte alternativa di stanziamenti di pagamento rispetto ai fondi FSE non utilizzati, a seguito delle numerose occasioni in cui il Parlamento europeo ha ricordato che il FEG è stato creato quale strumento specifico e distinto con obiettivi e scadenze proprie e che occorre pertanto identificare adeguate linee di bilancio per gli storni.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) La crisi del settore grafico ha colpito nei Paesi Bassi diverse regioni, tra cui il Noord Holland e Utrecht. Nel presente caso, 720 lavoratori sono stati licenziati per esubero in 79 imprese. La richiesta oggetto della votazione è solo una delle sei presentate dai Paesi Bassi a cui la Commissione europea e la commissione per i bilanci hanno espresso il loro sostegno, che si unisce al mio. Mi auguro che il settore sappia riorganizzarsi e che i lavoratori in esubero possano trovare un nuovo lavoro, sia questo nello stesso settore della stampa e della riproduzione di supporti registrati o in altri settori per cui dispongono, o disporranno, delle qualifiche necessarie. Il sostegno offerto potrebbe rappresentare un passo proprio in questa direzione.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Alla luce dell’impatto sociale della crisi economica mondiale, che ha colpito in modo particolarmente duro l’occupazione, un uso corretto del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) riveste un’importanza fondamentale per migliorare la situazione di molti cittadini europei e delle loro famiglie. Il Fondo, infatti, contribuisce al loro reinserimento nella società e al loro sviluppo professionale, creando al contempo una forza lavoro nuova e qualificata in grado di soddisfare le esigenze delle imprese e rilanciare l’economia.

Il presente piano di intervento volto ad aiutare, nei Paesi Bassi, 720 lavoratori in esubero in 79 imprese operanti nelle regioni di Noord Holland e Utrecht si iscrive proprio nel quadro descritto. Mi auguro che le istituzioni europee moltiplichino gli sforzi profusi per attuare misure in grado di accelerare e migliorare il tasso di utilizzo di una risorsa tanto importante come il FEG, i cui livelli di mobilitazione sono attualmente molto bassi. Quest’anno, infatti, è stato richiesto solo l’11 per cento dei 500 milioni di euro disponibili.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La presente relazione riguarda una delle sei richieste di mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) presentate dai Paesi Bassi per promuovere il reinserimento sul mercato del lavoro dei lavoratori licenziati per esubero a causa della crisi economica e finanziaria. Oltre al ritardo accusato nel processo di approvazione da parte della Commissione europea, purtroppo divenuto ormai la norma, è importante sottolineare alcuni aspetti specifici relativi al merito delle sei richieste. Più specificamente, tutte le sei richieste riguardano esuberi occorsi in otto regioni dei Paesi Bassi in piccole imprese attive nel settore grafico, segnatamente nella stampa e nella riproduzione di supporti registrati e nell’editoria. Per il caso oggetto della votazione, nel quadro del FEG sono stati mobilitati in totale 2 266 625 euro in favore dei Paesi Bassi.

 
  
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  Estelle Grelier (S&D), per iscritto. (FR) Ironia della sorte, il Parlamento è chiamato quest’oggi a pronunciarsi sulle sei richieste di mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) presentate dai Paesi Bassi, proprio mentre i negoziati sul bilancio 2011 sono fermi perché gli stessi Paesi Bassi e altri due Stati membri si rifiutano di impegnarsi in un dialogo responsabile e costruttivo sul futuro del bilancio europeo. A mio giudizio, le votazioni odierne sono un’occasione per ricordare che il bilancio europeo non è solo uno strumento contabile, oltretutto a detta di tutti scoraggiante: il bilancio costituisce innanzi tutto la “forza” dell’Unione europea che le consente, giorno dopo giorno, di lavorare per proteggere i cittadini europei e, nel caso particolare del FEG, i disoccupati.

La votazione sullo stanziamento delle risorse del FEG a favore dei lavoratori olandesi avrebbe potuto essere un “voto di protesta” nei confronti del governo olandese, che fondamentalmente sputa nel piatto in cui mangia. Il Parlamento, invece, ha colto l’occasione per ricordare che tutte le decisioni prese dall’UE si devono fondare sul principio di solidarietà.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Signor presidente, onorevoli colleghi, ho votato per la mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) a favore dei Paesi Bassi perché ritengo tale strumento una valida risorsa di sostegno ai lavoratori in difficoltà a causa della crisi economica.

Il Fondo è stato creato nel 2006 per fornire un concreto supporto ai lavoratori licenziati per cause legate alla delocalizzazione delle relative aziende o, a seguito della deroga introdotta nel 2009, anche a causa della crisi economica, al fine di provvedere al loro reinserimento nel mercato del lavoro. La votazione odierna riguardava una richiesta di supporto per 720 lavoratori licenziati per esubero da 79 imprese delle due regioni NUTS II Noord Holland e Utrecht, operanti nella NACE revisione 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati), per un importo finanziato dal FEG di 2 266 625 euro.

Concludo accogliendo con favore l'approvazione della relazione, che dimostra come il FEG sia una risorsa utile ed efficace nella lotta alla disoccupazione come conseguenza della globalizzazione e della crisi economica.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Noto con piacere che, attraverso il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, sono stati messi a disposizione 2 266 625 euro per promuovere il reinserimento sul mercato del lavoro dei lavoratori licenziati per esubero nel settore della stampa a causa della crisi economica globale. La presente richiesta riguarda 720 licenziamenti per esubero effettuati da 79 imprese operanti nelle regioni olandesi di Noord Holland e Utrecht.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’UE rappresenta un’area di solidarietà, di cui anche il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) è espressione. L’assistenza offerta dal Fondo è fondamentale per aiutare i disoccupati e le vittime delle delocalizzazioni dovute alla globalizzazione. Un numero sempre crescente di aziende per sfruttare il ridotto costo del lavoro in determinati paesi, segnatamente Cina e India, danneggiando così quei paesi che invece rispettano i diritti dei lavoratori.

Il FEG è inteso ad aiutare i lavoratori che sono vittime della delocalizzazione delle aziende ed è cruciale per facilitare il loro accesso ad un nuovo impiego futuro. Al FEG hanno fatto ricorso in passato altri paesi dell’Unione europea, ed è giusto fornire ora aiuto ai Paesi Bassi, che hanno richiesto assistenza in relazione a 720 licenziamenti per esubero effettuati da 79 imprese operanti nella NACE rev. 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nelle due regioni contigue NUTS II Noord Holland e Utrecht.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. (DE) Poiché la mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione può andare a beneficio di 79 imprese e salvare 720 posti di lavoro, ho votato a favore della presente relazione.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) La richiesta di assistenza attraverso il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG), presentata dai Paesi Bassi in relazione a 720 licenziamenti per esubero effettuati da 79 imprese operanti nella NACE rev. 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nelle due regioni contigue NUTS II Noord Holland e Utrecht, soddisfa tutti i criteri di ammissibilità definiti dalla normativa in vigore. Il regolamento (CE) n. 546/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 giugno 2009 che modifica il regolamento (CE) n. 1927/2006 che istituisce un Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, infatti, amplia temporaneamente il campo di applicazione del FEG per consentire di intervenire proprio in situazioni analoghe a quella descritta, vale a dire quando la crisi economica e finanziaria globale è direttamente responsabile dell’esubero “di almeno 500 dipendenti, nell’arco di nove mesi, in particolare in piccole e medie imprese, di una divisione NACE 2, in una regione o in due regioni contigue di livello NUTS II”. Di conseguenza, ho votato a favore della presente risoluzione e spero che la mobilitazione del FEG possa contribuire positivamente al reinserimento dei lavoratori interessati sul mercato del lavoro.

 
  
  

Relazione Matera (A7-0320/2010)

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Considerando che i Paesi Bassi hanno chiesto assistenza in relazione a 598 licenziamenti per esubero effettuati da otto imprese operanti nella NACE revisione 2, divisione 58 (attività editoriali) nelle due regioni contigue NUTS II Noord Holland e Zuid Holland, ho votato a favore della presente risoluzione perché condivido la proposta della Commissione e i relativi emendamenti presentati dal Parlamento. Accolgo, inoltre con favore, la richiesta rivolta alle istituzioni interessate dal processo di compiere gli sforzi necessari per accelerare la mobilitazione del FEG.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Se si vanno a controllare i numeri e la distribuzione geografica degli esuberi nel settore grafico nei Paesi Bassi, all’origine delle diverse richieste di mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG), non si può che allarmarsi nel vedere quanto sono numerosi e diffusi. Solo nelle due regioni contigue di Noord Holland e Zuid Holland, nell’arco di nove mesi 598 lavoratori hanno perso il posto nel settore dell’editoria. La concorrenza con i paesi terzi e la crisi economica e finanziaria che sta sconvolgendo l’Europa sono fattori determinanti negli sviluppi descritti. È chiaro, quindi, che bisogna risolvere i problemi immediati con cui si confrontano i cittadini, ovvero il reinserimento nel mercato del lavoro e la loro sussistenza a medio e a lungo termine. Il FEG funge da palliativo e può rappresentare uno stimolo, ma chiaramente non può risolvere da solo i gravi problemi che attanagliano ormai così tante famiglie.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Alla luce dell’impatto sociale della crisi economica globale, che ha colpito in modo particolarmente duro l’occupazione, l’uso appropriato del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) riveste un’importanza fondamentale nel migliorare la situazione di molti cittadini europei e delle loro famiglie. Il Fondo, infatti, contribuisce al loro reinserimento nella società e al loro sviluppo professionale, creando al contempo una forza lavoro nuova e qualificata in grado di soddisfare le esigenze delle imprese e rilanciare l’economia.

Il presente piano di intervento nei Paesi Bassi volto ad assistere 598 lavoratori in esubero in otto imprese operanti nelle regioni di Noord Holland e Zuid Holland si iscrive proprio nel quadro descritto. Mi auguro che le istituzioni europee moltiplichino gli sforzi profusi per attuare misure in grado di accelerare e migliorare il tasso di utilizzo di una risorsa così importante come il FEG, i cui livelli di mobilitazione sono attualmente molto bassi. Quest’anno, infatti, è stato richiesto solo l’11 per cento dei 500 milioni di euro disponibili.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Signor presidente, onorevoli colleghi, ho votato per la mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) a favore dei Paesi Bassi perché ritengo tale strumento una valida risorsa di sostegno ai lavoratori in difficoltà a causa della crisi economica.

Il Fondo è stato creato nel 2006 per fornire un concreto supporto ai lavoratori licenziati per cause legate alla delocalizzazione delle relative aziende o, a seguito della deroga introdotta nel 2009, anche a causa della crisi economica, al fine di provvedere al loro reinserimento nel mercato del lavoro. La votazione odierna riguardava una richiesta di supporto per 598 lavoratori licenziati per esubero da 8 imprese delle due regioni NUTS II Noord Holland e Zuid Holland, operanti nella NACE revisione 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati), per un importo finanziato dal FEG di 2 326 459 euro.

Mi preme, infine, sottolineare che l'odierna votazione delle 6 relazioni dimostra come il Fondo sia una risorsa utile ed efficace nella lotta alla disoccupazione come conseguenza della globalizzazione e della crisi economica.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Accolgo con favore la presente relazione e il sostegno offerto ai lavoratori in esubero attraverso il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione. La proposta prevede lo stanziamento di 2 326 459 euro per assistere 598 lavoratori impiegati presso otto imprese attive nel settore dell’editoria e della riproduzione, che hanno perso il lavoro a causa della crisi economica. Si tratta di un importante esempio di solidarietà in Europa.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’UE rappresenta un’area di solidarietà, di cui anche il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) è espressione. L’assistenza offerta dal Fondo è fondamentale per aiutare i disoccupati e le vittime delle delocalizzazioni dovute alla globalizzazione. Un numero crescente di aziende decide di delocalizzare per sfruttare il ridotto costo del lavoro in determinati paesi, segnatamente Cina e India, danneggiando così quei paesi che invece rispettano i diritti dei lavoratori.

Il FEG è inteso ad aiutare i lavoratori che risentono della delocalizzazione delle aziende ed è cruciale per facilitare il loro accesso ad un nuovo impiego futuro. Al FEG hanno fatto ricorso in passato altri paesi dell’Unione europea, ed è giusto fornire ora aiuto ai Paesi Bassi, che hanno chiesto assistenza in relazione a 598 licenziamenti per esubero effettuati da otto imprese operanti nella NACE rev. 2, divisione 58 (attività editoriali) nelle due regioni contigue NUTS II Noord Holland e Zuid Holland.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Nei nove mesi di riferimento, dal 1° aprile al 29 dicembre 2009, 598 lavoratori sono stati licenziati per esubero da otto imprese operanti nelle regioni di Noord Holland e Zuid Holland. Tutti i lavoratori interessati sono vittime della globalizzazione. Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) è stato istituito proprio per attutire l’impatto di simili ingiustizie sociali. Ho votato a favore della presente relazione perché la richiesta rispetta tutti i requisiti per la mobilitazione del FEG.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. (DE) Poiché la mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione può andare a beneficio di otto imprese e salvare 598 posti di lavoro, ho votato a favore della presente relazione.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) La richiesta di assistenza attraverso il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG), presentata dai Paesi Bassi in relazione a 598 licenziamenti per esubero effettuati da otto imprese operanti nella NACE rev. 2, divisione 58 (attività editoriali) nelle due regioni contigue NUTS II Noord Holland e Zuid Holland, soddisfa tutti i criteri di ammissibilità definiti dalla normativa in vigore. Il regolamento (CE) n. 546/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 giugno 2009 che modifica il regolamento (CE) n. 1927/2006 che istituisce un Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, infatti, amplia temporaneamente il campo di applicazione del FEG per consentire di intervenire proprio in situazioni analoghe a quella descritta, vale a dire quando la crisi economica e finanziaria globale è direttamente responsabile dell’esubero “di almeno 500 dipendenti, nell’arco di nove mesi, in particolare in piccole e medie imprese, di una divisione NACE 2, in una regione o in due regioni contigue di livello NUTS II”. Di conseguenza, ho votato a favore della presente risoluzione e spero che la mobilitazione del FEG possa contribuire positivamente al reinserimento dei lavoratori interessati sul mercato del lavoro.

 
  
  

Relazioni Matera (A7-0318/2010) e (A7-0319/2010)

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) ha una dotazione annua di 500 milioni di euro destinati a offrire assistenza finanziaria ai lavoratori che risentono delle conseguenze dei grandi cambiamenti strutturali nei flussi commerciali mondiali. Secondo le stime, i lavoratori che ogni anno potrebbero beneficiare dell’assistenza sono tra i 35 000 e i 50 000. Le risorse possono essere spese per aiutare i disoccupati a trovare un altro posto di lavoro, per finanziare una formazione personalizzata, per promuovere il lavoro autonomo o per avviare un’impresa, per favorire la mobilità e per sostenere i lavoratori svantaggiati o più anziani. Ho votato a favore della presente relazione perché in questo caso la mobilitazione del Fondo è assolutamente giustificata.

 
  
  

Relazioni Matera (A7-0328/2010), (A7-0318/2010), (A7-0321/2010), (A7-0323/2010), (A7-0322/2010), (A7-0319/2010) e (A7-0320/2010)

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) Per quanto attiene alla richiesta presentata dai Paesi Bassi in relazione a 140 esuberi in due imprese operanti nella NACE rev. 2, divisione 18 (stampa e riproduzione di supporti registrati) nella regione NUTS II di Drenthe, ho votato a favore della relazione in questione sulla base di tutte le motivazioni espresse nella mia dichiarazione di voto sulla relazione A7-0318/2010.

 
  
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  Robert Goebbels (S&D), per iscritto. (FR) Mi sono astenuto in tutte le votazioni sulle relazioni dell’onorevole Matera concernenti la mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione a favore di diverse regioni olandesi, non perché sia contrario, quanto piuttosto per lanciare un avvertimento al governo olandese, che conduce una politica populista e antieuropeista. I Paesi Bassi sono contrari a un aumento del bilancio europeo, ma non si fanno nessuno scrupolo ad accettare l’assistenza offerta dall’Unione. Per di più, i Paesi Bassi sono, dopo la Germania, i principali beneficiari del mercato interno. È ora che la politica olandese torni alle sue origini: i Paesi Bassi, dopotutto, sono uno dei paesi fondatori dell’UE.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) In passato, in diverse occasioni abbiamo sostenuto il testo della relazione, che: 1. chiede alle istituzioni interessate di compiere gli sforzi necessari per accelerare la mobilitazione del FEG; 2. ricorda l'impegno delle istituzioni volto a garantire una procedura agevole e rapida per l'adozione delle decisioni relative alla mobilitazione del FEG, apportando un aiuto specifico, una tantum e limitato nel tempo ai lavoratori in esubero a causa della globalizzazione e della crisi finanziaria ed economica; sottolinea il ruolo che il FEG può svolgere ai fini del reinserimento dei lavoratori in esubero nel mercato del lavoro; 3. sottolinea che, in conformità dell'articolo 6 del regolamento FEG, occorre garantire che il Fondo sostenga il reinserimento nel mercato del lavoro dei singoli lavoratori in esubero; ribadisce che l'aiuto del FEG non deve sostituire le azioni che sono di competenza delle imprese in forza della legislazione nazionale o dei contratti collettivi, né le misure relative alla ristrutturazione di imprese o settori.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Il Parlamento ha votato a favore del pacchetto di sei richieste di mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) presentate dai Paesi Bassi. Naturalmente, anch’io ho votato a favore delle richieste presentate dai Paesi Bassi perché è importante offrire rapidamente un sostegno ai cittadini degli Stati membri che hanno perso il lavoro. Il FEG è stato istituito proprio a tal fine. Alla luce dell’atteggiamento decisamente ostruzionista assunto dal governo olandese durante i negoziati sul bilancio tenutisi lunedì della settimana scorsa a Bruxelles, tuttavia, ho dato il mio sostegno a malincuore. A mio giudizio, il netto rifiuto di concedere al Parlamento la possibilità di discutere seriamente del suo coinvolgimento nel futuro quadro finanziario, da un lato, e l’appello lanciato al Parlamento perché voti a favore dell’assistenza finanziaria ai Paesi Bassi, dall’altro, sono due posizioni assolutamente incompatibili.

 
  
  

Relazione De Castro (A7-0305/2010)

 
  
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  Slavi Binev (NI), per iscritto. (BG) Onorevoli colleghi, dalle relazioni presentate alla Commissione non emerge alcuna violazione della concorrenza nel mercato interno da parte del monopolio tedesco degli alcolici. Per questo motivo, sono favorevole alla proposta. La relazione sottolinea inoltre l'importanza di tali disposizioni per l'economia tedesca rurale, in particolare per quanto riguarda le distillerie di piccole dimensioni.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. (RO) Data l'importanza, per le distillerie di piccole dimensioni, di partecipare al monopolio tedesco degli alcolici e la necessità di un'ulteriore transizione verso il mercato e tenuto conto del fatto che dalle relazioni presentate non emerge alcuna violazione della concorrenza nel mercato unico, ritengo che il periodo di proroga del monopolio non debba andare oltre il 2013, entrata quando la nuova PAC entrerà in vigore.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della presente relazione perché credo che, per sopravvivere nel libero mercato, le distillerie tedesche di piccole dimensioni abbiano bisogno di più tempo da dedicare al processo di adeguamento. Concordo con la proposta della Commissione europea per una proroga di qualche anno affinché la progressiva soppressione del monopolio e dei relativi aiuti possa essere ultimata e stabilisce il 2017 quale data ultima per l’abrogazione definitiva.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Così come il relatore, anch’io trovo deplorevole che la nuova PAC per il post 2013 debba iniziare con un "bagaglio pregresso", come il regime speciale definito dal regolamento unico OCM per gli aiuti concessi nel quadro del monopolio tedesco degli alcolici. Capisco, comunque, la necessità di concedere una proroga per la progressiva soppressione del monopolio in considerazione delle esigenze dell'economia rurale tedesca, in particolare in alcuni Länder. Se è vero, infatti, che la legislazione europea deve essere prevedibile e imparziale, essa deve anche offrire la flessibilità necessaria per rispondere alle esigenze specifiche dei mercati e dei cittadini europei, nel presente caso dei proprietari di distillerie in Germania.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Poiché non è stata dimostrata alcuna violazione della concorrenza nel mercato interno, condivido la posizione della Commissione. Il Consiglio sostiene all’unanimità la proposta della Commissione, importante per l’economia rurale tedesca, accompagnata da un programma di riduzione dei quantitativi di alcol prodotto nell'ambito del monopolio fino alla totale abolizione del medesimo, il 1° gennaio 2018.

Ai sensi dell'articolo 182, paragrafo 4, del regolamento unico OCM e in deroga alla normativa sugli aiuti di Stato, la Germania può concedere aiuti di Stato nell’ambito del monopolio tedesco degli alcolici per prodotti che, dopo aver subito un’ulteriore trasformazione, vengono immessi sul mercato dal monopolio in quanto alcol etilico di origine agricola. L'importo totale che può essere concesso a titolo di aiuto di Stato si limita a 110 milioni di euro all'anno ed è soprattutto destinato agli agricoltori che forniscono la materia prima e alle distillerie che la utilizzano. Tuttavia, il bilancio effettivo utilizzato è stato inferiore a tale importo ed è costantemente diminuito dal 2003. Inoltre, un gran numero di distillerie ha già compiuto sforzi per preparare il proprio ingresso nel libero mercato creando cooperative, investendo in apparecchiature più efficienti dal punto di vista energetico e ricorrendo in misura sempre maggiore alla commercializzazione diretta dei loro prodotti alcoolici.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Abbiamo votato a favore della presente relazione, sebbene non condividiamo le argomentazioni addotte dalla Commissione e dal relatore a sostegno della proroga degli aiuti. Sia la Commissione sia il relatore ritengono, infatti, che le poche misure di intervento rimaste dovrebbero essere progressivamente soppresse, lasciando l’agricoltura al “libero mercato”, e si limitano, dunque, ad affermare che “occorre più tempo per facilitare il processo di adeguamento e per consentire alle distillerie di sopravvivere sul libero mercato”. Contrariamente a quanto sostiene il relatore, noi riteniamo, invece, che gli interventi sul mercato e gli strumenti di regolamentazione dovrebbero rappresentare la regola piuttosto che l’eccezione.

Solo in tal modo possiamo garantire un reddito sufficiente agli agricoltori, in particolare ai piccoli e medi produttori, e un futuro alle aziende agricole di piccole e medie dimensioni, nonché il diritto a produrre e il diritto di ciascun paese alla sicurezza e alla sovranità alimentari. Anziché concedere una deroga alla Germania per un determinato prodotto, dovremmo valutare l’opportunità di un intervento anche in altri paesi e per altri prodotti.

 
  
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  Peter Jahr (PPE), per iscritto. (DE) Vorrei innanzi tutto ringraziare sentitamente il presidente della commissione, l’onorevole De Castro, e il relatore ombra del gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano), l’onorevole Jeggle, per il duro lavoro svolto. L’ultima proroga concessa al monopolio tedesco degli alcolici, approvata quest’oggi, costituisce un importante passo avanti, perché consente alle nostre distillerie di frutticoltori, in particolare, di pianificare con certezza le loro attività per il post 2010.

Questo è molto importante in quanto permette loro di preparare la transizione al libero mercato e tutelare uno dei caratteristici paesaggi culturali tedeschi. Ora è fondamentale sfruttare al meglio il tempo messo a disposizione per attuare le misure di adeguamento necessarie. Non sarà, infatti, concessa nessuna altra proroga. Ecco il messaggio della relazione.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE), per iscritto.(PL) La ragione principale del mio sostegno alla presente relazione, che vorrei qui esprimere, è che gli aiuti concessi dal governo tedesco al monopolio degli alcolici sono destinati principalmente agli agricoltori e alle piccole distillerie. Gli aiuti, a quanto pare, non violano alcun principio della concorrenza e rappresentano una forma di sostegno alle imprese più piccole. Sebbene gli aiuti siano erogati in modo adeguato, condivido la proposta di rendere disponibili le informazioni relative a tutti gli eventi legati al sostegno. Qualsiasi violazione commessa nel concedere gli aiuti, infatti, rappresenterebbe un’ingiustizia ai danni di produttori che spesso sono molto più deboli e poveri, e deve quindi essere evitata. Non sono certo, comunque, che un simile sostegmo da parte di uno Stato alla propria economia non finisca poi per rendere il mercato europeo più instabile. Strumenti come questo dovrebbero essere estesi ad altri Stati membri, cosicché anche questi possano sostenere la loro economia.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) Il concetto di monopolio tedesco degli alcolici deve essere progressivamente eliminato. Gli agricoltori interessati si stanno preparando all’apertura del mercato, utilizzando solo in parte gli aiuti e adottando diverse misure, quali la creazione di cooperative e il ricorso a nuovi metodi per la commercializzazione diretta, proprio in preparazione all’apertura del mercato. L’attuazione di tali misure, tuttavia, richiede un lasso di tempo sufficiente. In definitiva, a essere interessate dal provvedimento non sono le grandi imprese, bensì molti piccoli agricoltori nelle aree rurali. Per questo motivo, sostengo la proroga del regime in questione.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della presente relazione. In deroga alla normativa sugli aiuti di Stato, la Germania può attualmente concedere aiuti di Stato nell’ambito del monopolio tedesco degli alcolici per prodotti immessi sul mercato come alcol di origine agricola. Allo stato attuale, la deroga dovrebbe scadere il 31 dicembre 2010, ma il progetto di regolamento prevede una proroga, proponendo una riduzione graduale del monopolio di produzione e di vendita, fino alla sua completa scomparsa a partire dal 1° gennaio 2018. Accolgo con favore questa soppressione progressiva.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Un mercato unico funzionante, da sempre nostra aspirazione, è incompatibile con un monopolio in qualsivoglia settore. Trattandosi di un caso particolare, alcune circostanze attenuanti giustificano ancora l’esistenza del monopolio tedesco degli alcolici, ma, in linea con le raccomandazioni contenute nella relazione in questione, il monopolio deve essere progressivamente soppresso entro il 2013 per le distillerie agricole sotto sigillo ed entro il 2017 per le distillerie di piccole dimensioni in regime forfettario.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) L’eventuale proroga del monopolio tedesco degli alcolici, la forma che questa assumerà e le modifiche che vi saranno apportate sono tutti fattori che interessano principalmente le piccole e medie imprese (PMI). L’Unione europea ripete in continuazione di voler sostenere maggiormente le PMI, il motore della nostra economia e il principale datore di lavoro. In tale contesto, è necessario garantire la certezza del diritto e, quindi, una proroga del monopolio; solo in questo modo le piccole e medie imprese potranno permettersi di effettuare gli investimenti necessari per prepararsi alla liberalizzazione, per esempio creando cooperative, ammodernando l’attrezzatura o estendendo le attività di commercializzazione diretta. Naturalmente, la questione del monopolio sarebbe potuta andare di pari passo con la progressiva abolizione della Politica agricola comune e con l’entrata in vigore dei nuovi regolamenti nel 2013.

Non c’era, tuttavia, alcuna urgenza di farlo. L’importante è assicurare che il processo di adeguamento sia pensato in modo tale da permettere alle distillerie di sopravvivere dopo l’abolizione del monopolio. Mentre concordo con il relatore su questo punto, non condivido invece la procedura interna seguita, che non rispetta i requisiti in fatto di trasparenza e democrazia in modo adeguato. Per tale motivo, mi sono astenuto dalla votazione.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Sono favorevole alla proposta, ma ritengo che vadano presi in considerazione tutta una serie di elementi.

In prima battuta ritengo che sarebbe stato opportuno procedere a una valutazione d'impatto su base regolare e che il periodo di proroga del monopolio non avrebbe dovuto andare oltre il 2013, data di entrata in vigore della nuova PAC.

Tuttavia, data l'importanza, per le distillerie di piccole dimensioni, della partecipazione al monopolio e la necessità di un'ulteriore transizione verso il libero mercato, e tenuto conto del fatto che non emerge alcuna violazione della concorrenza nel mercato unico, concordo sull'estensione.

Mi auguro, però, che nell'ambito della riforma della nuova politica agricola comune si tenga conto di tali particolarità e si trovi una soluzione bilanciata volta ad aprire il mercato ma a difendere al tempo stesso le attività locali tradizionali.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione in oggetto perché ritengo che le esigenze dell’economia rurale tedesca giustifichino una proroga del periodo di validità inizialmente previsto per la deroga di cui all’articolo 182, paragrafo 4, del regolamento unico OCM. La proroga, infatti, permetterà alle piccole distillerie di prepararsi al libero mercato nelle migliori condizioni possibili.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Il nostro gruppo ha votato a favore della relazione e della linea seguita dal relatore, il quale è favorevole alla proposta presentata, sebbene ritenga che, ai fini dell'attuazione del regolamento, debbano essere presi in considerazione numerosi elementi. Il relatpre è del parere che si sarebbe dovuto procedere a una valutazione d'impatto su base regolare e che il periodo di proroga del monopolio non avrebbe dovuto andare oltre il 2013, data di entrata in vigore della nuova PAC. Tuttavia, data l'importanza, per le distillerie di piccole dimensioni, di partecipare al monopolio e la necessità di un'ulteriore transizione verso il libero mercato e tenuto conto del fatto che dalle relazioni presentate non emerge alcuna violazione della concorrenza nel mercato unico, il relatore è disposto a concedere il proprio sostegno alla proposta.

 
  
  

Relazione Moreira (A7-0316/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della presente relazione che autorizza l'inserimento di altri 718 prodotti farmaceutici e chimici nell'elenco già esistente di 8 619 prodotti che beneficiano dell'esonero dai dazi doganali all'importazione nell'Unione europea. La data prevista per l'entrata in vigore è il 1° gennaio 2011. è importante, a mio giudizio, che l’esonero dai dazi doganali entri in vigore all’inizio del prossimo anno, in quanto gli Stati Uniti hanno subordinato l'attuazione dell'aggiornamento alla sua entrata in vigore il 1° gennaio.

Mi congratulo con il relatore per la sua ottima relazione, che mostra chiaramente quanto la quarta revisione (Pharma IV), avviata nel 2009, sia importante per tener conto della rapida evoluzione del contesto produttivo in cui opera l’industria farmaceutica. Poiché gli elenchi sono stilati dall'industria e adottati mediante consenso dai partecipanti, accolgo con favore il consenso raggiunto da tutti gli Stati membri che hanno appoggiato le precedenti revisioni e l'elenco di prodotti scaturito dalla quarta revisione.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. – Mi complimento con il relatore Moreira per aver evidenziato la necessità di provvedere a revisioni periodiche della lista di prodotti farmaceutici e chimici che entrano nell'Unione europea in esenzione di dazio.

Condivido tale provvedimento – che infatti ho votato positivamente – perché il contesto produttivo in cui opera l'industria farmaceutica progredisce con ritmi molto serrati e dunque è fondamentale aggiornare costantemente tale lista, che al momento conta oltre 8.000 prodotti. Si propone ora di ampliare tale elenco includendo 718 nuovi prodotti, sui quali tutti gli Stati membri, già favorevoli alle precedenti rettifiche, hanno dato il loro consenso. Condivido infine il meccanismo predisposto che tutela gli interessi e la salute dei consumatori europei.

 
  
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  Lara Comi (PPE), per iscritto. – Valuto positivamente, a condizione che siano effettuati gli opportuni controlli scientifici, l'ampliamento della lista di farmaci, prodotti intermedi e principi attivi che beneficiano dell'accordo sull'azzeramento dei dazi doganali.

La proposta lancia un segnale forte ai mercati. Infatti, in primo luogo essa vale a confermare l'impegno di alcuni importanti membri dell'Organizzazione mondiale del commercio nei confronti del libero mercato. Inoltre, essa ha l'effetto di ampliare i confini del mercato potenziale per i risultati di determinati settori della ricerca scientifica, e pertanto di incoraggiare gli investimenti in tali settori e con essi la lotta contro patologie per le quali ancora mancano mezzi di cura efficaci. Infine, la proposta rappresenta un esempio per quei paesi per i quali i farmaci rappresentano una voce di spesa necessaria al fine di garantire un futuro alle nuove generazioni, e un invito ad adottare comportamenti che possano favorire l'adozione di politiche di sviluppo e di creazione di ricchezza.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della presente relazione perché sostengo l'inserimento di altri 718 prodotti farmaceutici e chimici nell'elenco di prodotti che beneficiano dell'esonero dai dazi doganali all'importazione nell'Unione europea. La revisione dell'elenco di prodotti è necessaria per tener conto della rapida evoluzione del contesto produttivo in cui opera l'industria farmaceutica.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) In considerazione dell’importanza del commercio di prodotti farmaceutici, non solo per la salute pubblica ma anche per l’economia, accolgo con favore la decisione di inserire altre 718 sostanze nell’elenco di prodotti che beneficiano dell’esonero dai dazi doganali. L'accordo gode del sostegno unanime dell'industria perché elimina i dazi sulle materie prime e sui prodotti intermedi che devono essere applicati anche sulle vendite all'interno di una stessa società, agevolando così il commercio internazionale di tali prodotti e favorendo l’industria farmaceutica. Un tale regime, in ultima analisi, potrebbe anche riflettersi nel prezzo al dettaglio dei farmaci venduti ai cittadini.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Con la presente proposta il Consiglio e il Parlamento sono invitati ad autorizzare l'inserimento di altri 718 prodotti farmaceutici e chimici nell'elenco già esistente di 8 619 prodotti che beneficiano dell'esonero dai dazi doganali all'importazione nell'Unione europea. La questione non è controversa, dal momento che le parti interessate sono d’accordo e gli Stati membri sono favorevoli.

Gli elenchi sono stilati dall'industria e adottati mediante consenso dai partecipanti. L’inserimento di altri prodotti è necessario per tener conto della rapida evoluzione del contesto produttivo in cui opera l'industria farmaceutica. La data prevista per l'entrata in vigore è il 1° gennaio 2011. Gli Stati Uniti hanno subordinato l'attuazione dell'aggiornamento alla sua entrata in vigore il 1° gennaio. È verosimile ritenere che gli altri partecipanti seguiranno l'esempio degli Stati Uniti, ad eccezione del Giappone, che ha annunciato un ritardo previsto di sei mesi.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) L’esonero dei prodotti farmaceutici dal pagamento dei dazi doganali deciso nel quadro dell’OMC gode del sostegno di tutta l’industria farmaceutica, un settore molto importante per la Scozia dove impiega 5 000 persone. L’Unione europea nel suo complesso, poi, è uno dei principali produttori e consumatori di prodotti farmaceutici. È, quindi, con piacere che ho votato a favore della relazione.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Con la presente proposta il Consiglio e il Parlamento sono invitati ad autorizzare l'inserimento di altri 718 prodotti farmaceutici e chimici nell'elenco già esistente di 8 619 prodotti che beneficiano dell'esonero dai dazi doganali all'importazione nell'Unione europea. Per questo motivo, ho votato a favore.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Il commercio di prodotti farmaceutici rappresenta una parte importante degli scambi a livello mondiale. L’inserimento di altre 718 sostanze nell’elenco di prodotti che beneficiano dell'esonero dai dazi doganali è positivo, sia per l’economia sia per la salute pubblica. La decisione di inserire tali prodotti nell’elenco già esistente di 8 619 prodotti, tra l’altro, può ripercuotersi positivamente anche sul prezzo finale dei farmaci, a vantaggio di tutti.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) In un accordo siglato nel quadro dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), l’Unione europea, gli Stati Uniti, il Giappone, il Canada, la Svizzera, la Norvegia e Macao (Cina) hanno deciso di ridurre a zero i dazi doganali per determinati prodotti farmaceutici e alcuni principi attivi. Naturalmente, l’elenco dei prodotti oggetto del provvedimento è modificato e ampliato costantemente per tenere il passo con i risultati della ricerca e con gli ultimi sviluppi in campo farmaceutico. L’elenco di prodotti che beneficiano dell’esonero dai dazi doganali, stilato dall’industria e rivisto dagli Stati interessati, includeva inizialmente 6 000 prodotti, ma sarà ora ampliato fino a comprendere oltre 8 600 prodotti farmaceutici e chimici.

In generale, l’esonero dai dazi doganali dei prodotti farmaceutici e chimici e dei principi attivi è giustificato. L’intero sistema, tuttavia, è molto complesso e comporterà un aumento degli oneri burocratici per le autorità doganali. Il graduale ampliamento dell’elenco, nel caso della revisione in questione con un aumento dei prodotti di oltre un terzo, farà sì che a un certo punto i sistemi doganali non saranno più in grado di gestire i dati. Di conseguenza, chiedo una semplificazione del principio fondamentale e, per tale motivo, mi sono astenuto dalla votazione.

 
  
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  Aldo Patriciello (PPE), per iscritto. – Onorevoli colleghi, oltre a complimentarmi con il relatore on. Moreira, con il quale concordo sulla necessità di revisioni periodiche per l'aggiornamento degli elenchi dei medicinali ammessi all'esonero dai dazi doganali, non posso far altro che evidenziare come, grazie al nuovo meccanismo predisposto, sarà il consumatore finale a guadagnarci.

In effetti ho espresso voto positivo in quanto ritengo importante rivedere periodicamente l'elenco dei medicinali non soggetti a dazi doganali vista la rapida evoluzione del contesto produttivo in cui opera l'industria farmaceutica. Tutti gli Stati membri hanno appoggiato le precedenti rettifiche e sono favorevoli all'elenco di prodotti scaturito dalla quarta revisione. Quindi, complimentandomi per il lavoro svolto, ribadisco il mio voto positivo.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) L'inserimento di altre 718 sostanze nell'elenco già esistente di 8 619 prodotti che beneficiano dell'esonero dai dazi doganali all'importazione nell'Unione europea gode del consenso dell’industria farmaceutica e di altre parti interessate al processo di revisione e merita, quindi, il mio sostegno.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Fondamentalmente, il testo, di carattere piuttosto tecnico, invita il Consiglio e il Parlamento ad autorizzare l'inserimento di altri 718 prodotti farmaceutici e chimici nell'elenco già esistente di 8 619 prodotti che beneficiano dell'esonero dai dazi doganali all'importazione nell'Unione europea. Il nostro gruppo ha votato a favore.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD), per iscritto. – Siamo favorevoli alla proposta di regolamento sull'esonero dei dazi doganali per alcuni principi attivi in quanto riguardano prodotti farmaceutici e chimici indispensabili all'industria farmaceutica. La revisione si è resa necessaria sia per inserire i nuovi prodotti sia per cancellare altri. Tale scelta è stata fatta in accordo con le parti interessate e con il consenso unanime di tutti i partecipanti e di tutti gli Stati membri.

 
  
  

Relazione Reul (A7-0306/2010)

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Concordo sul rinnovo per altri cinque anni dell’accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra la Comunità europea e l'Ucraina. La presente decisione consentirà a entrambe le parti di portare avanti, promuovere e intensificare la loro cooperazione in settori di interesse scientifico e tecnologico comune. La collaborazione mira a rafforzare il coinvolgimento sempre maggiore dell'Ucraina nello Spazio europeo della ricerca. Questa cooperazione aiuterà l'Ucraina a sostenere il proprio sistema di gestione della scienza e la riforma e la riorganizzazione degli istituti di per agevolare lo sviluppo di un'economia e di una società della conoscenza competitive.

La presente decisione dovrebbe consentire tanto all’Ucraina quanto alla Comunità europea di trarre benefici reciproci dai progressi scientifici e tecnologici conseguiti mediante gli specifici programmi di ricerca. L’applicazione della decisione consentirà uno scambio di conoscenze specifiche e un trasferimento di know-how a vantaggio della comunità scientifica, dell'industria e dei cittadini. Sono perfettamente d’accordo, quindi, che l’Ucraina e l’Unione europea debbano continuare a cooperare strettamente in questo ambito.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) La cooperazione scientifica e tecnologica tra la Comunità europea e altri paesi è fondamentale per lo sviluppo tecnologico e per tutti i vantaggi che ne derivano, ivi compreso il miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Per questo motivo, ha votato a favore del rinnovo dell’accordo tra la CE e l’Ucraina.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) L'accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra la Comunità europea e l'Ucraina è stato firmato a Copenaghen il 4 luglio 2002 ed è entrato in vigore l'11 febbraio 2003. La scienza e la tecnologia sono fondamentali per l’UE, che dispone di grandi capacità nel settore e, insieme all’Ucraina, può svolgere un ruolo importante. Alla luce di quanto detto, ritengo, quindi, che il rinnovo dell’accordo sia nell’interesse dell’Unione dato che mira a continuare a promuovere la cooperazione con l’Ucraina in settori scientifici e tecnologici che sono prioritari e utili per entrambe le parti. Spero che l’accordo appena rinnovato continui a dimostrarsi vantaggioso sia per l’UE sia per l’Ucraina.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) L'accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra la Comunità europea e l'Ucraina è stato firmato a Copenaghen il 4 luglio 2002 ed è entrato in vigore l'11 febbraio 2003. L’obiettivo dell’accordo è promuovere, sviluppare e agevolare la cooperazione in ambiti di interesse comune, come la ricerca e lo sviluppo nel settore della scienza e della tecnologia. Ho votato a favore dell’accordo perché ritengo che il suo rinnovo, promuovendo il partenariato strategico tra l’UE e l’Ucraina, contribuisca alla creazione di uno Spazio europeo della ricerca. Spero, quindi, che il rinnovo vada a beneficio di entrambe le parti.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della presente relazione volta a consultare nuovamente il Parlamento su alcuni progetti di decisione del Consiglio, relativi al rinnovo dell'accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra la Comunità europea e l'Ucraina. In occasione di un vertice tenutosi in Ucraina nel novembre 2008, entrambe le parti hanno confermato il proprio interesse al rinnovo dell’accordo per altri cinque anni, fatto che accolgo con favore.

 
  
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  Iosif Matula (PPE), per iscritto. (RO) Accolgo con favore l’approvazione da parte del Parlamento del progetto di decisione del Consiglio relativa al rinnovo dell'accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra la Comunità europea e l'Ucraina. La cooperazione in diversi ambiti di interesse comune, quali l’ambiente, il cambiamento climatico, la salute, l’energia verde, la società dell’informazione, l’industria e l’agricoltura, testimonia l’importanza dei settori coinvolti nello sviluppo economico e sociale dell’Unione europea e dell’Ucraina. Non solo l’accesso alle infrastrutture di ricerca, ma anche gli scambi delle esperienze maturate dai ricercatori europei e ucraini a livello bilaterale e multilaterale possono contribuire all’efficienza dei progetti sotto il profilo finanziario, riducendo così le duplicazioni in termini di sforzi e risorse.

Il mondo accademico ucraino deve valutare seriamente i vantaggi competitivi derivanti dalla cooperazione con l’UE e sfruttare i fondi europei per migliorare i propri punti di forza, e non solo quale fonte alternativa di finanziamento. La cooperazione scientifica è senza dubbio un elemento fondamentale dello Spazio europeo di ricerca e aprirà la strada all’accesso alle reti globali del settore.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L'accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra la Comunità europea e l'Ucraina, entrato in vigore nel febbraio 2003, è stato un successo e ha svolto un ruolo importante per entrambe le parti. Il suo rinnovo non fa altro che confermare tale successo, che speriamo possa continuare anche in futuro.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (LV) Per molti anni, l’Ucraina ha vissuto nel caos costituzionale e politico. Ora è finalmente governata da un Presidente, Yanukovych, in grado di prendere delle decisioni e deciso a riportare l’ordine nel paese, determinazione che apprezzo. Dobbiamo fare tutto il possibile per favorire una rapida integrazione dell’industria ucraina nell’Unione europea. In tale contesto, l'accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra la Comunità europea e l'Ucraina va a beneficio di entrambe le parti e rappresenta un segnale politico importante per tutte le forze politiche ucraine, a dimostrazione del nostro sostegno alla politica mirata a rimettere ordine nella legislazione.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Nel mondo moderno in cui viviamo, gli sviluppi tecnici hanno ormai vita molto breve. Proprio in un tale contesto, agevolare la cooperazione scientifica e tecnologica è vantaggioso sia per l’UE sia per l’Ucraina. Il rinnovo dell’accordo garantirà vantaggi in campo economico e sociale a entrambe le parti e per questo è anche nell’interesse dell’Unione europea approvarlo. I costi connessi all'attuazione dell'accordo (workshop, seminari, riunioni ecc.) verranno addebitati alle linee pertinenti dei programmi specifici del bilancio dell’UE.

Proprio con l’intento di promuovere il progresso scientifico nel contesto della concorrenza globale e in considerazione dei benefici derivanti dallo sviluppo tecnologico, non solo per la nostra vita quotidiana ma anche, per esempio, nel campo della medicina, ho votato a favore del rinnovo dell’accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra la Comunità europea e l’Ucraina.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della presente risoluzione nella convinzione che il rinnovo dell’accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra la Comunità europea e l’Ucraina consentirà di promuovere il progresso scientifico e di trarre benefici reciproci.

 
  
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  Teresa Riera Madurell (S&D), per iscritto. (ES) Il rinnovo dell’accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra la Comunità europea e l’Ucraina è di fondamentale importanza per favorire la cooperazione nelle aree prioritarie di S&T comuni che portano vantaggi socioeconomici ad entrambe le parti. Ecco perché, in sede di plenaria, ha votato a favore dell’approvazione da parte del Parlamento del rinnovo dell’accordo, in linea con quanto deciso in seno alla commissione per l’industria, la ricerca e l’energia.

L’accordo dovrebbe consentire tanto all’Ucraina quanto alla Comunità europea di trarre benefici reciproci dai progressi scientifici e tecnologici conseguiti mediante i loro specifici programmi di ricerca e consentirà, al contempo, un trasferimento di conoscenze a vantaggio della comunità scientifica, dell'industria e dei cittadini.

Quanto ai risultati specifici, il rinnovo dell’accordo permetterà un continuo scambio di informazioni sulle politiche dell’UE e dell’Ucraina in materia di scienza e tecnologia e consentirà la partecipazione dell’Ucraina ad alcuni progetti del programma quadro della Comunità europea (CE) di ricerca e sviluppo tecnologico e la formazione nell'ambito di programmi di mobilità per ricercatori e specialisti di entrambe le parti.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Voto facile, questo. Non potevamo che dare il nostro assenso, e così abbiamo fatto.

 
  
  

Relazione Reul (A7-0303/2010)

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) La cooperazione scientifica e tecnologica tra l’Unione europea e altri paesi è vitale per lo sviluppo della tecnologia, con tutti i vantaggi che ne derivano, incluso il miglioramento della qualità della vita delle persone. Per queste ragioni, ho votato a favore del rinnovo dell’accordo tra l’Unione europea e le Isole Fær Øer.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea e le Isole Fær Øer hanno concluso i negoziati per la definizione di un accordo di cooperazione scientifica e tecnologica, siglato il 13 luglio 2009. L’accordo è fondato sul principio di mutuo vantaggio, con reciproche opportunità di accesso ai programmi e alle attività inerenti agli scopi di tale accordo, sul principio di non discriminazione, di tutela effettiva della proprietà intellettuale e su un’equa condivisione di diritti di proprietà intellettuale. Questo accordo di associazione in materia scientifica e tecnologica contribuirà a strutturare e migliorare la cooperazione in tale ambito tra l’Unione europea e le Isole Fær Øer, grazie agli incontri periodici del comitato congiunto, durante i quali si potranno programmare specifiche attività di cooperazione. Spero che questo accordo appena adottato si riveli proficuo per ambo le parti.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea e le Isole Fær Øer hanno concluso i negoziati per la definizione di un accordo di cooperazione scientifica e tecnologica, con l’obiettivo di agevolare la libertà di circolazione e di residenza per i ricercatori impegnati in attività inerenti all’accordo e di facilitare la circolazione transfrontaliera della strumentazione necessaria a tali attività. Ho espresso voto favorevole perché ritengo che il rinnovo dell’accordo contribuisca a rafforzare la creazione di uno spazio comune europeo della ricerca. Mi auguro, pertanto, che il rinnovo dell’accordo sia vantaggioso per entrambe le parti.

 
  
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  Elie Hoarau (GUE/NGL), per iscritto. (FR) Ho votato contro l’accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra l’Unione europea e le Isole Fær Øer, non perché io sia contrario alla cooperazione scientifica in sé, bensì perché sono convinto della necessità di iniziare a esercitare pressioni sulle Isole Fær Øer, affinché cessi definitivamente il ripetuto massacro del delfino pilota, con lo sterminio di circa mille esemplari ogni anno. In futuro, finché vi saranno simili eccidi, voterò contro qualsiasi accordo tra l’Unione europea e le Isole Fær Øer e contro qualsiasi finanziamento.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) A nome dell’Unione, a giugno 2010 la Commissione ha negoziato un accordo di cooperazione scientifica e tecnologica con il governo delle Isole Fær Øer. Ho votato a favore di questa relazione che approva la proposta.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra l’Unione europea e il governo delle Isole Fær Øer, in vigore da luglio 2009, è stato molto proficuo, rivestendo un ruolo di primo piano per entrambe le parti. Il suo rinnovo conferma, pertanto, il successo dell’accordo e speriamo che, in futuro, sia altrettanto vantaggioso.

 
  
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  Louis Michel (ALDE), per iscritto. (FR) L’entrata in vigore dell’accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra l’Unione europea e le Isole Fær Øer permetterà la partecipazione delle Isole a tutte le attività previste dal settimo programma quadro dell’Unione europea per le attività di ricerca, sviluppo tecnologico e dimostrazione. Nonostante le ridotte dimensioni della comunità di ricerca, i ricercatori delle Isole Fær Øer hanno già partecipato con successo a progetti finanziati dalla Comunità. Sono specializzati in quei settori della ricerca connessi alla collocazione geografica delle Isole, tra cui le risorse marine e l’ambiente. L’accordo permetterà la partecipazione di questi ricercatori ad attività inerenti ad altri ambiti, come l’energia, l’alimentazione, l’agricoltura, la pesca e le biotecnologie. Incontri periodici permetteranno di individuare le priorità comuni in materia di ricerca, così come in settori nei quali uno sforzo congiunto potrebbe recare vantaggi ad ambo le parti. D’altro canto, l’accordo favorirà la mobilità di studenti e ricercatori provenienti dai più alti gradi della formazione.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) L’Unione europea si è prefissata obiettivi ambiziosi nel settore della tecnologia e non soltanto nel contesto della strategia di Lisbona. Tali obiettivi sono oggi rafforzati nella strategia Europa 2020, il programma per il prossimo futuro, che rende la cooperazione in ambito scientifico e tecnologico ancora più importante. In tale contesto, siamo lieti che si siano siglati diversi accordi con altri paesi per promuovere questa cooperazione, ad esempio attraverso seminari, incontri e convegni. Questo settore riveste una tale importanza per l’Unione europea che, nell’ambito del settimo programma quadro per le attività di ricerca, sviluppo tecnologico e dimostrazione, si è resa disponibile un’opzione di finanziamento.

Ci accingiamo ora a rinnovare il nostro accordo con un arcipelago dell’Atlantico settentrionale, le Isole Fær Øer. Diversamente dalla Danimarca, queste isole non sono membro dell’Unione europea e non appartengono all’unione doganale, pur avendo creato uno spazio economico comune con l’Islanda. Per incentivare il progresso tecnologico, ho espresso voto favorevole per il rinnovo dell’accordo di cooperazione scientifica e tecnologica con le Isole Fær Øer.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della conclusione dell’accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra l’Unione europea e il governo delle Isole Fær Øer perché sono convinto che l’unione dei nostri sforzi in questi settori strategici possa recare benefici ad ambo le parti.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Visto il progetto di decisione del Consiglio (11365/2010), visto il progetto di accordo tra l’Unione europea e il governo delle isole Fær Øer in materia di cooperazione scientifica e tecnologica, che associa le isole Fær Øer al settimo programma quadro dell’Unione per le attività di ricerca, sviluppo tecnologico e dimostrazione (2007-2013) (05475/2010), vista la richiesta di approvazione presentata dal Consiglio a norma dell’articolo 186 e dell’articolo 218, paragrafo 6, secondo comma, lettera a), del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (C7-0184/2010);

visti l’articolo 81, l’articolo 90, paragrafo 8 e l’articolo 46, paragrafo 1 del suo regolamento e vista la raccomandazione della commissione per l’industria, la ricerca e l’energia (A7-0303/2010), il Parlamento:

1. dà la sua approvazione alla conclusione dell’accordo;

2. incarica il suo Presidente di trasmettere la posizione del Parlamento al Consiglio e alla Commissione, nonché ai governi e ai parlamenti degli Stati membri e delle Isole Fær Øer.

 
  
  

Relazione Reul (A7-0302/2010)

 
  
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  Slavi Binev (NI) , per iscritto.(BG) L’innovazione e la globalizzazione sono le due principali fonti di sviluppo economico di tutto il pianeta: hanno effetti diretti sulla produttività, sull’occupazione e sul benessere dei cittadini e offrono l’opportunità di far fronte ad alcune delle sfide cui il mondo deve reagire, quali la protezione della salute e dell’ambiente. Con l’ampliamento della visibilità e il delinearsi delle caratteristiche di questi due fattori, è necessario varare delle politiche specifiche. Il Giappone ha una lunga tradizione nel settore della scienza e della tecnologia ed ho quindi espresso voto favorevole per la cooperazione con questo paese.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) La cooperazione scientifica e tecnologica tra la Comunità europea e altri paesi è vitale per lo sviluppo tecnologico, con tutti i vantaggi che ne derivano, incluso il miglioramento della qualità della vita delle persone. Per queste ragioni ho votato a favore della conclusione dell’accordo in materia tra l’Unione europea e il governo del Giappone.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) L’importanza della scienza e della tecnologia per lo sviluppo dell’Europa e del Giappone e le sfide comuni che entrambi devono fronteggiare in materia di crescita economica, competitività dell’industria, occupazione, sviluppo sostenibile e cambiamenti climatici hanno condotto sia l’Unione europea che il Giappone a manifestare il desiderio di migliorare e intensificare la cooperazione in settori di comune interesse, come la scienza e la tecnologia. Nel 2003 si aprirono i negoziati su un futuro accordo di cooperazione scientifica e tecnologica, sfociati nel progetto di accordo che abbiamo appena votato. Non trascuriamo che questo partenariato potrebbe avere enormi vantaggi per l’Europa, poiché il Giappone è uno dei paesi leader, a livello mondiale, negli investimenti nella ricerca che, nel 2008, ammontavano al 3,61 per cento del prodotto interno lordo, con oltre l’81,6 per cento degli investimenti proveniente dal settore privato. Mi auguro che l’accordo, appena approvato, si riveli proficuo per ambo le parti.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea e il Giappone sono di fronte a sfide comuni in termini di crescita economica, competitività delle imprese, occupazione, coesione sociale e regionale, sviluppo sostenibile e, aspetto forse più determinante degli altri, entrambi devono far fronte alla necessità di adeguare le proprie economie all’invecchiamento della popolazione e all’attuale crisi finanziaria.

Le due parti hanno altresì affini priorità nel settore della ricerca, come le scienze della vita e della comunicazione; questo accordo sarà quindi utile per accrescere la cooperazione in settori di comune interesse, quali le scienze biologiche, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione e la tecnologia ambientale connessa ai cambiamenti climatici e alle energie rinnovabili. Ho espresso voto favorevole nei confronti dell’accordo, poiché ritengo che la sua adozione contribuisca a irrobustire uno spazio comune europeo della ricerca, che funga da catalizzatore per il partenariato strategico tra l’Unione europea e il Giappone, che è già uno dei paesi leader negli investimenti per la ricerca (con una percentuale del 3,61 per cento del prodotto nazionale lordo nel 2008 e con oltre l’81,6 per cento degli investimenti proveniente dai privati).

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) La Commissione ha negoziato un accordo di cooperazione scientifica e tecnologica con il Giappone, siglato il 30 novembre 2009. Accolgo con favore questa relazione, ma credo che l’Unione europea debba adoperarsi al fine di intensificare le sue relazioni con il Giappone.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) (EN) L’accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra Unione europea e Giappone è oggetto di negoziato dal 2003 ed è appena stato concluso. Data l’enorme importanza del Giappone in termini di ricerca scientifica e tecnologica, l’accordo appena sottoscritto è molto significativo per ambo le parti.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (LV) Questo accordo dà il via libera affinché l’Unione europea possa utilizzare la tecnologia del Giappone, uno dei paesi più progrediti a livello industriale. È un grande passo in avanti per l’Unione, ma mi auguro che tale cooperazione sia bilaterale; l’esperienza di lavoro con le aziende giapponesi dimostra infatti che, da parte nipponica, non sempre si è tenuto fede a questo principio. Il mio voto è favorevole, con la speranza che non soltanto il Giappone, ma anche l’Unione europea possa trarre vantaggio da questa collaborazione.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Il Giappone costituisce un modello di condotta nel settore dello sviluppo tecnologico; la tecnologia giapponese è sempre all’avanguardia, dai sistemi di guida ibridi ai prodotti per l’intrattenimento. Questo paese non è conosciuto soltanto per l’esportazione di prodotti ad alta tecnologia, che hanno un ruolo centrale anche per gli stessi cittadini giapponesi; in Giappone, per esempio, è già possibile pagare in sicurezza beni e servizi utilizzando il telefono cellulare. La scarsità delle cosiddette terre rare, essenziali per i componenti elettronici dei più recenti prodotti tecnologici, è il risultato di una strategia cinese: garantire forniture esigue di questi elementi, per mantenerne il prezzo artificialmente alto. Questa prospettiva accelererà la ricerca di alternative.

La cooperazione nel settore scientifico e tecnologico e il rinnovo del relativo accordo meritano il nostro sostegno non soltanto per questi motivi, ma anche per le esigenze espresse dalla strategia di Lisbona e dalla strategia Europa 2020, con la quale l’Unione europea si è prefissata obiettivi ambiziosi nel settore tecnologico.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) L’Europa e il Giappone stanno affrontando sfide comuni in termini di crescita economica e di sviluppo sostenibile; la conclusione di questo accordo merita un plauso, in quanto permette il rafforzamento della cooperazione nel settore della scienza e della tecnologia, con considerevoli vantaggi per ambo le parti.

 
  
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  Teresa Riera Madurell (S&D), per iscritto. (ES) L’Unione europea e il Giappone si trovano di fronte a sfide molto simili in termini di crescita economica e di competitività industriale.

La necessità di aggiustamenti socio-economici dovuti all’invecchiamento della popolazione e all’attuale crisi economica implica che entrambe le parti debbano fronteggiare situazioni affini, condividendo analoghe priorità in termini di ricerca, sviluppo e innovazione.

Voto a favore di questa raccomandazione, che formula l’approvazione del Parlamento nei confronti di un prossimo accordo di cooperazione in ambito scientifico e tecnologico tra l’Unione europea e il Giappone, in ragione della necessità di ottimizzare il potenziale di collaborazione tra le due parti nel campo della scienza e della tecnologia.

L’accordo siglato per cinque anni punta a ottenere mutui vantaggi e offre l’opportunità di incontri periodici tra Unione europea e Giappone, nella prospettiva di pianificare specifiche attività di cooperazione, inclusi gli inviti a presentare proposte coordinate. Tali iniziative dovrebbero permettere a Unione europea e Giappone, che già collaborano in progetti significativi come il reattore sperimentale termonucleare internazionale, di consolidare ulteriormente la cooperazione in settori di comune interesse, come le scienze della vita, dell’informazione e della comunicazione, le tecnologie del settore manifatturiero e l’ambiente, compresi i cambiamenti climatici e le fonti di energia rinnovabile.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Con questa votazione, il Parlamento europeo, visto il progetto di decisione del Consiglio (11363/2010), visto il progetto di accordo tra la Comunità europea e il governo del Giappone in materia di cooperazione scientifica e tecnologica (13753/2009), vista la richiesta di approvazione presentata dal Consiglio a norma dell’articolo 186 e dell’articolo 218, paragrafo 6, secondo comma, lettera a), del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (C7-0183/2010), visti l’articolo 81, l’articolo 90, paragrafo 8 e l’articolo 46, paragrafo 1, del suo regolamento, vista la raccomandazione della commissione per l’industria, la ricerca e l’energia (A7-0302/2010) 1. dà la sua approvazione alla conclusione dell’accordo; 2. incarica il suo Presidente di trasmettere la posizione del Parlamento al Consiglio e alla Commissione, nonché ai governi e ai parlamenti degli Stati membri e del Giappone.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE), per iscritto.(DE) Ho votato a favore della relazione poiché la considero valida e necessaria per utilizzare il Fondo di solidarietà per le vittime delle alluvioni verificatesi negli scorsi anni. In tal caso, i fondi dell’Unione europea andranno direttamente a beneficio delle persone colpite.

 
  
  

Relazione Reul (A7-0304/2010)

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) La cooperazione scientifica e tecnologica tra la Comunità europea e altri paesi è vitale per lo sviluppo tecnologico, con tutti i vantaggi che ne derivano, incluso il miglioramento della qualità della vita delle persone. Per queste ragioni, ho votato a favore della conclusione dell’accordo tra la Comunità europea e il Regno hascemita di Giordania in questo settore.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. (RO) La cooperazione scientifica e tecnologica tra Unione europea e Giordania è una delle priorità della collaborazione tra l’Unione europea e i paesi del Mediterraneo attraverso la Politica europea di vicinato e la strategia europea per il rafforzamento dei legami con i paesi più prossimi. Essa è anche in linea con il programma del governo giordano volto alla promozione di un processo di riforme socio-economiche di lungo respiro nel paese. Ritengo che l’accordo rechi vantaggio a entrambe le parti, che potranno collaborare su ricerche comuni, in materia di sviluppo tecnologico e nelle attività di dimostrazione in diverse aree di interesse condiviso, utilizzando i risultati di questa cooperazione secondo i comuni interessi economici e sociali.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea ha promosso uno stretto partenariato con la Giordania, un paese che sta cercando di agire come forza moderatrice e riformatrice in un’area politicamente turbolenta. L’Unione europea ambisce a sostenere gli sforzi della Giordania, attraverso una relazione che ponga l’accento su una stretta collaborazione, nell’ottica di riforme democratiche e della modernizzazione economica. In qualità di presidente della delegazione per le relazioni con i paesi del Mashrek, sono lieto di votare a favore di questa relazione, il cui obiettivo è rafforzare la cooperazione in ambito scientifico e tecnologico tra Unione europea e Giordania.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Dal 2008 l’Unione europea e la Giordania stanno negoziando un accordo di cooperazione scientifica e tecnologica che adesso dobbiamo approvare. Il partenariato con la Giordania è di grande interesse nel contesto delle relazioni euromediterranee, in quanto questo paese, oltre al suo enorme potenziale, può costituire una piattaforma per la cooperazione scientifica con gli altri paesi della regione. La Giordania, inoltre, ha una rete ben sviluppata di università e di istituti per l’istruzione superiore, oltre ad un sistema di ricerca ben assortito e centri per l’applicazione tecnologica in settori molto rilevanti per l’Europa, come l’agricoltura e l’agronomia. Questo paese è altresì ben integrato nelle reti scientifiche internazionali e regionali. Mi auguro che l’accordo appena adottato si riveli fruttuoso per ambo le parti.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La cooperazione scientifica e tecnologica tra Unione europea e Giordania è stata una delle priorità dell’accordo di associazione euromediterraneo, in vigore dal 2002. Ho votato a favore di questo accordo, poiché ritengo che il suo rinnovo contribuisca a rafforzare la creazione di uno spazio comune europeo della ricerca, che funge da catalizzatore per il partenariato strategico tra l’Unione europea e la Giordania, un paese che, in virtù della sua collocazione strategica nel Medio Oriente, potrebbe agire efficacemente per promuovere la cooperazione scientifica con i paesi dell’area.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) La Commissione ha negoziato un accordo tra l’Unione europea e la Giordania in materia di cooperazione scientifica e tecnologica, firmato il 30 novembre 2009. Ho espresso voto favorevole nei confronti di questa relazione che approva l’accordo.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra la Comunità europea e il Regno hascemita di Giordania è stato oggetto di negoziato dal 2008 ed è appena stato concluso. L’accordo è rilevante in vista delle opportunità di scambio tra l’Europa e il regno mediorientale e dobbiamo altresì utile sottolineare che la Giordania sta conoscendo uno sviluppo vivace per quanto riguarda l’istruzione superiore, un aspetto che potrebbe contribuire notevolmente al successo della collaborazione.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Benché i problemi ambientali siano eclissati dal conflitto in Medio Oriente, queste regioni potrebbero aver bisogno di soluzioni tecnologicamente più avanzate. Le strategie relative alla gestione dell’acqua potabile in Giordania e in Israele stanno gradualmente riducendo la portata del Giordano e aumentando l’inquinamento delle acque. In questo contesto, sarà necessario un importante sviluppo tecnologico, per esempio nel campo delle acque e degli impianti di depurazione.

La cooperazione scientifica e tecnologica è capitale affinché si possano condividere le tecnologie e porre le basi per nuovi sviluppi tecnologici. Per questi motivi ho votato a favore del rinnovo dell’accordo con il Regno di Giordania.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) La cooperazione nell’ambito della ricerca scientifica e tecnologica tra Unione europea e Giordania è considerata una priorità nell’accordo euromediterraneo, in vigore dal 2002, che unisce la Comunità europea e i suoi Stati membri al Regno hascemita di Giordania. Ritengo che la conclusione di questo accordo di cooperazione scientifica e tecnologica tra l’Unione europea e la Giordania sia proficua, in quanto si configura come un ulteriore passo in avanti nel consolidamento del partenariato. Spero che uniformare i nostri sforzi in questi settori strategici sia vantaggioso per entrambe le parti.

 
  
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  Teresa Riera Madurell (S&D), per iscritto. (ES) La cooperazione scientifica e tecnologica tra l’Unione europea e la Giordania è considerata una priorità nell’accordo euromediterraneo di associazione tra le due parti, in vigore dal 2002.

I negoziati per definire un accordo tra Unione europea e Giordania sulla cooperazione scientifica hanno avuto inizio nel 2007 e l’approvazione del Parlamento per la conclusione dell’accordo è un passo nella giusta direzione. Il mio sostegno alla conclusione dell’accordo si basa sulla convinzione che esso avvicini l’Unione europea alla Giordania, un paese con risorse significative nel campo della scienza e della tecnologia, con un’ampia rete di università e di centri di ricerca.

Mi auguro, inoltre, che la Giordania possa fungere da catalizzatore della cooperazione scientifica nella regione. Il paese è dotato di un piano strategico per la ricerca e può cooperare a livello internazionale in vari ambiti, tra cui il settore dell’energia, dello sviluppo sostenibile, della salute e dell’agricoltura.

Questi campi corrispondono alle priorità europee definite dal settimo programma quadro ed è quindi importante che l’accordo riceva la nostra approvazione, poiché permetterà all’Unione europea di avvicinarsi a questo partner del Mediterraneo nel settore della scienza e della tecnologia, a vantaggio di entrambe le parti.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Con questa votazione, il Parlamento europeo, visto il progetto di decisione del Consiglio (11362/2010), visto il progetto di accordo tra la Comunità europea e il Regno hascemita di Giordania in materia di cooperazione scientifica e tecnologica (11790/2009), vista la richiesta di approvazione presentata dal Consiglio a norma dell’articolo 186 e dell’articolo 218, paragrafo 6, secondo comma, lettera a), del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (C7-0182/2010), visti l’articolo 81, l’articolo 90, paragrafo 8 e l’articolo 46, paragrafo 1, del suo regolamento, vista la raccomandazione della commissione per l’industria, la ricerca e l’energia (A7-0304/2010), 1. dà la sua approvazione alla conclusione dell’accordo; 2. incarica il suo Presidente di trasmettere la posizione del Parlamento al Consiglio e alla Commissione, nonché ai governi e ai parlamenti degli Stati membri e del Regno hascemita di Giordania.

 
  
  

Relazione Patrão Neves (A7-0292/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa risoluzione, perché riguarda la risoluzione adottata dal Parlamento il 25 febbraio e il Libro verde sulla riforma della Politica comune della pesca, inerente alla necessità di una cooperazione a livello regionale e della sostenibilità al di fuori delle acque comunitarie. Questa risoluzione abroga l’accordo di partenariato nel settore della pesca entrato in vigore il 9 ottobre 2006 per un periodo di tre anni e conferisce continuità alle attività dei pescherecci comunitari, un aspetto di particolare interesse per l’Unione europea, in quanto contribuisce alla vitalità della pesca del tonno nell’Oceano Pacifico. Essa prende altresì in considerazione la notevole diminuzione delle possibilità di pesca di tonnidi nell’Atlantico orientale a causa delle misure di gestione e di conservazione adottate dalla commissione interamericana per i tonnidi tropicali (IATTC).

Si osservi, inoltre, che questo accordo garantirà alle Isole Salomone entrate sicure che potranno essere utilizzate per sostenere l’attuazione della politica della pesca nazionale, contribuendo così al rispetto del principio di sostenibilità e di gestione attenta delle risorse ittiche.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. – Mi congratulo con la collega Patrão Neves per aver sottoposto all'attenzione di quest'Aula il rinnovo dell'accordo di partenariato con le Isole Salomone.

Con il nuovo trattato di Lisbona il Parlamento europeo ha acquisito maggiori poteri sugli accordi di partenariato nel settore della pesca e con la riforma della politica comune della pesca i nuovi accordi implicano l'impegno a promuovere una pesca responsabile e sostenibile in tutte le aree del mondo.

Ho espresso voto favorevole perché l'accordo in questione contempla la promozione della cooperazione a livello sub-regionale, rispettando così l'obiettivo europeo di rafforzare il quadro delle organizzazioni regionali di gestione della pesca come mezzo per promuovere la governance in materia di pesca.

Sono inoltre convinto che le relazioni dell'Unione europea con le isole Salomone, il cui mare è ricco di tonni, rappresentino un notevole interesse anche economico. In tal modo è possibile sostenere l'efficienza economica della filiera della pesca tonniera dell'Unione europea nel Pacifico, garantendo l'accesso a 4.000 tonnellate di pesce, una quantità considerevole per l'industria e il mercato europeo anche in vista della prevista diminuzione di possibilità di pesca di tonnidi nell'Atlantico orientale.

 
  
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  Ole Christensen, Dan Jørgensen, Christel Schaldemose e Britta Thomsen (S&D), per iscritto.(DA) Noi quattro socialdemocratici danesi del Parlamento europeo abbiamo scelto di votare contro l’accordo di partenariato nel settore della pesca tra l’Unione europea e le Isole Salomone. La nostra decisione è dettata dal sincero timore di un eccessivo sfruttamento del tonno. Sono in pericolo due specie: il tonno pinna gialla e il tonno obeso; la pesca di queste specie deve quindi essere interrotta, per quanto possibile. Questo accordo in materia di pesca minaccia le riserve di tonnidi, in quanto consente tutti i tipi di cattura del pesce, a condizione che i pescatori europei versino un contributo finanziario per ogni tonnellata di tonno catturata. È molto probabile che questa pratica sfoci in una pesca eccessiva e incontrollata e, nel peggiore dei casi, in una minaccia alla sopravvivenza del tonno nella regione.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Il trattato di Lisbona rafforza i poteri del Parlamento europeo in materia di accordi di partenariato nel settore della pesca (APP), richiedendo l’approvazione preventiva del Parlamento. In tale contesto, ho espresso voto favorevole nei confronti dell’APP tra l’Unione europea e le Isole Salomone, poiché ritengo che favorisca una pesca sostenibile e responsabile, rispondendo ai legittimi interessi di ambo le parti.

 
  
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  Göran Färm, Anna Hedh, Olle Ludvigsson e Marita Ulvskog (S&D), per iscritto.(SV) Noi socialdemocratici abbiamo scelto di esprimere voto contrario all’accordo di partenariato nel settore della pesca con le Isole Salomone. Pensiamo che il monitoraggio dell’accordo sia insufficiente e che quest’ultimo non tenga conto dell’ambiente, in relazione all’eccessivo sfruttamento di alcune specie.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Attualmente, nell’Unione europea, sono in vigore 16 accordi di partenariato nel settore della pesca (APP) che consentono alle flotte dell’Unione di avere accesso a risorse ittiche che i partner, per diverse ragioni, non possono o non intendono sfruttare. Intendiamo oggi rinnovare l’APP con le Isole Salomone per altri tre anni. Come ha indicato il relatore, “l’Unione europea intende garantire alle Isole Salomone, nell’ambito del nuovo accordo, lo stesso sostegno finanziario concesso precedentemente malgrado la diminuzione del numero di licenze di pesca attribuite e del volume di catture autorizzato”. Questo aspetto assume particolare importanza se pensiamo che, con il precedente accordo, quattro palangari portoghesi hanno pescato nella zona economica esclusiva delle Isole Salomone, mentre ora non sarà più possibile perché non sono state negoziate altre possibilità di pesca per i palangari. È vero, però, che è stata introdotta una clausola che permette l’introduzione di nuove opportunità per la pesca, ove necessario.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La riforma della Politica comune della pesca (PCP) del 2002 ha introdotto il concetto di partenariato, con l’obiettivo di sostenere lo sviluppo della pesca nazionale nei paesi partner. Dal 2004 gli accordi vengono denominati “accordi di partenariato nel settore della pesca” (APP), in merito ai quali il Parlamento dispone di maggiori poteri ai sensi del trattato di Lisbona. A norma dell’articolo 218, paragrafo 6, lettera a) del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), il Parlamento deve ora esprimere un’approvazione preventiva alla conclusione dell’accordo.

Nel febbraio 2004, le Isole Salomone e la Comunità europea hanno siglato un accordo di partenariato triennale nel settore della pesca, entrato in vigore il 9 ottobre 2006. Concordo sulla necessità di abrogare questo accordo, sostituendolo con una nuova versione, come parte di un gruppo di tre accordi con altri paesi della regione del Pacifico centrale e occidentale, segnatamente con il Kiribati e con gli Stati federati di Micronesia. Ai sensi degli accordi con i paesi africani e del Pacifico, parte del contributo finanziario dell’Unione europea è destinata a sostenere le politiche nazionali nel settore della pesca, basate sul principio della sostenibilità.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La conclusione di accordi bilaterali in materia di pesca tra l’Unione europea e i paesi terzi assicura l’accesso delle flotte europee a risorse ittiche significative sia in termini quantitativi che qualitativi e, al tempo stesso, convoglia risorse finanziarie verso questi paesi che spesso riescono a finanziare gran parte del loro bilancio per perseguire politiche in molti settori, non soltanto in quello della pesca. Questo vale anche per l’accordo in oggetto. Abbiamo votato a favore della relazione, ma formuliamo comunque serie riserve, alcune delle quali giustamente condivise anche dalla relatrice, sulle modalità di attuazione dell’accordo finora seguite.

Mi riferisco al fatto che il comitato congiunto non si è mai riunito mentre era in vigore l’accordo, al fatto che non sono stati definiti i termini di attuazione delle pratiche di pesca responsabile nella zona economica esclusiva delle Isole Salomone e all’incapacità di definire le modalità di controllo dei volumi di cattura. Si tratta di esiti negativi che mettono a serio repentaglio il raggiungimento degli obiettivi dell’accordo e che non devono ripetersi al momento del rinnovo. La Commissione si è impegnata ad agire in tal senso, al fine di evitare che si ripeta questa situazione: ora è necessario tener fede a questo impegno.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della proposta di accordo di partenariato nel settore della pesca tra Unione europea e Isole Salomone, ma esprimo profonde riserve. È necessario che la politica di cooperazione allo sviluppo dell’UE e la Politica comune della pesca siano coerenti e, tra loro, complementari e coordinate, in modo che insieme possano contribuire alla riduzione della povertà nei paesi che dispongono di risorse ittiche e che perseguono l’obiettivo di garantirne lo sfruttamento sostenibile, promuovendo altresì lo sviluppo delle comunità locali.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea ha siglato numerosi accordi di partenariato nel settore della pesca che le danno accesso a diverse zone di pesca in cambio di finanziamenti all’economia dei paesi partner nell’accordo. È una delle modalità scelte dall’Unione europea per aiutare i paesi in via di sviluppo, rendendo accessibili ai pescatori dell’Unione zone di pesca di buona qualità, in modo da accrescere la loro attività economica, così vitale per l’economia dell’Unione europea.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (LV) In questo caso particolare, sussistono due problemi da risolvere in modo metodico e propositivo: il primo riguarda le quote di pesca e il secondo lo scambio di conoscenze ed esperienze sulle tecnologie di lavorazione e conservazione per la cattura e la produzione nell’oceano Pacifico. Spero che tutti gli aspetti enumerati nell’accordo siano incentrati sulla promozione della cooperazione e dello scambio reciproco di esperienze.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Gli accordi bilaterali nel settore della pesca tra Unione europea e paesi terzi recano significativi vantaggi economici all’UE. Sono in corso i negoziati per un nuovo accordo tra l’Unione europea e le Isole Salomone. Gli inconvenienti del nuovo accordo sono l’aumento dei contributi a carico degli armatori, una redditività più bassa per l’Unione europea rispetto ad altri accordi di pesca di tonnidi e un sostegno finanziario invariato da parte dell’Unione, in cambio di quote di pesca più basse.

Secondo la relatrice, i benefici dell’accordo tengono conto del fatto che le Isole Salomone necessitano di riserve valutarie per mantenere la stabilità macroeconomica, che il tonnellaggio di riferimento concordato di 4 000 tonnellate di pesce sia una quantità affatto trascurabile per l’industria e il mercato dell’Unione e che si renda necessario continuare la cooperazione su base regionale, nella prospettiva di garantire la sostenibilità in acque non europee. Mi sono pertanto astenuto dalla votazione, poiché i vantaggi per l’Unione europea non sono sufficientemente chiari, in relazione ai costi.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Onorevoli colleghi, ho votato a favore della proposta di accordo di partenariato tra l'UE e le Isole Salomone in quanto credo che questo accordo vada incontro, in linea di massima, agli interessi di entrambe le parti. Ritengo la cooperazione su base regionale un ottimo mezzo per conseguire la sostenibilità al di fuori delle acque dell'UE e promuovere la governance in materia di pesca.

L'accordo, infatti, oltre a istituire un quadro giuridico stabile per entrambe le parti, garantisce alle Isole, per un periodo di almeno tre anni, entrate sicure che potranno essere in parte utilizzate per sostenere l'attuazione della politica della pesca nazionale. Per l'Unione europea le relazioni che intrattiene con le Isole Salomone nel settore della pesca rivestono un grande interesse in quanto contribuiscono a sostenere l'efficienza economica della filiera della pesca tonniera dell'UE nell'oceano Pacifico garantendo l'accesso a un forte quantitativo di pesce.

 
  
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  Aldo Patriciello (PPE), per iscritto. – Onorevoli colleghi, mi congratulo con la collega Maria do Céu Patrão Neves per aver sottoposto all'attenzione di quest'Aula il rinnovo dell'accordo di partenariato con le Isole Salomone.

Ho espresso voto favorevole perché l'accordo in questione contempla la promozione della cooperazione a livello sub-regionale, rispettando così l'obiettivo europeo di rafforzare il quadro delle organizzazioni regionali di gestione della pesca come mezzo per promuovere la governance in materia di pesca. Infine, condivido le raccomandazioni del relatore alla Commissione, in particolare affinché il Parlamento europeo e il Consiglio siano trattati alla pari circa il diritto di essere tempestivamente informati, al fine di controllare e valutare correttamente l'attuazione degli accordi internazionali nel settore della pesca.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della conclusione di questo accordo di partenariato nel settore della pesca, perché ritengo che si iscriva essenzialmente negli interessi di ambo le parti: da una parte, permette all’Unione europea di accedere a 4 000 tonnellate di tonno all’anno, una quantità non trascurabile per l’industria e il mercato dell’Unione; dall’altra, offre alle Isole Salomone risorse finanziarie considerevoli da utilizzare in parte per l’attuazione delle politiche nazionali della pesca. Credo, tuttavia, che si debbano porre in essere tutte le azioni necessarie per rimediare ai problemi giustamente evidenziati nella relazione.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) L’accordo nel settore della pesca tra Comunità europea e Isole Salomone è scaduto lo scorso ottobre. Il nuovo protocollo è valido a decorrere dal 9 ottobre 2009 fino all’8 ottobre 2012 ed è già provvisoriamente operativo, in attesa della procedura di assenso del Parlamento europeo. A norma dell’articolo 43, paragrafo 2 e dell’articolo 218, paragrafo 6, lettera a) del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, il Parlamento europeo può scegliere di dare o meno la propria approvazione. Benché la maggioranza del Parlamento europeo abbia espresso voto favorevole, il nostro gruppo Verde/Alleanza libera europea ha votato contro la relazione.

 
  
  

Relazione Casa (A7-0325/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Condivido la preoccupazione del relatore circa la necessità di esaminare non soltanto la questione specifica dell’aliquota normale o di altre aliquote di imposta sul valore aggiunto (IVA) da parte della Commissione, ma anche il tema più ampio di una nuova strategia in materia di IVA, che includa il campo di applicazione e le deroghe. Il regime vigente, con la sua aumentata complessità non solo in termini di aliquote, non è al passo con lo sviluppo del mercato interno, ponendo le aziende europee, soprattutto le piccole e medie imprese, in una posizione svantaggiata. Il Parlamento ha avvertito la Commissione del fatto che il regime dell’IVA, così come oggi è concepito e attuato negli Stati membri, presenta punti deboli che gli evasori sfruttano a loro vantaggio, con perdite per miliardi di euro in termini di gettito fiscale. Accolgo con favore l’intenzione della Commissione di varare un Libro verde sulla revisione del regime dell’IVA, con l’obiettivo di creare un ambiente più favorevole alle imprese e di semplificare e rafforzare il sistema per gli Stati membri.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa relazione, con la quale la Commissione prospetta di prorogare di 5 anni la disposizione, in vigore per i paesi dell’UE, di imporre un’aliquota normale minima di IVA del 15 per cento. Questa proposta non avrà nessuna conseguenza sulle aliquote fiscali. La Commissione propone che la proroga abbia effetto dal 1° gennaio 2011 fino al 31 dicembre 2015. Al fine di mantenere il livello di armonizzazione delle aliquote raggiunto, la Commissione ha presentato per due volte proposte che prevedevano un’aliquota normale sempre tra il 15 e il 25 per cento; questo spazio di percentuali si basava sulle aliquote applicate negli Stati membri, dove il livello dell’aliquota normale è compreso tra il 15 e il 25 per cento. Tali proposte di ravvicinamento delle aliquote sono state modificate in entrambi i casi dal Consiglio, che ha tenuto conto unicamente del principio dell’aliquota minima. Concordo con la Commissione: lo scopo della proroga non consiste esclusivamente nel dare alle imprese la necessaria certezza del diritto, ma anche nel rendere possibile un’ulteriore valutazione del livello adeguato dell’aliquota IVA normale in tutta l’Unione europea. Credo che, nel futuro Libro verde sulla revisione del regime dell’IVA, la Commissione non debba limitarsi a esaminare la questione specifica dell’aliquota IVA normale e di altre aliquote, ma debba trattare anche la questione più ampia di una nuova strategia in materia, che includa il campo di applicazione dell’IVA e le deroghe.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. – Mi congratulo con il relatore e collega David Casa per aver elaborato questa relazione che ci permette di affrontare di nuovo un tema fondamentale come quello dell'IVA e dell'armonizzazione fiscale.

Condivido quanto sottolineato dal relatore e cioè che il regime vigente dell'IVA, anche a causa dell'incremento della sua complessità, non è al passo con lo sviluppo del mercato interno, e anzi pone in una posizione di svantaggio le imprese e le PMI condizionandone notevolmente la competitività. Non solo, l'attuale normativa fiscale presenta molti punti deboli che possono essere utilizzati dagli evasori per trarne vantaggi illeciti.

Appoggio dunque la proposta della Commissione di una proroga per la creazione di un regime comune sull'IVA, al fine di dare alle imprese la necessaria certezza del diritto, ma, allo stesso tempo, esorto la Commissione a concludere quanto prima le proprie analisi, elaborando, con il coinvolgimento di quest'Aula, un Libro verde sulla revisione del regime dell'IVA.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione perché condivido la proposta della Commissione e le modifiche presentate dal Parlamento. Concordo con la proposta della Commissione di prorogare di cinque anni la disposizione, in vigore per i paesi dell’UE, di imporre un’aliquota normale minima di IVA del 15 per cento, a norma dell’articolo 113 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

Quanto alle modifiche apportate dal Parlamento, ritengo che sia particolarmente opportuno che la nuova strategia in materia di IVA riduca gli oneri amministrativi, elimini gli ostacoli fiscali e migliori il contesto per le aziende, in particolare per le piccole e medie imprese e per le imprese ad alta intensità di lavoro, garantendo al contempo la solidità del sistema contro le frodi.

 
  
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  Corina Creţu (S&D), per iscritto. (RO) Ritengo che siano necessari severi controlli sull’aliquota minima di IVA, nel momento in cui si prevede di prorogare ancora il regime transitorio del 15 per cento. Credo, inoltre, che debba preoccuparci maggiormente il fatto che un numero sempre crescente di governi dei paesi dell’Unione europea stia aumentando l’aliquota IVA verso il limite massimo per far fronte alle sfide imposte dalla crisi economica. Questa misura rivela la mancanza di soluzioni percorribili e toglie ossigeno all’economia e alla vita quotidiana delle persone. A tal proposito, esorto a evitare una tassazione eccessiva, nell’ottica di adottare un sistema definitivo di armonizzazione fiscale.

 
  
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  George Sabin Cutaş (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore di questa relazione, perché ritengo che l’Unione europea necessiti di una nuova strategia in materia di IVA, da sfruttare per sfoltire la burocrazia e rimuovere gli ostacoli finanziari che bloccano lo sviluppo delle piccole e medie imprese. Ritengo che prorogare il regime transitorio sull’aliquota IVA minima fino al 31 dicembre 2015 possa evitare squilibri strutturali nell’Unione europea.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Il rinnovo dell’aliquota normale minima di imposta sul valore aggiunto (IVA) del 15 per cento negli Stati membri, proposto dalla Commissione, è fondato sulla certezza del diritto. Non sono minimamente contrario a questo principio ed ho quindi votato a favore della proposta. Mi preme sottolineare, tuttavia, l’urgenza di provvedimenti più radicali, incentrati sulla competitività fiscale dell’Unione europea e sulla necessaria tutela delle piccole e medie imprese. È sempre più evidente che le politiche fiscali non siano ininfluenti; la storia straordinaria dell’IVA non può e non deve impedire a questa tassa di adeguarsi ai nostri tempi.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Con questa proposta, basata sull’articolo 113 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), la Commissione prospetta una proroga di cinque anni della disposizione in vigore per i paesi dell’Unione europea di imporre un’aliquota normale minima di imposta sul valore aggiunto (IVA) del 15 per cento che non avrà perciò alcun effetto sulle aliquote fiscali.

La Commissione propone che la proroga entri in vigore il 1° gennaio 2011 e duri fino al 31 dicembre 2015. Lo scopo della proroga non consiste esclusivamente nel fornire alle imprese la necessaria certezza del diritto, ma anche nel rendere possibile un’ulteriore valutazione dell’adeguata aliquota IVA normale a livello europeo. Il regime dell’IVA vigente, con la sua aumentata complessità non solo in termini di aliquote, non è al passo con lo sviluppo del mercato interno e pone le aziende europee, soprattutto le piccole e medie imprese, in una posizione svantaggiata. Inoltre, come ha sottolineato il Parlamento, il regime dell’IVA, così come oggi è concepito e attuato negli Stati membri, presenta dei punti deboli che gli evasori sfruttano a loro vantaggio, con perdite di miliardi di euro in termini di gettito fiscale.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Questa relazione riguarda la proposta di una direttiva del Consiglio recante modifica della direttiva 2006/112/CE sull’aliquota normale minima di imposta sul valore aggiunto (IVA) del 15 per cento, che proroga il regime dell’IVA attuale di altri cinque anni – oltre il termine di scadenza previsto alla fine di quest’anno – siccome non è stato possibile raggiungere un accordo su aliquote IVA standardizzate in via definitiva.

Il relatore ha tuttavia colto l’occasione per indicare al Consiglio alcuni suggerimenti, in particolare sulla nuova strategia in materia di IVA che, secondo l’onorevole collega, deve ambire a “ridurre gli oneri amministrativi, eliminare gli ostacoli fiscali e migliorare il contesto per le imprese, in particolare le piccole e medie imprese e le imprese ad alta intensità di lavoro, garantendo nel contempo la solidità del sistema contro le frodi”. Il relatore ha anche insistito affinché il Consiglio passi ad un regime definitivo entro il 31 dicembre 2015 e la Commissione presenti proposte legislative per sostituire l’attuale aliquota transitoria entro il 2013.

Questo tema sarà oggetto di verifiche assidue da parte nostra, alla luce delle potenziali implicazioni sfavorevoli che potrebbe avere la proposta che sarà presentata nel 2013.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa relazione che esamina la proposta della Commissione di prorogare di 5 anni fino al 31 dicembre 2015 la disposizione, in vigore per i paesi dell’UE, di imporre un’aliquota normale minima di IVA del 15 per cento. È un’iniziativa auspicabile in tempi ordinari, ma con l’attuale crisi economica, è ancora più necessaria. La competizione fiscale che ha abbassato le aliquote IVA sarebbe nefasta per i paesi che stanno cercando di mantenere livelli accettabili di servizi pubblici.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Dobbiamo ricordare che il regime dell’IVA vigente, con la sua aumentata complessità non solo in termini di aliquote, non è al passo con lo sviluppo del mercato interno e pone le imprese europee, soprattutto le piccole e medie imprese (PMI), in una posizione di svantaggio.

Come ricordato in passato dal Parlamento europeo, il regime dell’IVA, così come oggi è concepito e attuato negli Stati membri, presenta punti deboli che gli evasori sfruttano a loro vantaggio, con perdite di miliardi di euro in termini di gettito fiscale. La nuova strategia IVA dovrà essere imperniata su una riforma della normativa in grado di promuovere attivamente gli obiettivi del mercato interno. La nuova strategia IVA dovrà puntare a ridurre gli oneri amministrativi, eliminare gli ostacoli fiscali e migliorare il contesto per le imprese, in particolare per le piccole e medie imprese e per le imprese ad alta intensità di lavoro, garantendo nel contempo la solidità del sistema contro le frodi.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (LV) L’IVA è un tema estremamente importante per lo sviluppo dell’imprenditoria europea nel suo complesso. È necessario un regime fiscale armonizzato di aliquote IVA applicabile a tutti i paesi europei, oltre ad un sistema fiscale comprensibile e definitivo per tutte le tipologie di aziende e di settori produttivi. Soltanto così potremo parlare di politiche fiscali di successo. Attualmente, in Lettonia, i politici non avvertono il pericolo di un sistema fiscale instabile quando pongono rimedio al disavanzo di bilancio con continue modifiche della normativa fiscale. Questa prassi compromette in modo significativo la futura riduzione degli oneri fiscali, portando alla liquidazione di massa delle piccole e medie imprese. Giudico tempestiva l’iniziativa della Commissione europea.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Le aliquote minime di imposta sul valore aggiunto sono solo un aspetto del tentativo di armonizzare le aliquote fiscali europee. Dobbiamo tuttavia opporci a queste misure che vanno verso l’armonizzazione, in quanto da una parte, potrebbero innescare il tentativo di introdurre di soppiatto un’autorità fiscale in capo all’Unione europea e, dall’altra, rappresentano un’ingerenza nella sovranità degli Stati membri. Questi ultimi devono conservare il potere di imporre proprie aliquote fiscali e di deve decidere per se stesso sulle proprie priorità, dato che tali decisioni dipendono dalla ripartizione della spesa di uno Stato nei vari settori. Questo processo è altresì l’espressione dello sviluppo storico dell’Europa. Dobbiamo opporci alle richieste di aliquote fiscali minime, in modo da ridurre le pressioni verso l’uniformità, la burocrazia dell’Unione europea e il centralismo di Bruxelles.

Mi oppongo con vigore alla proroga di cinque anni dell’imposizione obbligatoria di un’aliquota normale minima di IVA del 15 per cento. L’Unione europea dovrebbe concentrarsi sulla cooperazione in materia di evasione fiscale, perché si perdono miliardi di euro, in particolare con il sistema dell’imposta sul valore aggiunto. Alcuni approcci in questo settore sono meritevoli di ulteriori discussioni.

 
  
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  Claudio Morganti (EFD), per iscritto. – La relazione proroga il regime transitorio instaurato dalla direttiva 92/77/CEE del Consiglio, la quale introduceva, in materia di aliquote IVA, un sistema di aliquote minime, stabilendo che l'aliquota normale non potesse essere inferiore al 15%.

Non essendo ancora arrivati a un regime di armonizzazione fiscale definitivo nell'Unione, nel campo delle imposte indirette è ormai prassi comune stabilire aliquote minime. In materia di IVA ciò consente di evitare che le divergenze sempre più accentuate tra le aliquote normali applicate negli Stati membri provochino squilibri strutturali e distorsioni della concorrenza. Attualmente, lo scarto tra le aliquote normali applicate oscilla tra il 15% e il 25% ed è tale da garantire il corretto funzionamento del mercato interno.

La proroga consente di dare alle imprese la necessaria certezza del diritto, ma anche di fare ulteriori valutazioni riguardo al livello adeguato dell'aliquota IVA normale in tutta l'UE. Inoltre, si esorta la Commissione a pubblicare a breve un Libro verde su una nuova strategia IVA e ad avviare consultazioni sulla futura armonizzazione fiscale. Il mio voto è positivo in attesa di un'armonizzazione fiscale che arrivi a un'aliquota IVA unica in tutta l'Unione.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della relazione del collega Casa, al quale faccio i complimenti per il lavoro svolto e la collaborazione avuta in seno alla commissione ECON.

La relazione intende estendere di altri cinque anni l'attuale obbligo per i paesi dell'Unione di applicare il tasso di IVA standard minimo del 15%. La relazione, oltre a sottolineare l'importanza di un’aliquota standard minima, va oltre e pone l'accento sull'esigenza di pianificare una nuova strategia IVA, in quanto l'attuale sistema, con la sua complessità non solo in termini di tariffe, non è al passo con lo sviluppo del mercato interno.

Come rilevato anche da Mario Monti nel suo rapporto sul rilancio del mercato unico, senza un'uniformità di imposta e con un differente costo della vita nei vari Stati membri si potrebbero creare situazioni opposte allo spirito del mercato unico. Questo pone le imprese europee, e soprattutto le PMI, in una posizione svantaggiata.

Inoltre, il sistema europeo di imposta sul valore aggiunto, così come concepito e posto in essere dagli Stati membri, è spesso oggetto di truffe transfrontaliere che costano miliardi di euro di entrate fiscali.

 
  
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  Aldo Patriciello (PPE), per iscritto. – Mi congratulo con il relatore e collega David Casa per aver elaborato questa relazione che ci permette di affrontare di nuovo un tema fondamentale come quello dell'IVA e dell'armonizzazione fiscale.

Condivido quanto il collega ha sottolineato, e cioè che il regime vigente dell'IVA non è al passo con lo sviluppo del mercato interno e anzi pone in una posizione di svantaggio le imprese e le PMI, condizionandone notevolmente la competitività.

Appoggio dunque la proposta della Commissione di una proroga per la creazione di un regime comune sull'IVA al fine di dare alle imprese la necessaria certezza del diritto ma, al tempo stesso, esorto la Commissione a concludere quanto prima le proprie analisi elaborando, con il coinvolgimento di quest'Aula, un Libro verde sulla revisione del regime dell'IVA.

 
  
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  Miguel Portas (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa relazione, pur sottolineando che la conseguente posposizione della normativa definitiva in materia di imposta sul valore aggiunto (IVA) è sintomatica del punto morto cui è giunta l’integrazione europea. Anche se la Commissione presentasse rapidamente una proposta di revisione del regime dell’IVA, siamo tutti consapevoli che i diversi interessi degli Stati membri, emersi in Consiglio, finirebbero per bloccare la proposta di uniformare maggiormente le aliquote. Sarebbe più opportuno ricordare che, nonostante l’IVA sia un’imposta a effetto regressivo, è stata e continua a essere una misura fiscale di emergenza al servizio delle politiche di austerità imposte dal Consiglio e dalla Commissione.

Le pressioni verso il cosiddetto “risanamento di bilancio” degli Stati membri costituiscono attualmente un ostacolo significativo alla convergenza delle aliquote IVA. Ricordando che numerosi Stati membri hanno respinto il suggerimento della Commissione di una tassazione IVA “europea”, come fonte di entrate per l’Unione, si ammetterà l’insensatezza della richiesta, rivolta alla Commissione, di formulare una “nuova strategia in materia di IVA”.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa relazione che riguarda la proposta della Commissione di prorogare di cinque anni la disposizione, in vigore per i paesi dell’UE, di imporre un’aliquota normale minima di IVA del 15 per cento. In linea con quanto espresso dal relatore, è importante riconoscere che lo stesso regime dell’IVA deve essere completamente rivisitato, in modo da promuovere attivamente gli obiettivi del mercato interno, contribuendo alla creazione di un contesto imprenditoriale più favorevole, soprattutto per le piccole e medie imprese. Accolgo pertanto con particolare favore l’intenzione della Commissione di varare un Libro verde sulla revisione del regime dell’IVA.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) La maggioranza del Parlamento esprime voto favorevole nei confronti di questo testo, nel quale si afferma che il Parlamento europeo, vista la proposta della Commissione al Consiglio [COM(2010)0331], visto l’articolo 113 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea, a norma del quale è stato consultato dal Consiglio (C7-0173/2010), visto il parere del Comitato economico e sociale europeo, visto l’articolo 55 del suo regolamento, vista la relazione della commissione per i problemi economici e monetari (A7-0325/2010), approva la proposta della Commissione quale emendata; invita la Commissione a modificare di conseguenza la sua proposta, in conformità dell’articolo 293, paragrafo 2, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea; invita il Consiglio a informarlo qualora intenda discostarsi dal testo approvato dal Parlamento; chiede al Consiglio di consultarlo nuovamente qualora intenda modificare sostanzialmente la proposta della Commissione; incarica il suo Presidente di trasmettere la posizione del Parlamento al Consiglio e alla Commissione nonché ai parlamenti nazionali.

 
  
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  Vilja Savisaar-Toomast (ALDE), per iscritto. (ET) Questa relazione su un sistema comune di imposta sul valore aggiunto e sulla durata dell’obbligo di rispettare un’aliquota normale minima non può essere che accolta con favore in qunato fisserà un’aliquota normale minima del 15 per cento fino alla fine del 2015. Mentre la Commissione europea ha proposto a più riprese l’introduzione di un’aliquota massima del 25 per cento, il Consiglio europeo non ha sostenuto questa iniziativa. Al tempo stesso, oggi l’aliquota normale non supera il 25 per cento in nessuno Stato membro. L’Estonia, dove l’aliquota IVA normale è del 20 per cento, è tra i 19 Stati membri in cui tale aliquota è pari o superiore al 20 per cento. A tal proposito, vorrei sottolineare che sostengo vigorosamente la proroga dell’aliquota minima del 15 per cento, che lascerà a ogni Stato membro la possibilità di decidere la percentuale di IVA da imporre. La relazione, inoltre, garantisce la certezza del diritto ai nostri imprenditori, i quali saranno sicuri che, per i prossimi cinque anni, la normativa europea non imporrà un rialzo dell’aliquota normale di IVA.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) La Commissione europea propone di prorogare di cinque anni la disposizione, in vigore per i paesi dell’Unione europea, di imporre un’aliquota normale minima di imposta sul valore aggiunto (IVA) del 15 per cento fino al 15 dicembre 2015. Il principio fondante è il mantenimento di una struttura fiscale armonizzata, con due aliquote obbligatorie di IVA e un’armonizzazione compresa in una forcella di 10 punti percentuali, tra il 15 e il 25 per cento. Gli Stati membri si impegnano a evitare l’ampliamento dell’attuale forcella oltre il livello minimo dell’aliquota normale attualmente applicata. Concordo con il relatore, nell’affermare che il regime dell’IVA vigente, con la sua aumentata complessità, non è al passo con lo sviluppo del mercato interno. Spero altresì che, in futuro, la Commissione europea si impegni a elaborare una nuova strategia per questa imposta e prenda in esame non soltanto la questione dell’aliquota normale di IVA, ma anche il tema più generale di una revisione dell’attuale regime, includendo il campo di applicazione e le deroghe. Per le ragioni di cui sopra, ho votato a favore di questa relazione.

 
  
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  Marianne Thyssen (PPE), per iscritto. (NL) Ovviamente ho votato a favore della relazione dell’onorevole Casa. Non soltanto concordo con la posizione del relatore in merito alla direttiva, ma anche con il tenore delle note alla sua relazione. È dal 1993 che l’Unione europea adotta un regime transitorio di IVA e sinora sono falliti tutti i tentativi di passare a quello che si definisce un regime definitivo, ma non è un buon motivo per non continuare a provare.

Il regime dell’IVA non è soltanto una questione di aliquote e forcelle, ma implica anche l’elaborazione di uno schema chiaro e giuridicamente certo che funzioni bene nel mercato interno, che si adatti all’attività alle piccole e medie imprese e che si riveli robusto nei confronti dell’evasione fiscale. È encomiabile la volontà della Commissione di continuare a occuparsi di questa materia. Esorto il Commissario competente ad affrontare con coraggio questo difficile capitolo.

 
  
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  Viktor Uspaskich (ALDE), per iscritto. (LT) Credo che nella nuova strategia in materia di IVA si debba dedicare particolare attenzione alla riforma della normativa IVA, rispettando il principio della promozione attiva degli obiettivi del mercato interno. Come ha sottolineato il relatore, il regime dell’IVA vigente, con la sua aumentata complessità non solo in termini di aliquote, non è al passo con lo sviluppo del mercato interno. Nel gennaio 2009 l’aliquota IVA in Lituania è aumentata dal 18 al 19 per cento, fino a raggiungere il 21 per cento in settembre. È essenziale che le future modifiche non incidano sull’interesse degli investitori esteri nei confronti della Lituania ed è necessario proporre agevolazioni in materia di pianificazione fiscale.

Ai sensi della nuova strategia IVA, dovremmo ambire a ridurre gli oneri amministrativi, a eliminare gli ostacoli fiscali e a migliorare il contesto per le imprese, in particolare per le piccole e medie imprese. Prima dell’adozione di una decisione definitiva, la Commissione dovrebbe consultare il settore pubblico e privato, discutendo di aliquote IVA, ma anche di temi più generali, quali le finalità di un’aliquota massima e le alternative operative e strutturali per il regime dell’IVA. Pertanto, attendo con impazienza il Libro verde della Commissione sulla revisione del regime dell’IVA.

 
  
  

Relazione Balz (A7-0314/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sul rapporto annuale della Banca centrale europea (BCE) perché ritengo che le misure volte a tenere basso il tasso di inflazione, intorno al 2 per cento, e contemporaneamente ad aumentare la liquidità sui mercati abbiano prevenuto il collasso di molte istituzioni finanziarie. Riconosco, però, che non è stato sfruttato appieno tutto il potenziale di ripresa delle misure della BCE perché la loro liquidità non sempre è stata trasferita all’economia reale. Non va dimenticato che la crisi è iniziata come crisi finanziaria e che è diventata anche una crisi economica solo in un secondo momento.

I governi degli Stati membri e la BCE hanno dovuto fronteggiare la crisi più grave dagli anni ’30 del secolo scorso. Abbiamo assistito alla contrazione del prodotto interno lordo e dell’attività economica e all’aumento dei deficit di bilancio; di conseguenza, sono diminuite le entrate fiscali, mentre il deficit pubblico è cresciuto a livelli insostenibili. È stato difficile ritornare a dati economici paragonabili a quelli del periodo precedente la crisi. Questa situazione è il risultato della mancanza di riforme strutturali all’interno dell’Unione europea, come ampiamente dimostrato dalle vicende della Grecia e di altri paesi della zona euro. Penso pertanto che sia importante affrontare le debolezze del sistema finanziario a livello globale e imparare tutte le lezioni dalla crisi, migliorando la qualità della gestione dei rischi e la trasparenza dei mercati finanziari.

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La relazione sul rapporto annuale della Banca centrale europea dimostra che il Parlamento europeo è il più coerente fautore e sostenitore dell’attacco del capitale contro i lavoratori in tutta l’Unione europea. Esso riprende sostanzialmente le decisioni anti-popolari adottate al vertice UE di ottobre per creare un meccanismo di bancarotta controllata, introdurre norme più severe nel patto di stabilità, applicarlo alla lettera e imporre sanzioni agli Stati membri che non soddisfano tali condizioni. Il Parlamento approva il pacchetto di aiuti monetari stanziati a livello di Unione europea e di Stati membri per le borse e altri settori del capitale, affinché quest’ultimo possa continuare a operare con profitto anche durante la crisi capitalista. Il Parlamento appoggia tutte le misure brutali contro le classi lavoratrici e popolari attuate dai governi borghesi in tutti gli Stati membri dell’Unione europea. Per far uscire l’Unione dalla crisi economica capitalistica in cui si trova, i rappresentanti politici del capitale propongono di incrementare il tasso delle ristrutturazioni capitalistiche in tutti gli Stati membri in modo da garantire la redditività dei gruppi monopolistici a spese dei lavoratori, ai quali ora si chiede di pagare il prezzo della crisi. L’Irlanda è l’esempio più recente – e, ovviamente, non sarà l’ultimo – delle tragiche conseguenze in serbo per i lavoratori per effetto delle misure che sostengono la sovranità dei monopoli e la loro redditività.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della risoluzione concernente il rapporto della Banca centrale europea sulla base dell’eccellente relazione del collega tedesco Balz. Essendo diventata, con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, un’istituzione europea, la BCE, per quanto indipendente, non può restare indifferente di fronte ai desideri del popolo europeo, rappresentato dai parlamenti nazionali, né a quelli dei governi degli Stati membri. Per tali motivi sono favorevole alla richiesta che l’attività e il processo decisionale della BCE siano trasparenti. Durante la crisi, la Banca ha abbassato i tassi d’interesse all’1 per cento e per tutto il 2009 ha portato avanti misure non convenzionali e senza precedenti, mirate a sostenere il credito. Quelle misure hanno dato frutti. Credi anch’io che il momento della sospensione delle misure vada scelto con cura e che tale sospensione debba essere coordinata con i governi nazionali. Sarebbe particolarmente utile se la BCE, nell’ambito della sua politica monetaria, procedesse a una valutazione globale, invece che regionale, dell’andamento dell’inflazione, prima di fissare i tassi per uscire dalla crisi.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Nella risoluzione del Parlamento europeo sul rapporto annuale della BCE per il 2009 si rileva che, in passato, i principi del patto di stabilità e di crescita non sono sempre stati pienamente rispettati e che pertanto bisogna garantire in futuro un’attuazione più coerente ed efficace di questo patto negli Stati membri. Ho votato a favore della risoluzione perché credo che un’unione monetaria abbia bisogno di un forte coordinamento delle politiche economiche e che occorra anche colmare l’attuale lacuna nella vigilanza macroprudenziale attraverso l’istituzione di un comitato europeo per il rischio sistemico (CERS). Ho l’impressione che, se il CERS potrà soltanto dare avvertimenti ed esprimere raccomandazioni, ma non metterli in pratica, sarà impossibile soddisfare i principi di un’applicazione efficace e responsabile. Inoltre, visto che il CESR non può dichiarare autonomamente lo stato di emergenza, reputo necessario dotarlo di maggiori poteri. È particolarmente importante sollecitare la Commissione europea a non limitarsi semplicemente a emendare il regolamento sulle agenzie di rating creditizio (perché così non si farebbe altro che aumentare la loro responsabilità), ma a presentare una proposta per l’istituzione di un’agenzia europea di rating del credito, che faciliterebbe una valutazione obiettiva della situazione economica e politica degli Stati membri.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento perché concordo sul fatto che, in alcuni paesi della zona euro, la crisi finanziaria sia grave e rifletta una certa disfunzionalità della zona stessa, e anche perché credo che tale situazione riveli la necessità di riforme e di un più stretto coordinamento tra le varie politiche economiche. Condivido anche l’invito a un’applicazione non ristretta e più coerente del patto di stabilità e di crescita, perché penso che esso debba essere integrato dallo sviluppo di un sistema di preallarme per individuare possibili incoerenze, ad esempio in forma di un “semestre europeo”, al fine non solo di rafforzare la vigilanza e il coordinamento della politica economica, onde garantire il consolidamento fiscale, ma anche di affrontare – al di là della dimensione di bilancio – altri squilibri macroeconomici e potenziare le procedure di attuazione.

Per essere forte, l’unione monetaria deve poter contare su un coordinamento stretto e rafforzato delle politiche economiche. Lancio un appello alla Commissione affinché avanzi proposte mirate a rafforzate il patto di stabilità e di crescita prevedendo obiettivi specifici per il superamento del divario di competitività tra le economie europee, nell’ottica di stimolare una crescita economica in grado di creare occupazione.

 
  
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  Lara Comi (PPE), per iscritto. − Apprezzo molto l'impegno della BCE. Ritengo infatti che quest'ultima abbia dato prova di essere in grado di raggiungere gli obiettivi ad essa assegnati e che il livello di competenza tecnica si sia sempre mostrato all'altezza delle situazioni fronteggiate, anche in momenti di grave crisi quale quello attuale.

Tuttavia, proprio le variazioni impreviste dei principali indicatori macroeconomici devono indurci a riflettere sui meccanismi intermedi che agiscono tra la politica monetaria e l'economia reale. Pertanto, ritengo necessario non solo prevedere la creazione di altre autorità di vigilanza e controllo che vengano ad affiancare la Banca centrale, ma anche e soprattutto coprire quelle aree di competenza la cui importanza finora non era stata colta.

In particolare, il prossimo ingresso dell'Estonia nella zona Euro è fonte di preoccupazioni. Infatti, un'Unione monetaria più ampia esige una maggiore coesione interna. A prescindere dalle performance macroeconomiche del Paese baltico, conformi agli standard richiesti dall'UE, occorre pertanto realizzare una maggiore convergenza tra i paesi appartenenti alla zona Euro, anche al fine di migliorare la capacità di manovra delle Istituzioni che ne presidiano la stabilità e il valore.

 
  
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  Corina Creţu (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione sul rapporto annuale della Banca centrale europea per il 2009. La BCE ha proseguito nella sua politica iniziata nel 2008 fissando l’obiettivo di un tasso d’inflazione vicino al 2 per cento e aumentando nel contempo la liquidità sui mercati. La Banca centrale ha dunque abbassato i tassi d’interesse all’1 per cento e ha portato avanti durante tutto il 2009 le misure non convenzionali introdotte nel 2008. I cinque elementi chiave del sostegno rafforzato al credito sono stati: aste a tasso fisso con piena aggiudicazione, ampliamento dell’elenco delle garanzie, estensione delle scadenze per le operazioni di rifinanziamento, immissione di liquidità in valuta estera e sostegno ai mercati finanziari tramite un programma misurato ma non trascurabile di acquisto di obbligazioni garantite. È necessario uno stretto coordinamento con i governi nazionali dei paesi dell’Unione europea in riferimento ai rispettivi programmi nazionali, soprattutto alla luce delle crisi che hanno colpito prima la Grecia e ora l’Irlanda, nonché della deprimente prospettiva di una loro ulteriore diffusione.

 
  
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  George Sabin Cutaş (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione sul rapporto annuale della BCE per il 2009 perché ritengo che la relazione proponga una serie di misure tali da apportare benefici all’economia dell’Unione europea. Tali misure prevedono la creazione di un meccanismo permanente di tutela della zona euro da attacchi speculativi, il monitoraggio delle attività delle attuali agenzie di rating creditizio e l’eventuale creazione di un’agenzia europea di rating creditizio. In qualità di relatore per il mio gruppo, ho anche sottolineato i limiti del patto di stabilità e di crescita nella sua versione attuale. Il patto dovrebbe essere integrato da un sistema di preallarme, che migliorerà il coordinamento delle politiche economiche all’interno dell’Unione europea.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato per la relazione perché sono favorevole a una riforma e a un più stretto coordinamento delle politiche economiche all’interno della zona euro, viste le disfunzioni che la crisi finanziaria ha causato nel sistema attuale. Le proposte volte a rafforzare il patto di stabilità e di crescita devono tener conto del divario di competitività tra le economie europee, per stimolare una crescita che riservi particolare attenzione alla creazione di posti di lavoro.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) La crisi che stiamo vivendo ci offre l’occasione di riconsiderare e migliorare quello che in passato non ha funzionato bene. Per evitare nuovi squilibri nella zona euro in futuro, è essenziale rafforzare il patto di stabilità e di crescita e vigilare sul suo rispetto. L’istituzione di un comitato europeo per il rischio sistemico e la sostituzione delle commissioni di vigilanza con tre nuove autorità di vigilanza sono misure che avranno effetti positivi in forma di una migliore vigilanza economica. Concordo con il relatore laddove raccomanda prudenza riguardo a iniziative di regolamentazione dei mercati finanziari. È come abbiamo detto: migliore regolamentazione non significa necessariamente maggiore regolamentazione.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Il trattato di Lisbona ha conferito alla Banca centrale europea (BCE) lo status di istituzione dell’Unione europea, accrescendo così la responsabilità del Parlamento in quanto istituzione europea attraverso la quale la BCE è responsabile nei confronti dei cittadini europei. Il rapporto annuale della Banca centrale europea per il 2009 si occupa in primo luogo del modo in cui la BCE ha reagito alla crisi, della strategia di uscita dalla crisi e di questioni di governance. La crisi finanziaria cominciata circa due anni fa con la crisi dei mutui sub-prime negli Stati Uniti si è rapidamente estesa all’Unione europea e trasformata in una crisi anche economica, che ha colpito l’economia reale. Il prodotto interno lordo della zona euro è crollato in termini reali del 4,1 per cento nel 2009, il tasso medio generale del disavanzo del governo è salito a circa il 6,3 per cento e il rapporto tra debito pubblico e PIL è cresciuto dal 69,4 per cento nel 2008 al 78,7 per cento nel 2009.

La BCE ha agito correttamente abbassando i tassi d’interesse all’1 per cento e portando avanti misure non convenzionali sostanziali e senza precedenti per sostenere il credito. Si è così potuto evitare il fallimento di molte istituzioni finanziarie. Non sempre, però, la liquidità è stata trasferita all’economia reale. La crisi ha messo chiaramente in luce l’esigenza di maggiore trasparenza e migliore gestione del rischio nei mercati finanziari e di finanze pubbliche sane, nonché l’urgente necessità di riconquistare credibilità.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Il sistema finanziario internazionale è amorale e immorale. Le recenti vicende della crisi irlandese hanno ridato alle banche la certezza che potranno continuare a distribuire ai loro azionisti lauti guadagni e assumere rischi a lungo termine, visto che gli Stati membri e i contribuenti europei saranno sempre lì pronti ad andare in loro aiuto. Proprietà privata dei profitti e proprietà pubblica delle perdite di grandi dimensioni… Testa vinco io, croce perdi tu… È paradossale, anzi, scandaloso che lo scompiglio nel mercato azionario causato dal debito sovrano dell’Irlanda sia la diretta conseguenza degli aiuti concessi da quel paese alle sue banche – aiuti che hanno aggravato ulteriormente il deficit pubblico, portandolo a livelli mai visti prima, e fatto lievitare il debito. Inoltre, le banche che il governo irlandese ha salvato, o le loro banche consociate, sono proprio quelle che oggi speculano contro il governo stesso. Ma la lezione principale che dobbiamo trarre da tutto questo è che l’euro è una pietra al collo per gli Stati che l’hanno adottato, e che la politica della Banca centrale europea, come il tasso di cambio dell’euro, fa esclusivamente gli interessi della Germania. Gli Stati membri che se la sono cavata meglio sono quelli che hanno conservato una certa flessibilità per quanto riguarda la moneta e i tassi di cambio – intendo dire, ovviamente, la loro moneta nazionale! È ora che tutti impariamo da questa esperienza.

 
  
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  Alan Kelly (S&D), per iscritto. (EN) Questa iniziativa del Parlamento europeo assume quest’anno un’importanza particolare perché offre ai membri del Parlamento europeo la possibilità di esprimere il loro parere sul modo in cui la Banca centrale europea ha reagito alla crisi del settore bancario. La votazione su questo punto ci ha dato anche l’occasione di dire la nostra su alcuni degli altri aspetti dell’attuale situazione economica, ad esempio le cause della crisi, la governance e la riforma dei mercati finanziari. È importante far sentire la voce del popolo dell’Unione europea su un tema così importante.

 
  
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  Thomas Mann (PPE), per iscritto. (DE) Ho votato a favore del rapporto della Banca centrale europea (BCE) per il 2009 perché esso mette bene in evidenza l’azione coerente della BCE e il suo obiettivo primario di garantire la stabilità dei prezzi. Durante la crisi del 2009, la BCE ha agito e reagito con efficacia. In autonomia e con determinazione, essa ha posto le fondamenta per creare un clima duraturo di fiducia. La nostra principale proposta di miglioramento deve essere tradotta coerentemente in pratica. In altri termini, la BCE deve rendere le proprie attività più trasparenti per poter aumentare ancora la propria legittimità. Il nuovo trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1o dicembre 2009, ha attribuito alla Banca centrale europea lo status di istituzione dell’Unione europea. Ne sono molto lieto perché la BCE deve rendere conto in prima istanza al Parlamento europeo – un dato di cui molti non sono a conoscenza. La Banca centrale europea deve poter continuare a prendere le proprie decisioni di politica finanziaria senza essere soggetta a influenze politiche e le deve giustificare di fronte ai cittadini che noi rappresentiamo.

La BCE era ed è un alleato affidabile nella ricerca di un equilibrio tra una sana gestione delle finanze pubbliche e la necessaria riduzione dell’indebitamento degli Stati membri. Essa ha sempre sottolineato il fatto che la zona euro necessita di un patto di stabilità che abbia una sua autorità. Il patto deve essere applicato alla lettera e non va né eluso né minato.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione sul rapporto annuale della Banca centrale europea per il 2009. Il mio gruppo (l’Alleanza progressista dei socialisti e democratici al Parlamento europeo) ha profittato di questa relazione per insistere sugli elementi centrali delle nostre politiche macroeconomiche, tra cui: il coordinamento delle politiche macroeconomiche da parte degli Stati membri, un quadro permanente per la gestione delle crisi, un patto di stabilità e di crescita rafforzato, la possibilità di istituire un’agenzia europea di rating creditizio, crediti a favore delle piccole e medie imprese e un’uscita flessibile dagli aiuti governativi conseguenti alla crisi.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La grave crisi economica che ha colpito il mondo intero si è fatta sentire molto intensamente nell’Unione europea. La Banca centrale europea ha reagito alla crisi in maniera efficace, nonostante alcuni ritardi e una mancanza di incisività, soprattutto nel campo della politica di riduzione dei tassi d’interesse, dove il Regno Unito e la Federal Reserve degli Stati Uniti hanno agito con maggiore fermezza ed efficacia.

Dobbiamo imparare dagli errori commessi, per evitare di ripeterli in futuro. La crisi finanziaria che ha colpito alcuni dei paesi appartenenti alla zona euro rappresenta quindi un problema serio per l’intera zona e ne riflette il cattivo funzionamento. Tale situazione rivela l’esigenza di riforme e di un più stretto coordinamento delle politiche economiche all’interno dell’area euro. Di questo compito devono farsi carico tutti i paesi membri dell’euro, in modo tale da poter finalmente consolidare la moneta unica e sottrarla alle pressioni che sta subendo in questo momento.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (LV) La relazione dell’onorevole Balz non è riuscita a far chiarezza sul modo in cui la Banca centrale europea (BCE) ha supervisionato e regolato le operazioni e la politica monetaria durante la crisi. La relazione altro non è che un mero tentativo di celare dietro formulazioni vaghe e prudenti l’azione svolta dalla Banca. Invece, è essenziale non solo accertare lo stato delle cose ma anche prevenire qualsiasi segnale che possa costituire una minaccia per lo sviluppo dell’economia. Solo allora sarà possibile fare per tempo i preparativi necessari e impedire che i paesi si indebitino, come nel caso di Grecia, Ungheria e Lettonia, che registrano disavanzi di bilancio pari rispettivamente a 110 miliardi, 28 miliardi e 7,8 milioni di euro. Nel complesso, però, ritengo che il rapporto della BCE sia un passo positivo.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della relazione del collega Balz, con il quale ho avuto modo di lavorare sul dossier in seno alla commissione ECON.

In questi ultimi anni di crisi economica, il ruolo della BCE è stato importante e fondamentale e spesso gli esponenti della Banca centrale sono stati cruciali nel segnalare i problemi della zona euro. Non sempre gli Stati hanno ascoltato, ma il coordinamento offerto dall'istituto di Francoforte non può che essere giudicato positivamente. Il pacchetto di aiuti preparato e fornito alla Grecia come pure le risposte repentine non vi sarebbero stati senza un'autorità e un ente come la BCE.

Inoltre, con la recente approvazione del pacchetto sulle autorità di vigilanza europee, la BCE acquisirà maggiori poteri e autorità nel vigilare e segnalare le anomalie del sistema. Questo è essenziale, come è essenziale che la BCE conservi la propria indipendenza e non sia sotto l'influenza di qualche Stato membro.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. (EL) Il rapporto annuale della Banca centrale europea si occupa della reazione alla crisi e della strategia di uscita dalla crisi messa in atto dalla BCE nel 2009. Dall’altro canto, nella sua relazione – sulla quale ho espresso voto favorevole – il Parlamento europeo tiene in gran conto la graduale abolizione delle misure di emergenza attuate dalla Banca nel 2008 a seguito della crisi finanziaria (tasso d’interesse dell’1 per cento, quantitative easing e inflazione sotto il 2 per cento).

Tutto questo è particolarmente importante per la Grecia e gli altri paesi della zona euro perché in essi non soltanto la recessione non è terminata nel 2009, ma, al contrario, si è persino trasformata in una grave crisi di bilancio. Di conseguenza, qualsiasi cambiamento nell’atteggiamento della BCE non potrà prescindere dalla nuova situazione e dovrà essere messo in pratica in stretta collaborazione con gli Stati membri attualmente colpiti dalla crisi del debito sovrano.

 
  
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  Miguel Portas (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Ho votato contro la relazione perché essa ignora o, quanto meno, sottovaluta l’effetto in termini di recessione della politica di contrazione della spesa pubblica portata avanti contemporaneamente dalla maggior parte degli Stati membri dell’Unione europea proprio nel momento in cui l’Unione si stava lasciando alle spalle la gravissima recessione cominciata nel 2008. Adottare questa relazione significa rinunciare alla politica di concertazione degli stimoli attuata nel 2009. A causa dell’ideologia neoliberista dominante all’interno della Banca centrale europea (BCE), secondo la quale la minaccia di una ripresa dell’inflazione è costantemente in agguato anche quando una parte considerevole delle capacità produttive non è sfruttata, la zona euro sta diventando ostaggio dei mercati finanziari. Questa ideologia è tornata a farsi sentire per ricordarci che l’austerità non basta, ma servono anche una riduzione nominale dei salari e un’ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro.

Dato che il calo della domanda aggregata avrà effetti sull’attuazione del bilancio in Grecia e in Irlanda nel 2011, la Banca centrale europea verrà a dirci che la politica di austerità era giusta, ma che non si è spinta abbastanza in avanti o non abbastanza a fondo. Questa relazione è un vero raggiro intellettuale.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) L’attuale crisi economica e finanziaria ha evidenziato la necessità di attuare riforme comunitarie in grado di potenziare la vigilanza e il coordinamento delle politiche economiche nella zona euro e di ricreare fiducia nelle finanze pubbliche europee.

Si stanno compiendo passi importanti in tale direzione, in particolare con l’istituzione di un comitato europeo per il rischio sistemico (ESRB), che colmerà l’attuale lacuna nella vigilanza macroprudenziale del sistema finanziario dell’Unione. È però essenziale andare avanti con proposte volte a rafforzare il patto di stabilità e di crescita al fine di assicurare il consolidamento dei bilanci, oltre che affrontare altri squilibri macroeconomici e potenziare le procedure di attuazione. Questa relazione, sulla quale ho espresso un voto favorevole, sottolinea anche che i pacchetti di austerità adottati dai governi degli Stati membri non dovrebbero compromettere la loro capacità di stimolare la ripresa economica, e rileva in particolare la necessità di trovare un equilibrio tra il processo di consolidamento delle finanze pubbliche e l’esigenza di investire nell’occupazione e in uno sviluppo sostenibile, nonché di adottare misure e strumenti in grado di orientare i sacrifici imposti ai cittadini, prospettando anche la loro fine.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) La relazione analizza il rapporto annuale per il 2009 della Banca centrale europea (BCE) e l’attività da essa svolta nel corso di quell’anno. Poiché la relazione del Parlamento europeo sul rapporto annuale della BCE per il 2008 ha subito ritardi a causa delle elezioni del 2009, non è passato molto tempo dall’ultima relazione del Parlamento sull’attività dalla Banca centrale europea. La relazione del 2008 esaminava principalmente quanto era stato fatto dalla BCE durante la crisi economica e finanziaria. Purtroppo, da allora la situazione non è cambiata. Nondimeno, le attività in campo economico, finanziario e, in misura crescente, anche in campo politico sono ampiamente influenzate dalla crisi. Pertanto, anche il rapporto annuale della Banca centrale europea per il 2009 affronta soprattutto la reazione della BCE alla crisi, la strategia di uscita e questioni di governance.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto.(PL) Di recente, l’attività della Banca centrale europea si è concentrata sulla lotta contro la crisi finanziaria e sui tentativi di ricostruire la stabilità dell’unione economica e monetaria. Per far fronte alle conseguenze di una crisi così grave, i singoli paesi devono adottare un nuovo modello di governance economica. La Banca centrale europea deve sostenere le misure tese a riportare i bilanci in pareggio incoraggiando la restituzione dei prestiti esistenti, invece che concedendo nuovi prestiti a economie già pesantemente indebitate.

La crisi finanziaria nei singoli Stati membri dell’Unione europea costituisce una grave minaccia per la stabilità dell’euro, oltre a mettere in luce i difetti di funzionamento della zona euro e a porre l’accento sulla necessità di riforme e di un più efficace consolidamento economico nei paesi dell’Unione. Occorre altresì definire meccanismi di prevenzione in caso di aggravamento della crisi attuale o di passaggio a una fase successiva. L’Unione europea e la zona euro potranno anche uscire dalla crisi più forti di quando vi sono entrati, però dobbiamo trarre le giuste conclusioni dalle esperienze degli scorsi mesi. Sono certo che il ruolo della Banca centrale europea e dei governi dei singoli Stati membri dell’Unione sarà cruciale ai fini di questo processo.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Il rapporto annuale della Banca centrale europea (BCE) è in primo luogo un’indagine sul modo in cui essa ha risposto alla crisi economica e finanziaria. La Banca ha reagito rapidamente ed è intervenuta con successo. Adottando una serie di misure straordinarie, è riuscita ad alleviare la scarsità di liquidità sui mercati. Adesso, però, queste misure devono essere smantellate, gradualmente e con prudenza, visto che per loro stessa definizione – “straordinarie” – non possono diventare la regola. Le banche e, nel frattempo, gli Stati membri che, a causa della perdita di fiducia tra gli operatori dei mercati finanziari, sono dovuti passare attraverso l’intermediazione della BCE per avere accesso al credito, devono ora riconquistare la loro autonomia. La Banca centrale insiste continuamente sulla propria indipendenza, ma durante la recente crisi non sembra che il comportamento della BCE sia stato tale da poter essere definito “indipendente”. In Irlanda, a seguito delle massicce iniezioni di capitale in forma di prestiti di emergenza per il sistema bancario irlandese e di acquisto di titoli di Stato, adesso è la BCE a dipendere dalla disponibilità di quel paese ad accettare il pacchetto di salvataggio dell’Unione europea per poter ricorrere nuovamente ai crediti della Banca centrale. La BCE deve opporsi a qualsiasi tentativo che miri a trasformarla in un organismo politico.

 
  
  

Relazione Ehler (A7-0308/2010)

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La relazione del Parlamento europeo sullo sviluppo di capacità civili e militari dell’Unione europea rivela il repellente lato imperialista dell’Unione europea e dei rappresentanti politici del capitale. È un macabro manuale che insegna a compiere gli interventi imperialisti dell’Unione e a commettere crimini contro l’umanità. La relazione appoggia apertamente la “nuova dottrina” della NATO per “collegare la sicurezza interna con quella esterna” invitando l’Unione europea a organizzare e pianificare le proprie forze civili e militari in modo tale da poter intervenire direttamente, usando congiuntamente mezzi civili e militari, in ogni angolo del mondo nel nome della cosiddetta “gestione delle crisi” per “mantenere la pace”. Senza mezzi termini, i rappresentanti politici dei monopoli propongono una serie di misure per rendere più efficaci le missioni militari dell’Unione al fine di rafforzare la sua posizione nella lotta tra gli imperialisti che si sta scatenando con una virulenza senza precedenti sia a livello globale sia all’interno dell’Unione europea. Le proposte prevedono tra l’altro la costituzione di un centro operativo permanente dell’Unione europea in forma di “quartier generale per la gestione congiunta delle crisi”, nuove “unità integrate di polizia”, un miglior impiego della forza di gendarmeria europea, nuovi “corpi civili di risposta” e una più stretta collaborazione con la NATO, per garantire che questa possa contare sulle “capacità civili dell’UE” e per adeguare le “capacità di sviluppo” dell’UE agli standard della NATO.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) Si sta palesando una crescente interdipendenza tra sicurezza interna ed esterna. In tali circostanze, la definizione di politiche e la creazione di capacità di gestione di crisi e prevenzione di conflitti è in effetti un investimento nella sicurezza dei cittadini dell’Unione europea. Il servizio europeo per l’azione esterna deve essere uno dei soggetti principali impegnati a definire un approccio europeo realmente globale alla gestione di crisi civili e militari a livello europeo nonché alla prevenzione di conflitti, dotando l’Unione di sufficienti strutture e risorse umane e finanziarie affinché possa adempiere le proprie responsabilità globali. Con la creazione del SEAE, dovranno essere trasferite a quest’ultimo le strutture della politica europea di sicurezza e difesa, compresa la Direzione gestione delle crisi e pianificazione, la Capacità civile di pianificazione e condotta, lo Stato maggiore e il Centro di situazione dell’Unione europea, sotto la diretta autorità e responsabilità dell’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Spetta direttamente all’Alto rappresentante garantire l’integrazione e il funzionamento coerente di queste strutture. C’è bisogno di una stretta collaborazione tra il servizio europeo per l’azione esterna e tutte le altre unità competenti all’interno della Commissione, per favorire la definizione di un approccio comunitario globale, soprattutto con le unità che si occupano di sviluppo, aiuti umanitari, protezione civile e sanità pubblica.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. − Mi complimento con il relatore e collega Ehler per aver richiamato l'attenzione di quest'Aula su tema fondamentale per l'Unione europea, vale a dire la cooperazione civile e militare.

Ho votato a favore di questa relazione perché condivido la necessità di avere una più stretta collaborazione tra le capacità civili e militari per poter affrontare in modo efficace le crisi attuali e le minacce per la sicurezza, comprendendo anche le catastrofi naturali.

Apprezzo inoltre l'idea di redigere un Libro bianco dell'Unione europea sulla sicurezza e la difesa, che si basi su sistematiche e rigorose verifiche di sicurezza e difesa condotte dagli Stati sulla scorta di criteri e un calendario comuni, in modo da poter definire con chiarezza gli obiettivi, gli interessi e le esigenze dell'Unione europea tenendo conto anche delle risorse a disposizione.

La recente emergenza verificatasi ad Haiti ha inoltre evidenziato la necessità per l'Unione europea di avere un miglior coordinamento e un più rapido spiegamento di forze delle attività militari in caso di catastrofi, soprattutto per quanto riguarda le capacità di trasporto aereo. Data l'importanza di tali missioni, a mio avviso è necessario che i finanziamenti siano erogarti più velocemente e garantiti in trasparenza da linee di bilancio ad hoc per ogni missione.

 
  
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  Alain Cadec (PPE), per iscritto. (FR) Il relatore sostiene giustamente la necessità di un migliore coordinamento e una migliore divisione dei compiti tra le forze civili e quelle militari nella gestione di crisi. Attualmente, la distinzione tra la dimensione strategica e la dimensione operativa è ancora vaga; pertanto condivido la proposta del relatore di istituire un quartier generale permanente, responsabile della pianificazione operativa e della condotta di operazioni militari. Per quanto riguarda la creazione di capacità civili e militari, gli Stati membri devono fissare obiettivi che corrispondano alle loro risorse in termini di dispiegamento di personale. Sarebbe inoltre una buona idea creare una vera solidarietà finanziaria tra gli Stati membri e, infine, sarebbe molto utile favorire una maggiore sinergia tra la ricerca civile e quella militare, perché in tal modo si eviterebbero ripetizioni, doppioni e, quindi, spese inutili.

 
  
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  Lara Comi (PPE), per iscritto. − "Si vis pacem, para bellum" (se vuoi la pace, prepara la guerra) dicevano gli antichi. Fortunatamente, i tempi della corsa agli armamenti sono ormai superati. Tuttavia, il principio che ispirava la massima latina conserva oggi il suo significato. Non può infatti esservi un serio e credibile impegno per la pace ove manchino le condizioni per farla rispettare, in conformità con regole serie e obiettive.

In particolare, senza pretendere di esercitare un'ingerenza in tutte le controversie che possono insorgere, è opportuno che, nei casi in cui vengano a essere coinvolti interessi di qualunque genere o entità, il peso dell'UE come grande forza economica e politica si faccia sentire, se necessario anche attraverso l'impiego di mezzi militari, utilizzati al fine di ristabilire l'ordine e di riportare la pace, come premessa per la risoluzione dei conflitti. Pertanto, una maggiore autonomia, unita a un più stretto raccordo con la NATO e con gli altri organismi già esistenti, non può che accrescere l'autorevolezza, la credibilità e la coesione europea.

 
  
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  Corina Creţu (S&D), per iscritto. (RO) Noi siamo favorevoli all’istituzione del servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) nell’ottica di contribuire a delineare un approccio europeo realmente globale alla gestione di crisi civili e militari a livello europeo, nonché alla prevenzione di conflitti e alla costruzione della pace, dotando l’Unione europea di strutture e risorse umane e finanziarie sufficienti per adempiere le sue responsabilità in conformità della Carta delle Nazioni Unite. Dato che il Consiglio di sicurezza dell’ONU è il principale responsabile del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, occorre avviare una stretta collaborazione tra l’Unione europea e le Nazioni Unite nel campo della gestione di crisi civili e militari e, in particolare, delle operazioni di soccorso umanitario laddove l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) svolge un ruolo guida. Nel contempo, è auspicabile che questa collaborazione sia rafforzata specialmente nelle aree in cui un’organizzazione si sostituisce a un’altra, in particolare alla luce dell’esperienza mista in Kosovo.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione perché ritengo che le risposte efficaci alle crisi attuali e alle minacce per la sicurezza, catastrofi naturali comprese, spesso devono utilizzare capacità sia civili che militari e ci sia quindi bisogno di una più stretta cooperazione tra questi due tipi di capacità.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Viviamo in un mondo in cui, in primo luogo, un attacco con armi convenzionali contro l’Unione europea o uno qualsiasi dei suoi Stati membri appare sempre meno probabile e, in secondo luogo, le minacce sono sempre più diffuse in tutto il mondo, che si tratti di terrorismo internazionale, attacchi informatici contro sistemi informatici vitali, attacchi con missili di lungo raggio contro obiettivi europei o pirateria in acque internazionali. Essendo un’organizzazione impegnata nel mantenimento della pace, nella prevenzione di conflitti e nella ripresa post-bellica, oltre che nel rafforzamento della sicurezza internazionale, l’Unione europea deve assolutamente essere in grado di agire in quest’area in qualità di attore globale, capace di garantire la sicurezza dei propri cittadini nel proprio territorio. Reputo pertanto essenziale che l’UE si impegni a collaborare all’interno delle Nazioni Unite e, nell’area euro-atlantica, con la NATO. Lo scorso fine settimana, la NATO ha approvato il suo nuovo concetto strategico, che mira a potenziare la capacità dell’Alleanza di affrontare le minacce non convenzionali e a rafforzare i suoi legami con l’Unione europea, ivi compresa la cooperazione pratica in operazioni riguardanti l’intero spettro di crisi, dalla pianificazione coordinata all’assistenza reciproca sul campo.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea si è impegnata a definire e perseguire politiche e azioni comuni per mantenere la pace, prevenire conflitti, consolidare la ripresa post-bellica e rafforzare la sicurezza internazionale, in linea con i principi della Carta delle Nazioni Unite. Con la sua gestione civile di crisi, l’UE sta già contribuendo in misura rilevante alla sicurezza globale, nel rispetto dei suoi valori e principi fondamentali. L’istituzione del servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) dovrebbe fornire un ulteriore contributo allo sviluppo di un approccio europeo realmente globale alla gestione civile e militare di crisi, alla prevenzione di conflitti e alla costruzione della pace, e dovrebbe altresì dotare l’Unione di strutture adeguate e di risorse umane e finanziarie sufficienti per ottemperare alle sue responsabilità globali. In proposito, desidero sottolineare la necessità di accelerare lo stanziamento di finanziamenti per missioni civili e di semplificare le procedure decisionali e gli accordi di attuazione. In tale contesto, è necessario che il Consiglio adotti rapidamente decisioni idonee a istituire il fondo iniziale previsto dall’articolo 41 del trattato sull’Unione europea, previa consultazione del Parlamento.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Questa relazione ben riflette la crisi del capitalismo e la diplomazia guerrafondaia con la quale l’Unione europea vuole reagire a tale crisi, d’intesa con la NATO e gli Stati Uniti.

Sin dall’inizio, i portavoce degli interessi del grande capitale – la maggioranza dei membri del Parlamento europeo – stanno cercando di occultare le responsabilità passate e presenti dell’Unione nei confronti degli attuali problemi di sicurezza del mondo. Pertanto, la risoluzione sostiene la tesi di guerre preventive usando la fuorviante argomentazione secondo cui la “sicurezza” dei cittadini dei paesi dell’Unione europea è garantita da una politica interventista che, in violazione della sovranità dei paesi e dei popoli, fa la guerra in ogni luogo e ogniqualvolta gli interessi dei gruppi economici dell’Unione siano in gioco. Tale politica sarà ulteriormente rafforzata dall’istituzione del servizio europeo per l’azione esterna.

In realtà, diventa sempre più evidente che adesso l’Unione fa essa stessa parte della minaccia che grava sui suoi cittadini. In un momento in cui i lavoratori si vedono privare di diritti importanti e alla popolazione vengono imposte misure draconiane con la scusa di una mancanza di risorse, bisogna condannare lo stanziamento di fondi per l’acquisto di armi e il rafforzamento dell’industria bellica.

 
  
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  Richard Howitt (S&D), per iscritto. (EN) I membri laburisti del Parlamento europeo hanno votato con gioia a favore della risoluzione sulla relazione dell’onorevole Ehler. I miei colleghi laburisti e io sosteniamo con piacere la collaborazione positiva in campo civile e militare e la creazione di maggiori capacità al fine di contribuire a mantenere la pace, prevenire conflitti e consolidare la ripresa post-bellica. Ma, in questo momento di gravi difficoltà finanziarie in tutta l’Europa, non reputiamo necessario istituire un quartier generale operativo permanente dell’UE e dubitiamo che esso possa apportare un valore aggiunto a quanto di buono si sta già facendo.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Sono favorevole a taluni aspetti della relazione che riguardano la collaborazione civile-militare e lo sviluppo di capacità civili-militari. Appoggio in particolare la cooperazione in caso di crisi umanitarie e catastrofi naturali.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) È necessario dare risposte efficaci alle crisi e alle minacce alla sicurezza che ci sono attualmente, compresi i disastri naturali, e a questo scopo è spesso necessario ricorrere sia a capacità civili che a capacità militari e richiedere una più stretta cooperazione tra le due. La definizione dell’approccio globale dell’Unione europea e le sue capacità congiunte di gestione civile e militare di crisi sono stati i tratti distintivi della politica europea di sicurezza e difesa (PESD) e ne costituiscono il valore aggiunto fondamentale. L’istituzione del servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) rappresenta un ulteriore contributo all’elaborazione di un approccio europeo realmente globale alla gestione civile e militare di crisi, alla prevenzione di conflitti e alla costruzione della pace e doterà l’Unione europea di strutture adeguate, personale e risorse finanziarie che le consentiranno di adempiere le sue responsabilità globali, in linea con la Carta delle Nazioni Unite.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Ho votato contro la relazione sulla cooperazione civile-militare e sulla creazione di capacità civili-militari. La relazione descrive in grande dettaglio gli attuali sviluppi della politica di sicurezza. A mio parere, però, essa non dà risposte chiare, decisive e positive a interrogativi importanti quali, ad esempio, se l’Unione europea, a lungo termine, sarà in grado di affermare la propria autonomia o se manterrà gli strettissimi rapporti che la legano alla NATO e, di conseguenza, trasferirà agli Stati Uniti le proprie responsabilità nel campo della politica estera.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (S&D), per iscritto. (EN) Ora che le guerre civili ed etniche si vanno gradualmente sostituendo alle guerre tra Stati e domineranno lo scenario dei conflitti nel XXI secolo, la linea di confine tra mantenimento della pace e costruzione della pace si sta facendo viepiù incerta. La natura mutevole dei conflitti richiede una più ampia cooperazione tra le capacità civili e quelle militari. La missione di vigilanza in Aceh, svoltasi tra il 2005 e il 2006 sotto la guida dell’Unione europea con un grandissimo successo, è un esempio importante e un memento di come sinergie civili-militari possano stabilizzare la pace e costruire, con tempestività ed efficienza, un clima di fiducia in un ambiente instabile. Mentre il gruppo di disarmo, guidato da esperti militari, monitorava il rapido e positivo processo di disarmo, il gruppo di esperti civili lavorava alla trasformazione di quel processo in una piattaforma per promuovere un ulteriore sviluppo del dialogo politico e consentire alle due parti di impegnarsi in maniera credibile a favore di una pace permanente. L’utilizzo di competenze civili e militari non deve essere limitato dalla denominazione tecnica della natura delle operazioni, bensì deve essere deciso sulla base di una valutazione della sua adeguatezza ed efficienza in termini di costi. Ho votato a favore della relazione perché penso che essa sia decisiva nel facilitare l’ulteriore sviluppo di una dimensione non aggressiva ma nondimeno coerente e competente delle politiche estere dell’Unione europea.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della relazione del collega in quanto ritengo che questo sia un tema importante e che la relazione lo tratti in modo serio e tenendo conto di tutta una serie di aspetti.

La cooperazione prevista nella relazione, è un'attività tipica delle moderne operazioni di supporto alla pace (PSO), nel cui ambito la componente militare interagisce con quella civile (autorità locali, organizzazioni e agenzie nazionali e internazionali e non governative), al fine di ripristinare condizioni di vita accettabili e di avviare la ricostruzione. Tali attività provvedono ad assicurare e a mantenere la piena cooperazione fra militari, popolazione civile e istituzioni locali, allo scopo di creare le condizioni necessarie a favorire il raggiungimento degli obiettivi assegnati. È pertanto importante che l'Unione europea sostenga e favorisca tale tipo di collaborazione

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione perché condivido l’idea che l’Unione europea potrà adempiere le proprie responsabilità di mantenere la pace, prevenire conflitti, rafforzare la sicurezza internazionale e assistere le popolazioni colpite da disastri solamente se ci sarà un migliore coordinamento tra le risorse civili e quelle militari e se saranno disponibili le risorse necessarie per potenziare le capacità dell’Unione di gestione globale di crisi.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Ci siamo astenuti dalla votazione su questa relazione perché ci si continua a impegnare e concentrare troppo sulle capacità militari e troppo poco sulle attività civili e di prevenzione.

 
  
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  Rafał Trzaskowski (PPE), per iscritto. (PL) Ancora una volta il Parlamento europeo ha espresso il proprio forte sostegno allo sviluppo della politica europea di sicurezza e difesa, nonostante gli venga decisamente negata la possibilità di assumere un ruolo attivo nella sua definizione. Siamo tutti consapevoli del valore aggiunto di tale politica, la quale, soprattutto, offre l’opportunità di combinare tra loro capacità civili e militari, anche se nella pratica, come si sottolinea nella relazione, resta ancora molto da fare. Sono favorevole all’integrazione delle strutture istituzionali di questa politica nel servizio europeo per l’azione esterna, ma mi associo al relatore laddove evidenzia la necessità che tale servizio collabori strettamente con le strutture che rimangono all’interno della Commissione.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (ECR), per iscritto. (EN) Noi siamo senz’altro a favore della cooperazione rafforzata civile-militare in alcune attività, ma questa relazione ha un impianto affatto diverso perché mira essenzialmente a portare avanti le ambizioni dell’Unione europea nel campo della difesa al fine di promuovere la sua integrazione. Non condividiamo questi obiettivi, in particolare: l’idea di un libro bianco dell’Unione europea sulla difesa che “dovrebbe individuare in modo esplicito le opportunità per la messa in comune delle risorse a livello UE”, la richiesta di un aumento del personale da destinare a doppioni di strutture militari comunitarie già esistenti, l’istituzione di un “quartier generale operativo permanente dell'UE, responsabile per la pianificazione operativa e la condotta delle operazioni militari dell'UE” e l’idea di un gruppo di paesi che facciano da battistrada nel portare avanti l’integrazione della politica di difesa attraverso il meccanismo della “cooperazione strutturata permanente” previsto dal trattato di Lisbona. E potrei citare molti altri esempi. Per tutti questi motivi, abbiamo votato contro la risoluzione.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Con il trattato di Lisbona, la definizione di una politica comune di difesa è diventata uno degli obiettivi concreti dell’Unione europea. Lo scopo è quello di migliorare la capacità dell’Unione di svolgere un ruolo di gestione di crisi consentendo il ricorso a risorse finanziarie, civili e militari e un loro impiego più efficiente. Le capacità militari saranno sviluppate a livello comunitario dagli Stati membri intenzionati in tal senso, nell’ambito della cooperazione strutturata permanente (CSP). La relazione dell’onorevole Ehler chiede che siano fissate le condizioni per la cooperazione militare e si dia una definizione chiara della CSP. In quanto austriaca, per me è molto importante che le definizioni siano chiare, soprattutto riguardo all’attuazione della clausola di solidarietà, prevista dall’articolo 22 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, e della clausola di reciproca assistenza, prevista dall’articolo 42, paragrafo 7, del trattato sull’Unione europea, citate anch’esse nella relazione. La clausola di reciproca assistenza stabilisce specificamente che non sarà pregiudicato il carattere peculiare della politica di sicurezza e difesa di alcuni Stati membri, garantendo così il mantenimento della neutralità.

Come in passato, la clausola di solidarietà lascia alle autorità nazionali la decisione se chiedere o meno, e in quale forma, l’assistenza dell’Unione europea. I cittadini austriaci, però, si sono molto preoccupati a seguito della pubblicazione nei media di una serie di articoli, e pertanto abbiamo bisogno di sapere in via definitiva come saranno queste nuove componenti militari dell’Unione europea.

 
  
  

Relazione Bilbao Barandica (A7-0299/2010)

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un piano a lungo termine per lo stock di acciuga nel Golfo di Biscaglia e per le attività di pesca che sfruttano tale stock, perché essa può contribuire a mantenere gli stock di biomassa a livelli tali da consentire uno sfruttamento sostenibile sulla base di pareri scientifici.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Visti l’importanza della pesca dell’acciuga nel Golfo di Biscaglia, il danno causato dalla sua chiusura a coloro che ne dipendono (pescatori, riparatori di reti, industria conserviera, eccetera) e la mancata compensazione della perdita di reddito con gli aiuti concessi dagli Stati membri, è essenziale elaborare un piano a lungo termine per la ricostituzione degli stock di acciuga in modo tale che i pescatori possano cominciare a utilizzare tali risorse senza mettere a repentaglio l’esistenza di questa specie, che riveste un’importanza vitale per la pesca e l’industria conserviera europee. Per quanto riguarda la riduzione del 10 per cento delle quote di pesca e le modalità di calcolo dello sfruttamento, credo che tali misure siano eccessive perché non tengono conto del loro possibile impatto economico e sociale sulle attività industriali e sulle persone interessate.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Questa proposta di regolamento mira a istituire un piano a lungo termine per lo stock di acciuga nel Golfo di Biscaglia e le attività di pesca che lo sfruttano. La pesca dell’acciuga nel Golfo di Biscaglia è chiusa dal 2005 a causa delle cattive condizioni in cui si trovava lo stock di questa specie. Per riportare lo stock di acciuga nel Golfo di Biscaglia a un livello tale da rendere possibile uno sfruttamento sostenibile, è necessario attuare misure di gestione di lungo periodo per garantire che l’utilizzo di questo stock sia compatibile con uno sfruttamento sostenibile, assicurando così, per quanto possibile, la stabilità della pesca e, allo stesso tempo, un basso rischio di crollo dello stock stesso. Sono lieto che, nell’ambito della relazione, sia stato adottato un piano a lungo termine, in luogo di provvedimenti annuali ad hoc, per l’attribuzione delle possibilità di pesca, perché in tal modo si assicura la stabilità del settore ittico e si rafforzano il monitoraggio e l’applicazione delle norme. Ritengo anch’io che sia opportuno sostenere le attività di controllo, ispezione e sorveglianza delle competenti amministrazioni regionali, perché sono queste ultime ad avere il polso della situazione, e che sia necessario redigere e pubblicare una relazione prima dell’inizio della stagione di pesca.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Il preoccupante stato di conservazione dello stock di acciuga nel Golfo di Biscaglia ha portato alla chiusura della pesca di questa specie nel 2005. Il risultato della chiusura – che ha prodotto le inevitabili e tragiche conseguenze sul piano economico e sociale dalle quali è sempre necessario mettere in guardia, in questo come in altri casi, e che vanno quanto più possibile mitigate – è che gli stock di acciuga si stanno ricostituendo, al punto che si potrà riprenderne lo sfruttamento. Noi crediamo che le decisioni sulla chiusura delle attività di pesca, sulla loro riapertura e sulle condizioni di sfruttamento delle risorse debbano fondarsi sempre, prima di tutto e innanzi tutto, su dati e pareri scientifici relativi allo stato delle risorse. È quindi essenziale che tali dati siano quanto più rigorosi e aggiornati possibile, nel senso che per questo scopo si devono stanziare fondi sufficienti, specificamente attraverso gli strumenti finanziari della politica comune della pesca.

I piani a lungo termine sono uno strumento importante di gestione della pesca perché permettono di coniugare un fattore essenziale come la conservazione a livelli sostenibili delle risorse ittiche con la garanzia di prospettive di sfruttamento a medio termine, la qual cosa è indispensabile per dare stabilità economica e sociale alla pesca e alle comunità locali che da essa dipendono.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) La pesca dell’acciuga nel Golfo di Biscaglia è chiusa dal 2005 a causa delle cattive condizioni dello stock di quella specie. La relazione illustra in dettaglio gli obiettivi di un piano che mira a conservare la biomassa dello stock di acciuga nel Golfo di Biscaglia a un livello tale da consentirne uno sfruttamento sostenibile corrispondente alla resa massima sostenibile, sulla base di pareri scientifici e garantendo allo stesso tempo al settore ittico tutta la stabilità e redditività possibili. Questo piano è simile ad altri piani a lungo termine per la pesca di specie pelagiche (come quello adottato di recente per lo stock di aringhe della Scozia occidentale), nel senso che prevede una norma di controllo del pescato per lo sfruttamento a rese elevate di lungo termine e nel contempo tutela dal rischio di un crollo dello stock.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La sospensione della pesca dell’acciuga nel Golfo di Biscaglia dal 2005 ha creato gravi difficoltà agli operatori economici che si guadagnano da vivere grazie a questa attività economica. Oggi, dopo cinque anni di sospensione, lo stock di acciuga nel Golfo di Biscaglia si è ricostituito e ha raggiunto livelli accettabili, tanto che è possibile riprenderne la pesca, ma sulla base di un piano a lungo termine per evitare che lo stock scenda a livelli tali da esporre la specie al rischio di estinzione, cosicché la pesca dell’acciuga possa tornare a far parte delle attività economiche di quest’area.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Nonostante l’introduzione di contingenti per la pesca dell’acciuga nel Golfo di Biscaglia, non altrettanto è stato fatto per le specie pelagiche e il tonno. Il numero di pescherecci operanti in quell’area è sceso da 391 nel 2005 a 239 nel 2009, con considerevoli effetti sull’economia della zona. Secondo la relatrice, però, lo stock di acciuga non si è ancora ricostituito. C’è bisogno di un nuovo piano di gestione per risolvere questo problema, che è legato allo stock di acciuga e non deve essere rinegoziato ogni anno.

La relatrice è del parere che il nuovo piano debba anche stabilire i meccanismi di controllo utilizzati per verificare i livelli di pescato. Mi sono astenuto dal voto perché la relatrice ha comunicato che molto probabilmente gli articoli del piano riguardanti i controlli saranno emendati da un nuovo regolamento di controllo del Consiglio e di non sapere con esattezza cosa ciò possa comportare.

 
  
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  Claudio Morganti (EFD), per iscritto. − La pesca dell'acciuga nel Golfo di Biscaglia riveste una notevole importanza sociale ed economica. Tale pesca è chiusa dal 2005 e la flotta è passata da 391 pescherecci in quell'anno a 239 nel 2009, il che ha avuto ripercussioni dirette su oltre 2500 famiglie. Tale chiusura ha provocato gravi danni alle categorie interessate, vale a dire i pescatori, le persone che riparano le reti da pesca, l'industria conserviera, ecc. La perdita di reddito non è stata coperta dagli aiuti compensativi concessi dagli Stati membri.

L'applicazione del piano consentirà di sottrarre la gestione dell'acciuga ai negoziati politici che hanno luogo ogni anno in dicembre e le permetterà di conseguire gli obiettivi a lungo termine in materia di gestione delle risorse europee, garantendone la sostenibilità e la massima redditività.

La norma di cattura definisce il TAC (o totale ammissibile di catture) per ogni anno di pesca immediatamente dopo la valutazione dello stock conformemente alle campagne di maggio di ogni anno, il che consente di trarre immediatamente il miglior partito da tali informazioni. Tutte le realtà produttive e locali interessate attendono la riapertura di questa pesca e hanno dato un contributo importante all'elaborazione del testo. Per questi motivi la mia indicazione di voto sul provvedimento nel suo complesso è positiva.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, la pesca all'acciuga nel Golfo di Biscaglia ha una grande importanza sotto il profilo sociale ed economico. Tale attività è però ferma da cinque anni e ciò ha causato ripercussioni dirette sui pescatori e loro famiglie nonché sull'indotto che ruotava intorno a tale settore lavorativo, tra cui i riparatori di reti da pesca e l'industria conserviera. Purtroppo, gli aiuti posti in essere dagli Stati membri non hanno compensato la grave perdita di reddito. È opportuno, quindi, rivedere tale blocco e porre in essere un piano di lunga durata per trovare una soluzione che tenga conto delle varie istanze.

In ragione di ciò, ho votato a favore della relazione della collega soprattutto in quanto questa introduce una norma di cattura che ottimizza le catture adottando il principio di precauzione che offre anche massimi economici attendibili per questa pesca.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Nel Golfo di Biscaglia, la pesca dell’acciuga riveste una grande importanza socio-economica e la sua chiusura nel 2005 ha causato gravi danni a tutti coloro che da essa dipendono (pescatori, riparatori di reti, industria conserviera, eccetera). Ho votato a favore della relazione perché penso che il piano a lungo termine ci permetterà di soddisfare l’esigenza di razionalizzare lo sfruttamento di questa risorsa, garantendo la sostenibilità a lungo termine della pesca e riducendo il rischio di un crollo dello stock di acciuga.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (ES) Questa discussione sulla situazione degli stock di acciuga e sul piano di ricostituzione rappresenta, come è già stato osservato, un punto di svolta sia per questa specie ittica sia per le relazioni tra Consiglio, Parlamento e Commissione.

A tale proposito, il nostro gruppo ha appoggiato sin dall’inizio le proposte cautelative avanzate dalla Commissione, soprattutto per quanto riguarda: 1) la norma di sfruttamento (che secondo noi non deve superare lo 0,3); 2) il fatto che il totale ammissibile di catture (TAC) debba tener conto dell’esca viva; 3) il fatto che qualsiasi riduzione del TAC, qualora ritenuta necessaria, debba essere pari ad almeno il 25 per cento.

Questi tre punti sono stati infine accolti dalla maggioranza dei membri della commissione per la pesca, e confido che lo stesso avverrà durante il voto in Aula. Si tratta chiaramente di un caso esemplare; mi auguro che ne trarremo le debite conseguenze e che, per una volta, ci comporteremo come medici olistici, invece che come medici legali.

 
  
  

Relazione Gallagher (A7-0296/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione perché credo che le misure proposte dalla Commissione per il controllo e la vigilanza delle aree di pesca siano necessarie. La risoluzione è un tentativo di affrontare il problema della mancanza di informazioni sugli stock di sugarello stabilendo una formula per il calcolo di un tetto massimo annuale di sbarchi consentiti e di catture ammissibili di sugarelli in determinate zone per le navi che praticano questo tipo di pesca.

I soggetti principali del settore interessati dal nuovo piano sono i proprietari, gli armatori e gli equipaggi di pescherecci pelagici che operano nelle zone di distribuzione dello stock occidentale di sugarello, cioè il Mare del Nord, le aree a ovest delle Isole Britanniche, la parte occidentale del Canale della Manica, le acque a ovest della Bretagna, il Golfo di Biscaglia e le acque al largo delle coste settentrionali e nord-occidentali della Spagna, allo scopo precipuo di garantire uno sfruttamento delle risorse acquatiche vive che sia tale da creare condizioni economiche, ambientali e sociali sostenibili. È importante notare altresì che il Portogallo è riuscito a conservare i suoi interessi di pesca e potrà continuare a godere del suo storico diritto di pescare in quelle aree. Esprimo il mio apprezzamento per questa soluzione positiva, di cui beneficerà la pesca costiera di piccole dimensioni, che è del tutto compatibile con la tutela delle risorse.

 
  
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  Slavi Binev (NI), per iscritto.(BG) Quelli occidentali sono, dal punto di vista economico, gli stock di sugarello più importanti presenti in acque comunitarie. Per tale ragione, dobbiamo ragionare sia in termini di sfruttamento di lungo periodo di risorse acquatiche vive, per creare le condizioni necessarie per la sostenibilità e lo sviluppo, sia in termini sociali, per tener conto delle esigenze dei proprietari, degli armatori e degli equipaggi dei pescherecci. Ecco perché appoggio la proposta della Commissione riguardante un piano pluriennale per gli stock occidentali di sugarello e le modalità di pesca di questi stock.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sulla proposta di un piano pluriennale per lo stock occidentale di sugarello e per le attività di pesca che sfruttano tale stock perché essa contribuisce a garantire uno sfruttamento sostenibile sotto il profilo economico, ambientale e sociale di questi stock. Tale proposta, che riguarda direttamente il Portogallo, prende in considerazione anche le caratteristiche e le finalità specifiche delle flotte interessate, non da ultima la flotta artigianale, nell’ottica di fornire grandi quantità di pesce fresco alla popolazione.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Tutelare la pesca insieme con gli interessi economici e sociali ad essa collegati – in aggiunta agli interessi alimentari – non significa garantire un diritto di pesca senza regole e senza limiti. Sappiamo che le risorse ittiche sono limitate e che una pesca intensiva non lascia agli stock sfruttati il tempo necessario per riprodursi in quantità sufficienti. È dunque importante definire piani di mantenimento e conservazione degli stock ittici cercando di coniugare gli interessi economici e sociali in gioco con la conservazione delle specie, la quale è essenziale ai fini del mantenimento a lungo termine delle possibilità di pesca. Attraverso gli emendamenti presentati e adottati, la relazione tutela la pesca tradizionale del sugarello e, in particolare, permette a trenta pescherecci portoghesi di continuare a operare nel Golfo di Biscaglia, proseguendo così un’attività che è vitale per l’interesse nazionale, come ha chiaramente sottolineato l’onorevole Patrão Neves, relatrice ombra del gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano) per questa relazione.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Questa proposta è un tentativo di affrontare il problema della mancanza di informazioni sugli stock di sugarello stabilendo una formula per i pescherecci impegnati nella pesca di questa specie e tenendo conto di un tetto massimo annuo di sbarchi consentiti e di catture ammissibili di sugarelli in determinate zone. La formula si basa sugli indicatori scientifici e biologici più affidabili attualmente disponibili riguardo allo sviluppo dello stock. Mi fa piacere che si siano tenute in considerazione le flotte artigianali, tradizionalmente specializzate in questo tipo di pesca destinata a soddisfare il consumo locale di pesce fresco; per tale motivo, le zone di pesca da istituire non devono essere troppo distanti dalla costa. Desidero ricordare l’importante ruolo svolto dal Parlamento europeo, che ha respinto ed emendato gli atti delegati della Commissione in questa materia.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) I piani pluriennali rappresentano uno strumento importante di gestione della pesca perché permettono di coniugare l’essenziale mantenimento a livelli sostenibili delle risorse ittiche con la garanzia di prospettive di sfruttamento a medio termine di tali risorse, il che è indispensabile per dare stabilità economica e sociale alla pesca e alle comunità locali che da essa dipendono. Accogliamo perciò con favore l’adozione sia della relazione sia dell’emendamento presentato dal nostro gruppo sulla distribuzione geografica del totale ammissibile di catture (TAC), che a nostro giudizio è d’importanza cruciale per un approccio economicamente e socialmente equo alla gestione degli stock. Nel fissare i limiti dell’attività di pesca, la pesca costiera e quella artigianale, che servono a rifornire la popolazione di pesce fresco per il consumo, non vanno trattate allo stesso modo della pesca industriale, che si occupa invece della lavorazione industriale e dell’esportazione.

Affinché la gestione delle risorse ittiche tenga sicuramente conto degli aspetti biologici e ambientali, oltre che di quelli economici e sociali, è necessario riconoscere che le caratteristiche delle flotte e la destinazione del pesce sono elementi da prendere in considerazione in sede di determinazione dei TAC.

 
  
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  Pat the Cope Gallagher (ALDE), per iscritto. (GA) La relazione che ho presentato prevede un piano pluriennale di gestione per uno degli stock di pesce più importanti in Europa. Grazie al piano pluriennale per il sugarello, gli stock di questa specie potranno raggiungere in futuro il massimo livello sostenibile. La proposta è stata avanzata originariamente dal comitato consultivo regionale per gli stock pelagici e sottolinea l’importanza del settore pelagico europeo ai fini di una gestione sostenibile degli stock ittici.

I deputati spagnoli e portoghesi volevano creare due zone per i totali ammissibili di catture, ma la loro raccomandazione non ha senso e penalizzerebbe la flotta pelagica irlandese. In sede di votazione finale sono riuscito a modificare quegli emendamenti.

Questa relazione è una delle prime iniziative legislative sulla pesca adottate ai sensi del trattato di Lisbona e per tale motivo ci sono stati alcuni ritardi procedurali.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Nella mia circoscrizione elettorale, il sugarello è cresciuto d’importanza e l’anno scorso nei porti scozzesi sono stati scaricati, solamente da pescherecci stranieri, sugarelli per un valore di circa due milioni di sterline. Tale cifra dimostra che il sugarello è importante per molti paesi, così come è importante una gestione corretta dello stock. Sono pienamente d’accordo con l’onorevole Gallagher sul fatto che lo stock occidentale dev’essere considerato come uno stock unico. Credo che i paesi che praticano la pesca del sugarello debbano avere il diritto di collaborare alla gestione di questa importante risorsa.

 
  
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  Alan Kelly (S&D), per iscritto. (EN) La proposta mira a garantire che lo sfruttamento delle risorse acquatiche vive avvenga in condizioni sostenibili dal punto di vista economico, ambientale e sociale. Poiché la proposta è ancora in prima lettura, sarà possibile emendarla nelle fasi successive. L’orientamento generale della proposta è positivo e quindi bisogna dare anche ad altri l’opportunità di dire la loro.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) La proposta istituisce un piano pluriennale per lo stock occidentale di sugarello e le attività di pesca che sfruttano tale stock. La Commissione ha predisposto uno strumento giuridico di gestione dello stock di sugarello che è in linea con i valori di riferimento disponibili per la conservazione e le considerazioni sulla sostenibilità a lungo termine. La proposta mira a garantire che lo sfruttamento delle risorse acquatiche vive avvenga in condizioni sostenibili dal punto di vista economico, ambientale e sociale.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’istituzione di un piano pluriennale per lo stock occidentale di sugarello e le attività di pesca che sfruttano tale stock è d’importanza vitale ai fini di un utilizzo efficiente e corretto delle risorse ittiche. In tal modo, e a condizione che le norme siano rispettate, gli stock ittici non subiranno crolli e sarà possibile sfruttare queste risorse in modo sostenibile. È importante che la relazione dia al Portogallo la possibilità di mantenere i livelli di catture che aveva in passato, perché essi sono essenziali per mantenere in buona salute l’industria ittica, che negli ultimi tempi ha subito parecchi contraccolpi.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) In un periodo in cui le catture eccessive di stock si stanno diffondendo sempre più, è necessario discutere maggiormente dell’introduzione di quote di pescato e, quindi, anche di come rispettarle e monitorarle. Gli scienziati, però, non sono ancora riusciti a determinare con precisione il livello degli stock delle varie specie ittiche – in questo caso, del sugarello. Ne consegue che tutte le misure adottate si basano su stime. Nondimeno, è a tali stime che occorre fare riferimento per fissare il totale ammissibile di catture. Mi sono astenuto dal voto perché la relazione non analizza in maniera sufficientemente dettagliata gli aspetti economici della pesca del sugarello.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della relazione del collega in quanto ne condivido impianto e messaggio.

Ritengo infatti che, man mano che la scienza evolve, i valori utilizzati per determinare i riferimenti biologici potrebbero essere oggetto di nuovi e diversi pareri scientifici. In queste circostanze, è ovvio che il piano dovrebbe prevedere la possibilità di adeguare i fattori di riferimento.

Concordo con il relatore per quanto riguarda l'accesso alla zona per le navi che praticano la pesca di sugarelli. È opportuno, infatti, creare una regola più flessibile di quella che suggerisce la Commissione. Le navi che praticano la pesca di sugarelli in una zona devono poter sbarcare le catture in un porto che si trova in un'altra zona. Pertanto, credo che un sistema in base a cui il comandante di un peschereccio sarebbe tenuto a registrare i dati relativi alle catture e al luogo in cui esse avvengono sia realizzabile ed equo.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) I piani pluriennali sono uno strumento fondamentale per garantire che lo sfruttamento delle risorse ittiche vive avvenga in condizioni sostenibili dal punto di vista economico, ambientale e sociale. Per tale motivo ho votato a favore della relazione sulla proposta di istituire un piano pluriennale di gestione dello stock occidentale di sugarello, e sono lieto che l’emendamento presentato dall’onorevole Patrão Neves sia stato approvato, perché esso è essenziale per garantire la tutela della pesca artigianale e degli interessi del Portogallo in questo campo.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) La disputa tra le istituzioni verte su quale parte del piano di gestione della pesca riguardi la fissazione dei totali ammissibili di catture (TAC) e rientri pertanto nell’esclusiva responsabilità del Consiglio. Alcuni Stati membri ritengono che debba essere il solo Consiglio a decidere sull’intero piano, ma la loro posizione non gode di ampio sostegno, neppure da parte dei servizi giuridici del Consiglio. I più ritengono che la formula matematica per il calcolo dei TAC debba essere stabilita dal Consiglio, non secondo la procedura di codecisione. Il 1o dicembre 2009, cioè il giorno in cui è entrato in vigore il trattato di Lisbona, la commissione per la pesca ha espresso un “voto indicativo” sull’emendamento presentato dall’onorevole Gallagher e da altri, senza tuttavia procedere alla votazione finale sulla proposta di relazione emendata, allo scopo di dare ai relatori (l’onorevole Gallagher sul sugarello e l’onorevole Bilbao Barandica sull’acciuga) un mandato politico per negoziare con il Consiglio. Alla fine, dopo quasi un anno di tentennamenti da parte di quest’ultimo, la commissione per la pesca ha deciso di effettuare una votazione vera e propria per esercitare pressione sul Consiglio e indurlo ad attivarsi.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) Sotto il profilo economico, lo stock occidentale di sugarello è quello più importante in acque comunitarie. La proposta della Commissione europea istituisce un piano pluriennale per questo stock e le attività di pesca che lo sfruttano. È auspicabile garantire che lo sfruttamento delle risorse acquatiche vive avvenga in condizioni economiche, ambientali e sociali sostenibili. Questa proposta potrebbe persino fungere da modello per piani pluriennali futuri riguardanti la regolamentazione delle possibilità di pesca in acque comunitarie. Sono favorevole agli emendamenti presentati dalla commissione per la pesca del Parlamento europeo, che mirano a garantire maggiore flessibilità, attraverso la fissazione di limiti minimi e massimi, in sede di determinazione dei fattori biologici di riferimento e di calcolo delle catture ammissibili totali, nonché maggiore coordinamento con le norme che istituiscono un sistema comunitario di controllo per accertare il rispetto delle regole della politica comune della pesca. Per questi motivi voto a favore della relazione.

 
  
  

Relazione Gróbarczyk (A7-0295/2010)

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Il Mar Baltico è stato classificato come “area marittima sensibile” (PSSA) dal Comitato per la protezione dell’ambiente marino dell’Organizzazione marittima internazionale. Ne consegue che il Mar Baltico rappresenta uno degli ecosistemi marini più preziosi e sensibili del mondo. Ho votato a favore delle disposizioni contenute nel documento, che esorta a preparare il terreno per uno sfruttamento sostenibile delle riserve ittiche senza dover necessariamente abbassare gli standard di commercializzazione. Per limitare efficacemente il rigetto di quantità eccessive di esemplari giovani e sottodimensionati appartenenti o meno a specie bersaglio, è importante che l’industria della pesca sia incoraggiata ad avvalersi delle attrezzature più selettive e a non pescare in aree caratterizzate dalla presenza di grandi quantità di pesce sottodimensionato o appartenente a specie non bersaglio. Occorre avviare una revisione della pratica del rigetto, e ritengo che questa rappresenterà una delle questioni più rilevanti per il 2011, contestualmente alla discussione sulla riforma della politica comune europea per la pesca.

 
  
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  Slavi Binev (NI), per iscritto. (BG) Seguiamo tutti con grande preoccupazione le ripercussioni sull’ambiente dell’attività umana della pesca di massa, e condividiamo la medesima inquietudine a proposito della riduzione delle riserve e della pesca industriale incontrollata. Alla luce di ciò, sono a favore dell’introduzione dello sfruttamento sostenibile delle risorse acquatiche vive e della revisione delle aree protette del Mar Baltico.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Mi sono espressa a favore della relazione in quanto propone restrizioni sulla pesca della passera pianuzza e del rombo chiodato nel Mar Baltico. La pesca industriale nel Mar Baltico dev’essere urgentemente fermata. Vista la mancanza di dati scientifici affidabili su cui valutare le catture dei pescatori industriali, è essenziale introdurre senza ulteriore indugio una documentazione completa delle catture, accompagnata da un monitoraggio continuo delle imbarcazioni coinvolte in tali attività di pesca. Convengo con la posizione del Parlamento europeo, secondo cui occorre intervenire immediatamente ai sensi della politica comune della pesca per risolvere la questione della pesca industriale nel Mar Baltico, tenendo presente che, dal punto di vista dell’ambiente, tale pesca è deleteria per l’ecosistema di questo mare.

Non dobbiamo dimenticare che Mar Baltico è uno degli ecosistemi marini più preziosi del mondo e che la regione in questione è stata classificata come “area marittima sensibile” (PSSA). Inoltre, il clima del Mar Baltico sta cambiando e diverse specie di pesci si stanno adattando a tale mutamento, nel senso che stanno cambiando anche le loro rotte di migrazione e le modalità di riproduzione. Per tale ragione, concordo con l’invito rivolto dal Parlamento alla Commissione a condurre una revisione delle aree marine protette nel Mar Baltico.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Per l’Unione europea, e soprattutto per un paese come il Portogallo, che ha una vocazione per il mare e per la pesca e un settore della pesca e delle conserve molto sviluppato, è essenziale che la pesca continui a essere un’attività economica possibile e sostenibile. Il Portogallo ha bisogno della pesca e, di conseguenza, necessita che il mare mantenga la propria capacità di fornire risorse ittiche e che le specie continuino a potersi riprodurre. Per tale ragione specifica, concordo col relatore quando afferma che “onde prevenire efficacemente le catture accessorie e limitare il rigetto di quantità eccessive di esemplari giovani e sottodimensionati appartenenti o meno a specie bersaglio, è di fondamentale importanza che l’industria della pesca sia incoraggiata ad avvalersi delle attrezzature più selettive e a non pescare in aree caratterizzate dalla presenza di grandi quantità di pesce sottodimensionato o appartenente a specie non bersaglio”.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Onde prevenire efficacemente la selezione qualitativa e limitare il rigetto di quantità eccessive di esemplari giovani e sottodimensionati, è di fondamentale importanza che l’industria della pesca sia incoraggiata ad avvalersi delle attrezzature più selettive e a non pescare in aree caratterizzate dalla presenza di grandi quantità di pesce sottodimensionato o appartenente a specie non bersaglio.

Ritengo che introdurre il divieto completo di rigetto nel caso della passera pianuzza o di altri pesci appartenenti alla medesima famiglia sia inappropriato, in quanto influirebbe negativamente sulle riserve di passera pianuzza. Il divieto di rigetto in mare potrebbe inoltre sortire l’effetto indesiderato di fungere da argomentazione per la legalizzazione della pesca su larga scala del merluzzo sottodimensionato nel Mar Baltico. È opportuno precisare che il Mar Baltico è stato classificato come “area marittima sensibile” (PSSA) dal Comitato per la protezione dell’ambiente marino dell’Organizzazione marittima internazionale.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione, che appoggia una proposta tesa a semplificare l’aspetto amministrativo, ma che non apporta cambiamenti significativi alle restrizioni sulla pesca della passera pianuzza e del rombo chiodato nel Mar Baltico.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La pesca deve rappresentare un’attività economica sostenibile nel lungo periodo, e ciò è possibile solamente attraverso una gestione oculata delle risorse ittiche. Le preoccupazioni espresse dal relatore sono pertanto legittime e tengono conto della necessità di proteggere le specie e conservare la biodiversità. Concordo pertanto con i divieti e le restrizioni adottate.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (LV) Poiché le riserve ittiche del Mar Baltico sono limitate, occorre regolamentare in maniera rigorosa la cattura di specie ittiche preziose. A tal fine, è importante definire con precisione il compito delle organizzazioni competenti dell’Unione europea, in modo da poter effettuare il monitoraggio e imporre restrizioni sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse marine. È essenziale stabilire delle quote per consentire la ricostituzione delle risorse ittiche del Mar Baltico. A tutti i soggetti coinvolti nella pesca andrebbe trasmesso un messaggio chiaro sulle gravi conseguenze che potrebbe comportare lo sfruttamento irrazionale delle risorse ittiche.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Su un numero crescente di specie ittiche del Mar Baltico incombe una minaccia immediata. Ad esempio, in questo mare vengono catturati meno merluzzi rispetto a 15 anni fa, e i pesci in questione sono più piccoli e di qualità inferiore. Uno dei fattori maggiormente determinanti in tal senso è la pesca industriale e il modo in cui vengono gestite le catture accessorie. In alcuni casi, la pesca costiera, tradizionale e su piccola scala riesce a garantire una gestione sostenibile delle riserve ittiche. Mi sono astenuto, in quanto la relazione dichiara apertamente che sulla questione non sono disponibili dati scientifici affidabili.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della risoluzione.

L'esperienza maturata nel Mar Baltico utilizzando un sistema di rigetti dimostra che tale sistema funziona adeguatamente ed è praticabile per talune specie di pesci. Le specie che danno luogo a catture accessorie possono avere un basso valore di mercato, possono essere completamente inadatte al consumo umano o può essere illegale sbarcarle. Si pongono, pertanto, le basi per lo sfruttamento sostenibile degli stock ittici, senza che sia necessario abbassare il livello delle norme di commercializzazione. Onde prevenire efficacemente le catture accessorie e limitare il rigetto di quantità di esemplari giovani e sottodimensionati, è di fondamentale importanza che l'industria della pesca sia incoraggiata ad avvalersi delle attrezzature più selettive e a non pescare in aree caratterizzate dalla presenza di grandi quantità di pesce sottodimensionato e appartenente a specie non bersaglio.

Si dovrebbero inoltre introdurre periodi di fermo variabili che si adattino ai cicli riproduttivi dei pesci. Il clima nel Mar Baltico sta subendo cambiamenti ai quali le diverse specie di pesce si stanno adattando, il che significa che anche i loro cicli migratori e riproduttivi si stanno modificando. Alla luce di tali considerazioni emerge la necessità di una revisione delle aree protette.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione in quanto ritengo che sia essenziale promuovere la gestione sostenibile delle risorse marine, in linea con l’obiettivo di preservare le riserve ittiche del Baltico, uno degli ecosistemi più preziosi e sensibili del mondo.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Le norme tecniche dettagliate che disciplinano la pesca nel Mar Baltico (misura di maglia, zone chiuse, ecc.) sono contenute nel regolamento del Consiglio 2187/2005. Tuttavia, prima dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona, il Consiglio ha frequentemente approvato misure-scorciatoia per adottare celermente tali norme inserendole nel regolamento sulle quote. Ad esempio, il regolamento del Consiglio (CE) 1226/2009 che stabilisce le quote per il 2010 contiene disposizioni relative a misure tecniche, segnatamente l’articolo 7 sul divieto della selezione qualitativa e l’allegato III concernente le restrizioni sulla pesca della passera pianuzza e del rombo chiodato. Dopo Lisbona, tale pratica non è più legale, pertanto occorre emendare il regolamento del Consiglio 2187/2005. È l’unico scopo di questa proposta, ed è stato adottato all’unanimità in seno alla commissione per la pesca.

 
  
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  Viktor Uspaskich (ALDE), per iscritto. (LT) Il prossimo anno il Parlamento europeo discuterà la riforma della politica comune della pesca (PCP). Concordo sul fatto che tale processo debba prevedere misure volte a migliorare lo sfruttamento sostenibile delle risorse ittiche e la gestione efficace delle risorse marine. Come indicato dall’Organizzazione marittima internazionale, il Mar Baltico è una “area marittima sensibile”. Ne consegue che il Mar Baltico rappresenta uno degli ecosistemi marini più preziosi e sensibili del mondo, ma non dobbiamo dimenticare l’aspetto umano della questione, che non viene citato nella relazione. L’industria della pesca vanta una tradizione di lunga data in Lituania. Benché il settore della pesca rappresenti una percentuale relativamente piccola del PIL lituano, è particolarmente importante per l’economia del paese. Negli ultimi anni, le regioni della Lituania che dipendono dalla pesca hanno dovuto affrontare notevoli difficoltà di ordine economico e sociale, a causa del calo delle risorse ittiche e della politica di conservazione delle riserve.

In Lituania sta diventando sempre più difficile trarre sostentamento dalle attività correlate alla pesca. Le retribuzioni basse rendono tale attività poco attraente per i giovani. Di conseguenza, la Lituania e altri Stati membri dell’UE devono continuare ad attuare la maggior parte delle politiche definite dal Fondo europeo per la pesca. Tali aiuti serviranno a creare nuovi posti di lavoro, ad aumentare il valore dei prodotti ittici e a promuovere l’ecoturismo, eccetera.

 
  
  

Relazioni Bilbao Barandica (A7-0299/010), Gallagher (A7-0296/2010), Gróbarczyk (A7-095/2010), Ferreira (A7-0184/2010)

 
  
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  Andrew Henry William Brons e Nick Griffin (NI), per iscritto. (EN) Ci siamo astenuti dal votare sulle relazioni Bilbao Barandica, Gallagher e Ferreira per il fatto che nel medesimo documento erano contenute proposte vantaggiose e dannose. Abbiamo tuttavia votato a favore della relazione Gróbarczyk, malgrado i dubbi su alcune parti del contenuto (ad esempio, quando suggerisce che il sistema di rigetto avrebbe potuto funzionare per determinate specie di pesci – noi siamo contrari al sistema di rigetto in toto). Ci siamo espressi a favore della relazione in quanto promette una revisione di tale sistema. È tutto quello che possiamo sperare nei limiti della politica comune per la pesca.

 
  
  

Relazione Ferreira (A7-0184/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Nel complesso concordo con gli emendamenti proposti, visto che l’introduzione di specie esotiche è uno dei principali elementi di turbativa degli ecosistemi e, insieme alla distruzione degli habitat naturali, rappresenta uno dei fattori più determinanti in termini di perdita della biodiversità globale, come viene riconosciuto dalla Commissione. Appoggio pertanto la proposta che delinea le condizioni per l’introduzione di specie esotiche e localmente assenti definendo con precisione i requisiti a cui dovranno conformarsi gli impianti di acquacoltura chiusi e la necessità di supervisionare tali impianti allo scopo di assicurare il rispetto dei requisiti tecnici proposti dagli specialisti.

L’acquacoltura, soprattutto in un periodo in cui sta per essere avviata una nuova strategia europea nel settore, necessita di notevole sostegno per la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico nel campo dell’allevamento di specie autoctone, per garantire una maggiore diversificazione. Convengo con gli emendamenti che presuppongono un maggiore coinvolgimento del Parlamento nel settore mediante l’adeguamento delle vecchie disposizioni sulla comitologia al trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. − Porgo anzitutto i miei complimenti al relatore Ferreira per aver elaborato questa relazione sulla quale ho espresso voto favorevole.

Recenti studi hanno evidenziato la necessità di sviluppare il settore dell'acquacoltura europea e di intensificare la ricerca scientifica nel campo dell'allevamento delle specie autoctone. In questo modo sarà possibile garantire un miglioramento della sicurezza, della qualità e della diversificazione dei prodotti offerti ai consumatori e quindi assicurare una maggiore protezione dell'ambiente.

Per quanto riguarda l'introduzione di specie esotiche in sistemi di acquacoltura chiusi, che secondo la Commissione riguarda soprattutto "pratiche acquicole e di ripopolamento", ritengo che questa pratica debba essere accompagnata da una rigorosa vigilanza di queste strutture, degli impianti e delle attività di trasporto di questi animali onde evitare eventuali fughe che creerebbero turbativa degli ecosistemi autoctoni e degli habitat naturali, rappresentando uno dei maggiori fattori che contribuisce maggiormente alla perdita della biodiversità a livello mondiale.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione concernente l’utilizzo di specie esotiche e localmente assenti nell’acquacoltura, in quanto permetterà di rafforzare i requisiti a cui dovrebbero essere soggetti gli impianti di acquacoltura chiusi e il trasporto delle specie, in modo da ridurre al minimo l’impatto sugli ecosistemi e la biodiversità.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Il settore europeo dell’acquacoltura conta più di 16 500 aziende, un fatturato annuale globale che supera i 3,5 miliardi di euro e circa 64 000 dipendenti, tra diretti e indiretti. Inoltre, con l’assottigliarsi delle riserve ittiche, l’acquacoltura sta creando innumerevoli opportunità per le industrie europee. Alla semplificazione del processo di introduzione di specie esotiche e localmente assenti nell’acquacoltura, come proposto, deve corrispondere, come contropartita, la definizione rigorosa dei requisiti a cui dovranno conformarsi gli impianti di acquacoltura chiusi, nonché la necessaria supervisione degli impianti, in modo da assicurare che si tenga debito conto e che si rispettino tutti i requisiti tecnici proposti dagli specialisti.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La proposta della Commissione di emendare il regolamento attuale si basa sull’esito del progetto IMPASSE, un’azione concertata sugli impatti ambientali delle specie esotiche nell’acquacoltura. Il progetto propone una definizione operativa di impianto di acquacoltura chiuso, più precisa e rigorosa rispetto all’attuale, conformemente alla quale “il grado di rischio associato con le specie esotiche potrebbe essere notevolmente ridotto, fino a raggiungere possibilmente un livello accettabile, se si riducessero le possibilità di fuga di organismi bersaglio e non bersaglio mediante l’adozione di opportune misure durante il trasporto e l’applicazione di protocolli chiaramente definiti negli impianti riceventi”. Ho votato a favore della relazione in quanto concordo con la necessità di esonerare dall’obbligo di autorizzazione l’introduzione e le traslocazioni in impianti di acquacoltura chiusi, dispensando così gli operatori da tale formalità amministrativa.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Per quanto riguarda la questione fondamentale della relazione, come da noi dichiarato durante la discussione – la semplificazione della procedura per l’introduzione di specie esotiche nell’acquacoltura, in “impianti chiusi” – tale intervento deve andare di pari passo con la definizione più precisa possibile dei requisiti ai quali dovranno conformarsi tali impianti, in linea con dati tecnici e scientifici aggiornati. Va inoltre garantita la supervisione degli impianti prima della loro apertura e durante il loro funzionamento. Lo sviluppo sostenibile dell’acquacoltura richiede un robusto sostegno per la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico nel campo dell’allevamento di specie autoctone. Tali specie sono da preferire a quelle esotiche, in modo da consentire una diversificazione della produzione e dell’offerta alimentare e un miglioramento della sua qualità, garantendo nel contempo una maggiore sicurezza ambientale.

Per quanto riguarda il processo di stesura della relazione, accolgo con favore il fatto che la Commissione abbia incorporato le proposte adottate dalla commissione per la pesca nella sua proposta di regolamento. L’unica cosa che deploro è che sia stato ritenuto indispensabile presentare formalmente una nuova proposta, il che ha comportato un ritardo nella formalizzazione dell’accordo in prima lettura.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Benché l’acquacoltura rappresenti una fonte importante sia di occupazione sia di cibo, è essenziale che l’ambiente venga tutelato da potenziali minacce. La legislazione corrente si pone proprio questo obiettivo e la proposta odierna non pregiudicherà tali sforzi. Di conseguenza, ho appoggiato la relazione.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) Mentre le riserve ittiche presenti negli oceani del mondo si stanno lentamente esaurendo e la resa delle catture sta raggiungendo il proprio limite, l’allevamento di pesci e crostacei nell’acquacoltura ha acquisito via via maggiore importanza negli ultimi anni. La produzione dell’acquacoltura è pertanto un settore in crescita, a cui la relazione dedica la dovuta attenzione. La percentuale di impianti di acquacoltura allestiti in acque continentali, quali la piscicoltura di stagno o gli impianti di scorrimento, rivelano tassi di crescita più elevati di altri settori di produzione alimentare, e la produzione in queste strutture supera già quella degli impianti marittimi. La piscicoltura di stagno, in particolare, vanta una lunga tradizione: l’allevamento di pesci e crostacei si pratica da centinaia di anni, principalmente in stagni artificiali. Gli impianti di acquacoltura chiusi offrono chiaramente enormi vantaggi ecologici, oltre che per la risoluzione del problema degli antibiotici. Appoggio la relazione, che impone condizioni quadro importanti per gli impianti di acquacoltura chiusi e definisce con precisione i prerequisiti per l’introduzione di specie ittiche esotiche. Onde evitare la distruzione degli ecosistemi autoctoni mediante l’introduzione ottimale di specie esotiche, è importante appoggiare allevamenti con impianti chiusi.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) La relazione Ferreira riguarda l’emendamento del regolamento del Consiglio 708/2007, che stabiliva condizioni quadro per disciplinare le pratiche di acquacoltura in relazione alle specie esotiche e localmente assenti. Tale quadro è ora soggetto a revisione dopo il completamento del cosiddetto progetto IMPASSE, il cui obiettivo consisteva nella messa a punto di orientamenti per pratiche corrette dal punto di vista ambientalistico, relative all’introduzione e alle traslocazioni in acquacoltura. Ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Marisa Matias (GUE/NGL), per iscritto. (PT) L’introduzione di specie esotiche è una delle cause principali della perdita di biodiversità a livello globale e del dissesto degli ecosistemi terrestri. L’introduzione di specie esotiche in acquacoltura deve pertanto stimolare una definizione precisa dei requisiti a cui dovranno conformarsi gli impianti di acquacoltura chiusi, e la supervisione degli stessi. Anche il trasporto di specie bersaglio e non bersaglio dev’essere soggetto a norme e supervisione severe. Per tali ragioni ho votato a favore della relazione. Ritengo tuttavia che la ricerca e lo sviluppo per l’allevamento di specie autoctone andrebbero rafforzati per ridurre i rischi associati all’introduzione di specie esotiche e promuovere una produzione più sostenibile.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’introduzione di specie esotiche è uno dei principali elementi di turbativa degli ecosistemi e, unitamente alla distruzione degli habitat naturali, costituisce uno dei fattori che maggiormente contribuiscono alla perdita di biodiversità e livello mondiale. Alla semplificazione della procedura per l'introduzione di specie esotiche nell'acquacoltura devono corrispondere, come contropartita, una definizione rigorosa dei requisiti che gli impianti di acquacoltura chiusi saranno tenuti rispettare, conformemente ai risultati del progetto IMPASSE, e la necessaria supervisione degli impianti, in modo da garantire che tutti i requisiti tecnici proposti dagli specialisti siano debitamente tenuti presenti e rispettati.

Lo sviluppo sostenibile dell'acquacoltura europea richiede un robusto sostegno per la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico nel campo dell'allevamento di specie autoctone, in modo da consentire una diversificazione della produzione e dell'offerta alimentare e un miglioramento della sua qualità, garantendo nel contempo una maggiore sicurezza ambientale.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Oltre alla distruzione degli habitat naturali, l’introduzione di specie esotiche nei nostri ecosistemi costituisce uno dei fattori che maggiormente contribuiscono alla perdita di biodiversità e livello mondiale. Sempre più specie sono minacciate dall’estinzione nell’acquacoltura, che sta causando danni a lungo termine all’intero ecosistema. Mi sono astenuto, in quanto la relazione non entra sufficientemente nei dettagli dei problemi effettivi.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − L'introduzione di specie esotiche è uno dei principali elementi di turbativa degli ecosistemi e, unitamente alla distruzione degli habitat naturali, costituisce uno dei fattori che maggiormente contribuiscono alla perdita di biodiversità a livello mondiale. L'introduzione di specie esotiche nei mari costieri europei e nelle acque interne è dovuta in moltissimi casi alle "pratiche acquicole e di ripopolamento".

Alla semplificazione della procedura per l'introduzione di specie esotiche nell'acquacoltura devono corrispondere, come contropartita, una definizione rigorosa dei requisiti che gli impianti di acquacoltura chiusi saranno tenuti a rispettare e la necessaria supervisione degli impianti, in modo da garantire che tutti i requisiti tecnici proposti dagli specialisti siano debitamente tenuti presenti e rispettati.

Lo sviluppo sostenibile dell'acquacoltura europea richiede un robusto sostegno per la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico nel campo dell'allevamento di specie autoctone, in modo da consentire una diversificazione della produzione e dell'offerta alimentare e un miglioramento della sua qualità, garantendo nel contempo una maggiore sicurezza ambientale. Mi auguro, quindi, che sia attuato un energico incoraggiamento in tale settore.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione alla luce del fatto che i risultati del progetto IMPASSE hanno rivelato che “il grado di rischio associato con le specie esotiche potrebbe essere notevolmente ridotto, fino a raggiungere possibilmente un livello accettabile, se si riducessero le possibilità di fuga di organismi bersaglio e non bersaglio mediante l’adozione di opportune misure durante il trasporto e l’applicazione di protocolli chiaramente definiti negli impianti riceventi”. Pertanto, è perfettamente ragionevole esonerare dall’obbligo di autorizzazione l’introduzione di specie esotiche in impianti di acquacoltura chiusi.

La riduzione degli oneri amministrativi e dei costi delle domande di autorizzazione rappresenta un incentivo importante per il settore dell’acquacoltura. Se sarà accompagnata da una definizione precisa dei requisiti a cui dovranno conformarsi gli impianti di acquacoltura chiusi, nonché da un monitoraggio adeguato di tale conformità, non pregiudicherà la necessaria tutela della biodiversità e dell’ambiente.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) La proposta della Commissione concerne gli emendamenti a un regolamento sull’utilizzo di specie esotiche nell’acquacoltura sulla base del progetto IMPASSE, che riguardava gli impatti ambientali delle specie esotiche nell’acquacoltura. Tale progetto ha prodotto una definizione operativa di impianto di acquacoltura chiuso, più precisa e rigorosa rispetto all’attuale, e che presuppone un approccio in base al quale il grado di rischio associato alle specie esotiche potrebbe essere notevolmente ridotto. Alla luce dei suddetti risultati, la Commissione propone di esonerare dall’obbligo di autorizzazione l’introduzione e le traslocazioni in impianti di acquacoltura chiusi, dispensando così gli operatori da tale formalità amministrativa. Come rileva il relatore, l’introduzione di specie esotiche è uno dei principali elementi di turbativa degli ecosistemi e, unitamente alla distruzione degli habitat naturali, costituisce uno dei fattori che maggiormente contribuiscono alla perdita di biodiversità e livello mondiale. L’introduzione di tali specie nei mari costieri europei e nelle acque interne è dovuta in moltissimi casi alle “pratiche acquicole e di ripopolamento”. Alla luce di ciò, il relatore ha presentato un emendamento che precisa che gli “impianti di acquacoltura chiusi” sono solamente quelli situati sulla terraferma, al fine di ridurre le possibilità di sopravvivenza degli esemplari in fuga. Gli altri emendamenti riguardavano le disposizioni sulla comitologia.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) L’utilizzo di specie esotiche e localmente assenti nell’acquacoltura danneggia gli ecosistemi naturali, oggetto di protezione da parte dell’UE, e causa in particolare la perdita di biodiversità a livello globale. Il progetto IMPASSE è un’azione concertata sugli impatti ambientali delle specie esotiche nell’acquacoltura, che ha dimostrato la necessità di impedire la fuga di tali specie e di materiale biologico durante il trasporto. Accolgo con favore questa relazione del Parlamento europeo perché è incentrata sulla biosicurezza e, al contempo, sull’accelerazione delle formalità amministrative relative all’obbligo di autorizzazione per l’introduzione e le traslocazioni in impianti di acquacoltura chiusi. Una definizione chiara e rigorosa di “impianto di acquacoltura chiuso”, nonché l’elenco regolarmente aggiornato di tutti gli impianti da parte degli Stati membri, porterà allo sviluppo sostenibile di tale settore. Gli Stati membri devono supervisionare essi stessi gli impianti e le modalità di trasporto delle specie. Appoggio anche l’impegno nei confronti della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico come mezzo per ridurre gli effetti nocivi di tale settore sugli ecosistemi naturali. Infine, mi preme sottolineare il fatto che la normativa è stata modificata ricorrendo alla procedura legislativa ordinaria della codecisione, come previsto nel trattato di Lisbona.

 
  
  

Relazione Rapkay (A7-0324/2010)

 
  
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  William (The Earl of) Dartmouth (EFD), per iscritto. (EN) L’UKIP si oppone a qualsiasi tipo di gestione comunitaria delle nostre industrie, in quanto dovrebbe spettare ai governi nazionali eletti prendere decisioni sul futuro e su potenziali sovvenzioni alle miniere di carbone. Tuttavia, in questo caso l’UE, esulando dalle norme consuete in materia di aiuti statali, propone accordi speciali per i governi al fine di garantire una maggiore flessibilità nella gestione delle sovvenzioni per le miniere di carbone. Gli emendamenti nn 25 e 36 chiedono un’estensione del periodo di flessibilità prima che si applichino le norme consuete sugli aiuti di Stato – che l’UKIP può in un certo senso sostenere. L’UKIP si è astenuto su questi due emendamenti e sulla votazione finale in quanto, pur non approvando alcun tipo di norma comunitaria sugli aiuti di Stato (dovrebbe infatti spettare ai governi nazionali decidere sui livelli di sovvenzione), il fatto di concedere agli Stati membri una maggiore flessibilità e di estendere tale periodo è vantaggioso e più democraticamente giustificabile, visto che il potere di prendere tali decisioni viene rimesso nuovamente nelle mani dei governi.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore della relazione. Benché rappresenti ormai soltanto una piccola parte del mercato energetico comunitario, il settore minerario del carbone garantisce un’occupazione ai cittadini comunitari in esso impiegati e sviluppo economico nelle regioni scarsamente popolate e remote dove sono situate la maggior parte delle industrie estrattive del carbone. Ho appoggiato gli emendamenti che prevedono una proroga della chiusura di miniere di carbone non competitive fino al 2018 con la possibilità di tenere aperte le miniere se non diventano competitive nel periodo prestabilito. Al momento della chiusura delle miniere non competitive, è importante garantire lo stanziamento dei finanziamenti a lungo termine necessari ad assicurare la protezione dell’ambiente e la riqualificazione degli ex siti di estrazione. In alcune regioni, le miniere rappresentano l’unica forma di industria e la loro chiusura si tradurrà nel licenziamento di molti dipendenti. Pertanto, è essenziale garantire loro un’assistenza adeguata su base pluriennale e diverse misure a livello di mercato del lavoro, quali la riqualificazione, per creare condizioni favorevoli alla loro reintegrazione nel mercato del lavoro. Ho pertanto appoggiato la proposta della Commissione europea di stanziare tali aiuti fino al 2026.

 
  
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  Elena Băsescu (PPE), per iscritto. (RO) Mi sono espressa a favore della relazione Rapkay, in quanto sostengo misure quali la proroga della scadenza per la chiusura delle miniere carbonifere non competitive. A tale riguardo, ritengo che così facendo cercheremo di evitare un’ondata massiccia di licenziamenti; gli Stati membri più colpiti dalla nuova normativa sono Romania, Spagna e Germania. Ritengo che l’attività delle miniere non competitive andrebbe cessata in linea col piano di chiusura solamente se tali miniere non riescono a diventare redditizie entro la scadenza prefissata.

Mi preme incoraggiare il ricorso ad aiuti regressivi per coprire le perdite di produzione come parte di un piano debitamente definito per la chiusura delle miniere. A decorrere dal 1° gennaio 2011, metà delle miniere attive in Romania saranno interessate da un piano di chiusura. Alla luce di ciò, ritengo che gli aiuti dovranno essere maggiormente indirizzati ad attutire l’impatto sociale e ambientale.

 
  
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  Gerard Batten, John Bufton, Derek Roland Clark, Trevor Colman e Nigel Farage (EFD), per iscritto. – L’UKIP si oppone a qualsiasi tipo di gestione comunitaria delle nostre industrie, in quanto dovrebbe spettare ai governi nazionali eletti prendere decisioni sul futuro e su potenziali sovvenzioni alle miniere di carbone. Tuttavia, in questo caso l’UE, esulando dalle norme consuete in materia di aiuti statali, propone accordi speciali per i governi al fine di garantire una maggiore flessibilità nella gestione delle sovvenzioni per le miniere di carbone. Gli emendamenti nn 25 e 36 chiedono un’estensione del periodo di flessibilità prima che si applichino le norme consuete sugli aiuti di Stato – che l’UKIP può in un certo senso sostenere. L’UKIP si è astenuto su questi due emendamenti e sulla votazione finale in quanto, pur non approvando alcun tipo di norma comunitaria sugli aiuti di Stato (dovrebbe infatti spettare ai governi nazionali decidere sui livelli di sovvenzione), il fatto di concedere agli Stati membri una maggiore flessibilità e di estendere tale periodo è vantaggioso e più democraticamente giustificabile, visto che il potere di prendere tali decisioni viene rimesso nuovamente nelle mani dei governi.

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto. (FR) Consultato dalla Commissione, al Parlamento europeo era stato chiesto di pronunciarsi – questo giovedì, 23 novembre – sulla questione degli aiuti di Stato per agevolare la chiusura delle miniere di carbone non competitive. L’ostacolo principale era rappresentato dalla data limite. La Commissione ha proposto il 1° ottobre 2014. Per ragioni ambientali, ritengo che sia importante diversificare le nostre fonti di produzione energetica e promuovere metodi produttivi sostenibili. Il 2014 sembrerebbe quindi una data ragionevole. Tuttavia, dato l’impatto sociale della chiusura delle miniere e le difficoltà di riconversione dei minatori, è necessario prevedere misure di sostegno durante il processo di chiusura. La maggioranza del Parlamento europeo ha pertanto deciso di prorogare l’erogazione di aiuti statali fino al 31 dicembre 2018. Ho deciso di astenermi dalla votazione finale, in quanto ritengo che la cosa più importante sia dare priorità alle fonti energetiche sostenibili ma, al contempo, è anche indispensabile tener conto delle conseguenze economiche e sociali della chiusura delle miniere.

 
  
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  George Sabin Cutaş (S&D), per iscritto. (RO) Ho deciso di votare a favore della relazione Rapkay “Aiuti di Stato per agevolare la chiusura di miniere di carbone non competitive”. La relazione propone di posticipare di quattro anni i termini per la chiusura delle miniere di carbone non competitive: dal 2014, come indicato originariamente nella proposta della Commissione europea, al 2018.

La relazione invita inoltre la Commissione europea a definire una strategia per riqualificare i lavoratori interessati dalle chiusure. Non dobbiamo dimenticare che alcune regioni dell’Unione europea sono totalmente dipendenti dal settore minerario dal punto di vista sia economico sia sociale, e tra queste regioni si annovera anche Valea Jiului in Romania. Il settore estrattivo dà lavoro a 100 000 persone nell’Unione europea.

 
  
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  Luigi Ciriaco De Mita (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, la crisi economica e finanziaria, ancora in corso, nel colpire duramente le economie dei Paesi occidentali, cosiddetti sviluppati, ha messo in evidenza che il paradigma economico dell´efficienza e delle capacità di autoregolamentazione dei mercati non é più fondato sulla realtà, in quanto la realtà ha richiamato alla responsabilità, anche etica, tutti gli attori dell´economia e dei mercati, soprattutto finanziari, di cui questi ultimi tempi hanno evidenziato la totale assenza. Lo sbilanciamento sul fronte finanziario dell´intera economia dimostra che il fronte industriale necessita di un rafforzamento straordinario, in quanto costituisce ancora un settore fondamentale per l´economia, soprattutto reale. Tener conto dei vantaggi e svantaggi competitivi e comparati tra territori, soprattutto a livello internazionale, non può far dimenticare che il settore minerario é presente in aree in cui occorre favorire preliminarmente lo sviluppo di valide alternative economiche e occupazionali e potenziare ammortizzatori sociali che possano evitare dolorosi incrementi di disoccupazione di lavoratori difficilmente ricollocabili. La relazione sugli aiuti di Stato per agevolare la chiusura di miniere di carbone non competitive, che abbiamo votato, mi pare vada, almeno in parte, in tale direzione.

 
  
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  Ioan Enciu (S&D), per iscritto. (RO) Mi sono espresso a favore della relazione, in quanto ritengo che le miniere carbonifere non competitive debbano poter beneficiare degli aiuti di Stato, visto che in caso contrario sarebbero costrette a chiudere, dando così luogo a un’ondata enorme di licenziamenti e a problemi sociali gravissimi. Il periodo di transizione che viene concesso per rendere redditizie tali miniere o per procedere alla loro chiusura è molto importante. La sua utilità consiste da una parte nel garantire la possibilità di riqualificare i lavoratori precedentemente impiegati nel settore carbonifero, e dall’altra nell’assicurare una transizione graduale a fonti energetiche più pulite.

 
  
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  Göran Färm, Anna Hedh, Olle Ludvigsson and Marita Ulvskog (S&D), per iscritto.(SV) Noi socialdemocratici svedesi riteniamo che, per motivi sia ambientali sia di concorrenza, sia irragionevole mantenere le sovvenzioni per le miniere di carbone non competitive. Al contempo, consideriamo necessario attuare iniziative occupazionali e ambientali di ampio respiro nelle regioni interessate dalle chiusure che si renderanno presumibilmente necessarie a causa della sospensione delle sovvenzioni. Nel complesso, reputiamo che la proposta della Commissione in materia dia equilibrata e tenga debitamente conto di entrambi gli aspetti. Le sovvenzioni verranno gradualmente soppresse, ma tale processo verrà gestito in maniera oculata e terrà conto sia dei posti di lavoro sia dell’ambiente. Abbiamo quindi deciso di votare coerentemente a favore della linea adottata dalla Commissione.

Per quanto riguarda la possibilità di tenere aperte le miniere che si riveleranno redditizie durante il periodo di chiusura, condividiamo il parere della Commissione, secondo cui sarebbe sbagliato prevedere tale opzione. Per consentire un utilizzo corretto degli aiuti erogati, gli stessi devono presupporre un piano di chiusura definitivo. Per quel che concerne l’anno esatto di interruzione degli aiuti per la chiusura, non abbiamo particolari preferenze, ciononostante riteniamo che la proposta della Commissione per il 2014 sia più appropriata di quella del relatore che indica il 2018.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) In assenza di norme specifiche sulla concessione di aiuti di Stato al settore minerario, visto che le leggi applicabili cesseranno di avere efficacia il 31 dicembre 2010, occorre prevedere delle norme che consentano ad alcuni Stati membri costretti a chiudere le proprie miniere di carbone di neutralizzare l’impatto sociale ed economico di tale chiusura. Poiché le miniere carbonifere sono concentrate in determinare regioni specifiche (in Germania, Spagna e Romania), le ripercussioni sociali della chiusura simultanea delle miniere potrebbero essere significative. In termini occupazionali, potrebbero essere a rischio circa 100 000 posti di lavoro; i minatori in questione potrebbero non riuscire a trovare un impiego in altri settori con la necessaria tempestività, e rischiano di diventare disoccupati di lungo periodo. Proprio per questo motivo, la proposta mira alla creazione di un quadro giuridico per gli Stati membri che consenta loro di gestire più efficacemente i potenziali effetti avversi della chiusura delle miniere, una potenziale conseguenza del ritiro graduale delle sovvenzioni. Mi riferisco in particolare agli effetti sociali e ambientali. La proposta vuole inoltre ridurre al minimo le distorsioni della concorrenza nel mercato interno.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Gli aiuti al settore carbonifero europeo sono disciplinati dal regolamento del Consiglio (CE) 1407/2002 de 23 luglio 2002, che scade il 31 dicembre 2010. In assenza di un nuovo quadro giuridico che preveda tipologie specifiche di aiuti statali all’industria carbonifera, gli Stati membri potranno erogare tali aiuti solamente nei limiti previsti dalle norme generali sugli aiuti di Stato applicabili a tutti i settori. Rispetto alla legislazione sul carbone, le norme generali sugli aiuti di Stato riducono significativamente le probabilità che tali aiuti vengano concessi all’industria carbonifera. Pertanto, è verosimile che alcuni Stati membri si vedano costretti a chiudere le miniere di carbone e a far fronte alle conseguenze sociali e regionali di tale decisione. Mi rendo conto che, data la concentrazione regionale di tali miniere, l’impatto sociale di una chiusura simultanea potrebbe essere significativo. Se si considerano anche i posti di lavoro dell’indotto dell’industria estrattiva, potrebbero essere a rischio 100 000 impieghi. Concordo pertanto con la proroga del piano di chiusura al 31 dicembre 2018, nonché con la chiusura delle unità produttive che non dovessero rivelarsi competitive entro tale data, e a condizione che il fabbisogno energetico dell’Unione non imponga il proseguimento delle loro attività.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La relazione valuta e apporta modifiche positive alla proposta della Commissione europea che rettifica tale norma che, a propria volta, già modificava il termine per la concessione degli aiuti di Stato al settore carbonifero. In assenza di tale emendamento, la scadenza sarebbe stata il 31 dicembre 2010.

La nuova proposta della Commissione suggerisce ora di prorogare gli aiuti al 2014. Il Parlamento europeo ha tuttavia adottato una proposta, da noi approvata, di prolungare gli aiuti fino al 2018. Lo scopo di tale controproposta è tener conto dei problemi sociali – prevenire il licenziamento dei lavoratori e le difficoltà della loro reintegrazione nel mercato del lavoro – e ambientali, nonché difendere il sostegno richiesto per risolvere tali problemi.

Consideriamo positivo anche l’impegno a salvaguardare la sopravvivenza delle miniere di carbone che si riveleranno redditizie nel corso di questo processo, nonché la promessa di tenere anche conto delle questioni inerenti all’ambiente e alla salute pubblica.

Viene anche posto l’accento sull’esigenza di riqualificare gli ex siti di estrazione del carbone, in particolare la rimozione delle vecchie attrezzature minerarie, la messa in sicurezza, la bonifica e lo smaltimento delle acque reflue.

 
  
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  Robert Goebbels (S&D), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione Rapkay e delle sovvenzioni statali per l’industria carbonifera. Il carbone continua a rappresentare una parte essenziale del mix energetico globale. Se non fosse più possibile estrarre il carbone in Europa, saremmo costretti a importarlo dagli Stati Uniti o dall’Australia.

 
  
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  Peter Jahr (PPE), per iscritto. (DE) Ci vogliono tempo e una buona dose di fiducia per adattarsi ai cambiamenti delle strutture sociali. Pertanto, l’Unione europea e la Germania intendono porre fine alle sovvenzioni per le miniere di carbone non competitive. Il periodo da adesso al 2018 servirà a mettere in campo le necessarie misure di ristrutturazione. Si tratta di un compromesso soddisfacente che dimostra l’approccio lungimirante di tutti i soggetti coinvolti.

Visto il numero elevato di persone che lavorano nel settore, è importante che l’Unione europea e gli Stati membri si adoperino per attutire l’impatto avverso in termini sociali e regionali e, per quanto possibile, a contenerlo. Sono pertanto molto lieto che il Parlamento europeo abbia oggi manifestato il proprio sostegno per questa posizione, che renderà possibile la difficile ma necessaria attuazione dei processi di adattamento in Europa e in Germania, in particolare, in maniera equilibrata e su una base politica stabile.

 
  
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  Karin Kadenbach (S&D), per iscritto. (DE) Sulla questione del proseguimento dell’erogazione delle sovvenzioni per le miniere di carbone non competitive, non mi sono adeguata alla linea adottata dal mio gruppo e ho optato per l’astensione. A mio parere, dietro al voto in Parlamento si cela un riflesso nazionalistico e una mentalità poco lungimirante. Sono contraria alle sovvenzioni in quanto ritengo che, in linea di principio, l’impiego del carbone e le emissioni di CO2 che ne conseguono vadano in senso opposto a tutti i nostri sforzi per la lotta contro il cambiamento climatico. Il denaro che potremmo investire nelle fonti di energia rinnovabile viene letteralmente gettato in un pozzo senza fondo. A mio parere, dovremmo cercare alternative sostenibili nel campo della produzione energetica.

Tuttavia, ci occorrono anche soluzioni alternative per il mercato del lavoro. È ovvio, in passato sono stati commessi degli errori e si è adottato un approccio miope alla politica occupazionale. Poiché sono a rischio molti posti di lavoro, preferirei che i fondi venissero messi a disposizione per la riconversione dei lavoratori coinvolti, invece che per continuare a sovvenzionare il carbone. Per tale ragione, ho deciso di astenermi invece di votare contro la relazione.

 
  
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  Alan Kelly (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione, in quanto sono d’accordo con il concetto fondamentale che ci debba essere una normativa “di transizione” nel settore. Benché il carbone e la sua estrazione siano tra le maggiori cause di inquinamento, in alcuni paesi sono anche una fonte importante di occupazione. Pertanto, la sospensione così improvvisa di parte di tali sovvenzioni potrebbe sortire un effetto molto deleterio su alcuni Stati membri dell’UE, ma è importante che il settore comprenda che in futuro non può fare soltanto affidamento su questi aiuti.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Signor presidente, onorevoli colleghi, vista la scarsità di fonti energetiche interne nell'Unione, ritengo che il sostegno all'industria carboniera sia giustificato a titolo delle politiche dell'UE volte a promuovere combustibili fossili rinnovabili e a più basso tenore di carbonio per la produzione di elettricità. Anche se credo che ciò non giustifichi un sostegno indeterminato a quelle miniere di carbone che si rivelino non competitive. Alla luce delle negative ripercussioni socioeconomiche derivanti dalla chiusura delle miniere, soprattutto nelle regioni scarsamente popolate, è opportuno prendere in considerazione una possibilità di sostegno, di aiuto.

Ma, al fine di minimizzare le distorsioni di concorrenza nel mercato interno derivanti dagli aiuti, la Commissione avrà il compito di garantire la definizione, il mantenimento e il rispetto di regole precise ed efficaci. Per ciò che concerne, invece, il versante della tutela dell'ambiente, gli Stati membri avranno il compito di approntare un programma di misure volte ad attenuare l'impatto ambientale dell'utilizzo del carbone, nel campo dell'efficienza energetica, delle energie rinnovabili e della cattura e dello stoccaggio del carbonio.

 
  
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  Jean-Marie Le Pen (NI), per iscritto. (FR) Gli europeisti vogliono facilitare la chiusura delle ultime miniere di carbone ancora esistenti in Europa mediante aiuti di Stato a breve termine. Poiché la Germania e la Romania generano più del 40 per cento della loro energia elettrica con la combustione del carbone, ciò significa che più di 100 000 persone verranno sacrificate sull’altare dell’ultraliberalismo, con la scusa della concorrenza leale e della correttezza politica “verde”, che vorrebbe che ricavassimo la nostra elettricità dall’energia eolica. Nella loro ricerca di energie “rinnovabili”, questi paesi dovranno indubbiamente sostituire il carbone con energia elettrica generata dal nucleare e acquistata dai paesi limitrofi.

Io stesso ho fatto il minatore, e ricordo con una certa emozione tutte le miniere di carbone francesi ed europee che sono state chiuse, un’operazione che ha causato grandi sofferenze e che ha mandato in rovina intere regioni – regioni che sono diventate dei deserti economici e sociali e che spesso non si sono mai riprese. Pertanto, non posso che concludere che, in quest’area così come in molte altre, l’Europa di Bruxelles non si è adoperata per proteggere le nostre industrie e la nostra occupazione, ma ha preferito sperperare grandi quantità di denaro in progetti globalisti che non hanno alcuna incidenza sui problemi dei nostri concittadini.

 
  
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  Thomas Mann (PPE), per iscritto. (DE) Ho votato a favore della relazione Rapkay perché il piano che prevede la sospensione graduale delle sovvenzioni all’industria estrattiva del carbone entro il 2018 è fortunatamente sostenuto da un’ampia maggioranza di tutti i gruppi. L’esempio della Germania mostra come un patto sul carbone sancito da governo centrale, Stati federali, sindacati e gestione aziendale possa tradursi in una produzione carbonifera efficiente senza dover ricorrere ai licenziamenti. 100 000 posti di lavoro in tutta Europa sono diventati più sicuri. A scanso di equivoci, è importante precisare che non si tratta di sovvenzioni permanenti e che lo scopo non è quello di aiutare aziende non competitive. Si tratta di adottare un approccio responsabile a un settore europeo tradizionale. L’utilizzo del carbone può essere facilmente giustificato, sia come carburante per generare elettricità, sia come materia prima per l’industria chimica, soprattutto in un periodo in cui risorse quali petrolio e gas naturale diventano sempre più scarse. La produzione di una quantità minima di carbone contribuisce alla nostra sicurezza energetica e ci aiuta a non dipendere dalle importazioni. È sbagliato dire che interrompere le sovvenzioni all’estrazione del carbone ci aiuterà a proteggere l’ambiente.

Dal punto di vista del clima, non fa differenza se utilizziamo materie prime nostre o importate. Dobbiamo continuare a sostenere una tecnologia del carbone improntata all’ecologia e un approvvigionamento energetico sicuro basato sullo sfruttamento delle risorse interne. Una politica industriale attiva non è una questione del passato, bensì un compito per il futuro, che si deve basare su una strategia coerente per la concorrenza e su una politica sociale sensata che preveda la sicurezza del posto di lavoro.

 
  
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  Marian-Jean Marinescu (PPE), per iscritto. (RO) La scadenza del regolamento sul carbone, prevista il 31 dicembre 2010, costringerà alcuni paesi a chiudere le loro miniere carboniere. Ho votato a favore della proroga di tale norma fino al 31 dicembre 2030, al posto del 31 dicembre 2026 proposto dalla Commissione europea. Purtroppo, tale emendamento non ha ottenuto la maggioranza necessaria. È stato tuttavia appoggiato il punto che prevede di porre un freno alla drastica tendenza al ribasso degli aiuti complessivi per la chiusura concessi da ogni Stato membro. Inoltre, lo sfruttamento delle unità produttive interessate farà parte di un piano di chiusura definitivo con una scadenza che si sarebbe dovuta fissare per il 31 dicembre 2020, visto che è questo l’anno citato nel contesto dei progetti per captare, trasportare e immagazzinare il carbonio attualmente in via di sviluppo in diversi Stati membri.

La scadenza votata dalla maggioranza è stata il 31 dicembre 2018. Desidero precisare che tale scadenza ottenuta per le sovvenzioni rappresenta comunque un traguardo per il Parlamento europeo, in quanto proroga di quattro anni la data iniziale del 2014 proposta dalla Commissione europea.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione sugli aiuti statali per facilitare la chiusura di miniere di carbone non competitive. Il carbone è esente da norme sugli aiuti statali da 35 anni. La Commissione ha proposto di porre fine a quest’esenzione, prevedendo aiuti di Stato solamente per le miniere carbonifere destinate alla chiusura entro il 2014. Tutte le miniere di carbone che non chiuderanno entro tale data dovranno restituire gli aiuti statali e tutti i paesi che erogano tali aiuti dovranno presentare un piano per mitigare il cambiamento climatico. La Germania intende chiudere le miniere non competitive entro il 2018, e il relatore ha proposto un emendamento per prorogare la proposta fino al 2018. Mi è sembrato ragionevole avallare tale proposta.

 
  
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  Marisa Matias (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione in quanto, benché riguardi importanti questioni ambientali, quali le fonti energetiche e il cambiamento climatico, nonché questioni economiche tra cui la permanenza nel sistema economico di unità produttive non competitive, in un periodo di crisi economica e sociale è importante difendere le questioni sociali. Non andrebbero adottate misure che acuiscono la crisi. La risposta alla crisi viene dagli investimenti e dalla protezione delle persone, che in questo caso significa garantire condizioni che consentano la chiusura delle miniere nell’arco di un periodo che si estenda oltre la risoluzione attesa della crisi, tutelando così i posti di lavoro e combattendo la disoccupazione.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Gli aiuti citati nella relazione sono essenziali per sostenere coloro che rischiano di perdere il posto di lavoro in questo settore. Occorre organizzare immediatamente la riconversione dei lavoratori interessati dalla chiusura delle miniere, e vanno esplorati tutti i potenziali canali di finanziamento mediante fondi regionali, nazionali e comunitari.

Nel lungo periodo, il finanziamento delle misure tese a tutelare l’ambiente e a sostenere i costi derivanti dalla chiusura delle miniere deve proseguire fino a oltre il 2014. Una sospensione precoce delle sovvenzioni statali destinate al settore carbonifero potrebbe causare enormi problemi ambientali e finanziari nelle regioni interessate, e potrebbe rivelarsi persino più costosa di un’interruzione graduale di tali aiuti.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) È essenziale continuare a sostenere l’industria carbonifera europea per consentire la chiusura graduale delle miniere non competitive. Tuttavia, la proposta della Commissione non è sufficientemente ambiziosa. L’estrazione del carbone è concentrata soltanto in poche regioni che dovranno ristrutturare completamente le loro economie nei prossimi anni. In passato abbiamo fatto anche troppo spesso l’esperienza di regioni minerarie che sono diventate non competitive e hanno subito un declino sociale ed economico drammatico in un periodo di tempo brevissimo. Molte di queste regioni costituivano in passato le “perle nere” della performance economica europea.

Se daremo loro il tempo di adattarsi al cambiamento delle condizioni, potranno continuare ad essere dei motori per l’economia. Se invece le pianteremo in asso, dovremo affrontare costi non indifferenti in termini di disoccupazione e fallimenti. L’argomentazione sostenuta dai Verdi secondo cui tale processo è nocivo per l’ambiente è fantasia pura. Il carbone nazionale è molto più ecologico di quello importato. Per questa ragione, ho votato a favore della relazione, formulata in maniera molto chiara.

 
  
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  Rareş-Lucian Niculescu (PPE), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione in quanto le misure in essa contenute, se approvate dal Consiglio, consentiranno di evitare ripercussioni sociali gravi in molti paesi membri dell’Unione europea. La scadenza proposta dalla Commissione europea è troppo ravvicinata e poco realistica. Per questo è stato necessario prorogare le sovvenzioni per la produzione carboniera fino al 2018. La Romania, il mio paese membro d’origine, conosce bene questa sfida sociale, e ritengo che tale proroga della scadenza sia un passo necessario e opportuno.

 
  
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  Sławomir Witold Nitras (PPE), per iscritto. (PL) La posizione adottata oggi dal Parlamento europeo sugli aiuti di Stato per facilitare la chiusura di miniere non competitive incontra la mia piena soddisfazione.

Va rilevato che gli aiuti statali concessi in casi del genere devono essere di natura eccezionale, e va assicurato il rispetto delle norme che, in realtà, consentono alle miniere di non chiudere grazie agli aiuti, e che non impongono esplicitamente la restituzione degli aiuti pubblici se non vengono cessate le attività estrattive. Non possiamo ritrovarci in una situazione in cui i fondi delle casse statali vengono utilizzati dalle miniere per diventare redditizie. Oggi abbiamo proposto un meccanismo che costringe gli Stati membri a imporre limiti coerenti agli aiuti pubblici, nonché una transizione graduale alle disposizioni generali che si applicano a tutti i settori dell’economia.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Ho votato a favore della relazione del collega in quanto condivido il prolungamento del termine al 2018. Il termine del 2014 proposto dalla Commissione è ingiustificato, anche alla luce della valutazione d'impatto della Commissione.

Sulla scorta della valutazione d'impatto della Commissione, e come logica conseguenza del regolamento (CE) n. 1407/2002, è opportuno fissare il termine al 2018, garantendo una soluzione socialmente accettabile che non comporti licenziamenti collettivi in vari Stati membri. In un momento di crisi come questo, non ritengo sia necessario chiudere stabilimenti e licenziare migliaia di lavoratori in tutta Europa.

Inoltre, il problema relativo all'inquinamento non va affrontato in questa sede. Infatti, se venissero chiuse tali miniere di carbone non si risolverebbe il problema, in quanto il carbone anziché provenire da quelle miniere verrebbe importato dall'estero. Se si vuole trovare una soluzione per prevenire il cambiamento climatico, questa va trovata negli impianti che utilizzano carbone. È solo trasformando tale tipo di impianti che si ridurranno le emissioni.

 
  
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  Aldo Patriciello (PPE), per iscritto. − Ringrazio il collega on. Rapkay per l'ottimo lavoro svolto e concordo sulle modifiche apportate. Ho espresso favorevolmente il mio voto, concordando con le misure necessarie per evitare le ripercussioni socioeconomiche estremamente negative della chiusura delle miniere, soprattutto nelle regioni scarsamente popolate.

Vista la scarsità di fonti energetiche interne nell'Unione, il sostegno all'industria carboniera è giustificato a titolo della politica dell'Unione volta a incoraggiare il ricorso ai combustibili rinnovabili e ai combustibili fossili a basso tenore di carbonio per la produzione di elettricità. Appoggio, dunque, gli sforzi intrapresi che si conciliano con la più grande strategia del 20-20-20.

 
  
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  Rovana Plumb (S&D), per iscritto. (RO) Il parere espresso dal Parlamento europeo sulla proposta di regolamento ha fatto sì che la scadenza delle sovvenzioni alla produzione di carbone sia stata prorogata al 31 dicembre 2018 (quattro anni in più rispetto alla proposta della Commissione) e riguardi solamente il carbon fossile. Il settore carbonifero dà lavoro a circa 100 000 persone. Le miniere la cui attività dipende dagli aiuti sono ubicate soprattutto nella regione tedesca della Ruhr, in Spagna nordoccidentale e nella regione rumena di Valea Jiului. Circa il 40 per cento della produzione rumena di elettricità si basa sul carbone, e soprattutto sul carbon fossile. La scadenza del 2014 (proposta dalla Commissione) per il piano di chiusura delle miniere è arbitraria e non giustificata dalla valutazione di impatto condotta dall’esecutivo stesso dell’UE. Di conseguenza, il 2018 garantisce una soluzione accettabile che tiene conto di tale valutazione d’impatto.

Il relatore è a favore di una riduzione graduale degli aiuti. Il ridimensionamento annuale non dev’essere inferiore al 10 per cento degli aiuti garantiti nel primo anno e deve basarsi solamente su un piano di chiusura monitorato attentamente. Ho votato a favore della relazione, in quanto l’applicazione della normativa nella forma proposta dal Parlamento europeo mitigherà le ripercussioni sociali avverse di tali chiusure, visto che le miniere di Valea Jiului sono tra quelle interessate dalla misura in questione.

 
  
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  Miguel Portas (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione in quanto, benché riguardi importanti questioni ambientali, quali le fonti energetiche e il cambiamento climatico, nonché questioni economiche tra cui la permanenza nel sistema economico di unità produttive non competitive, in un periodo di crisi economica e sociale è importante difendere le questioni sociali. Non andrebbero adottate misure che acuiscono la crisi. La risposta alla crisi viene dagli investimenti e dalla protezione delle persone, che in questo caso significa garantire condizioni che consentano la chiusura delle miniere nell’arco di un periodo che si estenda oltre la risoluzione attesa della crisi, tutelando così i posti di lavoro e combattendo la disoccupazione.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Il regolamento del Consiglio (CE) 1407/2002 del 23 luglio 2002 sugli aiuti statali per il settore del carbone scade il 31 dicembre 2010. Di conseguenza, in quella data alcuni Stati membri sarebbero costretti a chiudere le miniere di carbone e ad affrontare il considerevole impatto sociale e regionale di tali chiusure simultanee. La proposta della Commissione suggeriva di dotare gli Stati membri di un quadro giuridico che consentisse loro di prorogare il sostegno fino al 31 dicembre 2014, e il Parlamento ha protratto tale scadenza fino al 31 dicembre 2018, assicurando pertanto le condizioni per risolvere tale problema in maniera sostenibile a livello sociale e ambientale.

 
  
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  Teresa Riera Madurell (S&D), per iscritto. (ES) Sospendere gli aiuti per la chiusura delle miniere di carbone non competitive nel 2014 – la data proposta dalla Commissione – avrebbe conseguenze socioeconomiche gravi per determinate regioni comunitarie in cui l’industria mineraria continua a rappresentare un’importante fonte di occupazione. Per questo la posizione del Parlamento che chiede una proroga fino al 2018 è così importante.

Il mio voto rispecchia la mia convinzione che la chiusura di tali miniera debba essere rinviata per dare alle regioni e agli Stati membri interessati – principalmente Spagna, Germania e Romania – il tempo necessario a effettuare le dovute ristrutturazioni nell’attuale periodo di crisi.

Tale ristrutturazione deve comportare da un lato una transizione verso attività economiche sostenibili che creino posti di lavoro di alta qualità, e dall’altro, laddove possibile, deve rendere le attività estrattive più competitive e sostenibili e l’impiego del carbone meno inquinante.

A tal fine, la commissione per l’industria, la ricerca e l’energia deve sostenere la ricerca e l’innovazione in aree quali la cattura e l’immagazzinamento della CO2 e la messa a punto di metodi di combustione più ecologici.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. (FR) È opportuno che l’Unione europea continui a sovvenzionare settori industriali destinati a scomparire dall’Europa? Ecco la domanda difficile a cui abbiamo dovuto rispondere con l’adozione della relazione Rapkay sugli aiuti statali per facilitare la chiusura delle miniere di carbone non competitive. La Commissione europea ha proposto un termine programmato delle sovvenzioni nell’ottobre del 2014. Si tratta di una proposta ragionevole che tiene conto dell’impatto ambientale negativo degli aiuti all’industria del carbone e dell’esigenza degli Stati membri di mettere a punto un piano di misure adeguate, ad esempio nel campo dell'efficienza energetica, delle energie rinnovabili e della cattura e stoccaggio del carbonio.

Le prove sono schiaccianti: 1 288 milioni di euro di aiuti alla produzione, per un totale di 2,9 miliardi di euro di sovvenzioni al settore del carbone tra il 2003 e il 2008, non sono affatto serviti a limitare la perdita di quote di mercato, né hanno garantito che i 100 000 impiegati nel settore ricevano sostegno utile per la propria riconversione. Deploro pertanto che oggi a pranzo l’Unione europea non abbia avuto di dire di no alla proroga degli aiuti alle miniere di carbone fino al 2018 o di rivolgere risolutamente la propria attenzione a nuove fonti di energia, che darebbero lavoro alla popolazione europea.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Il voto di oggi è in conflitto con gli interesse comunitari in materia di economia, energia e cambiamento climatico. Sovvenzionare miniere di carbone non competitive è uno spreco di miliardi di euro di fondi pubblici, in particolare nel contesto delle pressioni a cui sono attualmente soggette le casse pubbliche. La proroga degli aiuti operativi alle miniere di carbone significa non occuparsi delle preoccupazioni legittime dei minatori riguardo al loro futuro. Rischia invece di ritardare la transizione verso un’economia verde – con un settore energetico futuro basato sull’efficienza energetica e le energie rinnovabili – che garantirebbe la creazione di migliaia di nuovi impieghi sostenibili nelle regioni ex produttrici di carbone.

 
  
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  Viktor Uspaskich (ALDE), per iscritto. (LT) Benché l’industria estrattiva del carbone non rivesta enorme importanza nell’economia lituana, questa relazione è rilevante per il mio paese. Con la scadenza del regolamento (CE) 1407/2002, alcuni Stati membri si vedranno costretti a chiudere immediatamente le loro miniere di carbone e ad affrontare le enormi ripercussioni sociali e regionali che ne conseguiranno. La Lituania conosce anche troppo bene il tipo di problemi da fronteggiare in seguito a tali chiusure. La dismissione della centrale nucleare lituana di Ignalina ha portato alla perdita di attività commerciali e di posti di lavoro. Inoltre, è stato un brutto colpo per la nostra indipendenza in campo energetico, e non dobbiamo pertanto dimenticare che l’Unione europea è fondata sulla solidarietà energetica. Al momento, la Lituania e i paesi baltici sono isolate dal punto di vista dell’energia, in quanto sono escluse dalle reti europee del gas e dell’elettricità. Questo mese mi ha rincuorato apprendere che la Commissione europea sostiene il piano per l’interconnessione del mercato energetico del Baltico.

Mi auguro che progetti quali quelli correlati alla centrale nucleare di Visaginas e all’interconnessione della rete del gas lituanopolacca ricevano assistenza finanziaria dall’UE. Ne trarrebbe beneficio l’intera Europa. Infine, per noi è importante tener presente la sicurezza dei minatori e dei lavoratori di altri rami del settore energetico. Gli incidenti verificatisi di recente in Cile e Nuova Zelanda non ci consentiranno di dimenticare tale aspetto.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. (SK) L’estrazione del carbone in Europa non è efficiente e dev’essere sovvenzionata. Tuttavia, le cosiddette fonti energetiche alternative sono altrettanto – se non più – inefficienti. Le centrali che bruciano carbone hanno pertanto una cosa in comune con gli impianti alimentati a energia solare o eolica. L’energia che producono è semplicemente troppo costosa. Pertanto, gli Stati sovvenzionano l’estrazione del carbone o acquistano l’elettricità prodotta a un prezzo più alto di quello pagato dall’utente finale. Ogni metodo di produzione di energia elettrica presenta vantaggi e svantaggi. Tuttavia, l’esperienza ci ha insegnato che non è opportuno affidarsi solamente a una fonte di energia. Se la sicurezza energetica dell’Europa è una nostra priorità, sarebbe un errore abbandonare una delle possibili fonti di energia. Lo Stato non dovrebbe usare i soldi dei contribuenti per sostenere imprese che non funzionano. Non tutte le miniere che attualmente non sono in grado di sopravvivere sul mercato senza le sovvenzioni sono inevitabilmente destinate al fallimento. Alcune potrebbero diventare competitive se avessero il tempo di riconvertirsi. La relazione Rapkay vuole dare loro questa possibilità. Provengo dalla regione di Prievidza, che vanta una solida tradizione mineraria. So quante famiglie finirebbero in povertà se i capofamiglia perdessero il loro lavoro in miniera. Ho votato anche a nome loro a favore della relazione, che dà la possibilità di salvare migliaia di posti di lavoro in una regione mineraria slovacca tradizionale.

 
  
  

Relazione Joly (A7-0315/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sui lavori dell’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE nel 2009, in quanto ritengo essenziale che continui a monitorare i negoziati sugli accordi di partenariato economico (APE) e promuova l’interazione tra i deputati allo scopo di garantire una maggiore trasparenza di tutti i processi.

Alla luce di ciò, ritengo che sia cruciale rafforzare la dimensione parlamentare del lavoro di cooperazione, riconoscendo che l’istituzione dell’Unione africana e i poteri crescenti dell’APP rappresentano indubbiamente una sfida per la cooperazione ACP-UE e, di conseguenza, per l’APP ACP-UE. Poiché nel 2009 la Commissione e i paesi ACP hanno presentato proposte per una seconda revisione dell’accordo di partenariato di Cotonou, è essenziale che l’APP segua da vicino gli sviluppi della situazione onde garantire la propria sopravvivenza nonché evoluzione in quanto istituzione. La cooperazione tra Parlamento e APP è iniziata nel 2007, e l’anno scorso ha portato alla creazione di una delegazione a pieno titolo per i rapporti con l’APP.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa risoluzione, che valuta il lavoro dell’Assemblea parlamentare paritetica del gruppo di Stati africani, caraibici e del Pacifico (ACP) e l’UE nel 2009. Il lavoro di quest’assemblea è particolarmente importante, in quanto rafforza i processi democratici di questi paesi, e pertanto convengo con le osservazioni della risoluzione secondo cui dobbiamo coinvolgere i parlamenti nel processo democratico e nelle strategie nazionali per lo sviluppo. Ritengo che la revisione dell’accordo di partenariato di Cotonou possa essere utile per affrontare le nuove sfide intervenute nel decennio dalla sottoscrizione dell’accordo e contribuisca ad aumentare la partecipazione dei parlamenti nazionali, della società civile e del settore privato alla vita politica ed economica di tali paesi. Concordo inoltre con la proposta di integrare il Fondo europeo per lo sviluppo nel bilancio comunitario per aumentare la coerenza, trasparenza ed efficacia della politica di cooperazione allo sviluppo e garantire una vigilanza adeguata.

 
  
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  Proinsias De Rossa (S&D), per iscritto. (EN) Appoggio la relazione sul lavoro dell’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE. Accolgo con favore la risposta positiva del Commissario per il commercio alla richiesta dei paesi ACP di procedere a una revisione degli elementi controversi dei negoziati per l’accordo di partenariato economico (APE). I negoziati per APE futuri, nonché la loro attuazione, dovrebbero essere oggetto di un monitoraggio parlamentare più attento. I parlamenti dei paesi ACP dovrebbero insistere per essere coinvolti nell’adozione ed esecuzione dei documenti strategici nazionali e regionali, in quanto si tratta di strumenti di programmazione essenziali per l’assistenza allo sviluppo. Per poter meglio affrontare i timori dell’Assemblea parlamentare concernenti le ripercussioni della crisi attuale sul mondo in via di sviluppo, dobbiamo individuare nuove fonti di finanziamento, soprattutto una tassa internazionale sulle transazioni finanziarie. I governi ACP, da parte loro, devono dare prova di un impegno maggiore nella lotta ai paradisi fiscali, all’evasione fiscale e alla fuga illecita di capitali. La creazione di una delegazione permanente del Parlamento europeo per i rapporti col parlamento panafricano, all’inizio dell’attuale legislatura, rappresenta un passo molto positivo che contribuirà a consolidare l’impegno politico crescente dell’Assemblea parlamentare ACP-UE.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto. (FR) Accolgo con favore l’adozione della relazione, in quanto l’Assemblea parlamentare paritetica (APP), grazie alla qualità del lavoro svolto, è riuscita a imporsi come soggetto chiave nella cooperazione tra il nord e il sud del mondo. Ad esempio, l’assemblea ha svolto e continua a svolgere un ruolo chiave nel monitoraggio dei negoziati sugli accordi di partenariato economico (APE). Inoltre, sono stati approvati alcuni emendamenti importanti, come quello che incoraggia l’APP a esplorare fonti aggiuntive e innovative di finanziamento allo sviluppo, quali una tassa internazionale sulle transazioni finanziarie, e che la invita inoltre ad affrontare la questione dell’abolizione dei paradisi fiscali.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sui lavori dell’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE nel 2009, in quanto ritengo che tale assemblea continui a costituire un quadro importante per un dialogo aperto, democratico e approfondito tra l’Unione europea e il gruppo di paesi dell’Africa, Caraibi e Pacifico (ACP). Per rendere il processo di cooperazione più efficiente e democratico, occorre coinvolgere maggiormente i parlamenti dei paesi ACP nella redazione e stesura dei piani strategici per la cooperazione, e farli partecipare più attivamente nella negoziazione degli accordi di partenariato economico insieme alle autorità europee.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Pur non mettendo in discussione l’importanza dei lavori svolti dall’Assemblea parlamentare paritetica (APP) ACP-UE nel 2009 o il suo contributo innegabile alla cooperazione allo sviluppo, non posso evitare di esprimere la mia preoccupazione riguardo al contenuto del punto 6 della relazione Joly: “esorta l’APP a continuare a lavorare in questo settore e ad esplorare fonti aggiuntive e innovative di finanziamento allo sviluppo, quali una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali”. Non credo che una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali sarebbe di grande aiuto per il gruppo di Stati africani, caraibici e del Pacifico.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) L’Assemblea parlamentare paritetica (APP) si è riunita due volte nel 2009, l’anno in cui la Commissione e il gruppo di Stati africani, caraibici e del Pacifico hanno formulato proposte per la seconda revisione dell’accordo di partenariato di Cotonou che doveva essere negoziato nel 2010. Vista la regionalizzazione del gruppo ACP determinata dal processo per l’accordo di partenariato economico (APE), è importante che l’APP segua molto da vicino gli sviluppi della situazione onde garantire la propria sopravvivenza nonché evoluzione in quanto istituzione. Mi preme sottolineare la preoccupazione dell’APP in merito alle ripercussioni dell’attuale crisi finanziaria, l’adozione in Luanda di una risoluzione sull’impatto della crisi sui paesi ACP e le risoluzioni sul suo impatto e sull’affrontare la crisi nei paesi ACP.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Per permettere all’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE di svolgere adeguatamente il proprio ruolo – citato dal relatore – nella cooperazione nord-sud e nel rafforzamento dell’aspetto parlamentare di tale cooperazione, occorre difenderne alcune caratteristiche fondamentali. La sua ampia rappresentanza è la sua arma vincente e al contempo un requisito essenziale per svolgere debitamente il proprio ruolo. Pertanto, qualsiasi tentativo volto a ridurne la rappresentanza per ragioni di taglio dei costi dev’essere respinto, mentre va difesa la natura pluralistica dell’assemblea, senza cui alcuni dei suoi principi verrebbero gravemente distorti e alcuni dei suoi obiettivi di base risulterebbero gravemente compromessi. Vanno garantiti tutti i mezzi necessari per conseguire una partecipazione estesa ed efficace di tutti i deputati, sia che rappresentino l’UE sia, in particolare, il gruppo di Stati africani, caraibici e del Pacifico.

Abbiamo pertanto assistito con preoccupazione al ripetuto fallimento dei tentativi di assicurare le condizioni necessarie a conseguire tale partecipazione, soprattutto per quanto riguarda i servizi di interpretariato. Le lingue ufficiali dell’UE e dei paesi ACP vengono spesso soppresse, come è accaduto con il portoghese in più di un’occasione. Si tratta di un grave errore a cui è importante porre rimedio.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE), per iscritto. (FR) In qualità di membro dell’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE (paesi africani, caraibici e del Pacifico-Unione europea), ho votato con convinzione a favore di questa relazione sui lavori dell’Assemblea nel 2009. L’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE è un’istituzione unica che è riuscita a imporsi come soggetto chiave nei rapporti euroafricani e tra il nord e il sud del mondo. È riuscita a dimostrare l’alta qualità del suo lavoro, che si basa sui principi di cooperazione, consultazione, trasparenza e dialogo democratico, e su un’interazione ancor più intensa tra i deputati europei e dei paesi ACP. Poiché la ventesima sessione di quest’Assemblea avrà inizio a Kinshasa, mi preme incoraggiare l’APP a continuare il proprio lavoro e questa cooperazione. In particolare, ho ovviamente votato a favore del paragrafo che chiede di impegnarsi a favore dell’istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali e dell’abolizione dei paradisi fiscali.

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE), per iscritto.(PL) Mi sono espresso a favore della relazione Joly sui lavori dell’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE nel 2009. La questione che andrebbe analizzata più nel dettaglio riguarda le riunioni regionali dell’APP. La necessità di tali riunioni è fuori discussione. Ritengo tuttavia che dovremmo elaborare e chiarire la formula di tali incontri.

Dovremmo specificare più chiaramente i metodi di lavoro da adottare durante le riunioni regionali. Il valore di tali riunioni deriva dal fatto che consentono di concentrarsi maggiormente sui problemi regionali. Una definizione più precisa delle procedure formali rafforzerebbe la possibilità di tali riunioni regionali di esercitare una qualche influenza. Per questo dovremmo occuparci della questione. Grazie mille.

 
  
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  Alan Kelly (S&D), per iscritto. (EN) Il gruppo del Parlamento europeo di cui faccio parte ha modificato in maniera sostanziale la relazione originaria, chiedendo ai governi ACP di inserire clausole più rigorose sulla non discriminazione e di contribuire alla lotta contro l’evasione fiscale e i paradisi fiscali. Occorre un maggiore coinvolgimento dei parlamenti nazionali ACP e della società civile – attraverso un sostegno finanziario e tecnico – per migliorare la cooperazione ACP-UE.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Signor presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore dell'approvazione della relazione sui lavori dell'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE nel 2009, in quanto ritengo il suo apporto fondamentale in tema di cooperazione tra nord e sud. Infatti, l'Assemblea parlamentare paritetica ha svolto, e continua a svolgere, un ruolo chiave in relazione al coinvolgimento delle autorità e degli organi locali nel corso delle trattative per gli accordi di partenariato economico.

Per queste ragioni mi unisco agli appelli dei colleghi che hanno rivolto un invito alla Commissione, affinché essa si adoperi per fornire tempestivamente notizie e dati sui negoziati, in modo da facilitare e al contempo garantire al Parlamento di poter svolgere al meglio il suo ruolo di supervisione degli accordi. Infine, ritengo primario, e non soltanto con riferimento ai negoziati in tale settore, un coinvolgimento informato del Parlamento europeo, istituzione capace di assicurare la trasparenza del processo e di dar voce alle esigenze delle realtà locali.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione sui lavori dell’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE nel 2009. Il rafforzamento della vigilanza parlamentare è essenziale per assicurare che i fondi europei per lo sviluppo vengano sfruttati al meglio e contribuiscano efficacemente a conseguire gli obiettivi di sviluppo del Millennio. L’assemblea ha svolto e continua a svolgere un ruolo chiave nel seguire i negoziati sugli accordi di partenariato economico (APE), consentendo agli eurodeputati di prendere direttamente atto delle preoccupazioni dei colleghi ACP e di contribuire pertanto a una supervisione più puntuale del Parlamento europeo dei negoziati della Commissione e dell’attuazione degli APE.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’Assemblea parlamentare paritetica (APP) ACP-UE si è riunita due volte nel 2009 e in tali occasioni ha deliberato decisioni importanti su diverse questioni, in particolare sulla crisi alimentare e finanziaria, la situazione in Somalia, il cambiamento climatico e la situazione in Madagascar. Si sono inoltre riunivi svariati gruppi di lavoro per discutere su un ampio spettro di temi rilevanti, tra cui la formazione per una governance migliore, progetti di edilizia e di trasferimento urbano, disabili, turismo rurale e diritti delle minoranze nella Repubblica ceca. Tali riunioni periodiche hanno assunto notevole importanza grazie alla diversità dei temi trattati e alla discussione su questioni importanti per entrambe le parti al fine di cercare di individuare soluzioni per i problemi che affliggono le regioni più svantaggiate.

 
  
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  Louis Michel (ALDE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore dell’eccellente relazione dell’onorevole Joly concernente i lavori dell’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE che rappresenta – lo ripeto – un’istituzione unica al mondo per la sua composizione e la volontà di collaborare per promuovere l’interdipendenza nord-sud non solo con mezzi legislativi, ma anche mediante il dialogo e la cooperazione democratici. Colgo l’occasione della relazione per perorare la causa dell’istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali, al fine di aiutare determinati donatori ad adempiere ai loro impegni in termini di aiuti ufficiali per lo sviluppo e per assistere i paesi in via di sviluppo nell’apportare i cambiamenti necessari per affrontare il cambiamento climatico. Mi preme sottolineare che la Conferenza di Monterrey del 2002, il seguito della conferenza di Doha del 2008 e la riunione plenaria ad alto livello concernente gli OSM tenutasi a New York nel settembre 2010 hanno espresso parere favorevole sulle fonti innovative e alternative di finanziamenti per lo sviluppo e hanno sottolineato la necessità di un approccio equilibrato tra gli aspetti economici, sociali e ambientali dello sviluppo.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Ho votato contro la relazione sui lavori dell’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE nel 2009, in quanto è molto vaga ed è formulata in maniera imprecisa. Inoltre, non contiene nessun piano per migliorare l’efficienza della cooperazione per lo sviluppo con il gruppo di Stati africani, caraibici e del Pacifico (ACP) in futuro. Gli aiuti allo sviluppo, nella forma attuale, rappresentano un fallimento nell’80 per cento dei casi. Hanno semplicemente aumentato la dipendenza dei paesi in questione dagli aiuti esterni. Dobbiamo aiutare tali Stati ad aiutarsi da soli. Devono avere la possibilità di sviluppare progressivamente un’economia nazionale funzionante. La capacità di provvedere da soli ai propri fabbisogni alimentari rappresenta un aspetto importante in tal senso. La relazione in questione appoggia invece con ostinazione lo status quo, per questo ho espresso un voto contrario.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto. (PL) La cooperazione con i paesi africani, caraibici e del Pacifico rappresenta uno degli aspetti più importanti della politica estera dell’Unione europea. Mi rattrista pertanto apprendere dei problemi finanziari che affliggono il gruppo di paesi ACP. Malgrado tali problemi, l’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE rappresenta oggi uno dei forum più importanti per il dialogo nord-sud. Accolgo con favore lo sviluppo dell’integrazione regionale tra i paesi africani da un lato, e i paesi caraibici dall’altro, che agevola un dialogo efficace tra il Parlamento europeo e il sud del mondo. Alla luce di tali aspetti e nel pieno sostegno dello sviluppo del dialogo tra l’UE e i paesi del sud del mondo, ho deciso di votare a favore della relazione sui lavori dell’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE nel 2009.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Ho votato a favore della relazione sui lavori dell'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE, in quanto ritengo che l'Assemblea abbia svolto un ruolo importante e abbia lavorato per cercare soluzioni a problemi a volte non semplici. Pur essendo un organo consultivo, rappresenta un forum importante e un punto di incontro per dibattere e cercare di venire incontro alle varie istanze.

Tra le importanti relazioni e risoluzioni adottate basti ricordare quelle sulla situazione in Madagascar, sul cambiamento climatico, sulla situazione in Niger e sulla seconda revisione degli accordi di Cotonou. Degna di nota, infine, è la risoluzione relativa alle conseguenze della crisi finanziaria per i paesi ACP, in cui si pone in evidenza come purtroppo tali paesi, pur non essendo stati in alcun modo la causa delle turbolenze mondiali, hanno finito per pagare il prezzo più alto, in termini di aumento dei costi, di riduzione degli aiuti da parte degli Sati ricchi e di aumento dei prezzi delle materie prime.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sui lavori dell’Assemblea parlamentare paritetica (APP) ACP-UE nel 2009. È importante porre l’accento sul ruolo dell’APP, in quanto è riuscita a imporsi quale soggetto chiave nella cooperazione nord-sud e ha contribuito a rafforzare il dialogo aperto e democratico tra l’UE e il gruppo di paesi ACP.

 
  
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  Crescenzio Rivellini (PPE), per iscritto. − Si è votata, oggi, in plenaria una proposta di risoluzione sui lavori dell'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE nel 2009.

Nel 2009 l'Assemblea parlamentare paritetica si è riunita due volte. In tali occasioni sono state approvate dieci risoluzioni e la dichiarazione di Luanda sulla seconda revisione dell'accordo di partenariato di Cotonou. Nel corso dell'anno si sono altresì svolte due riunioni regionali, rispettivamente in Guyana (regione dei Caraibi) e in Burkina Faso (regione dell'Africa occidentale).

Ciononostante, il 2009 è stato condizionato negativamente dalla decisione, adottata dal Consiglio dei ministri ACP nel dicembre 2008, di operare cospicui tagli al bilancio del segretariato ACP destinato alle missioni del personale. Tale decisione ha inciso notevolmente sulla possibilità di garantire i servizi relativi alle riunioni dell'APP organizzate in sedi diverse da Bruxelles.

Nel dicembre 2009 il Consiglio ACP ha adottato i provvedimenti necessari per garantire che i finanziamenti di bilancio per il 2010 fossero sufficienti a coprire due sessioni plenarie, una riunione regionale e un massimo di due missioni aggiuntive. Dato il contesto è opportuno continuare ad adoperarsi in questo settore ed esaminare fonti aggiuntive e innovative di finanziamento dello sviluppo, quali una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Accolgo con favore la risoluzione promossa dalla nostra collega, onorevole Joly, nel punto in cui afferma di valutare positivamente il fatto che nel 2009 l’APP abbia continuato a offrire un quadro per un dialogo aperto, democratico e approfondito tra l’Unione europea e i paesi ACP e chiede un dialogo politico potenziato, si compiace della risposta positiva del nuovo Commissario per il commercio alla richiesta di diversi paesi e regioni ACP di riesaminare le questioni controverse sollevate nei negoziati APE, in linea con le dichiarazioni del Presidente della Commissione, e sottolinea la necessità di monitoraggio parlamentare ravvicinato sui negoziati APE e la loro attuazione.

 
  
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  Joanna Senyszyn (S&D), per iscritto.(PL) In veste di membro della delegazione dell’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE, ho avallato la relazione sui lavori dell’APP nel 2009. Valuto molto positivamente il lavoro svolto quest’anno dall’assemblea, soprattutto le risoluzioni adottate sugli effetti della crisi globale a livello di condizioni sociali e sul cambiamento climatico.

La prossima settimana, nel corso della ventesima sessione dell’assemblea, tratteremo tra le altre cose i risultati raggiunti in termini di obiettivi di sviluppo del Millennio. In veste di membro della commissione per gli affari sociali e l’ambiente dell’APP, ritengo che l’anno prossimo sia essenziale svolgere un’analisi completa e avviare una discussione di ampio respiro sulla situazione ambientale e sociale nei paesi ACP. Un riesame delle misure esistenti ci consentirà di pianificare più efficacemente gli obiettivi per gli anni a venire. In linea con il parere del Comitato economico e sociale europeo, sono inoltre favorevole a un maggior sostegno e riconoscimento dell’economia sociale africana.

L’integrazione dell’economia sociale africana nel programma comunitario può sfociare in un rafforzamento della cooperazione con organizzazioni internazionali quali l’Organizzazione internazionale del lavoro e la Banca mondiale, e può inoltre tradursi in un maggior sostegno dell’opinione pubblica europea per l’aumento degli aiuti esteri comunitari mediante un maggiore coinvolgimento dei soggetti più importanti dell’economia sociale europea. Ritengo inoltre che l’APP potrebbe esaminare più approfonditamente il ruolo svolto dall’economia sociale africana in termini di eliminazione della povertà. Auspico in un coinvolgimento attivo dell’APP nell’attuazione della strategia UE-Africa.

 
  
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  Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione, che esamina il lavoro svolto con i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP). Con questo documento, il Parlamento europeo richiama l’attenzione sul fatto che il successo dell’Assemblea parlamentare paritetica è strettamente connesso a un dialogo aperto, democratico e approfondito tra l’Unione europea e i paesi ACP.

La relazione ribadisce inoltre il principio dell’universalità dei diritti umani e fa presente al Consiglio che il Parlamento europeo ha insistito più volte per l’inserimento di una clausola più stringente sulla non discriminazione nella revisione dell’accordo di Cotonou.

Accolgo con particolare favore la votazione su un emendamento che chiede l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie quale possibile risposta alla crisi, anche se non mi faccio illusioni sulle votazioni contraddittorie del Parlamento europeo in merito a tale questione. Con questo emendamento, il Parlamento europeo esorta l’APP ad esplorare fonti aggiuntive e innovative di finanziamenti per lo sviluppo, quali una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali, ed “esorta inoltre l’APP ad affrontare la questione dell’eliminazione dei paradisi fiscali”.

Speriamo che questa relazione non passi completamente inosservata e che tutte le istituzioni europee possano farvi riferimento per instaurare altri rapporti con i paesi ACP.

 
  
  

Relazione Berlinguer (A7-0252/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Vorrei manifestare la mia approvazione per questa relazione, che pone l’accento sull’articolo 67 in materia di diversi ordinamenti e pratiche giuridiche e di accesso alla giustizia, questioni per le quali il riconoscimento reciproco dovrebbe contribuire a migliorare la conoscenza dei rispettivi ordinamenti e pratiche giuridiche. Ritengo che nell’UE siano stati già compiuti enormi progressi in termini di giustizia civile, e che questo piano ambizioso per l’adozione di un approccio più strategico e meno frammentato al diritto civile debba basarsi sulle necessità reali dei cittadini e delle imprese. Occorre anche tener presente le difficoltà insite nel legiferare in un’area di competenza condivisa in cui l’armonizzazione deve costituire un’opzione in caso di sovrapposizioni.

Di conseguenza, è necessario rispettare e dare spazio ad approcci giuridici e tradizioni costituzionali radicalmente differenti, ma anche concettualizzare l’approccio dell’Unione in quest’area in modo da risolvere i problemi generali. Va inoltre citata la necessità di assicurare la funzionalità delle misure già poste in atto e di consolidare i progressi già realizzati, in modo da poter progredire con coerenza verso un’attuazione corretta e funzionale del programma di Stoccolma.

 
  
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  Roberta Angelilli (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, il Programma di Stoccolma prevede ambiziose politiche europee in materia di giustizia e sicurezza per realizzare l'Europa dei cittadini.

Tra gli obiettivi c'è la proposta legislativa sulla cooperazione rafforzata per quanto riguarda la legge applicabile al divorzio. In Europa, il 20% dei divorzi interessano coppie internazionali. Tali divorzi sono talvolta contrassegnati da lungaggini burocratiche e mancanza di risposte chiare da parte dei sistemi nazionali. In molti casi, sono i figli e il coniuge più debole a soffrire della tensione emotiva e delle lacerazioni derivanti da un'azione giudiziaria. Laddove possibile sarebbe auspicabile poter ricorrere all'istituto della mediazione, cioè un accordo amichevole tra le parti. A tal fine sarebbe opportuno fare riferimento ai concetti definiti nella direttiva 2008/52/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2008, relativa a determinati aspetti della mediazione in materia civile e commerciale e al Codice di condotta europeo per i mediatori.

Inoltre, sarà importante per tutti i cittadini accedere a informazioni aggiornate e di qualità, presenti oggi in un database della Commissione, relative agli aspetti essenziali della legge nazionale e comunitaria e delle procedure legate non solo alla separazione e al divorzio ma anche alla mediazione.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Il programma di Stoccolma mira alla creazione di uno spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia che garantisca ai cittadini il godimento di diritti fondamentali, compreso quello alla libertà di impresa, per sviluppare capacità imprenditoriali nei diversi settori dell’economia. Sin da quando è stata attribuita all’Unione la competenza in materia di giustizia e affari interni e sin dalla successiva creazione dell’SLSG, sono stati effettuati enormi progressi nell'ambito della giustizia civile, mentre l’armonizzazione delle norme di diritto internazionale privato ha compiuto enormi passi avanti. È molto importante, visto che quest’area del diritto è, per eccellenza, lo strumento per pervenire al riconoscimento reciproco e al rispetto dei rispettivi sistemi giuridici. Ritengo che il piano d’azione presentato dalla Commissione europea sia ambizioso ma che, al contempo, sia necessario valutare adeguatamente l’efficacia e la conformità con gli obiettivi posti dalle misure già in atto, al fine di soddisfare le esigenze dei cittadini, delle imprese e dei professionisti.

 
  
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  Slavi Binev (NI), per iscritto.(BG) Appoggio la proposta della commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori di integrare il testo sul mercato unico europeo nella risoluzione sul diritto civile, commerciale, di famiglia e internazionale privato. A mio parere, il mercato unico è utile allo spazio europeo in termini di libertà, sicurezza e giustizia, e contribuisce a rafforzare il modello europeo di un’economia sociale di mercato ma, al contempo, protegge i consumatori. La Bulgaria, uno Stato periferico dell’Unione, subisce spesso la minaccia delle importazioni di beni contraffatti pericolosi o potenzialmente tali. Recentemente sul mercato bulgaro è stata trovata carne di agnello vecchia di 20 anni. Ed è solo uno dei tanti casi. La creazione di uno spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia rafforzerà il mercato unito, soprattutto la protezione dei diritti dei consumatori, ed esorto pertanto gli onorevoli colleghi ad appoggiare la Commissione nel tener conto di questi aspetti e nel presentare una legislazione che assicuri il funzionamento corretto del mercato unico nell’interesse dei consumatori.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore della relazione in quanto il Parlamento europeo esorta la Commissione ad accertarsi il più efficacemente e rapidamente possibile che il piano d’azione di Stoccolma rispecchi realmente le esigenze dei cittadini europei, in particolare per quanto riguarda la libertà di circolazione in tutta l’Unione europea, oltre ai diritti di occupazione, alle esigenze delle aziende e alle pari opportunità per tutti. Mi preme sottolineare che il diritto comunitario dev’essere al servizio dei cittadini, soprattutto nelle aree del diritto di famiglia e civile, e mi rallegro pertanto che, sin da quando è stata attribuita all’Unione la competenza in materia di giustizia e affari interni e sin dalla successiva creazione dell’SLSG, siano stati effettuati enormi progressi nell'ambito della giustizia civile.

Va rilevato che il Programma di Stoccolma mira alla creazione di uno spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia che garantisca ai cittadini il godimento di diritti fondamentali compreso quello alla libertà di impresa per sviluppare capacità imprenditoriale nei diversi settori dell’economia. Pertanto, è giunto il momento di riflettere sul futuro sviluppo dell’SLSG e il Parlamento europeo invita la Commissione a dar inizio ad un dibattito di ampia portata che coinvolga tutte le parti interessate, compresi in particolare i giudici ed i professionisti della giustizia.

 
  
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  Zuzana Brzobohatá (S&D), per iscritto. (CS) La relazione contiene una vasta gamma di raccomandazioni nelle aree del diritto civile, commerciale, di famiglia e privato internazionale. Riguarda principalmente misure tese a rafforzare l’applicabilità della legge nelle controversie transfrontaliere e, nello spirito del programma di Stoccolma, quelle che mirano a creare un grado maggiore di cooperazione tra le autorità giudiziarie degli Stati membri. Il piano d’azione propone inoltre un’iniziativa legislativa per un regolamento volto a migliorare l’efficacia nell’esecuzione delle decisioni giudiziarie per quanto riguarda la trasparenza del patrimonio dei debitori nonché un regolamento analogo sul sequestro di conti bancari. Considero la questione di uniformare le informazioni sui dati personali nei documenti dei cittadini comunitari alla stregua di un’evoluzione naturale di tale processo, in quanto eliminerà le barriere che ostacolano la circolazione.

La relazione invita inoltre la Commissione, che ha istituito un gruppo di lavoro sull’arbitrato, a non adottare nessuna proposta legislativa in materia senza tenere consultazioni, in quanto le questioni di arbitrato esercitano un impatto rilevante sul commercio internazionale. Le misure proposte nella relazione contribuiranno a migliorare l’applicabilità della legge nell’UE e ho pertanto votato a favore della relazione.

 
  
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  Carlo Casini (PPE), per iscritto. − Nella votazione finale sulla risoluzione Berlinguer mi sono astenuto perché è stato respinto l'emendamento 2, assai importante al fine di rimuovere possibili erronee interpretazioni al punto 40. Vi si dice che il Parlamento "appoggia con vigore i piani volti a permettere il riconoscimento reciproco degli effetti degli atti dello Stato civile". L'espressione potrebbe far pensare a un obbligo di riconoscere in tutta l'Unione europea, ad esempio, un'unione tra persone dello stesso sesso registrata in uno Stato membro dove tale unione è consentita.

In realtà è doveroso distinguere tra gli effetti dell'atto giuridico compiuto (nel caso il matrimonio) e gli effetti dell'atto di registrazione. Quest'ultimo fa piena fede di ciò che è documentato (per esempio che è stato contratto un matrimonio omosessuale in Olanda) e tale pubblica fede è l'effetto dell'atto di stato civile. Ma gli effetti dell'atto registrato sono altra cosa e non è consentito il loro riconoscimento (ad esempio la pensione di reversibilità) nello Stato che non li riconosce. D'altronde, la materia del diritto di famiglia appartiene alle identità dei singoli Stati e non può essere toccata del diritto comunitario. Una possibile diversa interpretazione mi ha fatto scegliere l'astensione.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) Accolgo con favore i progressi enormi che sono stati effettuati nell’ambito della giustizia civile sin da quando è stata attribuita all’Unione la competenza in materia di giustizia e affari interni e sin dalla successiva creazione dell’SLSG. Mi preme inoltre complimentarmi con la Commissione per il piano molto ambizioso che risponde a un numero significativo di richieste presentate recentemente dal Parlamento. È essenziale adottare un approccio più strategico e meno frammentato, basato sulle necessità reali dei cittadini e delle imprese nell’esercizio dei loro diritti e libertà nel mercato unico.

Il piano d’azione di Stoccolma deve rispecchiare tali necessità rispetto alla mobilità, ai diritti dei lavoratori, alle necessità delle imprese e alle pari opportunità, promuovendo al contempo la certezza giuridica e l’accesso a una giustizia rapida ed efficiente. Non possiamo ignorare le difficoltà nel legiferare in un’area di competenza condivisa in cui l’armonizzazione costituisce raramente un’opzione e la sovrapposizione va evitata. Le divergenze tra gli approcci giuridici e le tradizioni costituzionali dei diversi ordinamenti giuridici possono servire da ispirazione per una cultura giuridica europea, ma non dovrebbero costituire un ostacolo all’ulteriore sviluppo del diritto europeo.

 
  
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  Lara Comi (PPE), per iscritto. − Ad oggi si registrano, nel diritto civile dei 27 Stati membri nonché di quelli che aderiranno all'UE nel prossimo futuro, alcune difformità. Il piano d'azione presentato compie un passo in avanti, prendendo atto delle analogie e ponendo in rilievo le divergenze, così da richiamare l'attenzione sulla necessaria riduzione di queste ultime.

In particolare, per ciò che concerne le materie oggetto dell'attività delle commissioni di cui faccio parte, ritengo che la previsione di regole comuni e la realizzazione di un sistema integrato di amministrazione della giustizia siano essenziali per garantire la sopravvivenza del mercato unico. Pur nel rispetto delle tradizioni giuridiche e delle peculiarità di ciascuno, le sfide contemporanee esigono infatti uno sforzo comune nella direzione dell'armonizzazione dei diritti europei.

Valuto pertanto positivamente la relazione, con la quale si invita la Commissione europea a impegnarsi per la rimozione delle barriere giuridiche che ostacolano l'esercizio dei diritti negli Stati membri e per l'attenuazione delle conseguenze negative che esse comportano nei confronti dei cittadini coinvolti in vicende giudiziarie transfrontaliere, entrambe condizioni essenziali per l'affermazione di una "cultura giuridica europea", che sola può garantire la creazione di un'area comune di libertà, sicurezza e giustizia in Europa.

 
  
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  Anna Maria Corazza Bildt (PPE), per iscritto. (SV) Dichiarazione di voto: il 23 novembre 2010, i conservatori svedesi hanno votato a favore della relazione (A7-0252/2010) sugli aspetti relativi al diritto civile, al diritto commerciale, al diritto di famiglia e al diritto internazionale privato del Piano d’azione per l’attuazione del programma di Stoccolma. Vorremmo comunque precisare che, a nostro avviso, va prestata particolare attenzione all’armonizzazione delle diverse modalità di formazione per le professioni legali negli Stati membri e sottolineare che tale armonizzazione non rientra nel quadro del programma di Stoccolma. Inoltre, non reputiamo che la conoscenza di due lingue debba essere un requisito essenziale per poter esercitare la professione di avvocato. Infine, vorremmo precisare che l’autonomia delle parti riveste la massima importanza nel diritto contrattuale commerciale e che non andrebbero introdotte modifiche in tal senso.

 
  
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  Luigi Ciriaco De Mita (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Programma di Stoccolma rappresenta una necessaria prosecuzione dello sviluppo dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia dell´UE verso una maggiore attenzione alle persone. Maggiore attenzione che va non solo verso una dimensione più completa della cittadinanza, tra cui il rispetto della persona umana e la sua dignità, ma anche verso una dimensione del diritto e della giustizia che la renda accessibile ovunque nell´Unione, per far valere i diritti delle persone, senza frontiere interne. Attenzione alla persona che deve essere assicurata in modo solidale anche per il fenomeno crescente dell´immigrazione e dell´asilo, pur nel rigoroso rispetto delle norme che regolano la convivenza civile, inclusa la sicurezza. Il Piano d´azione della Commissione rappresenta un´attuazione coerente del Programma di Stoccolma. Lo sviluppo di spazi di libertà, sicurezza e giustizia dell´UE devono però sempre tener conto del rispetto del principio di sussidiarietà che favorisce il rispetto delle persone e delle tradizioni che fanno parte integrante della propria storia. La relazione sugli aspetti relativi al diritto civile, al diritto commerciale, al diritto di famiglia e al diritto internazionale privato del Piano d'azione per l'attuazione del programma di Stoccolma, che abbiamo votato, mi pare vada in tale direzione.

 
  
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  Ioan Enciu (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione, in quanto ritengo che sia estremamente importante attuare nella maniera corretta le misure previste dal programma di Stoccolma in merito al miglioramento dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Tale obiettivo può essere raggiunto migliorando la cooperazione giudiziaria tra gli Stati membri, promuovendo una cultura giudiziaria europea e risolvendo le diverse questioni di incompatibilità tra i diversi modelli di diritto procedurale esistenti a livello di paesi membri. Il piano d’azione della Commissione per l’attuazione del programma di Stoccolma deve tener conto di tutti questi aspetti citati nella relazione.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Mi sono espressa a favore della relazione, in quanto chiede misure specifiche per promuovere la certezza giuridica e l’accesso a una giustizia rapida ed efficiente. Il piano d’azione di Stoccolma sancisce che occorre accertarsi che lo scambio delle migliori prassi tra gli ordinamenti giuridici presti particolare attenzione alle necessità dei singoli cittadini e dalle imprese, agevolando la mobilità in seno all’Unione, i diritti dei lavoratori e le pari opportunità.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Le aree del diritto civile, del diritto commerciale, de diritto di famiglia e del diritto privato internazionale costituiscono alcune tra le aree più sensibili del diritto applicabile in ciascuno degli Stati membri dell’UE. Ritengo pertanto che qualsiasi modifica in tal senso debba essere apportata con particolare attenzione e con la massima considerazione per il principio di sussidiarietà. I legislatori europei devono sempre rispettare i diversi ordinamenti giuridici, il consenso creato nei loro riguardi in ciascuna delle rispettive comunità politiche e le loro opzioni legittime; non possono e non devono ignorare il fatto che intervengono in questioni relative a popoli e nazioni dotate di ordinamenti giuridici stabili, consolidati e profondamente radicati. Raccomando pertanto l’introduzione di modifiche adeguate e proporzionate alle necessità effettive delle persone, nonché un controllo rigoroso sui piani e le iniziative proposte. Così come seguo con cautela l’adozione di misure in materia, mi rendo altresì conto che vi sono relazioni giuridiche che, per la loro stessa natura, richiedono presumibilmente l’applicazione di leggi provenienti da più di un paese. Riconosco la bontà di molte delle proposte presentate e la loro volontà di promuovere lo scambio delle migliori prassi e la realizzazione di uno spazio autentico di libertà, sicurezza e giustizia.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Il programma di Stoccolma, adottato dal Consiglio nel dicembre del 2009, stabilisce le priorità per la creazione di uno spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia nell’arco dei prossimi cinque anni. Il diritto comunitario agevola la mobilità e consente ai cittadini di esercitare il proprio diritto alla libertà di movimento, rafforzando in tal modo la fiducia nello spazio giuridico europeo. Il piano d’azione della Commissione per l’attuazione del programma di Stoccolma implica il ricorso agli strumenti disponibili in seguito all’entrata in vigore del trattato di Lisbona al fine di semplificare la vita quotidiana e gli affari dei cittadini comunitari, conciliando le necessità dei cittadini e del mercato unico con la diversità delle tradizioni giuridiche esistenti nei vari Stati membri. Appoggio la relazione, ma mi preme rilevare che determinate aree dovrebbero essere prioritarie, quali le questioni civili e il riconoscimento reciproco dei documenti ufficiali.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Questa relazione d’iniziativa affronta vari argomenti complessi basati sugli aspetti relativi al diritto civile, al diritto commerciale, al diritto di famiglia e al diritto internazionale privato del Piano d’azione per l’attuazione del programma di Stoccolma. Di conseguenza, i nostri pareri sui suggerimenti del relatore variano anch’essi.

Alcuni riscontrano il nostro consenso, soprattutto quando viene fatto riferimento alla necessità di intensificare le discussioni sulle questioni relative al diritto marittimo, commerciale e di famiglia. Il fatto è però che in Portogallo c’è una questione ancora irrisolta, vale a dire la specializzazione dei magistrati in quelle aree. Ovviamente, proprio per la tipologia delle questioni in oggetto, i magistrati necessitano di una formazione specifica per esercitare nei tribunali sul diritto di famiglia.

Diversi problemi si riscontrano tuttavia nelle aree commerciali, e forse sarebbe più importante garantire la protezione dei marchi mediante il ricorso alla giurisdizione civile invece che penale. Anche in quest’area vi sono molti ritardi in Portogallo ed è riconosciuto che molti magistrati riscontrano molte difficoltà a decidere su materie molto specifiche.

 
  
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  Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE), per iscritto. (SV) Dichiarazione di voto: il 23 novembre 2010, i conservatori svedesi hanno votato a favore della relazione (A7-0252/2010) sugli aspetti relativi al diritto civile, al diritto commerciale, al diritto di famiglia e al diritto internazionale privato del Piano d’azione per l’attuazione del programma di Stoccolma. Vorremmo comunque precisare che, a nostro avviso, va prestata particolare attenzione all’armonizzazione delle diverse modalità di formazione per le professioni legali negli Stati membri e sottolineare che tale armonizzazione non rientra nel quadro del programma di Stoccolma. Inoltre, non reputiamo che la conoscenza di due lingue debba essere un requisito essenziale per poter esercitare la professione di avvocato. Infine, vorremmo precisare che l’autonomia delle parti riveste la massima importanza nel diritto contrattuale commerciale e che non andrebbero introdotte modifiche in tal senso.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Abbiamo votato contro la relazione. È inaccettabile che in determinate aree del diritto civile venga creato un ventottesimo ordinamento giuridico, anche se facoltativo, per aggirare i sistemi nazionali. Inoltre, è il massimo dell’ipocrisia affermare che la diversità di tali ordinamenti rappresenta una ricchezza quando viene raccomandata anche una “emulazione regolamentare” per pervenire alla loro convergenza – o, in altre parole, la loro standardizzazione finale. È soprattutto inaccettabile che la libera circolazione delle persone e l’accesso non discriminatorio alle prestazioni sociali dei paesi di residenza vengano usati come pretesto per esigere il riconoscimento reciproco degli atti di stato civile, in quanto il vero obiettivo di questa proposta non è quello di semplificare la vita delle famiglie europee che si sono trasferite in un altro paese comunitario. Lo scopo effettivo è imporre il matrimonio tra omosessuali e l’adozione da parte di coppie dello stesso sesso agli Stati membri che non riconoscono tali fattispecie nei loro ordinamenti nazionali. Il diritto di famiglia è di stretta ed esclusiva competenza degli Stati membri, e tale deve rimanere. Dobbiamo tuttavia porre fine alle decisioni unilaterali della giustizia tedesca in materia di custodia dei minori in casi di divorzio di coppie di nazionalità mista, nonché al potere eccessivo e assoluto del Jugendamt, denunciato nelle petizioni che ci sono state presentate.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE), per iscritto. (FR) Mi rallegro dell’adozione di questa relazione, che accoglie con favore il piano d’azione di Stoccolma e, più specificamente, gli elementi che contiene in relazione al diritto civile, commerciale, di famiglia e privato internazionale. L’Unione europea si sta adoperando per la creazione di uno “spazio giudiziario europeo”, e tale spazio si fonda sull’idea che le sentenze, così come le persone, devono essere libere di “circolare” entro i confini dell’Unione per aiutare i cittadini europei ad avere accesso alla giustizia. Tale “spazio giudiziario comune” implica il principio di mutuo riconoscimento delle decisioni giudiziarie da parte degli Stati membri, e tale questione del riconoscimento reciproco è cruciale in aree quali il diritto di famiglia, i contratti, le successioni e i testamenti, la proprietà matrimoniale e così via. Si tratta di aree fondamentali nella vita di ciascuno. La nostra relazione insiste tra l’altro sull’importanza della formazione giudiziaria, dell’istruzione in materia di diritto, della creazione di reti tra i magistrati e dell’introduzione di programmi di scambio. Appoggio pienamente tali obiettivi.

 
  
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  Martin Kastler (PPE), per iscritto. (DE) Ho votato a favore degli emendamenti e contro la relazione Berlinguer, in quanto non sono certo che tenga debitamente conto della sussidiarietà. Non credo che si debba avere la possibilità di eliminare dettagli importanti soltanto perché si tratta di un pacchetto corposo di direttive. Una strategia del genere si ripercuoterebbe su di noi. A mio avviso, il nodo cruciale della questione è il paragrafo 40 che, nella formulazione in cui è stato adottato oggi, unitamente ad altre parti del programma di Stoccolma, darebbe luogo a conflitti di giurisdizione. Nello specifico, i dubbi riguardano l’opportunità o meno di utilizzare il diritto di famiglia per il mutuo riconoscimento degli atti sullo stato civile, in altre parole i certificati di matrimonio, e pertanto se si debba tener conto delle autorità competenti degli Stati membri per la definizione di matrimonio, ai sensi della procedura contemplata nell’articolo 81, paragrafo 3, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

Finché persisteranno tali dubbi, sussiste un rischio di conflitto tra le procedure semplici del diritto civile e le procedure complesse del diritto di famiglia transfrontaliero. Una frase sull’emendamento 3 sarebbe stata sufficiente a evitare tale conflitto. Purtroppo, tale dettaglio non è stato oggi appoggiato dalla maggioranza del Parlamento. Rimango dell’avviso che il matrimonio e la vita familiare debbano essere protetti specificamente dallo Stato. Sono di competenza esclusiva degli Stati membri. Ho pertanto votato contro questa relazione di iniziativa.

 
  
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  Alan Kelly (S&D), per iscritto. (EN) La risoluzione esorta Commissione e Consiglio ad assicurarsi che il Parlamento venga sempre consultato in materia di organizzazione e gestione della formazione giudiziaria. Tale iniziativa promuoverà il concetto di cultura giudiziaria europea per un trattamento equo e dignitoso di tutti i cittadini dell’UE.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Signor presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della relazione sul Piano d'azione per l'attuazione del programma di Stoccolma perché ritengo fondamentali i progressi compiuti in materia di Spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Sin dalla sua creazione, infatti, sono stati compiuti enormi passi avanti nell'ambito della giustizia, anche civile.

Credo sia necessario rispettare gli approcci giuridici e le tradizioni costituzionali dei differenti Stati Membri, ma credo anche che l'esistenza di tali diversità debba essere considerata il punto di forza su cui puntare per raggiungere l'obiettivo di un ulteriore sviluppo del diritto europeo. Deve in tal senso essere coinvolto il mondo giudiziario europeo, tramite il cui contributo va rafforzata l'idea di una reale cultura giudiziaria europea, attraverso la condivisione delle conoscenze e lo studio del diritto comparato.

Pertanto, condivido pienamente la proposta di creazione di un forum in cui i giudici che si occupano con frequenza di questioni transfrontaliere, come nelle cause relative al diritto marittimo, commerciale e di famiglia e ai danni alla persona, possano trovare un'occasione di confronto e crescita. Ritengo, infine, che il Piano d'azione di Stoccolma debba mirare, partendo da tali premesse, al pieno soddisfacimento dell'esigenza di giustizia europea sentita dai singoli cittadini e dalle singole imprese nell'esercizio dei loro diritti e libertà.

 
  
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  Marine Le Pen (NI), per iscritto. (FR) Il programma di Stoccolma (2010-2015), visto dalla prospettiva della cooperazione nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia (SLSG), getta in realtà le fondamenta della supremazia europea in molte aree, allo scopo di eliminare le barriere che ancora si frappongono alla “libera circolazione” tra gli Stati membri dell’Unione. Che si tratti di diritti fondamentali, privacy, diritti delle minoranze, “cittadinanza dell’Unione europea” o politica di asilo e di immigrazione, questo assortimento confuso serve in realtà da pretesto per incoraggiare le ambizioni federaliste di un superstato burocratico europeo. Rimango del parere che le leggi, gli usi e i costumi rappresentino una parte fondamentale dello spirito e dell’identità di un popolo e di una nazione sovrana. Appoggiare il concetto oscuro di armonizzazione europea, soprattutto in relazione al diritto civile e di famiglia, coinciderebbe col negare i sacrifici e le conquiste di secoli. Poiché, per il momento, la Francia gode ancora di alcuni degli standard di protezione legale e sociale più elevati del mondo, non sarà il mio paese a trarre vantaggio da eventuali progressi, in quanto continuerà a essere vittima della testardaggine europeista, globalista e ultraliberale.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Plaudo all’adozione di queste relazione sul programma di Stoccolma, che sottolinea la necessità di garantire il riconoscimento reciproco degli atti ufficiali rilasciati dalle amministrazioni nazionali. Tra questi figurano le unioni omosessuali, vale a dire che i partner di un’unione omosessuale potranno fungere da parenti più stretti in caso di incidenti all’estero e, se del caso, godere degli stessi diritti in termini di agevolazioni fiscali se vivono o lavorano in un altro paese membro.

 
  
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  Jiří Maštálka (GUE/NGL), per iscritto. (CS) Gli obiettivi del programma di Stoccolma e del relativo piano di attuazione sono positivi. A mio parere, una delle ragioni principali è il fatto che scopo del programma è la creazione delle basi e delle condizioni a partire dalle quali i cittadini comunitari possono sfruttare pienamente e far valere i loro diritti e le loro libertà. L’attuazione del programma di Stoccolma presenta e continuerà a presentare le sue difficoltà. Da un lato sussiste la necessità obiettiva di unificare la legislazione (ad esempio, nell’area del diritto alla libertà di circolazione), ma dall’altro vi è il rischio di abuso in virtù di interpretazioni divergenti delle norme giuridiche unificate. L’iniziativa del programma di Stoccolma per la garanzia del riconoscimento dei documenti ufficiali degli Stati membri può essere considerata positiva. Tuttavia, tale meccanismo non deve entrare in conflitto diretto con le norme fondamentali degli Stati membri, soprattutto nel campo del diritto di famiglia. Poiché tale diritto riflette una tradizione stabilita nel corso di diversi anni e un consenso sociale frutto di lunghe battaglie, non è accettabile una violazione della sovranità nazionale in questo settore, pur nell’ambito di intenti di unificazione in buona fede. Gli sviluppi futuri dovrebbero puntare ad assicurare che il diritto unificato non porti a una riduzione degli standard in termini di diritti (civili, sociali, ecc.) esistenti negli Stati membri a vari livelli. Inoltre, è necessario garantire che l’unificazione delle normative non dia luogo alla possibilità di avanzare pretese nel campo della proprietà e di violare l’integrità dello Stato, e ci dev’essere una definizione chiara sulle modalità e sui soggetti incaricati di vigilare sull’applicazione delle norme europee unificate.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Le aree del diritto civile, del diritto commerciale, del diritto di famiglia e del diritto privato internazionale costituiscono alcune tra le aree più sensibili del diritto applicabile in ciascuno degli Stati membri dell’UE. Mi sono astenuto dal votare sulla relazione, in quanto ritengo che sia essenziale che il principio di sussidiarietà sia sempre presente in tali questioni, soprattutto quelle correlate al diritto di famiglia e al mutuo riconoscimento del diritto matrimoniale e di famiglia.

 
  
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  Alajos Mészáros (PPE), per iscritto. (HU) Cosa ci proponiamo di migliorare in termini di livello di cooperazione giudiziaria europea così come la conosciamo oggi? Il documento adottato fa luce sugli aspetti più importanti dei piani della Commissione. Pone l’accento sul compito che ci attende nel prossimo periodo dal punto di vista dei cittadini. In qualità di politico e di insegnante, concordo sul fatto che occorra migliorare la comunicazione tra gli istituti di istruzione superiore, per far sì che la nuova generazione di giuristi sia già in grado di familiarizzare con la diversità della cultura giuridica europea già negli anni della formazione accademica. È nell’interesse degli Stati membri perfezionare ulteriormente l’area giudiziaria. L’energia investita nell’istruzione migliora l’efficacia del sistema giudiziario. Dobbiamo adoperarci per garantire che le risorse destinate alla formazione siano disponibili ovunque. L’abolizione degli ostacoli alla cooperazione transfrontaliera può essere promossa soprattutto da quei professionisti che hanno acquisito esperienze all’estero e che sono dotati delle competenze linguistiche richieste. Una migliore conoscenza degli ordinamenti degli Stati membri può aumentare le fiducia negli stessi. Gli studenti devono essere sensibilizzati a partecipare a programmi di scambio con l’estero.

È di vitale importanza sostenere i forum che si propongono di sviluppare il dialogo professionale. Ai rappresentanti delle professioni legali dev’essere data la possibilità di esprimere continuamente il proprio parere su uno spazio che poggia sulla libertà, la sicurezza e la giustizia. Sono loro che devono affrontare i problemi del caso nella prassi. È a loro che rivolgiamo le nostre domande sui risultati delle misure adottate sinora. In veste di rappresentanti degli interessi dei cittadini, dobbiamo adoperarci per garantire che l’UE non evochi nelle menti dei cittadini l’immagine di un labirinto legislativo. La legislazione in materia di consumatori e imprese dovrebbe di fatto essere per loro e su di loro.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Il paragrafo 40 della relazione sugli aspetti relativi al diritto civile, al diritto commerciale, al diritto di famiglia e al diritto internazionale privato del Piano d'azione per l'attuazione del programma di Stoccolma rappresenta una grave ingerenza nel diritto nazionale, in quanto chiede che i matrimoni e le unioni omosessuali contratti in uno Stato membro specifico vengano riconosciuti in tutti gli altri Stati membri. Vengono usate parole astute per intrufolare clandestinamente tale misura. Nella versione tedesca della proposta e, presumo, anche in molte altre lingue, lo scopo effettivo di questo paragrafo è ben lungi dall’essere chiaro come dovrebbe. Poiché in linea di principio sono contrario ai matrimoni gay e, in particolare, a questa condotta politica ingannevole, ho votato contro questo paragrafo e contro la relazione. Quest’ultima potrebbe diventare un incentivo per il turismo dei rapporti sentimentali, così come è già accaduto con l’adozione e l’inseminazione artificiale.

L’instaurare un rapporto sentimentale in un paese in cui hanno forza di legge diritti e pretese equivalenti a quelli matrimoniali consentirà ai partner di avanzare nel paese d’origine pretese che sono legittime solo per i matrimoni contratti nell’altro paese. La conseguenza ultima di tale risoluzione sarebbe quella di rendere completamente insensata l’esistenza di diverse norme in diversi paesi.

 
  
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  Rareş-Lucian Niculescu (PPE), per iscritto. (RO) la relazione tratta un tema della massima importanza, vale a dire il modo in cui l’UE soddisfa le necessità dei suoi cittadini e imprese commerciali nell’area del diritto, con particolare riferimento alle controversie civili e commerciali transfrontaliere. Deploro tuttavia di non aver trovato nel contenuto della relazione alcun riferimento alle azioni necessarie per informare i cittadini o i dirigenti delle aziende sulle opportunità offerte loro dalla legislazione europea per quanto riguarda la difesa dei loro interessi nei procedimenti giudiziari. Non si sa abbastanza di queste opportunità, che quindi non vengono colte a sufficienza. È importante concentrarsi su magistrati e avvocati, ma non è sufficiente per garantire che i cittadini abbiano accesso incondizionato a tali informazioni.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto. (PL) Ho votato a favore dell’adozione della relazione sugli aspetti relativi al diritto civile, al diritto commerciale, al diritto di famiglia e al diritto internazionale privato del Piano d'azione per l'attuazione del programma di Stoccolma. Sin da quando è stata attribuita all’Unione la competenza in materia di giustizia e affari interni e sin dalla successiva creazione dell’SLSG, per cui l’UE e gli Stati membri sono al momento congiuntamente competenti, sono stati effettuati enormi progressi nell'ambito del diritto civile. La comunicazione della Commissione europea intitolata “Uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia al servizio dei cittadini” (COM(2009)0262) ha proposto un piano ambizioso per lo sviluppo dello spazio suddetto nel periodo 2010-2014.

È fuori discussione che per progredire in tal senso occorrerà un approccio più strategico, basato sulle necessità reali dei cittadini e delle imprese nell’esercizio dei loro diritti e libertà nel mercato unico. A titolo di esempio, servono un’armonizzazione progressiva, un avvicinamento e una standardizzazione nel campo della protezione dei consumatori. Naturalmente occorrerà conciliare e rispettare i diversi ordinamenti e tradizioni giuridiche al momento di assicurare la funzionalità delle misure già poste in atto. Ritengo tuttavia che la loro coesistenza debba essere considerata una fonte di forza e di ispirazione, e non un ostacolo, quando si tratta di individuare soluzioni comuni per la legislazione europea. Per affrontare tali sfide, la Commissione dovrebbe avviare una discussione aperta con i vari rappresentanti del sistema giudiziario, tra cui soprattutto i professionisti del settore.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della relazione Berlinguer in quanto riguarda aspetti fondamentali per permettere il passaggio verso un'Europa dei cittadini e promuovere lo sviluppo di una cultura giudiziaria europea.

Nello specifico, la relazione affronta, in maniera bilanciata ed esaustiva, questioni concernenti la formazione dei giudici, la cooperazione fra le autorità giudiziarie, il diritto europeo dei contratti, i diritti fondamentali, inclusi quello alla libertà d'impresa per sviluppare capacità imprenditoriale nei vari settori dell'economia, e il riconoscimento reciproco dei documenti ufficiali delle pubbliche amministrazioni nazionali, ivi compresi gli effetti degli atti di stato civile.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. (EL) Il programma di Stoccolma si propone di salvaguardare i diritti fondamentali dei cittadini in uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Tuttavia, le discrepanze tra i diversi ordinamenti giuridici degli Stati membri costituiscono un ostacolo allo sviluppo della legislazione europea. Per tale ragione ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo, che propone la convergenza e l’armonizzazione del diritto civile, commerciale, di famiglia e privato internazionale, ed è incentrata sulla cooperazione tra i diversi ordinamenti giuridici degli Stati membri mediante:

• la promozione di una cultura giudiziaria comune europea;

• l’istruzione e la formazione dei magistrati, procuratori e altro personale giudiziario, allo scopo di promuovere una comprensione reciproca degli ordinamenti giuridici degli altri Stati membri e dirimere controversie transfrontaliere;

• la creazione di un forum regolare in cui giudici nei settori del diritto che si occupano di questioni transfrontaliere possano esaminare ambiti che abbiano causato di recente controversie o difficoltà giuridiche in modo da instaurare un clima di fiducia reciproca;

• l’introduzione di un diritto europeo dei contratti;

• l’introduzione della cooperazione fra le autorità giudiziarie degli Stati membri nel settore dell’assunzione delle prove in materia civile o commerciale.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Il programma di Stoccolma adottato nel dicembre 2009 stabilisce le priorità per lo sviluppo di uno spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia nell’arco dei prossimi cinque anni. In tale contesto, è importante precisare i risultati ragguardevoli che sono già stati conseguiti e sperare che le misure consigliate possano contribuire a rispondere alle necessità reali degli individui e delle imprese, agevolando la loro mobilità e l’esercizio dei loro diritti e libertà nel mercato unico, senza venir meno agli obblighi del principio di sussidiarietà e del rispetto nei confronti della diversità degli approcci giuridici e delle tradizioni costituzionali dei diversi Stati membri.

 
  
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  Crescenzio Rivellini (PPE), per iscritto. − Si è votata, oggi, in plenaria una proposta di risoluzione sugli aspetti di diritto positivo del Piano d'azione per l'attuazione del programma di Stoccolma, ovvero le priorità dell'Unione europea per lo sviluppo di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nel periodo 2010-2014 per quanto attiene specificatamente agli aspetti del diritto civile, commerciale e internazionale privato.

Il dossier invita la Commissione a migliorare la proposta presentata cercando di superare alcune problematiche e criticità che si riscontrano in particolar modo nella prassi giudiziale transnazionale. L'ausilio di magistrati nazionali sugli aspetti tecnici delle misure proposte in sede di stesura legislativa e l'istituzione di un mezzo di ricorso europeo autonomo, che permetterebbe tra l'altro di risolvere, quanto meno in parte, i problemi sollevati dalle divergenze nei diritti procedurali nazionali, sono esempi concreti dell'approccio costruttivo e migliorativo che una proposta di risoluzione condivisa e ampiamente discussa può avere rispetto alla legislazione europea.

In un'area cosi importante per i cittadini come quella del diritto civile è necessario rispettare e dare spazio ad approcci giuridici e tradizioni costituzionali radicalmente differenti, ma è anche necessario affrontare le conseguenze giuridiche negative per i cittadini risultanti da tale divergenza.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Si tratta di una risoluzione positiva che esorta innanzi tutto a ricorrere a qualsiasi mezzo per promuovere una cultura giudiziaria europea, soprattutto mediante l’istruzione e la formazione in campo giuridico.

 
  
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  Marco Scurria (PPE), per iscritto. − Auspico che le azioni individuate nel piano d'azione siano portate avanti nei tempi previsti considerata l'importanza che rivestono per migliorare la vita del cittadino europeo. In particolare l'Italia ha sempre sostenuto l'esigenza di sviluppare la fiducia reciproca tra gli Stati membri dell'Unione ed è favorevole a una sempre maggiore estensione della regolamentazione comunitaria nel settore della giustizia e degli affari interni.

In tale prospettiva si è condivisa e sostenuta l'impostazione dell'intero piano d'azione fortemente, incentrata sul principio del mutuo riconoscimento delle decisioni, da raggiungere attraverso il rafforzamento della fiducia reciproca. Sottolineo inoltre la necessità di avvalersi di tutti i mezzi possibili per coltivare la cultura giudiziaria europea, in particolare attraverso l'insegnamento e la formazione giuridica.

 
  
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  Debora Serracchiani (S&D), per iscritto. − Esprimo soddisfazione per l'importanza data alle questioni inerenti il diritto civile, quali la proposta legislativa sulla cooperazione rafforzata nel settore della legislazione sul divorzio, il riconoscimento e la creazione degli atti pubblici in materia di successioni. Mi compiaccio, in particolare, dell'enfasi posta sulla necessità di introdurre azioni e programmi concreti per la promozione di una effettiva cultura giuridica europea, a partire dall'offerta di misure di formazione, da tenersi nell'ambito dei progetti Erasmus, per i magistrati e per tutti gli operatori del diritto.

Le azioni individuate nel Piano sono di grande importanza per migliorare le garanzie dei cittadini europei di fronte alla legge, ma è necessario adottare un approccio più strategico e meno frammentato, basato sulle necessità reali dei cittadini e delle imprese nell'esercizio dei loro diritti. Se da un lato dobbiamo considerare le difficoltà nel legiferare in modo armonizzato in un'area di competenza condivisa, dall'altro è necessaria una maggiore estensione della regolamentazione comunitaria nel settore della giustizia e degli affari interni. In tal modo, la certezza del diritto avrà dei parametri sempre più chiari e condivisi e getteremo le basi per una teoria e una pratica giuridica davvero comuni nell'Unione europea.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto.(PL) Grazie al programma di Stoccolma, i cittadini degli Stati membri potranno far valere i propri diritti in materia di diritto civile, commerciale e del lavoro in tutta l’Unione europea. Il programma offre vantaggi e una maggiore traspa