Giornata dell'Europa

Bruxelles -
09-05-2012
Internal Policies and EU Institutions

Onorevoli colleghi,

Signore e signori,

poco più di sessant'anni or sono iniziava una rivoluzione silenziosa che avrebbe cambiato il nostro mondo: sulle rovine della Seconda guerra mondiale fu posta la pietra angolare di un progetto che è riuscito a realizzare qualcosa di unico nella storia dell'umanità:

– nemici che, in segno di riconciliazione, si sono tesi reciprocamente la mano, diventando amici;

– una regione afflitta dalla fame che si è sviluppata fino a diventare il mercato interno con il più elevato livello di benessere al mondo;

– popoli che, liberatisi dalle dittature, hanno trasformato i loro Stati in democrazie;

– abbiamo realizzato il modello sociale più progressivo e il migliore sistema di assistenza sanitaria al mondo;

– insieme abbiamo creato un modello di società europea che ci garantisce ogni giorno una migliore convivenza;

– un modello che integra in maniera unica al mondo democrazia e pace, libertà e solidarietà.

Dobbiamo essere fieri di tali conquiste, senza dimenticare da dove veniamo.

"Mai più guerra!" giurarono oltre sessant'anni fa uomini e donne che avevano conosciuto due terribili conflitti mondiali.

Benché non fossero ancora sbiadite le immagini dei campi di battaglia insanguinati, non si fossero ancora rimarginate le ferite e non fossero ancora state ricostruite le abitazioni distrutte, ad alcuni uomini e donne venne un'idea sbalorditiva e, date le circostanze, quasi surreale: per scongiurare il ripetersi di una catastrofe come quella della Seconda guerra mondiale, proposero di realizzare una rivoluzione silenziosa:

– invece di innalzare muri, proposero di abbattere ciò che ci divideva;

– invece di puntare alla sconfitta definitiva del nemico giurato, proposero di tendergli la mano e aiutarlo a risollevarsi;

– invece di condannare a vita i responsabili, proposero di integrarli nella società e di perdonarli;

– invece di chiudere le frontiere, proposero di abbattere le barriere;

– invece del protezionismo, proposero la stretta interdipendenza delle economie nazionali;

– invece che da soli, proposero di intraprendere insieme il cammino verso il futuro. Per il bene di tutti.

Con la Comunità europea del carbone e dell'acciaio, si creava, per citare le parole pronunciate esattamente 62 anni fa dal suo ideatore, Robert Schuman, "una solidarietà di fatto".

Alla base di tale progetto vi era la consapevolezza che se vogliamo sopravvivere – nel vero senso della parola – noi europei dobbiamo imparare a convivere e ad agire insieme,

– la consapevolezza che i nostri interessi non sono più separabili dagli interessi dei nostri vicini,

– la consapevolezza del fatto che l'unione fa la forza, mentre la divisione genera debolezza!

Si tratta di una consapevolezza da cui è scaturito un modello di società unico nella storia dell'umanità, un modello che ci garantisce da 60 anni pace e libertà, democrazia e uguaglianza, benessere e solidarietà.

Dar prova dello stesso coraggio che permise ai padri fondatori, a partire dall'esperienza acquisita toccando il punto più basso della storia dell'umanità e della civiltà, di giungere alla conclusione che possiamo farcela soltanto insieme ed è quindi insieme che dobbiamo andare avanti, dar prova di un tale coraggio per far fronte alla crisi attuale, dovrebbe risultarci oggi molto più semplice potendo contare sulla struttura istituzionale dell'Unione europea...

Per quale motivo allora seduce maggiormente il ripiego sul livello nazionale?

Per quale motivo le forze centrifughe della crisi attuale tendono a dividerci piuttosto che a unirci più strettamente?

Oggi si rimettono in discussione due delle maggiori conquiste dall'integrazione europea: l'euro e la libera circolazione.

Che cosa simboleggia meglio l'Europa della libertà di lavorare, vivere e viaggiare in un continente senza frontiere? Per la generazione "Erasmus" si tratta di un diritto scontato di cui si fruisce quotidianamente: potersi muovere liberamente in uno spazio senza barriere né controlli d'identità. Ci vogliamo far privare di questo diritto?

Chi tocca lo spazio di Schengen, scalza le fondamenta dell'Unione europea!

Non dobbiamo ripiegarci dietro i confini degli Stati nazionali bensì agire insieme in maniera solidale per controllare le frontiere esterne dell'Unione europea e garantire una governance comune dello spazio di Schengen a livello di Unione: ecco che cosa occorre per risolvere i nostri problemi!

La moneta unica, l'euro, doveva ravvicinare i popoli europei mentre ora rischia di diventare un simbolo degli egoismi nazionali se non addirittura di spaccatura.

Un ritorno alle singole valute nazionali avrebbe conseguenze politiche ed economiche disastrose: invece di essere un attore globale con una moneta di riserva d'importanza mondiale, regrediremo nel particolarismo nazionale con relativa perdita d'importanza sulla scena politica internazionale.

Soltanto insieme potremo andare avanti. A tal fine si impongono, dopo le misure di austerità, iniziative per la crescita!

Il Parlamento europeo sollecita da tempo un patto per la crescita! Sappiamo infatti che, andando in ordine sparso, gli Stati nazionali naufragherebbero nelle turbolenze dei mercati finanziari mondiali.

Soltanto insieme possiamo contrastare il declino economico dell'Europa e la crescente disoccupazione!

Noi deputati chiediamo già da tempo un cambiamento di rotta in Europa. Il risanamento dei bilanci è un imperativo, anche per una questione di giustizia intergenerazionale. Siamo contrari all'imposizione unilaterale di misure di austerità ma siamo favorevoli alle misure di risparmio se accompagnate da iniziative per la crescita!

Chiediamo altresì da tempo nuove entrate, come ad esempio la tassa sulle transazioni finanziarie, il contrasto all'evasione fiscale e l'introduzione dei cosiddetti project bond, ossia obbligazioni europee per il finanziamento di progetti d'investimento nelle infrastrutture.

Se si prende seriamente in considerazione l'idea di un'iniziativa europea per la crescita, occorre precisarne le modalità di funzionamento e stanziare le risorse necessarie all'uopo, piuttosto che tagliare il bilancio dell'Unione europea in maniera arbitraria e populistica! Il bilancio dell'Unione è un bilancio d'investimento, con il quale si incentiva la crescita economica e si creano posti di lavoro. Chi ne invoca la riduzione con il pretesto di realizzare risparmi, compromette il nostro futuro comune.

Nessuno più dei giovani ha bisogno oggi di un patto per la crescita, dal momento che i giovani europei rischiano di essere le vere vittime della crisi finanziaria se non addirittura di diventare la generazione persa del nostro continente. Pur non essendo responsabili della crisi, i giovani pagano un prezzo spropositato per il salvataggio degli Stati e delle banche. Già oggi in Europa un giovane su quattro di età inferiore ai 25 anni è senza lavoro e, in alcuni paesi, un giovane su due.

Il denaro speso per la riqualificazione professionale e il miglioramento delle possibilità di formazione rappresenta un buon investimento. Ecco la solidarietà di fatto.

Si può parlare di solidarietà di fatto se l'Unione europea, agendo incisivamente, evita di sprofondare nella recessione, riuscendo in tale modo a preservare i posti di lavoro esistenti e a crearne di nuovi.

La forza dell'Europa dipende dalla sua capacità di essere unita e solidale. È questo che dobbiamo comprendere una volta per tutte per impedire all'Europa di sprofondare nell'insignificanza.

Vogliamo rafforzare la democrazia europea. Decisioni trasparenti e possibilità di scegliere tra chiare alternative politiche: ecco che cosa si attendono i cittadini.

Promoviamo la solidarietà e ostacoliamo in tal modo gli egoismi nazionali: l'equilibrio tra gli Stati membri poveri e ricchi, grandi e piccoli è sempre stata per il bene di tutti.

Ci dobbiamo ricordare che siamo una comunità di valori: si tratta dell'elemento fondamentale della nostra identità.

Assumiamoci la nostra responsabilità dinanzi al mondo: a un anno dall'inizio della Primavera araba, dobbiamo assistere i nostri vicini nell'ambito dei processi di trasformazione.

Si dice che i cittadini non vogliono più Europa. Ebbene, io non ci credo. Il vivo interesse che hanno suscitato le elezioni in Francia e in Grecia, lo scorso fine settimana, dimostra che tali eventi sono considerati questioni di politica interna europea; dimostra quanto i cittadini siano consapevoli della nostra elevata interdipendenza, del fatto cioè che le carenze in un determinato paese comportano problemi per l'intera economia europea; dimostra infine che cittadini sono coscienti del fatto che soltanto insieme si possono trovare le soluzioni.

Anche nell'attuale situazione, l'Unione europea costituisce l'esperimento politico e sociale di maggior successo della storia. Sin dagli inizi del processo di unificazione con il Piano Schuman del 1950, passando per l'istituzione del Mercato comune con la firma dei trattati di Roma del 1958, fino ai nostri giorni con una comunità di 27 Stati e 500 milioni di cittadini, il progetto europeo ha conosciuto uno sviluppo impressionante.

Il Portogallo, la Spagna e la Grecia si sono liberate delle rispettive dittature. Due decadi fa si è assistito al crollo del Muro di Berlino e alla dissoluzione dell'Unione Sovietica, il che ha spianato la strada all'unificazione dell'Europa. L'allargamento ad est dell'Unione europea ha posto definitivamente termine alla divisione artificiale del continente da parte della Cortina di ferro. La prospettiva di adesione ha favorito la transizione pacifica nei paesi dell'Europa centrale e orientale, contribuendo in tal modo alla sicurezza, alla stabilità e alla prosperità dell'intero continente. Se molti si aspettavano che l'adesione all'Unione europea avrebbe cambiato i nuovi Stati membri, pochi hanno saputo prevedere fino a che punto i nuovi Stati membri avrebbero cambiato in meglio l'Unione stessa. Gli Stati dell'Europa centrale e orientale hanno apportato la loro propria esperienza politica e storica, arricchendo in tal modo la prospettiva europea. Sono orgoglioso di seguire il mio predecessore polacco Jerzy Buzek come Presidente del Parlamento europeo.

In Europa condividiamo una serie di valori comuni: democrazia, libertà, solidarietà e diritti umani. Non dobbiamo mai dimenticare coloro che hanno dato la propria vita nella lotta contro l'oppressione e per la libertà e la democrazia. La Cortina di ferro e le dittature dell'Europa meridionale non sono crollate così per caso: bensì grazie alle proteste pacifiche dei cittadini contro un sistema oppressivo. Tra di noi vi sono colleghi che hanno partecipato a tali proteste e a loro dobbiamo esprimere la nostra gratitudine. Sono a tutt'oggi degli esempi per i combattenti per la libertà di tutto il mondo, recentemente anche nell'ambito della Primavera araba.

Poco più di sessant'anni or sono è iniziata una rivoluzione silenziosa destinata a cambiare il mondo per sempre: l'Europa ha dimostrato che è possibile coniugare democrazia, giustizia, libertà e solidarietà nel nostro modello di società europea.

Un modello caratterizzato da una stampa libera e da una giustizia indipendente, dall'assistenza sanitaria e pensionistica, dal libero accesso all'istruzione e alle prospettive di carriera per tutti, dalla democrazia parlamentare e dalla partecipazione politica, dall'equiparazione dei diritti e dal riconoscimento dei diritti civili, nonché dalle norme sociali e ambientali più rigorose al mondo, ma anche dal divieto del lavoro minorile e dall'assenza della pena capitale. Abbiamo creato una società fondata sulla centralità dell'essere umano.

Questa è la società in cui desidero vivere e in cui auspico possano vivere anche i miei figli e i miei nipoti. Tuttavia, non vi è alcuna garanzia che possiamo godere per sempre di questo stile di vita. Abbiamo bisogno dell'Europa proprio per difendere il nostro modello democratico e sociale nell'era della globalizzazione. Non possiamo dare per scontate le conquiste ottenute finora ma dovremo continuare a conquistarcele giorno per giorno.

Oggi, nella Giornata dell'Europa, vogliamo ricordare da dove veniamo e quanto di positivo abbiamo realizzato, non già per autoincensarci bensì perché la nostra stessa storia ci esorta a difendere le conquiste ottenute, indicandoci la via da seguire per il futuro.

Vi ringrazio per l'attenzione.

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  • Armin Machmer
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