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Procedura : 2010/0075(NLE)
Ciclo di vita in Aula
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Testi presentati :

A7-0034/2011

Discussioni :

PV 16/02/2011 - 14

Votazioni :

PV 17/02/2011 - 6.3
CRE 17/02/2011 - 6.3
Dichiarazioni di voto
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P7_TA(2011)0063

Discussioni
Giovedì 17 febbraio 2011 - Strasburgo Edizione GU

7. Dichiarazioni di voto
Video degli interventi
PV
  

Dichiarazioni orali di voto

 
  
  

Relazione Zalba Bidegain (A7-0210/2010)

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE).(SK) Signor Presidente, desidero parlare della votazione sulla clausola bilaterale di salvaguardia. Appoggio l’adozione del regolamento sull’applicazione di una clausola bilaterale di salvaguardia dell’accordo di libero scambio UE- Corea. Appoggio tutte le proposte di emendamento che chiedono alla Commissione di monitorare l’applicazione corretta e tempestiva di questo strumento giuridico al fine di evitare gravi danni alle industrie dell’Unione europea e di prendere in considerazione gli interessi legittimi degli Stati membri relativi alla situazione economica specifica di taluni settori dell’industria manifatturiera.

L’accordo di libero scambio interesserà i settori industriali degli Stati membri in vari modi e per questo abbiamo bisogno della possibilità di rendere effettive una serie di misure protettive a livello regionale in casi eccezionali. A mio avviso, le regioni coinvolte devono avere la possibilità di applicare misure per evitare un forte impatto negativo sull’economia e l’occupazione a livello regionale.

 
  
  

Relazione Sturdy (A7-0034/2010)

 
  
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  Claudio Morganti (EFD). – Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, vorrei sottolineare che la scorsa settimana sei Stati membri importanti dell'Unione europea – Francia, Germania, Italia, Spagna, Polonia e Portogallo – hanno affermato che l'Europa deve essere meno ingenua.

I sei paesi chiedono una difesa più efficace e più strategica del commercio estero europeo, poiché sono in gioco l'esistenza e lo sviluppo del modello economico e sociale europeo. I sei paesi fanno notare che l'Unione europea ha aperto l'80 percento del proprio mercato ai paesi terzi, mentre le altre grandi economie sviluppate lo hanno fatto soltanto per il 20 percento. Si afferma quindi che vi sono asimmetrie nel commercio estero e occorre sviluppare il concetto di reciprocità. Questo fenomeno ha messo in ginocchio molte delle nostre piccole e medie imprese, poiché subiscono una concorrenza sleale che non permette loro di essere competitive sui mercati.

Signor Presidente, io vengo da Prato, una città che in passato era considerata uno dei più importanti distretti tessili d'Europa. Oggi, a causa della concorrenza sleale asiatica, è diventata una città fantasma poiché di fatto è stato snaturato il lavoro dell'imprenditore pratese. Per tutti questi motivi, abbiamo dato parere negativo a questo accordo.

 
  
  

Relazione Kalfin (A7-0019/2011)

 
  
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  Sergej Kozlík (ALDE).(SK) Signor Presidente, nel quadro della revisione delle garanzie a carico del bilancio accordate alla Banca europea per gli investimenti (BEI) da parte dell’Unione europea, esprimo il mio sostegno agli elementi in oggetto, elaborati per dare ulteriore slancio a questa istituzione. Dal punto di vista delle prospettive future, si tratta principalmente di rafforzare e sfruttare meglio il mandato esterno della banca nel periodo fra il 2014 e il 2020 in termini di aumento del volume e della qualità dei prestiti.

Appoggio l’intenzione di consentire alla BEI di reinvestire i rimborsi di capitale di rischio e dei prestiti speciali provenienti da precedenti operazioni in nuove operazioni dello stesso ordine a beneficio dei paesi partner. Per migliorare l’accesso dei gruppi più svantaggiati alle risorse finanziarie nei paesi ammissibili, si dovrebbe concedere immediatamente alla BEI una sovvenzione addizionale di 500 milioni di euro dedicati al finanziamento del microcredito.

 
  
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  Claudio Morganti (EFD). – Signor Presidente, ho espresso voto negativo sulla relazione, in quanto trovo inaccettabile che si vadano a sostenere investimenti in paesi terzi invece di agevolare gli investimenti a favore delle piccole e medie imprese europee, che sono il vero tessuto economico più importante dell'Unione. Sono fermamente contrario all'inclusione della Turchia tra i paesi candidati alla preadesione: ricordo che la Turchia occupa ancora illegalmente parte del territorio di Cipro, uno degli Stati membri dell'Unione europea.

Inoltre, non c'è garanzia di trasparenza nell'accordare fidejussioni e finanziamenti comunitari da parte della BEI a paesi terzi. Ricordo che alle risorse della BEI contribuiscono i cittadini europei ed è per questo che dovrebbero essere date priorità agli investimenti all'interno dell'Europa stessa. Molti investimenti sostenuti dalla BEI si trovano in paesi dove sono in corso scontri e ribellioni contro i vari regimi.

La relazione prevede di estendere le garanzie comunitarie anche ad altri paesi, quali Cuba, di cui è nota la scarsa democraticità.

 
  
  

Raccomandazione Sturdy (A7-0034/2011)

 
  
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  Cristiana Muscardini (PPE). – Signor Presidente, mentre abbiamo espresso un voto favorevole e convinto alla clausola di salvaguardia della relazione dell'onorevole Zalba, al quale rinnovo i ringraziamenti per l'ottimo lavoro, con rammarico ci siamo invece astenuti sull'accordo commerciale con la Corea. L'abbiamo fatto con rammarico perché, se è vero che questo accordo apre all'Unione un nuovo, importante mercato, spianando la strada a futuri nuovi accordi commerciali con altri paesi partner economici dell'Unione, è altrettanto vero che rimangono molti dubbi e perplessità. Dubbi e perplessità che si ripercuotono su importanti settori commerciali, primo fra tutti il settore automobilistico, ma anche tessile e agricolo.

In un'Europa nella quale non è stato ancora definito il regolamento per la denominazione di origine dei prodotti extra Unione europea, noi continuiamo ad offrire posizioni privilegiate per l'importazione di prodotti sul territorio europeo, senza esigere regole di vera parità per le imprese e di conoscenza per i cittadini che acquistano.

La nostra astensione conferma che siamo favorevoli a un mercato libero in cui però vi siano le necessarie garanzie, mentre siamo contrari alla conclusione di accordi commerciali che non garantiscono sufficientemente le regole della concorrenza.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) Signor Presidente, l’accordo di libero scambio UE-Corea porterà innumerevoli benefici all’industria, alle imprese, agli imprenditori e ai lavoratori europei, contribuendo al contempo alla crescita economica complessiva e aprendo nuove opportunità reali ai beni e ai servizi europei. Alcune industrie, tuttavia, si troveranno esposte a una maggiore concorrenza e per questo l’Unione europea dovrebbe garantire un monitoraggio efficace dell’applicazione dell’accordo, una rapida risoluzione delle controversie e la conseguente tutela degli interessi legittimi dell’industria e degli imprenditori europei.

Va da sé che il rispetto rigoroso degli standard lavorativi, tecnici e ambientali nonché delle disposizioni sulla protezione di un’equa concorrenza vanno garantiti da ambo le parti. I beni e i prodotti immessi sul mercato europeo devono rispettare tutti gli standard dell’Unione europea e, per questo, accolgo con favore l’istituzione di un comitato di sorveglianza per l’industria automobilistica, che dovrebbe impedire il cosiddetto protezionismo occulto attraverso l’impiego di nuovi ostacoli tecnici al commercio.

Sono, di conseguenza, favorevole a concedere l’approvazione definitiva all’accordo in questione, purché venga creato anche un meccanismo di salvaguardia bilaterale per prevenire eventuali gravi pregiudizi o minacce alle industrie degli Stati membri.

 
  
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  Seán Kelly (PPE).(GA) Signor Presidente, ho espresso voto favorevole all’accordo. Ne ho seguito gli sviluppi sin dal principio e sono lieto che oggi sia stato approvato.

In occasione di un seminario tenutosi a Bruxelles la scorsa settimana, un economista affermato ha dichiarato che questo è uno dei migliori accordi di libero scambio mai siglati dall’Unione europea. Ha aggiunto, altresì, che il 90 per cento di questi accordi non ha alcun valore. Sia come sia, accolgo con favore l’opportunità che offre ai prodotti agricoli, in particolare al whisky, ai prodotti di salumeria suina e a quelli lattiero-caseari e mi auguro che saremo in grado di cogliere questa opportunità.

È estremamente positiva l’inclusione di una clausola di salvaguardia, poiché, se le cose non cambiano come dovrebbero, potremo effettuare una revisione. Sono quindi lieto che l’accordo sia stato approvato.

 
  
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  Bendt Bendtsen (PPE).(DA) Signor Presidente, credo che eccezionale l’accordo concluso qui oggi sia davvero. Mi rammarica soltanto constatare che qualcuno credeva di poter proteggere le imprese europee inefficienti ponendo il veto all’accordo. La Corea del Sud è la quindicesima economia al mondo per dimensioni e la terza in Asia. Si presenteranno opportunità sempre migliori per l’esportazione. Si tratta di un paese con una crescita economica rispettabile, una popolazione di 50 milioni di persone e un potere d’acquisto in crescita. L’accordo non farà altro che fornire all’Europa, in determinati settori di servizi in cui siamo estremamente competitivi, l’occasione di registrare ulteriori progressi: mi riferisco alle telecomunicazioni, all’ambiente, alle spedizioni, ai servizi finanziari e legali. Desidero sottolineare che per i paesi dell’EFTA è in vigore un accordo di libero scambio già dal 2006, il quale, fra i vari benefici, ha portato la Norvegia a triplicare le proprie esportazioni in Corea da allora. Per queste ragioni, si tratta di un accordo molto positivo per l’Europa e per questo ho espresso voto favorevole.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0120/2011

 
  
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  Pino Arlacchi (S&D). - (EN) Signor Presidente, l’Europa potrebbe fare molto a sostegno della democrazia egiziana e una fra le più importanti iniziative sarebbe considerare gli eventi che stanno avendo luogo in Egitto come parte di una sana ondata di democratizzazione.

Nell’arco di qualche settimana è crollata una tirannia, portandosi appresso una serie di stereotipi come, ad esempio, la teoria dello scontro di civiltà.

Al momento, il mondo arabo sta vivendo un assoluto non-scontro di civiltà, esattamente il contrario. I giovani egiziani stanno mettendo a rischio le proprie vite in nome degli stessi valori in cui tutti noi crediamo. Stanno dimostrando che la democrazia è un’aspirazione universale e che non esiste alcuna cultura, civiltà o religione contraria ad essa.

Ciononostante, un esercito di scettici e pessimisti è oggi al lavoro, sminuendo o distorcendo il significato della transizione dell’Egitto verso la democrazia.

La gente si ostina a sollevare dubbi di ogni sorta, descrivendo il più recente sviluppo come “colpo di Stato”, come se questi episodi non avessero fatto altro che spianare la strada a un governo islamico che finirà per dar vita a una nuova autocrazia.

Se vogliamo aiutare il popolo egiziano, dobbiamo essere pronti a contrastare queste visioni reazionarie degli sviluppi della storia.

 
  
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  Adam Bielan (ECR).(PL) Signor Presidente, l’Egitto è un partner economico e commerciale centrale per l’Unione europea. Molti polacchi scelgono regolarmente l’Egitto come meta delle proprie vacanze. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a una rivolta nazionale nel paese, che ha costretto il Presidente Mubarak alle dimissioni dopo 30 anni di autoritarismo. È sempre giusto quando prevale la volontà del popolo e gli egiziani meritano che la loro vittoria venga riconosciuta. Ho votato a favore della proposta di risoluzione: così facendo ho voluto esprimere l’auspicio di una rapida stabilizzazione della situazione politica in Egitto, nonché di un ulteriore sviluppo delle buone relazioni con i paesi europei. Non molto tempo fa, abbiamo assistito a episodi vergognosi di discriminazione contro i cristiani copti, fatto che rende gli sforzi diplomatici dell’Unione europea a favore della stabilizzazione e dell’ordine pubblico in Egitto un prerequisito essenziale per il corretto sviluppo di relazioni reciproche. È necessario impegnarsi al massimo per garantire che le future elezioni si svolgano in modo tale da non dare adito a critiche e nel rispetto degli standard democratici.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE). (DE) Signor Presidente, sosteniamo con entusiasmo il movimento per la democrazia in Egitto, ma è importante riconoscere che le elezioni libere da sole non bastano. Occorre un approccio integrato per offrire prospettive alla popolazione, una sorta di piano per il Mediterraneo, un piano Marshall per il Nord Africa e l’Egitto. in questo modo si potrebbero offrire prospettive sociali alla popolazione, consolidare la politica in materia di istruzione, rafforzare le piccole e le medie imprese, garantire la lotta alla criminalità e alla corruzione e, soprattutto, dar vita a una stretta collaborazione nel settore della politica energetica, poiché nell’ambito dell’energia solare il Nord Africa e l’Europa hanno molto da offrire reciprocamente.

Dobbiamo ancora portare a termine i compiti più importanti. I democratici egiziani hanno già concluso la prima fase del lavoro e ora sta a noi dimostrarci all’altezza della situazione.

 
  
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  Traian Ungureanu (PPE). - (EN) Signor Presidente, la situazione in Egitto è ancora in fase di sviluppo, ma in quale direzione sta procedendo?

Se da un lato abbiamo giustamente appoggiato il desiderio popolare di vivere in una società aperta, dall’altro dobbiamo riconoscere che, in Egitto e nel Medio Oriente, persistono problemi complessi e tuttora irrisolti. La situazione egiziana potrebbe essere descritta in modo appropriato come una rivolta in attesa di una rivoluzione. Una nuova generazione ha portato in Egitto una ventata di novità, ma le competenze sociali e multimediali non bastano. L’Egitto è ancora impantanato nell’arretratezza, nell’antisemitismo e nelle pratiche estreme.

L’Unione europea non ha ancora delineato una politica adeguata in linea con i nuovi sviluppi avvenuti in Nord Africa. L’Egitto ha bisogno del nostro sostegno, ma noi, dal canto nostro, abbiamo bisogno di un Egitto disciplinato dalla legge e dalla dignità umana. Il nostro compito è solo all’inizio. Non dimentichiamoci dell’ultimo messaggio giunto dall’Iran, dove il parlamento ha lanciato un clamoroso appello per l’esecuzione dei leader dell’opposizione. Questo dimostra che dobbiamo essere preparati e risoluti.

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE). - (FI) Signor Presidente, la proposta di risoluzione è buona e assume una posizione favorevole alle forze democratiche e pacifiche di cambiamento. Varrebbe forse la pena ricordare e riconoscere che per 30 anni l’Unione europea e l’Occidente hanno sostenuto Mubarak. È la stabilità che ha sempre contato per l’UE; in altre parole, equilibrio e fornitura di petrolio, nonché l’arricchimento derivato dal commercio di armi. Ora l’Unione europea deve trovare il modo, anche attraverso misure finanziarie, di promuovere il suo sostegno agli attori della società civile, sia in Egitto, sia in altri paesi non democratici dell’Africa e del mondo arabo.

Credo che sia una sorta di sconfitta per la risoluzione non aver fatto alcun riferimento al commercio di armi fra gli Stati membri e l’Egitto e altri paesi non democratici. Il commercio di armi dovrebbe conformarsi agli accordi internazionali sui diritti umani e ai trattati umanitari.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) Signor Presidente, l’Egitto si trova all’inizio del processo di democratizzazione. Credo che il sacrificio di quanti hanno perso la vita durante la rivoluzione andrebbe riconosciuto come un progresso positivo verso la democrazia. L’Europa deve assistere l’Egitto in questa fase e sono certo che troveremo il modo di impedire a questo paese di scegliere una direzione in maniera totalitaria, ad esempio la via estrema verso un movimento musulmano militante che non rispetta le regole democratiche e che ostacolerebbe lo svolgimento di elezioni democratiche nonché la partecipazione della società civile. Credo che l’Egitto saprà rispettare gli accordi internazionali con i paesi vicini, ivi incluso Israele, anche a queste nuove condizioni, e sarà una società in cui tutti i cittadini vengono trattati in modo equo, inclusi i non musulmani e i cristiani.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0129/2011

 
  
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  Bernd Posselt (PPE).(DE) Signor Presidente, questa proposta di risoluzione costituisce un passo avanti molto importante nella giusta direzione, nulla di più. Come proposto dal Commissario Hahn, tuttavia, si parla ora di una strategia per la regione del Danubio e non più di una strategia del Danubio, poiché non si tratta banalmente di ripulire le acque del fiume – per quanto questo possa essere importante – bensì di cooperare all’interno di una regione importante, che si estende dalla Baviera e il Baden-Württemberg e raggiunge gran parte dei Balcani passando attraverso l’ex Austria-Ungheria. Sono lieto di constatare che, facendo seguito a una nostra richiesta, sono state incluse anche la Boemia e la Slovenia, sebbene non si affaccino direttamente sul Danubio.

A questo scopo vorrei che in futuro venissero inclusi anche progetti quali la principale linea ferroviaria che collega Strasburgo a Bratislava e a Budapest, la TEN 17, nonché altri progetti non ubicati direttamente sul Danubio, ma che ne sono più volte attraversati e che rivestono un’importanza strategica per l’intera regione. Plaudo, in modo particolare, agli articoli dal 36 al 40, che affrontano la questione della cultura e del coinvolgimento della società civile, senza i quali la strategia per la regione del Danubio non andrebbe a buon fine.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0101/2011

 
  
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  Adam Bielan (ECR).(PL) Signor Presidente, da molti anni ormai è evidente che il sistema giudiziario russo si scontra, non di rado, con gli standard previsti dalle convenzioni internazionali e dai diritti umani. La maggior parte dei processi che si svolgono alla Corte di giustizia e qui a Strasburgo sono intentati nei confronti della Russia. L’indipendenza dei tribunali russi è, di conseguenza, oggetto di innumerevoli dubbi. I recenti avvenimenti, fra cui il processo a Michail Chodorkovskij e l’arresto dei dimostranti, ne sono una prova evidente. Omicidi misteriosi e pestaggi non fanno altro che rafforzare ulteriormente l’impressione che la Russia sia un paese privo di leggi.

Mi auguro che la proposta di risoluzione adottata quest’oggi possa far sì che i rappresentanti delle istituzioni europee affrontino questi argomenti spinosi nell’ambito delle relazioni diplomatiche con la Russia. Desidero esprimere la mia preoccupazione per quanto concerne le autorità russe e la drammatica situazione in materia di diritti umani, nonché le restrizioni imposte alla società civile nel paese. Invito le istituzioni internazionali ad esercitare pressioni sulle autorità russe affinché si adoperino per ripristinare lo Stato di diritto e il rispetto per i diritti umani e dei cittadini nel paese.

 
  
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  Tunne Kelam (PPE). - (EN) Signor Presidente, ho votato a favore della risoluzione in oggetto. Per cercare di conciliare più compromessi, tuttavia, il paragrafo 8 è diventato troppo ambiguo e poco incisivo.

L’Unione europea deve adottare misure concrete per dimostrare che crede davvero nella necessità di migliorare la situazione dello stato di diritto in Russia.

Se da un lato vanno sviluppati i contatti economici e politici, dall’altro si deve lanciare un segnale chiaro ai funzionari statali ritenuti responsabili di gravi violazioni della legge, comunicando loro che non sono graditi nelle capitali né nei luoghi turistici europei.

In quest’ottica, non ritengo opportuno invitare ufficialmente il Presidente Medvedev a intervenire al Parlamento europeo finché non dimostrerà di aver mantenuto la promessa di migliorare la situazione dello stato di diritto in Russia.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE). - (EN) Signor Presidente, sono lieta del fatto che abbiamo finalmente adottato la risoluzione su questo punto così importante. Da anni ormai osservo da vicino gli sviluppi politici e la situazione dello stato di diritto in Russia. Più recentemente, a settembre dello scorso anno, ho avuto l’occasione di recarmi in Russia con una delegazione ufficiale della sottocommissione per i diritti umani.

Durante la mia permanenza, ho potuto constatare personalmente come viene applicato lo stato di diritto nel paese, in occasione del processo all’ex titolare della Yukos, Michail Chodorkovskij, e al suo socio, Platon Lebedev. Il processo a Michail Chodorkovskij e Platon Lebedev è solo l’esempio più evidente dell’applicazione selettiva dello stato di diritto in Russia, fatto che dimostra che nel paese, uno stato di diritto genuino non esiste. Se la Russia intende essere un partner strategico per l’Unione europea deve procedere verso una modernizzazione globale. In mancanza di uno stato di diritto solido in Russia fallirà qualunque piano di modernizzazione.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE).(DE) Signor Presidente, i deboli segnali del principio dello stato di diritto in Russia si stanno affievolendo e il paese non solo non sta avanzando, ma sta addirittura arretrando. Il responsabile di tutto questo è il Primo ministro Putin. È Putin la causa di tale deterioramento dello stato di diritto. Dobbiamo capire che non costituisce la soluzione del problema, ma piuttosto, ne rappresenta una parte considerevole. Il Presidente Medvedev deve ancora dimostrare – e su questo punto concordo con l’onorevole Kelam – di non essere semplicemente l’altro volto di Putin, quello piacevole un po’ più amichevole, ma che sta in realtà cercando o è già nella posizione di poter rafforzare parzialmente lo stato di diritto in questo paese del Consiglio d’Europa che, dopotutto, è obbligato a garantirne l’esistenza in base alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo.

In questo contesto, dobbiamo essere estremamente critici; dobbiamo mantenere un dialogo, ma garantire anche che lo stato di diritto prevalga. È sconvolgente che il tribunale che ha condannato Michail Chodorkovskij abbia affermato pubblicamente di aver ricevuto l’ordine da Mosca di pronunciare questo verdetto. Questo non ha nulla a che vedere con lo stato di diritto.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0097/2011

 
  
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  Ramona Nicole Mănescu (ALDE).(RO) Signor Presidente, ho votato a favore della proposta di risoluzione in oggetto. Poiché il testo finale non fa alcun riferimento al ruolo della politica di coesione, tuttavia, ho sottoscritto un emendamento, unitamente ai colleghi appartenenti agli altri gruppi politici, che è stato oggetto della votazione odierna.

I fondi strutturali e i principi di base della politica di coesione, come ad esempio un approccio integrato, una governance a più livelli e un partenariato reale, sono elementi chiave per raggiungere gli obiettivi previsti dalla strategia Europa 2020 e per questo devono esservi completamente integrati. Credo sia necessaria un’agenda sociale che preveda la lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Per riuscire a creare un’occupazione sostenibile, tuttavia, dobbiamo avere, innanzi tutto, un’economia competitiva, che coincide esattamente con il ruolo svolto dalla Politica di coesione. Se continuiamo a sottrarre alla Politica di coesione l’attenzione che le spetta, nei prossimi anni assisteremo al fallimento della strategia Europa 2020.

 
  
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  Cristiana Muscardini (PPE). – Signor Presidente, dovremo subire ancora per molto tempo i danni causati dalla crisi finanziaria. Il freno all'economia reale, conseguenza delle malefatte finanziarie, deve essere eliminato al più presto per permettere al mercato unico di riprendere l'attività di sviluppo.

La strategia delineata per il 2020 non ci sembra la più idonea a garantire l'auspicata crescita. Ostacoli strutturali, come la debolezza della governance, il metodo intergovernativo rispetto a quello comunitario, indicazioni percentuali e numeriche analoghe a quelle dei piani quinquennali di sovietica memoria, previsioni programmatiche che non assicurano mai di essere raggiunte, mi fanno pensare ai tanti flop che abbiamo subito, non da ultimo quello di Lisbona, senza renderci conto che nostre priorità assolute devono essere la creazione di posti di lavoro e la lotta alla disoccupazione.

Occorre uno slancio, uno sforzo e uno stimolo, che purtroppo non trovo nella strategia proposta. "Liberare" dovrebbe diventare la parola chiave: ma è anche di fondamentale importanza la definizione di regole che impediscano la nascita o il rafforzamento di monopoli e garantiscano che a trarne vantaggio siano i cittadini e l'economia nel suo complesso e non qualche gruppo finanziario o politico più agguerrito degli altri.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0114/2011

 
  
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  Pino Arlacchi (S&D). - (EN) Signor Presidente, il rapido rincaro dei prezzi dei prodotti alimentari ha colpito più duramente le fasce povere dei paesi in via di sviluppo, che spendono metà del loro reddito familiare in prodotti alimentari.

Questa situazione richiede una risposta integrata da parte della comunità internazionale. Occorre l’urgente e totale coinvolgimento dell’Unione europea nelle questioni legate alla sicurezza alimentare a livello globale. La risoluzione approvata quest’oggi costituisce il primo passo nella giusta direzione.

La risoluzione stabilisce che il diritto al cibo è un diritto umano fondamentale e fornisce una serie di utili raccomandazioni. Dobbiamo, tuttavia, avanzare nuove proposte e modificare gli aspetti delle politiche in materia di aiuti internazionali della PAC che non sono in linea con l’obiettivo di aumentare la produzione alimentare a livello globale, nel pieno rispetto delle disposizioni in materia ambientale, della sicurezza alimentare e delle norme sul lavoro.

 
  
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  Marek Józef Gróbarczyk (ECR).(PL) Signor Presidente, i prodotti alimentari rivestono anche un’importanza strategica per l’Unione europea e la relativa filiera di produzione li rende fondamentali anche per il mercato del lavoro. Vorrei soffermarmi, in particolare, su un’industria che, come molte altre, è anche fonte di produzione alimentare: la pesca. Questo settore rifornisce l’Unione europea e il mercato globale con cospicue quantità di prodotti. L’UE rimane, tuttavia, il principale importatore di prodotti della pesca da altre parti del mondo. Un’eccessiva liberalizzazione di questo mercato potrebbe causarne il collasso e, di conseguenza, portare alla perdita di tale fonte alimentare in Europa. Va pertanto prestata attenzione a questo aspetto della politica comune.

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE). - (FI) Signor Presidente, si tratta di una questione estremamente importante. Attualmente un miliardo di persone muoiono di fame nel mondo. Da quando l’Unione europea ha fissato l’obiettivo di eliminare la fame e la povertà, in realtà la situazione è andata nella direzione opposta.

Ho votato a favore della proposta di risoluzione in oggetto e mi auguro che l’Alto rappresentante, la baronessa Ashton, renderà la sicurezza alimentare e i vari aspetti ad essa correlati una delle priorità della politica estera europea. Va da sé che anche il Parlamento e l’UE nel suo complesso devono appoggiarla. È fondamentale che le persone abbiano da mangiare, che abbiano la possibilità di acquistare prodotti alimentari e che, in seno all’Unione europea, si discuta chiaramente anche della necessità di mettere fine agli scandali alimentari.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE).(PL) Signor Presidente, un miliardo di persone nel mondo soffre la fame. Nel 2008, il rincaro dei prodotti alimentari ha causato rivolte in 30 paesi ed oggi la situazione è analoga, una situazione a cui ha contribuito anche la crisi economica globale. Oggi è ancor più necessario uno sforzo congiunto per trovare il modo di distribuire in prodotti alimentari su scala mondiale in modo equo.

I prezzi dei prodotti alimentari sono in crescita, ma il reddito degli agricoltori diminuisce. Questo è un altro aspetto da sottolineare con fermezza. Purtroppo, in seno all’Unione europea, ci si sta dimenticando che la Politica agricola comune ha come obiettivo primario assicurare l’approvvigionamento di prodotti alimentari di alta qualità a tutti i consumatori europei, garantendo, al tempo stesso, un profitto decoroso agli agricoltori. Non possiamo permettere che vengano eliminati altri strumenti che regolamentano il mercato e mantengono adeguatamente elevati i livelli delle riserve, incluse quelle cerealicole. È fondamentale mettere fine alle speculazioni sul mercato. È riprovevole che le grandi società di capitali condannino alla fame milioni di persone in tutto il mondo.

 
  
  

Dichiarazioni di voto scritte

 
  
  

Relazione Zalba Bidegain (A7-0210/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione Zalba Bidegain poiché la clausola di salvaguardia dispone la possibilità di riapplicare l’aliquota della nazione più favorita se le importazioni sono effettuate in quantitativi così accresciuti, in termini assoluti o in relazione alla produzione interna, e si svolgono in condizioni tali da arrecare o rischiare di arrecare grave pregiudizio all'industria dell'Unione produttrice di prodotti simili o direttamente concorrenti.. Concordo, quindi, con l’introduzione della clausola di salvaguardia. Ricordo inoltre che, ai sensi del trattato di Lisbona, il Parlamento europeo ha poteri di codecisione con il Consiglio. Un regolamento efficace fornirebbe una garanzia in caso di fallimento dell’accordo di libero scambio con la Repubblica di Corea.

 
  
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  Marta Andreasen (EFD), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione Zalba Bidegain sulla clausola bilaterale di salvaguardia dell’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Repubblica della Corea del Sud poiché fornisce un’adeguata protezione dall’aumento degli scambi commerciali con la Corea del Sud, conseguente all’accordo di libero scambio. La clausola bilaterale di salvaguardia consentirà all’Unione europea di ripristinare i dazi vigenti prima dell’applicazione della clausola NPF, nel caso in cui l’accordo minacciasse di arrecare danni all’industria europea. L’accordo di libero scambio garantisce al settore dei servizi, all’agricoltura e all’industria manifatturiera dell’Unione europea maggiore accesso al grande mercato coreano in espansione.

 
  
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  Antonello Antinoro (PPE), per iscritto. − Si tratta di un voto estremamente importante per la nuova strategia dell'Unione europea nel campo del commercio internazionale. Infatti, l'accordo di libero scambio con la Corea del Sud rappresenta il primo esempio di un accordo di nuova generazione che si propone di trattare la riduzione di barriere commerciali e non commerciali e di allargare le prospettive di investimento nel paese partner. Tale accordo è stato accolto, fin dalla sua firma, nell'ottobre 2009, dalle critiche virulente da parte del settore automobilistico europeo che si sentiva fortemente penalizzato da alcune clausole concesse al partner coreano – duty drawback – in particolare.

Grazie anche al lavoro del Parlamento europeo nell'annesso regolamento sulla clausola di salvaguardia allegata all'accordo e ad una chiarificazione del governo sudcoreano sulle modifiche della legislazione interna sulle emissioni di carbonio, tali preoccupazioni si sono in parte dissipate e per questo oggi abbiamo confermato il voto della commissione INTA, per permettere il completamento della procedura sulla quale il Consiglio è già d'accordo.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Il 23 aprile 2007 il Consiglio ha autorizzato la Commissione ad avviare i negoziati con la Repubblica di Corea allo scopo di concludere un accordo di libero scambio UE-Corea. L'accordo contiene una clausola bilaterale di salvaguardia che dispone la possibilità di riapplicare l'aliquota NPF se per effetto della liberalizzazione degli scambi le importazioni sono effettuate in quantitativi così accresciuti, in termini assoluti o in relazione alla produzione interna, e si svolgono in condizioni tali da arrecare o rischiare di arrecare grave pregiudizio all'industria dell'Unione produttrice di prodotti simili o direttamente concorrenti. Affinché le misure siano operative, tale clausola di salvaguardia deve essere integrata nella normativa dell'Unione europea, non solo per gli aspetti procedurali relativi alla sua applicazione, ma anche perché occorre specificare i diritti delle parti interessate. L'allegata proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio costituisce lo strumento giuridico per l'attuazione della clausola di salvaguardia dell'accordo di libero scambio tra l'UE e la Corea del Sud. Desidero sottolineare che, per quanto concerne il regolamento all'esame, la funzione legislativa va circoscritta agli aspetti relativi alla sua attuazione, evitando di modificare unilateralmente gli elementi essenziali già previsti dall'accordo. A titolo di esempio, non si deve modificare il tipo di misure di salvaguardia, il periodo di applicazione delle stesse o il periodo durante il quale è possibile avvalersi della clausola di salvaguardia.

 
  
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  David Campbell Bannerman (ECR), per iscritto. (EN) L’UKIP desidera che il Regno Unito si ritiri dall’Unione europea e mantenga amichevoli relazioni commerciali per mezzo di un accordo di libero scambio UE-Regno Unito, simile all’accordo esistente con paesi extra UE quali Svizzera e Norvegia. Ho votato a favore dell’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Corea del Sud poiché può fungere da esempio e modello per un futuro accordo di libero scambio UE-Regno Unito. L’accordo dimostra inoltre che è possibile avviare scambi commerciali vantaggiosi privi di dazi doganali senza la partecipazione del Regno Unito (o della Corea del Sud) all’Unione europea. Il Regno Unito, in particolar modo, diverrebbe il più grande partner commerciale individuale dell’UE attraverso un accordo di libero scambio redatto sul modello degli accordi commerciali ora esistenti in qualità di Stato membro. Sarebbero quindi sufficienti meno negoziati (per esempio sulle riduzioni tariffarie) rispetto a quelli richiesti per l’accordo con la Corea del Sud.

 
  
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  William (The Earl of) Dartmouth (EFD), per iscritto (EN) L’UKIP desidera che il Regno Unito si ritiri dall’Unione europea e mantenga amichevoli relazioni commerciali per mezzo di un accordo di libero scambio UE-Regno Unito, simile all’accordo esistente con paesi extra UE quali Svizzera e Norvegia. Ho votato a favore dell’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Corea del Sud poiché può fungere da esempio e modello per un futuro accordo di libero scambio UE-Regno Unito. L’accordo dimostra inoltre che è possibile avviare scambi commerciali vantaggiosi privi di dazi doganali senza la partecipazione del Regno Unito (o della Corea del Sud) all’Unione europea. Il Regno Unito, in particolar modo, rappresenta il più grande partner commerciale individuale dell’UE attraverso un accordo di libero scambio redatto sul modello degli accordi commerciali ora esistenti in qualità di Stato membro. Sarebbero quindi sufficienti meno negoziati (per esempio sulle riduzioni tariffarie) rispetto a quelli richiesti per l’accordo con la Corea del Sud.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione poiché ritengo che la clausola bilaterale di salvaguardia possa evitare che il settore industriale dell’Unione europea che produce beni simili o direttamente concorrenti con i beni importati dalla Repubblica di Corea subisca danni a seguito della liberalizzazione degli scambi commerciali. La clausola, inoltre, sarà uno strumento a disposizione dell’industria europea per prevenire gravi perdite o per adattarsi a situazioni svantaggiose determinate dalla volatilità del mercato internazionale.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) In riferimento alla conclusione del processo di adozione dell’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Repubblica di Corea, la Commissione europea ha presentato una proposta di regolamento sulla clausola di salvaguardia che prevede di riapplicare dazi doganali nel caso in cui le importazioni di un prodotto specifico mettessero gravemente in difficoltà il relativo settore industriale. Il numero di emendamenti a cui è stata sottoposta la proposta della Commissione indica una parziale mancanza di chiarezza nella formulazione e la volontà degli Stati membri di tutelare i vari interessi.

Mi auguro che la risoluzione oggi adottata contribuisca a migliorare il testo originale e che, come auspicato, l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Repubblica di Corea permetta di incrementare significativamente gli scambi commerciali tra i due mercati. Mi auguro che l’accordo porti a buoni risultati e che la clausola di salvaguardia – che ci auguriamo sia chiara ed efficace – non debba mai essere applicata.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La relazione riguarda una proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio da applicare alla clausola bilaterale dell’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Corea. L’accordo è stato concluso il 15 ottobre 2009 e comprende una clausola di salvaguardia che prevede la riapplicazione di dazi doganali nel caso in cui le importazioni aumentassero in maniera tale da danneggiare nel mercato UE il settore industriale del prodotto in diretta concorrenza. Affinché le misure siano operative, tale clausola di salvaguardia deve essere integrata nella normativa dell'Unione europea.. Confido nell’efficacia della clausola, la cui applicazione richiede un basso livello di burocrazia. Ritengo opportuna l’adozione della proposta che fornisce maggiori garanzie alle aziende europee e mi auguro che l’Unione europea riceva relazioni periodiche al fine di valutare la conformità dei meccanismi di salvaguardia.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Il nostro voto sulla relazione deve essere considerato alla luce della valutazione profondamente negativa della firma dell’accordo di libero scambio. In particolar modo, stabilire la clausola di salvaguardia significa riconoscere le conseguenze devastanti della liberalizzazione e della deregolamentazione previste dall’accordo. La clausola inoltre non elimina i pericoli e le preoccupazioni sollevati dall’accordo per il futuro di diversi settori economici, in particolar modo in alcuni Stati membri, quali il Portogallo, e in quelle regioni che maggiormente vi dipendono. L’obiettivo principale della clausola bilaterale di salvaguardia è la possibilità per l’Unione europea di riapplicare l’aliquota della nazione più favorita (NPF) qualora la liberalizzazione determinata dall’accordo causi gravi danni alle industrie dell’Unione europea.

Dubitiamo fortemente che il meccanismo di salvaguardia sia sufficiente per tutelare i piccoli produttori o le piccole e medie imprese, che difficilmente riusciranno a stare a galla dopo la liberalizzazione del mercato e a prevenire la forte riduzione di produzione con la conseguente perdita di molti posti di lavoro. È significativo che sia stata considerata la possibilità di mobilitare il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione per attenuare l’impatto dell’accordo. Dovremmo prevenire le possibili conseguenze piuttosto che individuare simili rimedi.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) Il voto del Parlamento europeo a favore della relazione Zalba Bidegain sulle clausole di salvaguardia è un passo importante nell’ambito dell’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Repubblica di Corea. Desidero ringraziare il relatore per l’impegno profuso nel dialogo a tre tra Parlamento, Consiglio e Commissione. Permettetemi di sottolineare l’importanza delle clausole di salvaguardia, che permettono di imporre dazi doganali per tutelate l’economia europea dall’eccessivo aumento delle importazioni. Sostengo apertamente le clausole di salvaguardia ed esprimo quindi il mio voto a favore della relazione.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Egregio Presidente, cari colleghi, durante questa sessione plenaria il Parlamento ha espresso il proprio parere sull'Accordo tra l'UE e la Corea e ha votato la relazione sulla clausola bilaterale di salvaguardia dell'Accordo medesimo. A proposito di quest'ultima, il mio parere, nonché il mio voto, sono favorevoli. L'aver appoggiato tale relazione però non mi sottrae dall'esprimere il consiglio di porre maggiore attenzione al settore agricolo. È, infatti, noto che la Corea continua a mantenere in vigore norme contenenti delle importanti restrizioni a livello fitosanitario, le quali limitano fortemente i nostri produttori agricoli. Sarebbe utile aggiornare queste clausole di protezione anche sotto tale profilo poiché, se è vero che lo scambio agricolo con la Corea fattura ogni anno circa 1 miliardo di euro, è pur vero che l'eliminazione o, quantomeno, la limitazione di tali barriere ci consentirebbe di difendere al meglio i nostri prodotti ed i nostri agricoltori, i quali altrimenti potrebbero essere posti in condizioni meno favorevoli rispetto a quelli coreani.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Accolgo con favore la relazione che introduce una clausola bilaterale di salvaguardia nell’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Corea del Sud, che dispone la possibilità di riapplicare l’aliquota della nazione più favorita (NPF) se per effetto della liberalizzazione degli scambi le importazioni sono effettuate in quantitativi così accresciuti, in termini assoluti o in relazione alla produzione interna, e si svolgono in condizioni tali da arrecare o rischiare di arrecare grave pregiudizio all'industria dell'Unione produttrice di prodotti simili o direttamente concorrenti. Affinché le misure siano operative, tale clausola di salvaguardia deve essere integrata nella normativa dell'Unione europea, non solo per gli aspetti procedurali relativi alla sua applicazione, ma anche perché occorre specificare i diritti delle parti interessate. Ho votato a favore della proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio, che fornisce lo strumento legale necessario per attuare la clausola di salvaguardia nell’accordo di libero scambio UE-Corea.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Il 23 aprile 2007 il Consiglio ha autorizzato la Commissione ad avviare negoziati con la Repubblica di Corea allo scopo di concludere un accordo di libero scambio UE-Corea. L’accordo è stato siglato il 15 ottobre 2009. L'accordo contiene una clausola bilaterale di salvaguardia che dispone la possibilità di riapplicare l'aliquota NPF se per effetto della liberalizzazione degli scambi le importazioni sono effettuate in quantitativi così accresciuti, in termini assoluti o in relazione alla produzione interna, e si svolgono in condizioni tali da arrecare o rischiare di arrecare grave pregiudizio all'industria dell'Unione produttrice di prodotti simili o direttamente concorrenti.. La clausola è molto importante al fine di mantenere una sana concorrenza che non danneggi nessuna delle parti interessate.

Affinché le misure siano operative, tale clausola di salvaguardia deve essere integrata nella normativa dell'Unione europea, non solo per gli aspetti procedurali relativi alla sua applicazione, ma anche perché occorre specificare i diritti delle parti interessate. L'allegata proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio costituisce lo strumento giuridico per l'attuazione della clausola di salvaguardia dell'accordo di libero scambio tra l'UE e la Corea del Sud.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Ritengo che la clausola bilaterale di salvaguardia nell’accordo di libero scambio UE-Corea sia insufficiente e non riuscirà a far fronte in modo efficace alle disastrose e drammatiche conseguenze dell’accordo. Molti settori economici, quali il settore tessile e l’agricoltura, subiranno gravi danni a causa dell’accordo e proprio la necessità di introdurre la clausola di salvaguardia ne è una prova. Sebbene ritengo che possa contrastare, in misura minore, l’impatto negativo dell’accordo di libero scambio, a cui mi oppongo, considero la clausola insufficiente e inefficace, motivo per cui non ho sostenuto l’accordo.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. – (DE) L’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Corea del Nord contiene una clausola bilaterale di salvaguardia che dispone la possibilità di ripristinare l’aliquota della nazione più favorita (NPF) se, per effetto della liberalizzazione degli scambi, le importazioni sono effettuate in quantitativi così accresciuti, in termini assoluti o in relazione alla produzione interna, e si svolgono in condizioni tali da arrecare o rischiare di arrecare grave pregiudizio all'industria dell'Unione produttrice di prodotti simili o direttamente concorrenti. La relazione propone alcune modalità per garantire l’applicazione della clausola di salvaguardia in casi gravi, evitando gravi danni per l’industria europea. Ho espresso quindi il mio voto a favore della relazione.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Cari colleghi, la relazione sulla proposta di regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio, recante applicazione della clausola bilaterale di salvaguardia dell'accordo di libero scambio UE-Corea è, a mio parere, uno strumento importante finalizzato a difendere le produzioni europee che al momento rischiano di incorrere in serie difficoltà a causa dell'incremento delle importazioni provenienti dalla Corea. Tale situazione, conseguenza dell'entrata in vigore dell'Accordo di Libero Scambio UE-Corea, dovrebbe prevedere la progressiva e completa eliminazione di tutte le barriere doganali in via bilaterale. Pertanto, ho votato a favore del progetto in quanto l'approvazione è una condizione necessaria per l'effettiva entrata in vigore dell'accordo precitato, prevista per il prossimo 1 Luglio. La salvaguardia degli accordi di libero scambio tra le due parti è fondamentale per un incremento delle produzioni made in Europe.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione poiché appoggio l’introduzione della clausola bilaterale di salvaguardia nell’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Corea. La clausola permette di reintrodurre l’aliquota della nazione più favorita (NPF) se per effetto della liberalizzazione degli scambi le importazioni sono effettuate in quantitativi così accresciuti, in termini assoluti o in relazione alla produzione interna, e si svolgono in condizioni tali da arrecare o rischiare di arrecare grave pregiudizio all'industria dell'Unione produttrice di prodotti simili o direttamente concorrenti. Mi auguro che la versione finale della clausola sia chiara e che l’applicazione sia semplice e non richieda eccessiva burocrazia. Confido che la Commissione europea verifichi l’attuazione dell’accordo e valuti l’adeguatezza della clausola di salvaguardia.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) È per noi motivo di rammarico che il Parlamento europeo abbia approvato senza riserve il problematico accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Corea. L’accordo – dalle profonde implicazioni – rappresenta un pericoloso precedente per le politiche commerciali future dell’UE dal momento che non si limita solamente a eliminare dazi doganali, ma comprende anche disposizioni generali di accesso al mercato a discapito degli standard sociali e ambientali.

Tra tutte le deplorevoli disposizioni previste, l’UE è riuscita a fare in modo che la Corea rivedesse le normative sull’emissione di CO2 dei veicoli, in modo tale che le case automobilistiche europee possano esportare in Corea auto grandi ad elevati consumi. È un vero e proprio scandalo che l’Unione europea abbia esercitato pressione sulla Corea, mettendo a repentaglio l’integrità ambientale delle normative coreane sulle emissioni dei veicoli. Persino peggiore è il tentativo dell’UE di approfittare della flessibilità delle normative ambientali per permettere alle case automobiliste europee meno innovative di “competere equamente” nel mercato coreano con le loro auto più piccole, pulite ed efficienti.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Ho sostenuto questo testo perché ritengo che la clausola bilaterale di salvaguardia dell'accordo di libero scambio UE-Corea sia uno strumento efficace per difendere le produzioni europee. Si prevede infatti che l'entrata in vigore di questo accordo il prossimo luglio rischi di mettere in difficoltà il mercato interno europeo. La progressiva eliminazione delle barriere doganali in via bilaterale causerà infatti un significativo incremento delle importazioni dalla Corea. Rilevo con soddisfazione che sarà possibile introdurre misure specifiche anche quando l'aumento delle importazioni in Europa si concentri solo in determinate aree. Questo provvedimento raccoglie la richiesta italiana per l'introduzione di una vera e propria "clausola di salvaguardia regionale", applicabile solo in alcune regioni della UE. Chiudersi al mercato internazionale oggi é un'utopia non solo impossibile ma anche dannosa. Questo però presuppone che ogni apertura debba essere equilibrata e progressiva, e che tenga conto delle esigenze interne dell'Unione europea. La salvaguardia dei posti di lavoro rimane una priorità per l'Europa, così come la qualità dei prodotti che vengono commercializzati, e solo nel rispetto di questi parametri fondamentali sarà possibile costruire rapporti economici fruttuosi per entrambe le parti.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD), per iscritto. − Siamo favorevoli alla clausola bilaterale di salvaguardia dell'Accordo di libero scambio UE-Corea perché mitiga gli effetti dannosi del provvedimento. Lo scopo di questa clausola è di permettere di sospendere o riapplicare dei dazi qualora si valutasse che la liberalizzazione degli scambi abbia arrecato gravi danni al nostro sistema industriale.

La clausola di salvaguardia potrà essere applicata solo per un periodo massimo di 10 anni dall'abolizione dei dazi doganali. È evidente che l'introduzione di questa clausola non fa mutare la nostra posizione di voto contraria sul testo dell'accordo di libero scambio, che comporta comunque un grave danno economico per le nostre imprese.

 
  
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  Tokia Saïfi (PPE), per iscritto.(FR) In linea con il sostegno che ho espresso per l’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Corea, ho votato a favore della proposta di regolamento per l’attuazione di una clausola di salvaguardia. Ritengo sia un’integrazione importante dell’accordo, poiché permette di riapplicare dazi doganali nel caso in cui le importazioni di un determinato prodotto aumentino in modo dannoso. La clausola risponde ai timori espressi in occasione delle precedenti discussioni sulla conclusione dell’accordo nel settembre 2009. La riapplicazione dell’aliquota della nazione più favorita (NPF) può essere richiesta dagli Stati membri, dal Parlamento europeo o da associazioni europee in rappresentanza dell’industria, offrendo quindi alle aziende la reale possibilità di reagire.

 
  
  

Relazione Kalfin (A7-0019/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore del presente regolamento per via degli elementi introdotti nella nuova decisione. La Banca europea per gli investimenti (BEI) può investire in progetti fondamentali per l’Unione europea, in particolare, nella lotta al cambiamento climatico, nello sviluppo di infrastrutture sociali, economiche e ambientali e nello sviluppo del settore imprenditoriale locale. Un altro elemento importante del presente regolamento è che la BEI può sostenere la presenza dell’Unione europea in paesi terzi tramite investimenti esteri diretti che contribuiscano alla promozione del trasferimento di tecnologie e di conoscenza. Ritengo sia opportuno, però, rivedere le valutazioni sull’accessibilità dei prestiti, promuovere la trasparenza e velocizzare le procedure burocratiche. La BEI, in breve, può contribuire concretamente agli obiettivi di cooperazione allo sviluppo dell’Unione europea. Una distribuzione equa ed equilibrata nell’assegnazione dei finanziamenti alle regioni è di estrema importanza. Le piccole e medie imprese devono costituire uno strumento importante per stimolare le economie a combattere la disoccupazione.

 
  
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  Marta Andreasen (EFD), per iscritto. (EN) Ho votato a contro la relazione Kalfin che accorda alla Banca europea per gli investimenti una garanzia comunitaria in caso di perdite dovute a prestiti e garanzie a favore di progetti realizzati al di fuori dell’Unione europea. Il livello di trasparenza dei prestiti alle PMI tramite intermediari finanziari locali non è soddisfacente. Non è sufficiente che solo la BEI sappia a chi vengono allocati i fondi: si tratta di prestiti ingenti, utilizzati per perseguire la politica europea all’estero, e i contribuenti, che ne sono garanti, hanno il diritto di conoscere i beneficiari. Alcuni prestiti saranno utilizzati per cause importanti, ma attualmente il contribuente deve essere informato sulle azioni intraprese a suo nome e deve conoscerne le motivazioni.

 
  
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  Elena Băsescu (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore del presente testo perché ritengo sia importante che l’Unione europea sostenga la BEI nell’obiettivo di estendere il finanziamento di progetti di investimento nei paesi terzi, al fine di raggiungere gli obiettivi di politica estera UE. L’attivazione del mandato di 2 miliardi di euro per la lotta al cambiamento climatico offre un significativo sostegno potenziale ai paesi del Partenariato orientale, come la Repubblica di Moldavia, il paese più povero in Europa, colpito ogni anno da inondazioni che comportano perdite significative. I progetti europei in questo Stato coincidono perfettamente con la priorità dell’Unione di eliminare la povertà. Dobbiamo sostenere l’impegnativo percorso di riforme intrapreso recentemente dal paese. Uno degli obiettivi principali della politica estera europea, conformemente all’articolo 21, paragrafo 2 del trattato sull’Unione europea, è l’indipendenza. Il progetto Nabucco garantirà l’indipendenza energetica dell’Unione e lo sviluppo di relazioni economiche e politiche con i principali fornitori (Iraq, Azerbaijan e Turkmenistan) è dunque fondamentale. La presente decisione rappresenta un valido contributo in tal senso.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) La presente decisione mira a preservare il mandato della Banca europea per gli investimenti (BEI), con riferimento alla garanzia comunitaria in caso di perdite dovute a prestiti e garanzie a favore di progetti realizzati al di fuori dell’Unione europea. Nell’ambito di tale decisione, vengono ampliate anche le competenze della BEI, grazie all’introduzione di nuovi elementi volti a incanalare le attività della Banca in investimenti per la lotta contro il cambiamento climatico, per lo sviluppo di infrastrutture sociali, economiche e ambientali e per lo sviluppo del settore imprenditoriale locale, in particolare delle piccole e medie imprese (PMI). Spero che la BEI porti avanti il suo eccellente lavoro, sostenendo i numerosi progetti intrapresi sin dalla sua fondazione.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La presente relazione riguarda una proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio che accorda alla Banca europea per gli investimenti una garanzia comunitaria in caso di perdite dovute a prestiti e garanzie a favore di progetti realizzati al di fuori dell’Unione europea; l’attuale mandato della BEI scadrà in ottobre. Oltre al finanziamento dei progetti nell’Unione europea, fin dal 1963 la BEI intraprende operazioni di finanziamento al di fuori dell’Unione a sostegno degli obiettivi esteri europei, quali la politica per la coesione e lo sviluppo. Per evitare quindi un vuoto dopo ottobre 2011, le parti hanno organizzato una serie di incontri volti a raccogliere consenso, al fine di permettere al Parlamento europeo di adottare la decisione di non interrompere gli aiuti garantiti dalla BEI dopo tale data. Concordo con la presente proposta perché prevede una migliore cooperazione tra Unione europea e BEI, contribuisce alla lotta contro la povertà, stimola le piccole e medie imprese e le comunità locali, introduce maggiore trasparenza, promuove pratiche sane alla BEI, aumenta i fondi per progetti che contrastano il cambiamento climatico e rende inammissibili i paesi che non prestano attenzione alle questioni ambientali.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La decisione del Parlamento e del Consiglio vuole accordare alla Banca europea per gli investimenti una garanzia comunitaria in caso di perdite dovute a prestiti e garanzie a favore di progetti realizzati al di fuori dell’Unione europea. Tali progetti, realizzati attualmente in vari paesi in tutto il mondo, si concentrano sulla cooperazione e gli aiuti allo sviluppo. Valorizzeremo questi obiettivi e i progetti necessari, a patto che corrispondano a una cooperazione autentica, prendendo in considerazione gli interessi, le priorità e le condizioni specifiche dei paesi interessati. Da un lato, il finanziamento di progetti per lo sviluppo locale è positivo, ma, dall’altro lato, dobbiamo essere estremamente critici sul tentativo (che emerge chiaramente nell’articolo 1) di subordinarli agli orientamenti della politica estera europea, attribuendo un’importanza secondaria alle reali necessità di sviluppo dei paesi terzi, limitando le loro capacità amministrative e le loro opzioni legittime, esercitando pressione, interferendo nelle loro decisioni politiche e minacciando la loro sovranità e indipendenza.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto.(FR) Desidero approfittare del voto sulla presente relazione sui finanziamenti a favore di progetti realizzati all’esterno dell’Unione europea da parte della BEI per denunciare una questione seria sollevata alla nostra attenzione dai costruttori di navi europei: una banca pubblica sta finanziando la costruzione di barche in un cantiere navale coreano che applica prezzi bassissimi e che ha ricevuto fondi pubblici qualche anno fa. Non è del tutto illogico che la Banca europea per gli investimenti favorisca le politiche comunitarie estere (tramite prestiti e garanzie), ma è assolutamente inaccettabile che vada a minare gli interessi economici europei contribuendo alla deindustrializzazione dei nostri paesi. La Commissione e gli Stati membri devono far sentire la propria voce.

 
  
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  Jiří Havel (S&D), per iscritto. – (CS) Oltre alla sua missione principale che consiste nel finanziare gli investimenti nell’Unione europea, la Banca europea per gli investimenti (BEI) fin dal 1963 intraprende operazioni di finanziamento al di fuori dell’Unione europea a sostegno della politica estera dell’UE, in particolare nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. L’obiettivo della garanzia europea proposta per il periodo 2011-2013 è di permettere alla BEI di finanziare gli investimenti al di fuori dell’Unione europea, senza influenzare il rating del credito. Il testo contiene anche elementi di novità: l’attivazione di un “mandato opzionale” da 2 miliardi di euro per la lotta al cambiamento climatico, conformemente alla strategia Europa 2020; l’introduzione di nuovi obiettivi orizzontali e l’estensione del mandato a nuovi paesi. La proposta richiede anche maggiore trasparenza, la valutazione dei risultati concreti e il coinvolgimento della Corte dei conti europea per la revisione contabile delle transazioni in questione. Secondo il testo proposto, la BEI deve operare conformemente ai principi dell’efficacia degli aiuti sanciti dal Consenso europeo per lo sviluppo e dall’articolo 208 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, dalla dichiarazione di Parigi del 2005 e dal programma d’azione di Accra del 2008. In linea generale, la relazione Kalfin fornisce un’analisi dettagliata delle questioni trattate, fa riferimento alla legislazione europea vigente in materia e contiene raccomandazioni per monitorare l’efficacia della garanzia proposta; ne raccomando dunque l’approvazione nella forma in cui è stata presentata.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione Kalfin sul nuovo mandato esterno della Banca europea per gli investimenti (BEI), che prevede un aumento del bilancio da 27,8 a 29,567 miliardi di euro entro la fine del 2013 ed estende il suo ambito di competenza alla lotta contro il cambiamento climatico e al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo per i paesi al di fuori dell’Unione europea. Credo che la BEI debba concentrarsi maggiormente sui problemi sociali e sullo sviluppo delle capacità nei paesi in cui opera.

 
  
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  Clemente Mastella (PPE), per iscritto. L'Unione europea fornisce alla Banca europea per gli investimenti una garanzia di bilancio, a copertura dei rischi di natura politica e sovrana in relazione alle sue attività di prestito e di garanzia a favore di progetti realizzati al di fuori dell'Unione europea. Questa garanzia comunitaria costituisce un mezzo efficace per coniugare le risorse di bilancio dell'Unione e le risorse proprie della BEI, assicurando al contempo che non ne venga pregiudicata la solidità finanziaria.

Numerosi progressi sono già stati compiuti dalla BEI nell'attuazione del suo mandato: ha rafforzato il coordinamento con la Commissione ed ha concentrato la sua attenzione sul sostegno agli obiettivi politici dell'Unione. Lo sviluppo della sua azione esterna dovrà ora tradursi in un aumento del volume dei prestiti, della loro qualità e della diversificazione dei nuovi beneficiari (collettività locali).

Occorrerà concederle, senza indugio, un mandato addizionale di 500 milioni di euro dedicati al finanziamento del microcredito, in modo da accrescere l'accesso dei più svantaggiati al finanziamento bancario nei paesi ammissibili. In materia di organizzazione interna, la BEI dovrà progressivamente essere incoraggiata a suddividere l'insieme delle sue attività esterne secondo un criterio geografico in modo da adeguarsi meglio alle specificità di ciascuna zona e favorire la partecipazione dei paesi partner.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) La BEI non ha soddisfatto i requisiti minimi per garantire la responsabilità dei suoi investimenti dal punto di vista sociale, ambientale ed etico. I numerosi scandali concernenti il finanziamento di filiali offshore, così come le dittature, non sembrano preoccupare la Commissione, a meno che, come nel caso della Libia, non si tratti di situazioni economicamente interessanti. Le questioni ambientali e sociali non sono importanti per questa relazione che chiede di sostenere progetti dannosi come Desertec e Invest in Med. Ho votato contro il presente testo.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Oltre alla sua missione principale che consiste nel finanziare gli investimenti nell’Unione europea, la Banca europea per gli investimenti (BEI) fin dal 1963 intraprende operazioni di finanziamento al di fuori dell’Unione europea a sostegno della politica estera dell’Unione europea. Questo consente di integrare le risorse del bilancio dell'Unione disponibili per le regioni esterne con la solidità finanziaria della BEI, a vantaggio dei paesi beneficiari. Così facendo, la Banca concorre al conseguimento dei principi guida generali e degli obiettivi politici dell'Unione europea, compresi lo sviluppo dei paesi terzi e la prosperità dell'Unione europea nella nuova condizione economica mondiale.

Le operazioni della BEI a sostegno della politica estera dell'Unione devono continuare a essere condotte in conformità dei principi di sane pratiche bancarie.

La maggior parte delle operazioni della Banca nelle regioni esterne hanno beneficiato di una garanzia a valere sul bilancio comunitario, amministrata dalla Commissione per sostenere l’azione esterna dell’Unione europea e al fine di consentire alla BEI di finanziare investimenti al di fuori dell’UE senza incidere sul proprio merito di credito. Questa garanzia aggiuntiva permette alla BEI di portare avanti la sua politica di investimenti, che contribuisce in modo significativo all’economia mondiale.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Al fine di sostenere la politica estera dell’Unione europea, la BEI finanzia anche progetti al di fuori del territorio dell’Unione, per esempio, nell’area di cooperazione allo sviluppo. Il fondo di garanzia creato nel 2009 mira a garantire la liquidità della BEI nel caso in cui si verificassero mancati pagamenti. In seguito alla valutazione, la lista dei paesi ammissibili ai finanziamenti della BEI è stata estesa, con un conseguente adeguamento del quadro finanziario. Non concordo pienamente con tutti gli emendamenti proposti, e mi sono quindi astenuto dal voto.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) La presente relazione riguarda la proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio che accorda alla Banca europea per gli investimenti una garanzia comunitaria in caso di perdite dovute a prestiti e garanzie a favore di progetti realizzati al di fuori dell’Unione europea. La BEI finanzia anche progetti in regioni extraeuropee, contribuendo alla realizzazione degli obiettivi esterni dell’UE circa la coesione e la politica per lo sviluppo. La presente proposta rispecchia una migliore cooperazione tra l’UE e la BEI, contribuisce alla lotta contro la povertà, stimola le piccole e medie imprese e le comunità locali, introduce una maggiore trasparenza, promuove pratiche sane alla BEI, aumenta i fondi per progetti che contrastano il cambiamento climatico e rende inammissibili i paesi che non prestano attenzione alle questioni ambientali. Ho votato a favore della presente relazione e sostengo il rafforzamento della missione esterna della BEI, per cui desidero un maggiore controllo parlamentare per preservare la legittimità democratica delle operazioni della Banca. La BEI dovrebbe produrre più relazioni al Parlamento europeo circa tutti gli aspetti del proprio mandato esterno, dagli orientamenti operativi e la politica generale all'applicazione pratica, inclusa la valutazione dei criteri sociali, ambientali e relativi ai diritti umani.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) L'articolo 208 del trattato di Lisbona afferma che “l'Unione tiene conto degli obiettivi della cooperazione allo sviluppo nell'attuazione delle politiche che possono avere incidenze sui paesi in via di sviluppo”. L'Unione europea si impegna così a evitare scelte politiche che comprometterebbero la sua salutare attività nell'ambito della cooperazione allo sviluppo e, di fatto, a promuovere azioni, in tutto lo spettro politico, che vadano a beneficio dei paesi in via di sviluppo. Questo vale per tutte le istituzioni dell'Unione europea, compresa la BEI. La grande maggioranza dei paesi ammissibili nel quadro del mandato esterno della BEI è rappresentata da paesi in via di sviluppo. È quindi fondamentale che gli obiettivi alla base del mandato esterno della BEI siano esplicitamente rivolti alla riduzione della povertà. La Banca deve inoltre adeguare le proprie attività esterne al Consenso europeo per lo sviluppo.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Ho votato a favore di questa relazione perché ritengo porti l'attenzione su di un tema molto spesso lontano dalle cronache. Oltre alla sua missione principale che consiste nel finanziare gli investimenti nell’Unione europea infatti, la Banca Europea per gli Investimenti intraprende operazioni di finanziamento al di fuori dell’Unione europea a sostegno della politica estera dell’UE. Ciò consente di integrare le risorse del bilancio UE disponibili per le regioni esterne con la solidità finanziaria della BEI, a vantaggio dei paesi beneficiari. Così facendo, la BEI concorre al conseguimento dei principi guida generali e degli obiettivi politici dell'Unione Europea, compresi lo sviluppo dei paesi terzi e la prosperità dell'UE nella nuova condizione economica mondiale. Le operazioni della BEI a sostegno della politica estera dell'Unione devono continuare a essere condotte in conformità dei principi delle pratiche bancarie sane.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) L’obiettivo del documento oggetto della votazione odierna al Parlamento europeo è accordare alla BEI una garanzia comunitaria in caso di perdite dovute a prestiti e garanzie a favore di progetti realizzati al di fuori dell’Unione europea. Il massimale per la BEI coperto da garanzia comunitaria per il resto del periodo in corso, 2007-2013, ammonta a 27,8 miliardi di euro.

Oltre a questo aspetto, il Parlamento propone alcuni emendamenti per migliorare il lavoro della BEI al di fuori dell’Unione europea, come l’attivazione di 2 miliardi di euro per la lotta al cambiamento climatico. Altre misure proposte dal Parlamento prevedono un migliore accesso ai finanziamenti della BEI per le piccole e medie imprese (PMI), una maggiore trasparenza delle sue operazioni e una più ampia flessibilità in termini di investimento di capitale di rischio. Si mira anche a sostituire l’attuale sistema di obiettivi regionali con un programma di obiettivi orizzontali e a costituire un mandato per le relazioni con paesi come Islanda, Libia, Iraq e Cambogia.

Appoggio la posizione del Palamento e l’attività esterna della BEI, ma desidero sottolineare che i progetti di finanziamento al di fuori dell’Unione europea vanno spesso a svantaggio della competitività europea in caso di concorrenza diretta.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. – (DE) Tramite i suoi finanziamenti all’esterno dell’Unione, la Banca europea per gli investimenti contribuisce alla politica estera europea. Ho votato a favore della relazione Kalfin perché concordo con la dotazione di 2 miliardi di euro per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici e sostengo la promozione delle piccole e medie imprese. La relazione fa appello anche a obblighi generali in merito all’informazione e alla trasparenza per cittadini, Parlamento e Commissione. È altresì lodevole che anche i diritti del Parlamento siano stati presi in considerazione.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. (SK) L’Unione europea si impegna da sempre per la solidarietà, un valore che dobbiamo alla nostra eredità cristiana. Anche chi vuole eliminare la cristianità dagli ambienti pubblici riconosce che l’Unione europea deve contribuire agli aiuti allo sviluppo. Questa solidarietà, tuttavia, affonda le proprie radici negli insegnamenti cristiani sulla dignità di ogni essere umano e sull’imperativo morale di aiutare chi è in difficoltà. La Banca europea per gli investimenti (BEI) è diventata uno strumento importante dell’Unione per eliminare la povertà nelle regioni meno sviluppate e il suo obiettivo principale è fornire assistenza: per poterlo raggiungere ha bisogno però di garanzie economiche. Dall’altra parte, la BEI deve rimanere comunque una banca, un’istituzione che non spende i fondi che le sono stati affidati, ma che li investe in modo fruttuoso. Ho votato dunque a favore della relazione che accorda alla BEI una garanzia comunitaria.

 
  
  

Raccomandazione Sturdy (A7-0034/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Voto a favore della presente raccomandazione perché il mercato della Corea del Sud offre nuove opportunità commerciali, non da ultimo nel settore agricolo e dei servizi. Per gli agricoltori europei, la Corea rappresenta attualmente uno dei mercati d'esportazione di maggior valore al mondo, con vendite annue che superano il miliardo di euro. Per quanto riguarda i servizi, in particolare quelli finanziari e legali, le telecomunicazioni, i servizi ambientali e le spedizioni marittime, l'aumento atteso per il volume degli scambi è pari al 70 per cento. L’accordo di libera circolazione sancisce inoltre un meccanismo di salvaguardia efficace e chiaro, nell'interesse dell’industria europea, che contribuisce alla crescita dell’industria europea.

 
  
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  Marta Andreasen (EFD), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della raccomandazione Sturdy sull'accordo di libero scambio tra l'Unione europea e la Repubblica di Corea perché permetterà un aumento degli scambi commerciali, di cui potranno beneficiare il Regno Unito e gli altri 26 Stati membri. Il punto più importante del presente accordo è la clausola di salvaguardia, senza la quale il mio voto non sarebbe stato favorevole. Il meccanismo bilaterale di salvaguardia consente all'Unione europea di ripristinare l'aliquota del dazio NPF qualora il presente accordo possa arrecare grave pregiudizio all'industria interna europea. L’accordo apre le nostre industrie dei servizi, agricola e manifatturiera per aumentare l’accesso al mercato coreano in crescita.

 
  
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  Antonello Antinoro (PPE), per iscritto. Si tratta di un voto estremamente importante per la nuova strategia dell'Unione europea nel campo del commercio internazionale. Infatti, l'Accordo di libero scambio con la Corea del Sud rappresenta il primo esempio di un accordo di nuova generazione, che si propone di trattare la riduzione di barriere commerciali e non commerciali e di allargare le prospettive di investimento nel paese partner. Tale accordo è stato accolto fin dalla sua firma, nell'ottobre 2009, dalle critiche virulente da parte del settore automobilistico europeo, che si sentiva fortemente penalizzato da alcune clausole concesse al partner coreano – duty drawback – in particolare.

Grazie anche al lavoro del Parlamento europeo nell'annesso regolamento sulla clausola di salvaguardia allegata all'accordo e ad una chiarificazione del governo sudcoreano sulle modifiche della legislazione interna sulle emissioni di carbonio, tali preoccupazioni si sono in parte dissipate e per questo oggi abbiamo confermato il voto della commissione INTA, per permettere il completamento della procedura sulla quale il Consiglio è già d'accordo.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) L'accordo di libero scambio tra l'Unione europea e la Repubblica di Corea porterà benefici immediati per molti settori economici europei, anche se rimarcherà la vulnerabilità di altri. Esso definirà inoltre una serie di rigorose procedure in materia di controversie, salvaguardia e sorveglianza, affinché le imprese europee possano disporre di un sufficiente livello di sicurezza. Il mercato sudcoreano, rimasto sinora relativamente chiuso per effetto delle elevate imposizioni tariffarie e degli onerosi ostacoli non tariffari (non-tariff barriers, NTB), apre nuove e significative opportunità ai beni e ai servizi provenienti dall'Unione europea. In un brevissimo periodo, l'accordo eliminerà quasi 2 miliardi di euro di dazi all'esportazione imposti ogni anno agli esportatori europei di prodotti industriali e agricoli, generando risparmi considerevoli nell’immediato in molti settori economici. I benefici saranno ancora più evidenti nei settori dell’agricoltura e dei servizi, poiché la Corea rappresenta attualmente uno dei mercati d'esportazione di maggior valore al mondo, con vendite annue che superano il miliardo di euro. Date queste considerazioni, non posso far altro che accogliere con favore l’adozione dell'accordo tra l'Unione europea e la Repubblica di Corea e spero che in futuro ne stabiliremo altri, a partire dal Canada e dagli Stati Uniti per arrivare ai paesi BRIC.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) La Corea del Sud costituisce il quarto mercato più importante per le esportazioni UE al di fuori dell’Europa. Gli esportatori europei, tuttavia, hanno dovuto affrontare ostacoli tariffari e normativi per l’accesso dei propri prodotti nel paese. L’attuale accordo di libero scambio è il più esaustivo mai negoziato dall'Unione europea, in quanto elimina i dazi su quasi tutti i prodotti ed estende la gamma di servizi da esso coperti. È positivo sotto ogni punto di vista e permette a entrambe le parti di ottenere vantaggi significativi. Si prevede un aumento delle esportazioni europee verso la Corea del Sud di oltre l’80 per cento. Spero che le aziende europee, e quelle del mio paese in particolare, possano trarre vantaggio dalle opportunità derivanti dall’apertura di questo mercato.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Tre anni fa il Parlamento ha adottato una risoluzione volta a migliorare l’accesso del settore industriale europeo ai mercati esteri. Siamo chiamati ora ad adottare un accordo di libero scambio che, sostanzialmente, permette l’accesso delle aziende europee al mercato sudcoreano (un mercato importante per l’Europa, come sappiamo), aumentando le esportazioni e creando posti di lavoro. Primo esempio di una nuova generazione di accordi stabiliti in seguito al trattato di Lisbona mediante i poteri di codecisione, il presente testo rappresenta un’innovazione significativa per il rispetto bilaterale delle norme fondamentali sul lavoro stabilite dall'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), per il rispetto della legislazione sugli appalti pubblici, nonché delle disposizioni sulla trasparenza degli aiuti di Stato e l’attuazione dello sviluppo sostenibile. Accolgo con favore l’adozione della presente relazione, che fornisce all’Unione europea una nuova gamma di strumenti (prima preclusi a causa delle tariffe applicate) e che difende gli interessi aziendali con il valore aggiunto della “clausola di salvaguardia”, in altre parole, la reimposizione dei dazi doganali.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Abbiamo votato contro il presente testo e siamo dunque preoccupati per la sua adozione. Questa Camera ha spesso screditato le disastrose conseguenze della liberalizzazione del commercio mondiale in molti settori economici, in particolare in alcuni Stati membri, come il Portogallo e le regioni che più dipendono da questi settori. In questo caso, ci preoccupano in modo particolare i settori tessile, automobilistico (e delle relative componenti) ed elettronico. L’accordo copre però anche i prodotti agricoli, promuovendo modelli di produzione non sostenibili dal punto di vista ambientale, modelli che sono in contrasto con la produzione e il consumo locale, necessari invece per la salvaguardia della sicurezza e della sovranità alimentare. Ci troviamo di fronte al maggiore accordo di libero scambio concluso dall’Unione europea nell’arco di anni, che deve essere il primo passo verso una “nuova generazione di accordi commerciali bilaterali”.

L’analisi del presente accordo è stata svolta dalla Commissione in termini di guadagni (nell’ordine di milioni di euro) per i gruppi economici e le multinazionali. È importante tuttavia calcolare anche il numero di posti di lavoro che andranno inevitabilmente persi, secondo il relatore; senza trascurare il numero di piccole e medie imprese che hanno dichiarato bancarotta o il numero di tonnellate di CO2 emesse a causa della maggiore circolazione di energia e di merci che questi accordi implicano. È interessante vedere dove si ferma in questi casi l’impegno ambientale e climatico tanto vantato dall’UE…

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto.(FR) Da un lato, ho votato a favore della relazione sulla clausola di salvaguardia che accompagna l’accordo di libero scambio con la Repubblica di Corea, nonostante sembri essere insufficiente e l’attuazione sembri aleatoria. Dall’altro lato, ho votato contro l’accordo. Aprire i confini senza tutele a importazioni che sono in concorrenza diretta con i nostri prodotti è una decisione suicida, soprattutto per il settore automobilistico. La motivazione contenuta nella relazione Sturdy, secondo cui l’impatto occupazionale sarà minimo e anticiperà la mobilitazione su ampia scala di tutti gli strumenti europei per ridurre la perdita di posti di lavoro, è estremamente incoerente e cinica.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. – (DE) Votando a favore della relazione Sturdy, i membri del Parlamento europeo hanno inviato un chiaro segnale: oggi abbiamo approvato, con un’ampia maggioranza, l’accordo di libero scambio più ampio mai negoziato dall’Unione europea. Questa decisione rappresenta un chiaro “sì” all’economia europea e all’Europa come base per le attività economiche. I benefici sono evidenti: un risparmio dei dazi doganali pari a 1,6 miliardi di euro e un incremento del volume commerciale per 19 miliardi di euro. Il settore agricolo, in particolare, risparmierà secondo le previsioni 380 milioni di euro di dazi doganali; si aprono in tal modo nuove prospettive per i nostri agricoltori. Ho votato a favore dell’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Accolgo con favore l’adozione dell’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Repubblica di Corea. Secondo le previsioni, tale accordo raddoppierà il commercio bilaterale nei prossimi 20 anni, i dazi doganali all’importazione saranno aboliti per il 98 per cento dei prodotti e gli ostacoli non tariffari saranno eliminati nell’arco dei prossimi cinque anni. L’accordo include norme importanti dal punto di vista sociale, lavorativo e ambientale: spero che la loro attuazione venga monitorata da vicino.

 
  
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  Jiří Maštálka (GUE/NGL), per iscritto. – (CS) Desidero formulare alcune osservazioni in merito alla mia posizione sulla procedura di stesura dell’accordo di libero scambio (ALS) tra l’Unione europea e la Repubblica di Corea e sui timori e le aspettative delle industrie coinvolte e delle altre parti interessate. Il presente accordo cambia radicalmente le norme commerciali di lunga data tra UE e Corea. Solo nel lungo termine sarà possibile valutare in modo realistico l’impatto dell’accordo; solo i risultati e i calcoli derivanti da un periodo prolungato riveleranno la situazione economica delle due parti, il miglioramento bilaterale della bilancia commerciale o il contributo alla situazione sociale.

Il volume e la gamma totali dei prodotti oggetto di scambio reciproco dovranno essere monitorati e valutati da vicino e in modo coordinato, la loro qualità dovrà essere certificata e il luogo d’origine essere verificabile. Qualsiasi applicazione diretta dei summenzionati meccanismi di salvaguardia basati sulle clausole bilaterali di salvaguardia dell’ALS tra Unione europea e Corea del Sud sarà considerata una questione sensibile e il risultato potrebbe essere in forte contrasto con l’euforia per l’adozione del presente accordo.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L'accordo di libero scambio (ALS) è inteso a garantire alle imprese europee di diversi settori economici un accesso ampio e completo al mercato sudcoreano attraverso una serie di liberalizzazioni tariffarie del tutto inedite.

Primo esempio di una nuova generazione di accordi di libero scambio bilaterali, l'accordo contiene importanti elementi innovativi, come un capitolo sullo sviluppo sostenibile che impegna entrambe le parti a rispettare le norme fondamentali sul lavoro stabilite dall'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) e istituisce un sistema di valutazione inter pares finalizzato alla gestione delle denunce per inadempimento. Inoltre, l'accordo dispone la creazione di diversi gruppi di lavoro e comitati di sorveglianza volti a garantire un'attuazione e una conciliazione di qualità.

Accolgo con favore l’ALS perché è l’accordo più ampio mai negoziato dall’Unione europea.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Sono fermamente contrario all’adozione di un accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Repubblica di Corea perché ritengo che, trattandosi di uno dei maggiori accordi commerciali mai firmati dall’Unione, questo aumenti le conseguenze negative della liberalizzazione globale del commercio, rispondendo agli interessi plurimilionari delle grandi multinazionali europee, senza prendere in considerazione le conseguenze economiche, sociali, occupazionali e ambientali che deriverebbero dall’adozione nei termini previsti. Per ammissione del relatore stesso, questo accordo comporterebbe per gli europei la perdita irreversibile di migliaia di posti di lavoro in settori economici sensibili e strategici, come l’agricoltura o l’industria tessile. Il presente accordo costituisce un ulteriore regresso rispetto alla sovranità e alla sicurezza alimentare, che richiedono all’Unione europea promozione e impegno per i mercati locali e i prodotti agricoli. L’ALS costringe gli agricoltori europei a competere con importazioni agricole la cui produzione non deve soddisfare i diritti fondamentali dei lavoratori né rispettare norme sanitarie e di qualità.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (LV) Ho analizzato l’accordo e credo che molte clausole siano incomplete e superficiali; alcune porzioni di testo lasciano spazio a un’interpretazione ambigua. Le norme sugli appalti pubblici, per esempio, non tengono in considerazione questioni importanti associate alla concorrenza e agli abusi. È essenziale aumentare la cooperazione con l’Estremo Oriente, ma formulazioni superficiali e poco precise fanno sospettare che il lavoro non sia stato portato a termine. Per questi motivi ho espresso voto contrario.

 
  
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  Rolandas Paksas (EFD), per iscritto.(LT) Ho votato a favore della presente proposta di risoluzione sull’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e i suoi Stati membri, da una parte, e la Repubblica di Corea, dall’altra. Per ottenere una cooperazione più efficiente tra Unione europea e Corea è importante rimuovere gli ostacoli commerciali che fino a oggi hanno isolato il mercato coreano. L’entrata in vigore del presente accordo creerà condizioni favorevoli per la crescita economica e la creazione di nuovi posti di lavoro. Sarà creato un nuovo ambiente imprenditoriale affinché le aziende competitive e in crescita dell’Unione europea possano accedere al mercato sudcoreano, in cui si stanno aprendo nuove opportunità per il commercio e i servizi europei, grazie alla crescita del volume commerciale delle aziende e alla riduzione dei costi di esportazione. Dati gli sviluppi commerciali previsti per il futuro tra l’Unione europea e la Corea del Sud, questo accordo permetterà di risparmiare sugli ingenti dazi doganali, in particolare nei settori chimico, industriale e farmaceutico. L’accordo garantirà inoltre una concorrenza leale nei settori della produzione automobilistica, dell’elettronica di consumo e dei prodotti tessili, in cui la Corea gode di un vantaggio comparativo rispetto all’Europa. La liberalizzazione delle tariffe sulle esportazioni gioverà molto anche ai settori dell’agricoltura e dei servizi. Mi rallegra l’attenzione che l’accordo riserva allo sviluppo sostenibile.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) L'accordo di libero scambio (ALS) tra l’Unione europea a 27, da una parte, e la Repubblica di Corea (Corea del Sud), dall’altra, è inteso a garantire alle imprese europee un accesso ampio al mercato sudcoreano attraverso una serie di liberalizzazioni tariffarie del tutto inedite. Ho votato a favore del presente accordo perché ritengo sia positivo e perché comporta vantaggi per entrambe le parti, con un aumento previsto delle esportazioni europee verso la Corea del Sud di oltre l’80 per cento. Spero che anche le aziende portoghesi possano sfruttare quest’opportunità, in particolar modo nel settore agricolo e dei servizi, aree in cui i vantaggi sono sorprendenti. La Corea rappresenta attualmente uno dei mercati d'esportazione di maggior valore al mondo, con vendite annue che superano il miliardo di euro. Attraverso la piena liberalizzazione di pressoché tutte le esportazioni agricole dell'Unione europea, l'ALS assicurerà al comparto agricolo un risparmio di 380 milioni di euro; il mio voto è favorevole.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Ci rammarica che i nostri onorevoli colleghi abbiano approvato senza remore questo accordo commerciale problematico. Questo ampio accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Corea costituisce un precedente pericoloso per la futura politica commerciale comunitaria, andando ben oltre la semplice eliminazione delle tariffe. Esso introduce, infatti, disposizioni per l’accesso al mercato che vanno a spese delle norme sociali e ambientali.

Tra le peggiori disposizioni sancite nell’accordo, l’Unione europea è riuscita a spingere la Corea a manipolare le norme in materia di emissioni di CO2 dei veicoli, per permettere ai produttori di automobili europei di esportare auto più inquinanti in Corea. Questa pressione dell’UE, che mina l’integrità ambientale delle norme coreane per le emissioni dei veicoli, è scandalosa; e, ancora peggio, l’Unione europea sta cercando questa nuova scappatoia per permettere ai ritardatari dell’industria automobilistica europea di “competere equamente” nel mercato coreano con auto più piccole, pulite ed efficienti.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Ho votato a favore di questa raccomandazione perchè la ritengo equilibrata nei confronti dell'accordo di libero scambio UE-Corea. Il mercato sudcoreano, rimasto sinora relativamente chiuso per effetto delle elevate imposizioni tariffarie e degli onerosi ostacoli non tariffari, avrà presto l'opportunità di aprire nuove e significative opportunità ai beni e ai servizi provenienti dall'UE. In un brevissimo arco di tempo, l'ALS eliminerà gli 1,6 miliardi di euro di dazi all'esportazione imposti ogni anno agli esportatori UE di prodotti industriali e agricoli, contro gli 1,1 miliardi di euro applicati allo stesso titolo agli esportatori sudcoreani. Ora sarà importante monitorare con attenzione i flussi di merci provenienti da questo Paese, in modo da poter sfruttare la clausola di salvaguardia nel caso in cui debbano aumentare eccessivamente, mettendo a rischio l'occupazione europea.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD), per iscritto. − Siamo fortemente contrari a questo Accordo di libero scambio con la Corea in quanto regalerebbe ai concorrenti coreani indebiti vantaggi competitivi. Ad esempio, la Corea potrebbe facilmente esportare auto e i produttori europei si troverebbero in una situazione di svantaggio visto che in Corea il 95% delle auto acquistate sono prodotte nello stesso Paese.

La rimozione degli ostacoli tariffari giocherebbe contro gli interessi delle nostre aree produttive. Unica clausola che può essere applicata a mitigare gli svantaggi è quella che potrà sfociare nell'adozione di misure di emergenza e, nel caso in cui si creino seri danni ai produttori europei, si potranno adottare misure urgenti provvisorie, come la sospensione della riduzione dei dazi.

 
  
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  Tokia Saïfi (PPE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore dell’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Repubblica di Corea perché gioverà senza dubbio alle aziende comunitarie. Le esportazioni verso la Corea dovrebbero subire un aumento pari a circa il 40 per cento e le esportazioni di prodotti industriali e agricoli saranno esentate dai dazi doganali per un totale di 1,6 miliardi di euro su base annua. Sarà inoltre possibile limitare qualsiasi effetto negativo sull’economia europea grazie all’attuazione di una clausola di salvaguardia. Questo accordo, infine, apre una nuova generazione di accordi di libero scambio in quanto contiene un capitolo sullo sviluppo sostenibile che impegna entrambe le parti a rispettare le norme fondamentali sul lavoro stabilite dall'OIL e le disposizioni sulle condizioni per il coinvolgimento della società civile.

 
  
  

Proposte di risoluzione B7-0210/2011 e B7-0034/2011

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE), per iscritto. (EN) Desidero congratularmi con i due relatori, gli onorevoli Sturdy e Zalba Bidegain, per averci guidato nella complessa procedura di adozione dell’accordo di libero scambio e della clausola di salvaguardia. L’ALS tra l’UE e la Corea del Sud è l’accordo più completo e ambizioso finora raggiunto. Copre molte aree importanti per i produttori e i consumatori europei, quali l’eliminazione delle tariffe sulle esportazioni europee di beni industriali e agricoli, un migliore accesso al mercato per gli erogatori di servizi europei, l’eliminazione degli ostacoli non tariffari nei settori dell’elettronica, farmaceutico e dei dispositivi medici; offre un accesso facilitato agli appalti pubblici e la protezione dei diritti intellettuali; permette un migliore accesso al mercato per i produttori automobilistici europei e, grazie alla clausola di salvaguardia, li protegge contro eventuali squilibri futuri del settore.

Spero che questo accordo funga da modello per i molti altri accordi di libero scambio in programma (con il Canada, Singapore e il Mercosur, per esempio). Mi congratulo allo stesso tempo con il Parlamento per l’attuazione dei suoi nuovi poteri, essendo questo il primo ALS che approviamo nell’ambito del trattato di Lisbona.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0120/2011

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della presente proposta di risoluzione perché l’Unione europea deve rispondere rapidamente: l’Egitto può svolgere un ruolo fondamentale nella pace in Medio Oriente e nell’influenzare la mentalità in quest’area. Per raggiungere tale obiettivo, l’Unione europea deve rielaborare la propria Politica di vicinato. Dobbiamo mobilitare e rivedere gli strumenti di cui disponiamo per assistere le riforme politiche, economiche e sociali e rafforzare la collaborazione con le organizzazioni della società civile, perché gli eventi in Egitto e in altri paesi hanno dimostrato la necessità di politiche e strumenti più ambiziosi. Gli sforzi dell’Unione devono concentrarsi maggiormente sul rafforzamento dello stato di diritto, sul buon governo, la lotta alla corruzione, il rispetto dei diritti umani, le libertà fondamentali e la creazione di condizioni adeguate alla nascita di una democrazia stabile.

 
  
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  Dominique Baudis (PPE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore della presente proposta di risoluzione perché credo sia giusta ed equilibrata. Il popolo egiziano sta assistendo alla realizzazione delle proprie legittime aspettative. L’allontanamento del Presidente Mubarak è una condizione essenziale ma non sufficiente per far sì che l’Egitto intraprenda il percorso verso la democrazia e i diritti umani. La transizione viene controllata dall’esercito, che si è dato sei mesi per far fronte a questa sfida. Durante i 18 giorni di dimostrazioni che hanno portato a questo risultato, l’Egitto ha subito perdite finanziarie, che si aggravano giorno dopo giorno. L’Unione europea deve offrire il proprio sostegno al paese, affinché i risultati della rivoluzione non vengano annullati da una violenta crisi socio-economica. L’UE ha sinora utilizzato risorse importanti nell’ambito della Politica europea di vicinato, ma con scarsi risultati; questo non ha certamente contribuito alla propria immagine. Il nostro ruolo rimane però fondamentale: non dobbiamo rivolgerci critiche ingiuste. Le rivoluzioni hanno la peculiarità di sembrare inevitabili a posteriori ma impossibili a priori. L’autocritica è legittima e noi siamo sulla strada giusta, poiché il Consiglio e la Commissione hanno mostrato il desiderio di ripensare in modo approfondito alla Politica europea di vicinato.

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto.(FR) Le ultime settimane sono state di importanza storica. Quanto accaduto prima in Tunisia e poi in Egitto infonde grande speranza, soprattutto tra i giovani. L’Unione europea deve essere all’altezza della situazione e sostenere il processo democratico senza tergiversare. Questi eventi devono rappresentare un incentivo per rivedere i nostri partenariati, per non rimanere inerti. Il Parlamento europeo deve garantire che alle parole corrispondano i fatti, in una politica europea comprensibile e identificabile per l’Egitto e per l’intera regione.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Desidero esprimere la mia solidarietà agli egiziani e congratularmi con loro per il coraggio e la determinazione dimostrati, soprattutto da parte delle giovani generazioni, nella lotta in nome di una legittima aspirazione democratica. Condanno la violenza e la forza sproporzionata usata contro i manifestanti e mi rammarico per l’elevato numero di morti e feriti; desidero esprimere le mie più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime. Si deve aprire un dialogo con tutte le forze politiche e sociali che rispettano la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani e le libertà fondamentali: principi essenziali dell’Unione europea, che costituiscono una base comune per lo sviluppo dell’area euromediterranea. Chiedo che venga avviata un’inchiesta indipendente sugli incidenti che hanno provocato morti, feriti e prigionieri, nella speranza che i responsabili vengano puniti. appello Chiedo inoltre il rilascio immediato e incondizionato di tutti i protestanti pacifici, dei prigionieri di coscienza e dei difensori dei diritti umani, egiziani e di altri paesi, così come di giornalisti e giuristi. Chiedo all’Unione europea di rivedere la propria politica di sostegno alla democrazia e ai diritti umani e di creare un meccanismo per l’attuazione della clausola sui diritti umani in tutti gli accordi con i paesi terzi.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) In primo luogo, accolgo con favore l’ampio consenso raggiunto in Parlamento sulla proposta congiunta di risoluzione: è una prova di unità sui diritti fondamentali che difendiamo in qualità di unione di popoli e nazioni e vorrei che non passasse inosservata. In secondo luogo, spero che la transizione dall’ex regime egiziano alla futura democrazia abbia luogo in modo pacifico, ragionato e sulla base di un ampio accordo tra i vari attori a livello politico, civile, militare e religioso di questo importante paese del Medio Oriente. In terzo luogo, spero che questo momento storico costituisca una risposta positiva ai reali desideri del popolo: libertà, democrazia, lotta contro la corruzione, la disoccupazione e l’esclusione sociale. Infine, desidero ribadire che il futuro di questa regione richiede democrazie solide e tolleranti, che rispettino le minoranze e in cui lo Stato rappresenti una promessa per tutti e non l’abuso di pochi.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della presente proposta di risoluzione sulla situazione in Egitto perché ritengo che l’Unione europea debba esprimere la propria solidarietà al popolo egiziano per le sue legittime aspirazioni democratiche e che debba sostenere una rapida transizione verso la vera democrazia. A tale scopo, l’Unione europea deve supportare l’Egitto nelle difficoltà economiche e sociali che sta affrontando, per un processo di democratizzazione duraturo che coinvolga tutta la società civile.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. − (PT) Esattamente come quando è caduto il muro di Berlino, la stampa, la comunità internazionale e persino i servizi di intelligence e di sicurezza dei paesi più importanti, sono stati colti di sorpresa da eventi impossibili da prevedere, che chiamano in causa molte nozioni e teorie sulla politica in Medio Oriente e sulla stabilità della regione. Grazie alla sua importanza strategica, l’Egitto si pone proprio al cuore del cambiamento: qualsiasi avvenimento abbia luogo in questo paese influenzerà anche gli altri Stati della regione. È ancora troppo presto per prevedere quale direzione prenderà la forza che ha fatto scendere in piazza migliaia di persone per invocare la fine dei regimi che hanno detenuto il potere per decenni. Credo però che l’Unione europea non possa rimanere indifferente a questa evoluzione o ignorare quanto sta accadendo al di fuori dei propri confini. Dobbiamo cercare di aiutare quanti stanno combattendo per la democrazia e lo stato di diritto e rifiutano la dicotomia tra i regimi laici militarizzati e i rivoluzionari radicali islamisti.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La scorsa settimana, in seguito a giornate di sommosse popolari, abbiamo assistito alle dimissioni del Presidente egiziano Mubarak, che ha governato il paese per oltre 30 anni. Desidero unirmi all’Unione europea e fare le mie congratulazioni al popolo egiziano, che ha combattuto duramente per la democrazia.

L’Unione europea deve ora assolvere un compito importante nel monitorare le trasformazioni politiche e sociali in Egitto, non da ultimo la revisione della costituzione e l’organizzazione di elezioni libere ed eque, senza violazioni dei diritti umani; ha anche l’obbligo di sostenere il popolo egiziano per mezzo di finanziamenti, per promuovere il necessario sviluppo economico.

Concordo con la presente proposta di risoluzione e spero che la transizione da un regime dittatoriale a un regime democratico in Egitto abbia luogo in modo rapido e pacifico, poiché si tratta di una nazione che può svolgere un ruolo importante come mediatore per una pace duratura in Medio Oriente.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La presente proposta di risoluzione parla di “solidarietà al popolo egiziano”, accoglie con favore il “coraggio e la determinazione, mostrati in particolare dalle giovani generazioni” e sostiene saldamente “le sue aspirazioni legittime”: sono parole legate alle circostanze, ma positive.

La maggioranza del Parlamento europeo, che ha sempre ritenuto l’Egitto un esempio di stabilità per la regione, deve ora lodare le azioni degli egiziani volte a rompere proprio questa “stabilità”.

Le manifestazioni degli egiziani, che hanno portato alle dimissioni del Presidente Mubarak, rappresentano una grande possibilità di vittoria democratica da parte dei gruppi alienati dal capitalismo e dalle forze e i regimi al suo servizio. Il popolo egiziano ha dimostrato con grande tenacia e spirito combattivo che è possibile ottenere le dimissioni per conquistare la libertà politica e democratica, persino in un paese profondamente dominato da interessi imperialisti, come quelli degli Stati Uniti, di Israele e del Regno Unito.

Fino a quando non verrà finalmente sconfitto, l’imperialismo non si darà per vinto e non abbandonerà il campo. Nonostante le belle parole, le forze che difendono i propri interessi in Parlamento stanno contrattaccando, arrogandosi il diritto di interferire e, ipocritamente, dando lezioni di democrazia tramite “fondazioni e partiti” politici.

 
  
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  Elisabetta Gardini (PPE), per iscritto. − Dopo la Tunisia, l’Egitto, mentre la protesta dilaga nell’intero quadrante medio orientale. Nei giorni che stanno cambiando la carta geopolitica del Mediterraneo e probabilmente gli equilibri mondiali, è necessario che l’Unione Europea aggiorni la sua politica estera, rivedendo e migliorando la strategia per assistere, politicamente e finanziariamente, la transizione democratica nel Paese, inclusa l'organizzazione di libere elezioni. L’Unione Europea si deve mobilitare a favore del popolo egiziano con tutti gli strumenti di assistenza finanziaria e con iniziative per la democrazia e a difesa dei diritti umani. Analogamente, va monitorata la situazione che si è venuta a creare nel Mediterraneo, e in particolare nelle coste italiane, dove in soli quattro giorni si sono registrati quattromila sbarchi. Cifre che rimandano agli esodi biblici degli anni Novanta, quando le carrette del mare portavano sulle coste dell’Adriatico torme di diseredati dall’Albania. La proclamazione dello stato d’emergenza decretata dal governo italiano mi sembra una decisione importante e necessaria, ma è solo il primo passo perché il vero timore è che dopo la Tunisia, possa toccare a Egitto e Algeria. Un problema che l'Italia da sola non può essere in grado di sostenere: tocca dunque all’intera Europa studiare contromisure, intervenire direttamente, dare speranze in patria a chi vuole partire sull’onda dell’emozione che dilaga nei paesi del Maghreb.

 
  
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  Louis Grech (S&D), per iscritto. (EN) L’Unione europea e, in particolare, il Parlamento hanno impiegato troppo tempo nel reagire e far fronte ai segnali di allarme che preludevano a disordini politici e sociali in Egitto e che hanno portato alla debacle geopolitica delle scorse tre settimane, sebbene si trattasse di una regione molto vicina e la stabilità nel bacino del Mediterraneo sia fondamentale per il benessere politico, la forza economica e la sicurezza in Europa.

Si avverte la disperata necessità di una leadership forte delle istituzioni europee, una leadership che deve essere accompagnata da un approccio pragmatico, integrato e olistico, mirato a ripristinare stabilità e sicurezza nella regione. L’Unione europea deve essere proattiva, aiutando l’Egitto nella transizione politica verso un sistema di governo democratico.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto.(FR) In seguito alle ondate rivoluzionarie senza precedenti che hanno interessato i paesi del Mediterraneo meridionale e che, in Tunisia e in Egitto, hanno portato alla caduta del governo, l’Unione europea deve rivalutare la propria visione e le relazioni con questi paesi. La proposta di risoluzione congiunta che abbiamo adottato oggi, giovedì 17 febbraio 2011, anche se tardiva, è necessaria, perché invia un forte messaggio agli egiziani, mostrando loro che l’Unione europea li sostiene nelle loro aspirazioni, che è pronta ad aiutarli a trasformare il loro paese in una democrazia e a sostenerli nel loro sviluppo economico.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Egregio Presidente, cari colleghi, quanto accaduto in Egitto lo si può definire epocale, ovvero lo sgretolamento di un determinato modello di politica che ha permeato di sé tutto il Paese per un ventennio. Ciò è avvenuto, purtroppo, a discapito di un ingente numero di persone che, durante le manifestazioni ed i combattimenti, sono rimaste ferite o sono morte in nome della libertà tanto desiderata. Con questa proposta di risoluzione il Parlamento vuole esprimere la propria solidarietà nei confronti della popolazione egiziana ed elogiare il coraggio e la determinazione dei giovani, i quali, in questo mese, hanno svolto un ruolo, certamente fondamentale. Con le dimissioni del Presidente Mubarak, l'Egitto si ritrova nella situazione di paese libero, ma tutto da ricostruire. L'intento del Parlamento europeo è quello di poter intervenire in loro aiuto, attraverso esortazioni, quali ad esempio quella di poter avviare al più presto un dialogo tra le forze politiche volto a trovare la strada migliore per poter combattere la corruzione, la violazione dei principi di libera espressione e libera informazione affinché si possano porre le basi per uno Stato di diritto. Invitiamo, anche, l'Alto Rappresentante a promuovere la creazione di una task force, con l'aiuto del Parlamento, atta a contribuire alla costruzione di una nuova realtà coerente con i principi di uno Stato democratico.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della presente risoluzione, nonostante l’ipocrisia delle istituzioni europee.

 
  
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  Kyriakos Mavronikolas (S&D), per iscritto. (EL) La questione egiziana è molto seria, tenendo presente le dimensioni e la posizione geografica del paese. Cipro ha sempre mantenuto relazioni di buon vicinato con l’Egitto e non dobbiamo sottovalutarne il potenziale contributo all’evoluzione della situazione. È importante che l’attuale crisi porti alla creazione di un regime democratico e di uno stato di diritto, evitando la formazione di uno Stato musulmano che possa destabilizzare la regione. L’Egitto si è sempre distinto in Medio Oriente per il suo contributo positivo alla risoluzione dei problemi nell’area.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea deve portare avanti una politica estera reale, coerente ed efficace nei confronti dei propri partner; è fondamentale che parli in modo deciso, a un’unica voce, e ribadisca che la difesa dei diritti umani deve diventare una realtà.

L’Egitto svolge un ruolo cruciale nel mondo arabo e nel processo di pace in Medio Oriente, nonché nella riconciliazione tra i diversi gruppi della società palestinese. Dobbiamo dunque esprimere la nostra solidarietà al popolo egiziano, sostenere le sue legittime aspirazioni democratiche e condannare ogni forma di violenza e di forza sproporzionata contro i protestanti, condannando l’elevato numero di morti e feriti.

A questo punto, le autorità del paese devono porre immediatamente fine alle violenze, perché non è la soluzione giusta per i problemi espressi dal popolo egiziano durante la protesta. Le autorità e le forze di sicurezza egiziane hanno ora l’obbligo di garantire la sicurezza di tutti i cittadini e delle loro proprietà e di tutelare l’eredità culturale del paese.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Ho votato a favore della presente proposta di risoluzione per mostrare il mio sostegno incondizionato verso chi combatte per i propri diritti e, nella fattispecie, verso il popolo egiziano, nella sua lotta contro l’autoritarismo e le deplorevoli condizioni politiche, sociali ed economiche cui è stato sottoposto negli ultimi 30 anni dal regime del Presidente Mubarak. Mi unisco anche alla condanna della violenza e dell’uso della forza contro le proteste pacifiche. Nonostante il mio sostegno, non concordo con buona parte della risoluzione perché deploro l’attitudine europea all’interferenza e il desiderio di farsi carico della transizione verso la democrazia. Credo che solo il popolo egiziano abbia la responsabilità di ridefinire il proprio futuro e deve poterlo fare senza l’intrusione di attori esterni che, in molti casi, cercano solo di difendere i privilegi acquisiti mediante il sostegno del regime autoritario illegittimo. Mi rammarica che la presente risoluzione non critichi in modo chiaro e fermo l’Unione europea che, tramite la sua attuale Politica di vicinato e commerciale, ha sostenuto e reso possibile il regime del Presidente Mubarak negli ultimi anni.

 
  
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  Louis Michel (ALDE), per iscritto.(FR) Come ha scritto Khaled Hroub, la primavera araba ha dimostrato che la libertà e la dignità sono aspirazioni condivise da tutti gli esseri umani, da tutte le nazioni e i popoli. Non dobbiamo dimenticare che le richieste iniziali avanzate dalla popolazione insorta erano di stampo sociale: i popoli egiziano e tunisino chiedono una migliore distribuzione del benessere e prospettive per il futuro. Le popolazioni vogliono cambiare le proprie condizioni di vita per motivi economici, sociali e politici e vogliono uno Stato “giusto” e democratico, in cui la distribuzione del benessere sia equa e in cui sia garantito l’accesso al sistema sanitario e di istruzione. L’unico modo per rispondere a questa richiesta è organizzare le elezioni, con relativa fretta, nonostante la disorganizzazione dell’(ex) opposizione. Devono essere garantiti i diritti politici, così come i diritti economici e sociali, del popolo. La risposta europea deve essere dunque la costruzione di una democrazia e la creazione dello sviluppo economico, per aiutare quanti più cittadini possibili. L’Unione europea dovrebbe introdurre una politica per il sostegno del processo democratico ed è chiamata a svolgere un ruolo leader nella questione.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (LV) Prima di esprimere solidarietà al popolo egiziano dobbiamo capire cosa ha scatenato questo processo. Secondo i dati in mio possesso, dietro a questa destabilizzazione si nascondono gli islamisti radicali. Personalmente sono contro il caos nel mondo arabo e contro gli aiuti finanziari per qualsiasi forma di estremismo o di disordine. Il Parlamento ha annunciato troppo presto il sostegno finanziario ai dimostranti, molti dei quali sbandieravano apertamente slogan antisemiti. Lo spasmo disumano ed emotivo dei membri di questa Camera potrebbe essere interpretato dal mondo arabo come incitamento al disordine. La guerra in Iraq e la situazione in Pakistan, con un duplice potere, sono sufficienti. Dobbiamo essere cauti e pragmatici quando si tratta dei paesi islamici e per questo motivo ho espresso voto contrario.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) L’Unione europea deve rivedere le proprie ingenue aspettative sull’impegno arabo per la democrazia. Con le celebrazioni della primavera araba, è giunto il momento di riconoscere che i cambiamenti in Tunisia e in Egitto non solo stanno consumando centinaia di milioni di euro di aiuti locali, ma si stanno concretizzando anche agli occhi dei cittadini europei, sotto forma di migliaia di emigranti economici già arrivati in Europa. I tunisini e gli egiziani, dopotutto, hanno manifestato non solo perché volevano ottenere la democrazia e la libertà di espressione, ma anche, e soprattutto, per una maggiore prosperità. Tale prosperità però non è immediata e possiamo dunque aspettarci un ulteriore aumento delle ondate di emigranti economici che lasciano il Nord Africa; molti di loro verranno in Europa, soprattutto considerando l’esplosione demografica dei paesi arabi negli ultimi venti- trent’anni. Dopo le elezioni democratiche, si vedrà se l’Unione ne rispetterà l’esito anche qualora vincessero gli islamisti.

I Fratelli musulmani in Egitto potrebbero ottenere il 30 per cento dei voti e sono l’unica forza ben organizzata all’opposizione; l’Unione europea non deve farsi illusioni, ma deve seriamente pensare a come affrontare un’eventuale vittoria elettorale degli islamisti. Poiché il testo prende in considerazione quest’eventualità, ho votato a favore.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. – (DE) La proposta di risoluzione accoglie con favore le riforme volte alla democrazia, allo stato di diritto e all’uguaglianza sociale in Egitto; chiede di porre fine allo stato di emergenza, fa appello a un governo responsabile, alla lotta contro la corruzione, al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, includendo anche la libertà di coscienza, religione e pensiero, la libertà di espressione, di stampa e dei media. L’obiettivo è una transizione rapida verso un Egitto pacifico, democratico e pluralista. Ho votato dunque a favore della presente proposta di risoluzione.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto.(PL) Come hanno dimostrato i recenti avvenimenti in Egitto e in Tunisia, è sbagliato pensare che le società dei paesi arabi non accettino la democrazia. Partendo da questo postulato erroneo, l’Unione europea (come quasi tutte le altre forze politiche a livello mondiale) ha dato priorità alla stabilità della regione piuttosto che al diritto delle popolazioni del mondo arabo di decidere del loro stesso futuro. Questa politica si è dimostrata sbagliata e dobbiamo sperare che gli effetti di questo errore non siano troppo gravi. Oggi dobbiamo agire per mitigarli per porre rimedio agli errori commessi. Con la presente proposta di risoluzione, si chiede di congelare i beni appartenenti ai leader egiziani che si sono appropriati indebitamente di fondi statali in Egitto; faccio dunque appello a tutti gli Stati membri affinché si impegnino per raggiungere quest’obiettivo. I prossimi mesi saranno decisivi per l’Egitto. Il Parlamento europeo è chiamato a fornire l’assistenza necessaria alla società civile e alle istituzioni democratiche nascenti nel paese; il sostegno a favore di elezioni libere e democratiche deve essere prioritario. Nei prossimi anni dovremo essere guidati da un unico obiettivo: la democrazia in Egitto rappresenta un eccellente investimento a lungo termine, che porterà benefici agli egiziani e agli europei.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Mi sono espresso a favore della risoluzione sulla situazione in Egitto per dar piena voce a un Parlamento europeo che, seguendo la linea delle dichiarazioni dell'Alto Rappresentante Ashton e dei Presidenti Van Rompuy e Barroso, saluta il coraggio del popolo egiziano verso il quale é solidale. Il compito dell'UE sarà ora quello di monitorare la situazione e cercare di supportare il dialogo politico attraverso la politica di Vicinato, al fine di garantire una transizione verso la democrazia ed elezioni libere evitando una deriva integralista. L'Egitto svolge un ruolo fondamentale nella gestione del processo di pace in Medio Oriente, ruolo che l'esercito durante la transizione democratica ha promesso di continuare a ricoprire nel rispetto degli equilibri e della stabilità della regione. Ritengo inoltre che l'UE debba intervenire per tutelarsi da potenziali esodi di massa dalle coste nordafricane aiutando l'Egitto con tutti i mezzi necessari.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. − (PT) Ho votato a favore della presente proposta di risoluzione e desidero ribadire il solido sostegno del Palamento per le riforme che mirano alla democrazia, allo stato di diritto e alla giustizia sociale in Egitto. Spero sia possibile porre fine allo stato di emergenza e che il buon governo, la lotta contro la corruzione, il rispetto per i diritti umani e le libertà fondamentali diventino presto realtà in Egitto, con particolare riguardo alla libertà di coscienza, religione e pensiero, alla libertà di espressione, di stampa e dei media, alla libertà di associazione, ai diritti delle donne, alla tutela delle minoranze e alla lotta contro la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale. L’Egitto è un paese con migliaia di anni di storia e merita di aprire ora un nuovo capitolo democratico.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della presente proposta di risoluzione e mi unisco alla solidarietà nei confronti del popolo egiziano che, spinto dalle legittime aspirazioni di democrazia, libertà e migliori condizioni di vita, ha aperto a una nuova fase di transizione politica. Spero che vengano poste le condizioni che permetteranno all’Egitto di portare avanti le riforme politiche, economiche e sociali necessarie alla giustizia sociale e alla creazione di una democrazia solida e tollerante, nel rispetto dei diritti umani e delle libertà civili; mi auguro anche che il paese riceva sostegno in questo processo.

 
  
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  Robert Rochefort (ALDE), per iscritto.(FR) L’ondata di proteste che ha interessato l’Egitto nelle scorse settimane e che ha portato alle dimissioni del Presidente Mubarak, segna un passo importante nella transizione politica del paese. Fornendo il mio sostegno alla proposta di risoluzione congiunta del Parlamento europeo, desidero esprimere la mia solidarietà al popolo egiziano e lodare il coraggio e la determinazione dimostrati nella lotta per la democrazia. Credo sia fondamentale per l’Unione europea e gli Stati membri sostenere attivamente una transizione rapida verso un governo democratico, creando una task force che coinvolga il Parlamento europeo per far fronte alle richieste degli egiziani che portano avanti tale transizione. Gli avvenimenti che hanno avuto luogo in Egitto e in Tunisia e che al momento proseguono in altri paesi mostrano la necessità per l’Europa di rivedere la propria Politica di vicinato, affinché l’assistenza fornita ai suoi partner dipenda strettamente dal rispetto dei diritti umani e dei principi democratici. La revisione di questa politica deve essere accompagnata dall’introduzione di una serie di criteri che i paesi confinanti devono soddisfare per ottenere uno status superiore nelle loro relazioni con l’Unione europea.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto.(FR) Tutti riconoscono oggi che il Presidente Mubarak era un dittatore, mentre un mese fa solo in pochi lo affermavano, anche al Parlamento europeo. È fondamentale che la Commissione e il Consiglio rimettano in discussione la realpolitik praticata per anni in queste aree del mondo, tanto in Egitto quanto in Tunisia, così come è indispensabile mettere in discussione l’ambivalenza delle relazioni che l’Unione europea ha mantenuto con i dittatori che hanno governato questi paesi per decenni. È necessario congelare i beni finanziari non solo di Mubarak e dei suoi collaboratori, ma anche della sua famiglia.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione per la grandissima importanza che le recenti manifestazioni in vari Paesi arabi dell'Africa Settentrionale e del Medio Oriente hanno ricoperto nel cambiamento istituzionale, politico ed economico dell'area. Il vento di riforma ha ripreso a soffiare sull'onda di una forte domanda popolare di libertà ed autentica democrazia, alla base per ottenere condizioni di vita migliori per tutti cittadini. La promozione del rispetto della democrazia, dei diritti umani e delle libertà civili è obiettivo fondamentale dell'Unione Europea, e rappresenta il terreno comune per lo sviluppo dell'area euromediterranea. Ora la priorità sarà ricostituire un governo espressione diretta del popolo egiziano attraverso elezioni libere, in grado di affrontare col supporto internazionale la fase di transizione verso una piena democrazia, dove le comunità cristiane copte non siano più vittime degli avvenimenti attuali e tutte le comunità religiose possano vivere in pace e professare liberamente la propria fede in tutto il paese.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. (SK) Ho votato a favore della proposta di risoluzione congiunta sulla situazione in Egitto perché, per chiunque faccia parte della governance pubblica e metta la dignità dell’individuo sopra ogni altra cosa, la democrazia rappresenta la forma migliore di governo. Questo vale sia per l’Europa, sia per l’Egitto. Non posso però fare a meno di pensare all’Iran, dove il ribaltamento del regime corrotto e autocratico dello scià ha portato alla formazione di una repubblica islamica repressiva. Non riesco nemmeno a non pensare alla Palestina, dove alle prime elezioni democratiche sono saliti al governo terroristi e criminali. Penso anche all’Iraq, dove a sei anni dalla caduta della dittatura, i membri della più antica comunità cristiana al mondo vengono perseguitati, espulsi e uccisi. Mi auguro che questa volta tutto vada per il meglio. L’Egitto si trova a un bivio: spero che scelga la via della libertà per i suoi cittadini, inclusi i cristiani copti.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0129/2011

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Voterò a favore della presente proposta di risoluzione per sottolineare l’importanza di un approccio che giunga dall’alto ma sia contemporaneamente orizzontale, e riesca a coinvolgere tutti gli attori nell’elaborazione della strategia. Esperienze come questa dimostrano che, per utilizzare in maniera efficiente i fondi disponibili, è indispensabile un approccio coordinato. In tale contesto, ribadisco l’importanza dell’assistenza tecnica per l’attuazione di azioni e progetti. Vi ricordo inoltre che questa macroregione riveste un particolare significato per l’Europa, poiché consente di migliorare le relazioni di vicinato con l’Europa sudorientale e può incoraggiare la cooperazione politica ed economica con i Balcani. Anch’io sono convinto che, per valutare l’efficacia di questa strategia, sia necessario analizzarne l’attuazione; e insieme occorrerà compiere un’analisi della strategia per il Mar Baltico, dalla quale potrebbero scaturire utili indicazioni su possibili fonti e metodi di finanziamento per i progetti pilota di altre strategie macroregionali in Europa.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa strategia dell’Unione europea per la regione del Danubio. La regione del Danubio, che comprende 14 paesi europei e 115 milioni di abitanti, siti sia all’interno che all’esterno dell’Unione, è un’area in cui è possibile sviluppare sinergie rafforzate fra varie politiche dell’UE, segnatamente in materia di coesione, trasporti, economia, energia, ambiente, cultura, istruzione, agricoltura, pesca, allargamento e politica di vicinato. È importante rilevare che tale strategia dovrebbe contribuire in misura significativa a migliorare una governance a più livelli e il coinvolgimento di partner e della società civile che operano nella regione danubiana e garantire prosperità, sviluppo sostenibile, creazione di posti di lavoro e sicurezza. Mi unisco all’invito – che la risoluzione rivolge agli Stati membri e alle regioni – a utilizzare i Fondi strutturali disponibili per il 2007-2013, per garantire il massimo sostegno alla strategia, in particolare per promuovere la creazione di posti di lavoro e la crescita economica nei territori maggiormente colpiti dalla crisi economica. La regione del Danubio è la porta di passaggio tra l’Europa e i Balcani occidentali, e quindi sono convinta che la strategia dell’Unione per la regione del Danubio non solo consenta di migliorare le relazioni di vicinato nell’Europa centrale e sudorientale, ma offra anche un importante valore aggiunto alla politica dell’Unione europea per le relazioni con i paesi dell’Europa orientale. Ciò rappresenta un’eccellente opportunità per tutta l’Unione di rafforzare la cooperazione politica ed economica con i Balcani e, di conseguenza, di contribuire all’espansione e al consolidamento del processo di integrazione europea nella regione.

 
  
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  Elena Oana Antonescu (PPE), per iscritto. (RO) La strategia per la regione del Danubio è un progetto dell’Unione europea cui sono invitati a partecipare anche i paesi terzi che si affacciano su quel fiume, e che si prefigge l’obiettivo di sviluppare l’immenso potenziale economico della regione del Danubio. Il Danubio collega dieci Stati europei, sei dei quali sono Stati membri dell’Unione europea. Tutti questi paesi vengono incoraggiati a cooperare in settori quali il trasporto fluviale, lo sviluppo e la protezione sociale, lo sviluppo economico sostenibile, le infrastrutture energetiche e dei trasporti, la protezione ambientale, il turismo, la cultura e l’istruzione. La strategia individua inoltre risposte comuni a sfide quali il miglioramento della qualità della vita, la promozione della competitività e dell’interesse delle località sul Danubio e la possibilità di attrarre investimenti in aree strategiche. A mio avviso, per garantire sicurezza e occupazione in questa zona occorre instaurare un migliore coordinamento tra le autorità locali e regionali e le organizzazioni operanti nella regione del Danubio. Sono anche favorevole a incoraggiare lo sviluppo economico e sociale della regione del Danubio in quanto area prioritaria della Comunità e a promuovere un’integrazione regionale più intensa nella zona, che a sua volta fornirebbe l’impulso dinamico per la creazione di uno spazio economico europeo più vasto. Sono favorevole all’attuazione di questa strategia, in quanto la regione del Danubio offre un notevole potenziale socioeconomico all’interno dell’Europa.

 
  
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  Elena Băsescu (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore dell’adozione della strategia per la regione del Danubio; essa costituisce il risultato degli intensi sforzi compiuti fin dall’inizio dalla Romania e dall’Austria. Promuovendo e sostenendo questo progetto – che va ora prendendo forma sotto la guida della Presidenza ungherese, con la quale desidero congratularmi – la strategia verrà a costituire una priorità politica, economica e finanziaria. La Romania coordinerà quattro aree prioritarie: trasporto fluviale, turismo, cultura e gestione dei rischi derivanti da fenomeni estremi. Contemporaneamente, la strategia consentirà di sviluppare concretamente il nuovo concetto di coesione territoriale, contenuto nel trattato di Lisbona. Le risorse finanziarie non utilizzate derivanti dagli strumenti compresi nell’attuale quadro finanziario dell’Unione europea si possono impiegare, nell’ambito della strategia per la regione del Danubio, a favore di progetti macroregionali. Desidero sottolineare l’importanza della cooperazione con altri partner, tra cui le ONG e il settore privato. Concludo ricordando che la Romania, in qualità di coordinatore, vigilerà sul rispetto degli obblighi assunti dagli Stati rivieraschi del Danubio, conformemente al piano d’azione.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Apprezzo la strategia per la regione del Danubio adottata dalla Commissione europea, e sostengo l’annesso piano d’azione che si articola in quattro pilastri (creare collegamenti con la regione del Danubio, proteggere l’ambiente, sviluppare la prosperità e rafforzare la regione danubiana) e risponde alla necessità di migliorare la mobilità, la sicurezza energetica, lo sviluppo sociale ed economico, gli scambi culturali, la sicurezza e la protezione civile nella regione del Danubio. Mi rallegro inoltre per il fatto che la strategia sia il risultato di un’ampia consultazione delle parti interessate, tra cui le autorità nazionali, regionali e locali ma anche i rappresentanti del mondo accademico nonché le organizzazioni non governative; ciò costituisce un fattore importante ai fini della sua riuscita. È necessario istituire nella regione un forum della società civile che raggruppi attori del settore pubblico e privato consentendo loro di partecipare allo sviluppo delle strategie macroregionali; ed è altrettanto necessario valorizzare il contesto culturale del Danubio mediante la promozione del dialogo culturale, il sostegno ai programmi di scambio universitari e ai progetti destinati ai giovani che si basano sulla cooperazione transnazionale, sulla promozione del turismo sostenibile e sulla tutela del patrimonio storico e architettonico. La cooperazione in materia di progetti culturali è essenziale al fine di promuovere il dialogo interculturale e la comprensione tra i paesi della regione danubiana.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) È importante che la strategia dell’Unione europea per la regione del Danubio venga adottata in occasione del Consiglio europeo di giugno, in modo che l’attuazione della strategia stessa possa iniziare al più presto. È però altrettanto importante impiegare per lo sviluppo di questa regione i fondi europei esistenti – per un ammontare di 100 miliardi di euro – tramite il Fondo europeo per lo sviluppo regionale, il Fondo di coesione e il Fondo sociale europeo. Tali fondi garantiranno un sostegno diretto all’attuazione della strategia; in assenza di progetti precisi che utilizzino i fondi stessi, la strategia perderà ogni valore. La strategia per la regione del Danubio si prefigge l’obiettivo di creare occupazione e stimolare la crescita economica nei territori colpiti dalla crisi. Valorizzando le caratteristiche specifiche delle singole regioni, sarà possibile utilizzare i Fondi strutturali in maniera assai più efficiente e creare un valore aggiunto a livello regionale; inoltre, le risorse finanziarie non utilizzate potrebbero costituire anch’esse una fonte di finanziamento per progetti macroregionali. L’adozione della strategia per la regione del Danubio costituisce l’esito naturale del Vertice su questa regione che si è tenuto a Bucarest alla fine dell’anno scorso, e che ha offerto una significativa dimostrazione dell’importanza economica che l’Unione europea annette a questo fiume.

 
  
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  Jan Březina (PPE), per iscritto. (CS) Il Danubio collega dieci paesi europei e – grazie agli oltre 200 milioni di abitanti che popolano la regione circostante – è dotato di un notevolissimo potenziale socioeconomico. La regione del Danubio rappresenta quindi uno snodo cruciale per i programmi della politica di coesione dell’Unione europea. La strategia per questa regione si impernia su tre aree prioritarie: connettività e comunicazioni (compresi trasporti, energia e società dell’informazione); tutela dell’ambiente e prevenzione delle catastrofi naturali; necessità di stimolare il potenziale di sviluppo socioeconomico. A mio parere, l’attuazione della strategia per la regione del Danubio richiede un approccio dal basso che agevoli la circolazione dei beni e l’aggiornamento delle infrastrutture, migliorando quindi le condizioni economiche generali dell’intera regione. La strategia non deve però fornire il pretesto per istituire nuovi organismi; il suo obiettivo principale deve rimanere quello di rafforzare il coordinamento tra i singoli attori della regione. Di conseguenza, alla strategia non si devono destinare fondi specifici.

È dunque necessario insistere sull’applicazione del principio dei “tre no”, già approvato dal Consiglio: in altre parole, sulla neutralità legislativa, amministrativa e di bilancio. Da questo punto di vista, la strategia macroregionale deve costituire innanzi tutto uno strumento per promuovere l’efficacia della cooperazione e sfruttare meglio le risorse esistenti. È necessario altresì replicare alle critiche rivolte al proposito della Commissione di incoraggiare la navigazione sul Danubio migliorandone la navigabilità. I critici affermano che le modifiche artificiali apportate al letto del fiume danneggerebbero la vegetazione delle rive, provocando pure un complessivo deterioramento ambientale della zona circostante.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Sono favorevole a un approccio integrato, che comprenda l’elaborazione di strategie macroregionali applicabili all’intera Unione europea, allo scopo di rendere più efficace la politica regionale. La strategia per il Mar Baltico offre già un modello per coordinare le politiche dell’Unione europea ed erogare finanziamenti nell’ambito di unità territoriali geopolitiche – macroregioni – definite sulla base di criteri specifici. Accolgo con particolare favore l’adozione della strategia per la regione del Danubio e sostengo l’annesso piano d’azione, il quale soddisfa i requisiti di migliorare la mobilità, la sicurezza energetica, la tutela dell’ambiente, lo sviluppo sociale ed economico, gli scambi culturali, la sicurezza e la protezione civile nella regione del Danubio. Sull’esempio di questa strategia regionale chiedo di istituire uno spazio atlantico euroafricano, che consentirebbe di intensificare le relazioni tra le coste sudoccidentali d’Europa, le regioni ultraperiferiche e i paesi vicini del gruppo di Stati ACP (Africa, Caraibi e Pacifico). Una tale misura consentirebbe pure di migliorare la cooperazione in materia, per esempio, di trasporti, sicurezza energetica, scambi scientifici, sviluppo del turismo, sicurezza e lotta all’immigrazione illegale.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. – (RO) A mio avviso la strategia dell’Unione europea per la regione del Danubio, che rappresenta uno strumento per coordinare le politiche dell’Unione, dovrà raccogliere le sfide che incombono su questa regione. Vogliamo una strategia adeguata, che si fondi su nuove tecnologie, innovazione e investimenti e che, una volta attuata, migliori la qualità della vita di tutti i cittadini europei nella regione del Danubio.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione sull’attuazione della strategia dell’Unione europea per la regione del Danubio, poiché essa risponde alla necessità di migliorare la mobilità, la sicurezza energetica, la protezione dell’ambiente, lo sviluppo sociale ed economico, gli scambi culturali, la sicurezza e la protezione civile in quella regione.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) La regione del Danubio ha caratteristiche proprie e un’importanza storica particolare che, come nel caso del Baltico, giustificano l’adozione di una strategia specifica da parte dell’Unione europea. Il cuore di questa macroregione è il suo fiume principale, che per l’Europa rappresenta una via navigabile di estrema importanza. Mobilità, sicurezza energetica, protezione dell’ambiente, sviluppo sociale ed economico, scambi culturali, sicurezza e protezione civile nell’area circostante si possono migliorare grazie alla prevista intensificazione dell’interdipendenza. Tenendo conto dei paesi che formano la regione del Danubio, una strategia siffatta può contribuire a sanare le ferite esistenti e a scongiurare il riaccendersi di antiche controversie, rafforzando in tal modo la coesione europea e aprendo la strada a futuri allargamenti dell’Unione. Mi auguro che gli investimenti destinati a queste regioni non compromettano né riducano il sostegno per le regioni ultraperiferiche, per loro natura meritevoli di incentivi e assistenza speciali. Tale misura gioverà pure alla coesione europea.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) In seguito all’invito, rivolto dal Consiglio europeo alla Commissione, di redigere un documento che definisse una strategia dell’Unione europea per la regione del Danubio, l’8 dicembre dell’anno scorso la Commissione ha presentato un progetto di “Strategia dell’Unione europea per la regione danubiana”, comprendente un piano d’azione. Data l’importanza geostrategica che questa regione riveste in svariati settori – turismo, trasporti, ambiente, energia, vicinato, coesione territoriale e così via – il Parlamento è divenuto un partner essenziale per la definizione della strategia, e deve continuare a svolgere questo ruolo per tutto il periodo dell’attuazione. Mi rallegro quindi per l’adozione di questa proposta di risoluzione, nella consapevolezza che essa recherà sviluppo sostenibile a una regione attraversata dal più grande fiume europeo, abitata da quasi 160 milioni di persone, che per le sue risorse ambientali e storiche merita di essere inserita dall’UNESCO tra i patrimoni mondiali dell’umanità.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. Egregio Presidente, cari colleghi, l'articolo 3 del TUE riconosce, come uno degli obiettivi dell'UE, la coesione territoriale. La proposta di risoluzione comune, votata oggi in Parlamento, chiede che tale principio sia applicato anche nei riguardi della Regione del Danubio. Gli Stati membri dell'UE che rientrano in tale Regione sono 14, tra questi figurano la Germania, ma anche la Romania e la Bulgaria ed è soprattutto per tali Stati che richiediamo l'effettiva applicazione del principio sancito dall'art. 3. Già nel 2008 il Parlamento aveva richiesto a gran voce che il Consiglio e la Presidenza del Consiglio decidessero di porre un piano strategico atto a prevedere e mettere in pratica degli aiuti verso tale Regione, di modo tale da offrirle quell'input di cui tanto ha bisogno per poter godere di una economia forte ed indipendente da altri sovvenzionatori. A tre anni di distanza ci ritroviamo a chiedere che venga attuata una politica che si interessi di sostenere una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva; chiediamo la promozione delle aree più svantaggiate il cui sviluppo apporterebbe un miglioramento delle consizioni ambientali e sociali. Il mio voto in favore della proposta di risoluzione altro non é che un piccolo gesto verso una regione che ha bisogno dell'aiuto europeo e per il quale non possiamo tirarci indietro.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Esprimo il mio apprezzamento per questa risoluzione, la quale: sottolinea che, da un punto di vista ecologico, le zone centrali e sudorientali d’Europa sono tra le regioni più ricche ma nel contempo più vulnerabili del continente, caratterizzate da un ecosistema di elevata complessità ecologica e grande valore che richiede quindi un livello di protezione particolare; plaude all’obiettivo della strategia europea per la regione del Danubio di creare una regione vivibile, sostenibile e, nel contempo, sviluppata e prospera mediante la gestione dei rischi ambientali, quali inondazioni e inquinamento industriale, il mantenimento della qualità e del volume delle riserve idriche, garantendone l’uso sostenibile, la tutela della biodiversità, dei paesaggi e della qualità dell’aria e del suolo; sottolinea l’importanza della protezione dell’ambiente nel bacino del Danubio, che dovrebbe influire sullo sviluppo agricolo e rurale responsabile della regione; invita a migliorare lo stato ecologico del Danubio e ad adottare misure intese a ridurre l’inquinamento e a prevenire ulteriori fuoriuscite di petrolio e di altre sostanze tossiche e nocive; sottolinea che il buono stato ecologico del Danubio è il presupposto per tutte le attività umane lungo il corso del fiume e raccomanda di prestare particolare attenzione agli obiettivi ambientali.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Con una popolazione di 100 milioni di abitanti suddivisi in 14 paesi, otto dei quali sono Stati membri dell’Unione europea, la regione del Danubio comprende alcune delle zone più ricche e alcune delle più povere d’Europa e si può definire una macroregione con capacità economiche eterogenee.

L’efficacia delle politiche regionali dipende dal sostegno allo sviluppo, oltre che dall’attuazione di strategie che risolvano una serie di problemi locali e stimolino la crescita economica di paesi la cui popolazione è legata al fiume, in modo da promuovere lo sviluppo sostenibile. In tali circostanze, e dal momento che la presente strategia – basata sui tre obiettivi interconnessi dello sviluppo socioeconomico, del miglioramento dei trasporti e infine del sostegno alle fonti di energia alternativa e della protezione dell’ambiente – con l’annesso piano d’azione contribuirà a promuovere la regione e a ridurre al minimo le differenze regionali esistenti, grazie a un miglior coordinamento dell’operato degli otto Stati membri della regione, accolgo con favore la sua adozione.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) La strategia per la regione del Danubio intende migliorare le modalità di utilizzo di questo fiume come via di trasporto, e ciò probabilmente comporterà l’approfondimento dei canali navigabili. La strategia riguarda pure il campo energetico, e in qualche caso potrebbe prevedere l’espansione delle centrali idroelettriche. Ancora, la strategia è pensata per fungere da importante fattore di stimolo dell’economia. Dobbiamo quindi augurarci che il nuovo progetto faro dell’Unione europea – ossia la strategia per la regione del Danubio – si veda attribuire alcuni contenuti apprezzabili e tangibili. La vita reale che riusciremo a infondere a questo progetto dipenderà naturalmente, tra l’altro, dalla soluzione che daremo al problema della tensione tra l’obiettivo della protezione ambientale e quello di compattare la regione del Danubio, e dalla possibilità che il Danubio costituisca un denominatore comune sufficiente per l’attuazione di questo progetto colossale. Ho votato a favore del progetto.

 
  
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  Mariya Nedelcheva (PPE), per iscritto. – (BG) Sono stata lietissima di sottoscrivere e votare la proposta di risoluzione del Parlamento europeo sull’attuazione della strategia dell’Unione europea per la regione del Danubio.

La strategia per la regione del Danubio offre l’occasione di liberare il potenziale di sviluppo e cooperazione di molte regioni europee in svariati settori. Vorrei soffermarmi su due aspetti della strategia per la regione del Danubio che mi stanno particolarmente a cuore: lo sviluppo del turismo e il mantenimento della sicurezza nella regione. Per quanto riguarda il ruolo della strategia nello sviluppo del turismo, essa può contribuire a cancellare le disuguaglianze socioeconomiche che si riscontrano in Europa, a creare occupazione e a incoraggiare il dialogo culturale nonché la conoscenza del ricco patrimonio europeo della regione in campo culturale, etnico e naturale.

La strategia per la regione del Danubio può contribuire a mantenere la sicurezza della regione circostante il Danubio, e svolgere un ruolo importante nel controllo della migrazione dentro e fuori l’Unione, oltre che nella lotta alla criminalità.

Per ottenere risultati concreti è importantissimo svolgere operazioni congiunte in settori delicati come quelli della sicurezza e della migrazione. Per tale motivo sono favorevole al rafforzamento della cooperazione regionale su questi temi e al miglioramento delle capacità istituzionali in materia.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. – (DE) La strategia dell’Unione europea per la regione del Danubio, che conta 115 milioni di abitanti, offre l’opportunità di accelerare la cooperazione transfrontaliera nonché lo sviluppo sostenibile della regione in campo economico e culturale. In giugno il Consiglio avrebbe dovuto stabilire il calendario e le tappe concrete dell’attuazione. La strategia si impernia sul miglioramento della mobilità, dell’approvvigionamento energetico, della sicurezza, della protezione dell’ambiente e della gestione delle catastrofi. Mi auguro che essa generi un nuovo dinamismo regionale, con il coinvolgimento di tutti i gruppi e le parti interessate, così da assicurare l’utilizzo ottimale dei progetti che vengono sostenuti. Saremmo lieti altresì di veder nascere un’iniziativa a livello macroregionale per il miglioramento della sicurezza in fatto di politica nucleare nella regione del Danubio. In particolare, in questa regione vi sono ancora centrali nucleari che rappresentano un rischio per l’ambiente e la popolazione, eppure la procedura delle valutazioni d’impatto ambientale non prevede consultazioni adeguate – anzi, non prevede consultazioni di sorta – con regioni e Stati confinanti. Su questo punto è quindi necessario intervenire. Rilevo con grande soddisfazione che nel quadro della strategia per la regione del Danubio si potranno utilizzare solo fondi già resi disponibili nell’ambito dei Fondi strutturali (circa un miliardo di euro per il periodo 2007-2013); in altre parole, non vengono stanziati fondi ulteriori e non c’è bisogno né di nuove istituzioni, né di nuovi provvedimenti legislativi. Di conseguenza, ho votato a favore di questa proposta di risoluzione.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto.(PL) In sede di voto, quest’oggi, ho sostenuto l’adozione della proposta di risoluzione comune sulla strategia dell’Unione europea per la regione del Danubio. L’idea di un approccio integrato, comprendente l’elaborazione a livello di Unione europea di strategie dedicate alle macroregioni, costituisce il miglior esempio di cooperazione territoriale e un metodo valido per rendere più efficace la politica regionale; va quindi sostenuta e sviluppata. La strategia per la regione del Mar Baltico, adottata a metà dell’anno scorso, è un modello di coordinamento della politica dell’Unione europea e di finanziamento delle macroregioni – unità geopolitiche territoriali definite sulla base di criteri particolari.

La grande regione del Danubio, che comprende 14 paesi europei e conta 115 milioni di abitanti sia all’interno che all’esterno dell’Unione, esigeva l’elaborazione di un piano unico che intrecciasse aspetti economici, ambientali, sociali e culturali (si tratta anche dei quattro pilastri della strategia).

Nell’ambito della necessità di effettuare un’analisi intermedia dell’attuazione della strategia dell’Unione europea per la regione del Danubio, analogamente a quanto suggerisce la relazione della strategia per la regione del Mar Baltico, la risoluzione invita la Commissione a predisporre strumenti concreti e criteri di valutazione dei progetti che siano basati su indicatori comparabili. Il Parlamento ha pure esortato la Commissione ad analizzare i primi risultati e le prime esperienze emersi in relazione all’attuazione della strategia dell’Unione europea per la regione del Danubio, e poi – utilizzando l’esempio delle due strategie (quella per il Baltico e quella per il Danubio) – a individuare possibili fonti e metodologie di finanziamento delle strategie macroregionali.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Cari colleghi, alla luce delle innumerevoli considerazioni riguardanti l'attuazione di tale strategia, personalmente ho deciso di votare a favore, soprattutto in considerazione del fatto che la regione danubiana, comprendente 14 Paesi europei e circa 115 milioni di abitanti, è una zona in cui è possibile sviluppare sinergie rafforzate fra varie politiche dell'UE, in materia di coesione, trasporti, economia, energia, ambiente, allargamento e politica di vicinato. Tale strategia, pertanto, dovrebbe, secondo il mio punto di vista, combinare fra loro elementi economici, ambientali, sociali e culturali, in quanto una macroregione come quella danubiana accrescerebbe significativamente il benessere economico dell'intera Comunità Europea, favorendo l'occupazione e promuovendo uno sviluppo integrato. Credo quindi che il carattere unificante ed integrativo di tale strategia esprima la convinzione di tutti gli Stati Membri dell'Unione di apportare un importante contributo al superamento delle vecchie divisioni dell'Europa, al successo globale e ad una maggiore efficienza dell'Europa.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Nel 2009, il Consiglio europeo ha invitato la Commissione a elaborare una strategia europea per la regione del Danubio, considerando che la regione danubiana, che comprende 14 paesi europei e 115 milioni di abitanti – Germania, Austria, Slovacchia, Repubblica ceca, Slovenia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Moldova e Ucraina – fra i quali figurano Stati membri dell’Unione europea ma anche paesi terzi, è un’area in cui è possibile sviluppare sinergie rafforzate fra varie politiche dell’Unione europea. Non posso che rallegrarmi per l’adozione della strategia per la regione del Danubio da parte della Commissione europea, e sostenere l’annesso piano d’azione che si basa su quattro pilastri: creare collegamenti con la regione del Danubio, proteggere l’ambiente, sviluppare la prosperità e rafforzare la regione danubiana. La strategia risponde alla necessità di migliorare la mobilità, la sicurezza energetica, la protezione dell’ambiente, lo sviluppo sociale ed economico, gli scambi culturali, la sicurezza e la protezione civile nella regione del Danubio. Mi auguro che il Consiglio europeo adotti la strategia europea per la regione del Danubio e che si proceda al più presto alla sua attuazione.

 
  
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  Rovana Plumb (S&D), per iscritto. – (RO) La funzione del Danubio è quella di fungere da spina dorsale di una struttura macroregionale di cui fanno parte Länder, regioni e Stati membri, insieme a paesi che non appartengono ancora, o non appartengono affatto, all’Unione europea, ma che tutti insieme cercano una prosperità comune. Il Danubio non è più blu come nel valzer di Strauss: in effetti, l’ammontare dei progetti di protezione dell’ambiente tocca, secondo le stime, i nove miliardi di euro. Tutti gli investimenti che si effettueranno nel bacino del Danubio dovranno riguardare sviluppi scientifici e tecnologici d’avanguardia, e la protezione dell’ambiente andrà inserita già nella fase di progettazione del sistema (“sistemi intelligenti di conoscenza verde”).

Tali investimenti creano nuove opportunità di crescita economica sostenibile e migliorano la qualità della vita, sviluppando beni naturali e ambientali e promuovendo la politica ambientale dell’Unione europea, per esempio con l’istituzione di un sistema di controllo e gestione dei fattori ambientali, l’eliminazione degli effetti ambientali avversi nel caso di catastrofi naturali, proteggendo la biodiversità, preservando ed estendendo le zone boschive, i parchi e le fasce verdi nelle aree urbane. Il sostegno delle autorità locali e dei cittadini è preziosissimo, poiché mette in risalto l’efficace funzionamento del dialogo interno a ogni livello: in tal modo la strategia per la regione del Danubio diviene una strategia per i cittadini europei.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Con questa risoluzione, il Parlamento europeo: 1. si compiace dell’approvazione da parte della Commissione della strategia per la regione del Danubio e sostiene l’annesso piano d’azione che si articola in quattro pilastri (creare collegamenti con la regione del Danubio, proteggere l’ambiente, sviluppare la prosperità e rafforzare la regione danubiana) e risponde alla necessità di migliorare la mobilità, la sicurezza energetica, la protezione dell’ambiente, lo sviluppo sociale ed economico, gli scambi culturali, la sicurezza e la protezione civile nella regione del Danubio; 2. ricorda che il Parlamento europeo chiede questa strategia dal 2008 e invita la Presidenza ungherese del Consiglio dell’Unione europea e il Consiglio europeo ad approvare la Strategia dell’Unione europea per la regione del Danubio prima che si tenga il Consiglio europeo di giugno e ad avviarne l’attuazione al più presto.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione perché la regione danubiana, che comprende 14 Paesi europei e 115 milioni di abitanti, deve essere gestita attraverso un piano collettivo condiviso, che ne permetta una valorizzazione economica e culturale in grado di preservarne le inestimabili bellezze artistiche ed ambientali. Gli Stati Membri dovranno ora utilizzare i Fondi strutturali disponibili per il 2007-2013 per garantire massimo sostegno a questa strategia. In particolare l'impegno dovrà essere quello di creare nuovi posti di lavoro, soprattutto nei territori maggiormente colpiti dalla crisi. Se la strategia del Danubio verrà sostenuta da un forte impegno politico, allora potrà contribuire al superamento delle vecchie divisioni dell'Europa, realizzazzando un ulteriore passo verso la reale integrazione dei popoli. Portare al successo il piano avrà ricadute positive in un contesto geografico molto più ampio, valorizzando la sua posizione strategica che la rende l'accesso dell'Europa verso i Balcani occidentali.

 
  
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  Csanád Szegedi (NI), per iscritto. (RO) La strategia per la regione del Danubio è un progetto dell’Unione europea cui sono invitati a partecipare anche i paesi terzi che si affacciano su quel fiume, e che si prefigge l’obiettivo di sviluppare l’immenso potenziale economico della regione del Danubio. Il Danubio collega dieci Stati europei, sei dei quali sono Stati membri dell’Unione europea. Tutti questi paesi vengono incoraggiati a cooperare in settori quali il trasporto fluviale, lo sviluppo e la protezione sociale, lo sviluppo economico sostenibile, le infrastrutture energetiche e dei trasporti, la protezione ambientale, il turismo, la cultura e l’istruzione. La strategia individua inoltre risposte comuni a sfide quali il miglioramento della qualità della vita, la promozione della competitività e dell’interesse delle località poste sul Danubio e la possibilità di attrarre investimenti in aree strategiche. A mio avviso, per garantire sicurezza e occupazione in questa zona occorre instaurare un migliore coordinamento tra le autorità locali e regionali e le organizzazioni operanti nella regione del Danubio. Sono anche favorevole a incoraggiare lo sviluppo economico e sociale della regione del Danubio in quanto area prioritaria dell’Unione e a promuovere un’integrazione regionale più intensa nella zona, che a sua volta fornirebbe l’impulso dinamico per la creazione di uno spazio economico europeo più vasto. Sono favorevole all’attuazione di questa strategia, in quanto la regione del Danubio offre un notevole potenziale socioeconomico all’interno dell’Europa.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) La regione del Danubio comprende 14 Stati membri dell’Unione europea e un totale di 115 milioni di abitanti. È una regione assai eterogenea, dove la mobilità è intensissima e il livello di interconnettività è estremamente alto. Ciò dimostra che si tratta di un’area in cui è possibile sviluppare sinergie rafforzate fra varie politiche, segnatamente in materia di coesione, trasporti, economia, energia, ambiente, e persino di allargamento e politica di vicinato.

È una regione ricca, dalle grandi capacità economiche, che però ha bisogno di sforzi coordinati per svilupparsi in maniera compatta, integrata e sostenibile. Una strategia integrata e coordinata, tesa a instaurare la cooperazione tra gli Stati membri e le loro regioni, sembra un metodo adatto per cogliere l’obiettivo della coesione territoriale. A tale scopo, stimo essenziale coinvolgere tutti gli attori istituzionali e civili, in particolare grazie alla partecipazione degli organismi locali e regionali.

L’attuazione della strategia deve implicare anche un uso più efficiente dei Fondi strutturali e, soprattutto, la possibilità di destinare ai progetti macroregionali le risorse finanziarie non utilizzate.

Voterò a favore di questa proposta di risoluzione sulla regione del Danubio, e mi auguro che strategie analoghe vengano sviluppate per altre macroregioni europee.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0111/2011

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Intendo votare a favore della presente proposta di risoluzione poiché essa affronta i problemi relativi alla stabilità della legislazione che regola l’attività delle imprese, i casi di Mikhail Khodorkovsky e Platon Lebedev, i metodi con cui le autorità russe combattono il terrorismo, in particolare nel Caucaso settentrionale, e infine la situazione in materia di diritti umani. Questa risoluzione è importante soprattutto perché pone in grande risalto il partenariato per la modernizzazione. Voterò quindi a favore, poiché sono convinto che la modernizzazione della società russa passi anche per l’attuazione dello Stato di diritto.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato per questa proposta di risoluzione poiché sono persuasa che il pieno rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto da parte della Federazione russa migliorerà l’immagine e la credibilità di quel paese nel mondo, in particolare per quanto riguarda le sue relazioni con l’Unione europea. È importante che la Federazione russa rispetti gli impegni presi a livello internazionale, anche nel contesto del Consiglio d’Europa, ove si è impegnata a rispettare fino in fondo le norme europee in materia di democrazia, diritti umani, diritti fondamentali e Stato di diritto.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Pur condividendo le preoccupazioni espresse dai colleghi, non posso esimermi dal notare gli immensi progressi compiuti dalla Russia verso la democrazia e lo Stato di diritto. Qualsiasi osservatore imparziale deve ammettere che il rispetto per i diritti umani e le libertà individuali, nell’odierno Stato russo, è notevolmente migliorato rispetto al precedente regime sovietico; un regime che non cessa di farci inorridire, a mano a mano che ne conosciamo meglio le caratteristiche. Nel momento in cui discutiamo di Stato di diritto in Russia, non posso esimermi dal deprecare e condannare duramente coloro che lo mettono a repentaglio, con attentati che feriscono e uccidono persone innocenti, perseguendo fanatici programmi terroristici. Esprimo quindi il mio più sincero cordoglio alle vittime. Mi auguro che la Russia continui ad allontanarsi dal suo sinistro passato sovietico, si avvicini sempre più all’Unione europea nel rispetto dei diritti, delle libertà e delle garanzie per i cittadini, e assuma quel ruolo di potenza europea che fu il sogno di Pietro il grande.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Per l’Unione europea la Russia è un partner importante che deve contribuire a instaurare una cooperazione sostenibile fondata sulla democrazia e lo Stato di diritto. È dunque importante che non sussista il minimo dubbio sulla disponibilità delle autorità russe a difendere lo Stato di diritto. Di conseguenza, gli organi giudiziari e le istituzioni responsabili per l’applicazione della legge in quel paese devono svolgere la propria funzione in modo efficace, imparziale e indipendente.

Condanno l’attentato all’aeroporto Domodedovo ed esprimo il mio cordoglio ai familiari delle vittime. Sottolineo la necessità che le autorità russe rispondano a quest’attentato utilizzando strumenti legali e moderati, così da permettere al sistema giudiziario russo di operare in piena libertà e indipendenza per processare e condannare i responsabili dell’attentato.

 
  
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  Sandra Kalniete (PPE) , per iscritto. – (LV) Con la presente proposta di risoluzione, il Parlamento europeo intende richiamare l’attenzione sugli inquietanti sviluppi che si registrano in Russia, Stato che, in quanto membro del Consiglio d’Europa, si è impegnato a rispettare pienamente le norme europee in materia di democrazia, diritti umani e Stato di diritto; nella realtà, queste norme vengono ignorate e violate grossolanamente. Un chiaro esempio in questo senso è il processo contro Mikhail Khodorkovsky e Platon Lebedev, gli ex proprietari di Yukos; si tratta di una vicenda farsesca, da cui non si ricava certo l’impressione che in Russia la legge e la giustizia siano uguali per tutti. Da un lato non si risparmiano gli sforzi per condannare gli oppositori del Primo ministro russo Vladimir Putin, ma dall’altro non si muove un dito per assicurare alla giustizia gli assassini di Anna Politkovskaya e di altri giornalisti. In Russia ai dissenzienti viene negato il diritto di associazione e di manifestare liberamente, e chi sfida questo divieto rischia il carcere: è una situazione inaccettabile.

Noi vogliamo che la Russia diventi un paese democratico, economicamente sviluppato e stabile, tale da costituire un partner affidabile per i suoi vicini, cioè l’Unione europea e i paesi della NATO. Purtroppo i più importanti leader politici russi portano avanti una politica completamente diversa, che allontana progressivamente la Russia dalle altre democrazie. Se la Russia desidera entrare a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio, i suoi principali esponenti politici dovranno cambiare radicalmente atteggiamento in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti umani.

 
  
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  Arturs Krišjānis Kariņš (PPE), per iscritto. – (LV) Ho votato a favore della proposta di risoluzione del Parlamento europeo sullo Stato di diritto in Russia, che richiama l’attenzione sulle violazioni dei diritti umani e dei diritti fondamentali, nonché sulla minaccia che grava in quel paese sullo sviluppo della democrazia. Mi rallegro che il Parlamento, adottando questa risoluzione, abbia riconosciuto, in linea di principio, che in Russia non esistono né democrazia né Stato di diritto. Vorrei però sottolineare che la politica dell’Unione europea nei confronti della Russia avrà successo solo nella misura in cui gli Stati membri perseguiranno una politica estera comune. Gli avvenimenti più recenti – per esempio il fatto che la Francia abbia concluso un accordo per la vendita di navi da guerra della classe Mistral alla Russia – dimostrano al contrario che la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea è una mera finzione: gli interessi della Francia hanno prevalso sulla politica estera comune. L’accordo è stato concluso nonostante le obiezioni degli Stati baltici e i commenti dei generali russi sul potenziale di queste navi, la cui assenza si è fatta sentire nella guerra contro la Georgia. Transazioni di questo genere incrinano la fiducia tra i paesi europei e testimoniano il successo della politica del divide et impera attuata dalla Russia. L’Unione europea potrà promuovere lo Stato di diritto in Russia solo se gli Stati membri porranno gli interessi comuni di tutti i paesi europei al di sopra dei propri interessi individuali.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa risoluzione, la quale condanna il fatto che, in Russia, giornalisti indipendenti, attivisti della società civile, avvocati e difensori dei diritti umani sono spesso stati oggetto di minacce e violenze; inoltre la risoluzione lamenta la scarsa chiarezza della legislazione antiestremista e delle nuove disposizioni contenute nella legge sul Servizio di sicurezza federale (FSB), scarsa chiarezza che consente di utilizzare tali disposizioni per commettere soprusi nei confronti di ONG, minoranze religiose e organi di informazione.

 
  
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  Jiří Maštálka (GUE/NGL), per iscritto.(CS) Ho letto attentamente la proposta di risoluzione sullo Stato di diritto in Russia, e vorrei proporre tre brevi osservazioni. In primo luogo, a mio avviso, il Parlamento europeo ha fatto benissimo a sfruttare ogni opportunità per discutere i problemi dei diritti umani e della qualità dello Stato di diritto; dovremmo ricorrere più spesso a questo metodo, e con un maggior numero di paesi. La mia seconda osservazione riguarda la forma. I nostri commenti devono essere oggettivi; in altre parole non dobbiamo snocciolare prediche paternalistiche, ma piuttosto tendere la mano per offrire un aiuto concreto. Francamente, non capisco come i critici del processo agli oligarchi della Yukos possano essere così certi che quel processo sia stato inficiato da pressioni politiche. Attaccare il verdetto e ignorare le prove presentate in materia di evasione fiscale e altri reati è certamente una forma di pressione politica; perché mai i critici partono automaticamente dal presupposto che le prove siano state falsificate? Potrei fare numerosi esempi analoghi. Per quanto riguarda lo Stato di diritto, la Russia è afflitta essenzialmente da due problemi. Il primo sta nel fatto che il paese sta ora attraversando una trasformazione del diritto e della cultura giuridica; è un processo che richiede del tempo e che non andrà in porto solo grazie alla buona volontà del Cremlino. Il secondo problema riguarda invece l’instabilità della situazione dal punto di vista della sicurezza e la diffidenza verso le buone intenzioni di alcuni consulenti. In che modo l’Unione europea aiuterà la Russia nella lotta contro il terrorismo e per l’estradizione di sospetti terroristi che hanno trovato rifugio nei paesi dell’Unione europea? Quali iniziative prenderà l’Unione contro la violazione dei diritti politici dei cosiddetti “non cittadini” nei paesi dell’UE? Non basta offrire consigli; dobbiamo offrire anche aiuto.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Sono convinto che la Russia rimanga uno dei più importanti partner dell’Unione europea per il mantenimento della sicurezza e della stabilità nel mondo, e che la cooperazione tra Russia e Unione europea si debba quindi rafforzare. Dobbiamo intensificare l’impegno a lavorare insieme alla Russia per rispondere alle sfide comuni in settori cruciali: per esempio la lotta al terrorismo, la politica energetica e la governance economica mondiale. L’Unione europea e la Russia devono intensificare i negoziati su un nuovo partenariato e accordo di cooperazione di carattere complessivo e vincolante, che abbracci i temi della democrazia, dello Stato di diritto e del rispetto per i diritti umani e fondamentali. È necessario sviluppare iniziative comuni con il governo russo per promuovere la sicurezza e la stabilità nel mondo e in particolare – per quel che riguarda i vicini comuni – per giungere a una risoluzione pacifica dei conflitti nel Nagorno-Karabakh, in Transnistria e in Georgia, in linea con il diritto internazionale.

 
  
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  Louis Michel (ALDE), per iscritto.(FR) In Russia lo Stato di diritto è veramente minacciato. Parafrasando Marie Mendras, potremmo dire che stiamo assistendo alla vendetta della storia per le deformazioni che ha dovuto subire. Sin dalla fine dell’era Eltsin, si è dipanata dinanzi ai nostri occhi una politica che è consistita nell’indebolimento di tutte le istituzioni pubbliche. Nonostante l’apparenza di legalità, il rispetto della legge è stato soffocato da uno straripante groviglio di norme e regolamenti. I processi Khodorkovsky e Lebedev ci offrono un esempio caratteristico: la facciata della legge rimane in piedi, ma la legge stessa viene piegata a scopi diversi da quelli della sua funzione originaria. La crescita economica non lascerà spazio allo Stato di diritto; l’economia fine a se stessa genera abusi, sfruttamento e interessi di parte. La ricchezza deve identificarsi con la libertà, incoraggiare il progresso collettivo e consentire a ogni singola persona di realizzarsi individualmente. L’economia di mercato non può operare in maniera virtuosa in assenza di uno Stato equo, cioè di uno Stato che assolva pienamente i suoi compiti in uno spirito di equità e giustizia; uno Stato che garantisca imparzialmente ai cittadini l’accesso a tutti i diritti fondamentali, come per esempio l’accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria, alla giustizia, alla cultura, all’amministrazione e alle fondamentali esigenze della vita.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) La proposta di risoluzione comune sulla Russia riguarda alcuni punti importanti che costituiscono problemi esistenziali per qualsiasi democrazia: tribunali indipendenti, processi equi e rapidi e un perseguimento efficace degli atti criminosi. Sono favorevole al testo, allorché esso rileva la necessità di porre rimedio alle attuali carenze del sistema giuridico e giudiziario russo. La condanna degli attentati terroristici all’aeroporto Domodedovo è altrettanto importante, in quanto dimostra la solidarietà dell’Unione europea con questo importante Stato partner. Il tono adottato a proposito di alcuni procedimenti giudiziari attesi o in corso (per esempio il processo Khodorkovsky) è però inopportuno e poco diplomatico. Se parliamo di “processi dalle motivazioni politiche” o di “gravi questioni giudiziarie”, finiamo per adottare il linguaggio degli oppositori politici del Primo ministro russo. Tale impostazione diviene particolarmente evidente nel momento in cui si chiede una “revisione giudiziaria indipendente” dei verdetti.

In tal modo si insinua – senza la minima base di conoscenze o di indagini precedenti – che l’intera giustizia russa non è indipendente ed emette verdetti “sbagliati”. Siffatti “giudizi”, pronunciati dall’esterno senza alcuna conoscenza dei fatti concreti, sono del tutto irrilevanti e soprattutto rappresentano un’interferenza negli affari interni; per tale motivo mi sono astenuto dal voto.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Cari colleghi, viste le consultazioni UE-Russia sul tema dei diritti umani e considerando che l'UE continua ad impegnarsi per approfondire e sviluppare ulteriormente le relazioni tra l'Ue e la Russia, nel rispetto dei principi democratici e dei diritti fondamentali, è mia convinzione che la Russia resti un partner importante per l'Unione Europea, in linea con un maggiore sviluppo della cooperazione tra i Paesi. Ho votato a favore della proposta in quanto credo che intensificare i negoziati e i nuovi accordi di partenariato con la Russia rinnovi l'ampio accordo degli Stati Membri verso la democrazia e il buon funzionamento del sistema giudiziario. Sottolineo inoltre che il pieno rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto migliorerebbero l'immagine e la credibilità della Russia sulla scena mondiale, con particolare riferimento alle sue relazioni con l'Unione Europea, in virtù di un partenariato strategico.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Il rispetto per le norme europee in materia di democrazia, diritti umani e fondamentali e Stato di diritto è fondamentale per tutti i popoli europei. Il rispetto per le decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo deve costituire un elemento essenziale di una politica di buon vicinato, che miri a ridurre le distanze tra i popoli. Condivido l’invito, rivolto dalla proposta di risoluzione allo Stato russo, ad applicare misure che pongano rimedio alle violazioni commesse in singoli casi – garantendo per esempio lo svolgimento di indagini efficaci e assicurando i responsabili alla giustizia – e inoltre ad adottare misure di carattere generale per dare attuazione a qualsiasi sentenza che comporti cambiamenti politici e giuridici, per scongiurare il ripetersi di violazioni dei diritti umani. Auspico che il Consiglio e la Commissione offrano alla Russia assistenza concreta e competenze specialistiche per aumentare l’indipendenza del sistema giudiziario e degli organismi preposti all’applicazione della legge, così da migliorare la capacità del sistema giudiziario del paese di resistere a pressioni politiche ed economiche. In particolare, auspico l’istituzione di un programma di assistenza giudiziaria che contribuisca all’istruzione e alla formazione di magistrati, pubblici ministeri e del personale giudiziario, specificamente in materia di diritti umani.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Con la presente risoluzione il Parlamento europeo: 1. riafferma la convinzione che la Russia rimanga un partner importante per l’Unione europea nel tentativo di avviare una cooperazione sostenibile sulla base della democrazia e dello Stato di diritto; 2. condanna fermamente l’attentato terroristico perpetrato all’aeroporto Domodedovo di Mosca ed esprime cordoglio alle famiglie delle vittime e solidarietà ai feriti; sottolinea la necessità che le autorità russe reagiscano all’attacco con metodi legali e proporzionati e consentano al sistema giudiziario del paese di operare in piena libertà e indipendenza per perseguire e condannare i responsabili dell’attentato; 3. esprime preoccupazione per le segnalazioni di interferenze politiche nei processi, procedure scorrette e indagini non svolte su gravi reati come omicidi, vessazioni e altro atti di violenza; esorta la magistratura russa e le autorità preposte all’applicazione della legge in quel paese a svolgere il proprio compito in maniera efficace, imparziale e indipendente per assicurare i responsabili alla giustizia.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione perché ritengo che essa sia in grado di rafforzare il vigente accordo di partenariato e di cooperazione con la Russia. L'80% degli investimenti stranieri in Russia provengono dall'Europa, per cui un rafforzamento di questo partenariato aiuterebbe l'Europa ad attuare una politica più competitiva in tutti settori di attività. A livello energetico, oltre il 45% del gas e il 29,9% del petrolio vengono importati dalla Russia, senza i quali, cucine e impianti di riscaldamento di mezza Europa smetterebbero di funzionare. Visti gli interessi condivisi a livello economico, energetico e di sicurezza, un nuovo accordo di partenariato con il Cremlino garantirebbe più stabilità all'economia europea dopo la recente crisi finanziaria. Inoltre, questa risoluzione incentiva la Russia, in quanto membro del Consiglio d'Europa, ad impegnarsi a rispettare pienamente gli standard europei in materia di democrazia, diritti umani e Stato di diritto. Adottare una politica condivisa e coerente per la promozione dei diritti umani risulterebbe in un passo in avanti nella riaffermazione dei diritti umani in tutto il mondo.

 
  
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  Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL), per iscritto.(FR) È singolare che, a proposito della Russia, il Parlamento europeo oscilli tra l’indulgenza e quello che definirei un atteggiamento “antirusso”, che in passato derivava dall’antisovietismo e oggi è il frutto di un anticomunismo testardo e istintivo. È ormai giunto il momento di rendersi conto che il muro di Berlino è caduto più di vent’anni fa, e che il regime attuale non ha nulla a che vedere con i suoi predecessori; ma si tratta di un regime che non ha nulla a che vedere neppure con lo Stato di diritto, e che viola e irride costantemente i più fondamentali diritti umani. A mio parere, non c’è motivo per riservare alla Russia un trattamento differente da qualsiasi altro paese del mondo.

Come minimo, è necessario denunciare gli attacchi alla libertà di espressione e la cattiva amministrazione del sistema giudiziario in quel paese.

Questa risoluzione è troppo indulgente nei confronti del governo russo, e in particolare del Presidente Medvedev; di conseguenza ho deciso di astenermi.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. (SK) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sullo Stato di diritto in Russia, anche se penso che non sarà questa l’ultima risoluzione del genere che il Parlamento europeo dovrà discutere e votare a proposito della Russia. Mi fa ben sperare, comunque, il fatto che il Parlamento abbia trovato la volontà politica di esprimere un apprezzamento critico nei confronti di un paese da cui l’Europa dipende largamente per l’approvvigionamento di materie prime. L’Europa e la Russia sono destinate alla collaborazione reciproca, e non solo nel campo della produzione industriale. Siamo due facce di una stessa civiltà; le nostre storie costituiscono due interpretazioni diverse della medesima costellazione di valori. Se questa civiltà vuol sopravvivere, le due concezioni dei valori universali devono convergere. Mi auguro che la nostra risoluzione critica venga intesa dai russi come uno sforzo per trovare un terreno comune e come un monito, per il fatto che alcuni atteggiamenti e misure specifiche adottati dall’autorità statale sono in stridente contrasto con questa base di valori.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0128/2011

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Voterò a favore di questa proposta di risoluzione, che si prefigge essenzialmente lo scopo di riconciliare gli investimenti della Banca mondiale nel settore energetico con gli obiettivi di sviluppo. Anch’io sono convinto che la strategia energetica dovrebbe affrontare e agevolare la transizione a uno sviluppo basato sull’energia sostenibile dal punto di vista ambientale, mentre la Banca mondiale dovrebbe perseguire un approccio allo sviluppo del settore privato che arrechi il massimo beneficio agli indigenti, combattendo allo stesso tempo il cambiamento climatico. Deploro che i prestiti accordati per progetti relativi ai combustibili fossili continuino a svolgere un ruolo predominante, benché l’obiettivo strategico sia quello di abolire gradualmente i finanziamenti per questo tipo di progetti. Osservo inoltre con preoccupazione che un notevole volume di finanziamenti multilaterali erogati tramite intermediari finanziari è scarsamente controllato; tali finanziamenti dovrebbero invece perseguire obiettivi di sviluppo precisi. Invito la Banca mondiale a ridefinire la sua strategia attuale, passando da modelli energetici su larga scala e orientati all’esportazione a progetti energetici decentrati su scala ridotta, che spesso sono più appropriati ed efficaci nel soddisfare le esigenze di base nelle zone rurali. Infine, anch’io convengo senza riserve sulla necessità che la Banca mondiale identifichi chiaramente e riveli pubblicamente i benefici specifici in termini di sviluppo prima che i finanziamenti siano impegnati.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione, in quanto la strategia energetica dovrebbe vertere specificamente sulla maniera in cui l’accesso ai servizi energetici può permettere alle persone di affrancarsi dalla povertà, agevolando nel contempo il passaggio a un percorso di sviluppo basato sull’energia sostenibile dal punto di vista ambientale. La Banca mondiale deve perseguire un approccio allo sviluppo del settore privato che arrechi il massimo beneficio agli indigenti, affrontando nel contempo il cambiamento climatico. I fattori ambientali e sociali, a livello sia nazionale sia di comunità locale, devono formare parte di esaustive analisi costi-benefici delle opzioni energetiche. Bisogna notare che i prestiti accordati per progetti relativi ai combustibili fossili continuano a svolgere un ruolo predominante nel portafoglio energetico complessivo della Banca mondiale, nonostante i recenti aumenti dei prestiti a favore delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica; inoltre, gli investimenti nei combustibili fossili sono effettuati anche attraverso intermediari finanziari, circostanza di cui i dati annuali della Banca relativi al settore energetico non tengono conto; suscita infine preoccupazione il fatto che la Banca continui a effettuare cospicui investimenti in centrali elettriche alimentate a carbone, imprigionando i paesi in via di sviluppo in un modello energetico basato sul carbone per decenni a venire.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho votato contro la relazione sulla strategia energetica della Banca mondiale per i paesi in via di sviluppo, essenzialmente per l’adozione di un emendamento assai negativo, presentato dal gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano), il quale altera un punto importante dell’iniziale proposta di risoluzione. Per la precisione, questa modifica elimina dalla proposta di risoluzione la preoccupazione per il fatto che la Banca mondiale consideri l’energia nucleare una “energia pulita”. In tal modo, la proposta di risoluzione accetta l’uso dell’energia nucleare come soluzione per ridurre le emissioni di carbonio. In conclusione, non solo si accetta l’energia nucleare, ma si propone addirittura di incoraggiarla come forma “pulita” di energia, atta a combattere il cambiamento climatico e ridurre le emissioni di carbonio. Promuovere l’energia nucleare significa però porsi in diretto contrasto con l’aspirazione a un mondo libero dall’energia nucleare, sia essa impiegata per scopi militari oppure “pacifici”.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sulla strategia energetica della Banca mondiale poiché sono convinta che la Banca debba sostenere la transizione a un percorso di sviluppo energetico sostenibile in termini ambientali nei paesi meno sviluppati, contribuendo contemporaneamente agli obiettivi dell’Unione europea in materia di cambiamento climatico e lotta contro la povertà.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Secondo i dati citati nella proposta di risoluzione, 1,5 miliardi di persone sono oggi privi di accesso all’elettricità – quattro quinti dei quali vivono nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale – e quasi 2,4 miliardi di persone utilizzano ancora biocombustibili tradizionali per cucinare e per riscaldarsi, usanza che costituisce un uso non sostenibile delle risorse naturali. Proprio per questa ragione è di cruciale importanza che la Banca mondiale adotti una nuova strategia per il finanziamento dei progetti energetici, impegnandosi a fornire energia efficiente, accessibile e pulita come strumento per ridurre la povertà e stimolare la crescita economica. In tale contesto, mentre la Banca mondiale sta mettendo definitivamente a punto la propria strategia energetica, dal momento che si è impegnata a destinare la metà dei suoi investimenti nel settore energetico a tecnologie “a basso tenore di carbonio”, il Parlamento invita a privilegiare i progetti a energia pulita e soprattutto a prendere un chiaro impegno nei confronti dell’energia rinnovabile, come strumento per promuovere lo sviluppo sostenibile nelle regioni più sfavorite.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La presente proposta di risoluzione del Parlamento europeo ha per oggetto la strategia energetica della Banca mondiale per i paesi in via di sviluppo. È una questione di cui è facile comprendere l’importanza, se solo si considera che attualmente oltre 1,5 miliardi di persone non hanno accesso all’elettricità, che è un diritto fondamentale di tutti i cittadini. Nel momento in cui la Banca mondiale sta mettendo a punto la nuova strategia energetica, un approccio dettagliato assume importanza ancora maggiore. In realtà, e nonostante di quest’argomento si sia discusso oltre vent’anni or sono, i risultati non sono affatto soddisfacenti.

Rimaniamo troppo dipendenti dai combustibili fossili anziché esplorare fonti alternative di energia; stiamo affrettando il cambiamento climatico e danneggiando persone che vivono in condizioni di povertà estrema. Ritengo perciò che la Banca mondiale debba rivedere la propria politica di sfruttamento dell’energia derivante dai combustibili fossili – rendendo più trasparenti gli aiuti concessi a questo settore – e incoraggiare l’energia verde in modo da ridurre non solo l’inquinamento atmosferico, ma soprattutto la dipendenza dei paesi in via di sviluppo da fonti energetiche esterne.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della risoluzione, che esprime apprezzamento per la strategia energetica della Banca mondiale e ricorda che essa dovrebbe vertere specificamente sulla maniera in cui l’accesso ai servizi energetici può permettere alle persone di affrancarsi dalla povertà, agevolando nel contempo il passaggio a un percorso di sviluppo basato sull’energia sostenibile dal punto di vista ambientale; esorta la Banca mondiale a perseguire un approccio allo sviluppo del settore privato che arrechi il massimo beneficio agli indigenti, affrontando al contempo il cambiamento climatico; rileva che i fattori ambientali e sociali, a livello sia nazionale sia di comunità locale, devono formare parte di esaustive analisi costi-benefici delle opzioni energetiche.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Nessuno dubita che l’accesso a servizi energetici moderni costituisca un requisito fondamentale per l’eliminazione della povertà e lo sviluppo economico, o che il diritto all’energia comporti che i servizi energetici siano affidabili, economicamente abbordabili, in particolare per i poveri, e uniformemente distribuiti in modo da colmare il divario tra le zone urbane e quelle rurali. In pieno ventunesimo secolo, circa 1,5 miliardi di persone non hanno accesso all’elettricità – quattro quinti di esse vivono nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale, principalmente nelle aree rurali – e quasi 2,4 miliardi di persone utilizzano ancora biocombustibili tradizionali per cucinare e per riscaldarsi, il che provoca gravi problemi di salute e il decesso di 1,9 milioni di persone l’anno a causa dell’inquinamento in ambienti chiusi, nonché danni ecologici risultanti dall’utilizzazione non sostenibile delle risorse naturali.

La Banca mondiale deve quindi dare priorità all’accesso all’energia su piccola scala e a livello locale, in particolare nei paesi meno sviluppati di Africa e Asia.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Circa 1,5 milioni di persone nel mondo – e principalmente nei paesi in via di sviluppo dell’Africa e dell’Asia orientale – non hanno ancora accesso all’elettricità. Nelle aree rurali, in particolare, si osserva che per questo motivo la popolazione ricorre spesso a biocombustibili tradizionali, per esempio nei forni a carbone di legna. Occorre ricordare che ciò comporta rischi non lievi per la salute. La Banca mondiale, che si è impegnata a promuovere l’energia sostenibile, va spronata a privilegiare progetti regionali di tal genere, piuttosto che progetti commerciali su larga scala. Ciò consentirebbe in primo luogo di promuovere una produzione di energia sostenibile dal punto di vista ambientale, e in secondo luogo di prendere in considerazione le esigenze regionali. Per raggiungere la sostenibilità, sia dal punto di vista ambientale che da quello economico, sarebbe opportuno dare la priorità a progetti energetici alternativi, di dimensioni ridotte e realizzati su scala locale, poiché tale approccio consentirebbe l’acquisto, spesso costoso, di energia. Mi astengo, in quanto a mio avviso dovremmo aspettare di conoscere la strategia della Banca mondiale che, si prevede, verrà annunciata verso la metà di quest’anno.

 
  
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  Rolandas Paksas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sulla strategia energetica della Banca mondiale per i paesi in via di sviluppo; il fabbisogno energetico di questi paesi è crescente, e di conseguenza è necessario tener presenti l’efficienza energetica e le fonti di energia rinnovabili. I servizi energetici devono essere affidabili, economicamente abbordabili e uniformemente distribuiti nella società, in modo da combattere efficacemente la povertà e colmare il divario tra le zone urbane e quelle rurali. Date le esigenze dei paesi in via di sviluppo, la Banca mondiale deve diversificare il portafoglio energetico e incrementare i prestiti a iniziative nel campo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica. Approvo la proposta per cui i finanziamenti stanziati devono in primo luogo promuovere una combinazione di efficienza energetica ed energie rinnovabili; occorre dare la priorità a progetti energetici decentrati su scala ridotta, e garantire l’accesso all’energia alle popolazioni dei paesi in via di sviluppo. Si richiama poi l’attenzione sul fatto che la Banca mondiale deve annettere maggiore importanza alla minaccia recata dai biocombustibili all’approvvigionamento alimentare. È necessario, infine, controllare e monitorare in maniera più rigorosa le attività degli intermediari finanziari.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Condivido le preoccupazioni e approvo i suggerimenti formulati dal Parlamento europeo nella presente proposta di risoluzione sulla strategia energetica della Banca mondiale, a favore della quale ho votato. Dato che l’accesso a servizi energetici moderni costituisce un requisito fondamentale per l’eliminazione della povertà e lo sviluppo economico, e che il diritto all’energia comporta che i servizi energetici siano affidabili, economicamente abbordabili e uniformemente distribuiti in modo da colmare il divario tra le zone urbane e quelle rurali, mi sembra essenziale promuovere una politica di investimenti basata sull’uso sostenibile delle risorse naturali. Approvo quindi le raccomandazioni rivolte in questo settore dal Parlamento europeo alla Banca mondiale.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Alla fine abbiamo votato a favore della proposta di risoluzione poiché sono stati adottati gli emendamenti 2, 3 e 4, miranti a eliminare l’espressione “a basso tenore di carbonio”.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione perché l’accesso a servizi energetici moderni costituisce un requisito fondamentale per l’eliminazione della povertà e lo sviluppo economico, e il diritto all'energia comporta che i servizi energetici siano affidabili, economicamente abbordabili, in particolare per i poveri, e uniformemente distribuiti in modo da colmare il divario tra le zone urbane e quelle rurali. La strategia energetica della Banca mondiale va in questa direzione, e deve impegnarsi sempre di più per permettere alle persone di affrancarsi dalla povertà, agevolando nel contempo il passaggio a un percorso di sviluppo basato sull'energia sostenibile dal punto di vista ambientale. Per questo la Banca mondiale deve perseguire un approccio allo sviluppo del settore privato che porti il massimo beneficio agli indigenti, affrontando nel contempo il cambiamento climatico.

 
  
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  Eva-Britt Svensson (GUE/NGL), per iscritto. (SV) Ho votato a favore della relazione, che nel complesso è valida. Dissento però dall’opinione per cui l’energia nucleare sarebbe una fonte di energia pulita.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0097/2011

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Voterò a favore di questa proposta di risoluzione poiché la crisi attuale rafforza il timore che i meccanismi oggi vigenti non siano sufficienti a superare la crisi stessa; infatti l’approccio incoerente con cui si perseguono i cinque obiettivi principali – soprattutto per quanto riguarda i tassi di occupazione – peggiora ulteriormente la situazione. L’analisi annuale della crescita e il quadro del semestre europeo costituiscono strumenti fondamentali, che non devono però sostituire né sminuire gli indirizzi di massima per le politiche economiche e a favore dell’occupazione. Dobbiamo impegnarci a varare una serie di misure che diano visibilità all’insieme delle misure economiche, nel quale devono figurare un sistema di euro-obbligazioni, un mercato pubblico di obbligazioni dotato di elevata liquidità, tassi di interesse più bassi e l’introduzione di una tassa europea sulle transazioni finanziarie per frenare la speculazione. Non dobbiamo compromettere lo sviluppo o la creazione di posti di lavoro, e quindi propongo di affidare alla Banca europea per gli investimenti e alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo un ruolo più ampio e incisivo di sostegno alle infrastrutture, alle tecnologie e alle piccole e medie imprese. Sottolineo inoltre che la strategia per la crescita e l’occupazione non si può mettere a repentaglio a causa dell’attuale visione a breve termine del consolidamento di bilancio: i suoi obiettivi devono prendere in considerazione anche gli investimenti pubblici.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore di questa risoluzione sulla strategia Europa 2020. Il Parlamento europeo esprime la convinzione che la strategia Europa 2020 dovrebbe aiutare l’Europa a lasciarsi alle spalle la crisi e a uscirne più forte, attraverso la creazione di posti di lavoro e una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva sulla base di cinque obiettivi principali per l’UE, che sono: promuovere l’occupazione, migliorare le condizioni per l’innovazione, la ricerca e lo sviluppo, raggiungere gli obiettivi in materia di cambiamento climatico ed energia, migliorare i livelli d’istruzione e promuovere l’inclusione sociale, in particolare attraverso la riduzione della povertà. Ritengo che le azioni contemplate dalla strategia Europa 2020 rivestano un’importanza fondamentale per le future prospettive di tutti i cittadini europei, in termini di creazione di posti di lavoro sostenibili, crescita economica a lungo termine e progressi sociali, ma condivido il timore, espresso nella proposta di risoluzione, che la strategia Europa 2020 non possa rivelarsi all’altezza delle promesse a causa della debolezza della sua struttura di governance. È importante notare che, per riuscire ad attuare in maniera positiva la strategia Europa 2020, dobbiamo colmare il divario tra le ambizioni dichiarate della strategia stessa, le risorse messe a disposizione e la metodologia utilizzata, varare riforme e garantire investimenti pubblici e privati tempestivi e molto cospicui a favore di una vasta gamma di progetti. Da questo punto di vista la Commissione europea e il Consiglio devono recare un contributo di primo piano; contemporaneamente, si devono incoraggiare gli Stati membri ad accordare la massima priorità, nei rispettivi programmi nazionali di riforma, alla lotta contro la disoccupazione. La strategia Europa 2020 potrà andare a buon fine solo grazie allo sforzo combinato dell’Unione europea e degli Stati membri.

 
  
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  Regina Bastos (PPE), per iscritto. (PT) La crisi economica e finanziaria che stiamo attraversando ha provocato gravi perdite occupazionali in Europa. La strategia Europa 2020 e la strategia europea per l’occupazione si pongono la priorità di creare un maggior numero di posti di lavoro di migliore qualità in Europa. L’obiettivo è di trasformare l’Europa in un’economia intelligente, sostenibile e inclusiva, garantendo insieme elevati livelli di occupazione, produttività e coesione sociale. L’Europa deve intraprendere un’azione collettiva per superare la situazione attuale.

La presente proposta di risoluzione rappresenta un passo in questa direzione, poiché invita la Commissione e il Consiglio, insieme al Parlamento europeo, a coinvolgere i parlamenti nazionali, le parti sociali e le autorità regionali e locali in politiche concepite per ripristinare l’occupazione e la crescita. A tale scopo occorre rafforzare il metodo comunitario e inserire il semestre europeo nel pacchetto relativo alla governance legislativa. Notiamo con soddisfazione che è stato posto nel giusto rilievo il ruolo svolto dalle piccole e medie imprese e dal mercato unico nella creazione di posti di lavoro. Riteniamo infine opportuno sottolineare l’importanza attribuita alla “agenda per nuove competenze e nuovi posti di lavoro” per la realizzazione di questi obiettivi. Ecco le ragioni che mi inducono a votare a favore di questa risoluzione.

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto.(FR) Prima del Consiglio europeo di marzo e della presentazione, da parte degli Stati membri, dei loro obiettivi nazionali in aprile, abbiamo espresso il nostro giudizio sulla strategia Europa 2020. Per il momento questa strategia esiste solo sulla carta, e con il passare del tempo si profila sempre più probabile il ripetersi del fallimento della strategia di Lisbona. Proprio per questo dobbiamo reagire: dobbiamo dire sì a progetti ambiziosi, ma non in assenza delle risorse di bilancio necessarie per attuarli. Gli obiettivi devono accompagnarsi a concreti impegni di bilancio; in caso contrario, la strategia che elaboreremo sarà inesorabilmente condannata a rimanere sulla carta. Durante i negoziati per il prossimo quadro finanziario pluriennale o nel dibattito sulle risorse proprie dell’Unione europea, il Parlamento dovrà farsi sentire per garantire che gli ammirevoli obiettivi della strategia Europa 2020 siano sostenuti da possibilità di finanziamento adeguate.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione perché è necessario incoraggiare gli Stati membri dell’Unione europea ad accordare la massima priorità, nei rispettivi programmi e piani nazionali, alla lotta contro la disoccupazione e l’esclusione a lungo termine dal mercato del lavoro. Tale impostazione deve combinarsi con misure volte a garantire la creazione di posti di lavoro più numerosi e di migliore qualità, come pure livelli elevati di occupazione di qualità a medio e lungo termine. Desidero sottolineare che gli Stati membri devono affrontare con maggiore impegno il problema della povertà infantile per il tramite di misure adeguate, cosicché i bambini non siano limitati nel loro sviluppo personale e possano integrarsi pienamente nella società, in condizioni di uguaglianza, quando si affacciano al mondo del lavoro. Apprezzo le iniziative faro destinate ad attuare gli obiettivi della strategia Europa 2020, come per esempio “Una politica industriale per l’era della globalizzazione”, “Un’agenda per nuove competenze e nuovi posti di lavoro”, la “piattaforma europea contro la povertà e l’esclusione sociale”, ma esorto a intraprendere un’azione più specifica in favore dell’inclusione sociale. È altrettanto importante redigere un programma specifico per promuovere il lavoro dignitoso, garantire i diritti dei lavoratori in tutta Europa, migliorare le condizioni di lavoro e combattere le disuguaglianze, le discriminazioni e la povertà tra le persone che lavorano.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) La strategia Europa 2020 deve contribuire al superamento della crisi e a preparare l’economia dell’Unione europea al prossimo decennio. Essa mira a promuovere la conoscenza, l’innovazione, l’istruzione e la società digitale; a rendere più efficiente dal punto di vista delle risorse la nostra infrastruttura produttiva, rafforzando contemporaneamente la produttività; ad accrescere il tasso di partecipazione al mercato del lavoro e l’acquisizione di qualifiche, combattendo contemporaneamente la povertà. In particolare, vorrei mettere in rilievo l’iniziativa “Unione per l’innovazione” che raccoglie grandi sfide sociali come l’energia e la sicurezza alimentare, il cambiamento climatico, la sanità e l’invecchiamento della popolazione. Occorre in ogni caso promuovere, stimolare e garantire il finanziamento di ricerca, innovazione e sviluppo nell’Unione. Invito a incrementare i finanziamenti per strumenti fondamentali in materia di ricerca, innovazione e applicazione già adottati, come il piano strategico per le tecnologie energetiche (piano SET). Sottolineo pure il contributo del programma quadro per la ricerca, e quello che i Fondi strutturali forniscono alla promozione della ricerca, dello sviluppo e dell’innovazione a livello nazionale e regionale.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho votato contro la proposta di risoluzione sulla strategia Europa 2020. Questa strategia costituisce la prosecuzione della strategia di Lisbona – che si è risolta in un fallimento – e non può offrire risposte a problemi come quello dei metodi da adottare per uscire dalla crisi e creare nuovi posti di lavoro. Applicando alla lettera questa strategia – e quindi le politiche sbagliate che hanno provocato la crisi – non faremo altro che demolire ulteriormente i diritti dei lavoratori europei. Per la governance socioeconomica dell’Unione europea è necessaria una politica alternativa che rifiuti qualsiasi “patto per la competitività” e contribuisca a un’autentica convergenza economica tra gli Stati membri. L’Unione ha disperato bisogno di strategie che promuovano valori quali la solidarietà, la giustizia sociale, l’uguaglianza di genere e un sincero e convinto sforzo nella lotta contro la povertà. Insieme ad altri deputati della sinistra di quest’Assemblea, abbiamo presentato una proposta di risoluzione alternativa in cui si descrivono le misure e i meccanismi occorrenti per costruire un’Europa che persegua una crescita sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale, in un quadro di piena occupazione e diritti dei lavoratori.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. – (RO) Ritengo che l’inclusione, nell’elenco degli obiettivi di crescita economica dell’Unione europea, dell’obiettivo sociale e della lotta contro la povertà rivesta grande importanza per l’Europa, poiché la realizzazione di tali obiettivi contribuirà a salvaguardare l’indipendenza economica dell’Unione europea. Le ardue sfide che l’Unione europea e i suoi Stati membri dovranno affrontare in materia di occupazione e disoccupazione dovrebbero riflettersi e inserirsi e inserirsi nel quadro politico degli orientamenti dell’Unione europea a favore dell’occupazione.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Nel momento in cui è in discussione il pacchetto relativo alla governance economica, che ha per obiettivo il consolidamento delle finanze degli Stati membri e dell’intera Unione, non posso non sottolineare l’importanza del nesso tra il pacchetto stesso e la strategia Europa 2020. A mio giudizio il contributo della strategia al consolidamento delle finanze nazionali e dell’Unione, all’innovazione, e di conseguenza alla competitività e alla crescita, è straordinariamente importante. Questa proposta di risoluzione, che si pone sulla stessa linea di alcune proposte di governance economica attualmente in discussione, fissa i principi fondamentali da seguire nelle discussioni future e indica alcune idee chiave da prendere in considerazione. Mi riferisco in particolare alla necessità di seguire un metodo comunitario che rafforzi l’unità fra gli Stati membri, all’inserimento di un semestre europeo che permetta di coordinare meglio le politiche nazionali, e infine all’esigenza di introdurre politiche che incoraggino la competitività europea, come il sostegno all’innovazione, alle piccole e medie imprese e all’attuazione del mercato unico.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Il mondo in generale e l’Unione europea in particolare attraversano un periodo difficile, come dimostra l’esempio dell’attuale crisi economica e finanziaria. Allo scopo di porre termine a questa situazione, il 17 giugno 2010 il Consiglio europeo ha adottato la strategia Europa 2020 per l’occupazione e una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Si tratta di una strategia di crescita per il prossimo decennio che sprona l’economia europea a raggiungere elevati livelli di occupazione, produttività e coesione sociale. Gli obiettivi da cogliere entro il 2020 sono ambiziosi: nel settore dell’istruzione, ridurre il tasso di abbandoni scolastici a meno del 10 per cento, e aumentare fino al 40 per cento la percentuale di persone fra i 30 e 34 anni che siano in possesso di una laurea; dal punto di vista sociale, sottrarre 20 milioni di persone al rischio della povertà e dell’esclusione sociale. C’è anche l’intenzione di investire nella ricerca scientifica il 3 per cento del prodotto interno lordo.

Mi rallegro che per Europa 2020 siano state scelte iniziative faro riguardanti l’istruzione, l’occupazione, i giovani, l’innovazione, l’agenda digitale, l’ambiente, la globalizzazione, l’uso delle risorse e la lotta contro l’esclusione, che incoraggeranno la crescita e la competitività. Accolgo quindi con favore l’adozione di questa strategia e invito le Istituzioni dell’Unione europea e i governi degli Stati membri a non risparmiare gli sforzi per realizzare gli obiettivi indicati nella strategia Europa 2020.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) la realtà dimostra che non basta formulare dichiarazioni d’intenti, ancorché modeste in termini sociali, per raggiungere automaticamente gli obiettivi fissati. Tale considerazione è particolarmente valida quando le politiche proposte seguono esattamente lo stesso corso di quelle adottate in precedenza, che sono proprio la causa profonda della crisi sociale che stiamo attraversando. È appunto il caso della strategia Europa 2020, cui ora viene associata la cosiddetta “governance economica”.

Il salto di qualità che si cerca di imprimere a questa cosiddetta governance economica con la creazione del “semestre europeo” – l’inasprimento delle sanzioni relative al rispetto del patto di stabilità e di crescita, degli orientamenti di politica economica e di qualsiasi indicatore eventualmente adottato – non viene accompagnato da un incremento apprezzabile del bilancio dell’Unione, che costituisce sempre una condizione cruciale per avviarsi verso la coesione economica e sociale e per impedire l’aggravarsi delle attuali divergenze. Si cerca di imporre agli Stati membri un’autentica camicia di forza che li costringa a introdurre le cosiddette misure di austerità, che comprendono l’approfondimento del programma neoliberista con tutte le sue gravi conseguenze antisociali.

Chi nutra dubbi in proposito può esaminare il progetto franco-tedesco per il cosiddetto patto per la competitività, teso a innalzare l’età di pensionamento, a mettere a rischio le contrattazioni collettive e a vibrare un altro colpo ai diritti sociali e del lavoro: tutto questo allo scopo di incrementare i profitti dei gruppi di interesse economici e finanziari.

Di conseguenza abbiamo votato contro questa proposta di risoluzione.

 
  
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  Mathieu Grosch (PPE), per iscritto. – (DE) L’emendamento n. 2 vuol mettere in rilievo che la Commissione deve dedicare maggiore attenzione al ruolo della mobilità e dei trasporti nel quadro di questa strategia. Nel settore dei trasporti non basta contribuire alla riduzione delle emissioni di CO2, ma occorre anche conservare all’Europa il ruolo di centro di produzione e di sviluppo. Ciò significa, tra l’altro, incrementare gli investimenti dedicati alla ricerca e a un’efficace co-modalità per quanto riguarda la creazione delle reti transeuropee.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. – (DE) Nell’ambito della strategia Europa 2020 l’Unione europea ha indicato nella politica per l’occupazione uno dei nodi fondamentali. È importante che tutti gli Stati membri perseguano gli obiettivi fissati con un’azione sia individuale che congiunta, per poter raggiungere in Europa un elevato livello di occupazione e produttività. L’unico mezzo per riuscire in quest’impresa è quello di agire uniti in settori come la lotta contro la disoccupazione strutturale, la formazione di una forza lavoro qualificata, la promozione della qualità del lavoro e il miglioramento delle prestazioni dei sistemi di istruzione. Sostengo quindi la proposta di risoluzione, che definisce orientamenti di politica economica e occupazionale per gli Stati membri.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Egregio Presidente, cari colleghi, "Europa 2020" non è altro che il progetto comprendente tutte le misure che l'Unione europea deve adottare al fine di ridurre, di almeno 20 milioni, il numero di persone che vivono in condizioni indigenti o che comunque si trovano in una situazione a rischio di povertà. Tale obiettivo, ancorché ambizioso, rappresenta la linea guida dell'attività economica dell'UE. Ciò, ovviamente, comporta una responsabile attività volta a modificare la propria strategia economica, per quanto attiene agli Stati membri, ma prima ancora risulta necessario che tutte le istituzioni europee collaborino ad un unico progetto. Con la proposta di risoluzione sulla strategia Europa 2020, il Parlamento oggi ha votato una serie di proposte per il Consiglio affinché, tutti insieme, si riesca a raggiungere l'obiettivo finale senza deludere le aspettative di tutti i cittadini europei. Tali prescrizioni ineriscono al bisogno di predisporre insieme alla BEI e alla BERS un pacchetto di iniziative nel campo dell'energia, della sicurezza alimentare, del cambiamento climatico, della salute, delle politiche giovanili, della ricerca e soprattutto della politica industriale tesa a creare dei sistemi di protezione sociale forti ed a far diminuire il tasso di disoccupazione.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa risoluzione, che sottolinea come le azioni contemplate dalla strategia Europa 2020 rivestano un’importanza fondamentale per le future prospettive di tutti i cittadini europei, in termini di creazione di posti di lavoro sostenibili, crescita economica a lungo termine e progressi sociali; la strategia esprime altresì il timore che la strategia Europa 2020 non potrà rivelarsi all’altezza delle promesse a causa della debolezza della sua struttura di governance ed esorta dunque vivamente il Consiglio a rafforzare il metodo comunitario; ribadisce l’importanza di integrare gli obiettivi della strategia UE 2020 nel quadro per la governance economica e chiede che il semestre europeo faccia parte del pacchetto relativo alla governance legislativa, coinvolgendo sin dalla fase iniziale i parlamenti nazionali e le parti sociali in modo da promuovere la responsabilità democratica, la titolarità e la legittimità; sottolinea che il successo della strategia Europa 2020 è essenziale e non opzionale.

 
  
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  Iosif Matula (PPE), per iscritto. – (RO) La crisi economica ha esercitato un impatto sproporzionato sui vari gruppi sociali. Il fatto che il tasso di disoccupazione giovanile equivalga al doppio della media europea costituisce un dato allarmante. Per mitigare l’effetto della crisi occorre varare programmi di riforma che portino alla creazione di posti di lavoro. A questo riguardo posso ricordare le misure adottate dal governo romeno allo scopo di incoraggiare le iniziative imprenditoriali tra i giovani. Oltre a incrementare il numero dei posti di lavoro è essenziale pure migliorarne la qualità; è un obiettivo che si può realizzare incoraggiando la ricerca e l’innovazione, coinvolgendo maggiormente le imprese nelle attività accademiche e adattando i programmi scolastici alle esigenze del mercato del lavoro.

A questo proposito è necessario svolgere studi sullo sviluppo economico degli Stati membri; quest’iniziativa andrà coordinata a livello di Unione europea e occorrerà individuare i settori in cui l’Unione può accumulare un vantaggio comparativo sul mercato globale. Inoltre, il riconoscimento dei titoli di studio a livello di Unione europea agevolerebbe la libertà di circolazione della forza lavoro e favorirebbe la formazione di un autentico mercato unico europeo. Per raggiungere gli obiettivi indicati dalla strategia Europa 2020 è assolutamente indispensabile elaborare proposte specifiche e stanziare fondi adeguati; altrimenti rischiamo il fallimento, come è avvenuto nel caso della strategia di Lisbona.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) La presente proposta di risoluzione avalla la strategia di “collasso sociale” di Lisbona, di cui Europa 2020 è la continuazione. Peggio ancora, rende più agevole controllare i bilanci nazionali per mezzo del semestre europeo e promuove il libero scambio. Ho espresso voto contrario.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’obiettivo della strategia Europa 2020 è quello di aiutare l’Europa a lasciarsi alle spalle la crisi e a uscirne più forte, attraverso la creazione di posti di lavoro e una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva sulla base di cinque obiettivi principali per l’Unione, che sono: promuovere l’occupazione, migliorare le condizioni per l’innovazione, la ricerca e lo sviluppo, raggiungere gli obiettivi in materia di cambiamento climatico ed energia, migliorare i livelli d’istruzione e promuovere l’inclusione sociale, in particolare attraverso la riduzione della povertà. Si tratta di obiettivi ambiziosi, e per raggiungerli è necessario uno sforzo supplementare da parte di noi tutti, per il bene dell’Unione europea e dei suoi cittadini.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Respingo la proposta di risoluzione sulla strategia Europa 2020, in quanto a mio giudizio essa continua a seguire la linea antisociale del consenso di Bruxelles, che non ha a cuore le sorti dei cittadini europei, ma è concepito per consolidare le politiche neoliberistiche che ci hanno condotto alla grave crisi economica che ora stiamo attraversando. La crisi in cui ci dibattiamo non è una catastrofe naturale, ma piuttosto la conseguenza del modo in cui le forze politiche conservatrici, liberali e socialdemocratiche sono passate dal consenso di Washington a quello di Bruxelles, eliminando qualsiasi intervento pubblico nell’economia e imponendo limitazioni salariali nonché la privatizzazione dei servizi pubblici e delle principali imprese nei settori cruciali dell’economia, come l’energia e le telecomunicazioni. Già conosciamo le conseguenze di queste misure neoliberistiche e del consenso di Bruxelles: crisi, disoccupazione diffusa, povertà e tagli ai diritti dei lavoratori e allo Stato sociale. Ho quindi votato contro questa proposta di risoluzione sulla strategia Europa 2020, poiché ritengo che questa “nuova strategia” non sia altro che una nuova dose della stessa cura: misure neoliberistiche che non prevedono l’indispensabile distribuzione della ricchezza, né il miglioramento dei diritti sociali e occupazionali dei cittadini europei.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) La realizzazione della strategia Europa 2020 riveste importanza fondamentale per il rafforzamento dell’Unione europea e non si può considerare una mera appendice. La strategia intende promuovere le future prospettive di tutti i cittadini europei, in termini di creazione di posti di lavoro sicuri e sostenibili, crescita economica a lungo termine e progressi sociali. Se vogliamo raggiungere quest’obiettivo dobbiamo rafforzare il metodo comunitario e inserire gli obiettivi nelle nostre politiche economiche. Per garantire il finanziamento della strategia è essenziale stendere un elenco di iniziative politiche, in cui deve senza dubbio rientrare il coinvolgimento della BEI e della BERS nonché la capacità di attirare investimenti privati. Vivacizzando il mercato interno, poi, dovremmo riuscire a perseguire i nostri obiettivi in maniera più rapida ed efficace. Ancora, dobbiamo ricordare le numerose iniziative faro come Unione per l’innovazione, Gioventù in movimento e Una politica industriale per l’era della globalizzazione – per nominarne solo alcune. Non ho votato a favore della proposta di risoluzione, soprattutto perché non è stato possibile risolvere il problema del finanziamento della strategia Europa 2020.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto.(PL) Vorrei formulare alcune osservazioni in merito alla proposta di risoluzione sulla strategia Europa 2020 che è stata adottata dal Parlamento europeo. Concordo senza riserve con la posizione del Parlamento, e giudico necessario rafforzare la struttura di governance della strategia, poiché le misure adottate finora non sono state sufficientemente specifiche né molto efficaci.

A mio avviso l’uguaglianza di genere è il fattore chiave che ci può permettere di realizzare gli ambiziosi obiettivi di Europa 2020. In primo luogo, è necessario aumentare la percentuale di donne che lavorano, colmando entro il 2020 l’attuale divario salariale che separa le donne dagli uomini (la strategia prevede di procedere su questa strada al ritmo dell’1 per cento all’anno, in modo da ridurre il divario del 10 per cento entro il 2020). Un altro punto di grande importanza è la riduzione della povertà tra le donne; secondo le stime, il 17 per cento delle donne vive in condizioni di povertà, e nella maggior parte dei casi di tratta di madri che vivono da sole con i figli, oppure di immigrate.

Gli obiettivi della strategia si possono raggiungere essenzialmente per mezzo dell’istruzione e della formazione. Penso qui al sostegno finanziario ai giovani e al sostegno per i programmi riguardanti la mobilità degli studenti e del personale accademico. Bisognerebbe infine insistere maggiormente sulla formazione e sui programmi che promuovono un cambiamento di qualifica.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − La necessità di uscire dalla crisi economica, di garantire sostenibilità e lo sviluppo di una "economia intelligente" sono gli obiettivi fondanti della strategia che delineerà il quadro futuro dell'economia di mercato dell'UE. Alti livelli di occupazione che favoriscano coesione sociale e territoriale, produttività, efficienza nell'utilizzo delle risorse, innovazione e soprattutto una Governance economica più forte dovranno essere le basi fondanti del nuovo percorso europeo. Materie di lavoro dei prossimi anni sulle quali l'operato del Consiglio, le valutazioni e le proposte della Commissione e l'orientamento politico del Parlamento dovranno portare a conclusioni concrete. Per tutto ciò ho votato a favore della proposta di risoluzione sulla strategia Europa 2020, risoluzione che andrà a integrare il progetto iniziale sottolineando l'esigenza di rafforzare i progetti di Governance della strategia stessa, sollecitando gli Stati membri a riflettere maggiormente, a livello di bilancio, le ambizioni della strategia e a concentrarsi sulla lotta alla disoccupazione con programmi nazionali di riforma.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. (EL) I primi segnali riguardanti l’attuazione della strategia dell’Unione europea per questo decennio non sono particolarmente incoraggianti, così come non sono stati incoraggianti i risultati della strategia di Lisbona. Gli sviluppi economici dell’area dell’euro e i problemi per l’unione monetaria che la crisi del debito ha messo in luce nella regione dimostrano chiaramente che la strategia Europa 2020 – se non vuole che i propri ambiziosi obiettivi, come l’incremento dell’occupazione giovanile fino al 75 per cento e quello degli investimenti nella ricerca fino al 3 per cento, rimangano puramente simbolici – deve concentrarsi sulla stabilità di bilancio, le politiche per la crescita e l’esigenza di una governance economica europea. La proposta di risoluzione del gruppo del Partito popolare europeo (Democratico Cristiano) sulla strategia Europa 2020 si muove appunto in tale direzione e quindi ho votato a favore.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Il documento “Europa 2020: Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva” definisce una serie di misure che dovrebbero aiutare l’Europa a lasciarsi alle spalle la crisi e a uscirne più forte, attraverso la creazione di posti di lavoro e una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva sulla base di cinque obiettivi principali per l’Unione europea, che sono: promuovere l’occupazione, migliorare le condizioni per l’innovazione, la ricerca e lo sviluppo, raggiungere gli obiettivi in materia di cambiamento climatico ed energia, migliorare i livelli d’istruzione e promuovere l’inclusione sociale, in particolare attraverso la riduzione della povertà. Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione poiché concordo con le proposte presentate dal Parlamento europeo, in particolare per quanto riguarda la necessità di rafforzare la governance della strategia Europa 2020. Non insisteremo mai abbastanza sul fatto che le azioni avviate sotto l’egida della strategia Europa 2020 sono essenziali per soddisfare le aspettative dell’opinione pubblica europea.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Fra gli articoli che ci hanno indotto a sostenere il testo in questione ricordo l’articolo 12, che accoglie con favore l’iniziativa faro sull’Unione dell’innovazione quale fattore chiave per conseguire gli obiettivi della strategia Europa 2020, che affronta le principali sfide per la società, quali l’energia e la sicurezza alimentare, il cambiamento climatico, la salute e l’invecchiamento della popolazione; ricorda che l’obiettivo del 3 per cento si compone di una quota del 2 per cento (settore privato) e di una quota dell’1 per cento (spesa pubblica); osserva che si registrano ancora particolari carenze a livello della spesa privata per la ricerca cui sarà possibile ovviare solo adeguando il contesto normativo in cui operano le imprese, incluse le PMI; si compiace quindi dell’intenzione della Commissione di migliorare il contesto generale per l’innovazione nelle imprese, in particolare per quanto concerne i diritti di proprietà intellettuale.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − L'Europa sta affrontando una sfida ardua: ridurre la disoccupazione e allo stesso tempo costruire un'economia "a misura d'uomo". Siamo consapevoli che il grado di ambizione della Strategia Europa 2020 è elevato e richiede fermezza sia a livello nazionale che a livello europeo. La crisi economica mondiale ha purtroppo vanificato gran parte dei risultati finora raggiunti, dimostrando quanto le economie nazionali siano spesso troppo fragili. Ecco perché ora più che mai dobbiamo rafforzare l'impegno, forti del principio "Insieme siamo più forti"! Nessuno Stato Membro deve e può affrontare efficacemente le sfide mondiali agendo da solo. Per rilanciare la sfida di una crescita sostenibile è necessario utilizzare tutti i mezzi politici e gli strumenti finanziari. Ho votato a favore di questa risoluzione perché è indispensabile un coordinamento più forte delle politiche occupazionali degli Stati Membri e questo può realizzarsi soltanto se gli obiettivi comuni sono coerenti e credibili. Dobbiamo costruire un modello economico nuovo, basato su conoscenza e alti livelli di occupazione. Una sfida che impone l'avvio di una nuova fase dell'integrazione europea, con una maggior attenzione ai temi dell'occupazione e della previdenza sociale, mobilitando tutte le forze presenti in Europa.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) La strategia Europa 2020 pone all’Unione europea obiettivi di crescita intelligente, sostenibile e inclusiva per i prossimi anni. Nel percorso verso questo traguardo si profilano alcuni snodi cruciali, come il rafforzamento della governance e il finanziamento della politica di coesione. L’odierno programma dell’Unione europea deve prevedere una partecipazione più intensa di tutti i soggetti interessati alla definizione delle politiche e all’attuazione delle azioni; si sostiene, infatti, che proprio qui sta una delle principali cause del fallimento della strategia di Lisbona. Occorre quindi esortare tutti gli attori istituzionali – a livello europeo, nazionale, regionale e locale –, insieme alla società civile, ad attuare la strategia.

In tale contesto, ribadisco la necessità di dare attuazione al patto territoriale degli enti regionali e locali per Europa 2020. Una forte politica di coesione è necessaria a tutte le regioni europee, in quanto essenziale prerequisito per l’attuazione della strategia Europa 2020. La politica di coesione è per sua natura trasversale, e quindi rappresenta un elemento chiave per il successo della strategia; occorre perciò riaffermare con chiarezza la sua natura complementare. Nel quadro di questo programma occorre incoraggiare la crescita economica e un clima propizio alla creazione di posti di lavoro, in modo da attribuire un ruolo particolare alle piccole e medie imprese (PMI), che sono il motore della crescita economica in Europa.

Per le ragioni che ho esposto, in Assemblea plenaria ho votato a favore di questa proposta di risoluzione.

 
  
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  Derek Vaughan (S&D), per iscritto. (EN) La strategia Europa 2020 della Commissione è un essenziale elemento di stimolo per la crescita e la competitività dell’Unione europea, nel momento in cui quest’ultima sta uscendo dalla crisi economica. Gli obiettivi della strategia, però, si potranno raggiungere solo grazie a un approccio coordinato e chiaramente definito di tutti gli Stati membri. Ho votato a favore della risoluzione sulla strategia Europa 2020 poiché ritengo che essa indichi l’esigenza di un impegno senza riserve, da parte di tutti gli Stati membri, a favore degli obiettivi della strategia stessa. La risoluzione esorta a coordinare meglio la governance economica della strategia Europa 2020; mi unisco di tutto cuore a quest’appello, il quale mette in rilievo la necessità che i governi nazionali istituiscano un quadro di finanziamento credibile. Gli Stati membri devono pure garantire l’allineamento delle politiche, oltre che dei bilanci, con gli obiettivi di Europa 2020, specialmente per quanto riguarda obiettivi come l’inclusione sociale e la lotta alla disoccupazione. Accolgo con favore anche le proposte – contenute nella risoluzione – per cui il prossimo quadro finanziario pluriennale dovrà riflettere le ambizioni di Europa 2020.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0127/2011

 
  
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  Elena Oana Antonescu (PPE), per iscritto. (RO) Gli orientamenti sull’occupazione proposti dalla Commissione e approvati dal Consiglio presentano le attuali priorità dell’Unione europea insieme agli obiettivi degli Stati membri in merito alle politiche nazionali a favore dell’occupazione. Alcuni degli orientamenti sull’occupazione proposti a livello di Unione europea prevedono l’incremento della partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto per sottogruppi specifici della popolazione, la riduzione della disoccupazione strutturale e la promozione della qualità del lavoro, la formazione di una forza lavoro altamente qualificata che corrisponda alle esigenze del mercato del lavoro e migliori le prestazioni dei sistemi di istruzione, che dovranno fornire formazione professionale a ogni livello.

A mio avviso gli Stati membri e l’Unione europea devono partecipare all’elaborazione di una strategia coordinata per l’occupazione, che promuova la formazione di una forza lavoro competente, qualificata e adattabile, oltre che di mercati del lavoro capaci di rispondere rapidamente agli sviluppi dell’economia.

Sostengo pure l’iniziativa della relatrice volta a promuovere la riduzione della povertà e la lotta contro l’esclusione sociale, obiettivi fondamentali della strategia Europa 2020. Ecco i motivi per cui ho votato a favore della risoluzione.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione, perché vi è urgente bisogno di intensificare gli sforzi a tutti i livelli per attuare correttamente gli orientamenti sull’occupazione dell’Unione europea. Solo la corretta attuazione degli orientamenti consentirà di accrescere la partecipazione al mercato del lavoro, sviluppare una manodopera qualificata e migliorare la qualità e le prestazioni dei sistemi di istruzione e di formazione. Inoltre, gli orientamenti per le politiche in favore dell’occupazione hanno lo scopo di garantire che, nel quadro della strategia Europa 2020 e della governance economica, si raggiungano gli obiettivi fissati in materia di occupazione, crescita economica sostenibile e progresso sociale. Stimo importantissimo che gli Stati membri compiano ogni sforzo per rispettare gli impegni assunti al fine di aumentare i livelli di occupazione, migliorare le competenze delle persone, creare opportunità occupazionali, ridurre la povertà e rafforzare l’inclusione sociale. La Commissione europea e gli Stati membri devono adoperarsi tempestivamente per garantire l’attuazione degli orientamenti, insieme alle parti sociali e agli enti regionali e locali, i quali devono partecipare all’elaborazione e all’attuazione dei programmi nazionali di riforma. A causa della crisi economica e finanziaria, la situazione del mercato del lavoro in Europa è ancora tesa; la lotta contro la disoccupazione deve perciò rappresentare una delle priorità politiche più importanti, sia per l’Unione europea che per gli Stati membri.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) La strategia europea per l’occupazione e le strategie nazionali attuate dagli Stati membri figurano tra i principali strumenti destinati a garantire la realizzazione degli obiettivi della strategia Europa 2020. Di conseguenza, è importantissimo collaborare con il settore delle imprese e le parti sociali per applicare, in maniera efficace e corretta, gli orientamenti sull’occupazione. Accolgo con entusiastico favore gli orientamenti e le preoccupazioni espresse nella proposta: l’esigenza di rafforzare la responsabilità governativa e indicare traguardi ambiziosi, per realizzare gli obiettivi previsti dalla strategia 2020; l’esigenza di garantire l’applicazione degli orientamenti per le politiche a favore dell’occupazione; e infine l’esigenza di accordare alla creazione di posti di lavoro la massima priorità nei programmi nazionali di riforma.

L’Unione è priva di una forte politica orizzontale per la lotta contro la disoccupazione e l’esclusione sociale, che comporterebbe sicuramente l’elaborazione di un pacchetto compatto di governance economica in grado di rispondere alle esigenze dell’Unione e degli Stati membri, e richiederebbe altresì la realizzazione di obiettivi ambiziosi come quelli previsti dalla strategia Europa 2020.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Questa proposta di risoluzione del Parlamento europeo sull’attuazione degli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione si fonda su una serie di pilastri, tra i quali vorrei mettere in rilievo: l’odierna crisi economica, che aggrava la disoccupazione e l’esclusione sociale; l’esigenza di creare sinergie che incoraggino lo sviluppo, nella prospettiva di perseguire gli obiettivi della strategia Europa 2020; e infine la proposta della Commissione che – in seguito all’adozione dell’Analisi annuale della crescita – prevede di mantenere per il 2011 i medesimi orientamenti per le politiche a favore dell’occupazione già vigenti nel 2010. Per superare questa situazione, è indispensabile compiere uno sforzo congiunto a tutti i livelli: governi, parti sociali e società civile.

Qui l’Unione europea svolge un ruolo cruciale nell’orientare le politiche da seguire e nel rispetto per il principio di sussidiarietà, incoraggiando il dialogo sociale e promuovendo l’adozione di misure eque ed efficaci. Mi auguro che questi orientamenti contribuiscano a superare la crisi, consolidare i sistemi di protezione sociale e rilanciare l’economia per poter raggiungere gli obiettivi della strategia Europa 2020.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Giudichiamo deplorevole che la Commissione europea intenda mantenere gli stessi orientamenti per la politica a favore dell’occupazione già adottati nel 2010; a nostra volta, quindi, manteniamo l’identica posizione critica da noi adottata allora.

Benché la proposta di risoluzione del Parlamento europeo avanzi alcune critiche nei confronti delle politiche seguite finora e inviti a rispettare i limitatissimi obiettivi sociali della strategia Europa 2020, essa comunque non coglie la radice del problema della disoccupazione e della sicurezza del lavoro, né cerca di eliminarne le cause; non sceglie di abolire questi programmi di austerità, né analizza con serietà critica la richiesta, fatta agli Stati membri che versano nelle più gravi difficoltà, di rispettare ciecamente i ridicoli criteri del patto di stabilità.

Al contrario, la proposta formula l’opinione che gli strumenti contenuti nel semestre europeo costituiscano una risposta positiva, dimenticando che le proposte della Commissione sulla cosiddetta “governance economica” non solo costituiscono un attacco alla sovranità degli Stati membri, ma aggravano anche la situazione sociale, continuando a privilegiare i criteri monetari rispetto al progresso e al benessere sociale.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Egregio Presidente, cari colleghi, a sèguito della comunicazione da parte della Commissione, relativa all'"Analisi annuale della crescita: progredire nella risposta globale dell'UE alla crisi", il Parlamento, me compreso, si è espresso in favore di una risoluzione il cui intento è di spronare il Consiglio e la Commissione a lavorare insieme, per realizzare gli obiettivi prefissati nell'ambito occupazionale, così come previsto dalla strategia Europa 2020. A parere della relatrice Pervenche Berès, occorre fornire consulenza politica agli Stati membri senza però ingerire troppo nella politica nazionale e fornire delle linee guida affinché tutti i soggetti interessati possano muoversi secondo un medesimo progetto. Il problema della mancanza del lavoro, soprattutto in questi ultimi anni, è un problema serio e deve essere affrontato con un pizzico di ambizione per far sì che nel 2020 si riesca a garantire al 75% dei cittadini europei un posto di lavoro dignitoso, sicuro e consono alle necessità ed alle diversificate tipologie di persone che si apprestano al mondo del lavoro, adoperandosi in particolar modo per quei tipi di categorie fra cui rientrano le donne - mamme in particolar modo - i giovani e gli immigrati.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa risoluzione, che sottolinea l’importanza di politiche volte a facilitare la transizione dei giovani dalla scuola al lavoro; sottolinea che è prevedibilmente elevato il rischio che quanti abbandonano precocemente la scuola si confrontino con la povertà; pone in rilievo che qualsiasi forma di lavoro flessibile o temporaneo utilizzata in questo contesto dovrebbe includere il diritto alla formazione e all’accesso alla sicurezza sociale e dovrebbe aiutare le persone a passare a un’occupazione più sicura.

 
  
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  Barbara Matera (PPE), per iscritto. − Illustre Presidente, onorevoli colleghi, in questi anni di ripresa dalla crisi economico-finanziaria che ha piegato molti dei paesi dell'Unione, anni in cui i nostri governi si stanno impegnando per attuare politiche e strategie comuni per raggiungere gli obiettivi che tutti insieme abbiamo individuato e deciso di perseguire, credo sia importante riconoscere la giusta e dovuta centralità al Parlamento quale Istituzione più rappresentativa dell'Unione europea. È una questione di riconoscimento della rappresentatività e della sua funzione anche rispetto a quanto sancito nei trattati.

L'importanza degli indirizzi sulle politiche economiche ed occupazionali deve sicuramente essere al centro del semestre europeo, deve adeguarsi alle variazioni della valutazione annuale della crescita, come ai tempi di attuazione dei nostri paesi. La funzione consultiva merita il giusto spazio e il doveroso tempo di analisi e di adeguamento al quadro generale. Pertanto, manifesto il mio voto favorevole.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) Gli orientamenti per l’occupazione sono un sinonimo di pensionamento in età più avanzata e flessibilità del mercato del lavoro. Benché la presente proposta di risoluzione abbia il merito di ricordare all’Unione europea che la politica salariale rientra fra le responsabilità nazionali, essa tuttavia riconferma l’impostazione prima ricordata. Di conseguenza ho espresso voto contrario.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La strategia europea per l’occupazione e gli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione figurano tra i principali strumenti destinati a orientare le politiche dell’Unione europea e degli Stati membri verso gli sforzi atti a raggiungere gli obiettivi e le mete di Europa 2020. La lotta contro la disoccupazione e la creazione di occupazione sostenibile rappresentano la sfida più importante che l’Unione europea dovrà affrontare nei prossimi 10 anni: dobbiamo fare tutti la nostra parte per superarla con successo.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Tra gli obiettivi principali della strategia Europa 2020 figura l’impegno di conseguire un tasso di occupazione del 75 per cento. La crisi economica che incombe sull’Unione europea pone una sfida costante: come arginare la crescente ondata di disoccupazione ed esclusione sociale. La strategia europea per l’occupazione e i suoi orientamenti rappresentano perciò uno strumento importante per arginare la disoccupazione. La strategia mira anche a indirizzare nella direzione corretta gli sforzi degli Stati membri; di conseguenza, si invitano gli Stati membri a coinvolgere nelle proprie azioni le parti sociali, gli enti regionali e locali e la società civile. Inoltre, dovrebbe essere possibile garantire insieme il rispetto degli orientamenti sulla politica a favore dell’occupazione e la creazione di nuovi posti di lavoro. Per ribadire l’importanza di quest’obiettivo fondamentale, in futuro gli Stati membri dovranno presentare relazioni di avanzamento; ancora, i singoli Stati membri dovranno dedicare particolare attenzione agli obiettivi nazionali, tra cui l’integrazione di specifici sottogruppi come i giovani, le donne, le persone con disabilità e i lavoratori anziani, senza trascurare il problema dei lavoratori poveri. Non ho votato a favore della proposta di risoluzione in quanto a mio parere essa prevede eccessive interferenze con le leggi nazionali, soprattutto per quanto riguarda la regolamentazione delle parti sociali.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) L’attuazione degli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione è un passo essenziale per l’attuazione degli orientamenti compresi nella strategia Europa 2020. La partecipazione del Parlamento europeo a queste politiche è un elemento da non trascurare; la discussione incoraggia il fiorire delle idee, e per superare l’attuale crisi economica occorrono appunto idee e strategie. Questa proposta di risoluzione esprime alcune importanti preoccupazioni che condivido: l’esigenza di applicare gli orientamenti sull’occupazione; l’intensificazione delle iniziative tese a produrre un maggior numero di posti di lavoro di migliore qualità; e una decisa azione nella lotta contro la povertà e l’esclusione sociale. Per condurre al successo tutte queste politiche è essenziale compiere uno sforzo comune a tutti i livelli: governi, parti sociali e società civile.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) In questa risoluzione, il Parlamento (1) osserva che, alla luce della proposta della Commissione di mantenere gli orientamenti di politica occupazionale adottati nel 2010 per il 2011, le raccomandazioni sui programmi nazionali di riforma degli Stati membri sono divenute il principale strumento di vigilanza e di orientamento macroeconomici; deplora il mancato coinvolgimento del Parlamento in questo processo e la mancanza di dibattito al riguardo; e (2) ritiene che le principali sfide affrontate dall’Unione europea e dagli Stati membri in materia di occupazione e di disoccupazione dovrebbero essere debitamente rispecchiate nel futuro processo sugli squilibri macroeconomici, nell’ambito del quadro strategico degli orientamenti europei a favore dell’occupazione.

 
  
  

Relazione: Pervenche Berès (A7-0040/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Intendo votare a favore di questa relazione perché concordo con la posizione della relatrice in merito all’esigenza di mantenere gli orientamenti per l’occupazione stabili fino alla revisione intermedia della strategia Europa 2020. Gli orientamenti integrati per le politiche economiche e dell’occupazione devono costituire il filo rosso del semestre europeo, e qualora i messaggi chiave dell’analisi annuale della crescita si discostino dal contenuto degli orientamenti, questi ultimi devono essere modificati dunque ai fini della coerenza. Concordo pure con l’appello a coinvolgere le parti interessate nella progettazione, attuazione, monitoraggio e valutazione dei programmi nazionali di riforma. Sottolineo anche le raccomandazioni della commissione per i problemi economici e monetari, che invitano a non sminuire l’importanza degli orientamenti per le politiche economiche e dell’occupazione degli Stati membri, al fine di garantire la titolarità e la responsabilità democratica.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) A seguito della valutazione dei programmi nazionali di riforma preliminari (PNR), la Commissione europea ha presentato una proposta mirante a mantenere stabili fino al 2014 gli orientamenti in materia di occupazione adottati dal Consiglio l’anno scorso, in modo che sia possibile concentrarsi sulla loro attuazione. Questa proposta della Commissione è comprensibile, poiché gli orientamenti in materia di occupazione sono parte integrante della strategia Europa 2020 e devono quindi essere recepiti integralmente nei programmi nazionali degli Stati membri; gli Stati membri stessi devono quindi dedicarsi col maggior impegno possibile alla loro attuazione. Anche se di norma questi orientamenti non verranno riesaminati a scadenza annuale, la principale priorità della strategia dell’occupazione dell’Unione europea deve rimanere la piena occupazione, che migliorerebbe la crescita economica e la competitività e rafforzerebbe la coesione sociale.

L’esame dei programmi nazionali di riforma preliminari degli Stati membri dimostra che gli Stati membri stessi devono fare ogni sforzo per affrontare le seguenti aree prioritarie: accrescere la partecipazione al mercato del lavoro e ridurre la disoccupazione strutturale, formare una forza lavoro qualificata in risposta alle esigenze del mercato del lavoro, promuovere l’apprendimento permanente, migliorare le prestazioni dei sistemi di istruzione e formazione a tutti i livelli e incrementare la partecipazione all’istruzione superiore, promuovere l’inclusione sociale e combattere la povertà. Esorto quindi tutti gli Stati membri ad attuare la politica sociale e occupazionale con la massima efficacia possibile, elaborando, monitorando e valutando i programmi nazionali.

 
  
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  Antonio Cancian (PPE), per iscritto. − Desidero esprimere la mia preoccupazione nei confronti dell'attuale situazione del mondo del lavoro. Ritengo che la disoccupazione sia il vero problema sociale di oggi. Nonostante si intravedano, a livello macroeconomico, buoni segnali di ripresa, l'industria non potrà riassorbire tutti i lavoratori che ha espulso negli ultimi mesi e che affrontano la difficoltà a ricollocarsi sul mercato, e lo stesso dicasi per i giovani e le donne. Si tratta di problemi di massima importanza e urgenza. Nella Strategia 2020, la Commissione ha individuato tra gli obiettivi prioritari la promozione dell'impiego, il rafforzamento del mercato unico e l'incoraggiamento della crescita. Bene han fatto l'Unione europea e in particolare questo Parlamento ad affrontare il problema, ma è necessario che si agisca concretamente per raggiungere questi traguardi.

L'Unione europea deve lavorare per convogliare e razionalizzare le proprie risorse, investendo sulle infrastrutture di trasporto, energetiche e di telecomunicazioni: in quest'ottica la svolta sarà la creazione di società di progetto garantite e finanziate dai project bond. Così si riuscirà, da un lato, a mantenere la competitività dell'Unione sul mercato globale e, dall'altro, a fornire nuove possibilità di impiego ai cittadini. Il tutto dovrà concretizzarsi, seppur step by step, nel più breve tempo possibile.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho votato contro la relazione Berès sugli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione. La relazione propone di mantenere stabili nel 2011 gli orientamenti integrati per le politiche economiche e dell’occupazione adottati per il 2010, integrando così pienamente la strategia Europa 2020 nei programmi nazionali di riforma. Purtroppo, la relazione propugna l’attuazione delle medesime politiche economiche e degli stessi orientamenti in materia di occupazione che hanno condotto alla crisi e ci hanno reso incapaci di affrontarla; invita a ripetere le prassi e le scelte politiche che hanno inflitto ai cittadini europei le misure di austerità e per cui Stati membri sovrani sono caduti preda della mafia della speculazione. Per finire, essa invoca, in materia di occupazione, politiche che hanno già dato vita a un mercato del lavoro medievale, hanno aggravato la disoccupazione e la sottoccupazione e infine promuovono il perdurare di forme di lavoro flessibili che mettono a repentaglio i salari, le pensioni e i diritti dei lavoratori europei – soprattutto dei lavoratori più giovani.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa relazione perché auspico una revisione annuale della strategia Europa 2020, che dovrebbe imperniarsi essenzialmente sugli orientamenti integrati per le politiche economiche e dell’occupazione. La Commissione e il Consiglio devono garantire che gli orientamenti integrati costituiscano il filo rosso del semestre europeo. La partecipazione delle parti interessate, tra cui le parti sociali e gli organismi parlamentari, nella progettazione, attuazione, monitoraggio e valutazione dei programmi nazionali di riforma è un elemento cruciale di una gestione efficace delle politiche occupazionali e sociali da parte degli Stati membri.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Come ho già notato a proposito della relazione degli onorevoli colleghi Gruny e Ory, “la società si è evoluta, il mondo è cambiato e le relazioni industriali devono adeguarsi a questo cambiamento”. Precisamente per questo motivo, ritengo che la revisione degli orientamenti per l’occupazione nel quadro della strategia Europa 2020 debba individuare nella flessibilità e in nuovi metodi di lavoro gli strumenti per promuovere lo sviluppo economico e combattere la povertà.

Dal momento che la crisi ha provocato l’aumento del numero dei disoccupati in Europa – da 16 milioni nel 2008 a 23 milioni nel 2010 – qualsiasi strategia di uscita dalla crisi stessa deve prevedere il recupero di posti di lavoro. L’unico modo per realizzare quest’obiettivo è di concentrarsi decisamente sull’innovazione, sulla flessibilità del lavoro e su nuovi modelli di lavoro, oltre che sulla formazione dei giovani in un mercato sempre più competitivo. La strategia Europa 2020 spalanca la porta a queste prospettive, che gli Stati membri dovranno sfruttare adeguatamente per accrescere l’occupazione e dare slancio all’economia europea.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Il trattato sul funzionamento dell’Unione europea obbliga il Consiglio a elaborare ogni anno orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione e a consultare il Parlamento europeo prima di adottare tali decisioni. Ecco il quadro entro il quale noi siamo chiamati a esprimere il nostro parere in materia.

La situazione economica e finanziaria in cui si trova la maggioranza dei nostri paesi impone di raddoppiare l’attenzione dedicata alle politiche occupazionali degli Stati membri. La strategia Europa 2020 definisce gli orientamenti in materia, ma è necessario che tutti gli Stati membri recepiscano gli orientamenti stessi e li trasformino in misure concrete da integrare nei programmi nazionali di riforma che dovranno presentare in aprile.

Concordo con le raccomandazioni della relatrice, e quindi voterò a favore di questa proposta di decisione del Consiglio sugli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Dissentiamo dalla tesi per cui la Commissione europea dovrebbe mantenere, nel 2011, i medesimi orientamenti per le politiche a favore dell’occupazione già adottati per il 2010; a nostra volta, quindi, manteniamo l’identica posizione critica da noi adottata allora. In effetti, gli orientamenti citati sono palesemente insufficienti se consideriamo i dati relativi ai 25 milioni di disoccupati e ai 30 milioni di lavoratori precari o sottopagati.

È altrettanto inaccettabile che il Parlamento europeo approvi lo stretto nesso che sussiste tra gli orientamenti in questione e le misure economiche neoliberistiche che la Commissione continua a portare avanti: mi riferisco in particolare a quelle comprese nella strategia Europa 2020, ma anche ai sei provvedimenti legislativi inseriti nel pacchetto del cosiddetto semestre europeo. È cosa nota che le proposte della Commissione in merito alla cosiddetta “governance economica” non solo rappresentano un attacco alla sovranità degli Stati membri, ma sono pure destinate ad aggravare la situazione sociale, poiché privilegiano costantemente i criteri monetari rispetto al progresso e al benessere sociale.

Per questo insieme di motivi abbiamo votato contro la relazione.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE), per iscritto.(PL) Alla luce dell’invecchiamento della società, delle trasformazioni demografiche che indicano uno spostamento della popolazione dalle aree rurali a quelle urbane e della crescente stratificazione della società in termini di reddito, è essenziale intraprendere un’azione preventiva. Fenomeni particolarmente negativi si osservano nelle aree rurali, ove il numero di giovani disposti a rilevare la gestione di aziende agricole è in costante diminuzione; essi abbandonano le aree rurali per sfuggire a una situazione di bassi redditi e difficile accesso ai servizi. Quelli che rimangono non riescono a trovare lavoro al di fuori del settore agricolo; nella situazione peggiore si trovano però le donne residenti nelle aree rurali, che assai raramente sono proprietarie di aziende agricole, ma sono ugualmente costrette a un lavoro durissimo nelle aziende dei loro mariti.

Per queste ragioni è essenziale trattenere i giovani agricoltori nelle aree rurali, garantendo loro un tenore di vita e un reddito dignitosi; a chi non trova lavoro nelle aree rurali si deve assicurare un’istruzione che consenta di trovare lavoro. È pure necessaria una campagna che persuada i lavoratori ad aderire al programma di apprendimento permanente e a nuovi periodi di formazione; non meno essenziale è disporre di programmi che sostengano l’imprenditorialità femminile e rendano più agevole per le donne gestire le proprie aziende, anche in settori non collegati con l’agricoltura.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa relazione. A seguito della valutazione dei programmi nazionali di riforma preliminari (PNR) presentati dagli Stati membri nel quadro della strategia Europa 2020, e in parallelo con la presentazione della prima valutazione annuale della crescita, il 12 gennaio la Commissione ha adottato una proposta di decisione del Consiglio in cui suggerisce di confermare la validità, per il 2011, della politica economica integrata e degli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione adottati nel 2010. La proposta in esame tiene conto del fatto che i nuovi orientamenti integrati di Europa 2020 devono essere trasposti integralmente nelle misure politiche e nella sequenza delle riforme degli Stati membri che saranno presentate nei PNR definitivi nell’aprile 2011. Inoltre la proposta della Commissione si basa sull’impegno, contenuto negli orientamenti in materia di occupazione del 2010, di mantenere gli orientamenti stabili, nella misura del possibile, fino al 2014, in modo che gli Stati membri possano concentrarsi sulla loro attuazione.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) La presente relazione riconferma i nefasti orientamenti in materia di occupazione elaborati dalla Commissione e dal Consiglio; essa addirittura avalla le autoritarie ingerenze dell’Unione europea per quanto riguarda l’innalzamento dell’età pensionabile, la formazione di un mercato del lavoro flessibile e i tagli inferti a bilanci e salari. Anche la relatrice approva tale impostazione; e pensare che ella appartiene a un partito che si proclama socialista. Ho votato contro la relazione.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La strategia europea per l’occupazione e gli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione figurano tra i principali strumenti tesi a indirizzare la politica dell’Unione europea e degli Stati membri nella realizzazione di mete e obiettivi previsti nella strategia Europa 2020. La lotta contro la disoccupazione e la creazione di occupazione sostenibile rappresentano la grande sfida che attende l’Unione europea nei prossimi dieci anni, e tutti dobbiamo fare la nostra parte per superarla con successo. È assai importante – dobbiamo ribadirlo – che la revisione annuale della strategia Europa 2020 si concentri sugli orientamenti integrati per le politiche economiche e dell’occupazione.

 
  
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  Claudio Morganti (EFD), per iscritto. − Mi sono opposto a questa relazione in merito alle politiche degli Stati membri a favore dell'occupazione sostanzialmente per un motivo, ovvero poiché riprende e include le linee guida già adottate da quest'aula lo scorso settembre, e che vorrebbero prevedere agevolazioni all'accesso occupazionale per la popolazione Rom. Sono d'accordo nel favorire l'accesso al mercato del lavoro per le persone diversamente abili, i giovani, gli anziani e le donne, ma proprio non riesco a capire su che basi si debbano garantire agevolazioni particolari ad una determinata (e assai problematica) etnia come quella Rom.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Cari colleghi, ho votato a favore della relazione della collega Berès perché con l'approvazione del testo gli Stati membri, secondo la Strategia Europa 2020, dovranno presentare già entro Aprile 2011 le proprie iniziative e orientamenti sui livelli occupazionali del 2010. La proposta della Commissione europea di dare validità già nel 2011 agli orientamenti del 2010 sulle politiche degli Stati membri a favore del lavoro è perfettamente in linea con la Strategia Europa 2020 e supportata dal Parlamento europeo grazie a questa relazione. Si chiamano quindi tutti gli Stati dell'Unione alla lotta alla disoccupazione, soprattutto quella giovanile, con proposte costruttive e con scadenze precise per rispondere concretamente al problema dell'occupazione e della povertà.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Intendo votare a favore della presente proposta di decisione del Consiglio sugli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione, e concordo con le raccomandazioni della relatrice. Il trattato sul funzionamento dell’Unione europea obbliga il Consiglio a elaborare ogni anno orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione e a consultare il Parlamento europeo prima di adottare tali decisioni. A mio avviso la Commissione e il Consiglio devono garantire che gli orientamenti costituiscano il filo rosso del semestre europeo. La partecipazione delle parti interessate, tra cui le parti sociali e gli organismi parlamentari, nella progettazione, attuazione, monitoraggio e valutazione dei programmi nazionali di riforma è un elemento cruciale di una gestione efficace delle politiche occupazionali e sociali da parte degli Stati membri. Senza il profondo coinvolgimento degli Stati membri, la strategia Europa 2020 non può andare a buon fine; mi auguro che non sia questo l’esito.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Il 12 gennaio 2010, a seguito della valutazione dei programmi nazionali di riforma preliminari (PNR) presentati dagli Stati membri nel quadro della strategia Europa 2020, e in parallelo con la presentazione della prima valutazione annuale della crescita, la Commissione ha adottato una proposta di decisione del Consiglio in cui suggerisce di confermare la validità, per il 2011, della politica economica integrata e degli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell'occupazione adottati nel 2010. La proposta in esame tiene conto del fatto che i nuovi orientamenti integrati di Europa 2020 devono essere trasposti integralmente nelle misure politiche e nella sequenza delle riforme degli Stati membri che saranno presentate nei PNR definitivi nell’aprile 2011. Inoltre la proposta della Commissione si basa sull'impegno, contenuto negli orientamenti in materia di occupazione del 2010, di mantenere gli orientamenti stabili, nella misura del possibile, fino al 2014, in modo che gli Stati membri possano concentrarsi sulla loro attuazione.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Ho votato a favore della relazione della onorevole Berès perché ne condivido i contenuti circa le politiche da adottare per favorire l'occupazione nell'UE. I nuovi orientamenti integrati della Strategia "Europa 2020" devono essere contenuti integralmente nelle misure politiche e nelle iniziative degli Stati Membri. Fondamentale sarà l'impegno di ogni singolo Stato membro a mantenere saldi gli obiettivi da raggiungere entro il 2014. La disoccupazione, soprattutto quella giovanile, rimane uno degli obiettivi su cui maggiormente bisogna impegnarsi per fronteggiarla alla radice, perché riduce non solo la capacità di spesa immediata, ma anche tutte le strategie di investimento future, causando disagi sociali gravissimi che vanno al di là di fattori meramente economici. Non deve solo essere aumentata la quantità dei posti di lavoro, ma anche la loro qualità, e in questo sono chiamati in causa soprattutto gli Stati Membri, che devono inoltre proseguire il loro impegno nella lotta alla povertà ed al sostegno all'inclusione sociale.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto.(PL) La disoccupazione è un problema enorme e di difficilissima soluzione. Si tratta di un fenomeno che prosciuga le finanze pubbliche. Per quanto riguarda le spese, gli importi pagati per sussidi e altre prestazioni sociali lievitano, aumentando i costi dei vari tipi di programmi tesi a combattere la disoccupazione e incoraggiare il ritorno al lavoro. Per quanto riguarda le entrate, non c’è produzione e quindi non si riscuotono imposte. Nell’Unione il numero dei disoccupati ha superato i 23 milioni: ciò significa che negli ultimi sei mesi mezzo milione di persone ha perso il lavoro. Occorre fare ogni sforzo per realizzare l’obiettivo indicato nella strategia Europa 2020, e aumentare al 75 per cento il tasso di occupazione delle persone nella fascia di età fra 20 e 64 anni. Non dimentichiamo che la disoccupazione raggiunge il livello massimo tra i cittadini di età inferiore ai 25 anni, con una percentuale di oltre il 20 per cento.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0114/2011

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione perché ritengo necessario affrontare il problema della crescente volatilità dei prezzi dei generi alimentari e dei prodotti di base, il cui aumento – pari a circa il 90 per cento nel 2010 – ha provocato nel funzionamento della filiera alimentare problemi che rendono indispensabili le misure proposte nella presente risoluzione. Tali misure comprendono un’azione interna, come per esempio: un’energica politica agricola comune in grado di compensare gli agricoltori che devono affrontare l’aumento dei costi; un maggiore impegno a favore delle piccole aziende agricole biologiche che producono per il consumo locale; la presentazione di proposte adeguate riguardanti la direttiva sui mercati degli strumenti finanziari e la direttiva sugli abusi di mercato; il conferimento all’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati di maggiori poteri di vigilanza sui prodotti di base o anche il conferimento di un mandato alle autorità di regolamentazione e agli organi di vigilanza per limitare gli abusi speculativi. L’Unione europea necessita pure di una strategia a livello globale per lottare contro la speculazione, in cui rientri il coordinamento internazionale di un meccanismo teso a prevenire le eccessive fluttuazioni dei prezzi e l’istituzione di una regolamentazione specifica da applicarsi al maggior numero possibile di paesi.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione sull’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. I prezzi alimentari hanno raggiunto il loro livello più alto per il settimo mese consecutivo tra il 2010 e il 2011, collocandosi ai massimi livelli mai registrati dal 1990. Le impennate dei prezzi dei prodotti di base sono diventate un elemento destabilizzante nell’economia globale e hanno contribuito a innescare rivolte e disordini in diversi paesi in via di sviluppo e più recentemente in Algeria, Tunisia ed Egitto. La povertà e la fame esistono ancora nell’Unione europea, e 79 milioni di persone vivono ancora al di sotto del livello di povertà. Mi unisco quindi all’appello, formulato nella risoluzione, per un’azione immediata che garantisca la sicurezza alimentare ai cittadini dell’Unione europea e di tutto il mondo. È altresì importantissimo che i prodotti alimentari siano accessibili ai consumatori a prezzi ragionevoli, mentre occorre garantire un tenore di vita equo agli agricoltori. Invito pertanto l’Unione europea a sostenere lo sviluppo rurale, aumentando gli investimenti nella sicurezza alimentare e tenendo conto in modo particolare dei bisogni alimentari urgenti, dell’agricoltura su piccola scala e dei programmi di protezione sociale.

 
  
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  Roberta Angelilli (PPE), per iscritto. − L'indice dei prezzi alimentari sui mercati finanziari rileva negli ultimi mesi un aumento incontrollato dei prezzi, dovuto alla crisi economica-finanziaria internazionale e anche ai recenti disastri ecologici frutto dei cambiamenti climatici. Ma ad aggravare questa situazione ancora di più è il comportamento speculativo che ha inciso fino al 50% sul rialzo dei prezzi, impedendo a molte persone di godere della sicurezza alimentare e generando, soprattutto nelle nazioni più povere, instabilità politica, che come sappiamo, a effetto domino, finirà per minacciare la pace e la sicurezza di altri paesi.

La sicurezza alimentare è un diritto umano fondamentale, ribadito tra gli Obiettivi di sviluppo del Millennio, come anche tra quelli della PAC. Pertanto, l'Unione europea ha in dovere di affermare il suo impegno per la creazione di una solida politica di sviluppo agricolo e rurale, il suo sostegno alla ricerca e all'innovazione tecnologica al fine di migliorare la produttività, nel rispetto dei criteri di efficienza energetica e della sostenibilità.

Sostenibilità vuol dire anche promuovere la produzione e commercializzazione dei prodotti alimentari della tradizione locale, offrendo adeguati incentivi finanziari e la possibilità dell'accesso al credito alle PMI. Ritengo altresì importante l'adozione di una regolamentazione chiara e trasparente, che impedisca la speculazione, soprattutto a danno della salute di tanti cittadini europei, e che renda la produzione agricola europea competitiva.

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Le sollevazioni popolari che hanno infiammato la Tunisia e l’Egitto e le dimostrazioni di massa cui assistiamo in numerosi altri paesi hanno per diretto obiettivo la povertà e la disoccupazione. La collera di popolazioni che vivono al di sotto della soglia di povertà illumina di cruda luce il vicolo cieco in cui, a causa della crisi economica generale e del tentativo di scaricarne il peso sui lavoratori, si sono cacciate le forze del capitale e i loro rappresentanti politici. Pochi anni or sono, la FAO ha annunciato che il numero di persone, per cui procurarsi gli alimenti indispensabili alla sopravvivenza è difficile o addirittura impossibile, è ora più alto di quanto sia mai avvenuto in passato nella storia dell’umanità, avendo superato il miliardo; tale situazione, secondo la FAO, è inevitabilmente destinata a provocare gravi disordini sociali. Il problema della povertà nel mondo non è una questione di risorse insufficienti; è invece il risultato delle aggressioni imperialistiche e dello sfruttamento capitalistico delle risorse naturali basato solamente sul profitto.

Dopo la crisi alimentare del 2007 i prezzi dei generi alimentari non hanno smesso di crescere; al contrario, sono aumentati a un ritmo ancor più intenso. Nel contesto della crisi economica, il gioco d’azzardo delle speculazioni borsistiche sulla pelle della produzione agricola e della fame dell’umanità è un mezzo per ottenere la massima concentrazione del capitale e mantenerne la redditività. Nel 2010, i prodotti agricoli hanno generato i profitti più cospicui sui mercati azionari.

 
  
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  Elena Oana Antonescu (PPE), per iscritto. (RO) L’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari nell’Unione europea e in tutto il mondo nel 2011 rappresenta un grave problema. È un fenomeno di cui è difficile anticipare e controllare le cause, che sono alquanto diversificate; ma vi sono anche cause che è possibile e doveroso controllare. La lentezza della filiera alimentare appesantita da un eccessivo numero di intermediari, le catastrofi naturali provocate dal cambiamento climatico, i bassi redditi del settore agricolo e la volatilità del mercato dei prodotti agricoli sono solo alcune delle ragioni per cui il prezzo dei prodotti agricoli è aumentato in misura inaccettabile in tutta Europa.

A mio avviso i centri decisionali a livello europeo devono porre la riduzione dei prezzi dei prodotti alimentari tra gli obiettivi più importanti dell’agenda politica europea e globale. Ovviamente non ci proponiamo di interferire nel funzionamento del libero mercato, ma di eliminare i comportamenti speculativi che sfruttano in maniera ingiustificabile il gioco della domanda e dell’offerta, influenzando in maniera illecita e distorcendo le modalità di formazione dei prezzi. Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione, in quanto l’Europa ha bisogno di misure che impediscano a intermediari dediti alla speculazione di far lievitare i prezzi alimentari. L’Unione europea deve semplificare la filiera alimentare, per eliminare dal ciclo commerciale il parassitismo degli intermediari. Ne trarranno vantaggio sia i cittadini che i produttori, e contemporaneamente diverrà più agevole superare la crisi economica.

 
  
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  Elena Băsescu (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore del presente documento. Anche se, in base alle previsioni, le scorte globali di grano, cereali e zucchero saranno più abbondanti che nel 2007, e la situazione che ha provocato la crisi alimentare del 2008 non sembra destinata a ripetersi, la reazione dei mercati è stata sproporzionata e si è tradotta in un eccesso di volatilità, che si può spiegare con l’azione dei fondi di investimento speculativi. Inoltre, sono minacciati interi segmenti del settore agricolo. Questa situazione si osserva chiaramente nel mio paese, la Romania: l’aumento del 5 per cento dell’aliquota IVA – che ha raggiunto il 24 per cento – ha immediatamente provocato l’aumento dei prezzi. È difficile accettare che un allevatore, il quale si guadagna da vivere con un duro lavoro quotidiano, debba cadere vittima di giochi di mercato che si svolgono a decine di migliaia di chilometri di distanza, sui computer di imprese che non hanno alcun rapporto con l’agricoltura ma dispongono di denaro sufficiente per destabilizzare i mercati globali.

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto.(FR) Nella nostra relazione sull’agricoltura come settore strategico nel contesto della sicurezza alimentare, adottata in dicembre, si affermava che il diritto alla sicurezza alimentare è un diritto umano fondamentale, e che l’Unione europea ha il dovere di garantirlo ai suoi cittadini. Conformemente alla nostra posizione, oggi è nostro dovere denunciare l’aumento dei prezzi alimentari, che sono costantemente lievitati nel corso degli ultimi sette mesi. Le ragioni di questi rincari sono molteplici, ma dobbiamo concentrare l’attenzione soprattutto sulla volatilità dei prezzi e sulle speculazioni che hanno avuto per oggetto i prodotti alimentari di base, poiché si tratta di fattori che destabilizzano le nostre economie e generano incertezza. Bloccare la speculazione è essenziale, così come è essenziale combattere il cambiamento climatico. In realtà, la sicurezza alimentare è strettamente legata alle condizioni climatiche e ambientali; e a causa di tale nesso il coordinamento delle politiche ambientali e agricole acquista importanza vitale. Dobbiamo rivolgere l’attenzione anche ai paesi in via di sviluppo e sostenerli nel tentativo di conseguire l’autosufficienza alimentare, contrariamente alla linea che è stata sempre seguita negli ultimi anni. La sfida è immensa: solo in Europa, quasi 80 milioni di persone vivono ancora al di sotto della soglia di povertà.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione, perché è necessario adottare un’azione specifica per garantire la sicurezza alimentare ai cittadini dell’Unione europea e di tutto il mondo. I prezzi alimentari hanno raggiunto il loro livello più alto per il settimo mese consecutivo tra il 2010 e il 2011, collocandosi ai massimi livelli mai registrati da quando la FAO ha iniziato a misurare i prezzi dei prodotti alimentari nel 1990; le impennate dei prezzi dei generi alimentari sono diventate un elemento destabilizzante in numerosi paesi in via di sviluppo, e inoltre le rivolte e i disordini scoppiati in Algeria, Tunisia ed Egitto hanno inciso profondamente su questa situazione. I prodotti alimentari devono essere accessibili ai consumatori a prezzi ragionevoli, mentre allo stesso tempo occorre garantire un tenore di vita equo agli agricoltori; l’Unione europea ha quindi il dovere di garantire la sicurezza alimentare ai propri cittadini. Occorre richiamare l’attenzione sulla diminuzione dei redditi agricoli nell’Unione europea, dovuta all’aumento dei costi di produzione e alla volatilità dei prezzi, fattori questi che influiscono negativamente sulla capacità degli agricoltori di mantenere la produzione; né si possono dimenticare i costi che gli agricoltori europei devono sostenere per poter rispettare gli standard più elevati del pianeta in materia di sicurezza alimentare, ambiente, benessere degli animali e lavoro. Occorre compensare gli agricoltori per questi costi aggiuntivi e per i beni collettivi che essi forniscono alla società.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Mi sono astenuto dal voto sull’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. La proposta di risoluzione contiene una serie di spunti positivi, come per esempio la priorità da accordare al settore agricolo nella politica di sviluppo; nella proposta di risoluzione comune non compaiono però alcuni punti importanti dell’originaria proposta di risoluzione presentata dal gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica. Per la precisione, non si coglie il nesso tra la crisi alimentare e gli aumenti dei prezzi provocati dalle politiche adottate in campo commerciale e agricolo, e quindi non si avanza alcuna proposta per modificare tale contesto. Inoltre, la proposta di risoluzione invita a risolvere il problema alimentare ricorrendo all’Organizzazione mondiale del commercio e al G20: un metodo che non solo è contrario alle richieste degli agricoltori, ma si sostituisce pure al quadro delle Nazioni Unite, affidando le decisioni proprio alle stesse persone che con le loro scelte politiche hanno provocato e perpetuato il problema stesso. E ancora, la proposta di risoluzione non fa il minimo riferimento al fondamentale concetto di sovranità alimentare, benché questo sia un prerequisito della sicurezza alimentare. Infine, la proposta affronta la questione della speculazione e dell’aumento dei prezzi alimentari in maniera assolutamente inadeguata, limitandosi a invocare la “trasparenza” di tali prezzi, senza interrogarsi sul modo di stroncare i meccanismi finanziari che possono servire alla speculazione.

 
  
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  Ole Christensen, Dan Jørgensen, Christel Schaldemose e Britta Thomsen (S&D), per iscritto. (DA) Abbiamo votato a favore della proposta di risoluzione sull’aumento dei prezzi dei generi alimentari. Siamo ben consapevoli dei gravi problemi che attualmente ci affliggono nel settore alimentare, e a tal proposito riteniamo possibile ottenere notevoli risultati con un intervento contro la speculazione sui generi alimentari. Per questo motivo abbiamo votato a favore di questa risoluzione. Non siamo però favorevoli a incrementare il bilancio degli aiuti agricoli dell’Unione europea, né all’estensione degli strumenti di gestione del mercato. Inoltre, siamo contrari a incrementare l’uso degli OGM nella produzione alimentare.

 
  
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  George Sabin Cutaş (S&D), per iscritto. (RO) Negli ultimi tempi i prodotti alimentari a livello globale hanno raggiunto livelli drammaticamente alti; nel dicembre scorso hanno addirittura superato i prezzi registrati all’apice della crisi economica. Di recente, le Nazioni Unite hanno affermato di considerare improbabile l’ipotesi che dietro queste fluttuazioni dei prezzi vi sia un eccesso di domanda rispetto all’offerta. A metà degli anni Novanta si è formato un mercato speculativo imperniato sui prodotti alimentari, che è cresciuto di dimensioni durante la crisi finanziaria. Attualmente, gli speculatori approfittano della mancata regolamentazione del mercato, e da questa attività ricavano milioni. Un siffatto comportamento speculativo incide direttamente sul tenore di vita delle popolazioni e può contribuire all’instabilità politica. Ritengo dunque che l’Unione europea debba ricorrere agli strumenti della regolamentazione e della trasparenza per combattere la speculazione sui prezzi alimentari; per tale motivo ho votato a favore della proposta di risoluzione sull’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. – (RO) La crisi economica globale e l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e dei combustibili hanno condannato alla povertà e alla fame milioni di persone, ma soprattutto i poveri dei paesi in via di sviluppo, che sono i più vulnerabili all’impatto avverso della volatilità dei prezzi e della crisi alimentare. L’Unione europea nel suo insieme è e rimane il maggior produttore di generi alimentari. Per tale motivo occorre sviluppare competenze comuni nello svolgimento della ricerca e nella formazione relativa a metodi sostenibili di produzione agricola e nuove tecnologie, in modo da attenuare il collasso dei sistemi agricoli e scongiurare temporaneamente questa crisi. Sono convinta che l’Unione europea e gli Stati membri abbiano il dovere di adottare una strategia commerciale comune che garantisca una protezione sufficiente ai mercati alimentari e di decidere insieme le proprie politiche in materia di agricoltura e produzione alimentare.

 
  
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  Göran Färm, Anna Hedh, Olle Ludvigsson, Marita Ulvskog e Åsa Westlund (S&D), per iscritto. (SV) Noi socialdemocratici svedesi abbiamo votato contro la proposta di risoluzione sull’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Accogliamo con favore la discussione sui prezzi alimentari e sulle fluttuazioni dei prezzi, soprattutto per quanto riguarda le speculazioni sui prodotti alimentari di base e la debole concorrenza in alcuni segmenti della filiera alimentare; non crediamo però che questa risoluzione offra una descrizione adeguata del problema. Affermare l’esistenza di una minaccia diretta all’approvvigionamento alimentare europeo è un’esagerazione grossolana; siamo pure contrari a sfruttare le preoccupazioni per l’aumento dei prezzi alimentari come pretesto per giustificare una politica agricola europea basata su estesi sussidi diretti e sulla regolamentazione del mercato. La monotona insistenza della risoluzione sul settore agricolo conduce a ignorare altri fattori sociali, che pure sono importanti per chi voglia affrontare il problema di cospicui aumenti dei prezzi: pensiamo soprattutto alla mancanza di istituzioni democratiche in molti paesi, alle disuguaglianze di reddito e ai deboli sistemi di welfare.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ha segnalato in gennaio la possibilità, per il 2011, di aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari che già avevano raggiunto livelli record nel 2010, dopo la crisi alimentare del 2008. L’indice dei prodotti alimentari della FAO – che tiene conto di 55 prodotti alimentari di base – è salito per il sesto mese consecutivo, raggiungendo i 214,7 punti e superando così il precedente record di 213,5 punti stabilito nel giugno 2008. In questo momento, i prezzi alimentari hanno raggiunto il loro livello più alto per il settimo mese consecutivo tra il 2010 e il 2011, collocandosi ai massimi livelli mai registrati da quando la FAO ha iniziato a misurare i prezzi dei prodotti alimentari nel 1990.

Come ho già fatto rilevare in passato, ritengo necessario adottare misure concrete nel contesto della politica agricola comune per incrementare la produzione, assicurare un migliore approvvigionamento ai mercati e una maggiore stabilità dei pezzi, e garantire che la produzione corrisponda alle esigenze dei consumatori europei. Come vengo sostenendo, l’agricoltura va considerata un settore strategico, essenziale per garantire la sicurezza alimentare delle popolazioni, soprattutto in periodi di crisi come quello che stiamo attraversando.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Il diritto al cibo è un diritto umano fondamentale, che si realizza quando tutti dispongono, in qualsiasi momento, di un accesso fisico ed economico a un’alimentazione adeguata, sicura e nutrizionalmente valida, per poter soddisfare le esigenze di una vita attiva e sana.

Giudico inaccettabile che la fame affligga ancora l’Unione europea e il mondo. In effetti, secondo le stime dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), il numero delle persone sottonutrite nel mondo ha raggiunto nel 2010 la cifra di 925 milioni e l’aumento dei prezzi dei generi alimentari unito a imprevedibili carenze di approvvigionamento potrebbe peggiorare questa situazione.

Auspico quindi la formazione di un settore agricolo forte e sostenibile in tutta l’Unione europea e di un sostenibile e prospero ambiente rurale; la politica agricola comune deve garantire la realizzazione di quest’obiettivo. Richiamo poi l’attenzione sulla diminuzione dei redditi agricoli nell’Unione europea, dovuta all’aumento dei costi di produzione e alla volatilità dei prezzi, fattori questi che influiscono negativamente sulla capacità degli agricoltori di mantenere la produzione; e inoltre, gli agricoltori europei devono rispettare gli standard più elevati del pianeta in materia di sicurezza alimentare, ambiente, benessere degli animali e lavoro.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La proposta di risoluzione comprende parecchi aspetti significativi, tra cui: la necessità di privilegiare l’agricoltura negli aiuti allo sviluppo, prendendo atto della riduzione degli investimenti che si è registrata in questo settore; la necessità di disporre di scorte strategiche e scorte di intervento; e infine la necessità che gli strumenti di intervento sul mercato debbano avere un ruolo essenziale nell’ambito della futura politica agricola comune, benché questi strumenti non vengano poi specificati e molti si limitino a propugnare i cosiddetti “meccanismi di emergenza”, compatibili con quella liberalizzazione del mercato che si va perseguendo. Nondimeno, la risoluzione trascura alcuni punti essenziali e ne include altri che sono negativi o addirittura inaccettabili.

Essa non rileva che la crisi alimentare è il frutto delle odierne politiche agricole e commerciali – come la PAC e il libero scambio – non formula un’equilibrata e ineludibile critica di tali politiche, e non invoca neppure quel cambiamento che è tuttavia necessario. Accetta l’integrazione dell’agricoltura nell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), anche se propone alcune misure per mitigare tale inserimento; da parte nostra, rimaniamo convinti che l’agricoltura debba rimanere al di fuori dell’OMC. Il concetto fondamentale della sovranità alimentare, inseparabile dalla sicurezza alimentare, viene ignorato; si accenna bensì al problema della speculazione, ma in maniera del tutto inadeguata. Le misure suggerite non si spingono al di là dell’auspicio di una “maggiore trasparenza” nel mercato, cosa palesemente insufficiente.

 
  
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  Elisabetta Gardini (PPE), per iscritto. − Il cambiamento climatico e la speculazione sui mercati delle materie prime sono tra i principali fattori che mettono a rischio la sicurezza alimentare, sia all'interno sia all'esterno dell'UE. Con questa convinzione sostengo la risoluzione che chiede misure urgenti per combattere la manipolazione dei prezzi dei prodotti alimentari e garantire che la produzione agricola sia mantenuta nell'UE. Non ci sono dubbi, infatti, che siccità, inondazioni, incendi e tempeste - fenomeni che avvengono con maggiore frequenza rispetto al passato - riducano la capacità di produzione agricola in tutto il mondo. Diventa quindi essenziale una corretta gestione del suolo e dell'acqua per prevenire la perdita di terreni da coltivare. È inoltre necessario contrastare le speculazioni abusive che gravano sui mercati dei prodotti alimentari, delle materie prime agricole e dell'energia . La sicurezza alimentare passa attraverso una forte politica che assicuri un futuro ai nostri agricoltori e incentivi l’introduzione di pratiche agricole più efficaci e sostenibili nei Paesi meno sviluppati.

 
  
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  Robert Goebbels (S&D), per iscritto.(FR) L’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari è inaccettabile. I cattivi raccolti in Russia e in Ucraina non bastano certo a spiegare un rincaro del 91 per cento per il grano, e ancor meno gli aumenti del 57 per cento per il mais, del 33 per cento per la soia e del 32 per cento per lo zucchero. Chiaramente, il folle mondo della finanza si è dato alle speculazioni sui mercati alimentari, senza la minima intenzione di toccare i prodotti, che vengono costantemente comprati e rivenduti; l’accesso a questi mercati andrebbe riservato unicamente agli acquirenti professionali. Il problema più importante rimane però la necessità di incrementare la produttività agricola mondiale. Per sfamare in maniera più adeguata 9 miliardi di persone, occorre incrementare la produzione agricola del 60-70 per cento; solo passando a un’agricoltura più efficiente riusciremo a debellare la fame. Grazie a nuove sementi e a nuove tecniche di irrigazione e risparmio idrico l’agricoltura potrà fornire il rendimento desiderato. Il numero di agricoltori che coltivano OGM cresce di anno in anno: oggi se ne contano più di 14 milioni, che coltivano oltre il 10 per cento dei seminativi a livello mondiale. Solo l’Europa proclama di voler fare a ameno degli OGM, benché il bestiame europeo venga già nutrito con mangimi ricavati per due terzi da colture geneticamente modificate provenienti dal continente americano.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto.(FR) Proprio nel momento in cui occorre ribadire che la sicurezza alimentare è un diritto umano fondamentale, all’inizio del 2011 i prezzi alimentari a livello mondiale hanno toccato il livello massimo, colpendo i produttori e i consumatori nell’Unione europea ma anche tutta la popolazione mondiale. Tale tendenza, aggravata dalla volatilità dei prezzi provocata dagli speculatori, è completamente inaccettabile, poiché sappiamo che nel mondo la povertà e la fame colpiscono oltre un miliardo di persone. Di conseguenza ho votato a favore di questa proposta di risoluzione, che raccomanda l’introduzione di una regolamentazione globale capace di impedire alla speculazione di violare il diritto alla sicurezza alimentare; riafferma l’impegno dell’Unione europea a diventare uno dei principali attori in campo alimentare e agricolo a livello globale; e incoraggia gli Stati membri a incrementare la quota di aiuti ufficiali dedicata all’agricoltura.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. – (DE) Sono favorevole alla proposta di risoluzione presentata dal gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano) sull’attuale problema dell’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. La proposta esorta l’Unione europea ad accelerare i progressi della lotta globale contro la povertà e la fame; nei paesi in via di sviluppo questo incide sulle fondamentali opportunità di vita. I prezzi elevati rappresentano però un problema anche all’interno dell’Unione europea. Tale situazione è una conseguenza della carenza di prodotti di base, degli alti prezzi dei combustibili, della dipendenza da raccolti ed esportazioni, delle condizioni del mercato mondiale e della speculazione. L’unico metodo per garantire in futuro gli approvvigionamenti alimentari all’Europa passa per la politica agricola comune; gli stessi agricoltori dipendono in ugual misura dalla possibilità di praticare prezzi ragionevoli, poiché devono sostenere alti costi di produzione. L’aumento dei prezzi al consumo non si riflette sui redditi agricoli. Il Parlamento chiede alla Commissione di agire con urgenza e di adottare misure che si estendano a tutte le aree politiche.

 
  
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  Astrid Lulling (PPE), per iscritto.(FR) L’attuale impennata dei prezzi dei prodotti alimentari, e soprattutto di prodotti di base come i cereali e i semi oleosi, dipende in primo luogo dalle catastrofi naturali che hanno colpito la Russia e l’Australia.

Anche se è possibile che l’aumento dei prezzi dei prodotti favorisca i redditi degli agricoltori europei, non dobbiamo dimenticare che nel settore dell’allevamento si riscontra una corrispondente impennata dei prezzi dei mangimi.

Conosciamo bene, purtroppo, la fortissima dipendenza dell’Unione europea dall’approvvigionamento di prodotti alimentari di base; ne consegue che in Europa la sicurezza alimentare è ben lontana dall’essere un dato acquisito.

Non occorre andare molto lontano – la prova ci è offerta dai paesi dell’Africa settentrionale – per comprendere le pericolose conseguenze di quest’atmosfera di incertezze.

La nostra assicurazione sulla vita consiste nel mantenimento di una politica agricola comune degna di questo nome, che garantisca ai nostri agricoltori un reddito dignitoso, e nel mantenimento di un’agricoltura produttiva in ogni regione d’Europa.

Per questo motivo ha partecipato attivamente all’elaborazione di questa risoluzione e ho votato a favore.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della risoluzione sull’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Secondo la risoluzione, i prezzi alimentari hanno raggiunto i livelli più alti mai registrati da quando l’Organizzazione per l’agricoltura e l’alimentazione (FAO) ha cominciato a misurarli nel 1990. L’aumento dei prezzi alimentari ha generato una collera che a sua volta ha scatenato diffusi disordini in molti paesi. Una causa cruciale è stata la speculazione attuata da operatori e intermediari che non hanno interessi commerciali in questi mercati. È necessario agire per combattere gli eccessi speculativi che interessano i mercati dei prodotti di base.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Voterò a favore di questa proposta di risoluzione perché concordo con tutti i principi che vi sono esposti. Sono favorevole alla produzione di alimenti sani in quantità sufficienti per contribuire in maniera efficace alla domanda globale di generi alimentari. È essenziale garantire il reddito degli agricoltori e realizzare meccanismi in grado di scongiurare l’estrema volatilità dei prezzi e dei mercati. Per garantire la disponibilità, a livello globale, di una produzione alimentare sufficiente a nutrire l’intera popolazione del mondo, è indispensabile sostenere gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo. Dobbiamo fare ogni sforzo per combattere il cambiamento climatico in tutto il mondo, per non intaccare le risorse naturali e scongiurare la diminuzione dei redditi agricoli. È essenziale rafforzare la produzione degli agricoltori nella filiera alimentare; se vogliamo che il settore produttivo fiorisca, è indispensabile valutare la questione degli aumenti di prezzo relativi ad altri costi esterni e alla speculazione sui prodotti alimentari di base.

 
  
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  Alajos Mészáros (PPE), per iscritto. (HU) La sicurezza alimentare è una questione di capitale importanza per l’Europa, e proprio per questo presuppone una politica agricola comune (PAC) forte e costante; si tratta di un obiettivo irraggiungibile se non riusciremo a risolvere i due più importanti problemi attuali: la volatilità dei mercati e dei prezzi e la diminuzione delle scorte alimentari. L’intensificarsi della speculazione relativa ai prodotti agricoli e alimentari di base fa da sfondo agli attuali aumenti dei prezzi alimentari. I fondi d’investimento convogliano enormi quantità di denaro verso la speculazione sui prezzi alimentari, imponendo ai consumatori prezzi superiori di parecchie volte ai costi di produzione. L’aumento dei prezzi inasprisce il problema dell’accessibilità, soprattutto per coloro il cui reddito è scarso o nullo. La spesa per i generi alimentari è una delle componenti più importanti dei bilanci familiari, con una percentuale che oscilla tra il 60 e l’80 per cento nei paesi in via di sviluppo, e tra il 20 e il 30 per cento negli Stati membri meno sviluppati. Gli strumenti finanziari devono essere al servizio dell’economia e aiutare la produzione agricola a superare le crisi più gravi nonché gli eventi climatici; quindi non si può tollerare che la speculazione metta a repentaglio la produzione agricola. Condanno la speculazione sui prodotti agricoli di base e sulle materie prime, che contribuisce ad accentuare la volatilità dei prezzi e a inasprire la crisi alimentare globale. Proprio per questo approvo e sostengo la tesi per cui nel quadro della futura PAC non si potrà agire efficacemente contro le più notevoli fluttuazioni dei prezzi senza disporre di scorte strategiche; occorre quindi rafforzare il ruolo degli strumenti di intervento sul mercato.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione perché approvo le misure che essa prevede per contrastare gli ostacoli che intralciano la sicurezza alimentare globale: la speculazione commerciale, la concentrazione nella filiera alimentare, la volatilità dei prezzi, i bassi livelli di reddito degli agricoltori e il cambiamento climatico. Giudico positivo l’appello ad agire in maniera immediata e tenace per garantire la sicurezza alimentare globale, e apprezzo la riconferma del diritto all’alimentazione come diritto umano. Mi associo all’invito, rivolto all’Unione europea, a incrementare gli aiuti allo sviluppo rurale con investimenti a favore dei programmi di protezione sociale e dell’agricoltura su piccola scala, oltre che con efficaci misure di lotta al cambiamento climatico. Noto con soddisfazione che la risoluzione invita la Commissione a incorporare nei negoziati commerciali con i paesi partner dell’Unione europea il rispetto di standard equivalenti a quelli dell’Unione in materia di ambiente, di benessere animale, di sicurezza e qualità alimentare; plaudo anche all’invito, rivolto all’Unione, a rispettare e promuovere la garanzia di un futuro sostenibile per gli agricoltori nel contesto degli accordi commerciali, e a non mettere a repentaglio la produzione agricola europea, l’agricoltura rurale e l’accesso globale all’alimentazione.

 
  
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  Louis Michel (ALDE), per iscritto.(FR) I prezzi dei prodotti alimentari hanno raggiunto un livello record: questo rincaro getta nell’insicurezza alimentare milioni di persone, destabilizza l’economia mondiale e provoca rivolte e disordini. La comunità internazionale si è peraltro impegnata, nel quadro degli Obiettivi di sviluppo del millennio, a dimezzare la fame nel mondo entro il 2015. Garantire un’alimentazione adeguata e regolare a ogni essere umano non è solo un imperativo morale, è anche la realizzazione di un diritto umano fondamentale. Questo diritto universale e inalienabile è stato confermato nel corso dell’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE tenutasi in dicembre a Kinshasa; mentre la Commissione deve onorare da un lato gli impegni assunti nei confronti dei paesi in via di sviluppo e di quelli meno sviluppati, dall’altro deve anche promuovere una politica agricola comune forte e sostenibile che rifletta le esigenze degli agricoltori europei. Condivido le preoccupazioni di questi ultimi, poiché il loro reddito è diminuito a causa del lievitare dei costi di produzione e della volatilità dei prezzi, e quindi essi non hanno tratto alcun vantaggio dall’aumento dei prezzi alimentari. Per risolvere questi problemi occorrono misure efficaci e coordinate; sprechi e opulenza sono inaccettabili di fronte alla tragedia della fame, che assume proporzioni sempre più grandi.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (LV) Concordo con la proposta di risoluzione, che però tace sulle misure da prendere d’ora in poi. La semplice constatazione che i generi alimentari sono costosi non è sufficiente; è essenziale sviluppare rapidamente un sistema di gestione teso a controllare e ottimizzare i prezzi dei generi alimentari. Non meno essenziale è istituire un meccanismo antimonopolistico e antispeculativo mirante alla regolamentazione e all’eliminazione degli abusi; un tale meccanismo dovrebbe comportare la creazione di un’Agenzia generale europea per il controllo e la supervisione di prezzi e servizi. Sarebbe altresì necessario prevedere produttività ed efficienza nelle sfere produttive; ciò consentirebbe di prevenire i casi di sovrapproduzione e di scarsità, riducendo le perdite al minimo. Si impone una seria analisi, che ci permetterebbe di definire i costi reali e di evitare la destabilizzazione.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) L’effetto combinato di maggiori prezzi dei prodotti di base, restrizioni alle esportazioni, cattivi raccolti causati dalle condizioni del tempo, maggiori costi di trasporto, speculazioni sull’agricoltura e crescita della domanda fa lievitare i prezzi. L’Unione europea dovrebbe riesaminare il proprio comportamento: quando è più redditizio destinare i terreni agricoli alla produzione di biocombustibili anziché di generi alimentari, non c’è da meravigliarsi che la terra diventi oggetto di concorrenza, con tutte le conseguenze negative che ne derivano. Ho tenuto conto di queste considerazioni al momento di votare.

 
  
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  Mariya Nedelcheva (PPE), per iscritto. – (BG) Ho sottoscritto e votato molto volentieri la proposta di risoluzione sull’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, in quanto per garantire la stabilità di tali prezzi sono necessarie misure speciali.

I colleghi e io desideriamo individuare una soluzione per i problemi che stanno alla radice dell’aumento dei prezzi alimentari: acquirenti che abusano della propria posizione dominante, prassi sleali di negoziazione dei prezzi, mancanza di informazioni sulla formazione dei prezzi, modalità di distribuzione dei profitti lungo la filiera alimentare e speculazioni nei mercati dei prodotti di base. Vogliamo che la riforma della politica agricola comune offra un primo pilastro stabile per sostenere i redditi degli agricoltori e introdurre misure a sostegno del mercato.

Per contrastare la speculazione sui mercati dei prodotti di base, il Parlamento europeo invita la Commissione a garantire maggior trasparenza, con lo scambio di informazioni valide e tempestive sugli sviluppi del mercato.

Con questa risoluzione ci proponiamo inoltre di migliorare la posizione dei produttori agricoli nella filiera alimentare, in modo che essi possano ottenere una quota maggiore dei profitti del settore agricolo. Mi associo pure all’esortazione, rivolta al G20, a coordinare i meccanismi per la prevenzione dell’aumento dei prezzi e a varare una regolamentazione che consenta di affrontare le crisi alimentari e agricole.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto.(PL) Oggi si è votato sulla proposta di risoluzione sull’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Il rapido aumento di tali prezzi mette a repentaglio la sicurezza alimentare di milioni di persone, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo.

Dal momento che gli effetti dell’aumento dei prezzi alimentari hanno colpito soprattutto i gruppi che si trovano in una situazione sociale difficile, l’Europa, insieme ai paesi terzi e alle istituzioni internazionali, deve intraprendere al più presto le seguenti azioni: è necessario introdurre regolamentazioni e controlli a livello nazionale e internazionale, per risolvere il problema della speculazione sui mercati agricoli (la negoziazione dei derivati sulle materie prime alimentari dev’essere limitata per quanto possibile agli investitori direttamente legati ai mercati agricoli).

La politica agricola comune va dotata degli opportuni strumenti di intervento sul mercato, poiché a mio avviso solo una forte politica agricola comune può offrirci la garanzia di risolvere il problema della sicurezza alimentare. È importantissimo mettere a punto misure adeguate per la prevenzione e la gestione dei rischi, allo scopo di limitare le ripercussioni delle catastrofi naturali sulla produzione agricola. Non si deve trascurare neppure il sostegno alla produzione agricola destinata a consumatori locali e regionali.

Il mancato coordinamento nella lotta contro le più cospicue fluttuazioni dei prezzi può accentuare ulteriormente le sperequazioni nella distribuzione di prodotti alimentari tra paesi ricchi e paesi poveri, e nel lungo periodo può anche provocare una crisi alimentare. Gli interrogativi sulla necessità di rifornire di generi alimentari una popolazione in costante crescita rimangono senza risposta.

 
  
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  Rolandas Paksas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione sull’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari in Europa. Il diritto all’alimentazione è un diritto umano fondamentale, e di conseguenza dobbiamo fare ogni sforzo per garantire che i prezzi alimentari siano regolamentati e accessibili a tutti, con particolare attenzione per il problema dell’accessibilità dei generi alimentari nei paesi in via di sviluppo. Concordo con la proposta per cui la Commissione dovrebbe adottare una nuova strategia per gli scambi commerciali e lo sviluppo, che conceda maggiore indipendenza ai paesi in via di sviluppo per la soluzione del problema dell’aumento dei prezzi alimentari. Si sottolinea poi la necessità di offrire sostegno e un ambiente economico propizio agli agricoltori, e soprattutto ai piccoli agricoltori. I dazi all’esportazione vanno ridotti, ed è altresì necessario limitare le attività agricole di tipo industriale che possono incidere negativamente sulla produzione alimentare. Dobbiamo adoperarci in ogni modo per intensificare il sostegno allo sviluppo nel settore agricolo, sostenere lo sviluppo rurale, introdurre metodi di produzione innovativi e fornire aiuti umanitari efficaci. Solo con l’introduzione di misure che impediscano la concentrazione lungo la filiera alimentare e la speculazione sui prodotti agricoli di base e riducano i costi di produzione, potremo limitare l’aumento dei prezzi alimentari. Date le esigenze di sicurezza energetica e alimentare, dobbiamo individuare fonti alternative di approvvigionamento energetico e ridurre al minimo gli sprechi alimentari a livello sia nazionale che di Unione europea. Per garantire l’efficacia delle misure tese a contrastare l’aumento dei prezzi alimentari, dobbiamo istituire un’agenzia indipendente di regolamentazione e assicurare il funzionamento adeguato ed efficace dei sistemi di sicurezza alimentare a livello regionale e locale.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − L'inasprimento dei prezzi dei generi alimentari sta causando difficoltà anche all'UE. L'aumento costante degli ultimi mesi ha raggiunto cifre mai registrate prima nella storia dalla FAO. Ciò è dovuto a tutta una sere di fattori, la mancanza di un accordo commerciale globale, l'aumento dei prezzi di alcune materie prime e l'aumentata domanda di derrate, ma anche a speculazioni e a "giochi finanziari" portati avanti su altri mercati ma che hanno ripercussioni sul mercato globale. A ciò si aggiunge la contrapposizione tra economie sviluppate ed economie in via di sviluppo, in cui queste ultime, colpite duramente ma in modo indiretto dalla crisi, utilizzano le derrate alimentari come unica arma a loro disposizione. Tale situazione non ha risvolti solo sul mercato globale ma anche per i piccolo produttori e per i consumatori i quali si vedono di fronte ad aumenti, anche importanti, di beni di prima necessità. Ritengo pertanto che la sicurezza alimentare sia una priorità che debba essere difesa e perseguita e che sia necessario e doveroso cercare una soluzione globale il più possibile condivisa a tale instabilità.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. (EL) Ho votato a favore della proposta di risoluzione comune sui prezzi dei prodotti alimentari. Nella sua qualità di potenza globale nel settore della produzione agricola, l’Unione europea deve prevedere e affrontare le sfide che si profilano: per esempio condizioni meteorologiche estreme, limitata disponibilità di risorse naturali, dipendenza dalle importazioni alimentari e crescente speculazione sui prodotti di base. La crisi economica riguarda peraltro anche l’Europa. 79 milioni di europei, ossia il 16 per cento della popolazione dell’Unione, ricevono sussidi alimentari, mentre l’inflazione, per quanto riguarda i prodotti di base, cresce costantemente; questa situazione, accentuata dalla recessione, si fa sentire acutamente in Grecia. È chiaro che oggi l’Europa deve incrementare la produzione, utilizzando con maggiore efficienza una quantità minore di risorse.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sull’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari perché nel giro di sei mesi il costo del paniere di prodotti alimentari preparato dalla FAO – che comprende 55 prodotti di base – è aumentato del 34 per cento. In Portogallo la situazione degli agricoltori è insostenibile: il gasolio per uso agricolo sta per uguagliare il prezzo record del 2008, cioè un euro al litro; i prezzi dell’elettricità sono aumentati almeno del 4 per cento e quest’anno si progetta di eliminare l’elettricità per uso agricolo; anche i prezzi dei mangimi, dei fertilizzanti e dei pesticidi sono saliti alle stelle; i tassi d’interesse dei prestiti agricoli, infine, si aggirano intorno al 6 per cento. Mi sono limitata a pochi esempi. Mi sembra poi inaccettabile, nel momento in cui la situazione è aggravata da una crisi diffusa, che i consumatori debbano pagare prezzi gonfiati senza che il reddito degli agricoltori ne tragga alcun vantaggio. Esorto la Commissione europea ad assumersi le sue responsabilità e a prendere in considerazione tutta la filiera allorché esamina questi gravi problemi del settore agricolo, e a non trascurare – come ha fatto nel caso del “pacchetto latte” – uno dei soggetti principali: la grande distribuzione.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sull’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli, poiché nessuno può dichiararsi soddisfatto della situazione che si registra da mesi e che colpisce in primo luogo i piccoli agricoltori e i consumatori. I prezzi dei cereali hanno addirittura superato i record del 2008, quando l’aumento dei prezzi provocò disordini a Haiti e in Egitto. Le risposte si devono elaborare in primo luogo su scala globale e vanno coordinate insieme alla FAO, ma si devono poi estendere all’Europa, ove è necessario raggiungere l’obiettivo della stabilità dei prezzi. Per tale motivo sono favorevole all’adozione di proposte sagge – come la riduzione degli sprechi alimentari – nonché alla richiesta alla Commissione di far sì che la negoziazione dei derivati sulle materie prime alimentari sia limitata agli investitori direttamente legati ai mercati agricoli: tutte misure tese a rendere forte e sostenibile l’agricoltura europea. Ieri il Commissario Cioloş ci ha giustamente ricordato che il compito dell’Europa non è quello di sovvenzionare i biocombustibili, ma piuttosto quello di promuovere l’utilizzo dei seminativi per la produzione di generi alimentari: più semplice di così!

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto.(FR) Alla vigilia dell’incontro dei ministri delle Finanze del G20, l’Europa giunge ancora una volta impreparata al tavolo dei negoziati. Sin dal gennaio 2011 l’amministrazione statunitense chiede di controllare e rendere trasparenti le posizioni adottate dai fondi finanziari sui mercati agricoli. La Commissione deve avanzare tempestive proposte in questo senso; sarà un primo passo per contrastare gli appetiti degli speculatori. L’impatto sugli allevatori europei è drammatico e immediato: essi non riescono più a nutrire i loro animali.

Centinaia di aziende agricole si avviano al fallimento. Cinque anni fa il grano costava 100 euro alla tonnellata; oggi si vende quasi a 300. La Commissione chiede agli agricoltori di adeguarsi ai segnali del mercato; farebbe bene a seguire il suo stesso consiglio. Di fronte a questa crisi, l’Europa non può attendere fino al 2014 per trovare le soluzioni adatte.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione perché denuncia con fermezza l'aumento dell'indice dei prezzi alimentari, che negli ultimi mesi ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 20 anni, causando emergenze sociali come le sommosse che da dicembre stanno sconvolgendo l´intero Maghreb. L´aumento del costo del cibo sta causando una netta diminuzione del tenore di vita per le masse dei lavoratori, per le quali la spesa per prodotti alimentari costituisce di norma il 50% del bilancio familiare. Solo nell'Unione Europea circa 80 milioni di persone vivono ancora al di sotto della soglia di povertà, e molte di loro sono assistite con programmi di aiuti alimentari. I cattivi raccolti registrati in America, i disastri naturali in Russia e in Brasile, il rialzo dei prezzi dell’energia e del greggio, l'invecchiamento degli operatori del settore agricolo... sono questi i problemi che bisogna affrontare senza attendere oltre. Oggi più che mai è importante condannare le speculazioni, studiando l´ipotesi di un sistema europeo di scorte alimentari per far fronte a crisi come quella che stiamo vivendo. L'obiettivo è quello di cercare strategie collettive condivise per rispondere con prontezza all'aumento della domanda di beni alimentari, anche attraverso politiche specifiche di incentivo che avvicinino i giovani al mondo agricolo.

 
  
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  Brian Simpson (S&D), per iscritto. (EN) Il partito laburista al Parlamento europeo (EPLP) è favorevole alla risoluzione elaborata in risposta alle brusche impennate dei prezzi alimentari cui assistiamo oggi e al loro impatto sulla sicurezza alimentare mondiale. I recentissimi aumenti dei prezzi riconfermano parecchie delle preoccupazioni che l’EPLP nutre ormai da molto tempo in merito alle distorsioni della filiera alimentare, al possibile ruolo degli speculatori nell’aggravarsi della situazione e alla carenza, in molti paesi in via di sviluppo, di investimenti agricoli suscettibili di costruire capacità produttive.

L’EPLP sostiene la necessità di una risposta globale alla sfida della sicurezza alimentare, ma desidera contemporaneamente sottolineare il ruolo che la PAC, dopo un’ambiziosa riforma, può svolgere per contribuire a superare questa sfida. Una PAC riformata deve perseguire obiettivi di sicurezza alimentare globale e di politica di sviluppo, abolendo una volta per tutte le restituzioni all’esportazione, che minano la capacità dei paesi in via di sviluppo di crearsi una propria produzione agricola, limitando i meccanismi di intervento sul mercato, che a loro volta distorcono il mercato, e promuovendo la produzione agricola sostenibile, in modo che il settore agricolo possa mitigare il cambiamento climatico e adattarvisi, a tutela della base di risorse naturali e della capacità di produzione alimentare dell’Unione europea.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. – (NL) La politica di sicurezza alimentare è in primo luogo una politica di difesa. Un paese che non riesca a fornire alla sua popolazione un’alimentazione sicura a prezzi accessibili, né a garantire un dignitoso livello di vita ai suoi agricoltori, è avviato sulla strada dell’instabilità e della rivolta: il diritto all’alimentazione è un diritto umano fondamentale. Il testo in esame mette opportunamente in luce la necessità di un approccio multidimensionale; le misure necessarie per garantire la sicurezza alimentare sono assai simili a quelle occorrenti per combattere con maggiore efficacia il cambiamento climatico, migliorare gli aiuti allo sviluppo, mettere a punto strutture commerciali differenti, garantire maggiore trasparenza sul mercato dei prodotti di base e varare misure contro la speculazione. Avrei preferito un testo ancor più energico, che invocasse in particolare l’istituzione di un’agenzia globale indipendente per la rigorosa regolamentazione dei prodotti alimentari di base.

Il gruppo dei Verdi/Alleanza libera europea voleva proporre anche le azioni indispensabili per ridurre gli sprechi alimentari: una percentuale oscillante fra il 20 e il 30 per cento delle colture va perduta nelle precoci fasi della semina e del raccolto. Nei paesi in via di sviluppo metà del raccolto marcisce perché non si riesce a immagazzinarlo o a trasportarlo; contemporaneamente consumatori e distributori dei paesi sviluppati gettano il 40 per cento della propria produzione alimentare, ancora intatto, nella spazzatura. È una situazione inaccettabile e immorale! Infine, sono convinto che l’alimentazione non debba assolutamente rientrare nella sfera d’azione dell’OMC. I generi alimentari non si potranno mai considerare una merce come le altre; mai!

 
  
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  Marc Tarabella (S&D), per iscritto.(FR) Mi rallegro per l’adozione di questa proposta di risoluzione comune, che mette in rilievo i principali fattori che contribuiscono all’odierno aumento dei prezzi. Eccoli: l’aumento dei prezzi del petrolio; la crescente produzione di biocombustibili, che divora enormi superfici di terreno agricolo; le catastrofi naturali sempre più frequenti; e infine la speculazione sui mercati. Lo scopo non è più quello di fornire prodotti alimentari al prezzo migliore, bensì quello di spremere da tali prodotti il massimo profitto possibile. Secondo la FAO, in gennaio i prezzi dei prodotti alimentari hanno raggiunto un livello record, e si stima che un aumento dell’un per cento di tali prezzi ponga a rischio l’alimentazione di altri 16 milioni di persone. Le impennate dei prezzi rappresentano quindi una sfida difficilissima per i paesi in via di sviluppo, che destinano già tre quarti del proprio reddito all’acquisto di prodotti alimentari di base. Temiamo di conseguenza il prodursi di una situazione sociale e politica ancor più drammatica di quella da cui scaturirono i “tumulti della fame” nel 2008. L’Europa svolge un ruolo fondamentale nel garantire la sicurezza alimentare globale. Auguriamoci che i ministri del G20, che si incontreranno in giugno a Parigi, ci offrano le soluzioni adatte per debellare la volatilità dei prezzi alimentari.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) Il diritto all’alimentazione, sancito nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e nell’articolo 39 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, è stato messo gravemente a repentaglio dall’odierna crisi economica e finanziaria. La crescita demografica attualmente prevista, soprattutto nelle economie emergenti, e il progressivo aggravarsi della fame e della povertà globale dimostrano che per soddisfare i bisogni della popolazione occorre incrementare la produzione alimentare del 70 per cento almeno. A questo fosco scenario si aggiunge la speculazione finanziaria sui prodotti alimentari di base, che provoca la volatilità dei prezzi di tali prodotti, per non parlare degli eventi meteorologici estremi e della costante espansione della produzione di bioetanolo a spese dei prodotti alimentari. A mio avviso occorre urgentemente adottare misure atte a contrastare la destabilizzazione dei mercati agricoli, per sostenere in tal modo gli agricoltori e promuovere l’innovazione nel settore, rafforzando nello stesso tempo il ruolo della politica agricola comune quale obiettivo fondamentale dell’Unione europea. Si tratta di un problema trasversale da discutere su un piano multilaterale, in quanto riguarda la popolazione di tutto il mondo e i suoi effetti moltiplicatori sono innegabili; le rivolte scoppiate nei paesi in via di sviluppo ne sono un esempio. Occorre irrobustire il sostegno ai paesi a rischio per impedire future crisi alimentari.

 
  
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  Derek Vaughan (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della risoluzione sull’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, che incide gravemente sulla sicurezza alimentare globale. I più recenti aumenti dei prezzi confermano molte delle preoccupazioni nutrite in merito alle distorsioni della filiera alimentare, al possibile ruolo degli speculatori nell’aggravarsi della situazione e alla carenza, in molti paesi in via di sviluppo, di investimenti agricoli suscettibili di costruire capacità produttive. È necessaria una risposta globale alla sfida della sicurezza alimentare, ma occorre anche sottolineare il ruolo che la PAC, dopo un’ambiziosa riforma, può svolgere per contribuire a superare questa sfida. Una PAC riformata deve perseguire obiettivi di sicurezza alimentare globale e di politica di sviluppo, abolendo una volta per tutte le restituzioni all’esportazione, che minano la capacità dei paesi in via di sviluppo di crearsi una propria produzione agricola. Promuovere la produzione agricola sostenibile è indispensabile per aiutare il settore agricolo a mitigare il cambiamento climatico e adattarvisi, a tutela della base di risorse naturali e della capacità di produzione alimentare dell’Unione europea.

 
Ultimo aggiornamento: 4 luglio 2011Avviso legale