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Resoconto integrale delle discussioni
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Mercoledì 6 settembre 2000 - Strasburgo Edizione GU
1. Diritto di ricongiungimento familiare
 2. Provvedimenti speciali in tema di circolazione e residenza dei cittadini dell'Unione
 3. Valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull'ambiente
 4. Impianti portuali di raccolta dei rifiuti prodotti dalle navi e dei residui del carico
 5. VOTAZIONI
 6. Approvazione del processo verbale della seduta precedente
 7. Fusioni nel settore delle telecomunicazioni
 8. Clonazione umana
 9. Discorso del signor Verheugen in materia di ampliamento
 10. Clonazione umana ( proseguimento)
 11. Tempo delle interrogazioni (Commissione)
 12. Settore delle acque
 13. Veicoli fuori uso
 14. Trasporti aerei e ambiente
 15. Pneumatici dei veicoli a motore e dei loro rimorchi
 16. Sostanze e preparati pericolosi (coloranti azoici)
 17. Lavoro sommerso


  

PRESIDENZA DELL'ON. IMBENI
Vicepresidente

(La seduta inizia alle 9.00)(1)

 
  
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  Alavanos (GUE/NGL). - (EL) Signor Presidente, desidero sollevare una questione per me importante. Ieri, venendo a Strasburgo, ho preso il volo Olympic n. 165 Atene-Francoforte. Una volta atterrato a Francoforte, l’aeromobile dell’Olympic è stato circondato dalla polizia tedesca, che parlava solo in tedesco; non potevamo scendere senza prima mostrare ai poliziotti tedeschi il nostro passaporto. Tengo a precisare che Grecia, Germania e Francia sono fra gli Stati che appartengono allo spazio Schengen.

Il guaio è che non si tratta di un’eccezione, ma di una circostanza che, a quanto mi è stato detto, si verifica in modo sistematico all’aeroporto di Francoforte con i velivoli provenienti dalla Grecia. In quanto membro del Parlamento europeo, che si è più volte espresso in merito a Schengen, considero ciò offensivo e oltraggioso nei riguardi della nostra opera, visto che la vigente normativa sulla libera circolazione delle persone viene in realtà sistematicamente violata dalle autorità tedesche. Poiché ciò riguarda anche il traffico tra gli Stati membri, vorrei che la Presidenza del Parlamento adottasse un’iniziativa per permetterci di raggiungere Strasburgo come cittadini dell’Unione europea e dello spazio Schengen.

 
  
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  Presidente. - Onorevole Alavanos, penso - come minimo - che il testo del suo intervento la nostra Presidente lo dovrà comunicare alle autorità della Repubblica federale tedesca e alle autorità aeroportuali di Francoforte, affinché - non so quali possano essere le ragioni della prassi attuale - ci venga fornita almeno un'informazione che abbia le caratteristiche di una qualche spiegazione o, in alternativa, si metta fine a questa procedura che, convengo con lei, non ha molto a che fare con le regole di Schengen.

 
  
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  Hannan (PPE-DE). (EN) Signor Presidente, lunedì, in mia assenza e senza alcun preavviso, l’onorevole Murphy, leader del Partito socialista britannico, ha sollevato la questione del mio coinvolgimento nel sostegno alla campagna danese anti-euro. E’ stato molto attento a non accusarmi di nulla, riuscendo tuttavia a dare l’impressione che ci siano dei sospetti su di me. Vorrei far mettere a verbale che il mio coinvolgimento in tale campagna danese non ha nulla a che vedere con il mio operato in quest’Assemblea e che non ho mai infranto alcuna regola parlamentare. A differenza della campagna danese per il “sì”, quella per il “no” non può basarsi sul denaro dei contribuenti o su sussidi dell’Unione europea.

E’ un’infamia che l’onorevole Murphy abbia tentato di dare l’impressione che siano in corso accertamenti sul mio conto, quando non è stato in grado di produrre prove né di formulare accuse. Non è ammissibile che i membri del Parlamento europeo debbano subire questo genere di insinuazioni infondate. Le chiederei quindi di insistere affinché l’onorevole Murphy mi accusi apertamente oppure porga le sue scuse.

 
  
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  Presidente. - Onorevole Hannan, naturalmente l'onorevole Murphy è autonomo nel decidere come e se risponderà.

 
  
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  Dupuis (TDI). - Signor Presidente, noi ci lamentiamo molto spesso dell'atteggiamento del Consiglio nei nostri confronti. Vorrei sottolineare un episodio di segno radicalmente diverso, successo ieri, durante il dibattito sulle priorità politiche in materia di politica estera. Abbiamo avuto una relazione del Presidente del Consiglio, del Commissario, seguita da un dibattito; al termine di questo, per una rigidità quantomeno totale della Presidenza, il Presidente del Consiglio e il Commissario Patten non hanno potuto rispondere alle numerose domande emerse in un dibattito abbastanza intenso. Ora, non capisco questo Parlamento, che si lamenta dell'atteggiamento del Consiglio. Ieri il Presidente del Consiglio è stato presente dalle 9.00 alle 19.00 - mentre i parlamentari presenti non erano particolarmente numerosi - e noi abbiamo impedito, di fatto, una risposta sia del Consiglio sia della Commissione a domande molto importanti poste dai colleghi. Trovo la cosa non molto corretta, anzi, quasi al limite della buona educazione.

 
  
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  Presidente. - Onorevole Dupuis, non credo si sia trattato di un atteggiamento rigido della Presidenza di turno, piuttosto ci sarà stato un qui pro quo, un malinteso nei rapporti tra la Presidenza di quel momento e i rappresentanti del Consiglio e della Commissione.

 
  
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  Blak (PSE). - (DA) Signor Presidente, sono davvero sorpreso da quanto ho sentito dire dal nostro collega inglese, onorevole Hannan, poiché ai media danesi egli si è presentato come deputato del Parlamento europeo. Se fosse intervenuto come privato, avrebbe dovuto fare in modo che questo emergesse nella campagna danese. Ritengo in sostanza che l’onorevole Hannan dovrebbe rimanere a casa sua, in Inghilterra, ad occuparsi degli affari suoi, mentre noi penseremo ai nostri in Danimarca. Non abbiamo certo bisogno di questo genere di perditempo in Danimarca.

 
  
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  Murphy (PSE). (EN) Signor Presidente, non voglio trattenere l’Assemblea troppo a lungo, ma credo che le proteste dell’onorevole Hannan siano eccessive! Lunedì ho fatto una semplice richiesta alla Presidenza di turno, che ha acconsentito deferendo la questione ai Questori. Ma, poiché l’onorevole Hannan questa mattina è presente in Aula, potrebbe forse assicurarci che preciserà la dichiarazione dei suoi interessi finanziari specificando le fonti di quel denaro. Il popolo danese ha il diritto di sapere prima del referendum del 20 settembre da dove provengono i fondi per la campagna per il “no”.

 
  
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  Presidente. - Orbene, non possiamo continuare il dibattito e non possiamo neppure trasformare quest'Aula in un'appendice della discussione che precede il referendum danese. Abbiamo già capito qual è la sostanza della problema. Ognuno si comporterà come meglio ritiene.

 
  

(1) Delega del potere deliberante alle commissioni (articolo 62 del regolamento): cfr. processo verbale

1. Diritto di ricongiungimento familiare
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  Presidente. - L'ordine del giorno reca la relazione (A5-0201/2000), presentata dall'onorevole Watson a nome della commissione per le libertà e i diritti dei cittadini, la giustizia e gli affari interni, sulla proposta di direttiva del Consiglio relativa al diritto al ricongiungimento familiare [COM(1999) 638 – C50077/2000 – 1999/0258 (CNS)]

 
  
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  Watson (ELDR), relatore(EN) Signor Presidente, desidero innanzitutto ringraziare la onorevole Klamt, nominata relatrice dalla commissione che ho l’onore di presiedere e incaricata in origine di occuparsi dell’argomento. La onorevole Klamt ha lavorato molto sulla proposta di direttiva del Consiglio concernente il diritto al ricongiungimento familiare e a lei va il merito di quanto è stato fatto. Le faccio le mie congratulazioni.

In qualità di presidente della commissione ho rilevato il copioso materiale che era stato preparato poiché al termine delle votazioni in seno alla commissione la onorevole Klamt ha ritenuto di non poter più appoggiare il testo così com’era. Per questo motivo sono io a presentarlo oggi all’Assemblea.

Desidero elogiare la Commissione europea per quella che è una relazione ricca di valide argomentazioni ed esposta con chiarezza, redatta a tempo di record considerando la relativa scarsità di risorse dei servizi interessati e le esigenze emerse al Consiglio europeo di Tampere lo scorso anno. La Commissione ha prodotto un ottimo progetto di direttiva che consentirà ai cittadini di paesi terzi legalmente residenti in uno Stato membro dell’Unione europea di risiedere in un altro Stato membro, com'è necessario che sia se si vuole istituire un vero spazio di libertà, sicurezza e giustizia.

La Commissione sostiene, a mio parere con ragione, che l’obiettivo di un’immigrazione pari a zero cui si faceva riferimento in discussioni comunitarie del passato non è mai stato realistico, e ha tentato invece di avanzare proposte realizzabili per la tutela dei diritti dei cittadini di paesi terzi in ottemperanza alle numerosi convenzioni internazionali sottoscritte dagli Stati membri, come la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e gli accordi internazionali del 1966 in materia di diritti civili, politici, economici e sociali.

Viene sottolineata l’importanza dell’immigrazione legale e si riconosce l’importanza della famiglia in quanto nucleo; alla base di queste proposte c’è la consapevolezza dell’importanza di una positiva integrazione dei cittadini di paesi terzi legalmente residenti negli Stati membri.

In seno alla commissione abbiamo considerato diversi aspetti controversi, non ultimo il diritto di richiedere l’ingresso per i familiari in linea ascendente. La proposta della Commissione riconosce chiaramente la differenza di trattamento giuridico tra ascendenti e discendenti. E’ evidente che, nel contesto del quadro giuridico internazionale, occorre ricordare la Convenzione delle Nazioni Unite per i diritti del bambino, la quale esige che gli Stati garantiscano che i minori non siano separati dai genitori. Non c’è una convenzione analoga per gli ascendenti, ma, se vogliamo tener fede ai nostri ideali umanitari, occorre dare ai cittadini di paesi terzi la possibilità di accogliere nel proprio nucleo familiare gli ascendenti a carico. Questo punto ha suscitato un certo dibattito in commissione. Sono lieto di notare che sono stati presentati alcuni emendamenti alla relazione finale, in particolare gli emendamenti nn. 18-23, che propongono un compromesso al riguardo.

Consentitemi di illustrare in sintesi alcuni degli emendamenti proposti nella relazione dalla nostra commissione. L’emendamento n. 3 prende spunto dalla necessità di dati e sottolinea che al fine di ottenere un’efficace valutazione della situazione a livello nazionale, alla Commissione occorreranno maggiori informazioni dagli Stati membri. Il n. 5 riguarda gli ascendenti ed è stato in certa misura superato dagli emendamenti nn. 18-23, che rappresentano un compromesso. Il n. 6 riconosce i problemi molto concreti che le amministrazioni degli Stati membri si trovano ad affrontare con il carico di lavoro creato dalle domande di ricongiungimento familiare.

L’emendamento n. 9 consente a ciascuno Stato membro di introdurre disposizioni più favorevoli rispetto a quelle stabilite nelle direttive, ribadendo che tali nuove regole non devono abbassare gli attuali criteri di protezione. Il n. 11 tratta i motivi in base ai quali uno Stato membro può negare il diritto di ingresso a un membro della famiglia, vale a dire per ragioni di ordine pubblico, sicurezza interna e salute pubblica. Il nostro emendamento insiste affinché uno Stato membro che intenda rifiutare l’ingresso per tali motivi fornisca giustificazioni dettagliate.

Non intendo commentare tutti i 66 emendamenti presentati sulla relazione, ma direi che è un argomento alquanto complesso. Il Parlamento ha avuto un tempo relativamente breve per prenderne visione ed è inevitabile che in commissione non si siano raggiunti tutti i compromessi necessari ad ottenere un esito favorevole. Inviterei pertanto i colleghi ad esaminare con attenzione gli emendamenti presentati in seduta plenaria in modo da raggiungere quei compromessi che ci permetteranno di procedere in modo efficace ed umanitario.

 
  
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  Berger (PSE), relatore per parere della commissione giuridica e per il mercato interno. - (DE) Signor Presidente, in quanto relatrice per parere della commissione giuridica, il mio compito è stato relativamente agevole rispetto a quello dei colleghi della commissione competente, e vorrei congratularmi con tutti loro per il risultato conseguito, anche se ora, per la plenaria, dobbiamo ancora discutere alcuni emendamenti di compromesso.

Il compito della commissione giuridica e per il mercato interno è stato facile nel senso che il progetto di direttiva sottoposto non presenta praticamente problemi sotto il profilo giuridico ed anche il margine di manovra politico non è molto ampio. Merita inoltre un particolare apprezzamento la qualità logistica del progetto di direttiva, il che non si può dire di tutti i progetti di direttiva della Commissione. Con il nuovo articolo 63 del Trattato UE spetta ora alla Comunità disciplinare la questione del ricongiungimento familiare, e tali misure devono essere adottate in conformità delle prescrizioni del diritto internazionale, in particolare della Convenzione europea per i diritti dell’uomo e degli altri strumenti di diritto internazionale, già menzionati dal presidente della nostra commissione.

Il diritto al rispetto della vita familiare è un diritto umano universale e in quanto indivisibile non può essere riservato ai soli cittadini dell’Unione. Sarebbe un approccio discutibile, specie ora che stiamo elaborando, parallelamente, una Carta europea dei diritti fondamentali.

Se si vuole disciplinare a livello comunitario il settore del ricongiungimento familiare, si devono anche colmare lacune incomprensibili ed in parte assurde dell’attuale situazione giuridica. Ciò vale in particolare per il diritto degli stessi cittadini dell’Unione di vivere nel loro paese d’origine con i loro familiari di paesi terzi, senza essere costretti ad avvalersi della libera circolazione e a stabilirsi in un altro Stato dell’Unione europea per fondare una famiglia con questi ultimi.

Quindi, sotto il profilo giuridico non possiamo che accogliere con favore questa direttiva e sperare che il progetto originario della Commissione non venga modificato, nella sostanza, in sede di Parlamento e, soprattutto, di Consiglio.

 
  
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  Klamt (PPE-DE). - (DE) Signor Presidente, nella sostanza tutti concordano che l’apertura delle frontiere interne impone una politica dell’immigrazione e d’asilo armonizzata a livello europeo. La Commissione ha presentato, in questo ambito, il primo progetto di iniziativa legislativa relativo al diritto al ricongiungimento familiare, ma purtroppo ha trascurato di inserire tale progetto di direttiva in un contesto globale. A cosa serve sapere quali familiari godono del diritto di ingresso e di soggiorno nell’Unione se non si sa quali gruppi migratori e quali motivi d’immigrazione disciplinare, e come?

Inoltre, dobbiamo votare su un’iniziativa legislativa cui mancano i fondamenti essenziali. Non disponiamo di una valutazione comune dell’andamento demografico, né sappiamo quali saranno le conseguenze di questa iniziativa per i singoli Stati membri. Purtroppo, la mancanza di una strategia globale e di basi statistiche non sono gli unici punti critici. La Commissione confonde l’immigrazione per motivi economici con l’asilo. Ritengo che il ricongiungimento familiare per richiedenti asilo e profughi necessiti di una regolamentazione diversa rispetto al ricongiungimento per gli immigrati. Per chi viene espulso dalla propria patria debbono valere norme diverse da quelle applicate a chi emigra per motivi economici.

E’ necessario operare una chiara distinzione fra richiedenti asilo e profughi, da un canto, ed immigrati, quindi economic migration, dall’altro. Ciò consente di adottare norme che tengano conto delle varie situazioni: gran parte dei miei emendamenti mira a questa distinzione.

Un altro problema insito nel progetto di direttiva presentato è l’ampliamento della nozione di famiglia. Anche i nonni, i figli maggiorenni e le coppie non coniugate dovrebbero avere diritto al ricongiungimento familiare. Qui sta il dilemma: manca un concetto globale nell'ambito dell’immigrazione; di conseguenza, il ricongiungimento costituisce attualmente, per queste persone, l’unica possibilità di immigrazione legale. Le disposizioni per il ricongiungimento familiare concepite in termini così elastici aprono la strada ad abusi incontrollabili.

Ci si ponga solo una domanda: chi decide, e secondo quali criteri, se un legame di coppia occulta un flusso migratorio? Perciò in molti dei miei emendamenti chiedo che si dia la priorità al nucleo familiare. Un altro errore capitale risiede nel fatto che la proposta della Commissione non prevede misure volte all’integrazione. Non si possono collocare persone in un paese straniero senza creare i presupposti per una convivenza pacifica ed amichevole fra cittadini e stranieri.

Infine va rilevato che la direttiva, nella sua forma attuale, sbarra la strada ad un dibattito obiettivo ed efficace sul tema globale dell’immigrazione. Se i cittadini avranno l’impressione di essere travolti da un’ondata migratoria, reagiranno con un rigetto.

Se elaboreremo norme trasparenti ed applicabili, aumenterà la disponibilità ad integrare gli stranieri. Con soluzioni ragionevoli e ponderate possiamo persino fronteggiare problemi quali la xenofobia o problemi legati all’invecchiamento nell’Unione europea. Ma questo progetto di direttiva è un inizio sbagliato! Grazie.

(Applausi)

 
  
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  Terrón i Cusí (PSE). - (ES) Signor Presidente, disapprovo l'intervento della onorevole Klamt. Innanzitutto vorrei esprimere alla Commissione e al Commissario Vitorino il mio apprezzamento per la proposta, che mi sembra molto completa, accurata ed opportuna, a quasi un anno dal Vertice di Tampere. Oggi, in Aula, dobbiamo chiarire se vogliamo che gli immigrati e i rifugiati che risiedono legalmente in mezzo a noi lo facciano con le loro famiglie, con la possibilità di una vita normale e di una piena integrazione nella nostra società, oppure se intendiamo continuare ad alimentare il mito secondo il quale tra noi vi sono cittadini provvisori, destinati comunque a ritornare alle ipotetiche case da cui sono venuti.

Mi sembra che l'argomento sia sufficientemente importante da meritare da parte nostra uno sforzo per raggiungere un consenso. Tutti i gruppi erano d'accordo in sede di commissione, tranne il PPE. Oggi, mi piacerebbe poter dire alla gente che vive nei nostri paesi che può farlo con il diritto riconosciuto di vivere in famiglia. Signor Presidente, il mio gruppo ha tale intenzione, e, proprio a suo nome, vorrei chiedere alla Commissione di considerare attentamente un aspetto contenuto nell'attuale direttiva. Abbiamo applicato le norme oggi in discussione anche alle persone sotto protezione sussidiaria. Sfortunatamente, nell'Unione europea non vi sono criteri omogenei, non esiste una politica armonizzata in materia di asilo. Pertanto, vi sono situazioni molto diverse in parecchi paesi, e su questo piccolo punto mi trovo in effetti d'accordo con la onorevole Klamt.

Il problema non è che queste persone vengano rifiutate - hanno il diritto di vivere in famiglia - quanto piuttosto che la Commissione rifletta attentamente e includa le persone sotto protezione temporanea e sussidiaria in una futura direttiva, in attesa di una prossima armonizzazione delle politiche d'asilo nell'Unione. Per il resto, mi congratulo con la Commissione e le auguro di ottenere un nutrito appoggio dall'Assemblea.

 
  
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  Ludford (ELDR). (EN) Signor Presidente, il gruppo ELDR appoggia questa relazione in quanto rappresenta uno dei mattoni fondamentali per costruire lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia e per dare seguito al Vertice di Tampere, che tra le priorità ha giustamente individuato l’istituzione del diritto di libera circolazione per i cittadini di paesi terzi legalmente residenti nell’Unione. L’attuale situazione è un’ingiustizia alla quale occorre porre rimedio.

Come la onorevole Terrón i Cusí, mi sorprende la posizione del gruppo del PPE, che di solito esalta i valori familiari, mentre oggi va a minare la famiglia opponendosi al ricongiungimento, che invece contribuirà all’integrazione degli immigrati regolari. Ci pare un atteggiamento incongruente.

Passando ad alcuni punti specifici della relazione, prima di tutto mi occuperò dell’inclusione dei beneficiari della protezione sussidiaria. Aspettiamo di sentire il Commissario Vitorino, ma corre voce che la Commissione intenda accogliere emendamenti per escluderli. Al gruppo ELDR non piacerà, perché noi riteniamo che, come i profughi, anche i beneficiari della protezione sussidiaria debbano essere inclusi. Si tratta di residenti di lunga data, non assimilabili ai beneficiari della protezione temporanea. Ascolteremo il dibattito perché è nostro desiderio far approvare i capisaldi di questa proposta.

Per quanto concerne gli ascendenti, riteniamo superfluo l’emendamento n. 20 perché l’articolo 9 della proposta contiene il diritto generale di sottoporre tutti coloro che entrano nell’Unione ad una valutazione non discriminatoria delle risorse economiche. Siamo tuttavia disposti a prenderlo in esame se ciò può servire a salvare la relazione.

E’ importante che ci sia la massima chiarezza relativamente alle coppie non coniugate. La proposta non costringerà gli Stati membri a dare riconoscimento giuridico alle convivenze non matrimoniali; tuttavia, se gli Stati agiranno in questo senso, dovranno equiparare i conviventi ai coniugi. In proposito si sono diffuse molte informazioni tendenziose alimentate, nel Regno Unito, non ultimo dai conservatori, sicché sui giornali popolari sono apparsi titoli che svelavano infami complotti da parte dell’Unione europea per costringere il Regno Unito ad accettare i partner omosessuali dei profughi. Queste notizie alimentano pregiudizi omofobici che trovo deplorevoli.

 
  
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  Ceyhun (Verts/ALE). - (DE) Signor Presidente, oggi voteremo una relazione che ha causato agitazione negli ambienti politici di alcuni Stati membri. La Commissione e il Commissario Vitorino hanno svolto a tale proposito un ottimo lavoro, per il quale desidero ringraziarli a nome del mio gruppo.

Il Consiglio europeo ha ribadito, nella riunione straordinaria di Tampere, che l’Unione europea deve garantire un trattamento equo dei cittadini di paesi terzi. La Commissione ha recepito questa decisione, in una direttiva che in sé è persuasiva e dovrebbe essere attuata al più presto. Purtroppo, erano state formulate e sussistono tuttavia obiezioni circa l'inclusione nella direttiva di profughi soggetti a protezione temporanea nonché in merito al riconoscimento delle unioni omosessuali quali base per il ricongiungimento familiare.

Questa contrapposizione mostra ancora una volta che la politica dell’integrazione e dell’immigrazione resta purtroppo un tema controverso in seno all’Unione europea. Molti sono gli aspetti in gioco. Si tratta in definitiva di consentire il ricongiungimento dei familiari dei cittadini di paesi terzi che vivono separati da essi. Sostanzialmente questa è quindi una rivendicazione che dovrebbe essere appoggiata da tutti, soprattutto quando riguarda i bambini, e proprio questi bambini - che si tratti di figli di profughi o di immigrati - dovrebbero avere prospettive in seno all’Unione europea.

Nel dibattito politico si va invece creando un ambiente ostile a questa direttiva. Non resta che sperare che la maggioranza dell’Assemblea accolga la direttiva nella forma presentata dalla Commissione. So che i colleghi socialisti attendono una dichiarazione del Commissario Vitorino, nella speranza che dietro le pressioni esercitate dai Ministri di alcuni paesi comunitari in questa direttiva i profughi vengano sacrificati. Deploro questa posizione nonché il fatto che, in seno al Parlamento, i Ministri degli interni abbiano apparentemente più voce in capitolo dei deputati, che dovrebbero agire secondo coscienza.

Per questo motivo lancio ancora un appello affinché si appoggi la direttiva della Commissione, dando infine un segnale a favore di una politica dell’integrazione al passo coi tempi, moderna ed umana. Spero che i socialisti non intendano scendere a patti a questo riguardo con i conservatori!

 
  
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  Sylla (GUE/NGL). - (FR) Signor Presidente, una volta tanto desidero congratularmi con la Commissione per il lavoro serio ed equilibrato che ha svolto, in quanto fin troppo spesso, allorché si trattano problematiche legate all’immigrazione, l'emotività, gli eccessi, i condizionamenti politici ci impediscono di riflettere obiettivamente e di progredire.

Il testo consente di condurre un vero e proprio dibattito poiché esamina in profondità la tematica del diritto al ricongiungimento familiare e ne definisce le condizioni precise di applicazione. Lungi dal gettare, come spesso avviene, il sospetto a priori su coloro che intendono vivere con il coniuge ed i figli, il testo riconosce anzi la legittimità di tale diritto, anche se effettivamente, oggigiorno, esso andrebbe esteso, in particolare agli omosessuali, non trascurando alcuna categoria, come ha appena affermato il mio collega, segnatamente per quanto riguarda i richiedenti asilo.

La proposta elaborata prende parimenti atto del fatto che oggi esistono, nelle nostre società, diversi tipi di famiglia, segnatamente vari tipi di convivenza, e che non è quindi opportuno discriminare gli immigrati che si regolino in modo analogo. Essa contribuisce altresì ad attribuire un significato autentico al termine “integrazione”. Questa proposta di direttiva, con l’armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri, avrà il vantaggio di conferire protezione e stabilità giuridica agli immigrati e soprattutto li sottrarrà agli alti e bassi delle politiche nazionali.

Auspicherei quindi che i prossimi lavori della Commissione e del Parlamento fossero improntati a quest’esempio. Forse così si potrà allora parlare più seriamente di parità di diritti e del contributo, spesso positivo, degli immigrati, affrontando questioni essenziali per l’integrazione e la lotta contro la disoccupazione, la precarietà, le violenze e le discriminazioni di cui essi possono essere vittime.

L’immigrazione non costituisce un problema. Per contro, bisognerebbe decidersi ad affrontare i problemi veri, come gli squilibri fra Nord e Sud, che spesso spingono uomini e donne a fuggire dalla miseria. Si dovrebbe altresì riconoscere che i flussi migratori verso i paesi dell’Unione sono pressoché costanti da due decenni. In altri termini, ponendo in atto una normativa restrittiva, gli Stati, invece di diminuire il numero complessivo d'ingressi, non hanno fatto altro che ridurre il numero di immigrati legali ed accrescere quello degli immigrati clandestini.

Quindi, il presente progetto di direttiva, basandosi sui suddetti valori, non soltanto avrà conseguenze positive per gli immigrati e le loro famiglie, ma anche una vera e propria forza simbolica d'accoglienza e d’integrazione. Mi auguro vivamente che si possa adottare la medesima linea di condotta per i lavori che seguiranno.

 
  
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  Gollnisch (TDI). - (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, il testo che ci viene proposto, come peraltro l’insieme della politica d’immigrazione adottata dalle Istituzioni europee, presenta deviazioni preoccupanti.

Indubbiamente, poteva destare preoccupazione che un certo tipo di capitalismo importasse, per così dire, lavoratori separandoli dalle famiglie d’origine, con tutti i rischi di sradicamento che ciò poteva comportare, ma oggi questa situazione è di gran lunga superata.

Quelli che, nella migliore delle ipotesi, erano soltanto contratti di lavoro provvisori tendono a divenire insediamenti definitivi. Quanto era definitivo per una persona tende a divenire definitivo per tutti coloro che la circondano. Anzitutto per la famiglia prossima, ma anche per la famiglia ampliata, e sappiamo benissimo che quest’ultima è numerosa, tenendo conto delle strutture sociali dei paesi d’origine, nei quali lo stato civile esiste talora soltanto in forma piuttosto sommaria. E poi, dalla famiglia ampliata, fratelli, cugini, nipoti, genitori, nonni, si passa alla famiglia poligama. Dalla famiglia poligama - infatti, perché mai si dovrebbero privilegiare soltanto i legami familiari? - si passa ben presto alla convivenza, come ha appena proposto l’oratore precedente, l’onorevole Sylla, alla semplice relazione omosessuale. Ecco i rischi considerevoli di deviazione di questa politica.

Il risultato sarà la situazione che abbiamo già dinanzi agli occhi: una vera e propria colonizzazione, un movimento suicida, organizzato dagli Stati membri e dalle Istituzioni europee. Si tratta, senza alcun dubbio, del suicidio dell’Europa. L’unica soluzione degna di questo nome consiste nell’organizzare, sì, il ricongiungimento familiare, ma nel paese d’origine, con il sostegno della politica di cooperazione, che a questo dovrebbe tendere.

(Applausi)

 
  
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  Hager (NI). - (DE) Signor Presidente, tuttora costernato per i perduranti pregiudizi mantenuti nei confronti dell’Austria da parte degli altri 14 Stati membri, vorrei precisare, in merito alla presente relazione, che deploro le modalità di esame in sede di commissione competente, che in definitiva hanno fatto sì che la relatrice non potesse identificarsi con le conclusioni e dovesse ritirare il proprio nominativo, esito, questo, alquanto insolito. Infatti, per motivi che reputo di natura politico-ideologica si sono semplicemente liquidati, trattandoli in modo non obiettivo, emendamenti ragionevoli e fondati sia della relatrice, da lei oggi ripresentati e motivati, e a cui posso quindi fare riferimento, che anche di altri membri della commissione.

Nel valutare questa mancanza di obiettività rimando fra l’altro, per quanto riguarda l’Austria, alla decisione della Conferenza dei presidenti dei governi regionali del 17 maggio 2000, con cui tutti i nuovi presidenti regionali austriaci hanno respinto, all’unanimità ed a prescindere dall’appartenenza di partito, la proposta di direttiva nella forma attuale. Deploro la procedura adottata in sede di commissione, in quanto ritengo che proprio in un settore così sensibile il metodo della forza arrechi più danni che benefici.

 
  
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  Pirker (PPE-DE). - (DE) Signor Presidente, signor Commissario, il documento presentatoci, così come la relazione, ha un’etichetta contraffatta. Esso reca infatti, esternamente, una denominazione che non corrisponde al suo contenuto. Approveremmo con entusiasmo un ricongiungimento familiare, in quanto provvedimento di carattere profondamente umanitario nonché base di un elemento d’integrazione, ma qui si tratta di qualcosa di totalmente diverso. Si tratta dell’avvio di un dibattito in materia di politica sociale circa le possibilità di ampliare al massimo la cerchia delle persone autorizzate al ricongiungimento, al di là dell’ambito familiare.

Qui viene avanzata la proposta relativa al ricongiungimento delle coppie non coniugate e dei loro genitori e figli, e vengono persino ritenute sufficienti testimonianze nel paese di provenienza per provare l’esistenza di un legame di coppia, di qualsivoglia tipo. Ciò comporta, per i figli o i genitori candidati al riconoscimento, diritti pari a quelli dei cittadini dell’Unione nell'ambito sociale, dell’istruzione e del lavoro. Le organizzazioni di immigrazione clandestina e i contraffattori di documenti vi ringrazieranno per l’appoggio a questa proposta, e la popolazione - siatene pur certi - reagirà con indignazione!

Viene inoltre avanzata una proposta riguardante la poligamia, ossia, si accetta la prima moglie con i relativi figli e ascendenti, ma il documento aggiunge che naturalmente è possibile operare il ricongiungimento con la seconda moglie e la sua parentela, qualora il benessere dei figli lo richieda. L’interrogativo che ne deriva è il seguente: in quale misura bisogna spalancare le porte ad un’immigrazione incontrollata?

Per noi la proposta in discussione non è accettabile. Manca una concezione globale, mancano basi numeriche, manca una differenziazione, e ci si spinge addirittura oltre il Trattato di Amsterdam, che di fatto prevede di tener conto della capacità d’integrazione dei singoli Stati. Daremo il nostro assenso al documento proposto soltanto se saranno accolti i nostri emendamenti e la nostra linea politica!

(Applausi a destra)

 
  
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  Hazan (PSE). - (FR) Signor Presidente, dopo i recenti fatti di Dover, in cui hanno trovato la morte per soffocamento 29 clandestini cinesi, il dramma dell’immigrazione illegale e gli strumenti per farvi fronte sono divenuti una tematica prioritaria, che l’Unione deve assolutamente trattare con urgenza.

Questa problematica ci induce ad occuparci di un argomento particolarmente spinoso, ossia l’elaborazione e l’armonizzazione di una politica europea dell’immigrazione, che costituirà una delle questioni cruciali del XXI secolo. A questo riguardo, la proposta di direttiva della Commissione europea che ci viene sottoposta, relativa al riconoscimento del diritto al ricongiungimento familiare, giunge al momento opportuno: tengo quindi a formulare un vivo ringraziamento e a congratularmi con la Commissione, che, sotto l’egida del Commissario Vitorino, ha redatto questo testo.

Il diritto al ricongiungimento familiare costituisce un elemento essenziale per una vita familiare normale, come peraltro precisa da lungo tempo l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani, sancendo il diritto di ogni persona al rispetto della propria vita familiare. Si tratta però di un concetto particolarmente controverso, tenendo conto della difformità legislativa fra i vari Stati, in quanto può porsi in conflitto con le rispettive nozioni di sovranità, ma proprio qui risiede la sfida che il Parlamento europeo deve affrontare: nello spingersi oltre tali divergenze.

Il progetto di direttiva, su cui ci viene chiesto oggi di pronunciarci, costituisce, a mio avviso, un testo di tutto rilievo, che merita l’appoggio deciso e definitivo del Parlamento europeo, in quanto apre concrete prospettive ad un’immigrazione legale, costituita perlopiù, non dimentichiamolo, da immigrazione ascrivibile al ricongiungimento familiare. Come si è detto, questa direttiva rappresenta il primo esempio della costruzione giuridica voluta dal Trattato di Amsterdam e del Consiglio europeo di Tampere, donde la sua rilevanza.

Vorrei altresì ricordare che la società moderna comporta numerosi vantaggi, ma anche gravi rischi di esclusione a discapito di talune categorie di popolazione, fra cui gli stranieri, e che è nostro dovere di democratici europei prestarvi particolare attenzione.

La direttiva proposta dalla Commissione consente, in condizioni del tutto soddisfacenti ma con le debite garanzie - anzi, tutte le garanzie del caso -, di fare notevoli progressi. Non si è mai parlato, come peraltro ho appena sentito dire, di autorizzare i ricongiungimenti familiari poligami: è del tutto inesatto. Ricordiamo che si tratta del primo testo riguardante il processo di comunitarizzazione del pilastro “giustizia e affari interni”, nella scia del Trattato di Amsterdam e del Consiglio di Tampere dello scorso novembre. Ricordiamo inoltre che si tratta semplicemente di sancire un diritto al ricongiungimento familiare e di porre fine alla concezione che fa di tale ricongiungimento un privilegio.

La posta in gioco, per noi, è nientemeno che la costruzione di un’Europa dei cittadini, che auspichiamo per poter proseguire verso la costruzione dell’Europa. Spetta a noi, onorevoli colleghi, cogliere quest’occasione per riuscire nel nostro intento.

(Applausi)

 
  
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  Krivine (GUE/NGL). - (FR) Signor Presidente, ritengo effettivamente che questo progetto di direttiva costituisca un passo avanti. Ciò detto, la procedura del ricongiungimento familiare è tuttora subordinata a condizioni restrittive. Credo che si debba insistere sul fatto che si dovrebbero bandire anzitutto la disoccupazione e la precarietà, e non il diritto degli immigrati a vivere con la propria famiglia quando non possono dimostrare di disporre di risorse sufficienti o di un alloggio adeguato.

Mentre per i nostri cittadini la società seppure lentamente evolve, basti pensare al voto del PACS in Francia, per gli immigrati la concezione di famiglia resta rigida. Le legislazioni vigenti prevedono la revoca del diritto di soggiorno in caso di rottura del vincolo familiare, vietando di fatto il divorzio e, come si è detto poc'anzi, tuttora le coppie omosessuali non sono riconosciute. Col pretesto di combattere la poligamia, si condannano le seconde mogli o le concubine ed i loro figli alla clandestinità e ad una maggiore dipendenza.

Bisogna quindi svincolare il ricongiungimento familiare dalle prassi arcaiche tuttora esistenti, dovute ad un controllo esasperato dell’immigrazione. Ma, per concludere, ritengo che fortunatamente la relazione Watson costituisca un vero e proprio progresso dopo la rielaborazione in commissione della relazione iniziale della onorevole Klamt. Devo dire che, quando sento i discorsi razzisti, reazionari e francamente inammissibili dell’onorevole Gollnisch, mi viene voglia di votare a favore di questa relazione: è una questione di dignità.

 
  
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  Nassauer (PPE-DE). - (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, contrariamente ad un’opinione diffusa ed anche al dibattito tenutosi stamane, questa direttiva non riguarda soltanto la definizione vincolante in generale del concetto di famiglia per l’intera Unione europea: si tratta piuttosto di definire con esattezza chi, in virtù dei legami di parentela, è autorizzato al ricongiungimento in caso di immigrazione.

Che i membri di una stessa famiglia abbiano il diritto di convivere è fuori discussione, ma occorre appunto stabilire dove si pone la soglia della famiglia. Ad esempio, io ho una moglie e due figli che a loro volta hanno figli; inoltre ho fratelli e sorelle, zii e zie. A contarli tutti, i miei parenti stretti sono 25. Se io, Commissario Vitorino, dovessi chiedere asilo in Portogallo, senz’altro non potrei far valere alcuna rivendicazione di abitarvi con venticinque familiari. Bisogna quindi tracciare una demarcazione ragionevole: questo è il problema determinante della direttiva. Bisogna altresì distinguere se gli interessati soggiornano nell’Unione europea per un periodo limitato o a tempo indefinito. A tal proposito si deve chiarire che questa proposta di direttiva amplia la nozione di ricongiungimento familiare al di là di quanto previsto sinora nei paesi membri dell’Unione europea. Ciò costituisce un ulteriore impulso all’immigrazione, che naturalmente comporta notevoli conseguenze.

Di fatto, le conseguenze per paesi con un'alta quota migratoria, come l’Austria, la Germania ed i paesi del Benelux, sono del tutto diverse da quelle per paesi come il Portogallo, la Finlandia o altri, che sono meno toccati dall’immigrazione. Dato che la proposta comporta un drastico ampliamento del ricongiungimento familiare, uno dei principali motivi di trasferimento, non possiamo approvare la direttiva allo stato attuale. Perciò, signor Commissario, con tutto rispetto per il suo lavoro, nutro la speranza che la sua proposta non riscuota l’unanimità necessaria in sede di Consiglio.

(Applausi)

 
  
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  Karamanou (PSE). - (EL) Signor Presidente, anzitutto desidero congratularmi con la Commissione e, in particolare, con il Commissario Vitorino per l’ottima proposta legislativa, che disciplina la questione del ricongiungimento familiare e che giunge infine dopo decenni di una politica europea sull’immigrazione praticamente nulla, dopo anni di rifiuti europei di riconoscere i fondamentali diritti umani dei cittadini di paesi terzi che risiedono legalmente nell’Unione.

Il riconoscimento del diritto alla vita familiare rappresenta uno dei presupposti fondamentali per la partecipazione di profughi e immigrati alla vita sociale del paese in cui risiedono. Purtroppo in Parlamento coloro che esagerano nel glorificare la famiglia come valore supremo sono proprio quelli che ne sviliscono l’importanza, come accade nel caso specifico di questa proposta di direttiva sul ricongiungimento familiare di profughi e immigrati. Il fariseismo e l’ipocrisia sono le principali caratteristiche di quest’ala del Parlamento, come abbiamo constatato sovente.

Vorrei comunque dire che comprendo le esitazioni di molti governi, compreso il mio, circa la presente direttiva. Paesi come la Germania, ove si sono rifugiati milioni di profughi e immigrati, dovranno farsi carico di oneri enormi. Desidero però ricordare quanto sia grande il contributo che gli immigrati assicurano allo sviluppo economico delle nostre nazioni grazie al proprio lavoro e gettito fiscale. L’onere sociale cui fanno riferimento i detrattori della proposta potrebbe ridursi se i profughi e i loro familiari godessero del diritto al lavoro, come previsto nella proposta della Commissione.

Infine, signor Presidente, tengo a precisare che la direttiva prevede condizioni minime e che i governi serbano il diritto di fissare condizioni migliori per il ricongiungimento familiare.

 
  
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  von Boetticher (PPE-DE). - (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, per la prima volta durante il mio mandato parlamentare posso rallegrarmi, oggi, della certezza che il Consiglio riserverà a questo parere insensato e pericoloso del Parlamento l’attenzione che merita, ossia nulla!

Commissario Vitorino, con tutta la stima per la sua persona, che ho sempre ribadito dinanzi all’Assemblea, mi lasci dire che la proposta della Commissione trasuda un’ignoranza crassa proprio per quanto riguarda la situazione di quegli Stati membri che, negli scorsi anni, hanno magnanimamente concesso a numerosi profughi e richiedenti asilo diritti d’accoglienza e di tutela! La nostra società viene così esposta ad un onere eccessivo, col rischio di creare un terreno propizio proprio a fenomeni che il Parlamento ha sempre combattuto. I deputati liberali e socialdemocratici degli Stati membri più grandi - infatti finora ho udito soltanto esponenti degli Stati membri più piccoli da quest'ala - devono rispondere all'interrogativo se avvertono ancora un legame con gli elettori, se sono consapevoli delle conseguenze della situazione e se hanno capito che più ampi poteri del Parlamento a tale riguardo comportano anche un’accresciuta responsabilità.

I tempi in cui si poteva sognare di migliorare il mondo senza conseguenze sono passati! Vorrei proprio vedere come si intende giustificare la decisione odierna agli occhi dei cittadini. Oggi molti di voi voteranno per questo testo soltanto perché sanno già che il Consiglio non lo accetterà mai in tale forma. Lo ritengo indegno, in contraddizione con il nostro compito ed il mandato che ci è stato conferito dagli elettori.

Vorrei riprendere in breve quanto lei ha detto sulla poligamia e su cui ha scosso il capo. Legga nuovamente l’articolo 3, paragrafo 2: esso recita che il ricongiungimento di più mogli e dei loro figli è vietato, mentre è autorizzato quello di una sola moglie e dei suoi figli. Ciò significa che posso aver contratto matrimonio in uno Stato membro, ma farmi raggiungere, in determinati casi, da almeno una moglie. Ciò significa quindi che si prevede una certa qual tolleranza. E’ proprio così! In tal modo si può…

(Commenti)

…ebbene, spiegandolo in termini giuridici si può interpretare il testo proprio così! Esso lascia libero corso a tutte le interpretazioni. Non resta che respingere la proposta!

 
  
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  Vitorino, Commissione. – (PT) Signor Presidente, onorevoli deputati, per la prima volta dall’entrata in vigore del Trattato di Amsterdam oggi il Parlamento europeo viene consultato su una proposta di direttiva della Commissione al Consiglio in materia di immigrazione legale di persone provenienti da paesi terzi.

Si tratta quindi di un segnale dei profondi cambiamenti istituzionali introdotti dal Trattato e ritenuti prioritari nell’agenda politica europea dai Capi di stato e di governo al Consiglio europeo di Tampere. La Commissione ha voluto che proprio una proposta relativa al ricongiungimento familiare costituisse il primo passo di questo cammino e caratterizzasse il notevole sforzo di costruzione di una politica europea comune in materia di immigrazione. Vorrei innanzitutto puntualizzare le ragioni che ci hanno indotti a scegliere questo tema, anche per rispondere ad un’osservazione critica della onorevole Klamt, alla quale, nonostante le divergenze di opinione, vorrei esprimere le mie congratulazioni per il lavoro svolto in veste di prima relatrice sull’argomento.

Credo che il ricongiungimento familiare sia un principio profondamente coerente con gli impegni contratti ormai da decenni da tutti gli Stati membri sul piano del diritto internazionale. L’adesione alla Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo, i patti internazionali nell’ambito delle Nazioni Unite del 1966 e la stessa Convenzione europea dei diritti umani sono tutti strumenti di diritto internazionale che consacrano la tutela della famiglia come elemento essenziale di garanzia della pace sociale. Credo che nessuno possa negare che la riunificazione della famiglia è anche un importante strumento d’integrazione degli immigranti provenienti dai paesi terzi nelle società di accoglienza. Si tratta di un principio che è stato ripetutamente riconosciuto dagli organi dell’Unione europea. Fin dal 1993 infatti il Consiglio ha prestato un’attenzione costante alla problematica del ricongiungimento familiare. Occorre inoltre riconoscere che, in termini quantitativi, la questione del ricongiungimento familiare è particolarmente rilevante in quanto rappresenta oggi una delle principali cause d'immigrazione per i paesi europei.

Non è la direttiva che crea questo flusso migratorio: essa è volta a disciplinare una realtà con cui ci troviamo confrontati. Chi non è disposto ad ammettere che la direttiva intende definire norme giuridiche per rispondere ad una situazione preesistente ed accusa la Commissione di provocare con questa iniziativa un nuovo movimento migratorio non fa un’analisi corretta della realtà che ci troviamo a dover affrontare.

Per questa ragione la Commissione ha ritenuto che il ricongiungimento familiare meritasse di essere preso in esame prioritariamente rispetto ad altre forme di immigrazione legale. Non si tratta di prendere decisioni sul permesso d’ingresso e di soggiorno a fini economici, né sull’immigrazione di lavoratori o studenti. Si tratta, a nostro parere, di regolamentare un tipo di ammissione diverso che risponde a valori quale la tutela della famiglia e ad un obiettivo politico strategico, ovvero la promozione dell’integrazione dei cittadini di paesi terzi che già vivono legalmente nell’Unione nelle società di accoglienza. Siamo partiti da un principio forse discutibile, ma di cui, fino a prova contraria, riteniamo di poter dimostrare la validità: il ricongiungimento familiare è un fattore che promuove la stabilità personale dell’immigrato, giacché la vita in famiglia costituisce sempre un importante strumento di sostegno all’integrazione nei paesi di accoglienza.

A Tampere i Capi di stato e di governo hanno indicato all’unanimità la necessità di assicurare un trattamento equo ai cittadini di paesi terzi residenti legalmente negli Stati membri dell’Unione. Hanno inoltre sottolineato che è necessario sviluppare in parallelo una più dinamica politica d’integrazione e che tale politica dovrebbe tendere ad offrire ai cittadini dei paesi terzi diritti ed obblighi paragonabili a quelli dei cittadini dell’Unione. Sono questi, onorevoli deputati, i valori e gli impegni politici sui quali la Commissione ha costruito la sua proposta. Tengo anche a sottolineare che nella proposta della Commissione il ricongiungimento familiare è concepito come un diritto. Tuttavia non si tratta di un diritto assoluto dei cittadini di paesi terzi che risiedano nei paesi dell’Unione, e che vi risiedano legalmente. E’ invece un diritto soggetto a condizioni, tanto di ordine procedurale quanto relative alla definizione dello status dei membri della famiglia nel paese in cui sono stati ammessi e alle prerogative di cui beneficiano.

Sono pronto a discutere della proposta in tutte le sue implicazioni. Non dobbiamo dimenticare che la Francia ha incluso questo argomento fra le priorità del suo semestre di Presidenza. E noi, da parte nostra, siamo disponibili a presentare il più rapidamente possibile una proposta modificata in modo che si possa giungere ad un risultato positivo durante la Presidenza francese.

Desidero ringraziare tutti i deputati che sono intervenuti nella discussione. Si è trattato di un dibattito, in Aula come in seno alla Commissione, molto vivace, talvolta persino appassionato, in quanto riguarda un argomento delicato che può avere pesanti effetti sulle realtà nazionali. E’ difficile trovare un punto d’incontro a livello europeo. Ma soprattutto questo dibattito ha una caratteristica fondamentale: non si tratta più di dichiarazioni d’intenti, ma di regole, di norme giuridiche vincolanti che dovranno essere applicate. E’ naturale quindi che la discussione sia animata, persino vibrante, e che vi trovino espressione opinioni divergenti.

La Commissione attribuirà grande importanza al parere del Parlamento. Vorrei congratularmi con l’onorevole Watson per essere riuscito a presentare la sua relazione nelle difficili circostanze in cui si è svolta la discussione.

Desidero ora esporre al Parlamento la posizione della Commissione sugli aspetti politici più critici della direttiva in questione.

Esaminiamo innanzitutto l’ambito di applicazione della proposta: la Commissione ritiene che i rifugiati debbano essere compresi nell’ambito di applicazione della normativa. Non sarebbe infatti concepibile, dal punto di vista politico, che si riconoscesse agli immigranti economici un diritto al ricongiungimento familiare che viene rifiutato a coloro cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra. Ammetto tuttavia che possa essere necessario escludere i beneficiari della protezione temporanea o della protezione sussidiaria. Questo non mette in discussione la questione di principio. Sono anzi convinto che taluni beneficiari della protezione temporanea o sussidiaria dovranno anch’essi aver diritto al ricongiungimento familiare. Tuttavia riconosco che vi è una mancanza di armonizzazione di questo concetto a livello europeo, ma la Commissione intende presentare l’anno prossimo al Parlamento e al Consiglio una direttiva sulla protezione temporanea e sussidiaria, il che consentirà di riprendere in esame molto presto, nell’ambito di tale documento, il diritto al ricongiungimento familiare. Siamo pertanto disposti a modificare la proposta in modo da escludere i beneficiari della protezione temporanea e sussidiaria.

Per quanto riguarda gli interrogativi relativi alla nozione di famiglia, vorrei chiarire che la Commissione con questa iniziativa non intende affatto ingerirsi nella definizione di tale concetto. La proposta riconosce integralmente la competenza di ciascuno Stato membro nella definizione della nozione di famiglia. Mi riferisco per esempio alle unioni di fatto. La proposta non dice che tutti gli Stati membri saranno obbligati a riconoscere le unioni di fatto e quindi ad accogliere in ogni caso le persone che si trovano di questa situazione. A nostro giudizio i paesi il cui diritto interno equipara, per i propri cittadini, le unioni di fatto all’istituto matrimoniale dovrebbero riconoscere tali unioni di fatto anche agli effetti del ricongiungimento familiare dei cittadini di paesi terzi. A questo proposito desidero chiarire che non vi è in questa proposta alcuna intenzione di favorire il ricongiungimento di famiglie poligame. Il testo è ben chiaro! Non sarà possibile far arrivare una seconda moglie! Si è prevista la sola eccezione dei figli nati da un secondo matrimonio, qualora ciò sia nel loro interesse. Del resto come potremmo giustificare un diverso trattamento per i figli nati da seconde nozze rispetto ai figli di un primo matrimonio o i figli frutto di un’unione di fatto? Non sono un sovvertitore di valori morali, ma mi pare che dobbiamo mettere in primo piano l’interesse dei bambini.

In ultimo, signor Presidente, vorrei dire che la Commissione è disposta ad accettare una serie di altri emendamenti e modifiche relativi ai diritti dei membri della famiglia, alle condizioni e al chiarimento delle condizioni necessarie per il ricongiungimento familiare, alla situazione in cui il richiedente il ricongiungimento può acquisire statuto autonomo, nonché alle norme procedurali. Precisazioni esaurienti al riguardo verranno fornite prima della votazione.

Osserverò, per concludere, che si tratta di un documento che sarà molto dibattuto. La discussione con il Consiglio non sarà facile, come non lo è stata con il Parlamento. Ho il massimo rispetto per l’opinione di tutti i membri dell’Assemblea. Vorrei che il parere del Parlamento fosse condiviso dal maggior numero possibile di deputati. Indipendentemente dalle nostre divergenze d’opinione, che sono del tutto naturali, direi anzi utili ed essenziali alla democrazia, spero che, una volta adottata la direttiva, potremo unire i nostri sforzi per risolvere la questione essenziale che ci troviamo a dover affrontare, ovvero il problema di creare un regime giuridico chiaro e trasparente che assicuri l’integrazione degli immigranti legali nei paesi di accoglienza, giacché tale integrazione è la chiave del successo di una politica comune d'immigrazione a livello europeo.

 
  
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  Presidente. - La ringrazio, signor Commissario.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà alle 12.00.

 

2. Provvedimenti speciali in tema di circolazione e residenza dei cittadini dell'Unione
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  Presidente. - L'ordine del giorno reca la relazione (A5-207/200), presentata dall'onorevole Boumediene-Thiery a nome della commissione per le libertà e i diritti dei cittadini, la giustizia e gli affari interni, sulla relazione della Commissione relativa all'applicazione delle direttive 90/364, 90/365 e 93/96 (diritto di soggiorno) e sulla comunicazione della Commissione relativa ai provvedimenti speciali in tema di circolazione e residenza dei cittadini dell'Unione giustificati da motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità pubblica [COM(1999) 127 COM(1999) 372 – C5-0177/1999, C5-0178/1999 – 1999/257 (COS)]

 
  
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  Boumediene-Thiery (Verts/ALE), relatore. - (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, desidero anzitutto ringraziare tutti coloro che, con le loro riflessioni, hanno contribuito ad animare il dibattito. Prima di passare ad illustrare la mia relazione, vorrei affrontare un interrogativo che mi assilla e che, a mio avviso, costituisce il punto nodale della problematica che ci siamo proposti e che determinerà l’orientamento del nostro voto. L’interrogativo è il seguente: cosa significa veramente cittadinanza europea? Si tratta semplicemente di uno slogan per reclamizzare l’Europa oppure vogliamo davvero dare un contenuto a questa espressione?

Oggi, per la maggior parte degli abitanti d’Europa, la cittadinanza europea resta un concetto privo di significato. Se si vuole fare dell’Europa qualcosa di più di una vasta zona di libero scambio, bisogna agire affinché l'Unione superi lo stadio di semplice concetto per radicarsi nella vita quotidiana degli abitanti del continente. D’altronde, è in questa prospettiva che intendo collocare il nostro dibattito. Le direttive esaminate riguardano i cittadini comunitari, ma sono necessarie rielaborazioni a favore dei cittadini di paesi terzi.

Con questa relazione si intende fare il punto sulla realtà della libera circolazione e del soggiorno delle persone nell’Unione. Dal punto di vista dei Trattati, mi colloco nella duplice ottica dell’articolo 14, relativo alla libera circolazione delle persone, e degli articoli 17 e 18, relativi alla cittadinanza europea. Ebbene, per quanto i paesi membri abbiano compiuto enormi progressi in materia di libera circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali, è chiaro che siamo tuttora ben lungi dall'aver conseguito la libera circolazione delle persone.

Facciamo ora una breve cronistoria delle direttive e del loro contenuto: in origine, la libera circolazione era riservata alle persone aventi un’attività economica. Nel giugno 1990, il Consiglio ha adottato tre proposte di direttiva della Commissione volte ad ampliare questo diritto a tutti i cittadini degli Stati membri, anche qualora non esercitino alcuna attività economica. Vorrei solo ricordare gli orientamenti di massima di queste direttive. Per i pensionati ed altri inattivi, il diritto al soggiorno è riconosciuto a coloro che dispongono di un’assicurazione malattia e di risorse sufficienti. Per gli studenti, le condizioni previste sono l’iscrizione ad un istituto riconosciuto e la fruizione di un’assicurazione malattia. In entrambi i casi, i coniugi ed i figli a carico possono accompagnare il titolare ed eventualmente lavorare.

Il recepimento di queste direttive è stato doppiamente problematico: da un canto, gli Stati membri l’hanno effettuato con notevole ritardo; dall’altro, la quasi totalità di essi l’ha effettuato in modo insoddisfacente. Peraltro, la Commissione ha dovuto avviare quattordici procedure d’infrazione. A questo proposito, essa fa rilevare: “Cittadini dell’Unione si sono trovati, a seguito di un recepimento erroneo delle direttive, ad essere privati di alcuni dei loro diritti o a far fronte a difficoltà amministrative ingiustificate”.

Procediamo ad una valutazione concreta della situazione. Il diritto alla libertà di circolazione e di soggiorno, sancito dal Trattato di Maastricht, viene violato da considerazioni d’ordine economico. La nozione di risorse sufficienti è interpretata in modo abusivo dalle amministrazioni. Di quali redditi si deve tener conto per valutare le risorse? Di quali documenti giustificativi? Come si può render conto di una situazione finanziaria in evoluzione, che talora dipende dall’aiuto fornito dal coniuge? A causa di procedure di riconoscimento lunghe e difficili, nel paese d’accoglienza si rivela spesso necessario sottoscrivere una seconda assicurazione malattia. Se non si rientra nei canoni del lavoro dipendente, è difficile ottenere un permesso di soggiorno, ed all’instabilità della situazione professionale viene ad aggiungersi la precarietà del titolo di soggiorno.

Quanto ai provvedimenti speciali giustificati da motivi d’ordine pubblico, la Commissione riscontra numerose interpretazioni abusive, come la condanna penale che giustifica l’allontanamento sistematico e l’espulsione. Infine, le procedure amministrative durano troppo a lungo - oltre sei mesi - e restano costose quando si rivela necessario un rinnovo frequente. Spesso, infatti, è prevista una durata di validità di due anni invece dei cinque consueti.

Per ovviare a questi problemi, esporrò qui di seguito le principali misure contemplate. La nostra prima proposta consiste nel chiedere alla Commissione di preparare una direttiva quadro che adotti una posizione sulla scorta del diritto fondamentale alla libertà di circolazione e di soggiorno, al fine di organizzare l’esercizio di tale libertà, anziché partire da un’impostazione settoriale che non può che dare adito ad ambiguità. In seguito, sarà pur sempre possibile adottare tutta una serie di provvedimenti specifici per aiutare i cittadini, a seconda della loro situazione. Questa fusione delle direttive esistenti deve dissociare il diritto fondamentale alla libera circolazione ed al soggiorno da qualsivoglia considerazione di carattere economico. Le misure in questione devono essere concomitanti ad una vera e propria semplificazione delle procedure amministrative ed alla gratuità dei documenti. Una misura transitoria per l’attuazione di queste disposizioni potrebbe essere l’adozione, per tutti i richiedenti, di una carta di soggiorno valida un anno. E’ inoltre indispensabile l’armonizzazione dei sistemi di previdenza sociale e dei regimi pensionistici. Infine, per quanto riguarda i provvedimenti speciali giustificati da motivi d’ordine pubblico, non possiamo che appellarci agli Stati affinché applichino un’interpretazione restrittiva e pongano fine alla duplice sanzione, tutelando alcune categorie dall’espulsione.

Per concludere, vorrei fare alcune precisazioni. I diritti devono essere collegati alla persona e sono trasferibili con essa. I cittadini dei paesi terzi che soggiornano e lavorano legalmente in uno Stato membro devono beneficiare dei medesimi diritti dei cittadini europei. E' deplorevole che il Consiglio non dia seguito a questa proposta sulla cittadinanza e residenza.

Concludendo, spero di avervi convinti della necessità di sostenere un’impostazione in materia di libera circolazione e di soggiorno incentrata sulla cittadinanza, che costituisce un elemento fondamentale per la creazione di una coscienza europea. Ora che il dibattito sull’avvenire dell’Europa sconfina nella cronaca e che si discute di una futura Carta dei diritti fondamentali, dobbiamo sostenere ogni progetto inerente ad uno spazio di libertà, giustizia ed eguaglianza, dove tutti i residenti e cittadini che contribuiscono alla costruzione europea devono godere dei medesimi diritti. Oggi, finalmente, merci, capitali e servizi circolano liberamente nell’Unione. E’ forse giunto il momento per le persone di acquisire gli stessi diritti dei prodotti che consumano.

 
  
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  Wallis (ELDR), relatore per parere della commissione giuridica e per il mercato interno. – (EN) Desidero congratularmi con la relatrice. Ci occupiamo oggi di una revisione attesa da tempo di alcune direttive in materia di diritto di residenza di persone “non economicamente attive”. Il mio punto di partenza, così come quello della relatrice, è che dovremmo dare un significato concreto alla cittadinanza dell’Unione europea. Tra l’affermazione del Trattato secondo la quale ogni cittadino dovrebbe avere il diritto di circolare e risiedere liberamente sul territorio degli Stati membri e la situazione reale esiste tuttora una differenza notevole.

Mi rifaccio all’esperienza nella mia circoscrizione di alcuni studenti di lingue provenienti da altri Stati membri. Hanno ricevuto una lettera prestampata dall’ufficio di previdenza sociale competente localmente con la richiesta di presentarsi a un colloquio di due ore portando con sé tutti i papiri che riuscivano a procurarsi tra quelli compresi in un elenco non esaustivo di circa venti documenti, quali passaporto, estratti conto o bollette domestiche in modo da “accertare la loro identità”. Quando ho fatto qualche ricerca in merito, mi è stato detto che non era una faccenda di competenza dell’Unione europea in quanto la stessa lettera viene inviata ai cittadini britannici. Non riesco a immaginare in quali circostanze. E, cosa ancor più ridicola, l’indicazione delle due ore veniva fornita per risparmiare loro una multa nel parcheggio di zona!

Vorrei che nessun cittadino venisse trattato come quegli studenti. La storia delle direttive che si occupano del diritto di soggiorno delle persone “non economicamente attive” è infelice: mancata attuazione, procedure d’infrazione, un miscuglio di requisiti vari e onerosi. E’ più facile portare un sacco di patate in giro per l’Europa che un cittadino. Se vogliamo che i nostri cittadini ci apprezzino e che il diritto di libera circolazione sia reale, allora è tempo di provvedere a una codificazione semplice e rapida di quest’area del diritto comunitario. Solo allora l’affermazione del Trattato circa la cittadinanza dell’Unione europea diventerà realtà e non semplici parole.

 
  
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  Schmid, Herman (GUE/NGL), relatore per parere della commissione per l'occupazione e gli affari sociali. – (SV) Signor Presidente, si fa un gran parlare di diritti umani all'interno dell'UE, ma in pratica spesso accade che i diritti civili siano funzione del soldo. Chi ha un lavoro e riesce a mantenersi è tutelato dalla legislazione, ma vi sono vasti strati di popolazione senza un impiego e pertanto privi di diritti.

Può trattarsi di studenti, che devono dimostrare di avere un posto in qualche istituto, o di pensionati che, in caso di trasferimento, devono dimostrare di possedere un patrimonio o di essere titolari di una pensione. Può trattarsi inoltre di cittadini di Stati terzi, o di familiari di cittadini terzi, che non possono seguire il capofamiglia quando questi trova lavoro oltrefrontiera.

Ciò significa che i soggetti economicamente più deboli sono tuttora discriminati. Nella relazione si propongono importanti miglioramenti per queste categorie di popolazione, nella realtà dei fatti più vaste di quel che non si creda. Devono ottenere migliori possibilità di spostamento e un più chiaro diritto di stabilimento in un altro paese.

In questo contesto, desidero inoltre ribadire che il diritto alla mobilità sul mercato del lavoro e il diritto di scegliere un luogo di residenza non sono la stessa cosa. Oggi vi sono molti lavoratori inviati a prestare la propria opera, con contratti di breve durata, in altri Stati membri, dove non hanno affatto un diritto di residenza. Per chi non ha un introito certo o altri mezzi di sostentamento, il diritto alla residenza è praticamente nullo.

La libera circolazione della forza lavoro è tutelata dalla legislazione del mercato interno. Per la maggior parte delle persone è tuttavia ancor più importante che il diritto alla residenza, e quindi anche il diritto di rimanere, venga tutelato. Ciò significa non si può costringere qualcuno ad andarsene solo perché non è in grado di mantenersi. A tale riguardo occorre un miglioramento radicale, e sarebbe bene occuparsene ora che l'economia degli Stati membri pare più in salute che in precedenza.

 
  
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  Mayer, Hans-Peter (PPE-DE), relatore per parere della commissione per le petizioni. - (DE) Signor Presidente, la relazione della onorevole Boumediene-Thiery affronta i problemi menzionati dalla Commissione nella sua relazione che fa il punto sull’applicazione delle prescrizioni in materia di diritto di soggiorno. Tuttavia, a questo proposito, la onorevole Boumediene-Thiery vorrebbe estendere il campo d’applicazione del diritto di soggiorno ai cittadini di paesi terzi.

E’ stato chiesto un parere alla commissione per le petizioni, in quanto essa costituisce un’istanza particolare, direttamente investita dei problemi dei cittadini. Purtroppo, le violazioni di diritti discendenti dalla cittadinanza europea sono ancora fin troppo frequenti: su questo sono pienamente d’accordo. In primo luogo, le norme di diritto comunitario in materia di diritto di soggiorno vengono recepite con riluttanza; soprattutto gli organismi decentrati degli Stati membri perlopiù non conoscono la normativa in materia. In secondo luogo, le difficoltà di riconoscimento dei diplomi causano gravissime limitazioni. Infatti, a cosa mi serve un diritto di soggiorno se non ho il diritto di esercitare all’estero la professione da me appresa? In terzo luogo, il mancato adeguamento delle prescrizioni sulla libera circolazione o delle norme in materia di previdenza sociale ad un mercato di lavoro in evoluzione è fonte di problemi: non può essere che non si ottenga il rimborso delle spese mediche sostenute all’estero soltanto perché non si dispone del modulo giusto!

Signor Presidente, abbiamo prescrizioni relative al diritto di soggiorno dei cittadini dell’Unione in altri Stati membri, che però non vengono ancora applicate appieno. Sono ricorrenti i casi in cui ad un cittadino dell’Unione viene reso impossibile il soggiorno in un altro Stato membro. Sollecitiamo quindi i paesi membri dell’Unione europea ad applicare senza indugio le vigenti norme di diritto comunitario, e questo ben prima di pensare all’estensione di tali diritti ai paesi terzi!

 
  
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  Hernández Mollar (PPE-DE). - (ES) Signor Presidente, in caso non venissero accettati gli emendamenti che abbiamo presentato alla relazione della onorevole Boumediene-Thiery, il mio gruppo parlamentare voterà a sfavore per ragioni che mi sembrano sostanziali.

Le direttive in discussione oggi si riferiscono tanto alla libera circolazione e al soggiorno di studenti e di persone che hanno concluso l'attività professionale o che sono inattive e che, inoltre, beneficiano di pensioni di invalidità o di anzianità o di sussidi - e in questo caso parliamo di cittadini comunitari -, quanto ai provvedimenti speciali previsti da un'altra direttiva, relativa all'espulsione per ragioni di ordine pubblico, pubblica sicurezza o sanità pubblica.

Il problema risiede nel fatto che la onorevole Boumediene-Thiery amplia l'ambito di applicazione di tali direttive, estendendolo anche ai cittadini di paesi terzi. Per esempio, il paragrafo 20 della risoluzione estende il ricongiungimento familiare anche a familiari non comunitari, ascendenti o discendenti, non a carico del residente, ampliando così in modo illimitato l'ammissione. Analogamente, l'equiparazione delle coppie di fatto a quelle coniugate, che nel caso dei cittadini comunitari non costituirebbe un grosso problema, considerata la diversità della legislazione, nel caso dei cittadini di paesi terzi, implicherebbe invece notevoli difficoltà in relazione alla necessità di dimostrare la stabile convivenza, e potrebbe dare luogo ai cosiddetti matrimoni bianchi o di convenienza e dunque alla frode.

D'altra parte, ritengo che tutta la casistica riguardante i lavoratori migranti sia estranea al contesto di questo dibattito, non tanto per il contenuto, quanto piuttosto per il fatto che nulla apporta allo studio di tali direttive.

Come afferma la Commissione, è necessario migliorare il livello d'informazione affinché i cittadini europei sappiano con assoluta chiarezza quali sono i loro diritti di muoversi liberamente nel mercato interno, e si deve raggiungere tale obiettivo con norme chiare, concise e concrete, e utilizzando le nuove tecnologie della comunicazione, come Internet, la televisione o i mezzi d'informazione locali o regionali. Non mi sembra una buona idea, signor Commissario, il suggerimento di far giungere ai cittadini le risposte alle interrogazioni parlamentari attraverso comunicazioni nella forma che si riterrà opportuna. Mi sembra un metodo poco pratico, tra le altre cose perché nemmeno i parlamentari stessi, a volte, leggono tali risposte.

E' inoltre necessario eliminare le assurde pastoie amministrative necessarie per giustificare le condizioni e l'importo della pensione. Ritengo che una carta d'identità del pensionato o il ricorso all'informatica dovrebbero riuscire a snellire le formalità, e si potrebbe fare la stessa cosa per gli studenti al fine di facilitarne la mobilità, evitando loro costi inutili e rendendo il loro soggiorno compatibile con i periodi di studio o di apprendistato.

Per concludere, ritengo assurdo vincolare l'ordine pubblico all'area di Schengen, come si fa al paragrafo 6 della risoluzione, in una proposta rivolta ai cittadini dell'Unione europea ai quali non si applica l'acquis di Schengen bensì si applicano le direttive comunitarie, in particolare quelle in materia di ordine pubblico.

Credo sia necessario, per aggiornare questa legislazione, unificare i testi con un nuovo regolamento e ridurre gli ostacoli alla libera circolazione e alla residenza dei cittadini comunitari.

 
  
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  Van Lancker (PSE).(NL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, consentitemi di iniziare il mio intervento ringraziando la Commissione europea per la perseveranza e l’impegno con cui si dedica al tema del diritto di residenza nell’ambito della libera circolazione delle persone in Europa, affinché esso sia al centro della nostra attenzione. Di tale impegno fanno fede, ancora una volta, le due comunicazioni sul diritto di residenza. Desidero, poi, complimentarmi con la relatrice per il documento che ci ha presentato. Onorevole Hernandez Mollar, la relatrice ha optato per un approccio più ampio, nel senso del diritto di residenza per tutti i cittadini, anche per i lavoratori, anche per gli extra comunitari, riguardo ai quali, invero, sono già state presentate proposte. Il mio gruppo è favorevole a questo tipo di approccio poiché, nonostante tutte le iniziative della Commissione, nonostante il rapporto Veil, nonostante il programma d’azione, nonostante le iniziative legislative, tutte le proposte fatte finora si sono ammucchiate sul tavolo del Consiglio e non hanno compiuto alcun progresso.

Durante la discussione odierna vorrei approfondire quattro punti in particolare. Primo: negli ultimi tempi, il mercato del lavoro europeo ha dimostrato un crescente bisogno di mobilità e sempre più imprese non riescono a coprire i posti di lavoro vacanti. Appare, quindi, incomprensibile che continuino a sussistere così tanti ostacoli alla libera circolazione delle persone e in relazione al diritto di residenza, soprattutto quando si tratta di contratti di lavoro temporanei, di lavoratori a tempo parziale e di disoccupati che cercano lavoro in un altro paese. Secondo punto: anche il mio gruppo è a favore di un atteggiamento aperto nei confronti della cittadinanza europea, il che significa, per noi, che anche chi non lavora, i pensionati e gli studenti devono poter far valere il loro diritto di residenza, naturalmente a determinate condizioni. Vedendo gli ostacoli che alcuni paesi membri stanno sollevando, onorevoli colleghi, non possiamo non concludere che quei paesi la cittadinanza europea non la vogliono affatto. Terzo punto: la cittadinanza non deve discriminare in base al tipo di famiglia. Onorevoli colleghi, anche i conviventi, le persone non coniugate, anche gli omosessuali, maschi e femmine, nei paesi in cui queste forme di convivenza sono riconosciute, devono poter esercitare il loro diritto di residenza poiché, in caso contrario, finiremmo per negare a migliaia di persone il diritto a vivere all’interno di una famiglia. E infine, la nostra concezione della cittadinanza europea deve aprirsi anche agli extra comunitari, a coloro che abitano nell’Unione europea, ai residenti legali e ai residenti stabili, senza discriminazioni. Per tutti questi motivi appoggiamo incondizionatamente la relazione della onorevole Boumediene. Ci auguriamo che la Commissione continui a denunciare le violazioni e le deplorevoli carenze nell’applicazione da parte degli Stati membri, ma spero soprattutto, onorevoli colleghi, con tutto il cuore, che il Consiglio abbia finalmente il coraggio di aprire un’approfondita discussione sulla libertà di circolazione delle persone.

 
  
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  Ludford (ELDR). (EN) Signor Presidente, negli ultimi trent’anni abbiamo assistito ad un cambiamento nella normativa comunitaria: si è cessato di considerare la libera circolazione delle persone come una questione meramente economica – mobilità funzionale –per incominciare a ritenerla un diritto personale. Questo ha comportato un mucchio di retorica sull’Europa dei cittadini, ma scarsi cambiamenti nella mentalità o nelle amministrazioni degli Stati membri, come ha evidenziato la onorevole Wallis.

Con questa affermazione, non intendo sottovalutare i vantaggi economici della libera circolazione. La relazione della onorevole Boumediene-Thiery sottolinea – e mi congratulo con lei per l’ottimo lavoro – che facilitando la mobilità si promuove il dinamismo e la competitività economica. Allora perché la destra lo ignora? Ma quello che conta per i liberali è accertare se gli Stati membri credono nell’idea di una cittadinanza europea e la rispettano, non solo consentendo ai cittadini di uno Stato membro e alle loro famiglie di spostarsi, ma anche attribuendo tali diritti, nella maggior misura possibile, ai cittadini di paesi terzi legalmente residenti e alle relative famiglie, il che purtroppo non era contemplato nella relazione della Commissione.

E’ motivo di irritazione vedere che il Consiglio dei ministri e i singoli governi, preoccupati dalla scarsa affluenza alle elezioni europee, lanciano campagne con palloncini e sacchetti di plastica inneggianti all’Europa dei cittadini e cercano di ottenerne i voti in campagne referendarie, ma continuano a perpetuare una burocrazia ostruzionistica quando quegli stessi cittadini hanno la sfrontatezza di rivendicare il proprio diritto alla libera circolazione.

Quelle regole sono comunque troppo complicate. Occorre una revisione radicale che snellisca e renda trasparente l’esercizio della libera circolazione. Non è una richiesta eccessiva. Come ha detto la onorevole Wallis, attraversare le frontiere dovrebbe essere tanto facile per le persone quanto per i gingilli o le patate.

 
  
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  Krivine (GUE/NGL). - (FR) Signor Presidente, appoggiamo la relazione Boumediene-Thiery. In effetti, è giunto il momento di rispettare la parità di diritti e di porre fine alla logica del sospetto nei confronti degli immigrati. Gli Stati si arrogano il diritto di rifiutare il soggiorno agli studenti stranieri, anche quando sono iscritti presso istituti riconosciuti, se ritengono che abbiano cambiato indirizzo di studi o non progrediscano abbastanza rapidamente, valutazione, questa, che spetterebbe alle autorità universitarie.

Questa logica del sospetto genera il richiamo ossessivo all’ordine pubblico e la pratica scandalosa della duplice sanzione. Per uno stesso reato, oltre alla pena detentiva, ad uno straniero viene sistematicamente inflitta un’interdizione a soggiornare sul territorio del paese in questione. Questo bando viola il principio di eguaglianza dinanzi alla legge sancito dall’articolo 7 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Bisogna inoltre facilitare il rilascio ed il rinnovo di un titolo di soggiorno durevole all’emigrante, in quanto l’instabilità del diritto di soggiorno alimenta il lavoro precario, le discriminazioni e lo sfruttamento.

Un'ultima osservazione: è giunto il momento di promuovere una cittadinanza europea basata sul concetto di residenza. Il diritto di voto dev’essere esteso ai cittadini extracomunitari, se si vuole che regrediscano la xenofobia ed il razzismo in Europa.

 
  
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  Angelilli (UEN). - Signor Presidente, come è stato già detto dai relatori che mi hanno preceduto, il diritto di libera circolazione, pur essendo considerato uno degli aspetti più importanti del fondamentale diritto della cittadinanza europea, è un diritto che incontra troppo spesso molte limitazioni, e ciò è anche testimoniato dal gran numero di petizioni al Parlamento europeo proprio su questo argomento.

Mi vorrei soffermare innanzitutto su un aspetto su cui insiste la relazione, quello della necessità di lottare contro tutte le interpretazioni abusive ed eccessivamente restrittive del concetto di ordine pubblico da parte di alcuni Stati membri. Ad esempio, una persona che risiede in un paese dall'infanzia, o comunque da molti anni, e di conseguenza ha dei legami culturali, sociali e familiari consolidati in quel paese, non dovrebbe essere espulsa se non si è resa colpevole di un reato ritenuto effettivamente grave dalla legislazione penale del paese di residenza. Purtroppo succede molto spesso il contrario.

Un altro punto su cui mi vorrei soffermare riguarda i membri di alcune famiglie reali, come per esempio quella italiana, i quali, pur non costituendo certo una minaccia per la sicurezza nazionale, non possono godere pienamente del loro legittimo diritto di libera circolazione. Ritengo sia davvero giunto il momento di affrontare seriamente questi problemi e rimuovere sul serio gli ostacoli alla libera circolazione, proprio perché - come detto - forse in Europa le merci o le patate possono circolare più facilmente dei cittadini.

 
  
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  Tannock (PPE-DE). (EN) La libertà di circolazione e di residenza è un diritto sancito dai Trattati europei e concesso a tutti i cittadini, da negare solo in casi eccezionali qualora sussista una minaccia reale per la sicurezza pubblica. E’ quindi ancor più sorprendente che a cinquant’anni dalla firma della Convenzione dei diritti dell’uomo – avvenuta, ironia della sorte, proprio a Roma – e a un anno dalla riconferma di tali diritti nel Trattato di Amsterdam, quella famiglia europea che per un millennio è stata coinvolta nella storia del continente, si veda negare i diritti fondamentali cui il collega ha fatto riferimento.

La relazione Watson rivendica tali diritti ai fini del ricongiungimento familiare e la relazione Boumediene-Thiery per la libertà di circolazione e residenza, perfino per cittadini di paesi terzi e per chi si è reso colpevole di reati. La famiglia in questione, come si è detto, è l’ex casato reale dei Savoia cui non è consentito il rientro in Italia, ma anche i governi austriaco e greco stanno commettendo violazioni, seppur minori, nei confronti delle rispettive famiglie reali.

Il tredicesimo articolo transitorio della Costituzione italiana, definito tale ma tuttora in vigore dopo 53 anni, costituisce non solo una violazione dei Trattati europei, ma anche una discriminazione di natura sessuale in quanto si applica solo ai discendenti maschi, di qualunque grado, del re Vittorio Emanuele, monarca costituzionale, ritenuto colpevole d’aver firmato in tempo di guerra leggi fasciste inaccettabili.

E' grottesco che ai discendenti di Mussolini non solo sia consentito vivere in Italia, ma addirittura avere un seggio al parlamento. Quell’articolo è vergognoso e obsoleto, e tutti i membri del Parlamento europeo, perfino chi nutre sentimenti antimonarchici, dovrebbero unirsi a me nel richiedere al governo italiano di permettere a una famiglia europea innocente il ritorno in patria, dove non rappresenta minaccia alcuna per la sicurezza pubblica o la stabilità della Repubblica.

Possiamo chiedere maggiori diritti per i cittadini europei solo se tutti i loro diritti sono rispettati, indipendentemente dalle origini e senza discriminazioni. La questione in oggetto va ben oltre le singole famiglie: arriva infatti al nodo vitale del rispetto dell’Unione europea per le proprie leggi e i propri Trattati. Si tratta di avere un’Unione europea basata sul diritto. Ecco perché raccomando all’Assemblea di votare l'emendamento n. 14 da me presentato.

 
  
  

PRESIDENZA DELL'ON. GERHARD SCHMID
Vicepresidente

 
  
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  Ford (PSE). (EN) Desidero complimentarmi con la onorevole Boumediene-Thiery per la sua relazione sulle misure speciali in materia di circolazione e soggiorno dei cittadini dell’Unione europea, giustificate per motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità pubblica. E’ un’ottima relazione. Purtroppo, in due minuti posso solo parlare di alcune delle sue pecche. In primo luogo, la Commissione non ha toccato il tema dei 12-14 milioni di cittadini di paesi terzi legalmente residenti nell’Unione europea che al momento subiscono discriminazioni e che al di fuori degli Stati insulari dell’Unione possono circolare liberamente di fatto ma non secondo la legge, il che crea situazioni in cui sono sfruttati e usati in modi illeciti.

Con tutto il rispetto per la relatrice, devo dire che vi sono problemi in alcune aree da lei non considerate, una delle quali è la questione degli hooligan al seguito delle squadre di calcio. In generale, sono favorevole alla libera circolazione, ma ritengo che occorra porre dei limiti. Non credo che la si debba impedire a chi non si è reso colpevole di reati, ma c’è un problema europeo che si sta ignorando. Si dovrebbe ricorrere all’Europol per impedire la libera circolazione di persone condannate per reati connessi al calcio per essere sicuri che non provochino guai come quelli che si sono verificati in occasione delle partite di Coppa del mondo e dei campionati europei. Credo inoltre che, sempre per motivi di pubblica sicurezza, si dovrebbero applicare le stesse disposizioni per impedire la libera circolazione dei neonazisti tedeschi che in Danimarca producono materiale negazionista con l’evidente intenzione di importarlo in Germania, dove è illegale. Spero che il governo danese utilizzerà tali disposizioni in questo caso.

Allo stesso modo, occorre fare in modo che non si abusi del sistema. Spero naturalmente che non si limiti per motivi di salute pubblica la libera circolazione delle persone che hanno la sfortuna di essere sieropositive.

In linea di principio, sono d’accordo con l’onorevole Tannock: certo, alle famiglie reali d’Europa dovrebbe essere consentita la libera circolazione. Tuttavia, non condivido le sue priorità. Se ignoriamo i diritti di 12-14 milioni di residenti regolari, allora i diritti di due famiglie sono relativamente insignificanti.

 
  
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  Coelho (PPE-DE). - (PT) Signor Presidente, innanzitutto vorrei affermare che sono d’accordo con quanti hanno sottolineato che la materia di cui discutiamo tocca l'essenza della cittadinanza europea. Potremmo dire che il diritto in questione concorre alla realizzazione pratica e concreta del concetto di cittadinanza europea, rispetto al quale la grande sfida, cui ci troviamo di fronte al momento, è quella di fare di tale diritto legalmente riconosciuto una realtà concreta applicabile alla vita quotidiana dei cittadini.

Concordo altresì con chi sottolineava che il recepimento di queste direttive si è svolto molto lentamente o, in alcuni casi, addirittura in modo scorretto. Inoltre dovremo anche affrontare le difficoltà sorte nell'applicazione della direttiva relativa ai provvedimenti speciali in materia di circolazione e residenza dei cittadini dell'Unione, giustificati da motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica, la quale dovrà contenere linee di orientamento non solo per gli Stati membri, che fino a questo momento hanno interpretato le disposizioni della direttiva in modo alquanto differente, ma anche per i cittadini, in virtù dei diritti loro conferiti.

Gli Stati membri possono porre restrizioni al diritto di libera circolazione dei cittadini comunitari, in particolare in materia di ingresso e di espulsione dal loro territorio, nonché in materia di rilascio e rinnovo del titolo di soggiorno, sempre che ciò sia giustificato da motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica. Però non possono abusare di tali prerogative in un'Unione basata sullo Stato di diritto, sul rispetto dei diritti umani, in particolare sulla Convenzione europea dei diritti umani e, fra breve, su una Carta dei diritti fondamentali. E' in questo senso che tali provvedimenti di deroga alla libera circolazione sono stati oggetto di un'interpretazione restrittiva.

In conclusione, signor Presidente, vorrei associarmi all’onorevole Hernández Mollar nell'esprimere il mio sostegno alla proposta della commissione giuridica e per il mercato interno volta a far confluire i vari testi in un solo regolamento applicabile direttamente, che rappresenterebbe un primo documento sulla cittadinanza europea e fornirebbe tutte le informazioni necessarie in materia di diritti di cittadinanza non solo ai cittadini, ma anche agli organi amministrativi dei singoli Stati membri incaricati di applicare la legislazione vigente.

 
  
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  Fatuzzo (PPE-DE). - Signor Presidente, signor Commissario, come già ha sostenuto l'onorevole Hernández Mollar - che ringrazio per aver accolto con entusiasmo l'emendamento n. 15, da me personalmente presentato - anch'io ritengo che questo documento debba essere respinto se non vengono accolti gli emendamenti del Partito popolare europeo.

Condivido l'emendamento n. 14 dell'onorevole Tannock, che sostiene la libera circolazione degli eredi della monarchia italiana e greca e plaude alla monarchia.

Con l'emendamento n. 15 personalmente plaudo ai pensionati, perché questo provvedimento, mentre facilita la circolazione in Europa degli extracomunitari, mantiene invece le difficoltà di circolazione nel territorio europeo dei suoi cittadini, in particolare di quelli disabili.

In partenza dall'aeroporto di Bergamo Orio al Serio per recarmi a Strasburgo, ho incontrato un pensionato, molto anziano - 80 anni - che mi ha espresso il desiderio di recarsi a Parigi, dove sarebbe stato ospitato dalla figlia, ma di non poterlo fare pena la perdita della pensione sociale italiana, unico suo mezzo di sostentamento. Una seconda persona, invalida al 100 per cento, ha detto di volersi recare a Londra, ma di non poterlo fare altrimenti avrebbe perso la propria pensione. Infine, una terza persona, disabile - addirittura sulla sedia a rotelle - ha detto di volersi recare dal fratello ma, se lo avesse fatto, avrebbe perduto l'indennità di accompagnamento.

Il nostro obiettivo deve essere, dunque, la libera circolazione in Europa dei cittadini disabili e dei pensionati.

 
  
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  Presidente. - Onorevole Fatuzzo, lei veramente mi spinge a riflettere su dove recarmi quando sarò in pensione.

Ha facoltà di parola il Commissario Vitorino.

 
  
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  Vitorino, Commissione. - (FR) Signor Presidente, a nome della Commissione, vorrei anzitutto ringraziare la onorevole Boumediene-Thiery e tutti coloro che hanno partecipato a questo dibattito. In effetti, credo che per la Commissione l’istituzione della cittadinanza europea abbia creato un contesto giuridico e politico nuovo e, dal canto nostro, intendiamo trarne ogni conseguenza pratica, nell’ambito sia legislativo che dell’intervento amministrativo quotidiano. La Commissione conta molto sul sostegno del Parlamento europeo, al momento opportuno.

Quanto alla proposta di risoluzione appena presentata, vorrei solo esaminare alcuni punti rivolti alla Commissione. Le tre direttive sul diritto di soggiorno degli inattivi hanno senz’altro consentito a migliaia di cittadini dell’Unione di avvalersi di questo diritto senza incontrare problemi particolari. Tuttavia, sussistono casi di erronea applicazione delle direttive. Ebbene, posso garantirvi che la Commissione interviene sempre - e cerca di farlo rigorosamente in ogni circostanza - anche se tale intervento non è sempre visibile e, qualora non si raggiunga alcun accordo, non esita ad inviare pareri motivati ai paesi interessati. Le denunce di cittadini che ottengono una risposta amministrativa soddisfacente grazie a procedure stragiudiziali si contano a centinaia.

Orbene, l’iniziativa della Commissione si estende anche alla legislazione degli Stati membri. Ritengo che si potrebbero citare diversi casi in cui a seguito di questo intervento si è arrivati ad una modifica della legislazione degli Stati membri e, talvolta, persino all’esame, da parte della Corte di giustizia, di questioni cui essa ha fornito soluzioni positive. Gli esempi non mancano neppure nell’ambito dell’utilizzo abusivo, da parte degli Stati membri, della nozione di ordine pubblico, soprattutto allorché si tratta di allontanare dal proprio territorio cittadini di altri Stati membri. Ciononostante, posso garantirvi che oggi il numero di tali casi è limitato e che la Commissione europea, per farvi fronte, non trascura mai di adottare i provvedimenti del caso conformemente al diritto comunitario.

Tuttavia, non si può pretendere che l’applicazione rigorosa del diritto comunitario basti ad eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei cittadini dell’Unione, tenendo conto del gran numero di ostacoli che sussistono a causa delle lacune a livello di diritto comunitario, già individuate dalla seconda relazione della Commissione sulla cittadinanza europea nonché dalla relazione del gruppo ad alto livello sulla libera circolazione delle persone presieduto da Simone Veil, presentata alla Commissione nel 1997.

Peraltro, vorrei richiamare la vostra attenzione sul fatto che stamane si è discussa la direttiva sul ricongiungimento familiare e che le conclusioni di Tampere prevedono, per la Commissione, l’obbligo di presentare una proposta sul riconoscimento delle condizioni di ingresso, ammissione e soggiorno nonché sullo status giuridico dei cittadini di paesi terzi residenti legalmente nell’Unione. E’ la tematica di cui ci occupiamo attualmente.

Per tutti questi motivi, la Commissione condivide il parere espresso da diversi parlamentari circa la necessità di rifondere totalmente i testi esistenti per farli confluire in un solo strumento giuridico, che organizzi e garantisca l’esercizio senza ostacoli della libertà di circolazione e di residenza. Questa fusione dei testi, peraltro prevista dal programma d’azione della Commissione per il 2000, è già in via di preparazione. Essa discende dal concetto che la fruizione dei diritti di circolazione e di soggiorno debba essere dissociata dal precedente riferimento alle condizioni economiche del beneficiario, per essere collegata, d’ora innanzi, ad un concetto ed uno status facenti capo direttamente alla rilevanza della cittadinanza europea.

L’unicità dello status di cittadino dell’Unione non può che comportare la necessità di un regime generale unico di circolazione e soggiorno, rispondente all’esigenza di arricchire il contenuto della cittadinanza europea, conformemente alle aspirazioni politiche dell’Unione.

 
  
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  Presidente. - La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà oggi, alle 12.00.

 

3. Valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull'ambiente
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  Presidente. - L'ordine del giorno reca la raccomandazione per la seconda lettura (A5-0196/2000), della commissione per l'ambiente, la sanità pubblica e la politica dei consumatori, sulla posizione comune definita dal Consiglio in vista dell'adozione della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull'ambiente naturale [C5-0180/2000 - 1996/0304(COD)] (Relatore: onorevole Schörling).

 
  
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  Schörling (Verts/ALE), relatore. – (SV) Signor Presidente, sono lieta che mi sia stato affidato l'incarico di relatore per la seconda lettura sulla direttiva VAS, che mi pare rappresentare un importante passo verso una nuova visione della politica ambientale. Ringrazio tutti i colleghi della commissione per l'ambiente, la Commissione europea e, in particolare, la Presidenza portoghese per l'eccellente cooperazione.

Questa proposta di direttiva riguarda le valutazioni ambientali strategiche (VAS), che in breve equivalgono a un sistematico processo di identificazione, analisi e valutazione dell'impatto e degli effetti probabili sull'ambiente naturale di determinati piani e programmi. Tale valutazione deve avvenire già a uno stadio il più possibile iniziale della pianificazione, anche per poter individuare soluzioni alternative prima di proseguire nel processo decisionale. E' richiesta la stesura di un rapporto ambientale, che deve essere accessibile alle autorità ambientali, al pubblico e alle organizzazioni ambientaliste, alle quali deve essere garantito il tempo sufficiente per replicare a detto rapporto.

E' una direttiva molto importante ai fini dell'intera politica ambientale della Comunità, per dotarla di uno strumento che renda più facile l'osservanza degli impegni assunti con il Trattato e con altri accordi internazionali in materia di sviluppo sostenibile e di applicazione del principio precauzionale. Una moderna politica ambientale degna di questo nome deve fare tutto il possibile affinché il danno ambientale non insorga, e affinché l'impatto sull'ambiente sia contenuto al minimo. Oggi accade spesso che si tenti di individuare e riparare i danni quando questi si sono già manifestati. Occorre imparare ad evitare o contenere gli effetti e l'impatto negativo sull'ambiente già in sede di pianificazione, mediante politiche di intervento, piani e programmi. La direttiva VAS rappresenta un importante passo verso questa impostazione.

Purtroppo, in questa proposta di direttiva non vengono menzionate le politiche, che pure erano presenti nell'originaria proposta della Commissione del 1991, e nonostante tutti i ricercatori di questo campo diano per scontato che anche le politiche settoriali vadano incluse in una VAS, in una valutazione ambientale strategica. Non è stato possibile ottenerlo in seno al Consiglio, ma la commissione per l'ambiente ha espresso il parere che anche le politiche vadano sottoposte alla revisione prevista fra cinque anni. E' previsto agli emendamenti nn. 2 e 21.

Quando la Commissione aveva presentato in via definitiva questa proposta nel 1996, una delle argomentazioni decisive era stata la considerazione che la valutazione in sede di progetto intervenisse a uno stadio ormai eccessivamente avanzato del processo decisionale. E' proprio questo uno dei capisaldi della direttiva: occorre intervenire in uno stadio iniziale del processo decisionale.

In occasione della prima lettura, il Parlamento europeo aveva presentato numerose osservazioni; la si era ritenuta una proposta incamminata nella giusta direzione, ma del tutto carente in più ambiti. Il Parlamento aveva così presentato 29 emendamenti, dei quali una quindicina circa sono più o meno rispecchiati nella posizione comune.

Affinché la VAS rappresenti uno strumento veramente utilizzabile, occorre che la portata della direttiva sia sufficiente e che la relazione ambientale con le relative valutazioni siano, naturalmente, di qualità molto elevata. Nella posizione comune, il Consiglio ha peggiorato il testo in una serie di punti diversi, per esempio per quanto concerne la portata della direttiva e la definizione di ciò che va incluso nella medesima. Anche la Commissione si è espressa in termini molto, molto critici verso questa posizione comune, troppo limitata rispetto al testo originario.

La commissione per l'ambiente ha tentato di ripristinare in parte quell'equilibrio, per esempio con gli emendamenti nn. 6 e 7 che ampliano il campo di applicazione, non limitato ai soli piani e programmi per cui è prevista la VIA, la valutazione di impatto ambientale. Non è permessa l'esenzione di intere categorie di piani e programmi. Non possiamo neppure accettare l'esonero dalla VAS dei piani finanziari e dell'intero settore militare. E' il tema dell'emendamento n. 10, in cui si precisa che anche la prossima tornata di Fondi strutturali dovrà naturalmente rientrare nella VAS. Altri emendamenti tesi a migliorare la direttiva riguardano una migliore trasparenza e il fatto che occorra cooperare e consultarsi anche con i paesi extracomunitari.

Personalmente sono molto sorpresa dell'emendamento n. 26 dell'onorevole Nassauer e di 29 altri colleghi, teso alla reiezione della posizione comune. In commissione quest'eventualità non era stata affatto menzionata. E' ovvio che questi colleghi abbiano ogni diritto di proporla, ma credono davvero che la politica ambientale dell'Unione sia una quisquilia priva di conseguenze? Dovrebbe forse il Parlamento ignorare il Trattato, l'accordo di Cardiff, il Quinto programma quadro eccetera? Non la trovo una proposta seria.

Anche gli emendamenti nn. 11 e 31 destano in me qualche inquietudine. Soprattutto l'emendamento n. 11, che afferma che gli Stati membri devono definire a quale livello intendono vedere condotta la VAS su piani e programmi gerarchicamente ordinati. Ma ciò rimetterebbe in discussione il concetto di VAS in sé, ragion per cui spero che questa proposta non venga accolta.

 
  
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  Bowis (PPE-DE). (EN) Signor Presidente, questo è un piccolo ma significativo provvedimento per estendere l'obbligo degli Stati membri di sottoporre a valutazioni ambientali strategiche sia i programmi sia i piani effettivi la cui attuazione avrebbe o potrebbe avere un impatto rilevante sull’ambiente. Tutti gli Stati membri hanno votato a favore della posizione comune, ma alcuni hanno fatto capire che non si sarebbero spinti molto oltre. Il nostro compito è chiarire e rettificare in modo responsabile, e a nome del gruppo PPE-DE mi congratulo con la relatrice, onorevole Schörling, per il lavoro svolto e per averci consultati. Tuttavia, respingeremo alcuni suoi emendamenti, nella fattispecie quelli volti ad ampliare l’ambito di applicazione del sistema alla pianificazione finanziaria, alla difesa e alla protezione civile, a consultazioni oltre ogni limite ragionevole e alle politiche generali che essa ha appena citato, perché in tal caso si avrebbe una lista di desiderata più che una serie di proposte concrete.

Tuttavia, siamo d’accordo che non ha senso escludere i progetti finanziati interamente o in parte dall’Unione europea, soprattutto con i Fondi strutturali, e certo concordiamo pure sull’opportunità di discutere con gli Stati confinanti non facenti parte dell’Unione. Condividiamo l’idea che ci debbano essere relazioni ex post adeguate, non solo sui rischi ambientali individuati in sede di valutazione, ma anche sull’azione che si propone di avviare per ridurli o eliminarli. Dobbiamo anche considerare l’emendamento n. 26, presentato da alcuni colleghi tedeschi, che respinge la posizione comune. Capisco i timori dei colleghi della Germania e di alcune parti d’Italia, che derivano dal modo in cui alcuni governi nazionali e regionali hanno scelto di effettuare le valutazioni. Essi stanno creando una cattiva reputazione alla valutazione ambientale e all’Europa per quelli che sono eccessi esclusivamente loro, e farebbero bene a rivedere attentamente le politiche che attuano al proprio interno.

Ma questo è un provvedimento di sussidiarietà che lascia i dettagli agli Stati membri. Non è la lunga mano dell’Europa che estende il suo controllo alle questioni di pianificazione locale. Tuttavia fa sì che, soprattutto nelle zone di confine, nel definire il quadro della pianificazione si tenga conto della qualità dell’ambiente all’interno e al di fuori dei propri confini. Ci pare una proposta valida e il mio gruppo pertanto non sosterrà l’emendamento n. 26, votando invece per la posizione comune. Voteremo poi a favore degli emendamenti che abbiamo sostenuto in commissione, nonché per un emendamento chiarificatore presentato in seguito, ma ci opporremo a quelli che riteniamo eccessivi in termini di opportunità, concretezza ed accettabilità.

 
  
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  Sacconi (PSE). - Signor Presidente, la direttiva che ci accingiamo a votare rappresenta un importante passo in avanti. L'obbligo di uno studio di impatto ambientale in una fase estremamente precoce della progettazione territoriale consente, infatti, di integrare completamente le problematiche ambientali già dall'ideazione dei piani e dei programmi di gestione territoriale. L'Unione ha finalmente capito che non ci si deve più limitare a curare a posteriori i danni provocati da una pianificazione miope ma che essi vanno prevenuti il più a monte possibile.

Gli emendamenti approvati in sede di commissione per l'ambiente hanno apportato dei miglioramenti significativi alla posizione comune del Consiglio.

In primo luogo, si è affermato che, per esercitare un'influenza effettiva sui costumi nazionali, il campo di applicazione della direttiva dev'essere il più ampio possibile. In questo contesto, ritengo che piani e progetti finanziati dai Fondi strutturali debbano assolutamente ricadere nella sfera d'azione della direttiva, visto che, in particolare nelle regioni in ritardo di sviluppo, essi rappresentano in pratica la totalità dei programmi realizzati.

In secondo luogo, è stato ristabilito il principio della consultazione e dell'informazione del pubblico e delle organizzazioni interessate durante l'intero processo di valutazione, in accordo anche con la Convenzione di Aarhus.

Nell'insieme ritengo, dunque, che si tratti di un buon testo. Capisco le preoccupazioni dei colleghi provenienti da paesi caratterizzati da un modello statale di tipo federale, i quali temono un sovraccarico di lavoro per le autorità locali; ritengo però che le modifiche apportate, in particolare con gli emendamenti nn. 19, 29 e 31, siano sufficienti per evitare la sovrapposizione delle due direttive e per garantire per contro il rispetto dell'ambiente.

 
  
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  Olsson (ELDR).(SV) Signor Presidente, ogni giorno ci viene ricordato come l'ambiente si stia modificando. Domenica scorsa ho ascoltato un programma radiofonico svedese in cui veniva affermato che la Svezia centrale deve prepararsi a un aumento delle precipitazioni atmosferiche pari al 50 percento nei prossimi anni. In un modo o nell'altro, le problematiche ambientali sono sempre presenti nella coscienza pubblica di oggigiorno. Devono pertanto essere meglio rispecchiate anche nell'operato dei politici. Pertanto, mi congratulo con la onorevole Schörling per l'ottima relazione, che chiede che gli aspetti ambientali siano presi in considerazione già in fase iniziale. Le problematiche ambientali debbono, in linea di principio, essere sempre presenti in ogni attività, e forse soprattutto in ogni attività economica.

Per quanto riguarda i piani, per esempio di carattere edilizio, urge naturalmente, come la relazione ricorda, tener conto degli aspetti ambientali a uno stadio il più possibile iniziale per evitare di commettere errori, che genererebbero ulteriori costi, e per trovare la soluzione adeguata il più presto possibile.

Ritengo della massima importanza che la onorevole Schörling abbia ricordato la necessita di ampliare il campo di applicazione della direttiva. E' urgente far rientrare anche le attività economiche nella valutazione ambientale. Nel caso dell'Unione europea, che destina gran parte del proprio bilancio all'agricoltura, alla politica regionale e ai fondi strutturali, è evidente che questi settori vadano sottoposti a un'analisi ambientale. Non si può pensare di farlo nell'immediato, ma in concomitanza con l'arrivo di nuovi piani va fatto al più presto. E' inopportuno sostenere con fondi comunitari, come accade oggi, attività in questi settori che in altri ambiti, vengono invece combattute per ragioni ecologiche.

Occorre tentare di mettere a punto un sistema in cui si pensi in termini ambientali fin dall'inizio, anche quando sono in gioco problematiche di ordine economico. Lo riteniamo un aspetto di enorme importanza. Mi rendo conto che vasti settori di quest'Aula dissentano, ma il mio gruppo e io siamo compatti nel sostenere la onorevole Schörling su questo aspetto.

 
  
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  González Álvarez (GUE/NGL). - (ES) Signor Presidente, vorrei affrontare brevemente quattro punti molto dibattuti in sede di commissione per l'ambiente. In linea generale siamo favorevoli alla proposta della commissione per l'ambiente e della relatrice.

Per quanto riguarda l'inclusione nella direttiva di alcuni settori, in particolare quelli dell'industria estrattiva e della difesa, riteniamo che non possano rimanerne fuori, naturalmente con tutte le precauzioni necessarie.

Vorrei anche sottolineare l'inclusione della gestione delle risorse idriche. Presto in Spagna il governo presenterà un progetto ambizioso, il Piano idrico nazionale, che avrà un impatto importante nelle aree in cui sarà attuato. Riteniamo imprescindibile che vengano realizzati gli studi di valutazione.

E' altresì molto importante per noi il ruolo del pubblico, la trasparenza. Esiste una direttiva sul diritto all'informazione, la n. 313, che è stata ripetutamente disattesa dagli Stati e dalle autorità locali e regionali.

Inoltre, bisogna includere tra i più importanti settori interessati la qualità degli studi di valutazione e il tema della salute. Una buona qualità dell'ambiente e una buona salute sono strettamente collegate.

 
  
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  Hyland (UEN). (EN) Signor Presidente, mi è gradita l’opportunità di dare un breve contributo a questo dibattito e riconoscere il positivo ruolo del Parlamento nel mettere all’ordine del giorno i massimi parametri di tutela ambientale. C’è, com’è ovvio, un fattore di costo nella gestione dell’ambiente, ma c’è anche un ritorno economico che, pur non facilmente quantificabile, esiste comunque.

La direttiva proposta, che richiede una valutazione ambientale prima dell’adozione di un piano regionale o a livello di contea, è valida tanto dal punto di vista ambientale quanto da quello economico. Troppo spesso in passato abbiamo visto fallire costosi programmi di sviluppo a causa di considerazioni ambientali ignorate in fase iniziale.

Infine, chiederei a chi professionalmente elabora i programmi di usare il buon senso tenendo conto delle opinioni del pubblico e delle associazioni. Un rigido approccio, come si è visto troppe volte in passato, non sempre è servito a soddisfare le esigenze dei cittadini in questo importante settore. La pianificazione non deve diventare dominio esclusivo di chi vanta un titolo accademico. I rappresentanti eletti devono dar prova di maggiore impegno ed interesse nel redigere politiche di sviluppo che in ultima analisi si ripercuoteranno sui cittadini dell’Unione.

 
  
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  Blokland (EDD). – (NL) Signor Presidente, la valutazione strategica degli effetti sull’ambiente è uno strumento di cui le autorità si servono per verificare se i loro progetti politici, piani e programmi sono compatibili con il concetto di sviluppo sostenibile. In tal modo, facciamo sì che l’ambiente si integri meglio nell’economia, considerato anche che le decisioni in materia di macroeconomia devono andare di pari passo con una preventiva valutazione strategica degli effetti sull’ambiente. E’ quindi importante che le autorità pubbliche si rendano pienamente conto dell’utilità di un simile approccio, che ci consente di prevenire per quanto possibile danni all’ambiente.

Allo stesso tempo, è importante anche chiarire per quali piani e programmi è necessaria una valutazione degli effetti sull’ambiente e per quali non lo è. Il Consiglio si è occupato attentamente di questo aspetto. E’ positivo che i progetti politici, compresa la valutazione degli effetti sull’ambiente, debbano essere sottoposti ad una pubblica autorità, poiché quest’ultima potrebbe intervenire tempestivamente decidendo di sospendere l’esecuzione di un piano, programma o progetto politico, oppure di sostituirlo con una proposta alternativa più rispettosa dell’ambiente.

D’altro canto, esiste il forte pericolo di dover valutare gli effetti sull’ambiente di una quantità esagerata di piani e programmi. Se ci mettessimo ad analizzare in maniera approfondita anche i piani e i programmi che praticamente non hanno alcun effetto sull’ambiente, non otterremmo altro che uno spreco di energie e, cosa ancor più grave, indeboliremmo lo strumento in quanto tale. In tale prospettiva, la proposta della commissione per l’ambiente di aggiungere alla documentazione anche tutti i piani finanziari appare esagerata.

 
  
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  Myller (PSE).(FI) Signor Presidente, la migliore forma di integrazione delle problematiche ambientali in tutti i settori politici consiste nel considerare il punto di vista ambientale in una fase di progettazione quanto più precoce possibile. In tal modo evitiamo i problemi legati alla ricerca di un equilibrio tra utilizzo del territorio, attività economica e aspettative dei cittadini. Esiste una valutazione strategica dell’impatto ambientale che riguarda, oltre alla pianificazione, tra gli altri i programmi del settore agricolo, dei settori della circolazione e dei viaggi e del settore dell’energia. Affinchè riusciamo a combinare armoniosamente tutti questi aspetti importanti e ad attuarli in modo tale che siano duraturi dal punto di vista sociale e ambientale, sono necessari progetti che prevedano tempi sufficientemente lunghi; tempi lunghi in relazione alla loro funzione di effettiva guida alle singole misure. A tale riguardo bisogna ringraziare il relatore per il lavoro svolto.

E’ del tutto naturale che i programmi, i progetti e le azioni strutturali siano coinvolti nell’esame della questione. E’ altresì importante che a diversi livelli si operi in modo corretto, non troppo complesso nè burocratico, tenendo, invece, presente il flusso costante di nuove conoscenze. In questo senso sono forse emersi eccessivi timori per quanto concerne la sovrapposizione, ma io spero che a tale riguardo la relazione si configuri al meglio dopo la presente discussione.

 
  
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  Lange (PSE). - (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, questo è un nuovo strumento d’integrazione delle politiche ambientali in altri settori, conforme all’articolo 6 del Trattato di Amsterdam. E’ ancora allo stadio embrionale, e tutti desideriamo che abbia successo. In particolare vorrei che riscuota successo presso i miei concittadini: per questo talora mi pongo i loro stessi quesiti. Nell’esaminare la proposta del Consiglio, parto dal presupposto che il cittadino si chieda: com'è possibile verificare qualcosa se l’Unione europea fa eccezione per i piani e i progetti finanziati dall’Unione stessa? Non può essere, per come la penso io. Il campo d’applicazione dev’essere ampliato ai settori finanziati dall’Unione europea.

In secondo luogo, il cittadino si chiederà forse, proprio nella Repubblica federale tedesca, perché si proceda alla verifica a livello di Land e a livello federale, distrettuale e comunale, trascinando così per le lunghe la procedura. Lo ritengo inammissibile. Bisogna esaminare la sostanza, non riverificare tutto ad ogni livello. Perciò dobbiamo dire chiaramente: bisogna evitare la duplicazione di lavoro! In tal senso appoggio espressamente l’emendamento n. 31 dell’onorevole Sacconi.

Il cittadino si porrà probabilmente un terzo quesito: perché non accade nulla dopo che si è proceduto alla verifica e che se ne sono forse tratte determinate conseguenze? Perciò dobbiamo chiarire che il regolamento è vincolante. Infatti, non è possibile che si effettui una verifica e se ne stralci il risultato, per poi archiviarlo! E’ necessario un obbligo vincolante a tradurre in pratica i risultati. Do quindi pieno appoggio agli emendamenti nn. 17 e 18, al fine di rendere più vincolante l’attuazione dei provvedimenti in materia ambientale dopo la verifica. In tal senso auguro pieno successo alla relazione della onorevole Schörling.

 
  
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  De Palacio, Commissione. - (ES) Signor Presidente, desidero innanzitutto ringraziare la relatrice per la sua posizione costruttiva, aperta al dialogo con tutte le parti interessate - inclusi i servizi della Commissione -, posizione che spero ci permetterà infine di raggiungere tutti insieme un risultato positivo in merito a questa direttiva. Vorrei anche sottolineare la qualità della relazione in discussione oggi e affrontare quelli che, a mio parere, sono i problemi più importanti tra quelli sorti dalla presentazione dei vari emendamenti e dagli interventi dei parlamentari, che ringrazio sinceramente per le loro spiegazioni e i loro punti di vista.

Innanzitutto vorrei segnalare, tra le questioni chiave, gli emendamenti che propongono un ampliamento del campo di applicazione della futura direttiva. La posizione comune distingue chiaramente tra i piani per i quali è obbligatoria una valutazione ambientale strategica e quelli che necessitano di una selezione, di un vaglio. La Commissione propende per questa soluzione, a condizione che la posizione comune venga migliorata, perché altrimenti sarebbe insufficiente.

In primo luogo, dev'esserci un equilibrio tra i piani per i quali è obbligatoria la valutazione ambientale strategica e quelli che, comunque, richiedono una selezione.

In secondo luogo, il campo di applicazione della direttiva dev'essere, in ogni caso, sufficientemente ampio ed includere sistematicamente i piani che abbiano un impatto ambientale significativo.

Proprio per questo la Commissione appoggia con entusiasmo gli emendamenti del Parlamento che ampliano il campo di applicazione della direttiva e lo fanno in modo equilibrato, come ad esempio l'emendamento n. 5, seconda e quinta parte, che si propone di includere anche le attività estrattive, emendamento a cui hanno fatto riferimento, oltre alla relatrice, diversi oratori, fra i quali la onorevole González Álvarez, e l'emendamento n. 6.

Tuttavia, riteniamo che alcuni emendamenti si spingano troppo lontano e pretendano la valutazione ambientale strategica per programmi che, molto probabilmente, non avranno un impatto ambientale significativo. Per esempio, l'emendamento n. 5, parte quarta, renderebbe obbligatorie le valutazioni per tutti i piani relativi ai settori elencati nella direttiva; l'emendamento n. 10, parte terza, imporrebbe un onere inutile agli Stati membri.

Alcuni emendamenti limitano ulteriormente il campo di applicazione e, in realtà, contraddicono quanto ho appena detto. Alcuni di essi avrebbero questo effetto, come il n. 3, che limita il campo di applicazione ai programmi finanziati dall'UE, o gli emendamenti nn. 11 e 31, che permettono agli Stati di scegliere il livello o i livelli di pianificazione a cui verranno realizzati gli studi ambientali strategici. In tal modo, rimarrebbe escluso un grande numero di piani che sicuramente hanno un impatto ambientale. Ebbene, ritengo che, se il Parlamento adottasse tali emendamenti insieme a quelli che includono nel campo di applicazione programmi che non hanno un impatto significativo, alla fine otterremmo un testo internamente incoerente.

Tali emendamenti sembrano ispirati dal timore di duplicare la valutazione, timore a mio parere non abbastanza giustificato. La pianificazione di solito si realizza a diversi livelli e ciascuno ha la propria specificità. La realizzazione di valutazioni a diversi livelli di pianificazione non è una duplicazione della valutazione, specialmente con i meccanismi di tutela già inseriti negli articoli 4, 5 e 10 della posizione comune, che cercano proprio di evitare tali duplicazioni, alle quali, per esempio, fa riferimento l'onorevole Lange.

In terzo luogo, vorrei segnalare gli emendamenti che stabiliscono le procedure di selezione e la definizione della portata della valutazione - i nn. 7, 8 e 13 -, le procedure di pianificazione e programmazione della selezione e quelle di definizione della portata della valutazione, e che richiedono sia effettuato un esame caso per caso, con la partecipazione del pubblico in tutti i casi. Ritengo che l'obiettivo della selezione e della definizione della portata della valutazione consista nel determinare in modo rapido ed efficace i piani e i problemi ambientali più pertinenti. Stabilire la maniera migliore di affrontare questi temi richiederà esperienza pratica. Pertanto, riteniamo che sia troppo presto per stabilire che tutte le circostanze giustificano un esame e una portata ampia. Conseguentemente, riteniamo che, incorporando nella legislazione nazionale le disposizioni sulla selezione e sulla definizione della portata, gli Stati membri possano andare oltre i requisiti previsti dalla direttiva e, in questo senso, non accetteremo tali emendamenti.

Parimenti, non accetteremo l'emendamento che implica il rifiuto della posizione comune - l'emendamento n. 26 - che contraddice altre posizioni. Credo sia superfluo segnalare che la direttiva sulla valutazione ambientale strategica è uno strumento chiave ai fini dell'integrazione dell'ambiente nelle politiche e della promozione di uno sviluppo sostenibile nell'Unione europea. Ritengo che respingere la posizione comune si rivelerebbe un grave colpo per i principi su cui si fondano i Trattati e che devono ispirare tutte le nostre politiche.

Può darsi che ad alcuni di voi ciò possa sembrare insufficiente, ma bisogna riconoscere che, a volte, la perfezione può essere in contrasto con la bontà. Sono convinta che si debba cercare qualcosa di accettabile che costituisca un passo avanti, piuttosto che rischiare una situazione di stallo. Signor Presidente, dopo aver esaminato accuratamente tutti gli emendamenti, direi che la Commissione può accettare gli emendamenti nn. 1, 5 (parte seconda e quinta), 6, 12, 28 (parte prima) e 29. Per quanto riguarda gli emendamenti nn. 9 (nella parte relativa alla richiesta di motivare che la valutazione ambientale strategica non sia necessaria), 10 (parte prima e seconda), 15, 17, 18, 20, 23, 24 e 25, essi sono accettabili in linea di principio, ma previa rielaborazione dell'enunciato. La Commissione non può invece, in nessun caso, accettare gli emendamenti nn. 2, 3, 4, 5 (parte prima, terza e quarta), 7, 8, 9 (nella parte relativa alla richiesta di motivare la necessità di una valutazione ambientale strategica), 10 (parte terza), 11, 13, 14, 16, 19, 21, 22, 26, 27, 28 (parte seconda), 30 e 31.

 
  
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  Presidente. - La ringrazio, signora Commissario De Palacio.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà oggi, alle 12.00.

 

4. Impianti portuali di raccolta dei rifiuti prodotti dalle navi e dei residui del carico
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  Presidente. - L'ordine del giorno reca la relazione (A5-0213/2000) presentata dall'onorevole Bouwman a nome della delegazione del Parlamento al Comitato di conciliazione, sul progetto comune approvato dal Comitato di conciliazione, concernente la direttiva del Consiglio relativa agli impianti portuali di raccolta dei rifiuti prodotti dalle navi e dei residui del carico [C5- 348/2000 - 1998/0249(COD)]

 
  
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  Bouwman (Verts/ALE) , relatore. – (NL) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, oggi ci occupiamo di una direttiva che, al pari di altre che saranno discusse nel corso dell’anno, persegue l’obiettivo di combattere l’inquinamento marino. Mi riferisco, ovviamente, alle cosiddette direttive Erika che verranno presentate prossimamente. Sarebbe di certo un buon viatico per questa sessione e per la Presidenza francese se il Parlamento approvasse oggi questa direttiva e, più precisamente, il risultato della conciliazione tra Consiglio e Parlamento. Desidero pertanto esprimere il mio ringraziamento ai rappresentanti del Consiglio ed alla Presidenza portoghese, che ha avuto un ruolo importante al riguardo, nonché, per l’ultima fase, alla Presidenza francese, alla Commissione e ai collaboratori e colleghi del Comitato di conciliazione.

Come abbiamo già avuto modo di discutere, il nucleo della proposta consiste naturalmente nell’obbligo delle navi di farsi registrare e di consegnare i rifiuti. I porti, dal canto loro, sono tenuti ad elaborare un piano di smaltimento dei rifiuti e ad accertarsi che esistano impianti di smaltimento o che ci siano organizzazioni che se ne facciano carico. Scopo di tutto ciò è evitare che il problema dell’inquinamento marino diventi ancora più grave, posto che grave lo è già. Da una ricerca svolta di recente dall’Istituto nazionale di ricerche marittime Coast Watch risulta che sulle spiagge continuano tuttora ad accumularsi montagne di rifiuti, che il mare continua ad essere inquinato, che esistono tecnologie raffinate per buttare nell’acqua del mare i fanghi di scolo, eccetera.

Ora, se osserviamo gli impianti di smaltimento dei rifiuti che esistono già ora in alcuni porti, possiamo notare come la quantità dei rifiuti che vi vengono trattati stia addirittura diminuendo, invece di aumentare. Dal punto di vista ufficiale, ai sensi delle Convenzioni MARPOL e di altri accordi, i rifiuti dovrebbero essere consegnati; nella realtà, invece, non sembra che le cose stiano così. E’ questo il motivo che ha giustamente indotto la Commissione a redigere una direttiva, che è stata oggetto della recente conciliazione.

In proposito è forse opportuno dire chiaramente quali frutti ha dato la conciliazione; infatti, alla fin dei conti abbiamo ottenuto un certo risultato che dobbiamo ora valutare insieme e sul quale poi il Parlamento dovrà decidere se approvarlo oppure no. L’elemento più importante delle trattative è stato, a ben guardare, la quantificazione dei costi, un aspetto tutt’altro che irrilevante. E’ importante perché noi ci auguriamo che un sistema di quantificazione dei costi, anche indipendentemente dagli obblighi esistenti, possa fungere da stimolo per le navi a consegnare i loro rifiuti. Di questo abbiamo discusso a lungo con il Consiglio, con il valido aiuto fornitoci dalla Commissione, per far rientrare nel risultato della conciliazione, in un modo o nell’altro, le spinose questioni finanziarie.

Il Parlamento aveva fissato una quota del 90 percento di introito da incassare, a vario titolo, attraverso le tasse portuali. In sede di commissione la questione è stata affrontata in modo un po’ più sfaccettato, però alla fine abbiamo deciso di andare alla conciliazione proponendo quella quota. Il Consiglio ha discusso a lungo sulla possibilità di non inserire nella frase riguardante questo punto né il termine “in modo significativo” né una percentuale. Però, tutto considerato e certamente anche alla luce della clausola di revisione di cui si era parlato già in una fase precedente, appare senz’altro importante definire questo aspetto con precisione.

Perché è così importante fissare una percentuale? Per il semplicissimo motivo che, se mettessimo in pratica il principio “chi inquina paga”, di cui peraltro siamo sostenitori, ogni nave potrebbe sia consegnare i rifiuti nei porti e pagare, sia decidere di buttare i rifiuti a mare. In altre parole, l’applicazione in questi casi di quel principio non è efficace. Abbiamo così rinunciato a tale proposta e optato per l’internalizzazione dei costi, da attuarsi nel modo testé descritto. La percentuale del 30 percento sulla quale è stato trovato l’accordo, o quanto meno l’interpretazione che ne dà la Commissione nella sua dichiarazione, incontra la nostra approvazione, soprattutto alla luce della clausola di revisione, che è stata approvata anch’essa e prevede, come concordato, che tre anni dopo l’entrata in vigore della direttiva si proceda ad una sua valutazione per verificare se la quantità dei rifiuti consegnati è aumentata oppure se si è verificata una situazione tale per cui può risultare opportuno un eventuale aumento della percentuale o una revisione del sistema. Noi siamo d’accordo con questa formulazione.

E’ forse il caso di ricordare che siamo riusciti a trovare un’intesa sulla quota delle navi da ispezionare, che sarà pari al 25 percento, come da noi richiesto, nonché su una disposizione relativa ai ritardi che possono verificarsi nella consegna dei rifiuti. In questa materia, ha precedenza la legislazione nazionale.

Eccezioni sono state previste per le navi più piccole, laddove la grandezza di riferimento non è la lunghezza dell’imbarcazione bensì il numero dei passeggeri trasportati, che non possono essere più di dodici. Queste navi non sottostanno a nessun obbligo di notifica; ciò non di meno sono naturalmente tenute a consegnare in ogni caso i loro rifiuti. Prossimamente i porti piccoli dovranno impegnarsi in misura adeguata per adempiere questa direttiva.

In conclusione, possiamo dire che in un primo tempo avevamo proposto che i velieri tradizionali fossero esonerati dagli obblighi grazie all’iscrizione in un apposito elenco; successivamente abbiamo deciso di accogliere la richiesta di applicare la Convenzione MARPOL per quanto riguarda le acque di scolo.

Concludo il mio intervento ringraziando ancora una volta tutti quanti e in particolare i miei colleghi.

 
  
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  Jarzembowski (PPE-DE). - (DE) Signor Presidente, signora Vicepresidente, onorevoli colleghi, il gruppo del PPE salvo una riserva accoglie con soddisfazione questo risultato, in quanto in definitiva la nuova direttiva comporta progressi per la protezione dei mari e per la creazione di condizioni quadro eque per i porti dell’Unione. L'importanza della direttiva risiede anzitutto e principalmente nel fatto che tutti gli Stati membri sono tenuti, entro i prossimi due anni, a dotare ogni porto che ne abbia necessità di impianti per la raccolta dei rifiuti. Inoltre, ai comandanti viene imposto di utilizzare queste strutture. Speriamo che in tal modo, grazie al principio sancito da questi due obblighi, si riducano gli scarichi illegali dei residui delle navi in mare, potenziando la tutela dell’ambiente marino e migliorando anche la situazione concorrenziale fra i porti.

Ritengo che in fin dei conti la procedura di conciliazione sia stata positiva, in quanto siamo comunque riusciti ad ottenere che le navi, a prescindere dall’utilizzo effettivo dell’impianto, contribuiscano ai costi in misura sostanziale. Noi, in quanto parlamentari, avremmo preferito che venisse adottata la nostra richiesta, ossia che con “sostanziale” si intendesse perlomeno il 90 per cento, in quanto ciò avrebbe significato il soddisfacimento dei requisiti fissati dal Parlamento, e non vi sarebbe più alcun incentivo finanziario a continuare a scaricare i rifiuti in mare. Infatti, se i costi si pagano comunque, tanto vale utilizzare gli impianti! Tuttavia, il Consiglio non ha raggiunto un consenso su questa coerente normativa no special fee, donde la nostra riserva sul regolamento. Speriamo inoltre che la Commissione, se lo scarico dei rifiuti in mare di fatto continuerà a verificarsi, proponga una modifica all’atto della revisione, fra tre anni.

Comunque, signora Vicepresidente, le siamo riconoscenti di aver perlomeno fissato, con la sua dichiarazione, una soglia del 30 per cento - questo infine è l'elemento essenziale - come posizione comune di Consiglio e Parlamento, e confidiamo che il Consiglio segua la sua indicazione.

In secondo luogo, come ha già spiegato il mio collega, abbiamo conseguito altri due successi per la protezione dei mari e a beneficio dei cittadini dell’Unione europea. Infatti, abbiamo anzitutto stabilito che il 25 per cento di tutte le navi mercantili debba effettivamente essere ispezionato per verificare l’adeguatezza dello smaltimento dei rifiuti; la MARPOL va benissimo, ma non serve a nulla se resta nel cassetto! Solo un controllo effettivo dell’avvenuto smaltimento consente di tutelare il mare.

Infine, abbiamo anche esercitato pressioni sugli Stati membri affinché rispettino l’impegno, da loro assunto, di costruire impianti portuali di raccolta. Abbiamo ottenuto che gli Stati membri adottino norme sull’indennizzo da versare quando le navi devono restare in porto più a lungo del previsto soltanto perché gli impianti di smaltimento non esistono o sono insufficienti. Questo significa che le navi devono pagare, ma sono anche tutelate.

Concludendo, signor Presidente, vorrei ringraziare, a nome del mio gruppo, il presidente della commissione competente, onorevole Hatzidakis, ed il relatore, onorevole Bouwman, per l’attenta e fruttuosa conduzione dei negoziati.

 
  
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  Presidente. - Grazie, onorevole Jarzembowski. Mi sarei stupito se l’onorevole Piecyk non avesse chiesto di intervenire per tre minuti!

 
  
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  Piecyk (PSE). - (DE) Signor Presidente, da parte mia mi sarei stupito se non fosse stato nuovamente lei a presiedere questa seduta! Infatti, è un giorno importante per i mari d’Europa, ed a livello personale anche per lei, signor Presidente, perché so che è un tuffatore provetto. Perciò, se lei potrà tuffarsi, in Europa, in acque ancor più pulite, non potremo che rallegrarcene. Ma ci preme anzitutto la sorte dei mari.

Credo che oggi ci si possa tutti congratulare vicendevolmente. Possiamo congratularci con il relatore, onorevole Bouwman, nonché con la delegazione, in quanto siamo riusciti a migliorare sostanzialmente una direttiva e la posizione comune del Consiglio. Il testo era stato annacquato, e penso che il Parlamento abbia ora previsto una normativa chiara per tutti.

In primo luogo, si è detto che tutti i porti devono tenere a disposizione impianti di raccolta dei rifiuti e dei residui del carico. Questo è un passo importante! In secondo luogo, tutte le navi devono pagare, a prescindere dall’effettivo utilizzo degli impianti. Questo è, di fatto, il nuovo principio che viene adottato. Non si tratta di importi trascurabili, ma di cifre cospicue. Certo non si può essere interamente soddisfatti del 30 per cento: questo è chiaro. Tuttavia, con la soglia del 30 per cento è stato adottato e sancito il principio del “sistema senza tariffe speciali”. Naturalmente tale sistema è perfettibile, ma almeno nessuno può rimanere al di sotto di tale soglia.

In terzo luogo, tutti devono effettuare ispezioni, perlomeno sul 25 per cento delle navi. Peraltro ritengo che dovremmo anche esortare gli Stati membri ad andare oltre il 25 per cento ed incitarli alla concorrenza nell’effettuare maggiori controlli. Infatti, spesso abbiamo avuto modo di constatare, per le navi attraccate nei porti - per esempio per l'Erika come per altre navi - che l’ispezione è un aspetto determinante. Se essa non viene effettuata, tutte le altre norme non servono a nulla.

Scopo di questa direttiva è rendere meno attraente, rispetto al passato, lo smaltimento illecito dei rifiuti in alto mare. Penso inoltre che l’inquinamento dei mari non possa più essere trattato come un peccato veniale. I mari d’Europa diventeranno via via più puliti, e flora e fauna, nonché le risorse ittiche, ne trarranno vantaggio. Infine, questa direttiva favorisce in misura considerevole il turismo, che difficilmente prospera in mancanza di spiagge pulite. Ecco perché, come dicevo, questo è un giorno importante per i mari d’Europa ed anche per lei, signor Presidente!

(Applausi)

 
  
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  van Dam (EDD). – (NL) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, da quando è entrato in vigore il Trattato di Amsterdam il Parlamento europeo dispone del potere di codecisione, tra l’altro, in materia di trasporti. Le differenze di opinione, peraltro assai frequenti, tra Consiglio e Parlamento non possono più essere risolte da una parte sola, e che ciò non sia una mera constatazione teorica è emerso da questa procedura.

Le condizioni per lo scarico di rifiuti da parte delle navi nei porti comunitari sono state oggetto di molte discussioni. In tempi passati, il Parlamento ha sottolineato l’assoluta necessità che fossero garantiti una serie di elementi; per fortuna, il Consiglio si è reso conto del significato e dell’importanza di buona parte di essi, anche se, talvolta, dopo qualche insistenza.

Fino all’ultimo, però, c’è stato un punto importante su cui le opinioni sono rimaste divergenti, ovvero la quota propria che le navi devono versare come contributo alle spese di raccolta dei rifiuti. Il Parlamento europeo era del parere che dovesse essere il consumatore ad accollarsi la maggior parte dei costi da lui stesso provocati, pur prevedendo la possibilità di applicare tariffe differenziate e di non dare ulteriore adito a scarichi illegali dei rifiuti. Alla fine, è stato deciso di fissare la quota del contributo proprio ad un livello ben superiore al 50 percento.

Se ora, però, esamino il risultato della conciliazione, noto che la percentuale concordata non si avvicina affatto a quella citata. Me ne dispiace. Tuttavia, ritengo che il semplice fatto di citare una percentuale costituisca già di per sé un passo nella giusta direzione.

Voterò dunque a favore della relazione, anche se non con eccessivo entusiasmo. Concludo ringraziando il relatore per la grande energia che ha profuso nell’assolvere il suo compito.

 
  
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  Hatzidakis (PPE-DE). - (EL) Signor Presidente, signor Vicepresidente della Commissione, è forse la prima volta che, intervenendo in Aula, non ho alcun dubbio o perplessità sui contenuti della discussione. Sono concorde con l’esito della procedura di conciliazione e desidero complimentarmi con l’onorevole Bouwman e gli altri membri del comitato di conciliazione, nonché con la signora Commissario de Palacio e i suoi servizi. Abbiamo collaborato tutti assieme per giungere a questo risultato positivo per i cittadini europei. Credo che il frutto del nostro lavoro gioverà infine ai nostri mari, al turismo e alla qualità della vita dei cittadini dell’Unione. Abbiamo compiuto un passo avanti. Oggi tuteliamo l’ambiente in modo più efficace che in passato, senza poter escludere ulteriori miglioramenti in futuro. Se ci accorgeremo che il nuovo sistema non funziona con l’efficacia prevista, potremo sempre rivederlo.

Colgo l’occasione offerta dalla conciliazione per dichiarare, in qualità di presidente della commissione parlamentare, che mi auguro sia possibile evitare simili procedure in futuro. A tale scopo è necessaria la collaborazione del Consiglio, che dovrebbe rinunciare alla tradizionale segretezza, parlare più apertamente e collaborare di più con il Parlamento, di modo che il nostro lavoro e quello della Commissione possa procedere più speditamente specie nell’ambito della nostra commissione, che tratta molte questioni concernenti direttamente i cittadini. Mi auguro che la tradizione possa cambiare con la Presidenza francese. Da parte nostra siamo sempre disponibili per una migliore cooperazione e una maggiore rapidità nello svolgimento dei compiti assegnati a Consiglio, Commissione e Parlamento.

 
  
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  Mastorakis (PSE). - (EL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, essendo un nuovo acquisto del Parlamento, per la prima volta sono stato designato tra i membri del comitato di conciliazione. Voglio esprimere la mia soddisfazione per tale procedura, che ha visto i rappresentanti delle Istituzioni europee impegnati nel trovare la via di mezzo e nel coniugare gli auspici con i fatti, tenendo conto delle condizioni e delle possibilità reali che non sempre coincidono nei vari porti europei.

Riguardo alla questione principale dei diritti portuali, è importante che ci si sia accordati - con le debite eccezioni - sul pagamento di una percentuale del costo di smaltimento dei rifiuti, a prescindere dall’uso effettivo degli impianti, in modo da non mettere in difficoltà taluni porti e navi. E’ ovvio che in tal modo si disincentiva lo scarico dei rifiuti in mare e si dà la possibilità a ciascun porto di avere una propria politica tariffaria. Non va dimenticato che, ad esempio, i porti europei del Mediterraneo hanno di fronte i porti concorrenti del nord Africa, il che non vale invece per i porti del Baltico o del Mare del Nord. Viene inoltre assicurata la possibilità di modificare il sistema di copertura di tale costo, se ciò dovesse risultare necessario durante la sua applicazione.

In sostanza, con l’approvazione del progetto comune in discussione, entrerà in vigore una direttiva che proteggerà i mari e le coste dall’inquinamento causato dalle navi, migliorando così l’immagine dell’Unione come modello per la politica ambientale, come esempio per il resto del mondo grazie al suo senso della misura.

 
  
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  Stenmarck (PPE-DE).(SV) Signor Presidente, dopo anni di battaglie siamo finalmente chiamati a decidere degli impianti portuali di raccolta, nei quali potranno essere depositati in porto i residui del carico delle navi, anziché scaricarli in mare. Naturalmente, si tratta di un importantissimo passo nella giusta direzione.

Al contempo è tuttavia preoccupante constatare che, alla lunga, è emersa l'opposizione di alcuni a una disposizione tanto ovvia. Il fatto stesso che si sia resa necessaria una terza lettura, con l'istituzione di un comitato di conciliazione, congiuntamente con lo scarso impegno mostrato dal Consiglio, ne è la prova lampante. Ciò detto, è evidente che quanto raggiungiamo oggi è una soluzione di compromesso.

Nella proposta originaria quasi tutti i costi erano coperti dalle tariffe portuali, secondo un sistema in vigore già da tempo nel Baltico. Ciò avrebbe comportato l'esistenza di un incentivo economico per le imbarcazioni a depositare in porto i residui del carico, anziché scaricarli in mare. Ora, invece, soltanto una parte dei costi risulta coperta in questo modo, mentre una quota cospicua di tali costi si tradurrà in un onere aggiuntivo per il proprietario dell'imbarcazione.

A mio avviso, non ci resta che vedere l'impatto di tutto ciò. Reputo molto importante che vi sia la disponibilità a seguire l'evolvere degli eventi e a prendere ulteriori decisioni quando sarà necessario. Sotto questo profilo, paiono estremamente giovevoli la valutazione prevista nella proposta del comitato di conciliazione e l'ispezione sulle imbarcazioni che essa prescrive.

 
  
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  Watts (PSE). – (EN) Signor Presidente, innanzitutto vorrei ringraziare il relatore, onorevole Bouwman, per gli sforzi compiuti con tanta costanza nel negoziare questa proposta davvero soddisfacente che – come hanno affermato tutti gli onorevoli colleghi finora intervenuti – ridurrà in misura significativa i rifiuti scaricati illecitamente dalle navi nei mari d’Europa. Fermiamoci a riflettere sull’entità del problema.

L’onorevole Bouwman ha giustamente citato il caso Erika. Si è trattato di un’autentica tragedia di enormi proporzioni, con conseguenze significative e forse durature; tuttavia, gli scarichi intenzionali delle petroliere lungo tutte le nostre coste fanno apparire minima la quantità di petrolio dispersa dall’Erika. Questo è il problema cui intende rispondere la proposta oggi in esame. Mi compiaccio che lo faccia imponendo agli Stati membri di dotare tutti i loro porti di adeguati impianti di raccolta, garantendo che le navi e i comandanti siano tenuti ad utilizzarli e che il regime tariffario sia equo e proporzionato, e soprattutto prevedendo l’obbligo di ispezione del 25 per cento delle navi al fine di garantire il rispetto delle prescrizioni.

Accolgo con particolare soddisfazione la revisione triennale, perché la mia unica preoccupazione è garantire che gli Stati membri applichino la legislazione che hanno appena adottato. Come l’onorevole Jarzembowski sa fin troppo bene, per quanto riguarda il controllo statale dei porti diversi Stati membri ancora non effettuano le ispezioni sul 25 per cento delle navi. Se non riescono a farlo in tale ambito, che cosa ci assicura che lo faranno in questo? Questa è la sfida che lanciamo: garantire che gli Stati membri rispettino il validissimo accordo che ci auguriamo di approvare in settimana.

 
  
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  Savary (PSE). - (FR) Signor Presidente, vorrei innanzitutto congratularmi con l'onorevole Bouwman per aver portato a termine la stesura di un testo la cui sorte è stata a lungo incerta. Credo che si tratti in primo luogo di una data estremamente importante per il settore marittimo. Come alcuni colleghi hanno detto, il testo costituisce un preliminare al pacchetto marittimo Erika e, sotto molti aspetti, propone di risolvere un problema ancor più grave, vale a dire quei veri e propri atti di pirateria ecologica noti sotto il nome di "degassificazioni" che riversano sulle nostre coste idrocarburi e innumerevoli rifiuti. Si tratta anche di una vittoria del Parlamento sulle reticenze del Consiglio, che non possiamo passare sotto silenzio, ad imporre un sistema di tariffazione dettato dal buonsenso. Il principio "chi inquina paga" non è applicabile nel caso specifico, data l'impossibilità d'identificare chi inquina.

Se si vuole quindi risolvere tale questione, si deve andare verso un sistema di tariffe universale ed obbligatorio, che prescinda dall'utilizzo o meno degli impianti di raccolta e di trattamento dei rifiuti. Faccio parte di quel gruppo di deputati francesi che si è adoperato, anche contro il parere del proprio governo al riguardo o contro le sue riserve, per garantire il buon esito della questione. Mi annovero quindi tra coloro che si compiacciono di questo compromesso, pur ritenendo tuttavia che esso non debba costituire una scappatoia e che sia indispensabile attuarlo e controllarne rigorosamente l'attuazione a livello di Stati membri.

A questo proposito vorrei esprimervi la posizione di un francese che si è impegnato in tal senso nonostante le reticenze del suo governo. È chiaro che oggi questo testo favorisce i grandi porti e penalizza quelli piccoli, non adeguatamente attrezzati. Invito quindi la Commissione, eventualmente nel quadro dei Fondi strutturali o di qualsiasi altra forma di finanziamento, ad aiutare gli Stati membri a dotare i piccoli porti degli impianti necessari in quanto essi costituiscono anche importanti fattori della pianificazione territoriale e delle economie regionali e locali. Credo che se si fornisce ai piccoli porti un aiuto per l'installazione di impianti di trattamento dei rifiuti si contribuirà al successo della direttiva.

 
  
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  Thors (ELDR).(SV) Signor Presidente, anzitutto mi congratulo con la relatrice per il buon risultato. In generale non sono solita farlo in questa sede, ma quando ve n'è il motivo ringrazio il relatore e quanti hanno contribuito alla stesura della relazione.

Come il collega Stenmarck ha detto, questo sistema esiste già nel quadro della cooperazione baltica. Dal marzo del 1998, la raccomandazione sul Baltico prevede questo sistema. Eppure, debbo dire che in alcuni aspetti l'accordo rappresenta una delusione dal punto di vista del Baltico. Ricordo l'atto di legge approvato in Finlandia in cui viene disposto che le tariffe dovute non possano essere dipendenti dal quantitativo di rifiuti prodotti dalle navi depositati presso i porti. Dal 1° giugno esiste in Finlandia un sistema analogo per le tariffe dovute sui residui del carico delle navi. Sotto questo punto di vista, l'accordo è deludente.

Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto informazioni stando alle quali anche per quanto concerne le acque grigie e i residui eutrofizzanti la principale fonte di inquinamento del Baltico è data proprio dalle emissioni deliberate o involontarie provenienti dalle navi. Siamo rassegnati all'idea che il principio del "chi inquina paga" sia inapplicabile al petrolio, ma il problema sussiste anche per le altre sostanze eutrofizzanti.

Sappiamo bene che tutti noi siamo stati oggetto di notevoli pressioni dallo organizzazioni portuali di tutta Europa, che non hanno fatto altro che contrastare questa proposta. Eppure il risultato è buono. Resta però della massima importanza la questione del seguito. La signora Commissario è notoriamente molto interessata alla pulizia del mare e dell'ambiente. E' essenziale che il seguito avvenga con la massima serietà, in modo da poter prendere, ove necessario, eventuali provvedimenti complementari. Si tratta di un primo passo, ma faccio rilevare l'importanza di disposizioni più severe per il Baltico, che è forse in assoluto il più delicato mare interno in Europa.

 
  
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  Gollnisch (TDI). - (FR) Signor Presidente, la relazione dell'onorevole Bouwman, frutto di un lungo iter, è diventata ancora più attuale in Francia dopo il naufragio, verificatosi nel frattempo, della petroliera Erika, in occasione del quale il Ministro per l'ambiente competente non aveva ritenuto opportuno interrompere le sue vacanze.

La relazione si occupa della prevenzione dell'inquinamento dei mari poiché tratta degli impianti di degassificazione. Le operazioni di degassificazione non fanno notizia come i naufragi, ma ciò non toglie che esse rappresentino una delle maggiori cause d'inquinamento.

Si deve riconoscere tuttavia che non sarebbe necessaria una legislazione comunitaria se gli Stati membri dell'Unione, tutti firmatari della Convenzione internazionale sulla prevenzione dell'inquinamento causato dalle navi, la cosiddetta MARPOL, avessero adottato i provvedimenti del caso. Non basta neppure accusare gli armatori o i comandanti poco scrupolosi - che ovviamente esistono. Si deve tener conto del fatto che spesso è impossibile consegnare i rifiuti nei porti per mancanza degli impianti necessari e che anche il problema dello stoccaggio è estremamente difficile da risolvere, in quanto comporta a sua volta il problema del trattamento dei rifiuti.

Da parte nostra stentiamo a credere che, in un'epoca in cui gli impianti agricoli vengono sorvegliati tramite satellite, sia così difficile cogliere sul fatto una nave che scarica i suoi residui in alto mare.

Voteremo tuttavia a favore della relazione perché sembra muoversi nella direzione di una migliore prevenzione dell'inquinamento e perché, in linea di massima, lascia agli Stati membri un certo margine di libertà nella scelta dei mezzi d'applicazione.

 
  
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  De Palacio, Commissione. - (ES) Signor Presidente, onorevoli deputati, è per me una grande soddisfazione partecipare oggi alla discussione sull'approvazione della direttiva sugli impianti portuali di raccolta dei rifiuti prodotti dalle navi e dei residui di carico.

Innanzitutto, come hanno già fatto gli oratori precedenti, vorrei congratularmi con il relatore, onorevole Bouwman, per il magnifico lavoro svolto. In quest'occasione egli è riuscito a combinare fermezza, flessibilità ed intelligenza al fine di raggiungere un risultato accettabile per tutte le Istituzioni, che possa servire a migliorare la pulizia dei nostri mari.

Vorrei portare ad esempio il paese che conosco meglio, la Spagna, dove quest'estate le coste meridionali sono state colpite dall'inquinamento prodotto dalla pulitura delle stive di alcune petroliere in acque internazionali. E' solo uno dei 100 000 casi che si verificano, nell'arco dell'anno, lungo le coste europee. Si tratta di capire come riusciremo, se non ad eliminare definitivamente - poiché credo che per fare questo bisognerà rivedere il diritto del mare che, in gran parte, si basa sulla situazione dei mari nei secoli XVII e XVIII, che non ha nulla a che vedere con quella attuale -, almeno a contenere e limitare al massimo, nell'ambito delle nostre possibilità, questi effetti perniciosi sui nostri mari.

Siamo arrivati ad un punto che ci consente di compiere un grande passo avanti che migliorerà sensibilmente l'ambiente marino difendendolo dall'inquinamento deliberato da parte di alcune navi - perché non tutte si comportano in questo modo - lungo le nostre coste.

Tale direttiva, nella sua versione attuale, può contare sull'appoggio di tutti. L'appoggio degli armatori, perché permetterà loro di disporre di impianti per i residui, che in alcuni porti europei già esistono, ma purtroppo non in tutti, soprattutto non nei piccoli porti, per i quali gli Stati membri dovranno stanziare somme importanti. L'appoggio dei porti, perché permetterà loro di evitare che gli investimenti in impianti di questo tipo comportino uno svantaggio dal punto di vista della concorrenza, come sfortunatamente talvolta è accaduto, dal momento che alcuni porti facevano sforzi importanti e altri no. L'appoggio dei settori più sensibili al problema dei residui e alla lotta per uno sviluppo duraturo, tra i quali sono sicura si possono annoverare i membri del Parlamento e i rappresentanti del Consiglio e della Commissione, non solo gli ecologisti, ma tutte le persone preoccupate per questo tipo di problemi.

Riteniamo che questioni come la pianificazione della gestione dei residui, l'obbligo per le navi di consegnare i propri rifiuti, la comunicazione preventiva, i controlli - il 25 per cento dei controlli - una tariffazione che incentivi l'uso degli impianti portuali per la pulitura delle stive delle navi, contribuiranno necessariamente a ridurre l'inquinamento marino. Naturalmente, tale direttiva può contare sull'appoggio delle tre Istituzioni, Commissione, Consiglio e Parlamento, perché sappiamo che sarà positiva per i nostri cittadini.

Sarebbe stato deplorevole se non fossimo riusciti a raggiungere tale accordo, atteso e desiderato da tutti. Voglio ringraziare il Consiglio per la flessibilità e la costruttiva volontà dimostrate, ed anche il Parlamento, in particolar modo il relatore, per il lavoro svolto in questo periodo e in sede di conciliazione. La Commissione ha raggiunto compromessi che hanno reso possibile l'accordo, in base ai quali si è concordato che per "significativo" si intende che almeno il 30 per cento dei costi di pulitura delle stive effettuata in porto debba essere coperto comunque, indipendentemente dall'effettivo uso degli impianti portuali. Se nei prossimi tre anni vedremo che negli Stati membri le azioni non sono sufficienti e non si ottengono i risultati desiderati, la Commissione si riserva la possibilità di presentare una nuova direttiva che stabilisca chiaramente la percentuale minima da includere nelle tasse generali o in una tassa obbligatoria di pulizia nei diversi porti europei. E' inoltre responsabilità della Commissione verificare che il controllo del 25 per cento, altro elemento chiave di questa direttiva, venga effettuato dagli Stati membri.

Insisto nuovamente nel ringraziare l'Assemblea per la fermezza dimostrata nel pretendere un meccanismo rafforzato di revisione del sistema tariffario, che indubbiamente ci permetterà di andare avanti e di realizzare uno studio particolareggiato sullo sviluppo del sistema che abbiamo messo in atto e delle sue conseguenze sull'ambiente.

Signor Presidente, si è detto che nel corso delle discussioni ha avuto molto peso la tragedia dell'Erika, ma la pulitura delle stive potrebbe essere peggio di un'Erika all'anno per le coste europee. Oggi abbiamo quindi fatto un grande passo avanti. Questo però non deve impedirci di continuare a lavorare sulle questioni relative alle petroliere e alla sicurezza nel traffico di materiali contaminanti, come il petrolio o i suoi derivati, questioni che speriamo vengano portate avanti in sede di Parlamento e di Consiglio e che vengano corredate di iniziative supplementari che, come annunciato dalla Commissione, saranno presentate prossimamente.

 
  
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  Presidente. - La ringrazio molto, signora Commissario De Palacio.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà oggi, alle 12.00.

(La seduta, sospesa alle 11.55, riprende alle 12.00).

 
  
  

PRESIDENZA DELLA ON. FONTAINE
Presidente

Presidente. - Do la parola all'onorevole Provan, per una mozione di procedura.

 
  
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  Provan (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, posso approfittare un momento della sua benevolenza e della benevolenza del Parlamento per porgere il benvenuto alla delegazione del Kazakistan in tribuna d’onore? La delegazione è qui presente oggi e domani per un’opera di sensibilizzazione nei confronti del programma di test nucleari dell’ex impero sovietico, che ha avuto un impatto grave e vastissimo su quel paese. Vi sono state 607 esplosioni nucleari nell’atmosfera tra il 1949 e il 1990. Una parte del paese ne è stata completamente devastata e mi auguro che il Parlamento parteciperà attivamente al seminario che la delegazione terrà nel pomeriggio. I kazaki incontrano enormi difficoltà a sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale riguardo a questo ex problema sovietico. Discuteremo anche dei problemi connessi al sottomarino affondato, anch’essi parte degli strascichi della politica nucleare dell’Unione sovietica.

 
  
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  Presidente. - La ringrazio, onorevole Provan, e porgo un caloroso benvenuto a questa delegazione.

***

 

5. VOTAZIONI
  

Procedura senza relazione:

Proposta di decisione del Consiglio relativa alla conclusione di un accordo tra la Comunità e Malta recante adozione delle condizioni e delle modalità per la partecipazione di Malta a programmi comunitari nel settore della formazione, dell'istruzione e della gioventù [COM(2000) 416 - C5-0372/2000 - 2000/0176(CNS)] (commissione per la cultura, la gioventù, l’istruzione, i mezzi di informazione e lo sport)

(Il Parlamento approva la decisione)

Relazione (A5-0213/2000) dell'onorevole Bouwman a nome della delegazione del Parlamento europeo al Comitato di conciliazione, sul progetto comune approvato dal Comitato di conciliazione, concernente la direttiva del Consiglio relativa agli impianti portuali di raccolta dei rifiuti prodotti dalle navi e dei residui del carico [C5- 348/2000 - 1998/0249(COD)]

(Il Parlamento approva il progetto comune)

Raccomandazione per la seconda lettura (A5-0206/2000) della commissione per gli affari esteri, i diritti dell'uomo, la sicurezza comune e la politica di difesa sulla posizione comune definita dal Consiglio in vista dell'adozione del regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo agli interventi per lo sviluppo economico e sociale della Turchia [7492/1/2000 REV - C5-0325/2000 - 1998/0300(COD)] (Relatore: onorevole Morillon)

 
  
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  De Palacio, Commissione. - (ES) Signora Presidente, la Commissione può accettare i tre emendamenti presentati dal Parlamento nella seconda lettura della relazione dell'onorevole Morillon.

 
  
  

(Il Presidente dichiara approvata la posizione comune così modificata)

Raccomandazione per la seconda lettura (A5-0196/2000) della commissione per l'ambiente, la sanità pubblica e la politica dei consumatori sulla posizione comune definita dal Consiglio in vista dell'adozione della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull'ambiente naturale [C5-0180/2000 - 1996/0304(COD)] (Relatore: onorevole Schörling)

 
  
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  De Palacio, Commissione. - (ES) Signora Presidente, per quanto riguarda questa relazione, possiamo accettare gli emendamenti nn. 1, 5 (parte seconda e quinta), 6, 12, 28 (parte prima) e 29.

Possiamo accettare, in linea di principio, con alcune modifiche al testo, gli emendamenti nn. 9 (nella parte relativa alla richiesta di motivare che la valutazione ambientale strategica non sia necessaria), 10 (parte prima e seconda), 15, 17, 18, 20, 23, 24 e 25.

La Commissione non può invece accettare - ossia respinge - gli emendamenti nn. 2, 3, 4, 5 (parte prima, terza e quarta), 7, 8, 9 (nella parte relativa alla richiesta di motivare la necessità di una valutazione ambientale strategica), 10 (parte terza), 11, 13, 14, 16, 19, 21, 22, 26, 27, 28 (parte seconda), 30 e 31.

 
  
  

(Il Presidente dichiara approvata la posizione comune così modificata)

Relazione (A5-0204/2000) dell'onorevole Valdivielso de Cué a nome della commissione per l'industria, il commercio estero, la ricerca e l'energia, sulla proposta di regolamento del Consiglio che modifica il regolamento (CE) 1488/96 sulle misure di accompagnamento finanziarie e tecniche (MEDA) a sostegno della riforma delle strutture economiche e sociali nel quadro del partenariato euromediterraneo COM(1999) 494 - C5-0023/00 - 1999/0214(CNS)]

 
  
  

(Il Parlamento approva la risoluzione legislativa)

Relazione (A5-0194/2000) dell'onorevole Varela Suanzes-Carpegna a nome della commissione per la pesca, sulla proposta di regolamento del Consiglio relativo alla conclusione del protocollo che fissa le possibilità di pesca e la contropartita finanziaria previste dall'accordo tra la Comunità economica europea e il governo della Repubblica di Guinea sulla pesca al largo della costa della Guinea, per il periodo dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2001 [COM(2000) 304 - C5-0315/2000 - 2000/0154(CNS)]

(Il Parlamento approva la risoluzione legislativa)

Relazione (A5-0188/2000) dell'onorevole Varela Suanzes-Carpegna a nome della commissione per la pesca, sulla proposta di regolamento del Consiglio relativo alla conclusione del protocollo che fissa, per il periodo dal 3 dicembre 1999 al 2 dicembre 2002 le possibilità di pesca e la contropartita finanziaria previste nell'accordo tra la Comunità europea e il governo di Maurizio sulla pesca nelle acque di Maurizio [COM(2000) 229 - C5-0253/2000 - 2000/ 0094(CNS)]

(Il Parlamento approva la risoluzione legislativa)

Relazione (A5-0201/2000) dell'onorevole Watson a nome della commissione per le libertà e i diritti dei cittadini, la giustizia e gli affari interni sulla proposta di direttiva del Consiglio relativa al diritto al ricongiungimento familiare COM(1999) 638 - C5-0077/2000 - 1999/0258(CNS)]

Prima dell'inizio della votazione

 
  
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  Gollnisch (TDI). - (FR) Signora Presidente, onorevoli colleghi, ho l'onore di proporvi una mozione di rinvio in commissione della relazione ai sensi dell'articolo 144 del Regolamento.

Non intendo ritornare sulle disposizioni legate alla discussione, ma credo che sia effettivamente necessario che la Commissione riprenda in esame la relazione. Non è un segreto per nessuno che la sua elaborazione è stata difficile, che la relatrice inizialmente designata, onorevole Klamt, alla fine si è ritirata ed ha espresso il desiderio che il suo nome non venisse associato alla relazione, motivo per cui il documento ci è stato presentato dall'onorevole Watson.

A mio avvio, tre incertezze giustificano un rinvio in commissione: una riguarda il concetto di ricongiungimento, che non si capisce se sia aperto ai residenti permanenti, ai rifugiati o ai residenti temporanei.

Un'incertezza relativa al concetto di famiglia: si tratta di famiglia nucleare, legittima, allargata, poligama, di fatto…

(Reazioni diverse)

Onorevoli colleghi, quest'enumerazione scaturisce dai vostri stessi interventi. Dato che è stato chiesto addirittura di inserire le famiglie "omosessuali", non vedo il motivo per cui dobbiate protestare.

Infine, un'incertezza relativa al concetto di controllo espresso nel parere della commissione giuridica: si deve effettuare questo controllo solo su presunzione, su presunzione fondata? Dev'essere mirato, puntuale? Tutti questi criteri devono essere precisati e per questo motivo, signora Presidente, ho l'onore di presentare una mozione di rinvio in commissione.

 
  
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  Presidente. - Una collega desidera esprimere parere contrario.

 
  
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  Terrón i Cusí (PSE). - (ES) Signora Presidente, non riesco a capire cosa vuole il PPE. Mi rendo conto che la posizione di alcuni deputati è contraria alla direttiva che ci accingiamo a votare, ma la votazione in sede di commissione per le libertà dei cittadini si è risolta a netto favore di tale direttiva. Questa mattina ha avuto luogo una discussione molto proficua con il Commissario e credo che, quasi un anno dopo il Vertice di Tampere, non approvare la prima proposta di direttiva di armonizzazione in materia di giustizia e di politica interna nell'ambito dell'immigrazione, presentata dalla Commissione, sarebbe un atto inspiegabile ed immotivato.

Capisco che ci siano deputati la cui posizione è totalmente contraria al diritto degli immigrati a vivere in famiglia, ma non si tratta della posizione maggioritaria dell'Assemblea, come è emerso in sede di commissione per le libertà dei cittadini. Pertanto, chiedo che si proceda alla votazione di tale proposta della Commissione.

 
  
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  Presidente. - La ringrazio, onorevole Terrón i Cusí.

Se lo desidera, invito il relatore ad esprimersi in merito.

 
  
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  Watson (ELDR), presidente della commissione per le libertà e i diritti dei cittadini, la giustizia e gli affari interni. – (EN) Signora Presidente, sono contrario al rinvio in commissione. Rilevo che durante l’intera procedura in seno alla commissione nessun membro del gruppo dell’onorevole Gollnisch ha sollevato problemi in merito alla definizione di ricongiungimento, di famiglia e di controllo. La questione è stata discussa in modo esauriente in seno alla commissione ed è stata esaminata in seduta plenaria questa mattina. Non vedo motivi per non procedere alla votazione.

Le devo delle scuse, signora Presidente, perché temo che lei non abbia a disposizione il parere del relatore su tutti i diversi emendamenti. Se è così, sarò ben lieto di illustrare all’Assemblea, prima della votazione, la mia posizione sugli emendamenti della commissione. Tuttavia, per quanto riguarda gli emendamenti presentati per la seduta plenaria, poiché sono stati oggetto di discussione all’ultimo minuto, li affido alla saggezza dell’Assemblea.

 
  
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  Presidente. - La ringrazio, onorevole Watson, per la sua chiarezza.

(Il Parlamento respinge la richiesta di rinvio in commissione)

 
  
  

Prima della votazione sulla proposta della Commissione

 
  
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  Gebhardt (PSE). - (DE) Signora Presidente, scusi l’interruzione, ma vorrei porre una domanda al Commissario Vitorino, prima di passare alla votazione conclusiva. Stamane lei ha detto che approverebbe l’emendamento n. 19 qualora fosse votato in questa sede. Vorrei semplicemente avere conferma che lei accoglierebbe di fatto tale emendamento.

 
  
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  Watson (ELDR). – (EN) Signora Presidente, vorrei chiedere al Commissario se può comunicarci quali emendamenti approvati in mattinata intende accettare, prima della votazione finale sulla risoluzione legislativa.

 
  
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  Vitorino, Commissione. - (FR) Signora Presidente, devo dire che la votazione ha assunto un ritmo tale che ho cercato di fare del mio meglio per stare al passo con la vostra capacità decisionale. Per quanto riguarda gli emendamenti approvati, la Commissione nutre alcuni dubbi sull'emendamento n. 9 e credo che dovremmo riconsiderare la nostra posizione. Vi prometto di pensarci.

Quanto all'emendamento n. 19, che è stato approvato e che chiede di mantenere i rifugiati nella proposta di direttiva, ma di escludere dalla direttiva sul ricongiungimento familiare le persone che usufruiscono di una protezione temporanea o di una protezione sussidiaria, ribadisco la posizione da me espressa dinanzi a voi nel corso della discussione. Riteniamo di dover tener conto, in tale direttiva, solo dei rifugiati riconosciuti in base alla Convenzione di Ginevra. Le questioni che riguardano il ricongiungimento familiare delle persone che beneficiano della protezione temporanea o di quella sussidiaria devono essere valutate nell'ambito di uno strumento giuridico autonomo che la Commissione peraltro sta già preparando e che verrà presentato al Parlamento e al Consiglio il prossimo anno.

 
  
  

(Il Parlamento approva la risoluzione legislativa)

Proposta di risoluzione (B5-0658/2000), presentata dall'onorevole Luís Queiró a nome del gruppo UEN, sulle priorità dell'Unione in materia di azioni esterne

Prima dell'inizio della votazione

 
  
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  Barón Crespo (PSE). - (ES) Signora Presidente, prima della votazione vorrei rivolgermi a lei e chiederle, in considerazione del fatto che un gruppo politico ha firmato il testo di compromesso senza aver partecipato ai negoziati per tale testo, di dare le opportune istruzioni al servizio amministrativo competente affinché un simile malcostume non torni a verificarsi. Bisogna concedere a tutti i gruppi il diritto di esprimersi in Aula, ma il testo, in linea di principio, è dei gruppi che lo hanno negoziato. Se qualcuno vuole aggiungersi è necessario che vi sia l'accordo di tutti i gruppi che hanno elaborato il testo di compromesso.

 
  
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  Dupuis (TDI). - (FR) Signora Presidente, la procedura di compromesso è una procedura ad hoc che non fa parte del Regolamento del Parlamento. Tuttavia, quando un testo viene presentato, esso appartiene a tutti i deputati che vogliono farlo proprio. Ritengo quindi che l'obiezione mossa dall'onorevole Barón Crespo sia priva di qualsiasi fondamento.

 
  
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  Barón Crespo (PSE). - (ES) Signora Presidente, i deputati e i gruppi politici hanno la possibilità di esprimersi in Aula, ma la proposta è di coloro che l'hanno elaborata e non deve essere oggetto di appropriazione indebita, cosa che può creare confusione su un tema così importante e su possibili alleanze non desiderate con l'estrema destra.

 
  
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  Presidente. - Come lei sa, onorevole Barón Crespo, non c'è un articolo del Regolamento che precisi questo particolare, ma è consuetudine che coloro che presentano un testo accettino che esso venga sottoscritto da altri. Questo è il metodo che è sempre stato adottato nel nostro Parlamento.

(Il Parlamento respinge la proposta di risoluzione)

Proposta di risoluzione comune(1) sulle priorità dell'Unione in materia di azioni esterne

(Il Parlamento approva la proposta di risoluzione)(2)

Proposta di risoluzione comune(3) sulla creazione di un Osservatorio dei mutamenti industriali

Prima dell'inizio della votazione

 
  
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  Goebbels (PSE). - (FR) Signora Presidente, vorrei chiedere ai colleghi dei gruppi PPE-DE ed ELDR se intendono mantenere la loro proposta di risoluzione, tenuto conto che contiene flagranti falsità ed è in ritardo sui tempi. La discussione che abbiamo avuto ieri sera ha dimostrato che sia la Commissione che il Consiglio sostengono la creazione di un Osservatorio dei mutamenti industriali. D'altro canto lei, signora Presidente, l'ha chiesto a nome di tutti noi al Consiglio europeo di Lisbona. Non si può approvare una risoluzione nella quale i gruppi dicono che né il Consiglio né la Commissione approvano l'idea della creazione di tale Osservatorio. Si tratta di una palese falsità e credo che, a rigor di logica, i due gruppi dovrebbero ritirare la loro proposta di risoluzione.

 
  
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  Presidente. – Non vedo segnali in questo senso. Va bene, onorevole Plooij-van Gorsel, le do la parola.

 
  
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  Plooij-Van Gorsel (ELDR).(NL) Signora Presidente, non c’è nessun motivo per cui noi dovremmo ritirare questa proposta di risoluzione, e pertanto non lo faremo.

 
  
  

(Il Parlamento respinge la proposta di risoluzione comune)

Proposta di risoluzione (B5-0653/2000), presentata dall'onorevole Chichester a nome del gruppo PPE-DE, sulla creazione di un Osservatorio dei mutamenti industriali

(Il Parlamento respinge la proposta di risoluzione)

Proposta di risoluzione (B5-0656/2000), presentata dalla onorevole Plooij-van Gorsel e dall'onorevole Clegg a nome del gruppo ELDR, sulla creazione di un Osservatorio dei mutamenti industriali

(Il Parlamento approva la risoluzione)(4)

Relazione (A5-0209/2000) dell'onorevole Veltroni a nome della commissione per la cultura, la gioventù, l'istruzione, i mezzi d'informazione e lo sport, sulla comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento europeo, al Comitato economico e sociale e al Comitato delle regioni – Principi e orientamenti per la politica audiovisiva della Comunità nell'era digitale [COM (1999) 657 – C5­0144/2000 – 2000/2087(COS)]

 
  
  

(Il Parlamento approva la risoluzione)

Relazione (A5-0199/2000) dell'onorevole Heaton-Harris a nome della commissione per la cultura, la gioventù, l'istruzione, i mezzi d'informazione e lo sport sulla relazione della Commissione: Indagine sulla situazione socio-economica degli studenti Erasmus [COM(2000) 4 - C5-0146/2000 - 2000/2089(COS)]

(Il Parlamento approva la risoluzione)

Relazione (A5-0207/2000) della onorevole Boumediene-Thiery a nome della commissione per le libertà e i diritti dei cittadini, la giustizia e gli affari interni, sulla relazione della Commissione relativa all'applicazione delle direttive 90/364, 90/365 e 93/96 (diritto di soggiorno) e sulla comunicazione della Commissione relativa ai provvedimenti speciali in tema di circolazione e residenza dei cittadini dell'Unione giustificati da motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità pubblica [COM(1999) 127, COM(1999) 372 - C5-0177/1999, C5-0178/1999 - 1999/2157(COS)]

(Il Parlamento approva la risoluzione)

DICHIARAZIONI DI VOTO

- Relazione Bouwman (A5-0213/2000)

 
  
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  Meijer (GUE/NGL). (NL) Signora Presidente, le vicende che hanno caratterizzato la relazione Bouwman dimostrano chiaramente quanto poco chiaro e ordinato sia il processo decisionale a livello europeo e a quali complicati compromessi porti. Il Parlamento era diviso tra i sostenitori di due diverse soluzioni; alla fine, una di esse ha avuto il sostegno della maggioranza, di cui faceva parte anche il gruppo della Sinistra unita europea. Nell’ambito di rapporti istituzionali normali, un pronunciamento di questo tipo avrebbe posto fine all’intera questione; nell’Unione europea, invece, le cose non funzionano così: bisogna ricorrere ad una conciliazione.

La procedura di conciliazione tra Consiglio e Parlamento ha prodotto un compromesso che non ha alcun significato se non si legge anche la dichiarazione della Commissione, che spiega in che modo la Commissione interpreti il termine “sostanziale”, contenuto all’articolo 8, paragrafo 1. “Sostanziale” sembra significare, in questo caso, il 30 percento, ma questo valore non può essere scritto a chiare lettere nel testo del documento. Sin dall’inizio il motivo del contendere ha riguardato le percentuali, laddove la maggioranza voleva il 90 percento e la minoranza lo 0 percento. Il risultato è stato un valore più vicino a 0 che a 30 e che per di più non può essere citato expressis verbis. Tutti concordano sul fatto che i rifiuti e i residui del carico delle navi non possono più essere buttati in mare; tuttavia, permangono profonde divergenze di opinione sulle modalità di raccolta dei rifiuti delle navi e soprattutto sulle modalità di pagamento. Nei porti del Mar Baltico e del Mare del Nord si è deciso di finanziare i costi relativi imponendo una tassa generalizzata a tutte le navi, per evitare che qualcuno possa avvantaggiarsi economicamente non consegnando i propri rifiuti nei luoghi ufficiali a ciò preposti. Per contro, nei porti del Mar Mediterraneo è stato deciso di far pagare le navi in base alla quantità di rifiuti raccolti. Invece di permettere che questi due sistemi possano continuare, per un po’ di tempo, a svilupparsi autonomamente, in maniera distinta l’uno dall’altro, per poter poi mettere a confronto le rispettive ripercussioni sull’ambiente, si cerca ora di imporre una soluzione unitaria. In questo modo, però, si danneggia il modello adottato nei mari nordici. Sarebbe meglio stabilire le regole non a livello dell’intera l’Unione, bensì a livello di singolo mare. Se l’Unione europea non esistesse, sarebbe molto più semplice fissare regole valide per singoli gruppi di paesi, separatamente per ciascun mare. In questo caso, l’esistenza dell’Unione europea non ha effetti produttivi ai fini della ricerca di una soluzione comune da applicare in ambito transfrontaliero. Ciò nonostante, il mio gruppo ha votato a favore della relazione poiché la regolamentazione proposta è pur sempre meglio di nulla. Mi auguro che entro qualche anno si possa tuttavia procedere ad una sua revisione per affermare le intenzioni originarie della relazione Bouwman.

 
  
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  Fatuzzo (PPE-DE). - Signora Presidente, i pensionati e gli anziani amano il mare pulito e quindi, quale rappresentante dei pensionati in questo Parlamento, ho votato a favore della direttiva che mira a rendere più pulito il mare, particolarmente in prossimità dei porti.

E' ancora vivo nella mia memoria quello che mi accadeva quando, da ragazzo, facevo il bagno in mare a Genova, la mia città natale, e spesso si risaliva sulla spiaggia incatramati come Calimero dei fumetti, che è sempre tutto nero e giustamente se ne lamenta.

Con questa direttiva, finalmente, viene organizzata la raccolta dei rifiuti delle navi quando approdano nei porti, e questo è un fatto positivo. Ho votato a favore, anche se sarebbe stato meglio regolamentare anche quanto avviene nei porti del Mediterraneo degli altri Stati. Si danno tanti contributi, ad esempio con il programma MEDA, ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo: si dovrebbe chiedere anche a loro di organizzare la raccolta dei rifiuti nei loro porti!

 
  
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  Caudron (PSE), per iscritto. - (FR) Ho già avuto occasione di esprimermi nella tornata di marzo su quest'argomento che, all'epoca, era piuttosto scottante poiché il dibattito sulla sicurezza marittima, dopo il naufragio della petroliera Erika era quanto mai agitato. Oggi, anche se si svolgono in un'atmosfera più distesa, le discussioni non sono meno importanti.

I cittadini europei sono infatti profondamente preoccupati dall'inquinamento dei mari e delle coste degli Stati membri. Il Parlamento europeo si è fatto eco di questi legittimi timori e ha modificato la direttiva proposta dalla Commissione in materia di gestione dei rifiuti delle navi in modo da responsabilizzare gli Stati membri. Esso ha suggerito quindi come alternativa al principio "chi inquina paga", principio di cui non si può che constatare l'inefficacia, la creazione di un sistema di tariffe che tutte le navi facenti scalo in un porto sono tenute a versare, a prescindere dal loro utilizzo effettivo degli impianti di raccolta dei rifiuti. Gli importi in tal modo versati servirebbero a finanziare detti impianti in misura pari al 90 per cento. Questo sistema indurrebbe le navi a scaricare i residui del carico o altri rifiuti nei porti anziché in mare. Era evidente che il Consiglio non avrebbe accettato una proposta del genere. Le discussioni sono proseguite quindi logicamente in seno al Comitato di conciliazione.

L'accordo al quale sono giunti i negoziatori del Parlamento e del Consiglio è il seguente: tutte le navi che approdano nei porti di uno Stato membro dovranno contribuire in misura sostanziale (una dichiarazione della Commissione allegata al testo ritiene che ciò significhi almeno per il 30 per cento) ai costi, a prescindere dall'effettivo uso degli impianti. La parte dei costi eventualmente non coperta da tale tariffa sarà coperta in base ai quantitativi e ai tipi di rifiuti effettivamente consegnati dalla nave.

Inoltre la Commissione, entro tre anni dall'adozione della direttiva, presenterà una relazione per valutare l'impatto della differenza dei sistemi di recupero dei costi sull'ambiente marino. Se necessario, a seguito di questa valutazione, essa presenterà una proposta che modifichi la direttiva introducendo un sistema che preveda il versamento, da parte di tutte le navi facenti scalo in un porto di uno Stato membro, di un anticipo corrispondente ad una percentuale adeguata – pari ad almeno un terzo dei costi degli impianti portuali di raccolta – indipendentemente dall'impiego degli impianti da parte delle navi.

Sono soddisfatto del compromesso da noi raggiunto. La direttiva costituisce un significativo passo avanti nell'attuazione di una più efficace strategia di protezione degli spazi marini.

 
  
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  Darras (PSE), per iscritto. - (FR) Eccoci oggi giunti alla fase finale della definizione della proposta di direttiva e, pur non potendomi dichiarare del tutto soddisfatto del risultato della procedura di conciliazione, non posso che approvare questo compromesso che, lo si deve ammettere, torna ad onore del Parlamento europeo, della padronanza e della maturità con cui partecipa al processo legislativo dell'Unione europea.

Infatti, consapevole dell'intempestività delle degassificazioni selvagge in mare, se non addirittura del comportamento inammissibile di alcuni equipaggi che approfittano di un incidente drammatico per scaricare ulteriori rifiuti nella totale impunità, aggravando in tal modo l'inquinamento marino, la Commissione europea propone di concentrare la sua azione sugli impianti nei porti europei. È indispensabile dotare tutti i porti di impianti di trattamento dei rifiuti delle navi e al tempo stesso fare in modo che tutte le navi facenti scalo in uno di tali porti contribuisca ai costi di raccolta e di trattamento dei rifiuti (in una misura che secondo il Parlamento europeo avrebbe dovuto essere pari al 90 per cento, ma che in seguito al compromesso raggiunto con il Consiglio è stata fissata ad almeno il 30 per cento), a prescindere dall'impiego effettivo degli impianti.

Si tratta di un primo passo, del riconoscimento del principio "chi inquina paga", passo quanto mai necessario, ma non ancora sufficiente. Non nascondiamo la testa nella sabbia. Se abbiamo davvero l'ambizione di pulire gli oceani e di preservare l'equilibrio naturale per le generazioni future, si dovranno prevedere misure più radicali, in particolare a livello di assunzione del carico finanziario di questi impianti, di necessità di evitare le distorsioni della concorrenza tra i porti: in una parola, si dovrà prevedere la creazione di un autentico servizio pubblico di trattamento dei rifiuti.

Per il momento, non posso che raccomandare al Parlamento di approvare i risultati scaturiti dalla procedura di conciliazione.

 
  
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  Piétrasanta (Verts/ALE). - (FR) Il gruppo Verde/Alleanza libera europea si compiace del fatto che su proposta del relatore, membro del gruppo, siano state previste disposizioni più vincolanti sulla creazione di impianti portuari di raccolta e trattamento dei rifiuti delle navi. In particolare è importante che venga resa obbligatoria per ogni unità di trasporto una tariffa che consenta di compensare almeno il 30 per cento dei costi. Si deve evitare infatti che, con il pretesto di realizzare "navi ecologiche" in grado di trattare tutti i loro rifiuti in mare, essenzialmente tramite incenerimento, questo comportamento, senza reale possibilità di controllo, consenta di aggirare la normativa contro l'inquinamento e faccia registrare lo scarico di idrocarburi non realmente inceneriti e di rifiuti domestici, l'assenza di selettività e un contributo all'effetto serra.

Queste proposte sono in linea con quelle della prossima direttiva contro l'inquinamento dell'ambiente marino di cui sono relatore per parere della commissione per l'industria, il commercio estero, la ricerca e l'energia.

Esse consentono inoltre un comportamento omogeneo delle navi nello spazio marittimo europeo e contribuiscono all'installazione delle infrastrutture necessarie nei porti dell'Unione ed al finanziamento di tutti gli impianti.

Queste disposizioni devono essere accompagnate da un controllo rigoroso e da una verifica del comportamento delle navi in particolare grazie ai sistemi EQUASIS e GALILEO, di cui la Presidenza francese è decisa a promuovere l'attuazione nel più breve tempo possibile.

 
  
  

- Raccomandazione Morillon (A5-0206/2000)

 
  
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  Fatuzzo (PPE-DE). - Signora Presidente, ho votato a favore. Mi trovavo, quest'estate, come turista in Turchia per visitare la città scoperta da Schliemann, la mitica Troia dell'Iliade, quando mi si è avvicinato un anziano pensionato turco che mi aveva riconosciuto e che, accompagnandomi nella visita delle rovine di Troia, mi ha chiesto: "Ma come mai, nel discutere la direttiva Morillon, non sono stati accolti gli emendamenti in cui si invitava la Turchia a non costruire centrali nucleari o per lo meno a far sì che queste non fossero inquinanti, a risolvere il problema dei curdi, ad abrogare la pena di morte? Per quale motivo non si è voluto inserire chiaramente questi punti nel documento?"

Ebbene, è questo che io rimprovero, in parte, al documento che abbiamo votato.

 
  
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  Speroni (TDI). - Signora Presidente, non ho votato a favore in quanto ritengo che non siano adeguatamente condizionati gli aiuti a un vero rinnovamento dello Stato turco, a una vera tutela dei diritti umani, a una vera tutela delle minoranze. Certo, vanno aiutati i paesi che di aiuto necessitano ma, d'altro canto, è opportuno chiedere loro preventivamente il rispetto di quanto ho citato.

 
  
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  Alavanos (GUE/NGL), per iscritto.(EL) Il Parlamento europeo deve insistere su tre emendamenti volti a:

- escludere la produzione di energia nucleare nelle zone sismiche della Turchia,

- tutelare l’identità culturale ed abolire la pena di morte, e

- contribuire alla soluzione del problema curdo.

Ho quindi votato a favore dei tre emendamenti.

Credo però che il Parlamento avrebbe dovuto insistere sugli emendamenti della prima lettura relativi all’articolo 5 (criteri per l’adesione della Turchia), all’articolo 15 (sospensione della cooperazione con la Turchia in caso di ostacoli in ambiti relativi alla democrazia, allo Stato di diritto, ai diritti dell’uomo e alla tutela delle minoranze) e all’articolo 35 (relazione annuale sul rispetto dei principi democratici, dello Stato di diritto, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali nonché del diritto internazionale). Purtroppo la commissione parlamentare per gli affari esteri ha ceduto alle pressioni del Consiglio, che promuove una realpolitik sfrenata con il regime turco, privando così gli stessi cittadini della Turchia dell’impulso democratico che potrebbe dare loro l’Unione europea.

 
  
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  Bordes, Cauquil e Laguiller (GUE/NGL), per iscritto. - (FR) L'integrazione della Turchia nell'Unione europea interessa ovviamente in sommo grado il grande capitale europeo di cui le Istituzioni europee, Parlamento compreso, si fanno portavoce. Il Parlamento europeo potrebbe almeno sfruttare l'aspirazione parallela del governo turco di entrare nell'Unione europea per esigere misure elementari quali l'abolizione della pena di morte, le libertà democratiche o la cessazione della repressione perpetrata contro il popolo curdo.

Anche in questi settori, tuttavia, la relazione utilizza formulazioni talmente edulcorate da essere prive di qualsiasi significato, avendo come preoccupazione dichiarata quella di non "urtare alcuna sensibilità". La sensibilità che non si deve urtare è soprattutto quella dello Stato Maggiore turco che bombarda, rastrella e tortura nella regione a popolazione curda.

Inoltre, mentre il relatore del Parlamento si adopera per trovare il modo di parlare dei diritti dell'uomo senza offendere i militari che li calpestano, un consorzio franco-tedesco-belga si appresta, come riportato dagli organi di stampa, a fornire alla Turchia una fabbrica per la produzione di munizioni.

Ecco ciò che, molto più delle leziosaggini sulle quali siamo chiamati a pronunciarci, rivela la reale natura dei rapporti tra il grande capitale europeo e la dittatura turca.

 
  
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  Lang (TDI), per iscritto. - (FR) In questa tornata il Parlamento europeo tocca il culmine dell'ipocrisia. Nello spazio di ventiquattro ore approverete una dotazione finanziaria di diverse decine di milioni di euro a favore della Turchia ed al tempo stesso condannerete la stessa Turchia per aver bombardato, violando lo spazio aereo di un altro paese, le popolazioni curde del nord dell'Iraq. Quando dico condannare, esagero non poco la portata non solo del testo, ma anche delle vostre intenzioni.

Ci si chiede che fine abbia fatto il rispetto dei diritti dell'uomo, da voi invocato in tutte le occasioni, che deve condizionare qualsiasi aiuto o cooperazione dell'Unione europea. In questo caso specifico, sembra che sia finito nel dimenticatoio e che la vostra coscienza sia a geometria variabile.

Sarebbe ora che cercaste di far coincidere azioni e parole. Questo contribuirebbe a dare di voi stessi un'immagine diversa e, soprattutto, conferirebbe maggiore coerenza ed autorità alle politiche europee.

 
  
  

- Relazione Schörling (A5-0196/2000)

 
  
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  Fatuzzo (PPE-DE). - Signora Presidente, ho votato a favore di questa relazione che introduce la valutazione ambientale strategica, cioè un'attenzione particolare ai problemi dell'ambiente nel momento in cui si costruiscono grandi opere, perché ritengo positivo tutto quanto va verso la bellezza della natura, la bellezza dei paesaggi, e così via. Questo è importante anche per i pensionati. Purtuttavia ci sono delle mancanze. Per le grandi opere che gli Stati decidono di realizzare si dovrebbe lasciare allo Stato interessato di decidere, senza troppo regolamentare la materia, se la grande opera è corretta dal punto di vista del rispetto della natura oppure no. E questo perché le grandi opere devono essere realizzate rapidamente e i pensionati anziani non hanno tempo per aspettare troppo!

 
  
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  Kuntz (UEN), per iscritto. - (FR) Sono quasi cinque anni che questo testo vaga nei labirinti delle procedure.

Se non abbiamo sostenuto l'emendamento inteso a respingere la direttiva, è ovvio che non è per ricompensare coloro che in seno alla Commissione, al Consiglio ed al Parlamento hanno lavorato anni sul testo. Non siamo qui per legittimare la smania spesso eccessiva della tecnocrazia di Bruxelles di voler legiferare su qualsiasi cosa. Se abbiamo respinto l'emendamento è perché per agire le imprese hanno bisogno di un quadro chiaro.

La chiave di volta della questione è quindi il campo d'applicazione, vale a dire la definizione stessa di "piani e programmi".

La parte obbligatoria del campo d'applicazione riguarda i piani ed i programmi che definiscono il quadro di riferimento per l'autorizzazione di progetti nei settori agricolo, forestale, della pesca, energetico, industriale, dei trasporti, della gestione dei rifiuti e delle acque, delle telecomunicazioni, turistico, della pianificazione territoriale o della destinazione dei suoli. Questo criterio obbligatorio è integrato da un meccanismo di selezione, uno studio preliminare ("screening") affidato all'iniziativa degli Stati membri (detto campo facoltativo).

Concordo sul fatto che la protezione e la considerazione dell'ambiente siano una necessità, se non addirittura un obbligo, ma gli Stati membri, nell'ambito della sussidiarietà, sono in grado di operare meglio! Non sosterremo quindi gli emendamenti volti ad estendere il campo d'applicazione, che dev'essere limitato ai soli piani e programmi che possono avere effetti significativi.

È estenuante constatare che da tutte le parti si tenta sempre in modo subdolo di conferire maggiori competenze all'Unione a scapito degli Stati membri. In questo caso, con il pretesto di una preoccupazione ambientale, la relatrice vuole occuparsi di tutte le politiche degli Stati membri. L'importanza di tener conto dell'ambiente nella fase di valutazione delle politiche è fuori discussione, ma è inconcepibile applicarvi la stessa procedura e, soprattutto, una procedura imposta dall'Unione europea.

Abbiamo fiducia nei nostri Stati e difendiamo la posizione comune; l'alibi ambientale non è che lo strumento di dominio dell'Unione in tutti i settori, in questo caso le scelte politiche. Conosciamo bene le competenze dell'Unione in materia e le sue armi. Utilizzare l'ambiente per potersi infiltrare dappertutto, passando dalle condotte dell'acqua per arrivare fino alla condotta delle politiche nazionali. Noi diciamo no. La Francia, come molte altre delegazioni, ha precisato con estrema chiarezza che non vuole che il campo d'applicazione venga esteso alle politiche nazionali.

 
  
  

- Relazione Valdivielso de Cué (A5-0204/2000)

 
  
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  Fatuzzo (PPE-DE). - Signora Presidente, ho votato a favore di questo documento, presentato dall'onorevole Valdivielso de Cué, che riguarda il nuovo regolamento del programma MEDA. Io sono favorevolissimo - e non soltanto perché sono qui in rappresentanza dell'Italia - a tutte le iniziative che avvicinano fra di loro i paesi del Mediterraneo; anzi, auspicherei che venisse aumentata la dotazione finanziaria del regolamento MEDA. Nel mio piccolo ho costituito una confederazione dei partiti dei pensionati degli Stati del Mediterraneo per sottolineare l'importanza del Mediterraneo per l'Europa e per i paesi confinanti con l'Europa, giacche anche i paesi dell'Africa e dell'Oriente che si affacciano sul Mediterraneo sono confinanti con l'Europa. Per questo ho votato a favore.

 
  
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  Alyssandrakis (GUE/NGL), per iscritto.(EL) La politica dell’Unione verso i paesi mediterranei si prefigge non tanto lo sviluppo in dette nazioni, quanto una maggiore influenza del capitale europeo. E’ questo l’obiettivo che persegue il programma MEDA.

La creazione di una zona euromediterranea di libero scambio mira appunto ad agevolare la penetrazione dei prodotti dell’industria europea nei mercati in questione e a mettere le grinfie sulle ricchezze di tali paesi.

Gli appelli al consolidamento della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti dell’uomo non sono che il solito pretesto dell’UE per interferire con le questioni interne di un altro paese.

Gli adeguamenti strutturali, consolidati mediante MEDA, mirano appunto all’imposizione in detti paesi delle cosiddette regole del mercato e al predominio degli interessi economici più forti. Di conseguenza, questi paesi finiranno con lo sprofondare ancor di più nel sottosviluppo e col divenire regioni satellite dell’Unione a causa delle disparità nei rapporti di partenariato.

Il partito greco KKE si batte a favore della cooperazione tra i popoli a parità di condizioni e senza intervenire nelle questioni interne di un paese. Ribadisce in particolare la responsabilità dei paesi capitalisti sviluppati rispetto alla situazione odierna nei paesi sottosviluppati, che è la diretta conseguenza di una loro politica di ladrocinio. Questo è un motivo in più per ricordare l’obbligo dei paesi sviluppati di aiutare le regioni arretrate a sviluppare una propria base produttiva e a migliorare il tenore di vita degli abitanti.

Poiché sia il precedente programma MEDA che gli emendamenti proposti sono ben lungi dal conseguire i suddetti obiettivi, gli europarlamentari del KKE votano contro la relazione Valdivielso de Cué.

 
  
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  Martinez (TDI), per iscritto. - (FR) L'Europa si amplierà a est: è scritto nell'Agenda 2000. Tuttavia, l'Europa ha una frontiera marittima a sud: è scritto nella sua geografia.

Attraverso tale frontiera, nella parte meridionale di Italia e Spagna, arrivano in Europa navi e zattere cariche e stracariche di albanesi, turchi, musulmani, uomini, donne, bambini provenienti da tutti i paesi del bacino del Mediterraneo. È un'onda dilagante che cresce di anno in anno e che sommergerà l'Europa, anche se nel 1999 a El Elejido, e in qualche altro raro luogo, c'è stata una reazione delle popolazioni stanziali contro questa fiumana di nomadi.

Volendo evitare di respingerli e non riuscendo a contenerne il flusso, i dirigenti europei cercano di bloccare, come vuole la logica, i nomadi prima della partenza. Questo è lo scopo che, con molto buonsenso, si prefigge il programma MEDA.

Delineata al Vertice europeo di Cannes nel giugno 1995, istituita dalla Conferenza di Barcellona nel novembre 1995, sotto il nome di partenariato euromediterraneo, ed attuata dal regolamento MEDA il 23 luglio 1996, questa politica mediterranea europea è fondata su alcuni progetti di investimenti regionali e nazionali. Non è molto: 3,3 miliardi di euro dal 1995 al 1999, dal Marocco a Gaza e alla Cisgiordania, anche se aggiungendo il prestito di 3,6 miliardi della BEI si arriva ad uno sforzo finanziario superiore ai 4,4 miliardi di euro della Banca mondiale.

È poco, non solo perché questi 3,6 miliardi di stanziamenti d'impegno si riducono in realtà a un pagamento collettivo limitato a 648 milioni di euro, ma perché quest'approccio è inadeguato alla portata del problema.

Non si può negare che sia un bene essere passati dagli aiuti bilaterali ad un approccio globale e multilaterale, e che, per il periodo 2000-2006, MEDA II aumenti gli stanziamenti di almeno il 47,1 per cento, arrivando ad una dotazione finanziaria di 8,5 miliardi di euro. Gli agricoltori europei si accontenterebbero di un aumento due, tre volte inferiore.

Tuttavia, una politica mediterranea non è questo, non bastano i programmi ed un maggior numero di funzionari a Bruxelles per gestirli. Una politica mediterranea all'altezza della sfida demografica, ambientale, climatica, islamica e culturale è una grande visione strategica che fissi, integri, stabilizzi e ordini il Mediterraneo attorno ad istituzioni originali ed intergovernative con settori generali comuni da esplorare: acqua, ambiente, migrazioni, deforestazioni, eccetera.

A queste condizioni, e con un metodo ed istituzioni integrate quali un Alto segretariato del Mediterraneo, si potrà parlare di bilancio, poiché esisteranno progetti strategici e non frammentarie e dispersive operazioni tattiche. Occorre tuttavia fare in fretta, molto in fretta, prima che ad un'Europa colonizzata resti da condividere solo un declino dei popoli depauperati della loro cultura tradizionale.

 
  
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  Schröder, Ilka (Verts/ALE), per iscritto. - (DE) Il partenariato fra l’Unione europea e i paesi della sponda meridionale del Mediterraneo contiene una serie di elementi positivi ed andrebbe ulteriormente sviluppato ed approfondito. La relazione sulla riforma del programma MEDA segue tuttavia, sotto molteplici aspetti, la direzione sbagliata.

L’Unione europea si concentra infatti, con i paesi mediterranei meridionali, sulla conclusione di accordi di libero scambio che, paradossalmente, comportano una mera liberalizzazione unilaterale. Tali accordi esercitano particolari effetti negativi sui paesi finanziariamente svantaggiati, come hanno dimostrato gli accordi di libero scambio già esistenti. La relazione ammette che in tali accordi sia insito questo pericolo: altrimenti, perché mai descrivere e promuovere “misure di sostegno” con cui alleviare le ripercussioni negative del libero scambio?

Se si riconoscono i pericoli di questa strategia per poi, ciononostante, perseverare sulla stessa strada, l'elemento sociale, nonché quello ambientale e culturale del programma si limiteranno sempre solo a riparare e contenere i danni, mentre dovrebbero costituire le linee direttrici di tali accordi.

Inoltre, per essere ammessi agli aiuti, i paesi MEDA devono soddisfare i requisiti posti dalle istituzioni di Bretton Woods (ad esempio dal FMI), i cui programmi sono noti per le strategie asociali e mirate unicamente alla liberalizzazione.

Il partenariato euromediterraneo deve tendere a colmare le disparità fra le regioni settentrionali e meridionali del bacino mediterraneo, a migliorare la qualità di vita delle popolazioni e a promuoverne la comprensione reciproca nelle diverse regioni. Ma se il libero scambio diviene il filo conduttore, questi principi si riducono ad obiettivi di facciata e, ancora una volta, ne escono vincitori pochi ricchi.

Inoltre, contesto il fatto che lo strumento del partenariato euromediterraneo venga utilizzato abusivamente per impedire la migrazione dall’area in questione verso l’Europa. Non soltanto negli accordi con i paesi mediterranei, ma in tutti gli accordi con uno o più paesi terzi, l’Unione europea inserisce da qualche tempo come obiettivo la “lotta contro l’immigrazione clandestina” e il “rimpatrio” dei profughi “illegali”. Di conseguenza, ogni singolo accordo rafforza la roccaforte dell’Unione. Anche questa relazione costituisce un esempio della politica europea di sbarramento a migranti e profughi: i paesi Mediterranei meridionali vengono considerati un avamposto della fortezza Europa. Infatti, si chiede loro di far sì che “persone non grate” non possano fare il loro ingresso nell’Unione. Mi chiedo come l’Unione europea possa rivendicare il rispetto dei diritti dell’uomo e della libertà dell’individuo nei confronti dei partner del Mediterraneo se a sua volta non rispetta i diritti dei migranti, li dichiara illegali e tenta ad ogni costo - persino a prezzo della loro vita - di tenerli lontani dall’Europa. Questa relazione non fa che ribadire la libera circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali, ma, una volta di più, calpesta la libertà e i diritti delle persone. Perciò, benché essa contenga alcuni elementi positivi, voterò contro.

 
  
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  Vlasto (PPE-DE), per iscritto. - (FR) Ho votato a favore della relazione dell'onorevole Valdivielso de Cué perché il partenariato euromediterraneo si deve fondare su un programma MEDA operativo ed efficace. In qualità di rappresentante eletta di una città affacciata sul Mediterraneo, vorrei che nel corso del periodo 2000-2006 a questo partenariato venissero accordate risorse paragonabili a quelle destinate ai paesi dell'Europa centrale e orientale.

Nell'attuazione del programma MEDA, le misure di semplificazione proposte dalla Commissione europea, e rafforzate dalla relazione, sono quanto mai utili. Se si guarda l'esecuzione degli stanziamenti del primo programma MEDA, come si può giustificare il fatto che di questi solo un quarto sia stato effettivamente pagato, e ciò nell'arco di un periodo medio di quattro anni? Problemi del genere nuocciono alla nostra credibilità internazionale ed inviano ai contribuenti europei un'immagine deplorevole dell'utilizzo dei fondi pubblici da parte delle Istituzioni comunitarie. Non possiamo essere soddisfatti di un simile bilancio.

Ne consegue che non si possono non sostenere le modifiche proposte dalla Commissione europea. L'aiuto ai paesi mediterranei dev'essere efficace e rapido, in accordo con le priorità politiche dell'Unione europea. Proponendo una decentralizzazione dell'amministrazione dei progetti ed un riorientamento del comitato di gestione MED e insistendo sul rafforzamento della cooperazione tra Unione e Stati membri, la relazione dell'onorevole Valdivielso de Cué contribuisce al miglioramento del programma MEDA.

Il rafforzamento della partecipazione del Parlamento europeo al processo decisionale MEDA è un altro punto che mi pare cruciale. Trovo deplorevole infatti che su una questione tanto importante come la modifica del regolamento MEDA il Parlamento possa pronunciarsi solo sulla base della procedura di consultazione.

Grazie alle modifiche da noi proposte nella relazione, il programma MEDA disporrà di procedure di attuazione semplificate, decentralizzate e trasparenti. Mi auguro fin d'ora che questo programma disponga nel bilancio comunitario di risorse finanziarie corrispondenti alle ambizioni politiche da noi manifestate per la zona mediterranea. La Commissione europea si è impegnata a potenziare il personale incaricato di MEDA per arrivare ad un numero di risorse umane analogo a quello assegnato ad altri grandi programmi quali PHARE e TACIS. In fase di esame del bilancio 2001 il Parlamento europeo dovrà assicurarsi che quest'impegno diventi realtà.

Per quanto riguarda gli stanziamenti destinati al programma MEDA, auspico che la dotazione finanziaria rispecchi la volontà politica manifestata sia dal Consiglio che dal Parlamento di fare del partenariato euromediterraneo una priorità nelle azioni esterne.

La modifica del regolamento MEDA volto a rafforzare il processo decisionale ed a semplificare la procedura di attuazione dei progetti costituisce una tappa importante del partenariato euromediterraneo. Starò attenta a che la votazione del bilancio MEDA rappresenti un ulteriore passo avanti con cui poter ribadire l'importanza da noi attribuita a tale partenariato.

 
  
  

- Relazione Varela Suanzes-Carpegna (A5-0194 e A5-0188/2000)

 
  
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  Fatuzzo (PPE-DE). - Signora Presidente, sulla relazione Varela, concernente la convenzione di pesca con la Guinea ho votato a favore, anche se i gamberetti e i tonni non accoglieranno favorevolmente questa relazione che regolamenta la loro cattura. Ho espresso all'onorevole Fernández Martín questa mia opinione, quando si è trattato delle isole Canarie, ed egli mi ha giustamente detto: "Sì, ma i gamberetti non votano, e poi io sono un pescatore".

Signora Presidente, questa relazione presenta delle mancanze, in quanto dà dei denari allo Stato della Guinea, da un lato, per agevolare il ripopolamento ittico e diminuire la quantità di pesce pescato e, dall'altro, per mandare i pescherecci dell'Unione europea a pescare i gamberetti e il tonno in quei mari. Ebbene, io credo che questa sia una forma di colonialismo che dovrebbe essere cancellata.

Per quanto riguarda la seconda relazione Varela, relativa alla convenzione di pesca con l'isola Maurizio, ho votato sì a favore, signora Presidente, ma debbo sottolineare che l'ho fatto a fatica. Perché? Perché la commissione per lo sviluppo ha presentato un emendamento in cui chiedeva che venissero controllati i salari dei pescatori, e io aggiungo, anche le loro pensioni. Purtroppo questo emendamento non è stato accolto. Ora, noi ci accingiamo, attraverso questo documento, a stipulare un accordo commerciale, diamo dei danari dell'Unione ma non chiediamo di poter controllare i contratti dei pescatori. Questo, a mio parere, è negativo!

 
  
  

- Relazione Watson (A5-0201/2000)

 
  
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  Ludford (ELDR). – (EN) Signora Presidente, vorrei fare una dichiarazione di voto a nome del gruppo ELDR. Il nostro obiettivo prioritario era di approvare quest’importantissima relazione, come primo documento di comunitarizzazione delle leggi della Comunità europea in materia di immigrazione e per una questione di giustizia verso i cittadini dei paesi terzi. Ci siamo quindi dimostrati solidali con altri gruppi e deputati di orientamento analogo. Abbiamo sostenuto gli emendamenti del gruppo socialista intesi ad escludere i beneficiari di protezione sussidiaria, alla luce dell’impegno assunto dal Commissario di presentare una proposta riguardante questi ultimi ed i beneficiari di protezione temporanea.

Avremmo preferito che i beneficiari di protezione sussidiaria rimanessero inclusi per una questione di principio, giacché si tratta di persone legalmente residenti da lungo periodo, ma abbiamo deciso di agevolare l’approvazione della relazione. Per lo stesso motivo, ci siamo astenuti sulle questioni riguardanti gli ascendenti, perché, laddove possibile, desideriamo eliminare le obiezioni al fine di garantire una netta maggioranza a favore della relazione, e riconosciamo che l’inclusione degli ascendenti solleva problemi particolari per alcuni deputati. Taluni membri del mio gruppo, tuttavia, avrebbero preferito adottare una posizione più generosa. Le onorevoli Malmström e van der Laan hanno chiesto di essere specificamente menzionate al riguardo.

Il mio gruppo ha intenzionalmente votato a favore dell’inclusione dei partner non coniugati, qualora lo Stato membro interessato riconosca legalmente questo tipo di unioni, e mi risulta che ciò riguardi attualmente tre paesi. Riteniamo giusto non interferire su una decisione interna riguardante il riconoscimento giuridico di tali unioni.

 
  
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  Fatuzzo (PPE-DE). - Signora Presidente, ho votato contro la relazione Watson, come tutto il Partito popolare europeo, non soltanto perché non sono stati accolti gli emendamenti presentati dal gruppo, al quale ho il piacere di appartenere, ma anche perché i pensionati sono stanchi di vedere il territorio dell'Unione europea sempre più pieno di extracomunitari che non hanno i mezzi per vivere. E' previsto in questo documento che possano entrare e ricongiungersi con i loro famigliari - cosa di per sé ottima e sulla quale sono d'accordo - anche i famigliari di immigrati che vivono in un determinato Stato dell'Unione europea con un reddito pari alla sola pensione minima della previdenza sociale. Ma la pensione minima della previdenza sociale è già una pensione da fame per una persona! Come farà a sfamare tutti i famigliari l'immigrato che ha questo così basso reddito?

 
  
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  Berthu (UEN), per iscritto. - (FR) Pur essendo eccessivamente lassista, la relazione Watson relativa alla proposta di direttiva concernente il ricongiungimento familiare è stata appena adottata dal Parlamento a larga maggioranza con 323 voti favorevoli e 212 contrari. L'esito della votazione dimostra fino a che punto i deputati europei e la Commissione, autrice della proposta iniziale, stiano fallendo nel loro compito principale che consiste non nel soddisfare il mondo intero, ma nel tutelare i popoli europei.

Tale risultato è inoltre una conferma di ciò che abbiamo sempre detto a proposito della comunitarizzazione della politica in materia di immigrazione ad opera del Trattato di Amsterdam, applicata nella fattispecie al caso particolare del ricongiungimento familiare dall'articolo 63, paragrafo 3 del Trattato sull'Unione europea: il trasferimento dei poteri decisionali dal livello nazionale a quello europeo viene utilizzato non per rafforzare le nazioni, come alcuni hanno asserito per ingannare gli elettori, ma piuttosto per demolire ancor più le loro difese.

La proposta di direttiva sul ricongiungimento familiare, nella versione approvata dalla relazione Watson, proclama a livello europeo un diritto al ricongiungimento familiare che sotto il profilo giuridico non esiste ancora a tale livello e che, a nostro avviso, non dovrebbe esistere in quanto diritto. Infatti, lo Stato ospitante non obbliga l'immigrato ad entrarvi. Si tratta di una decisione presa dallo stesso immigrante che, se accolto, non deve rivendicare il diritto di far venire altre persone.

Si può notare peraltro che la motivazione della proposta di direttiva si riferisce nobilmente alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo ed ai patti internazionali del 1966 che riconoscono "che la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e che in quanto tale ha diritto ad essere protetta ed assistita dalla società e dallo Stato". Ebbene, al tempo stesso la pretesa Convenzione che elabora una Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea si sta rifiutando con ostinazione di tener conto di questo principio. Se ne deve desumere che il riconoscimento della famiglia come nucleo naturale e fondamentale della società è valido quando serve a giustificare il ricongiungimento familiare, ma non lo è più quando potrebbe servire a sostenere le famiglie europee.

La proposta di direttiva approvata dalla relazione Watson non si limita a proclamare questo diritto inesistente, ma attribuisce il titolo di "richiedente il ricongiungimento" non solo agli immigrati legali, ma anche alle persone che godono dello status di rifugiato. Inoltre, i beneficiari del ricongiungimento familiare non sono solo il coniuge ed i figli minorenni del richiedente, ma anche "il partner non sposato che ha una relazione duratura con il richiedente", definizione che comprende le coppie omosessuali nel caso in cui la legislazione dello Stato membro li assimili alle coppie sposate. La direttiva vi aggiunge anche i figli maggiorenni che "non possono provvedere obiettivamente ai loro bisogni", nonché gli ascendenti del richiedente, del coniuge o addirittura del partner non sposato.

Si può vedere chiaramente che le porte sono completamente spalancate e che lo scopo è di favorire in maniera massiccia un movimento colonizzatore che cambierà la natura delle società europee.

Le classi politiche nazionali non avrebbero potuto approvare un testo del genere, perché esse sono maggiormente controllate dai loro popoli. Per questo motivo hanno trasferito la competenza a Bruxelles, incaricandola di svolgere il lavoro sporco al loro posto all'oscuro di tutti. Questa è la vera funzione dell'Europa di oggi.

 
  
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  Blak, Lund e Thorning-Schmidt (PSE), per iscritto. - (DA) I socialdemocratici danesi al Parlamento europeo accolgono favorevolmente l’iniziativa relativa all’introduzione di regole comuni per il ricongiungimento familiare, pur avendo votato contro alcuni singoli punti, tra i quali la regola dell’anno. Conseguentemente, e tenuto conto della riserva danese nel settore giuridico, i socialdemocratici danesi si sono astenuti dal voto sulla proposta finale.

 
  
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  Busk, Haarder, Jensen e Riis-Jørgensen (ELDR), per iscritto - (DA) I deputati iscritti al partito Venstre deplorano che il governo danese, in ragione della riserva danese, non abbia potuto intervenire per influenzare la direttiva e sia l’unico paese a non avere il diritto di veto, deploriamo altresì che il governo non voglia, come altri paesi, introdurre condizioni più rigide in materia di capacità di autosostentamento, alloggi, eccetera, per gli immigrati in Danimarca che desiderano un ricongiungimento familiare. La proposta contenuta nella proposta di direttiva relativa al diritto di ricongiungimento familiare dopo un anno non costituirebbe alcun problema, se la Danimarca, analogamente agli altri paesi, imponesse le condizioni esplicitamente previste dalla proposta di direttiva. In tal caso, non sarebbe compito dei comuni procurare un alloggio e provvedere al sostentamento delle persone in questione, come avviene oggi. Ma allo stato attuale delle cose, la regola dell’anno non è praticabile in Danimarca, senza che questo causi gravi problemi. Ci asteniamo purtroppo quindi dal voto sulla relazione, poiché vorremmo che ci fosse una politica comune, in particolare nel settore dell’asilo.

 
  
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  Caudron (PSE), per iscritto. - (FR) Dopo i progressi compiuti in occasione del Consiglio europeo di Tampere nell'ottobre 1999 in materia di spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia, e nel momento in cui discutiamo della Carta dei diritti fondamentali, la relazione che oggi stiamo esaminando mi sembra della massima importanza. Si tratta della problematica del ricongiungimento familiare.

Per il momento questo diritto è riconosciuto solo da strumenti giuridici internazionali, in particolare dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del 1950. A livello nazionale, le situazioni sono assai eterogenee. Partendo dal presupposto che il ricongiungimento familiare consente di tutelare l'unità familiare e favorisce l'integrazione dei cittadini di paesi terzi negli Stati membri, era indispensabile inserire il diritto al ricongiungimento familiare nella legislazione comunitaria.

La proposta della Commissione europea è intesa quindi a riconoscere tale diritto ai cittadini di paesi terzi che risiedono legalmente in uno Stato membro a condizione che venga soddisfatto un certo numero di condizioni materiali e procedurali.

Mi compiaccio del lavoro svolto dai colleghi della commissione per le libertà pubbliche che si sono battuti per combattere la visione estremamente restrittiva e conservatrice espressa dal primo relatore nominato, riuscendo a redigere un testo che si avvicina alla proposta di base della Commissione europea che, a mio giudizio, era nel complesso soddisfacente.

Pertanto, beneficeranno del diritto al ricongiungimento familiare le persone che appartengono ad una delle seguenti categorie:

- cittadini di un paese terzo in situazione regolare sul territorio di uno Stato membro e in possesso di un permesso di soggiorno con un periodo di validità di almeno un anno;

- rifugiati, indipendentemente dal periodo di validità del permesso di soggiorno, o cittadini dell'Unione che non esercitano il diritto di libera circolazione delle persone.

Le persone ammesse al ricongiungimento familiare sono:

- il coniuge o il partner non sposato del richiedente il ricongiungimento (compreso il partner dello stesso sesso); si noti che la disposizione relativa al partner non sposato si applica unicamente negli Stati membri in cui la situazione delle coppie non sposate è assimilata a quella delle coppie sposate;

- i figli della coppia, sposati o meno, nati nel o al di fuori del matrimonio o di un matrimonio precedente;

- sono compresi altresì i figli di uno solo dei coniugi o dei partner, a condizione che questi ultimi ne abbiano la custodia o il carico effettivo;

- gli ascendenti, quando tali persone sono a carico del richiedente nonché i figli maggiorenni a carico.

 
  
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  Evans, Robert J.E. (PSE), per iscritto. – (EN) Mi esprimo a nome mio e dei 28 colleghi del partito laburista britannico. Siamo soddisfatti di avere sostenuto e votato a favore di questa relazione, sebbene, per diversi motivi, il governo del Regno Unito abbia esercitato il suo diritto di non aderire all’iniziativa.

Come gli onorevoli deputati sanno, il governo del Regno Unito ha sottoscritto le conclusioni del Consiglio europeo di Tampere. Sussistono, tuttavia, diversi aspetti e questioni pratiche riguardanti la sovranità che il Regno Unito prende molto seriamente, il che significa che la partecipazione del Regno Unito in questa fase non è opportuna né possibile. Tuttavia, questo non sminuisce l’impegno del nostro governo nei confronti dei principi e dei valori fondamentali che informano la relazione. Infatti, è intenzione dichiarata del governo che il Regno Unito non debba trovarsi in grave disarmonia con i partner europei in questa sfera importante della politica in materia d’immigrazione.

I deputati laburisti hanno quindi votato a favore della relazione e confermano il sostegno ai principi del ricongiungimento familiare.

 
  
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  Lulling (PPE-DE), per iscritto - (DE) Il Lussemburgo è il paese dell’Unione europea la cui popolazione presenta la più elevata percentuale di stranieri: il 37 per cento. La maggioranza di essi, l’87 per cento, proviene da paesi dell’Unione europea, ma da qualche tempo la percentuale di immigrati di paesi terzi cresce più rapidamente di quella dei cittadini degli altri 14 Stati membri.

Il nostro mercato del lavoro dipende dagli immigrati, anche se le carenze più gravi sono colmate da lavoratori frontalieri di Francia, Belgio e Germania. Quasi un terzo della forza lavoro, oltre 80 000 persone, è costituito da frontalieri, ed oltre la metà della popolazione attiva non ha la cittadinanza lussemburghese. Questi dati denotano la rilevanza, per il mio paese, di una politica di immigrazione ragionevole, e naturalmente, della questione cruciale del ricongiungimento familiare. Rientra senz’altro fra i compiti della Commissione, specie dopo l’entrata in vigore del Trattato di Amsterdam, proporre, nell’ambito della Comunità europea, misure in materia di ingresso e soggiorno dei cittadini di paesi terzi, soprattutto nell’intento, indubbiamente lodevole, di conseguire un ravvicinamento delle legislazioni nazionali quanto alle condizioni di ingresso e di soggiorno dei cittadini di paesi terzi.

Nella sua proposta di direttiva concernente il diritto al ricongiungimento familiare, la Commissione fa giustamente rilevare che la presenza dei congiunti favorisce una vita familiare normale e, di conseguenza, una maggiore stabilità ed un più profondo radicamento delle persone nel paese di accoglienza. Sappiamo ed apprezziamo che la Dichiarazione generale dei diritti dell’uomo ed altre convenzioni internazionali riconoscono la famiglia quale fondamento naturale della società, cui sono dovute protezione ed assistenza.

In siffatto contesto, anche se diversi accordi internazionali non riconoscono alcun diritto al ricongiungimento familiare, in linea di principio sono favorevole alla proposta della Commissione circa uno strumento giuridico comunitario in questo ambito. Peraltro, non vogliamo indurre il caos assoluto, né creare nuove possibilità per le organizzazioni criminali di immigrazione clandestina. Dobbiamo anzitutto garantire che le norme in materia tengano conto della capacità d’accoglienza dei singoli Stati membri, risultato che non otterremmo certo approvando nella forma attuale la relazione della commissione per le libertà e i diritti dei cittadini, la giustizia e gli affari interni. La relatrice ha fatto bene a ritirare il proprio nome dalla relazione approvata in sede di commissione con 25 voti contro 13. Infatti, una direttiva nella forma attualmente proposta dalla maggioranza della commissione competente è semplicemente inattuabile, pericolosa e controproducente. Soltanto gli emendamenti del mio gruppo e della relatrice originaria, la onorevole Klamt, avrebbero potuto convincermi a votare a favore di questa relazione.

Ricongiungimento familiare, sì! Ma come definire la famiglia? Quanti sono i consorti, in caso di poligamia, i figli, i compagni, i parenti nel senso ampio del termine, i partner nei matrimoni fittizi, per cui il cittadino di un paese terzo può chiedere il ricongiungimento con permesso di soggiorno regolare? 10, 20, 100, a seconda della tradizione e delle credenze religiose?

Devono senz'altro avere un peso considerazioni di tipo umanitario, ma il tutto dev’essere gestibile e controllabile. Bisogna anzitutto evitare che, a causa di una direttiva europea, i singoli Stati membri si trovino in una situazione che non sono più in grado di controllare.

Naturalmente, gli Stati membri che abbiano una normativa più favorevole in materia devono poterla mantenere.

Questa dichiarazione intende mettere in guardia da eccessi che possono comportare conseguenze imprevedibili, senza peraltro mettere in discussione il principio dell’unità familiare, al contrario!

 
  
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  Sacrédeus e Wijkman (PPE-DE), per iscritto. – (SV) La relazione verte principalmente su due categorie diverse, cittadini extracomunitari e profughi, e sul loro diritto al ricongiungimento familiare nei paesi dell'Unione. Noi, cristiano-democratici svedesi, siamo del parere che queste due categorie vadano trattate in modo distinto. Il diritto dei profughi al ricongiungimento familiare va trattato sì in modo analogo, ma in una direttiva distinta.

La famiglia è il mattone della società e per questo noi dobbiamo vigilare sul diritto a una vita familiare. Soprattutto occorre tutelare il diritto dei bambini al ricongiungimento con i genitori, ma questo stesso diritto dovrebbe valere, in alcuni casi (per esempio in caso di gravi motivi di salute), anche per i familiari ascendenti e per i figli maggiorenni. E' inoltre importante che i membri della famiglia, per esempio a seguito di un divorzio o di un decesso, ricevano un permesso di soggiorno autonomo nel paese d'accoglienza, e che sia riconosciuto loro il diritto di lavorare e studiare in questo paese.

Con queste riserve e precisazioni, appoggiamo la relazione.

 
  
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  Schröder, Ilka (Verts/ALE), per iscritto. - (DE) Nonostante la limitazione ai rifugiati ai sensi della Convenzione di Ginevra in materia, voto a favore di questa relazione. La proposta della Commissione non comporta alcun progresso per la maggior parte degli omosessuali e dei rifugiati che si trovano sotto tutela temporanea o sussidiaria.

Tuttavia, dal punto di vista strettamente tedesco essa implica un miglioramento della situazione per quei rifugiati che, in base al criterio della parentela, possono consentire ad altri una migrazione legale. Sono favorevole anche perché, benché quasi ogni giorno si inveisca contro l’estremismo di destra in Germania, è proprio il Ministro degli interni tedesco Schily a pronunciarsi contro una normativa tollerante in materia d’immigrazione. Egli teme infatti che, con l’entrata in vigore della direttiva, il numero dei migranti che affluiscono in Germania salga “a sei zeri”. Con il suo intervento, egli apre verbalmente la strada a coloro che vogliono espellere con la forza dalla Repubblica federale tedesca, vive o morte, questa massa di persone “a sei zeri”. In tal modo, l’impegno contro l’estremismo di destra non soltanto diventa una maschera ipocrita, ma si tramuta nel suo contrario.

 
  
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  Lulling (PPE-DE). - (FR) Signora Presidente, non si potrebbe procedere come in passato, ovvero nominare tutti coloro che vogliono rilasciare la loro dichiarazione di voto per iscritto in modo da poter iniziare? È una situazione impossibile. Si è costretti ad aspettare in Aula una mezz'ora dopo la votazione per dire che si presenta la propria dichiarazione di voto per iscritto. In precedenza esisteva un altro sistema che perlomeno era organizzato meglio.

 
  
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  Presidente. - Non si arrabbi, onorevole Lulling. Come lei sa, è molto difficile riuscire ad annunciare il nome dei colleghi che vogliono rilasciare una dichiarazione di voto per iscritto. I servizi del Parlamento verificano se i colleghi sono presenti e registriamo tutte le richieste per iscritto senza doverle annunciare. Si verifica che il collega sia presente in Aula all'inizio delle dichiarazioni di voto e quindi io provvedo a chiamare i deputati solo per le dichiarazioni orali. Di conseguenza, lei è sollevata da qualsiasi obbligo di rimanere.

 
  
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  De Rossa (PSE). – (EN) Sono rimasto qui seduto quasi mezz’ora in attesa di sentire chiamare il mio nome, perché i servizi mi hanno comunicato che avrei dovuto essere presente in Aula per presentare la mia dichiarazione di voto scritta. Non comprendo il problema. Per quale motivo i servizi non possono fornire informazioni chiare e semplici? Ho espresso l’intenzione di presentare la dichiarazione di voto per iscritto e mi è stato riferito che sarei comunque dovuto essere presente in Aula per la votazione e quindi avrei dovuto attendere di essere chiamato per segnalare l’intenzione di presentarla per iscritto. Per quale motivo ho dovuto sprecare mezz’ora qui?

 
  
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  Presidente. - Mi dicono che si tratta di un malinteso. Le è stato detto che avrebbe dovuto essere presente durante la votazione. Mi è sempre parso che fosse così, e non che si dovessero attendere tutte le dichiarazioni di voto.

 
  
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  De Rossa (PSE). – (EN) Signora Presidente, mi è stato detto esplicitamente che avrei dovuto essere presente in Aula per comunicare la mia intenzione di presentare la dichiarazione di voto per iscritto. In una precedente occasione non ero presente e sono stato bacchettato sulle dita per la mia assenza.

 
  
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  Presidente. - Non si può protrarre questa discussione, ma vi prometto che chiariremo la situazione in seno all'Ufficio in modo che tutti i presidenti dei turni di votazione applichino le stesse regole per le dichiarazioni. Personalmente, penso che il metodo corretto consista nel verificare che i colleghi siano presenti alla votazione in modo che se intendono presentare la loro dichiarazione per iscritto si possano ritenere sollevati da qualsiasi obbligo e che non si tenga conto delle dichiarazioni di voto per iscritto dei deputati che non hanno preso parte alla votazione. Penso che sia una buona regola, ma prima voglio poter esaminare la questione con gli altri vicepresidenti che, come me, presiedono i turni di votazione. Grazie per la vostra comprensione.

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- Creazione di un Osservatorio dei mutamenti industriali

 
  
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  Caudron (PSE), per iscritto. - (FR) Tengo a manifestare il mio sostegno all'elaborazione di un nuovo incarico affidato ad una delle agenzie dell'Unione europea il cui scopo è analizzare e soprattutto anticipare i mutamenti industriali. Ciò costituisce un forte messaggio politico che dimostra la volontà di reagire a tali mutamenti che sono il risultato di eventi destabilizzanti di vario genere dovuti in particolare alle evoluzioni economiche e finanziarie, allo sviluppo di nuove tecnologie, alla concorrenza internazionale ed alla mondializzazione degli scambi.

Al Vertice di Lussemburgo del novembre 1997 si è presa coscienza dell'importanza di studiare meglio questi fenomeni per non doverli più subire e per contrastarne gli effetti negativi. Questa riflessione ha portato alla creazione di un gruppo di esperti meglio noto sotto il nome di Gruppo Gyllenhammar incaricato di analizzare le implicazioni economiche e sociali dei mutamenti industriali.

Le conclusioni di tale gruppo hanno suggerito al Consiglio europeo di Cardiff, nel dicembre 1998, la creazione di un Osservatorio dei mutamenti industriali, proposta di cui oggi finalmente discutiamo e che, mi auguro, si concretizzerà in un futuro molto prossimo.

Questi ultimi anni sono stati infatti contrassegnati dal moltiplicarsi di trasferimenti, ristrutturazioni e fusioni che hanno modificato in maniera considerevole il paesaggio industriale europeo e che hanno avuto gravi ripercussioni in termini di occupazione e di coesione economica e sociale.

Gli Stati membri non adeguatamente preparati a questi cambiamenti li hanno troppo spesso subiti ed hanno poi tentato, volenti o nolenti, di raccoglierne i cocci sotto lo sguardo talvolta pieno di rimprovero della Commissione europea che non ha esitato a condannarne più d'uno per aiuti di Stato illeciti.

Le prime vittime di questi mutamenti imprevisti sono naturalmente i lavoratori che, nonostante una ripresa della crescita ed il miglioramento della situazione economica generale, continuano a vivere in un clima d'incertezza.

Infatti, come si è visto di recente, le imprese licenziano anche quando sono in attivo perché non si può fare a meno di ristrutturare e fondere società senza pensare ad adempiere gli obblighi imposti in materia d'informazione e di comunicazione dei lavoratori. Ne approfitto per lanciare un appello al Consiglio che blocca la proposta di direttiva relativa all'informazione ed alla consultazione dei lavoratori.

In breve, l'osservatorio dovrà essere utilizzato come strumento di previsione dei mutamenti industriali. In questo modo, si potranno adottare le misure necessarie per meglio preparare i lavoratori, in particolare proponendo loro una formazione orientata alla riconversione verso settori di attività promettenti per il futuro. Sostengo la proposta contenuta nella risoluzione volta ad introdurre nella Carta dei diritti fondamentali il diritto alla formazione lungo tutto l'arco della vita. È ovvio che si debba dare ampia diffusione alle analisi dell'osservatorio.

 
  
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  De Rossa (PSE), per iscritto. – (EN) Deploro la decisione del PPE, dell’ELDR e dell’UEN di votare contro la risoluzione del PSE, relativa alla creazione di un Osservatorio europeo dei mutamenti industriali. Tale Osservatorio agevolerebbe l’adozione di una strategia più orientata all’azione nei riguardi dei mutamenti industriali a medio e lungo termine, il che andrebbe a vantaggio di tutti gli interessati: la Commissione, il Parlamento europeo, le parti sociali, i governi e le autorità locali.

L’Osservatorio potrebbe essere integrato in un organismo o una fondazione esistente, ampliandone le competenze attuali, come proposto nella risoluzione del PSE.

E’ incomprensibile che alcuni deputati irlandesi votino contro una proposta di questo tipo, dal momento che la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di Dublino sarebbe candidata a svolgere tali funzioni.

 
  
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  Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Le radicali trasformazioni industriali degli ultimi anni derivanti dalla crescente globalizzazione, dalle nuove tecnologie e dai mutamenti sociali non sono soltanto all'origine della crescita economica e di nuovi settori produttivi, ma anche di un numero crescente di concentrazioni, chiusure e trasferimenti di imprese che si sono tradotti nella perdita di mercati locali, in disoccupazione, degrado dei sistemi di sicurezza sociale e di tutela del lavoro, maggiore esclusione sociale e sofferenze umane enormi.

Pertanto, al fine di contribuire ad evitare le conseguenze più gravi delle trasformazioni industriali, è della massima importanza creare un Osservatorio europeo dei mutamenti industriali che favorisca un approccio più attivo e responsabile nei confronti dello sviluppo industriale e veda la partecipazione delle parti sociali.

Ma è altrettanto urgente che la Commissione acceleri la revisione della direttiva 94/95/CE relativa all'istituzione di un comitato aziendale europeo e del regolamento (CEE) n. 4064/89 in modo da garantire una maggiore partecipazione delle organizzazioni dei lavoratori alla fase che precede le decisioni riguardanti le concentrazioni ed i trasferimenti di imprese ed una maggior garanzia di tutela e difesa dei diritti dei lavoratori.

 
  
  

- Priorità in materia di azioni esterne

 
  
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  Korakas (GUE/NGL), per iscritto.(EL) Votiamo contro la risoluzione comune sulle priorità in materia di azioni esterne dell’Unione poiché riteniamo che, su proposta dello stesso Parlamento europeo, si promuova sia un’ulteriore negazione di qualsiasi possibilità per gli Stati membri di attuare una politica estera e di sicurezza comune davvero indipendente, sia l’assimilazione nella PESC ancora in gestazione, ma che ha già lasciato il segno con una serie di interventi politici e militari in paesi terzi allo scopo di servire gli interessi imperialistici dell’UE, contrari a qualsiasi concezione dl diritto internazionale e a scapito dei popoli dell’Unione e degli altri paesi. Ciò si è ripetuto di recente nel caso del Kosovo e, più in generale, della Jugoslavia.

La militarizzazione dell’Unione, la corsa agli armamenti, l’adeguamento degli arsenali e dell’industria bellica, l’imposizione della volontà del più forte nella giungla della “globalizzazione” e del libero mercato sono agli antipodi rispetto ai sogni e alle lotte dei popoli per conquistare la pace, giungere ad una soluzione politica e pacifica delle controversie e far prevalere il diritto internazionale.

E’ palese che questa politica va di pari passo con le recenti decisioni del Consiglio di vietare l’accesso ai documenti relativi alla politica di sicurezza e difesa.

L’orientamento generale tende ad allontanare i cittadini degli Stati membri dell’UE dai centri decisionali, impedendo loro di interferire con gli sviluppi, e a frapporre ostacoli al movimento popolare e ai parlamenti nazionali ed europeo che desiderano esercitare il controllo democratico.

Ci preoccupa soprattutto il fatto che oggi l’Unione, violando i suoi stessi Trattati, cerchi di eludere la concorrenza interna con mezzi indiretti. Si prefigge di sostenere di più gli interessi del grande capitale europeo, di conquistare nuovi mercati e di difendere l’euro anche con le armi. Il “nuovo ordine” presenta nuove sfide ai popoli e ai paesi meno sviluppati al fine di consolidare il proprio predominio.

In pratica si promuove una politica che fa il gioco del grande capitale e che si schiera dalla parte degli USA, piegandosi ai loro ordini e favorendo il “nuovo ordine” a scapito dei popoli. Così si comprende meglio perché l’UE non sia infastidita dalla barbara invasione e l’ininterrotta occupazione del 38 percento di Cipro o dai bombardamenti turchi sull’Iraq.

A nostro avviso, la questione da affrontare non è tanto se e quanto sovvenzionare le azioni comuni mediante il bilancio comunitario, ma mettere fine a questa tragedia per gli interessi dei popoli e la politica della pace.

Il problema non è se Solana o un qualsiasi mister PESC presenterà comunicazioni annuali in Parlamento, ma come i popoli europei si riapproprieranno del loro destino per intervenire in modo efficace e imporre la pace, la solidarietà e la cooperazione internazionale fondata sul vantaggio reciproco.

La risoluzione comune si limita a queste due questioni di importanza secondaria per giungere ad una conclusione arbitraria e al tempo stesso pericolosa, in base alla quale il “sistema intergovernativo”, fondamento della politica estera dell’Unione, costituisce la ragione del fallimento della politica estera comune, mentre il suo successo dipenderebbe dalla sua comunitarizzazione. Così si disorientano i cittadini, lasciandoli alla mercé delle scelte incontrollabili del grande capitale.

Per tutti i suddetti motivi riteniamo che la risoluzione “comune” in questione dimostri in modo drammatico l’urgenza di un’opposizione e di una resistenza comune dei cittadini contro questa politica criminale, assumendosi la responsabilità dei propri atti.

 
  
  

- Relazione Veltroni (A5-0209/2000)

 
  
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  Fatuzzo (PPE-DE). - Signora Presidente, ho votato a favore della relazione Veltroni anche e soprattutto perché, come rappresentante del Partito dei pensionati al Parlamento europeo, so che i pensionati e gli anziani passano molto del loro tempo guardando la televisione. Avrei però voluto che in questa relazione ci fosse un'indicazione per la costituzione, finalmente, di un programma televisivo europeo. I cittadini dell'Europa hanno il diritto di vedere che l'Europa esiste, e questo lo possiamo fare - e facilmente - con dei programmi televisivi europei. Inoltre, sarebbe bene che si regolamentassero le televisioni degli Stati dell'Unione europea in modo da lasciare libertà di espressione a tutte le forme di partecipazione politica nei vari Stati, cosa che ad oggi, purtroppo, non sempre avviene.

 
  
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  Speroni (TDI). - Signora Presidente, ho votato contro perché questa politica conserva ancora, al suo interno, gravi elementi di statalismo e assistenzialismo. Non c'è una vera apertura alla concorrenza e si continua, soprattutto, a prevedere finanziamenti a un'industria - quella cinematografica - senza guardare ai risultati. Si continuerà, quindi, a dare dei soldi a registi che producono pellicole che fanno schifo, che nessuno va a vedere ma che, comunque, sono pagate anche da chi si rifiuta di guardarne anche solo la pubblicità.

 
  
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  Alavanos (GUE/NGL), per iscritto.(EL) La relazione Veltroni della commissione per la cultura indubbiamente arricchisce la comunicazione della Commissione su “principi e orientamenti per la politica comunitaria nel settore degli audiovisivi nell’era digitale”. I punti principali dell’intervento del Parlamento sono i seguenti:

1) la competitività dell’industria europea su scala mondiale, specie rispetto agli USA, che deve essere accompagnata da una garanzia di pluralismo e di multiculturalità;

2) una maggiore efficacia delle misure contenute nella direttiva 89/552/CE sulla “televisione senza frontiere” riguardo alla promozione delle opere europee;

3) la promozione della pluralità linguistica;

4) la tutela dei minori mediante nuovi sistemi di controllo sui programmi;

5) la creazione di un forum europeo per cooperare nell’ambito della trasparenza e dello sviluppo di strategie per far fronte alle concentrazioni sul mercato;

6) il sostegno al settore pubblico degli audiovisivi con la possibilità di trasmettere su scala mondiale;

7) la promozione del mercato interno del cinema mediante l’elaborazione di una nuova direttiva.

Pur votando a favore della relazione Veltroni, che migliora decisamente la comunicazione della Commissione, formulo una riserva dovuta, da un lato, ad una concezione di concorrenza che potrebbe giustificare i grandi gruppi e le concentrazioni negli audiovisivi nel nome di un rafforzamento europeo rispetto agli USA, estendendo così il fenomeno Berlusconi, e dall’altro alla mancanza di meccanismi per effettuare controlli, in modo che gli obiettivi politici del Parlamento non siano condannati a restare pii desideri, come spesso accade con i successivi emendamenti alla direttiva sulla “televisione senza frontiere”.

 
  
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  Caudron (PSE), per iscritto. - (FR) Accolgo con soddisfazione questa relazione relativa alla comunicazione della Commissione il cui scopo è definire i principi e gli orientamenti della politica audiovisiva della Comunità per adattarla all'era digitale. Tale adattamento è infatti indispensabile tenuto conto del recente sviluppo delle tecnologie digitali.

Ciò si potrà fare solo a condizione di rispettare i principi prevalenti in questo settore.

- Tutela del pluralismo:

per quanto riguarda tale aspetto, insisto nuovamente sul fatto che, come disposto dal protocollo allegato al Trattato di Amsterdam, la radiodiffusione pubblica svolge un ruolo centrale nella salvaguardia del pluralismo e della diversità culturale e linguistica.

- Possibilità di orientare gli interventi a sostegno strategico dei servizi di interesse generale:

occorre garantire ai cittadini l'accesso ai servizi audiovisivi secondo criteri di universalità, abbordabilità e non discriminazione.

- Maggiore tutela per chi produce opere audiovisive e quindi possibilità di garantire meglio i diritti di proprietà intellettuale, il diritto d’autore, i diritti patrimoniali connessi:

l'effettività della tutela del diritto d'autore è compromessa nell'ambiente digitalizzato. Eppure, il rispetto della proprietà intellettuale è un fondamento della vitalità del settore audiovisivo e cinematografico. È di fondamentale importanza quindi adottare rapidamente la proposta di direttiva sui diritti d'autore e i diritti connessi nella società dell'informazione sia per proteggere la creazione sia per assicurare l'accesso e la circolazione delle opere.

- Maggiore tutela per gli utenti che godono di garanzie diverse a seconda dei diversi servizi di cui usufruiscono:

approvo l'idea di potenziare le sperimentazioni dei sistemi di filtraggio dei programmi e di altri metodi di controllo parentale per la tutela dei minori.

Vorrei concludere insistendo sull'indispensabile revisione della direttiva 89/552/CEE sulla televisione senza frontiere. Occorre rafforzare le disposizioni relative alla circolazione delle opere europee ed alla produzione indipendente per renderle più efficaci. In questa normativa si deve anche prevedere l'obbligo per le emittenti televisive pubbliche e private di riservare una parte dei loro proventi annuali netti agli investimenti nella produzione e nell'acquisto di programmi audiovisivi europei, fra cui film, opere destinate ai minori e quelle realizzate da produttori indipendenti.

 
  
  

- Relazione Heaton-Harris (A5-0199/2000)

 
  
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  Fatuzzo (PPE-DE). - Signora Presidente, ho votato a favore della relazione Heaton-Harris, che riguarda la circolazione degli studenti delle università all'interno dell'Unione europea. Si è fatta un'indagine che, però, ha evidenziato un aspetto che ritengo molto negativo: esattamente la metà degli studenti universitari, che avrebbero avuto diritto di utilizzare il programma ERASMUS, non lo ha utilizzato. Quindi, qualcosa che non funziona sicuramente c'è!

Vorrei tuttavia sottolineare che il mio voto a favore ha significato anche un auspicio, cioè che domani ci sia un programma, in Europa, non solamente per far circolare nelle università i giovani studenti ma per far circolare anche gli anziani che sono iscritti alle università della terza età e che sarebbero felici di poter effettuare degli scambi con i loro coetanei degli altri Stati dell'Unione europea, coetanei naturalmente di sessanta, settanta, ottant'anni o anche più.

 
  
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  Caudron (PSE), per iscritto. - (FR) Sono soddisfatto di potermi esprimere oggi su questa relazione che fa seguito ad una richiesta formulata nel 1998 dal Parlamento europeo nel quadro dei negoziati sulla revisione del bilancio della prima fase di SOCRATES. Quest'inchiesta socioeconomica effettuata nel corso dei primi mesi del 1998 è fondata sulle risposte fornite da quasi 10 000 studenti universitari che hanno partecipato ad azioni di mobilità durante il periodo 1997-1998.

Avviato nel 1987 nel quadro del programma SOCRATES, di cui assorbe il 40 per cento della dotazione totale, il programma ERASMUS mira ad incoraggiare la mobilità degli studenti sviluppando la dimensione europea dell'istruzione e consentendo ai giovani di effettuare una parte dei loro studi in un altro Stato membro. Il programma SOCRATES è entrato nella sua seconda fase con la decisione del 24 gennaio 2000. È un peccato che la relazione sia stata pubblicata così tardi rispetto all'adozione formale del programma SOCRATES II, in quanto in tal modo le sue conclusioni non hanno potuto essere prese in considerazione.

Sono tutti concordi sulla validità di quest'iniziativa grazie alla quale ogni anno 90 000 studenti usufruiscono della possibilità di andare a studiare all'estero. Più di 9 su 10 di loro si sono dichiarati molto soddisfatti del loro soggiorno all'estero, sia da un punto di vista educativo che socioculturale.

Eppure si deve ammettere che il tasso di partecipazione resta basso, se si pensa che a questo programma aderiscono 18 paesi. È ciò che emerge dall'inchiesta della Commissione: nel 1998 solo l'1 per cento degli studenti ha partecipato alle azioni di mobilità che rientrano nell'ambito di ERASMUS. Resta ancora molto da fare per raggiungere l'obiettivo del 10 per cento previsto dal programma.

Occorre quindi scoprire i motivi che sono all'origine di questo basso tasso di partecipazione. L'inchiesta ci fornisce elementi di risposta.

Più del 57 per cento degli studenti di ERASMUS incontrano problemi di carattere finanziario, nonostante il fatto che i partecipanti siano spesso giovani provenienti da ambienti privilegiati. Si tratta peraltro di una discriminazione inammissibile che si deve combattere fornendo un aiuto particolare alle categorie socioeconomiche svantaggiate. Sussistono numerosi problemi in materia di riconoscimento dei diplomi. In qualità di rappresentante eletto di una regione frontaliera, incontro regolarmente giovani diplomati disorientati perché ci si rifiuta di tener conto degli studi da loro seguiti in un altro Stato membro.

Vorrei concludere quindi lanciando un appello alla Presidenza francese affinché integri tutti questi elementi nella riflessione da lei avviata attraverso il gruppo Vision sulla mobilità transnazionale nel settore dell'istruzione, riflessione che dovrà sfociare nella presentazione al Vertice di Nizza di un piano d'azione volto a combattere gli ostacoli che si frappongono a questa mobilità.

 
  
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  Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Ci congratuliamo per l'approvazione della presente relazione alla quale abbiamo contribuito con varie proposte. Adesso speriamo che Commissione e Stati membri adottino le misure necessarie a rendere il programma ERASMUS maggiormente accessibile agli studenti dei ceti meno abbienti, in particolare attraverso l'ottimizzazione del coordinamento tra gli aiuti nazionali destinati all'istruzione superiore e le borse di studio ERASMUS, al fine di promuovere la giustizia sociale nell'accesso al programma ed il suo pieno utilizzo.

Non si può continuare ad accettare che il tasso globale di partecipazione al programma superi a malapena il 50 per cento e che, anche così, il 57 per cento circa degli studenti ERASMUS incontri problemi finanziari preoccupanti.

Come si afferma nella relazione, è deplorevole che del programma ERASMUS abbiano beneficiato essenzialmente studenti di classi sociali i cui genitori dispongono di un livello d’istruzione elevato, con buone possibilità finanziarie e/o originari di paesi dove il sostegno statale concesso agli studenti è più elevato. Da qui la necessità di misure che portino alla realizzazione dell'obiettivo iniziale: consentire al 10 per cento della totalità degli studenti della Comunità di trascorrere parte del loro corso di laurea in un altro Stato membro, e non solo all'1 per cento, com'è avvenuto nel 1997-98, favorendo l'accesso al programma degli studenti provenienti da ceti meno privilegiati dal punto di vista economico.

 
  
  

- Relazione Boumediene-Thiery (A5-0207/2000)

 
  
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  Fatuzzo (PPE-DE). - Signora Presidente, "in cauda venenum", dicevano i latini, cioè "alla fine il veleno". In questa relazione, sulla quale ho votato contro - e a buona ragione - è stato bocciato un emendamento, da me presentato, con cui si chiedeva che le persone inabili, le persone non vedenti, le persone che non sentono, le persone affette da gravi malattie o molto anziane, che per questi motivi ricevono dagli Stati membri una pensione di assistenza, non vengano trattate secondo l'attuale regolamento dell'Unione europea per cui, se si recano in uno Stato dell'Unione diverso dal loro, perdono la loro pensione. In pratica, un inabile non si può spostare nell'Unione europea - dall'Italia alla Gran Bretagna, dalla Francia alla Germania, e così via - perché, se si sposta e cambia la residenza, perde tutte quelle pensioni che gli consentono di vivere. Quando metteremo fine a questa ingiustizia?

 
  
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  Bordes, Cauquil e Laguiller (GUE/NGL), per iscritto. - (FR) Riteniamo che tutti i lavoratori immigrati che vivono e lavorano in uno qualsiasi dei paesi dell'Unione europea debbano avere gli stessi diritti e le stesse libertà, in particolare quella di circolazione, dei cittadini dell'Unione.

Nonostante i limiti della relazione al riguardo e pur non condividendone tutte le formulazioni, l'abbiamo approvata perché le misure in essa previste rappresentano un passo avanti rispetto all'attuale deplorevole situazione dei lavoratori immigrati e dei lavoratori migranti cittadini dei paesi membri.

L'accanimento razzista dell'estrema destra contro la relazione ci conforta in tal senso.

 
  
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  Caudron (PSE), per iscritto. - (FR) Fin dal 1957 il Trattato che istituiva la Comunità economica europea conteneva disposizioni destinate ad assicurare la libera circolazione dei lavoratori sul territorio della Comunità. Vari strumenti comunitari hanno consentito di fare di questo diritto una realtà.

Nel 1990 due direttive (90/364/CEE e 90/365/CEE) hanno esteso il diritto di soggiorno grazie alla definizione di principi generali e di norme per i lavoratori che hanno cessato l'attività. Una terza direttiva (93/96/CE), adottata nel 1993, contiene disposizioni specifiche per gli studenti. Dopo il 1993 ed il Trattato di Maastricht, tutti i cittadini di uno Stato membro possono circolare e risiedere liberamente nell'Unione europea (articolo 14 del Trattato CE), dato che tale diritto è legato alla cittadinanza europea (articolo 18).

La relazione di cui oggi discutiamo intende fare il punto sull'applicazione delle direttive sul diritto di soggiorno di studenti, pensionati e altre persone non economicamente attive, nonché valutare i provvedimenti speciali in tema di circolazione e residenza dei cittadini dell'Unione giustificati da motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità pubblica (direttiva 64/221/CEE).

Per quanto attiene alla prima parte, si deve ammettere che anche se le direttive in questione sono state recepite negli ordinamenti giuridici nazionali talvolta in maniera laboriosa, permangono numerosi ostacoli che dovranno essere abbattuti adottando tutta una serie di misure mirate. Per parlare di un problema che conosco bene, quello degli studenti, mi sembra indispensabile informarli meglio sui loro diritti se desiderano proseguire gli studi in un altro Stato membro. Si dovrebbe inoltre risolvere il problema del riconoscimento dei diplomi che per alcune professioni riveste un'importanza fondamentale.

Per quanto riguarda la seconda parte, esistono numerose difficoltà nell'applicazione della direttiva 64/221/CEE. Il Trattato consente agli Stati membri di imporre limiti in materia di libera circolazione delle persone per motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità pubblica. Orbene, la Commissione constata che gli Stati interpretano questi concetti in maniera completamente diversa, spesso estensiva, insistendo sul fatto che devono essere applicati in conformità del principio di proporzionalità e motivati da una minaccia reale e sufficientemente grave che riguardi un interesse fondamentale della società. In ogni caso, questi concetti devono essere conformi alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.

Per rimediare a tali difficoltà sembra indispensabile adottare una direttiva quadro che organizzi e garantisca l'esercizio fondamentale della libertà di circolazione e di soggiorno. Ciò si renderà possibile con una rifusione globale dei testi esistenti, che avrebbe il merito di porre fine alle disparità di trattamento attualmente esistenti nei vari Stati membri.

Solo a questa condizione si consentirà ai cittadini degli Stati membri di prendere coscienza e di dare corpo al concetto, che per molti è ancora un guscio vuoto, della cittadinanza europea.

 
  
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  Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. - (PT) Mentre è positivo che il documento presentato al Parlamento dalla relatrice sia stato approvato, non si può affermare la stessa cosa della maggior parte degli emendamenti proposti dall'Assemblea. Il principio della libera circolazione delle persone, inserito cinquant'anni fa nel Trattato di Roma, incontra ancora molte difficoltà nella sua applicazione pratica. Come riferito nella relazione, l'applicazione delle direttive sul diritto di soggiorno degli studenti e dei pensionati (90/364, 90/365, 93/96) è del tutto insoddisfacente, e lo stesso vale per quello dei lavoratori migranti.

I lavoratori che svolgono mansioni "atipiche", a tempo parziale, di breve durata o altro, incontrano difficoltà di soggiorno nei paesi di accoglienza. Inoltre, come mette in rilievo la relatrice, vi sono in questo momento milioni di cittadini di paesi terzi che risiedono legalmente in Europa che di frequente si vedono privati del diritto di libera circolazione e stabilimento. Pertanto è indispensabile che gli Stati membri e la Commissione adottino le misure necessarie a garantire l’osservanza dei diritti dei lavoratori migranti e a migliorare le loro situazione.

E' altrettanto indispensabile, per quanto riguarda studenti e pensionati, alleggerire gli iter burocratici e facilitare la libera circolazione, i trasferimenti ed il soggiorno di detti cittadini dell'Unione europea in qualsiasi Stato membro.

 
  
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  Lulling (PPE-DE), per iscritto - (DE) Non ho nulla in contrario a che ci si sforzi di risolvere i problemi restanti in materia di soggiorno dei cittadini dell’Unione, affinché essi possano circolare e soggiornare liberamente nell’intero territorio dell’Unione, anche qualora si tratti di studenti e pensionati.

Tuttavia, nella sostanza non posso appoggiare questa relazione, in quanto essa abusa della possibilità di rivendicare, nell’intera Unione, la libertà di circolazione e di stabilimento per tutti i cittadini di paesi terzi che soggiornino legalmente in uno Stato membro.

Questi ultimi sono milioni, ed è semplicemente inammissibile aspettarsi che altri Stati membri si accollino gli oneri della libera circolazione di milioni di persone, senza tener conto della loro capacità d’accoglienza.

Alcuni esprimono preoccupazioni circa l’adesione di Malta all’Unione europea. Quanto la relazione Boumediene rivendica, in materia di libera circolazione dei cittadini di paesi terzi, sarebbe molto più drastico che non accordare ai cittadini dei paesi candidati dell’Europa centrale ed orientale l’immediata libertà di circolazione e di stabilimento senza alcun periodo transitorio, cosa inconcepibile per ogni persona assennata.

Se veramente vogliamo attizzare la xenofobia nella Comunità, non vi è modo migliore che accogliere le proposte esagerate ed irragionevoli della relazione Boumediene, che, fortunatamente, è stata approvata, in sede di commissione, con soli 23 voti contro 15.

E’ una prevaricazione nei confronti degli altri Stati membri che il governo tedesco accordi, a titolo di doppia cittadinanza, la cittadinanza tedesca a circa due milioni di cittadini di paesi terzi che risiedono sul territorio della Repubblica federale. Infatti, in tal modo esso crea, con un solo tratto di penna, alcuni milioni di nuovi cittadini dell’Unione, che godono del diritto alla libertà di circolazione e di stabilimento, nonché di voto nelle elezioni comunali ed europee, mentre al tempo stesso il Commissario Verheugen chiede un referendum per l’allargamento ad Est. Che ne è allora del nostro diritto di referendum se la Repubblica federale tedesca, senza consultare gli altri Stati membri, con una decisione unilaterale ci appioppa due milioni di cittadini comunitari in più?

Non possiamo accettare le conseguenze di tale magnanimità, senz’altro animata da buone intenzioni, in quanto di essa abuserebbero soprattutto le organizzazioni criminali di immigrazione clandestina.

Sì ad una politica dell’immigrazione ragionevole, che siamo in grado di attuare! No al caos che scaturirebbe inesorabilmente dalla relazione Boumediene!

 
  
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  Theonas (GUE/NGL), per iscritto.(EL) I problemi e gli ostacoli relativi ai diritti dei cittadini europei che si spostano all’interno dell’Unione o che risiedono in uno Stato membro diverso dal paese di cui hanno la cittadinanza, oppure a quelli di cittadini di paesi terzi che risiedono legalmente nell’Unione, sono così numerosi che per molti il famoso diritto alla “libera circolazione” è inesistente o assomiglia ad una continua corsa a ostacoli.

Studenti, pensionati, salariati di varie categorie e lavoratori atipici o a tempo parziale devono tutti confrontarsi con un mucchio di problemi e intoppi con la residenza nel paese di accoglienza a causa delle numerose formalità per la concessione o il rinnovo del permesso di soggiorno e di altre difficoltà relative alla necessità di dimostrare che si dispone di risorse sufficienti.

In realtà il famoso “spazio europeo di libertà” non solo non sussiste, ma è così strettamente legato ai criteri economici che il diritto alla residenza, pur essendo riconosciuto come diritto “inalienabile”, viene concesso solo agli individui economicamente indipendenti. Abbiamo a che fare non solo con un travisamento del concetto, ma anche con un palese raggiro a scapito di centinaia di migliaia di cittadini europei e di loro familiari.

Se a tutto ciò aggiungiamo anche gli inaccettabili casi di interpretazione errata del concetto di ordine pubblico e di sicurezza, allora la libertà di spostarsi e di insediarsi non solo è spesso minata e violata, ma diventa anche un pretesto per prevaricare i fondamentali diritti democratici e individuali, come quello alla tutela dei dati di carattere personale. Con la scusa dell’ordine pubblico il sistema informativo di Schengen archivia, diffonde ed elabora i dati dei cittadini violando i Trattati nonché il diritto comunitario e internazionale. Segnaliamo inoltre i numerosi casi d’espulsione di cittadini per motivi economici o preventivi che non costituiscono mai accuse vere o così gravi da giustificare l’allontanamento forzato.

Per ragioni imprescindibili di tutela dei diritti fondamentali e per la stessa dignità dei cittadini dell’Unione e dei paesi terzi che risiedono legalmente nell’Unione, è necessario operare un’immediata semplificazione delle procedure di insediamento e soggiorno, in modo da provvedere a garantire un libero esercizio del diritto in questione e da evitare le disparità e le violazioni di fondamentali principi democratici.

Gli Stati membri dovranno allentare e semplificare il più possibile le procedure e le formalità previste per studenti e pensionati per quanto riguarda la questione delle risorse sufficienti e il rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno. E’ necessario facilitare il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno per i lavoratori trasferitisi in un altro Stato membro, migliorando il sistema di protezione sociale e di offerta di cure mediche, in modo da metter fine alle discriminazioni cui sono esposti i suddetti lavoratori. Si deve inoltre agevolare il ricongiungimento familiare semplificando le condizioni per l’insediamento dei familiari e snellire il meccanismo per la concessione e il rilascio del permesso di soggiorno per almeno cinque anni nel caso il richiedente soddisfi le condizioni necessarie. Infine si deve porre fine al ricorso arbitrario alla giustificazione dell’ordine pubblico, che trasforma i cittadini europei nei “soliti sospetti” per motivi estranei alla pubblica sicurezza, violando palesemente lo Stato di diritto, la Convenzione dei diritti dell’uomo e la Carta dei diritti fondamentali.

 
  
  

(La seduta, sospesa alle 13.50, riprende alle 15.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL'ON. COLOM I NAVAL
Vicepresidente

 
  

(1) Presentata dagli onorevoli Brok e altri a nome del gruppo PPE-DE; Haarder a nome del gruppo ELDR; Hautala, Maes e Elisabeth Schroedter a nome del gruppo Verts/ALE e Dupuis a nome del gruppo TDI, volta a sostituire con un nuovo testo le risoluzioni di cui ai docc. B5-0659, 0662, 0668 e 0671/2000
(2) La proposta di risoluzione B5-0666/2000 decade.
(3) Presentata dagli onorevoli Chichester a nome del gruppo PPE-DE; Plooij-van Gorsel a nome del gruppo ELDR; Montfort a nome del gruppo UEN, volta a sostituire con un nuovo testo le risoluzioni di cui ai docc. B5-0653, 0656, e 0675/2000.
(4) Tutte le altre proposte di risoluzione decadono


6. Approvazione del processo verbale della seduta precedente
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  Presidente. - Il processo verbale della seduta di ieri è stato distribuito.

Vi sono osservazioni?

 
  
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  Gorostiaga Atxalandabaso (NI). – (EN) Signor Presidente, risulta che al momento dell’approvazione del processo verbale io abbia affermato di essere stato intenzionalmente travisato. Non ho detto questo. Non si è trattato di un’affermazione, ma di una semplice eventualità. E’ importante. Non direi mai che il mio intervento è stato intenzionalmente travisato, era solo una possibilità. Dal tenore del processo verbale sembra che io lanci un’accusa. Non mi permetterei di farlo, perché non ho alcuna prova. Si tratta di una semplice possibilità. E’ chiaro?

 
  
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  Presidente. - Prendiamo nota della sua osservazione. Naturalmente, come lei ben sa, ciò che fa fede di quanto è stato detto è il resoconto integrale. Pertanto, da lì risulterà chiaro se lei ha detto una cosa o un'altra.

 
  
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  Gorostiaga Atxalandabaso (NI). – (EN) Signor Presidente, stavo infatti cercando di modificare il resoconto integrale, in quanto il processo verbale riporta solo che sono intervenuto e nulla di più. Quanto al resoconto integrale, sottolineo che contiene un’espressione che io non ho utilizzato. Questo è il problema.

 
  
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  Presidente. – (EN) Può scrivere ai servizi affinché correggano le sue parole. Apparentemente hanno inteso qualcosa di diverso, ma lei ha la facoltà di correggere le sue parole.

 
  
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  Gorostiaga Atxalandabaso (NI). – (EN) Signor Presidente, alcuni deputati stavano urlando ed era quindi molto difficile udire ciò che stavo dicendo. In questo momento non ci sono problemi. In quel momento alcuni colleghi spagnoli stavano urlando ed era quindi molto difficile udire. Questo è il motivo per cui non posso affermare…

 
  
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  Presidente. – (EN) Onorevole Gorostiaga Atxalandabaso, il resoconto integrale non viene approvato in seduta plenaria. Approviamo il processo verbale, quindi se ha un problema…

(Il Presidente viene interrotto)

Per cortesia, rispetti la Presidenza. Le sue osservazioni saranno riportate nel processo verbale. Può scrivere ai servizi affinché correggano il resoconto integrale. Questo è tutto.

 
  
  

(Il processo verbale è approvato)

 

7. Fusioni nel settore delle telecomunicazioni
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  Presidente. - L'ordine del giorno reca la dichiarazione della Commissione sulle fusioni nel settore delle telecomunicazioni

 
  
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  Monti, Commissione. - Signor Presidente, onorevoli parlamentari, vi ringrazio per l'opportunità di affrontare con voi questo tema interessante e importante, qui in plenaria oltre che nelle frequenti occasioni che ho di parlare alla commissione per i problemi economici e monetari.

La liberalizzazione del mercato comunitario delle telecomunicazioni è culminata nel 1998 con la completa liberalizzazione dei servizi e delle infrastrutture nella maggior parte dei paesi dell'Unione europea. Essa ha contribuito in maniera significativa all'accelerazione del tasso di crescita delle nostre economie, alla riduzione - fino al 35 per cento - delle tariffe, all'ingresso di numerosi nuovi operatori e alla continua introduzione di servizi innovativi. Ciò ha determinato, ovviamente, considerevoli benefici per i consumatori, ma anche per i lavoratori.

L'espansione dei settori delle telecomunicazioni e di Internet genera numerosi nuovi posti di lavoro, sia in quei settori sia in altri, che possono beneficiare di incrementi di efficienza. Nel solo settore della telefonia mobile, nel corso degli ultimi cinque anni, sono stati creati più di 500.000 posti di lavoro.

Nel luglio 2000 la Commissione ha proposto un nuovo pacchetto sulle comunicazioni elettroniche, che pone un accento particolare sulla necessità di promuovere l'accesso ad Internet ad alta velocità - contenendone i costi - e di mettere a punto un quadro normativo non eccessivamente oneroso per gli operatori del settore. Compito della Commissione, però, è anche quello di assicurare che i benefici derivanti dalla concorrenza siano mantenuti e che in futuro non vi siano ostacoli all'innovazione.

Le possibilità d'intervento della Commissione nell'ambito della politica di concorrenza sono chiaramente definite, da un lato, dagli articoli 81 e 82 del Trattato e, dall'altro, dal regolamento sulle concentrazioni.

Vengo ora appunto alle concentrazioni, che sono oggetto diretto della domanda. Negli ultimi anni è stato registrato un numero crescente di concentrazioni nel settore delle telecomunicazioni e tale tendenza sembra destinata a continuare. Attualmente notiamo che sul mercato europeo l'accento si sta spostando dalle operazioni volte al consolidamento alle operazioni volte alla convergenza, come dimostrato dalle alleanze recentemente esaminate dalla Commissione, come quella tra Vodaphone e Vivendi, o in corso di esame, come quella tra America On Line e Time Warner.

I rapidi sviluppi tecnologici hanno inoltre dato un impulso alla cooperazione tra i diversi settori e alla convergenza. La globalizzazione ha indotto numerose società a cercare di ampliare le proprie dimensioni per cercare di risultare competitive sui mercati mondiali: è il caso del gruppo di telefonia mobile Vodaphone; della recente acquisizione di Global One e di Orange da parte di France Telecom; della combinazione nell'impresa Concert dell'attività internazionale di AT&T e BT; della proposta di acquisizione da parte di Deutsche Telekom di Voice Stream negli Stati Uniti. Tutti cambiamenti positivi dal punto di vista della concorrenza, che segnano l'apertura dei mercati, incrementano l'efficienza delle imprese e danno luogo, tra l'altro, alla creazione di un vero mercato unico in Europa.

Tuttavia, nel settore delle telecomunicazioni, la Commissione deve garantire che le operazioni in questione non pregiudichino i benefici ottenuti dalla liberalizzazione e non pongano limiti al flusso dell'innovazione, ad esempio attraverso la conquista del controllo su un nuovo mercato. A questo proposito, signor Presidente, vorrei illustrare molto brevemente questi due rischi e le azioni che la Commissione intraprende per scongiurarli.

Faccio l'esempio del problema del mantenimento della liberalizzazione sui mercati nazionali. Una delle prime decisioni adottate dall'attuale Commissione in materia di concentrazioni è stata l'autorizzazione, subordinata a condizioni, della concentrazione tra l'impresa svedese Thelia e la norvegese Telenord, nell'autunno scorso. L'operazione è stata successivamente abbandonata dagli interessati, ma ha dimostrato comunque, dalle condizioni che la Commissione ha posto, l'intento di proteggere la liberalizzazione dei mercati nazionali da concentrazioni tra i carriers dominanti. Non c'è il tempo di esaminare in dettaglio le condizioni poste dalla Commissione, che sono comunque state rese pubbliche.

Vorrei poi riferirmi all'altro rischio importante, contro il quale dobbiamo batterci, e cioè impedire la conquista del controllo sull'innovazione e sui nuovi mercati attraverso le concentrazioni. Faccio qui due esempi principali: il primo riguarda Worldcom e Sprint. Il 28 giugno di quest'anno, la Commissione ha vietato la concentrazione tra due imprese statunitensi, – Worldcom e Sprint. La combinazione delle estese reti Internet e della vasta clientela di Worldcom e Sprint avrebbe determinato la creazione di un'impresa di dimensioni tali, rispetto ai concorrenti, che la nuova entità sarebbe stata in grado di dettare le condizioni per l'accesso alle sue reti Internet e ai suoi clienti, con danno ai consumatori e ostacoli all'innovazione. Purtroppo, per rispettare il tempo a mia disposizione non posso dare dettagli, cosa di cui mi rammarico.

L'altro esempio di azione volta a scongiurare il rischio della conquista del controllo sull'innovazione è quello relativo alle decisioni Vodaphone/Mannesmann e, successivamente, Vodaphone/Vivendi/Canal Plus. La Commissione ha dovuto valutare effetti delle concentrazioni nei mercati emergenti, e ha autorizzato entrambi i casi nella prima fase, dopo che le parti avevano proposto l'assunzione di un numero limitato di impegni. Oltre a risolvere le classiche situazioni determinate dalla combinazione delle quote di mercato, gli impegni sono volti a mantenere la concorrenza nei nuovi mercati emergenti.

L'operazione Vodaphone/Mannesmann sollevava problemi sul mercato emergente dei servizi paneuropei di telefonia mobile senza soluzione di continuità, destinati alle multinazionali. Per eliminare questi problemi relativi alla concorrenza, Vodaphone ha proposto di concedere un accesso non discriminatorio alla sua rete integrata e consentire ai concorrenti di offrire servizi simili durante il periodo in cui erano impegnati a sviluppare le proprie reti.

Ad ogni modo, al fine di garantire che i concorrenti non si sarebbero limitati ad appoggiarsi all'impresa risultante dalla concentrazione, rinunciando a sviluppare autonomamente i propri servizi, la Commissione ha limitato la durata dell'impegno a un periodo di tre anni.

Poco tempo dopo, la Commissione ha dovuto esaminare il caso Vis-à-vis, l'impresa comune costituita da Vodaphone e Attach, Vivendi e Canal Plus per la realizzazione di un portale d'accesso a Internet. Vis-à-vis darà vita a un portale di accesso multiplo ad Internet per tutta l'Europa, grazie al quale ai clienti delle società partecipanti sarà offerta la scelta fra una gamma di servizi web accessibile attraverso il personal computer dei clienti, i telefoni mobili e i ricevitori televisivi set top box..

L'indagine della Commissione ha rivelato che l'impresa comune avrebbe sollevato problemi nei mercati emergenti nazionali dei portali d'accesso a Internet via TV e nei mercati emergenti nazionali e paneuropei dei portali d'accesso a Internet via telefoni mobili.

Per eliminare questi problemi, le parti si sono impegnate ad assicurare che i clienti delle società partecipanti all'impresa comune sarebbero stati in grado di scegliere altri portali e non avrebbero necessariamente dovuto accedere ad Internet attraverso il portale di una di tali società. Questo impegno ha integrato quello proposto nel precedente caso Vodaphone/Mannesmann, di cui ho parlato.

Signor Presidente, come dimostrato dagli esempi dei casi che ho appena succintamente illustrato, la normativa comunitaria in materia di concorrenza svolge un ruolo fondamentale per assicurare che i benefici della liberalizzazione e dell'innovazione siano effettivamente trasferiti ai cittadini europei.

Il ruolo della normativa comunitaria sul controllo delle concentrazioni è quello di garantire che non vengano create o rafforzate posizioni dominanti, che rallenterebbero il progresso tecnologico ed economico, ed è quello di far sì che i consumatori dell'Unione europea possano beneficiare di tale progresso.

Come abbiamo visto dall'esperienza di questi primi anni di liberalizzazione e di vigile controllo a favore della concorrenza, anche i lavoratori ne traggono vantaggio, come risulta dalla cifra che ho poc’anzi citato a titolo esemplificativo.

 
  
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  Harbour (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, a nome del mio gruppo e di tutti gli onorevoli colleghi vorrei porgere il benvenuto in Aula al Commissario Monti, per una discussione sul regime di regolamentazione delle telecomunicazioni che giunge a proposito, dal momento che stiamo per esaminare l’importante pacchetto sulle telecomunicazioni.

Vorrei riprendere brevemente alcuni punti cruciali toccati dal Commissario. E’ chiaro a tutti che la regolamentazione del settore delle comunicazioni elettroniche nel suo insieme è un’impresa ardua, ma per lei, signor Commissario, e per le autorità garanti della concorrenza, si tratta di una sfida senza precedenti, data la velocità dei progressi tecnologici. Anche molte delle idee sulle quote di mercato si modificano con grande rapidità. Nel campo delle telecomunicazioni, è evidente che le quote di mercato possono passare di mano molto più rapidamente che in alcuni dei principali settori regolamentati in passato.

Sono molto soddisfatto di apprendere che la sua strategia mira ad evitare di porre un freno all’innovazione con controlli eccessivamente severi. Questo è un aspetto di grande importanza. Vorrei rassicurazioni in merito al fatto che svilupperete la capacità e la perizia necessarie a far fronte ad un carico di lavoro senza dubbio crescente nell’esaminare le fusioni future.

Apprendiamo dalla relazione del gruppo paritetico che le saranno assegnati 92 posti supplementari. Sarà interessante ascoltare in che modo prevede si sviluppino i suoi servizi in questa direzione.

Il secondo aspetto che affronteremo nell’esaminare il pacchetto sulle telecomunicazioni è che in questo mondo in rapido mutamento si diffonde la preoccupazione all’interno del settore e tra gli investitori che obiettivi eccessivamente rigidi in termini di soglie di quota di mercato per le indagini – e in molti casi potrebbe trattarsi di troppo o di troppo poco – possano impedirvi di esaminare gli ambiti in cui è in gioco un’autentica questione di concorrenza. Posso chiederle di affrontare questi punti quando più tardi risponderà alla nostra discussione?

 
  
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  Read (PSE). – (EN) Signor Presidente, vorrei cominciare il mio intervento congratulandomi con il Commissario Monti ed i suoi funzionari per la scrupolosità e la professionalità con cui hanno esaminato la proposta di fusione MCI Worldcom-Sprint. Vorrei in particolare ringraziare il Commissario e i suoi funzionari per aver cercato di incontrare i sindacati di tutta l’Unione europea e persino degli Stati Uniti d’America, che hanno avuto l’opportunità di esprimere il loro parere.

Senza dubbio, una delle conseguenze delle concentrazioni e delle acquisizioni è l’effetto sull’occupazione e so che il Commissario, entro i limiti del Trattato, è sensibile al problema. Un altro aspetto che va sottolineato è che vi sono motivi tecnologici specifici per cui una concentrazione di proprietà, un abuso potenziale di posizione dominante, rappresenta una questione così seria. In gran parte degli altri settori, una concentrazione o un abuso potenziale possono essere temporanei, ma in questo campo se una singola impresa raggiunge una posizione così forte, è quasi certo che la conserverà, se non per sempre, almeno per un periodo molto lungo.

Nella sua dichiarazione, signor Commissario, ha menzionato il pericolo che un’impresa conquisti il controllo di questi mercati. Questo è un vero dilemma per il Parlamento e per la Commissione. Riconosciamo la quasi inevitabilità delle fusioni e delle acquisizioni, in molti casi auspicabili, ma ne scorgiamo anche i pericoli potenziali e reali. Il Parlamento ha sempre manifestato il parere di non voler porre alcun ostacolo alla competitività e all’innovazione. Siamo soddisfatti della posizione da voi adottata su questa particolare questione.

Ancora una breve osservazione: gran parte della concorrenza nel settore è tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America. So che siete ben consapevoli di quanto sia importante per l’Europa trovarsi ai primi posti nei due settori cruciali dei telefoni mobili di terza generazione e della televisione digitale e mi auguro che continuerete a compiere sforzi per mantenere tale posizione, che è fondamentale per i posti di lavoro, l’occupazione e la prosperità dell’Unione europea.

 
  
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  Clegg (ELDR). – (EN) Vorrei riprendere l’argomento appena toccato dall’oratrice che mi ha preceduto, precisamente l’aspetto transatlantico della liberalizzazione delle telecomunicazioni, in particolare i paragrafi 6 e 7 della proposta di risoluzione, che riguardano l’infelice iniziativa del senatore Hollings di limitare il trasferimento di licenze alle imprese di telecomunicazioni di cui lo Stato detiene più del 25 per cento.

Per ironia, questo appare come uno slittamento verso una posizione protezionistica proprio mentre in Europa e in seno al Parlamento ci apprestiamo a discutere l’ultimo insieme di misure che, a mio parere, potrebbero rendere il mercato delle telecomunicazioni dell’Unione europea il mercato più liberalizzato e più aperto del mondo, andando ben oltre numerosi impegni, se non tutti, da noi assunti nel quadro del GATT e dell’OMC.

Dal punto di vista politico, se non tecnico, questa è una situazione di squilibrio che merita l’attenzione dell’Assemblea. Per quanto possa avere una certa comprensione filosofica per il senatore Hollings e i suoi colleghi, secondo i quali le imprese di proprietà pubblica beneficiano di vantaggi occulti e talvolta manifesti rispetto ai concorrenti privati, il modo in cui il Congresso degli Stati Uniti sta cercando di affrontare la questione è contrario sia allo spirito che alla lettera degli impegni multilaterali degli Stati Uniti. Vorrei invitare gli onorevoli colleghi, quando nelle prossime settimane esamineranno l’ultimo insieme di misure sulle telecomunicazioni, di non lasciare che questo passi inosservato o incontestato.

 
  
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  Ortuondo Larrea (Verts/ALE). - (ES) Signor Presidente, signor Commissario, ricordo che a metà dell'anno scorso, quando venne annunciata la fusione tra le imprese statunitensi Time Warner e America Online, vi furono voci che definirono quell'operazione, sotto l'aspetto culturale e tecnologico, come l'inizio anticipato del terzo millennio. In quel periodo si fecero alcuni paragoni: negli Stati Uniti il 40 per cento delle case aveva accesso a Internet, mentre nell'Unione europea si raggiungeva appena il 20 per cento, e superavano tale livello solo pochi Stati dell'Unione, quelli più evoluti dal punto di vista tecnologico.

Ritengo necessario andare avanti e approfondire proprio questo aspetto: non si possono avere società di due tipi, né cittadini di prima e di seconda categoria, cittadini tecnologicamente evoluti e cittadini tecnologicamente arretrati. Bisogna fare in modo che tutti i cittadini possano accedere alla nuova società dell'informazione. Al contempo, però, è necessario approfondire la concentrazione di imprese e far progredire il mercato europeo, tenendo conto dei pericoli che l'insicurezza sta producendo nel mondo delle telecomunicazioni. Mi viene in mente il caso Echelon, che ha molto in comune con questo tipo di questioni. In Europa, nell'Unione europea, dobbiamo salvaguardare la sicurezza, perché fa parte dei diritti umani.

 
  
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  Markov (GUE/NGL). - (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, ci compiacciamo che la Commissione e il Department of Justice statunitense abbiano vietato la fusione prevista fra MCI Worldcom e Sprint, ed apprendiamo con altrettanta soddisfazione che le autorità statunitensi non intendono autorizzare l’accordo fra AOL e Time Warner. Internet deve infatti restare un mezzo di comunicazione per tutti, per cui bisogna evitare che i giganti delle telecomunicazioni e dei mezzi d’informazione possano crearsi una posizione dominante. A tal fine, il diritto sulla concorrenza è uno strumento efficace.

Tuttavia, le fusioni si ripercuotono anche sull’occupazione e sulla coesione sociale. Le telecomunicazioni ed i mezzi d’informazione non sono settori in crisi, bensì in espansione, e ciò rende obiettivamente più agevole far rientrare, nelle decisioni in materia di fusione, considerazioni di politica sociale ed occupazionale.

Negli Stati Uniti, dalla metà degli anni ’90 la Federal Communication Commission è riuscita a negoziare, in diverse decisioni di fusione, l’assunzione, da parte delle imprese, dell’impegno ad accrescere il numero dei dipendenti, a migliorare la qualità dei servizi e a tener maggiormente conto del pubblico interesse. Perciò non capiamo perché mai, proprio nell’Europa assistenziale, ci si limiti al diritto della concorrenza. Chiediamo che l’Unione europea introduca clausole sociali vincolanti per l’autorizzazione delle fusioni.

Per valutare le decisioni di fusione, al di là della verifica sotto il profilo del diritto della concorrenza, abbiamo bisogno di stabilire ulteriori criteri. Per esempio, primo: le imprese devono impegnarsi al mantenimento o al miglioramento del livello occupazionale; secondo, devono perfezionare la qualità dei servizi per ampie fasce di consumatori; terzo, devono applicare rigorosamente i meccanismi del dialogo sociale europeo ed il disposto della direttiva relativa all’informazione e alla consultazione dei lavoratori anche nella fase di transizione verso la nuova impresa risultante dalla fusione. Quarto ed ultimo criterio, la fusione deve comportare un vantaggio aggiuntivo per la promozione del pubblico interesse. Ciò riguarda aspetti quali la creazione di un servizio universale onnicomprensivo e moderno nonché requisiti in materia di protezione dei dati e dei consumatori. Solo in tal modo potremo garantire che la politica della concorrenza rafforzi anche il modello sociale europeo nella new economy.

 
  
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  Gallagher (UEN). – (EN) Signor Presidente, innanzitutto vorrei esprimere la mia soddisfazione per la pubblicazione delle nuove direttive e dei regolamenti in materia di telecomunicazioni della Commissione il 12 luglio. Questo fa parte del programma quadro in corso, inteso a migliorare la qualità dei servizi di telecomunicazioni in Europa. Il Parlamento e la Commissione hanno ragione a mostrarsi determinati riguardo alla necessità di migliorare la rete di telecomunicazioni dell’Unione. E’ corretto affermare che l’Unione è indietro di almeno tre anni rispetto agli Stati Uniti quanto all’uso di Internet. Sulla scorta delle nuove direttive in corso di approvazione nel settore delle telecomunicazioni, l’Unione europea raggiungerà gli Stati Uniti quanto prima.

Questo è anche in sintonia con le conclusioni della recente riunione del Consiglio europeo in Portogallo. I leader dell’Unione hanno rilevato la necessità di un miglioramento generale dei servizi nel settore delle telecomunicazioni. Sono favorevole alla raccomandazione di rendere disponibili collegamenti a Internet in tutte le scuole d’Europa. Da un punto di vista irlandese, mi compiaccio, in particolare, del fatto che questo programma proceda con grande rapidità.

Si è fatto un gran parlare nei mezzi d’informazione nazionali ed internazionali delle aste delle licenze per i telefoni mobili della terza generazione in Europa. Senza dubbio, la messa all’asta di tali licenze in Germania e in Gran Bretagna ha garantito un forte gettito per i rispettivi erari nazionali, ma alla fine chi dovrà pagare per i telefoni? Sono fermamente convinto che i consumatori, ancora una volta, saranno costretti a sostenere il costo elevato delle licenze.

 
  
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  Della Vedova (TDI). - Signor Commissario, non invidio il suo compito in generale, tantomeno in un settore come quello delle telecomunicazioni, nuovo e con dinamiche tanto imprevedibili da rendere particolarmente difficili le scelte in materia di concorrenza e di concentrazione che, se viste con i criteri tradizionali, non sempre rientrano nell'interesse delle imprese di un settore come quello delle telecomunicazioni, che in Europa deve svilupparsi per avere imprese più competitive, e sovente neppure nell'interesse dei consumatori; il caso Microsoft dimostra come, quando si riteneva che essa fosse al massimo della sua posizione dominante, senza che fosse intervenuto nulla da parte del Dipartimento di giustizia americano, un altro software come Linux minava la sua posizione di monopolio.

Avrei voluto parlare del caso Vodaphone/Mannesmann, con le ricadute un po' problematiche nel successivo caso France Telecom Orange; volevo esprimere il mio timore che esista il tentativo o l'istinto, da parte delle autorità comunitarie, sicuramente da parte del Parlamento, di emettere d'autorità una regolamentazione ridondante in questo settore.

Oggi il Parlamento - e prego il signor Commissario di prenderne atto - ha votato con pochissime opposizioni, tra cui la nostra, un documento in cui si invita la Commissione a promuovere l'istituzione di un organo per contrastare concentrazioni di mercato che possano compromettere il pluralismo. Era una risoluzione sulla multimedialità, ma telecomunicazioni e multimedialità sono un unico mercato e credo che si debba avere molta cautela nell'intervenire nei processi di concentrazione e di ristrutturazione di questo settore. Per il bene del …

(Il Presidente interrompe l'oratore)

 
  
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  Paasilinna (PSE).(FI) Signor Presidente, cari colleghi, ringrazio la Commissione per aver ostacolato con decisione la fusione tra Worldcom e Sprint, come era giusto. Episodi simili sono diventati sempre più numerosi negli ultimi tempi: il numero delle fusioni è quintuplicato nell’arco di un decennio, e se ne verificano circa trecento all’anno. L’on. Harbour ha sollevato la questione del pacchetto Telekom; è un argomento che la dice lunga sulla furiosa accelerazione in cui si trova il settore e che richiede grande attenzione da parte di tutti noi.

Il settore della tecnologia dell’informazione e delle telecomunicazioni è un settore del tutto particolare; non si tratta della fabbricazione delle ruote dei carrelli, ma di un settore eccezionale, poichè in questo momento l’informazione è il più importante strumento della produzione. Inoltre ad esso è collegata, come ben sappiamo dal caso Echelon e da altri, la possibilità di controllo – vale a dire la possibilità di esercitare un controllo sulle persone, che è diventata anch’essa un’attività economica di notevole importanza. Un altro elemento che caratterizza il settore è la globalizzazione, che supera i confini nazionali e culturali. Questi aspetti esulano in un certo senso da ogni controllo, laddove invece le compagnie se ne possono servire per creare una dipendenza, dal momento che una parte di tale attività economica avviene nel cervello delle persone. E’ un nuovo ambito di potere, e pertanto chiedo alla Commissione di essere particolarmente attenta nei casi di fusione. Nello stesso momento in cui noi perseguiamo la deregolamentazione, signor Commissario, le aziende tendono a riregolamentare, ovvero ad accordarsi per regolare il mercato e scavalcare gli organismi di guida e controllo. Come ha detto l’on. Clegg, vi sono certamente problemi anche tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, come la questione dei limiti relativi alle fusioni nel caso della Deutsche Telekom, nei quali naturalmente bisogna intervenire.

 
  
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  Gasòliba i Böhm (ELDR). - (ES) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli parlamentari, l'onorevole Clegg ha già espresso a nome del gruppo liberale il sostegno accordato in linea generale alle proposte della Commissione e i suoi timori per alcuni aspetti specifici riguardanti gli Stati Uniti, com'è stato appena ricordato.

Vorrei sottolineare la mia preoccupazione per un aspetto presente nella proposta di risoluzione originale del gruppo liberale, che nel primo paragrafo si riferisce alla necessità di respingere qualunque interferenza nella politica di concorrenza della Commissione. Se applicata al settore in questione, quello delle telecomunicazioni, si tratta di una preoccupazione fondata. Basti pensare ai casi verificatisi in Spagna, qualche mese fa, nell'ambito della fusione di Telefónica con un'impresa olandese, in Portogallo e, in altri settori, in Francia. Ci preoccupa il fatto che esistano ancora interferenze dei governi nelle iniziative di imprese che si sforzano di raggiungere una dimensione e una competenza adeguate a livello europeo. Pertanto, appoggiamo le proposte della Commissione e richiamiamo l'attenzione su tale aspetto.

 
  
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  Ainardi (GUE/NGL). - (FR) Signor Presidente, nel settore delle telecomunicazioni si battono in effetti tutti i record di concentrazione d’imprese, con megafusioni in Europa e su entrambe le sponde dell’Atlantico. Queste operazioni mettono in gioco miliardi di dollari, a vantaggio dei consumatori, i quali sono anche lavoratori che si devono confrontare con chiusure d’imprese, dislocazioni, eliminazione di posti di lavoro. Il settore delle telecomunicazioni è diventato uno dei simboli della mondializzazione capitalistica che gli fa sostenere il costo di questa corsa al gigantismo.

Il Vertice di Lisbona ha fatto diversi riferimenti alla società dell’informazione che può consentire di compiere notevoli passi avanti. Sì, è una sfida. Oggi queste trasformazioni si accompagnano in generale allo smantellamento dei diritti sociali, alla crescente diffusione del tempo parziale e della flessibilità del lavoro. Non si possono neppure ignorare le conseguenze per la libertà d’informazione, la diversità culturale ed il servizio pubblico. La Commissione ha vietato la fusione tra MC Worldcom e Sprint solo perché rischiava di minacciare la libera concorrenza.

Tuttavia, nel momento in cui l’Unione europea ribadisce la priorità accordata all'occupazione, le fusioni dovrebbero essere valutate anche rispetto alle loro conseguenze sull’occupazione e sulla pianificazione territoriale. È indispensabile inoltre rafforzare i diritti ed i poteri di cui dispongono i lavoratori e le organizzazioni sindacali in seno ai comitati di gruppi europei, se non addirittura accordare loro un diritto di veto in caso di ristrutturazione e fusione. Infine, sarebbe necessario promuovere norme comuni per fare in modo che la società dell’informazione sia vantaggiosa per tutti i cittadini e sia fondata sulla parità d’accesso, la libertà d’informazione e la diversità culturale.

 
  
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  Villiers (PPE-DE). – (EN) Consentitemi, a nome di noi tutti, di porgere quest’oggi il benvenuto in Parlamento al Commissario. Riconosciamo tutti l’importanza del suo compito nell’ambito del servizio competente in materia di concorrenza in seno alla Commissione. Salvaguardare la libera concorrenza e far funzionare il mercato in tutta l’Unione europea è forse il compito più importante della Commissione.

Nel contesto delle telecomunicazioni è fondamentale garantire che i consumatori ottengano tutti i benefici offerti dal libero mercato, in particolare l’accesso ad Internet a basso costo. L’accesso ad Internet a costi contenuti, di vitale importanza per la creazione di una E-economy europea a favore dei cittadini d’Europa, si ottiene mediante la liberalizzazione e la libera concorrenza. Eravamo soliti intervenire nel settore delle telecomunicazioni attraverso strumenti di regolamentazione nazionali, i quali sono tuttavia destinati a scomparire in futuro, dal momento che stiamo passando ad uno strumento di regolamentazione unico e globale, cioè il mercato.

Il mercato è lo strumento di regolamentazione più efficace, che offre la migliore protezione dei consumatori e conferisce a questi ultimi più potere rispetto a quanto possa fare qualunque numero di gruppi di consultazione della Commissione. In futuro vorremo dare più lavoro ai servizi competenti in materia di concentrazioni, perché il mercato dovrà svolgere un ruolo sempre più incisivo nelle telecomunicazioni rispetto a quanto avviene ora. Vogliamo porre fine ai vantaggi acquisiti da alcuni dei vecchi monopoli di Stato.

Mi auguro che il diritto della concorrenza e la normativa in materia di concentrazioni siano applicati con rigore, ma vi invito ad assicurare che ogni fusione venga esaminata in base ai propri meriti. Il fatto che si possa creare un grande operatore o un’impresa di grandi dimensioni non significa necessariamente che questa sia negativa per il mercato o ostacoli la concorrenza. Non va dimenticato che l’Europa avrà probabilmente bisogno di alcune grandi imprese se intende raccogliere i frutti della rivoluzione derivante da Internet.

 
  
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  Rapkay (PSE). - (DE) Signor Presidente, vorrei tornare sull’intervento della onorevole Read, in particolare sulla parte in cui ha esaminato le conseguenze per i posti di lavoro e l’occupazione. Di fatto, non è vero che i lavoratori delle nostre regioni e delle nostre circoscrizioni elettorali attendano sempre con fervente entusiasmo la liberalizzazione di settori in precedenza protetti, anzi, spesso accade il contrario.

Nel settore delle imprese dei trasporti pubblici locali dovremo rispondere, nelle settimane e nei mesi a venire, a tutta una serie di quesiti dei dipendenti. Saremo noi, rappresentanti eletti dal popolo, a dover rispondere, e non la Commissione, i cui interlocutori, al limite, sono i vertici delle federazioni. Non si può certo dire che la liberalizzazione e l’apertura dei mercati indiscriminate siano un rimedio per tutti i mali, ma di per sé l’apertura del mercato nel settore delle telecomunicazioni è un esempio del fatto che la liberalizzazione può essere vantaggiosa per i consumatori, grazie alla riduzione dei prezzi ed all’accesso a nuovi servizi. Essa ha indotto un’evoluzione tecnologica fulminea, grazie alla quale si è anche delineata una tendenza alla crescita dei posti di lavoro, in ampi settori anche di livello qualitativo elevato.

La globalizzazione delle nostre economie ha indubbiamente dato forte impulso all’apertura dei mercati delle telecomunicazioni in Europa, ed è stata a sua volta facilitata dagli sviluppi su scala internazionale. E’ ovvio che a livello di imprese sono necessari alcuni giganti che possano svolgere il ruolo di global player, ma naturalmente ciò non deve portare alla costituzione di nuovi monopoli sui mercati e sui loro segmenti.

Ciò di cui abbiamo bisogno è una politica della concorrenza coerente per le imprese, in modo da impedire l’insorgere di monopoli di mercato nel nuovo complesso multimediale e delle telecomunicazioni. Pertanto si deve appoggiare la decisione della Commissione sui casi Worldcom e Sprint; speriamo altresì che essa proceda analogamente nei casi Time Warner e AOL. Ma quel che conta anzitutto è che la Commissione, nei suoi sforzi volti alla modernizzazione del diritto della concorrenza, specie nell’ambito del regolamento di controllo delle fusioni, colga l’occasione per procedere con estrema coerenza anche nel suo impegno di riforma. Speriamo che ciò non arrechi pregiudizio alla politica della concorrenza.

 
  
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  Kauppi (PPE-DE).(FI) Signor Presidente, signor Commissario Monti, cari ascoltatori, è nella naturale attività dei mercati che le aziende che operano nel settore delle telecomunicazioni, nel quale proprio adesso presupponiamo da parte degli operatori investimenti miliardari e progetti di grandi infrastrutture di base, cerchino di procurarsi soci nel libero mercato rispettandone le regole. E’ nell’interesse di tutta la società che in Europa si crei un ambiente in cui le aziende, ovvero il settore privato, siano in grado di occuparsi da sole delle infrastrutture indispensabili a questa società dell’informazione. Visto che queste stesse aziende impiegano anche forza lavoro supplementare, come abbiamo oggi appurato dalla vostra relazione, Commissario Monti, e favoriscono così ulteriormente la crescita economica, non capisco affatto i timori emersi dall’altra estremità dell’aula che le fusioni in questione, del tutto in linea con l’interesse della società, abbiano effetti negativi sull’occupazione in Europa.

I personaggi politici e i trust-buster, come il Commissario Monti, non dovrebbero interferire con lo sviluppo di questo spirito nei mercati, se non in situazioni in cui la Commissione nutra fondati timori che proprio una determinata fusione possa far vacillare il regime di concorrenza e ledere così gli interessi dei consumatori. Onorevole Rapkay, potete essere certo che nessuno in quest’aula vuole i monopoli di mercato, nè tantomeno gli oligopoli. E’ veramente necessario limitare gli interventi a casi specifici, cioè dobbiamo essere coerenti. D’altro canto la Commissione deve essere attiva nel controllare che si realizzi il libero accesso ai mercati in tutti i settori, come si afferma al punto tre della proposta di Risoluzione comune del Parlamento europeo. Il controllo deve essere effettuato sulla concorrenza globale, rispetto alla quale negli ultimi tempi si sono verificati problemi, almeno per quanto riguarda l’affare Deutsche Telekom - Voice Stream. Desidero conoscere i vostri commenti, Commissario Monti, a proposito del progetto, elaborato dal congresso degli Stati Uniti e completamente contrario alle regole dell’OCM, di rifiutare i trasferimenti di licenze ad aziende che siano in possesso di compagnie straniere.

 
  
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  Monti, Commissione. - Signor Presidente, desidero ringraziare i parlamentari che sono intervenuti per l'attenzione che portano a questi temi, per l'apprezzamento che hanno generosamente dimostrato per l'attività della Commissione e per il loro sostegno. Chiedo scusa se dovrò essere molto, molto sintetico nelle mie risposte.

 
  
  

(EN) L’onorevole Harbour ha posto in luce un aspetto cruciale, cioè impedire alle tendenze di mercato di mettere a repentaglio l’innovazione. Questa è infatti una delle nostre principali preoccupazioni. Ha menzionato l’esito della valutazione preliminare del gruppo paritetico della Commissione. Sono lieto che il gruppo paritetico abbia compreso così bene le esigenze della politica di concorrenza. Stiamo cominciando a pensare come utilizzare risorse supplementari nell’ambito della DG per la concorrenza, ma dobbiamo prima assicurarci il sostegno dell’autorità di bilancio.

La onorevole Read, tra gli altri, ha approvato la decisione da noi adottata a fine giugno in merito alla fusione MCI Worldcom-Sprint. Tale decisione si è basata su un gran numero di considerazioni, comprese alcune indicazioni fornite dai sindacati, il che non ci ha affatto indotto a disattendere i regolamenti.

La onorevole Read ed altri parlamentari hanno citato alcuni settori in cui l’Europa è all’avanguardia, per esempio la telefonia mobile della terza generazione e la televisione digitale. Un modo particolarmente efficace di mantenere tale posizione è garantire il buon funzionamento del mercato. Questo è il motivo per cui insistiamo tanto sulla necessità di un’applicazione rigorosa della politica di concorrenza alla luce della situazione del mercato in Europa, a prescindere dalla nazionalità delle imprese. Quando le imprese raggiungono o consolidano una posizione dominante senza proporre i necessari rimedi, non abbiamo altra scelta se non quella di bloccare l’operazione di concentrazione, com’è successo di recente in un caso riguardante due imprese europee, Volvo e Scania, le quali hanno persino sede nello stesso Stato membro. Avremmo adottato la stessa decisione nei confronti di in un altro caso riguardante un’impresa europea (Pechiney) ed un’impresa nordamericana-canadese (Alcan), ma il progetto è stato abbandonato. Sono stati adottati provvedimenti analoghi anche nel recente caso MCI Worldcom-Sprint, in cui le imprese erano entrambe americane. Abbiamo instaurato un’ottima cooperazione con le nostre controparti americane presso il Dipartimento di giustizia e la Federal Trade Commission.

A proposito degli Stati Uniti, diversi deputati hanno richiamato l’attenzione sui rischi presentati dal progetto di legge Hollings. Si tratta di una semplice proposta, che mi auguro non diventi legge, benché questo dipenda dai vostri omologhi americani. Tuttavia, se dovesse essere approvato, lo considererei un segno inquietante di protezionismo. Sarebbe spiacevole se la liberalizzazione, che nel corso degli ultimi anni ha compiuto passi da gigante negli Stati Uniti, in Europa e altrove, dovesse cominciare a regredire proprio negli Stati Uniti. Inoltre, a nostro parere, il progetto di legge è palesemente incompatibile con gli obblighi degli Stati Uniti nel quadro dell’OMC e di altri accordi fondamentali in materia di telecomunicazioni e la Commissione, attraverso il mio collega Pascal Lamy, non ha esitato ad esprimerlo a chiare lettere alle nostre controparti americane. La Commissione si oppone inoltre con vigore a qualsiasi legislazione analoga nei nostri Stati membri. Per dissipare i timori dell’onorevole Gasòliba i Böhm, solo la Commissione ha il potere di esaminare le concentrazioni di dimensione comunitaria. Quando uno Stato membro interviene illecitamente, la Commissione è pronta a contrastare tale intervento, come ha dimostrato in un caso dello scorso anno in una decisione adottata nei confronti del governo portoghese.

Gli onorevoli Ortuondo Larrea, Markov e Rapkay hanno citato l’importante caso AOL-Time Warner. Comprenderete che per ora non posso dire molto al riguardo. Il termine per la decisione della Commissione è il 24 ottobre. Le audizioni relative a questa operazione si svolgono oggi e domani a Bruxelles. Abbiamo espresso le nostre preoccupazioni il 22 agosto, quando è stata adottata la comunicazione degli addebiti nei confronti delle parti. Non posso aggiungere altro in questa fase.

L’onorevole Gallagher e un altro deputato hanno menzionato il sistema di concessione delle licenze per i telefoni mobili della terza generazione. Le aste incrementeranno il numero di operatori di telefonia mobile nell’Unione. Se aumentano gli operatori, aumenta anche la concorrenza, quindi possiamo solo accogliere con favore il risultato delle aste dal punto di vista della concorrenza.

Naturalmente, garantiremo che i consorzi costituiti non sfocino in pratiche concordate, in quanto i membri varieranno da paese a paese. E’ stato rilevato che gli importi corrisposti ai governi dell’Unione per ottenere le licenze sono troppo elevati e che la necessità degli operatori di ricuperare l’investimento iniziale potrebbe determinare prezzi più elevati per i consumatori e forse limitare lo sviluppo di nuovi servizi avanzati di telefonia mobile. Ma questa non è una questione di diritto della concorrenza, mentre cercare di introdurre restrizioni della concorrenza per agevolare il ricupero dei costi sarebbe contrario al diritto della concorrenza.

Tuttavia, a prescindere dal sistema utilizzato – asta, beauty contest o quant’altro – le regole precise di un beauty contest o di un’asta possono richiedere un esame scrupoloso volto ad accertare, per esempio, che gli operatori in carica non siano favoriti e che si rispettino i principi di non discriminazione, trasparenza e proporzionalità. Pertanto, anche se gli Stati membri sono liberi di scegliere un beauty contest, un’asta o una combinazione di entrambi, essi devono comunque applicare il diritto della concorrenza e la normativa specifica in materia di concessione di licenze nel settore delle telecomunicazioni, nonché le norme sugli aiuti di Stato.

In questo contesto, posso segnalare che la DG per la concorrenza sta ora esaminando, in cooperazione con la DG per la società dell’informazione, una denuncia presentata contro i Paesi Bassi. Sono altresì in corso di esame denunce contro la Francia, il Belgio, i Paesi Bassi e la Germania. Infine, stiamo valutando un’asta riguardante il sistema UMTS ai sensi delle regole applicabili agli aiuti di Stato. Cerchiamo dunque di essere vigili, come tutti voi ci chiedete di essere.

 
  
  

L'onorevole Della Vedova teme che ci sia il tentativo di caricare troppo con vincoli regolamentari lo sviluppo di questo settore così promettente per l'economia europea. Posso assicurare che la Commissione, dal punto di vista regolamentare, cerca di tenere i vincoli al minimo e proprio per questo ritiene importante che ci sia un ruolo pieno per la politica della concorrenza.

Per quanto riguarda il pluralismo, al quale l'onorevole Della Vedova ha fatto riferimento, posso solo ricordare che, nell'assetto attualmente esistente in Europa, gli Stati membri possono adottare misure a protezione del pluralismo. Questo è riconosciuto nel regolamento sulle concentrazioni come una delle ragioni legittime per interventi degli Stati membri, purché naturalmente sia finalizzato coerentemente alla difesa del pluralismo.

 
  
  

(EN) La onorevole Villiers ci esorta ad applicare con rigore il diritto della concorrenza. Mi auguro che sapremo rispondere alle sue aspettative, senza mostrare pregiudizi nei confronti delle dimensioni in quanto tali. Dobbiamo esaminare le situazioni caso per caso. Le dimensioni possono talvolta creare problemi. Anche gli operatori più modesti a volte possono creare problemi sotto il profilo della concorrenza e allora dobbiamo intervenire.

Infine, diversi deputati – la onorevole Read, l’onorevole Markov, la onorevole Ainardi, l’onorevole Rapkay – hanno riconosciuto e sottolineato gli effetti positivi dello sviluppo di questo settore sull’occupazione, ma hanno anche espresso preoccupazioni riguardo all’impatto sociale delle fusioni. Devo essere molto breve in questa fase. Emergono due questioni. Per quanto riguarda l’impatto generale sull’occupazione, sono fermamente convinto che se si salvaguarda la concorrenza, l’occupazione tende a beneficiarne. Questo è chiaramente riscontrabile nel settore delle telecomunicazioni. Anche se le imprese operanti possono aver licenziato alcuni lavoratori, la liberalizzazione ha determinato l’ingresso di numerosi nuovi operatori che stanno creando nuovi posti di lavoro.

La Commissione è decisamente attenta a salvaguardare i diritti dei lavoratori. Il ricorso della Commissione agli strumenti della politica e le valutazioni delle concentrazioni si limitano ai soli aspetti contemplati dal diritto della concorrenza. Nondimeno, la Commissione accoglie con favore la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori alle procedure di controllo delle concentrazioni. I rappresentanti hanno il diritto di essere ascoltati in tutte le fasi della procedura. So per esperienza che i loro pareri offrono un valido contributo ai miei servizi.

Sono sempre più convinto che una concorrenza effettiva sia una componente chiave di un’economia sociale e di mercato, sia nei settori tradizionali che nei nuovi settori, e sottolineo entrambi gli aggettivi: economie sociali e di mercato.

 
  
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  Presidente. - La ringrazio molto, commissario Monti, per la sua risposta esauriente.

Comunico di aver ricevuto quattro proposte di risoluzione ai sensi dell'articolo 37, paragrafo 2, del Regolamento, a conclusione del dibattito sulla dichiarazione in esame(1).

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì mattina.

 
  

(1) Cfr. Processo verbale


8. Clonazione umana
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  Presidente. - L'ordine del giorno reca la dichiarazione della Commissione sulla clonazione umana.

 
  
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  Busquin, Commissione. – (FR) Signor Presidente, onorevoli deputati, i recenti progressi scientifici compiuti nel settore dello studio della vita offrono prospettive di applicazione di vasta portata, ma pongono questioni di ordine etico che riguardano la maggior parte dei nostri concittadini. Diventa sempre più importante anticipare tali questioni etiche allo scopo di integrarle in un dialogo più ampio tra scienza e società.

Nella sua comunicazione del gennaio 2000 la Commissione ha posto in evidenza che si può realizzare un autentico spazio europeo della ricerca solo se promuoviamo anche uno spazio europeo di valori etici condivisi in Europa. A tal fine, la Commissione intende intraprendere iniziative quali il rafforzamento dei legami tra i comitati di etica in Europa e lo scambio di buone pratiche in materia di valutazione etica dei progetti di ricerca.

La clonazione terapeutica, o più precisamente l’utilizzo a fini terapeutici di cellule staminali embrionali ottenute con le tecniche di clonazione, costituisce un esempio di questioni etiche sollevate dai rapidi progressi scientifici compiuti nel campo delle scienze della vita. Tale tecnica di clonazione terapeutica è particolarmente delicata per evidenti motivi di ordine culturale, religioso o etico.

La relazione del gruppo di esperti britannico pubblicata il 16 agosto sottolinea gli enormi vantaggi che possono derivare dalle ricerche sulle cellule staminali embrionali umane e sulla loro applicazione terapeutica. La relazione raccomanda l’autorizzazione della ricerca in questo settore ed in particolare il ricorso ad embrioni concepiti tramite clonazione, secondo la tecnica di sostituzione del nucleo, raccomandando la definizione di un chiaro quadro di riferimento giuridico ed etico. La pubblicazione della relazione ha suscitato un gran numero di prese di posizione in tutta l’Europa e ha consentito di avviare un vero e proprio dibattito a livello europeo, al di là degli ambienti scientifici interessati. Come il Presidente Prodi ha recentemente annunciato in un comunicato stampa, la Commissione, lungi dal tacere, auspica che si svolga un dibattito aperto in stretta collaborazione con il Parlamento europeo.

Il rispetto dell’identità nazionale degli Stati membri ha fatto sì che il Trattato sull’Unione europea lasci loro le prerogative per legiferare in materia etica. Di fatto, esiste una notevole diversità di legislazioni o di lacune legislative che riflette una gamma di sensibilità alquanto diverse nei paesi dell’Unione. Tuttavia, l’azione comunitaria nel settore della ricerca biotecnologica si fonda in misura crescente sui più rigorosi principi etici fondamentali, nel rispetto delle sensibilità nazionali, come nel caso della normativa comunitaria in materia di brevettabilità delle invenzioni biotecnologiche che si basa espressamente sul rispetto dei principi fondamentali che garantiscono la dignità e l’integrità dell’uomo e che ribadisce il principio secondo il quale il corpo umano, in tutte le fasi della sua costituzione o del suo sviluppo, cellule germinali comprese, nonché la semplice scoperta di uno di questi elementi o di uno di questi prodotti, compresa la sequenza parziale di un gene umano, non sono brevettabili.

Questa normativa esclude dalla brevettabilità la clonazione umana a scopo riproduttivo e la commercializzazione di embrioni o di parti del corpo umano. Pur regolamentando le condizioni alle quali un’invenzione basata sulla materia biologica può beneficiare di una tutela tramite brevetto, la direttiva non ha lo scopo di fissare le condizioni alle quali la ricerca stessa si può effettuare.

Per quanto riguarda la ricerca, la Commissione europea sostiene da diversi anni il settore biomedico. Il quinto programma quadro, adottato secondo la procedura di codecisione, rispetta i principi etici fondamentali e si basa sul parere espresso dal gruppo europeo di etica prima dell’adozione del programma quadro. Sono quindi escluse in maniera esplicita le ricerche che riguardano tecniche di clonazione a fini riproduttivi o terapeutici. Allo stesso modo, la clonazione animale è limitata a finalità giustificate dal punto di vista etico, a condizione che le operazioni vengano eseguite senza causare inutili sofferenze.

Il programma quadro, che ha anche un ruolo di anticipazione, sostiene attualmente gli studi di bioetica sui rischi ed i benefici potenziali delle tecnologie di clonazione. Inoltre, sono in corso iniziative complementari alla clonazione terapeutica volte a mettere a punto nuove tecniche di terapia cellulare, in particolare attraverso lavori molto importanti che fanno uso di cellule staminali adulte. Queste ricerche vengono condotte nel rispetto dei principi etici fondamentali e delle pertinenti normative nazionali vigenti.

Tengo a sottolineare che quando si valutano le proposte si tiene conto sistematicamente degli aspetti etici e che si effettua una revisione approfondita per quanto riguarda le proposte legate alle questioni etiche più delicate. La Commissione attende con grande interesse il parere sull’utilizzo delle cellule staminali umane che il gruppo europeo di etica esprimerà nel novembre di quest’anno. Tale gruppo ha saputo dimostrare la sua indipendenza e la sua estrema competenza in merito a questioni molto delicate ed altamente tecniche. Questo parere, come quelli precedenti, sarà sicuramente molto importante per la definizione del quadro di riferimento della politica comunitaria di ricerca.

Più in generale, il gruppo di esperti ad alto livello sulle scienze della vita, costituitosi di recente su mia iniziativa, ci deve aiutare a costruire un autentico dialogo tra il mondo della ricerca e la società nel settore delle scienze della vita. Il forum di discussione che sarà organizzato da tale gruppo il 6 e 7 novembre prossimi a Bruxelles, ed al quale invito tutti i deputati al Parlamento che sono interessati, rappresenta una tappa importante nell’instaurazione di questo dialogo. In tal modo, senza voler legiferare o armonizzare nel settore dell’etica, la Commissione intende contribuire alla discussione, nel rispetto della diversità delle culture e dei diversi gradi di sensibilità in Europa. Ciò costituisce anche uno degli obiettivi dello spazio europeo della ricerca che si costruisce passo a passo.

 
  
  

PRESIDENZA DELLA ON. FONTAINE
Presidente

 
  
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  Lannoye (Verts/ALE).(FR) Vorrei porre una domanda sull’ordine dei lavori.

Il Commissario Busquin ha appena rilasciato una dichiarazione sulla clonazione. Quando si svolgerà la discussione?

 
  
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  Presidente. – Alle ore 17.00, subito dopo la discussione sull’ampliamento.

 

9. Discorso del signor Verheugen in materia di ampliamento
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la comunicazione sul discorso del Commissario Verheugen in materia di ampliamento.

Porgo il benvenuto al Presidente Prodi che è appena arrivato e lo ringrazio di essere presente.

Vi segnalo che il Presidente Prodi ci dovrà lasciare alle 16.35 per recarsi a New York per il Millennium Round. Lo ringraziamo comunque di aver tenuto ad essere presente a questa discussione e senza attendere oltre gli do la parola.

 
  
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  Prodi, Commissione. - Signora Presidente, signore e signori, ho voluto personalmente fare una dichiarazione a questa Assemblea, assieme al Commissario Verheugen, per chiarire il significato politico della sua intervista del 2 settembre alla Süddeutsche Zeitung e il significato politico di una serie di dichiarazioni alla stampa che ne sono seguite. Tra breve il Commissario Verheugen vi spiegherà esattamente la lettera e lo spirito di quanto ha detto.

Per quanto mi riguarda, intendo solennemente ribadire di fronte a voi, membri del Parlamento, l'impegno incondizionato della mia Commissione a portare avanti la formidabile impresa dell'ampliamento. Ho più volte sottolineato come l'ampliamento sia il compito più importante che questa Commissione si è assunto, impegnandosi ad avviarlo nel binario giusto.

Questa nuova pagina della storia dell'Unione deve essere scritta il più presto possibile, conformemente agli obiettivi fissati dal Consiglio europeo e dalla Commissione stessa e più volte illustrati a questa Assemblea. Come ben sapete, si tratta di un'operazione estremamente complessa dal punto di vista politico e con il vostro vigoroso e costante sostegno la Commissione sta portando avanti il processo negoziale in modo trasparente e obiettivo, rispettando rigorosamente le regole del mandato ricevuto.

Da parte delle democrazie dei paesi che entreranno nell'Unione è in atto uno sforzo enorme, che rischiamo continuamente di sottovalutare. A questo sforzo, tuttavia, deve corrispondere da parte nostra una grande generosità politica. Tale generosità si deve esprimere in molti modi. Il primo atto di generosità, che non posso che ribadire ancora una volta, è che l'Unione deve essere pronta ad aprire le sue porte ai nuovi membri entro il 1° gennaio 2003. Di conseguenza, il compito principale che attende l'Unione per mettere ordine in casa nostra è concordare a Nizza, alla fine di quest'anno, una riforma istituzionale di alta qualità, per evitare un annacquamento del nostro sistema.

Vi è poi un altro aspetto della generosità politica che è nostro dovere dimostrare: è che tutti noi dobbiamo sforzarci di raccogliere il consenso più vasto possibile fra i cittadini a favore del processo di ampliamento. Da parte mia, temo che l'opinione pubblica non ne sia ancora sufficientemente convinta.

La ricerca di un sostegno democratico per quest'impresa di portata storica non rispecchia certo da parte nostra una volontà di ritardare tale processo, ma testimonia invece il nostro desiderio di rafforzarlo. Quali siano i modi e gli strumenti adeguati per assicurarsi questo sostegno negli Stati membri o nei paesi candidati è ovviamente una questione che spetta a loro decidere. In particolare, le procedure nazionali di ratifica dell'ampliamento sono questioni di ordine nazionale. Non è certo intenzione della Commissione, né del Commissario Verheugen, interferire in questo dibattito.

Tuttavia - e questo è un altro discorso - ciascuno di noi deve contribuire a spiegare ai nostri concittadini qual è la posta in gioco. Ho sempre avvertito da parte del Parlamento, di fronte a cui siedo, un totale impegno a fare proprio questo: spiegare, spiegare, spiegare ai nostri concittadini che l'ampliamento non è una minaccia, ma un'occasione storica da tutti i punti di vista, anzitutto ai fini della pace nel nostro continente.

Il sincero impegno di tutti i Commissari a portare avanti le politiche del Collegio è un elemento distintivo della mia Presidenza e questa Assemblea sa che, se necessario, non mi mancano gli strumenti adeguati per assicurarne il rispetto.

Nel caso specifico, sono pienamente convinto che Günter Verheugen condivide fino in fondo la politica della Commissione, politica che questa Assemblea ha approvato in tante occasioni. Ho dunque piena fiducia nella sua capacità di condurre ad una rapida e positiva conclusione i negoziati sull'ampliamento.

(Applausi)

 
  
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  Verheugen, Commissione. - (DE) Signora Presidente, onorevoli parlamentari, vi ringrazio molto per avermi dato l’opportunità, con il dibattito odierno, di fare alcune precisazioni sull'intervista che ha scatenato questa tempesta, che, per quanto mi riguarda, pongono anche fine alle discussioni.

Nell’intervista ho fatto presente, a titolo personale e in un contesto puramente tedesco, che i referendum possono servire a coinvolgere più intimamente i cittadini nei grandi progetti europei che modificano la base costituzionale dello Stato. Ho citato come esempio il Trattato di Maastricht e non l'ampliamento. Infine ho anche detto che tale possibilità non è prevista dalla costituzione tedesca. Sono il primo a dolermi del fatto che tale affermazione sia stata interpretata come un’esortazione ad indire un referendum sull'ampliamento. Con questo vorrei precisare che non ho mai avanzato una simile richiesta né in relazione alla Germania né a qualsiasi altro paese.

(Applausi)

Se si legge il testo in tutta obiettività, senza ricorrere a resoconti di seconda mano, non si può che giungere a questa conclusione.

Qual era allora il vero messaggio? Il senso del messaggio era che vogliamo l'ampliamento e vogliamo avvenga al più presto, con i radicali mutamenti che si renderanno necessari. Moltissimi parlamentari sanno che da un anno a questa parte mi sto impegnando con entusiasmo, in stretto contatto con i cittadini dei paesi candidati all'adesione e degli Stati membri, per far capire che desideriamo davvero l’ingresso nell’Unione di questi nuovi membri.

Quanto sto cercando di fare è dare un'anima ad un processo che potrebbe trasformarsi facilmente in una questione prettamente tecnica. Vogliamo assicurare pace e stabilità a tutta Europa. Vogliamo dare l'opportunità a giovani democrazie di partecipare allo sviluppo politico ed economico dell'Europa. Vogliamo rafforzare ulteriormente il ruolo dell'Europa nell'ambito della concorrenza internazionale. Non ci sono alternative. Il bilancio dei negoziati sull'ampliamento dall'entrata in carica della Commissione Prodi è positivo. I resoconti che la Commissione presenterà in autunno mostreranno che i candidati hanno compiuto notevoli progressi e si stanno rivelando quasi maturi per l'adesione.

La Commissione intende proporre in autunno nuovi elementi di strategia negoziale che dovrebbero consentire di condurre ancor più celermente i negoziati e di porre mano alle questioni di fondo essenziali del processo negoziale.

Desidero osservare che tali progressi sono possibili solo agendo in stretta cooperazione con gli Stati membri e col Parlamento europeo. Ringrazio espressamente il Parlamento europeo per l'eccellente collaborazione e per avermi finora sempre pienamente sostenuto. Un riconoscimento altrettanto esplicito merita il ruolo positivo che il Parlamento europeo ed i suoi membri stanno svolgendo nello sforzo di informare i cittadini europei su questo progetto di portata storica. Ho sempre sostenuto la necessità di ottenere il più ampio appoggio possibile da parte della popolazione e di illustrare nell’ambito di un dibattito di grande respiro con i cittadini i grossi benefici che comporta l'adesione di nuovi Stati membri.

Dobbiamo convincere la gente che l'ampliamento porterà fin dall'inizio vantaggi politici ed economici per entrambe le parti. Abbiamo bisogno di un ampio dibattito democratico su questo progetto di portata storica. Era questo il concetto di base che mi interessava sottolineare nell'intervista.

(Applausi)

Non è certo intenzione della Commissione - né tantomeno mia - introdurre nuove condizioni politiche nel processo negoziale o in quello decisionale. La strategia viene fissata dal Consiglio d'Europa e seguita con energia dalla Commissione.

Come già affermato dal Presidente Prodi, è ovvio che i Trattati di adesione vengono ratificati nei singoli Stati membri in conformità del rispettivo ordinamento giuridico. A mio avviso se ne possono trarre tre conclusioni: primo, dobbiamo condurre un'ampia offensiva sul piano della comunicazione negli Stati membri e nei paesi candidati all'adesione. La Commissione ha già avviato i preparativi necessari. Secondo: non dobbiamo soffocare preoccupazioni e paure, qualora ce ne siano, bensì parlarne apertamente con i cittadini; dovremmo aiutarli…

(Applausi)

… a cogliere le nuove opportunità e a vincere le nuove sfide. Penso in particolare alle regioni frontaliere. Anche a tale riguardo la Commissione sta elaborando un progetto.

Infine, terzo: dobbiamo procedere con estrema cautela e ponderatezza in relazione a temi con una forte carica inquietante ed emotiva - e ve ne sono diversi nell'ambito del processo di ampliamento, ad esempio l'immigrazione. Ma ci sono modi e possibilità per risolvere questi problemi. Le decisioni in merito vanno e saranno prese con tempestività e a ragion veduta.

(Applausi)

 
  
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  Poettering (PPE-DE). - (DE) Signora Presidente, onorevoli colleghi, mi auguravo non ci fosse bisogno di tenere questa discussione oggi, alla cui base c'è un fatto grave, un grave errore politico. Spero che dopo quanto abbiamo appena sentito dal Presidente della Commissione Prodi e dal Commissario Verheugen, con il dibattito si riescano a mettere di nuovo in chiaro le cose.

Noi non abbiamo chiesto una dichiarazione del Presidente, bensì una dichiarazione della Commissione. Ringrazio comunque vivamente il Presidente della Commissione Prodi per aver ritenuto il fatto di importanza tale da prendere personalmente posizione al riguardo nella seduta odierna. Commissario Verheugen, ho letto più volte la sua intervista. Prima di entrare nel merito, vorrei richiamare l'attenzione sulla seguente frase, che mi ha lasciato sbalordito ed anche profondamente scosso. Lo affermo in tutta obiettività e tranquillità, perché credo profondamente a tutto quanto sto per dire e perché ciò rispecchia le mie convinzioni.

Il Commissario Verheugen afferma nell'intervista: "Fa parte degli sviluppi quasi tragici degli ultimi anni che il Parlamento sia unito solo quando si tratta di opporsi alla Commissione". Commissario Verheugen, che concetto ha del Parlamento europeo? Lei non sarebbe in carica se non avesse avuto la nostra approvazione.

(Applausi)

Rivendico a nome del nostro gruppo - come il Presidente Prodi ben sa - che in linea di principio ci consideriamo alleati della Commissione europea, ogni qualvolta vengano messi in discussione i Trattati, quando si tratta di ricordare al Commissario Patten i suoi impegni in materia di politica estera o quando ci viene chiesto di rinunciare ad un segretariato. Siamo a fianco della Commissione e vorremmo ne prendeste atto e non ci accusaste di opporci a voi per principio e di trovare un accordo in Aula solo a questo scopo. Nego nel modo più assoluto che sia così.

(Applausi)

Lo nego perché vorrei che il nostro lavoro venisse invece considerato come un sostegno alla Commissione. Abbiamo un compito comune da portare avanti per l'Europa!

Passiamo ai fatti. Lei ha detto che leggendo con obiettività il testo della sua intervista si può giungere ad una conclusione diversa. Credo che anche esaminando il testo con obiettività non si possa che giungere alle conclusioni che abbiamo esposto pubblicamente e che sono oggetto del dibattito a livello europeo. Commissario Verheugen, le sono grato e prendo espressamente atto della sua intenzione di dichiarare che non si devono introdurre nuove condizioni. In tal modo si mette in chiaro una volta per tutte che, come ribadito dal Presidente della Commissione, lei non sostiene che alla base dell'ampliamento dell'Unione europea ci debba essere lo svolgimento di un referendum nel paese da cui lei proviene. Infatti sono in molti a chiedersi se dietro a tale osservazione non si celi una strategia. Anche altre personalità - e non lo dico per dare un risvolto di carattere partitico alla discussione -, ad esempio una nota personalità tedesca a lei politicamente vicina, hanno avanzato proprio oggi la richiesta di un referendum popolare. Tuttavia mi compiaccio che oggi tale punto sia stato chiarito.

(Commenti)

Calma! Mi fa piacere che ci siamo trovati d'accordo sull'opportunità di affrontare tale questione, dal momento che l'ampliamento dell'Unione europea è una questione cruciale per il futuro del nostro continente nel XXI secolo. Ed è essenziale per il futuro che la Commissione ed il Parlamento percorrano la stessa strada.

(Applausi)

Adesso dobbiamo fare insieme pressione sui governi affinché il Vertice di Nizza abbia successo. Dovremmo procedere uniti, confidando nella buona volontà reciproca. La cosa più importante - e in tal senso capisco e condivido pienamente le sue affermazioni - è ottenere il consenso dei cittadini dei nostri paesi in merito all'ampliamento dell'Unione europea, affinché ci seguano nel nostro cammino. In qualità di deputati al Parlamento europeo siamo costantemente impegnati su tale questione. E’ stata la popolazione infatti a permettere una svolta ed il crollo del comunismo nell'Europa centrale. L'unità tedesca non sarebbe stata possibile se in Polonia non ci fosse stata Solidarnosc.

(Applausi)

Percorriamo insieme questa strada verso l'Europa! E' un invito che rivolgo alla Commissione ed a tutti noi. Il Parlamento è concorde sul fatto che questa strada vada percorsa insieme. Commissario Verheugen, vorrei pregarla di riconoscere che noi siamo a fianco della Commissione quando si tratta dello sviluppo futuro dell'Europa, dell'unità del nostro continente e dell'ampliamento. I popoli dell'Europa centrale vogliono diventare parte della comunità di valori rappresentata dall'Unione europea ed è nostro obbligo politico e morale fare il possibile affinché l'ampliamento possa realizzarsi al più presto, nell'interesse della sicurezza, della pace e della libertà del continente europeo.

(Vivi applausi)

 
  
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  Hänsch (PSE). - (DE) Signora Presidente, signor Presidente della Commissione, Commissario Verheugen, lei ha appena affermato che la sua intervista andava riferita ad un contesto tedesco: solo che non è un problema tedesco. Il fatto che sia appena intervenuto l'onorevole Poettering e che adesso intervenga io, non deve farle pensare che si tratti di un dibattito a carattere nazionale.

Le sue asserzioni, Commissario Verheugen, hanno suscitato stupore ed anche irritazione nel gruppo socialista.

(Applausi)

Non si tratta di stabilire o meno il valore dei referendum per la democrazia e la partecipazione dei cittadini alle decisioni dell'Unione europea. Come portavoce del mio gruppo non intendo esprimermi sulla discussione in atto in Germania in materia di referendum o simili. E' ovvio che ogni singolo Stato membro, e quindi anche la Germania, decide in merito all'adesione di nuovi Stati secondo le regole della propria costituzione. Ma, dal momento che la costituzione tedesca non prevede un simile referendum, le sue affermazioni sono state intese come un invito ad introdurre un referendum, e quindi come un tentativo di rimandare l'ampliamento ad Est dell'Unione europea. Lo so, Commissario Verheugen, non era affatto questa la sua intenzione, ma è l'impressione che si è avuta e adesso va cancellata.

(Applausi)

Il gruppo socialista vuole che l'Unione europea mantenga l'impegno assunto nei confronti dell'Europa orientale. Vogliamo che i negoziati vengano portati a termine con celerità e scrupolo. Ci opponiamo a che vengano frapposti nuovi ostacoli all'adesione! Ma ciò vale anche per talune affermazioni del suo gruppo, onorevole Poettering, ad esempio per quanto concerne l'atteggiamento del PPE riguardo all'adesione all'Unione economica e monetaria.

(Applausi)

Il mio gruppo - il gruppo socialista – si compiace che oggi il Presidente della Commissione Prodi ed il Commissario Verheugen abbiano provveduto in questa sede a fare le necessarie precisazioni e desidera ringraziarli. Tale chiarimento per noi è sufficiente!

Adesso naturalmente potremmo dire "Romano" locuto, causa finita.

(Ilarità)

Ma è ovvio che le cose non sono così semplici, in quanto il problema fondamentale da lei toccato, Commissario Verheugen, è un problema con il quale ci troviamo confrontati tutti quanti: Commissione, deputati al Parlamento europeo, governi e partiti degli Stati membri. Il problema è come informare, convincere e ottenere il consenso dei cittadini degli Stati membri in merito all'adesione degli Stati dell'Europa orientale. E' il punto decisivo da risolvere! Un punto su cui siamo tutti carenti. Tale risultato si può ottenere solo continuando a spiegare alla gente che la portata dell'obiettivo è proporzionale a quella delle chance che vengono offerte a tutti noi europei. E' questo che va messo in rilievo! Per farlo dobbiamo uscire tutti quanti, anche voi, signor Presidente della Commissione e signor Commissario, dai nostri nascondigli burocratici e mettere da parte dettagli e dubbi! Innalziamo il nostro lavoro al livello storico che gli compete!

La classe politica degli anni ’50 – Adenauer, Monnet, Schuman ed altri – ha avuto il coraggio e la lungimiranza di cancellare, nell'ambito di una comunità europea, la secolare ostilità esistente tra Germania e Francia, dando inizio all'unione dei popoli dell'Europa occidentale.

La nostra generazione, onorevoli colleghi, la vostra e la mia, per la prima volta, da mille anni a questa parte, ha l'opportunità di riunire in una comunità fondata sulla volontarietà dell'adesione, sulla pace e sulla democrazia tutti i popoli dell'Europa. Non possiamo permettere che tale opportunità venga mandata in fumo, né che venga sprecata!

(Applausi)

 
  
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  Cox (ELDR). – (EN) Signora Presidente, oggi abbiamo un’importante occasione per operare una rettifica e per compiere un significativo passo avanti nella discussione. Sono molto lieto della presenza in Aula del Presidente della Commissione e mi auguro che Romano Prodi, in veste di Presidente della Commissione, sappia sempre imporre con la stessa determinazione la sua leadership presidenziale in questioni strategiche come l’allargamento. Accolgo quindi con particolare favore la sua dichiarazione odierna.

Accetto la spiegazione del Commissario Verheugen, che ha affermato di essersi espresso in un contesto tedesco e a titolo personale. Tuttavia, come Commissario responsabile per l’ampliamento, non può permettersi il lusso di parlare a titolo personale. Il problema fondamentale, quando lanciamo messaggi confusi o forse espressi in modo inadeguato o sconsiderato, è che rischiamo di trasmettere il messaggio sbagliato. Il modo in cui è stata accolta e commentata l’intervista lo dimostra chiaramente.

Riguardo alla questione del referendum, accetto la sua spiegazione. Tuttavia, la tesi di fondo è corretta. Abbiamo bisogno del sostegno dei cittadini, e se questo è ciò che intendeva, il suo è un argomento valido.

Quanto agli Stati membri che lasciano il lavoro sporco alla Commissione, mi auguro che questa osservazione non si riferisca all’allargamento. Sono certo che l'insinuazione non è stata intenzionale.

(Applausi)

Se lei, signor Commissario, intendeva dire che alcuni rappresentanti dei nostri governi compiono viaggi nell’Europa centrale e annunciano che l’allargamento è in atto, ma poi lasciano alla Commissione il compito di definirne i particolari, dovrebbe affermarlo a chiare lettere e avrà tutto il nostro sostegno quando dovrà confrontarsi con il Consiglio al riguardo.

(Applausi)

Vorrei invitare il Commissario, in tutta onestà, a ritrattare le sue osservazioni riguardo al Parlamento europeo che si esprimerebbe all’unanimità soltanto in un caso, cioè quando si tratta di opporsi alla Commissione. Quest’affermazione non è sostenibile. Le relazioni tra il Commissario ed il Parlamento e le commissioni parlamentari sono sempre state costruttive e positive e dovrebbero rimanere tali. Non si può lasciar passare un’osservazione tanto offensiva sulle nostre relazioni interistituzionali.

(Applausi)

 
  
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  Hautala (Verts/ALE).(FI) Signora Presidente, ringrazio il Presidente della Commissione e il Commissario Verheugen di essere presenti alla nostra discussione. Si tratta per noi di un’ottima occasione per intraprendere una discussione seria e onesta sull’ampliamento, e possiamo anche riflettere insieme su come coinvolgere i cittadini in questa discussione. E non vi è nulla di più importante.

Capisco che la Commissione possa essere infastidita dal modo in cui il Consiglio affronta talvolta la questione dell’ampliamento. Il Consiglio non è stato in grado di presentare un progetto di ampliamento concreto, e deve proprio mettersi in riga. Non giova neppure il fatto che i capi di Stato vadano in visita nei paesi candidati e dispensino blande promesse sulla possibilità di un loro imminente ingresso nell’Unione: questo non significa lavorare seriamente per l’ampliamento. E’ chiaro che si può riconquistare la fiducia dei cittadini, ma ciò richiede prima di tutto che tutto il processo di negoziazione sia più aperto. Anche il Parlamento deve prendere parte alle discussioni e questa è un’ottima occasione per stabilire di tenere regolari discussioni anche qui al Parlamento europeo.

E che dire dell’idea di organizzare referendum nazionali sui risultati dell’ampliamento? Non è proprio il momento adatto per pensare a una cosa simile, giacché dobbiamo avere il coraggio di dire alla gente che sono già trascorsi otto anni da quando abbiamo invitato tali paesi ad entrare nell’Unione europea. Sono intanto già passati otto anni, ma speriamo di avere il coraggio di dire ai cittadini che questo processo è già in uno stadio avanzato e che è impossibile tornare indietro. Il referendum nazionale è di per sé un validissimo strumento per coinvolgere i cittadini nelle decisioni; vorrei ringraziare il Commissario Verheugen per aver avuto il coraggio di menzionarlo. Persino in Germania si dovrebbe, a mio avviso, riflettere sull’opportunità di desistere dal timore storico che il referendum possa generalmente rappresentare un pericolo.

Consideriamo il lavoro sulla Carta dei diritti fondamentali. In questo momento si sta elaborando la Carta dei diritti fondamentali, ma è previsto che i cittadini esercitino il loro unico effettivo diritto di partecipazione? Perché non abbiamo cominciato a discutere di grandi referendum europei o ad esempio del diritto all’iniziativa, di cui, per esempio, i cittadini svizzeri godono automaticamente? Capisco allora che gli svizzeri non vogliano entrare nell’Unione prima che anche a loro, in quanto futuri cittadini dell’Unione europea, si garantiscano tali diritti fondamentali. Questo è il compito a cui possiamo dedicarci insieme per ottenere l’Europa dei cittadini; è anche il miglior modo di dissipare inutili timori, poiché le persone sono costrette ad istruirsi, a parlare, a procurarsi informazioni. Insomma, in generale i diritti dei cittadini sono ineludibili, ma in questo caso non è assolutamente possibile imbarcarsi in un referendum sull’ampliamento.

 
  
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  Brie (GUE/NGL). – (DE) Signora Presidente, all'interno del mio gruppo ci sono opinioni differenti in merito al progettato ampliamento. Da parte mia, ritengo rappresenti una necessità ed un'opportunità storica che non bisogna mettere in pericolo con atti sconsiderati, processi scarsamente democratici e grettezza a livello burocratico e nazionale, né con una politica priva di sensibilità sociale.

Signor Commissario, non metto in dubbio il suo impegno personale rispetto all'ampliamento. Se però, dopo averla sentita dire che abbiamo tutti frainteso l'intervista, scoprissi nell'edizione di domani dello Zeit che lei stesso afferma che si è trattato della sua gaffe annuale, allora viene spontaneo chiedersi cosa stiamo a fare qui!

(Applausi)

Vorrei pregarla ancora una volta di darci una spiegazione. A luglio ha fatto, in seno alla commissione competente, oscure allusioni in merito alle difficoltà esistenti. Nonostante le richieste di precisazioni, si è mostrato poco incline ad illustrarle in concreto. Ha pienamente ragione sul fatto che la popolazione debba essere coinvolta nei processi decisionali. Questo però significa, com'è ovvio, che anche i parlamentari eletti democraticamente devono godere di tale possibilità. Penso sia ora di farla finita con gli eccessi di segretezza diplomatica di Consiglio e Commissione nei confronti del Parlamento.

Esiste un secondo problema: io appoggio fermamente la sua opinione sul fatto che i governi non devono scavalcare i cittadini nelle decisioni di vitale importanza, così come è successo con l'euro. Su questo sono d'accordo con lei. Ma non può essere un referendum tedesco a decidere le sorti dell'ampliamento. Si tratta, a mio avviso, di un'idea infelice e inaccettabile! Quanto al resto, potrà sempre contare sul nostro coerente sostegno se ha veramente a cuore la partecipazione democratica. Rammento comunque come a suo tempo anche lei avesse respinto in linea di principio l'idea che si tenesse in Germania un referendum sul Trattato di Maastricht.

In terzo luogo, l'aspetto più importante: per ottenere il consenso delle popolazioni in merito all'ampliamento e all'adesione occorre prenderne in seria considerazione le preoccupazioni e le speranze. Secondo me, non è solo con una campagna promozionale del costo di 150 milioni di euro che si può raggiungere tutto ciò, bensì dando una prospettiva democratica, sociale e occupazionale all'ampliamento. Per il momento ben poco è visibile di tale processo, sia nella discussione sulla Carta dei diritti fondamentali, che nella riforma dell'Unione o nei negoziati per l'adesione.

Signor Commissario, la nostra richiesta principale è la seguente: contribuisca con la grande competenza che le viene riconosciuta a far sì che l'ampliamento ad Est diventi un progetto per la sicurezza comune e per la solidarietà sociale, un progetto deciso e realizzato insieme ai cittadini! Così facendo ci avrà tutti al suo fianco.

 
  
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  Muscardini (UEN). - Signora Presidente, il Presidente Prodi ha detto: "L'opinione pubblica non è sufficientemente convinta", e altri colleghi hanno ripreso questa frase. Questo forse è il vero grave problema: l'opinione pubblica non è sufficientemente convinta perché l'Europa si occupa troppo di temi particolari che riguardano gli Stati nazionali e non si occupa sufficientemente dei grandi problemi: la disoccupazione, l'immigrazione, i diritti umani, la rinegoziazione delle regole mondiali finanziarie, la bolla finanziaria, i rapporti con gli Stati Uniti, la capacità dell'Europa di avere una sua economia forte, un suo peso specifico.

I cittadini europei hanno paura, dobbiamo rendercene conto! Per cui, se si vuole che l'ampliamento sia il bene finale degli attuali cittadini membri e di quelli che lo diventeranno, dobbiamo cominciare a coinvolgere i cittadini nei processi politici e istituzionali, e allora, Presidente Prodi, non incondizionatamente, come lei ha detto nel suo intervento, perché una condizione esiste ed è quella che l'ampliamento diventi un vero beneficio per i cittadini che oggi sono membri dell'Unione e per quelli che speriamo al più presto diventeranno membri della nostra Unione europea.

 
  
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  Dell'Alba (TDI). - Signora Presidente, signor Commissario, non è certo dai radicali italiani che si leverà una critica per aver enunciato una proposta di organizzare un referendum su un tema molto importante. Certo, anche questo è stato un passo falso, che ha messo in difficoltà la Commissione e noi tutti come Unione europea: in difficoltà di fronte alle legittime aspirazioni dei popoli dell'Europa dell'est che, dopo cinquant'anni di dittatura comunista, con la nostra complicità, hanno ormai il diritto, credo, di far parte dell'Unione europea.

E allora mi rivolgo ai colleghi e chiedo loro un esame di coscienza; lo chiedo alla Commissione, ma lo chiedo anche al Parlamento: come stiamo andando ai Vertici di Biarritz e di Nizza, che hanno dei punti così importanti all'ordine del giorno e sui quali non sta avvenendo assolutamente nulla? Nulla sulle riforme istituzionali, nulla soprattutto su quell'impegno che prendemmo in anni passati per far riuscire l'ampliamento ai paesi dell'Europa meridionale: penso ai pacchetti Delors I e Delors II. E poi vogliamo fare l'ampliamento senza spendere una lira in più di quella del bilancio, già insufficiente per i Quindici. Questi sono problemi grossi e la sua intervista, signor Commissario, ha provocato sconcerto. Mi auguro che con queste dichiarazioni si riprenda il cammino, ma i veri problemi restano sul tavolo: quali riforme, quali mezzi finanziari per riuscire davvero l'ampliamento all'Europa dell'est?

 
  
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  Van Orden (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, mi era sembrato di capire che il Commissario Verheugen avrebbe fornito un’esauriente spiegazione dell’intervista rilasciata alla Süddeutsche Zeitung. Un punto importante riguarda l’affermazione secondo cui, a suo parere, in Germania si sarebbe dovuto indire un referendum sull’introduzione dell’euro. Bene, non è troppo tardi. Pensa ancora che l’opinione pubblica in Germania dovrebbe essere consultata sull’euro e a suo parere quale sarebbe il risultato?

 
  
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  Verheugen, Commissione. - (DE) Signora Presidente, innanzitutto vorrei rispondere ad alcune domande che mi sono state poste. Mi rivolgo in primo luogo agli onorevoli Poettering e Cox, che ringrazio per la lealtà dei loro interventi. Prendo atto di buon grado della loro diversa analisi sulla dialettica dei ruoli tra Parlamento e Commissione, rispetto al giudizio da me espresso in termini molto semplificati. Devo anche ammettere che, per quanto riguarda il mio ambito di esperienza, tale analisi calza perfettamente. Sono stato pregato di ritrattare la mia posizione. Lo faccio volentieri ….

(Applausi)

…. in quanto la presente discussione ha dimostrato che a quanto pare mi sbagliavo e non mi pesa affatto ammetterlo!

Mi rivolgo ancora una volta all'onorevole Cox: lei si è imbattuto in un preciso termine tedesco da me utilizzato che in inglese è stato tradotto con dirty work. Vorrei solo precisare che nella parte di Germania da cui provengo tale parola non significa altro che painful and hard work. Non intendevo dire altro che questo ….

(Commenti dall'Assemblea)

…. e l'interpretazione che ne ha dato subito dopo si avvicina comunque molto a quello che è il mio pensiero.

Non è necessario discutere ancora del processo decisionale che ha portato all'introduzione dell'euro in Germania. All'epoca ero presidente del comitato speciale del Bundestag tedesco che ha predisposto la ratifica dell'euro nel mio paese. Tale processo si era già concluso alla fine del 1993. Non c'è più nulla da decidere in proposito, l'argomento è chiuso. Si era discusso allora del fatto che il coinvolgimento della popolazione non era sufficiente. Qualsiasi collega tedesco è in grado di confermarlo ed io, nell'intervista, l'ho ricordato ancora una volta.

Per il resto, in conclusione, mi si consenta osservare che ho l'impressione che dal dibattito sia emerso, in primo luogo, che esiste un grande ed ampio accordo tra Commissione e Parlamento su quanto sia necessario, importante ed irreversibile l'ampliamento e, in secondo luogo, che si rileva che la stessa concordanza di opinioni in merito alla volontà di collaborare per coinvolgere in questo progetto epocale i cittadini europei.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. - Grazie, Commissario Verheugen. La discussione è chiusa, se non vi sono altri interventi, e si può riprendere la discussione sulla clonazione umana. Ringrazio il Commissario Verheugen e sono lieto di rivedere fra noi il commissario Busquin.

 
  
  

PRESIDENZA DELL'ONOREVOLE PROVAN
Vicepresidente

 

10. Clonazione umana ( proseguimento)
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  Fiori (PPE-DE). - Signor Presidente, signor Commissario, credo che ad ogni persona che sia animata da fede nell'uomo, dal primo momento della sua esistenza, vada garantito il rispetto incondizionato, moralmente dovuto all'essere umano nella sua totalità.

Occorre perciò dire forte e chiaro un "no" deciso contro gli esperimenti che comportano la distruzione di embrioni umani: l'embrione è già un soggetto umano, con una ben precisa identità, ed ogni intervento che non sia a favore dello stesso embrione si costituisce come atto lesivo del diritto alla vita. Occorre che questo Parlamento ribadisca quello che ha già molte volte detto in questi anni, anche nel recente maggio scorso. E' immorale utilizzare embrioni umani per scopi di ricerca, proprio per quegli scopi ai quali il Presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, ha assicurato l'erogazione di finanziamenti pubblici e che sono stati autorizzati dal governo britannico di Tony Blair.

Purtroppo sembra che gli interessi commerciali spingano verso ricerche che, attraverso scorciatoie, vanno al di là di ogni considerazione sulla tutela della vita umana, che noi consideriamo tale sin dal concepimento. Il corpo umano non appartiene al dominio dell'avere ma a quello dell'essere, dell'essere persona vivente, e quindi non è riducibile a una macchina fatta di pezzi e di ingranaggi, di tessuti e di funzioni.

Ciò che si vuole realizzare è quasi un'immagine di predazione della vita, è il contrario dell'etica dell'amore per l'uomo, per il suo corpo, anche in quello stadio primo dell'essere vivo, dell'esserci al mondo, al mondo umano, con quel corpo che egli è. Tanto è vero che coloro i quali prendono l'embrione umano e lo svuotano, portandogli via la massa cellulare interna e la vita, si industriano a dire che dentro non c'è nessuno, perché, se ci fosse qualcuno, sarebbe degno d'amore o, in un mondo senza amore, avrebbe diritto almeno al rispetto della sua dignità umana, altrimenti il mondo sarebbe violenza, brutalità e cinismo.

Cari colleghi, opporsi alle ricerche distruttive sugli embrioni non significa solo seguire un principio religioso, ma anche un principio di civiltà: il divieto assoluto di farsi padrone di un altro uomo, che dovrebbe essere ancora fortemente radicato nella nostra civiltà. Non si può ammettere che l'uomo abbia un potere così ampio su un altro uomo.

Non per questo, però, siamo contro la ricerca, tutt'altro. Ricerche alternative sono possibili: quelle sulle cellule staminali presenti nell'adulto e quelle ricavate dal cordone ombelicale subito dopo la nascita, ad esempio. Oltretutto le ricerche sulle cellule adulte esistono e sono promettenti. Molti ricercatori sono impegnati nell'alternativa alla clonazione e sono in procinto di formare importanti gruppi di ricerca nazionale indirizzata a questa specifica area.

Infine, si propone la costituzione di una commissione temporanea che discuta di questi temi. Vogliamo l'approfondimento di nuovi problemi posti dalle scienze della vita, a patto che sia chiaro che le posizioni assunte dal Parlamento non possono essere rimesse in discussione. Da esse la Commissione dovrà partire per aiutarci a dare indicazioni fondate.

 
  
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  Goebbels (PSE).(FR) Signor Presidente, il progetto di Carta dei diritti fondamentali all’articolo 1 stabilisce che la dignità della persona dev'essere rispettata e tutelata, mentre all’articolo 3 afferma che, nel caso della medicina e della biologia, si devono rispettare i seguenti principi: divieto delle pratiche eugenetiche, in particolare quelle il cui scopo è la selezione delle persone, divieto di fare del corpo umano o di sue parti una fonte di profitto, divieto della clonazione a fini riproduttivi degli esseri umani.

Simili dichiarazioni solenni non sono necessariamente sufficienti. I progressi della scienza sono sbalorditivi. La ricerca scientifica progredisce talvolta ad una velocità difficile da cogliere per i comuni mortali, ed anche per il potere politico. Questo ritmo di avanzamento della scienza tecnologica, cioè del connubio tra scienza e tecnologia, suscita interrogativi etici gravidi di conseguenze. Questo vale soprattutto per la recente padronanza dei meccanismi della vita. A tale proposito, la proposta del governo britannico di investire il parlamento di Westminster di una legislazione volta ad autorizzare talune ricerche scientifiche sulla clonazione terapeutica, anche sull’embrione umano, ha suscitato ogni sorta di reazioni e di commenti positivi e negativi.

Alcuni gruppi politici del Parlamento europeo propongono di votare una risoluzione definita "urgente". I socialisti sono dell’opinione che tali questioni sono troppo importanti per il futuro della medicina, della biologia e della società umana, e che tale importanza merita da parte del Parlamento un lavoro più approfondito di una risoluzione definita in fretta e furia. Qui non siamo all’OK Corral. Non si tratta di essere i primi ad estrarre la pistola.

Le discussioni di questa mattina sull’Osservatorio dei mutamenti industriali hanno dimostrato che il Parlamento è capace di votare tutto ed il contrario di tutto nello spazio di pochi minuti. I socialisti deplorano questo genere di votazione, più simile alla roulette russa che a un serio lavoro parlamentare. Vogliamo una discussione serena su un problema di cruciale importanza, sulle possibilità aperte dall'ingegneria genetica e sulle frontiere da non oltrepassare in tale settore.

Questo insieme di questioni riguarda diverse commissioni permanenti del Parlamento. Si tratta infatti di un problema a chiaro carattere orizzontale, che merita di essere trattato da una commissione temporanea speciale, incaricata di chiamare esperti, di organizzare audizioni in cui mettere a confronto le varie opinioni in materia allo scopo di preparare con serenità una discussione obiettiva, non inficiata in partenza da pregiudizi radicati.

Concludo, signor Presidente, chiedendole, chiedendo a tutti noi di compiere un lavoro serio. Siamo disposti a ritirare la risoluzione se anche gli altri gruppi faranno altrettanto, e a cercare di realizzare insieme qualcosa di valido.

 
  
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  Wallis (ELDR). – (EN) Accolgo con favore la dichiarazione del Commissario, in particolare il suo carattere moderato e ponderato.

La risoluzione proposta dal gruppo ELDR segue lo stesso orientamento. Non vogliamo una reazione precipitosa e sconsiderata a quanto è avvenuto nel mio paese e all’annuncio fatto dal governo britannico. Si tratta di questioni serie, che riflettono le profonde preoccupazioni dei nostri cittadini, ma dobbiamo valutare l’intero contesto in cui è stato fatto l’annuncio del Regno Unito, tenendo conto del principio di sussidiarietà cui ha fatto riferimento il Commissario.

Si tratta solo di una proposta, non di una decisione, e fa seguito ad una relazione molto prudente e ponderata del gruppo di esperti sulla clonazione dell’ufficiale sanitario capo. La questione è stata oggetto di valutazione per due anni, un periodo troppo lungo, secondo alcuni, se paragonato alla vita di persone affette da tumori, morbo di Parkinson o disfunzioni di organi che potrebbero essere aiutate da questa ricerca. Il gruppo di esperti propone una semplice estensione delle norme in vigore nel Regno Unito riguardo ai fini cui possono essere destinati gli embrioni nelle attività di ricerca.

Sottolineo che si tratta di un’estensione della normativa e dei controlli in vigore in questo settore estremamente delicato. Dobbiamo rispettare il fatto che la questione suscita profonde e reali preoccupazioni tra i cittadini, siano essi favorevoli o contrari, e questo è quanto tenta di fare la nostra risoluzione. Il governo britannico ha riconosciuto questo aspetto nella sua proposta, che sarà sottoposta a libera votazione, possibilmente entro la fine dell’anno. Nonostante il mio partito non faccia parte del governo, ritengo che la reazione del governo britannico sia stata moderata e ponderata. Invito il Parlamento ad affrontare questa importante problematica con moderazione e ponderatezza.

 
  
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  Lannoye (Verts/ALE).(FR) Signor Presidente, ci troviamo nuovamente di fronte ad un dibattito etico fondamentale che scaturisce dall’evoluzione della biotecnologia applicata all’uomo. Due diverse concezioni si contrappongono: una che rifiuta una strumentalizzazione dell’essere umano, ed in particolare dell’embrione, e si preoccupa delle possibili aberranti conseguenze per la società umana della banalizzazione di certe tecniche quali la clonazione, l’altra secondo la quale il diritto delle persone affette da malattie gravi e finora incurabili di poter beneficiare delle potenzialità della ricerca medica prevale su ogni altra considerazione, qualunque essa sia.

Il governo britannico, in assenza di qualsiasi concertazione internazionale preliminare, e insisto su questo punto, a quanto pare ha optato per il secondo atteggiamento, pronunciandosi a favore della clonazione a fini terapeutici. L’ipotesi che sta alla base di tale decisione è che la clonazione terapeutica, vale a dire la clonazione di cellule embrionali indifferenziate a partire da embrioni umani disponibili per la ricerca e per la produzione, costituisce una via ricca di promesse. Anche se si trattasse di un'ipotesi fondata, ciò non toglie che una scelta del genere conferisca all’embrione umano lo status di riserva di cellule per uso medico e comporti la produzione di embrioni innanzitutto a scopo di ricerca e in seguito forse a scopo di riproduzione.

A questo punto ritengo importante formulare due osservazioni. In primo luogo, vorrei ricordare la Convenzione del Consiglio d’Europa sui diritti dell’uomo e della biomedicina adottata a Oviedo nell’aprile 1997, che pecca forse d'imprecisione su un certo numero di punti, ma è estremamente chiara all’articolo 18, in cui si afferma che la costituzione di embrioni umani a fini di ricerca è vietata. Fino a non molto tempo fa su tale punto esisteva in Europa un consenso, che ora è stato infranto con la posizione assunta dal governo del Regno Unito.

Seconda osservazione: a giudizio di diversi esperti, come il Commissario incaricato della ricerca Busquin ha detto poc’anzi, sono possibili altre vie per rispondere alla legittima aspettativa di chi soffre di gravi malattie di origine genetica. Si tratta in particolare di vie che non richiedono la produzione di embrioni tramite clonazione, ma che utilizzano cellule adulte. Perché quindi, dinanzi a tali ipotesi, compiere una fuga in avanti contestabile sotto il profilo sia etico che sociale?

In conclusione, onorevoli colleghi, penso che le conoscenze acquisite in materia di terapia genica possano essere promettenti per l’umanità, ma che esse siano anche portatrici di rischi e di aberrazioni estreme. Occorrono quindi un rigoroso quadro di riferimento e chiari limiti giuridici. A questo proposito è essenziale mantenere e non stabilire – e sottolineo mantenere – un divieto della clonazione umana. Il Parlamento ha la responsabilità di ribadirlo, non nella fretta, ma restando coerente rispetto alle posizioni adottate in precedenza.

 
  
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  Thomas-Mauro (UEN).(FR) Signor Presidente, duecento anni fa il dottor Cabanis, filosofo dell'illuminismo, proponeva di osare di rivedere e correggere l’opera della natura, perché dopo esserci occupati stranamente dei mezzi per abbellire e migliorare le razze animali, sarebbe deplorevole trascurare totalmente la razza umana, come se fosse più importante avere buoi grandi e forti che uomini vigorosi e sani, pesche profumate che cittadini saggi e buoni.

Il sogno di Cabanis è ad un passo dal diventare realtà. Questo sogno ha un nome: eugenetica. Questo sogno è un incubo che assume diversi volti, uno più mostruoso dell’altro, che si tratti, ad esempio, delle diagnosi prenatali che servono ad eliminare gli embrioni affetti dalla sindrome di Down per risparmiarsi la fatica di debellare la malattia stessa, del moltiplicarsi di embrioni in soprannumero che si accumulano nei congelatori, o infine della clonazione degli esseri umani.

Orbene, questi embrioni sono esseri umani la cui vita è sacra. Sono uomini di cui abbiamo il dovere di rispettare la dignità. A cosa servono le nostre solenni dichiarazioni sui diritti dell’uomo se ci facciamo beffe della dignità dell’uomo nella segretezza dei laboratori? È indubbio che la clonazione degli esseri umani segnerebbe la nascita di una nuova forma di schiavitù nella quale le provette prenderebbero il posto delle catene ed i laboratori delle navi negriere.

È ovvio che vi saranno persone di animo sensibile che ci rimprovereranno di rifiutare alla ricerca scientifica i mezzi per progredire e, peggio ancora, per curare i malati. Non accetto questa forma di terrorismo intellettuale. Anzi, ho il sospetto che per tali persone la ricerca sia solo un pretesto per esperimenti da apprendisti stregoni. Essendo la moglie di un medico, tengo molto allo sviluppo della ricerca.

A questo proposito sarebbe forse più pertinente invitare gli scienziati ad approfondire le loro ricerche sulla possibilità di ottenere cellule staminali differenziabili a fini terapeutici, in particolare partendo da organi adulti. Di fronte a chi non sogna altro che d'impadronirsi del mistero della vita, abbiamo il diritto di difendere la dignità di ogni essere umano vietando senza ambiguità la clonazione degli esseri umani.

 
  
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  Bonino (TDI). - Signor Presidente, colleghi, credo che nel suo intervento il collega Fiori abbia chiarito le cose: ha affermato chiaramente che qui si tratta di identificare i principi religiosi - i suoi - con i principi di civiltà.

Per quanto mi riguarda, io credo invece che quello che le istituzioni debbono affermare sia il principio della laicità, vale a dire ribadire che quello che ad alcuni può apparire moralmente inaccettabile, non per questo dev'essere ritenuto giuridicamente impraticabile. Si tratta dunque di riaffermare la differenza tra la norma giuridica e i principi religiosi. Se veniamo meno a questo principio, credo che la deriva sarà senza fine.

Signor Presidente, cari colleghi, ritornando al tema in questione, ci rendiamo conto che, di fronte al nuovo - anche al nuovo promettente, in termini di cure per malattie di milioni e milioni di persone - scatta la reazione normale, tradizionale, quella di sempre, della proibizione, della crociata, dell'urlo "ai barbari!", senza neanche chiedersi se poi questa proibizione funziona, o funzionerebbe, o se siamo in grado di farla rispettare, o di monitorarla.

E' lo stesso atteggiamento che si ha di fronte a normali fenomeni sociali, da tanto tempo ormai, che si tratti - ad esempio - dell'aborto, dell'immigrazione, o addirittura delle droghe. Si proibisce e poi ce ne si lava le mani.

Io credo invece che responsabilità della politica - più difficile forse, più complessa - è di governare determinati fenomeni, di porre dei limiti, di evitare il Far West. Questo è quanto le istituzioni sono chiamate a fare, indipendentemente dalla coscienza religiosa di ciascuno di noi, per chi ce l'ha. Proprio per questo noi, radicali della Lista Bonino, riteniamo di poter appoggiare, con qualche difficoltà, il compromesso del gruppo liberale. Noi vogliamo cercare di ridurre il divorzio tra scienza e politica, tra cultura e politica, cercare di governare laicamente il nuovo con il pragmatismo della sperimentazione, delle approssimazioni successive, senza lanciarci immediatamente, come sempre, in campagne proibizioniste, che già sappiamo inefficaci.

Quello che si sta facendo ora è semplicemente rilanciare, esattamente come nel caso dell'aborto clandestino, il turismo medico di milioni di persone che andranno a farsi curare clandestinamente altrove. Questa mia affermazione è di estrema gravità e mi riempie di preoccupazione, però badate: la strada proibizionista, dal punto di vista scientifico e dei fenomeni sociali, non ha funzionato mai.

E' nostra responsabilità, credo, porre, o cercare di assumere il rischio di porre i limiti di approssimazioni successive, senza cercare di imporre i propri principi etici - per chi li ha - in quanto principi di civiltà. La vera civiltà delle istituzioni è quella della laicità, della sperimentazione e del confronto.

 
  
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  Wurtz (GUE/NGL).(FR) Signor Presidente, vorrei scusarmi per la mia assenza di poc’anzi. Avevo avvisato l'Assemblea di quest’impedimento momentaneo.

Signor Presidente, il mio gruppo disapprova la decisione presa dal governo britannico sulla clonazione di cellule umane, che a nostro avviso non tiene conto della legislazione europea in materia né del parere che il comitato etico dell’Unione europea sta elaborando a proposito delle conseguenze della ricerca sulla clonazione. Ci esprimiamo a favore del divieto di qualsiasi ricerca sulla clonazione umana e protestiamo contro qualunque sfruttamento commerciale delle invenzioni biotecnologiche che riguardano la clonazione.

Date queste posizioni di principio generale, la discussione non può che cominciare dall’atteggiamento da adottare nei confronti della ricerca biotecnologica, per valutarne tutte le implicazioni etiche, senza tuttavia rischiare di frenare le attività che possono migliorare la salute umana.

Considerata l’estrema delicatezza di tali questioni di civiltà, il mio gruppo è contrario a risoluzioni negoziate con precipitazione. Ci siamo invece pronunciati subito a favore della costituzione di una commissione temporanea sulla clonazione e sulla ricerca biotecnologica allo scopo di procedere alle audizioni necessarie per adottare al momento opportuno una posizione con piena cognizione di causa.

Ecco il motivo per cui il mio gruppo non ha firmato alcuna delle risoluzioni di compromesso su cui oggi siamo chiamati a pronunciarci. Per il momento, ognuno di noi si esprimerà secondo coscienza sulla base dei principi che ho appena ricordato.

 
  
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  Blokland (EDD). – (NL) Signor Presidente, nel gennaio 1998 il Parlamento discusse del Protocollo del Consiglio d’Europa, nel quale fu inserito il divieto di clonare essere umani. In quella occasione espressi il timore che paesi quali il Regno Unito e i Paesi Bassi, che si rifiutarono di sottoscrivere il Protocollo, potessero considerare quel divieto come un impedimento non proprio assoluto.

Tutto ciò succedeva più di due anni fa. Adesso, il governo britannico vuole autorizzare, in via sperimentale, la clonazione di embrioni a fini terapeutici. Non posso fare a meno di pensare che in ogni caso il passo che si vuole compiere non sia quello giusto. Prima era tutto vietato, ora si può clonare a fini terapeutici ma non a scopo di riproduzione, come se i fini terapeutici potessero spiegare e giustificare qualsiasi cosa. Ma che differenza c’è tra clonare gli embrioni umani per fini terapeutici e clonarli per scopi riproduttivi? E come reagire se, tra breve, ci saranno pressioni per sfruttare a livello farmaceutico i risultati ottenuti grazie alle ricerche? O per passare alla clonazione a fini riproduttivi?

Personalmente considero ogni nuova vita umana come un dono di Dio. Qualsiasi forma di vita umana deve essere trattata con rispetto, e questo è anche l’unico modo per difendere la dignità dell’essere umano. Mi ripugna che gli embrioni umani possano essere usati alla stregua di beni di consumo, anche se con la copertura giustificativa dei cosiddetti “fini di ricerca”, e mi ripugna soprattutto perché esistono anche altri modi per clonare le cellule staminali. Allora perché si è scelta proprio questa via, a dispetto delle numerose perplessità di natura etica che sono state sollevate in tutto il mondo?

Invito urgentemente il governo britannico a riconsiderare la decisione, di così ampia portata, che ha adottato e chiedo al Parlamento britannico di non approvare la relativa proposta.

 
  
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  Paisley (NI). – (EN) Signor Presidente, l'uomo orgoglioso vuole atteggiarsi a Dio e si rifiuta di ammettere di essere solo una creatura. Vuole essere il creatore. La questione oggi in esame è un conflitto tra la creazione e le scoperte dell’uomo. Alcuni scienziati sono talmente arroganti che stanno già brevettando le loro scoperte, come se si fossero imbattuti per caso nella loro stessa creazione. Il dottor William Hesseltine, il direttore generale della Human Gene Sciences Inc., ha già brevettato 100 geni umani e la sua società ha presentato domanda per altri 8 000. Sostengono che la clonazione umana riguarda la promozione della salute. Io oggi affermo che la clonazione umana riguarda la ricchezza di alcuni scienziati e delle loro società. Alcuni scienziati sono stati contagiati dalla follia fascista di Hitler e sono pronti ad omologarla in laboratorio. Il Parlamento deve opporsi, e in veste di parlamentare britannico voterò contro anche in seno al mio parlamento.

 
  
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  Liese (PPE-DE). - (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, come gruppo del PPE siamo sconcertati dai piani del governo britannico sulla clonazione degli embrioni umani. Finora tutti i responsabili all'interno dell'Unione europea erano d'accordo sul fatto che in nessun caso potesse essere ammessa la clonazione umana.

Il Consiglio, compreso il governo britannico, ha approvato all'unanimità, nell'ambito del quinto programma quadro di ricerca, un testo che esclude la clonazione, anche la cosiddetta clonazione a scopi terapeutici. Nella direttiva sulla brevettabilità delle invenzioni biotecnologiche Parlamento e Consiglio hanno approvato un testo che prevede il rifiuto globale della clonazione umana, in quanto tale tecnica va contro il buon costume e l'ordine pubblico.

Signor Commissario, in alcune pubblicazioni apparse nei giorni scorsi sui giornali ed anche nel suo discorso vi era una serie di punti oscuri riguardanti il quinto programma quadro di ricerca ed in particolare la direttiva sui brevetti. E' stata data l'impressione che solo la clonazione riproduttiva venisse proibita. Ciò è falso! Ho collaborato scrupolosamente alla redazione di entrambi i testi e tutte e due le direttive escludono sia la clonazione a fini terapeutici che quella a fini riproduttivi.

Esamini bene i documenti, signor Commissario, e chiarisca questo punto, altrimenti avrà delle noie dal Parlamento europeo. Non credo sia nelle sue intenzioni. Adesso tale accordo generale tra Stati dell'Unione europea ed enti di ricerca viene disatteso dal governo di uno Stato membro.

Noi, come Parlamento, dobbiamo opporci alla violazione di questo tabù. Ma oltre che esprimere il nostro parere, è importante far sì che esso abbia un seguito. Per questo motivo, come gruppo del PPE, abbiamo chiesto che nella Carta dei diritti fondamentali venga inserito un rigoroso divieto alla clonazione dell'essere umano in ogni stadio del suo sviluppo.

Esorto infine la Commissione ad applicare con rigore la richiesta avanzata nell'ambito del quinto programma quadro di ricerca di non sostenere alcuna forma di clonazione umana. Ciò significa anche evitare la concessione di aiuti trasversali a enti di ricerca della Gran Bretagna. La strada più sicura per raggiungere tale obiettivo è far sì a che gli istituti che praticano la clonazione vengano del tutto esclusi dai finanziamenti dell'Unione europea.

(Applausi)

 
  
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  Gebhardt (PSE). (DE) Signor Presidente, bisognerebbe prestare ascolto al Commissario! Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, non vi è alcun dubbio sul fatto che le biotecnologie e l'ingegneria genetica oggigiorno svolgano un ruolo importante. Acquisteranno sempre maggior rilevanza sia nella ricerca che grazie alle loro molteplici applicazioni e questo nessuno lo mette in dubbio. Ma anche il modo di affrontare questa difficile materia, su cui si concentrano speranze e paure, è al di sopra di ogni dubbio? Temo di no.

Lo svolgimento della discussione odierna ne è la prova migliore. Reagiamo prontamente al progetto di legge di uno Stato membro dell'Unione europea, che alcuni giorni fa ha messo in allarme l'opinione pubblica, con un'iniziativa a livello parlamentare. E come si configura questa reazione? Basta uno sguardo ai progetti di risoluzione presentati per capire che al Parlamento europeo, nella fretta, non resta altro che ribadire la posizione già espressa più volte rispetto a delicati settori della ricerca e dell'applicazione di biotecnologie e ingegneria genetica. E' giusto, ma non basta!

Dobbiamo fare della biotecnologia e dell'ingegneria genetica, in particolare però della bioetica, un tema centrale dell'attività del Parlamento europeo. Non sono il solo a sostenere questa richiesta. Il mio gruppo mi appoggia. I cittadini esigono da noi un maggiore impegno a livello preventivo in questo settore. Non dobbiamo più correre dietro agli avvenimenti o, col fiato corto, rilasciare commenti su sviluppi in avanzata fase di attuazione. Il Parlamento europeo deve indicare nuove strade affinché le biotecnologie e l'ingegneria genetica diventino una benedizione per l'umanità e non le si rivoltino contro a causa della mancata osservanza di limiti di carattere etico.

Per questo motivo dovremmo deliberare a grande maggioranza l'istituzione della commissione proposta, la quale dovrebbe elaborare le basi per una legislazione di carattere preventivo. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che alle biotecnologie e all'ingegneria genetica probabilmente è legata la più grande rivoluzione mai avvenuta in campo medico e tecnico. Tale rivoluzione non può essere accompagnata da una legislazione lacunosa. Dobbiamo fornire al Consiglio i migliori esperti e ottenere una legislazione coerente negli Stati dell'Unione europea. In particolare, la questione etica e la tutela della dignità umana rivestono un'importanza tale da non poterle lasciare in balia di legislazioni nazionali frammentarie o, magari, addirittura contraddittorie.

Dobbiamo affrontare con urgenza tutte le questioni relative all'etica in campo medico, tecnico e scientifico. Per questo motivo la necessaria commissione del Parlamento europeo dovrà iniziare i suoi lavori al più presto. La nostra votazione servirà a dare il segnale di partenza.

 
  
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  Plooij-van Gorsel (ELDR). – (NL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, al momento attuale le biotecnologie sono tra le tecnologie più promettenti che possono portare a grandi progressi nel campo della medicina. Vietando la clonazione in Europa non faremmo altro che spingere la ricerca a trasferirsi in altre parti del mondo, ad esempio negli Stati Uniti o, nell’ipotesi più sfavorevole, in paesi dove gli standard etici sono più bassi rispetto a quelli dell’Unione europea. Esperti, attività di ricerca e posti di lavoro finirebbero così all’estero, mentre i prodotti ottenuti con quelle tecniche sarebbero comunque venduti anche sul mercato europeo.

Onorevoli colleghi, qual è il vero nocciolo della questione? Chi siamo noi per negare ad esseri umani il diritto alla guarigione? E’ veramente tanto semplice vietare per motivi etici il ricorso ad una tecnologia che ha un così alto potenziale di successo? Non abbiamo forse tutti il diritto alla salute e al benessere? Chi può permettersi di sentenziare cosa è etico e cosa non lo è? Concludo dicendo che io e il gruppo liberale appoggiamo con forza questa risoluzione.

 
  
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  Breyer (Verts/ALE). – (DE) Signor Presidente, ci troviamo in una spiacevole situazione: in uno Stato membro dell'Unione europea si autorizza la clonazione a fini terapeutici, da noi sempre criticata. I cittadini dell'Unione si aspettano che il Parlamento europeo prenda posizione al riguardo. Trovo irresponsabile cercare di nascondere la realtà con palliativi, istituendo un circolo dove discutere all'infinito e una commissione temporanea. Dobbiamo prendere posizione qui e adesso sulla decisione che verrà adottata nei prossimi mesi – o addirittura nelle prossime settimane – e, naturalmente, anche sui temi che si presenteranno in futuro. Ma, vi prego, non lasciate che la questione venga minimizzata, senza prendere posizione o relegando il tema nelle commissioni per tranquillizzare la popolazione.

Penso sia molto importante quanto sta succedendo. Ammettere la clonazione a fini terapeutici è come aprire il vaso di Pandora: in tal modo l'incubo dell'uomo clonato, dell'uomo su misura, si fa più vicino. La differenziazione arbitraria tra clonazione riproduttiva e non riproduttiva è una trappola semantica. Altrettanto problematica è la definizione di clonazione a fini terapeutici, perché non si può certo parlare di terapia. La clonazione, anche quella terapeutica, apre le porte alla possibilità di considerare l'uomo solo più come materiale biologico.

E' irresponsabile generare vita intenzionalmente – e sottolineo intenzionalmente - per utilizzarla come materiale di ricerca. Ciò viola i diritti umani. Anche produrre embrioni al fine specifico di utilizzarli come pezzi di ricambio significa provocare una frattura nella dignità umana. Per questa ragione il Parlamento deve sfruttare le sue possibilità d'intervento.

Commissario Busquin, oggi mi attendo anche da lei una dichiarazione esplicita su come intende procedere nel caso in cui uno Stato membro non tenga conto delle decisioni del Parlamento e del Consiglio. Abbiamo bisogno di un segnale chiaro e credo che sarebbe un segno di debolezza politica se, per fedeltà nei confronti di Blair, ci lasciassimo alle spalle qualsiasi scrupolo di carattere etico.

 
  
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  Grossetête (PPE-DE).(FR) Signor Presidente, signor Commissario, va da sé che la clonazione umana volta unicamente a riprodurre un essere simile ad un altro al solo scopo di migliorarlo dev’essere vietata. Questa è sempre stata la posizione del Parlamento europeo e credo sia bene ribadirla. Oggi, tuttavia, il nocciolo della questione è l’utilizzo della tecnica della clonazione a fini terapeutici, che ha numerose implicazioni.

Implicazioni di carattere medico. Si deve operare una netta distinzione tra clonazione terapeutica e clonazione riproduttiva. La terapia cellulare rappresenta oggi un’enorme speranza per numerosi pazienti affetti da malattie genetiche o degenerative, quali la malattia di Alzheimer, il morbo di Parkinson o varie forme di cancro.

Implicazioni di natura etica e filosofica. Qual è lo status dell’embrione? Per rispondere a questa domanda ci si può riferire alle innumerevoli discussioni che abbiamo avuto sull’aborto o sulla fecondazione in vitro. Qual è lo status degli embrioni in soprannumero, derivanti dalle fecondazioni in vitro e destinati ad essere distrutti? Non potrebbero ridare la vita?

Implicazioni economiche e sociali. Si tratta di un dibattito a livello di società. Quali sono i punti di vista di americani e giapponesi in proposito? L’Europa deve porsi in un’ottica mondiale e tener conto del potenziale di ricerca rappresentato dalla clonazione terapeutica.

Si deve svolgere una discussione di principi. L’avete invocata e siamo d’accordo. Forse sarebbe opportuno definire in via prioritaria ciò che ci si vieta di fare ed inquadrare in maniera rigorosa la pratica accettabile. È indispensabile porre limiti invalicabili. Tali questioni vengono interpretate in modo diverso da un paese all’altro a seconda delle culture.

Per questi motivi l’azione dell’Unione europea nel settore dev’essere guidata esclusivamente dai grandi principi fondamentali. Tali principi esistono e sono quelli del rispetto della persona, del rispetto della vita, della libertà, ma anche del progresso al servizio di tutti.

(Applausi)

 
  
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  Muscardini (UEN). - Signor Presidente, la clonazione e la brevettabilità sono e devono restare illeciti per tutto ciò che riguarda l'uomo. Non esiste alcuna differenza tra la clonazione a scopi terapeutici e per la riproduzione; il fine non può giustificare il mezzo, quando è in gioco la dignità umana che va rispettata prioritariamente.

L'utilizzo di embrioni umani per la fabbricazione di organi non può essere pertanto giustificata in nessun modo. Infatti, utilizzando questi ultimi, si annulla un potenziale essere umano, contraddicendo in modo evidente al valore assegnato al fine dichiarato di salvare altri esseri umani. La questione sarebbe certamente diversa se l'utilizzo riguardasse soltanto le cellule staminali e non gli embrioni.

Cercare di modificare la natura delle regole fondamentali dell'origine della vita ci sembra un'operazione eticamente aberrante. Dobbiamo fermarci e riflettere sulle possibili conseguenze dello scardinamento del sistema naturale. Il principio di precauzione dev'essere invocato e applicato anche nell'ipotesi di clonazione terapeutica. Non a caso, infatti, il quinto programma quadro di ricerca e sviluppo tecnologico 1998-2002 esclude il finanziamento di progetti che implicano la clonazione di embrioni a fini riproduttivi e non prevede il finanziamento di ricerche sulla clonazione terapeutica.

Rispettando la diversità delle opinioni in materia, consideriamo indispensabile definire norme etiche basate sul rispetto della dignità umana nel settore delle biotecnologie.

Invitiamo il gruppo europeo di etica della scienza e delle nuove tecnologie a tener conto dei rischi connessi al superamento di certe soglie, oltre le quali tutto può apparire lecito se non si rispetta la dignità umana. E' auspicabile che gli europei, come ritiene il Presidente Prodi, possano riunirsi attorno a valori comuni.

A tale fine, la Commissione deve favorire un dibattito aperto, nell'intento di trovare un giusto equilibrio tra il rigore etico, basato sul rifiuto di sfruttare il corpo umano a scopi commerciali, e l'obbligo di rispondere ai bisogni terapeutici.

Chiediamo al Consiglio di prendere l'iniziativa di una convenzione internazionale sull'utilizzo della materia vivente, al fine di evitare che embrioni umani vengano commercializzati e usati a fini contro natura. E' importante, signor Presidente, colleghi, che non si dia vita a una nuova specie umana, come sembra stia avvenendo anche per cataclismi naturali e ambientali.

 
  
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  Linkohr (PSE). – (DE) Signor Presidente, peccato che nessuno dei colleghi inglesi che sostengono le posizioni del governo abbia preso la parola. Sarebbe stato interessante sentire i loro argomenti, dal momento che anche loro - immagino - avranno riflettuto al riguardo. Nel Regno Unito a partire dal 1991 è stata autorizzata la ricerca sugli embrioni fino al quattordicesimo giorno. Mi sembra una conseguenza logica che a quel passo adesso segua il successivo.

Perché il Regno Unito si comporta diversamente dal resto del continente? E' una domanda interessante, no? La differenza, a quanto pare, persiste indipendentemente dai governi in carica. Prima erano al governo i conservatori, oggi ci sono i laburisti e non è cambiato nulla. Perché l'opinione pubblica britannica ha posizioni diverse rispetto a quelle che troviamo sull'altra sponda del canale? Forse sarebbe una questione su cui varrebbe la pena discutere in questa sede, dal momento che abbiamo il privilegio di avere rappresentanti popolari provenienti dall'intera Unione europea. Questa è la prima osservazione che volevo fare.

In secondo luogo volevo osservare che mi è piaciuto molto quanto ha detto la onorevole Bonino. E' molto vicino al mio pensiero. Anch'io sarei d'accordo di farci guidare nelle nostre decisioni dal principio della laicità. Lo Stato non è religioso. Lo Stato deve rispettare la religione. Anch'io rispetto il fatto che qualcuno sia cattolico, protestante, ebreo o altro. Ma pretendo che anche la mia opinione venga rispettata e ciò può accadere solo in un ambiente laico. Questa pretesa di infallibilità ha già arrecato danni enormi in Europa. Dovremmo cercare di liberarcene. Nessuno ha il monopolio sull'etica. Anche coloro che la pensano diversamente sono etici.

Del resto abbiamo sempre sperimentato che i divieti nella prassi tendono ad indebolirsi. Chiunque può citare esempi in proposito. Pertanto sono fermamente convinto – a prescindere da quanto decideremo – che in una società cosmopolita, in cui la ricerca viene praticata sotto vari punti di vista, il sapere troverà il proprio cammino. Alla fine l'unico modo che avremo per agire in modo responsabile nei confronti di tale materia sarà quello di cercare di porre dei limiti. Si può chiedere che venga proibito qualsiasi genere di ricerca, onorevole Wurtz, ma sarebbe incredibilmente ingenuo pensare che tale divieto verrà osservato. Alla fine dovremo accontentarci di fissare dei limiti.

In questo caso ho avuto la stessa reazione di molti altri. Mi si rizzano i capelli al solo pensiero che gli embrioni possano venir manipolati o maltrattati a fini di ricerca. A tutto c'è un limite, ma l'esperienza pratica insegna che alla fine non si potrà fare molto di più che delimitare semplicemente questo ambito. Al momento non abbiamo alcun bisogno di intervenire. C'è tempo. Dovremmo fare una profonda riflessione su come comportarci in questa faccenda. Disponiamo di commissioni competenti e a volte può anche essere utile leggere un buon libro.

 
  
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  Ahern (Verts/ALE). – (EN) Un importante valore europeo che tutti noi, sia laici che religiosi, pretendiamo di condividere è che ogni esperimento su un essere umano dev’essere condotto a suo esclusivo e diretto beneficio. Ci scostiamo da questo principio a nostro rischio e pericolo, e in questo caso ce ne siamo chiaramente allontanati. Non possiamo condurre esperimenti su esseri umani in qualsiasi fase del loro sviluppo e di sicuro non possiamo produrre embrioni in massa a fini di sperimentazione. La fase successiva sarà lo sfruttamento commerciale, consentito dalla nostra stessa direttiva sui brevetti biologici.

Le autorità del Regno Unito sostengono che nonostante i dubbi etici la clonazione di embrioni umani è necessaria perché è l’unico modo di aiutare i pazienti affetti da varie patologie. Molti scienziati contestano quest’affermazione e propongono di intensificare la ricerca sulle cellule staminali presenti nell’adulto per conseguire gli stessi risultati nella cura delle malattie. Non possiamo unirci e trovare un modo per affrontare la ricerca sulle cellule staminali senza condurre esperimenti diretti sugli esseri umani? Mi auguro che l’Assemblea convenga sul fatto che questo è un valore su cui si fonda la costruzione dell’Europa.

 
  
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  Purvis (PPE-DE). – (EN) Questo è un argomento delicato, non ultimo a causa del titolo “Clonazione umana”. La ricerca in materia di cellule staminali sarebbe un titolo meno tendenzioso, ma il mio scopo è di invitare ad una calma riflessione e ponderazione dei fatti e delle implicazioni per noi come razza umana, per la nostra salute e il nostro benessere, per il futuro della scienza e del settore sanitario in Europa e, aspetto che non va trascurato, per il nostro benessere spirituale.

Chiariamo allora alcuni fatti. In primo luogo, la clonazione umana a fini riproduttivi è vietata nel Regno Unito. Non vi è alcuna intenzione di modificare questo orientamento e l’industria del Regno Unito non ha intenzione di effettuare clonazioni umane a fini riproduttivi ora o in futuro. L’uso di cellule staminali embrionali nella ricerca è una risposta a breve termine all’esigenza scientifica di scoprire modi di riprogrammare le cellule adulte.

In secondo luogo, la ricerca in materia di cellule staminali è rigorosamente disciplinata da una legislazione severa, applicata dall’autorità competente per la fecondazione umana e l’embriologia, un organismo molto rigoroso che gode del massimo rispetto. Forse sarebbe una buona idea se anche gli altri Stati membri si dotassero di un organismo analogo.

In terzo luogo, sono stati di recente compiuti interessanti progressi nella ricerca in materia di cellule staminali presenti negli adulti, ma sussistono ancora svantaggi significativi rispetto alle singolari caratteristiche delle cellule embrionali. Lo scopo della ricerca sulle cellule staminali embrionali è di trovare modi di impiego delle cellule adulte che compensino tali svantaggi.

Arriviamo quindi al dilemma fondamentale. Un embrione di 14 giorni è un essere vivente che gode degli stessi diritti di un individuo o di un feto? Giusto o sbagliato che sia, le legislazioni del Regno Unito e degli Stati Uniti permettono questo tipo di ricerca da dieci anni e ne sono stati tratti molti benefici. In seguito a consultazioni a livello mondiale durate parecchi mesi, la relazione Donaldson raccomanda di estendere tale ricerca a scopi terapeutici.

La scelta è vostra, onorevoli colleghi. Dovete essere fedeli alla vostra coscienza e alla vostra fede, ma tenete anche conto del benessere futuro del vostro vicino. Anche prendersi cura del vicino è un dovere cristiano. Potrebbe avere il morbo di Alzheimer o di Parkinson o il diabete.

 
  
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  Hermange (PPE-DE). - (FR) Signor Presidente, la questione sollevata dalla decisione britannica è grave e difficile. Si deve ammettere che le legislazioni nazionali in materia divergono notevolmente, aprendo la porta a pratiche incontrollate, attraverso le quali, tuttavia, come la onorevole Grossetête diceva poc'anzi, possiamo chiederci che valore abbia per alcuni paesi la realtà del principio del rispetto della vita umana fin dallo stadio embrionale, ribadito all'articolo 18 della Convenzione europea dei diritti umani, che vieta la costituzione di embrioni per usi umani.

L'eterogeneità dei dispositivi dimostra quanto il dibattito sia complesso e solleva un certo numero di questioni contrastanti. Che cosa significa il rispetto della vita? Che cosa significa il pre-embrione rispetto all'embrione? Si può autorizzare la ricerca sull'embrione a fini terapeutici? Da dove provengono le cellule staminali? Si devono clonare gli embrioni? Le cellule staminali non provengono da tessuti adulti, ma anche da tessuti fetali? Si può autorizzare la creazione di embrioni in vista di un progetto diverso da quello della vita? Di fronte a gravi malattie oggi incurabili, si ha il diritto di impedire di proseguire ricerche che ci hanno detto essere portatrici di speranza?

Sono tutte domande gravide di conseguenze in quanto è in gioco il significato stesso della vita. Per questo motivo è necessario un dialogo, innanzitutto in seno alle Istituzioni europee, e trovo deplorevole, signor Presidente, che il Presidente Prodi abbia concesso l'anteprima dei suoi interventi lunedì alla stampa prima di esprimersi dinanzi al Parlamento europeo. Ho notato che i suoi discorsi in proposito erano molto prudenti e misurati.

In secondo luogo, penso che per un dialogo del genere il Parlamento dovrebbe creare una commissione parlamentare ad hoc che, in un primo tempo, potrebbe intraprendere subito l'iniziativa di ascoltare gli esperti di ogni orientamento provenienti dall'Europa e d'oltre Atlantico. Il dibattito deve avere luogo anche in seno all'opinione pubblica. Per questo motivo propongo che vengano avviati congressi europei di bioetica e che un dispositivo consenta d'inquadrare le pratiche in questo settore nel momento in cui creiamo inutilmente un certo numero di osservatori. Propongo la creazione di un'agenzia europea della medicina della riproduzione e delle biotecnologie.

 
  
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  Busquin, Commissione. – (FR) Signor Presidente, mi permetto di rispondere perché nella discussione l’onorevole Liese ha sollevato una questione precisa, ponendola a livello di quinto programma quadro. Come l’onorevole Liese certamente sa, nel quinto programma quadro è chiaramente indicato, in quanto ciò è stato oggetto di una procedura di codecisione, che sono escluse in maniera del tutto esplicita le ricerche che riguardano le tecniche di clonazione a fini riproduttivi e terapeutici.

Ne consegue che per il momento nell'ambito del programma quadro tale ricerca è assolutamente esclusa. Volevo solo precisare questo punto, onorevole Liese, perché lei ha sollevato la questione.

Per quanto riguarda la discussione, invece, come ho già detto nella mia introduzione la Commissione desidera associarsi ad una discussione con il Parlamento su tali questioni che, come abbiamo visto, sono molto complesse ed interessanti.

 
  
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  Presidente. - Comunico di aver ricevuto otto proposte di risoluzione ai sensi dell'articolo 37, paragrafo 2, del Regolamento(1).

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà domani, alle 12.00.

 
  
  

PRESIDENZA DELL'ON. PUERTA
Vicepresidente

 
  

(1) Cfr. Processo verbale


11. Tempo delle interrogazioni (Commissione)
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  Presidente. - L'ordine del giorno reca il Tempo delle interrogazioni (B5-0535/2000). Saranno trattate le interrogazioni rivolte alla Commissione.

Prima parte

 
  
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  Presidente. - Annuncio l'

interrogazione n. 41, della onorevole Ilka Schröder (H-0613/00):

Oggetto: Cooperazione con i consultori antidroga

A partire dal 1998 la cooperazione tra la Commissione e gli organismi da essa sovvenzionati è considerevolmente peggiorata: la definizione dei contratti tra consultori e Commissione avviene spesso quando i progetti sovvenzionati sono in corso ormai da mesi. Ciononostante, la Commissione pretende che i progetti abbiano inizio anche quando esiste solo una notifica scritta preliminare. Il pagamento di anticipi da parte della Commissione si protrae per anni. Tutte le reti di consultori sono interessate dal peso crescente delle pratiche amministrative e soprattutto dai mancati rimborsi da parte della Commissione, il che ostacola notevolmente il loro lavoro. Alcune associazioni sono persino costrette a chiudere a causa dei ritardi di pagamento della Commissione.

Può la Commissione far sapere per quale motivo non è riuscita, negli ultimi anni, a far pervenire alle associazioni beneficiarie contratti e anticipi con rapidità ed effettivamente in concomitanza con l'attuazione dei progetti?

 
  
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  Byrne, Commissione. – (EN) La Commissione condivide la preoccupazione della onorevole deputata in merito ai problemi riguardanti i contratti e i pagamenti a favore dei consultori antidroga beneficiari del programma d’azione comunitario per la prevenzione delle tossicodipendenze.

I problemi hanno diverse cause. In primo luogo, è emerso un chiaro problema di risorse umane in seno alla direzione per la sanità di Lussemburgo, che si occupa di queste attività. In breve, l’organico è insufficiente per espletare le procedure complesse e rispondere a beneficiari spesso privi di esperienza che propongono troppi progetti di modesta entità. La situazione si è aggravata la scorsa estate quando, alla luce della relazione del comitato di esperti indipendenti, si è deciso di terminare il contratto con l’Ufficio di assistenza tecnica che contribuiva all’attuazione del programma.

In secondo luogo, nel quadro del programma antidroga vengono attuati numerosi progetti di modesta entità, fatto che comporta uno sforzo supplementare per le già limitate risorse umane disponibili. Durante gli ultimi cinque anni, la dimensione media dei progetti in termini di cofinanziamento della Commissione è stata di 180 000 euro.

In terzo luogo, l’esperienza rivela una scarsa comprensione, da parte dei partecipanti alla rete, delle procedure della Commissione relative a contratti e pagamenti. In molti casi la Commissione ha quindi dovuto inviare diverse richieste ai consultori antidroga per ottenere la documentazione mancante, necessaria a perfezionare i contratti o effettuare i pagamenti.

In quarto luogo, alla luce dell’esperienza maturata con le sovvenzioni a carico del bilancio comunitario e delle critiche della Corte dei conti, possono essere stati applicati criteri più rigorosi alla documentazione relativa ai costi contrattuali, il che ha prodotto effetti a catena sui tempi dei pagamenti.

Per risolvere questi problemi, sto adottando vari provvedimenti. La proposta della Commissione per una nuova disciplina e strategia nel settore della sanità pubblica evidenzia la necessità di obiettivi più chiari e di una gestione più efficiente, che producano un maggiore impatto sulle priorità principali. Pertanto, in futuro sarà finanziato un minor numero di progetti di maggiori dimensioni, facendo un uso più efficiente delle risorse umane necessarie per gestire il programma. Come spesso sottolinea l’autorità di bilancio, in futuro dovremo equilibrare in modo più realistico risorse e priorità.

Inoltre, come sapete, in seguito alla recente analisi delle esigenze della Commissione in materia di personale, sta per essere presentata all’autorità di bilancio una richiesta di posti supplementari, che prevede un aumento significativo del personale assegnato alla DG per la salute e la tutela dei consumatori. Se l’autorità di bilancio accoglierà la richiesta, alcuni di tali posti potrebbero essere destinati a risolvere il tipo di problemi oggi in discussione.

L’inesperienza degli appaltatori riguardo alle esigenze di controllo finanziario continuerà a richiedere servizi di consulenza e altri contributi significativi da parte delle già limitate risorse di personale. La direzione per la sanità intende condurre una campagna d'informazione per aiutare gli appaltatori a comprendere meglio le procedure e i requisiti della Commissione.

Riguardo alla questione della burocrazia, i servizi interessati stanno attualmente esaminando i requisiti documentari al fine di semplificare ed accelerare le procedure di pagamento, senza trascurare le necessarie misure di controllo finanziario. In conseguenza dei provvedimenti già adottati, la situazione è migliorata e dovrebbe continuare a migliorare, consentendo di definire i contratti in tempi più brevi e di effettuare i pagamenti entro il termine di 60 giorni adottato di norma dalla Commissione.

Se avete questioni specifiche da segnalare, vi invito a fornirmi le informazioni pertinenti per iscritto, e provvederò senza indugi a verificarle con il personale a mia disposizione.

 
  
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  Schröder, Ilka (Verts/ALE). – (DE) Signor Commissario, mi fa piacere sentire che verrà adottata una serie di provvedimenti. Tuttavia mi sorge il dubbio che la Commissione, quando si accorge di avere problemi coi partner che partecipano a determinati progetti, tenda ad attribuire perlomeno il 50 per cento delle cause a detti partner. Per quanto ne so, anche i partner che partecipano a progetti di piccole dimensioni sono competenti in materia e sanno con esattezza come funzionano i contratti e quali documenti occorre inoltrare. Mi è stato illustrato un caso in cui sono stati inviati tre volte gli stessi allegati e ogni volta la Commissione sosteneva di non averli mai ricevuti. Per questo motivo vorrei ancora ribadire la necessità di norme chiare e prestabilite per la presentazione delle domande. Conosco questi problemi non solo in relazione al settore dei consultori antidroga, ma anche ad altri partner che cooperano con la Commissione e desiderano ottenere cofinanziamenti. I procedimenti vanno per le lunghe e sono molto complicati non solo in questo settore e non credo che ciò dipenda semplicemente dall'incompetenza dei partner che partecipano a progetti di piccole dimensioni, bensì anche dal fatto che la Commissione non ha formulato con chiarezza i requisiti richiesti.

Ci si chiede inoltre, per questo settore in particolare ma anche più in generale, se la Commissione voglia davvero ridurre all'interno dell'Unione europea le piccole organizzazioni, se l'obiettivo è quello di sostenere a livello regionale progetti per la lotta alla droga di impostazione molto differente. Credo che non si possa dare la possibilità di operare in quest'ambito solo a grandi organizzazioni - lo ritengo un approccio del tutto sbagliato -, bensì che l'obiettivo debba rimanere quello di finanziare strutture di diverso tipo.

 
  
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  Byrne, Commissione. – (EN) Riguardo alla prima questione, non intendevo dire che il problema sia interamente dovuto, come afferma la onorevole deputata, all’incompetenza dei partner che partecipano ai progetti. Ho detto che questa è la causa di alcuni dei problemi emersi. E’ un aspetto di cui mi sto occupando e che sto cercando di risolvere garantendo la disponibilità di chiari orientamenti, come lei propone, e pertanto su questo punto siamo perfettamente d’accordo.

Quanto alle dimensioni dei progetti, dal 1996 sono stati selezionati 149 progetti, corrispondenti a oltre 25 milioni di euro, con un importo medio per progetto pari a 180 000 euro. Nel quadro della nuova strategia in materia di salute, prevediamo di ridurre il numero di progetti e di aumentarne il valore e l’impatto, utilizzando così in modo più efficace le nostre limitate risorse umane. Non sempre i progetti di modesta entità sono migliori di quelli più grandi, ma un impiego più efficiente delle risorse umane produrrà un miglioramento dei progetti interessati.

 
  
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  Presidente. - Annuncio l'

interrogazione n. 42, dell'onorevole John Bowis (H-0629/00):

Oggetto: Consulenza scientifica relativa agli ftalati

Intende la Commissione procedere ora alla pubblicazione della dichiarazione convenuta il 25 novembre 1999 dal CSTEA (Comitato scientifico per la tossicità, l’ecotossicità e l'ambiente) recante il giudizio di detto comitato in merito all’interpretazione erronea, da parte della Commissione, del parere scientifico sugli ftalati, dato che a suddetta dichiarazione viene fatto riferimento nel verbale della riunione del 10 dicembre 1999 del Comitato direttivo scientifico? Potrebbe inoltre indicare chi, all’interno della Commissione, è responsabile per non aver seguito la prassi accettata relativa alla pubblicazione di tutti i verbali, le relazioni e le dichiarazioni convenute dai comitati scientifici? Potrebbe la Commissione altresì indicare chi è responsabile del ritardo, protrattosi fino all’aprile 2000, della pubblicazione del verbale principale della riunione del 25 novembre 1999 del CSTEA?

 
  
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  Byrne, Commissione. – (EN) La ringrazio per avermi offerto l’occasione di chiarire la questione oggetto dell’interrogazione. Come risulta dal verbale della riunione del 10 dicembre 1999 del Comitato direttivo scientifico, il presidente del Comitato scientifico per la tossicità, l’ecotossicità e l’ambiente, in occasione della riunione del 25 novembre 1999, ha comunicato al CDS l’intenzione del CSTEA di allegare al verbale della riunione una dichiarazione intesa a chiarire l’interpretazione del suo parere sugli ftalati nei giocattoli.

Secondo la prassi, il verbale della riunione in questione si sarebbe dovuto adottare in occasione della riunione successiva del CSTEA, che ha avuto luogo il 4 febbraio 2000. Tuttavia, in tale occasione diversi membri del Comitato hanno ritenuto che in generale il verbale fosse troppo prolisso e hanno chiesto alla segreteria di adottare il formato usato dagli altri comitati scientifici. Alla luce di tale richiesta, il Comitato ha deciso di rinviare l’adozione del verbale alla riunione successiva, quando sarebbe stato disponibile il progetto di una versione più concisa. Ciò ha comportato un inevitabile ritardo nella procedura di adozione, che si è protratta fino alla riunione successiva, tenutasi l’11 aprile 2000.

In seguito all’approvazione, il contenuto è stato immediatamente reso disponibile su Internet – per la precisione nel corso di quella stessa settimana – secondo la normale prassi della Commissione. Pertanto, non vi sono state inadempienze riguardo alla pubblicazione del verbale.

 
  
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  Bowis (PPE-DE).(EN) Ringrazio il Commissario per la sua risposta, anche se ritengo che cinque mesi siano un periodo d’attesa piuttosto lungo per un verbale di riunione. Quanto sto per dire non riguarda il Commissario in prima persona, ma mi auguro che condivida il mio parere che la scienza deve informare le nostre decisioni ai rischi e al modo in cui gestirli. In questo caso la scienza è stata tutt’altro che adeguata. Non è stata convalidata da una valutazione e così via. Quindi, quando è stata sottoposta al Comitato scientifico e al parere del presidente, è stato significativo che la raccomandazione di quest’ultimo – per usare le stesse parole – non giustificasse l’introduzione di un divieto. Il conseguente divieto imposto su altri ftalati non aveva nulla a che fare con i giocattoli per bambini o gli anelli destinati a facilitare la dentizione. Questo modo di agire ha gettato discredito sul principio di precauzione. Tale principio è valido solo se le decisioni sono irreprensibili dal punto di vista scientifico. Non è stata un’esperienza positiva e mi auguro che la Commissione convenga sul fatto che sia la Commissione che il Parlamento devono trarre insegnamento da questa esperienza.

 
  
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  Byrne, Commissione. – (EN) Concordo pienamente con l’onorevole deputato quando afferma che dobbiamo informare le nostre decisioni alla scienza e questo è quanto è avvenuto nel caso in questione. Il comitato competente ha prodotto una relazione, com’è tenuto a fare nell'ambito di sua responsabilità, che come sappiamo è la valutazione dei rischi. Tale relazione è stata trasmessa alla Commissione, in quanto è una delle Istituzioni dell’Unione europea responsabile per la gestione dei rischi. Alla luce delle informazioni contenute nei documenti trasmessi dal comitato competente, la Commissione ha ritenuto che gli ftalati o i giocattoli destinati ad essere messi in bocca presentavano un rischio immediato e significativo per i bambini al di sotto dei tre anni.

La Commissione ha effettuato un’esauriente analisi del problema. Ho presentato proposte alla Commissione seguendo la procedura d’urgenza, modalità prevista dalla direttiva relativa alla sicurezza generale dei prodotti, e i miei colleghi hanno stabilito che tale intervento era adeguato alle circostanze.

Il mio collega, Commissario Liikanen, ha adottato una strategia più a lungo termine riguardo all’intera questione degli ftalati e delle sostanze plastificanti per i giocattoli e così via. Vorrei ribadire che sono pienamente d’accordo sul fatto che dobbiamo informare le nostre decisioni alla scienza e, a mio parere, così è stato nel caso in questione.

 
  
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  Presidente. - Poiché l'autore non è presente, l'interrogazione n. 43 decade.

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interrogazione n. 44, dell'onorevole Ioannis Souladakis (H-0688/00):

Oggetto: Esigenze in materia di acqua in Medio oriente

Le sempre crescenti esigenze che si registrano in Medio oriente in materia di acqua rappresentano un elemento chiave per quanto concerne le prospettive di cooperazione e di intesa fra i popoli di questa regione. Il Comitato direttivo del Gruppo di lavoro multilaterale in materia di acqua relativo al Medio oriente ha ripreso i suoi lavori nel 1999 dopo un’interruzione di tre anni, e ha elaborato programmi specifici di risparmio e sfruttamento delle risorse idriche del Medio oriente, finanziati anche dall’UE. In occasione della recente riunione del Consiglio di associazione UE-Israele, si è discusso anche del problema dell’acqua in Medio oriente e Israele ha fatto riferimento all’ulteriore finanziamento di programmi al riguardo.

Quale linea intende seguire la Commissione affinché sia promossa la cooperazione tra i popoli della regione e siano evitati contrasti dovuti al problema dell’acqua?

 
  
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  Byrne, Commissione. – (EN) L’acqua sarà una questione cruciale per il Medio Oriente nei prossimi decenni. La regione ha la più bassa disponibilità pro capite di acqua nel mondo, e la quantità continua a diminuire. L’acqua è infatti una delle questioni principali nel processo di pace in Medio Oriente, non solo nei negoziati tra Israele e palestinesi, ma anche tra Israele e la Siria. La politica della Commissione affronta la questione idrica in Medio Oriente nelle sue varie dimensioni: quella della sicurezza e quella economica, ambientale e sociale.

Per una pace durevole nella regione sono necessari accordi equi ed esaurienti in materia di acqua tra Israele e i paesi vicini, sostenuti da un’efficace cooperazione regionale. Oltre ad essere uno dei principali donatori, la Commissione partecipa attivamente al gruppo di lavoro multilaterale in materia di acqua nell’ambito del processo di pace in Medio Oriente. Come contributo concreto abbiamo previsto lo stanziamento di altri 4 milioni di euro nel 1999 per il completamento delle banche dati sulle risorse idriche della regione. Promuoviamo inoltre l’idea di una struttura di cooperazione regionale. La task force speciale del Consiglio in materia di acqua in Medio Oriente ha incontrato i commissari per le risorse idriche israeliani, giordani e palestinesi e coordina attivamente la politica dell’Unione europea in materia di acqua.

La politica della Commissione mira ad aiutare la regione a provvedere a una gestione sostenibile delle scarse risorse idriche oltre a fornire assistenza per l’esplorazione di nuove risorse. La gestione e il consumo attuale di acqua in Medio Oriente sono insostenibili. Le stime indicano che nell’intera regione del Mediterraneo l’agricoltura assorbe oltre due terzi dei consumi totali nazionali di acqua, pur rappresentando soltanto un terzo del PNL e della manodopera. La discrepanza è ancora più netta in Medio Oriente. Agevolare la riforma delle politiche interne in materia di acqua nei paesi del Medio Oriente è quindi una priorità. La Conferenza euromediterranea dei Ministri degli esteri, svoltasi a Stoccarda nel 1999, ha infatti stabilito che l’acqua costituisce una priorità per il partenariato. Come primo risultato, il piano d’azione da 40 milioni di euro adottato dalla Conferenza ministeriale euromediterranea relativa alla gestione locale delle risorse idriche, tenutasi a Torino nell’ottobre 1999, dovrebbe offrire un’ulteriore opportunità di cooperazione nel settore. Entro breve sarà pubblicato un invito a presentare proposte.

 
  
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  Souladakis (PSE).(EL) Ringrazio il signor Commissario per la sua risposta. La mia interrogazione, oltre a voler segnalare la gravità del tema e la sua influenza sul processo di pace in Medio Oriente, vuole indurre a riflettere sul grave problema politico della mancanza di risorse idriche. Tutti parlano di imminenti crisi idriche e qualcosa dovrà succedere. Vorrei sapere dal signor Commissario quali iniziative vengono intraprese per giungere a norme di diritto internazionale nella gestione delle risorse idriche, in modo da spegnere qualsiasi focolaio di scontro politico a livello locale o regionale – foriero di crisi e di un certo imperialismo. La stessa risposta relativa alla questione Israele-Siria ci porta un po’ più in là, sino al Tigri e all’Eufrate, in Turchia, in Siria e altrove. Credo si debbano adottare norme di diritto internazionale in materia di gestione delle risorse idriche, che prevedano condizioni chiare per tutti i paesi interessati in quanto toccati da fiumi che attraversano più Stati. Lo stesso deve valere anche per i laghi che bagnano più di un paese.

 
  
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  Byrne, Commissione. – (EN) La Commissione finanzia importanti progetti in materia di acqua nei territori dell’autorità palestinese e in Giordania attraverso il programma MEDA. L’esempio più recente è il sostegno comunitario per 5 milioni di euro in sovvenzioni a favore della gestione di progetti nell’ambito del programma di miglioramento del settore idrico nel distretto di Amman, oltre ad un cospicuo prestito concesso dalla Banca europea per gli investimenti.

Oltre al sostegno fornito al gruppo di lavoro multilaterale in materia di acqua, posso citare il programma d’azione triennale relativo al sistema d’informazione euromediterraneo in materia di acqua. La Commissione europea ha fornito un contributo di 1,2 milioni di euro per la sua realizzazione. La conferenza euromediterranea relativa alla gestione delle risorse idriche tenutasi a Marsiglia il 25 e 26 novembre 1996 è stata organizzata su iniziativa della Commissione europea e del governo francese, con il sostegno della città di Marsiglia. L’Ufficio internazionale per l’acqua si è occupato della segreteria. La Commissione partecipa quindi costantemente al progetto, lo fa da tempo e continuerà a farlo.

 
  
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  Presidente. - Annuncio l'

interrogazione n. 45, dell'onorevole Mikko Pesälä (H-0689/00):

Oggetto: Trasporto di animali

Nel corso di quest'anno, nei paesi membri sono stati trasmessi servizi televisivi dai quali risulta che le modalità pratiche del trasporto di animali vivi nel territorio dell'Unione sono contrarie alle disposizioni della direttiva sul trasporto di animali, oltre a contravvenire a qualsiasi principio etico.

In che modo intende la Commissione indurre gli Stati membri a procedere a rigorosi controlli quanto alle spedizioni e ai percorsi programmati per il trasporto verso altri Stati membri?

Quando intende presentare la Commissione nuove proposte di direttiva concernenti il trasporto di animali vivi?

Dal momento che il mercato dei generi alimentari è comunque unico, in che modo la Commissione tiene conto del fatto che gli Stati membri che attuano correttamente il trasporto hanno costi maggiori di quelli che violano ripetutamente la normativa vigente?

Quali misure intende adottare la Commissione per porre fine in generale ai trasporti su lunghi percorsi privilegiando i trasporti di surgelati e prodotti trasformati?

Seconda parte

Interrogazioni rivolte al Commissario Vitorino

 
  
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  Byrne, Commissione. – (EN) Riconosco che l’applicazione inadeguata delle norme in materia di trasporto di animali vivi in talune regioni desti preoccupazione. Sebbene gli Stati membri siano responsabili della regolare applicazione della legislazione comunitaria, l’Ufficio alimentare e veterinario della Direzione generale di mia competenza effettua controlli ed ispezioni specifiche per verificare che le norme comunitarie siano applicate in modo efficace ed uniforme in tutti gli Stati membri. Tali controlli hanno rivelato mancanze di conformità alla legislazione comunitaria in alcuni Stati membri. Di conseguenza, sono state avviate procedure d’infrazione ai sensi dell’articolo 226 del Trattato nei confronti di alcuni Stati membri ed altre sono in corso di esame.

Entro breve, durante l’ultimo trimestre dell’anno, presenterò al Consiglio e al Parlamento europeo una relazione sull’applicazione negli Stati membri della legislazione comunitaria in materia di protezione degli animali. La relazione indica che attualmente gli Stati membri hanno difficoltà a dare piena applicazione alla normativa comunitaria. A conclusione della relazione intendo presentare proposte volte a migliorare il trasporto di animali, risolvere le difficoltà citate, garantire l’esecuzione di controlli da parte dell’Ufficio alimentare e veterinario e prevedere, se del caso, procedure d’infrazione.

Non appena possibile, diverse questioni fondamentali della direttiva saranno sottoposte ad una valutazione scientifica, in particolare i dati concernenti i tempi di viaggio, lo stress connesso alle operazioni di carico e scarico e le densità di carico. In questo contesto, meritano di essere esaminate misure volte ad incoraggiare la macellazione degli animali in prossimità dei luoghi di allevamento.

Concludo assicurandovi che il benessere degli animali è ai primi posti dell’agenda della Commissione. Sarò lieto di prendere parte ad ulteriori discussioni quando presenterò la relazione sul trasporto degli animali nelle prossime settimane.

 
  
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  Pesälä (ELDR).(FI) Signora Presidente, signor Commissario, la ringrazio per la risposta. Vorrei comunque richiamare all’attenzione il fatto che, mentre l’Unione europea si sta ampliando ad est in tempi molto rapidi, si è verificato un caso in cui dei cavalli sono stati trasportati dai paesi baltici verso l’area dell’Unione – il trasporto è durato fino a cento ore. Tuttavia, ritengo alquanto strano che si chieda ai paesi candidati di attenersi strettamente alle indicazioni e alle regole. Nel nostro territorio tolleriamo comunque crimini che, come è stato mostrato dalla stampa, sono davvero disumani, se si pensa all’Europa occidentale come paese civile. Sottolineando questo vorrei chiedere con quale calendario abbiamo intenzione di metterci in marcia, considerando il fatto che le nostre faccende devono essere a posto prima dell’ingresso di nuovi Stati membri?

 
  
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  Byrne, Commissione. – (EN) Anche se non posso fornire un calendario preciso, vi garantisco che sono già state avviate procedure d’infrazione e che altre sono in corso di esame. La situazione è sottoposta a continue revisioni, mi sono consultato in diverse occasioni con il direttore generale della mia DG, che è un esperto di trasporti, e mi avvalgo della sua competenza.

E’ stata anche richiamata l’attenzione sulle relazioni con i paesi candidati. La Commissione ritiene che il modo più efficace di ottenere un miglioramento generale del livello di benessere degli animali consiste nell’adoperarsi al fine di raggiungere un consenso internazionale. Il trasporto di cavalli su lunghi percorsi è stato esaminato con i capi dei servizi veterinari dei paesi dell’Europa centrale ed orientale con cui sono i corso i negoziati di adesione all’Unione.

In aprile è stato definito un protocollo d’azione inteso a migliorare la protezione dei cavalli e degli asini nei trasporti su lunghi percorsi. I primi risultati dell’applicazione del protocollo saranno esaminati in occasione di una riunione specifica con tutte le autorità competenti dei paesi candidati all'adesione, prevista per la fine di settembre. Posso quindi assicurarvi che la questione è ai primi posti della lista di priorità del mio servizio e che saremo vigili e perseguiremo con vigore gli obiettivi che ci siamo prefissi.

 
  
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  Rübig (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, sarebbe interessante sapere se la Commissione intende anche portare avanti ricerche in quest'ambito, in particolare secondo il modello della best practice. Avete anche intenzione di introdurre incentivi affinché i trasporti di animali siano effettuati in modo tale da risultare tollerabili per gli animali stessi?

 
  
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  Byrne, Commissione. – (EN) Sulla base delle comunicazioni che ricevo dai miei servizi e delle altre informazioni a mia disposizione, sono persuaso che vengano adottate tutte le misure necessarie. La direttiva è oggetto di modifiche volte a migliorare la protezione degli animali durante il trasporto, in particolare con l’introduzione di misure supplementari per la protezione dei cavalli, che prevedono lo scarico e un periodo di riposo fisso obbligatorio per i trasporti commerciali di cavalli che attraversano un posto d’ispezione frontaliero dell’Unione.

 
  
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  Tannock (PPE-DE). – (EN) Vorrei porre una domanda in merito al divieto imposto in Germania in relazione agli Staffordshire terrier, ai sensi della legge tedesca relativa ai cani pericolosi. Molti dei miei elettori nel Regno Unito mi scrivono per protestare contro questa legge tedesca che vieta alcune razze di cani che non sembrano costituire una minaccia per la sicurezza pubblica. Tenuto conto del progetto relativo al passaporto europeo per gli animali domestici e del conseguente diritto degli animali domestici di circolare liberamente all’interno dell’Unione europea, ha la Commissione la competenza giuridica per intervenire e proteggere il benessere degli animali, in particolare di tali animali domestici in Germania, dei quali si potrebbe fare un’inutile carneficina determinando addirittura l’estinzione di una splendida razza britannica?

 
  
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  Presidente. - Signor Commissario, in base al Regolamento, non si tratta di una domanda complementare. Potremmo invitare l'onorevole Tannock a formulare l'interrogazione nel corso della prossima seduta, ma se lei desidera rispondere, può farlo.

 
  
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  Byrne, Commissione. – (EN) Per cortesia nei confronti dell’onorevole deputato, vorrei dire che, se avessi ricevuto comunicazione della sua domanda, forse sarei stato in grado di fornire una risposta esauriente. Sono il Commissario responsabile per il benessere degli animali, ruolo che prevede la competenza per trattare tutte le questioni che riguardano tale ambito. Se tali questioni sono portate alla mia attenzione e rientrano nell’ambito della direttiva pertinente, è possibile adottare provvedimenti. L’unica indicazione pratica che posso dare è che se l’onorevole deputato vorrà scrivermi e fornirmi informazioni specifiche sulla questione sollevata, chiederò ai miei servizi di esaminarla e proporre una soluzione.

 
  
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  Presidente. - Onorevole Tannock, può esprimere la sua opinione per iscritto in modo diretto oppure pubblicamente ai sensi del Regolamento, e avrà la risposta del Commissario.

Molte grazie, Commissario Byrne, per la sua collaborazione con il Parlamento questo pomeriggio.

 
  
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  Presidente. - Annuncio l'

interrogazione n. 46, della onorevole Mary Elizabeth Banotti (H-0600/00):

Oggetto: Comunicazione sui diritti del fanciullo

Nel celebrare il decimo anniversario della Convenzione dei diritti del fanciullo, nel novembre 1999, la Commissione ha fatto una dichiarazione al Parlamento con cui ha reso nota la sua intenzione di pubblicare una comunicazione sui diritti del fanciullo. È ora in grado la Commissione di indicare al Parlamento una data precisa per la pubblicazione della suddetta comunicazione? Inoltre, visto che la sessione speciale dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGASS) sull'infanzia avrà luogo nel settembre 2000, come intende la Commissione coordinare il contributo che l'UE e gli Stati membri intendono darvi? È essa disposta a riconoscere che, in vista della suddetta sessione speciale, una sua comunicazione sui diritti del fanciullo è di estrema importanza?

 
  
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  Vitorino, Commissione. – (EN) Vorrei rammentare alla onorevole deputata la lettera del 20 giugno che lei e diversi suoi colleghi hanno ricevuto dal Presidente Prodi su questo argomento. Nella lettera, il Presidente ha confermato il fermo impegno della Commissione nei confronti di tutte le misure volte a salvaguardare i diritti dei bambini ed indica diversi settori, sia interni che esterni, in cui la Commissione si è attivata in relazione a questi problemi di estrema importanza.

Tuttavia, il Presidente ha anche cercato di inserire l’azione della Commissione, in questo ed in altri settori, nel contesto della revisione dei Trattati. Egli riconosce che le azioni concernenti i bambini rientrano primariamente tra le competenze degli Stati membri, tenuto conto della mancanza di una chiara base giuridica nel Trattato per affidare alla Comunità la salvaguardia dei diritti del fanciullo in termini che vadano oltre la normativa esistente.

Nel contesto attuale, la Commissione europea ha già avviato un considerevole numero di iniziative volte a tutelare i diritti del fanciullo, per esempio nell’ambito dei programmi DAPHNE e STOP che rientrano nelle mie competenze. La Commissione sta anche proseguendo l’azione nel campo sociale e dell'istruzione, nell’ottica di migliorare la situazione dei bambini.

L’importanza che attribuiamo alla questione è anche dimostrata dal fatto che è stata proprio la Commissione a proporre di inserire un articolo specifico sui diritti del fanciullo nella Carta dei diritti fondamentali. Il progetto di articolo relativo alla protezione dei bambini contiene i principi essenziali della Convenzione di New York, come il diritto a tale protezione e cura, nella misura necessaria a garantire il loro benessere e a tenere conto delle loro esigenze.

Continueremo ad esercitare pressioni affinché la Carta preveda il divieto del lavoro infantile. Nella sua lettera, il Presidente ha espresso il parere che potrebbe essere molto utile per la Commissione valutare se tutti gli Stati membri abbiano dato applicazione alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo. Sebbene abbiano tutti ratificato la Convenzione, l’applicazione varia in misura considerevole ed i pareri degli Stati membri sul modo migliore di proteggere i diritti del fanciullo sono assai divergenti.

Sono convinto che tale valutazione possa rappresentare un valido contributo per la partecipazione dell’Unione alla sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel settembre 2001. La Commissione ritiene che le azioni in corso a favore dei bambini, le pressioni tese ad inserire i diritti del fanciullo nella Carta dei diritti fondamentali e la proposta di effettuare la valutazione descritta forniscano una dimostrazione del suo impegno nei confronti di quest’importante questione.

 
  
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  Banotti (PPE-DE). – (EN) Come sa, sono una sua grande ammiratrice e sono certa che sia stato tanto imbarazzante per lei fornire la sua risposta oggi quanto lo è stato per me ascoltarla. Conosco il suo impegno personale, ma in realtà non ha fornito una chiara indicazione su ciò che la Commissione intende fare alla conferenza delle Nazioni Unite che si terrà tra un paio di settimane. Dopo aver ascoltato tutti i progetti della Commissione a favore del benessere degli animali, posso solo augurarmi che abbia progetti analoghi a favore del benessere dei bambini.

Ammessi i limiti giuridici entro i quali deve operare, può il Commissario confermare, per esempio, se un rappresentante della Commissione sarà presente alla conferenza delle Nazioni Unite di settembre ed in quale contesto, e se è previsto un contributo della Commissione alla conferenza?

 
  
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  Vitorino, Commissione. – (EN) Rispondo con piacere. In realtà, stiamo entrambi parlando della stessa cosa, cioè la sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo che si terrà nel settembre 2001. Poiché di questo parliamo, la mia filosofia è che dovremmo disporre di uno studio per valutare il modo in cui la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo è stata applicata nei nostri Stati membri. Lo studio dovrebbe essere completato in tempo utile per servire da base per il contributo dell’Unione all’Assemblea generale speciale delle Nazioni Unite il prossimo anno.

Sono certo che potremo contare sul sostegno della Presidenza svedese durante i primi sei mesi del prossimo anno. Ha già chiarito che intende accordare la massima priorità ai diritti del fanciullo. Ritengo dunque di avere spiegato quali azioni intendiamo intraprendere e quando pensiamo di intraprenderle.

 
  
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  Bowis (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, conviene con me il Commissario che sembrano esistere nuovi e crescenti abusi nei confronti dei bambini che rientrano tra le competenze dell’Unione europea? I bambini sono sfruttati dalle madri provenienti dai paesi dell’Europa centrale e orientale che li mandano nelle strade delle nostre città a chiedere l’elemosina. Gran parte di loro entra nell’Unione con lo status di rifugiato. O devono essere affidati a un ente assistenziale, o la richiesta di elemosina è ingiustificata, perché dovrebbero ricevere sussidi sociali dallo Stato. Questo è un elemento che forse andrebbe aggiunto all’elenco di abusi nei confronti dei bambini che noi, come Comunità, dovremmo esaminare con molta attenzione.

 
  
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  Vitorino, Commissione. – (EN) Condivido la preoccupazione dell’onorevole deputato, nel senso che chiedere l’elemosina è un’attività per cui i bambini sono costretti, a volte dalla loro stessa famiglia, ad agire contro la propria dignità. Come sapete, la responsabilità di tutelare la dignità dei minori rientra primariamente tra le competenze degli Stati membri. Nondimeno, stiamo per aprire un dibattito su un’iniziativa legislativa specifica volta a definire l’elenco dei crimini commessi contro i bambini. Valuterò la sua proposta senza pregiudizi.

 
  
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  Presidente. - Annuncio l'

interrogazione n. 47, dell'onorevole Lennart Sacrédeus (H-0606/00):

Oggetto: Libera circolazione di persone nello spazio Schengen

Come ritiene la Commissione che abbia funzionato la libera circolazione delle persone nello spazio regolato dall’accordo di Schengen durante il campionato europeo di calcio, alla luce degli arresti in massa effettuati a Bruxelles e a Charleroi?

 
  
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  Vitorino, Commissione. - (FR) In primo luogo, è opportuno constatare, credo, che un gran numero delle persone coinvolte negli incidenti verificatisi a Bruxelles e a Charleroi è originario di uno Stato membro dell'Unione, la Gran Bretagna, che non fa parte dello spazio di Schengen. Si tratta quindi di persone che, nei loro spostamenti per assistere alle partite di calcio svoltesi nel quadro di Euro 2000 sono state sottoposte ai controlli effettuati sulle persone alle frontiere esterne di detto spazio.

Va anche ricordato che il governo belga e quello olandese hanno fatto ricorso, per tutto il periodo di Euro 2000, ad una clausola di salvaguardia stabilita all'articolo 2, paragrafo 2, della Convenzione di Schengen che prevede che, quando l'ordine pubblico o la sicurezza nazionale sono minacciate - e secondo me i timori suscitati dai casi di teppismo rispondono a tale criterio - uno Stato membro può decidere che, per un periodo limitato, vengano effettuati controllo frontalieri nazionali, adeguati alla situazione, anche alle frontiere interne dello spazio di Schengen.

Il governo belga e quello olandese hanno seguito la procedura di consultazione preliminare imposta dall'accordo di Schengen. I controlli previsti in questo caso sono stati reintrodotti temporaneamente alle frontiere interne, ma non sono stati effettuati in modo sistematico. Si è trattato di controlli mirati, in particolare sulla base di informazioni fornite dagli Stati membri, nel quadro della cooperazione giudiziaria, nei riguardi di tifosi che potevano costituire una minaccia per l'ordine pubblico.

Attuare i controlli alle frontiere esterne e, temporaneamente, alle frontiere interne dello spazio di Schengen non significa chiudere una frontiera o respingere coloro che desiderano entrare nel territorio per assistere ad una partita di calcio. In conformità del Trattato che istituisce la Comunità europea, i cittadini dell'Unione hanno infatti il diritto fondamentale di circolare liberamente sul territorio degli Stati membri, ma è possibile imporre restrizioni per motivi di ordine pubblico, solo in singoli casi, vale a dire quando la persona interessata costituisce una minaccia reale e sufficientemente grave contro un interesse fondamentale della società.

Per questo motivo ribadisco che una restrizione collettiva non è autorizzata dal diritto comunitario. Non basta avere la nazionalità di un determinato Stato membro e voler assistere ad una partita di calcio per poter essere respinti alla frontiera. A tale proposito penso che sia in corso una valutazione delle misure di cooperazione tra le autorità degli Stati membri interessati e quest'iniziativa congiunta è volta a trarre insegnamenti da Euro 2000 per vedere in che modo sarà possibile in futuro migliorare la cooperazione legislativa e giudiziaria in materia di lotta contro il teppismo sportivo.

 
  
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  Sacrédeus (PPE-DE).(SV) Ringrazio il Commissario Vitorino per la risposta. Ho fatto tutto il tifo che ho potuto per il Portogallo alla Stadio Re Baldovino qui a Bruxelles, ma alla fine ha vinto la Francia in una partita in cui si può proprio dire che la compagine francese fosse più forte. Eppure, ho tifato per il Portogallo finché ho potuto.

La ringrazio per la risposta, come ho detto, ma vorrei porle un'interrogazione complementare. Molti ritengono una vergogna che in Europa gli avvenimenti sportivi siano motivo di tafferugli, vandalismi, aggressioni verbali e di violenza, mentre per esempio negli Stati Uniti ciò non accade. So che la Gran Bretagna non ha aderito agli accordi di Schengen, ma in futuro potrebbe farlo. Lei ritiene sufficienti i provvedimenti adottati oggi, e quali lezioni possono essere tratte per il futuro? Magari la prossima volta in finale ci andrà il Portogallo.

 
  
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  Vitorino, Commissione. – (FR) Credo che non vi sia alcun rapporto diretto o indiretto tra la sconfitta del Portogallo e gli episodi di teppismo. Si è trattato delle sorti del gioco, ma talvolta non si è fortunati. In ogni modo, sì, effettivamente il Portogallo organizzerà la manifestazione Euro 2004, ed è per questo motivo che la Commissione ha sostenuto, nel quadro di Euro 2000, diverse iniziative concrete di cooperazione giudiziaria per sperimentare nuovi metodi di cooperazione e trarne insegnamenti.

Stiamo procedendo alla valutazione di tali misure. Non appena sarà disponibile la relazione sarà oggetto di una riflessione ed a livello europeo verranno adottate misure legislative. L’obiettivo è quello di adottare misure legislative a livello europeo che possano sostenere la cooperazione giudiziaria nella lotta contro il teppismo sportivo. Per il momento, resto in attesa della relazione. Quando sarà pronta verrà resa pubblica e la discussione sulle iniziative da intraprendere potrà avere inizio.

 
  
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  Sjöstedt (GUE/NGL).(SV) Avrei un'interrogazione complementare sempre relativa agli accordi di Schengen e all'esonero dall'obbligo di passaporto. Come il Commissario certamente sa, i paesi nordici aderiranno a Schengen nel marzo del prossimo anno.

E' emerso che i cittadini svedesi che viaggeranno all'interno dell'area Schengen dovranno, anche in futuro, portare con sé il passaporto svedese. Le carte di identità svedesi, infatti, non menzionano la cittadinanza, mentre questa menzione è indispensabile secondo gli accordi di Schengen. Insomma, è stata promessa un'Unione senza obbligo di passaporto, ma per i cittadini svedesi quest'obbligo resterà.

Domando al Commissario se egli possa confermare che il coacervo di Schengen richiederà che gli svedesi, anche dopo l'adesione al tali accordi, viaggino nell'area Schengen muniti di passaporto. Lei che ne pensa?

 
  
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  Vitorino, Commissione. - (PT) Onorevole parlamentare, direi che la questione si colloca in un'altra prospettiva: quella di creare modelli comuni di documenti di viaggio, sia di passaporti che di carte d'identità. L'esistenza di tali modelli è prevista dal Trattato e vi è una proposta della Commissione, in avanzato stato di elaborazione, volta all'adozione di modelli comuni per gli strumenti in discussione. Non posso fornirle un calendario preciso, ossia, non le posso garantire che tali documenti verranno adottati prima della data prevista per l'integrazione della Convenzione sul controllo dei passaporti nordici nell'accordo di Schengen sulla libertà di circolazione. Ciò che posso assicurarle è che stiamo lavorando attivamente alla formulazione di modelli standard uniformi di documenti, in grado di risolvere problemi come quelli da lei indicati.

 
  
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  Presidente. - L'interrogazione n. 48 riceverà risposta per iscritto(1).

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interrogazione n. 49, dell'onorevole Bernd Posselt (H-0692/00):

Oggetto: Accademia europea di polizia

In che stadio si trova attualmente la pianificazione di un’accademia europea di polizia per quanto riguarda il collegamento in rete virtuale degli organismi esistenti e la creazione concreta di un’accademia in una determinata località?

 
  
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  Vitorino, Commissione. – (EN) Il Consiglio europeo di Tampere dell'ottobre 1999 ha proposto di creare un’accademia europea di polizia per la formazione di funzionari ad alto livello, che dovrebbe iniziare con il collegamento in rete degli istituti di formazione nazionali esistenti. Sono stati compiuti notevoli progressi. La Presidenza portoghese ha presentato un progetto di regolamento del Consiglio alla fine di giugno 2000. La Presidenza francese intende integrarlo con una decisione del Consiglio che sarà adottata alla fine dell’anno. In tal modo dovrebbe essere possibile rispettare il termine del 2001 per la creazione dell’accademia europea di polizia, come indicato nel quadro di valutazione della Commissione in materia di giustizia e affari interni.

Diversi Stati membri sono favorevoli alla creazione dell’accademia europea di polizia come rete permanente di istituti di formazione nazionali. Altri Stati membri considerano l’attuale proposta della Presidenza di costituire una rete come una fase temporanea in vista della creazione di un’accademia in una determinata località. Fin dall’inizio la Commissione ha sostenuto che l’accademia europea di polizia deve diventare un istituto concreto dopo aver funzionato come rete durante un periodo iniziale, come previsto dalle conclusioni di Tampere. Questo ha portato al progetto di regolamento che al momento si basa sulla seguente impostazione.

A partire da gennaio 2001, l’accademia europea di polizia sarà costituita dal collegamento in rete degli istituti di formazione nazionali, cioè sarà un’accademia virtuale. Funzionerà in questa forma per tre anni. Al termine di tale periodo sarà adottata una decisione sulla forma in cui proseguire le attività dell’accademia. Nondimeno, la Commissione rimane del parere che il progetto di regolamento debba contenere un chiaro obbligo di procedere alla creazione concreta dell’accademia europea di polizia, dopo alcuni anni di funzionamento come rete.

 
  
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  Posselt (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, ringrazio il Commissario per la risposta puntuale e per il grande impegno profuso in materia. Dal momento che nel frattempo sono stato nominato relatore per questo tema, sono sicuro che opereremo in stretta collaborazione per accelerare questo processo.

Ma la mia domanda è la seguente: la Commissione intende effettuare uno studio sulla realizzabilità di tale accademia? Lei sa infatti che il Parlamento europeo ha chiesto un'accademia reale e non virtuale. State programmando uno studio sulle possibilità di realizzazione? In tal caso può contare sul nostro pieno sostegno.

 
  
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  Vitorino, Commissione. – (EN) Esiste un primo studio di fattibilità realizzato dal Segretariato generale del Consiglio, che ha fornito la base per l’attuale proposta di risoluzione del Consiglio. Tuttavia, intendiamo promuovere una nostra iniziativa in questo ambito, per essere certi di disporre di tutte le informazioni necessarie a compiere un altro passo avanti quanto prima possibile. E’ urgente compiere tale secondo passo al fine di rendere l’accademia europea di polizia un istituto permanente. La Commissione non intende rinunciare a questo progetto.

 
  
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  Presidente. - La ringrazio molto, Commissario Vitorino, per le risposte di questa sera.

L'interrogazione n. 50 riceverà risposta per iscritto(2) .

Interrogazioni rivolte al Commissario Diamantopoulou

  Presidente. - Annuncio l'

interrogazione n. 51, dell'onorevole Michl Ebner (H-0647/00):

Oggetto: Sicurezza sociale nell'ambito di un'economia europea rafforzata

Alle soglie del XXI secolo uno dei compiti principali dell’Unione europea sarà senza dubbio quello di conferire alla dimensione sociale la giusta importanza rispetto alle dimensioni economica e politica. E’ necessario definire e realizzare obiettivi di una politica sociale comune per assicurare così che i cittadini europei condividano il processo di progressiva integrazione e il prossimo ampliamento. Si chiede pertanto alla Commissione di precisare se intende avviare ad una maggiore armonizzazione dei sistemi di sicurezza sociale, tuttora così diversi, e un’armonizzazione delle qualifiche professionali in tutti i settori?

E’ lecito presumere che la competenza dell’Unione europea nel campo sociale e dell’occupazione, sinora la più limitata, sarà accresciuta in futuro?

 
  
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  Diamantopoulou, Commissione.(EL) Signor Presidente, i due interrogativi fondamentali sono i seguenti: continuerà l’armonizzazione della politica sociale e le competenze della Commissione includeranno anche questioni di politica sociale?

Voglio iniziare dalla decisione del Consiglio di Lisbona, che stigmatizza chiaramente la necessità di combinare le politiche per la competitività con la coesione sociale, l’esigenza di ammodernare il modello sociale e di investire nell’uomo, e la lotta all’emarginazione sociale. Ai sensi dei Trattati, la Commissione non ha la facoltà di proporre politiche in ambiti concernenti la politica sociale, ma va comunque detto che dopo Lisbona esiste un preciso impegno del Consiglio per cooperare nell’ambito della politica sociale e per estendere la metodologia della collaborazione aperta anche a questioni come l’emarginazione o la protezione sociale.

Devo aggiungere che nell’ordine del giorno, proposto a luglio e frutto dell’intensa collaborazione con il Parlamento e la relatrice della commissione per gli affari sociali, onorevole Van Lancker, vengono descritte con precisione le misure e le azioni che riguardano la politica sociale nell’ambito del Trattato, ma viene detto esplicitamente che il fine non è l’armonizzazione delle politiche sociali, perché ciò è considerato impossibile. La realizzazione dei nostri obiettivi, però, può essere assicurata con mezzi come il dialogo sociale, i Fondi strutturali (specie il Fondo sociale europeo che ha un bilancio consistente), il mainstreaming, l’analisi politica, la ricerca e infine le normative.

Nel luglio 1999 la Commissione ha presentato una nuova comunicazione intitolata “Strategia coordinata per l’ammodernamento della protezione sociale”, contenente due orientamenti fondamentali: da un lato, la lotta all’emarginazione sociale e, dall’altro, la cooperazione futura nell’ambito della protezione sociale e dei sistemi pensionistici. Relativamente a entrambi questi aspetti, tra le priorità della Commissione si annoverano l’adozione e l’applicazione di indici sociali, ormai indispensabili per valutare le politiche, il conseguimento degli obiettivi relativi a povertà e cultura, di cui si discuterà durante la Presidenza francese, e l’accordo sugli orientamenti che rafforzano le pensioni.

 
  
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  Ebner (PPE-DE). – (DE) Signora Commissario, la ringrazio vivamente per i chiarimenti. Mi permetta di porle una domanda complementare su un aspetto che mi sta particolarmente a cuore: in che misura la Commissione si sta adoperando affinché il proprio lavoro futuro sia indirizzato in particolare verso l'armonizzazione dei sistemi di sicurezza sociale, delle qualifiche professionali e della competenza in campo sociale in generale? La descrizione della situazione attuale è risultata estremamente interessante ed anche il suo evolversi, che sembra essere più positivo che nel passato.

Credo però sia necessario convincere la popolazione dell'Unione europea che la libertà di stabilimento non è un concetto vuoto, pienamente valido in definitiva solo per i turisti, bensì che tale diritto rappresenta una realtà anche per le persone che lavorano o che hanno lavorato – cosa che interessa nel primo caso il sistema assicurativo e nel secondo quello pensionistico. Credo che in tale ambito dovremmo unire le nostre forze per convincere il Consiglio a mettere in atto una politica più aperta, più progressista e rivolta verso il futuro.

 
  
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  Diamantopoulou, Commissione.(EL) Signor Presidente, pur essendo d’accordo con l’approccio generale dell’onorevole parlamentare, vorrei ricordare anzitutto qual è il margine di manovra a livello europeo per dette politiche, visto che si tratta anche di politiche nazionali. In secondo luogo, in base a studi a nostra disposizione, ci sono tali differenze nella struttura e nell’organizzazione dei sistemi pensionistici e di previdenza sociale da rendere impossibile l’ipotesi di una loro armonizzazione. Infine, riguardo ai diritti dei lavoratori che si trasferiscono da un paese all’altro, esistono già due regolamenti. A luglio il Consiglio dei ministri del lavoro ha avuto una discussione approfondita sulle modifiche al regolamento per i lavoratori che vivono in un paese, ma lavorano in un altro; devo però sottolineare che, essendoci differenze enormi nei sistemi, le difficoltà derivanti dall’armonizzazione da lei proposta sono quasi insormontabili.

 
  
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  Kauppi (PPE-DE).(FI) Signora Presidente, signora Commissario, l’armonizzazione dei sistemi di assistenza sociale presupporrebbe un finanziamento alla sicurezza sociale, ossia in pratica l’armonizzazione fiscale, non solo rispetto all’inquadramento tecnico, ma anche in relazione ai livelli fiscali. Sappiamo tutti che politicamente su tale argomento non si è raggiunto un accordo unanime, e di certo non lo si raggiungerà in tempi molto stretti. Pertanto credo che questo tipo di politica dei piccoli passi sia estremamente consona alla situazione. Vorrei chiedere quale è lo stato di una delle parti di tale politica dei piccoli passi, ovvero della direttiva concernente il mercato comune delle pensioni complementari. La direttiva sarebbe dovuta passare dalla Commissione all’esame del Parlamento già in luglio, e ora abbiamo sentito che probabilmente vi arriverà in settembre; potrebbe anche darsi che non la si esaminerà affatto durante il periodo di presidenza francese. Potreste fornirci un resoconto aggiornato della direttiva concernente il mercato comune delle pensioni complementari?

 
  
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  Diamantopoulou, Commissione.(EL) Signor Presidente, vorrei dire che questa direttiva, frutto della collaborazione con altre direzioni e con altri Commissari responsabili del mercato interno e della concorrenza, è ancora in fase di elaborazione e in occasione della prossima sessione potrò fornire un testo più completo, che al momento è in fase di discussione.

 
  
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  Presidente. - Annuncio l'

interrogazione n. 52, della onorevole Glenys Kinnock (H-0649/00):

Oggetto: ONG europee attive nel settore sociale

L’importanza del collegamento operato tra le ONG europee attive nel settore sociale fra i cittadini europei e la Commissione, il Parlamento e il Consiglio viene sempre più riconosciuta in settori quali la politica sociale, gli scambi, lo sviluppo e l’ambiente. Intende la Commissione proporre una base giuridica per il dialogo civile tra le istituzioni della UE e le organizzazioni della società civile?

 
  
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  Diamantopoulou, Commissione.(EL) E’ chiaro che, nella preparazione del Libro bianco sulla nuova forma di governo europeo intitolato “Ampliamento della democrazia in Europa”, una delle questioni fondamentali sarà il ruolo della società dei cittadini nelle nuove forme di funzionamento della democrazia in Europa e in tutti gli Stati membri.

Il livello e le forme di cooperazione tra la Commissione e le organizzazioni non governative interessano soprattutto i ministeri i cui programmi vengono realizzati grazie alle ONG e, a mio avviso, rivestono particolare rilevanza in ambito sociale.

Come sapete, oggi esiste un dialogo basato sul documento di lavoro presentato dalla Commissione e intitolato “La Commissione e le organizzazioni non governative – costruzione di un partenariato più forte”. Scopo del dialogo è giungere a nuove proposte relative a importanti aspetti di carattere sia politico - la rappresentatività delle organizzazioni - che procedurale - finanziamento e attività delle ONG. Nel quadro di questo dialogo il 30 marzo 2000 ho incontrato i partecipanti della piattaforma delle ONG europee per discutere di due ordini di questioni: da un lato le proposte avanzate, davvero preziose per l’agenda sociale, e dall’altro le questioni relative alla rappresentatività e all’organizzazione delle ONG nel settore sociale europeo, i loro problemi economici e le particolari difficoltà procedurali concernenti il loro finanziamento, la qualità e gli standard dei servizi che offrono. Devo ammettere che nel quadro di questo dialogo il loro apporto è estremamente significativo.

A giugno si è tenuta una riunione del gruppo interservizi del Segretariato generale con le ONG europee attive nell’ambito del sociale e dello sviluppo. Crediamo che presto il dialogo giungerà a compimento permettendo così alla Commissione – a seguito della valutazione della collaborazione sin qui registrata e del quadro istituzionale in cui operano le ONG – di pervenire ad una nuova proposta completa, in cui si definiranno anche il loro ruolo istituzionale e le loro possibili attività.

 
  
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  Kinnock (PSE). – (EN) Grazie, signora Commissario, senza dubbio concordo sulla sostanza, in particolare della prima parte della risposta. Mi compiaccio del fatto che le ONG vengano finanziate attraverso i programmi d’azione contro l’esclusione e la discriminazione. Tuttavia, ho una domanda specifica: perché solo otto o nove ONG, secondo quanto risulta dalle mie informazioni, sono finanziate attraverso tali due linee?

In secondo luogo, le ONG ritengono che sia loro ingiustamente negato l’accesso a finanziamenti primari. Secondo le mie informazioni, le ONG vengono spinte a finanziare i progetti e 18 ONG attive in campo ambientale, per esempio, ricevono finanziamenti dalla Commissione a fronte delle loro spese di gestione. Penso che trascorsi due anni dal congelamento del bilancio del 1998, forse è giunto il momento per la Commissione di rispondere alla palese necessità delle ONG europee attive nel settore sociale di finanziamenti primari destinati a coprire le spese di gestione.

 
  
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  Diamantopoulou, Commissione. – (EN) Come sa, per quanto riguarda in particolare le questioni sociali e le ONG, esistevano alcune norme concernenti le dimensioni, la rappresentatività e i risultati delle ONG stesse. Sappiamo che il numero di ONG attive nel settore sociale è enorme ed è molto difficile per la DG della Commissione sapere con quali di esse è possibile cooperare. Talvolta è presente una certa confusione a livello nazionale. Abbiamo pertanto deciso di definire alcuni criteri e di stabilire con le ONG in base a quali criteri selezionare le organizzazioni con cui possiamo cooperare. Questo è il motivo per cui è necessario risolvere il problema riguardante la rappresentatività e la questione della rete da istituire a livello europeo.

 
  
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  Presidente. - Annuncio l'

interrogazione n. 53, dell'onorevole Mihail Papayannakis (H-0675/00):

Oggetto: Occupazione in Grecia

Nella sua risposta alla nostra interrogazione H-0778/99(3) sul piano d’azione greco per l’occupazione, la Commissione dichiarava che “il governo ellenico riconosce il problema esistente per quanto riguarda la possibilità di registrare i flussi e i deflussi del potenziale umano verso i posti di lavoro e che per tale motivo si è impegnato, in primo luogo, a procedere al riordino dei servizi pubblici di collocamento del paese, in secondo luogo, a creare centri efficaci di promozione dell’occupazione e, in terzo luogo, ad introdurre un sistema di tessere elettroniche di occupazione e a impiegare opportuni sistemi elettronici per poter seguire tutte queste politiche”.

Qual è oggi l’andamento della disoccupazione in Grecia? In che misura il governo ellenico sta ottemperando agli impegni che si è assunto in ordine ai punti sopracitati? Può infine la Commissione fornire anche le cifre relative ai nuovi posti di lavoro creati grazie all’attuazione dei programmi per l’occupazione? In altre parole, quanti sono i disoccupati che hanno trovato lavoro?

 
  
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  Diamantopoulou, Commissione.(EL) Secondo i dati di Eurostat, nel 1998 la disoccupazione in Grecia era pari al 10,7 percento, mentre la media europea del periodo si attestava sul 9,9 percento. Al momento Eurostat non dispone di dati relativi alla Grecia nel 1999, ma le stime relative a tale anno parlano di un 10,4 percento. E’ ovvio che c’è una mancanza di statistiche adeguate, che tengano conto delle variazioni nel tasso di disoccupazione, e ciò impedisce una valutazione delle politiche e delle misure adottate. Nel quadro del nuovo progetto d’azione per l’occupazione e delle nuove misure annunciate dal governo greco sulla base di detto progetto – misure che vanno nella giusta direzione – ci sono importanti impegni.

Tali impegni riguardano anzitutto l’organizzazione e l’adeguamento dei servizi e degli uffici statistici greci a quelli dei paesi europei e ad Eurostat, perché è chiaro che senza una base statistica è difficile procedere con le politiche mirate. In secondo luogo, esiste un impegno per accelerare la riorganizzazione dei servizi pubblici e per l’impiego e le statistiche, in modo da completare tale processo entro la fine del 2001.

La Commissione non disposte di dati relativi al numero dei disoccupati che hanno trovato un impiego grazie ai vari programmi per l’occupazione in Grecia; anche a tale proposito esiste un preciso impegno, in collaborazione con la Commissione, per una continua valutazione dei programmi di formazione in modo da assicurare sempre una forma di monitoraggio su chi accede alla formazione.

Direi che l’interrogativo da lei sollevato coincide con la comunicazione delle raccomandazioni per tutti gli Stati; tra le raccomandazioni di base relative alla Grecia si citano il miglioramento nelle statistiche, negli indici, negli studi e nei servizi all’occupazione, un esame approfondito dei disincentivi fiscali e di altri ostacoli posti dai contributi comunitari all’ingresso nel mercato del lavoro, la promozione dell’istruzione lungo tutto l’arco della vita e la partecipazione delle parti sociali a tale processo, il rafforzamento dell’imprenditorialità, la semplificazione delle procedure per la creazione di nuove imprese, il sostegno alla collaborazione delle parti sociali ai fini di un ammodernamento nell’organizzazione delle relazioni industriali, il tutto accompagnato da una garanzia di flessibilità e sicurezza.

 
  
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  Papayannakis (GUE/NGL). - (EL) La ringrazio, signora Commissario. Dispongo praticamente dei suoi stessi dati statistici: in questo momento ho tra le mani l’ultima edizione di Eurostat del 5 settembre 2000 e le cifre sono più o meno le stesse.

Vorrei sottolineare quanto segue: da anni, da molto prima che lei diventasse Commissario, insisto per sapere, anche con una certa approssimazione, quante persone hanno trovato lavoro grazie alle azioni per l’occupazione, ma non ho ancora ricevuto risposta. Quante probabilità abbiamo di ottenere questo dato anche per una sola azione?

Ha dichiarato che ci saranno dei risultati entro la fine del 2001. Ritengo che al momento sia assolutamente inaccettabile tenere una discussione sulla base di questi dati: le cifre sono disponibili per tutti i paesi, mese per mese, categoria per categoria, mentre la colonna relativa alla Grecia rimane vuota. Mi domando di che potremmo mai discutere. Chiedo venia per il mio atteggiamento, ma ho ormai esaurito la pazienza.

 
  
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  Diamantopoulou, Commissione. - (EL) La Grecia vive una fase di transizione che, a mio avviso, corrisponde al primo periodo delle politiche relative all’ingresso nell’Unione economica e monetaria.

E’ chiaro che nei settori menzionati si registra un ritardo rispetto agli altri paesi. Sono d’accordo sul fatto che questa serie di statistiche è estremamente importante, non solo ai fini di una valutazione ma soprattutto per l’attuazione delle politiche. L’impegno assunto nel progetto d’azione per l’occupazione è chiaro: le raccomandazioni si riferiscono al testo in questione e gli orientamenti per l’occupazione nel 2000 lo considerano prioritario. E’ su questa base che il governo greco si è assunto un impegno e mi auguro che tra un anno la situazione sia migliore.

 
  
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  Hatzidakis (PPE-DE). - (EL) Signora Commissario, lei è una persona simpatica, ma devo ammettere che il governo greco mi è molto meno simpatico, specie quando si parla di occupazione. Ciò emerge chiaramente dai risultati ottenuti e anche da quanto ci ha detto poc’anzi. Come si può fare una politica per l’occupazione senza conoscere i dati sull’occupazione, senza sapere quante persone hanno trovato lavoro grazie ai programmi di formazione?

Voglio formulare domande specifiche per non allungare i tempi della discussione. Per quanto riguarda la formazione, che cosa ne pensa e che cosa suggerisce al governo greco di cambiare nel 2000-2006 rispetto al periodo precedente, in cui tutti abbiamo avuto l’impressione che le cose non andassero per il verso giusto malgrado l’imprecisione delle statistiche? Persino i dati esistenti dimostrano che le cose vanno peggiorando. Che cosa cambierà allora nel periodo 2000-2006?

 
  
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  Diamantopoulou, Commissione. - (EL) Prima di cominciare ricordo che, per motivi di ordine storico e politico, ciascun paese ha un diverso punto di partenza e che, nell’ambito del terzo programma comunitario di sostegno, il prossimo quinquennio rappresenta una grande occasione per tutti gli Stati per sfruttare le strategie e le risorse.

Venendo ora alla questione specifica della formazione da lei menzionata, com’è noto in Grecia l’ente EKEPIS opera in accordo con la Commissione; si tratta di un centro di certificazione che ha ottenuto risultati soddisfacenti e valutazioni positive e che nel prossimo periodo concluderà le procedure di certificazione, relative a formatori e programmi, sinora inesistenti.

In secondo luogo l’orientamento della formazione deve essere abbinato alle scelte effettuate dal paese nell’ambito dei servizi e della società dell’informazione, combinando le tematiche della formazione con le scelte stesse del paese.

E’ necessario, in terzo luogo, completare la creazione dei centri di promozione dell’occupazione, che al momento sono 24, ma che dovrebbero arrivare almeno a 100 secondo i progetti a livello nazionale. Questi centri dovrebbero astenersi dall’offrire servizi tradizionali ai disoccupati e ispirarsi ai modelli oggi già esistenti nell’Unione, cioè ai meccanismi d’offerta di servizi personalizzati. Inoltre si dovrà attuare il progetto della mappa elettronica della disoccupazione, in modo da assicurare il monitoraggio. Sono questi gli impegni del piano d’azione per l’occupazione nel 2000. Sono disponibili i fondi per garantire la prosecuzione dei programmi e, a mio parere, nel periodo 2000-2006 dovranno essere destinati ai punti specifici da me citati nell’ambito della formazione.

 
  
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  Presidente. - Poiché l'autore non è presente, l'interrogazione n. 54 decade.

Le interrogazioni nn. 55, 56 e 57 riceveranno risposta per iscritto(4).

 
  
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Interrogazioni rivolte al Commissario Fischler

  Presidente. - Annuncio l'

interrogazione n. 58, dell'onorevole Guido Sacconi (H-0602/00):

Oggetto: Ritardi nel riconoscimento della "Attestazione di specificità alimentare"

Nel corso del 1994, in seguito ad un lungo lavoro di elaborazione, di ricerca e di discussione nel settore italiano, fu elaborato un dossier sul miele vergine integrale ai sensi del regolamento 2082/1992/CE(5). Tale dossier, corredato di una domanda di "Attestazione di specificità alimentare", fu preparato dall'Associazione per il miele vergine integrale e inoltrato, tramite il Ministero dell'Ambiente italiano, alla Commissione in data 8 settembre 1995. Per ricevere il parere positivo della Commissione, ottenuto solo grazie ad una serie di interventi del governo italiano e del Ministro De Castro in particolare, si è dovuto attendere l'agosto 1999. Da quel momento poi, l'associazione promotrice non ha ricevuto più alcuna notizia. Considerando che ormai sono passati 11 mesi dal parere favorevole e che il regolamento succitato prevede comunque tempi ben definiti per la concessione dell'attestazione, può la Commissione far sapere quali sono i problemi che ostacolano l'ufficializzazione dell'attestazione e cosa pensa di fare per risolverli?

 
  
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  Fischler, Commissione. – (DE) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, la domanda di registrazione per il miele vergine integrale, oggetto della presente interrogazione, purtroppo non soddisfa i requisiti posti dalla legislazione vigente all'interno della Comunità. L'uso di tale denominazione è in contrasto in particolare con la direttiva 409 del 1974 tuttora in vigore. Per questo motivo finora non si potuto dar seguito alla richiesta italiana di tutela mediante attestazione di specificità alimentare ai sensi del regolamento 2082. Però, come lei sa, è stata presentata una proposta di modifica per tale direttiva.

Non appena Consiglio e Parlamento avranno provveduto a modificare la direttiva e tale denominazione verrà autorizzata, anche l'esame della domanda per il suddetto miele potrà concludersi positivamente.

 
  
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  Sacconi (PSE). - La ringrazio molto per la sua puntualità, signor Commissario, però devo dichiarare di non poter essere soddisfatto.

Mi risulta che, undici mesi fa, la Commissione espresse però parere favorevole, come risulta dalla mia interrogazione. Sono consapevole che, nel frattempo, è stata ridefinita la posizione comune sulla direttiva e che il Parlamento è in attesa di discuterla. Tuttavia mi pare che il riferimento al regolamento 2082/92 possa prescindere da questa direttiva, che direttiva e regolamento possano essere considerati canali separati.

Chiedo quindi una precisazione in merito, perché non porterei altrimenti una buona notizia agli apicoltori italiani.

 
  
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  Fischler, Commissione. – (DE) Signor Presidente, onorevole parlamentare, la spiegazione è semplice. Non possiamo introdurre una protezione d'origine per un prodotto se la denominazione protetta è in contrasto con una normativa comunitaria. Pertanto è necessario che prima entri in vigore la direttiva comunitaria modificata, poiché così tale contrapposizione viene a cadere. A questo punto non avremo più alcuna difficoltà ad accordare la protezione richiesta dal governo italiano o dalla regione interessata.

 
  
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  Presidente. - Annuncio l'

interrogazione n. 59, della onorevole Patricia Mckenna (H-0609/00):

Oggetto: Finanziamenti comunitari all'impresa Coillte

Secondo una sentenza della Corte di giustizia europea dell'agosto 1999, l'impresa Coillte ha beneficiato illegittimamente di premi di compensazione della perdita di reddito, previsti dal regolamento 2080/92(6) che istituisce un regime comunitario di aiuti alle misure forestali nel settore agricolo, per un importo di 6,5 milioni di sterline irlandesi tra il 1993 e il 1999. La Corte di giustizia europea ha dichiarato che Coillte, l'impresa parastatale irlandese responsabile per lo sviluppo forestale, è un "ente pubblico" e non può pertanto beneficiare di tali pagamenti.

Alla luce di questa sentenza, la Commissione ritiene che Coillte non possa beneficiare di ulteriori stanziamenti per 30,5 milioni di sterline irlandesi nel quadro della prossima tornata di finanziamento alle misure forestali ai sensi del regolamento 2080/92?

 
  
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  Fischler, Commissione. – (DE) Signor Presidente, onorevoli deputati, al termine della sua interrogazione la onorevole parlamentare domanda se l'impresa Coillte è autorizzata a beneficiare degli aiuti comunitari alle misure forestali, ai sensi del regolamento n. 2080/92, provenienti da stanziamenti del Fondo europeo agricolo, sezione garanzia, in compensazione di perdite di reddito.

Vorrei precisare che la Corte di giustizia non si è pronunciata su questa materia specifica. E' vero comunque che la Commissione ha classificato l'impresa Coillte come ente pubblico, in quanto di proprietà dello Stato irlandese. Pertanto questa non può vantare alcun diritto alla concessione di aiuti per la compensazione della perdita di reddito. Tali aiuti, ai sensi dell'articolo 2, paragrafo 2, lettera b, del regolamento sulle misure forestali, sono riservati ad agricoltori e ad altre persone fisiche o giuridiche di diritto privato. Per questo motivo la Commissione intende respingere, con effetto retroattivo a partire dal 1° agosto 1996, la domanda di cofinanziamento per gli aiuti versati.

Per gli anni 1997 e 1998 si tratta di un importo complessivo di circa 4,8 milioni di euro. Tale provvedimento di rettifica è stato impugnato dalle autorità irlandesi nella cosiddetta procedura di conciliazione. L'organo competente al momento è ancora al lavoro e non ha ancora concluso l'esame della questione. La Commissione in questo procedimento sostiene che le autorità irlandesi non hanno finora presentato alcuna prova del fatto che la Coillte vada classificata come impresa privata.

La Commissione non può confermare né l'importo di 6,5 milioni di sterline citato dalla onorevole McKenna, né quello di 30,5 milioni che probabilmente si riferisce a pagamenti futuri. Essa tuttavia rimarrà sulle sue posizioni anche per quanto riguarda le richieste future.

 
  
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  McKenna (Verts/ALE). – (EN) Sono molto soddisfatta di apprendere la risposta della Commissione, perché il finanziamento a favore di Coillte è stato deciso dallo Stato ed è lo Stato che ha costituito l’impresa Coillte. Si tratta di un’impresa parastatale responsabile dello sviluppo forestale. Ora ha effettivamente utilizzato i fondi che otteneva dai pagamenti d’interessi sui terreni che stava acquistando. Un altro aspetto interessante è che il presidente, Ray MacSharry, è un ex Commissario europeo per l’agricoltura e ciononostante rifiuta di riconoscere che Coillte è un ente pubblico e non ha diritto a beneficiare di tali pagamenti. In occasione di una recente riunione con Coillte, mi è stato riferito che il governo intende impugnare la decisione. Ritengo che impugnarla sia un vero e proprio spreco di denaro dei contribuenti, perché penso sia chiaro a chiunque abbia un minimo di buon senso che l’impresa non ha diritto a tali fondi. L’aspetto davvero sconvolgente è che di fatto è stato impedito alle persone che avrebbero dovuto ricevere i fondi destinati alla questione dello spopolamento rurale per garantire che li ricevessero coloro che avevano subito perdite di reddito. Vorrei che la Commissione accertasse che Coillte non riceverà altri pagamenti e, dal momento che non aveva alcun diritto di beneficiarne, sia tenuta a restituire i fondi già percepiti. Coillte afferma ora che li dovrà restituire lo Stato, e anche questo è inammissibile.

 
  
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  Fischler, Commissione. – (DE) Signor Presidente, in realtà non ho altro da aggiungere. La posizione della Commissione è proprio quella illustrata ed esposta dalla onorevole parlamentare. E' fuori discussione che uno Stato in quanto tale e, in questo caso, in quanto proprietario al 100 per cento di un impresa, non percepisce alcun reddito e di conseguenza non può subire alcuna perdita di reddito. Pertanto è evidente che tali stanziamenti devono essere restituiti e che l'impresa in questione non può ricevere ulteriori finanziamenti.

Al di là di questo, posso dirle, per quanto riguarda la procedura di conciliazione, che essa non equivale ad un procedimento arbitrale, bensì rappresenta soltanto il parere di un organo istituito dalla Comunità. Le sue conclusioni tuttavia non sono vincolanti per la Commissione, come abbiamo più volte spiegato in questa sede. E' ovvio, infatti, che le parti sono libere di rivolgersi alla Corte di giustizia. Tuttavia non spetta a noi decidere al riguardo.

 
  
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  Presidente. - Poiché l'autore non è presente, l'interrogazione n. 60 decade.

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interrogazione n. 61, della onorevole María Izquierdo Rojo (H-0618/00):

Oggetto: Costo dell'ampliamento e agricoltura mediterranea

Alla luce delle previsioni e delle ultime proposte legislative riguardanti l'agricoltura mediterranea, che interessano fra le altre produzioni quelle di cotone, riso, ortofrutticoli, pomodori, frutta a guscio e olio d'oliva, con gravi ripercussioni negative sull'occupazione e sul progresso sociale di zone povere dell'Europa, e tenendo conto dei piani in materia di bilancio in vista dell'ampliamento dell'UE, potrebbe la Commissione spiegare come impedirà che sia l'agricoltura mediterranea a pagare, di fatto, il costo del prossimo ampliamento?

 
  
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  Fischler, Commissione. – (DE) Signor Presidente, vorrei sottolineare che ritengo questa interrogazione molto importante perché mi offre l'opportunità di fare una precisazione. Qui infatti si mette in relazione il modo in cui vengono trattati gli Stati meridionali ed i loro prodotti con l'ampliamento. Onorevole parlamentare, le posso davvero assicurare che le riforme in programma per i settori citati nella sua interrogazione non hanno nulla a che fare con l'ampliamento. Il calendario previsto prende infatti le mosse dagli impegni assunti dalla Commissione in seguito all’emanazione dei relativi regolamenti da parte del Consiglio e deriva anche dalla necessità di garantire appieno l'efficacia degli strumenti di politica agricola comune tenendo conto degli sviluppi del mercato.

Le proposte di riforma della Commissione servono, in fin dei conti, a realizzare all'interno di questi settori il modello agricolo europeo. Si tratta di assicurare la sostenibilità in tutte e tre le sue dimensioni. Vogliamo armonizzare gli obiettivi economici, sociali e ambientali in questi settori. L'occupazione ed il progresso sociale, in particolare nelle zone rurali dell'area mediterranea, rivestono ovviamente un ruolo molto importante in proposito.

Poiché, come lei sa, la politica agricola comune nell'ambito di Agenda 2000 poggia su due pilastri e la realizzazione dei nuovi piani di sviluppo per le zone rurali, in particolare nelle zone dell'obiettivo 1, rappresenta un contributo tangibile al raggiungimento di tali obiettivi, credo anche sia chiaro quali siano le conseguenze da trarne.

Nelle prospettive finanziarie, sulle quali il Consiglio europeo di Berlino dello scorso anno è giunto ad un'intesa, c'è una netta separazione tra gli impegni per i quindici Stati membri e gli stanziamenti aggiuntivi previsti per i paesi candidati all'adesione. Pertanto al momento non è affatto possibile impiegare stanziamenti destinati all'Unione europea dei Quindici per spese legate ai futuri membri, ovvero ai paesi candidati. Per questa ragione, a mio avviso, la preoccupazione espressa in questa sede non ha motivo di esistere.

 
  
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  Izquierdo Rojo (PSE). - (ES) Signor Commissario, forse lei potrà rispondere con maggior chiarezza alla seguente domanda, importantissima per l'ampliamento.

La legislazione comunitaria applicabile agli Stati candidati dal momento dell'adesione - il cosiddetto acquis comunitario - a suo parere include concettualmente gli aiuti e gli appoggi finanziari della PAC?

 
  
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  Fischler, Commissione. – (DE) Signor Presidente, onorevole parlamentare, suppongo che, quando parla di aiuti, si riferisca in primo luogo ai pagamenti diretti previsti dalle organizzazioni dei mercati, sui quali è in corso una grossa discussione nell'ambito del dibattito sull'ampliamento.

In linea di massima ha ragione. Col tempo l'acquis comunitario si applicherà per tutti gli Stati membri. Per questo può sussistere soltanto un'unica PAC e non due differenti politiche. Ma lei stessa sa bene che il Trattato di adesione, il quale costituisce diritto primario, contiene norme transitorie e che queste ovviamente prevedono anche deroghe all'acquis comunitario. E' sempre stato così finora, in tutti i casi di ampliamento: nel caso della Spagna, del Portogallo e di tutti gli altri Stati. Del resto è proprio questo il senso di tali norme. Pertanto la sua domanda - a partire da quando gli Stati membri che sopraggiungono riceveranno effettivamente per intero i pagamenti diretti, come previsto dalle organizzazioni comuni dei mercati – potrà ottenere risposta soltanto al termine dei negoziati per l'ampliamento, in quanto è proprio questo l’oggetto di detti negoziati.

 
  
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  Presidente. - Annuncio l'

interrogazione n. 62, dell'onorevole Marjo Matikainen-Kallström (H-0633/00):

Oggetto: Aiuti alla tabacchicoltura

Nel territorio dell'Unione europea la coltura del tabacco beneficia di aiuti annui per milioni di euro, mentre oltre mezzo milione di cittadini europei muore ogni anno di malattie causate dal tabacco. Gli aiuti alla tabacchicoltura devono essere riorientati per convincere i produttori a sostituire il tabacco con piante più sane.

Può la Commissione far sapere come intende modificare in futuro la chiave di ripartizione degli aiuti accordati nel quadro delle politiche strutturali per porre fine alla coltura del tabacco su vasta scala nell'Unione europea? In base a quale scadenzario potrebbero essere attuate le necessarie modifiche?

 
  
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  Fischler, Commissione. – (DE) Signor Presidente, onorevoli deputati, dal mio punto di vista, l'interrogazione della onorevole parlamentare non affronta un argomento nuovo. Vorrei ricordare all'Assemblea che già nel 1996 la Commissione aveva presentato al Parlamento ed al Consiglio una relazione sull'organizzazione comune dei mercati per il tabacco greggio. In tale relazione si faceva anche presente come questo settore contribuisse in modo decisivo a mantenere vitali alcune regioni della Comunità per certi versi molto svantaggiate e nelle quali non esistono quasi alternative.

A fronte dei risultati dell'analisi compiuta all'epoca sulle conseguenze sociali ed economiche legate alla cancellazione degli aiuti comunitari alla coltura del tabacco tale eventualità era stata respinta. Ma è stata respinta anche perché si era dimostrato che tali aiuti in pratica non hanno alcuna influenza sul consumo di tabacco e quindi sui rischi per la salute all'interno della Comunità.

In seguito, nell'anno 1998, il settore del tabacco ha subito una profonda riforma. I punti centrali della riforma sono: primo, il miglioramento della qualità, in particolare anche il passaggio a qualità a più basso contenuto di catrame e nicotina. Secondo, il rafforzamento della ricerca, che viene finanziata con i fondi comunitari destinati alla tabacchicoltura. I relativi stanziamenti sono stati raddoppiati. Tra i compiti prioritari di tale ricerca si annovera in particolare l'esame delle possibilità di convertire la tabacchicoltura in altre attività. Terzo, nell'ambito della riconversione verso altre colture, la riforma prevede un meccanismo che permette di rilevare quote da agricoltori disposti a cessare la produzione, vale a dire di offrire a questi agricoltori denaro per facilitare loro il passaggio ad altri prodotti.

Queste disposizioni, previste nell'ambito dell'organizzazione di mercato del tabacco, possono ancora venire integrate nel quadro delle misure di promozione per lo sviluppo delle zone rurali.

In conclusione vorrei aggiungere che ovviamente la Commissione procederà alla valutazione delle misure adottate nell'ambito della riforma. Entro il 1° aprile 2002 presenteremo al Parlamento europeo una relazione sul funzionamento della nuova organizzazione dei mercati.

 
  
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  Matikainen-Kallström (PPE-DE).(FI) Signor Presidente, signor Commissario, vi ringrazio per le risposte fornite. Si tratta di spostare gli aiuti ad altri prodotti. Ho già esposto più volte questi commenti, poichè si tratta comunque di una questione che scuote fortemente l’umanità quale il fumo, che uccide molte persone. Per quanto riguarda le analisi a cui avete fatto riferimento, vorrei sapere su quali analisi obiettive si basano, perchè sono preoccupata per la salute di noi tutti e anche per la sussistenza dei coltivatori di tabacco. Sarebbe necessario riuscire a trasformare l’attività lavorativa di questi ultimi e mantenerla a un livello tale che possano fornire a tutti noi prodotti sicuri.

 
  
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  Fischler, Commissione. – (DE) Signor Presidente, onorevole parlamentare, mi dispiace che la parte iniziale non sia stata tradotta. Sarò breve: le invierò senz'altro l'analisi compiuta all'epoca. Nello studio sono state prese in esame anche le conseguenze di carattere sociale e le ripercussioni sul reddito. Le metto a disposizione con piacere i documenti richiesti.

 
  
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  Purvis (PPE-DE). – (EN) E’ il Commissario a conoscenza della ricerca condotta dallo Scottish Crop Research Institute di Invergowrie, vicino a Dundee, da cui risulta che le piante di tabacco possono essere modificate geneticamente in modo da consentire la moltiplicazione per innesto di potenziali vaccini anticancro? In realtà può sembrare un paradosso. Ma non è forse auspicabile orientare il settore europeo della tabacchicoltura verso tali scopi benefici e promuovere ulteriormente questo tipo di ricerca?

 
  
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  Fischler, Commissione. – (DE) Signor Presidente, onorevole parlamentare, devo dirle in tutta franchezza che non sono informato sui risultati di questa ricerca, forse anche perché essa è stata condotta in primo luogo sulla scia di riflessioni di carattere sanitario e come tale rientra nella sfera di competenza del Commissario responsabile della sanità. Mi informerò senz'altro al riguardo. Comunque, a prescindere dal fatto se tali risultati siano o meno positivi, in realtà, a mio avviso, dobbiamo convincere i fumatori – non bisogna dimenticarlo – perché siano disposti a comprare sigarette che soddisfino tali requisiti.

Non è un problema dei produttori di tabacco, in quanto questi ultimi non avranno difficoltà a produrre il tipo di tabacco che richiede il mercato. Forse la cosa migliore è continuare a fare come faccio io da 15 anni – prima anch'io fumavo –, ovvero non fumare affatto. Così il problema avrebbe solo dimensioni ridotte.

 
  
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  Schierhuber (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, la prevenzione sanitaria rappresenta per tutti noi parlamentari una grande priorità. Sappiamo che la coltura del tabacco negli Stati membri comporta priorità differenti. Pertanto, nonostante io sia da sempre non fumatrice, pongo alla Commissione la seguente domanda: non crede che anche se la tabacchicoltura venisse completamente sospesa nell'Unione europea – come richiesto da alcuni – si continuerebbe lo stesso a fumare in quanto i tabacchi entrerebbero nell'Unione attraverso le importazioni?

 
  
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  Fischler, Commissione. – (DE) Onorevole parlamentare, se guardiamo le bilance commerciali relative al settore del tabacco, possiamo constatare che già adesso gran parte dei tabacchi, soprattutto quelli utilizzati per la produzione di sigarette, è di importazione. La differenza sta solo nel fatto che con l'ausilio dell'organizzazione comune dei mercati cerchiamo in qualche modo di produrre al nostro interno una parte di quanto viene comunque consumato, per non importare tutto quanto. In tal modo diamo la possibilità ad un certo numero di famiglie di ricavare un reddito da tale coltura.

Sono profondamente convinto che il problema sanitario legato al consumo di tabacco, senza dubbio esistente, si possa risolvere solo facendo presente ai consumatori quali conseguenze può avere tale consumo. Quest'ultimo diminuirà soltanto se saremo in grado di convincere i consumatori. Dal punto di vista economico è illusorio credere di poter affrontare la questione facendo leva sull'offerta, è possibile farlo solo agendo sulla domanda.

 
  
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  Presidente. - La ringrazio molto, Commissario Fischler, per le sue risposte.

Le interrogazioni dal n. 63 al n. 109 riceveranno risposta per iscritto(7).

Con questo si conclude il Tempo delle interrogazioni alla Commissione.

(La seduta, sospesa alle 19.25, riprende alle 21.00).

 
  
  

PRESIDENZA DELL'ON. PODESTÀ
Vicepresidente

 
  

(1) Cfr. Allegato “Ora delle interrogazioni”
(2) Cfr. Allegato “Ora delle interrogazioni”
(3) Interrogazione orale del 18.1.2000.
(4) Cfr. Allegato “Ora delle interrogazioni”
(5) GU L 208 del 24.7.1992, p. 9
(6) GU L 215 del 30.7.1992, pag. 96.
(7) Per le interrogazioni non esaminate, cfr. Allegato “Ora delle interrogazioni”


12. Settore delle acque
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  Presidente. - L'ordine del giorno reca la relazione della onorevole Lienemann (A5-0214/00), sul progetto comune, approvato dal Comitato di conciliazione, relativo alla direttiva del Consiglio che istituisce un quadro per l'azione comunitaria in materia di acque [C5-347/2000 - 1997/0067 (COS)].

 
  
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  Lienemann (PSE), relatore. - (FR) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli deputati, credo che realizzando questa direttiva quadro sulla politica in materia di acque abbiamo compiuto collettivamente un'opera utile.

Si è trattato di un'utile opera collettiva di compromesso, ma un compromesso altamente ambizioso che consentirà, credo, di compiere un salto qualitativo e quantitativo nella gestione delle risorse idriche. È necessario che a lungo termine i nostri concittadini europei possano disporre di un'acqua di qualità ovunque, che si tratti di acque superficiali o sotterranee.

Questo compromesso è stato possibile grazie all'impegno attivo, al rapporto di forze che il Parlamento europeo ha saputo creare ed alla mobilitazione di tutti i gruppi, in particolare dei relatori ombra che mi sono stati accanto, nonché grazie all'onorevole Provan, presidente della nostra delegazione, in questa difficile conciliazione.

Vorrei ringraziare anche gli altri protagonisti, ovvero, com'è ovvio, la Commissione, che ha dovuto svolgere un ruolo d'intermediazione e d'innovazione tecnica, e che ha saputo farlo con estremo rigore ed efficacia, la signora Commissario, nonché tutti i servizi della Commissione. Voglio ringraziare altresì il Consiglio, e in modo particolare la Presidenza portoghese ed il suo Segretario di Stato, Pedro Silva Pereira, che hanno reso possibile quest'accordo. Lo dico a maggior ragione tenendo conto del fatto che per i paesi del sud dell'Europa gli sforzi richiesti dalla direttiva sono sicuramente più difficili da condurre a buon fine rispetto ad altri paesi comunitari, in posizione più favorevole per quanto riguarda un facile accesso all'acqua.

Su quali punti i progressi sono stati significativi? Primo punto: il carattere della direttiva ha un valore legislativo estremamente vincolante. Secondo punto: la risoluzione della questione che in Parlamento giudichiamo essenziale, vale a dire l'eliminazione e la totale cessazione di tutti gli scarichi di sostanze pericolose prioritarie. Sapete che l'Assemblea voleva che la direttiva fosse compatibile con gli impegni assunti nel quadro delle convenzioni internazionali, segnatamente l'OSPAR, come ricordato dalla direttiva. Il meccanismo che è stato istituito consente gradualmente, ogni quattro anni, di fissare un elenco di priorità delle sostanze pericolose, individuando le sostanze prioritarie di cui si dovrà ridurre la quantità e quelle pericolose che si dovranno semplicemente eliminare.

Terzo punto: vi era la delicata ed importante questione delle acque sotterranee. Ci siamo trovati di fronte alla difficoltà di stabilire con rigore ciò che definiamo un buono stato delle acque sotterranee. Per far sì che questo buono stato sia precisato è stata prevista l'elaborazione di una direttiva "figlia" che specifichi la direttiva quadro. Il Parlamento temeva che questa nuova direttiva avrebbe costituito un pretesto per posporre le esigenze di lotta contro l'inquinamento e le misure immediate da adottare per prevenire l'inquinamento delle falde sotterranee.

Per questo motivo abbiamo voluto, ed ottenuto, che in caso di mancata approvazione della direttiva da parte dei deputati europei, gli Stati membri fossero tenuti ad adottare norme in grado di garantire il buono stato delle falde sotterranee. Qualora gli Stati membri non lo facessero - è una sorta di spada di Damocle -, nel momento in cui si raggiunga in materia d'inquinamento il 75 per cento del livello previsto dalle norme applicabili per assicurare il buono stato delle acque sotterranee, gli Stati membri dovranno invertire la tendenza. In linea generale, la direttiva tiene conto della volontà del Parlamento di fare in modo che le azioni degli Stati membri consentano d'invertire la curva dell'aumento dell'inquinamento che si osserva nelle falde sotterranee.

Come vedete quindi, onorevoli colleghi, mi sembra che abbiamo ottenuto in questo modo un dispositivo che consente di progredire in maniera significativa e non solo per quanto riguarda i principi generali, ma anche l'efficacia assoluta delle decisioni adottate.

Da parte nostra dovremo tuttavia restare collettivamente vigili, ad iniziare da tutte le direttive "figlie" che andranno a specificare la direttiva quadro. Fisseremo insieme in codecisione l'elenco delle sostanze prioritarie e delle sostanze prioritarie pericolose. La Commissione sta valutando la possibilità di redigere una prima relazione e a tal fine è già stato nominato un relatore. La seconda grande mobilitazione dell'Assemblea riguarderà il contenuto della direttiva quadro sulle acque sotterranee.

In breve, abbiamo compiuto, credo, il passo decisivo. Porteremo avanti la nostra mobilitazione collettiva, ma ho l'impressione che all'alba del XXI secolo, con la direttiva quadro oggi in esame, l'Europa apra la porta ad una nuova era in cui la protezione di quella risorsa fondamentale che è l'acqua diventerà una delle priorità delle azioni pubbliche e dell'intervento di tutte le parti interessate, siano esse agricoltori, industriali o utenti. In ogni caso, questa è l'intenzione della direttiva e non dubito che la Commissione e gli Stati membri vigilino a che essa venga attuata.

 
  
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  Schleicher (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, col risultato ottenuto attraverso la procedura di conciliazione per la direttiva quadro in materia di acque abbiamo portato a termine un faticoso ma positivo lavoro decennale e veniamo ora a trovarci ancora una volta di fronte a compiti nuovi almeno altrettanto importanti. A partire dalla fine degli anni ’80 la Commissione ha presentato una serie di proposte per la rielaborazione di direttive esistenti che i progressi scientifici e tecnologici avevano reso impellente. Ad un primo esame, in sede di commissione per l'ambiente, abbiamo constatato che non vi era intesa né sui contenuti né sui principi.

Su insistenza del nostro gruppo la commissione per l'ambiente del Parlamento europeo, nel giugno 1995, ha organizzato un'audizione di esperti in materia di politica per la tutela delle acque nell'Unione europea. Le dichiarazioni degli esperti hanno confermato i nostri timori. Consiglio e Commissione hanno dato seguito alla richiesta di elaborare una legislazione europea completa in materia di tutela delle acque. In quel momento è nata l'idea ed ha preso avvio l'odierna direttiva quadro in materia di acque. Nel febbraio 1996 la Commissione europea ha presentato le proprie proposte sotto forma di comunicazione. Il collega Florenz, del nostro gruppo, ha illustrato chiaramente in una relazione molto circostanziata gli obiettivi del Parlamento europeo e le lacune esistenti. La proposta della Commissione, elaborata in tempi stretti nel dicembre 1996, è stata integrata a due riprese nel 1997 a seguito delle discussioni tenutesi tra la commissione per l'ambiente e la Commissione europea. Infine, nel febbraio 1998, è stata presentata la proposta ufficiale definitiva della Commissione.

Grazie a questa stretta collaborazione, Parlamento e Commissione europea si sono a poco a poco avvicinati. Ciò vale anche per le intense consultazioni svoltesi nella prima e seconda lettura in seno al Parlamento europeo e durante la procedura di conciliazione. Per questa collaborazione costruttiva desidero ringraziare espressamente i Commissari competenti, signora Bjerregard e signora Wallström, nonché in particolare i funzionari della Commissione che hanno partecipato ai lavori.

Il Parlamento ritiene che il risultato oggi raggiunto rappresenti un grosso successo, che solo due anni fa sarebbe stato impensabile. Fanno parte di questo successo l'eliminazione della frammentazione esistente nella legislazione dell’Unione europea in materia di protezione delle acque, la coerenza delle direttive vigenti in materia di acque a livello di Unione, il vincolo giuridico dei provvedimenti ai sensi dell'articolo 4, l'abbreviazione del termine per il conseguimento degli obiettivi della direttiva, una ripartizione dei costi soddisfacente anche per l'Irlanda, l'introduzione dell'approccio combinato, ovvero la fissazione di valori soglia e obiettivi qualitativi per la riduzione delle sostanze nocive, i sostanziali miglioramenti dei requisiti in materia di tutela delle acque sotterranee rispetto alla posizione comune ed infine l'inserimento dell'obiettivo e della definizione della convenzione OSPAR senza vincoli di tempo.

Vorrei sottolineare ancora espressamente che per noi riveste particolare importanza creare una corrispondenza di contenuti tra le convenzioni internazionali ed il diritto comunitario, ma ciò non significa che sia obbligatorio recepire automaticamente in modo vincolante il contenuto di dette convenzioni nel diritto comunitario. In conclusione va citata la garanzia che in futuro verrà applicata la procedura di codecisione. Per quanto positivo sia un simile risultato, non possiamo riposare sugli allori. Adesso, bisogna attuare la direttiva quadro in materia di acque.

Un ringraziamento particolare va anche alla Presidenza portoghese ed in special modo alla relatrice, onorevole Lienemann. Solo il suo incredibile impegno, l'energia ed il tempo che ha dedicato hanno reso possibile il nostro comune successo. Per me si è trattato di una collaborazione molto piacevole. Rivolgo in particolar modo a lei, onorevole Lienemann, ed ai nostri collaboratori all'interno del Parlamento il mio personale ringraziamento.

 
  
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  Myller (PSE).(FI) Signor Presidente, desidero voglio ringraziare moltissimo la relatrice Lienemann, perchè abbiamo visto tutti quanto si sia impegnata in questo lavoro. Inoltre il Parlamento è riuscito a imporre il proprio punto di vista, in particolare per quanto riguarda un importante fatto che finalmente si profila all’orizzonte una situazione in cui nelle acque sotterranee non si possono più immettere sostanze nocive. Secondo me dovrebbe essere lampante che nei casi in cui si sappia che una certa sostanza è nociva, non la si immetta per nessuna ragione nelle acque sotterranee, visto che l’acqua è, tra l’altro, una fonte importantissima di benessere fisico per l’uomo. E’ soltanto, naturalmente, deplorevole che i tempi di realizzazione siano eccessivamente lunghi.

In fin dei conti bisogna dire che nell’Unione europea in determinati settori abbiamo fatto passi in avanti; in molte zone, per esempio, le comunità e l’industria hanno fatto la loro parte relativamente bene. L’industria agricola e quella forestale rappresentano ancora un problema con l’inquinamento diffuso che comporta; in tali settori è necessario più impegno. Dal punto di vista dei consumatori è naturalmente importante il modo di gestire i consumi, e in tale contesto sono prioritari i costi e le tasse. Per tale motivo è alquanto difficile capire che si possa anche solo pensare che l’acqua sia un bene il cui costo è a carico dello Stato, poichè solo con i costi si può indirizzare il consumo in una giusta direzione.

 
  
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  de Roo (Verts/ALE). (NL) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, quasi dieci anni orsono, al Vertice di Edimburgo, il Cancelliere Kohl e il Primo ministro Major si dissero: non abbiamo bisogno di una politica europea per le acque. Se gli spagnoli volevano inquinare le loro acque, che lo facessero pure. Successivamente, però, l’onda della deregolamentazione invertì il suo corso e nel 1996 la Commissione presentò la direttiva ecologica sulle acque, che era lunga, però, appena cinque pagine. Ora abbiamo di fronte a noi un poderoso documento legislativo di sessanta pagine, più novanta di allegati. E’ un documento che, grazie alla collaborazione che siamo riusciti a realizzare, incontra il favore trasversale di più partiti, ovvero dei diversi gruppi del Parlamento europeo, e di ciò desidero ringraziare espressamente la onorevole Lienemann nonché l’onorevole Davies del gruppo liberale e la onorevole Schleicher del gruppo cristiano-democratico.

Dal punto di vista dei verdi, questo documento può dirsi riuscito all’80 percento. Non riuscita è la parte riguardante la politica del prezzo dell’acqua, mentre positivo è il fatto che sia stato definito un nuovo principio per le sostanze chimiche, le quali non saranno più vietate in quanto pericolose anche per la salute umana, bensì perché è stato stabilito che l’acqua non deve contenere sostanze pericolose. Penso che possiamo essere orgogliosi di questo nuovo approccio.

 
  
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   Sjöstedt (GUE/NGL).(SV) Signor Presidente, la conciliazione si è rivelata assai difficile. Ciò perché il tema in sé è non solo molto vasto, ma anche estremamente complesso sul piano tecnico. E perché all'inizio della conciliazione il Parlamento e il Consiglio erano su posizioni molto distanti.

Se poi il risultato è stato così buono, ciò si deve sostanzialmente all'instancabile impegno posto in campo dal relatore Lienemann, che noi ringraziamo.

La direttiva avrebbe potuto, naturalmente, essere ancora più severa e quindi migliore, per esempio per quanto riguarda il calendario. Sarebbe stato auspicabile. Al contempo, è evidente che il Parlamento europeo ha avuto la meglio e che il Consiglio ha dovuto fare più concessioni nel negoziato. Prova ne sia il carattere vincolante delle norme, come il Parlamento aveva chiesto.

In alcune sue parti, la direttiva rappresenta un quadro dal contenuto ancora incerto. Ciò riguarda, non da ultimo, la graduale abolizione delle sostanze pericolose. E' un tema che va ulteriormente elaborato nelle direttive derivate. Ai fini del reale funzionamento della direttiva, risultano decisive la sua attuazione e la sorveglianza sulla medesima. Nel complesso, è stata gettata la base di una solida politica delle acque e di un miglioramento a lungo termine della qualità dell'acqua. Siamo pertanto lieti di votare a favore della proposta.

 
  
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  Ojeda Sanz (PPE-DE). - (ES) Signor Presidente, onorevoli colleghi, premetto innanzitutto che intervengo a nome della collega Cristina García Orcoyen, che oggi non ha potuto presenziare alla seduta.

L'approvazione di questa direttiva quadro, prevista per domani, rappresenterà un importante passo avanti verso la coesione e l'armonizzazione della legislazione degli Stati membri in materia di quantità e di qualità delle acque. Nell'ultima tappa del lungo processo parlamentare che ha caratterizzato questa direttiva, soprattutto in sede di conciliazione, il Parlamento europeo ha saputo difendere i suoi argomenti di fronte al Consiglio senza cedimento. L'eccellente coordinamento della relatrice e la volontà di collaborazione dimostrata da tutti i gruppi politici hanno reso possibile un testo finale rafforzato per quanto riguarda aspetti basilari quali il carattere giuridicamente vincolante degli obiettivi e che tuttavia non trascura le diverse problematiche degli Stati membri.

Parimenti, è doveroso che ci congratuliamo con il Consiglio per essersi dimostrato flessibile riguardo ai punti critici sollevati dal Parlamento, e con la Commissione per l'efficace opera di mediazione. A partire da domani comincia una nuova fase, non meno importante, di sviluppo della direttiva, a cui il Parlamento europeo deve continuare a partecipare attivamente, mediante il controllo e la verifica dell'adempimento di obiettivi e scadenze e l'elaborazione di relazioni o atti legislativi derivanti dalla stessa. Tutto questo richiederà il rafforzamento di uno dei punti più deboli emersi durante l'elaborazione della direttiva: l'assoluta necessità di contare su più ingenti ed efficaci mezzi di consulenza tecnica per temi che, come questo, richiedono conoscenze specifiche e per i quali un piccolo errore di calcolo può avere effetti pratici di forte costo sociale ed economico.

Per concludere, vorrei sottolineare l'elemento che rende la direttiva un vero e proprio strumento di sviluppo sostenibile: l'equilibrio raggiunto nel considerare l'acqua come una risorsa economica di grande valore e come un elemento essenziale di conservazione degli ecosistemi d'Europa. Economia ed ecologia - un binomio tanto spesso vituperato - possono rivelarsi un importante punto di incontro nello sviluppo di questa direttiva.

 
  
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  Breyer (Verts/ALE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, la direttiva quadro in materia di acque contiene molti spunti positivi per una protezione delle acque integrata e globale. Gli obiettivi indicati tuttavia sono deboli, vaghi e molto lontani. Non possiamo aspettare trent’anni prima che la Corte di giustizia decida se gli obiettivi ambientali sono vincolanti a livello giuridico o meno. Gli Stati membri sono invitati a migliorare in fretta la qualità delle nostre acque, al fine di raggiungere gli obiettivi entro quindici anni.

In merito alla protezione delle acque sotterranee il Parlamento purtroppo si è piegato agli interessi dell’agricoltura su scala industriale, riconoscendole il diritto ad inquinare in misura invariata. Spetta ora anche agli Stati membri provvedere affinché gli standard esistenti non vengano indeboliti. Su questo si misurerà anche il successo della direttiva quadro in materia di acque. Chinare ancora una volta il capo davanti all’agricoltura industriale porterebbe a lungo andare alla distruzione definitiva delle nostre principali risorse di acqua potabile. Siamo comunque lieti che i Verdi siano riusciti a mettere a segno un grosso colpo per quanto riguarda l’emissione di sostanze pericolose: esse dovranno d'ora innanzi essere individuate e riportate nell’elenco delle sostanze prioritarie. Dobbiamo tentare di ottemperare alle prescrizioni OSPAR in questo campo ed evitare rischi elevati ed incalcolabili per l’ambiente e la salute.

 
  
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  Fiebiger (GUE/NGL). – (DE) Signor Presidente, l'attesa direttiva quadro in materia di acque prende le mosse dalla considerazione legittima che i cittadini della Comunità europea hanno il diritto di utilizzare quotidianamente acqua potabile. A tal fine occorre una legislazione che preveda misure preventive. Va accolta con favore la nascita di una legislazione unitaria, semplice e armonizzata a livello comunitario per la protezione delle acque e delle acque sotterranee. Direttive importanti, come quella sulla tutela dell’alimentazione umana, sullo smaltimento delle acque reflue a livello comunale, sulla protezione delle piante e sui nitrati sono in fase di rielaborazione e saranno ridefinite sulla base di criteri sia ecologici che d’origine. I compiti quindi sono stati ampiamente delineati.

In qualità di agricoltore mi pronuncio a favore di un coinvolgimento maggiore dei rappresentanti delle categorie professionali interessate e del fatto che vengano prese sul serio le loro osservazioni critiche. I settori agricolo, forestale, della pesca e, in particolare, del giardinaggio dovrebbero essere coinvolti nel processo decisionale, affinché si possa raggiungere l’equilibrio necessario tra impegno volontario e regolamentazione nazionale. La richiesta di fissare valori limite pari a zero non è attuabile solo per via legislativa. Il recepimento della direttiva rappresenta una vera sfida per gli Stati membri della Comunità europea. Sono d’accordo con la relatrice: solo uniti possiamo farcela!

 
  
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  Flemming (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, signora Commissario, è stata una seduta notturna turbolenta quella in cui Parlamento, Consiglio e Commissione hanno trovato un’intesa su una politica comune in materia di acque per tutti gli Stati membri. La grande vittoria del Parlamento consiste nel fatto che la direttiva sarà vincolante.

Non dimentichiamo che alcuni Stati membri si sono opposti fino alla fine con veemenza all’obbligo di dover usare con maggiore attenzione e maggiore coscienza ecologica le loro acque. Ma i membri del Parlamento europeo, al di là delle appartenenze di partito – fatto questo di grande rilievo -, sono stati concordi sul punto: niente posizione comune in assenza di vincolo giuridico.

Un ulteriore importante successo dei parlamentari è stato la protezione delle acque sotterranee. Le sostanze pericolose devono scomparire interamente dalle acque sotterranee entro venti anni dalla pubblicazione della direttiva. Ce la faremo? Deve essere ancora specificato in un allegato della direttiva quali siano queste sostanze pericolose e so bene che non mancheranno accese discussioni al riguardo. Credo però che il grande obiettivo di proteggere le acque sotterranee dell’Europa e conservarle per i nostri discendenti sia fuori discussione. La mentalità è cambiata: si tratta di una grande vittoria per la politica e per i nostri figli!

 
  
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  Piétrasanta (Verts/ALE). - (FR) Mi congratulo per l'esito favorevole della procedura di conciliazione a proposito dell'importante relazione che tratta numerose questioni tecniche relative alla politica in materia di acque, esito che dobbiamo alla tenacia, alla competenza ed al dinamismo della relatrice, onorevole Lienemann.

Nel prossimo quarto di secolo, infatti, in questo settore compiremo passi avanti per quanto riguarda la protezione, la buona gestione ed il rinnovo delle risorse più che la scoperta e lo sfruttamento di nuovi giacimenti. Insisto sull'importanza di una corretta gestione delle risorse idriche ponendo l'accento su due punti in particolare:

- primo, auspico che vengano condotti studi sull'attuazione, nei vari paesi ed a livello di Unione, di una gestione attraverso un sistema catalizzatore "acque e ambienti",

- secondo, occorre vigilare a che le proposte della direttiva vengano applicate e promuoverle non solo a livello di Unione europea, ma anche degli aiuti che accordiamo ai paesi terzi nell'ambito di progetti inerenti alle risorse idriche, il cui impatto si inserisce in un ecosistema idrografico che comprende i paesi dell'Unione, ma anche quelli che partecipano agli accordi MEDA, ad esempio, di cui si deve tener conto nei progetti MAP, e anche di altri, come l'alto bacino del Nilo o la Svizzera.

 
  
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  Figueiredo (GUE/NGL). - (PT) Signor Presidente, il compromesso raggiunto sul testo della nuova direttiva quadro in materia di politica delle acque nel complesso è positivo, nonostante contenga aspetti specifici, polemici e critici che possono tuttavia ancora essere attenuati attraverso l'elaborazione di vari studi, piani d'azione e progetti di regolamentazione previsti dal testo ora approvato.

E' positivo che i requisiti per la gestione idrica siano integrati in un unico sistema: una gestione del bacino idrografico, basata sulle aree geografiche e idrologiche anziché sui confini amministrativi e nazionali, questione particolarmente importante per il Portogallo, i cui fiumi principali sono comuni alla vicina Spagna.

E’ altrettanto positivo che si sia giunti ad affermare che l'acqua non è un bene passibile di commercializzazione come gli altri, ma un bene pubblico che richiede misure di protezione speciali in grado di salvaguardare sempre gli interessi della popolazione, in particolare l'approvvigionamento domestico e le attività agricole, soprattutto delle piccole aziende e dell'agricoltura di sussistenza. E' giusto che il testo finale riporti che gli Stati membri potranno tener conto degli effetti sociali ed economici, nonché delle condizioni geografiche e climatiche della regione interessata: ciò consente un adeguamento alle diverse situazioni grazie alle deroghe previste, le quali tuttavia potranno rivelarsi insufficienti nei casi riguardanti l'agricoltura dell’Europa meridionale, in particolare il Portogallo. Nei prossimi anni seguiremo quindi con attenzione la sua applicazione pratica.

 
  
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  Doyle (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, la direttiva quadro in esame si prefigge obiettivi ambiziosi per la protezione ed il miglioramento della qualità delle acque, tenendo conto del principio “chi inquina paga”. Non avremo il quadro completo della situazione finché non saranno adottate le relative direttive derivate nei prossimi anni.

Le politiche dei prezzi nel settore idrico faranno sì che entro il 2010 siano forniti adeguati incentivi per gli utenti ai fini di un uso efficiente delle risorse idriche. Il nuovo paragrafo 4 dell’articolo 9 consentirà all’Irlanda di continuare a seguire la prassi consolidata di non applicare tariffe sull’acqua per uso domestico. Si può governare solo con il consenso della popolazione ed entro il 2010 le tariffe per l’uso domestico di acqua potranno risultare accettabili agli elettori irlandesi. Al momento, si tratta di una questione di enorme peso politico.

Ringrazio gli onorevoli colleghi per la loro comprensione, in particolare la onorevole Schleicher, che si è mostrata molto comprensiva nel sostenere la nostra posizione in tutte le fasi, soprattutto nell’ambito della procedura di conciliazione. Il principio della sussidiarietà in relazione alla politica dei prezzi nel settore idrico viene difeso gelosamente in Irlanda, ma è probabile che entro il 2010 si verifichi un mutamento nell’opinione pubblica. Se entro tale data non introdurremo tariffe sui consumi di acqua delle famiglie o per usi domestici, dovremo rispondere alla Commissione del nostro operato.

In Irlanda è sempre più diffusa la consapevolezza che l’acqua potabile di buona qualità è una risorsa che scarseggia, e che ogni servizio, in particolare i costi di distribuzione dell’acqua potabile alle famiglie, dev’essere pagato. Al momento, tali servizi sono finanziati dall’erario, o dal contribuente, tuttavia non tutti ne beneficiano. In Irlanda, molti devono pagare per installare la propria pompa e sostenere i costi dell’elettricità. Molti si avvalgono di impianti collettivi che non fanno parte della rete pubblica di acqua ed ogni anno devono accollarsi costi elevati per il privilegio di ricevere acqua di dubbia qualità nelle proprie case. Si tratta quindi di un problema di equità e di mutamento dell’opinione pubblica, ed apprezziamo il fatto che il compito di decidere in materia e di influenzare l’opinione pubblica sia lasciato al governo irlandese.

 
  
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  De Palacio, Commissione. - (ES) Signor Presidente, oggi assistiamo ad un evento importante. Siamo finalmente giunti al termine di un lungo cammino, durante il quale hanno avuto luogo una dura battaglia e lunghe discussioni, ma che alla fine ha portato ad accordi positivi e a posizioni costruttive da parte delle tre Istituzioni - Consiglio, Parlamento e Commissione - che hanno reso possibile tale accordo. Come per tutti gli accordi, qualcuno penserà che è poco, altri che è troppo, ma esiste una posizione intermedia, un equilibrio accettabile per i diversi interessi e punti di vista di coloro che hanno lavorato per tutto questo tempo.

Occorre inoltre osservare che si è svolto un lavoro serio su una materia enormemente complessa. A nome della mia collega, la Commissaria Wallström, vorrei ringraziare per le sue parole di apprezzamento la onorevole Lienemann, la quale, in veste di relatrice di tutti questi lavori, ha avuto un ruolo da protagonista ed ha portato a termine un compito imponente con la costanza e la tenacia dei suoi principi che, combinati con una buona dose di realismo, hanno consentito di arrivare al consenso.

Come lei stessa ha precisato, e non si tratta di un elemento secondario, una questione come quella dell'acqua evidenzia la diversità in seno all'Europa, che presenta caratteristiche radicalmente diverse tra i vari paesi. In alcuni di essi vi sono vaste estensioni in cui le precipitazioni non raggiungono i 400 millimetri all'anno, vale a dire zone semiaride, mentre in altri paesi la media supera abbondantemente i 2 500 o i 3 000 millimetri. L'approccio di tale direttiva, che considera l'acqua come un tutto unico, come un flusso totale senza distinzioni tra acque superficiali e sotterranee - errore commesso per molto tempo - è l'approccio adeguato e comporta un notevole passo avanti. L'impegno di mantenere il più pulito possibile, o almeno il meno inquinato possibile, il patrimonio idrico dell'Unione europea è un impegno fondamentale, se vogliamo garantire uno sviluppo equilibrato e duraturo e un'Europa abitabile per le generazioni future.

A tale proposito, vorrei aggiungere che uno dei deputati ha fatto riferimento, poc'anzi, alle conversazioni tra due leader europei. Orbene, forse vi è ancora qualcuno che può inquinare le sue risorse idriche, ma vi è anche chi le ha già inquinate da tempo, per esempio con immensi allevamenti di maiali. Non voglio entrare nei particolari, ma a volte bisogna guardare la trave nel proprio occhio piuttosto che la pagliuzza in quello altrui.

Signor Presidente, vorrei sottolineare l'elemento fondamentale di questa direttiva, ovvero la verifica e il seguito che le verranno date. Una verifica e un seguito che, partendo dalla flessibilità e dall'impostazione realista che trapelano da tutti i suoi articoli, dovranno indubbiamente permetterci di garantire la pulizia delle nostre acque. Si tratta di un fattore davvero essenziale perché, in definitiva, se non vi è acqua pulita non vi può essere vita.

 
  
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  Schleicher (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, vorrei chiedere alla Commissione che ne sarà della direttiva del 1991 sulla qualità ecologica delle acque, che fino ad oggi non è stata ufficialmente ritirata dalla Commissione. Rivolgo un’altra richiesta sia al Presidente del Parlamento che a Consiglio e Commissione: i testi risultano ancora carenti per il fatto che i termini tecnici specifici non sono stati tradotti correttamente nelle varie lingue. Vi pregherei di fare un ulteriore controllo, perché ogni paese ha i suoi termini specifici. E’ un problema che non può essere risolto dai traduttori, dal momento che si tratta di un testo molto tecnico. Sarebbe grave se nei testi di legge mancassero le espressioni corrette indispensabili. Pertanto vi prego di procedere ad un’ulteriore verifica. Solo nella versione tedesca ho riscontrato più di venti punti inesatti. Sarò lieta di inviarvela affinché possiate esaminarla.

 
  
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  De Palacio, Commissione. - (ES) Signor Presidente, in relazione alla direttiva sulla qualità ecologica delle acque, a cui credo faccia riferimento la onorevole Schleicher, desidero precisare che la presente direttiva quadro comprende tutti gli elementi essenziali di quella proposta, che mi sembra sia già stata ritirata. Se così non fosse, verrà ritirata nell'immediato futuro.

Per quanto riguarda il problema di traduzione da lei segnalato, si tratta di un elemento molto importante perché, effettivamente, i termini sono molto tecnici in questo campo ed è essenziale disporre di una traduzione adeguata. Mi limiterò a comunicare le sue osservazioni ai servizi competenti e soprattutto ai servizi di traduzione affinché, se lo riterranno opportuno, sottopongano ad una revisione più dettagliata i vari termini e definizioni contenuti nella direttiva.

 
  
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  Presidente. - La ringrazio, signora Commissario.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà domani, alle 12.00.

 

13. Veicoli fuori uso
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  Presidente. - L'ordine del giorno reca la relazione dell'onorevole Florenz (A5-0212/2000) sul progetto comune, approvato dal Comitato di conciliazione, concernente la direttiva del Consiglio relativa ai veicoli fuori uso [C5-258/2000 - 1997/0194 (COD)].

 
  
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  Florenz (PPE-DE), relatore. – (DE) Signor Presidente, innanzitutto desidero cogliere l’occasione per ringraziare i miei colleghi per la valida ed intensa collaborazione. Non è stato sempre così semplice, e del resto con me non è mai molto facile! Ma sono loro molto grato per aver superato tutte le difficoltà.

Le Istituzioni europee alcuni anni fa hanno giustamente deciso di occuparsi del traffico privato. Siamo partiti dall’auto e dalla benzina e siamo arrivati alla domanda: che ne facciamo dei 9 milioni di automobili che ogni anno vengono rottamate? E stasera parleremo pure di pneumatici ed un giorno sicuramente discuteremo anche di come dovranno essere le strade in futuro, dal momento che sono troppo rumorose.

Ritengo che a fronte di 9 milioni di auto che ogni anno vengono ritirate dalla circolazione e di circa 45 milioni di olio esausto si dovesse fare qualcosa. La Commissione ha presentato una proposta, a mio parere, alquanto dirigistica, con un approccio ecologico ormai superato. Ma per fortuna durante le tre letture essa è stata rielaborata ed oggi disponiamo di un documento che va nella direzione giusta.

Non dimentichiamo che, considerando la mobilità nel suo insieme, l’80 per cento dell’inquinamento ambientale dipende dal traffico, il 19 per cento dalla fabbricazione delle auto e solo l’1 per cento dal loro smaltimento. Cerchiamo quindi, anche in tale questione, di mettere l’accento al punto giusto. Credo che abbiamo fatto bene ad iniziare dai valori dei gas di scarico e dalle norme di qualità per i carburanti per giungere oggi alla domanda: come la mettiamo con le vecchie auto? Abbiamo introdotto quote rigide, perché non se ne poteva fare a meno. Ma il Parlamento avrebbe dovuto avere il coraggio di prendere una decisione davvero audace riguardo ad un tipo veramente nuovo di automobile, un’automobile che non pesi più 1 500 kg, ma magari solo 1 000, che, se si considerano 300 000 kg di risparmio alla rottamazione, danno un’idea dei vantaggi a livello di politica ambientale che si possono ottenere nel settore dell'automobile.

Purtroppo ci siamo lasciati indurre dal documento presentato dalla Commissione ad accettare vecchie quote che favoriscono addirittura le auto in lamiera e non le moderne auto in materiali compositi, molto più leggere. Ma un’auto simile, in plastica, fibre di vetro e quant’altro, non possiede i requisiti per essere riciclabile, non si può più riutilizzare. Scherzi a parte, cosa vorreste reimpiegare ad esempio di un airbag? Si tratta di uno strumento con una funzione protettiva, non riciclabile. Per questo motivo qui ci sarebbe voluto un atto coraggioso a favore dell’introduzione di una quota speciale di automobili veramente leggere. Purtroppo abbiamo sprecato tale occasione, cosa di cui mi dolgo profondamente.

Un punto generale, molto controverso in Aula, è rappresentato dalla questione dei costi. La Commissione ha precipitosamente affermato che in futuro deve essere il produttore a sostenere tutti i costi. In un primo tempo sembrava una bellissima idea. Ma si tratta di un provvedimento che alla fine si ripercuoterà sul consumatore, in quanto così si elimina la concorrenza. Ed è un punto generale di questa direttiva verso cui sono critico. Adesso abbiamo imputato i costi al produttore, ma questi, non avendo più concorrenza, potrà decidere in futuro quanto costa riciclare un’auto ed è proprio questo che va contro gli interessi dei consumatori. In questo settore occorre ampliare il mercato anziché ridurlo. E’ una decisione sbagliata, che deploro fermamente, in quanto non rimarrà senza conseguenze. Basta vedere cosa sta avvenendo coi computer: la direttiva è già pronta sul tavolo. Poi seguiranno i tosaerba, i motorini, quindi i mobili, ed io mi chiedo a chi restituiremo un giorno le vecchie strade quando diventeranno troppo rumorose e chi ne sosterrà i costi. Vediamo quindi che non è poi così semplice attribuire i costi. Mi auguravo davvero che andasse diversamente, ma accetto la decisione adottata dalla maggioranza.

E’ giusto vietare la presenza dei metalli: al di là dei risultati scientifici a lungo andare non si può fare altrimenti. Abbiamo previsto alcune deroghe che verranno prese in esame dalla Commissione nell’arco di tre anni. Spetta a lei infatti, insieme al comitato tecnico, la responsabilità generale di adottare fra tre anni le relative decisioni, e credo che lo farà.

Ritengo, tutto sommato, che la presente direttiva, a prescindere dalla questione dei costi, costituisca un buon risultato, un passo avanti. Ringrazio ancora la Commissione, il Consiglio ed i miei colleghi. E’ stato un piacere lavorare con voi.

(Applausi)

 
  
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  Lange (PSE). – (DE) Signor Presidente, vorrei contraccambiare i ringraziamenti dell’onorevole Florenz. Anch’io penso che la delegazione del Parlamento al comitato di conciliazione abbia lavorato bene e conseguito un ottimo risultato. Ritengo che due siano stati gli aspetti di particolare rilevanza: da un lato si è riusciti a mettere in chiaro che a partire dalla fine del prossimo anno nell’intera Unione europea lo smaltimento delle vecchie auto dovrà avvenire in modo regolamentare. Ciò significa evitare che le auto vengano smaltite illegalmente, abbandonate da qualche parte nei boschi o che si ceda alla tentazione di esportarle in un modo o nell’altro nell’Europa dell’est. Dovranno invece essere smaltite in loco da aziende autorizzate. A mio parere questo è il risultato principale, molto positivo, ottenuto dalla direttiva.

Il secondo punto importante non risiede, a mio avviso, nella questione dei costi e della concorrenza, sulla quale abbiamo avuto delle controversie, risolvendo alla fine il problema in modo ragionevole grazie ad un compromesso soddisfacente per tutte le parti in causa, bensì nel fatto che la direttiva stabilisce che per le nuove auto in fase di omologazione si deve documentare l'idoneità al riciclaggio. Con questa direttiva invitiamo la Commissione a modificare in tal senso le norme sull’omologazione, affinché in futuro le nuove auto vengano progettate secondo criteri di compatibilità ambientale. Questo è il punto decisivo! In tal modo prendiamo le distanze da una tecnologia end of pipe, vale a dire che non saremo costretti a pensare ogni momento a cosa fare di quanto resta dell’auto. Dovremo invece pensare all’inizio, in fase di progettazione, che anche le auto come gli altri prodotti devono essere riutilizzate e smaltite. E’ la strada da seguire ed io sono lieto che nel formulare la direttiva si sia andati in tale direzione.

 
  
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  Breyer (Verts/ALE). – (DE) Signor Presidente, il compromesso raggiunto rappresenta un grosso successo per la tutela dell’ambiente e dei consumatori. E’ la prima volta che la responsabilità dei produttori dal punto di vista dei rifiuti è stata oggetto di discussione e va accolto favorevolmente il fatto che tale provvedimento avrà rapida attuazione. Anche il compromesso raggiunto in materia di metalli pesanti costituisce un enorme passo avanti verso una politica ecologica dei flussi di materiali. Credo che questo risultato, che anche i Verdi giudicano straordinario, contribuisca a far sì che nel settore automobilistico ci sia una spinta all’innovazione verso automobili maggiormente riciclabili.

Il compromesso rappresenta anche uno schiaffo per il nostro Cancelliere e soprattutto per l’industria automobilistica tedesca, in particolare la Volkswagen, che purtroppo ha cercato di ostacolare la presente direttiva. Spero altresì che il relatore, onorevole Florenz, tragga i dovuti insegnamenti dalla discussione e che con la direttiva sui rifiuti relativa alle apparecchiature elettroniche, dove viene nuovamente chiamata in causa la responsabilità dei produttori, tenti davvero di intervenire a favore dei consumatori e che il Parlamento non si faccia mettere sotto pressione dagli interessi di singole industrie.

 
  
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   Sjöstedt (GUE/NGL).(SV) Signor Presidente, il mio gruppo è tutto sommato soddisfatto dell'esito della conciliazione, anche se naturalmente è sempre possibile fare un po' di più.

Il nostro obiettivo è sempre stato disporre al più presto di un completo sistema per lo smaltimento dei veicoli fuori uso, con severi requisiti in materia di recupero e di messa al bando delle sostanze pericolose. Avremmo voluto inoltre una piena responsabilità del produttore, in modo che l'onere economico dello smaltimento incombesse proprio sul produttore.

Una volta presa la decisione, fra qualche anno saremo abbastanza vicini al risultato che avremmo voluto. L'aspetto più singolare della conciliazione è consistito proprio nel fatto che il Parlamento abbia ostacolato l'evoluzione verso la responsabilità del produttore anziché accelerarla. Sarebbe davvero inquietante se il Parlamento cambiasse il proprio ruolo, per non fare più da propulsore e per lasciare invece questa funzione alla sua controparte.

 
  
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  Sacconi (PSE). - Signor Presidente, come già detto dal relatore e dall'onorevole Lange, questa conclusione positiva del processo legislativo si rivela utile non solo per quello che la direttiva stabilisce, ma anche perché si apre un processo e si delinea la prospettiva di un graduale adattamento dell'intero processo produttivo in un settore fondamentale come quello automobilistico, nonché di una revisione dalla progettazione delle vetture alla selezione di nuovi materiali e componenti per rendere possibile un effettivo riciclaggio.

Non solo si concilia il punto di vista della produzione con quello della tutela ambientale ma si apre - lo ripeto, in un settore così importante - una strada, quella che a suo tempo è stata definita riconversione ecologica dell'economia. Certo, questo risultato è stato raggiunto solo alla fine di una complessa negoziazione con i produttori di autoveicoli, i quali hanno infine accettato di accollarsi la responsabilità finanziaria della rottamazione a partire dal 2007.

Ritengo importante infine sottolineare anche un altro aspetto, di natura più squisitamente politico-istituzionale. Siamo sinceri: siamo tutti consapevoli di aver avviato la procedura di conciliazione con posizioni molto distanti - persino con una certa dose di tensione interistituzionale fra Parlamento e Consiglio - e con molte diversità nazionali, in termini sia di esperienze sia di interessi. Eppure, con l'impegno e il senso di responsabilità di tutti gli attori, siamo pervenuti al consenso su un fronte particolare, molto caldo e importante, aggiungendo così un mattone alla costruzione europea: di questi tempi, per il dibattito più generale in atto, questo risultato non è da poco.

 
  
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  de Roo (Verts/ALE). (NL) Signor Presidente, signora Commissario, sul tema dei veicoli fuori uso abbiamo raggiunto un buon compromesso. Per la prima volta, la legislazione europea sancisce chiaramente la responsabilità dei produttori. Nella direttiva sugli imballaggi, del 1994, fu concordato di ripartire la responsabilità tra le autorità e i produttori; la pratica ha nel frattempo dimostrato che quel sistema non funziona. Per quanto riguarda la responsabilità dei produttori per i veicoli fuori uso, si tratta di un fatto positivo poiché in questo modo anche i costruttori saranno interessati a costruire le loro automobili in modo tale che possano essere riciclate meglio. Purtroppo, nel testo si dice che i produttori saranno responsabili completamente o per una parte considerevole; di conseguenza, nasceranno sistemi diversi da paese e paese, e ciò non va bene poiché non si creerà un mercato unico.

Questo aspetto dovrà essere regolamentato meglio nella direttiva sui rifiuti elettronici ed elettrici. Dobbiamo andare verso il riconoscimento della responsabilità individuale dei produttori. Anche il mio paese, i Paesi Bassi, ha ancora moltissimo da imparare.

 
  
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  De Palacio, Commissione. - (ES) Signor Presidente, come ho già detto, la procedura legislativa si è rivelata indubbiamente lunga e difficile. Bisogna ricordare che la proposta iniziale della Commissione è stata presentata nel luglio del 1997. Durante tutta questa lunga procedura e nonostante la complessità della normativa, è stato possibile risolvere una serie di problemi grazie ai colegislatori e, ancora una volta, grazie alla volontà di raggiungere un accordo dimostrata dalle tre Istituzioni. Pertanto, voglio esprimere il mio apprezzamento per il consenso su un testo comune, raggiunto il 23 maggio scorso in sede di Comitato di conciliazione.

In particolare, vorrei ringraziare il relatore, l'onorevole Florenz, e i membri del suddetto comitato. Sono convinta che il testo comune rappresenti un buon equilibrio tra la necessità di garantire un alto livello di protezione ambientale e i legittimi interessi delle diverse parti interessate.

Tuttavia, vorrei richiamare l'attenzione su tre dichiarazioni che la Commissione presenterà quando la direttiva verrà adottata e che hanno come oggetto alcuni chiarimenti indispensabili dal punto di vista della Commissione.

In primo luogo, la disposizione prevista al paragrafo 1 dell'articolo 5 non obbliga gli Stati membri a definire sistemi di raccolta diversi con requisiti di finanziamento specifici, ma invece permette loro di utilizzare i sistemi di raccolta dei residui già esistenti.

In secondo luogo, in base al paragrafo 3 dell'articolo 5, spetta agli Stati membri decidere quali produttori, concessionari e raccoglitori debbano registrarsi conformemente alla direttiva quadro sui residui oppure in un nuovo registro creato appositamente.

In terzo luogo, desidero precisare che il paragrafo 1 dell'articolo 7 non stabilisce requisiti, condizioni o criteri aggiuntivi in relazione alle ispezioni tecniche dei veicoli.

In linea generale, il presente testo costituisce un importante passo avanti verso una produzione e un consumo sostenibili, un modello per le prossime iniziative comunitarie nell'ambito dei flussi di residui specifici come, per esempio, la direttiva sui residui elettronici ed elettrici, a cui si è fatto riferimento.

Molte grazie, signor Presidente. Mi congratulo ancora una volta con tutti gli oratori e in particolare con il relatore, onorevole Florenz, per il lavoro svolto.

 
  
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  Presidente. - La ringrazio, signora Commissario.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà domani, alle 12.00.

 

14. Trasporti aerei e ambiente
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  Presidente.- L'ordine del giorno reca la relazione (A5-0187/2000), presentata dall'onorevole Lucas a nome della commissione per la politica regionale, i trasporti e il turismo, sulla comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento europeo, al Comitato economico e sociale e al Comitato delle regioni sui trasporti aerei e l'ambiente [COM(1999) 640 - C5-0086/2000 - 2000/2054 (COS)].

 
  
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  Lucas (Verts/ALE), relatore – (EN) Signor Presidente, vorrei innanzitutto ringraziare la Commissione per questa comunicazione tempestiva e di ampia portata, che riconosce esplicitamente sia il crescente impatto che i trasporti aerei esercitano sull’ambiente sia il fatto che tale crescita è insostenibile. Prima di esaminare le proposte contenute nella relazione, sarebbe utile rammentare alcune questioni fondamentali in discussione. In sostanza, il problema si può esprimere con grande semplicità: il ritmo di crescita dell’aviazione è insostenibile. Ciò costituisce una grave minaccia per l’ambiente e questo non solo è un problema ma, poiché il settore di fatto riceve sovvenzioni, la situazione risulta di gran lunga peggiore.

In termini di crescita del settore, si prevede che il traffico aereo praticamente raddoppierà nel corso dei prossimi 15 anni. Se si pensa al significato di queste previsioni in termini di congestione e di impatto sull’ambiente, risulta evidente che la situazione è allarmante. Per citare un caso che conosco bene nel Regno Unito, le previsioni del governo in materia di traffico aereo, pubblicate nel giugno di quest’anno, indicano un aumento del numero totale di passeggeri negli aeroporti del Regno Unito che da 160 milioni nel 1998 dovrebbero passare a 400 milioni in un periodo di poco più di 20 anni. Un aumento di 240 milioni di passeggeri equivale a quattro nuovi aeroporti delle dimensioni di Heathrow o a otto nuovi aeroporti delle dimensioni di Gatwick. E’ ovvio che le conseguenze di una tale espansione per l’ambiente sarebbero del tutto inaccettabili e queste proiezioni servono solo a dimostrare l’assurdità dell’ipotesi di una continua crescita esponenziale.

Quali sono gli impatti prodotti da tale crescita sull’ambiente? Per quanto riguarda l’inquinamento acustico, sappiamo che per i cittadini a terra le misure introdotte per rendere più silenziosi gli aerei di fatto rischiano di essere vanificate dalla maggiore frequenza delle emissioni sonore. Riguardo alle emissioni, i trasporti aerei sono la fonte di gas ad effetto serra, responsabili dei mutamenti climatici, che registra il tasso di crescita più rapido al mondo. Il traffico aereo può contribuire solo per il 3 per cento alle emissioni totali attuali, ma si prevede che entro il 2050 possa raggiungere il 15 per cento delle emissioni totali globali o persino di più. Si potrebbe pensare che la lunga serie di problemi ambientali, insieme a previsioni di crescita chiaramente insostenibili, avrebbero dovuto produrre alcune misure volte a scoraggiare la crescita esponenziale del settore, ma non è stato così. Al contrario, le politiche globali nel settore dell’aviazione di fatto ne incoraggiano l’espansione illimitata.

L’aviazione è oggetto di cospicue sovvenzioni. Diversamente da quanto avviene per i veicoli a motore o i treni, le compagnie aeree non pagano tasse sui carburanti. E’ stato infatti calcolato che il settore europeo dell’aviazione riceve ogni anno circa 30 miliardi di euro in sovvenzioni.

Vorrei citare brevemente alcuni punti chiave della relazione. Riguardo al rumore, le norme attualmente applicate per le emissioni sonore dei nuovi aeromobili sono in vigore dal 1977 ed è quindi urgentemente necessario adottare norme più rigorose. Raccomando all’Unione europea di seguire gli orientamenti approvati dall’Organizzazione mondiale della sanità sull’esposizione della Comunità al rumore come base per elaborare nuovi orientamenti in materia di esposizione diurna e notturna entro il 2003. Riguardo alle emissioni, un obiettivo perfettamente realizzabile per i paesi sviluppati potrebbe essere una riduzione del 5 per cento di tutte le emissioni di gas a effetto serra imputabili all’aviazione rispetto ai livelli del 1992, da raggiungere entro il 2012, che è il primo periodo di bilanci secondo il protocollo di Kyoto. Questo sarebbe un primo passo inteso ad invertire l’attuale tendenza ad esimere l’aviazione internazionale dalle sue responsabilità.

Per quanto riguarda le sovvenzioni, la relazione afferma chiaramente che in linea di principio siamo favorevoli all’introduzione di una tassa sul carburante degli aerei a livello internazionale, ma riconosciamo che sussistono ostacoli politici al riguardo, data la necessità di raggiungere accordi internazionali in sede di ICAO. Tenuto conto di tali difficoltà, proponiamo invece una tassa ambientale basata sul principio “chi inquina paga”. Tale tassa sarebbe infatti uno strumento più flessibile, in quanto si potrebbe effettivamente calcolare sia in funzione del quantitativo di carburante consumato sia, tenendo conto dell’efficienza del motore, in base alla quantità di inquinanti emessi. Di fatto, le difficoltà sul piano politico connesse all’introduzione di una tassa di questo tipo sparirebbero, dal momento che rientra tra i diritti dell’Unione europea introdurre un prelievo su tutti i voli in partenza dagli aeroporti dell’Unione.

Un ultimo punto, ma molto importante: sentirete le compagnie aeree affermare che si tratta di ottimi provvedimenti, ma che spetta all’organismo internazionale, l’ICAO, adottarli. Il fatto che si tratti di un organismo internazionale significa che le procedure da seguire sono molto lente e il principio proposto nella comunicazione della Commissione – che appoggio nella mia relazione – è che alcune regioni più industrializzate, come l’Unione europea, dovrebbero essere in grado di adottare norme più rigorose con maggiore rapidità rispetto ad altre regioni, quali i paesi in via di sviluppo. Questo non sancisce la fine dell’ICAO. Si limita ad introdurre una certa flessibilità nell’ICAO, in perfetta armonia con altre organizzazioni internazionali. In altri ambiti avviene proprio la stessa cosa.

La reazione delle compagnie aeree è di chiedere il motivo del nostro accanmento nei loro confronti. In realtà, è vero il contrario. Le compagnie aeree sono riuscite a non contribuire ai costi loro imputabili per oltre 50 anni. Nel contempo, altri deputati in Aula sono pronti a sostenere che le misure da me proposte avranno un impatto devastante sul settore aeronautico europeo. E’ un’assurdità. Una tassa ambientale del tipo da me descritto non produrrebbe effetti negativi sulla concorrenza perché si applica a tutte le compagnie aeree che utilizzano aeroporti dell’Unione europea a prescindere dalla loro origine.

C’è chi afferma che produrrà effetti paralizzanti sull’economia europea e anche questa è un’assurdità. Il settore dell’aviazione è responsabile di alcuni posti di lavoro, ma non va dimenticato che con l’introduzione di una tassa che imponga all’aviazione di sostenere la sua parte dei costi si creeranno migliaia di posti di lavoro in altri settori. Raccomando pertanto all’Assemblea di approvare la relazione.

 
  
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  Foster (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, vorrei innanzitutto ricordare che l’ambiente sta a cuore a tutti i deputati di questo Parlamento, sebbene la relatrice e i deputati Verdi vogliano far credere il contrario.

I problemi ambientali, tuttavia, devono essere rapportati alle esigenze del settore aeronautico al fine di garantirne il successo in futuro. Sono rimasto deluso dalla relazione della Commissione, anche perché è molto negativa nei confronti dell’aviazione. Sfortunatamente, la relatrice ha seguito la stessa impostazione. Vorrei aiutare gli onorevoli deputati fornendo alcune informazioni: i trasporti aerei sono responsabili della creazione diretta di 25 milioni di posti di lavoro a livello mondiale. Soltanto nel Regno Unito l’aviazione è responsabile di quasi 500 000 posti di lavoro. Il Regno Unito trasporta merci destinate all’esportazione per un valore di 35 miliardi di GBP, mantenendo un accesso incomparabile ai mercati globali, e versa all’erario circa 3 miliardi di GBP all’anno. Se si moltiplicano queste cifre per il numero di paesi nell’Unione europea è facile vedere e comprendere l’importanza di questo settore per le nostre economie.

Per quanto riguarda l’impatto ambientale, l’aviazione utilizza meno dell’8 per cento del terreno necessario per le ferrovie e meno dell’1 per cento di quello richiesto per le strade. In pratica, a parte i trasporti marittimi, l’aviazione è l’unica forma di trasporto internazionale che attualmente trasporta un terzo di tutte le merci a livello mondiale.

Nel corso degli ultimi 15 anni, le emissioni di CO2 sono diminuite del 70 per cento e gli idrocarburi incombusti dell’85 per cento. L’aviazione contribuisce per appena il 2,5 per cento alle emissioni di CO2. Si possono adottare misure a breve termine, per esempio per affrontare il 44 per cento di ritardi nella gestione del traffico aereo e i 30 punti di strozzatura presenti sopra la Francia, l’Italia, la Spagna e alcune regioni della Germania. I governi nazionali devono intervenire subito. Dovrebbero anche affrontare la questione della pianificazione territoriale in prossimità degli aeroporti esistenti nonché assumersi la responsabilità delle decisioni adottate in passato.

Insinuare che una tassa sul kerosene, esente da tasse a livello internazionale nel settore dell’aviazione, o l’IVA sui biglietti o sull’acquisto di aerei sia la soluzione è un errore. Il settore sostiene già tutti gli oneri relativi alle infrastrutture, alcuni dei quali sono destinati a miglioramenti ambientali. Non beneficia di sovvenzioni.

Infine, se dovessero essere approvate, le proposte della onorevole Lucas decimerebbero l’industria aeronautica: l’aviazione, il turismo, gli affari e l’industria aerospaziale. I loro fautori sarebbero felici di abolire i voli a basso prezzo. In breve, renderebbero l’Europa non competitiva e offrirebbero agli americani e alle compagnie aeree straniere un vantaggio sleale. Mi auguro che in futuro le proposte della Commissione saranno valutate con maggiore attenzione. Diversamente, i suoi membri potrebbero scoprire che volare da o verso Bruxelles o Strasburgo, o anche andare in vacanza, con una compagnia aerea europea risulta un’alternativa impraticabile.

 
  
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  Wiersma (PSE) .(NL) Signor Presidente, desidero iniziare il mio intervento complimentandomi con la relatrice, onorevole Lucas. Il mio gruppo non ha presentato ulteriori emendamenti per questa discussione in Aula, il che dimostra che possiamo condividere in buona parte la linea tracciata nella relazione. Vorrei prendere le distanze dalle osservazioni della onorevole Foster, secondo la quale le proposte della Commissione o le proposte contenute nella relazione sarebbero una catastrofe per il trasporto aereo. Non mi pare che simili minacce siano lo strumento giusto per cercare di opporsi ad una buona politica per l’ambiente.

La comunicazione della Commissione sul trasporto aereo e l’ambiente rappresenta il primo passo verso una migliore legislazione europea, di cui si avverte la necessità, considerate la crescita di questo tipo di trasporto nonché la crescita dell’inquinamento ambientale causato dagli aeroplani. Appoggiamo quindi le indicazioni di massima contenute nelle proposte avanzate dalla Commissione. Il gruppo del PSE condivide pienamente la necessità di imporre all’industria aeronautica norme europee e di farle pagare una parte dei costi legati all’inquinamento ambientale, di cui il trasporto aereo è una concausa. Come già detto dalla onorevole Lucas, non vogliamo che il settore del trasporto aereo costituisca un’eccezione. Oggi però siamo ancora impegnati a definire l’ambito generale della normativa europea, e viene dunque da chiedersi quali criteri essa debba soddisfare. Inoltre, attendiamo con interesse le ulteriori proposte su questa normativa e sulla legislazione, che dovranno contenere anche indicazioni particolareggiate e norme precise.

Per quanto riguarda la posizione di fondo del gruppo del PSE, posso dire che in ogni caso noi riteniamo che la rapida crescita del trasporto aereo comporti inevitabilmente la necessità di creare ulteriori e migliori alternative nel trasporto ferroviario, in particolare per le distanze brevi, tanto per citare un esempio. Penso che sia importante adottare norme sui trasporti che siano più severe e più rispettose dell’ambiente. A nostro giudizio, la crescita delle capacità del trasporto aereo non è illimitata.

In secondo luogo, chiediamo l’adozione di norme europee sul rumore, nell’interesse dei cittadini ma anche al fine di contrastare la concorrenza tra determinati aeroporti. Pensiamo che il problema del rumore notturno vada affrontato con un’attenzione particolare e, al pari della onorevole Lucas, riteniamo che nell’elaborazione delle norme e nella definizione di regole più particolareggiate si debba fare riferimento in via prioritaria alle disposizioni dell’Organizzazione mondiale della sanità. In tale prospettiva, dalla Commissione europea ci attendiamo proposte ambiziose.

Il terzo punto riguarda naturalmente le emissioni, che sono la fonte dell’inquinamento. Secondo noi è necessario affrontare anche questo problema; pertanto, in linea di principio siamo favorevoli ad una tassa sul cherosene. Sono stati, poi, sollevati interrogativi sulle possibilità di mettere in pratica le idee e le proposte avanzate. Al riguardo, come si afferma anche nella relazione, pensiamo che la via da percorrere sia quella della concertazione internazionale e di ulteriori ricerche. Dato che il risultato di queste ultime è incerto, sosteniamo la proposta di una restituzione sotto forma di una tassa ambientale europea, come formulato al paragrafo 20 della relazione.

Infine, è importante anche applicare gli accordi di Kyoto, e qui il settore del trasporto aereo deve fornire il suo contributo in misura sostanziale. Per parte nostra, preferiamo la definizione di buoni accordi a livello mondiale sul rumore e sulle emissioni; qualora non sia possibile realizzarli, preferiremmo senz’altro una politica in ambito europeo. Penso che anche questa indicazione sia un elemento importante della relazione, e che sia stata formulata bene. Ci auguriamo che la concertazione internazionale riesca a dare dei frutti; in caso contrario, riteniamo che tra qualche anno dovremo poter parlare anche di norme a livello europeo.

 
  
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  Sterckx (ELDR).(NL) Signor Presidente, ringrazio la relatrice per il documento che ci ha presentato. E’ proprio vero che il settore del trasporto aereo sta crescendo rapidamente. Sono d’accordo con la onorevole Foster quando afferma che il trasporto aereo è un comparto economico importante, un comparto che fornisce servizi che, ad un certo punto, diventano insostituibili. Ma è altrettanto evidente che esso ha tutta una serie di effetti negativi sull’ambiente, come il rumore e l’inquinamento atmosferico. Dobbiamo quindi spronare questo settore ad attivarsi quanto più possibile e quanto prima possibile per ovviare a tali conseguenze, a fare di più di quanto abbia fatto finora. Sia la comunicazione della Commissione sia la relazione della onorevole Lucas indicano in quale direzione si può e si deve andare.

Vorrei estrapolare un paio di punti. Come ha già osservato l’onorevole Wiersma, è chiaro che le diverse modi di trasporto – strada, ferrovia ma anche il trasporto aereo – devono ricevere per quanto possibile lo stesso trattamento. Adesso non è così, e non lo è per motivi ben precisi, ma dobbiamo comunque fare qualcosa.

Mi pare evidente che nell’affrontare i problemi esistenti, quali la tassa sul cherosene, l’inquinamento acustico, la fissazione di standard e via dicendo, dobbiamo senz’altro dare la precedenza, in questo momento, ad un approccio di tipo globale. Ora come ora, un approccio regionale sarebbe prematuro, e mi fa piacere che la relatrice abbia corretto in questo senso alcuni punti del suo testo originario. Credo che, in quanto Unione europea, al momento attuale non dovremmo adottare provvedimenti unilaterali, se posso esprimermi così. Sono in corso importanti trattative dalle quali, signora Commissario, è ancora lecito attendersi un esito positivo. Trovo che questo sia un aspetto rilevante.

Un altro aspetto rilevante è la lotta contro il rumore, da attuare mediante un pacchetto di misure. E’ a tale scopo che ho presentato l’emendamento in cui chiedo che queste misure siano specificate. Ne ho poi presentato un altro sulla definizione di un sistema di misurazione comune, in modo da limitare la concorrenza tra i vari aeroporti, di cui ha parlato l’onorevole Wiersma. E’ ovviamente importante che tale concorrenza non vada a scapito di chi abita nei pressi degli aeroscali e dell’ambiente. Penso che si tratti di una questione di rilievo e che sia necessario fissare norme europee per contrastare la concorrenza tra gli aeroporti.

 
  
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  MacCormick (Verts/ALE). – (EN) Signor Presidente, attualmente il Regno Unito applica aliquote di imposta sui carburanti straordinariamente elevate rispetto ad altri paesi dell’Unione europea. Questo produce un effetto particolarmente pregiudizievole per le regioni periferiche del paese. Falsa in misura sproporzionata la concorrenza, in quanto colpisce le imprese locali delle regioni periferiche in concorrenza con le grandi multinazionali nel Regno Unito. Questo è un importante ammonimento di cui tenere conto riguardo al modo in cui le tasse sul carburante possono alterare le economie locali.

Non ritengo vi siano buone ragioni ambientali per cercare di spingere gran parte della popolazione del Regno Unito nell’angolo sudorientale dell’isola. Non sono entrato in politica per permettere una nuova cacciata degli Highlander. Detto questo, è ovviamente altrettanto assurdo concedere all’aviazione un’esenzione da tasse destinate a ridurre i gas ad effetto serra e l’impoverimento dello strato di ozono ed è un bene aspirare ad una parità di tassazione in tutta l’Unione europea, come fa la onorevole Lucas, anziché distorcere grossolanamente i differenziali tra le diverse regioni.

Ho notevoli riserve riguardo al modo in cui questa proposta funzionerà nella pratica, ma dovremmo accogliere il principio proposto dalla onorevole Lucas.

 
  
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  Esclopé (EDD). - (FR) Signor Presidente, la lotta contro l'inquinamento acustico e le emissioni di gas è una battaglia giusta che sosteniamo perché persegue gli obiettivi del benessere delle popolazioni e della qualità dell'ambiente. Tuttavia, la riduzione delle emissioni acustiche o di gas deve limitarsi ad una lodevole ricerca di soluzioni tecniche vantaggiose per tutti e non servire come pretesto ad altri obiettivi di ordine fiscale o di estensione delle competenze della Commissione. Quest'ultima dovrebbe piuttosto limitarsi ad adempiere le sue funzioni che sono già assai vaste.

In tali circostanze, non possiamo accettare l'introduzione di un'ecotassa. Questo primo passo verso un'imposta europea non farà che colpire ancora una volta gli utenti, senza raggiungere alcuno degli obiettivi previsti dalla relazione. Le popolazioni europee sono già sottoposte ad un'enorme pressione fiscale e, nel momento in cui gli Stati tentano di defiscalizzare, una tassa europea rischia di porre le imprese in una situazione difficile rispetto ai loro concorrenti, in particolare gli americani o altri, con numerose conseguenze nefaste per l'occupazione. È inaccettabile.

Inoltre, pretendiamo il rispetto della sussidiarietà fiscale a vantaggio degli Stati. Anziché gonfiare artificiosamente il suo bilancio con questa tassa, l'Europa dovrebbe utilizzarlo in modo migliore, rispettando la libertà di ognuno. La dipendenza politica degli Stati è legata tra l'altro alla loro libertà fiscale. L'ecotassa non risolve nulla. Si tratta di una misura puramente ideologica, senza alcun effetto diretto sull'ambiente. In alternativa preferiremmo una misura razionale, rispettosa degli interessi di ognuno e favorevole allo sviluppo economico nel migliore rispetto dell'ambiente.

 
  
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  Jarzembowski (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, il gruppo del PPE sostiene l’iniziativa della Commissione europea e del Vicepresidente competente, signora Palacio, finalizzata a conciliare, anche in materia di trasporto aereo, l’interesse dei cittadini e delle imprese alla mobilità con l’esigenza di ridurre al minimo i danni all’ambiente. In tal senso ha deciso anche la commissione competente, sebbene dovremmo dire, per amore del vero, che abbiamo dovuto riscrivere completamente la relazione della onorevole Lucas, dal momento che partiva da presupposti del tutto irrealistici. Ma alla fine comunque abbiamo trovato un accordo approvato a maggioranza.

L’estate ha dimostrato un’altra volta quanto sia importante il trasporto aereo per i cittadini nel raggiungimento delle proprie mete di vacanza. In particolare per le famiglie con bambini l’aereo è il mezzo di locomozione più veloce e meno stressante per raggiungere isole assolate. In alcune zone dell’Unione europea costituisce al tempo stesso un presupposto per la nascita di imprese e la creazione di posti di lavoro. Anche i viaggi d’affari ed il trasporto merci via aerea sulle rotte internazionali sono indispensabili per il commercio e l’economia.

Dall’altro lato il trasporto aereo si ripercuote negativamente sull’ambiente a causa delle emissioni di gas e di quelle sonore. Dobbiamo fare in modo di ridurre tali danni all’ambiente, distinguendo però tra effetti nocivi alla salute dei cittadini che vivono nei pressi degli aeroporti ed effetti negativi generali che non hanno un’incidenza diretta sulla salute. Se applichiamo le disposizioni dell’OMC temo che nessuno di noi potrà più lavorare qui stasera, perché dopo le dieci ore già passate in Parlamento ciò sarebbe in contrasto con dette disposizioni. Restiamo quindi con i piedi per terra.

Il gruppo del PPE chiede in ogni caso di ridurre sensibilmente le norme relative alle emissioni sonore, che a causa del carattere globale del trasporto aereo possono essere regolamentate con maggior criterio nell’ambito dell’ICAO, e di vietare agli aeromobili più rumorosi, dopo brevi periodi di transizione, di far rotta sugli aeroporti europei. Speriamo e ci battiamo affinché gli Stati membri conferiscano alla Commissione europea un mandato chiaro. Signor Presidente, nel caso in cui non dovessimo ottenere alcun risultato a livello di ICAO dovremo agire per conto nostro, perché l’Europa è densamente popolata e non possiamo contare sulle grandi distanze esistenti in America o in Africa. Dobbiamo proteggere i nostri cittadini da rumori eccessivi.

(Applausi)

 
  
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  Myller (PSE).(FI) Signor Presidente, sappiamo che le emissioni causate dai mezzi di trasporto sono tra i maggiori problemi ambientali e si sono rivelati anche tra i più difficili da eliminare; ciò deriva dal fatto che il traffico cresce persino più rapidamente dell’economia. In questo senso i problemi del trasporto aereo sono ancora maggiori, in quanto è necessario trovare soluzioni globali. D’altro canto abbiamo sentito che nel Protocollo di Kyoto non si menzionano le emissioni del trasportoo aereo; neppure la direttiva sulle emissioni, attualmente all’esame, affronta i problemi del trasporto aereo. Trovandoci in questa situazione, dobbiamo assolutamente dirigere i nostri maggiori sforzi al lavoro che si fa all’ICAO e nel comitato dell’ICAO per la tutela dell’ambiente prepost ad elaborare norme ambientali internazionali. E’ un lavoro deplorevolmente lento, ma dobbiamo essere in grado di porci obiettivi abbastanza ambiziosi e di acquisire poteri di negoziazione, affinché questo percorso ci permetta di andare avanti.

Secondo me non è affatto un’idea folle che i paesi sviluppati e industrializzati, tra cui l’Unione europea, fungano, in questo campo, da esempi. E’ importante lo sviluppo della tecnologia meccanica, poiché non sembra che il volume del traffico possa diminuire. Bisogna servirsi di diverse norme, di tasse ambientali, di costi e anche di mezzi amministrativi, ad esempio della regolamentazione delle fasce orarie di partenza e di arrivo, e tenere in considerazione il fatto che, oltre al trasporto aereo, nelle zone in cui le lunghe distanze non costituiscono un ostacolo sono presenti le linee ferroviarie, che vanno sviluppate.

 
  
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  Pohjamo (ELDR).(FI) Signor Presidente, vorrei soffermarmi sull’obiettivo, emerso da questa relazione, di utilizzare mezzi di trasporto alternativi e efficienti in luogo dei voli a corto raggio. Per esempio i treni ad alta velocità, e in alcuni casi, anche il traffico marittimo a corto raggio, offrono un’alternativa migliore dal punto di vista ambientale ai voli a corto raggio. Ciò è inevitabile sia a causa del congestionamento sia per motivi ambientali.

La sostituzione dei voli a corto raggio con mezzi di trasporto alternativi lascia spazio ai voli a mediolungo raggio, ai quali non ci sono alternative. In Parlamento, prima della pausa estiva, sono state discusse diverse relazioni volte a migliorare la competitività del trasporto ferroviario e marittimo. Oltre al miglioramento della competitività del trasporto ferroviario e marittimo sono necessari altri interventi. Una possibilità è costituita dalla tassa ambientale, prevista per il trasporto aereo, che bisogna utilizzare in modo tale che pesi di meno sui voli a mediolungo raggio, che sono inevitabili, piuttosto che su quelli a corto raggio, ai quali esistono alternative migliori dal punto di vista ambientale.

 
  
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  van Dam (EDD). - (NL) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, la relazione di cui stiamo discutendo è la terza della serie che ha per oggetto il trasporto aereo. Se le due relazioni precedenti erano maggiormente incentrate sulla libertà e le possibilità di crescita di questo settore, la relazione odierna si preoccupa di fare luce sui lati più in ombra del trasporto aereo. E, a mio parere, è giusto che sia così. Come ebbi già modo di rilevare in merito alla relazione Atkins, i provvedimenti in corso di preparazione per il trasporto aereo altro non sono che misure provvisorie, incapaci di fornire una soluzione definitiva ai problemi della congestione e delle conseguenze negative che questo settore provoca, tra l’altro a carico dell’ambiente.

La relazione ora in esame ha un orizzonte più ampio dell’immediato futuro, cosa di cui mi congratulo con la onorevole Lucas. La fissazione di condizioni quadro per il funzionamento del trasporto aereo, dal punto di vista sia spaziale che tecnico-ambientale, non è un lusso eccessivo; richiede però conoscenze ed alternative sufficienti. Al momento attuale, in entrambi questi aspetti c’è ancora parecchio da fare. Questa constatazione, tuttavia, non deve essere una scusa per non tratteggiare già ora le linee future e per non chiederne l’applicazione anche in un contesto internazionale. In proposito, la relazione ci offre una valida indicazione, soprattutto nei confronti della Commissione.

Nonostante il nostro atteggiamento verso la relazione sia positivo, devo rilevare che essa contiene alcuni elementi che, a mio giudizio, non dovrebbero esserci in una relazione come questa. Mi riferisco agli emendamenti presentati dal gruppo dei verdi e dei regionalisti. Le loro proposte sembrano molto simpatiche, però riguardano questioni che possono essere affrontate meglio a livello di Stati membri.

 
  
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  Peijs (PPE-DE).(NL) Signor Presidente, il Parlamento europeo non potrebbe funzionare se non esistesse il trasporto aereo, il che forse, per qualcuno, non sarebbe una gran perdita. Ad ogni modo, dobbiamo dar prova di tutto il nostro impegno per ovviare agli effetti che la rapida crescita di questo settore comporta per l’ambiente. Vorrei ora sottolineare alcuni aspetti.

A mio giudizio, l’Unione europea deve sostenere il processo in atto in ambito ICAO, poiché è solo in quel consesso internazionale che si può parlare di un inasprimento delle norme sul rumore prodotto dagli aeroplani. Tuttavia, la prudenza è d’obbligo, in quanto l’adozione di norme nuove avrebbe notevoli conseguenze per l’intera industria aeronautica europea. In termini concreti, l’applicazione di una norma molto più severa di quella attuale comporterebbe la sostituzione di 1067 dei 3300 velivoli che compongono l’odierna flotta europea. Ma, visto che ci sono solo due costruttori di aerei e che hanno una capacità produttiva ridotta, nella pratica sarebbe impossibile sostituire i velivoli vecchi con quelli nuovi ad un ritmo così veloce e serrato.

Non è difficile immaginare le ripercussioni che l’introduzione di una simile norma avrebbe sul trasporto aereo europeo. Quest’ultimo si vedrebbe costretto a cedere una parte del mercato alla concorrenza, e in tale ipotesi sarebbe senz’altro giustificato porsi interrogativi sulla nostra sicurezza. Inoltre, ci sarebbe una considerevole diminuzione dell’occupazione, con tutti i problemi conseguenti. Il costo del biglietto aumenterebbe; so bene che per qualcuno questa non sarebbe una brutta notizia, però proviamo a pensare alla situazione di coloro che prendono l’aereo per coprire distanze brevi, per le quali non esistono alternative valide, a differenza di quanto appena detto da un mio collega secondo cui dovremmo viaggiare tutti in treno.

Negli Stati membri e nel mio in particolare, i Paesi Bassi, la costruzione di linee per treni a grande velocità procede con estrema lentezza, quando invece i TGV potrebbero rappresentare un’alternativa concreta sulle tratte brevi.

E’ necessario esercitare forti pressioni sui costruttori di aeroplani affinché li rendano sempre meno inquinanti e sempre più silenziosi. L’applicazione di norme nuove non può essere rinviata in eterno; cercheremo di affermare questo principio in ambito internazionale, ma la nostra pazienza non è infinita.

Vorrei infine accennare al problema della rumorosità degli aeroporti. Ritengo che le misurazioni del livello di rumore debbano essere svolte in modo assolutamente obiettivo, non solo sulla spinta delle proteste di chi abita vicino all’aeroporto. Occorre fissare uno standard internazionale, dalla cui applicazione, però, vanno esonerati gli aeroporti il cui rumore non disturba nessuno, al fine di non frenare il loro sviluppo.

 
  
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  Ojeda Sanz (PPE-DE). - (ES) Signora Presidente, signora Commissario, credo che tutti sappiamo di avere l'obbligo, il dovere di proteggere l'ambiente e di contribuire allo sviluppo sostenibile con una politica ambientale che, dopo il Trattato di Amsterdam, ha visto rafforzata la sua importanza.

Sono d'accordo con la Commissione sulla necessità di elaborare norme sul rumore più severe ed anche sulla necessità di definire disposizioni transitorie al fine di aiutare le regioni colpite dall'inquinamento acustico a risolvere il problema. Inoltre, riteniamo fondamentale che alla 33a assemblea dell'ICAO, nell'autunno del 2001, si riesca a partecipare uniti e a parlare con voce unanime perché, senza dubbio, l'unione fa la forza ed il consenso è davvero necessario per questioni essenziali come l'inasprimento delle norme contro il rumore. Sarebbe anche importante sollecitare la Commissione a presentare proposte per introdurre incentivi economici volti ad ottenere una riduzione degli effetti negativi per l'ambiente.

Naturalmente, non siamo d'accordo sull'introduzione unilaterale di una tassa sul kerosene, perché una decisione unilaterale, senza l'appoggio dell'ICAO, avrebbe un impatto minimo sull'ambiente, creerebbe problemi di natura giuridica e sarebbe inoltre dannosa dal punto di vista della concorrenza per le compagnie aeree europee e, di conseguenza, per gli utenti che vedrebbero aumentare le tariffe. Sarebbe altresì fondamentale che, prima di adottare qualunque misura relativa all'introduzione di tasse sull'industria aeronautica, si realizzasse uno studio sui costi e i benefici di tali misure.

Per concludere, vorrei sottolineare l'importanza che un'efficiente gestione della navigazione aerea potrebbe avere per la diminuzione dei fattori inquinanti: il miglioramento della gestione degli aeroporti e la sfida della creazione di uno spazio aereo unico europeo contribuirebbero infatti senz'altro a ridurre l'inquinamento ambientale.

 
  
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  Vatanen (PPE-DE).(FI) Signor Presidente, cari colleghi, esprimo all’onorevole Lucas il mio apprezzamento per la relazione; intendo per la versione originale. L’onorevole Lucas ha ragione quando sottolinea che, continuando la rapida crescita del trasporto aereo, è inevitabile adottare misure per gestirne gli effetti collaterali. Otteniamo uno sviluppo durevole se riduciamo le emissioni di gas e quelle sonore. La relazione è stata unanimemente appoggiata nella nostra commissione; tuttavia, gli emendamenti che vi sono stati apportati fanno fuori anche la relazione.

Il documento originale costituiva la logica continuazione della precedente legislazione dell’Unione europea; ma se gli emendamenti saranno approvati, le aziende europee che hanno preso decisioni d’investimento conformi alle norme comunitarie subiranno grosse perdite. Ad esempio, l’arco di tempo previsto per gli investimenti a favore delle emissioni acustiche è lungo: dalle decisioni alla fine dei lavori possono passare addirittura due anni. Adesso, invece, secondo il capitolo 5, gli ottimi apparecchi appena cambiati dovranno essere rottamati tra quattro anni.

I cittadini e le aziende dell’Unione devono potersi fidare della legislazione, poiché i continui cambiamenti di obiettivo annacquano i programmi a lunga scadenza. Le spese causate da tali cambiamenti indeboliscono la competitività dei trasporti aerei comunitari rispetto a quelle delle compagnie esterne all’Unione e nel contempo rendono in effetti più difficile l’utilizzo di una tecnologia favorevole all’ambiente per le compagnie aeree comunnitarie dell’Unione. Dov’è il realismo economico, se in nome della tutela ambientale pretendiamo che una nuova tecnologia soppianti apparecchi ancora utilizzabili e in buono stato? Ciò, al contrario, danneggia l’ambiente, poiché la preparazione dei materiali e la costruzione degli apparecchi deve essere eseguita prima che la vita economica degli strumenti esistenti sia giunta al termine. Inoltre, la rottamazione di apparecchi che possono essere ancora utilizzati aumenta il danno ambientale. L’elaborazione di nuove normative esaustive concernenti le emissioni acustiche degli aeromobili deve avvenire a livello mondiale e sotto la direzione dell’ICAO: allo stato attuale anche la progettazione comune e la pianificazione sul lungo periodo rivestono una posizione chiave.

Infine, vorrei ancora ricordare che l’aumento dell’imposta sul carburante per il trasporto aereo comporterebbe ulteriori difficoltà per gli abitanti dei paesi scarsamente popolati. La distanza significa lunghi viaggi.

 
  
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  De Palacio, Commissione. - (ES) Signor Presidente, onorevoli deputati, innanzitutto desidero congratularmi con la onorevole Lucas per la relazione da cui prende spunto la discussione odierna. Come tutti sappiamo, le conseguenze del trasporto aereo sull'ambiente costituiscono oggi un argomento del massimo interesse.

A livello locale, il dibattito sull'espansione degli impianti aeroportuali è sempre più condizionato da considerazioni ambientali relative alla riduzione del rumore e al miglioramento della qualità dell'aria nelle vicinanze degli aeroporti. Molti cittadini che vivono in tali zone ritengono che sia possibile fare decisamente di più per migliorare la loro situazione, ed è questo che pretendono da noi. Inoltre, l'impatto a lungo termine dei gas prodotti dal trasporto aereo sul cambiamento climatico costituisce oggi, indubbiamente, un motivo di preoccupazione in tutto il mondo, proprio come le conseguenze negative di altri tipi di emissioni.

Per questi motivi, è necessario affrontare il problema del trasporto aereo dal punto di vista ambientale, e in modo globale e coerente, il che significa che bisogna anche tenere conto degli aspetti connessi all’attività del trasporto.

Bisogna cercare di conciliare interessi non sempre facili da comporre perché, indubbiamente, intorno al trasporto aereo vi sono interessi economici caratterizzati da investimenti elevati il cui ammortamento richiede un esercizio di lunga durata. Ad esmpio, perché un aereo abbia un ammortamento adeguato, occorre un periodo di vita molto più lungo rispetto ad altri tipi di investimento. E' pertanto necessario un ambiente operativo stabile, senza oscillazioni o mutamenti che possano cambiare le regole del gioco e comportare conseguenze economiche disastrose per il funzionamento delle imprese aeronautiche.

Un settore in gran crescita, basato su tecnologie costosissime, genera immediate ripercussioni sull'occupazione nei settori collegati, come quelli della ricerca e dell'industria nonché delle attività turistiche. A mio parere, cercare di proteggere l'ambiente solo attraverso il contenimento della crescita del settore dell'aviazione e dell'industria aeronautica è un'opzione che non possiamo prendere in considerazione. Ma non vi è alcun dubbio che i cittadini - non solo quelli che vivono nelle vicinanze degli aeroporti e sono esposti in modo più diretto a un certo tipo di inquinamentocome quello acustico o quello dovuto alle emissioni, ma anche i cittadini in generale, che chiedono una qualità della vita e uno sviluppo sostenibile - hanno diritto a pretendere da noi azioni ed iniziative che garantiscano il rispetto delle modalità di crescita che devono costituire il modello europeo.

Nella sua comunicazione su trasporti aerei e ambiente, la Commissione afferma che l'industria aeronautica deve raddoppiare i suoi sforzi per migliorare la qualità dal punto di vista ambientale degli aerei di nuova costruzione. Se si mantiene l'attuale ritmo di crescita, non si produrranno i miglioramenti necessari a contenere l'impatto ambientale che, prevedibilmente, un aumento del traffico aereo comporterà. Mi rendo conto che una simile affermazione non sarà bene accolta in molti segmenti del settore, ma, senza dubbio, a medio e lungo termine non esiste altra soluzione che cercare un'alternativa, se vogliamo evitareche il trasporto aereo diventi vittima del suo stesso successo.

Ma la Commissione si rende anche conto che il settore del trasporto aereo ha pienamente ragione quando afferma che, prima di attuare misure di natura ecologica, è necessario realizzare uno studio serio ed approfondito delle ripercussioni economiche e sociali che tali misure potranno generare. Ho l'impressione che, oggigiorno, chi più si preoccupa per l'ambiente stia cominciando ad accettare lentamente ma sempre di più il fatto che per attuare un'effettiva politica di tipo ambientale è necessario prendere in considerazione l'equilibrio costo-efficacia delle misure proposte.

La relazione in esame contempla questi aspetti essenziali e tiene conto sia della necessità di rafforzare la tutela ambientale al di là degli sforzi di routine, sia dell'analisi della redditività. Desidero quindi ringraziare la onorevole Lucas per lo sforzo di flessibilità che ha realizzato: dagli emendamenti, infatti, risulta evidente che la relazione non è esattamente come lei avrebbe desiderato, ma che ha cercato un compromesso che permettesse di ottenere l'approvazione del Parlamento. Le affermazioni a proposito del kerosene, per esempio, mi sembrano un modo ragionevole di porre un problema che, indubbiamente, non può essere risolto in ambito europeo, ma deve essere invece affrontato a livello globale nell'ambito dell'aviazione mondiale e dell'ICAO.

Perché è proprio nell'ambito dell'industria aeronautica, onorevoli deputati, che la globalizzazione si manifesta con più forza che altrove, ed è in tale campo che bisogna risolvere questi problemi. Desidero ringraziare la relatrice per l'appoggio che ha voluto dare alla Commissione. Ci troviamo in una fase difficile del dibattito sulle nuove norme relative al rumore e su una normativa nell'ambito dell'ICAO volta ad eliminare a poco a poco gli aerei più rumorosi.

In numerose occasioni, abbiamo espresso la nostra preferenza per una soluzione di carattere internazionale a tali problemi, e la Commissione ha potuto constatare con soddisfazione l'evoluzione positiva dell'atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del processo di normalizzazione in atto all'interno dell'ICAO. Desidero ricordare che la normativa sui cosiddetti "hushkits", riguardante agli aerei più rumorosi, all’epoca approvata da Parlamento, Consiglio e Commissione, si basava proprio sul fatto che gli Stati Uniti avevano adottato unilateralmente alcune misure al di fuori dell'ICAO. Non v'è dubbio che è proprio all'interno dell'ICAO che bisogna svolgere questo lavoro.

E' nostro compito coordinare l'attività dei diversi Stati membri in seno al CAEP, considerato che gli Stati membri operano nell'ambito dell'ICAO in quanto tali, e spero che il Parlamento darà il suo appoggio a iniziative quali lo Spazio aereo unico - a cui ha fatto riferimento l'onorevole Ojeda che, se verrà attuato, avrà senza dubbio notevoli conseguenze sul risparmio di kerosene - ed il miglioramento dei sistemi di attribuzione e di gestione in generale delle bande orarie.

Signor Presidente, desidero ancora ringraziare tutti per l'impegno dimostrato nel tentativo di ottenere un testo realista, flessibile ed accettabile dalle diverse parti. Attendiamo il voto del Parlamento, di cui la Commissione terrà debitamente conto.

 
  
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  Presidente. - La ringrazio, signora Commissario.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà domani, alle 12.00.

 

15. Pneumatici dei veicoli a motore e dei loro rimorchi
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  Presidente. - L'ordine del giorno reca la raccomandazione per la seconda lettura (A5-0218/00), a nome della commissione per l'ambiente, la sanità pubblica e la politica dei consumatori, sulla posizione comune definita dal Consiglio in vista dell'adozione della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 92/23/CEE del Consiglio relativa ai pneumatici dei veicoli a motore e dei loro rimorchi nonché al loro montaggio [C5-0220/2000 - 1997/0348(COD)] (Relatore: onorevole De Roo).

 
  
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  de Roo (Verts/ALE), relatore. – (NL) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, il tema all’ordine del giorno è il rumore provocato dai pneumatici dei veicoli a motore. Il rumore è un problema ambientale e sanitario che viene sottovalutato. Oggi un terzo dei cittadini europei ne soffre e se ne lamenta; dieci anni fa erano solo un quarto. E’ dunque un problema che si sta aggravando, soprattutto a causa dell’aumento del rumore provocato dal traffico stradale e aereo. In prima lettura, il Parlamento europeo commise l’errore di non reagire alle deboli proposte della Commissione europea, che, ad esempio, non prevedevano una clausola di revisione, mentre tutte le altre proposte della Commissione in materia ambientale contengono una simile clausola. In questo caso, non è stato così. Né c’è da meravigliarsene, poiché la proposta proviene dalla Direzione generale per l’industria. In sede di Consiglio, il tema ambientale è stato affrontato dai Ministri per l’economia e il mercato unico, quando invece sarebbe stato di competenza dei Ministri per l’ambiente. La commissione per l’ambiente ha presentato quattro emendamenti, approvati con trentadue voti a favore e dieci contrari. Per le autovetture destinate al trasporto di persone proponiamo un abbassamento del limite di 2 decibel. Il TÜV, l’ente tedesco indipendente che si occupa di controlli tecnici, ha sottoposto a test un grandissimo numero di pneumatici per automobili attualmente in uso, i quali sono risultati tutti conformi ai bassi limiti di rumore proposti dal Consiglio. E’ tecnicamente possibile ridurre di 2 decibel la loro rumorosità senza mettere a repentaglio la sicurezza, come confermano gli esperti dell’Istituto svedese per le strade e il traffico. Anche per i furgoni e gli autocarri la commissione per l’ambiente propone un abbassamento di 2 decibel del limite attuale, e poiché questo tipo di veicoli provoca più rumore delle automobili è importante intervenire anche a tale proposito. Mi auguro che anche alcuni colleghi del gruppo dei cristiano-democratici si risolveranno a votare a favore delle nostre proposte. L’industria dei pneumatici avrà tempo fino ad ottobre 2005 per adeguarsi ai nuovi limiti più severi: mi pare un periodo di tempo sufficientemente ampio. Certo, occorre fare di più per ridurre il rumore del traffico stradale. Ad esempio, si può ricorrere a quello che i nostri amici fiamminghi chiamano “asfalto sussurrante” e che nei Paesi Bassi è noto come “asfalto molto aperto”; si tratta, in sostanza, di un tipo di asfalto dalla struttura molto porosa che è di 20 decibel meno rumoroso rispetto al pavé. E’ ben vero che sulle nostre strade di grande collegamento il pavé non si usa più, però è comunque possibile ridurre il rumore di 3-5 decibel utilizzando ovunque l’asfalto poroso. Quando affronteremo la direttiva sul rumore discuteremo nuovamente di questo problema. Grazie all’asfalto poroso e ad una riduzione della rumorosità dei pneumatici, il livello di rumore potrebbe essere abbassato di 6 decibel, il che può anche sembrare poco ma in realtà, essendo il decibel un’unità di misura logaritmica, è possibile dimezzare il livello di rumore senza dover ridurre il traffico. Le automobili sono la causa di un gran numero di problemi ambientali. Oltre dieci anni fa, il Parlamento europeo impose la prima generazione dei catalizzatori e due anni fa la seconda generazione con la relazione Langen-Hautala sul programma AUTO-OIL. L’inquinamento causato dalle automobili e dagli autocarri diminuirà così nel 2005 e nel 2007 del 70-90 percento. Inoltre, con la relazione Florenz abbiamo regolamentato bene il riciclaggio delle automobili. Ci restano ancora due grandi problemi ambientali da affrontare a livello europeo. Il primo è il rumore, di cui ho già parlato a sufficienza; il secondo sono le emissioni di CO2 con il conseguente effetto serra. Riguardo alle emissioni di CO2, la commissione per l’ambiente chiede alla Commissione europea di presentare una proposta legislativa per ridurre del 5 percento l’attrito volvente dei pneumatici, da cui conseguirà una diminuzione del 5 percento sia del consumo di carburante sia delle emissioni di CO2. Ci auguriamo che la Commissione possa rispondere positivamente a tale richiesta.

 
  
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  Florenz (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, personalmente non mi importa granché in quale Direzione generale verrà discussa la direttiva. Non sono un giurista, non posso giudicare. Una cosa è certa: finora le esigenze ambientali non sono state prese in considerazione a sufficienza. L’industria automobilistica e l’industria dei pneumatici hanno segnalato proprio negli ultimi tre giorni in questa sede che sono perfettamente in grado, appunto per quanto riguarda i pneumatici per auto, di prendere determinate misure.

Al mio gruppo attualmente non interessa tanto stabilire se si tratta di 3, 4 o di 1 decibel, quanto mettere in chiaro che dobbiamo spingere l’industria dei pneumatici ad intraprendere azioni positive e a fare di più in materia. Anche l’industria degli oli per auto, quella automobilistica e quella del riciclaggio hanno reso possibili molti cambiamenti nell’ambito del traffico privato. L’industria dei pneumatici invece si è in prevalenza astenuta. Adesso occorre recuperare tale ritardo. Senza dubbio prima o poi parleremo, a livello europeo, anche di rivestimenti stradali diversi.

Credo che l'essenziale sia lo stimolo ad intraprendere azioni positive. A questo punto vorrei anticipare alcuni colleghi che talvolta fanno battute e dicono che l’onorevole Florenz pur di avere 2 decibel in meno accetta spazi di frenata di oltre 10 metri. E’ ovvio che gli standard raggiunti vanno mantenuti. Noi ci aspettiamo soluzioni innovative; ci aspettiamo che l’industria dei pneumatici assuma giovani ingegneri e vada incontro in qualche modo alle esigenze legittime dei cittadini, che chiedono di essere meno esposti al rumore nelle zone residenziali. E’ questo il compito a cui ci siamo votati ed io spero che la Commissione sia disposta a cooperare. Nel giro di uno o due anni ci accorgeremo che l’industria è in grado di raggiungere gli obiettivi da noi indicati entro il 2005. Se non dovesse farcela sarò io il primo ad ammettere che vanno stabiliti limiti un po’ più ampi. Ma deve esserci una spinta ad agire in tal senso e in questi giorni ci batteremo per questo.

 
  
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  Lange (PSE). – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, è noto che il suo atteggiamento nei confronti delle auto non è molto critico e che guida volentieri. Sarebbe bello può se la propria auto causasse il 40 per cento di rumore in meno e contemporaneamente consumasse il 5 per cento in meno, emettendo in tal modo anche meno CO2, e tutto solo grazie a nuovi pneumatici. E’ la strada che dobbiamo percorrere.

Ci sono già pneumatici che, sia per quanto riguarda le emissioni sonore pneumatico-strada che l’attrito volvente, responsabile del consumo e dell’emissione di CO2, sono al di sotto dei valori proposti nella posizione comune. Esistono addirittura pneumatici che in Germania vengono contrassegnati con un angelo blu, un marchio ambientale, per la loro silenziosità esemplare ed i consumi molto bassi. E non sono nemmeno particolarmente insicuri. Al contrario! I pneumatici della Michelin e della Dunlop, oltre che essere silenziosi ed avere bassi consumi, hanno addirittura uno spazio di frenata ridotto. Mi chiedo allora perché il Parlamento non ha il coraggio di affermare che quanto fa parte già adesso dei ritrovati della tecnica va applicato entro il 2005 a tutti i pneumatici, in particolare ai pneumatici per automobili.

Pertanto vorrei pregarvi espressamente di approvare l’emendamento n. 1, col quale accanto alle emissioni sonore pneumatico-strada chiediamo anche la fissazione di un valore limite per l’attrito volvente, ed in particolare l’emendamento n. 2, a favore di pneumatici più silenziosi. Vi faccio presente, onorevoli colleghi, che non siamo ancora alla fine dei negoziati. Ci saranno i negoziati del Comitato di conciliazione, dove sarà presente il Consiglio, e vedremo cosa accadrà in quell’occasione. E' importante però avere lo spazio per eventuali manovre.

 
  
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  Helmer (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, prima di iniziare a parlare di emissioni sonore dei pneumatici, vorrei richiamare l’attenzione della Commissione su una questione più generale. La Commissione presenta troppe proposte legislative e, quando si tratta di legislazione, la qualità è di solito inversamente proporzionale alla quantità. Parliamo di fare meno e di farlo meglio, ma in realtà facciamo di più e lo facciamo peggio.

Passiamo ora ai pneumatici. Quando sono entrato nel Parlamento non pensavo che avrei finito per difendere la posizione della Commissione, eppure la Commissione ha fatto il proprio dovere. Ha consultato l’industria e ha preparato una proposta che stabilisce obiettivi impegnativi ma realizzabili, che proteggono l’ambiente pur rispettando gli interessi degli utenti delle strade e dei fabbricanti di pneumatici.

Alcuni colleghi cercano di sabotare questo attento lavoro chiedendo riduzioni di decibel arbitrarie e sconsiderate. In qualche caso, gli obiettivi che propongono sono realizzabili, in altri no. Ma dimenticano che le modifiche delle specifiche di produzione dei pneumatici non influiscono solo sul rumore, ma anche sulla tenuta, la sicurezza, l’economia di carburante, i costi e la durata. Potrebbero finire con l’ottenere pneumatici meno rumorosi, che sono costosi, soggetti a maggiore usura e consentono ai veicoli di sbandare sulle strade e finire contro un albero!

Consentitemi di esprimermi francamente. Più utenti delle strade moriranno se saranno approvati gli emendamenti dell’onorevole de Roo. Gli elettori che rappresento non ci ringrazieranno. Siamo decisamente troppo prescrittivi. E’ nostro compito definire un quadro normativo generale nel pubblico interesse. Invece, cerchiamo di microgestire un programma di sviluppo industriale molto tecnico e complesso, impresa per cui non abbiamo né il tempo né la competenza. Invito i colleghi a respingere gli emendamenti e a sostenere la proposta della Commissione.

 
  
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  Bowe (PSE). – (EN) Signor Presidente, accolgo con favore questa proposta, per cui si è dovuto attendere a lungo. Senza dubbio gli emendamenti proposti dagli onorevoli colleghi de Roo e Lange vanno nella giusta direzione. Fin dalla prima pubblicazione di questa direttiva nel 1997, i fabbricanti si sono orientati verso l’applicazione delle norme della Commissione. Comprendo il desiderio del mio collega, onorevole de Roo, di rendere ancora più severe tali norme. Tuttavia, devo esprimere una nota di prudenza.

In primo luogo, le norme sui pneumatici non sono l’unico problema. La natura del manto stradale è altrettanto importante e, in particolari circostanze, come nei punti caldi della rumorosità nelle aree urbane, è forse più importante rispetto a cercare di modificare le norme sui pneumatici. In molti casi, la soluzione migliore è cambiare il manto stradale, non le norme sui pneumatici.

In secondo luogo è necessario – e a mio parere di importanza vitale – trovare un equilibrio tra il problema della rumorosità e quello della sicurezza dei pneumatici. Mentre stasera cerchiamo di adottare nuove norme in materia di pneumatici allo scopo di ridurne la rumorosità, non stiamo compiendo alcun progresso sulle norme riguardanti la tenuta o l’aderenza dei pneumatici alla superficie stradale. Nonostante le ottime e serie proposte presentate tempo fa dal Regno Unito, esse non sono state approvate né esaminate seriamente.

La nostra incapacità di stabilire norme in materia di sicurezza dei pneumatici crea un livello inaccettabile di incertezza nei riguardi di una questione vitale. Per tale motivo, sono particolarmente preoccupato per gli effetti potenziali degli emendamenti nn. 3 e 4 e per il loro impatto sulla sicurezza dei pneumatici, in particolare per veicoli come gli autobus e gli autocarri. Date le circostanze, mi sento obbligato a dire che personalmente non posso appoggiare gli emendamenti nn. 3 e 4 presentati dall’onorevole de Roo. Vorrei rilevare che sono prematuri, e invito la Commissione a respingerli.

 
  
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  Vatanen (PPE-DE).(FI) Signor Presidente, signor Commissario, esprimo i miei ringraziamenti all’onorevole de Rolle per il suo lavoro. La riduzione del rumore di qualsiasi tipo è significativa sia dal punto di vista della salute delle persone sia del loro benessere; pertanto sono molto ben disposto verso la posizione comune del Consiglio concernente le emissioni sonore degli pneumatici. Non sono assolutamente qui in qualità di rappresentante dell’industria degli pneumatici, ma avendo seguito molto da vicino il settore in questione vorrei comunque esprimere le mie preoccupazioni sugli effetti degli emendamenti.

L’industria degli pneumatici è un settore in cui c’è molta concorrenza a livello mondiale e la cooperazione è fondamentale; per la stessa natura della tecnologia degli pneumatici si procede a passi piccoli, ma sicuri. La situazione diventa esagerata se si cerca di ottenere cambiamenti troppo rapidi, come questa volta sembrerebbe accadere. Un progresso troppo rapido significa, per questo settore industriale, grandi difficoltà tecniche e inutili costi aggiuntivi, evidenti nel prezzo dei prodotti: colui che paga è sempre il consumatore. Un periodo di passaggio sufficiente presuppone che si prendano in considerazione le nuove condizioni nella fase in cui si sviluppano gli pneumatici. Un procedimento diverso sarebbe un dispendio di risorse, poiché lo sviluppo di un nuovo modello di pneumatico dura mediamente da tre a quattro anni.

Quello che rende la questione particolarmente problematica è il fatto che lo pneumatico è un tutt’uno molto delicato in relazione all’equilibrio delle sue proprietà; non è affatto solo nero e rotondo, come pensano i profani. Migliorandone una delle proprietà si sortiscono nelle altre effetti negativi, per cui la progettazione dello pneumatico consiste proprio nell’ottimizzare i compromessi. Per esempio, uno pneumatico largo tiene bene l’asfalto, ma slitta facilmente sull’acqua; con la neve, invece, è più funzionale uno pneumatico stretto. Se si migliorano alla base le caratteristiche sonore dello pneumatico, se ne peggiora soprattutto la tenuta in condizioni di manto stradale bagnato.

Voglio che le persone che mi sono care guidino prima di tutto con pneumatici sicuri; mi auguro che l’industria degli pneumatici e i legislatori dell’Unione europea trovino un accordo e preparino un calendario realistico per gli obiettivi presentati in questa relazione.

 
  
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  Liikanen, Commissione. - (FR) Signor Presidente, la proposta di direttiva mira a ridurre il rumore provocato dall'avanzamento dei pneumatici sulla strada, senza sacrificare l'aderenza e quindi la sicurezza per quanto riguarda la tenuta di strada e la frenata.

Preparando la proposta, la Commissione ha chiesto l'intervento di diversi organismi indipendenti dei produttori che hanno lavorato a lungo con gli esperti degli Stati membri per trovare il livello adeguato di severità espresso in decibel per le varie classi di pneumatici destinati ad essere montati sulle autovetture, sui furgoni e sugli autocarri.

Grazie a quest'ampia consultazione preliminare degli esperti, gli Stati membri hanno approvato all'unanimità, in posizione comune, il livello di severità scelto nella proposta. Dal canto suo il Parlamento europeo si è dichiarato soddisfatto di tale livello e non ha presentato emendamenti.

È opportuno ricordare innanzitutto che la qualità del manto stradale è in larga misura, fino a 6 decibel, responsabile del rumore provocato al contatto dei pneumatici. Va anche precisato che la Commissione prosegue la sua azione, avviata quasi due anni fa, in materia di lotta contro le varie fonti di rumore, che interessa tutti i settori di attività dell'Unione.

Orbene, in seconda lettura, sono stati presentati quattro emendamenti. Gli emendamenti nn. 2, 3 e 4 propongono di ridurre di 2 decibel i valori limite. Se si applicasse oggi una riduzione del genere oltre il 70 per cento dei pneumatici attualmente in commercio non supererebbe la prova. I produttori sarebbero quindi costretti a modificare con urgenza la struttura dei pneumatici e la durezza della gomma compromettendone l'aderenza. Dato che non si tiene alcun conto delle esigenze di aderenza, i tre emendamenti citati sono inaccettabili.

Questa correlazione tra rumore e avanzamento, aderenza del pneumatico e consumo di carburante è giustamente al centro della preoccupazione espressa nell'emendamento n. 1, preoccupazione che in questo momento è oggetto di una ricerca di consenso in un gruppo di lavoro della Commissione economica per l'Europa delle Nazioni Unite, gruppo di lavoro seguito dai servizi della Commissione europea. Tale argomento è anche oggetto di discussione nel quadro del Transatlantic Business Dialogue per promuovere la definizione di una norma mondiale Global Type Standard GTS 2000.

La Commissione europea segue questi lavori con l'intenzione di recepirne i risultati nella direttiva 92/23/CEE allo scopo di determinare il giusto equilibrio tra sicurezza, rumore e resistenza all'avanzamento. Tuttavia, il calendario proposto è troppo rigido. Si deve considerare la complessità del problema e l'ampio ventaglio di prodotti interessati.

Per questi motivi l'articolo 3, nella versione della posizione comune, stabilisce che le disposizioni sull'aderenza e sulla resistenza all'avanzamento saranno integrate insieme a quelle relative al rumore nel calendario esteso rispettivamente di 24 e 36 mesi dall'entrata in vigore della presente direttiva.

L'emendamento n. 1, che propone di legiferare di nuovo e per due volte nell'arco di un anno dall'entrata in vigore della presente direttiva è inaccettabile.

Data la complessità dei metodi di misurazione dell'aderenza sui suoli asciutti e bagnati e della resistenza all'avanzamento e considerato l'ampio ventaglio di prodotti, i risultati dei lavori degli esperti non saranno disponibili prima del 2002. La Commissione sarà allora in grado di modificare la presente direttiva per integrarvi l'aderenza su suolo asciutto e bagnato e la resistenza all'avanzamento per tutte le classi di pneumatici.

 
  
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  Presidente. - La ringrazio, signor Commissario.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà domani, alle 12.00.

 

16. Sostanze e preparati pericolosi (coloranti azoici)
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  Presidente. - L'ordine del giorno reca la relazione (A5-0168/2000), presentata dall'onorevole Bakopoulos a nome della commissione per l'ambiente, la sanità pubblica e la politica dei consumatori, sulla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio recante diciannovesima modifica della direttiva 76/769/CEE del Consiglio relativa alle restrizioni in materia di immissione sul mercato e di uso di talune sostanze e preparati pericolosi (coloranti azoici) [COM(1999) 620 - C5-0312/1999 - 1999/0269(COD)].

 
  
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  Bakopoulos (GUE/NGL), relatore.(EL) Signor Presidente, la proposta di direttiva oggi in discussione riguarda le restrizioni per l’immissione sul mercato e l’utilizzo di coloranti azoici impiegati per tingere articoli tessili e in cuoio. La ragione di tale limitazione è il fondato sospetto che tali sostanze siano cancerogene. L’allegato della direttiva contiene un elenco degli articoli tessili e in cuoio per i quali è vietato l’uso di tali sostanze sospette. Molti paesi hanno già introdotto nella propria legislazione appositi divieti e la maggior parte delle aziende operanti nell’Unione vi si conformano appieno. E’ però necessaria una direttiva che armonizzi il mercato interno in modo da evitare disposizioni unilaterali. Infine, com’è logico, la direttiva prevede anche un metodo di analisi per individuare i coloranti azoici di cui è vietato l’impiego. La commissione per l'ambiente, la sanità pubblica e la politica dei consumatori ha accolto il principio su cui si fonda la direttiva. Gli emendamenti approvati all’unanimità hanno quindi un intento migliorativo.

La commissione per l’ambiente è dell’avviso che l’elenco allegato alla direttiva e relativo ai prodotti per i quali è vietato l’uso dei coloranti azoici non debba avere carattere indicativo, ma debba piuttosto essere completo, esauriente, tassativo e nominativo. Si potranno così evitare arbitri nell’interpretazione della direttiva e quindi difformità nell’applicazione, che sarebbero contrari al principio del mercato unico per la cui tutela, del resto, viene introdotta la direttiva in questione. E’ questa la sostanza dell’emendamento n. 3.

Il secondo caso cui desidero fare riferimento riguarda l’emendamento n. 2, che introduce il considerando 7 bis, con il quale vengono esclusi dalla direttiva i tappeti orientali fatti a mano. La deroga si basa sul fatto che, in ragione della lavorazione a mano di detti articoli, è praticamente da escludersi un controllo a campione, mentre un controllo effettuato su ogni singolo tappeto causerebbe gravi danni al prodotto, specie in quei casi - e non sono rari - in cui si tratta di oggetti artistici o di opere d’arte. Ad ogni modo si raccomanda l’introduzione di un marchio di qualità da parte degli importatori.

Le onorevoli Roth-Behrendt e Müller hanno presentato in tempo l’emendamento n. 6, che riformula il precedente considerando 7 bis, e con cui propongono il 1° gennaio 2006 come termine ultimo - - per l’esclusione dei tappeti orientali dal campo d’applicazione della direttiva. Ritengo corretta questa proposta e ne raccomando l’approvazione.

Infine la onorevole Ferrer ha presentato anch’essa in tempo l’emendamento n. 7, con cui propone di aggiungere all’elenco di 21 coloranti azoici dell’allegato un’altra sostanza, oltre alle due di cui all’emendamento n. 4. Poiché la sostanza indicata dalla onorevole Ferrer è già contenuta nell’allegato, si tratta indubbiamente di una svista. Per questo motivo non ne propongo l’approvazione.

 
  
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  Gutiérrez Cortines (PPE-DE). - (ES) Signor Presidente, signor Commissario, si tratta di una piccola e umile relazione, la modifica di una direttiva che, tuttavia, ritengo costituisca un esempio importante e significativo di come in Europa la politica di presa di coscienza e la politica declaratoria abbiano ottenuto grande successo, e di come spesso la norma venga dopo che la stessa società si è già messa in regola.

Il fatto che praticamente i fabbricanti e i produttori di tutti i paesi abbiano già soppresso i prodotti che oggi intendiamo proibire indica che in molti ambiti stiamo raggiungendo una maturità che, in teoria, dovrebbe risparmiarci di adottare normative e di trovarci in situazioni come quella odierna. Per questo tengo a sottolineare, e vorrei che fosse messo a verbale, che nei limiti del possibile bisogna lavorare secondo questa formula, in una società e in un'industria mature.

L'esclusione dei tappeti orientali mi sembra un ottimo provvedimento, perché ritengo che la flessibilità a beneficio dell'arte e dell'estetica debba entrare nello spirito di un meccanismo legislativo che spesso dimentica le minuzie e i dettagli.

D'altronde non mi risulta che le persone mangino tappeti e quindi questo grado di rischio non sussiste. Ripeto che considero positivo che lavoriamo per progredire, che la società ci preceda e che non ci resti altro da fare che ratificare quanto già fa parte della coscienza comune.

 
  
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  Müller, Rosemarie (PSE). – (DE) Signor Presidente, vorrei replicare all’intervento del relatore facendo una precisazione. Gli emendamenti proposti sulla relazione sono stati presentati da me. Desidero puntualizzarlo perché ho appena sentito fare il nome della onorevole Roth-Behrendt.

I coloranti azoici sono sostanze coloranti che a contatto con la pelle o con la cavità orale umana liberano ammine aromatiche cancerogene. E’ questa la ragione per cui alcuni paesi membri hanno emanato normative provvisorie per la tutela dei consumatori, nonché dell’iniziativa della Commissione su cui stiamo deliberando stasera e con la quale si intende vietare i coloranti azoici sia a livello europeo che per le importazioni provenienti da paesi terzi.

Tuttavia il progetto in discussione presenta lacune in materia di sicurezza che a mio parere vanno colmate. Questo è l’obiettivo cui mirano gli emendamenti da me presentati e decisi in sede di commissione a grande maggioranza. Ci preme soprattutto inserire nella lista delle sostanze vietate due ulteriori ammine che nel frattempo sono state classificate come cancerogene. Anche la prevista descrizione generale dell’ambito di applicazione è poco vincolante. Vogliamo un elenco ben definito ed esaustivo, poiché solo così si garantiscono certezza del diritto e trasparenza. Col marchio volontario di qualità e il periodo transitorio fino al 1° gennaio 2006 siamo inoltre riusciti a tener conto dei particolari problemi degli importatori di tappeti orientali e al contempo a far rientrare a medio termine nella direttiva anche i tappeti orientali fatti a mano. Abbiamo previsto anche la possibilità di utilizzare, finché non sarà conclusa la certificazione di nuovi metodi di prova, due metodi che tengono conto dei diversi requisiti dei materiali da analizzare. Nel complesso, approvando gli emendamenti presentati, e deliberati in sede di commissione a grande maggioranza, si eliminano le imprecisioni e si conferisce valore vincolante alla direttiva, che in tal modo viene a soddisfare i requisiti richiesti a causa degli effettivi rischi per la salute che l’argomento comporta.

 
  
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  Liikanen, Commissione. – (EN) Signor Presidente, vorrei ringraziare gli onorevoli deputati per l’interesse manifestato per l’argomento e in particolare il relatore, onorevole Bakopoulos, per il suo lavoro costruttivo.

E’ stato affermato che taluni coloranti azoici utilizzati nell’industria tessile e del cuoio presentano rischi di cancro per i consumatori e i lavoratori. Alla luce di un parere del Comitato scientifico per la tossicità, l’ecotossicità e l’ambiente che ha confermato tali rischi, la Commissione ha proposto nel dicembre dello scorso anno una direttiva che limita l’immissione in commercio e l’impiego di taluni coloranti azoici che possono presentare rischi di cancro se entrano in contatto diretto con la pelle.

La proposta di direttiva della Commissione introduce un divieto d’impiego di determinati coloranti azoici in articoli tessili e in cuoio che entrano in contatto diretto con la pelle. I coloranti interessati sono le xylidine, che possono formare una delle 21 ammine cancerogene enumerate nella proposta di direttiva. Inoltre, gli articoli tessili o in cuoio tinti con tali xylidine non possono essere immessi sul mercato. I metodi di prova da applicare per dimostrare la conformità alle disposizioni della direttiva sono definiti nella proposta.

La proposta non mira solo a proteggere la salute dei consumatori e dei lavoratori, ma affronta anche una questione di mercato interno. Al momento, il mercato interno è frammentato, in quanto alcuni Stati membri prevedono già un divieto a livello nazionale. La proposta di direttiva prevede un’armonizzazione delle norme degli Stati membri.

Vorrei sottolineare che la proposta si basa sui risultati di studi indipendenti sui rischi connessi ai coloranti azoici e sui costi, benefici ed effetti sugli scambi delle restrizioni proposte. Tiene inoltre conto del parere del comitato scientifico competente per i rischi. Ritengo si tratti di una misura adeguata.

La Commissione non può accogliere gli emendamenti del Parlamento intesi ad estendere la portata del divieto sostituendo l’elen