RELAZIONE sullo sfruttamento dei bambini nei paesi in via di sviluppo, con particolare enfasi sul lavoro infantile
15.6.2005 - (2005/2004(INI))
Commissione per lo sviluppo
Relatore: Manolis Mavrommatis
PROPOSTA DI RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO
sullo sfruttamento dei bambini nei paesi in via di sviluppo, con particolare enfasi sul lavoro infantile
Il Parlamento europeo,
– visti gli articoli 177, 178, 180 e 181 del trattato CE,
– visto il Titolo III, articoli 316, 317 e 318 del Trattato che istituisce una Costituzione per l'Europa,
– vista la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia[1] e, principalmente, l'articolo 32,
– visti i Protocolli opzionali I e II del 2002 a tale Convenzione riguardanti la vendita dei bambini, la prostituzione infantile e la pornografia infantile nonché il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati,
- viste le convenzioni 138 sull'età minima di ammissione al lavoro (1973) e 182 riguardante la proibizione e l'azione immediata volta ad eliminare le forme peggiori di lavoro minorile (1999) dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL),
– visto l'Accordo di partenariato ACP-UE sottoscritto a Cotonou (Benin) nel giugno 2000,
– visti i restanti strumenti internazionali volti a rafforzare la protezione dei diritti dei bambini come, per esempio, il Patto internazionale dell'ONU sui diritti civili e politici[2], il Patto internazionale dell'ONU sui diritti economici, sociali e culturali[3], la Convenzione dell'ONU contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti[4], la Convenzione dell'ONU sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti della donna[5] e il Trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine[6],
– vista la Carta africana sui diritti e il benessere del bambino, adottata nel luglio 1990 a Nairobi (Kenya),
– visti gli obiettivi del millennio per lo sviluppo, in particolare, gli obiettivi 1 e 2 e il Vertice di Alto livello del Millennio delle Nazioni Unite che si terrà nel settembre 2005 a New York,
– viste le sue precedenti risoluzioni e le risoluzioni dell'Assemblea parlamentare paritetica dell'accordo di partenariato ACP-UE[7],
– visto il Programma internazionale per l'eliminazione del lavoro infantile (IPEC), presentato dall'OIL nel 1992 ed attuato in 51 paesi,
– viste le relazioni e le restanti attività dell'OIL e dell'UNICEF sull'istruzione[8],
– visto il forum mondiale sull'istruzione tenutosi a Dakar, Senegal, nel 2000 (Vertice di Dakar), in cui è stato adottato il documento "Istruzione per Tutti",
– visto l'articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo che definisce l'istruzione come un diritto umano fondamentale,
– vista la sessione speciale sull'infanzia dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, che ha avuto luogo a New York nel maggio 2002, e le sue conclusioni contenute nel documento "Un mondo adatto ai bambini",
– visti gli orientamenti dell'UE sui bambini nei conflitti armati[9],
– vista la dichiarazione di Libreville sulla tratta dei bambini, adottata nel 2002 da 21 paesi africani[10],
– vista la comunicazione della Commissione sulla partecipazione degli attori non statali[11],
– vista la risoluzione del Consiglio sulla responsabilità sociale delle imprese[12],
– vista la comunicazione della Commissione sulla responsabilità sociale delle imprese: un contributo delle imprese allo sviluppo sostenibile[13],
– viste le linee direttrici dell'OCSE per le imprese multinazionali[14],
– vista la relazione dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite sulle responsabilità delle imprese transnazionali e delle imprese connesse in materia di diritti dell'uomo[15],
– vista la dichiarazione tripartita di principi sulle multinazionali e la politica sociale, adottata dall'OIL nel novembre 1977,
– visto il 5° Principio dell'Accordo mondiale (Global Compact) dell'ONU ossia "Le imprese dovrebbero appoggiare l'effettiva abolizione del lavoro infantile",
– vista la relazione dell'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE sui progressi nello sviluppo dell'istruzione primaria universale e l'uguaglianza uomo-donna nei paesi ACP, secondo gli obiettivi di sviluppo del Millennio approvati a Bamako (Mali) nell'aprile 2005,
– visto l'articolo 45 del suo regolamento,
– visti la relazione della commissione per lo sviluppo e il parere della commissione per il commercio internazionale (A6‑0185/2005),
A. considerando che per "lavoro infantile" si intende qualsiasi forma di lavoro svolto da bambini di età compresa tra i cinque e i diciotto anni che può dividersi in tre categorie: lavoro estremamente dannoso per la salute fisica e mentale del bambino e che richiede l'urgente allontanamento di quest'ultimo da tale lavoro, conformemente alle Convenzione n. 182 dell'OIL sulle forme peggiori di lavoro minorile; il lavoro dove i diritti vengono violati , ma dove è possibile evitare le violazioni migliorando le condizioni di lavoro o aiutando i bambini a trovare alternative migliori quali l'istruzione; il lavoro dove i diritti non vengono violati e che può contribuire al rispetto dei diritti; e considerando che i nostri sforzi sul lavoro infantile dovrebbero concentrarsi sulle prime due categorie,
B. considerando che, nel mondo, lavorano 352 milioni di bambini, di cui 179 milioni sono vittime di ciò che l'OIL definisce le peggiori forme di lavoro,
C. notando che la maggioranza dei bambini che lavorano sono occupati nel settore agricolo,
D. considerando che 5 milioni di bambini sono oggetto di sfruttamento nei luoghi di lavoro nell'Europa orientale e nella regione del Mediterraneo, e a quanto sembra anche in taluni Stati membri dell'Unione europea, il che sarebbe particolarmente inammissibile,
E. osservando che la Convenzione sui diritti dell'infanzia del 1989 è stata ratificata da tutti i paesi che l'hanno sottoscritta, eccetto due, segnatamente gli Stati Uniti e la Somalia,
F. considerando che la povertà non dev'essere una barriera insormontabile che impedisca ai bambini poveri di smettere di lavorare e di godere del diritto ad un'istruzione a tempo pieno qualora vengano prese misure adeguate, poiché porre fine al lavoro minorile non comporta la necessità di porre previamente fine alla povertà,
G. considerando che il lavoro minorile favorisce il perpetuarsi della povertà e ostacola lo sviluppo riducendo i salari, privando gli adulti di un lavoro e negando ai bambini un'istruzione,
H. considerando che ogni bambino, alla sua nascita, ha diritto ad essere registrato e la conseguente relazione diretta tra tale registrazione e l'applicazione delle norme pertinenti in materia dei diritti umani che tutelano i bambini dallo sfruttamento attraverso il lavoro,
I. considerando che lo sviluppo dell'istruzione globale è una delle strategie più efficaci a disposizione per rompere il ciclo della povertà e che costituisce un elemento chiave dello sviluppo umano sostenibile e degli sforzi nel progresso verso gli obiettivi di sviluppo umano concordati per il 2015 in ambito internazionale,
J. considerando che, il 10 novembre 2000, la Commissione e il Consiglio hanno pubblicato una comunicazione congiunta sull'insegnamento primario universale e sul riconoscimento dell'istruzione quale priorità dello sviluppo; considerando, inoltre, che il Parlamento europeo ha riconosciuto, in numerose risoluzioni, la relazione esistente fra l'istruzione e l'abolizione del lavoro minorile,
K. considerando che 121 milioni di bambini (tra cui 65 milioni di bambine) non hanno mai frequentato la scuola sebbene ogni bambino abbia un diritto incontestabile all'istruzione,
L. osservando che il lavoro minorile impedisce a molti bambini di andare a scuola, che viene considerata un lusso quando il loro reddito costituisce un complemento indispensabile alla sopravvivenza di tutta la loro famiglia e che 120 milioni di bambini sul totale di quelli che lavorano hanno un orario di lavoro a tempo pieno, il che fa sì che la loro istruzione sia inadeguata o inesistente, e che in alcuni casi, in paesi come l'India e la Cina, l'istruzione dei bambini viene interrotta perché i genitori emigrano per andare a lavorare all'estero e non possono lasciare i bambini continuare la loro istruzione senza sorveglianza,
M. considerando che il diritto di un bambino all'istruzione non è negoziabile e che l'istruzione e la formazione professionale sono di vitale importanza, in particolare per le bambine e le donne, nel quadro della lotta contro la povertà e sottolineando l'impegno politico della Commissione ad aumentare le risorse destinate all'istruzione e alla formazione nel quadro della cooperazione allo sviluppo,
N. considerando che il Consiglio ha espresso chiaramente il suo impegno per quanto riguarda gli obiettivi del millennio per lo sviluppo che fissano lo sradicamento della povertà nonché il conseguimento dell'istruzione primaria universale e l'uguaglianza dei generi,
O. considerando che le società di produzione di articoli sportivi si sono impegnate nel 1978 a conformarsi al codice delle pratiche di lavoro della FIFA che vieta l'utilizzazione del lavoro minorile nella fabbricazione di prodotti ai quali essa accorda licenze,
P. considerando che le imprese, incluse le multinazionali, hanno la responsabilità etica, imprenditoriale e sociale di contribuire all'abolizione del lavoro infantile da ogni aspetto della fabbricazione e della produzione,
Q. considerando che le risposte di singoli settori al lavoro minorile raramente sono efficaci;
R. considerando che un'istruzione di scarsa qualità e/o scarso rilievo può scoraggiare i bambini ed esporli "al rischio" dello sfruttamento,
1. invita tutti gli Stati a procedere quanto prima alla ratifica e all'applicazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia e dei suoi protocolli facoltativi;
2. ingiunge ai due Stati membri dell'UE che non hanno ratificato le convenzioni 138 e 182 dell'OIL a procedere il più rapidamente possibile alla loro ratifica e alla loro applicazione, in quanto qualsiasi altro atteggiamento sarebbe contrario alla Carta dei diritti fondamentali;
3. raccomanda alla Commissione di fare dell'attuazione delle norme fondamentali di lavoro una costante componente della concertazione bilaterale a tutti i livelli sia con i paesi dove si registrano violazioni sia con i paesi che vi sono coinvolti tramite investimenti e scambi commerciali;
4. ritiene che la ratifica e il rispetto delle convenzioni 138 e 182 dell'OIL facciano parte integrante delle esigenze che la Commissione e il Consiglio devono imporre ai paesi candidati all'ingresso nell'Unione europea;
5. sottolinea che la lotta per l'eliminazione dello sfruttamento dei bambini e del lavoro infantile deve costituire una priorità politica dell'UE e invita la Commissione a creare una linea di bilancio speciale che ponga l'accento sulla protezione dei diritti del bambino, nel quadro dell'iniziativa europea per la democrazia e i diritti dell'uomo (EIDHR);
6. esorta la Commissione a integrare pienamente i diritti dei bambini, compresa l'eliminazione del lavoro infantile dannoso in tutte le sue iniziative e, principalmente, nei documenti di strategia per paese e regioni e nei programmi nazionali/regionali nonché nel processo di revisione della dichiarazione di politica di sviluppo e a incentrare la sua attenzione sul ruolo essenziale dell'istruzione;
7. invita la Commissione a far sì che le politiche commerciali dell'UE siano coerenti con il suo impegno di preservare e di promuovere i diritti dei bambini e ad effettuare un'indagine approfondita sull'introduzione di un regime UE per quanto riguarda l'etichettatura di prodotti importati nell'UE per attestare che sono stati prodotti senza il ricorso a manodopera infantile in qualsiasi punto della catena di produzione e di approvvigionamento e a predisporre etichette con la dicitura "senza ricorso al lavoro minorile" per tali prodotti, assicurando, al contempo, che tale regime sia conforme alle norme commerciali internazionali dell'OMC; raccomanda che le risultanze dell'indagine vengano presentate alla commissione per il commercio internazionale; nel frattempo, afferma che i prodotti provenienti dai paesi in via di sviluppo dovrebbero recare un'etichetta con la dicitura "coltivato/prodotto in maniera responsabile, senza ricorso al lavoro minorile";
8. raccomanda che la Commissione includa, in ogni trattato di commercio bilaterale e partenariati strategici, una clausola sull'attuazione delle norme di lavoro fondamentali, fra cui la messa al bando del lavoro infantile, con particolare riferimento all'età minima di accesso al lavoro;
9. esorta la Commissione a vigilare affinché il problema del lavoro infantile dannoso e la protezione dei bambini da qualsiasi forma di abuso, sfruttamento o discriminazione siano le questioni centrali nell'ambito delle commissioni e dei sottogruppi per i diritti dell'uomo istituiti nel quadro degli accordi di commercio e di cooperazione;
10. invita il Consiglio e la Commissione ad includere la registrazione ufficiale dei neonati allo stato civile nella politica di cooperazione allo sviluppo quale diritto fondamentale e mezzo per proteggere i diritti dei bambini;
11. esorta la Commissione a accordare attenzione alla questione della registrazione ufficiale dei neonati in tutte le sue comunicazioni future nel quadro della politica di sviluppo e a proporre linee direttrici per divulgare tale pratica;
12. plaude alla creazione, in seno alla Commissione, di un gruppo di commissari per i diritti fondamentali e alla nomina di un rappresentante personale per i diritti umani e li invita ad includere la protezione e la promozione dei diritti dei bambini e l'abolizione del lavoro infantile dannoso tra le loro priorità essenziali;
13. invita la Commissione a promuovere una strategia di sostegno tecnico degli Stati in cui il problema della mancanza di una registrazione ufficiale delle nascite è diffuso;
14. invita la Commissione ad elaborare una comunicazione annuale sui diritti del bambino, offrendo così un quadro coerente per la protezione dei diritti dei bambini e l'eliminazione del lavoro infantile dannoso;
15. accoglie con favore la finalizzazione del partenariato strategico per la cooperazione e lo sviluppo con l'OIL, in cui la priorità fondamentale per le attività congiunte è l'eliminazione del lavoro infantile, in particolare per le età più basse, e chiede alla Commissione di attuarla al più presto possibile e di riferire al Parlamento su una base regolare; invita la Commissione a redigere regolarmente relazioni dirette al Parlamento riguardanti i progressi realizzati nei settori coperti da tale cooperazione; invita la Commissione a stabilire simili collaborazioni anche con altri organismi pertinenti come, per esempio, l'UNICEF;
16. invita il Consiglio e la sua Presidenza, quale voce dell'UE, a promuovere i diritti dei bambini e l'eliminazione del lavoro infantile in occasione della riunione di Alto livello dell'ONU che si terrà a New York nel settembre 2005;
17. invita la Commissione e l'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE a tenere conto delle conclusioni della sessione speciale sull'infanzia dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite in occasione dei negoziati di revisione dell'Accordo di partenariato ACP-UE, e invita tutti gli Stati membri dell'Accordo e dell'UE a rispettare gli impegni assunti durante tale sessione;
18. ricorda che l'accordo di Cotonou prevede una disposizione specifica sulle norme in materia di scambi commerciali e di lavoro che conferma l'impegno delle parti a utilizzare le norme fondamentali del lavoro e in particolare a eliminare le peggiori forme di lavoro infantile; invita la Commissione ad assicurare l'attuazione dell'articolo 50 dell'accordo di Cotonou;
19. accoglie con favore le disposizioni all'interno del nuovo schema del sistema di preferenze di scambio GSP+ che offre preferenze addizionali ai paesi in via di sviluppo che ratificano e attuano gli standard sociali/OIL e chiede alla Commissione di sorvegliarne con attenzione l'attuazione effettiva e di riferire annualmente al Parlamento;
20. chiede che venga promossa una interazione positiva tra la liberalizzazione degli scambi internazionali e l'applicazione delle norme fondamentali del lavoro; raccomanda alla Commissione di svolgere valutazioni di impatto sociale a breve e lungo termine per le varie componenti connesse all'introduzione di politiche di liberalizzazione commerciale e al potenziale esito del GATS sulla parità di accesso ai servizi e alle agevolazioni sociali;
Relazione tra istruzione , povertà e lavoro infantile
21. ribadisce la sua posizione sulla relazione che si rafforza mutuamente tra una mancanza di istruzione e il lavoro infantile, che fa dell'istruzione lo strumento basilare per il raggiungimento dell'obiettivo 2 relativo agli obiettivi di sviluppo del Millennio fino al 2015;
22. chiede che si presti particolare attenzione all'istruzione primaria delle bambine, poiché queste devono affrontare più ostacoli e più barriere che i bambini (fattori culturali come i matrimoni in giovane età, la discriminazione, il loro ruolo sociale e familiare, ecc., sono determinati) per entrare e restare a scuola e terminare gli studi; afferma, inoltre, che le bambine che hanno ricevuto un'istruzione hanno famiglie meno numerose, più sane e contribuiscono ad aumentare la produttività e a ridurre la povertà;
23. invita la Commissione ad utilizzare la sua posizione quale principale donatore di assistenza ufficiale allo sviluppo tra le istituzioni internazionali quali l'UNESCO, l'UNICEF, la Banca mondiale e il FMI, per esortare questi donatori multilaterali ad esercitare pressioni in vista di delineare politiche volte ad eliminare i lavoro infantile dannoso nonché a progettare e attuare politiche e programmi in materia d'istruzione che integrino tutti i bambini che lavorano e gli altri bambini che non vanno a scuola nell'istruzione formale a tempo pieno senza discriminazioni fondate sul sesso, sugli handicap, l'origine etnica o razziale, la religione o la cultura, fino a quando non abbiano raggiunto l'età minima per lavorare, ai sensi della Convenzione n. 138 dell'OIL;
24. invita la Commissione ad esercitare pressioni per far sì che l'età prevista per il completamento dell'istruzione obbligatoria e l'età minima legale per lavorare siano conformi alla Convenzione 138 dell'OIL che stipula che l'età minima di ammissisone all'impiego "non dovrà essere inferiore all'età in cui cessa la scolarità obbligatoria né, in ogni caso, ai 15 anni",
25. sostiene le sei misure richieste dall'UNICEF per eliminare il lavoro infantile, e cioè:
• eliminazione immediata dei lavori pericolosi da parte dei bambini,
• organizzazione di un insegnamento gratuito e obbligatorio fino a 16 anni,
• ampliamento della protezione giuridica dei bambini,
• registrazione di tutti i bambini al momento della nascita allo scopo di poter determinare la loro età senza possibilità di frodi,
• una raccolta e un controllo adeguato dei dati per conoscere con esattezza l'ampiezza del fenomeno del lavoro minorile,
• adozione di codici di condotta;
26. si rammarica che, dopo il Vertice di Dakar, non sia stato osservato alcun progresso significativo nell'affrontare la crisi nell'insegnamento e segnala che, oggigiorno, 113 milioni di bambini in età scolare, di cui due terzi sono bambine, sono privi addirittura di istruzione elementare;
27. ritiene che nessun bambino dovrebbe essere privato del suo diritto fondamentale all'istruzione a causa dell'impossibilità di pagare le spese di scolarità e ribadisce il suo invito a tutti i governi di stabilire un calendario preciso onde eliminare rapidamente le spese di scolarità, dirette e indirette, per l'educazione primaria mantenendo, al contempo, un elevato livello dell'istruzione, se non migliorandone la qualità; sottolinea che il fatto di far partecipare i bambini e le comunità alla presa di decisioni riguardanti le scuole contribuisce a meglio adattare l'istruzione alle necessità dei bambini;
28. considera l'informazione sui programmi di istruzione e formazione esistenti fattore essenziale affinché vengano attuati con successo ed invita la Commissione a controllare con particolare attenzione che le donne e le bambine ricevano l'informazione adeguata, poiché l'istruzione può aiutarle a proteggersi contro qualsiasi forma di sfruttamento;
29. invita la Commissione a definire obiettivi chiari per la promozione di un'istruzione fondamentale universale della più alta qualità nei programmi nazionali indicativi con particolare enfasi sull'integrazione delle bambine, dei bambini delle zone colpite da conflitti e dei bambini provenienti da gruppi sociali marginalizzati nei programmi di istruzione;
30. raccomanda la Commissione a sostenere i programmi di mobilitazione e i programmi di istruzione transitoria incentrandosi particolarmente sull'efficacia delle strategie volte ad integrare i bambini lavoratori in una scolarità a tempo pieno, come per esempio le scuole e le classi di transizione, che aiutano i bambini che non hanno mai ricevuto un'istruzione scolastica formale ad adattarsi all'ambiente scolastico con l'assistenza di personale docente debitamente specializzato;
31. invita l'Unione europea ad obbligare i paesi con statuti che già vietano il lavoro minorile ad eliminare completamente questa forma di lavoro nei loro paesi e ad inserire i bambini e gli adolescenti che sono rimasti indietro nel sistema scolastico entro un periodo di tolleranza di tre anni;
32. invita l'UE a potenziare gli aiuti finanziari per aumentare il numero di scuole e di insegnanti nelle zone che ne hanno bisogno;
33. ritiene che il lavoro infantile sia il prodotto di uno sviluppo socioeconomico squilibrato; raccomanda che gli sforzi volti all'eliminazione del lavoro infantile tengano conto delle condizioni sociali e della povertà dei paesi in via di sviluppo e che portino alla proposta di misure tese ad aumentare i redditi familiari garantendo, per esempio, un reddito minimo per i lavoratori adulti dal momento che il lavoro minorile erode i salari degli adulti;
34. ritiene che l'eliminazione della povertà sia l'unico modo per creare le condizioni necessarie per l'eradicazione dello sfruttamento minorile e sottolinea l'importanza del sistema del microcredito ai fini dell'aumento del reddito delle famiglie;
35. chiede alla Commissione di monitorare l'insieme del finanziamento comunitario destinato all'istruzione di base per quanto riguarda il suo contributo alla lotta contro le forme di lavoro infantile che mantengono i bambini lontani dalle scuole a tempo pieno senza, che ciò limiti la donazione di aiuto umanitario, consistente in prodotti alimentari e altre forme di aiuto allo sviluppo delle infrastrutture delle regioni;
36. mette in evidenza che un insegnamento universale a tempo pieno esige un sistema educativo che includa strategie per integrare tutti i bambini che lavorano – o che non vanno a scuola per altri motivi – in un sistema scolastico a tempo pieno; chiede all'Unione europea di garantire che tutti i programmi educativi finanziati dalla Comunità prevedano ampie strategie che includano la motivazione sociale e corsi di recupero per alunni più grandi di età;
37. plaude all'azione del Programma internazionale per l'eliminazione del lavoro infantile (IPEC) e sostiene gli incentivi da esso proposti per fare ritornare i bambini a scuola come, per esempio, i pasti gratuiti per i bambini o altre forme di aiuto alle loro famiglie;
38. sostiene l'attività dell'OIL e la sua cooperazione con l'Organizzazione mondiale del commercio (OMC), incluso attraverso un dialogo regolare, e suggerisce l'ulteriore rafforzamento di tali scambi;
Peggiori forme di sfruttamento infantile
39. esprime la sua preoccupazione per le gravi violazioni dei diritti del bambino, quali definite dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia, segnatamente il diritto alla salute, all'istruzione e all'alimentazione nonché alla protezione contro la violenza, lo sfruttamento e il maltrattamento;
40. invita la Commissione ad appoggiare i programmi volti a lottare contro le forme meno diffuse di lavoro infantile come, per esempio, il lavoro domestico e la vendita di bambini per saldare i debiti familiari;
41. plaude all'iniziativa della Commissione di aver avviato la redazione di una comunicazione sulla tratta degli esseri umani (2005);
42. ribadisce la sua proposta di designare un inviato speciale dell'UE per i bambini vittime di conflitti armati, guerre, spostamenti, siccità, fame, disastri naturali o dell'AIDS, o per le bambine e i bambini che sono oggetto di traffico di esseri umani che garantisca l'attenzione necessaria a tali situazioni;
43. chiede un sostegno da parte dell'OMC sotto forma di abolizione del lavoro minorile nel commercio e propone che i prodotti fabbricati senza ricorrere al lavoro minorile siano dotati di un marchio e di un'etichetta appositi al fine di sensibilizzare i consumatori sulle pratiche responsabili;
44. invita la Commissione a rammentare all'Unione europea e ai paesi in via di sviluppo gli obblighi loro derivanti dalla Convenzione dell'Aja in materia di adozione internazionale e in particolare a garantire che tutti i paesi che beneficiano di aiuti comunitari abbiano firmato e ratificato detta Convenzione e ad aiutare tali paesi a prevenire i danni ai bambini causati da procedure di adozione inadeguate o non autorizzate all'interno dei loro paesi o tra paesi diversi;
45. plaude all'iniziativa della Commissione di aver avviato la redazione di una comunicazione sulla responsabilità sociale delle imprese (RSI) che era prevista per l'aprile 2005;
46. raccomanda alla Commissione di svolgere un'inchiesta sull'adozione a livello dell'Unione delle appropriate tutele giurisdizionali e dei meccanismi che identifichino e perseguano gli importatori, con sede nella Comunità, di prodotti che permettono la violazione delle convenzioni fondamentali dell'OIL, incluso l'uso del lavoro infantile a qualsiasi stadio della catena di approvvigionamento; invita pertanto la Commissione a studiare la possibilità di concedere incentivi agli importatori UE che svolgono controlli regolari e indipendenti sulla fabbricazione dei loro prodotti in tutti i paesi terzi che fanno parte della catena di produzione;
47. invita la Commissione e il Consiglio a promuovere le iniziative a favore del commercio equo, in particolare nei nuovi Stati membri dell'UE, controllando i produttori per assicurare che i loro metodi siano conformi ai modelli del commercio equo;
48. raccomanda alla Commissione di indagare e identificare le società che utilizzano manodopera infantile in modo continuo e persistente in qualsiasi parte della catena di produzione e di approvvigionamento e chiede che tale elenco venga messo a disposizione degli importatori UE;
49. invita gli Stati membri a sensibilizzare i consumatori sulla responsabilità sociale delle imprese e a sostenere le iniziative volte a promuovere i prodotti, principalmente quelli agricoli o provenienti dall'industria degli articoli sportivi, fabbricati senza ricorrere al lavoro infantile;
50. invita i governi locali a cooperare con le organizzazioni internazionali per monitorare i settori dell'industria e dell'agricoltura al fine di prevenire il lavoro minorile e cooperare alla costruzione e alla manutenzione di adeguate strutture educative a tempo pieno con personale docente qualificato e trasporti e pasti gratuiti in modo che tutti i bambini possano frequentare la scuola;
51. sollecita la Commissione e gli Stati membri a fornire un contributo allo sviluppo delle norme ONU sulle responsabilità delle imprese transnazionali e delle altre imprese per quanto riguarda i diritti dell'uomo, affinché possano diventare un efficace strumento globale contro il lavoro infantile e altri eventuali abusi dei diritti dell'uomo da parte delle imprese;
52. invita pressantemente la Commissione ad assumere il rispetto delle norme di lavoro fondamentali quale condizione nell'ambito della sua politica di acquisti e appalti; invita altresì la Commissione a definire al riguardo una politica che consenta anche ai piccoli produttori dei paesi in via di sviluppo di ottemperare a dette norme;
53. invita il Consiglio a sostenere le linee direttrici dell'OCSE per le imprese multinazionali e il Patto mondiale (Global Compact) dell'ONU;
54. raccomanda alla Commissione di estendere, dagli investimenti agli scambi commerciali, la portata delle linee direttrici dell'OCSE per le imprese multinazionali, potenziare lo strumentario di attuazione e stipulare intese con i governi dei paesi in via di sviluppo sul modo in cui le imprese possano contribuire "all'abolizione effettiva del lavoro infantile";
55. incoraggia le imprese transnazionali ad adottare in tutte le loro attività e catene di approvvigionamento strategie di impresa socialmente responsabili, in cooperazione con le parti interessate, e di riferire in materia;
56. invita la Commissione, in caso di inosservanza delle linee direttrici dell'OCSE da parte dei governi dei paesi in via di sviluppo, non solo ad avviare la procedura di infrazione, bensì anche a fare il nome pubblicamente delle imprese e delle società multinazionali attive nella produzione di noti prodotti mediante lo sfruttamento del lavoro infantile;
57. incoraggia i governi dei paesi in cui hanno sede le imprese transnazionali a controllare l'attuazione delle linee direttrici dell'OCSE per le imprese multinazionali e a pubblicare periodicamente relazioni sul contributo di tali imprese all'effettiva abolizione del lavoro infantile e all'applicazione delle norme fondamentali del lavoro dell'OIL;
58. plaude alla sottoscrizione del Protocollo per la coltivazione e il trattamento delle fave di cacao e dei loro prodotti derivati da parte degli attori dell'industria del cacao su scala mondiale nonché ai risultati dell'attuazione del progetto che limita l'utilizzazione dei bambini nella produzione (confezione) di palloni da calcio in Pakistan, ed appoggia qualsiasi altra iniziativa simile;
59. sostiene lo sviluppo di iniziative del settore privato tese all'eliminazione del lavoro infantile, inclusi codici di condotta, e incoraggia una maggiore cooperazione, trasparenza e coerenza tra le iniziative, che dovrebbero essere basate sulle norme di lavoro fondamentali dell'OIL ed essere monitorate da organismi indipendenti;
60. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai governi degli Stati membri, ai Copresidenti dell'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE e all'UNICEF nonché agli altri organismi pertinenti dell'ONU.
Traduzione esterna
- [1] Adottata nel 1989 ed entrata in vigore nel 1990.
- [2] Adottato nel dicembre 1966; entrato in vigore nel marzo 1976.
- [3] Adottato nel dicembre 1966; entrato in vigore nel gennaio 1976.
- [4] Adottata nel dicembre 1984; entrato in vigore nel giugno 1987.
- [5] Adottata nel dicembre 1965; entrata in vigore nel gennaio 1969.
- [6] Adottato ad Ottawa nel 1997.
- [7] Segnatamente le risoluzioni del PE del 3 luglio 2003 sulla tratta dei bambini e dei bambini soldato (GU C 74 del 24.3.2004, pag. 669), del 15 maggio 2003 sulla comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo sull'istruzione e la formazione nel contesto della riduzione della povertà nei paesi in via di sviluppo (GU C 67 del 17.3.2004, pag. 285), del 6 settembre 2001 sull'istruzione di base nei paesi in via di sviluppo nel contesto della sessione straordinaria sull'infanzia dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite (2001/2030(INI)), la risoluzione sulla posizione dell'UE nel quadro della sessione speciale sull'infanzia dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite (GU C 127 del 29.5.2003, pag. 691), la risoluzione del 13 giugno 2002 sul lavoro minorile nella produzione di equipaggiamenti sportivi (GU C 261 del 30.10.2003, pag. 395) e la risoluzione dell'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE sui diritti dei bambini e, in particolare, i bambini soldato (GU C 26 del 29.1.2004, pag. 17).
- [8] In particolare, le relazioni dell'OIL (Programma internazionale per l'eliminazione del lavoro infantile) "Un futuro senza il lavoro dei bambini" (2002), "Lottare contro il lavoro minorile mediante l'istruzione" (2003), "Investire in ogni bambino" (2004) e la relazione dell'UNICEF "Finanziamento dell'istruzione - Investimenti e resa" (2002).
- [9] 10 dicembre 2003, doc. 15634/03.
- [10] Adottata dal primo Vertice di capi di Stato e di governo degli Stati ACP a Libreville (Gabon) il 7 novembre 1997.
- [11] GU C 76 del 25.3.2004, pag. 247.
- [12] doc. 5049/03.
- [13] GU C 67 del 17.3.2004, pag. 28.
- [14] Relazione annuale sulle linee direttrici per le imprese multinazionali: Edizione 2000.
- [15] doc. ONU ECN 4/2005/91, marzo 2005.
MOTIVAZIONE
Lo sfruttamento dei minori nei paesi in via di sviluppo, con particolare riguardo al lavoro minorile
Introduzione
“Un’immagine vale mille parole”, dice un proverbio cinese.
Una foto di un bambino armato sul fronte di guerra. Centinaia di bambini piccoli stipati in un tugurio a lavorare senza sosta lottando per la vita: la loro vita e quella dei loro genitori sofferenti. Migliaia di minori, di età compresa fra i 5 e i 17 anni, anziché ricevere un’istruzione nelle scuole, sono gettati nei campi per il raccolto. Milioni di bambini in ogni parte del mondo richiamano la nostra attenzione, chiedono la nostra protezione, il nostro affetto, il nostro sostegno. Abbiamo l’obbligo di proteggerli. Abbiamo il potere per farlo. L’Unione europea non può e non deve rimane indifferente di fronte allo sfruttamento dei minori nei paesi in via di sviluppo. Le organizzazioni internazionali stanno facendo la loro parte. I cittadini europei sostengono tale impegno, perché 246 milioni di bambini nel nostro mondo guardano verso di noi con la speranza nei loro cuori.
Antefatto
Il termine “lavoro minorile” indica qualsiasi forma di lavoro svolta da minori fra i 5 e i 17 anni dannosa per la loro salute fisica e mentale e d’impedimento al loro sviluppo sociale, morale e psicologico. Inoltre, il termine sta anche ad indicare qualsiasi forma di attività che allontana i bambini dal luogo in cui dovrebbero essere, cioè in classe. Va inoltre aggiunto che l’età lavorativa minima ammessa è 14 anni.
Anche quelle che seguono sono considerate forme di lavoro minorile: traffico di minori, prostituzione, sfruttamento di bambini venduti per estinguere i debiti delle loro famiglie (servitù per debiti), minori che lavorano confinati come domestici oppure sono impegnati in attività pericolose come quelle che si svolgono nelle miniere, nell’industria chimica o in agricoltura, che prevedono il contatto con pesticidi, insetticidi, e così via.
Al momento vi sono 246 milioni di bambini nel mondo che lavorano, un numero che equivale approssimativamente alla metà della popolazione dell’Unione europea. In base a dati recenti forniti dall’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), 171 milioni di bambini lavorano in ambienti che sono pericoli per la loro salute fisica e mentale, 5,7 milioni sono in stato di schiavitù per pagare i debiti delle loro famiglie, 1, 8 milioni vengono sfruttati dai racket della prostituzione e della pornografia, 1,2 milioni sono caduti vittime del traffico di minori o sono stati costretti a cedere allo sfruttamento sessuale, al lavoro forzato o al lavoro, 600 000 sono coinvolti in altre attività illegali mentre nel mondo almeno 300 000 bambini sono stati reclutati a forza negli eserciti.
Di questi bambini, 121 milioni (fra cui 65 milioni di bambine) non hanno mai frequentato la scuola, 73 milioni hanno meno di 10 anni e circa 179 milioni sono vittime di quelle che l’OIL descrive come le forme peggiori di lavoro minorile.
Inoltre, il 70% dei minori che lavorano è “occupato” nel settore agricolo mentre nei paesi in via di sviluppo un terzo dei contadini ha un età compresa fra i 5 e i 17 anni. I minori che lavorano nei campi in condizioni terrificanti sono spesso vittime di sfruttamento sia a livello economico che fisico. Nell’ambito dell’agricoltura commerciale, soprattutto per quanto riguarda la produzione di cacao, tè, caffè, cotone e gomma, dove il lavoro minorile è molto diffuso, un’azione efficace volta alla sua eliminazione è estremamente importante.
Il lavoro minorile non è un fenomeno che caratterizza solo i paesi sottosviluppati e in via di sviluppo. Nell’Europa dell’Est e nelle regioni del Mediterraneo, 5 milioni di bambini sono vittime di sfruttamento nei luoghi di lavoro.
Malgrado tale situazione, il lavoro per i minori al di sotto dei 17 anni non è proibito. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) e molte organizzazioni che si occupano dei minori riconoscono che il lavoro minorile può rappresentare un aiuto concreto per le famiglie che hanno problemi di sopravvivenza. Inoltre, il lavoro che procura ai minori denaro per sé stessi e che si svolge parallelamente alla loro istruzione scolastica è, in molti casi, vantaggioso per il loro sviluppo intellettuale e pertanto accettabile. Purtroppo, però, in base ai dati dell’OIL, rispetto al numero totale dei minori che lavorano, 120 milioni di essi svolgono attività lavorative a tempo pieno e non a tempo ridotto, con il risultato che il loro grado di istruzione si colloca fra l’insufficiente e l’inesistente.
Le cause
Il lavoro minorile è un problema complesso. Al fine di trovare una soluzione efficace, vanno identificate ragioni di tipo socioeconomico. Si tratta soprattutto del risultato della povertà, della mancanza di pari opportunità, della mancanza di accesso all'istruzione e del divario fra le aree urbane e quelle rurali.
Secondo l’UNICEF, la causa fondamentale è la povertà. La povertà e il lavoro minorile sono legati fra loro da una relazione paradossale. Tuttavia, alla Conferenza di Oslo sul lavoro minorile si è anche affermato che lo sfruttamento dei minori è al contempo causa ed effetto della povertà. Da un lato, la povertà spinge molte famiglie a far lavorare i propri bambini come unico mezzo di sopravvivenza. Dall’altro, lo sfruttamento economico dei minori prolunga nel tempo i problemi dell’analfabetismo, dell’esclusione sociale e dell’ineguaglianza, ritardando lo sviluppo.
Inoltre, la mancanza d’istruzione è una delle principali cause dello sfruttamento economico dei minori. In molti casi, l'assenza di attività alternative spinge i minori al lavoro. La scarsità di strutture scolastiche o la necessità di dover pagare tasse scolastiche per l’istruzione di base, che possono anche risultare di lieve entità ma che vengono sentite come un lusso da molte famiglie, tengono i minori lontano dal luogo in cui dovrebbero “lavorare”. Il fatto che in molti paesi in via di sviluppo l’istruzione non rappresenti una soluzione alternativa al lavoro è spesso il risultato dell’irresponsabilità dei governi, che giudicano più urgenti gli investimenti in altri settori.
Il lavoro minorile può anche essere la conseguenza della marginalizzazione di alcuni gruppi sociali, a causa della mancanza di una legislazione di garantisca l’uguaglianza rispetto all’istruzione oppure a causa di tradizioni storiche o religiose. La discriminazione riguardo a sesso, nazionalità, classe sociale, religione o addirittura stato di salute spinge i minori appartenenti a tali gruppi sociali verso le “forme peggiori di lavoro”.
Un impedimento significativo nella lotta contro il lavoro minorile è rappresentato dalle mancate registrazioni delle nascite[1]. La registrazione dei bambini presso l’ufficio anagrafico, e la conseguente emissione di un certificato di nascita, garantiscono che in futuro essi abbiamo diritto a godere della protezione dello Stato, compresi il diritto alle vaccinazioni e la facoltà di accesso alle cure sanitarie e all’istruzione scolastica.
Fra le ragioni che inducono a non registrare i bambini appena nati vi sono i costi relativamente elevati, l’ignoranza riguardo alla procedura, la distanza dalle città in cui si trovano gli uffici anagrafici o persino la mancanza di informazioni in merito all’importanza di ottenere un certificato di nascita. La registrazione ufficiale delle nascite è uno strumento fondamentale per la supervisione e la prevenzione del lavoro minorile incontrollato e di tutte le forme di sfruttamento. È stato calcolato che il costo di una registrazione presso l’ufficio anagrafico è inferiore a un dollaro a persona[2]. Ciononostante, ogni anno un terzo dei bambini appena nati (circa 40 milioni) viene privato di questo diritto e di conseguenza corre il rischio di cadere in futuro vittima dello sfruttamento.
Eliminazione del lavoro minorile e promozione dell'istruzione
È un dato di fatto che la povertà, la mancanza d’istruzione e il lavoro minorile formano un circolo vizioso. Laddove i livelli di povertà sono elevati, i minori sono obbligati a lavorare fin dalla più tenera età, la qual cosa li tiene lontani dalla scuola, e così la loro mancanza d’istruzione li rende più vulnerabili allo sfruttamento e li priva di un futuro migliore. L’eliminazione dello sfruttamento economico dei minori è pertanto un fattore essenziale per raggiungere l’obiettivo 1 (eliminazione della povertà) e l’obiettivo 2 (istruzione di base obbligatoria e gratuita per tutti) nell’ambito degli obiettivi di sviluppo del Millennio.
Nel 1990 le conclusioni del Vertice mondiale sull’infanzia hanno previsto un obiettivo in base al quale, entro il 2000, tutti i bambini del mondo avrebbero dovuto accedere all’istruzione e almeno l’80% fra loro avrebbe dovuto avere la possibilità di completare il ciclo d’istruzione primaria. Nel 2000 il vertice di Dakar ha adottato il documento “Education for all” (“Istruzione per tutti”) mediante il quale 181 Stati si sono impegnati ad offrire istruzione di base di qualità a tutti i bambini, soprattutto alle bambine. Malgrado ciò, al momento 113 milioni di bambini in età scolare non hanno mai frequentato la scuola.
L’abolizione delle tasse scolastiche e delle spese per l’istruzione di base, la creazione di nuove scuole e una maggiore consapevolezza tra i bambini e i loro genitori che solamente l’istruzione può offrire loro un futuro migliore, rappresenterebbero un incentivo, sia per i bambini che per le loro famiglie, a tornare a scuola.
Il sostegno dell’Unione europea a tale iniziativa è anche dimostrato dall’importanza che il Consiglio ha attribuito agli obiettivi di sviluppo del Millennio[3]. Inoltre, tale iniziativa è stata anche riconosciuta dal Parlamento europeo in due risoluzioni. La prima riguarda l’esigenza di sostenere l’istruzione di base obbligatoria e gratuita accessibile a tutti e la seconda si occupa del lavoro minorile nella produzione di equipaggiamenti sportivi. Tuttavia, tali iniziative non trovano una concreta espressione in termini di cooperazione UE con i paesi terzi, in cui si continua a fare una distinzione fra sfruttamento minorile e mancanza d’istruzione.
Quadro giuridico: strumenti e impegni internazionali
Nel 1989 la protezione dei diritti dell’infanzia è stata enunciata nel primo codice giuridicamente vincolante a livello mondiale relativo ai diritti di cui dovrebbe godere ogni bambino, testo adottato dalla quasi totalità della comunità internazionale. Si tratta della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, che espone dettagliatamente i criteri minimi e i principi fondamentali per tutelare i minori da varie forme di sfruttamento[4]. In particolare, l’articolo 32 prevede la tutela del minore rispetto a qualsiasi forma di lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale. Inoltre, all’interno della Convenzione figurano misure contro l’impiego dei minori nel traffico di stupefacenti e di altre sostanze illegali, lo sfruttamento sessuale, il commercio di bambini e la loro partecipazione nei conflitti armati. La Convenzione, che è stata ratificata da tutti gli Stati del mondo tranne gli Stati Uniti e la Somalia, è integrata da due protocolli opzionali del 2000 concernenti il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati nonché il traffico di minori e le attività di prostituzione e pornografia che coinvolgano minori.
I problemi determinati dal lavoro minorile vengono anche affrontati nel contesto delle norme internazionali sul lavoro. Esistono due convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), che hanno pari rilievo. La Convenzione 138 riguarda l’età minima per l’assunzione all’impiego (1973) [5], che è fissata a 15 anni (14 per i paesi in via di sviluppo) mentre per i lavori pericolosi sale a 18 anni. La Convenzione 138 non è stata ratificata dagli Stati Uniti e da tre Stati membri dell’Unione europea. La Convenzione 182 (1999) [6] definisce le forme peggiori di lavoro minorile, quali (i) tutte le forme di schiavitù e pratiche analoghe alla schiavitù, come la servitù per debiti e l’asservimento, il lavoro forzato o obbligatorio, compreso il reclutamento forzato o obbligatorio di bambini al di sotto dei 18 anni ai fini di un loro impiego nei conflitti armati, (ii) attività di prostituzione e pornografia che coinvolgano minori, (iii) l’impiego dei minori ai fini di attività illecite, quali il traffico di stupefacenti e (iv) qualsiasi altro tipo di lavoro che rischi di compromettere la salute fisica o mentale dei minori. Solamente uno Stato membro dell’Unione europea non ha ratificato tale Convenzione.
A livello regionale, nel 1990 la firma da parte dell’Organizzazione di Unità Africana della Carta africana sui diritti e il benessere dei bambini[7] ha rappresentato un passo in avanti significativo. Fra l’altro, l’articolo 2 paragrafo 2 della Carta stabilisce che nessuno al di sotto dei 18 anni di età possa prendere parte direttamente ad azioni di guerra.
La firma di varie convenzioni internazionali e protocolli speciali rappresenta solo l’inizio della composizione di un quadro giuridico significativo per la tutela dell’infanzia a livello internazionale. Purtroppo, però, la ratifica e il recepimento a livello nazionale rimangono insufficienti.
Nel 1992 l’OIL ha presentato il Programma internazionale per l’eliminazione del lavoro infantile[8] (IPEC), che prevede azioni in vari settori, quali la possibilità di esercitare pressioni sui governi per indurli ad adottare leggi in materia d’istruzione di base obbligatoria. L’IPEC opera con successo in 51 paesi ed ha potenzialità di sviluppo in caso di aumento dei suoi finanziamenti.
All’interno dell’Organizzazione delle Nazioni Unite esistono varie sezioni e meccanismi che hanno la responsabilità di promuovere i diritti umani e affrontare il fenomeno del lavoro minorile. Fra questi figura l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani. Tale istituzione comprende due categorie a cui compete la promozione dei diritti umani: gli organismi istituiti tramite la Carta dei diritti umani e quelli stabiliti dai trattati. Il Comitato per i diritti dell’infanzia[9], che rientra nell'ultima categoria, è un organismo composto di personale indipendente e specializzato che sorveglia l’applicazione della Convenzione e dei due protocolli opzionali negli Stati che li hanno ratificati. Gli Stati stessi sono anche tenuti a presentare relazioni periodiche al Comitato.
L’ONU collabora con altre organizzazioni e servizi per la promozione dei diritti umani. Nell’ambito di tali organizzazioni, l’UNICEF contribuisce a tale obiettivo mediante programmi di cooperazione con i governi nazionali.
I diritti dell’infanzia sono stati anche al centro della Sessione straordinaria dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del maggio 2002, il cui intento era quello di elaborare un quadro per promuovere i diritti dell’infanzia nell’arco del decennio successivo. Il problema del lavoro minorile viene affrontato nel documento finale “A world fit for children” (“Un mondo a misura di bambino”) [10], e in particolare nel paragrafo intitolato “Protezione dall’abuso, dallo sfruttamento e dalla violenza”. Per quanto l’Assemblea generale incoraggi azioni efficaci da parte della comunità internazionale per eliminare e proibire le forme peggiori di lavoro minorile, in merito ad altre forme di lavoro il documento risulta meno preciso.
Il ruolo della UE nella lotta per eliminare il lavoro minorile
La promozione dei diritti dell’infanzia e, in particolare, l’impegno ad eliminare il lavoro minorile non sono oggetto di una strategia europea uniforme. Persino all’interno della politica europea in materia di sviluppo, tale aspetto strategico non occupa una posizione centrale. Inoltre, neanche il regolamento del Consiglio che fissa le modalità di attuazione delle azioni di cooperazione allo sviluppo, che contribuiscono all'obiettivo generale di sviluppo e consolidamento della democrazia e dello stato di diritto nonché a quello del rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali[11], fa alcun riferimento specifico ai diritti dell’infanzia.
La comunicazione della Commissione concernente il ruolo dell'Unione europea nella promozione dei diritti umani e della democratizzazione nei paesi terzi[12] sottolinea che “per essere efficaci, il rispetto dei diritti umani e la democrazia dovrebbero essere costantemente presenti in tutte le politiche esterne dell'UE”. Un tale approccio incoraggia la ricerca di soluzioni al problema, ma può risultare approssimativo in assenza di organismi competenti che mettano l’accento su questi problemi specifici fra le altre priorità[13].
Il Parlamento europeo sottolinea tale rischio nella sua risoluzione sul traffico di bambini e di bambini soldato e nella risoluzione dell’assemblea paritetica ACP-UE sui diritti dei bambini e in particolare, dei bambini soldato. Rispetto all’argomento esistono due approcci: da un lato, l’approccio orizzontale, che prevede la generale integrazione della tutela dei diritti dell’infanzia in tutte le politiche dell’Unione europea, e, dall’altro, l’approccio che richiede misure specifiche finalizzate alla promozione dei diritti dell’infanzia dotate di specifiche risorse di bilancio straordinarie.
Responsabilità delle imprese
La globalizzazione ha cambiato il ruolo delle imprese multinazionali. I consumatori hanno maggiore consapevolezza non solo riguardo alla qualità e al prezzo dei prodotti ma anche rispetto alle condizioni delle fasi di produzione. Pertanto è la responsabilità sociale delle multinazionali ad essere al centro di molta attenzione.
Nel 1997 il primo tentativo di affrontare l’argomento da tale punto di vista è stato compiuto con la Dichiarazione tripartita di principi sulle imprese multinazionali e la politica sociale, adottata dall’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) che contiene riferimenti, fra l’altro, al rispetto dell’età minima per l’assunzione all’impiego[14] e all’eliminazione delle forme peggiori di lavoro[15].
Nel 2000 i Principi direttivi dell’OCSE destinati alle imprese multinazionali stabiliscono una serie di norme non vincolanti in vari settori dei diritti umani in cui si sottolinea l’esigenza che le aziende diano il loro contributo per l’abolizione del lavoro minorile[16].
Inoltre, a partire dal 2000, le Nazioni Unite hanno perseguito lo stesso obiettivo attraverso il quinto principio del Global Compact[17].
La relazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite sulle responsabilità delle aziende transfrontaliere riguardo ai diritti umani, adottata nel 2003 dalla Sottocommissione per la tutela e la promozione dei diritti umani, conferma e rafforza i principi sostenuti in relazione al lavoro minorile[18] in fase antecedente.
A. Codici di condotta delle imprese
Proseguendo nell'evoluzione delle iniziative volte a tutelare i diritti dell’infanzia, sono apparsi con sempre maggiore frequenza “codici di condotta” per le imprese per sensibilizzarle sull’idea che il successo economico può andare di pari passo con il rispetto dei diritti dei bambini.
Un esempio positivo a riguardo è rappresentato dall’industria del cacao. Nel 2000 è stato costituito il Global Industry Group (GIG), formato da produttori, sindacati ed altri operatori dell’industria del cacao a livello internazionale. Alla fine dello stesso anno, essi hanno firmato un protocollo concernente i casi di sfruttamento del lavoro minorile nell’ambito della produzione del cacao nei paesi dell’Africa occidentale. Obiettivo di tale protocollo è sviluppare entro luglio 2005 degli standard efficaci e vincolanti nella coltivazione di tale particolare prodotto. Il programma WACAP[19], nel quadro più ampio del programma IPEC dell’Organizzazione internazionale del lavoro, si prefigge l’obiettivo di eliminare le forme peggiori di lavoro minorile nell’industria del cacao e nell’agricoltura commerciale e di allontanare dal lavoro tutti i minori che esercitano un’attività pericolosa nell’ambito dell'industria del cacao. I primi risultati del programma (30 giugno 2004) riferiscono che nei paesi dell'Africa occidentale 250 bambini sono stati allontanati dalle piantagioni per essere riammessi a scuola a settembre.
Un'altra positiva evoluzione si è avuta in Pakistan (dove ha luogo il 75% della produzione globale di palloni da calcio). Uno studio congiunto dell’OIL, della Camera di commercio e industria di Sialkot e dell’American Council for the Soccer Ball Industry ha raggiunto conclusioni particolarmente preoccupanti in relazione alle situazione dei minori in questo settore. La Camera di commercio e industria di Sialkot e l’OIL hanno attuato un piano per ridurre l’impiego dei bambini nella produzione (cucitura) dei palloni da calcio e per provvedere all’istruzione degli ex lavoratori più giovani così da permettere loro maggiori opportunità d’impiego per il futuro. In base alle stime, per i primi due anni i risultati di attuazione del piano sono stati incoraggianti e il numero dei produttori che vi prendono parte è aumentato[20].
B. Riconoscimento della responsabilità sociale delle imprese (RSI)
Nell’ambito di tale programma, si sono compiuti significativi passi in avanti grazie alla comunicazione della Commissione relativa alla responsabilità sociale delle imprese[21]. L'RSI è stata definita come l'integrazione volontaria delle problematiche sociali ed ecologiche nelle operazioni commerciali delle imprese. Si ritiene che se le aziende riescono a gestire i cambiamenti in modo socialmente responsabile, ciò determinerà un impatto positivo a livello macroeconomico. Nella sua risoluzione sulla comunicazione della Commissione relativa alla partecipazione degli attori non statali alla politica di sviluppo della CE[22], il Parlamento ha riconosciuto che la responsabilità sociale delle imprese è un elemento particolarmente importante all’interno della politica UE in materia di sviluppo poiché rappresenta indirettamente uno strumento per tutelare i minori dallo sfruttamento economico.
Un altro aspetto del problema è di natura economica. La garanzia che le materie e i prodotti siano stati ottenuti in modo responsabile ed etico è un modo di sensibilizzare i consumatori alle considerazioni etiche connesse con i loro prodotti. I prezzi dei prodotti che vengono fabbricati da manodopera infantile a basso costo sono più competitivi. L’infanzia non andrebbe sacrificata sull’altare dello sviluppo e della competitività. Pertanto i paesi che non investono sulla qualità delle proprie risorse umane sono condannati a rimanere nel loro stato di sottosviluppo.
- [1] “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi”, articolo 7 della Convenzione sui diritti dell’infanzia.
- [2] In base ai dati dell’UNICEF, in Bangladesh, in presenza di una base giuridica, il costo è di 0.20 $ a bambino per un totale di 5 milioni di bambini.
- [3] Conseguire gli obiettivi di sviluppo del Millennio come obiettivo essenziale dell’Unione europea, 2559a Sessione del Consiglio, Bruxelles 26 gennaio 2004, 5519/04 Presse 26.
- [4] Convenzione sui diritti dell’infanzia, http://www.unicef.gr/reports/symb.php.
- [5] Convenzione sull’età minima di assunzione all’impiego, http://www.ilo.org/ilolex/english/convdisp1.htm.
- [6] Convenzione relativa alla proibizione delle forme peggiori del lavoro minorile e all’azione immediata per la loro eliminazione, http://www.ilo.org/ilolex/english/convdisp1.htm.
- [7] Carta africana sui diritti e il benessere dei bambini,
http://www.africa-union.org/Official_documents/Treaties_Conventions_en - [8] IPEC – Programma internazionale per l’eliminazione del lavoro infantile
- [9] Comitato per i diritti dell’infanzia (CRC)
- [10] Documento finale della Sessione straordinaria dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sull’infanzia del 10 maggio 2002, A world fit for children, parte III / B / 3, art. 441-44, http://www.unicef.org/specialsession/wffc/index.html
- [11] Regolamento (CE) n. 975/1999, GU L 120 dell’8/5/1999, pagg. 1-7
- [12] COM(2001)252, def.
- [13] Mirjam Van Reisen, Bambini invisibili. Verso l’integrazione dei diritti dell’infanzia nelle politiche di cooperazione allo sviluppo degli Stati membri della UE, 2002
- [14] Paragrafo 36, Dichiarazione tripartita di principi sulle imprese multinazionali e la politica sociale, http://www.ilo.org/public/english/employment/multi/download/english.pdf.
- [15] Introduzione, n. 190, ibid.
- [16] Capitolo IV, paragrafo 1b), Principi direttivi dell’OCSE destinati alle imprese multinazionali (2000), http://www.oecd.org/dataoecd/56/36/1922428.pdf
- [17] http://www.un.org/Depts/ptd/global.htm.
- [18] Capitolo II, paragrafo 42 Relazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani sulle responsabilità delle imprese transfrontaliere e delle altre imprese riguardo ai diritti umani, E/CN. 4/2005/91, 15/02/2005.
- [19] WACAP - West Africa commercial agriculture programme to combat hazardous and exploitive child labour (Programma relativo all’agricoltura commerciale dell’Africa occidentale volto a combattere le forme di lavoro minorile che comportino rischio e sfruttamento) . Il programma riguarda cinque paesi dell'Africa occidentale: Ghana, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea e Nigeria http://www.ilo.org/public/french/region/afpro/yaounde/mdtyaounde/download/wacapsye.pdf.
- [20] Lotta contro il lavoro minorile nell’industria calcistica in Pakistan, From stitching to school
http://www.ilo.org/public/english/standards/ipec/publ/download/2004_soccerball_en.pdf. - [21] Comunicazione della Commissione relativa alla Responsabilità sociale delle imprese: un contributo delle imprese allo sviluppo sostenibile COM(2002) 347 def.
- [22] Risoluzione del Parlamento europeo sulla comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento europeo e al Comitato economico e sociale relativa alla partecipazione degli attori non statali alla politica di sviluppo della CE, A5-0249/2003.
PARERE della commissione per il commercio internazionale (23.5.2005)
destinato alla commissione per lo sviluppo
sullo sfruttamento dei bambini nei paesi in via di sviluppo, con particolare enfasi sul lavoro infantile
(2005/2004 (INI))
Relatore per parere: Sajjad Karim
SUGGERIMENTI
La commissione per il commercio internazionale invita la commissione per lo sviluppo, competente per il merito, a includere nella proposta di risoluzione che approverà i seguenti suggerimenti:
1. raccomanda che la Commissione includa, in ogni trattato di commercio bilaterale e partnership strategiche, una clausola sull'attuazione delle norme di lavoro fondamentali, fra cui la messa al bando del lavoro infantile, con particolare riferimento all'età minima di accesso al lavoro;
2. sostiene l'attività dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) e la sua cooperazione con l'Organizzazione mondiale del commercio (OMC), incluso attraverso un dialogo regolare, e suggerisce di rafforzare ulteriormente tali scambi;
3. raccomanda alla Commissione di fare dell'attuazione delle norme fondamentali di lavoro una costante componente della concertazione bilaterale a tutti i livelli sia con i paesi dove si registrano violazioni sia con i paesi che vi sono coinvolti tramite investimenti e scambi commerciali;
4. accoglie con favore la finalizzazione del partenariato strategico per la cooperazione e lo sviluppo con lo OIL, in cui la priorità fondamentale per le attività congiunte è l'eliminazione del lavoro infantile, in particolare per le età più basse, e chiede alla Commissione di attuarla al più presto possibile e di riferire al Parlamento su una base regolare;
5. raccomanda alla Commissione di estendere, dagli investimenti agli scambi commerciali, la portata delle direttive OCSE per le imprese multinazionali, potenziare lo strumentario di attuazione e stipulare intese con i governi dei paesi in via di sviluppo sul modo con cui le imprese possano contribuire "all'abolizione effettiva del lavoro infantile";
6. invita la Commissione, in caso di inosservanza delle direttive dell'OCSE da parte dei governi dei paesi in via di sviluppo, non solo ad avviare la procedura di infrazione, bensì anche a fare il nome pubblicamente delle imprese e delle società multinazionali attive nella produzione di noti prodotti mediante lo sfruttamento del lavoro infantile;
7. incoraggia i governi dei paesi in cui hanno sede le imprese transnazionali a controllare l'attuazione degli orientamenti OCSE per le imprese multinazionali e a pubblicare periodicamente relazioni sul contributo di tali imprese all'effettiva abolizione del lavoro infantile e all'applicazione degli standard di base sul lavoro dell'OIL;
8. stimola le imprese transnazionali ad adottare e promuovere pratiche responsabili in tutte le loro succursali e catene di approvvigionamento e ad attuare con responsabilità sociale di impresa, sviluppata di concerto con tutte le parti interessate (governi, società, sindacati e ONG), riconoscendo i problemi e gli inconvenienti di tali iniziative volontarie; invita la Commissione a indagare sulla possibilità di fornire assistenza tecnica in materia commerciale alle società e agli enti locali dei paesi terzi;
9. sollecita la Commissione e gli Stati membri a fornire un contributo allo sviluppo delle norme ONU sulle responsabilità delle imprese transnazionali e delle altre imprese per quanto riguarda i diritti dell'uomo, affinché possano diventare un efficace strumento globale contro il lavoro infantile e altri eventuali abusi dei diritti dell'uomo da parte delle imprese;
10. invita pressantemente la Commissione ad assumere il rispetto delle norme di lavoro fondamentali quale condizione nell'ambito della sua politica di acquisti e appalti; invita altresì la Commissione a definire al riguardo una politica che consenta anche ai piccoli produttori dei paesi in via di sviluppo di ottemperare a dette norme;
11. sostiene lo sviluppo di iniziative del settore privato tese all'eliminazione del lavoro infantile, inclusi codici di condotta, e incoraggia più cooperazione, trasparenza e coerenza tra le iniziative, che dovrebbero essere basate sulle norme di lavoro fondamentali dell'OIL ed essere sorvegliate da organismi indipendenti;
12. sostiene le sei misure richieste dall'UNICEF per eliminare il lavoro infantile, e cioè:
• eliminazione immediata dei lavori pericolosi da parte dei bambini,
• organizzazione di un insegnamento gratuito e obbligatorio fino a 16 anni,
• ampliamento della protezione giuridica dei bambini,
• registrazione di tutti i bambini al momento della nascita allo scopo di poter determinare la loro età senza possibilità di frodi,
• una raccolta e un controllo adeguato dei dati per conoscere con esattezza l'ampiezza del fenomeno del lavoro minorile,
• adozione di codici di condotta;
13. accoglie con favore le disposizioni all'interno dello schema del sistema di preferenze di scambio GSP+ che offre preferenze addizionali ai paesi in via di sviluppo che ratificano e attuano gli standard sociali OIL e chiede alla Commissione di sorvegliarne con attenzione l'attuazione effettiva e di riferire annualmente al Parlamento;
14. raccomanda alla Commissione di svolgere un'inchiesta sull'adozione a livello dell'Unione delle appropriate tutele giurisdizionali ed i meccanismi che identifichino e perseguano gli importatori, con sede nella comunità, di prodotti che permettono la violazione delle convenzioni fondamentali dell'OIL, incluso l'uso del lavoro infantile a qualsiasi stadio della catena di approvvigionamento; invita pertanto la Commissione a studiare la possibilità di concedere incentivi agli importatori UE che svolgono controlli regolari e indipendenti sulla fabbricazione dei loro prodotti in tutti i paesi terzi che fanno parte della catena di produzione;
15. ricorda che l'accordo di Cotonou prevede una disposizione specifica sugli standard in materia di scambi commerciali e di lavoro che conferma l'impegno delle parti a utilizzare standard di base per il lavoro e in particolare a eliminare le peggiori forme di lavoro infantile; invita la Commissione ad assicurare l'attuazione dell'articolo 50 dell'accordo di Cotonou;
16. chiede che venga promossa una interazione positiva tra la liberalizzazione degli scambi internazionali e l'applicazione di standard di base per il lavoro; raccomanda alla Commissione di svolgere valutazioni di impatto sociale a breve e lungo termine per i vari componenti connessi all'introduzione di politiche di liberalizzazione commerciale e sul potenziale esito del GATS sulla parità di accesso ai servizi e alle agevolazioni sociali;
17. raccomanda alla Commissione di indagare e identificare le società che utilizzano manodopera infantile in modo continuo e persistente in qualsiasi parte della catena di produzione e di approvvigionamento e chiede che tale elenco venga messo a disposizione degli importatori UE;
18. raccomanda alla Commissione di effettuare un'indagine approfondita sull'introduzione di un regime UE per quanto riguarda l'etichettatura di prodotti importati nell'UE per verificare che siano stati prodotti senza il ricorso a manodopera infantile in qualsiasi punto della catena di produzione e di approvvigionamento, assicurando al contempo che tale regime sia conforme alle norme commerciali internazionali dell'OMC; raccomanda che le risultanze dell'indagine vengano presentate alla commissione per il commercio internazionale.
PROCEDURA
|
Titolo |
Sfruttamento dei bambini nei paesi in via di sviluppo, con particolare enfasi sul lavoro infantile | |||||
|
Riferimenti |
||||||
|
Commissione competente per il merito |
DEVE | |||||
|
Commissione competente per parere Annuncio in Aula |
INTA 24.2.2005 | |||||
|
Cooperazione rafforzata |
| |||||
|
Relatore per parere |
Sajjad Karim | |||||
|
Esame in commissione |
15.3.2005 |
18.4.2005 |
|
|
| |
|
Approvazione dei suggerimenti |
23.5.2005 | |||||
|
Esito della votazione finale |
favorevoli: contrari: astensioni: |
19 0 0 | ||||
|
Membri titolari presenti al momento della votazione finale |
Daniel Caspary, Françoise Castex, Christofer Fjellner, Jacky Henin, Sajjad Karim, Caroline Lucas, Erika Mann, Helmuth Markov, Javier Moreno Sánchez, Georgios Papastamkos, Tokia Saïfi, Johan Van Hecke, Zbigniew Zaleski | |||||
|
Supplenti presenti al momento della votazione finale |
Panagiotis Beglitis, Danutė Budreikaitė, Albert Deß, Elisa Ferreira, Maria Martens, Zuzana Roithová | |||||
|
Supplenti (art. 178, par. 2) presenti al momento della votazione finale |
| |||||
PROCEDURA
|
Titolo |
Sfruttamento dei bambini nei paesi in via di sviluppo, con particolare enfasi sul lavoro infantile | ||||||||||||
|
Numero di procedura |
|||||||||||||
|
Base regolamentare |
art. 45 | ||||||||||||
|
Commissione competente per il merito |
DEVE 24.2.2005 | ||||||||||||
|
Commissione(i) competente(i) per parere |
INTA |
|
|
|
| ||||||||
|
Pareri non espressi |
|
|
|
|
| ||||||||
|
Cooperazione rafforzata |
|
|
|
|
| ||||||||
|
Proposta(e) di risoluzione inclusa(e) nella relazione |
|
|
| ||||||||||
|
Relatore(i) |
Manolis Mavrommatis |
| |||||||||||
|
Relatore(i) sostituito(i) |
|
| |||||||||||
|
Esame in commissione |
15.3.2005 |
12.5.2005 |
|
|
| ||||||||
|
Approvazione |
6.6.2005 | ||||||||||||
|
Esito della votazione finale |
favorevoli: contrari: astensioni: |
30 0 0 | |||||||||||
|
Membri titolari presenti al momento della votazione finale |
Margrete Auken, Margrietus van den Berg, Danutė Budreikaitė, Alexandra Dobolyi, Michael Gahler, Hélène Goudin, Jana Hybášková, Filip Andrzej Kaczmarek, Glenys Kinnock, Ģirts Valdis Kristovskis, Maria Martens, Miguel Angel Martínez Martínez, Gay Mitchell, Luisa Morgantini, Józef Pinior, Pierre Schapira, Jürgen Schröder, Feleknas Uca, Anna Záborská | ||||||||||||
|
Supplenti presenti al momento della votazione finale |
John Bowis, Milan Gaľa, Ana Maria Gomes, Jan Jerzy Kułakowski, Bernard Lehideux, Manolis Mavrommatis, Csaba Őry, Karin Scheele, Zbigniew Zaleski, Gabriele Zimmer | ||||||||||||
|
Supplenti (art. 178, par. 2) presenti al momento della votazione finale |
Carl Schlyter | ||||||||||||
|
Deposito – A6 |
15.6.2005 |
A6‑0185/2005 | |||||||||||