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Procedura : 2011/2656(RSP)
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Testi presentati :

B7-0256/2011

Discussioni :

PV 06/04/2011 - 17

Votazioni :

PV 07/04/2011 - 6.7
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P7_TA(2011)0152

Discussioni
Giovedì 7 aprile 2011 - Strasburgo Edizione GU

7. Dichiarazioni di voto
Video degli interventi
PV
  

Dichiarazioni di voto orali

 
  
  

Relazione Wojciechowski (A7-0121/2011)

 
  
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  Ville Itälä (PPE).(FI) Signora Presidente, penso che sia molto importante aver votato a favore della relazione con una chiara maggioranza. Questo è proprio il tipo di lavoro che il Parlamento europeo deve compiere per preservare la fiducia del pubblico nel sistema.

Perché allora ho voluto sollevare nuovamente la questione, visto che la votazione è conclusa? Come il relatore, anch’io vorrei sottolineare l’importanza della questione, specialmente tra le istituzioni, e le tabelle di correlazione rappresentano un punto di partenza fondamentale. Spero che l’iter prosegua sino alla fine senza controversie tra le istituzioni in modo che si passi il prima possibile alla fase attuativa.

 
  
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  Giommaria Uggias (ALDE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, è un provvedimento importante per tutto il mondo agropastorale. A tale provvedimento, però, deve far seguito rapidamente l’impegno del Consiglio, e quindi dei governi nazionali, affinché venga adottato immediatamente, prima della fine della stagione, in modo tale da risolvere questo problema che non riguarda soltanto la parte meridionale dell’Europa ma riguarda – e il voto di oggi ne è la testimonianza – l’intero territorio europeo.

La bluetongue affligge il patrimonio ovino e il patrimonio bovino delle nostre aziende. Quindi, procedere verso una totale eradicazione è un obiettivo di politica sanitaria al quale con questo provvedimento i governi nazionali potranno in misura maggiore dare il loro contributo attraverso l’elasticità. Si tratta anche di adottarlo immediatamente attraverso il recepimento della direttiva.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0236/2011 (sugli insegnamenti da trarre dall’incidente nucleare in Giappone per la sicurezza nucleare in Europa)

 
  
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  Ville Itälä (PPE).(FI) Signora Presidente, questo è stato un tema di discussione estremamente importante e ritengo che sarebbe stato fondamentale per il Parlamento trasmettere un messaggio chiaro quanto al fatto che siamo preoccupati per ciò che è accaduto. Vogliamo dimostrare al pubblico che stiamo facendo tutto il possibile affinché le centrali nucleari in Europa e nel mondo in generale siano quanto più possibile sicure. Vogliamo inoltre dimostrare che possiamo continuare con il nucleare sempre che vi sia maggiore certezza al riguardo. Purtroppo, però, la maggioranza in Aula ha votato contro e oggi, quindi, quel messaggio chiaro non è stato trasmesso.

 
  
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  Bernd Lange (S&D).(DE) Signora Presidente, sono alquanto deluso per il fatto che oggi il Parlamento non sia stato in grado di approvare la proposta con una maggioranza tale da consentirci di trarre lezioni dall’incidente nucleare in Giappone. Penso che sia fuori discussione il fatto che ciò deve comportare un cambiamento evidente nella politica energetica abbandonando il nucleare, il famoso phasing out, a livello europeo. In secondo luogo, dovrebbe anche risultare ovvio che se conduciamo prove di stress, qualunque centrale nucleare che non superi tali prove andrà esclusa dalla rete.

Nessuna delle proposte ha ottenuto la maggioranza in sede di votazione. Non ho dunque potuto appoggiare la risoluzione. Spero che presto riusciremo a organizzare una politica energetica uniforme che in futuro ci garantisca un’energia intelligente e sicura, il che significa orientarsi verso l’efficienza energetica e le energie rinnovabili.

 
  
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  Sergej Kozlík (ALDE). (SK) Signora Presidente, sono certo che nessuno possa mettere in dubbio il fatto che l’incidente di Fukushima abbia dimostrato la necessità di rendere più rigide le valutazioni delle centrali nucleari esistenti e della costruzione di nuovi impianti. Sarà necessario rivedere e adeguare le normative, come anche i parametri delle prove di stress eseguite sulle centrali nucleari europee sulla base di criteri comuni applicati nell’intera Unione. In vista del fatto che esiste un problema globale che non conosce frontiere, si potrebbe anche ipotizzare un accordo intercontinentale coperto da autorità globali.

Non dobbiamo tuttavia agire frettolosamente perché potremmo gettare il bambino con l’acqua sporca. Si tratta di risolvere problemi squisitamente tecnici. Politicizzarli potrebbe soltanto nuocere. Spesso udiamo affermazioni demagogiche secondo cui non vi è alcuna professionalità nei mezzi di comunicazione e anche qui, nel Parlamento europeo.

Poiché le conclusioni della discussione del Parlamento europeo rispecchiano pienamente questo conflitto di vedute, mi sono astenuto all’atto del voto finale sulla posizione del Parlamento.

 
  
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  Mitro Repo (S&D).(FI) Signora Presidente, neanche io ho potuto schierarmi a favore dell’odierna risoluzione, perlomeno nella forma attuale sulla quale siamo stati chiamati a esprimere il nostro voto.

In Europa, i nostri cittadini temono giustamente per la propria sicurezza. Ora per noi questa dovrebbe essere una priorità. Abbiamo bisogno di misure concrete per rafforzare il senso di sicurezza dei cittadini.

L’odierna risoluzione ha diviso i pareri del Parlamento. A prescindere il fatto di essere pro o contro il nucleare, insistiamo su standard minimi di sicurezza per l’Europa nel suo complesso. Le prove di stress proposte dalla Commissione non basteranno di per loro a quietare il pubblico. La Commissione dovrebbe indagare soluzioni energetiche alternative per il futuro, tenuto conto nel contempo delle diverse esigenze energetiche degli Stati membri dell’Unione. A mio parere, investire nel nucleare non dovrebbe comportare meno ricerca o sviluppo di prodotti nel campo delle fonti di energia rinnovabili.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) Signora Presidente, l’incidente di Fukushima ha destato timori giustificati nel pubblico rispetto all’uso dell’energia nucleare ed è dunque legittimo riflettere sull’attuale situazione nell’Unione e compiere passi decisivi per il miglioramento della sicurezza – aspetto con il quale concordo – nonché della trasparenza del funzionamento delle centrali nucleari e della protezione della salute umana. Nell’attuale situazione, non è possibile, con la migliore volontà del mondo, immaginare un mercato dell’elettricità funzionante e competitivo senza il contributo dell’energia nucleare in un mix energetico equilibrato, che ci piaccia o meno.

L’Unione europea e gli Stati membri hanno il dovere di elaborare una politica energetica che garantisca sovranità, indipendenza politica e sicurezza economica a ogni Stato. Gli strumenti per conseguire tale obiettivo comprendono un mix energetico sostenibile, un livello adeguato di capacità produttiva, un equilibrio tra domanda e offerta, riduzioni dell’intensità energetica dell’economia e così via.

Non ho paura di ribadire che l’energia nucleare è una risorsa importante per la generazione di elettricità in quanto contribuisce a una maggiore sicurezza energetica, specialmente per gli Stati con riserve limitate di combustibili solidi. Mi sono astenuto al voto finale perché includeva una proposta volta imporre una moratoria ai nuovi reattori. Personalmente non concordo affatto con tale decisione.

 
  
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  Paul Murphy (GUE/NGL).(EN) Signora Presidente, ho votato a favore dell’emendamento che insiste su un futuro senza nucleare per l’Europa. La tragedia di Fukushima sottolinea il grave pericolo che il nucleare rappresenta per l’umanità e l’ambiente. La possibilità che si verifichi una catastrofe di massa e l’assenza di un modo sicuro per smaltire il combustibile nucleare esausto fanno sì che il nucleare non rappresenti un mezzo sicuro per sviluppare la produzione di energia.

La tragedia sottolinea anche il fatto che non è possibile affidare ad approfittatori privati il compito vitale di produrre energia e distribuirla. In ultima analisi, responsabile della crisi è l’incessante ricerca capitalistica dell’utile senza tener conto della vita umana, della sicurezza umana o dell’ambiente.

Chiedo la nazionalizzazione del settore energetico con la gestione e il controllo democratico dei lavoratori. Su tale base, potremmo sviluppare un piano razionale e sostenibile per la produzione, la distribuzione e l’uso dell’energia al fine di fornire un’energia accessibile e sicura per tutti proteggendo nel contempo l’ambiente. Al centro di tale piano, è necessario porre un programma a lungo termine di investimenti nelle fonti di energia rinnovabili che conduca alla progressiva sostituzione delle centrali nucleari, a petrolio, gas e carbone.

 
  
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  Francesco De Angelis (S&D). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, dopo la tragedia di Fukushima dobbiamo tutti un po’ riflettere. Torna il nucleare e credo che noi dobbiamo pensare soprattutto al futuro, al futuro dei nostri figli. È vero che c’è bisogno di energia, ma c’è bisogno di energia pulita e di energia sicura. Va bene la sicurezza, ma non basta. Non basta la moratoria, bisogna andare oltre.

La tragedia di Fukushima ci dice che non ci sono centrali a rischio zero e ci dice soprattutto che dobbiamo organizzare la rapida uscita dal nucleare e puntare decisamente sulle fonti di energia rinnovabili e alternative. All’Europa serve una nuova politica energetica per fermare la costruzione di nuove centrali nucleari per i tremendi impatti che queste centrali comportano sulla sicurezza, l’ambiente, il clima e le generazioni a venire. È necessario cambiare radicalmente prospettiva, per un futuro sicuro segnato dal risparmio energetico e dall’utilizzo delle fonti rinnovabili.

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE). (PL) Signora Presidente, ho votato a favore dell’adozione della risoluzione. Tale documento intendeva essere un’espressione di solidarietà alle vittime della catastrofe naturale e del successivo incidente nucleare, ma anche una manifestazione di gratitudine e riconoscimento a tutti coloro che stanno rischiando la vita per evitare un disastro ancor più grave. Anch’io sono pieno di ammirazione per la solidarietà, il coraggio e la determinazione con cui il popolo giapponese sta reagendo a tale calamità.

Concordo con la conclusione che l’Unione europea deve rivedere radicalmente il proprio approccio alla sicurezza nucleare, ma non possiamo obbligare gli Stati membri ad abbandonare attività volte a garantire la propria sicurezza energetica, per cui sono lieto che abbiamo respinto le disposizioni irrealistiche e pericolose contenute nella nostra risoluzione.

 
  
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  Giommaria Uggias (ALDE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, la delegazione italiana dell’Italia dei valori ha votato contro il testo di risoluzione sul nucleare, perché questo testo non aveva la chiarezza per indicare un no chiaro al nucleare.

Sono purtroppo stati respinti tutti gli emendamenti che potevano migliorare il testo e scegliere un’Europa libera dal nucleare, libera subito dalle centrali esistenti e senza nessuna futura centrale nucleare. Un’Europa libera dal nucleare è l’unica strada percorribile per garantire ai nostri figli e alle future generazioni un futuro sicuro dal ripetersi di catastrofi come quella di Fukushima e come quella di Chernobyl.

Queste lezioni ci insegnano che non può esistere una sicurezza teorica. Ecco perché noi dobbiamo dire con chiarezza un no alla scelta nucleare e investire in termini di ricerca e innovazione sulle altre fonti che siano veramente verdi, rinnovabili e pulite.

 
  
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  Peter Jahr (PPE).(DE) Signora Presidente, ho votato a favore della proposta di risoluzione e trovo profondamente deplorevole che il Parlamento oggi non sia riuscito a raggiungere una posizione omogenea. Mi rivolgo in particolare ai colleghi che chiedono di più. Penso che sarebbe stato meglio votare per il compromesso perché sono consapevole del fatto che l’Unione europea ha vedute molto diverse in merito alla questione dell’energia nucleare.

Proprio perché gli effetti ambientali e l’impatto delle catastrofi non conoscono frontiere, reputerei importante adottare e accettare i requisiti minimi. In primo luogo, abbiamo bisogno di uno standard di sicurezza uniforme nell’Unione europea. In secondo luogo, dobbiamo prevedere eventuali futuri incidenti o catastrofi; in altre parole, abbiamo bisogno di un piano europeo di ripristino in caso di disastro. In terzo luogo, non dovremmo continuare a trascurare la ricerca nel campo delle energie rinnovabili, ma anche in quello della fusione nucleare, della creazione di strutture di stoccaggio e del riciclaggio dei carburanti di origine carbonica.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE).(EN) Signora Presidente, anch’io sono delusa perché questa Camera non è stata in grado di trasmettere un messaggio equilibrato e ragionevole. Non vi è dubbio quanto al fatto che il danno presso la centrale nucleare di Fukushima è un disastro, ma alla fine le vittime non saranno migliaia né centinaia, forse neanche decine.

Il terremoto più grave del mondo registrato nell’area, secondo le stime, avrà mietuto da 30 000 a 40 000 vittime a causa del crollo di strade, ponti, linee ferroviarie ed edifici. Per stare tranquilli dovremmo distruggere tutte le strutture analoghe dell’Unione europea? Questa è la mia domanda.

In Giappone il problema non è la tecnologia nucleare, lo è l’ubicazione geografica. Una reazione di panico in Europa è dunque non soltanto ridicola, ma potrebbe anche essere nociva per l’ambiente perché non esiste un approvvigionamento credibile di una fonte a basse emissioni di carbonio che possa porsi come alternativa all’energia nucleare e i combustibili fossili prospereranno. Lo vogliamo veramente?

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE).(FI) Signora Presidente, tutti in Europa devono preoccuparsi della sicurezza e tale aspetto è importante. È necessario costruire sistemi sicuri.

Va detto, ovviamente, che dall’incidente di Fukushima vi è stata una reazione eccessiva, d’altro canto del tutto naturale. Ricordo l’epoca in cui è affondata l’Estonia: alcuni erano del parere che si sarebbero dovute vietare tutte le navi perché sono pericolose. Certo il singolo può avere pensieri del genere. Ora dobbiamo tuttavia ricordare che soltanto una centrale nucleare su 54 non ha superato la prova cui sono state sottoposte dallo tsunami e dal sisma.

Nondimeno, e ciò nonostante, ora dobbiamo esaminare la situazione con calma e rammentare che non si può generalizzare sulla base di un unico caso. Trecentomila europei muoiono infatti ogni anno per gli effetti delle emissioni di combustibili fossili ed è una questione che prima dovremmo approfondire. È molto importante garantire che la tecnologia nucleare sia sicura e so che anche in futuro in Europa costruiremo impianti preoccupandoci della sicurezza, aspetto al quale occorre prestare attenzione. A ogni modo, non vi è assolutamente alcun motivo per un’isteria fuori luogo di tale portata.

 
  
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  Gay Mitchell (PPE).(EN) Signora Presidente, vorrei dire che al riguardo mi sono astenuto a tutte le votazioni in merito non perché la questione non mi preoccupi, in quanto anch’io nutro seri dubbi al riguardo, ma perché mi rendo conto che il tutto va stemperato e non vi sono risposte facili.

Vivo in Irlanda. Rappresento Dublino, sulla costa orientale del paese. Lungo la costa occidentale della Gran Bretagna sono presenti cinque centrali nucleari operanti e non ho nulla da obiettare in merito. Penso però che nel campo della sicurezza nucleare e nell’interesse dei rapporti di buon vicinato, sarebbe utile avere una sorta di visione comune della sicurezza tra britannici e irlandesi, e quando dico irlandesi intendo irlandesi del nord e del sud, per quel che riguarda il funzionamento di detti impianti in maniera da poter essere informati dei rischi, se ve ne sono. Inoltre, in caso di incidente, potremmo partecipare a un’evacuazione se dovesse rendersi necessaria per i cittadini gallesi o irlandesi, per cui potremmo svolgere il nostro ruolo di buoni vicini.

Negli Stati membri che confinano con paesi che hanno strutture del genere è necessario che vi sia una buona cooperazione a livello di vicinato. Per questo desideravo formulare tale precisazione.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0249/2011 (sulla situazione in Siria, Bahrein e Yemen)

 
  
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  Mitro Repo (S&D).(FI) Signora Presidente, in Siria, Bahrein e Yemen, i cittadini hanno tentato di levare voci di protesta per la dignità umana, la trasparenza, i diritti fondamentali e il diritto alla democrazia.

L’Unione europea ha dato prova di disponibilità e capacità nel proteggere la popolazione civile libica e sostenere la rivoluzione democratica. Dobbiamo evitare i doppi standard e dimostrare che agiremo nel rispetto dei nostri valori nella politica estera dell’Unione europea.

La situazione in Africa settentrionale e Medio Oriente è una vera e propria cartina tornasole per il nuovo servizio per l’azione esterna dell’Unione. Una società giusta e sostenibile ha bisogno di un vero dialogo e una reale interazione tra la società civile e i decisori politici. I cittadini devono essere ascoltati, e lo vogliamo ricordare a Siria, Bahrein e Yemen. Non stiamo fomentando la rivoluzione.

La soddisfazione, la sicurezza e il benessere della popolazione sono prioritari per uno Stato che rispetti la giustizia. Con questa risoluzione dimostriamo che l’Europa, nella sua politica estera, si schiera per i valori per i quali è stata anche istituita.

 
  
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  Paul Murphy (GUE/NGL).(EN) Signora Presidente, alla votazione sulla situazione in Siria, Bahrein e Yemen mi sono astenuto. I movimenti rivoluzionari iniziati in Tunisia hanno ispirato e incoraggiato milioni di persone in Africa settentrionale e Medio Oriente a organizzare sollevamenti popolari contro i regimi brutali che hanno dittatorialmente governato tali paesi per decenni.

Detti sollevamenti hanno nuovamente dimostrato il potere che la classe lavoratrice e i poveri potenzialmente hanno di ergersi e sconfiggere gli oppressori. Denuncio l’ipocrisia dei leader dell’Unione e altri paesi occidentali che oggi condannano la repressione brutale di cui si servono tali leader dittatoriali, ma ieri hanno sostenuto e salvato i loro regimi.

Ora è fondamentale che le masse si uniscano, prescindendo da differenze religiose ed etniche, per eliminare le élite corrotte e costruire società realmente democratiche in grado di fornire posti di lavoro dignitosi e un’istruzione adeguata ponendo fine alla povertà. Per conseguire tale obiettivo, la classe lavoratrice e i poveri devono assumere il controllo dell’economia e della ricchezza esistente nella regione e usarle nell’interesse della maggioranza.

 
  
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  Adam Bielan (ECR). (PL) Signora Presidente, recentemente abbiamo assistito a dimostrazioni di massa in paesi come Siria, Bahrein e Yemen. I manifestanti chiedono democrazia nella vita pubblica, le dimissioni dei dittatori, nonché, soprattutto in Siria, la revoca dello stato di emergenza. Le autorità di detti paesi stanno però ricorrendo alla forza bruta contro i dimostranti uccidendo molte persone. È particolarmente preoccupante il fatto che l’intera regione sia minacciata. Adoperare la forza contro i propri cittadini è una violazione di ogni legge. Usare munizioni attive è indifendibile e impone una condanna categorica. Mi rivolgo ai governi di quei paesi affinché cessino la repressione nel nome dei diritti umani, compreso il diritto alla protesta pacifica e alla libertà di parola. Mi rivolgo alle istituzioni europee e alle corrispondenti organizzazioni internazionali affinché intraprendano misure diplomatiche per proteggere i manifestanti. Spero che, adottando l’odierna risoluzione, anche noi contribuiremo alla tutela dei diritti umani fondamentali in tali paesi.

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE).(FI) Signora Presidente, l’Unione europea ovviamente sa che nella sua politica deve attuare i suoi valori fondamentali. I diritti umani sono un ambito fondamentale; devono essere esportati in Medio Oriente. Abbiamo realmente bisogno di presentare un concetto e un’interpretazione di ciò che intendiamo per diritti umani, cosa non facile perché la cultura mediorientale si basa su valori diversi. Noi in Europa siamo stati allevati in un mondo di valori giudaico-cristiani, mentre i loro derivano dal pensiero islamico. Nei due mondi i cittadini sono trattati in maniera diversa e la nozione stessa di essere umano è differente.

In ogni caso, in Siria vige lo stato di emergenza dal 1963, il che ha permesso l’esecuzione di civili senza processo. Ora questi sollevamenti ci dimostrano che in Europa è veramente necessario aprire gli occhi e prendere coscienza del fatto che la sola storia felice in Medio Oriente è il suo unico Stato democratico, Israele, dove prevalgono diritti umani, libertà di opinione e democrazia.

A questo punto, dovremmo esercitare una maggiore influenza in tal senso su Siria, Bahrein e Yemen in modo che possano accettare i diritti umani per tutti, oltre che i diritti di donne e bambini, intraprendendo forse in tal modo la via della democrazia. Non sono certo ingenuo e so che nel mondo islamico è difficile promuovere tali valori. Nondimeno, come europei, dobbiamo cercare di esportarli e incoraggiarli.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0226/2011 (sulla relazione concernente i progressi compiuti dall’Islanda nel 2010)

 
  
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  Paul Murphy (GUE/NGL).(EN) Signora Presidente, sulla relazione concernente i progressi compiuti dall’Islanda nel 2010 mi sono astenuto. A seguito della crisi economica e finanziaria, l’Islanda, quinto paese più ricco al mondo, si è trasformato in un paese devastato dalla crisi con il crollo del suo sistema bancario a causa del quale il 40 per cento delle famiglie non ha potuto pagare i propri conti e i pensionati hanno perso i risparmi di una vita.

Lo scorso anno, il 93 per cento della popolazione islandese in un referendum ha rifiutato l’idea di pagare più di 3,5 miliardi di euro ai governi di Gran Bretagna e Paesi Bassi. Nonostante alcuni cambiamenti, l’esito del voto che si terrà il 9 aprile sarà fondamentalmente lo stesso. Non dovrebbero essere costretti ad accettare la proposta, proposta che dovrebbe essere respinta. Non spetta al popolo islandese pagare per la crisi. Lavoratori, pensionati e poveri non hanno causato questa crisi e non devono farne le spese né in Islanda né in Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda o altrove. Devono invece pagare gli speculatori che hanno sfruttato massicciamente la deregolamentazione dei mercati finanziari.

 
  
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  Peter Jahr (PPE).(DE) Signora Presidente, mi fa sempre piacere quando nuovi membri aderiscono all’Unione europea, ragion per cui ho anche votato a favore dell’odierna proposta. Vorrei tuttavia che tutte le questioni fossero messe chiaramente sul tavolo durante i negoziati di adesione discutendone e risolvendole prima. I problemi non affrontati per un’amichevolezza fuori luogo non scompaiono. È spesso un processo più arduo e lungo risolverli successivamente e il risultato è reciprocamente deludente. Lo ribadisco: sono sempre lieto quando un nuovo membro aderisce all’Unione europea, ma ogni membro non ha soltanto diritti, bensì anche responsabilità.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0225/2011 (concernente la relazione 2010 sui progressi compiuti dall’ex Repubblica jugoslava di Macedonia)

 
  
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  Mitro Repo (S&D).(FI) Signora Presidente, mi scuso per l’incidente avvenuto prima del voto. Lei aveva ragione.

L’Unione europea ha promesso ai paesi balcanici un’opportunità di allargamento. Ritengo che questa sia l’unica garanzia di pace nella regione, come ha anche affermato in mia presenza Martti Ahtisaari.

Per il secondo anno consecutivo, la Commissione raccomanda l’avvio di negoziati di adesione in merito alla Macedonia. L’Unione europea non può nascondersi dietro la controversia sul nome della Macedonia nel suo processo di adesione. I requisiti formali di adesione devono essere ovviamente rispettati ed è necessario attuare le riforme.

La controversia sul nome della Macedonia non rappresenterebbe la prima volta in cui un nuovo Stato membro reca con sé problemi irrisolvibili. Dovremmo tutti guardarci allo specchio. Perché dovremmo trattare la Macedonia in maniera diversa? I progressi della Macedonia dipendono in primo luogo dalla stessa Macedonia, ma l’Unione non dovrebbe chiuderle la porta in faccia per motivi politici come la controversia sul suo nome.

 
  
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  Martin Kastler (PPE).(DE) Signora Presidente, anch’io ho votato a favore della relazione e della risoluzione concernente la Macedonia. Tuttavia, a voler essere onesti sulla questione, un dettaglio andrebbe menzionato. Non possiamo dire ai cittadini e ai gruppi etnici di altri paesi di rinominare la propria lingua perché ad altri paesi non piace come la chiamano. Ciò è sancito dal diritto internazionale e come europei dobbiamo fare in modo di restare onesti al riguardo.

Mi ha dunque molto infastidito il fatto che, purtroppo, è passato un emendamento al quale ero contrario in cui si afferma che il macedone non dovrebbe essere chiamato macedone. La Macedonia è un paese con grandi prospettive europee soprattutto perché ha grandi prospettive economiche nei Balcani, una regione che ha difficoltà concrete, sta prosperando economicamente e sta conducendo i negoziati con slancio, il che è estremamente positivo.

Alla luce di tale atteggiamento costruttivo, vorrei ringraziare tutti i membri che hanno votato a favore della risoluzione, nonché quelli che hanno collaborato con il parlamento nell’ambito della delegazione del Parlamento europeo. Dovremmo rendere tali prospettive chiare a un popolo che vuole far parte dell’Europa. Lavoriamo insieme a tal fine.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0256/2011 (sulla situazione in Costa d’Avorio)

 
  
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  Adam Bielan (ECR). (PL) Signora Presidente, la brutale battaglia per il potere tra il Presidente uscente e il neoeletto Presidente della Costa d’Avorio, che ormai perdura da oltre quattro mesi, viola ogni principio in base al quale funziona il mondo moderno. Scontri sanguinosi hanno portato alla morte di diverse centinaia di persone che vivono nel paese. Più di un milione di ivoriani ha dovuto lasciare la propria abitazione e molti profughi ancora tentano di trovare rifugio nei paesi confinanti. Si dovrebbe fare il possibile per assicurare alla giustizia chi si è reso colpevole di tali reati. Soprattutto, si dovrebbe indagare se siano avvenuti genocidi e crimini contro l’umanità. Sta inoltre diventando assolutamente fondamentale garantire l’ordine e la sicurezza dei cittadini ponendo fine a ogni forma di violenza. L’intimidazione della popolazione locale e degli osservatori stranieri è intollerabile. I risultati di elezioni democratiche devono essere pienamente rispettati. Di conseguenza, le azioni dell’ex Presidente che contravvengono alla volontà della nazione vanno condannate. L’usurpazione del potere, l’incitazione alla violenza e la violazione dei diritti umani impongono una condanna da parte delle autorità internazionali competenti.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0198/2011 (sulla revisione della politica europea di vicinato – dimensione orientale)

 
  
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  Ville Itälä (PPE).(FI) Signora Presidente, ho votato volentieri a favore dell’odierna risoluzione. Ritengo in particolare che sia estremamente importante adottare una posizione chiara e ferma in merito alla Bielorussia, che è una macchia evidente sulla carta europea. Dobbiamo attuare misure che permettano alla Bielorussia di trovare la via della democrazia.

Più specificamente, tuttavia, per quanto concerne il voto, vorrei esaminare l’emendamento n. 1 riferito al punto 10 presentato dal gruppo S&D in cui si afferma che i paesi partner dell’Unione hanno un’opportunità a lungo termine di aderire alla Comunità. Ho votato contro perché non penso che l’allargamento debba essere automatico né che si debba alimentare l’idea che qualunque Stato possa diventare membro in quanto partner. Sappiamo ciò che il pubblico pensa in merito agli allargamenti affrettati e, pertanto, non si dovrebbero adottare proposte del genere. Per questo ho votato contro.

 
  
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  Adam Bielan (ECR). (PL) Signora Presidente, la dimensione orientale della politica europea di vicinato è un elemento strategico delle relazioni internazionali dell’Unione europea. Un’ulteriore espansione avverrà in tale direzione. È dunque necessario incrementare la spesa per sviluppare le strutture democratiche dei relativi paesi. Il sostegno a iniziative quali Bielsat ha una valenza non certo trascurabile per l’indipendenza dei media in Bielorussia, contestualmente alla revoca dell’assistenza per i mezzi di comunicazione di Stati. Esorterei a fornire un sostegno attivo alle autorità democratiche locali di tali paesi attraverso programmi di partenariato. Gli accordi di associazione restano uno strumento importante per stimolare la riforma e quanti più fondi e sostegno tecnico sono in grado di fornire, tanto migliori sono i loro esiti. L’ampliamento della base intellettuale attraverso programmi di borse di studio richiede anch’esso fondi ulteriori. Esorto inoltre a incrementare i fondi a sostegno dei diritti umani e dello sviluppo delle società civili. L’approfondimento dell’integrazione sociale contribuirà a influire sul cambiamento sociale e politico ed è un investimento vitale per il futuro. Appoggio dunque la risoluzione.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0199/2011 (sulla revisione della politica europea di vicinato – dimensione meridionale)

 
  
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  Cristiana Muscardini (PPE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, 21 riferimenti documentali, 21 considerazioni esplicative e 63 punti che riassumono le richieste del Parlamento nella proposta di risoluzione, per un totale di 105 punti. Mi sembrano veramente eccessivi per poter essere efficaci. Sulla questione manca invece una proposta su come può essere utile lo sviluppo del commercio internazionale per raggiungere la stabilità, e con essa la tranquillità e la pace, nelle regioni a sud del Mediterraneo.

Il commercio internazionale è ormai diventato una specie di nuova politica estera e può contribuire a creare migliori condizioni di vita in tutta la regione. L’Unione non deve tralasciare nulla che possa favorire lo sviluppo di corretti rapporti commerciali, stimolando l’attività produttiva nei diversi settori. Ogni progresso in questo campo contribuirà a promuovere la democrazia e i diritti umani, tutelando la dignità della donna, rafforzando la sicurezza e la stabilità, la prosperità e un’equa distribuzione del reddito e della ricchezza, evitando la tragedia di tante migliaia di persone che fuggono dalla fame ed emigrano senza reali speranze.

 
  
  

Dichiarazioni di voto scritte

 
  
  

Relazione Wojciechowski (A7-0121/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. – (PT) Sono a favore dell’odierna relazione che modifica la direttiva 2000/75/CE. Consiglio e Parlamento concordano con l’idea di modificare la base giuridica in ragione del fatto che la proposta della Commissione era stata presentata prima dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona. A mio parere, tali emendamenti sono giustificati, vista la diffusione della malattia e il fatto che la scoperta scientifica di un vaccino non pone i rischi del precedente.

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. − Ho sostenuto con un voto favorevole la relazione dell´onorevole Janusz Wojciechowski che, attraverso una serie di interessanti emendamenti al testo della Commissione, intende rendere aggiornata e flessibile una normativa datata e non più al passo con le esigenze contingenti, aiutando gli Stati membri ad incrementare l´efficienza dell´utilizzo della vaccinazione contro la febbre catarrale riducendone l´incidenza nel settore agricolo.

 
  
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  Maria da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. – (PT) Mi compiaccio per gli emendamenti contenuti nella direttiva che rendono più flessibili le norme in materia di vaccinazione. Grazie alla nuova tecnologia sono disponibili “vaccini inattivati” contro la febbre catarrale degli ovini che non pongono alcun rischio per gli animali non vaccinati. Ora si è convenuto che la vaccinazione con vaccini inattivati è lo strumento migliore per controllare la febbre catarrale degli ovini e prevenire la malattia clinica nell’Unione. L’uso diffuso di tali vaccini nelle campagne di vaccinazione del 2008 e 2009 ha portato a un miglioramento notevole dello stato di salute. Chiederei dunque che le norme esistenti in materia di vaccinazione nella direttiva 2000/75/CE vengano modificate per tener conto dei recenti progressi tecnologici nella produzione di vaccini, garantire un migliore controllo della diffusione del virus della febbre catarrale degli ovini e ridurre gli oneri a carico del settore agricolo causati da tale malattia.

 
  
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  Diane Dodds (NI), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione. Tuttavia, sebbene creda nell’idea che si debba consentire all’autorità competente, ovverosia allo Stato membro, la facoltà di vaccinare contro la febbre catarrale degli ovini, sono contraria al principio di inserire nella normativa l’obbligo di fornire tabelle sul recepimento nel diritto nazionale.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) In passato, la vaccinazione contro la febbre catarrale degli ovini è stata effettuata usando vaccini di virus vivi attenuati, il che ha reso necessario imporre una serie di restrizioni alla vaccinazione per evitare la diffusione del virus agli animali non vaccinati. I progressi scientifici hanno tuttavia consentito di produrre nuovi vaccini inattivati. A differenza dei “vaccini di virus vivi attenuati”, tali nuovi vaccini possono essere usati in tutta sicurezza e senza alcuna limitazione in quanto non pongono alcun rischio di diffusione di un virus attivo. Viste le gravi conseguenze della febbre catarrale degli ovini sull’allevamento, si dovrebbero intraprendere tutte le misure che rendono più semplice ed efficace la vaccinazione per tutelare gli allevatori dalla perdita di animali e, in ultima analisi, salvaguardare la sicurezza alimentare.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) La febbre catarrale degli ovini è una malattia che colpisce prevalentemente i ruminanti come pecore, capre e mucche e può assumere una forma epidemica se le condizioni ambientali e climatiche sono favorevoli al suo sviluppo, specialmente alla fine dell’estate e all’inizio dell’autunno. Sebbene non sia stato segnalato alcun caso di esseri umani infettati, è fondamentale riconoscere tale malattia e cercare di attuare misure che la debellino. A livello comunitario, la malattia è comparsa inizialmente al sud, poi al centro e al nord Europa. Alla luce di successive campagne di vaccinazione cofinanziate dall’Unione europea, è emerso che l’uso di determinati vaccini probabilmente non debella la malattia, ma le consente di continuare a diffondersi. Si è dunque sviluppato un tipo di vaccino che garantisce il controllo e la prevenzione della malattia nell’Unione, il cui uso è tuttavia limitato dalle norme esistenti. Occorre dunque modificare la direttiva in vigore. Visto che tale proposta di emendamento della direttiva 2000/75/CE del Parlamento e del Consiglio è conforme alla strategia per la salute degli animali (2007-2013) ed è orientata verso un approccio più flessibile nel sistema di vaccinazione, contribuendo in tal modo a un controllo migliore delle principali malattie animali, voto a favore.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) L’odierna relazione intende aggiornare la direttiva 2000/75/CE che adotta talune disposizioni concernenti le misure per combattere ed eliminare la febbre catarrale degli ovini. Negli ultimi anni si sono compiuti progressi nel campo della vaccinazione animale. I rischi posti dai cosiddetti “vaccini di virus vivi attenuati” non sono più una minaccia in quanto ora sono disponibili nuovi vaccini inattivati. Tali vaccini, a differenza dei “vaccini di virus vivi attenuati”, non comportano il rischio di una diffusione indesiderata del virus a causa del vaccino stesso e possono essere utilizzati in tutta sicurezza al di fuori delle aree soggette a restrizioni, come si osserva nella relazione.

Riteniamo che una maggiore flessibilità nella vaccinazione contro la febbre catarrale degli ovini tenuto conto degli sviluppi tecnologici registrati nella produzione dei vaccini possa contribuire a un controllo migliore della malattia e alla riduzione degli oneri che essa comporta per il settore agricolo. Riteniamo altresì che gli emendamenti della direttiva debbano essere attuati quanto prima affinché vadano a beneficio del comparto agricolo.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore della relazione perché la febbre catarrale degli ovini è una malattia che colpisce i ruminanti (come mucche, pecore e capre). Sin dai primi anni 2000, in molti Stati membri sono state registrate varie ondate epidemiche, anche in Europa centrale e settentrionale, che hanno causato perdite notevoli in termini di morbilità, mortalità e interruzione del commercio di animali vivi. Da allora, le disposizioni per il controllo e l’eliminazione della febbre catarrale degli ovini si sono basate sull’esperienza dell’uso dei vaccini di virus vivi attenuati, che erano gli unici vaccini disponibili. Detti vaccini possono comportare la diffusione indesiderata del virus del vaccino negli animali non vaccinati. Negli ultimi anni, però, si sono resi disponibili nuovi vaccini inattivati. A differenza dei “vaccini di virus vivi attenuati”, tali vaccini non comportano il rischio di diffusione indesiderata del vaccino del virus e possono, pertanto, essere adoperati con successo al di fuori delle aree soggette a restrizioni per quel che riguarda la circolazione degli animali. La proposta ammorbidirebbe alcune limitazioni divenute inutili alla luce dei recenti sviluppi nella produzione dei vaccini. Le nuove norme aiuterebbero gli Stati membri a fare un uso più efficace della vaccinazione per controllare la febbre catarrale degli ovini e ridurre l’onere a carico del settore agricolo causato da tale malattia.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE), per iscritto. – (PL) A seguito dell’innovazione tecnica sono comparsi sul mercato nuovi vaccini contro la febbre catarrale degli ovini che non erano disponibili quando la Commissione ha preparato la sua direttiva. Per questo appoggio l’idea del relatore secondo cui le norme che disciplinano le vaccinazioni dovrebbero essere aggiornate consentendo agli agricoltori di produrre più agevolmente animali sani. Rendere i regolamenti esistenti più flessibili e liberalizzarli permetterà un allevamento più efficace e, soprattutto, renderà più efficace la protezione degli animali da malattie indesiderate e pericolose. Sono pienamente a favore dell’iniziativa per quanto concerne la sua natura perché, per rendere più efficace il sistema giuridico, dovremmo semplificarlo il più possibile e renderlo più flessibile. Orbene, la relazione consegue pienamente tale obiettivo.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. – (DE) La febbre catarrale degli ovini è una spaventosa epidemia animale che colpisce i ruminanti e ha arrecato gravi danni all’intero comparto dell’allevamento. I danni economici e le perdite risultanti dal ristagno del commercio stanno mettendo a dura prova il settore. Anche in Austria, dove l’allevamento vanta una lunga tradizione, la sopravvivenza stessa di molti allevatori è a rischio. Ora è importante attuare misure di sostegno e rivedere il vecchio regolamento prima che scoppi la prossima epidemia. Le norme in materia di vaccinazione applicabili all’epoca vanno adeguate agli sviluppi tecnologici per combattere più efficacemente la febbre catarrale degli ovini e ridurre l’onere che grava sugli allevatori. Apprezzo la celerità con cui si è intervenuti a livello europeo e chiedo che la nuova direttiva venga attuata rapidamente. Essendo un rappresentante della comunità agricola, so quanto sia importante pensare in termini di ciclo annuale. Prendere velocemente una decisione ci aiuterà a disporre di una normativa uniforme e applicabile entro l’autunno, il che è nell’interesse degli Stati membri e, soprattutto, di quelli in cui si pratica l’allevamento.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Signora Presidente, onorevoli colleghi, la febbre catarrale ovina è una malattia che colpisce i ruminanti e che ha provocato già dai primi anni del 2000 numerose perdite di animali affetti dal morbo. L’Europa è intervenuta con la direttiva (CE) n. 75/2000 per fronteggiare il problema mediante norme che disciplinavano l’uso di vaccini cosiddetti "vivi modificati" o "vaccini attenuati", in modo da combattere efficacemente le conseguenze provocate dal fenomeno. I vaccini finora impiegati, il cui utilizzo era stato previsto dalla precitata direttiva, producevano però il rischio che il virus si trasmettesse anche ai capi non vaccinati, motivo per il quale era previsto che il vaccino potesse somministrarsi solo in zone ben individuate. I nuovi vaccini disponibili, cosiddetti "vaccini inattivi", a differenza di quelli presenti sul mercato ai tempi dell’introduzione della direttiva (CE) n. 75/2000 non presentano pericoli di questo genere. Ho votato a favore di questa relazione perché le nuove norme consentiranno agli Stati di controllare il fenomeno, riducendo l’onere che questa malattia genera per molti allevatori europei. Spero che ciò contribuisca ad adottare nei tempi previsti le misure di urgenza già a partire dai prossimi mesi.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della risoluzione. Appoggio la sostanza della proposta della Commissione. Ammorbidirei però alcune restrizioni divenute inutili alla luce dei recenti sviluppi nella produzione dei vaccini. Le nuove norme aiuterebbero gli Stati membri a fare un uso più efficace della vaccinazione per controllare la febbre catarrale degli ovini e ridurre l’onere a carico del settore agricolo causato da tale malattia.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) La vaccinazione contro la febbre catarrale degli ovini è stata effettuata usando vaccini di virus vivi attenuati, il che ha reso necessario imporre una serie di restrizioni alla vaccinazione per evitare la diffusione del virus agli animali non vaccinati. Tuttavia, recenti progressi tecnologici hanno portato alla scorta di nuovi vaccini che non contengono il virus vivo. Questi nuovi vaccini possono essere usati con maggiore sicurezza e senza restrizioni in quanto non comportano più il rischio che si diffonda un virus attivo. Viste le gravi conseguenze della febbre catarrale degli ovini sugli allevamenti, si dovrebbero adottare tutte le misure che agevolano le buone prassi in maniera da proteggere gli allevatori dalla perdita di animali, perdita che spesso causa loro danni irreparabili.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Alcune epidemie animali possono ancora distruggere l’attività degli allevatori privandoli dei mezzi di sussistenza. Una di queste è la febbre catarrale degli ovini, della quale dal 2000 vi sono state in Europa settentrionale ripetute epidemie e che può causare danni particolarmente gravi. La malattia, causata da un virus trasmesso dal culicoides imicola, un tipo di moscerino, colpisce particolarmente mucche e pecore. Una malattia analoga è stata osservata nelle capre, sebbene il decorso della patologia in questi animali sia decisamente meno drammatico rispetto ad altre specie. La vaccinazione è stata consentita la prima volta nel 2000, ma è stata sottoposta a norme rigide perché anche gli animali non trattati avrebbero potuto essere infettati dal virus attraverso il vaccino.

Ora esiste tuttavia un nuovo metodo di vaccinazione che non comporta tale rischio permettendo di attuare forme di vaccinazione più flessibili. Ho votato a favore del testo perché lo ritengo corretto e atto a proteggere il nostro bestiame dalle malattie epidemiche. La flessibilità richiesta consentirà agli allevatori di tutelare i propri animali.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. – (DE) Da alcuni anni si registrano epidemie ripetute legate alla febbre catarrale degli ovini, specialmente in Europa settentrionale. Si tratta di un’epidemia che colpisce i ruminanti come mucche, capre e pecore. Le conseguenze sono state gravi, sia per gli animali sia per gli allevatori. Ho votato a favore del documento perché chiede l’introduzione di un vaccino innovativo che, a differenza del suo predecessore, non comporta il rischio che animali sani siano infettati a causa della vaccinazione.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. – (PT) La proposta della Commissione sulla vaccinazione contro la febbre catarrale degli ovini, migliorata nella presente risoluzione, è volta in particolare a rendere più flessibili le norme in materia di vaccinazione contro tale malattia consentendo l’uso di vaccini inattivati al di fuori delle aree soggette a restrizioni per quel che riguarda la circolazione degli animali. Le nuove norme aiuteranno gli Stati membri a fare un uso più efficace della vaccinazione per controllare la febbre catarrale degli ovini e ridurre l’onere a carico del settore agricolo causato da tale malattia. In effetti, dal 2004 le misure di limitazione della mobilità e della commerciabilità hanno reso necessario imporre notevoli vincoli ai prodotti interessati, colpendo i normali canali commerciali nell’area soggetta a restrizioni e inducendo maggiori costi per i produttori. Per questo ho votato a favore del documento sulla vaccinazione contro la febbre catarrale degli ovini.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore. La febbre catarrale degli ovini è una malattia che colpisce i ruminanti come mucche, capre e pecore. Sin dai primi anni 2000, in molti Stati membri sono state registrate varie ondate epidemiche, anche in Europa centrale e settentrionale, che hanno causato perdite notevoli in termini di morbilità, mortalità e interruzione del commercio di animali vivi. La direttiva 2000/75/CE del Consiglio del 20 novembre 2000 contiene disposizioni specifiche per il controllo e l’eliminazione della febbre catarrale degli ovini, comprese norme in materia di vaccinazione, norme che erano state studiate per l’uso di “vaccini di virus vivi attenuati”, unici vaccini disponibili quando la direttiva è stata adottata un decennio fa. Detti vaccini possono comportare la diffusione indesiderata del virus del vaccino negli animali non vaccinati. Per questo la direttiva 2000/75/CE consente la vaccinazione soltanto in aree espressamente designate in cui si è verificata la malattia e che sono state sottoposte a restrizioni per quel che riguarda la circolazione degli animali. Negli ultimi anni, però, si sono resi disponibili nuovi vaccini inattivati. A differenza dei “vaccini di virus vivi attenuati”, tali vaccini non comportano il rischio di diffusione indesiderata del vaccino del virus e potrebbero, pertanto, essere adoperati con successo al di fuori delle aree soggette a restrizioni per quanto concerne la circolazione degli animali.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Per assicurare una migliore lotta alla febbre catarrale e ridurre l’onere che essa rappresenta per il settore agricolo, è necessario aggiornare le vigenti norme in tema di vaccinazione. La relazione votata oggi mira a rendere più flessibile l’attuale normativa, in considerazione del fatto che sono oggi disponibili vaccini inattivi, i quali possono essere impegnati con successo al di fuori delle zone dove sono state imposte restrizioni allo spostamento del bestiame. La proposta è in linea con la nuova Strategia per la salute degli animali nell’Unione europea (2007-2013) "Prevenire è meglio che curare", poiché prevede sia un approccio più flessibile alle vaccinazioni che un miglioramento delle misure attualmente vigenti per lottare contro le principali malattie animali.

 
  
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  Brian Simpson (S&D), per iscritto. – (EN) Il partito laburista parlamentare europeo appoggia incondizionatamente la relazione volta a modificare la direttiva 2000/75/CE al fine di consentire l’uso di vaccini inattivati contro la febbre catarrale degli ovini al di fuori delle aree soggette a restrizioni per quel che riguarda la circolazione degli animali. La nuova normativa introduce per la prima volta l’uso di un nuovo vaccino contro la febbre catarrale degli ovini che sfrutta gli sviluppi scientifici registrati dall’entrata in vigore delle precedenti norme. Il nuovo vaccino sarà “inattivato” e fugherà i timori degli allevatori rispetto ai tradizionali vaccini basati su “virus vivi”. Il partito laburista parlamentare europeo è lieto che l’Unione abbia presentato questa nuova normativa che comporta vantaggi concreti per gli allevatori britannici rassicurandoli rispetto alle loro preoccupazioni in merito a questa letale malattia e alla vaccinazione esistente man mano che, con la stagione più mite, il tempo della febbre catarrale si avvicina. Ora gli allevatori potranno contare su un nuovo vaccino più sicuro e avranno un maggiore potere sui propri programmi di vaccinazione. Sinora gli allevatori avrebbero perso il diritto di vaccinare gli animali se si fosse dichiarato che nel Regno Unito la malattia è stata definitivamente debellata. Con la nuova normativa, invece, gli allevatori hanno la possibilità, per la loro tranquillità, di continuare a vaccinare gli animali beneficiando nel contempo di una maggiore agevolazione nelle esportazioni.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore dell’odierna relazione che contribuirà alla lotta contro la febbre catarrale degli ovini nell’Unione europea.

 
  
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  Derek Vaughan (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato per modificare le norme in materia di vaccinazione contro la febbre catarrale degli ovini per consentire l’uso di vaccini più efficaci e ridurre gli oneri burocratici che gravano sugli allevatori. La nuova normativa comporterà vantaggi concreti per gli allevatori in tutta Europa e specialmente nel Galles. Al Regno Unito sarà riconosciuto il fatto che la febbre catarrale degli ovini è stata definitivamente debellata, ma gli allevatori avranno comunque la possibilità di vaccinare i propri animali contro questa letale malattia. Il conferimento di maggiori poteri agli agricoltori affinché prendano le proprie decisioni in merito alle vaccinazioni è un incentivo apprezzabile per il comparto dell’allevamento gallese e garantirà che il bestiame possa essere esportato senza le attuali restrizioni.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0236/2011 (sugli insegnamenti da trarre dall’incidente nucleare in Giappone per la sicurezza nucleare in Europa)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. – (PT) Sono a favore della risoluzione perché il suo scopo principale è garantire il massimo livello di sicurezza alle popolazioni dopo disastri come quello che ha recentemente colpito il Giappone. Gli aspetti tecnici di un intrappolamento sicuro dell’energia dovrebbero essere analizzati con estrema attenzione in quanto situazioni come quella che stiamo attualmente vivendo possono comportare conseguenze ancora più gravi in termini sia di salute umana sia di ambiente, oltre all’impatto materiale.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE), per iscritto. – (LT) Ho votato contro la risoluzione sugli insegnamenti da trarre dall’incidente nucleare in Giappone per la sicurezza nucleare in Europa. Ho votato contro perché, quando ci siamo espressi sul quinto comma, la maggioranza del Parlamento europeo si è detta a favore della seconda parte che chiede una moratoria sullo sviluppo del nucleare e la costruzione di nuove centrali nucleari nell’Unione europea.

Tale disposizione è stata adottata nonostante il mio gruppo, il gruppo PPE, abbia votato contro. Avendo perso ai voti su tale importante questione, non ho potuto votare a favore della risoluzione. Ho dunque votato contro, altrimenti avrei votato contro la strategia energetica del mio paese, la Lituania, il cui principale obiettivo è l’indipendenza energetica. Da alcuni anni la Lituania si adopera per la costruzione di una nuova centrale nucleare e da diversi anni sono in corso i preparativi.

 
  
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  Roberta Angelilli (PPE), per iscritto. − Signora Presidente, il disastro nucleare di Fukushima ha avuto una serie ripercussioni sulla vita politica europea. La prima lezione che l’UE ha appreso dalla catastrofe giapponese è stata quella di attivarsi rapidamente affinché venissero intensificati i controlli di sicurezza presso gli impianti nucleari attraverso gli "stress test". Ogni impianto nucleare, che si trovi in Europa o fuori dai suoi confini, può essere una potenziale arma di distruzione, e credo che nessuno di noi voglia più rivivere il disastro di Chernobyl di quel 26 aprile del 1986.

La seconda lezione è quella che la scienza e la tecnologia possono fare passi da gigante in tutti i settori, ma tenendo sempre presente un grande limite, vale a dire la natura e la sua imprevedibilità. È proprio a causa di avvenimenti fuori dal controllo umano che dovremmo diversificare le fonti di approvvigionamento energetico, facendo leva anche sulle risorse rinnovabili a nostra disposizione.

Ma qualora si scegliesse l’utilizzo del nucleare quale fonte di sostegno energetico, sarebbe importante prima di tutto informare i cittadini riguardo ai costi, ai benefici e alle conseguenze che comporta una simile scelta, senza dimenticare che questa scelta tecnologica deve essere necessariamente legittimata dalla volontà popolare che va ascoltata e rispettata.

 
  
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  Pino Arlacchi (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato contro la risoluzione per le sue varie lacune, a iniziare dall’approccio che assume nei confronti della questione del nucleare. Dopo la tragedia giapponese non è più possibile affrontare l’argomento del nucleare unicamente in termini di sicurezza. Il titolo della relazione recita “sugli insegnamenti da trarre dall’incidente nucleare in Giappone per la sicurezza nucleare in Europa”, ma non vi sono particolari insegnamenti da trarre salvo confermare l’impossibilità pratica di controllare rischi e conseguenze di un grave incidente nucleare. Una risoluzione su tale tema non può essere incentrata sulla questione della sicurezza del nucleare senza affrontare il meccanismo di salvaguardia più importante in tale ambito, vale a dire una strategia per l’abbandono del nucleare stesso.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto. – (FR) Dobbiamo reagire all’incidente nucleare in Giappone, ma ciò non significa trarre conclusioni affrettate. È necessario tenere discussioni pacate e obiettive sullo stato del nucleare in Europa e altri mezzi per garantire la massima sicurezza. Appoggio dunque l’intenzione di sottoporre le centrali nucleari europee ad approfondite prove di stress, come si indica nella risoluzione comune. Per quanto concerne il tema più ampio delle fonti energetiche in Europa, vorrei ricordarvi che dobbiamo tener presente l’obiettivo di una riduzione del 20 per cento delle emissioni di CO2 entro il 2020, nonché della protezione dell’indipendenza energetica dell’Unione.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore della risoluzione sebbene non tutti gli emendamenti proposti dal gruppo S&D siano stati adottati durante la votazione. Il testo della risoluzione contiene disposizioni particolarmente importanti sulle centrali nucleari previste nella regione di Kaliningrad e in Bielorussia. La risoluzione osserva che sussistono problemi importanti rispetto alle suddette realizzazioni per quel che riguarda gli standard di sicurezza nucleare e il rispetto degli relativi obblighi previsti dalle convenzioni internazionali. Questi problemi non riguardano soltanto la Lituania, che condivide i propri confini con la Bielorussia e la regione di Kaliningrad, bensì l’intera Europa. Il documento contiene altresì proposte importanti per garantire il rispetto dei massimi requisiti di sicurezza nucleare e svolgere approfondite prove nelle centrali nucleari già operanti nell’Unione in maniera che sia possibile valutarne il vero stato della sicurezza.

 
  
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  Ivo Belet (PPE), per iscritto. – (NL) La risposta dell’Unione al disastro in Giappone è stata quella giusta: abbiamo risposto rapidamente senza lasciarci sopraffare dal panico. Abbiamo immediatamente aperto la via a un’indagine approfondita sotto la supervisione europea. È fondamentale che 1. le prove di stress siano condotte da esperti indipendenti e 2. i risultati di tali prove diano luogo a interventi risoluti. Ciò significa che gli impianti nucleari non conformi agli standard che continuano a non raggiungere i livelli di sicurezza previsti vanno chiusi. Ovviamente, le centrali altrove in Europa, al di fuori dell’Unione europea, dovrebbero essere sottoposte alle stesse prove indipendenti sotto l’egida dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica. Qualunque Stato che si rifiuti di parteciparvi diventerà un paria internazionale, anche in termini di scambi internazionali. Il nucleare è stato e resta una tecnologia di transizione, una tecnologia alla quale, purtroppo, dovremo restare legati per vari decenni a venire. Dovremo persino procedere a nuovi investimenti per soddisfare il nostro fabbisogno energetico e, nel contempo, consolidare le nostre ambizioni climatiche. Durante tale periodo, dobbiamo adoperarci al meglio per ridurre il rischio di incidenti a un livello prossimo allo zero.

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto. – (FR) Un futuro roseo attende ancora le lobby a favore del nucleare! Non ha senso ritornare sul contesto dell’odierna risoluzione. Era assolutamente evidente. Eppure, il Parlamento europeo non ha una posizione al riguardo. È un vero peccato. Diversi temi chiaramente identificati erano sul tavolo: una moratoria sulla costruzione di nuove centrali nucleari, lo svolgimento di prove di stress indipendenti, lo sviluppo di forme di energia rinnovabili, l’impegno nel campo fondamentale dell’efficienza energetica. Le buone intenzioni iniziali di una risoluzione comune sono però presto andate in frantumi: poiché ogni gruppo parlamentare si è schierato pro o contro, alla fine è diventato impossibile votare per questo progetto che non contiene alcun messaggio politico. Siamo chiari: mi sarei aspettato di più dal Parlamento europeo. È evidente che un futuro roseo attende ancora le lobby a favore del nucleare e, nel contempo, molti parlamentari ancora non comprendono pensieri e sentimenti del pubblico al riguardo.

 
  
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  Jan Březina (PPE), per iscritto. – (CS) Mi preoccupa il fatto che oggi il Parlamento europeo non sia riuscito ad approvare la forma di compromesso della risoluzione sulla sicurezza nucleare in Europa a seguito dell’incidente nucleare in Giappone. Ritengo vergognoso che il Parlamento non sia in grado di offrire al pubblico il proprio parere sul nucleare. A causa di questa disunità, potrebbe accadere nei prossimi negoziati tra gli organi europei sulla forma che dovranno assumere le prove di stress per le centrali il Parlamento europeo sia ignorato. Verdi e socialisti sono stati evidentemente incapaci di accettare che le loro proposte per smettere di usare il nucleare o chiudere le centrali costruite prima del 1980 non siano state accolte.

 
  
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  Françoise Castex (S&D), per iscritto. – (FR) Ho votato contro l’odierna proposta di risoluzione comune. La risoluzione comune era un buon punto di partenza e ho appoggiato gli emendamenti a favore di una graduale eliminazione del nucleare attentamente programmata e preparata che rispecchiano gli obiettivi della lotta contro il riscaldamento globale, così come ho votato a favore degli emendamenti in cui si chiede di investire nella ricerca e nell’innovazione per promuovere il risparmio energetico e incrementare enormemente il numero di forme di energia rinnovabili. Tuttavia, l’esito del voto, un voto incoerente, mi ha costretta a votare contro la risoluzione emendata. Ora è fondamentale tenere un dibattito approfondito su tutti questi temi e procedere a una transizione energetica in uno spirito di solidarietà, tenuto conto della situazione di tutti gli Stati membri.

 
  
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  Nessa Childers (S&D), per iscritto. – (EN) Sono delusa dal voto su questa risoluzione. Stiamo discutendo in merito agli insegnamenti da trarre dall’incidente nucleare in Giappone per la sicurezza nucleare in Europa. Sono tuttavia fermamente convinta che non esista un nucleare sicuro e le prove di stress di quest’anno sono una distrazione dalla questione reale: il passaggio a un’Europa alimentata da energia rinnovabile. Visti gli studi più recenti, è evidente come sia tecnicamente possibile che, entro il 2050, il 95 per cento del nostro approvvigionamento energetico provenga da fonti rinnovabili come vento, maree, onde, sole e biomassa. Con tale obiettivo in mente, poiché ora stiamo compiendo scelte energetiche a lungo termine, negli anni a venire dovremmo eliminare progressivamente le centrali nucleari in tutta Europa.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. – (PT) Mi dispiace che il Parlamento non abbia tratto alcun insegnamento da quanto è accaduto in Giappone. Continuare a negare gli enormi rischi insiti nell’uso del nucleare non è il modo migliore per servire il pubblico. La plenaria in Parlamento non è stata in grado di adottare una risoluzione, con lo spettacolo poco edificante di gruppi che si sono annullati l’un l’altro respingendo le rispettive proposte senza essere capaci di adottare insieme alcunché. Si sarebbe dovuto insistere maggiormente sulla natura transitoria dei rischi e delle conseguenze di tali disastri e la sicurezza dei cittadini. L’ovvia conclusione avrebbe dovuto essere quella di rafforzare la sicurezza nucleare, testare le debolezze, congelare i progetti di espansione del nucleare nell’Unione e investire più efficacemente in energia pulita e conservazione dell’energia. Chiudere gli occhi su quanto è accaduto in Giappone e far finta che non sia avvenuto nulla è insensibile e pericoloso. Chernobyl e Fukushima hanno soltanto reso più imperativa la richiesta di una maggiore trasparenza e informazione su rischi e disastri.

 
  
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  Brian Crowley (ALDE), per iscritto. – (EN) Desidero che sia verbalizzato il fatto che non ho partecipato al voto sui singoli paragrafi della risoluzione comune né sugli emendamenti. Sebbene mi sia sempre opposto al nucleare, ritengo che la discussione sia stata sfruttata per esprimere opinioni estreme pro e contro il nucleare e ciò ha fatto sì che in Parlamento non sia stato possibile trovare un terreno comune. Penso che si debba garantire che tutti gli impianti siano verificati per assicurarne la massima protezione e, aspetto più importante, rafforzare la sicurezza in tutti i sensi delle popolazioni che vivono in prossimità degli stessi. Come è ovvio, è indispensabile garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico in maniera sostenibile e abbiamo la possibilità di prendere in esame fonti alternative che possiamo sfruttare contribuendo, nel contempo, alla salvaguardia dell’ambiente. Questa discussione ideologica, però, non deve distoglierci dalla preoccupazione immediata di assistere i giapponesi in ogni modo possibile per riprendersi dalla catastrofe. Per questo mi sono astenuto al voto finale.

 
  
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  Christine De Veyrac (PPE), per iscritto. – (FR) Sono profondamente rammaricata per il fatto che il disastro che ha colpito il Giappone sia stato sfruttato a fini faziosi. Il Parlamento europeo ha perso un’occasione per trasmettere un messaggio forte agli Stati membri e alla Commissione europea con lo scopo di migliorare la sicurezza delle centrali nucleari in Europa e nei paesi vicini, specialmente attraverso le prove di stress. Questo dovrebbe essere infatti il principale oggetto dell’odierno dibattito in maniera da poter garantire, per conto del pubblico, che una forma di energia che è ancora la principale componente del mix energetico della maggior parte dei paesi europei, e tale resterà per alcuni anni a venire finché una fonte di energia sostenibile, rinnovabile, che non emetta CO2, non sia in grado di sostituirla rispondendo al fabbisogno di elettricità della nostra società, sia il più possibile sicura.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) L’11 marzo il Giappone è stato colpito da un gravissimo terremoto, seguito da uno tsunami che ha causato la più profonda crisi nucleare della storia del paese. La centrale nucleare di Fukushima ha infatti subito gravi danni strutturali e, da allora, sussiste il pericolo imminente che si scateni un disastro nucleare di enormi proporzioni. Detti eventi hanno scatenato un’ondata di reazione in Europa che ha indotto il Commissario Oettinger a chiedere la convocazione di una riunione straordinaria dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica, il Cancelliere tedesco a sospendere la decisione di prorogare la durata delle centrali nel suo paese e il Ministro dell’ambiente austriaco Berlakivich a domandare che vengano condotte prove nelle centrali europee. È fondamentale che dal disastro di Fukushima si traggano tutti gli insegnamenti possibili, specialmente per quanto riguarda le norme di sicurezza imposte alle centrali nucleari comunitarie, per garantire la sicurezza delle centrali stesse e, in ultima analisi, quella del pubblico. In questo difficile momento, vorrei cogliere nuovamente l’opportunità per porgere le mie sincere condoglianze ed esprimere solidarietà a quanti sono stati colpiti dalla catastrofe in Giappone.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) I problemi che si sono verificati presso la centrale nucleare di Fukushima hanno riportato all’ordine del giorno la discussione sull’energia derivante dalla fusione nucleare, visto che il 30 per cento dell’energia consumata nell’Unione proviene da tale fonte e vi sono paesi, come la Francia, in cui la produzione nazionale è pari all’80 per cento, ma anche paesi in cui non vi sono centrali nucleari, come Portogallo e Austria. È dunque indispensabile che l’Unione europea promuova un programma per controllare la sicurezza delle sue centrali nucleari, soprattutto svolgendo le cosiddette “prove di stress”. Tali verifiche dovrebbero basarsi su un modello di valutazione rigoroso e armonizzato che copra tutti i tipi di rischi possibili in uno scenario realistico a livello europeo e dovrebbero essere condotte entro la fine dell’anno in maniera coordinata e indipendente estendendosi tutti gli impianti nucleari esistenti e previsti nell’Unione. Attualmente, il nucleare è fondamentale per garantire l’approvvigionamento energetico a basse emissioni di carbonio in Europa. Dobbiamo però orientarci verso una maggiore efficienza energetica e un incremento dell’energia rinnovabile. Per assicurare un approvvigionamento energetico affidabile, la Commissione e gli Stati membri dovrebbero investire nell’ammodernamento e nell’espansione dell’infrastruttura europea in campo energetico, come anche nell’interconnessione delle reti.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Garantire la sicurezza degli impianti nucleari ed evitare il rischio di incidenti in ogni modo possibile sono temi importanti affrontati nell’odierna risoluzione, che chiede anche agli Stati membri di imporre “una moratoria sullo sviluppo e l’attivazione di nuovi reattori nucleari, almeno per il periodo in cui si svolgono e si valutano le prove di stress”. Dobbiamo tuttavia fare in modo che la tragedia verificatasi in Giappone non sia un’occasione per rafforzare le lobby o arretrare domani sui progressi compiuti oggi. È necessario trarre insegnamenti seri e imparare da questa esperienza a diagnosticare lacune e manchevolezze in termini progettuali e operativi che potrebbero comportare incidenti presso altri impianti, un’esperienza da considerare anche nell’ambito dei futuri sviluppi a livello energetico.

Esperti di organismi specializzati degli Stati membri e anche dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) devono partecipare a tale valutazione pur mantenendo ruolo, autorità, autonomia e indipendenza che li caratterizzano. In quanto organo tecnico autonomo e indipendente, le raccomandazioni al riguardo dovrebbero provenire dall’AIEA con l’opportuno sostegno dell’Unione europea, non viceversa. È deplorevole il fatto che l’odierna risoluzione sia usata come pretesto per salvaguardare la cosiddetta politica energetica comune e i suoi obiettivi di liberalizzazione del settore dell’energia.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) L’odierna proposta di risoluzione non era la migliore. Per questo l’ho respinta, sebbene presentasse alcuni aspetti positivi, ragion per cui mi sono astenuta.

Garantire la sicurezza degli impianti nucleari ed evitare il rischio di incidenti in ogni modo possibile sono temi importanti affrontati nell’odierna risoluzione, che chiede anche agli Stati membri di imporre “una moratoria sullo sviluppo e l’attivazione di nuovi reattori nucleari, almeno per il periodo in cui si svolgono e si valutano le prove di stress”.

Dobbiamo tuttavia garantire che la tragedia che ha colpito il Giappone non sia un trampolino per gruppi di interesse economico che apra nuove vie a discapito degli interessi e della sicurezza del pubblico.

È invece importante diagnosticare lacune e manchevolezze in termini progettuali e operativi che potrebbero comportare incidenti presso altri impianti. Esperti di organismi specializzati degli Stati membri e anche dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) dovrebbero partecipare a tale valutazione pur mantenendo ruolo, autorità, autonomia e indipendenza che li caratterizzano. È necessario trarre insegnamenti seri e i risultati di un’analisi di tale esperienza vanno incorporati nei futuri sviluppi in campo energetico. Non concordiamo con l’ingerenza nelle politiche energetiche degli Stati membri o di paesi terzi: in quanto organo tecnico autonomo e indipendente, le raccomandazioni al riguardo dovrebbero provenire dall’AIEA con l’opportuno sostegno dell’Unione europea.

 
  
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  Monika Flašíková Beňová (S&D), per iscritto. – (SK) Il Giappone è chiamato a confrontarsi con la più grave catastrofe postbellica. I leader del paese hanno descritto il sisma distruttivo, abbinato alle gigantesche onde dello tsunami e alla successiva minaccia nucleare, come la peggiore crisi dopo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki da parte dell’esercito statunitense. La natura ha causato perdite enormi e irreparabili, specialmente in termini di vite umane e beni. La situazione della centrale nucleare di Fukushima resta tuttavia una minaccia. Nel tentativo di evitare minacce simili in futuro, sarebbe corretto valutare lo svolgimento delle cosiddette prove di stress delle centrali nucleari degli Stati membri, prove che dovrebbero dimostrare in che misura le centrali sono in grado di sopportare disastri analoghi. Una situazione analoga a quella verificatasi in Giappone potrebbe manifestarsi ovunque in Europa. È dunque anche auspicabile disporre di un monitoraggio più rigoroso dei sistemi di sicurezza delle centrali nucleari rafforzandone i punti deboli ed eliminando le eventuali lacune. È nell’interesse dei singoli paesi, comunque entro i limiti delle loro capacità, ricercare una soluzione alla questione del nucleare, che si tratti di miglioramenti della sicurezza o una completa messa fuori esercizio. La cooperazione a livello europeo è però fondamentale. Benché l’Europa non sia minacciata dalle onde gigantesche degli tsunami, nel XXI secolo vi è comunque la minaccia, per esempio, di attacchi terroristici, attacchi da parte di hacker informatici ai sistemi delle centrali nucleari e così via. Dal punto di vista della sicurezza, la misura in cui le centrali possono contrastare siffatte minacce potenziali è molto opinabile.

 
  
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  Adam Gierek (S&D), per iscritto. – (PL) Non ho appoggiato la risoluzione in primo luogo perché non ha dato alcun apporto positivo oltre a divieti, restrizioni e un’avversione generale per la tecnologia nucleare. In secondo luogo, la risoluzione non indica alcuna via rispetto a una situazione completamente nuova per la politica energetica nel suo complesso. Per esempio, i punti 19, 20 e 21 avrebbero potuto introdurre nuove idee e nuovi orientamenti in termini di pensiero integrato sull’efficienza energetica, soprattutto l’efficienza per quel che riguarda l’energia proveniente da fonti primarie, delle quali abbiamo le riserve più grandi, e mi riferisco in particolare ai combustibili fossili. In terzo luogo, i suggerimenti radicali in essa contenuti richiedono un referendum nazionale che nel mio paese dovrà aver luogo su iniziativa dei partiti di sinistra. Forse un siffatto referendum dovrebbe essere indetto a livello comunitario. In quarto luogo, il mio paese, a causa dei maldestri regolamenti promulgati a oggi a livello di Unione, è stato costretto a sospendere investimenti essenziali nelle centrali a carbonio e ora la stessa lobby sta dicendo che dobbiamo sospendere gli investimenti nella tecnologia nucleare. Che cosa resta? La risoluzione indica soltanto le fonti rinnovabili. Nel mio paese, la capacità complessiva di tali risorse coprirebbe il 13 per cento, forse al massimo il 20, del fabbisogno essenziale. Probabilmente in Svezia la situazione è diversa, visto che il paese ha ampie riserve di energia idroelettrica. Diverso è il caso della Polonia. Il disastro di Fukushima impone una revisione dell’intera politica energetica attuale dell’Unione europea.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) L’entusiasmo che ha travolto alcuni gruppi politici dopo l’incidente nucleare di Fukushima che hanno ritenuto di poterne trarre vantaggi politici è inaccettabile. Non ricordo che i comunisti siano stati così virulenti dopo il disastro di Chernobyl del 1986. Sicuramente è vero: non esiste un “rischio zero” nel nucleare. Semplicemente non esiste un rischio zero nella vita. Dobbiamo adoperarci al meglio per ridurre al minimo tale rischio. Per il momento, però, non abbiamo alternative credibili. Costringere gli Stati membri ad abbandonare urgentemente tale fonte di energia, smettere di costruire nuove centrali e chiudere le altre contrasta nettamente con il rifiuto deciso dell’energia fossile adducendo come pretesto il fatto che contribuirebbe al riscaldamento globale.

Energia nucleare o energia fossile: possiamo preferire l’una o l’altra, ma non possiamo escluderle entrambe. Né l’energia idroelettrica né le odierne fonti di energia alternative sono in grado di soddisfare il nostro fabbisogno. I paesi che hanno smesso di usare il nucleare, senza assumere un tono predicatorio nei confronti degli altri, sono in realtà molto contenti che i loro vicini, che provvedono al loro approvvigionamento, non abbiano compiuto la stessa scelta! Basta con l’ipocrisia.

 
  
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  Estelle Grelier (S&D), per iscritto. – (FR) La risoluzione parlamentare sugli insegnamenti da trarre dall’incidente nucleare in Giappone conteneva alcuni elementi molto positivi per quanto concerne la sicurezza delle centrali raccomandando, per esempio, che si svolgano “prove di stress” in maniera coordinata a livello comunitario da parte di organismi indipendenti operanti nel rispetto degli standard più rigidi e in assoluta trasparenza. Inoltre, come tutti gli altri membri della delegazione socialista francese, ho appoggiato gli emendamenti a favore di una graduale eliminazione del nucleare attentamente programmata e preparata che rispecchiano gli obiettivi della lotta contro il riscaldamento globale. La graduale eliminazione del nucleare dovrà andare di pari passo con un maggiore investimento nella ricerca e nell’innovazione per ridurre la nostra dipendenza energetica e incrementare il numero di forme di energia rinnovabili nel mix energetico degli Stati membri. Ho tuttavia votato contro la proposta nel suo complesso perché è stata semplicemente una giustapposizione di punti di vista che hanno creato una proposta incoerente. Dopo la catastrofe di Fukushima, la questione del futuro di un settore delicato come quello dell’energia nucleare richiede più di una risoluzione abbozzata in fretta e furia. Ora dovremo prenderci il tempo necessario per organizzare un dibattito che sia realmente costruttivo affrontando tutti i temi correlati che dia modo a tutti di dar voce alla propria opinione.

 
  
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  Mathieu Grosch (PPE), per iscritto. – (DE) La presente risoluzione non può coprire nel dettaglio ogni aspetto della discussione sull’energia nucleare.

Resto nondimeno convinto del fatto che il nostro obiettivo deve essere quello di eliminare gradualmente questa fonte di energia e usare maggiormente l’energia rinnovabile.

L’emendamento n. 10 proponeva altresì che nel caso delle centrali nucleari ubicate in zone di confine si coinvolgessero nelle decisioni gli organismi locali e regionali da ambedue i lati della frontiera.

Tale emendamento non è stato adottato. Sebbene alcuni aspetti della risoluzione siano indubbiamente positivi, l’emendamento n. 10 per me è stato determinante. Per questo ho deciso di non appoggiare più la risoluzione e astenermi.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE), per iscritto. – (FR) Sono lieta che il Parlamento europeo abbia respinto la risoluzione.

Tra gli insegnamenti che dobbiamo trarre dalla catastrofe di Fukushima vi è la necessità di raccomandare l’introduzione di prove di stress, stabilire nuovi standard di sicurezza comuni nell’Unione e proteggerci da ogni scenario possibile.

Tuttavia, l’introduzione di una moratoria sulle nuove centrali nucleari durante l’esecuzione delle prove di stress nell’Unione è inaccettabile in quanto ostacolerebbe lo sviluppo di centrali di nuova generazione molto più sicure.

L’obiettivo in questo caso non è stabilire se i meriti di questa fonte di energia vadano rimessi in discussione né se debba soccombere ai valori idealistici e oscurantisti di coloro che vogliono bandirla.

Abbandonare il nucleare equivale ad assicurare la promozione di centrali a carbone fortemente inquinanti e ricadere nelle mani delle società petrolifere con prezzi del petrolio incerti e il grave rischio di un indebolimento dell’economia, segnando dunque la fine della nostra indipendenza energetica.

 
  
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  Roberto Gualtieri (S&D), per iscritto. − Signora Presidente, onorevoli colleghi, ho espresso il mio voto contrario alla risoluzione comune come conseguenza della bocciatura da parte dell’Aula di due emendamenti chiave presentati dal gruppo S&D, riguardanti l’elaborazione di strategie di medio-lungo termine per il progressivo phasing out dal nucleare e la definizione di target vincolanti sulle energie rinnovabili.

Il voto negativo da parte dell’Assemblea sull’intera risoluzione rende ancor più evidente quanto la questione nucleare non sia più soltanto un problema di maggiore sicurezza: è ormai imprescindibile avviare una riflessione seria sulla questione energetica e sugli investimenti in materia di energie rinnovabili. La drammatica esperienza del Giappone ci insegna proprio quanto sia necessario discutere di energia nucleare in maniera approfondita, e in questo senso il voto espresso dal Parlamento europeo è il primo passo per una svolta nelle scelte di politica energetica, su scala sia europea sia internazionale.

 
  
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  Carl Haglund, Marit Paulsen, Olle Schmidt e Cecilia Wikström (ALDE), per iscritto. – (SV) La catastrofe che ha colpito il Giappone ha risvegliato la preoccupazione dei nostri concittadini in merito alla sicurezza nucleare. Nella risoluzione del gruppo ALDE abbiamo sottolineato che intendevamo rendere obbligatorie per gli Stati membri le prove di stress proposte e consentire a esperti indipendenti di gestire l’attuazione delle prove, prove che peraltro devono essere trasparenti.

Ci siamo astenuti all’atto del voto sulla risoluzione comune in quanto conteneva una proposta di moratoria sullo sviluppo di nuovi reattori nucleari durante lo svolgimento delle prove di stress.

Qualunque problema è principalmente legato ai reattori più vecchi che utilizzano una tecnologia meno recente, non ai nuovi reattori nucleari che utilizzano una tecnologia all’avanguardia. Non vogliamo vietare lo sviluppo di nuova tecnologia in grado di contribuire all’obiettivo dell’Unione di ridurre le emissioni di biossido di carbonio.

Siamo contrari al divieto imposto all’intera idea del nucleare. Dopo il disastro di Chernobyl nel 1986, la Svezia ha introdotto norme che hanno reso illegale la preparazione della costruzione di nuove centrali.

Riteniamo altresì che Finlandia e Svezia debbano investire nella ricerca sull’energia nucleare e assumere un ruolo di guida nello sviluppo dei reattori nucleari della prossima generazione.

La conclusione che possiamo trarre dalla catastrofe che ha colpito il Giappone è che non dovremmo utilizzare le centrali nucleari per moltissimi anni, ma forse il disastro va più visto come un incentivo a costruire nuovi reattori.

 
  
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  Sandra Kalniete (PPE), per iscritto. – (LV) Ho votato per l’adozione dell’odierna risoluzione e mi rammarico per il fatto che il Parlamento non sia stato in grado di concordare una sola proposta di risoluzione su questo argomento di grande attualità. Penso che l’energia nucleare debba restare una fonte importante e sicura di energia per l’Europa. Avallo la richiesta che vengano condotte approfondite prove di stress, prove che devono essere eseguite su tutti gli impianti nucleari esistenti e previsti e il cui superamento deve essere un prerequisito per restare in attività. Condivido le preoccupazioni espresse nella proposta di risoluzione secondo cui lo sviluppo di nuovi progetti nucleari in Bielorussia e Russia (oblast di Kaliningrad) desta serie perplessità in merito agli standard di sicurezza nucleare e rispetto degli obblighi contenuti nelle convenzioni internazionali. Gli europei, gli Stati membri e la Commissione europea devono rispondere a tali perplessità in uno spirito di solidarietà. Per questo la nostra Unione deve garantire che le prove di stress e gli standard di sicurezza nucleare che saranno conseguentemente definiti siano applicati non soltanto a livello comunitario, ma anche alle centrali nucleari già costruite o in fase di pianificazione nei paesi europei limitrofi.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione. A seguito dell’incidente nucleare in Giappone, migliaia di persone sono morte e scomparse senza lasciare traccia. Notevoli sono stati anche i danni materiali e le conseguenze avranno implicazioni a lungo termine per la salute della gente. Ancora adesso sentiamo le conseguenze di Chernobyl. Oggi, pertanto, dobbiamo riesaminare il nostro approccio alla sicurezza nucleare nell’Unione e nel resto del mondo. Quanto al miglioramento dei progetti nucleari, in Bielorussia e nella regione di Kaliningrad gravi problemi ruotano attorno agli standard di sicurezza nucleare e al rispetto degli obblighi previsti dalle convenzioni internazionali, problemi che riguardano non solo gli Stati membri che condividono i confini con tali regioni, ma l’intera Europa, per cui le istituzioni europee e la Commissione devono agire insieme sulla base del principio di sussidiarietà. La risoluzione sulla strategia dell’Unione per la regione del Baltico e il ruolo delle macroregioni nella futura politica di coesione afferma che, visto il previsto sviluppo dell’energia nucleare nella regione del Baltico, gli Stati membri devono rispettare gli standard di sicurezza e protezione ambientale più rigorosi e la Commissione europea deve monitorare e controllare se gli Stati confinanti lungo le frontiere esterne dell’Unione seguono lo stesso approccio e rispettano le medesime convenzioni internazionali. Le centrali nucleari in costruzione in prossimità delle frontiere esterne dell’Unione devono rispettare gli standard internazionali di sicurezza e protezione ambientale. Oggi, l’efficienza energetica, il risparmio energetico, l’energia sostenibile e rinnovabile e l’introduzione di reti elettriche europee sono divenute particolarmente importanti. È inoltre essenziale disporre di una rete energetica intelligente, in grado di funzionare ottenendo energia da generatori di energia decentrati.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Signora Presidente, onorevoli colleghi, il grave incidente nella centrale nucleare di Fukushima Daiichi, avvenuto il giorno 11 marzo 2011, causato dal terremoto e dal successivo tsunami, ha causato danni e conseguenze a lungo termine per la salute in termini di contaminazione ambientale. Anche a seguito degli avvertimenti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica sullo stato di centrali nucleari ormai obsolete, appare necessario individuare misure in grado di accertare il livello di sicurezza delle centrali. La collaborazione ed il coordinamento fra Stati sono prioritari in materia alla luce del fatto che crisi di questo genere non si ripercuotono sul paese in cui è costruita, ma hanno effetti generalizzati. Quanto avvenuto impone all’Europa, al fine di prevenire disastri di questa entità, di porre in essere una serie di misure, particolarmente rigorose, volte ad accertare i livelli di sicurezza esistenti. Lo sviluppo di nuove centrali nucleari in Bielorussia e in Russia, obbliga la Commissione ad agire, interloquendo con questi Paesi, al fine di garantire la sicurezza, non solo ai paesi confinanti, ma all’Europa tutta.

 
  
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  Jörg Leichtfried (S&D), per iscritto. – (DE) In linea di principio appoggio la risoluzione in quanto esorta a compiere un primo passo verso la graduale eliminazione del nucleare in tutta l’Unione europea. Per quanto concerne la sostanza del documento, vorrei però rilevare che, come spesso accade per risoluzioni di questo genere, quello che facciamo è troppo poco e lo facciamo troppo lentamente. Alla fine prevale il principio del comune denominatore, che sicuramente a lungo termine non può essere soddisfacente. L’unica soluzione corretta consisterebbe nell’eliminare completamente in maniera graduale il nucleare in tutta l’Unione europea, e farlo quanto prima. Mi adopererò al meglio affinché ciò accada.

 
  
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  Bogusław Liberadzki (S&D), per iscritto. – (PT) In aprile abbiamo votato in merito alla risoluzione comune sugli insegnamenti da trarre dall’incidente nucleare in Giappone per la sicurezza nucleare in Europa. Mi sono espresso contro la risoluzione perché, oltre ai divieti e alla moratoria sullo sviluppo del nucleare e il suggerimento di abbandonare progressivamente il nucleare (suggerimento irrealistico), non aggiunge nulla di positivo né propone soluzioni per il futuro del settore dell’energia in generale. La situazione dopo la tragedia di Fukushima ha completamente modificato la filosofia dell’approccio al futuro della produzione energetica in Europa e Polonia. Nel nostro paese, il settore dell’energia, di cui il 95 per cento si basa sul carbone, ha già sofferto a causa dell’adozione del pacchetto sul clima e l’energia. Sono stati anche sospesi gli investimenti intrapresi per costruire due centrali nucleari. La risoluzione sottolinea unicamente l’importanza dell’energia generata da fonti rinnovabili, che in Polonia copre soltanto il 13 per cento, forse al massimo il 20, del nostro fabbisogno. In più, in Polonia deve ancora essere indetto un referendum sul nucleare, suggerito dalla sinistra, e pertanto le conclusioni tratte dall’odierna risoluzione sono premature. Apprezzo il fatto che la maggioranza abbia votato contro la risoluzione.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. – (RO) Penso che si debbano evitare decisioni politiche immediate, lungimiranti, circa il ruolo del nucleare nel mix energetico a medio e lungo termine. È importante avere un quadro chiaro basato su dati precisi in merito a quanto è accaduto presso la centrale nucleare di Fukushima. Non dobbiamo perdere di vista i vantaggi dell’energia nucleare, che produce emissioni ridotte di biossido di carbonio, comporta costi relativamente inferiori e garantisce l’indipendenza energetica. Sinora l’energia nucleare è stata la forma di energia più sicura, parlando in termini statistici, con il minor numero di vittime di incidenti rispetto ad altre fonti energetiche (per esempio, gas e petrolio). È inoltre fondamentale rispettare le decisioni degli Stati membri per quanto concerne la determinazione della composizione del loro mix energetico. Il nucleare ha un ruolo importante da svolgere per conseguire gli obiettivi dell’Unione fissati nella strategia Europa 2020 e nella strategia energetica per l’attuale decennio.

 
  
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  Marian-Jean Marinescu (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato contro la risoluzione sulla sicurezza nucleare in Europa a seguito dell’incidente nucleare in Giappone. Ho votato contro perché la risoluzione chiede che venga imposta una moratoria sullo sviluppo di nuove centrali nucleari. Penso che la produzione di energia nucleare in condizioni di sicurezza sia della massima importanza. Concordo con lo svolgimento di prove di stress. Ritengo però che imporre una moratoria a tempo indeterminato non sia appropriato. Tale periodo può essere molto importante per le centrali attualmente in fase di sviluppo, soprattutto dal punto di vista dei finanziamenti. La composizione del mix energetico è responsabilità degli Stati membri. Per questo non credo che una siffatta decisione possa essere imposta a livello di Unione.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato contro la risoluzione perché gli emendamenti adottati ci hanno lasciato con un testo che presta un’attenzione insufficiente ai temi della sicurezza nucleare.

 
  
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  Marisa Matias (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La catastrofe di Fukushima ha rammentato al mondo che il rischio zero per il nucleare non esiste. Il pericolo che il nucleare comporta per l’umanità è assolutamente insostenibile, come lo sono gli elevati livelli di rischio derivanti dalle scorie prodotte. Abbiamo pertanto bisogno di spingerci oltre nel garantire la sicurezza e il miglioramento dei test di sicurezza. Questi due criteri sarebbero un requisito minimo per pervenire a un accordo.

Non è stata ancora garantita alcuna strategia di uscita on vista dei cambiamenti in atto nella politica energetica europea, che deve procedere verso l’individuazione di alternative. Il phasing out permetterà di abbandonare gradualmente il nucleare in Europa. Ho votato contro la risoluzione perché ritengo che nessuna delle suddette premesse sia garantita.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) La catastrofe di Fukushima rammenta al mondo che non esiste il rischio zero parlando di nucleare. Il nucleare comporta un rischio inaccettabile per l’umanità. Dobbiamo pertanto spingerci oltre una maggiore sicurezza e i test di sicurezza. È necessario elaborare un piano europeo per procedere immediatamente alla graduale eliminazione del nucleare. Tale processo richiederà tempo. È un crimine contro l’umanità non iniziare a prepararlo adesso. Non appoggerò la risoluzione se gli emendamenti in cui si chiede la progressiva eliminazione del nucleare dovessero essere respinti.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) La presente proposta di risoluzione sulla sicurezza nucleare in Europa era più che necessaria. La risoluzione descrive tutti i pericoli posti dal nucleare e spero che imprima lo slancio necessario per ripensare completamente l’uso del nucleare in Europa. I numerosi emendamenti presentati dal gruppo Verts/ALE erano necessari per affrontare direttamente l’ampia serie di rischi esistenti e chiedere un rapido abbandono progressivo dell’uso del nucleare.

Poiché sono convinto che l’uomo non riuscirà mai ad avere interamente sotto controllo i rischi posti dalle centrali nucleari, esorto a procedere alla rapida eliminazione del nucleare e ho appoggiato gli emendamenti al riguardo. Dato che la proposta di risoluzione è in ultima analisi un passo in tale direzione, ho votato a favore.

 
  
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  Vital Moreira (S&D), per iscritto. – (PT) Durante il voto sulla risoluzione concernente la sicurezza dell’energia nucleare a seguito dell’incidente di Fukushima ho votato contro il progetto di emendamento riguardante gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 per tre motivi: a) la questione non ha attinenza con il tema della sicurezza nucleare; b) gli obiettivi indicati conferiscono una rilevanza spropositata al ruolo dell’Unione europea nella riduzione unilaterale del CO2; c) tale ambiziosa – e in verità irrealistica – riduzione del CO2 sarebbe accettabile soltanto se fosse abbinata a una carbon tax sulle importazioni, che potrebbe compromettere seriamente la competitività dell’industria, oltre a indurre le aziende europee a spostare la propria produzione in paesi che non impongono limitazioni alle emissioni di CO2, con gravi effetti sull’economia e l’occupazione dell’Unione.

 
  
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  Rareş-Lucian Niculescu (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato contro la proposta di risoluzione comune sugli insegnamenti da trarre dall’incidente nucleare in Giappone per la sicurezza nucleare in Europa per i seguenti motivi. Perlomeno sette degli emendamenti presentati sono irrealistici dal punto di vista scientifico; molti passaggi del testo sono soltanto slogan senza alcuna sostanza concreta, e neanche coloro che parlano contro il nucleare propongono soluzioni alternative al suo utilizzo. Da ultimo, ma non meno importante, devo sottolineare il mio rammarico per il fatto che il Parlamento europeo non abbia adottato una posizione al riguardo. Il tipo di posizione da adottare deve essere però equilibrato, pragmatico, nonché basato su realtà scientificamente documentate e soluzioni percorribili.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. – (DE) È giunto il tempo di un ripensamento per quel che riguarda l’uso del nucleare in Europa. Ora dobbiamo cominciare ad agire, chiudere i reattori pericolosi e, a medio termine, trovare un modo per eliminare del tutto in maniera progressiva il nucleare. Dobbiamo rifiutare una volta per tutte l’errata convinzione che l’uomo abbia il controllo dei pericoli posti dal nucleare. Ho pertanto votato a favore dell’odierna proposta di risoluzione.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Ho votato a favore della risoluzione sulla sicurezza nucleare perché dopo i recenti accadimenti in Giappone non si può non affrontare il problema con responsabilità e criteri oggettivi. Ritengo importante che l’Europa riveda la regolamentazione sulla sicurezza delle centrali nucleari per garantire dei livelli di sicurezza assoluti identificabili grazie agli stress test che mostreranno eventuali rischi e limiti dell’uso del nucleare. La risoluzione in sé vuole dimostrare come, nonostante tutto, si possa sempre imparare dalle catastrofi e reagire in modo chiaro ed efficace per fare in modo che non accadano più. Inoltre sottolinea come sia necessario puntare ad approvvigionamenti energetici alternativi, come le energie rinnovabili, nonostante il nucleare resti indispensabile in quanto energia a bassa emissione di carbonio.

 
  
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  Vincent Peillon (S&D), per iscritto. – (FR) Ho votato contro la risoluzione sugli insegnamenti da trarre dall’incidente nucleare in Giappone per la sicurezza nucleare in Europa perché non credo che la questione del futuro del nucleare, questione fondamentale per i nostri concittadini, possa essere liquidata da questa Camera in poche ore con emendamenti adottati senza un reale dibattimento. Tutti gli argomenti devono essere messi sul tavolo senza escludere alcuna possibilità, ed è per questo che abbiamo bisogno di tempo. In gioco vi sono la credibilità del Parlamento e il benessere dei nostri concittadini, che non comprenderebbero, giustamente, se dovessimo impegnargli in interventi a lungo termine che non abbiamo discusso prima con calma, in maniera approfondita, tenuto conto delle diverse situazioni nazionali e dei vincoli della nostra lotta comune contro il cambiamento climatico. Da ultimo, vorrei aggiungere quanto mi dispiace che, a causa di estremisti su ogni fronte, il Parlamento non sia stato in grado questa volta di approvare un miglioramento immediato della sicurezza delle centrali nucleari, anche se noi, nel nostro gruppo, abbiamo raggiunto un consenso chiedendo controlli quanto più seri, trasparenti e indipendenti possibile.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) Sono infastidita dal fatto che il Parlamento europeo oggi abbia respinto la risoluzione su un tema fondamentale come gli insegnamenti da trarre dal disastro nucleare di Fukushima. Per quanto concerne la nostra istituzione, non vi sarebbe dunque un prima e un dopo l’11 marzo 2011. Eppure i segnali erano forti! Dopo tutto, non è stato troppo difficile convenire alcuni semplici principi:

– il principio del sostegno alla Commissione affinché possa condurre le cosiddette “prove di stress” con gli Stati membri sui 143 reattori nucleari operanti in Europa;

– il principio della presentazione entro il 15 aprile di un calendario preciso rispetto ai criteri adottati: esperti indipendenti, priorità attribuita alla sicurezza degli impianti nucleari che sono intrinsecamente più pericolosi in ragione della loro ubicazione in zone sismiche o costiere e relazioni di sicurezza per il pubblico;

– il principio della chiusura immediata degli impianti che non superano le “prove di stress”.

Il pubblico europeo si aspetta che la nostra istituzione sia responsabile e intelligente, specialmente su un tema controverso come quell’energia atomica. In ultima analisi, non è forse un male che la scelta dell’energia, e dunque la scelta di abbandonare o meno il nucleare, resti una responsabilità esclusivamente nazionale.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Ho votato contro. Sono molto lieto che, alla fine, la lobby a favore del nucleare abbia fallito. È del tutto incomprensibile il fatto che il gruppo PPE e altri abbiano votato contro dicendo che il rischio zero non esiste, contro una progressiva eliminazione a partire da adesso, contro un orientamento verso un’economia basata quasi al 100 per cento su fonti rinnovabili energeticamente efficienti entro il 2050, contro un futuro senza nucleare per l’Europa e così via. Il testo finale è risultato del tutto inaccettabile e mi compiaccio per il fatto che la maggioranza della Camera abbia appoggiato noi verdi nel respingere la risoluzione comune.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Il gravissimo incidente nucleare nella centrale Fukushima Daiichi dell’11 marzo scorso ha provocato la morte di migliaia di persone, oltre a danni materiali inimmaginabili per l’intera economia del Sol Levante.

Questa ecatombe sta portando tutti i paesi del mondo a rivedere le proprie posizioni circa l’impiego delle tecnologie energetiche legate all’atomo. Purtroppo, in molti casi queste scelte vengono accelerate sull’onda degli ultimi tragici eventi e da più parti viene invocato il totale e immediato smantellamento degli impianti nucleari.

L’UE già da tempo sta riconsiderando nel suo insieme il proprio approccio alla sicurezza nucleare, ma si deve tener conto del fatto che questa tecnologia continuerà a far parte del mix energetico di diversi Stati membri per molti anni a venire. In futuro forse sarà possibile soddisfare il nostro fabbisogno energetico grazie alle rinnovabili, ma questo non è ancora possibile e non lo sarà ancora per molto tempo.

Sono favorevole a norme di sicurezza più restrittive per le centrali nucleari, come già previste per quelle di nuova generazione. Tuttavia, considero l’opzione di bloccare da un giorno all’altro la produzione energetica nucleare una scelta miope e inutile, dettata più dai sentimenti che da reali motivazioni, in grado di mettere in ginocchio le economie dei principali paesi industrializzati del mondo.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD), per iscritto. − Dopo la catastrofe nucleare che ha colpito il Giappone non possiamo non rivedere il piano energetico europeo. Bisogna prestare particolare attenzione sia nei confronti delle centrali nucleari in attività sia di quelle in programmazione. L’Unione europea ha già previsto di effettuare gli stress test su tutti gli impianti, anche su quelli di paesi vicini ma che hanno rapporti correnti con l’Unione.

Questa risoluzione prevede anche un periodo di moratoria sulla costruzione dei nuovi impianti per permettere adeguate valutazioni sui rischi connessi. Dobbiamo essere consapevoli che comunque nei prossimi decenni molti paesi continueranno a dipendere dal nucleare, ma al tempo stesso non possiamo permettere che in Europa ci possano essere impianti che sottopongono a rischi la popolazione. Gli impianti antecedenti al 1980 devono essere smantellati.

In alcuni paesi, come in Italia, sono in atto valutazioni sulla scelta di uscire o meno dal nucleare ed è indispensabile che si attuino anche scelte condivise a livello europeo. Il fatto incredibile è che su un tema importante e sentito dai cittadini come questo, oggi in esame, il Parlamento europeo non sia stato in grado di esprimersi. Infatti, sono state respinte tutte le risoluzioni, anche quella comune sulla quale noi ci siamo espressi in modo favorevole.

 
  
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  Marco Scurria (PPE), per iscritto. − Qualche giorno fa il ministro italiano delle Finanze, onorevole Tremonti, parlando in un convegno di industriali ha coniato il concetto di "debito atomico": gli Stati Membri che hanno investito sul nucleare sono quelli che hanno il debito pubblico più alto. Quanto costa chiudere le centrali di prima e seconda generazione? Quanto costano gli "stress-test" di cui tanto stiamo parlando oggi? Una volta che si dimostra che una centrale è "stressata", quanto costa "risistemarla"? E ancora, quanto costa lo smaltimento delle scorie? Nessuno ce lo ha ancora detto.

Come Unione europea potremmo cominciare a immaginare altre strade da mostrare agli Stati membri e, visto che la Commissione ci dovrà fornire una road map, perché non cominciare a pensare a un investimento vero sul nucleare di quarta generazione, il nucleare pulito, quello da fusione, o ancora cominciare a ipotizzare un piano regolatore energetico? Aspettiamo la Comunicazione della Commissione per delineare una road map su questo tema e per finalmente provare a dare un indirizzo concreto all’Unione europea in questo settore.

 
  
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  Debora Serracchiani (S&D), per iscritto. − L’incidente nucleare della centrale di Fukushima ha creato una catastrofe enorme provocando contaminazioni radioattive anche tra numerosi feriti che si trovavano attorno alla centrale. Molti ospedali si rifiutano di ospitarli e curarli per via del rischio di contaminazioni.

Nonostante il Primo Ministro giapponese abbia dichiarato che la centrale di Fukushima sarà smantellata, la situazione rimane irrisolta con il sistema di raffreddamento di uno dei reattori ancora fuori uso e una notevole dispersione di radioattività nell’ambiente. Alla luce di questo, è importante garantire tutto l’aiuto necessario a livello umanitario e finanziario e definire regole internazionali in materia di sicurezza massimamente affidabili, per scongiurare in futuro altre catastrofi come quella in Giappone.

Per questo ho votato contrariamente alla risoluzione, perché non sono stati inclusi degli emendamenti che invitavano gli Stati membri ad applicare eventuali strategie per uno smantellamento dell’energia nucleare e a informare le autorità transfrontaliere regionali e locali sui loro programmi nazionali subito nel caso in cui l’attuazione possa avere effetti transfrontalieri.

 
  
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  Peter Skinner (S&D), per iscritto. – (EN) Sebbene questo sia un momento delicato dopo gli enormi problemi legati alla sicurezza nucleare in Giappone, il nucleare continua a contribuire in maniera preponderante all’approvvigionamento energetico nell’Unione e nel mondo. I pareri espressi dai parlamentari che cercano di costringere alla chiusura prematura e all’abbandono della politica in tale ambito hanno reso estremamente difficile la votazione per alcuni elementi della relazione per motivi pragmatici più che per un approccio specificamente a favore del nucleare o contro di esso. Non ho potuto appoggiare gli emendamenti “aggressivi” che avrebbero potuto danneggiare la politica di approvvigionamento energetico di un approccio “misto” in grado di portare a minori emissioni di CO2 e alla possibile crescita delle fonti rinnovabili.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. – (NL) Oggi non siamo giunti ad alcun accordo in merito alla risoluzione, volta a trarre insegnamenti dall’incidente nucleare di Fukushima. Il gruppo Verts/ALE sostiene da anni la necessità di eliminare progressivamente il nucleare perché i rischi per gli esseri umani e l’ambiente sono inaccettabilmente elevati e le alternative sono più che sufficienti. Fukushima, in particolare, l’ha dimostrato. È triste che il gruppo PPE e il gruppo ALDE continuino a credere nel loro sogno nucleare anche se, come Giappone e Černobyl hanno dimostrato chiaramente, può trasformarsi in un incubo. Ciò nonostante, vi sono ancora molti restii a risvegliarsi dal loro incubo.

L’unica via per rendere il nucleare veramente sicuro è abolire il nucleare. L’emendamento che chiedeva la progressiva eliminazione del nucleare è stato bocciato. La maggioranza di questa Camera pare non capire che da un punto di vista tecnico ed economico è assolutamente possibile, nell’arco di quarant’anni, generare la nostra elettricità in maniera del tutto sostenibile attraverso misure come l’efficienza energetica e l’uso di sole, vento, energia geotermica, acqua e biomassa. Al momento, la lobby a favore del nucleare sembra guadagnare terreno, da cui il mio “no” alla votazione finale.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto. – (EN) Mi sono espressa contro la risoluzione alla votazione finale perché credo che si debba discutere la questione nel quadro della strategia energetica complessiva dell’Unione europea, non nel quadro della tragedia nucleare giapponese.

 
  
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  Michèle Striffler (PPE), per iscritto. – (FR) La catastrofe nucleare che sta attualmente colpendo il Giappone deve essere seguita da un dibattito approfondito sulle centrali in Francia ed Europa. È necessario condurre prove di stress su tutte le centrali nucleari in esercizio, soprattutto quando sono ubicate in zone sismiche. Penso, in particolare, alla centrale di Fessenheim nella zona dell’Alto Reno. Penso inoltre che imporre una moratoria a tempo indeterminato sullo sviluppo di nuovi reattori nucleari non sia una soluzione economicamente sostenibile e possa mettere a repentaglio molti posti di lavoro, indebolendo anche pericolosamente la nostra produzione energetica.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (S&D), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione del Parlamento europeo sugli insegnamenti da trarre per la sicurezza nucleare in Europa a seguito dell’incidente nucleare in Giappone perché il suo obiettivo consiste nel migliorare la sicurezza nucleare nell’Unione, non vietare la produzione e l’uso dell’energia nucleare. Per questo ho votato contro tutti gli emendamenti volti a eliminare il nucleare dal mix energetico dell’Europa. Benché non abbia votato per imporre una moratoria sulla costruzione di nuovi reattori nucleari, credo che, se tale moratoria fosse imposta, dovrebbe limitarsi unicamente al periodo in cui saranno condotte le “prove di stress” sui reattori nucleari comunitari. Ciò consentirebbe alla costruzione di nuovi reattori di trarre vantaggio dalle conclusioni delle prove di stress, garantendo un miglioramento della sicurezza nucleare.

Attualmente, l’energia nucleare rappresenta il 30 per cento del mix energetico europeo. L’Unione europea dipende in larga misura dal mix energetico degli Stati membri per conseguire il suo obiettivo del “20-20-20”. Non possiamo decidere di affrancarci dal nucleare senza stabilire quali saranno le fonti di energia sostenibili disponibili per soddisfare la domanda energetica dell’Unione negli anni a venire a prezzi che i cittadini possano permettersi. L’Unione europea deve investire in misure di efficienza energetica, specialmente per quanto concerne edifici e trasporti, nonché nell’uso di fonti di energia rinnovabili.

 
  
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  Traian Ungureanu (PPE), per iscritto. – (EN) La crisi nucleare in Giappone ha messo in moto una serie di idee che equivalgono a uno tsunami irrazionale. Ora si demonizza il nucleare chiedendo sempre più pressantemente che si passi in maniera definitiva dal nucleare alle cosiddette fonti di energia alternative. Questa scuola di pensiero, tuttavia, rasenta la vera e propria superstizione. Il reattore nucleare di Fukushima è stato colpito da una combinazione di catastrofi senza precedenti. Ciò dimostra che la natura è imprevedibile e gli tsunami non possono essere eliminati, ma non prova che la colpa sia del nucleare. Il nucleare, secondo le statistiche, è molto più sicuro di qualunque altra fonte energetica. Mentre si potrebbe dire che del petrolio che genera sfruttamento, dipendenza, guerre e dittature, il nucleare è storicamente molto più sicuro. La nostra principale preoccupazione rispetto al nucleare dovrebbe infatti essere quella di introdurre procedure di valutazione del rischio e sicurezza uniformi a livello europeo. Se soddisfacesse e rispettasse tali criteri, il nucleare potrebbe porre fine ai risvolti politici della dipendenza energetica o limitarli notevolmente. Inoltre, mentre le calamità naturali non possono essere evitate, il nucleare non pone di per sé un grave rischio. Il pericolo reale non deriva dai reattori nucleari debitamente sottoposti a manutenzione, bensì da quelli sotto il controllo politico sbagliato. In altre parole, guardiamo all’Iran, non al Giappone.

 
  
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  Derek Vaughan (S&D), per iscritto. – (EN) Penso che l’odierna risoluzione sia stata un riflesso condizionato in risposta alla tragica situazione in cui versa il Giappone e non abbia lasciato abbastanza tempo alla discussione dei temi che circondano la sicurezza delle centrali nucleari nell’Unione europea. Il nucleare è una fonte fondamentale di energia per l’intera Europa. Alcuni Stati membri ottengono ben il 75 per cento della propria elettricità dal nucleare. Una revisione della sicurezza delle centrali dovrebbe dunque essere prioritaria, includendo anche prove di stress sugli impianti esistenti. Questo però non dovrebbe portare alla chiusura delle centrali esistenti laddove non vi siano preoccupazioni legate alla sicurezza né impedire l’apertura di nuove centrali per sostituire quelle obsolete. Abbiamo bisogno di un dibattito maturo su tali temi per garantire che vi sia un mix equilibrato di fonti rinnovabili e altre fonti energetiche a basse emissioni di carbonio per non lasciare l’Europa al buio.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0237/2011 (sugli insegnamenti da trarre dall’incidente nucleare in Giappone per la sicurezza nucleare in Europa)

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. – (EN) Dopo la bocciatura della proposta di risoluzione comune, ho votato a favore di questo testo che, per quanto non perfetto, rappresenta un buon equilibrio tra sicurezza nucleare e approccio pragmatico alla questione.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0242/2011 (sugli insegnamenti da trarre dall’incidente nucleare in Giappone per la sicurezza nucleare in Europa)

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa risoluzione del gruppo Verts/ALE perché tutte le altre risoluzioni sull’argomento erano state bocciate. L’ho appoggiata per dimostrare sostegno alle raccomandazioni in materia di sicurezza, sebbene non apprezzi i sentimenti antinuclearisti più estremi promossi dal documento.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0243/2011 (sugli insegnamenti da trarre dall’incidente nucleare in Giappone per la sicurezza nucleare in Europa)

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato contro questa risoluzione che trovo quasi ingenuamente a favore del nucleare.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0249/201 (Situazione in Siria, Bahrein e Yemen)

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione. I dimostranti in Bahrein, Siria e Yemen hanno espresso aspirazioni democratiche legittime e una forte domanda popolare di riforme politiche, economiche e sociali volte a istituire una reale democrazia, combattere la corruzione, garantire il rispetto dello Stato di diritto, dei diritti umani e delle libertà fondamentali, ridurre le disparità sociali e creare migliori condizioni economiche e sociali. I governi di tali paesi hanno risposto alle aspirazioni legittime del popolo con una violenta repressione, arresti arbitrati e tortura, atti che hanno comportato gravi perdite in termini di vite umane, feriti e incarcerazioni. La violenza usata dal governi di questi paesi contro le loro stesse popolazioni non può non avere ripercussioni dirette sui loro rapporti bilaterali con l’Unione europea. L’Unione può e deve avvalersi di numerosi strumenti per ottenere un effetto deterrente su tali azioni, come congelamento di beni, divieti di viaggio, eccetera. L’Unione deve rivedere le proprie politiche nei confronti di tali paesi e utilizzare pienamente ed efficacemente il sostegno esistente erogato attraverso lo strumento europeo di vicinato e partenariato e lo strumento europeo per la democrazia e i diritti umani al fine di assistere urgentemente i paesi e le società civili del Medio Oriente e del Golfo nella transizione verso la democrazia e il rispetto dei diritti umani.

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto. – (FR) Tunisia, Egitto e Libia hanno riempito le prime pagine dei giornali all’inizio del 2011. Questi paesi, però, non sono gli unici ad avere aspirazioni democratiche. Movimenti su vasta scala sono emersi anche in Bahrein, Yemen e Siria. Anche lì, purtroppo, le autorità al potere hanno risposto con la repressione e la violenza nelle loro molteplici forme. Tutto questo è intollerabile. Uno Stato non può usare la violenza contro il suo stesso popolo senza essere penalizzato dall’Unione europea nel quadro dei suoi rapporti bilaterali. Attraverso l’odierna risoluzione, l’Unione europea appoggia il popolo della Siria, il quale aspira alla definitiva revoca dello Stato di emergenza dichiarato nel lontano 1963, ed esprime solidarietà a tutti i popoli di questi paesi chiedendo all’Unione europea di ridefinire i propri rapporti tenuto conto dei progressi compiuti nelle riforme.

 
  
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  Cristian Silviu Buşoi (ALDE), per iscritto. – (RO) Penso che l’Unione europea abbia bisogno di promuovere più che mai valori democratici e dimostrare solidarietà ai popoli dei paesi del Mediterraneo meridionale nella loro aspirazione a una società democratica.

La situazione nei paesi arabi mi ricorda la caduta dei regimi comunisti in Europa centrale e orientale. Anche noi abbiamo vissuto vicende analoghe e possiamo capire le richieste dei popoli, il che ci obbliga moralmente a esprimere solidarietà nei loro confronti.

Le proteste in atto in detti paesi nelle ultime settimane sono la chiara prova che i regimi non democratici non rispondono alle aspettative della popolazione e non sono in grado di offrire stabilità politica e prosperità alla propria società.

L’Alto rappresentante e la Commissione dovrebbero opporsi fermamente all’uso della violenza contro i dimostranti ed esercitare pressioni sulle autorità in Siria, Yemen e Bahrein affinché si impegnino in un dialogo politico costruttivo allo scopo di risolvere la situazione.

Penso inoltre che la stipula dell’accordo di associazione tra Unione e Siria debba essere subordinata alla disponibilità da parte delle autorità siriane ad attuare riforme volte a istituire la democrazia. Questo è lo strumento di cui l’Unione può avvalersi e penso che debba farlo il più possibile per sostenere l’instaurazione della democrazia nei paesi arabi.

 
  
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  Maria da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. – (PT) Le recenti proteste in diversi paesi arabi dimostrano che i regimi autoritari e non democratici non possono garantire una stabilità credibile e i valori democratici rivestono un ruolo fondamentale nei partenariati economici e politici. Chiedo alle autorità di Bahrein, Siria e Yemen di rispettare il diritto internazionale in materia di diritti umani e libertà fondamentali. È essenziale che avviino quanto prima un processo aperto di dialogo politico di ampio respiro coinvolgendo tutte le forze politiche democratiche e la società civile al fine di preparare la via a una reale democrazia, revocare gli stati di emergenza e attuare riforme politiche, economiche e sociali concrete, ambiziose e significative, che sono determinanti per lo sviluppo e la stabilità a lungo termine.

 
  
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  Corina Creţu (S&D), per iscritto. – (RO) Il Bahrein rischia di diventate terreno di scontro tra Iran e Arabia saudita. Vista la situazione, non possiamo sottovalutare l’elemento religioso degli sviluppi nella regione in un momento in cui l’opposizione sciita è sostenuta dall’Iran, mentre la dinastia sunni gode dell’appoggio delle monarchie della regione. Inoltre, gli stretti legami tra Iran, Siria, Hamas e Hezbollah, come anche le tensioni religiose tra sunni e alaviti in Siria, dovrebbero indurci ad agire con prudenza visto il rischio notevole che l’escalation della violenza possa anche spingere la Siria alla guerra civile con ingerenze esterne. Il massacro di Hamas nel 1982, che tra le sue vittime ha contato anche 20 000 siriani, è un tragico monito al riguardo, come lo sono gli insuccessi in Somalia, Afghanistan ed Iraq, rispetto al modo in cui l’Occidente deve agire in una regione le cui caratteristiche estremamente peculiari non possono essere ignorate. Credo che occorra più diplomazia e meno braccio armato, più preoccupazione per la difesa dei diritti umani e la protezione dei civili e meno preoccupazione per le potenzialità elettorali di un intervento esterno, oltre che più attenzione per la povertà e la corruzione con cui queste società devono confrontarsi, specialmente in Yemen.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della risoluzione perché condanna la violenta repressione di dimostranti pacifici per mano delle forze di sicurezza in Bahrein, Siria e Yemen. Vorrei manifestare sostegno e solidarietà ai popoli di detti paesi che, spinti da aspirazioni democratiche legittime, stanno dando prova di grande coraggio e determinazione.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Siria, Bahrein e Yemen sono stati percorsi da proteste selvaggiamente represse. Chiedo ai rispettivi governi di intraprendere un dialogo fruttuoso con i dimostranti. La violenza di cui tali popoli sono stati vittime non li farà smettere per sempre di reclamare ciò che ritengono spetti loro di diritto. Non farà altro che rinviare il momento in cui dei loro diritti si approprieranno rendendo le posizioni più estreme e incoraggiando in futuro reazioni più rivendicative. Lo stesso Machiavelli, che ha diffusamente teorizzato sulla scelta migliore tra l’essere temuti o l’essere amati, ha insegnato ai principi del mondo che era inutile e pernicioso farsi odiare. Sarebbe meglio che le autorità di detti Stati intraprendessero riforme concrete e permettessero ai loro cittadini di godere dei migliori standard di democrazia, libertà e giustizia al mondo.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) L’esempio dato in tutta la sua esistenza impone all’Unione europea il dovere storico di parlare contro ogni violazione dei diritti umani e combattere per il diritto all’autodeterminazione dei popoli, sia attraverso la denuncia sia attraverso gli aiuti allo sviluppo. L’attuale situazione in Bahrein, che riveste un’importanza strategica per l’equilibrio nel Golfo, per quanto apparentemente normale, è estremamente tesa, viste le numerose incarcerazioni di persone accusate soltanto di aver violato il diritto alla libera espressione. In Siria, proteste in diverse città sono state brutalmente represse nonostante le esortazioni dell’Unione a favore del rispetto del diritto alla libertà di parola e associazione. Infine, in Yemen la situazione è molto preoccupante ed è già stata condannata dall’Unione a causa della repressione di dimostranti, atto di fronte al quale non possiamo restare indifferenti. Concordo pertanto con le misure proposte nell’odierna risoluzione, non da ultimo la condanna dei responsabili dei massacri in detti paesi, e spero abbiano effetto quanto prima in maniera che l’umiliazione del loro popolo possa cessare. Apprezzo infine l’idea di rivolgersi alla Commissione dei diritti umani delle Nazioni Unite affinché condanni tali violazioni dei diritti fondamentali.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Siamo di fronte a un altro esempio dell’ipocrisia della maggioranza di questo Parlamento. In primo luogo, perché si raggruppano situazioni e paesi diversi in una stessa risoluzione. Questo viene fatto intenzionalmente, proponendo un “dialogo” di transizione per aiutare gli alleati (Bahrein e Yemen) ed esercitando pressioni su chi non difende i loro interessi (Siria). Esistono differenze notevoli con quanto è accaduto in Libia, dove al dialogo si è sostituita l’aggressione militare rendendo impossibile qualunque tentativo di composizione pacifica del conflitto. Gli obiettivi sono chiari: camuffare il movimento delle truppe dall’Arabia saudita e dagli Emirati arabi uniti in Bahrein per assistere il suo regime oligarchico con l’appoggio degli Stati Uniti, paese che continua a tenere la sua flotta principale nel Golfo persico, e reprimere la lotta del popolo locale per il cambiamento sociale e la democrazia. Lo stesso succede in Yemen, dove ci si erge a difesa di un regime che sta reprimendo violentemente il suo popolo e la sua lotta per il cambiamento democratico e condizioni di vita migliori al fine di proteggere un alleato nella cosiddetta “guerra del terrore”.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) L’odierna risoluzione è un altro esempio dell’ipocrisia della maggioranza del Parlamento. In primo luogo, perché si raggruppano situazioni e paesi diversi in una stessa risoluzione. Questo viene fatto intenzionalmente, proponendo un “dialogo” di transizione per aiutare gli alleati (Bahrein e Yemen) ed esercitando pressioni su chi non difende i loro interessi (Siria). Non sarebbe il caso di domandarsi perché in Libia non si è promosso il “dialogo” anziché bombardare?

Gli obiettivi sono chiari: camuffare il movimento delle truppe dall’Arabia saudita e dagli Emirati arabi uniti in Bahrein per assistere il suo regime oligarchico con l’appoggio degli Stati Uniti, paese che continua a tenere la sua flotta principale nel Golfo persico, e reprimere la lotta del popolo locale per il cambiamento sociale e la democrazia.

Lo stesso succede in Yemen, dove ci si erge a difesa di un regime che sta reprimendo violentemente il suo popolo e la sua lotta per il cambiamento democratico e condizioni di vita migliori al fine di proteggere un alleato nella cosiddetta “guerra del terrore”.

Ora si tenta di nascondere l’ingerenza esterna in Siria finanziando e armando quelle che vengono definite “proteste pacifiche” in un paese che ha assunto un atteggiamento antimperialista condannando la politica israeliana e statunitense nella regione.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore del documento perché, a seguito di sviluppi analoghi in altri paesi arabi, i dimostranti in Bahrein, Siria e Yemen hanno espresso legittime aspirazioni democratiche e una forte domanda popolare di riforme politiche, economiche e sociali volte a istituire una reale democrazia, combattere la corruzione, garantire il rispetto dello Stato di diritto, dei diritti umani e delle libertà fondamentali, ridurre le disparità sociali e creare migliori condizioni economiche e sociali. Pertanto, l’Unione europea e i suoi Stati membri dovrebbero appoggiare le aspirazioni democratiche pacifiche dei popoli di Bahrein, Siria e Yemen, e i governi di tali paesi non dovrebbero reagire incrudendo la repressione violenta. È impossibile giustificare reati gravi come le uccisioni extragiudiziarie, i sequestri e le scomparse, gli arresti arbitrati, la tortura e gli ingiusti processi.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della risoluzione. Penso che l’Unione debba riesaminare i propri rapporti bilaterali con Siria, Bahrein e Yemen alla luce della loro violenta repressione dei dimostranti e sospendere i negoziati su un futuro accordo di associazione con la Siria. Mi preoccupa inoltre la presenza di truppe internazionali in Bahrein e chiedo che venga aperta un’indagine sulla morte di 54 dimostranti in Yemen.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) I doppi standard continuano a prevalere nella politica esterna della maggioranza dei governanti dell’Unione. L’odierna risoluzione ne è un esempio eloquente. La risoluzione giustamente critica Ali Abdullah Saleh e Bashar al-Assad, ma non il Re del Bahrein. I morti e i feriti vittime della repressione dei governi yemenita e siriano vengono citati, ma non quelli del Bahrein. Non vi è alcuna giustificazione per dar prova di rispetto. Mi rifiuto di appoggiare un testo non sufficientemente critico che, con il pretesto di condannare alcuni, perdona gli altri.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) Siria, Bahrein e Yemen si sono ritrovati stretti nella morsa di una serie di rivolte popolari represse con la forza. A mio parere, questo non è il modo migliore per gestire la situazione perché la violenza porta soltanto ad altra violenza. I governi di detti paesi devono cercare mezzi di dialogo con i leader delle dimostrazioni per potersi raggiungere livelli di comprensione che evitino morti e bagni di sangue. Le autorità di tali Stati dovrebbero preoccuparsi di intraprendere riforme concrete che consentano ai loro cittadini di avere accesso a democrazia, libertà e giustizia, analogamente a quanto esiste nella maggior parte dei paesi.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione perché credo che l’Unione europea sia in grado di adoperarsi, attraverso la diplomazia, per promuovere un processo di cambiamento pacifico e democratico in Bahrein, Yemen e Siria. Sono dalla parte dei popoli di detti paesi che vogliono, come noi tutti vogliamo, condizioni economiche migliori, minori disparità sociali, lotta alla corruzione e al nepotismo, attuazione di riforme democratiche e garanzia dei diritti umani fondamentali.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Sono favorevole. Appoggio questa richiesta del Parlamento europeo che condanna con fermezza la violenta repressione da parte delle forze di sicurezza dei dimostranti pacifici in Bahrein, Siria e Yemen ed estende il suo cordoglio alle famiglie delle vittime esprimendo solidarietà con i popoli di detti paesi, plaudendo al loro coraggio e alla loro determinazione e appoggiando con forza le loro aspirazioni democratiche legittime. La risoluzione esorta inoltre le autorità di Bahrein, Siria e Yemen ad astenersi dal ricorso alla violenza contro i manifestanti e rispettarne il diritto alla libertà di riunione ed espressione, condanna l’ingerenza delle autorità di Bahrein e Yemen nella prestazione di cure mediche, nonché il diniego e la limitazione dell’accesso alle strutture sanitarie, sottolinea che i responsabili dei ferimenti e delle perdite di vite umane che ne sono risultati devono essere chiamati a risponderne dinanzi alla giustizia e chiede alle autorità di rilasciare immediatamente tutti i prigionieri politici, i difensori dei diritti umani e i giornalisti, nonché quanti sono detenuti in relazione alle loro attività pacifiche nell’ambito delle proteste.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − La situazione attuale in diversi paesi africani, come anche in Bahrein, Siria e Yemen, è il frutto della legittima aspirazione popolare di riforme politiche, economiche e sociali per conseguire un’autentica democrazia. Come è noto, in questi paesi vigono da sempre leggi repressive che limitano i cittadini nell’esercizio dei loro diritti civili e politici. Di conseguenza, forte è il desiderio del popolo di riforme politiche e sociali.

Purtroppo, a queste legittime richieste i governi stanno reagendo attuando una repressione violenta e applicando leggi contro il terrorismo per giustificare esecuzioni extragiudiziali, torture, sequestri e scomparse di numerosi manifestanti. Ad oggi, in Siria, Bahrein e Yemen il bilancio di morti, feriti e arrestati è altissimo. L’uso spropositato della forza dei governi contro i dimostranti ha violato qualunque patto internazionale sui diritti civili e politici.

Mi associo al relatore nel condannare la violenta repressione dei manifestanti pacifici da parte delle forze di sicurezza in questi paesi, appoggiando fermamente le loro legittime aspirazioni democratiche. Occorre esprimere tutta la nostra solidarietà e sostenere il coraggio e la determinazione che questi popoli stanno dimostrando al mondo intero.

 
  
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  Traian Ungureanu (PPE), per iscritto. – (EN) La situazione in Siria, Bahrein e Yemen è un costante processo imprevedibile, non una marcia sanguinosa, ma inarrestabile, verso la democrazia. Il contesto politico in Siria e Yemen è da tempo autoritario e decisamente dittatoriale. Eppure, ciò non rende l’opposizione un’alternativa completamente democratica. Soprattutto in Yemen, ordinamento frammentario e anarchico, le forze riunite sotto l’ombrello dell’opposizione stanno ospitando o potrebbero aprire la via a forze antidemocratiche terroriste o radicali. In passato, la “stabilità” nella politica estera per il Medio Oriente era un surrogato dell’inazione o dello status quo. Era sicuramente un concetto sovrastimato. Adesso potrebbe essere sottostimato. L’interesse europeo e, in senso lato, l’interesse democratico sarebbe meglio servito da un approccio razionale, non emotivo. Il bisogno di democrazia in paesi con una lunga storia di oppressione politica non dovrebbe trasformarsi nel disfacimento del futuro processo democratico. Ciò non significa che i regimi di Assad o Saleh debbano essere sostenuti. Significa invece che la soluzione dovrebbe essere una strategia di uscita negoziata anziché un cambiamento di regime violento e incontrollato. Prudenza e politiche chiaramente orientate sono molto più appropriate in paesi e regioni che potrebbero passare da un sistema oppressivo a un altro.

 
  
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  Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) Oggi il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione in cui si chiede che le relazioni dell’Unione con Siria, Bahrein e Yemen siano riesaminate per tener conto dei sollevamenti popolari in detti paesi. Se avessi pensato che questa era realmente l’intenzione delle istituzioni europee, avrebbe avuto il mio totale appoggio. L’elemento chiave della risoluzione è la richiesta di “la sospensione di nuovi negoziati per la firma dell’accordo di associazione tra l’Unione europea e la Siria non ancora concluso” e il fatto che “la conclusione di tale accordo dovrebbe essere subordinata alla capacità delle autorità siriane di mettere in atto le attese riforme democratiche in forma tangibile”. Ne prendiamo atto. Devo tuttavia sottolineare, e la stessa risoluzione lo ammette, che “la firma viene posticipata dall’ottobre 2009 su richiesta della Siria”. Possiamo soltanto domandarci, quindi, quale sarà l’impatto reale di tale dichiarazione. Per questo mi sono astenuta sul testo.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE), per iscritto. – (FR) Questo voto del nostro Parlamento, che segue diverse risoluzioni dalla rivoluzione Jasmine in Tunisia, è la dimostrazione che gli eventi nel mondo arabo sono un’ondata della quale non è possibile prevedere portata e durata. Come si è detto, la situazione è diversa in ciascun paese, ma in ultima analisi questi movimenti popolari sono espressione di un incrollabile desiderio di democrazia, pace e giustizia. L’Unione europea non deve permettere che richieste legittime e pacificamente espresse da un popolo siano represse ricorrendo alla violenza, che purtroppo pare essere l’unica risposta di regimi con le spalle al muro. L’Europa deve farsi sentire con fermezza, in particolare attraverso l’Alto rappresentante/il Vicepresidente della Commissione, in maniera da confermare il proprio appoggio alle dimostrazioni pubbliche, le quali chiedono che i valori fondamentali promossi e difesi dall’Unione siano rispettati anche in quei paesi. Il nostro Parlamento, considerato tempio della democrazia, deve ribadire la propria solidarietà a tali popoli e sostenerli nel loro processo di transizione alla democrazia. È dunque essenziale per noi rivedere i nostri rapporti con i paesi dell’Africa settentrionale, del Vicino Oriente e del Medio Oriente in modo che, insieme, si possa riuscire a costruire uno spazio di stabilità, pace e prosperità.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0228/2011 (sulla quarta conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno avanzati)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. – (PT) Voto a favore dell’odierna proposta di risoluzione. Credo che sia importante migliorare l’efficacia degli aiuti allo sviluppo e sia necessaria una politica coerente di sostegno in ambiti quali scambi e cooperazione allo sviluppo, cambiamento climatico, agricoltura, eccetera. L’Unione europea ha bisogno di seguire una posizione comune verso i paesi meno sviluppati e non dovrebbe permettere che crisi economiche e finanziarie compromettano lo sviluppo di partenariati con tali paesi. È fondamentale che durante tale conferenza si ribadisca l’impegno globale per affrontare le esigenze specifiche dei paesi meno sviluppati per quanto concerne la sostenibilità dello sviluppo sotto tutti i suoi aspetti economici, sociali e ambientali, e sostenerli nei loro sforzi per eliminare la povertà.

 
  
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  Roberta Angelilli (PPE), per iscritto. − Signora Presidente, in vista della Conferenza di Istanbul del prossimo maggio, l’UE ha ribadito il suo sostegno al raggiungimento degli OSM (Obiettivi di sviluppo del millennio) nei paesi in via di sviluppo, affermando ancora una volta l’impegno a fornire programmi di assistenza specifici. Sebbene in alcuni paesi e regioni si siano registrati notevoli progressi, si è ancora ben lontani dall’aver raggiunto l’obiettivo di dimezzare il livello di povertà nel mondo: 11 milioni di bambini muoiono ancora ogni anno di malattie curabili, la maggior parte dei quali prima dei 5 anni di età; una persona su quattro non ha accesso all’acqua potabile; 114 milioni di bambini continuano a non poter accedere all’istruzione primaria; si contano ancora circa 600 milioni di donne analfabete e altrettante milioni di persone non hanno accesso al progresso.

Il mancato raggiungimento degli obiettivi stabiliti nel 2001 non scoraggerà i paesi industrializzati che, al contrario, continueranno a garantire ai paesi che necessitano di assistenza una posizione centrale all’interno dell’agenda internazionale, incoraggiando l’erogazione di nuove fonti di finanziamento mirate e la creazione di programmi di cooperazione. Per risollevare questi paesi e dare un futuro a migliaia di persone serve impegno, grande determinazione politica e una consistente mobilitazione delle risorse finanziarie, requisiti che l’UE possiede.

 
  
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  Pino Arlacchi (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato contro la proposta comune concernente la quarta conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno sviluppati perché la proposta non è abbastanza incentrata sul problema dell’inefficacia degli aiuti internazionali. La proposta e la dichiarazione della Commissione durante il dibattito parlamentare ignorano la discussione fondamentale in corso sugli ultimi 50 anni di aiuti internazionali ai paesi del Sud del mondo e trascurano gli insegnamenti da trarre da insuccessi e successi passati. Perché gli aiuti all’Africa sono stati un clamoroso insuccesso? Perché le politiche della Banca mondiale in tema di sviluppo e riduzione della povertà sono state un clamoroso insuccesso? Perché vi è stato lo scandalo dell’erogazione di aiuti stranieri all’Afghanistan nell’ultimo decennio? Perché le politiche di eliminazione della povertà in Cina, Vietnam e Brasile hanno conseguito risultati brillanti? Se non siamo in grado di rispondere a queste domande difficili, non saremo mai in grado di usare i 60 miliardi di euro di aiuti allo sviluppo a beneficio dei paesi meno sviluppati.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (LT) Concordo con l’odierna risoluzione. La quarta conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno sviluppati dovrebbe concentrarsi sulla coerenza delle politiche per lo sviluppo perché è un fattore importante per ridurre la povertà. Oltre alle sfide esistenti, la situazione nei paesi meno sviluppati è stata esacerbata dalle recenti crisi globali (crisi finanziaria, crisi alimentare, crisi energetica e cambiamento climatico). La conferenza delle Nazioni Unite dovrebbe dunque essere orientata verso i risultati sulla base di indicatori chiari con l’obiettivo di dimezzare il numero dei paesi meno sviluppati entro il 2020, abbinandovi meccanismi di monitoraggio e verifica trasparenti ed efficienti.

 
  
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  Maria da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. – (PT) È deplorevole che 48 paesi siano attualmente classificati come paesi meno sviluppati e il 75 per cento degli 800 milioni di abitanti di questi paesi viva con meno di 2 dollari al giorno. L’obiettivo a lungo termine della cooperazione allo sviluppo dovrebbe essere quello di creare le condizioni per uno sviluppo economico sostenibile e un’equa ridistribuzione della ricchezza. Pace e sicurezza sono fondamentali per l’efficacia della politica di sviluppo e l’Unione dovrebbe coordinare meglio il proprio approccio al fine di risolvere i problemi di stabilità nei paesi meno sviluppati e sostenerne gli sforzi profusi per creare le capacità necessarie per la costruzione di Stati pacifici, democratici e inclusivi. Parimenti essenziale è attribuire la priorità alla sicurezza alimentare, all’agricoltura, alle infrastrutture, al potenziamento delle capacità e, in particolare, alla crescita economica e all’accesso alla tecnologia, oltre che allo sviluppo umano e sociale dei paesi meno sviluppati.

 
  
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  Corina Creţu (S&D), per iscritto. – (RO) Visto che le precedenti conferenze si sono concentrate sui principi, spero che la quarta conferenza delle Nazioni Unite si prefigga di determinare i risultati ed elaborare indicatori chiari per dimezzare il numero di paesi meno sviluppati entro il 2020. Dei 51 paesi sottosviluppati, in cui il 78 per cento della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno, soltanto tre negli ultimi anni sono usciti da tale categoria. La situazione è preoccupante perché questi paesi sono i più vulnerabili ai momenti di grandi difficoltà come la crisi finanziaria e alimentare o il cambiamento climatico, essendo anche confrontati con una situazione di estrema povertà, mancanza di infrastrutture e crescente disoccupazione.

Questa realtà mette in luce il fatto che, purtroppo, la comunità internazionale non ha assolto gli impegni enunciati nel programma di azione di Bruxelles. Spero che durante la conferenza, alla quale rappresenterò il gruppo S&D, ci concentreremo sul raggiungimento della coerenza a livello di politiche per lo sviluppo e metodi per attuare meccanismi di finanziamento innovativi nell’intento di prestare un aiuto più efficace ai paesi che hanno bisogno di essere incoraggiati a realizzare politiche idonee.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione in quanto ritengo che la quarta conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno sviluppati debba proporre misure per rendere possibile l’integrazione di tali paesi nell’economia globale e migliorarne l’accesso ai mercati comunitari. La Commissione dovrebbe considerare l’eventualità di incrementare gli aiuti a tali paesi per ridurre al minimo i costi derivanti dalla liberalizzazione dei loro mercati.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Nonostante l’assistenza tecnica e finanziaria erogata negli anni ai paesi meno sviluppati, è fondamentale riconoscere che tali paesi non sono riusciti ad affrancarsi da tale situazione e continuano a manifestare esigenze e punti deboli irrisolti. È più che giusto menzionare le circostante eccezionali di Capo Verde, come fa la risoluzione adottata, in quanto il paese è riuscito, malgrado l’assenza di risorse, a superare alcune delle difficoltà con le quali ha dovuto confrontarsi, migliorando le condizioni di vita della sua popolazione. Vorrei pertanto complimentarmi al riguardo con la popolazione locale, il suo governo e i suoi partiti perché sono riusciti ad agire in maniera responsabile e rispettabile: questo paese di lingua portoghese oggi è un esempio per i paesi meno sviluppati. Nonostante le restrizioni imposte al commercio e i problemi con la formazione e l’accesso a informazioni, risorse e unità produttive, non sottolineeremo mai abbastanza che il sottosviluppo di tali paesi deriva principalmente dalla mancanza di capacità dei loro decisori e dall’inefficienza delle loro istituzioni, visto che il popolo sotto altri profili è estremamente capace.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) La quarta conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno sviluppati (LDC-IV) si svolgerà in Turchia dal 9 al 13 maggio di quest’anno. L’Unione europea, che ha sempre mostrato il cammino da seguire nel sostegno ai paesi in via di sviluppo attraverso programmi di eliminazione della povertà, per i quali negli ultimi anni gli stanziamenti si sono triplicati, è molto partecipe dell’organizzazione di tale incontro. Anche il Parlamento sarà rappresentato da una delegazione che illustrerà proposte ponderate, per quanto il suo stato di osservatore non gli concederà grande visibilità, e spero che tale occasione costituisca un notevole incentivo per vincere la “battaglia” di uno sviluppo sostenibile e una crescita equa di tali paesi. Poiché tutti gli Stati hanno la responsabilità di sostenere i paesi meno sviluppati al fine di conseguire gli obiettivi di sviluppo del Millennio, concordo con le proposte contenute nell’odierna proposta di risoluzione comune e vorrei che l’obiettivo di dimezzarne il numero entro il 2020 fosse conseguito. La quarta conferenza delle Nazioni Unite deve appoggiare misure concrete che concorrano a trovare soluzioni in risposta alle esigenze di sviluppo di tali paesi, combattere la povertà e garantire un’esistenza e un reddito dignitosi.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Nel quadro della quarta conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno sviluppati è corretto considerare gli obiettivi di sviluppo del Millennio adottati dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2000 e valutarne l’attuazione, segnatamente eliminazione della povertà e della fame, promozione della parità tra uomini e donne, potenziamento e miglioramento delle prestazioni sanitarie e favore della madre e del bambino, lotta all’HIV/AIDS, sviluppo della sostenibilità ambientale e diffusione universale dell’istruzione primaria. Per quanto concerne la politica di sviluppo, il divario tra le parole e le azioni dell’Unione è evidente. Disponiamo delle risorse per eliminare la povertà. Si sono persino incrementate grazie ai vantaggi derivanti dallo sviluppo scientifico e tecnologico. Nondimeno, assistiamo a un aumento della povertà a livello mondiale, frutto del sistema che predomina nel mondo, il capitalismo, intrinsecamente iniquo e ingiusto. Vorremmo sottolineare l’importanza della risoluzione alternativa presentata dal gruppo GUE/NGL, nonché gli emendamenti formulati rispetto alla risoluzione comune, purtroppo respinti dalla maggioranza, che si concentrano, tra l’altro, su temi quali sovranità alimentare, sviluppo agricolo ed esigenza di porre fine al ricatto di una serie di paesi in via di sviluppo da parte dell’Unione sulla base dei cosiddetti accordi di partenariato economico.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) È essenziale sostenute i paesi più poveri e fragili del pianeta, quasi 50, i cui popoli stanno subendo gli effetti di successivi fallimenti nell’attuazione delle conclusione delle varie conferenze delle Nazioni Unite che si sono susseguite.

Nella maggior parte dei casi, tale situazione è dovuta al colonialismo e allo sfruttamento delle loro ricchezze e delle loro popolazioni. Non è l’ineluttabilità del fato né sono i limiti o i vincoli naturali ineludibili che rendono poveri tali paesi. Al contrario: molti di loro sono ricchi, molto ricchi, di risorse naturali.

In altri paesi, è la prosecuzione dello sfruttamento capitalista con l’ingiustizia e l’inumanità che accompagnano un sistema, modalità di organizzazione economica e sociale predominante al mondo, sostenuto da relazioni asimmetriche che creano e alimentano le disparità.

È il risultato del libero scambio, della deregolamentazione finanziaria, della fuga illecita, ma consentita, di capitali verso i paradisi fiscali, delle guerre e dei conflitti alimentati da controversie sulle risorse naturali.

Soltanto minando le fondamenta stesse di questo sistema con una reale politica di cooperazione e assistenza allo sviluppo basata sulla solidarietà tali paesi potranno emanciparsi e svilupparsi.

 
  
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  Monika Flašíková Beňová (S&D), per iscritto. – (SK) Più di 40 paesi al mondo appartengono alla categoria dei paesi meno sviluppati. Accolgo con favore il tentativo dell’Unione di partecipare attivamente a questa conferenza delle Nazioni Unite al massimo livello e da tale incontro mi aspetto impegni concreti. Negli ultimi 10 anni, i paesi più poveri hanno compiuto progressi maggiori rispetto al decennio precedente. Ciò nonostante, però, molti problemi permangono: maggiore dipendenza dai prodotti importanti, povertà, basso livello di capitale umano e vulnerabilità al cambiamento climatico e alle calamità naturali. Tali problemi vanno risolti su tutti i fronti, ma due aspetti sono particolarmente importanti. In primo luogo, questi paesi devono incanalare investimenti nei settori produttivi dell’economia. In secondo luogo, è necessario contribuire a crearvi strutture democratiche che consentano loro di stabilire in maniera indipendente le priorità strategiche senza ingerenze esterne. Le fluttuazioni dei mercati delle commodity e le conseguenze che ne derivano sono un problema specifico che deve essere risolto. In una prospettiva a lungo termine, la risposta sta nella diversificazione dell’economia. In una prospettiva a breve e medio termine, è invece importante controllare gli choc dei prezzi, specialmente nel settore dei prodotti alimentari. Quanto alla posizione dell’Unione, è essenziale concentrarsi su politiche esterne coerenti. Il documento della Commissione del 16 febbraio è esauriente, ma deve assumere un approccio più critico. Dobbiamo riconoscere che non tutte le attività dell’Unione nel campo del commercio o degli investimenti stranieri diretti è in linea con la politica di sviluppo. A mio parere, dovrebbero esservi subordinati.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore del documento perché, dalla terza conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno sviluppati (LDC-III) e l’adozione del programma di azione di Bruxelles, sono stati compiuti alcuni passi positivi, per esempio l’iniziativa “tutto fuorché le armi” e gli incrementi dell’assistenza allo sviluppo ufficiale, raddoppiatasi dal 2000 al 2008, così come gli investimenti stranieri diretti, passati da 6 a 33 miliardi di dollari, consentendo a 19 paesi di raggiungere un tasso di crescita del 3 per cento. La quarta conferenza delle Nazioni Unite dovrebbe dunque essere orientata verso i risultati sulla base di indicatori chiari con l’obiettivo di dimezzare il numero dei paesi meno sviluppati entro il 2020, abbinandovi meccanismi di monitoraggio e verifica trasparenti ed efficienti. Vorrei ribadire la necessità nei paesi meno sviluppati di attribuire la priorità alla sicurezza alimentare, all’agricoltura, alle infrastrutture, al potenziamento delle capacità, alla crescita economica inclusiva, all’accesso alle tecnologie e allo sviluppo umano e sociale.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della risoluzione. Penso che la quarta conferenza delle Nazioni Unite debba concentrarsi sulla coerenza delle politiche per lo sviluppo come fattore importante del cambiamento politico, a livello nazionale e internazionale, e pertanto chiedere che le politiche formulate in tutti gli ambiti (commercio, pesca, ambiente, agricoltura, cambiamento climatico, energia, investimenti e finanze) sostengano le esigenze di sviluppo dei paesi meno sviluppati per combattere la povertà e garantire un’esistenza e un reddito dignitosi. Esorto l’Unione europea a onorare i propri impegni in termini di accesso ai mercati e sgravio del debito, ribadendo altresì l’importanza di raggiungere l’obiettivo CAS dello 0,15-0,20 per cento del reddito nazionale lordo per i paesi meno sviluppati, mobilitando a tal fine le risorse nazionali e, come misura complementare, meccanismi di finanziamento innovativi.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) Ritengo che la quarta conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno sviluppati debba proporre le misure necessarie per rendere possibile l’integrazione di tali paesi nell’economia globale e migliorarne l’accesso ai mercati comunitari. Tuttavia, malgrado gli sforzi di tutti, gli obiettivi non sono stati conseguiti, per quanto Capo Verde spicchi in tale ambito, visto che ha ottenuto un certo successo innalzando la qualità della vita dei propri cittadini rispetto agli altri paesi meno sviluppati.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. – (EL) La crisi economica nel mondo sviluppato ha portato con sé restrizioni commerciali che, a loro volta, stanno soffocando economicamente i paesi meno sviluppati. Famiglie sull’orlo della povertà assoluta hanno assistito a un aumento del 15 per cento dei prezzi dei prodotti alimentari negli ultimi sei mesi che, secondo i dati della Banca mondiale, sono cresciuti del 29 per cento rispetto al 2009. Di conseguenza, la recente richiesta ufficiale presentata dai paesi poveri affinché si revochino le restrizioni alle esportazioni non può essere ignorata. La crisi economica sta certamente ostacolando i negoziati; tuttavia, negoziati difficili, condotti sulle spalle di coloro che vivono in una situazione di povertà assoluta, sono quanto meno moralmente discutibili.

L’odierna proposta di risoluzione, che ho appoggiato, sottolinea e mette in luce politiche specifiche per rovesciare la situazione, sia a livello nazionale sia a livello internazionale, in numerosi settori come commercio, pesca, ambiente, agricoltura, cambiamento climatico, energia investimenti e finanze.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. – (PT) Attraverso la presente risoluzione, il Parlamento europeo intende dare il proprio apporto alla quarta conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno sviluppati. Appoggio tale contributo in quanto credo altresì che la conferenza dovrebbe incoraggiare politiche di sviluppo coerenti promuovendo misure in tutti gli ambiti, come commercio, pesca, ambiente, agricoltura, cambiamento climatico, energia, investimenti e finanze, per fornire un forte sostegno alle esigenze di sviluppo dei paesi meno sviluppati, combattere la povertà e garantire un’esistenza e un reddito dignitosi. Come la risoluzione che ho appoggiato, anch’io vorrei sottolineare che, nel 2007, Capo Verde è stato uno dei tre paesi che sono riusciti ad affrancarsi da tale condizione. È un paese con poche risorse, che però è stato capace di lavorare per la crescita e combattere la povertà. Mi complimento pertanto con il popolo di Capo Verde e il suo governo.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Sono favorevole. Con questa risoluzione, il Parlamento europeo: 1. ritiene che la quarta conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno sviluppati debba orientata verso i risultati sulla base di indicatori chiari con l’obiettivo di dimezzare il numero di paesi meno sviluppati entro il 2020, abbinandovi meccanismi di monitoraggio e verifica efficienti e trasparenti; 2. ritiene che la quarta conferenza debba concentrarsi sulla coerenza delle politiche per lo sviluppo come fattore importante del cambiamento politico, a livello nazionale e internazionale, chiedendo pertanto che le politiche elaborate in ogni ambito, come commercio, pesca, ambiente, agricoltura, cambiamento climatico, energia, investimenti e finanze, sostengano le esigenze di sviluppo dei paesi meno sviluppati per combattere la povertà e garantire un’esigenza e un reddito dignitosi; 3. esorta l’Unione europea a onorare i propri impegni in termini di accesso ai mercati e sgravio del debito, ribadendo l’importanza di raggiungere l’obiettivo CAS dello 0,15-0,20 per cento del reddito nazionale lordo per i paesi in via di sviluppo, mobilitando a tal fine le risorse nazionali e, come misura complementare, meccanismi di finanziamento innovativi.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Ad oggi nel mondo i paesi classificati come meno avanzati sono 48, con circa 800 milioni di abitanti che vivono con meno di 2 dollari al giorno. Tra il 2000 e il 2010, l’indice medio di sviluppo umano per i paesi meno sviluppati è aumentato solo del 0,04%. Questo labile incremento li sta progressivamente allontanando dagli otto Obiettivi di sviluppo del Millennio fissati dall’ONU nel 2000.

Fortunatamente, sulla scia della Terza conferenza delle Nazioni Unite sono stati compiuti alcuni passi positivi in materia di aiuti pubblici allo sviluppo, consentendo a ben 19 paesi di registrare un tasso di crescita pari al 3%. Condivido l’opinione del relatore nell’evidenziare l’importanza della Quarta conferenza delle Nazioni Unite. Gli obiettivi principali devono essere rivolti alla politica di sviluppo, all’agricoltura e alla pesca, cercando di raggiungere risultati concreti e finanziamenti innovativi. Auspico che il contributo allo sviluppo sostenibile si traduca anche in sostegno alla salute, all’istruzione e alla promozione della democrazia, tenendo fermi il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, come componenti fondamentali della politica di sviluppo dell’Unione europea.

 
  
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  Joanna Senyszyn (S&D), per iscritto. – (PL) Sono attualmente 48 i paesi meno sviluppati, il che significa che un paese su cinque al mondo rientra in tale categoria. La categoria dei paesi meno sviluppati è stata creata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite agli inizi degli anni Settanta, ossia più di 40 anni fa. Da allora, il numero di paesi meno sviluppati è raddoppiato e soltanto tre paesi (Botswana, Maldive e Capo Verde) sono riusciti ad affrancarsi da tale situazione. Ciò dimostra che la povertà si sta diffondendo e l’efficacia delle attività intraprese sinora è a malapena percepibile. Questa situazione critica è stata ulteriormente esacerbata dalla crisi economica, i cui effetti hanno colpito in larga misura i paesi meno sviluppati provocando un ulteriore aggravamento dei problemi che li affliggono, problemi derivanti in particolare dal debito, dai prezzi elevati del combustibile e dei prodotti alimentari e dal cambiamento climatico. Ho dunque appoggiato la risoluzione concernente la quarta conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno sviluppati pienamente convinta e consapevole della sua importanza.

Sono necessarie un’analisi e una diagnosi approfondite e complete della situazione dei paesi meno sviluppati, oltre che proposte concrete per soluzioni volte a migliorare a breve termine le condizioni di vita dei cittadini di tali paesi e affrancarli a lungo termine da tale situazione. Come membro dell’assemblea parlamentare mista ACP-UE, vorrei richiamare l’attenzione sull’assenza di meccanismi di controllo del lavoro intrapreso. Non manca la volontà politica né la disponibilità a prestare assistenza, ma purtroppo non monitoriamo adeguatamente i nostri sforzi, per cui non sono molto efficaci.

 
  
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  Michèle Striffler (PPE), per iscritto. – (FR) Essendo tra gli autori della risoluzione concernente la quarta conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno sviluppati, credo che sia assolutamente fondamentale per il Parlamento europeo dimostrare un incrollabile impegno nei confronti dei loro abitanti. L’aumento del numero di Stati che rientrano in tale categoria (dal 1971 il numero dei paesi meno sviluppati è passato da 25 a 48) impone alla comunità internazionale di raddoppiare i propri sforzi per conseguire l’obiettivo di dimezzare il numero dei paesi meno sviluppati entro il 2020. Da questo punto di vista, è fondamentale garantire una reale coerenza delle politiche che interessano direttamente tali paesi, come assistenza allo sviluppo, commercio, pesca, ambiente, agricoltura, cambiamento climatico, energia, investimenti e finanze, per ridurre la povertà e garantire un’esistenza e un reddito dignitosi ai loro popoli.

 
  
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  Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo concernente la quarta conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno sviluppati. In detta risoluzione, il Parlamento europeo sostiene il principio della coerenza tra le varie politiche comunitarie nel campo dell’assistenza allo sviluppo e della cooperazione. Ciò significa che nelle relazioni dell’Unione con i paesi meno sviluppati, le politiche in tutti gli ambiti, tra cui commercio, pesca, ambiente, agricoltura, cambiamento climatico, energia, investimenti e finanze, devono essere elaborate in maniera tale da sostenerne le esigenze di sviluppo. Inoltre, la risoluzione rammenta l’importanza di raggiungere l’obiettivo CAS dello 0,15-0,20 per cento del reddito nazionale lordo per i paesi meno sviluppati e ammonisce rispetto all’impatto negativo dell’acquisizione di terreni agricoli, come l’espropriazione dei piccoli coltivatori e l’uso insostenibile della terra e dell’acqua. Il principio della coerenza è volto a evitare dichiarazioni di buone intenzioni che non si traducono mai in azione e politiche settoriali in conflitto. Ora non resta che attuarlo.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE), per iscritto. – (FR) Intendevo usare il mio voto per ribadire il mio fermo impegno nei confronti della lotta alla povertà, che si tratti delle sue cause o dei suoi effetti. Tra i paesi meno sviluppati e l’economia mondiale si sta creando inesorabilmente un divario, che comporta un circolo vizioso le cui vittime sono le popolazioni. Siamo tutti responsabili dei ritardi nel conseguimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio, il che rende urgente coordinare l’azione tra l’Unione e le Nazioni Unite. Le aree prioritarie sono note: sicurezza alimentare, accesso all’acqua e alle prestazioni sanitarie, alfabetizzazione. Anche le soluzioni sono note, ma mi rammarico per il fatto che le dichiarazioni di buone intenzioni raramente si traducono in azione. Eppure, proprio lavorando per una migliore distribuzione della ricchezza, sostenendo i paesi meno sviluppati sulla via della crescita e della democrazia, combattendo la speculazione sfrenata sui prezzi delle commodity questi paesi estremamente vulnerabili potranno sottrarsi al circolo vizioso della povertà. Questa non è soltanto una responsabilità, bensì anche un requisito per la sicurezza per l’Unione, perché la povertà è spesso fonte di instabilità.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0226/2011 (sulla relazione concernente i progressi compiuti dall’Islanda nel 2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. – (PT) Voto a favore della relazione in quanto appoggio l’adesione dell’Islanda all’Unione europea, sempre che il governo riesca a garantire il sostegno dei suoi cittadini nei confronti di questo impegno politico nazionale.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione. Accolgo con favore la prospettiva che l’Islanda aderisca all’Unione europea perché l’Islanda ha una forte tradizione democratica e cultura civica che le consentirà di far parte senza ostacoli del gruppo degli Stati membri dell’Unione. Penso che l’adesione dell’Islanda all’Unione migliorerebbe le sue prospettive di svolgere un ruolo più attivo e costruttivo nell’Europa settentrionale e nell’Artico contribuendo a un governo multilaterale e soluzioni politiche sostenibili nella regione. L’Islanda partecipa già attivamente al Consiglio nordico e alla dimensione settentrionale dell’Unione, al Consiglio euro-artico di Barents e al Consiglio artico, che è il forum multilaterale principale per la cooperazione nell’Artico. L’adesione dell’Islanda all’Unione consoliderebbe ulteriormente la presenza europea nel Consiglio artico. L’Islanda può inoltre dare un prezioso apporto alla politica energetica e ambientale dell’Unione grazie alla sua esperienza nel campo delle energia rinnovabili, specialmente per quanto riguarda energia geotermica, protezione dell’ambiente e misure per affrontare il cambiamento climatico.

 
  
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  Elena Băsescu (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della relazione sui progressi compiuti dall’Islanda nel 2010 preparata dal collega Preda perché penso che sia giunto il momento che si valuti la prospettiva comunitaria di tale Stato. Nei negoziati con l’Unione europea, le autorità islandesi hanno dimostrato un vero impegno nei confronti di tale processo e una forte volontà politica di soddisfare per tempo i criteri di adesione.

Innanzi tutto, l’Islanda ha una lunga tradizione di democrazia. La salvaguardia dei diritti umani e la cooperazione con le principali organizzazioni internazionali sono le massime priorità dell’agenda politica islandese. Sul versante economico, le autorità hanno già definito una strategia di pre-adesione per garantire la diversificazione dei settori commerciali e il superamento della recessione. Penso che l’Islanda sia in grado di assumere gli obblighi che derivano dall’adesione all’Unione europea. Vorrei aggiungere che al momento sono state soddisfatte le condizioni per 10 capitoli negoziali. In tale contesto, apprezzo l’iniziativa della Commissione di avviare i negoziati di adesione con l’Islanda il prossimo giugno.

 
  
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  Dominique Baudis (PPE), per iscritto. – (FR) La presente risoluzione fornisce un’utile panoramica dell’attuale stato delle relazioni tra l’Unione europea e l’Islanda. Sin dalla firma del trattato di Parigi, abbiamo intrattenuto stretti rapporti amichevoli e di cooperazione con il paese, duramente colpito dalla crisi economica, finanziaria e bancaria. È necessario intraprendere riforme e dobbiamo incoraggiarle.

Già dall’inizio del processo di adesione, abbiamo avviato un dialogo aperto e costruttivo con il governo islandese, che ha anche espresso il desiderio di aderire alla zona euro. L’allargamento all’Islanda consentirà una maggiore coerenza nelle politiche europee per la regione artica, specialmente per quanto concerne pesca, trasporto marittimo, ricerca scientifica e conservazione ambientale. L’Europa, tuttavia, non è la via di uscita né il rimedio per una crisi economica. Spetta all’Islanda sottoscrivere chiaramente un vero progetto di integrazione con il resto dell’Europa.

 
  
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  Maria da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. – (PT) Accolgo con favore la prospettiva di avere un paese con una forte tradizione democratica e una solida cultura civica come nuovo Stato membro dell’Unione. L’Islanda ha conseguito buoni risultati nella salvaguardia dei diritti umani e nella garanzia di un alto livello di collaborazione con i meccanismi internazionali per la protezione dei diritti umani. L’adesione dell’Islanda all’Unione rafforzerà pertanto il ruolo nella Comunità nella promozione e nella difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel mondo. Attraverso la sua esperienza, l’Islanda può dare anche un prezioso contributo alla politica europea nel campo dell’energia rinnovabile, specialmente per quanto riguarda lo sfruttamento dell’energia geotermica, la protezione ambientale e la lotta al cambiamento climatico. L’adesione dell’Islanda all’Unione migliorerà le sue prospettive di svolgere un ruolo più attivo e costruttivo nell’Europa settentrionale e nell’Artico contribuendo a un governo multilaterale e soluzioni politiche sostenibili nella regione.

 
  
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  Diane Dodds (NI), per iscritto. – (EN) Ho votato contro la risoluzione. Nella corsa all’allargamento, temo che questo Parlamento e le istituzioni dell’Unione stiano ignorando questioni di importanza strategica per gli Stati membri. È profondamente deplorevole che l’Islanda e le isole Faroe abbiano di nuovo gonfiato enormemente le catture di sgombro proposte nel 2011, mettendo a repentaglio lo stock e la sostenibilità della nostra pesca pelagica. Questo comportamento oltraggioso scopre la menzogna secondo cui l’Islanda sarebbe all’avanguardia della gestione della pesca sostenibile. La scorsa estate, in risposta alla posizione intransigente dell’Islanda al riguardo, ci è stato detto che la Commissione stava valutando la possibilità di sospendere in negoziati di adesione del paese all’Unione, eppure poco sembra essere accaduto su questo fronte. L’adesione dell’Islanda al “club dell’Unione” non può e non deve essere portata avanti fintantoché il paese manifestamente ignora le regole di tale club. Come recitava un titolo di giornale, staremo veramente a guardare l’Islanda che, dopo il crollo delle sue banche, fa scomparire la nostra preziosissima pesca?

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della risoluzione sui progressi compiuti dall’Islanda nel 2010 in quanto ritengo che dobbiamo sostenere l’adesione all’Unione di una delle democrazie europee più antiche, a condizione che vengano soddisfatti i necessari requisiti, come l’abolizione della caccia alla balena e del commercio di prodotti estratti dalle balene.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Tra tutti i paesi dei quali si propone l’adesione all’Unione europea, l’Islanda è il più preparato a farlo e appropriarsi dei valori e dei principi che guidano l’azione dell’Unione. Penso che l’Unione avrà da guadagnare dal contributo islandese. In generale, l’Islanda ha i medesimi standard a cui puntiamo in Europa, in alcuni casi addirittura superiori. Credo che il tipo di adeguamenti ancora necessari non possa ritardare troppo il processo di adesione.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) L’odierna proposta di risoluzione riguarda la relazione sui progressi compiuti dall’Islanda nel 2010 verso l’adesione all’Unione europea. I negoziati sull’adesione islandese sono iniziati nel luglio 2010. Penso che si debbano creare le condizioni necessarie per completare il processo di adesione del paese e garantirne il successo: è un paese con una forte tradizione democratica e una solida cultura civica e la sua adesione rafforzerà il ruolo dell’Unione nella promozione della difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel mondo. L’Islanda appartiene all’Associazione europea di libero scambio e ha un’economia di mercato che potrebbe assicurare una serie di vantaggi all’Unione, specialmente nel campo dell’energia rinnovabile. Nondimeno, l’Islanda deve fornire prove di interesse concreto e collaborare alla risoluzione delle questioni in sospeso nel settore della gestione della pesca. Secondo il documento presentato, sono stati compiuti alcuni progressi, ma il cammino da percorrere è ancora lungo, soprattutto per quel che riguarda il settore della pesca. Spero che i problemi pendenti possano essere risolti rapidamente in modo che il processo di adesione dell’Islanda abbia successo.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La nostra posizione di principio in merito ai processi di adesione di nuovi paesi all’Unione europea è nota: quando si prende questa decisione, deve basarsi sulla volontà del popolo interessato, volontà che deve essere rispettata. Attendiamo dunque la posizione del popolo islandese in merito all’adesione in maniera da poterne tenere conto in futuro. Oltre a tale principio, ci siamo anche astenuti dal voto per la base fondamentale dei processi di allargamento dell’Unione, vista la natura capitalistica del processo di integrazione e gli obiettivi che persegue. Una volta esaurite le regioni limitrofe risultanti da precedenti allargamenti, è necessario crescere ulteriormente e raggiungere nuovi mercati.

Non gradiamo alcuni requisiti che l’Unione europea sta imponendo all’Islanda, compresi quelli contenuti nella relazione, come, per esempio, l’obbligo di liberalizzare una serie di settori, in particolare quello finanziario, il che è gravissimo in quanto è stato uno dei settori responsabili della crisi che ha colpito il paese, alla quale è stato possibile sottrarsi soltanto per un chiaro intervento statale.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Ci siamo astenuti dal voto per la nostra posizione sull’allargamento dell’Unione europea. Attendiamo la posizione del popolo islandese in merito all’adesione in maniera da poterne tenere conto in futuro.

Ciò premesso, non gradiamo alcuni obblighi che l’Unione europea impone all’Islanda, compresi quelli contenuti nel testo, con i quali non concordiamo affatto: per esempio, l’obbligo di liberalizzazione di una serie di settori, in particolare quello finanziario, il che è estremamente grave visto che è stato uno dei settori responsabili della crisi che ha colpito il paese, alla quale è stato possibile sottrarsi unicamente grazie a un chiaro intervento statale e popolare.

Attendiamo ulteriori sviluppi, specificamente il referendum del 9 aprile 2011, per assumere una posizione più chiara in merito all’adesione del paese.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Desidero spiegare il motivo per cui mi astengo su questo testo, come faccio sempre quando si vota in Aula una relazione concernente negoziati di adesione con un paese europeo. Non contesto il diritto dell’Islanda di aderire all’Unione europea. Credo invece che non sia una buona idea aderirvi e, in realtà, la stragrande maggioranza del popolo islandese sembra condividere questa mia opinione. La decisione di presentare domanda di adesione è stata presa in un momento di panico, dopo il crollo del sistema bancario islandese, per usufruire del sostegno europeo.

Tutti sanno che l’Islanda vuole adottare l’euro senza essere membro dell’Unione europea, idea stolta sapendo ciò che comporta, e l’Islanda è membro dello spazio economico europeo e dello spazio Schengen. Spetterà comunque all’Islanda decidere alla fine e spero che se il popolo dirà no, sarà ascoltato.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore del presente documento perché i negoziati di adesione con l’Islanda sono stati avviati nel luglio 2010 ed è fondamentale creare le condizioni per completare il processo di adesione con il paese e garantire che l’adesione sia un successo. L’Islanda può dare un prezioso apporto alla politica dell’Unione grazie alla sua esperienza nel campo delle energia rinnovabili, specialmente per quanto riguarda energia geotermica, protezione dell’ambiente e misure per affrontare il cambiamento climatico. L’adesione dell’Islanda all’Unione migliorerebbe le sue prospettive di svolgere un ruolo più attivo e costruttivo nell’Europa settentrionale e nell’Artico contribuendo a un governo multilaterale e a soluzioni politiche sostenibili nella regione. È inoltre essenziale fornire ai cittadini comunitari informazioni chiare, complete e basate sui fatti in merito alle implicazioni dell’adesione dell’Islanda. Si devono compiere sforzi in tal senso e credo che parimenti importante sia ascoltare le preoccupazioni e le domande dei cittadini, affrontandole rispondendo alle loro posizioni e ai loro interessi.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Signora Presidente, onorevoli colleghi, la risoluzione votata in Parlamento sulla relazione concernente i progressi compiuti dall’Islanda nel 2010 non poteva che trovare il mio convinto sostegno. L’Islanda ha, nell’anno appena trascorso, dimostrato la volontà di conformarsi, su più fronti, alla politica europea ed ai principi che la ispirano. La forte tradizione civico-democratica, i progressi compiuti nel rafforzare l’indipendenza della magistratura, la particolare attenzione in merito all’aspetto economico che corrisponde sempre più ai criteri richiesti dall’Europa, ne fanno un paese il cui ingresso nell’UE non può che ritenersi positivo, anche in considerazione del fatto che rafforzerebbe il ruolo dell’Unione in seno al Consiglio artico. La salvaguardia dei diritti umani, il rafforzamento del contesto legislativo in materia di libertà di espressione e accesso all’informazione, i cospicui investimenti nell’istruzione, nella ricerca e nello sviluppo, finalizzati a fronteggiare l’alto tasso di disoccupazione tra i giovani, dimostrano l’operosità del paese e la ferma volontà di allinearsi all’Europa. L’ultima parola spetterà al popolo islandese, il quale dovrà esprimersi mediante referendum, nella speranza che si esprima a favore dell’entrata a far parte della grande famiglia europea.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione che, tra l’altro “plaude all’accordo raggiunto tra i rappresentanti dei governi islandese, olandese e britannico sulla questione Icesave, segnatamente sulla garanzia di rimborso delle spese sostenute relativamente al pagamento delle garanzie minime ai depositanti delle succursali britanniche e olandesi della banca Landsbanki Islands hf.; accoglie con favore l’approvazione dell’accordo alla maggioranza dei tre quarti da parte del Parlamento islandese il 17 febbraio 2011’; e “prende atto della decisione del presidente dell’Islanda di sottoporre il disegno di legge a referendum e auspica la chiusura della procedura d’infrazione avviata il 26 maggio 2010 dall’Autorità di vigilanza dell’EFTA nei confronti del governo islandese”.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) Questo testo condanna il rifiuto da parte del popolo islandese di rimborsare i debiti contratti dalle banche private, anche se a stragrande maggioranza ha votato contro il rimborso. Il testo lo obbliga ad applicare rigorosamente i criteri di Copenaghen e accoglie i piani del FMI per il paese proponendo una campagna in Islanda guidata dalla Commissione, sulla falsariga della campagna islandese, in vista del referendum nazionale sull’adesione all’Unione europea. Ho votato contro queste ripetute manifestazioni di forza contro il popolo islandese e la cruda logica di normalizzazione liberale contenuta nel testo.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) L’Islanda ha intrapreso passi concreti verso la futura adesione all’Unione ed è nella posizione migliore tra i paesi candidati per soddisfare i relativi requisiti. Tuttavia, la recente questione riguardante il pagamento ai Paesi Bassi e al Regno Unito di fondi persi dai cittadini di detti paesi che avevano investito in una banca islandese fallita potrebbe creare ostacoli all’adesione del paese.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) L’Islanda sta già collaborando attivamente con l’Unione europea come membro dello spazio economico europeo, degli accordi di Schengen e del regolamento di Dublino. Il paese sta inoltre conseguendo ottimi risultati per quanto concerne la protezione dei diritti umani. Vi è un alto livello di investimenti in settori quali istruzione, ricerca e sviluppo, per cui l’Islanda è ben posizionata a livello internazionale in tali ambiti. Occorre però il consenso degli islandesi prima di poter parlare dell’adesione del paese all’Unione.

Sarebbe meglio sospendere ogni forma di propaganda da parte dell’Unione per convincere gli islandesi dei vantaggi dell’adesione. A livello economico, una relazione dell’OCSE del maggio 2010 afferma che l’Islanda è riuscita a consolidare la propria economia e, nonostante la crisi finanziaria, il suo reddito pro capite è ancora il più elevato al mondo. Il progetto ha dunque il mio appoggio.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. – (DE) In primo luogo, vorrei dire con chiarezza che l’eventuale adesione dell’Islanda all’Unione è subordinata al consenso degli islandesi. La decisione deve essere lasciata ai cittadini e non influenzata ulteriormente dall’Unione. Per quanto concerne la relazione sui progressi compiuti, l’Islanda spicca nel raffronto internazionale in numerosi ambiti e in altri si pone in testa. Penso per esempio al reddito pro capite, all’istruzione, alla ricerca e allo sviluppo o alla salvaguardia dei diritti umani. Ho pertanto votato a favore dell’odierna proposta di risoluzione.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. – (PT) L’Islanda è una delle più antiche democrazie europee. Tra i paesi candidati ad aderire all’Unione europea, è sicuramente quello più preparato, non soltanto perché ha principi e valori democratici simili a quelli degli Stati membri dell’Unione, ma anche perché ha gli stessi standard, se non addirittura superiori. Ho votato a favore dell’odierna risoluzione sui progressi compiuti nel 2010 in quanto ritengo che, una volta soddisfatti i requisiti necessari per l’adesione, tra i quali vorrei sottolineare l’abolizione della caccia alla balena e del commercio di prodotti estratti dalle balene, l’Unione europea avrà tutto da guadagnare dall’adesione del paese.

La questione della sua adesione, però, dovrebbe essere debitamente inquadrata nelle politiche comuni dell’Unione, specialmente la politica comune della pesca. Tenuto conto del peso relativo che il settore della pesca riveste nell’economia islandese, nell’armonizzazione delle politiche possono sorgere difficoltà intrinseche nel settore.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Sono favorevole. Con questa risoluzione, il Parlamento europeo, tra altro, valuta positivamente la prospettiva di un nuovo Stato membro dell’UE di solida tradizione democratica e cultura civica; sottolinea che l’adesione dell’Islanda rafforzerà ulteriormente il ruolo dell’Unione quale promotore e difensore a livello mondiale dei diritti umani e delle libertà fondamentali; elogia l’Islanda per il suo bilancio positivo per quanto concerne la salvaguardia dei diritti umani e la garanzia di un buon livello di cooperazione con i meccanismi internazionali di tutela di tali diritti; sostiene il lavoro in corso per rafforzare il contesto legislativo in materia di libertà di espressione e accesso all’informazione; si compiace, al riguardo, dell’iniziativa islandese per i media moderni, che permette sia all’Islanda sia all’Unione europea di posizionarsi solidamente per quanto riguarda la tutela giuridica delle libertà di espressione e informazione.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − L’Islanda è uno dei paesi candidati all’adesione all’Unione europea dal 2010. Ho votato a favore della proposta di risoluzione perché sono convinta che questo Paese abbia una solida tradizione democratica e cultura civica, e la sua adesione sarà in grado di rafforzare ulteriormente il ruolo dell’UE quale promotore e difensore a livello mondiale dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione in quanto appoggio l’adesione dell’Islanda all’Unione.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0225/2011 (concernente la relazione 2010 sui progressi compiuti dall’ex Repubblica jugoslava di Macedonia)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. – (PT) Voto a favore della presente risoluzione che raccomanda l’attuazione dell’accordo di associazione e stabilizzazione con l’Unione, pur rammaricandomi per il fatto che il Consiglio non stia prendendo in esame l’apertura di negoziati, come raccomandato dalla Commissione. Vorrei inoltre esprimere preoccupazione quanto alle crescenti tensioni etniche e la mancanza di dialogo politico e libertà di stampa. I partiti politici dovrebbero porre fine al boicottaggio del parlamento nazionale e intraprendere un dialogo con le istituzioni. Mi rammarico altresì per il fatto che la controversia con la Grecia continua a bloccare la via verso l’adesione del paese all’Unione europea. Le questioni bilaterali devono essere risolte dalle parti interessate in uno spirito di buon vicinato, tenuto conto soprattutto degli interessi europei.

 
  
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  Pino Arlacchi (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della proposta per chiudere il dibattito sulle dichiarazioni della Commissione e del Consiglio in merito alla relazione 2010 sui progressi compiuti dall’ex Repubblica jugoslava di Macedonia (FYROM). Ritengo che si tratti di una proposta molto equilibrata che esprime preoccupazione per l’attuale situazione politica del paese, compreso il boicottaggio del parlamento nazionale da parte dei partiti di opposizione, nonché per il rischio che tali sviluppi possano incidere negativamente sull’agenda comunitaria del paese. La proposta si complimenta altresì con il paese per l’anniversario dell’accordo Ohrid, che resta la pietra miliare delle sue relazioni interetniche, e chiede al governo di promuovere un dialogo a tutto campo tra le comunità etniche. Apprezzo altresì la valutazione positiva contenuta nella proposta dei continui sforzi profusi dall’ex Repubblica jugoslava di Macedonia per stabilizzare la regione.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto. – (FR) In quanto membro della delegazione del Parlamento europeo per l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia, seguo da vicino i progressi compiuti dal paese e la sua domanda di adesione all’Unione europea. L’ex Repubblica jugoslava di Macedonia, sebbene abbia ancora molto da fare nel campo della politica, del sistema giudiziario, della pubblica amministrazione, della lotta alla corruzione e della libertà di espressione, ha compiuto progressi significativi in ambiti quali il decentramento, l’istruzione e la riforma del sistema penitenziario. I problemi bilaterali tra tale paese e la Grecia non devono ostacolare l’avvio dei negoziati di adesione. Ho votato a favore dell’apertura dei negoziati. Vorrei inoltre precisare che nel paese a giugno si terranno elezioni anticipate. Chiedo pertanto a tutti i partiti politici di unirsi e lavorare in stretta collaborazione in maniera da garantire l’adesione del loro paese all’Unione europea.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (LT) Concordo con l’odierna relazione. Nel 2005, il Consiglio europeo ha concesso lo stato di paese candidato all’ex Repubblica jugoslava di Macedonia, ma da allora non è riuscito a fissare una data per l’apertura dei negoziati, nonostante i sostanziali progressi compiuti dal paese lungo la via verso l’adesione all’Unione. Malgrado i progressi, vi è ancora instabilità politica in Macedonia che potrebbe incidere sul processo di integrazione europea. La mancanza di dialogo tra il governo e i partiti di opposizione del paese sta ostacolando il raggiungimento di un accordo sull’attuazione di riforme strutturali. La riforma del sistema giudiziario non è ancora completa, la pubblica amministrazione e i mezzi di comunicazione sono stati politicizzati e la questione irrisolta dell’integrazione dei gruppi etnici sta impedendo al paese si compiere ulteriori progressi e realizzare le necessarie riforme per garantire i principi dello Stato di diritto e della democrazia. Credo che il governo macedone debba coinvolgere maggiormente i partiti di opposizione nel processo decisionale e assicurare un dialogo aperto e costruttivo su tutti i problemi con cui il paese si sta confrontando.

 
  
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  Elena Băsescu (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della relazione 2010 sui progressi compiuti dall’ex Repubblica jugoslava di Macedonia perché penso che la prospettiva comunitaria per i Balcani sia fondamentale per garantire la stabilità della regione. In tal contesto, la cooperazione con la Grecia è della massima importanza.

La controversia sul nome dell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia svolge un ruolo importante nelle discussioni sui negoziati di adesione perché è uno degli ostacoli che impedisce l’avvio dei negoziati. Durante il processo di transizione alla condizione di Stato membro dell’Unione, i buoni rapporti di vicinato sono fondamentali. Per questo l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia e la Grecia devono trovare una soluzione alla questione del nome della Macedonia. Sinora la Grecia si è dimostrata un partner affidabile nelle discussioni per quanto concerne altri capitoli. È tempo che i due Stati giungano a un accordo in maniera che i futuri negoziati di adesione siano condotti con il sostegno di tutti gli Stati membri dell’Unione. In proposito, la richiesta di mediatori esterni neutri, come l’intervento nella controversia del Segretario generale dell’ONU, può essere utile.

 
  
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  Maria da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. – (PT) In linea con le precedenti risoluzioni del Parlamento, mi rammarico per il fatto che il Consiglio non abbia preso una decisione in merito all’apertura dei negoziati di adesione, secondo quanto raccomandato dalla Commissione per il secondo anno consecutivo. Il processo di allargamento dell’Unione è un potente strumento di pace, stabilità e riconciliazione nella regione. Sono particolarmente preoccupata dai livelli persistentemente elevati di disoccupazione, soprattutto tra i giovani, problema condiviso da molti paesi della regione. Vorrei esortare il governo ad attuare rapidamente misure più efficaci per migliorare gli investimenti pubblici incentrati sulle politiche di occupazione e l’uso di forza lavoro in posti stabili, dignitosi, di buona qualità. Mi compiaccio nondimeno per la recente adozione della legge sull’energia, volta a liberalizzare il mercato energetico del paese, che è in linea con le corrispondenti direttive comunitarie. Apprezzo altresì l’adozione della strategia nazionale per uno sviluppo sostenibile, sebbene si debbano profondere ulteriori sforzi per l’applicazione delle normative in campo ambientale e a tal fine occorra stanziare fondi adeguati. Chiederei una maggiore cooperazione sulle questioni ambientali transnazionali secondo gli standard europei, specialmente nel campo della qualità dell’acqua, della gestione delle risorse idriche e della salvaguardia della natura.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Il gruppo GUE/NGL è favorevole in linea di principio all’allargamento ai Balcani occidentali, sempre che il popolo lo desideri. Mi sono astenuto all’atto del voto su questa specifica relazione perché presenta aspetti problematici, a parte il resto, per quanto concerne le riforme economiche proposte e le modalità per affrontare la questione del nome. In base all’esperienza che abbiamo maturato a oggi nel campo dell’allargamento, la cooperazione con i paesi dei Balcani occidentali e il loro processo di integrazione, specialmente in un momento di crisi economica, dovrebbero contribuire allo sviluppo sostenibile e alla prosperità economica e sociale dei cittadini dei paesi candidati e dell’Unione.

La relazione insiste tuttavia sull’opportunità di ricompensare scelte, come il dispiegamento di truppe in Afghanistan e altrove, o la promozione delle politiche economiche, come le privatizzazioni che stanno esacerbando la recessione aumentando la disoccupazione e le disparità sociali e riducendo i diritti sociali. Inoltre, il processo di integrazione dovrebbe essere condotto nel rispetto del diritto internazionale e delle procedure internazionali. Nel caso specifico, per quel che riguarda la questione del nome, la relazione dovrebbe incoraggiare il rispetto e il sostegno della procedura per trovare una soluzione reciprocamente accettabile sotto l’egida dell’ONU.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della risoluzione perché raccomanda ancora una volta che il Consiglio decida di aprire i negoziati di adesione con l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia. Il Consiglio ha concesso al paese lo stato di candidato nel 2005, ma da allora non ha fissato una data per l’avvio dei negoziati, nonostante i sostanziali progressi compiuti dalla Macedonia lungo la via per l’adesione all’Unione.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Vi sono stati alcuni ritardi nel processo di integrazione dell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia. Ciò nonostante, la Macedonia ha compiuto progressi nell’impegno per adottare l’acquis comunitario e dotare le sue istituzioni di strutture affidabili e buone prassi, come richiesto dall’Unione europea. La crisi politica che ha colpito il paese dimostra ampiamente che molto resta da fare e il cammino è lungo prima di poter soddisfare oggettivamente tutti i criteri per una reale prospettiva di adesione. Chiederei alla Grecia e all’ex Repubblica jugoslava di Macedonia di cercare di superare le differenze e dimostrare che sono fedeli al generoso spirito fondante dell’Unione, di cui tutti oggi abbiamo estremo bisogno.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) L’odierna proposta di risoluzione è incentrata sui progressi compiuti dall’ex Repubblica jugoslava di Macedonia nel corso dell’ultimo anno verso l’integrazione nell’Unione. Il 16 dicembre 2005, il Consiglio ha concesso al paese lo stato di candidato all’adesione. Nel 2008 si sono definiti i principi, le priorità e le condizioni per l’adesione, elementi che sono monitorati dalla Commissione. Sebbene la valutazione sia stata positiva, vi sono aspetti che devono essere intensificati, come il dialogo con la Grecia sullo stato del nuovo paese membro, la riforma della pubblica amministrazione e del sistema giudiziario, la lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione, il rispetto della libertà di espressione e la cooperazione istituzionale. L’attuale situazione politica, con il boicottaggio del parlamento nazionale da parte dei partiti di opposizione, può incidere negativamente sulle priorità del paese per quanto concerne l’Unione. Le parti interessate devono risolvere le questioni bilaterali in uno spirito di buon vicinato. Tutti gli interlocutori devono rafforzare il proprio impegno dimostrando responsabilità e determinazione nella risoluzione di tutti i problemi pendenti che stanno ostacolando il processo di adesione del paese candidato e la stessa politica comunitaria nella regione.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore del documento perché nel 2005 il Consiglio europeo ha concesso lo stato di paese candidato all’ex Repubblica jugoslava di Macedonia, ma da allora non ha fissato una data per l’apertura dei negoziati, nonostante i sostanziali progressi compiuti dal paese lungo la via verso l’adesione all’Unione, perché le questioni bilaterali non dovrebbero rappresentare un ostacolo al processo di adesione ed essere sfruttate in tal senso, sebbene debbano essere risolte prima dell’adesione, e perché la prosecuzione del processo di adesione contribuirebbe alla stabilità dell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia e rafforzerebbe ulteriormente il dialogo interetnico. Le questioni bilaterali devono essere risolte dalle parti interessate in uno spirito di buon vicinato e tenuto conto degli interessi generali dell’Unione. Tutti i principali interlocutori e le parti interessate dovrebbero intensificare il proprio impegno dimostrando responsabilità e determinazione nella risoluzione dei problemi pendenti che non solo stanno ostacolando il processo di adesione del paese candidato e la stessa politica dell’Unione nella regione, ma potrebbero avere anche ripercussioni sui rapporti interetnici, la stabilità regionale e lo sviluppo economico. Il documento esorta le autorità responsabili a rafforzare l’indipendenza e la libertà dei mezzi di comunicazione applicando standard paritari a tutti loro e migliorando la trasparenza della loro compagine proprietaria. Mi preoccupa il fatto che vi sia un dialogo insufficiente tra il governo e i partiti di opposizione e un clima generalizzato di sfiducia e scontro. È necessario proseguire la riforma del sistema giudiziario per garantirne professionalità, efficienza e indipendenza dalle pressioni politiche, estendere la lotta alla corruzione e migliorare l’ambiente economico.

 
  
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  Sandra Kalniete (PPE), per iscritto. – (LV) Il processo di allargamento dell’Unione è un potente sprone per incoraggiare il processo di riconciliazione, pace e stabilità nei Balcani. La Macedonia ha compiuto progressi significativi nella democratizzazione dello Stato, derivanti direttamente alla volontà politica di diventare un membro a pieno titolo della famiglia delle nazioni europee. La Commissione europea ha valutato tali progressi e, per il secondo anno consecutivo, ha chiesto al Consiglio europeo di aprire i negoziati di adesione con la Macedonia. Per il secondo anno consecutivo, il Consiglio non ha preso tale decisione. Ciò dà adito all’impressione che uno degli ostacoli ingiustificati all’avvio di tali negoziati siano i reciproci oggetti del contendere, tra cui le relazioni con la Grecia. Queste controversie non devono bloccare il processo di adesione della Macedonia, tanto più alla luce del fatto che la prosecuzione del processo di adesione promuoverebbe la stabilità e consoliderebbe ulteriormente il dialogo tra le comunità etniche macedoni.

Come è ovvio, la Macedonia ha ancora molto da fare in tema di riforma delle istituzioni governative e giudiziarie, lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione, sviluppo di un dialogo democratico in seno alla società. Naturalmente, l’accettazione di qualunque nuovo Stato membro, Macedonia compresa, nell’Unione potrà avvenire soltanto nel momento in cui tutti i requisiti saranno stati soddisfatti e unicamente con il consenso inequivocabile delle istituzioni e degli Stati membri dell’Unione. Proprio per questo è importante avviare i negoziati di adesione che, ne sono persuasa, incoraggeranno cambiamenti positivi in Macedonia e nella regione nel suo complesso.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Signora Presidente, onorevoli colleghi, la proposta di risoluzione sottoposta al voto del Parlamento, in merito alla relazione 2010 sui progressi compiuti dall’ex Repubblica jugoslava di Macedonia, è stata approvata a larga maggioranza e con la convergenza di più gruppi politici. Apprezzo gli sforzi compiuti da questo Paese per allinearsi agli standard europei. Riforma del sistema giudiziario, lotta alla corruzione, riforma della Pubblica Amministrazione e del sistema carcerario, rappresentano alcuni degli importanti risultati ottenuti, in vista del rispetto dell’acquis communautaire. Lodevole è inoltre l’attenzione posta alla concessione dell’autonomia locale, oltre che all’adozione della legge antidiscriminazione e all’impegno in materia di parità di genere. La libertà di espressione e l’indipendenza dei mezzi di comunicazione rimangono, tuttavia, note dolenti. Preoccupazione, inoltre, producono le tensioni crescenti fra etnie all’interno del Paese. Nonostante i positivi risultati, ritengo quindi necessario continuare a porre attenzione sulla questione istituzionale, assai fragile e provata. Mi auguro, infine, che il processo di avvicinamento all’Europa si consolidi, mediante un’azione mirata a colmare le lacune ancor oggi esistenti.

 
  
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  Monica Luisa Macovei (PPE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della risoluzione per riconoscere i progressi compiuti dalla Macedonia verso l’integrazione europea e mettere in luce i restanti obiettivi da conseguire a beneficio del suo popolo. È fondamentale trasmettere alla Macedonia un segnale positivo per quanto concerne il suo futuro all’interno dell’Unione europea al fine di preservare lo slancio europeo e consolidare il dialogo politico avviato. La questione del nome tra la Macedonia e la Grecia è una questione prettamente bilaterale che non dovrebbe interferire con l’avvio dei negoziati. Inoltre, secondo l’accordo provvisorio del 13 settembre 1995 tra Grecia e Macedonia, la Grecia ha accettato di non opporsi alla candidatura della Macedonia presso e istituzioni internazionali, il che copre anche il processo negoziale UE-Macedonia. In sede di commissione per gli affari esteri, ho contributo con emendamenti riguardanti la pubblica amministrazione, il sistema giudiziario e la lotta contro la corruzione.

L’adozione di una strategia nazionale per la riforma della pubblica amministrazione e la creazione della sottocommissione per l’accordo di stabilizzazione e associazione sono passi positivi per garantire le capacità e la professionalità della pubblica amministrazione. Sottolineo che l’unificazione della giurisprudenza e la pubblicazione di tutte le sentenze sono estremamente importanti per la prevedibilità del sistema giudiziario e la fiducia del pubblico nel sistema.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione sulla Macedonia e apprezzo i continui sforzi profusi nella lotta alla corruzione, manifestatisi, tra l’altro, nella realizzazione della seconda serie di raccomandazioni GRECO e nell’entrata in vigore delle modifiche del codice penale. Incoraggio le autorità a proseguire l’attuazione delle normative per combattere la corruzione e il miglioramento dell’indipendenza, dell’efficienza e delle risorse del sistema giudiziario. La corruzione resta però diffusa e chiedo che si profonda un impegno ancora maggiore per sradicarla.

Sottolineo altresì l’urgenza di un’applicazione effettiva e imparziale delle normative anticorruzione, in particolare in materia di finanziamento dei partiti politici e conflitti di interessi. Richiamo l’attenzione sull’importanza di garantire che il sistema giudiziario funzioni senza interferenze politiche e apprezzo gli sforzi compiuti per migliorare l’efficienza e la trasparenza di tale sistema. Ribadisco infine la necessità di creare un corpus storico di procedimenti e condanne in base al quale poter misurare i progressi e chiedo l’unificazione della giurisprudenza per garantire la prevedibilità del sistema giudiziario e la fiducia del pubblico in tale sistema.

 
  
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  Kyriakos Mavronikolas (S&D), per iscritto. – (EL) Nell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia, la violazione dell’indipendenza della stampa, del sistema giudiziario e del piano di sviluppo urbanistico Skopje 2014 sono all’ordine del giorno. Nel contempo, il dialogo politico ora ha motivi per essere sospeso. Se aggiungiamo la questione irrisolta del nome a questo infelice contesto interno, è evidente che le prospettive europee del paese sono messe a dura prova.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) L’odierna risoluzione chiede all’ex Repubblica jugoslava di Macedonia di adoperarsi al meglio per liberalizzare la sua economia e il suo mercato dell’elettricità, dando al paese lezioni di democrazia e anche di giornalismo. Ho votato contro questo testo arrogante e grossolano.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) L’ex Repubblica jugoslava di Macedonia ha incontrato alcuni ostacoli lungo la via per l’adesione all’Unione. Nonostante i progressi compiuti nell’adozione dell’intero acquis comunitario, che hanno dotato le sue istituzioni di strutture affidabili e migliori prassi, il cammino da percorrere è ancora lungo. Molto resta da fare, come dimostra la crisi politica che ha afflitto e ancora affligge il paese.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Il 9 aprile 2001 la Macedonia è stato il primo paese dei Balcani occidentali ad aver sottoscritto un accordo di stabilizzazione e associazione con l’Unione. Lo stato delle riforme dal 2001 può essere valutato positivamente sotto molti punti di vista. Per quel che riguarda il sistema giudiziario, sono state adottate disposizioni di legge per garantire sia l’indipendenza dalle pressioni politiche sia l’efficienza. Apprezzabili sono anche i miglioramenti apportati alla trasparenza del sistema giudiziario, soprattutto per quanto concerne il ritardo accumulato nei procedimenti presso la maggior parte dei tribunali. Già si osserva che il paese ha compiuto progressi verso la transizione a un’economia di mercato funzionante, sebbene il cammino sia ancora lungo. Solo la controversia con la Grecia sul suo nome sta bloccando l’adesione della Macedonia all’Unione e speriamo che possa essere risolta in un immediato futuro. Al voto mi sono tuttavia astenuto perché alcuni aspetti della relazione sono molto squilibrati.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione di verifica 2010 sull’ex Repubblica jugoslava di Macedonia. Il processo di adesione del paese ha subito notevoli ritardi, nonostante i progressi compiuti dal paese a livello socioeconomico. Spero che le differenze esistenti e i problemi regionali possano essere superati per il bene comune europeo.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Sono favorevole. La risoluzione fondamentalmente afferma che il Parlamento europeo condivide la valutazione della relazione 2010 della Commissione sui progressi compiuti dall’ex Repubblica jugoslava di Macedonia e si rammarica per il fatto che il Consiglio non abbia deciso di aprire i negoziati di adesione, come raccomandato dalla Commissione per il secondo anno consecutivo e in linea con precedenti risoluzioni parlamentari. La risoluzione manifesta preoccupazione per l’attuale situazione politica, compreso il boicottaggio del parlamento nazionale da parte dei partiti di opposizione, nonché per il rischio che tali sviluppi possano incidere negativamente sull’agenda comunitaria del paese, e rammenta la sua precedente raccomandazione al Consiglio di avviare immediatamente i negoziati.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Ho votato a favore di questa relazione perché ritengo che sia giunto il momento di iniziare i negoziati di adesione veri e propri all’UE della ex Repubblica jugoslava di Macedonia. Da quando infatti il Consiglio europeo del 16 dicembre 2005 ha concesso a questo Paese lo status di candidato all’adesione all’UE, a riguardo non sono stati fatti significativi passi avanti. Questo deve essere ricondotto soprattutto ad una serie di problemi interni all’ex Repubblica jugoslava di Macedonia, soprattutto per quanto riguarda il boicottaggio del parlamento nazionale da parte dei partiti di opposizione. Questo ed altri problemi, come quello della presenza di media liberi e indipendenti, presupposto necessario per lo sviluppo di una democrazia stabile, devono essere chiariti al più presto per poter riprendere da entrambe le parti il cammino verso l’allargamento ad Est dell’UE.

 
  
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  Nikolaos Salavrakos (EFD), per iscritto. – (EL) Ho votato contro questa specifica relazione perché, come ho detto precedentemente in plenaria, ritengo che, viste le gravi accuse rivolte dal Sunday Times il 20 marzo contro il relatore, onorevole Thaler, il quale inizialmente ha presentato un testo messo poi ai voti in commissione per gli affari esteri il 16 marzo, ossia prima delle rivelazioni contro di lui, che può beneficiare della presunzione di innocenza, e visto il fatto che è stato indicato un nuovo relatore, l’odierna proposta di risoluzione non beneficia invece della presunzione di credibilità. A mio parere, sarebbe un errore per l’integrità e la credibilità della Camera votare questa proposta prima che siano resi noti i risultati delle indagini a seguito dell’avvio della procedura di conciliazione.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0256/2011 (sulla situazione in Costa d’Avorio)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. – (PT) Sono favorevole alla risoluzione perché è necessario porre rapidamente fine alla situazione di crisi in Costa d’Avorio in quanto ha già comportato un gran numero di vittime. La comunità internazionale riconosce la vittoria democratica di Ouattara e ora deve raddoppiare il proprio impegno per aiutarlo ad assumere il potere pacificamente. Trattandosi di una grave situazione che non soltanto mette a repentaglio le scelte elettorali legittimamente operate dal popolo, ma ha anche ripercussioni in termini di violazione dei diritti umani, l’Unione deve agire diplomaticamente avvalendosi di tutti i meccanismi a sua disposizione per contribuire a riportare la situazione alla normalità e, aspetto ancora più importante, evitare ulteriori morti.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore della risoluzione perché negli ultimi quattro mesi la Costa d’Avorio è sprofondata in una grave crisi politica derivante dal rifiuto del Presidente in carica Gbagbo di cedere il potere al legittimo Presidente Ouattara, nonostante il fatto che quest’ultimo abbia vinto le elezioni presidenziali nel novembre 2010 e sia stato riconosciuto vincitore dalla comunità internazionale a seguito della convalida degli esiti elettorali da parte delle Nazioni Unite. Secondo fonti dell’ONU, dal dicembre 2010 in Costa d’Avorio vi sono state centinaia di morti e il numero effettivo di vittime potrebbe essere di gran lunga superiore poiché la violenza perpetrata all’interno del paese non è sempre denunciata dalla stampa. Attacchi vengono intenzionalmente diretti contro le istituzioni e i corpi di pace dell’ONU. Concordo con la necessità di una rapida azione politica internazionale per affrontare la situazione umanitaria in Costa d’Avorio ed evitare una nuova crisi migratoria nella regione. La Commissione e gli Stati membri devono coordinare i propri sforzi con altri donatori internazionali per rispondere alle necessità urgenti della popolazione locale e dei paesi confinanti. Appoggio le sanzioni, tra cui divieto di visto e congelamento dei beni, imposte dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, dall’Unione africana e dal Consiglio dell’Unione europea a tutte le persone e tutti i soggetti che si oppongono alla legittima autorità del Presidente, nonché il fatto che tali sanzioni debbano restare in essere fino al ritorno al potere delle autorità legittime.

 
  
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  Maria da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. – (PT) Condanno fortemente i tentativi compiuti dall’ex Presidente Gbagbo e dai suoi sostenitori di prevaricare con la violenza la volontà del popolo della Costa d’Avorio e vorrei unirmi alla richiesta rivoltagli di cedere immediatamente il potere. È deplorevole che il popolo della Costa d’Avorio abbia dovuto pagare un prezzo così alto per assicurarsi il rispetto della sua volontà democratica espressa alle elezioni presidenziali del novembre 2010. Vorrei manifestare pieno appoggio al Presidente Ouattara, al suo governo e al popolo ivoriano nel loro compito di riconciliazione, ripresa e sviluppo sostenibile, così come vorrei chiedere che si avviino i negoziati per ricreare ordine, pace, stabilità e sicurezza nel paese, impegnato nel difficile compito di promuovere la riunificazione nazionale.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della risoluzione sulla situazione in Costa d’Avorio che condanna i violenti tentativi dell’ex Presidente Gbagbo di usurpare il potere e ribadisce che deve cedere immediatamente il potere al Presidente eletto democraticamente Ouattara in maniera da ristabilire la pace e la democrazia nel paese.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Nonostante la grandiosa visione di Félix Houphouët-Boigny, oggi la Costa d’Avorio è un paese lacerato dal conflitto tra Gbagbo e Ouattara, un conflitto che rischia di proseguire a tempo indeterminato. Il popolo ivoriano ha assistito alle avanzate militari delle rispettive fazioni con preoccupazione e terrore, temendo la compromissione della propria sicurezza e un’ulteriore destabilizzazione del paese. La Costa d’Avorio è un altro esempio del pericolo posto dalle leadership dittatoriali che perdurano lasciando, una volta scomparse, un vuoto istituzionale e una mancata pratica della democrazia e dell’esercizio delle libertà.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) Seguendo l’esempio dato in tutta la sua esistenza, l’Unione europea ha il dovere storico di parlare contro ogni violazione dei diritti umani e promuovere il rispetto del diritto all’autodeterminazione dei popoli sia attraverso la denuncia sia attraverso programmi di sviluppo. Abbiamo recentemente assistito a un’escalation della violenza e di autentici massacri in Costa d’Avorio dove il processo di democratizzazione non è accettato da tutti gli ivoriani. Il Parlamento ha adottato diverse risoluzioni sulla situazione politica nel paese, segnatamente il 16 dicembre 2010. Altre istituzioni comunitarie e internazionali, come il Consiglio di sicurezza dell’ONU e l’Autorità dei capi di Stato della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecomog), hanno condannato la violazione dei diritti umani nel paese a seguito della mancata accettazione degli esiti elettorali, che sono stati confermati ufficialmente dall’ONU, da parte del Presidente uscente Gbagbo, il che ha portato ha un’ondata di violenza nel paese con centinaia di morti e circa un milione di profughi. Concordo pertanto con le misure proposte in questa sede e voto a favore della proposta in quanto credo che il Parlamento debba promuovere una politica estera basata su valori, non unicamente su interessi economici.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Non abbiamo votato a favore della risoluzione e siamo ancora preoccupati dalla situazione di guerra in Costa d’Avorio, dalla paralisi economica del paese e dagli elevati livelli di violenza che stanno colpendo la popolazione, trasformatisi in una crisi umanitaria.

Sappiamo che vi sono perduranti motivi per la grave situazione in cui versa il paese, segnatamente la povertà e le disparità sociali, lascito del precedente colonialismo o dei piani di adeguamento strutturale imposti per anni dal FMI.

Questi ultimi quattro mesi di miseria dopo le elezioni le elezioni hanno dimostrato quanto sia deprecabile che la comunità internazionale, Unione compresa, non abbia sufficientemente fatto uso dei canali diplomatici per una soluzione politica pacifica della crisi. Il ruolo della Francia è particolarmente infelice, poiché ha preferito l’intervento militare all’uso della diplomazia.

Insistiamo pertanto affinché la guerra e la violenza da ogni parte cessino ed esortiamo l’Unione ad agire di conseguenza.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) L’odierna risoluzione è un capolavoro di malafede, visto che con maestria riesce a non parlare mai negativamente del campo di Ouattara, sebbene le Nazioni Unite stiano verificando in loco la portata delle sue atrocità. Eppure, è vero che Ouattara, musulmano di origine non ivoriana formato presso il FMI a Washington, non può che suscitare il vostro sostegno. La risoluzione non fa che elogiare il lavoro dell’UNOCI in Costa d’Avorio, benché le stesse Nazioni Unite siano state costrette a chiedere assistenza alla Francia per salvaguardare la loro missione e, in particolare, garantire la protezione dei cittadini stranieri.

Fine dimostrazione di efficacia e utilità, questo è! Quanto all’attenzione che prestate al fatto di assicurare che il verdetto delle urne sia rispettato, sarebbe meglio prestare la stessa attenzione quando le nazioni europee rifiutano i trattati proposti loro. In realtà, appoggiate soltanto i risultati che vi aggradano. Un siffatto approccio miope e manicheista non può essere avallato, come non può esserlo una risoluzione che è persino peggio informata degli articoli dei quotidiani europei sui quali sembra basarsi.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore del documento perché negli ultimi quattro mesi la Costa d’Avorio è sprofondata in una grave crisi politica derivante dal rifiuto del Presidente in carica Gbagbo di cedere il potere al legittimo Presidente Ouattara, nonostante il fatto che quest’ultimo abbia vinto le elezioni presidenziali nel novembre 2010 e sia stato riconosciuto vincitore dalla comunità internazionale a seguito della convalida degli esiti elettorali da parte delle Nazioni Unite. Tutti gli sforzi diplomatici tesi a elaborare una soluzione pacifica per l’impasse politica post-elettorale, anche quelli dell’Unione africana, della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale e del Presidente del Sudafrica, sono falliti. Da metà febbraio, la lotta si è intensificata sia nella capitale sia nella parte occidentale del paese, con allarmanti denunce di un uso sempre più frequente dell’artiglieria pesante contro i civili. In Costa d’Avorio sono state commesse atrocità, compresi casi di violenza sessuale, scomparse coatte, esecuzioni extragiudiziarie, nonché uso indiscriminato ed eccessivo della forza contro civili, ossia crimini contro l’umanità. Il Parlamento esorta dunque il Presidente Ouattara ad agevolare la pace e la riconciliazione nazionale.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Signora Presidente, onorevoli colleghi, la grave crisi politica e istituzionale che da mesi sta sconvolgendo la Costa d’Avorio ha provocato una serie di violenze che non sembrano trovare fine. Condanno fortemente il tentativo dell’’ex presidente Gbagbo di sovvertire con la violenza un legittimo risultato elettorale, che lo ha visto sconfitto a vantaggio di Alassane Ouattara. La Costa d’Avorio vive oggi, e da qualche mese, una situazione di guerriglia urbana, in cui si assiste alla lotta tra i sostenitori del Presidente uscente e i cittadini. Credo che l’Europa, proprio in contesti come questo, in cui i diritti fondamentali dell’uomo e lo stesso ideale di democrazia vengono messi in serio pericolo, debba far sentire forte la sua voce, nel condannare simili atti e nel manifestare dissenso e indignazione profondi.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. – (EN) Apprezzo la presente risoluzione che esorta tutte le forze politica in Costa d’Avorio a rispettare la volontà del popolo liberamente espressa dai risultati delle elezioni presidenziali del 28 novembre 2010, annunciati dalla CEI e certificati dal rappresentante speciale del Segretariato generale dell’ONU, che hanno riconosciuto Ouattara come Presidente eletto della Costa d’Avorio. La risoluzione chiede a tutte le parti ivoriane in particolare di astenersi da ogni forma di coercizione illegale e abuso dei diritti umani, impedendola e proteggendo i civili.

La risoluzione condanna altresì nei termini più duri possibile, i tentativi dell’ex Presidente Gbagbo e dei suoi sostenitori di prevaricare la volontà del popolo ivoriano fomentando la violenza e minando l’integrità del processo elettorale. Al riguardo, la risoluzione sottolinea che i risultati delle elezioni democratiche vanno pienamente rispettati da tutti i partecipanti, compresi i candidati sconfitti, e ribadisce che il mancato rispetto di tali risultati porrebbe ulteriormente a rischio sia la pace sia la stabilità in Costa d’Avorio.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) Il rispetto della democrazia è un principio inalienabile dell’Unione europea. Dobbiamo dunque condannare con fermezza le vicende verificatesi in Costa d’Avorio. L’uso della violenza contro civili in Costa d’Avorio da parte di Gbagbo dopo aver perso le elezioni è inaccettabile e l’ex Presidente deve rassegnare le dimissioni cedendo immediatamente il potere. I responsabili non possono restare impuniti e dobbiamo fare tutto il possibile per identificarli e perseguirli, ove del caso a livello internazionale, per crimini contro la popolazione civile, ambito nel quale l’Unione potrà fornire tutto il sostegno necessario alle indagini.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Dopo i risultati delle urne in Costa d’Avorio, il Presidente Gbagbo, democraticamente destituito, non era pronto ad accettare tale destituzione. Né i tentativi negoziali né le critiche internazionali hanno dato buon esito, per cui è scoppiata una crisi con casi di conflitto violento. È importante continuare a esercitare pressione a livello internazionale, per esempio condannando gli abusi dei diritti umani e i crimini contro il diritto umanitario con la massima veemenza possibile e imponendo sanzioni.

Gli sforzi per quanto concerne i civili sequestrati, anche cittadini comunitari, sono parimenti importanti. L’odierna risoluzione, tuttavia, guarda soltanto alle atrocità commesse dalle truppe del Presidente sconfitto Gbagbo, non alle accuse mosse contro le truppe del neoeletto Presidente Ouattara. Quando si parla di atti di violenza, non dovrebbe fare alcuna differenza chi li ha perpetrati.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. – (DE) I gravi abusi dei diritti umani e gli atti di violenza commessi dal Presidente sconfitto Gbagbo devono essere condannati dall’Unione con la massima fermezza possibile. Se il diritto umanitario continua a essere violato, sarà necessario imporre sanzioni specifiche. È nondimeno importante che siano puniti i crimini violenti da ambedue i lati, in altre parole anche quelli di cui è stato accusato il neoeletto Presidente Ouattara. Per le vittime di attacchi violenti, poco importa chi abbia ordinato la violenza. Al riguardo, trovo che la risoluzione sia troppo parziale.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. – (PT) Vista la crisi politica, con le gravi conseguenze sociali che il paese sta vivendo, apprezzo l’impegno assunto dall’Unione ed espresso dalla signora Commissario Georgieva per contribuire a risolvere la crisi umanitaria.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Sono favorevole. Unisco la mia voce a quella di coloro che: 1. si rammaricano per il fatto che l’impasse post-elettorale non sia stata risolta pacificamente e gli sforzi diplomatici profusi allo scopo non abbia sortito l’effetto voluto; 2. condannano la tragica perdita di vite umane e beni nella violenza post-elettorale ed esortano Gbagbo e Ouattara a garantire il rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto e 3. chiedono a Ouattara e Gbagbo di assumersi la propria responsabilità per evitare qualsiasi forma di violenza e successiva rappresaglia nel paese dando prova del proprio impegno per una transizione democratica pacifica.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Negli ultimi quattro mesi la Costa d’Avorio è piombata in una profonda crisi politica. Il rifiuto del presidente uscente Laurent Gbagbo di cedere il potere ad Alassane Ouattara, vincitore delle elezioni presidenziali nel novembre 2010, ha scatenato una spirale di violenze in tutto il Paese che non accennano a placarsi. Da metà febbraio i combattimenti si sono intensificati sia nella capitale che nella parte occidentale del Paese, e continuano ad arrivare notizie allarmanti sull’aumento dell’uso dell’artiglieria pesante contro i civili. Finora a niente sono valsi gli sforzi diplomatici della comunità internazionale, nonostante il risultato elettorale sia stato convalidato dalle Nazioni Unite. È giunta l’ora di condannare i tentativi da parte dell’ex presidente Gbagbo e dei suoi sostenitori di sovvertire violentemente la volontà del popolo ivoriano: Laurent Gbagbo deve dimettersi immediatamente e cedere il potere ad Alassane Ouattara, presidente legittimamente eletto.

 
  
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  Michèle Striffler (PPE), per iscritto. – (FR) Da quattro mesi la Costa d’Avorio è sprofondata in una grave crisi politica causata dal rifiuto dell’ex Presidente Gbagbo di cedere il potere al legittimo Presidente Ouattara. Tale situazione sta comportando conseguenze umanitarie particolarmente disastrose. La violenza post-elettorale ha prodotto più di un milione di sfollati e profughi. Per di più, questo afflusso massiccio di profughi potrebbe rialimentare le evidenti tensioni presenti nella regione. È dunque probabile che la crisi prosegua. Benché apprezzi la decisione della Commissione di quintuplicare l’assistenza umanitaria, portando così gli aiuti europei a 30 milioni di euro, è fondamentale che l’Unione si adoperi al meglio per aiutare i gruppi più vulnerabili della popolazione e monitorarne le esigenze in costante evoluzione.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE), per iscritto. – (FR) Mi premeva appoggiare questa risoluzione che condanna chiaramente le atrocità commesse contro la popolazione civile dalle milizie fedeli al Presidente ivoriano uscente Gbagbo. Sarebbe stato meglio porre fine al conflitto con mezzi diplomatici, ma il livello di violenza raggiunto ad Abidjan e l’atteggiamento duro, autodistruttivo del deposto Presidente hanno imposto l’intervento dell’ONU per proteggere i civili e aiutare il Presidente legittimo Ouattara ad assumere il potere. La risoluzione appoggia pertanto l’intervento delle forze francesi sotto il controllo dell’ONU, che contribuisce ad applicare il diritto e il risultato elettorale, nonché a proteggere le vite di civili e cittadini europei. Una volta ristabilito lo Stato di diritto, le autorità ivoriane legittime, con l’appoggio della comunità internazionale, dovranno garantire che il candidato sconfitto alle recenti elezioni presidenziali ivoriane Gbagbo, come tutti i funzionari sospettati di violazioni dei diritti umani, sia processato per le sue azioni. Da ultimo, penso che l’Unione debba continuare a onorare il proprio impegno di fornire sostegno a lungo termine alla Costa d’Avorio per favorire la riconciliazione nazionale e concorrere alla ricostruzione e alla stabilizzazione del paese.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0198/2011 (sulla revisione della politica europea di vicinato – dimensione orientale)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. – (PT) Voto a favore della relazione in quanto si prefigge obiettivi importanti come la liberalizzazione dei visti, accordi di libero scambio, contatti con la società civile e non uso della forza per quanto concerne il coinvolgimento dell’Unione nei confronti, oltre che l’autodeterminazione e l’integrità territoriale.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (LT) Da quanto è stata intrapresa nel 2004, la politica europea di vicinato ha portato a un consolidamento dei rapporti con i paesi partner. Il partenariato orientale è un quadro politico utile per l’approfondimento dei rapporti con i paesi partner sulla base dei principi della responsabilità e della proprietà condivisa. Tra le priorità del partenariato orientale vi sono lo sviluppo della democrazia, il buon governo e la stabilità, l’integrazione economica e la convergenza con le politiche dell’Unione, specialmente per quel che riguarda ambiente, cambiamento climatico e sicurezza energetica. L’attuazione della politica europea di vicinato si scontra con alcuni ostacoli, ragion per cui la sua revisione deve comprendere priorità di azione chiaramente definite, parametri comparativi chiari e una differenziazione basata sulle prestazioni. La politica europea di vicinato deve continuare a basarsi sui principi della democrazia, dello Stato di diritto, nonché del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, e deve sostenere le riforme politiche, sociali ed economiche dei nostri partner più vicini.

 
  
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  Elena Băsescu (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore dell’iniziativa della Commissione e del Consiglio volta a rivedere la politica europea di vicinato – dimensione orientale. Tale politica ha dato i suoi frutti grazie alla sua flessibilità e ora va adeguata alle nuove realtà europee. Proprio per questo deve essere maggiormente adeguata alle specifiche circostanze di ogni paese rientrante nel programma.

Penso che la considerazione più importante debba essere l’impegno dei paesi partner anziché l’ubicazione geografica. Sono però le persone al centro delle riforme attuate in un paese. Gli Stati orientali e meridionali devono avere le stesse opportunità, il che rende necessario riequilibrare la politica di vicinato. Anche gli Stati dell’ex Unione sovietica hanno bisogno di cooperare con l’Unione, sentimento condiviso anche da Biden durante la sua recente visita a Chişinău. Vorrei sottolineare che la Repubblica moldova è la principale riformatrice del partenariato orientale.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore della presente risoluzione perché la revisione della dimensione orientale della politica europea di vicinato comporta obiettivi importanti come i processi democratici, il buon governo e la stabilità, l’integrazione economica, l’ambiente, il cambiamento climatico e la sicurezza energetica. Il Parlamento europeo è del parere che combattere la corruzione, specialmente nel sistema giudiziario e nei corpi di polizia, debba essere una delle massime priorità dell’Unione nello sviluppo dei propri rapporti con i partner orientali. È inoltre necessario intensificare gli sforzi per combattere le reti internazionali della criminalità organizzata e rafforzare la cooperazione giudiziaria e di polizia con le agenzie comunitarie competenti. È molto importante che le organizzazioni della società civile svolgano attivamente il proprio lavoro, soprattutto nel campo dei diritti umani, promuovendo i processi democratici e garantendo la libertà dei mezzi di comunicazione. Vorrei altresì sottolineare l’importanza per lo sviluppo delle democrazie della libertà di espressione e di mezzi di comunicazione liberi e indipendenti, Internet compreso, così come vorrei sottolineare l’importanza dei sindacati e del dialogo sociale nel quadro dello sviluppo democratico dei partner orientali.

 
  
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  Cristian Silviu Buşoi (ALDE), per iscritto. – (RO) Le relazioni della Commissione sulla politica europea di vicinato non descrivono soltanto i vantaggi concreti della politica di buon vicinato, ma anche le sue sfide. La politica europea di vicinato deve essere rivista assumendo un nuovo approccio al mondo in cui l’Unione europea risponde ai progressi compiuti dai paesi vicini in termini di riforme socioeconomiche offrendo loro sostegno finanziario e politico e adeguandola alle specifiche esigenze di ciascun paese.

Il partenariato orientale offre un quadro politico per consolidare le relazioni tra l’Unione e i suoi vicini orientali e proseguire le riforme socioeconomiche nei paesi partner.

I progressi compiuti da ciascun paese devono essere valutati avvalendosi di un’analisi comparativa basata su criteri predefiniti, senza attribuire un fattore alle caratteristiche specifiche di ciascun paese. Una prospettiva europea che includa l’articolo 49 del trattato sull’Unione europea potrebbe costituire una forza trainante per le riforme in tali paesi. Il Parlamento è chiamato a svolgere un ruolo importante sia nella definizione dei criteri di valutazione sia nel consolidamento della libertà e della democrazia nei paesi partner vicini.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. – (PT) Innanzi tutto, vorrei complimentarmi con il collega Siwiec per l’eccellente lavoro svolto e la collaborazione, o meglio la sintesi di idee alla quale siamo giunti, in merito al principio generale della revisione della politica europea di vicina. Oltre a quanto ho già detto in merito alla risoluzione sulla dimensione meridionale, della quale sono stato relatore, vorrei sottolineare la necessità che ambedue le dimensioni di tale politica favoriscano in futuro un approccio dal basso verso l’alto, nonché ribadire che soltanto un maggiore coinvolgimento delle comunità locali e della società civile potrà garantire la massima efficacia nella realizzazione della politica europea di vicinato da parte dell’Unione. Spero inoltre che l’Unione non privilegi la stabilità a breve termine a discapito dei migliori interessi e della costante difesa del pubblico e della sua libertà individuale e collettiva, con particolare riguardo ai diritti delle donne, come ho già dichiarato nel mio intervento. Sebbene mi compiaccia enormemente per i risultati ottenuti in queste due relazioni, mi rammarico per il fatto che Parlamento e Commissione non abbiano sfruttato al meglio tale opportunità, per una volta, per operare una distinzione tra i paesi della dimensione orientale della politica europea di vicinato e quelli che nell’ambito di tale politica potenzialmente diventeranno partner dell’Unione per la dimensione meridionale.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Lo scopo della risoluzione sulla dimensione orientale della politica europea di vicinato è raccomandare che la prossima revisione strategica di tale politica consolidi la differenziazione tra gli Stati basata sui rispettivi impegni e ambizioni, sempre che siano seguiti da reali progressi e passi concreti. Si dovrebbero considerare le specificità di ogni partner, compresi i suoi obiettivi e potenziali. I valori europei fondamentali, tra cui democrazia, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, indipendenza del sistema giudiziario e lotta alla corruzione sono la base su cui si è fondata la politica europea di vicinato, valori che dovrebbero costituire il principale metro di misurazione per valutare il ruolo dei partner orientali. Libertà di stampa e lotta alla corruzione dovrebbero essere prioritarie per l’Unione allorquando costruisce relazioni con tali Stati e ciò dovrebbe rispecchiarsi nel quadro complessivo per lo sviluppo istituzionale.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) Gli obiettivi dell’Unione europea sono molto ampi e si fondano su un’estensione ai paesi vicini per creare un vasto spazio per la libera circolazione di persone e prodotti. In tale contesto, la politica europea di vicinato dell’Unione è chiamata a svolgere un ruolo vitale nella sua strategia per lo sviluppo e la crescita. A tal fine, sono stati adottati diversi strumenti e risoluzioni, in particolare lo strumento europeo di vicinato e partenariato e le scelte cruciali della politica estera e di sicurezza comune. Sono pertanto lieto dell’adozione dell’odierna relazione e delle misure proposte, specialmente il rafforzamento del finanziamento e della cooperazione da parte di vari settori, oltre all’organizzazione di un secondo vertice del partenariato orientale nel secondo semestre del 2011. Vorrei sottolineare la necessità che l’Unione intensifichi il dialogo con le organizzazioni della società civile in tali paesi, incoraggiando il libero scambio e promuovendo la stabilità, incentivando la condivisione di esperienze e la mobilità tra gli Stati membri e in paesi in questione, nonché sostenendo il dialogo multilaterale.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione perché la revisione della dimensione orientale della politica europea di vicinato prevede obiettivi fondamentali come democrazia, Stato di diritto, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, economia di mercato, sviluppo sostenibile e buon governo. La risoluzione sottolinea che la politica europea di vicinato è ancora un quadro di importanza strategica per l’approfondimento e il consolidamento delle relazioni con i nostri partner più vicini al fine di appoggiarne le riforme politiche, sociali ed economiche e ribadisce l’importanza di preservare il principio della proprietà comune nell’elaborazione e nell’attuazione di programmi e azioni. Il partenariato orientale è stato avviato come quadro politico per promuovere la dimensione orientale della politica europea di vicinato, che cerca di approfondire e consolidare le relazioni tra l’Unione e i suoi vicini orientali, promuovendo l’associazionismo politico, l’integrazione economica e l’armonizzazione legislativa, sostenendo nel contempo le riforme politiche e socioeconomiche dei paesi partner. Vorrei sottolineare che le riforme economiche devono andare di pari passo con le riforme politiche, e un buon governo può essere raggiunto soltanto attraverso un processo decisionale aperto e trasparente, basato su istituzioni democratiche. È particolarmente importante promuovere una maggiore cooperazione regionale nello spazio del mar Nero e migliorare le politiche comunitarie per la regione, specialmente avviando una strategia comunitaria per il mar Nero che sia espressamente dedicata alla regione e garantendo che siano disponibili le necessarie risorse umane e finanziarie per una sua attuazione efficace.

 
  
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  Cătălin Sorin Ivan (S&D), per iscritto. – (EN) Ho sempre incoraggiato la dimensione orientale della politica europea di vicinato dell’Unione, e lo si evince chiaramente dalle mie precedenti attività. Avallo la revisione della politica europea di vicinato soprattutto perché è necessario dare un apporto sostanziale per garantire che i diritti umani e i principi politici siano maggiormente integrati nell’analisi della situazione politica dei paesi terzi. Il documento sottolinea gli sviluppi positivi registrati per quanto concerne i diritti umani e la democratizzazione in alcuni paesi partner, come anche alcuni sviluppi negativi in altri, specialmente in Bielorussia. Trovo altresì importante il fatto che il documento presti particolare attenzione alla mobilità di studenti, accademici, ricercatori e imprenditori garantendo che siano disponibili risorse sufficienti e rafforzando i programmi di borse di studio esistenti. Per tutti questi motivi, appoggio la revisione della politica europea di vicinato.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. – (RO) La revisione della politica di vicinato deve proseguire per risolvere i problemi specifici con i quali devono confrontarsi le regioni ubicate lungo i confini dell’Unione europea. Penso che occorra una notevole capacità amministrativa per poter affrontare problemi così diversi. Oltre alle sfide demografiche, al cambiamento climatico, alla competitività economica e alla qualità della vita, le regioni che condividono i propri confini con Stati non membri devono affrontare una serie di conseguenze derivanti da problemi che non si stanno risolvendo in maniera adeguata. Mi riferisco, per esempio, al momento in cui vengono gestite le calamità naturali. Gli interventi in situazioni di emergenza sono estremamente difficili se i paesi limitrofi non hanno la capacità di rispondere e nessuna regione può affrontare da sola a una situazione del genere. Per questo ho proposto che le regioni lungo le frontiere dell’Unione che condividono confini con almeno due Stati non membri vengano considerate regioni “piattaforma” e sostenute di conseguenza. È necessario che la politica di vicinato tenga conto della capacità delle regioni dell’Unione che hanno confini esterni di affrontare problemi molto più complessi. A tal fine, occorre un sostegno finanziario commensurato all’obiettivo.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della risoluzione e incoraggio i paesi della regione a collaborare maggiormente e impegnarsi in un dialogo più approfondito e prolungato, a tutti i livelli corrispondenti, per quanto concerne ambiti quali libertà, sicurezza e giustizia e, in particolare, gestione delle frontiere, migrazione e asilo, lotta alla criminalità organizzata, traffico di esseri umani, immigrazione illegale, terrorismo, riciclaggio di denaro e traffico di stupefacenti, oltre che cooperazione giudiziaria e di polizia. La risoluzione rammenta che le relazioni di buon vicinato sono uno dei prerequisiti più importanti affinché i paesi della politica europea di vicinato possano progredire verso l’adesione all’Unione.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) La nuova politica europea di vicinato che ci è stata promessa è grossomodo la stessa, con qualche sprazzo in più di lucidità democratica. Per quanto concerne la dimensione orientale, vi è un po’ di tutto: zone di libero scambio, sostegno ai progetti Nabucco e AGRI, esternalizzazione della gestione dei flussi migratori. Nulla è cambiato. Ho votato contro. L’Unione non è né uno Stato né una democrazia, eppure si comporta già come una potenza imperialista.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Originariamente, i tre paesi del Caucaso meridionale erano esclusi dalla politica europea di vicinato e sono stati inseriti soltanto nel suo raggio di azione. I piani di azione per approfondire le relazioni bilaterali sono uno strumento importante della politica europea di vicinato, piani che sono mediati singolarmente per ogni paese perché in pratica ogni paese segue la propria via. In particolare, la regione del Caucaso meridionale è caratterizzata da una serie di conflitti la cui risoluzione definitiva viene giudicata in alcuni casi estremamente difficile anche dagli esperti.

In tale contesto, è importante chiarire ripetutamente che la politica di vicinato dell’Unione non porta automaticamente all’adesione (come nel processo di allargamento). Riguarda invece gli aspetti legati alla politica di sicurezza e al miglioramento della stabilità. Ciò non viene espresso adeguatamente nella risoluzione, ragion per cui non ho votato a favore.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. – (DE) La politica europea di vicinato è uno strumento per garantire stabilità e promuovere strutture pacifiche e democratiche, nonché per approfondire i rapporti bilaterali con i paesi che circondano l’Unione. Nei paesi del Caucaso del sud vi è in particolare molto da fare, specialmente in ragione del fatto che la regione è ripetutamente terreno di conflitti. La politica europea di vicinato non è, e non dovrebbe essere, una fase preliminare della politica di allargamento. Penso che questo non sia stato espresso con chiarezza e, pertanto, non posso appoggiare la proposta.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. – (PT) La politica europea di vicinato si è dimostrata uno strumento di politica estera efficace, in grado di promuovere il consolidamento delle relazioni con i paesi terzi, con alcuni vantaggi tangibili. Il fine ultimo di una politica di vicinato efficace è garantire la pace. Il partenariato orientale è un quadro politico importante per approfondire le relazioni con e tra i paesi partner sulla base del principio delle responsabilità e dei doveri condivisi. Ho votato a favore dell’odierna risoluzione perché credo anche che il rafforzamento delle relazioni tra tutti i paesi, come si raccomanda nella risoluzione, richieda un maggiore impegno comune e ulteriori progressi verso un buon governo e standard democratici.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione, che ribadisce l’esigenza di rivedere la politica europea di vicina sulla base del rispetto dei principi e dei valori fondamentali dell’Unione e di un maggiore coinvolgimento della società civile e delle comunità locali, sottolineando peraltro l’importanza della dimensione orientale di tale politica come strumento per consolidare le relazioni dell’Unione con i suoi vicini orientali al fine di sostenerne le riforme politiche, sociali ed economiche e intensificare il suo impegno nei confronti di principi e valori condivisi come democrazia, Stato di diritto, rispetto dei diritti umani e buon governo nel contesto dell’integrazione europea.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Sono favorevole. Unisco la mia voce a quella di quanti accolgono positivamente i progressi nei rapporti tra l’Unione e i paesi limitrofi nell’ambito della politica europea di vicinato e riaffermano i valori, i principi e gli impegni sui quali tale politica è stata costruita, tra cui democrazia, Stato di diritto, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, economia di mercato, sviluppo sostenibile e buon governo, ritengono che la politica europea di vicinato sia ancora un quadro di importanza strategica per l’approfondimento e il consolidamento dei rapporti con i nostri partner più vicini in maniera da sostenerne le riforme politiche, sociali ed economiche e sottolineano l’importanza di preservare il principio della proprietà comune nell’elaborazione e nell’attuazione di programmi e azioni.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − L´art. 8 del Trattato sull’Unione Europea sancisce l´obbligo di sviluppare con i paesi vicini rapporti preferenziali al fine di creare uno spazio di prosperità e di cooperazione. Come dimostrato, la politica europea di vicinato ha contribuito molto al rafforzamento delle relazioni con i paesi partner e ha apportato molti benefici tangibili al benessere comune. Tuttavia, le sfide non sono finite, è opportuno porre l’attenzione sulle priorità d’azione secondo dei parametri più efficaci, in particolare riguardo il partenariato orientale. Il partenariato con i vicini Paesi Orientali costituisce un quadro politico molto interessante per il benessere europeo, la sua piattaforma di azione è incentrata su quattro tematiche: democrazia, buona governance, integrazione economica e convergenza con le politiche europee. Purtroppo, in questo momento i conflitti insorti in questi paesi stanno fortemente minando il loro sviluppo economico, sociale e politico, costituendo un grave ostacolo alla cooperazione e alla sicurezza regionale, come dimostrato nelle recenti rivolte in Tunisia e in Egitto. Auspico una revisione strategica della politica europea di vicinato, secondo i valori dell’Unione contrari ai regimi oppressivi, che sia di aiuto alle legittime aspirazioni democratiche dei popoli orientali.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto. – (PL) Sin dalla sua creazione, la politica europea di vicinato ha prodotto benefici tangibili per tutte le parti coinvolte. Tale politica crea un quadro di cooperazione che riveste un’importanza strategica per sostenere le riforme politiche, sociali ed economiche dei nostri partner più vicini. Il partenariato europeo è incentrato sullo sviluppo della democrazia, del buon governo, della stabilità e dell’integrazione economica, oltre che sull’ottenimento di rapporti più stretti con la politica comunitaria. Dall’introduzione della politica europea di vicinato, si sono compiuti progressi notevoli nel campo dei diritti umani, della democratizzazione della vita pubblica e delle riforme economiche in molti paesi partner. È solo la Bielorussia a partecipare in misura limitata alla cooperazione con l’Unione e un suo maggiore coinvolgimento nella politica europea di vicinato dovrebbe essere subordinata alla sua disponibilità a rispettare i principi fondamentali della democrazia e della libertà.

È necessario prestare attenzione alla lotta alla corruzione, al diritto in materia elettorale e al modo in cui si tengono le elezioni, in maniera che siano conformi agli standard del diritto internazionale. Si dovrebbe altresì manifestare sostegno all’assemblea parlamentare Euronest sottolineandone il ruolo nel consolidamento della democrazia e nello sviluppo della cooperazione con i paesi del partenariato orientale.

 
  
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  Bogusław Sonik (PPE), per iscritto. – (PL) La risoluzione del Parlamento europeo sulla revisione della politica europea di vicinato deve raccogliere le sfide emerse negli ultimi mesi nei paesi nostri vicini, sia della dimensione orientale sia della dimensione meridionale. Tali vicende hanno dimostrato l’inadeguatezza dell’attuale coinvolgimento comunitario nei paesi limitrofi. Il cambiamento paradigmatico proposto dal Parlamento europeo per passare dalla priorità alla stabilità alla priorità alla democratizzazione e ai diritti umani nella politica dell’Unione è indispensabile. Non possiamo più pretendere che lo status quo politico, ossia il mantenimento di regimi autoritari, sia meglio per l’Europa e la sua sicurezza. È giunto il tempo di essere solidali con i nostri vicini.

Nonostante le differenze, la maggior parte dei paesi del vicinato condivide caratteristiche comuni: libertà limitata, laddove vi è libertà, e mancanza di risultati nell’ammodernamento. Lo stanziamento di ulteriori fondi cospicui per costruire un vicinato comunitario stabile pare inevitabile. La politica europea di vicinato deve continuare a fondarsi sul principio della condizionalità e della cooperazione bilaterale e multilaterale estendendosi al perseguimento dell’integrazione istituzionale, della liberalizzazione del regime dei visti, dell’apertura del mercato europeo e del sostegno alla società civile. Vale la pena di ribadire nuovamente la posizione della Polonia, sostenitrice dei successivi allargamenti dell’Unione, che due anni fa ha esortato gli Stati membri, assieme alla Svezia, a consolidare la dimensione orientale della politica europea di vicinato sotto forma di iniziativa di partenariato orientale.

Di fronte agli attuali avvenimenti, il ruolo della Polonia assume una valenza simbolica. La Polonia, che ha un’esperienza storica nella trasformazione del suo sistema politico ed economico, può fungere da valido modello e guida per i paesi orientali e meridionali vicini dell’Unione nell’attuale politica.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. – (PT) La politica europea di vicinato si è dimostrata uno strumento fondamentale della politica esterna dell’Unione promuovendo rapporti più intensi tra i paesi partner e producendo benefici per ambedue le parti. Le modifiche risultate dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona intendono conferire maggiore coerenza, efficienza e legittimità alla dimensione esterna dell’Unione. È tuttavia fondamentale analizzare e sottolineare gli errori del passato. La revisione della politica europea di vicinato e del partenariato orientale dovrebbe indicare le priorità di ogni specifica azione per ciascun partner, unitamente a parametri comparativi e indicatori per operare una distinzione sulla base delle prestazioni e dei risultati conseguiti. Un approccio dal basso verso l’alto con il sostegno alla società civile e ai processi di democratizzazione è un prerequisito per la sostenibilità a lungo termine e la crescita.

Per affrontare i problemi socioeconomici della regione è necessaria una notevole attenzione per la formazione, l’istruzione, la ricerca e la mobilità. Da ultimo, vorrei sottolineare il sostegno che l’Unione ha dato alla società civile bielorussa nel rafforzamento delle riforme democratiche e sociali per consentirne la partecipazione alla politica europea di vicinato e ad altre politiche settoriali.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0199/2011 (sulla revisione della politica europea di vicinato – dimensione meridionale)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. – (PT) Sono favorevole alle dichiarazioni in cui si afferma l’impegno a tener conto dei nuovi sviluppi, degli errori passati e del sostegno alla trasformazione democratica, nonché delle riforme economiche e sociali in atto nella regione, della lotta alla corruzione e della promozione dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Aspetto ancora più importante, si dovrebbe sviluppare una dimensione multilaterale e creare sinergie tra la dimensione bilaterale e quella multilaterale del partenariato, compreso il rilancio dell’Unione per il Mediterraneo e il rafforzamento del ruolo dei sindacati presso la popolazione civile. È altresì importante sottolineare la necessità di incrementare i fondi stanziati per questa politica e farne un uso migliore.

 
  
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  Dominique Baudis (PPE), per iscritto. – (FR) Dobbiamo ripensare la nostra politica per il Mediterraneo meridionale. La politica europea di vicinato era chiamata a promuovere i valori della democrazia e dei diritti umani. Eppure, gli eventi che hanno caratterizzato il Mediterraneo meridionale dall’inizio dell’anno dimostrano che tale obiettivo non è stato conseguito. Come si è detto, la cooperazione in ambiti quali istruzione e ammodernamento dell’economia è stata fruttuosa. Lo stesso non si può dire del buon governo, della riforma del sistema giudiziario e della democrazia, che sono nondimeno obiettivi fondamentali della politica europea di vicinato. L’odierno testo ha il merito di proporre soluzioni per ripensare radicalmente tale politica. Spero che Commissione e Consiglio siano in grado di trarne ispirazione.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. – (PT) Oggi, nella discussione plenaria a Strasburgo, sono state apportate modifiche strategiche alla politica europea di vicinato. Così si è dimostrato che l’Europa può essere proattiva se vuole esserlo e può restare unita attorno a un ideale. Adesso ne abbiamo dato nuovamente prova. Sono lieto di vederlo in una risoluzione della quale ho avuto l’onore di essere relatore. Sono stato peraltro lieto di riscontrare che il Commissario Füle ha accolto quasi tutte le nostre proposte come l’intera Camera ha potuto osservare durante la discussione che ha preceduto questo voto. Ora sfido la Commissione a dimostrare l’ambizione che questo momento richiede nel suo processo di revisione del 10 maggio con una politica di vicinato che sia tagliata su misura per ogni Stato, con chiari parametri di riferimento e debita considerazione. Questo permetterà di creare un futuro spazio economico mediterraneo con le nuove democrazie del sud, e spero che il buon clima e la cooperazione che hanno contrassegnato il lavoro su tale tema portino a un coinvolgimento permanente del Parlamento nella pianificazione e nella valutazione di tale politica. Ritengo assolutamente fondamentale che l’Unione privilegi un approccio dal basso verso l’alto nel futuro della sua politica di vicinato per i motivi illustrati nella risoluzione.

 
  
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  Diane Dodds (NI), per iscritto. – (EN) Ho votato contro la proposta. Sebbene sia essenziale cercare di incoraggiare la pace e la democrazia nel Mediterraneo, è assolutamente chiaro che la strategia sottesa alla politica di vicinato sinora ha fallito. Tale politica costa ai contribuenti della regione un miliardo e mezzo di euro all’anno. Eppure, ha manifestamente fallito. Stiamo assistendo a una crisi di profughi nell’area e molti regimi stanno vessando il loro stesso popolo. Per me non vi è dubbio quanto al fatto che presto ci verrà chiesto di approvare ulteriori fondi. Senza obiettivi chiari e un programma di lavoro, questa politica abborracciata continuerà a incidere sui più vulnerabili della regione. Parimenti chiaro è che l’Alto rappresentante non ha saputo coordinare una risposta alla perdurante situazione umanitaria e alla mancanza di sicurezza.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) I recenti avvenimenti nella regione del Mediterraneo meridionale, iniziati in Tunisia nel dicembre 2010, hanno creato nuova urgenza nella revisione della politica europea di vicinato. Il Parlamento dovrebbe monitorare i processi di transizione democratica nei paesi del Mediterraneo meridionale e, unitamente alle altre istituzioni europee, sostenere tale transizione nella maniera più rapida e pacifica possibile, fornendo un importante sostegno attraverso gli strumenti a sua disposizione, volto a promuovere le riforme politiche, economiche e sociali. Il rafforzamento della democrazia, dello Stato di diritto, del buon governo, della lotta alla corruzione e del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali sono elementi essenziali del dialogo politico tra l’Unione e i suoi vicini meridionali. Viste le circostanze, l’Unione per il Mediterraneo merita di essere rilanciata e rafforzata alla luce della dimensione meridionale della politica europea di vicinato.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) Mi compiaccio per la qualità dell’odierna risoluzione e la sua adozione e vorrei complimentarmi con il collega David. Gli obiettivi dell’Unione europea sono molto ampi e si fondano su un’estensione ai paesi vicini per creare un vasto spazio per la libera circolazione di persone e prodotti. In tale contesto, la politica europea di vicinato dell’Unione è chiamata a svolgere un ruolo vitale nella sua strategia per lo sviluppo e la crescita. A tal fine, sono stati adottati diversi strumenti e risoluzioni, in particolare lo strumento europeo di vicinato e partenariato e le scelte cruciali della politica estera e di sicurezza comune. Ora, tuttavia, la revisione della politica europea di vicinato assume maggiore importanza nel quadro delle vicende del Mediterraneo orientale e meridionale. L’Unione dovrebbe trarre insegnamenti dagli eventi che hanno caratterizzato il sud, specialmente Tunisia ed Egitto, e rivedere la propria politica di sostegno alla democrazia e ai diritti umani in modo da creare un meccanismo di attuazione delle clausole in materia di diritti umani contenute in tutti gli accordi con paesi terzi. La revisione della politica europea di vicinato dovrebbe dare la priorità ai criteri riguardanti l’indipendenza del sistema giudiziario, il rispetto delle libertà fondamentali, il pluralismo e la libertà di stampa, nonché la lotta alla corruzione.

 
  
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  Elisabetta Gardini (PPE), per iscritto. − Signora Presidente, onorevoli colleghi, alla luce dei recenti avvenimenti nel bacino del Mediterraneo e delle conseguenze dirette e indirette sui Paesi europei, è necessario procedere a una rapida e profonda revisione della politica di vicinato dell’Unione europea. La nuova strategia europea dovrà basarsi su una ridefinizione delle risorse a disposizione per il Mediterraneo, prevedendo un incremento degli impegni di natura finanziaria a favore delle riforme politiche, economiche e sociali nei Paesi della regione e sollecitando le risorse relative all’immigrazione. Inoltre, di fronte alle trasformazioni radicali che interessano i nostri Vicini meridionali, penso che sia giunto il momento di adottare un nuovo approccio europeo che punti non solo alla difesa della democrazia ma anche all’adozione di misure concrete per attenuare le pressioni migratorie e garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico. È prioritario in tale contesto che si pongano quanto prima le basi per una nuova e rafforzata partnership con gli Stati del Vicinato meridionale al fine di favorire la stabilità, lo sviluppo economico e la transizione democratica dell’area. A tal fine ritengo che sia necessario che l’Unione Europea ricopra un ruolo chiave nel contesto geopolitico della regione.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore del documento perché sottolinea l’importanza di istituire una task force, coinvolgendo il Parlamento, in risposta alle richieste di monitoraggio dei processi di transizione alla democrazia formulate in particolare dagli attori del cambiamento democratico per quanto concerne elezioni libere e democrazie e potenziamento delle istituzioni, compreso un sistema giudiziario indipendente. Il testo esorta inoltre l’Unione a sostenere con vigore il processo di riforma politica ed economica nella regione avvalendosi di tutti gli strumenti esistenti nel quadro del Partenariato orientale e, laddove necessario, adottandone di nuovi per assistere nel modo più efficace possibile il processo di transizione democratica, con particolare riguardo al rispetto dei diritti fondamentali, al buon governo, all’indipendenza del sistema giudiziario e alla lotta alla corruzione, rispondendo così alle esigenze e alle aspettative dei popoli dei paesi meridionali nostri vicini. Dobbiamo fare in modo di fornire un’assistenza più mirata che si rivolga in particolare alla società civile e alle comunità locali, rispettando l’approccio dal basso verso l’alto. Qualunque aumento dei fondi stanziati dovrebbe tuttavia basarsi su una valutazione accurata delle esigenze ed essere coerente con un miglioramento dell’efficacia dei programmi attuali, che dovrebbero essere personalizzati e orientati verso priorità stabilite secondo i requisiti di ciascun paese beneficiario.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione che rammenta, alla luce delle attuali vicende che interessano il Mediterraneo meridionale, specialmente Tunisia ed Egitto, il fallimento della politica europea di vicinato nel promuovere e salvaguardare i diritti umani nei paesi terzi, esorta l’Unione a trarre insegnamenti da detti eventi e rivedere la propria politica di sostegno alla democrazia e ai diritti umani in modo da creare un meccanismo di attuazione delle clausole in materia di diritti umani contenute in tutti gli accordi con paesi terzi, insiste affinché la revisione della politica europea di vicinato stabilisca la priorità dei criteri relativi all’indipendenza del sistema giudiziario, al rispetto delle libertà fondamentali, al pluralismo e alla libertà di stampa, nonché alla lotta alla corruzione, e chiede un migliore coordinamento con le altre politiche dell’Unione nei confronti di tali paesi.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) La nuova politica europea di vicinato che ci è stata promessa è grossomodo la stessa, con l’aggiunta di qualche considerazione democratica necessaria. Per il resto, gli accordi negoziati con le dittature sono destinati a sopravvivere: zone di libero scambio, esternalizzazione della gestione dei flussi migratori, sicurezza energetica dell’Unione. Vi è un po’ di tutto. L’Unione non avrebbe potuto preoccuparsi meno delle democrazie nascenti. Ho votato contro.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Da alcuni anni l’Unione incentra la propria politica di vicinato sulla liberalizzazione economica sperando che ciò comporterà effetti collaterali politici positivi. Il dinamismo delle riforme economiche è da tempo minato dai regimi autoritari attraverso una maggiore repressione di Stato. È opinabile, alla luce dell’escalation degli avvenimenti in Libia, che la politica europea di vicinato possa realmente contribuire a una maggiore stabilità.

Nei paesi del Maghreb pare che le speranze del processo di Barcellona possano essere in parte soddisfatte, sebbene con effetti collaterali che l’Unione non aveva previsto e ai quali non era preparata, anche se sono comunemente associati ai processi di trasformazione. Il processo di Barcellona in sé è positivo, elemento del quale ho tenuto anche conto esprimendo il mio voto.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. – (PT) La politica europea di vicinato si è dimostrata uno strumento di politica estera efficace. Attraverso le delegazioni interparlamentari e l’assemblea parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo, l’Unione dovrebbe assumersi la sua responsabilità di promuovere l’idea che la stabilità e la prosperità dell’Europa sono strettamente correlate al buon governo democratico e al progresso economico e sociale dei paesi meridionali suoi vicini, oltre che promuovere il dibattito politico, una vera libertà, riforme democratiche e Stato di diritto nei paesi partner vicini. Per questi motivi, espressi nella risoluzione, ho votato a favore.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. – (PT) Le recenti proteste in diversi paesi meridionali vicini dell’Unione, specialmente Tunisia, Egitto e Libia, hanno chiaramente dimostrato la necessità che l’Unione modifichi la propria politica di vicinato dotandola di strumenti più ambiziosi ed efficaci che le consentano di incoraggiare e sostenere le riforme politiche, economiche e sociali che vengono richieste. È dunque fondamentale che la revisione della politica europea di vicinato rispecchi tali sviluppi e permetta di dare una risposta adeguata alle sfide che comportano ponendo l’accento sulla difesa senza compromessi dei valori democratici e dei diritti e delle libertà fondamentali, con un impegno per un maggiore coinvolgimento della società civile e delle comunità locali. Il relatore, onorevole David, lo esprime perfettamente nella sua relazione e vorrei complimentarmi con lui per l’eccellente lavoro.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Sono favorevole. Il Parlamento europeo ribadisce i valori, i principi e gli impegni sui quali è stata costruita la politica europea di vicinato, che comprendono democrazia, Stato di diritto, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, rispetto dei diritti delle donne, buon governo, economia di mercato e sviluppo sostenibile, e ribadisce che la politica europea di vicinato deve diventare un quadro valido per l’approfondimento e il rafforzamento dei rapporti con i nostri partner più vicini in maniera da incoraggiarne e sostenerne le riforme politiche, sociali ed economiche, che sono volte a instaurare e consolidare democrazia, progresso e opportunità economiche e sociali per tutti, ribadisce l’importanza di preservare i principi della responsabilità condivisa e della comproprietà dell’elaborazione e dell’attuazione dei programmi della politica europea di vicinato, ritiene che dal suo avvio, nel 2004, la politica europea di vicinato, come quadro politico unico e attraverso la sua differenziazione basata sulle prestazioni e la sua assistenza su misura, abbia prodotto benefici tangibili sia per i partner della politica sia per l’Unione.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − L´art. 8 del Trattato sull’Unione Europea sancisce l´obbligo di sviluppare con i paesi vicini rapporti preferenziali al fine di creare uno spazio di prosperità e di cooperazione. Il rispetto e la promozione della democrazia e dei diritti umani, in particolare quelli della donna, sono principi fondamentali dell’UE e devono rappresentare valori comuni condivisi con i paesi partner della politica europea di vicinato. Attualmente la rivolta civile in Tunisia, in Egitto e in Libia è la conseguenza del generale malcontento della popolazione verso i propri regimi totalitari, e si sta estendendo nell´intera regione orientale. Dinanzi a questa mutata situazione sociale e politica è necessario che l’UE apporti efficaci modifiche alla politica di vicinato al fine di sostenere efficacemente il processo di riforma in materia di diritti umani e di democrazia. Occorre che l’UE definisca in maniera dettagliata le priorità strategiche perseguite nei partenariati con i vicini orientali e meridionali. Auspico un´azione dell’Unione sorretta dalla volontà di avviare un processo di democratizzazione, in particolare per quanto concerne una maggiore partecipazione delle donne alla vita pubblica e una migliore programmazione degli sviluppi socioeconomici.

 
  
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  Tokia Saïfi (PPE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione perché gli attuali avvenimenti dovrebbero incoraggiarci a riformare la politica di vicinato, non semplicemente riorientarla. In termini economici, commerciali e politici, il rispetto dei diritti e delle libertà dovrebbe essere nel contempo condizione e obiettivo della nostra cooperazione. L’assistenza finanziaria che l’Unione eroga a tal fine dovrebbe essere notevolmente incrementata e rispondere alle stesse condizioni e ai medesimi obiettivi. Dovremmo altresì rilanciare l’Unione per il Mediterraneo su una base morale in termini di requisiti e su una base pratica in termini di risultati. È necessario che la nostra cooperazione non si limiti più agli scambi con le autorità di governo: per l’Unione europea dovrebbe essere prioritario parlare ai vari membri della società civile e incoraggiare la nascita e l’organizzazione del pluralismo politico nella regione. Incoraggiando l’introduzione di alternanze di potere legittime e organizzate, non ci troveremmo di fronte al dilemma di dover scegliere tra il caos e il sostegno incondizionato ai governi nel nome della stabilità. Inoltre, basando questa volta la nostra cooperazione su valori, le conferiremmo la legittimazione popolare e la continuità necessaria per raccogliere le sfide storiche della regione.

 
  
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  Vilja Savisaar-Toomast (ALDE), per iscritto. – (ET) Nel voto odierno ho appoggiato la risoluzione riguardante la revisione della politica europea di vicinato rispetto alla dimensione orientale e meridionale. Tali risoluzioni sono particolarmente importanti visto il recente corso degli eventi nella regione meridionale. Dobbiamo in particolare tener conto delle forti domande formulate dal pubblico in diversi paesi meridionali vicini dell’Unione affinché si rovescino le dittature e si persegua la democrazia. La revisione strategica della politica europea di vicinato deve tener pienamente conto di tali avvenimenti e riflettere su di essi.

Ambedue le risoluzioni, riguardanti la dimensione meridionale e orientale, sono importanti per una cooperazione reciprocamente fruttuosa tra l’Unione e i suoi vari paesi vicini al fine di garantire i necessari sviluppi in tema di democrazia, diritti umani, ma anche economia e sicurezza. La stabilità e il benessere dell’Europa sono strettamente legati al successo conseguito dai vicini meridionali della politica europea di vicinato nell’instaurazione di un governo democratico, come anche al loro successo economico e sociale, ed è dunque importante sostenere i principi del dibattito politico, delle piene libertà, delle riforme democratiche e dello Stato di diritto nei paesi partner della politica di vicinato. Grazie.

 
  
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  Marie-Thérèse Sanchez-Schmid (PPE), per iscritto. – (FR) I sollevamenti in Tunisia, Egitto e Libia sono stati una tale sorpresa per l’Europa che tutti concordano sulla necessità di rivedere i termini della sua cooperazione con i paesi del Mediterraneo. In tema di sostegno a lungo termine alla transizione democratica, allo sviluppo economico e all’integrazione regionale dei nostri vicini meridionali, ci si offrono già diverse alternative. L’Unione dispone di due strumenti: l’Unione per il Mediterraneo e lo strumento europeo di vicinato e partenariato. Ambedue hanno dato prova dei loro punti deboli, ma un vero impegno politico potrebbe rettificare gli errori. Sostengo pertanto l’odierna risoluzioni, che fornisce un quadro chiaro e obiettivi specifici per la prossima politica europea di vicinato. Vorrei tuttavia richiamare l’attenzione dei colleghi sulla dimensione transfrontaliera di tale politica. Rappresentando come fa solo il 5 per cento del bilancio totale dello strumento europeo di vicinato e partenariato, viene sottostimata dal governo centrale e la sua programmazione accusa allarmanti ritardi. Tale dimensione può però fungere da catalizzatore per molte iniziative strutturali di cooperazione nel Mediterraneo. Istituire un vero partenariato UE-Mediterraneo significa non soltanto tenere maggiormente conto delle aspirazioni dei popoli, ma anche investire tangibilmente in progetti concreti.

 
  
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  Joanna Senyszyn (S&D), per iscritto. – (PL) Ho appoggiato la risoluzione sulla revisione della politica europea di vicinato – dimensione meridionale. Dal punto di vista di un membro della commissione per i diritti della donna, vorrei richiamare in particolare l’attenzione sull’importanza delle politiche per la parità di genere come elemento inscindibile dei diritti umani, che è anche un principio fondamentale dell’Unione europea. I diritti della donna devono essere una voce prioritaria nei negoziati con i paesi della politica europea di vicinato.

Secondo l’odierna risoluzione, i diritti della donna dovrebbero essere inseriti nelle revisioni delle norme codificate (diritto costituzionale, diritto penale, diritto di famiglia e tutti i testi di diritto civile), oltre a essere inclusi nel dialogo sui diritti umani condotto con i paesi partner della politica europea di vicinato. Dovremmo inoltre concentrarci su misure che approfondiscano l’integrazione sociale delle donne. Abbiamo bisogno di programmi che promuovano l’istruzione delle donne e dobbiamo promuoverne l’occupazione e rafforzarne la partecipazione alla vita pubblica. Gli effetti delle misure per migliorare la parità di genere nei paesi della politica europea di vicinato dovrebbero essere continuamente monitorati e supervisionati. Gli insuccessi in tale ambito andrebbero categoricamente condannati e persino puniti.

Opto per il non rafforzamento delle relazioni dell’Unione con i paesi terzi che non incorporano adeguatamente le donne nelle loro politiche e istituzioni in ambiti legati all’organizzazione della società civile (in particolare, organizzazioni per i diritti umani e organizzazioni femminili).

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione, che riveste un’importanza notevole, visti gli ultimi avvenimenti nei paesi meridionali vicini dell’Unione. È fondamentale che la politica rinnovata sostenga la democratizzazione e vere riforme nei paesi interessati.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. – (PT) Le vicende in Africa settentrionale e Medio Oriente sono indicative dell’inefficacia della politica europea di vicinato, ma anche delle nuove sfide che l’Unione è chiamata a raccogliere in quanto attore regionale. La creazione di uno spazio di prosperità e buon vicinato sulla base dei valori dell’Unione dovrebbe continuare a essere la base delle relazioni con i paesi partner della politica europea di vicinato, nello specifico con i paesi del Mediterraneo. In primo luogo, ritengo essenziale rivedere i programmi indicativi per il 2011-2013 tenuto conto delle esigenze più urgenti e, nel contempo, rendendo più flessibili gli strumenti finanziari, in particolare lo strumento europeo di vicinato e partenariato e l’iniziativa europea per la democrazia e i diritti umani, al fine di offrire sostegno diretto alle organizzazioni della società civile.

Vorrei inoltre esortare a rafforzare l’Unione per il Mediterraneo, sia in termini di fondi sia in termini di impegno degli Stati membri, in quanto forum privilegiato per lo scambio di migliori prassi, ambito nel quale si potrebbe istituire una politica per il Mediterraneo chiara, basata su una politica di partenariato, nonché sul principio della “proprietà” e della condizionalità. Da ultimo, ritengo che occorra urgentemente trovare soluzioni per porre fine alla guerra in Libia e predisporre un pacchetto di misure per la ricostruzione del paese dopo la fine del conflitto.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE), per iscritto. – (FR) Apprezzo l’adozione dell’odierna risoluzione del nostro Palamento, una risoluzione che fa il bilancio del partenariato euro-mediterraneo decidendone il futuro orientamento. Il mio impegno per un ravvicinamento tra le due rive del Mediterraneo mi ha indotto a formulare una serie di proposte che, e me ne compiaccio, sono state approvate dai colleghi. In particolare, ho sottolineato la necessità di rivedere la politica europea di vicinato alla luce degli avvenimenti che stanno caratterizzando il mondo arabo intensificando il dialogo con la società civile, incoraggiando lo scambio di buone prassi, garantendo il rispetto dei diritti umani nei nostri accordi di associazione e sostenendo il processo di transizione democratica in tali paesi. La politica europea di vicinato ci offre una straordinaria opportunità di promuovere i nostri valori e rafforzare le nostre relazioni con i paesi alle porte dell’Europa. Per questo spero che il nostro partenariato con i nostri vicini del Mediterraneo meridionale diventi una priorità della nostra politica estera. Sarò vigile nel garantire che si lavori in condizioni di parità e si stanzino risorse adeguate per il conseguimento del nostro obiettivo di rendere la regione del Mediterraneo uno spazio di pace, prosperità e cooperazione.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0244/2011 (sull’uso della violenza sessuale nei conflitti in Africa settentrionale e in Medio Oriente)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. – (PT) Sono favorevole all’odierna risoluzione perché rispetta i diritti civili più fondamentali, specialmente quelli riguardanti la libertà di espressione. Questo tipo di comportamento dovrebbe avere conseguenze sui rapporti tra l’Unione e gli Stati autori di tali attacchi alla libertà. Senza esercitare una forte pressione politica su tali paesi, sarà difficile instaurare la pace. L’Unione europea dovrebbe essere sempre all’avanguardia della lotta contro questo genere di attacchi e restare vigile rispetto ai futuri sviluppi nella regione.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione sull’uso della violenza sessuale nei conflitti in Africa settentrionale e in Medio Oriente. Le donne che hanno partecipato attivamente ai sollevamenti per più democrazia, più diritti e più libertà in Africa settentrionale e Medio Oriente meritano il nostro rispetto e sostegno. L’Unione europea non può tacere quando queste coraggiose combattenti per la democrazia e la libertà sono trattate crudelmente. Esortiamo pertanto Commissione e governi degli Stati membri a opporsi con fermezza all’uso delle aggressioni sessuali e dell’intimidazione nei confronti delle donne in Libia ed Egitto perché i regimi in carica in questi paesi sono ricorsi alla violenza sessuale contro le donne come arma nei conflitti scoppiati durante le rivoluzioni. Le autorità egiziane devono intraprendere urgentemente passi per porre fine alla tortura, indagare su tutti i casi di abusi contro dimostranti pacifici e smettere di perseguire i civili dinanzi a tribunali militari. Credo fermamente che i cambiamenti in atto in Africa settentrionale e Medio Oriente debbano contribuire a porre termine alla discriminazione nei confronti delle donne promovendone la piena partecipazione alla società in condizioni di parità con gli uomini.

 
  
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  Roberta Angelilli (PPE), per iscritto. − Le violenze perpetrate sulle donne e sui minori in queste ultime settimane, durante i conflitti scoppiati nel Nord Africa, non ci sorprendono, perché purtroppo la donna è diventata sempre di più nei conflitti armati un bersaglio da umiliare, torturare, possedere e controllare con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo mirato.

Ma non solo, nessuno ha il diritto di violare la dignità delle donne solo perché hanno il coraggio di rivendicare il diritto a esprimere il loro pensiero, partecipando attivamente alla costruzione di un mondo democratico e pacifico e rivendicando soprattutto il diritto alla parità di genere. Infliggere trattamenti inumani e degradanti, come le scariche elettriche, i "test di verginità", le violenze fisiche e psicologiche, lo stupro e la schiavitù sono pratiche inaccettabili alle quali bisogna dire basta.

È giusto che, per quanto riguarda i fatti accaduti in questi paesi del Nord Africa, come per qualunque altro conflitto al mondo, vengano puniti i responsabili di queste gravi violenze, perché non si tratta solo di civili ma, fatto ancora più riprovevole, di militari. Spero veramente che l’UE riesca a far pressione affinché questi paesi possano ratificare in tempi brevi una serie di strumenti giuridici internazionali, tra i quali lo Statuto della CPI e la Convenzione relativa allo status dei rifugiati del 1951.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione perché vi è la necessità urgente di fermare l’uso della violenza e degli abusi sessuali nei confronti delle donne. La Commissione europea e gli Stati membri dovrebbero condannare con fermezza l’abuso sessuale, l’intimidazione, la tortura e la violenza contro le donne in Libia ed Egitto. Dobbiamo esortare il Consiglio militare supremo egiziano ad adottare misure immediate per porre fine a questi crimini violenti nei confronti delle donne, garantendo che tutte le forze armate e di sicurezza siano chiaramente istruite quanto al fatto che crimini e torture non possono essere tollerati e saranno debitamente indagati affinché gli autori siano chiamati a risponderne. Inoltre, tutti dovrebbero poter esprimere il proprio punto di vista sul futuro democratico del proprio paese senza essere detenuti, torturati o sottoposti a trattamenti degradanti e discriminatori.

 
  
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  Maria da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. – (PT) Le donne hanno avuto un ruolo fondamentale nei sollevamenti per chiedere più democrazia, più diritti e più libertà in Africa settentrionale e Medio Oriente. Purtroppo, i regimi di Libia ed Egitto ricorrono alla violenza come forma di intimidazione per degradare le donne rendendole più vulnerabili. Condanno fortemente gli atti commessi dall’esercito egiziano contro le donne manifestanti arrestate in piazza Tahrir. È urgentemente necessario compiere passi immediati per porre fine a questo trattamento degradante e assicurare che tutte le forze armate e di sicurezza siano chiaramente istruite quanto al fatto che tortura e altre forme di maltrattamento saranno oggetto di approfondite indagini. Spetta alle autorità egiziane adottare provvedimenti urgenti per porre termine alle torture, indagare tutti i casi di abusi ai danni di manifestanti pacifici e porre fine ai processi di civili dinanzi a tribunali militari. Esorto Commissione e governi degli Stati membri a opporsi veementemente all’uso di aggressioni sessuali, atti di intimidazione e soprusi nei confronti delle donne in Libia ed Egitto.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione perché condanna con fermezza i regimi libico ed egiziano per essere ricorsi ad aggressioni sessuali durante il conflitto scoppiato nel contesto delle attuali rivoluzioni. Le donne hanno svolto un ruolo determinante in tali sollevamenti combattendo e rischiando la propria vita per la democrazia, i diritti e le libertà. È fondamentale garantire che i cambiamenti in atto in Africa settentrionale e Medio Oriente contribuiscano a porre fine alla discriminazione nei confronti delle donne e alla loro piena partecipazione alla società in condizioni di parità con gli uomini.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Purtroppo, siamo tutti consapevoli del fatto che i periodi di sommosse e i conflitti armati esacerbano le situazioni di violenza nei confronti di donne e bambini portando a un’escalation dei casi di abusi sessuali. Tale pratica è assolutamente deplorevole al pari dell’uso della tortura, dello stupro di massa dei “test di verginità”, delle minacce e degli abusi, siano essi fisici o psicologici, nei confronti delle donne come forma di intimidazione, sopruso o limitazione dei loro diritti alla partecipazione politica, ossia quanto sta accadendo in Egitto e Libia. L’Unione europea e il Parlamento in particolare dovrebbero essere un bastione a difesa dei diritti fondamentali e della dignità umana, denunciando in maniera chiara e inequivocabile tutte le violazioni di tali valori. Condanno con fermezza il ricorso alla violenza nei confronti di donne e bambini nei recenti conflitti in Medio Oriente e Africa settentrionale e vorrei chiedere che vengano adottati i provvedimenti più appropriati per tutelarne i diritti più fondamentali e la dignità.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) La lotta contro la violazione dei diritti umani è il principale obiettivo dell’Unione e delle sue istituzioni. Alla luce di ciò, l’uso della violenza sessuale in qualsiasi conflitto ha portato alla ripulsa e alla condanna più ferma da parte di tali organizzazioni. Il Parlamento ha infatti adottato molte risoluzioni di denuncia della violenza nei confronti delle donne. La proposta di risoluzione comune è incentrata su tale violenza, in particolare sessuale, perpetrata nei confronti delle donne in Africa settentrionale e Medio Oriente. Le denunce di violenza nel quadro della guerra e della repressione che ci sono giunte sono estremamente raccapriccianti e hanno causato grande disgusto e indignazione. Gli autori di tale comportamento non possono restare impuniti, anche se sono protetti da dittatori o se si adduce a pretesto la mentalità arretrata. Voto pertanto a favore dell’odierna risoluzione, che condanna qualunque tipo di violenza nei confronti delle donne della regione, chiede che gli autori siano pesantemente sanzionati e afferma la priorità del sostegno dell’Unione al processo di emancipazione delle donne, specialmente quelle che hanno avuto il coraggio di partecipare alla cosiddetta Primavera araba, incoraggiandone la piena partecipazione alla vita civica nei paesi in cui vivono.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Nella discussione svoltasi oggi sul ricorso alla violenza sessuale nei conflitti in Africa settentrionale e Medio Oriente, la Commissione si è impegnata a chiedere fermamente che si ponga fine alla violenza sessuale e alla schiavitù, riconosciute come crimini contro l’umanità e crimini di guerra secondo la convenzione di Ginevra.

Come si asserisce nel progetto di risoluzione da noi presentato, è fondamentale insistere su un’azione diplomatica effettiva che si opponga veementemente all’uso di aggressioni sessuali, intimidazioni e soprusi nei confronti delle donne in Africa settentrionale e Medio Oriente come in qualunque altro luogo.

Vorremmo altresì ribadire l’importanza di riconoscere il ruolo delle donne nelle rivoluzioni e sottolineare la necessità di garantire i diritti delle donne, compresa la loro partecipazione alle nuove strutture democratiche, legali, economiche e politiche dei rispettivi paesi, ponendo fine alla discriminazione di cui da secoli sono vittime.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione sull’uso della violenza sessuale nei conflitti in Africa settentrionale e in Medio Oriente. La risoluzione esorta la Commissione e gli Stati membri a opporsi fortemente al ricorso ad aggressioni sessuali, intimidazioni e soprusi nei confronti delle donne in Libia ed Egitto. Penso che tutti dovrebbero poter esprimere il proprio punto di vista sul futuro democratico del proprio paese senza essere detenuti, torturati o sottoposti a trattamenti degradanti e discriminatori. Il ruolo delle donne nelle rivoluzioni e nei processi di democratizzazione dovrebbe essere riconosciuto sottolineando le specifiche minacce con cui devono confrontarsi e la necessità di difenderne i diritti.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. – (EN) Ho appoggiato l’odierna risoluzione che esorta Commissione e governi degli Stati membri a opporsi con fermezza al ricorso ad aggressioni sessuali, intimidazioni e soprusi nei confronti delle donne in Libia ed Egitto e condanna con fermezza i “test di verginità” coatti inflitti dall’esercito egiziano alle donne manifestanti arrestate in piazza Tahrir ritenendo tale pratica inaccettabile poiché equivale a una forma di tortura, chiede al Consiglio militare supremo dell’Egitto di adottare provvedimenti immediati per far cessare questo trattamento degradante e garantire che tutte le forze armate e di sicurezza siano chiaramente istruite quanto al fatto che la tortura e altre forme di maltrattamento, compresi i “test di verginità” coatti, sono intollerabili e saranno debitamente indagate.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Nei conflitti armati sono spesso donne e bambini le reali vittime. Da tempo si sa che stupro e torture sono circostanze frequenti. La situazione non è diversa in Libia ed Egitto, secondo le denunce di giornalisti stranieri coinvolti. In Egitto, donne dimostranti sono state arrestate e sottoposte a test di virginità, peraltro documentati. In Libia, soldati sono stati autori di stupri e torture. Un’ulteriore aggravante è rappresentata dal fatto che le donne che hanno raccontato la propria storia ora devono aspettarsi pesanti ritorsioni, come l’accusa di diffamazione. Ancora una volta assistiamo a gravi abusi dei diritti umani per i quali dovremmo fare qualcosa, e intendo anche le potenze occidentali.

Ho votato a favore della risoluzione perché neanche l’Unione deve chiudere gli occhi su queste atrocità ed è più che giusto chiedere ai governi di Egitto e Libia che sulle circostanze si faccia luce senza eccezione e gli autori siano chiamati a risponderne affinché tali paesi possano proseguire il cammino verso la democrazia e la libertà.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. – (DE) Durante le sommosse in Egitto e Libia i media internazionali hanno denunciato tragiche aggressioni e atti di violenza reiterati nei confronti delle donne. Tortura e stupro spesso restano impuniti perché le autorità lasciano cadere la cosa o, peggio ancora, formulano accuse di “diffamazione” contro le stesse donne. I ruoli della vittima e dell’autore si invertono a beneficio della società patriarcale. In Egitto e Libia, l’Unione non può restare inerte e deve fare di più per salvaguardare donne e bambini, oltre che il principio dello Stato di diritto per tutti. Ho pertanto votato a favore dell’odierna proposta di risoluzione.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. – (EL) La proposta di risoluzione comune sull’uso della violenza nei confronti in Africa settentrionale e Medio Oriente condanna rotondamente i crimini denunciati in Egitto e Libia. I soprusi nei confronti delle donne in ambedue i paesi e le denunce in merito ai “test di verginità” inflitti dai militari alle donne accerchiate in piazza Tahrir e successivamente sottoposte a torture e stupri in modo da poterle poi giudicare dinanzi a tribunali militari per non aver superato il “test” sono atti inumani e criminali in totale violazione della convenzione di Ginevra sui crimini contro l’umanità e i crimini di guerra.

Oltre a tale recisa condanna, la proposta di risoluzione che ho appoggiato esorta Commissione e governi degli Stati membri a opporsi con fermezza all’uso di aggressioni sessuali, intimidazioni e soprusi nei confronti delle donne in Libia ed Egitto e intraprendere azioni specifiche e coordinate per porre fine a tali pratiche.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione in quanto condanna la violenza basata sul genere e, ovviamente, l’uso della violenza sessuale nei conflitti. Concordo con la necessità espressa nella risoluzione di dare la priorità ai diritti umani nei provvedimenti intrapresi nell’ambito della politica europea di vicinato come parte integrante del processo di democratizzazione, nonché con la necessità che l’Unione condivida con tali paesi l’esperienza maturata nel campo delle politiche in materia di parità e nella lotta contro la violenza basata sul genere.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Le rivolte in Africa Settentrionale e in Medio Oriente hanno visto una partecipazione attiva delle donne nel rivendicare il desiderio condiviso di democrazia e di diritti fondamentali. Purtroppo i regimi al potere in Libia e in Egitto fanno da sempre ricorso ad aggressioni a sfondo sessuale come un´arma, prendendo di mira le donne. Bisogna denunciare l´uso della violenza sessuale come strumento per intimorire e umiliare le donne, senza dimenticare che il vuoto di potere adesso emerso potrebbe condurre ad un deterioramento dei loro diritti. E´ significativo il caso di una donna libica che in marzo aveva riferito ad alcuni giornalisti in un hotel a Tripoli di essere stata vittima di uno stupro di gruppo da parte di soldati. Oggi la giovane è stata citata in giudizio per diffamazione dagli stessi uomini che l´hanno violentata. Occorre agire e denunciare fermamente l’impatto sproporzionato dei conflitti armati sulle donne e rafforzare il loro ruolo nella costruzione della pace. Auspico che sia richiamata a gran voce la denuncia dell’UE contro la violenza sulle donne e sui minori in particolare durante i conflitti armati, denunciando ogni forma di discriminazione nei loro confronti, come riconosciuto ai sensi della Convenzione di Ginevra.

 
  
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  Joanna Senyszyn (S&D), per iscritto. – (PL) Ho appoggiato incondizionatamente la risoluzione sulla lotta alla violenza sessuale nei conflitti in Africa settentrionale e Medio Oriente. La violenza sessuale di massa nei confronti delle donne è una costante dei conflitti armati in Africa settentrionale e Medio Oriente. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) cita, tra l’altro, l’esempio del Kenya, paese relativamente stabile in cui le sommosse pre-elettorali hanno fatto raddoppiare il numero di vittime della violenza sessuale nel giro di pochi giorni.

La violenza sessuale sta diventando epidemica. È di fatto diventata una delle tattiche belliche. L’Unione europea non può restare neutra sulla questione. È dunque fondamentale includere l’integrazione di genere nei diversi capitoli della politica europea di vicinato e porla al centro dei nostri sforzi per creare un approccio efficace e strutturato alla parità di genere nei paesi coperti da tale politica. I diritti umani, di cui un elemento inscindibile è la parità tra uomini e donne, dovrebbe costituire un fattore essenziale dei processi democratici nei paesi terzi. È sconvolgente che, nonostante il prevalere della violenza sessuale in Africa, i governi non inseriscano la lotta contro tale violenza tra le proprie priorità, come vediamo, per esempio, nel caso del Sudafrica.

L’Unione europea dovrebbe concentrare il proprio impegno specificamente sulle donne. Le proposte contenute nella risoluzione per una maggiore integrazione sociale delle donne, la promozione della loro occupazione, la lotta all’analfabetismo delle donne e le tradizionali pratiche lesive sono molto importanti. L’educazione di donne e giovani deve includere la conoscenza dei loro diritti inalienabili.

 
  
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  Michèle Striffler (PPE), per iscritto. – (FR) Durante recenti avvenimenti in Africa settentrionale, i regimi al governo in Libia ed Egitto sono ricorsi ad aggressioni sessuali come arma di intimidazione e persecuzione delle donne che hanno preso parte ai sollevamenti locali. È essenziale in primo luogo che gli autori di tali atti siano processati per i loro crimini e in secondo luogo che le donne che hanno subito tali atrocità siano protette da ogni ritorsione. Mi sono recata personalmente nella regione di Kivu nella Repubblica democratica del Congo orientale, dove questa pratica esecrabile è regolarmente usata da soldati e membri di gruppi armati. Posso testimoniare l’estrema sofferenza delle donne vittime di stupri e l’impunità degli autori di tali atrocità. La comunità internazionale deve fare tutto il necessario per garantire che gli autori di tali crimini non restino impuniti.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE), per iscritto. – (FR) Le rivelazioni in merito ai reati di onore e all’umiliazione inflitta alle donne durante i sollevamenti nel mondo arabo mi hanno sconvolta e disturbata, per cui sono lieta che il nostro Parlamento abbia denunciato le atrocità commesse nei loro confronti. L’Europa non può consentire che alle sue porte, in paesi partner e nel contesto di dimostrazioni pacifiche, siano commesse tali violazioni dei diritti umani e dei suoi valori più basilari. Insisto pertanto sul fatto che tali atti barbari devono essere oggetto di indagine per punirne i responsabili. La nostra risoluzione sottolinea un requisito essenziale per il futuro di questi paesi: è necessario conferire alle donne un ruolo centrale nel processo di democratizzazione delle società arabe. Le donne hanno svolto un ruolo di guida silenzioso, sottovalutato, nei movimenti di liberazione e ritengo che sia stato fondamentale rendere loro merito per questo nel nostro testo. L’Europa si è impegnata a sostenere i paesi dell’Africa settentrionale, del Vicino Oriente e del Medio Oriente nel loro processo democratico. Ora spetta a noi inserire in tale approccio garanzie per quanto concerne il rispetto dei diritti umani e dell’uguaglianza tra uomini e donne.

 
  
  

Relazione Cutaş (A7-0073/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. – (PT) Sono favorevole all’odierna relazione che affronta adeguatamente importanti questioni come il nuovo statuto della Banca europea per gli investimenti (BEI) a seguito del trattato di Lisbona, le obbligazioni di progetto, le implicazioni per il finanziamento programmato della BEI durante la crisi economica, il suo finanziamento dopo il 2013 e le sue attività al di fuori dell’Unione, in particolare progetti di sviluppo, progetti di ecologizzazione e rafforzamento rispetto ai centri finanziari offshore.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore della relazione. La Banca europea per gli investimenti svolge un ruolo fondamentale nel sostegno delle piccole e medie imprese, specialmente in questo periodo di crisi finanziaria e recessione economica. Vista l’importanza notevole delle piccole e medie imprese per l’economia europea, si era convenuto che dal 2008 al 2011 le piccole e medie imprese avrebbero ricevuto complessivamente prestiti per oltre 30 miliardi di euro. Lo strumento europeo di microfinanza per l’occupazione e l’inclusione sociale è stato istituito nel marzo 2010 con una dotazione di circa 200 milioni di euro messa a disposizione dalla Commissione e dalla Banca. Le piccole e medie imprese, tuttavia, ancora hanno difficoltà a ottenere credito. Come si afferma nella relazione Bank Watch, le piccole e medie imprese, specialmente quelle degli Stati membri dell’Europea centrorientale, non sono in grado di beneficiare dell’assistenza destinata loro. La BEI deve stabilire chiare condizioni di finanziamento e criteri di efficacia dei prestiti più rigorosi per i suoi intermediari finanziari che erogano fondi. Gli intermediari finanziari nazionali hanno avuto un periodo di due anni per erogare finanziamenti, ma come afferma la relazione, alcuni hanno concesso soltanto una minima quota dei fondi o non li hanno concessi affatto, sebbene sui loro conti fossero presenti le risorse. Inoltre, sul sito Internet della BEI ancora mancano dati pubblicamente disponibili in merito all’uso e ai beneficiari dei fondi stanziati. Ritengo che la BEI debba migliorare la trasparenza dei suoi prestiti attraverso intermediari finanziari e rendicontare annualmente i suoi finanziamenti alle piccole e medie imprese, fornendo altresì una valutazione dell’accessibilità e dell’efficacia di tale attività ed elenchi dei beneficiari dei prestiti.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) In primo luogo vorrei complimentarmi con la Banca europea per gli investimenti (BEI) per tutto il lavoro svolto, segnatamente per il sostegno prestato alle piccole e medie imprese attraverso fondi stabilmente aumentati dal 2008, come anche attraverso la creazione dello strumento europeo di microfinanza per l’occupazione e l’inclusione sociale nel marzo 2010. Ritengo inoltre che l’impegno assunto nei confronti dell’idea delle obbligazioni di progetto, il cui scopo è migliorare il rating del credito delle obbligazioni emesse dalle stesse società e nel cui ambito tali obbligazioni sono usate per finanziare trasporti, energia e infrastrutture informatiche europee, sia un passo positivo. A questo punto, è auspicabile che sia la Commissione sia la BEI formulino proposte concrete per le obbligazioni di progetto. Vale anche la pena di sottolineare l’importante lavoro che la BEI potrebbe svolgere nel quadro della strategia UE 2020 semplificando le procedure e massimizzando i fattori moltiplicatori per richiamare investitori del settore pubblico e privato. In merito ai finanziamenti della BEI al di fuori dell’Unione, credo che il protocollo di intesa firmato dalla BEI, dalla BERS e dalla Commissione sia auspicabile per rafforzare la cooperazione in tutti i paesi in cui operano con il duplice scopo di rendere le politiche di prestito coerenti sia l’una con l’altra sia con gli obiettivi politici dell’Unione.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) La Banca europea per gli investimenti (BEI), creata nel 1958 nel quadro del trattato di Roma, è una comunità finanziaria dell’Unione che intende principalmente contribuire allo sviluppo equilibrato dell’Unione attraverso l’integrazione economica e la coesione sociale. Accolgo con favore i cambiamenti introdotti dal trattato di Lisbona che conferiscono maggiore flessibilità all’attività di finanziamento della BEI. Rammento gli emendamenti introdotti dal trattato di Lisbona che chiariscono gli scopi dei fondi concessi dalla BEI ai paesi terzi, fondi che dovrebbero sostenere i principi generali che presiedono alle interazioni dell’Unione con il resto del mondo, come specificato nell’articolo 3 paragrafo 5, del trattato sull’Unione europea e che, con tale assicurazione, dovrebbero appoggiare gli obiettivi dell’azione esterna dell’Unione. Tale istituzione finanziaria è tenuta a presentare annualmente al Parlamento un documento con il saldo delle sue attività. L’odierna proposta di risoluzione è incentrata sull’analisi della relazione 2009, documento che riferisce non solo in merito ai miglioramenti derivati dall’adozione del nuovo statuto, ma anche in merito alle attività della BEI.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Riconosciamo l’importanza che i prestiti della Banca europea per gli investimenti (BEI) possono assumere per lo sviluppo e il progresso sociale, visti i bassi tassi di interesse e i lunghi periodi di rimborso. Tuttavia, le sue opzioni non sono sempre sufficientemente trasparenti e chiare. D’altro canto, i paesi e le regioni che hanno maggiormente bisogno di finanziamenti della Banca non sempre sono quelli più favoriti dai suoi prestiti. La relazione, che appoggiamo, contiene dunque alcune critiche, oltre che suggerimenti e proposte.

Dissentiamo tuttavia con la trasformazione della BEI in un mero strumento nelle mani dell’Unione per attuare le sue politiche e affrontare i problemi dello sviluppo sociale e della coesione economica e sociale, problemi che dovrebbero essere considerati nell’ambito del bilancio comunitario e dei fondi strutturali e di coesione dell’Unione. Ovviamente, la BEI può monitorare e rafforzare tale impegno, ma non può sostituirsi alle politiche di bilancio dell’Unione.

 
  
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  Monika Flašíková Beňová (S&D), per iscritto. – (SK) Attualmente la Banca europea per gli investimenti (BEI) svolge un ruolo insostituibile con l’erogazione di fondi nell’Unione e altrove. La relazione presentata assume una posizione positiva alla luce del fatto che la BEI ha agito correttamente nel sostegno alle piccole e medie imprese (PMI) dell’Unione durante la crisi. È vero che la Banca ha formalmente impegnato 30 miliardi di euro nell’arco di quattro anni a sostegno delle piccole e medie imprese. Il problema sta tuttavia nel fatto che non tutto il denaro ha sempre raggiunto le piccole e medie imprese. Più specificamente, soltanto metà dei fondi impegnati nel primo periodo ha raggiunto le PMI nella regione V4. La BEI ha concesso alle banche un termine inspiegabilmente lungo di due anni per distribuire i fondi e non è riuscita neanche a comminare sanzioni alle banche in caso di inosservanza del termine. Le banche dell’Europa centrale, duramente colpite dalla crisi, sono state ben liete di “trattenere” tali fondi. Ciò che è stato imputato come sostegno alle piccole e medie imprese è diventato in realtà un sostegno alle filiali di banche straniere in Europa centrale. Vi sono sufficienti motivi per ritenere che non sia stato accidentale, ma intenzionale.

Per concludere brevemente, anche la BEI sta avendo problemi nel settore dello sviluppo. È necessario che assuma altro personale specializzato in tale ambito. Il personale della BEI è attualmente insufficiente, nonostante il suo impatto sui cosiddetti paesi in via di sviluppo. Concordo inoltre con il relatore nell’affermare che la BEI deve operare cambiamenti rigorosi nelle sue attività di finanziamento attraverso intermediari perché i fondi potrebbero finire nei paradisi fiscali.

 
  
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  Ildikó Gáll-Pelcz (PPE), per iscritto. – (HU) Apprezzo il fatto che il Parlamento europeo valuti la relazione annuale della Banca europea per gli investimenti (BEI), sebbene molto sommariamente. La BEI sta svolgendo un ruolo attivo nella lotta alla crisi. Per me, però, le questioni della trasparenza e dei risultati misurabili restano dubbie. L’attività della BEI si concentra in tre ambiti che sono stati pesantemente colpiti dalla crisi: piccole e medie imprese (PMI), regioni di convergenza e azione climatica. Le piccole e medie imprese svolgono un ruolo fondamentale nella ripresa dell’economia europea e nella lotta alla disoccupazione, per cui sarebbe opportuno rendere più agevole il loro accesso al capitale necessario per gli sviluppi. Al riguardo sarebbe utile se potessimo disporre annualmente di una valutazione dell’accessibilità e dell’efficacia dei prestiti in questione, che garantirebbe la trasparenza dell’obiettivo finale dei fondi e migliorerebbe il processo amministrativo. Sempre in proposito, penso che sia di vitale importanza che la BEI aggiorni e renda più rigorosa la propria politica in materia di centri finanziari offshore.

La BEI svolge un ruolo importantissimo nel migliorare la convergenza dell’Unione europea e, in ragione dell’assistenza tecnica e delle forme di cofinanziamento che la Banca propone, le regioni rientranti negli obiettivi di convergenza possono utilizzare una quota addirittura superiore di fondi a loro disposizione. Per questo credo che un ulteriore rafforzamento di tale ruolo sia utile e vada sostenuto.

Da ultimo aggiungo che merita la nostra attenzione la proposta che si introduca una supervisione normativa trasparente nell’interesse della qualità della situazione finanziaria della BEI, della misurazione precisa dei suoi risultati e del rispetto di una pratica economica efficace e sana.

 
  
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  Lorenzo Fontana (EFD), per iscritto. − Signora Presidente, onorevoli colleghi, considero favorevole che in questo periodo di crisi le azioni della BEI siano andate a favore delle piccole e medie imprese, che rappresentano la spina dorsale della nostra società. È apprezzabile il coinvolgimento ed il dialogo con gli intermediari finanziari locali. Molto importante a mio avviso è l’accento posto sulle energie rinnovabili per quanto riguarda i Paesi candidati. Per questo la relazione trova il mio voto favorevole.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore dell’odierna risoluzione perché il Parlamento europeo accoglie con favore i cambiamenti introdotti dal trattato di Lisbona che consentono una maggiore flessibilità nelle attività di finanziamento della BEI, tra cui partecipazioni azionarie come corollario delle attività ordinarie della Banca, possibilità di istituire filiali e altri enti per regolamentare le cosiddette attività speciali e offrire servizi di assistenza tecnica su base più ampia, nonché rafforzamento del comitato di verifica. La relazione raccomanda che si prenda in esame il suggerimento di introdurre una supervisione normativa prudenziale per quel che riguarda la qualità della situazione finanziaria della BEI, la misurazione precisa dei suoi risultati e il rispetto delle regole di una sana pratica economica. Il documento esprime altresì apprezzamento per l’idea delle obbligazioni di progetto, volte a migliorare il rating del credito delle obbligazioni emesse dalle stesse società nel quadro della strategia Europa 2020 e utilizzate per finanziare trasporti, energia e infrastrutture informatiche europee ed ecologizzare l’economia. L’emissione di obbligazioni di progetto produrrebbe effetti positivi sulla disponibilità di capitale per investimenti sostenibili tesi al miglioramento della crescita e dell’occupazione a integrazione degli investimenti nazionali e degli interventi del fondo di coesione.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore dell’odierna relazione che raccomanda che si intraprendano i seguenti passi per rafforzare il ruolo della BEI nello sviluppo: (a) assegnazione di una quantità maggiore di personale specializzato in questioni di sviluppo e di paesi in via di sviluppo, nonché aumento della presenza locale di personale nei paesi terzi, (b) aumento della percentuale di partecipazione degli attori locali ai progetti, (c) attribuzione di ulteriore capitale al settore dei progetti destinati allo sviluppo, (d) attribuzione di ulteriori sovvenzioni, (e) esame della possibilità di raggruppare le attività della BEI nei paesi terzi in un’unica entità separata.

 
  
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  Barbara Matera (PPE), per iscritto. − Esprimo la mia soddisfazione per l’approvazione della relazione dell’on. Cutas sul Rapporto Annuale 2009 relativo alla Banca Europea degli Investimenti. Sottolineo l’ottimo lavoro della BEI nel supporto alla piccole e medie imprese in un periodo di difficoltà economica e difficile accesso al credito. Sono inoltre a favore di uno sviluppo, in raccordo con la Commissione Europea, dei Project Bonds ad opera della BEI al fine di finanziare le grandi opere infrastrutturali relative ai trasporti, all’energia e alle telecomunicazioni essenziali per raggiungere obiettivi di crescita e coesione all’interno dell’Unione.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. – (PT) La relazione annuale 2009 della Banca europea per gli investimenti (BEI) sottolinea il ruolo essenziale che la BEI ha svolto nel sostenere le piccole e medie imprese (PMI), specialmente in questo momento di crisi finanziaria e recessione economica. La BEI si è concentrata su tre ambiti che la crisi ha maggiormente colpito: piccole e medie imprese, regioni di convergenza e azione climatica. L’importanza delle piccole e medie imprese per l’economia europea è indiscussa, per cui apprezzo l’aumento dei finanziamenti della BEI a favore delle piccole e medie imprese nel periodo 2008-2010, pari a complessivi 30,8 miliardi di euro, come anche la creazione dello strumento europeo di microfinanza per l’occupazione e l’inclusione sociale, per il quale BEI e Commissione hanno stanziato circa 200 milioni di euro.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Sono favorevole. Sebbene non sia un testo che noi verdi avremmo stilato, abbiamo comunque ritenuto che si tratti di un documento abbastanza accettabile da accoglierlo.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Il documento adottato oggi sottolinea la chiara necessità di un ulteriore sostegno da parte della BEI i settori strategici per il rilancio dell’economia europea: Piccole e Medie Imprese, finanziamento intermedio e infrastrutture nonché altri progetti chiave volti a migliorare la crescita e l’occupazione, quali parte della Strategia Europa 2020. La relazione esorta la BEI ad investire nel trasporto merci utilizzando il settore ferroviario europeo così come in altre reti transeuropee di trasporto merci concentrandosi sui porti del Mediterraneo, del Mar Nero e del Mar Baltico, al fine di collegarli definitivamente ai mercati europei. La BEI dovrebbe inoltre fornire maggior sostegno alla realizzazione della rete TEN-T, al fine di generare un effetto di leva finanziaria per maggiori investimenti, sia pubblici che privati. Per il conseguimento di questo obiettivo i project bond possono costituire uno strumento d’investimento complementare alla dotazione di bilancio prevista nel fondo TEN-T.

 
Ultimo aggiornamento: 30 agosto 2011Avviso legale