Procedura : 2017/2510(RSP)
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Ciclo del documento : B8-0122/2017

Testi presentati :

B8-0122/2017

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PV 01/02/2017 - 16
CRE 01/02/2017 - 16

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PV 02/02/2017 - 7.6
CRE 02/02/2017 - 7.6
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P8_TA(2017)0017

PROPOSTA DI RISOLUZIONE
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Vedasi anche la proposta di risoluzione comune RC-B8-0120/2017
25.1.2017
PE598.433v01-00
 
B8-0122/2017

presentata a seguito di una dichiarazione del vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

a norma dell'articolo 123, paragrafo 2, del regolamento


sulla crisi dello stato di diritto nella Repubblica democratica del Congo e in Gabon (2017/2510(RSP))


Marie-Christine Vergiat, Barbara Spinelli, Paloma Lopez Bermejo, Angela Vallina, Javier Couso Permuy, Dimitris Papadimoulis, Stelios Kouloglou, Kostadinka Kuneva, Kostas Chrysogonos, Merja Kyllönen a nome del gruppo GUE/NGL

Risoluzione del Parlamento europeo sulla crisi dello stato di diritto nella Repubblica democratica del Congo e in Gabon (2017/2510(RSP))  
B8‑0122

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni sulla Repubblica democratica del Congo (RDC), in particolare quelle del 7 ottobre 2010, 9 luglio 2015, 10 marzo 2016 e 1 dicembre 2016 nonché le risoluzioni dell'Assemblea parlamentare paritetica ACP/UE, in particolare quella del 15 giugno 2016,

–  viste le risoluzioni dei gruppi politici e la fallita adozione di una risoluzione comune sul Gabon in occasione dell'Assemblea paritetica ACP-UE nel dicembre 2016 a Nairobi,

–  vista la discussione del 13 settembre 2016 al Parlamento europeo sulla situazione postelettorale in Gabon,

–  visti la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948 e il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966,

–  vista la Costituzione della RDC, e in particolare l'articolo 56, il quale sancisce che: "Qualsiasi atto, accordo, convenzione, disposizione o qualsiasi altro fatto che abbia come conseguenza di privare la nazione, le persone fisiche o giuridiche di tutto o parte dei loro mezzi di sussistenza derivanti dalle loro risorse o ricchezze naturali, fatte salve le disposizioni internazionali sui reati economici, è equiparato al reato di saccheggio punito dalla legge",

–  vista la Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli,

–  vista la Carta africana per la democrazia, le elezioni e la governance,

–  visti l'articolo 3 della Convenzione di Ginevra del 1949 e il suo protocollo II, i quali vietano in particolare le esecuzioni sommarie, gli stupri, i reclutamenti forzati e altri abusi,

–  vista la Convenzione internazionale per i diritti del fanciullo del 20 novembre 1989,

–  vista la risoluzione 2211 del Consiglio di sicurezza del marzo 2015 che ha prorogato al 31 marzo 2016 il mandato della Missione ONU per la stabilizzazione della RDC (MONUSCO),

–  vista la consegna del Premio Sakharov nel 2014 al dott. Denis Mukwege, ginecologo congolese, per la sua lotta a favore dei diritti delle donne nella RDC,

–  vista la risoluzione del Parlamento europeo approvata il 20 maggio 2015 sull'autocertificazione per gli importatori di alcuni minerali e metalli originari di zone di conflitto e ad alto rischio,

–  visto l'accordo sul regolamento europeo concernente i "minerali provenienti da zone di conflitto", sancito dagli Stati membri il 15 giugno 2016,

–  vista la relazione del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (PNUE), del 15 aprile 2015, sullo sfruttamento e il commercio illegali delle risorse naturali che vanno a vantaggio dei gruppi criminali organizzati,

–  vista la relazione della missione di monitoraggio elettorale dell'UE in Gabon, pubblicata il 12 dicembre 2016,

–  visto l'accordo di Cotonou,

–  visto l'articolo 123, paragrafo 2 del suo regolamento,

A. considerando che la situazione del Gabon e quella della Repubblica democratica del Congo sono totalmente diverse e che non vi è alcun motivo di trattare questi due argomenti nella stessa risoluzione;

Repubblica democratica del Congo

B. considerando che la moltiplicazione delle fazioni armate, la disorganizzazione e l'assenza di uno Stato stabile, l'incapacità delle Nazioni Unite di avere una risposta coerente di fronte al genocidio e alle sue conseguenze e la complicità dei paesi che hanno interessi nella regione, come Stati Uniti, Belgio e Francia, hanno creato una drammatica situazione che avrebbe fatto dal 1996 varie centinaia di migliaia se non milioni di morti (fino a 6 milioni, secondo talune ONG), in gran parte civili, vittime particolarmente di repressione e omicidi, malnutrizione, malattie e povertà, in seguito alle guerre del 1996 e 1998; che tale situazione continua ad avere tuttora oggigiorno ripercussioni nel paese;

C.  considerando l'instabilità che caratterizza nuovamente la RDC dal 2012 e che ha fatto varie migliaia di vittime, connessa alle lotte e agli abusi, che riguardano particolarmente le province del Nord-Kivu e del Sud-Kivu, all'est del paese; che, secondo l'ufficio di coordinamento degli affari umanitari (OCHA), al 31 luglio 2015 si contavano quasi 1,5 milioni di sfollati interni, vale a dire il 7% della popolazione totale del paese; che oltre 400 000 rifugiati congolesi vivono tuttora in esilio; che stanno arrivando nella RDC rifugiati che sfuggono alla grave crisi umanitaria nella Repubblica Centrafricana, paese confinante; che la strumentalizzazione della "questione etnica" nella regione ha fortemente alimentato i conflitti e continua a dividere i territori; che il prezzo dei prodotti alimentari è considerevolmente aumentato dall'inizio del conflitto;

D.  considerando i vari crimini di guerra e i crimini contro l'umanità, le violazioni massicce dei diritti dell'uomo, l'inasprimento della repressione contro gli oppositori, gli stupri massicci di donne e ragazze, gli spostamenti massicci di popolazioni; che gli stupri nella Repubblica democratica del Congo avrebbero fatto ufficialmente almeno 200 000 vittime dal 1996, e certo molte di più, in quanto numerosi stupri non sono registrati; che lo stupro è un'arma da guerra utilizzata da tutti i belligeranti, comprese le forze armate ufficiali; che i reclutamenti forzati, soprattutto dei bambini per farne dei combattenti, è un fatto comune nella Repubblica democratica del Congo;

E.  considerando che le società transnazionali finanziano i gruppi armati al fine di proseguire lo sfruttamento del sottosuolo congolese; che la RDC detiene l'80% delle riserve conosciute di coltan, minerale utilizzato in particolare nei condensatori di computer e cellulari, ma che questa ricchezza va a vantaggio delle multinazionali e non del popolo congolese; che questo fenomeno è stato denunciato varie volte nelle relazioni pubblicate dalle Nazioni Unite; che Ibrahim Thiaw, vicedirettore esecutivo del PNUE ha dichiarato nell'aprile 2015 che lo sfruttamento delle risorse naturali rappresenta oltre un miliardo di dollari l'anno e che la maggioranza degli utili - fino al 98% dei benefici - va a gruppi internazionali, mentre il restante 2% alimenta gruppi armati interni; che il 15 giugno 2016 gli Stati membri sono pervenuti ad un accordo sul regolamento europeo concernente i "minerali provenienti da zone di conflitto", ben al di qua della posta in gioco, in quanto riguarda solo "i prodotti grezzi", vale a dire dal 10 al 15% delle importazioni europee;

F.  considerando che le istituzioni finanziarie internazionali, in prima fila la Banca mondiale, con i loro piani di adeguamento strutturali, hanno reso ancor più fragile il paese, facendone un paradiso giuridico e fiscale per le multinazionali, segnatamente nel settore minerario; che, a seguito di questi piani di adeguamento, sono stati smantellati dei pilastri dell'economica congolese con il licenziamento di migliaia di lavoratori, privando la popolazione dei mezzi di sussistenza e aggravando le sue condizioni di vita a vantaggio dell'accaparramento delle risorse e del dominio sull'economia da parte di grandi gruppi industriali, soprattutto occidentali;

G.  considerando che il bilancio della Monusco istituita nel 1999 è un fallimento totale in quanto non ha consentito di migliorare la sorte della popolazione civile colpita duramente dalla guerra e il suo sostegno all'esercito nazionale congolese (Forze armate della Repubblica democratica del Congo - FARDC) non ha fatto che rafforzarne i crimini; che, dopo una sospensione della cooperazione militare nel febbraio 2015 tra la MONUSCO e le FARDC, l'ONU ha deciso il 2 marzo 2016 di riprendere il sostegno militare concesso alle forze governative;

H.  considerando che la carica del Presidente della RDC è limitato dalla Costituzione congolese a due mandati e che egli avrebbe dovuto lasciare il potere il 19 dicembre scorso a mezzanotte; che il presidente Joseph Kabila si è limitato a rendere impossibili nuove elezioni entro termini adeguati che permettessero la sua sostituzione, impedendo la revisione delle liste elettorali, il che ha scatenato tensioni politiche, manifestazioni e fiammate di violenza con un sanguinoso bilancio di varie decine di morti; che, secondo l'ONU, solo tra il 19 e il 20 dicembre 2016, vi sono stati 40 morti, 107 feriti e 460 arresti;

I. considerando che, il 31 dicembre 2016, in seguito a un dialogo di tre settimane sotto l'egida della Chiesa cattolica, il potere e l'opposizione sono giunti a un accordo che prevede la creazione di un Consiglio nazionale di transizione (CNT), presieduto dall'oppositore storico, Étienne Tshisekedi, nonché la nomina di un Primo ministro espresso dalla sua coalizione "le Rassemblement"; che, in base a tale accordo, Joseph Kabila resterà al potere fino allo svolgimento delle elezioni legislative e presidenziali al più tardi nel dicembre 2017 e non cercherà di ottenere un terzo mandato; che taluni membri dell'opposizione non hanno firmato l'accordo, in particolare quelli del Movimento di liberazione del Congo (MLC), l'ex vice-presidente della Repubblica Jean-Pierre Bemba e taluni negoziatori appartenenti alla frangia minoritaria dell'opposizione;

J.  considerando che, pur rappresentando un importante progresso, l'accordo concluso il 31 dicembre conserva zone d'ombra, in particolare per quanto riguarda la questione dell'organizzazione e del finanziamento delle prossime elezioni (stimati a 1,2 miliardi di dollari, mentre il bilancio dello Stato è pari appena a 4 miliardi); che la sua attuazione forma tuttora oggetto di discussione; che lunedì 23 gennaio, Étienne Tshisekedi ha dovuto lasciare Kinshasa per effettuare un "check-up medico" in Belgio;

Gabon

K.  considerando che, secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (PNUD), l'indice di sviluppo umano (IDH) del Gabon era pari allo 0,684 nel 2014, il che lo piazza al 110° posto su 188 paesi, e che più della metà dei cittadini del Gabon vive sotto la soglia di povertà, nonostante il livello relativamente elevato del PIL per abitante;

L.  considerando che, secondo l'indice di percezione della corruzione del 2015, pubblicato da Transparency International, il Gabon è al 99esimo posto su 168 paesi;

M.  considerando che il Gabon ha firmato nel 2010 la Carta africana per la democrazia, le elezioni e la governance, ma non l'ha ancora ratificata;

N.  considerando che, il 27 agosto 2016, si sono svolte le elezioni nel Gabon e che una missione di monitoraggio dell'Unione europea vi è stata impiegata dal 12 luglio al 30 settembre 2016, con l'accordo delle autorità del Gabon; che, secondo il ministero dell'interno, il Presidente uscente, Ali Bongo, ha ottenuto il 49,80% dei voti, vale a dire solo 5 000 voti di vantaggio; che l'opposizione contesta il risultato delle elezioni e si sono registrati scontri in taluni quartieri di Libreville, che l'Assemblea nazionale è stata incendiata, si sono tenute manifestazioni e che il 31 agosto si sono dovuti lamentare almeno 6 feriti da arma da fuoco;

O.  considerando che il 1° settembre i locali del quartier generale di Jean Ping sono stati presi d'assalto dalle forze dell'ordine che hanno fatto 2 morti e vari feriti, con i testimoni che parlano di un "macello"; che si sono registrate altre violenze nella capitale e varie località del paese; che il Gabon si è ritrovato privato di accesso a internet e alle reti sociali; che oltre 800 persone sono state arrestate nella capitale durante le violenze postelettorali; che l'opposizione parla di almeno 50 morti in tutto il paese; che certi giornali africani denunciano la partecipazione di militari francesi aventi responsabilità nella Guardia repubblicana nel bombardamento del quartier generale di Jean Ping;

P.  considerando che l'opposizione, preoccupata di giocare secondo le regole delle istituzioni pur dubitando della loro indipendenza, ha presentato ricorso dinanzi alla Corte Costituzionale del Gabon, respinto il 23 settembre, ha quindi presentato un secondo ricorso all'inizio di novembre per contestare nuovamente i risultati delle elezioni presidenziali del 27 agosto;

Q.  considerando che, nonostante le pressioni che i suoi membri hanno dovuto subire, la missione di monitoraggio elettorale dell'UE ha pubblicato la sua relazione il 12 dicembre 2016 e ha giudicato tali elezioni opache, rilevando "una mancanza di trasparenza degli organi di gestione delle elezioni che hanno omesso di mettere a disposizione dei partecipanti informazioni essenziali quali la lista elettorale e la liste dei centri di voto"; che la principale irregolarità messa in evidenza dalla missione di monitoraggio elettorale dell'Unione è costituita dal risultato di Ali Bongo Ondimba nella provincia dell'Alto-Ogooué, feudo della famiglia Bongo, dove il presidente uscente aveva ottenuto il 95,47% dei voti per un tasso di partecipazione del 99,93%, in base alle cifre fornite dal ministero dell'interno; che tali risultati sono stati rimessi in causa dalla missione, la quale sottolinea che essi "hanno rovesciato la tendenza constatata dalla missione sulla base dei risultati annunciati dai governatori delle altre otto province del paese"; che pertanto, secondo la missione, "queste anomalie mettono in causa l'integrità del processo di consolidamento dei risultati e del risultato finale dell'elezione"; che la Corte costituzionale non ha esaminato le frodi nella provincia dell'Alto Ogooué formulando il suo verdetto del 23 settembre;

R.  considerando che, nonostante le constatazioni inequivocabili rilevate in questa relazione, non ne è stata tratta alcuna conclusione; che l'Unione sembra aver voluto restare silenziosa dopo il riconoscimento di fatto dell'investitura di Ali Bongo a fine settembre da parte delle autorità francesi;

S.  considerando che il calo dei prezzi del petrolio e i tagli del bilancio dello Stato generano in Gabon, come pure nella Repubblica Democratica del Congo, una situazione ancora più difficile sul piano economico e sociale; che gli scioperi si stanno moltiplicando in Gabon da parte dei sindacati degli insegnanti, dei dipendenti del settore del petrolio, dei pensionati, degli agenti della Posta, del sindacato dei magistrati, ecc.; che le rivendicazioni riguardano il mancato pagamento dei premi e delle pensioni, l'integrazione dei funzionari, l'ingerenza del Presidente nel Consiglio della magistratura, la liberazione degli ultimi detenuti "politici" o ancora le chiusure/gli acquisti di impianti nel settore petrolifero;

T.  considerando che è emersa una forte campagna di mobilitazione contro l'organizzazione della Coppa d'Africa delle Nazioni (CAN) in Gabon; che i giovani dell'associazione Jeunesse de l'Opposition Unie pour la Résistance (J.O.U.R.) hanno organizzato mercoledì 18 gennaio 2017 una marcia pacifica per contestare l'organizzazione dell'edizione 2017 della CAN in Gabon; che alcuni di essi, tra cui il presidente Marceau Malekou, sono stati fermati per turbativa dell'ordine pubblico;

U.  considerando che la Francia impiega forze armate in Gabon sin dall'indipendenza di questo paese nel 1960 e conformemente agli accordi di difesa dell'agosto 1960; che attualmente vi sarebbero impiegati 350 militari (gli elementi francesi in Gabon ovvero EFG), secondo il ministero dell'interno; che il 7 settembre 2016, il governo francese ha deciso di inviare il secondo regimento di paracadutisti a Libreville, ufficialmente per proteggere i cittadini francesi; che un nuovo accordo è stato firmato nel 2010 il quale stabilisce che "le forze francesi stazionate hanno la facoltà di circolare sul territorio della Repubblica del Gabon, compreso nel mare territoriale e nello spazio aereo. La libertà di spostamento nelle acque territoriali del Gabon comprende in particolare l'arresto e l'ormeggio in qualsiasi circostanza"; che nessuna tassa o canone di locazione si richiedono peraltro alle forze francesi in Gabon, al contrario di quanto è usuale in gran parte dei paesi; che l'accordo sancisce altresì una totale impunità dei militari francesi stazionati in Gabon, anche se questi ultimi provocano la morte nel corso della loro attività;

V.  considerando che l'ombra della Francia ha sempre aleggiato sulla sua ex colonia; che gli accordi di cooperazione economica siglati nel luglio 1960, un mese prima dell'indipendenza, prevedono infatti che "la Repubblica francese continuerà ad apportare alla Repubblica del Gabon, l'aiuto materiale (…) che le è necessario per realizzare gli obiettivi del progresso economico e sociale che essa si è fissati"; che oltre 14 000 cittadini francesi vivono oggi in Gabon, dove la Francia, suo primo partner economico, conta circa 120 imprese (circa 200 tra piccole e medie imprese/industrie);

W.  considerando che il sostegno della Francia al regime di Ali Bongo (segnatamente attraverso la cooperazione militare) e i legami che detiene quasi tutta la classe politica del Gabon lasciano temere vivamente che si perpetui questa politica della "Franciafrica" a danno del popolo del Gabon;

1.  deplora il fatto di trattare in una stessa risoluzione due situazioni diverse come quelle della Repubblica Democratica del Congo e del Gabon;

Repubblica Democratica del Congo

2.  condanna ogni atto di violenza, ogni violazione dei diritti dell'uomo e ogni violenza sessuale; esprime la propria solidarietà a tutte le popolazioni provate dagli anni di conflitto; denuncia nuovamente la strumentalizzazione della "questione etnica" che ha fatto milioni di vittime nella regione e non fa che dividere la popolazione;

3.  condanna tutte le forme di intimidazione e atti di molestia, compreso sul piano giudiziario, nei confronti dei paladini dei diritti dell'uomo, dei giornalisti, degli oppositori politici e di altre voci indipendenti o critiche; sottolinea la necessità di rispettare e tutelare i diritti alla libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica; esige la liberazione immediata e senza condizioni di tutte le persone detenute arbitrariamente;

4.  prende atto dell'accordo concluso il 31 dicembre 2016 tra il governo e l'opposizione che potrebbe costituire un progresso per la pacificazione del paese; chiede quindi all'Unione europea e ai suoi Stati membri di sostenere l'attuazione dell'accordo e lo svolgimento del processo elettorale, in particolare rafforzando il proprio aiuto finanziario alla Repubblica democratica del Congo, affinché le elezioni possano aver luogo in modo trasparente e democratico secondo il calendario adottato previsto da tale accordo; esige trasparenza su tutto il sostegno finanziario dell'UE e dei suoi Stati membri alle elezioni in Congo;

5.  ritiene che la lotta contro l'impunità, quando si tratti di violazioni del diritto umanitario e di reati economici e finanziari, costituisca una delle condizioni indispensabili al ripristino della pace nella RDC;

6.  è particolarmente preoccupato per la situazione delle donne nel paese e per i crimini e le discriminazioni di cui sono vittime; ritiene indispensabile che le autorità e la comunità internazionale intensifichino gli sforzi allo scopo di porre fine agli stupri di massa come tecnica di guerra, garantire l'accesso alle cure pubbliche gratuite, soprattutto alle cure genesiche, agli anticoncezionali e all'aborto, e promuovere un'autentica parità tra i sessi;

7.  ritiene parimenti che la fine dell'arruolamento dei bambini soldato debba costituire una priorità delle autorità e della comunità internazionale;

8.  denuncia il fatto che il fabbisogno alimentare della popolazione congolese è sistematicamente sacrificato a vantaggio di interessi economici e geopolitici delle multinazionali e delle potenze straniere;

9.  ritiene quindi che la drammatica situazione nell'est della RDC potrà essere risolta in modo duraturo solo se si interverrà affinché la popolazione benefici finalmente delle risorse naturali; sottolinea che, a tal fine, il paese deve recuperare la sovranità sulle proprie ricchezze naturali, istituendo un controllo democratico sull'attività delle transnazionali straniere e sviluppando infrastrutture nazionali per sfruttare, trasformare e commercializzare le sue materie prime, il che significa rivedere e abrogare tutti i contratti minerari e forestali, conformemente all'articolo 56 della costituzione congolese, al fine di assicurare che queste ricchezze vadano a vantaggio della maggioranza e non di una minoranza;

10.  ribadisce la necessità di garantire il diritto della RDC alla sovranità alimentare, che comprende il diritto dei contadini di produrre il cibo per il loro popolo, mettendo fine all'accaparramento delle terre e assicurando l'accesso degli agricoltori e delle agricoltrici alla terra, alle sementi e all'acqua;

11.  chiede alla comunità internazionale e in particolare ai paesi "creditori" nei confronti della RDC (in particolare il Belgio) di eliminare gli ostacoli allo sviluppo della RDC e quindi alla pace, sopprimendo il debito e gli interessi sul debito che continua a pagare e mettendo in atto un'autentica cooperazione internazionale rispettosa dei diritti umani fondamentali e della sovranità dello Stato congolese, in luogo degli accordi di libero scambio e dei piani di adeguamento strutturale; invita le autorità della RDC a esigere l'audit dei loro debiti e la cancellazione di tutti i debiti illegittimi nei confronti dei creditori stranieri, in vista dell'eliminazione totale del debito e al fine di rispondere ai fabbisogni umani fondamentali della loro popolazione;

12.  chiede all'UE e ai suoi Stati membri di rafforzare il sostegno finanziario e l'aiuto umanitario per rispondere alle necessità urgenti di queste popolazioni; chiede che l'aiuto dell'UE e dei suoi Stati membri intervenga sotto forma di donazioni e non di prestiti per non incrementare il peso del debito; deplora che vari nuovi Stati membri dell'Unione non abbiamo raggiunto l'obiettivo consistente nel dedicarvi lo 0,7 % del loro RNL e che taluni abbiano ridotto la loro percentuale di aiuto allo sviluppo; deplora il calo della partecipazione degli Stati membri ai programmi di aiuto alimentare; chiede vivamente che l'aiuto allo sviluppo non sia strumentalizzato per limitare o controllare le frontiere o garantire la riammissione dei migranti; chiede che l'aiuto fornito dall'UE e dai suoi Stati membri nella RDC serva in via prioritaria alla soluzione dei problemi connessi alle profonde disuguaglianze, alla povertà, alla malnutrizione cronica, all'accesso alla salute e ai servizi pubblici, in particolare alle cure genesiche e riproduttive, nonché al conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile; chiede parimenti che l'aiuto alimentare sia rafforzato e destinato all'acquisto di cibo presso i contadini locali;

13.  ribadisce che le attività delle imprese europee presenti nei paesi terzi devono rispettare pienamente le norme internazionali in materia di diritti dell'uomo; chiede a questo titolo agli Stati membri di vegliare affinché le imprese soggette al loro diritto nazionale non si esimano dal rispetto dei diritti dell'uomo e delle norme sociali, sanitarie e ambientali che loro incombono quando si insediano o effettuano le loro attività in un paese terzo; sollecita la Commissione europea e gli Stati membri a prendere le necessarie misure contro le imprese europee che non rispettano tali norme o che non risarciscono in modo soddisfacente le vittime di violazioni dei diritti dell'uomo rientranti direttamente o indirettamente nell'ambito della loro responsabilità;

14.  chiede in particolare, per quanto concerne la RDC, l'attuazione di un'inchiesta indipendente sul rispetto delle norme sociali e ambientali delle imprese europee, in particolare nel settore delle risorse naturali, e soprattutto di quello del coltan, e sui legami rapporti che queste imprese possono avere con i finanziamenti dei gruppi armati; chiede analogamente lo svolgimento di un'inchiesta internazionale al fine di far luce in merito alle asserzioni di complicità tra i piani di finanziamento strutturale, il sostegno finanziario delle istituzioni finanziarie internazionali e i crimini commessi nel paese;

15.  si oppone a ogni tentativo di esternalizzazione delle politiche migratorie dell'UE verso paesi terzi; denuncia il fatto che il processo di Rabat, di cui la RDC è parte, non consente in alcun caso di affrontare le cause profonde delle migrazioni, ma semplicemente di promuovere le politiche di ritorno e riammissione; ritiene che tali politiche siano contrarie al diritto alla libera circolazione, al diritto di asilo e, in senso lato, ai diritti dei migranti quali definiti dalle convenzioni internazionali;

Gabon

16.  si dichiara vivamente preoccupato per la crisi postelettorale in Gabon e le conseguenze che potrebbe avere per il paese, la regione e le popolazioni interessate; condanna il fatto che, dopo aver chiesto la pubblicazione dei risultati, la Francia abbia di nuovo riconosciuto la vittoria di Ali Bongo, nonostante le constatazioni degli osservatori europei e internazionali;

17.  condanna tutte le violenze perpetrate dopo le elezioni e in particolare le violazioni dei diritti dell'uomo, gli arresti arbitrari e le detenzioni illegali, nonché le violazioni della libertà di stampa e della libertà di espressione;

18.  esige la cessazione immediata di ogni atto di violenza, violazione dei diritti dell'uomo e intimidazione politica nei confronti della società civile e degli oppositori, il rispetto del diritto internazionale e dei diritti dell'uomo;

19.  chiede l'attuazione di un'inchiesta internazionale sotto l'egida dell'ONU sulle elezioni e gli abusi che ne sono seguiti, al fine di determinare come porre in atto un dialogo politico che consenta di uscire dalla crisi garantendo il rispetto dei diritti democratici del popolo del Gabon;

20.  chiede al Gabon di ratificare, depositare e rispettare la Carta africana per la democrazia, le elezioni e la governance;

21.  condanna nuovamente il gioco e l'influenza della Francia, ex potenza coloniale, in Gabon; si oppone a qualsiasi perpetuazione della politica della Franciafrica nel paese; esige il ritiro immediato delle truppe francesi dal paese;

22.  ritiene che i problemi del Gabon potranno essere risolti nel paese solo provvedendo a garantire gli stessi diritti a tutti i cittadini e affrontando i problemi connessi al controllo dei terreni agricoli fertili, alla disoccupazione e alla povertà, alla lotta contro la corruzione, la povertà, le disuguaglianze e le discriminazioni e attraverso la promozione delle riforme sociali, politiche e economiche, al fine di creare uno Stato libero, democratico e stabile; si dichiara particolarmente preoccupato per la situazione nelle scuole;

23.  ritiene che l'incapacità della popolazione ad avere accesso alle risorse naturali del paese, la crescita della disoccupazione, il degrado della situazione sociale e la pauperizzazione rappresentino ostacoli alla stabilità e debbano costituire priorità assolute nel prossimo periodo;

24.  condanna le ingerenze economiche, sociali e politiche messe in atto nei paesi terzi attraverso i piani strutturali della Banca Mondiale e del FMI, nonché gli accordi di libero scambio definiti "accordi di partenariato economico", conclusi dall'UE; sottolinea che tali politiche hanno comportato un accaparramento delle terre, delle risorse, in particolare quelle petrolifere, e situazioni di crisi economiche, sociali, politiche e umanitarie che spingono le popolazioni all'esilio;

25.  chiede che l'Unione europea e i suo Stati membri applichino effettivamente il principio di coerenza delle politiche al servizio dello sviluppo in tutte le misure che adottano nei confronti del Gabon, affinché si articolino armoniosamente e non rechino pregiudizio alla realizzazione degli obiettivi di riduzione della povertà e degli obiettivi di sviluppo sostenibile; condanna qualsiasi condizionalità dell'aiuto allo sviluppo a fini di esternalizzazione delle frontiere e di gestione delle politiche migratorie dell'UE;

26.   incarica il suo Presidente di trasmette la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, alla vicepresidente della Commissione europea e alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, all'Unione africana, ai governi dei paesi della regione dei Grandi Laghi, al Presidente, al Primo ministro e al Parlamento della Repubblica democratica del Congo, al governo del Gabon, al Segretario generale delle Nazioni Unite, al Consiglio dei diritti dell'uomo delle Nazioni unite nonché all'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE.

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