skip to content

Managing cookies on Parliament's website

We use cookies so that you can make the best possible use of our website. If you proceed without altering your settings, we assume that you will accept cookies from Parliament's website.

More Continue
 
 

Discorso per la Lectio Magistralis Associazione Bancaria Italiana

Discorsi
Roma
06-10-2017
 

Dalla Polis alla patria europea

Voglio iniziare questa lectio con una nota citazione di Luigi Einaudi: “Milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. E’ la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, (...) sono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno”.

Einaudi ci fa capire una grande verità che va ben al di là della lotta, nata con l’umanità, tra chi intraprende e chi è capace solo di bloccare: fare impresa, essere banchiere, lavorare per realizzare qualcosa, è molto di più che fare soldi. E’ passione. E la passione non si misura con il denaro. E’ voglia di creare, di lottare per un mondo migliore, di essere parte di un progetto più grande. Come nel Vangelo, è fare fruttare i talenti ricevuti.

Anche il nostro senso di apparenza all’Unione europea va oltre un mercato o una moneta. E’, prima di tutto, un progetto di uomini e donne che riflette un’identità forgiata sulla libertà e sulla dignità della persona.

Quest’identità affonda le sue radici in tremila anni di una storia iniziata tra le isole dell’Egeo, lungo le coste del Mediterraneo. Prende forma, tra mito e leggenda, con la rivolta al dominio di Creta, l’uccisione del Minotauro, la bestia della tirannia, da parte di Teseo, futuro re di Atene.

Dopo gli argonauti in viaggio verso terre inesplorate, la leggenda continua con un altro principe greco, quello che forse più di ogni altro incarna l’anima europea.

L’astuto Ulisse, molto più di Achille o Ettore, è il grande eroe dell’epopea di Omero. Protetto da Atena, dea della sapienza, delle arti, delle abilità tecniche e manuali. La dea di chi usa l’intelletto, la creatività per intraprendere.

Dante dedica ad Ulisse alcuni dei suoi versi più belli, sintesi felice dell’Uomo Europeo: “O frati", dissi (....) "Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza".                          

Anche i Romani si sono ispirati a un altro eroe della guerra di Troia. Enea, portatore del seme della bellezza di Venere, ispiratrice della passione. Enea, principe di Troia, città protetta da Atena, cerniera tra occidente e oriente.

Per i Romani, il collegamento con una leggenda greca diviene un mezzo per affermare una parentela tra due civiltà che tendono a fondersi.

Parentela riflessa dal comune amore per la libertà garantita dal diritto, la democrazia. Quella ateniese diretta, con il popolo che si esprime nell’Agorà, cariche sorteggiate, grandi oratori. Quella Romana mediata, basata su leggi minuziose che regolano i pesi e i contrappesi del potere legislativo, esecutivo, giudiziario, la selezione della classe dirigente con il cursus honorem.

Queste democrazie sono nate dall’apertura, dalla mescolanza di idee e di popoli. La grandezza di Atene e di Roma è legata alla libertà politica, di espressione, di pensiero, di satira, di commercio. Libertà senza la quale il genio, la sapienza di Atena, di Minerva, non è possibile.

Ulisse ed Enea hanno ispirato i viaggi verso l’ignoto di Marco Polo, Vasco de Gama, Colombo, Magellano, Amerigo Vespucci. Questi giganti, la loro voglia di nuovi orizzonti, rappresentano la prima essenza della nostra civiltà, la continua lotta tra i Galileo e i Torquemada.

E’ in nome della libertà che si uniscono le città Stato contro il nuovo Minotauro, l’impero persiano. Dalle Termopili a Salamina, la nostra storia è una continua dialettica tra apertura e oscurantismo, pluralismo e totalitarismo. Così nasce la nostra identità di europei.

L’amore per la libertà diventa universale grazie alla rivoluzione cristiana. Lo schiavo ha il libero arbitrio al pari degli altri uomini; l’uomo viene prima del sabato.

La dignità della persona si rispecchia nel volto di ogni uomo. Il messaggio di Cristo dalla Palestina si diffonde grazie al pensiero greco e romano, con gli eredi di Platone, Plotino, San Agostino. Il cristianesimo diventa parte fondamentale della nostra identità.

Le abbazie Benedettine hanno salvaguardato il nostro sapere antico. Hanno consentito il fiorire delle prime università del mondo, quelle europee. Ricreando nuovamente un grande spazio di scambi di idee, dal Mediterraneo al Baltico, dall’Atlantico agli Urali; in una gara per l’eccellenza, nelle lettere, nella filosofia, nella medicina. Quando mi sono recato all’università per stranieri di Perugia ho visto centinaia di firme di studenti che già nel 1400 venivano da ogni parte d’Europa.

Le università portano nuova linfa a una civiltà che, con l’umanesimo e i Comuni, rimette l’uomo al centro.

E’ una nuova Primavera di creatività nell’arte, nel commercio, nelle finanze. Grazie alle prime lettere di credito, insieme alle merci viaggia il capitale, si moltiplicano gli investimenti.

Questa moderna cultura del credito consente all’economia di lasciare le cinta del borgo e aprirsi agli scambi internazionali. Ancora una volta, non si può dire Europa se non si dice Industria.

Insieme alle finanze, si sviluppa un nuovo mecenatismo. I Medici fanno di Firenze la nuova Atene. La città che, in tre generazioni, vede Temistocle, Pericle, Sofocle, Eschilo, Aristofane, Fidia, Socrate, Platone, Aristotele.

A Firenze, dopo quasi duemila anni, ritorna l’età dell’oro di Dante, Petrarca, Boccaccio, Macchiavelli, Brunelleschi, Leonardo, Raffaello, Michelangelo attraverso un filo che non si è mai spezzato.

E’ il Rinascimento, la nuova presa di coscienza delle nostra identità greca, romana, cristiana, europea.

Da qui partono tutte le rivoluzioni successive, nella tecnologia, nell’industria, nella fisica. Fino all’epoca dei Lumi dove, la fiaccola della ragione e del dubbio metodico accesa da Socrate, torna a far luce sull’oscurantismo dei Don Rodrigo, dei Don Abbondio o del dottor Azzeccagarbugli.

Dopo Salamina, viene la guerra del Peloponneso. Conflitti intestini che fecero scivolare nel declino una delle più grandi civiltà. Così come le signorie del Rinascimento, giunte all’apogeo del loro splendore, si spengono nell’irrilevanza per le continue divisioni.

La Storia europea è costellata da questi particolarismi, culminati nel XIX secolo con la nascita dei nazionalismi, la chiusura delle frontiere, due guerre mondiali.

Eppure, nel momento più buio, abbiamo di nuovo sconfitto il Minotauro, scegliendo la Patria europea. Siamo risorti dalle ceneri, intraprendendo il cammino difficile della riconciliazione, dell’apertura, del lavorare insieme. Ma siamo ancora in mezzo al guado.

Ancora una volta, ci troviamo a un bivio della storia. Siamo il faro nel mondo per la difesa dei diritti, della democrazia. Siamo l’unica area senza pena di morte. Siamo il più grande spazio di libertà politica, economica, civile del pianeta. Tuttavia, sentiamo la fragilità di questo progetto, che si misura anche con la distanza dei cittadini dalle istituzioni europee.

Oggi, più che mai, serve l’unità europea per difendere la libertà all’interno e all’esterno della nostra Unione, promuovere i nostri valori, dare risposte ai nostri popoli.

Ad assediarci non c’è l’impero persiano, ma sfide insidiose, che possono compromettere le nostre conquiste, il benessere, la pace, l’ecosistema del pianeta. Assistiamo a flussi migratori epocali, al risorgere di nazionalismi autoritari, alla repressione della libertà di espressione, alla chiusura dei mercati, al fondamentalismo religioso, al terrorismo.

Ancora una volta, per difendere la nostra identità, dobbiamo prenderne consapevolezza. Patria deriva dal latino pater, la terra natale a cui ci sentiamo legati per origine, storia, cultura. Gli europei vogliono sentirsi a casa, in una vera Patria Europea.

Il patriottismo è altro dal nazionalismo, che è sentimento di superiorità della propria nazione sulle altre. Come diceva De Gasperi nel 1951: “Il nostro patriottismo non nasce dall’odio, ma dall’amore, cioè dal dovere della solidarietà e dalla fraternità”.

Coraggio, apertura, identità, patriottismo, si contrappongono alla chiusura, all’insicurezza arrogante di chi non sa bene chi è e ha bisogno di sentirsi superiore.

Solo se conosci e rispetti la tua identità puoi accogliere l’altro, accettare le sue differenze. E’ quello che noi europei dobbiamo fare: avere una bandiera europea insieme alla bandiera nazionale. E non si difende la bandiera europea distruggendo quella nazionale.

Saremo buoni europei se saremo buoni italiani. Come ha detto il Re Filippo VI di Spagna di fronte alla Plenaria di Strasburgo, “Siamo europei perché siamo spagnoli”. L’unità delle Patrie nazionali è garanzia di stabilità

e senza stabilità non possiamo assicurare un futuro all’Europa. Io mi sento europeo perché sono italiano.


Un’Europa capace di proteggere

Essere cittadini europei vuol dire sentirsi protetti fuori e dentro l’Unione. Per rafforzare il sentimento di un’Europa Patria comune, dobbiamo saper rispondere ai bisogni dei suoi popoli. Essere solidale con gli Stati membri in difficoltà.

Non sempre siamo stati all’altezza. Assistiamo ad una concorrenza fiscale dove alcuni Stati membri attirano imprese attraverso un vero sistema predatorio che sottrae risorse a tutti gli altri.

L’Europa non è stata in grado di incidere davvero sul mercato globale. Ha lasciato che venissero discriminate le proprie imprese; ha consentito l’irresponsabilità e la mancanza di regole per chi opera sul web; ha tollerato una concorrenza sleale da paesi con scarse tutele sociali e ambientali.

Vi è il sentimento diffuso che chi resta a produrre o a lavorare da noi, sia penalizzato da oneri maggiori; oneri imposti da quelle stesse autorità che non tutelano a sufficienza la creatività e la qualità europea; o non garantiscono reciprocità nell’acceso ai mercati.

E’ soprattutto grazie al Parlamento europeo, che considera la Cina ben lontana dall’essere un’economia di mercato, se non abbiamo abbassato la guardia di fronte a chi scarica su di noi i propri problemi di sovraccapacità. Difendendo i nostri valori su lavoro minorile, diritti sindacali, ambiente, tutela della proprietà intellettuale.

Le nostre regole di concorrenza, scritte per un mondo che non c’é più, non possono tarpare le ali a campioni europei che devono poter competere con i giganti globali.

Dobbiamo tornare al primato della politica, dove non sono i funzionari a dettare le regole. Dove i cittadini sono i veri protagonisti attraverso i propri rappresentanti.

I nostri popoli vogliono poter punire o premiare i politici sulla base dei risultati. E’ il fondamento della democrazia. No taxation without representation recita il motto nella stessa lingua in cui è stato scritto “Il Leviatano”.

I parlamentari europei, eletti direttamente da 500 milioni di cittadini, hanno una responsabilità particolare.

Il ruolo dei parlamenti e dei governi nazionali è essenziale nelle politiche dell’Unione e nel rispetto del principio di sussidiarietà. Tuttavia, solo il Parlamento europeo ha la legittimità per promuovere l’interesse generale dei popoli europei, sintesi ben diversa dalla somma dei singoli interessi nazionali.

Nel 1814 il Conte de Saint-Simon già teorizzava la necessità di un Parlamento europeo per governare l’Europa. “Come per i governi nazionali, il governo europeo non può agire senza una volontà comune. Ora, come un governo nazionale nasce dal patriottismo nazionale, il governo europeo può provenire solo (...) dal patriottismo europeo. (...) Questo patriottismo, questa abitudine a considerare gli interessi dell’Europa in luogo di quelli nazionali, sarà per coloro che devono formare il parlamento europeo un frutto necessario”.

Saint-Simon era un visionario, eppure, a distanza di 2 secoli, i successi della costruzione europea continuano a misurarsi proprio con i poteri assunti dal suo Parlamento.

Il cuore pulsante della democrazia europea, punto di arrivo di tre millenni di storia, è il primo garante della nostra libertà. Il dibattito per cambiare l’Europa non può avvenire nei corridoi dei ministeri o tra gli Sherpa, bensì nell’Emiciclo del Parlamento.

Per questo, dopo aver approvato i Rapporti sul futuro dell’Unione, abbiamo invitato leader europei e i vertici delle istituzioni a un dibattito sul futuro dell’Europa.


Un bilancio politico

Un’Europa politica ha bisogno di una visione chiara. Per dare risposte concrete ai cittadini, molte cose si possono fare da subito, senza attendere una pur necessaria modifica dei Trattati. La direzione che prenderemo dipenderà in buona parte da come utilizzeremo le risorse nel prossimo Bilancio Ue.

Dobbiamo dotarci di risorse adeguate, capaci di generare un valore aggiunto superiore alla somma dei singoli ritorni nazionali. 1 euro speso a livello UE su ricerca, innovazione, sicurezza, difesa, controllo delle frontiere o sviluppo dell’Africa, ha un effetto moltiplicatore molto maggiore di 1 euro speso a livello nazionale.

Se ogni Stato avesse dovuto realizzare un proprio sistema satellitare GPS o per l’osservazione della terra, il conto sarebbe stato 20 volte quello di Galileo e Copernico.

Se avessimo a disposizione Canadair o elicotteri per una protezione civile europea o, motovedette per la guardia costiera UE, potremmo far fronte a crisi ed emergenze con più mezzi a costi inferiori. Lo stesso per lo sviluppo di sistemi innovativi per sicurezza e cyber sicurezza. Per non parlare della difesa, dove sinergie, standardizzazione, economie di scala e ricerca europea portano a decine di miliardi di risparmio.

Se vogliamo rafforzare il bilancio e renderlo più autonomo, dobbiamo ragionare su un nuovo sistema di risorse proprie, come proposto dal Parlamento europeo. Tra le idee in discussione, vi è anche una tassa sulle piattaforme digitali che risolverebbe il problema del dumping fiscale e della territorialità dei ricavi.


Cambiare l’Europa

La crisi economica, i flussi migratori, il terrorismo, il fondamentalismo, hanno messo in evidenza le tante debolezze della costruzione europea.

Il dibattito sulle riforme riguarda diversi livelli: quello istituzionale, per rendere più efficace e democratico il processo decisionale; quello su sicurezza, difesa e immigrazione; quello sul governo dell’economia.


Riforme istituzionali

Penso sia arrivato il momento di avere un vero esecutivo Ue, ben distinto dal potere legislativo. Da un lato dobbiamo trasformare a tutti gli effetti la Commissione in un Governo europeo. Con un Presidente che presieda il Consiglio europeo. E un gabinetto di Vice Presidenti - Ministri per gli Affari Esteri, di Sicurezza e di Difesa, per il Tesoro, per l’Industria e il Commercio, per gli Interni, che presiedano i rispettivi consigli dei Ministri Ue.

Dall’altro lato, il Parlamento europeo deve avere la pienezza dei poteri propri delle Assemblee, a cominciare da quello d’iniziativa. Questo implica che l’altra camera, quella degli Stati, voti sempre a maggioranza qualificata, anche su materie chiave come quelle relative alla fiscalità, alla sicurezza o ad asilo e immigrazione.


Riforme su sicurezza, difesa e immigrazione

Gli europei ci chiedono, non di comprimere, ma di proteggere, la conquista del grande spazio di libertà in cui possano viaggiare, lavorare o studiare.

La lotta al terrorismo, la vera sicurezza, dipende dalla collaborazione reciproca. Penso ad un’agenzia europea che consenta di tracciare le transazioni finanziarie legate a terrorismo o altri reati transnazionali. Alla condivisione di banche dati e informazioni, tecnologie, buone pratiche. Ad un’accademia che formi esperti di intelligence, ad una vera FBI europea, a un maggiore coordinamento con i paesi terzi. Così come per la cyber sicurezza, dobbiamo mettere insieme le nostre migliori capacità e intelligenze.

Serve una strategia europea contro la radicalizzazione, nelle scuole, nelle periferie, nelle carceri, nel web, che è lo strumento di propaganda più utilizzato.

Il Parlamento ha appena votato la creazione di un Procuratore Ue per facilitare il coordinamento tra pubblici ministeri per reati transfrontalieri, che dovrebbe potersi occupare in futuro anche di lotta al terrorismo.

Queste e altre idee sono allo studio dalla nuova Commissione speciale del nostro parlamento istituita per rafforzare la lotta a terrorismo e radicalizzazione.

Dobbiamo sviluppare una vera Guardia Costiera e di Frontiera, con mezzi, uomini e risorse adeguati.

I nostri cittadini vogliono poter contare su un’Europa che non lasci nelle mani dei trafficanti di esseri umani la gestione dei flussi migratori. Che sappia governare un fenomeno dove sono in gioco i nostri valori, ma anche la paura dei cittadini e il rispetto delle regole. Se non possiamo arretrare su diritto di asilo e solidarietà, dobbiamo essere altrettanto fermi nel contrastare l’immigrazione illegale.

Così come è stato chiuso il corridoio balcanico attraverso investimenti e accordi con paesi terzi, allo stesso modo vanno chiusi tutti gli altri corridoi Mediterranei. L’Europa deve investire almeno le stesse risorse utilizzate con la Turchia e la Giordania, in Libia, Tunisia, Marocco, Ciad, Niger o Mali, nel quadro di una robusta diplomazia economica e di sicurezza.

A breve mi recherò in Marocco e Tunisia anche per verificare la fattibilità di nuovi centri di accoglienza prima del deserto, sotto l’egida dell’ONU. Questi centri devono garantire protezione, controlli e applicazione delle regole per il diritto di asilo o di rimpatrio, cure mediche, sostegno alimentare, scuole. Solo così potremmo salvare migliaia di vite.

Gli europei si aspettano un sistema di asilo che funzioni davvero. Il 19 ottobre la Commissione per le Libertà del Parlamento europeo voterà un testo ambizioso - che spero possa essere approvato in plenaria entro l’anno - per una riforma del Regolamento di Dublino che lo renda più efficiente e solidale. Auspico che il Consiglio europeo che si tiene lo stesso giorno faccia la sua parte.

Il traguardo sono procedure europee per l’asilo e i rimpatri con accordi economici e quote di immigrazione legale dai Paesi africani.

In parallelo, dobbiamo affrontare il problema alla radice. Andare verso l’Africa prima che l’Africa venga da noi. Nel 2050 vi saranno 2.5 miliardi di africani, la popolazione più giovane del pianeta in cerca di prospettive.

La prima delle nostre priorità deve essere un Piano d’Investimenti per l’Africa.  L’attuale fondo, da poco approvato dal Parlamento, è di appena 4 miliardi di euro, del tutto inadeguato a queste sfide. Con il prossimo bilancio dobbiamo prevedere almeno 40 miliardi di euro, con un effetto leva di 400 miliardi. Questi fondi sono essenziali per attirare più investimenti in infrastrutture, trasferimenti di tecnologie, efficienza delle risorse, formazione; per sviluppare una base manifatturiera e un’agricoltura moderna. Questo vuol dire anche opportunità di business e crescita per le imprese europee.

Il 22 novembre ospiteremo in Plenaria un evento di Alto Livello sull’Africa su questi temi a una settimana dal Vertice di Abidjan tra Ue e Unione Africana.

Per promuovere pace, stabilità, sicurezza, l’Unione deve dotarsi di una vera capacità d’intervento, di una difesa comune.

Come punto di partenza, il Parlamento sostiene la realizzazione di un’industria e di un mercato europeo della difesa per sfruttare le economie di scala. Nelle missioni all’estero, così come per il controllo delle frontiere, i nostri mezzi devono poter interagire. Per aumentare il livello di coordinamento e le sinergie sono indispensabili l’interoperabilità e standard comuni. Così come è essenziale sviluppare tecnologie di difesa e sicurezza utilizzando anche il bilancio Ue.

Stiamo esaminando la proposta di un fondo di ricerca per la difesa da votare entro l’anno. Servono molte più risorse, sia per le tecnologie sulla difesa che per quelle sulla sicurezza e la cyber sicurezza.


Riforme per un governo dell’economia

La ripresa economica sta tornando in Europa. Tuttavia, la divergenza tra le regioni continua ad aumentare. Dal 2000, il Pil dell’eurozona è salito del 24,4%, mentre quello italiano solo dello 0,8%. In molte aree la crescita è ancora insufficiente per dare lavoro ai giovani.

I cittadini chiedono un’Europa più coesa, che crei prospettive, che non lasci indietro nessuno.

Dobbiamo completare l’edificio di cui finora abbiamo costruito le fondamenta, con il mercato interno e il grande pilastro dell’Euro.

Per riavvicinare gli europei alla loro moneta dopo 10 anni di crisi, servono profonde riforme.

Senza un vero mercato unico dell’energia o del digitale, con infrastrutture, standard ed interoperabilità, vi saranno imprese sfavorite dal costo dell’energia o dal livello di connettività del luogo dove operano.

Ma questo non basta. Dobbiamo completate l’Unione Bancaria, Fiscale, Economica e Politica, secondo le linee tracciate dal Rapporto dei 5 presidenti già nel 2015.


L’Unione bancaria e il mercato del capitale

La crisi, nata negli Stati Uniti ha portato anche in Europa la necessità di ristrutturazioni bancarie che hanno segnato profondamente questo decennio. Solo in Italia, i costi sono stati 61 miliardi.

Molto meno degli oltre 245 miliardi spesi dalla Germania, o di quelli spesi da Francia, Gran Bretagna, Spagna, Olanda o Belgio.

Per evitare di ripetere gli errori del passato, l’Unione ha intrapreso importanti riforme della regolamentazione e della supervisione bancaria e finanziaria. L’obiettivo è avere banche più solide che garantiscano risparmiatori e contribuenti. Questo anche attraverso un vero mercato dei capitali con condizioni omogenee per erogare e ottenere credito e venture capital.

Oggi le banche sono considerate più solide anche per il solo fatto di avere sede in uno Stato con finanze sane. Questo crea asimmetrie nella redditività delle banche e nel finanziamento delle imprese, avvantaggiando le imprese degli Stati più virtuosi. Un mercato europeo dei capitali garantirebbe maggiore equità di condizioni senza penalizzazione geografica.

Partendo dall’assunto “più capitale e meno debito”, con l’accordo di Basilea 3 è stata rafforzata la patrimonializzazione della banche, riducendo il rischio di salvataggi pubblici.

Il Parlamento europeo ha sostenuto con forza la necessità di norme proporzionali al rischio e alla dimensione delle banche. Garantendo così alle banche più vicine al territorio, regole non eccessivamente onerose.

Il Parlamento ha puntato a non ostacolare la crescita anche con l’introduzione del SME Supporting Factor, che consente requisiti di capitale inferiori per i prestiti alle piccole e medie imprese. 

Il rafforzamento delle banche richiede un’efficace supervisione, la parità concorrenziale, regole certe. Per una maggiore trasparenza, il Parlamento europeo ha anche insistito affinché le Autorità di controllo bancarie e finanziarie rendessero conto al Parlamento stesso.

Per portare a termine l’Unione bancaria, è essenziale che si trovi al più presto l’accordo per una garanzia europea sui depositi. Molto lavoro è già stato fatto per ridurre i rischi. Personalmente, non credo che considerare dei titoli di Stato di un paese Ue meno solidi di altri ai fini dei requisiti di capitali delle banche vada nella giusta direzione. Ma dobbiamo essere seri sul rispetto del Patto di Stabilità. I paesi con alto debito devono fare riforme; avere una maggiore qualità della spesa; stimolare la crescita e rendere più sostenibile il debito.

Anche la necessaria riduzione dei Non Performing Loans deve avvenire in modo equilibrato per non acuire le difficoltà delle banche e per non risultare dannose alla crescita. Il caso delle recenti proposte di riduzione automatica dei Non Performing Loans dovrebbe tener conto della necessaria flessibilità, del valore delle garanzie, e degli sforzi già in essere delle banche.

La digitalizzazione sta cambiando il rapporto banca-cliente. Sono nati nuovi servizi e modelli di business, nuovi attori, come le fintech. Come per altre piattaforme digitali, l’Unione deve garantire parità di regole e tassazione rispetto agli attori tradizionali.

Creare un mercato europeo dei capitali significa anche armonizzare le condizioni di concorrenza, come le leggi fallimentari o il diritto societario. La direttiva sui ritardi dei pagamenti che fissa tempi di pagamento dei fornitori delle Pubbliche Amministrazioni uguali per tutti, è un passo nella giusta direzione.


L’Unione Fiscale

I cittadini vogliono equità fiscale. Oggi assistiamo impotenti a un vero e proprio “dumping” che impoverisce tutti; costringendo chi perde gettito, a tasse oppressive su imprese e lavoro.

E´ proprio di questi giorni la condanna di Amazon da parte della Commissione europea a rimborsare 250 milioni al fisco lussemburghese e, la procedura d’infrazione contro l’Irlanda per il mancato recupero di 13 miliardi di tasse dovute da Google. La Commissaria Verstager li ha giustamente definiti aiuti di Stato che alterano la concorrenza del nostro mercato.

Una concorrenza sleale che, non solo drena i profitti generati da queste imprese nell’intero territorio europeo. Ma costringe anche gli altri Stati a compensare i mancati proventi con più tasse o tagli ai servizi sociali.

Perché booking.com, che guadagna sulle transazioni turistiche in tutta l’Ue, è tassata a livelli minimi solo in Olanda, trasferendo enormi ricchezze nella Silicon Valley? Questo, quando i nostri albergatori - super tartassati -  non hanno neppure i margini per rinnovare gli alberghi o investire in formazione.

Come proposto dalla Commissione, per recuperare equità, le piattaforme andrebbero tassate dove creano valore; ossia dove raccolgono pubblicità, vendono dati, hanno visualizzazioni e contatti, o effettuano transazioni.

La web tax è un buon inizio, ma non basta. Dobbiamo chiederci se non sia arrivato il momento per una base imponibile UE minima, anche per le tasse indirette, con un tetto massimo per quelle sul lavoro.


Unione economica

Non possiamo condividere la stessa moneta senza puntare su livelli di competitività più omogenei e su una maggiore convergenza economica e sociale.

Per rafforzare il percorso delle riforme necessarie, la governance economica deve essere più efficace e democratica. Servono veri e propri benchmark europei, dei target da cui gli Stati membri non possano discostarsi per oltre il 20%. Per l’Italia vorrebbe dire durata dei processi, diffusione dell’e-government, tassazione su lavoro e imprese, vicini alla media europea.

Gli sforzi di riforma devono essere sostenuti da più risorse europee. I fondi strutturali, per lo sviluppo rurale, i fondi sociali, il “Piano Junker”, devono essere focalizzati su questo obiettivo. Con una flessibilità di bilancio più ampia, ma vincolata a questi target.

A febbraio abbiamo proposto di trasformare il Fondo Salva Stati, con i suoi 376 miliardi di capitale ancora disponibili, in un vero Fondo Monetario Europeo. Questo Fondo, sottoposto al controllo del Parlamento, sarebbe determinante per correggere gli squilibri competitivi e sociali, facilitando le riforme strutturali.


Conclusioni

L’uscita del Regno Unito è un ulteriore sintomo che questa Unione non sempre si è mostrata all'altezza. Questa settimana a Strasburgo abbiamo approvato la Risoluzione sulla Brexit.

I progressi realizzati sono insufficienti. Non è una buona notizia. Vi è il rischio che il Regno unito esca anche dal mercato interno, perdendo il passaporto Ue per i propri servizi finanziari.

A maggio a Bruxelles abbiamo inaugurato la Casa della Storia europea. Conoscere questa storia significa prendere coscienza di un’avventura che in tremila anni ha forgiato l’identità europea. E’ la nostra vera forza, la prima ragione del nostro stare insieme.

Per questo è importante che i giovani conoscano i nuovi giganti del nostro tempo, De Gasperi, Adenauer, Schumann, Kohl. Non hanno vinto campagne militari, ma hanno consentito un nuovo Rinascimento.

Questi uomini hanno conosciuto il frutto avvelenato del nazionalismo, la negazione della dignità umana.

La storia ci ha insegnato che la nostra Patria europea, la nostra libertà, non può mai essere data per scontata. Spetta a noi oggi, alle nuove generazioni di domani, tramandare il valore di questa identità e difenderla ogni giorno.

La Dichiarazione di Roma del 25 marzo scorso non deve essere solo una celebrazione, ma il punto di partenza per un nuovo cammino. La meta finale sono gli Stati Uniti d’Europa.

Come per gli Stati Uniti d’America per cui ci sono voluti quasi più di 2 secoli, anche per noi non sarà facile.

Ma io sono ottimista. Insieme possiamo scegliere di non avere paura, di continuare con fiducia il nostro cammino.

Per maggiori informazioni:

europarl.president.press@europarl.europa.eu