Presidente. - L'ordine del giorno reca in discussione congiunta le seguenti proposte di risoluzione:
Guatemala
- B5-0430/2001, presentata dalla onorevole Frassoni e altri a nome del gruppo Verts/ALE, sulla situazione dei diritti umani in Guatemala;
- B5-0438/2001, presentata dall’onorevole Di Lello Finuoli e altri a nome del gruppo GUE/NGL, sulla situazione dei diritti umani in Guatemala;
- B5-0448/2001, presentata dall'onorevole Gasòliba I Böhm a nome del gruppo ELDR, sulla situazione dei diritti umani in Guatemala;
- B5-0456/2001, presentata dall’onorevole Salafranca Sánchez-Neyra e altri a nome del gruppo PPE-DE, sul Guatemala;
- B5-0464/2001, presentata dall’onorevole Van den Berg e altri a nome del gruppo PSE, sul Guatemala;
Brogli elettorali in Ciad
- B5-0439/2001, presentata dall’onorevole Sylla e altri a nome del gruppo GUE/NGL, sui brogli elettorali in Ciad;
- B5-0449/2001, presentata dall'onorevole Van der Bos a nome del gruppo ELDR, sulle elezioni presidenziali in Ciad;
- B5-0457/2001, presentata dagli onorevoli Bowis e Morillon a nome del gruppo PPE-DE, sull'attuale situazione in Ciad dopo le elezioni presidenziali;
- B5-0465/2001, presentata dalla onorevole Carlotti e altri a nome del gruppo PSE, sulle elezioni presidenziali in Ciad;
- B5-0472/2001, presentata dalla onorevole Maes e altri a nome del gruppo Verts/ALE, sulla situazione in Ciad;
Egitto
- B5-0422/2001, presentata dall'onorevole Belder a nome del gruppo EDD, sulla situazione in Egitto;
- B5-0425/2001, presentata dall’onorevole Dupuis e altri a nome del gruppo TDI, sul caso di Nawal Saadawi e Saad Eddin Ibrahim in Egitto;
- B5-0440/2001, presentata dalla onorevole Boudjenah e altri a nome del gruppo GUE/NGL, sulla situazione dei diritti umani in Egitto;
- B5-0450/2001, presentata dall'onorevole Van den Bos e altri a nome del gruppo ELDR, sul caso di Nawal Saadawi e Saad Eddin Ibrahim in Egitto;
- B5-0466/2001, presentata dall'onorevole Van den Berg a nome del gruppo PSE, sul caso di Nawal Saadawi e Saad Eddin Ibrahim in Egitto;
- B5-0471/2001, presentata dall’onorevole Cohn-Bendit e altri a nome del gruppo Verts/ALE, sul caso di Nawal Saadawi e Saad Eddin Ibrahim in Egitto;
Malaysia
- B5-0433/2001, presentata dalla onorevole McKenna a nome del gruppo Verts/ALE, sulla detenzione senza processo prevista dalla legge sulla sicurezza interna malese;
- B5-0441/2001, presentata dall'onorevole Vinci a nome del gruppo GUE/NGL, sulla detenzione senza processo prevista dalla legge sulla sicurezza interna malese;
- B5-0451/2001, presentata dall'onorevole Maaten a nome del gruppo ELDR, sulla situazione in Malaysia;
- B5-0458/2001, presentata dagli onorevoli Cushnahan e Posselt a nome del gruppo PPE-DE, sulla detenzione senza processo prevista dalla legge sulla sicurezza interna malese;
- B5-0467/2001, presentata dall'onorevole Ford a nome del gruppo PSE, sulla detenzione senza processo prevista dalla legge sulla sicurezza interna malese;
Afghanistan
- B5-0423/2001, presentata dall'onorevole Belder a nome del gruppo EDD, sulle ulteriori violazioni dei diritti umani da parte del regime talebano in Afghanistan;
- B5-0424/2001, presentata dall’onorevole Dupuis e altri a nome del gruppo TDI, sulla situazione in Afghanistan;
- B5-0427/2001, presentata dalla onorevole Muscardini a nome del gruppo UEN, sulla situazione in Afghanistan;
- B5-0429/2001, presentata dalla onorevole Jillian Evans e altri a nome del gruppo Verts/ALE, sull'Afghanistan;
- B5-0442/2001, presentata dalla onorevole Fraisse e altri a nome del gruppo GUE/NGL, sulle ulteriori violazioni dei diritti umani in Afghanistan;
- B5-0452/2001, presentata dalle onorevoli Malmström e Thors a nome del gruppo ELDR, sulle ulteriori violazioni dei diritti umani da parte del regime talebano in Afghanistan;
- B5-0459/2001, presentata dagli onorevoli Thomas Mann e Tannock a nome del gruppo PPE-DE, sull'Afghanistan;
- B5-0468/2001, presentata dagli onorevoli Van den Berg e Vattimo a nome del gruppo PSE, sulla situazione in Afghanistan;
Guatemala
Lagendijk (Verts/ALE). – (NL) Signor Presidente, anche il mio gruppo appoggia le raccomandazioni formulate dalla commissione per il chiarimento storico affinché siano processati coloro che in passato si sono resi colpevoli di violazioni dei diritti dell’uomo in Guatemala. E’ giusto e ragionevole che il Parlamento europeo, che l’Unione europea appoggino coloro che, in circostanze spesso difficili, devono svolgere l’arduo compito di rintracciare e giudicare i colpevoli. Mi riferisco agli attivisti dei movimenti per i diritti umani, agli avvocati e ai giudici, che, in passato, spesso non hanno ricevuto alcun sostegno da parte delle autorità guatemalteche. Mi auguro quindi che in futuro - dopo e grazie a questa risoluzione - tale sostegno aumenti. Ma - e mi rivolgo ai colleghi del gruppo PPE-DE qui presenti - dobbiamo essere onesti e non porre nessuno al di sopra della legge: è quanto rischia di succedere. Probabilmente avete compreso di chi sto parlando, ossia dell’attuale presidente del parlamento Rios Mont. Anche lui dovrà rispondere del suo passato di dittatore militare; mi auguro che il Parlamento europeo sia disposto a citare espressamente nella risoluzione le responsabilità che Mont e altri hanno avuto negli anni ‘80.
González Álvarez (GUE/NGL).– (ES) Signor Presidente, un anno fa chiedemmo in quest’Aula che si ponesse fine all’impunità di cui godevano ancora i colpevoli dell’omicidio di monsignor Gerardi. Oggi sappiamo che per questo crimine sono stati condannati tre ufficiali dell’esercito e un sacerdote – ed è davvero terribile che un sacerdote abbia preso parte a tale azione.
Riteniamo necessario che si processino tutti coloro che sono coinvolti nell’omicidio di monsignor Gerardi, come emerge nella relazione sul caso, elaborata con molto equilibrio, dal titolo "Guatemala, mai più". In caso contrario, l’impunità diventerebbe un grave problema per il futuro del Guatemala. Pertanto riteniamo che l’Unione europea debba contribuire affinché in Guatemala siano protetti tutti i testimoni, i giudici e i difensori dei diritti umani che lavorano in questa direzione. Sono convinta che l’Unione europea può offrire un tale contributo.
Dobbiamo esigere che siano protette tutte le persone che si adoperano contro l’impunità, affinché siano chiariti tutti gli aspetti cui fa riferimento la suddetta relazione.
Haarder (ELDR). - (DA) Signor Presidente, fortunatamente viviamo in un’epoca in cui è possibile rendere giustizia a popoli e gruppi etnici oppressi e in cui è possibile individuare e condannare le azioni di carnefici e tiranni. Non sempre la pena è la cosa fondamentale. La cosa fondamentale è fare emergere la verità. E’ necessario portare avanti i procedimenti legali, perché la verità deve venire a galla, affinché la popolazione possa essere vaccinata contro nuove frodi. Il Guatemala ha ratificato la convenzione di Ginevra e la Convenzione sulla prevenzione e sulla condanna di genocidi. La commissione verità e riconciliazione ha chiesto che le autorità procedano contro coloro che hanno perpetrato o favorito i genocidi. Il Presidente ha espresso il suo sostegno, ma vediamo sia giudici che altri soggetti legati alle autorità giudiziarie che vengono perseguitate e uccise ed è proprio in merito a questi fatti che noi anche al Parlamento dobbiamo sorvegliare con estrema severità e mantenere una pressione massima, affinché questi processi vengano portati a termine in un clima di trasparenza e affinché la verità venga a galla e gli scheletri escano dagli armadi.
Pomés Ruiz (PPE-DE).– (ES) Signor Presidente, questo Parlamento ha sempre tenuto fede al suo impegno nel processo di pacificazione in Guatemala, fin dalla firma degli accordi di pace nel 1996, ai quali il nostro Parlamento ha presenziato. Abbiamo ribadito la nostra intenzione e il nostro auspicio di riconciliazione nazionale in Guatemala, senza che ciò comporti il predominio dell’impunità.
La risoluzione comune presentata, frutto dell’accordo unanime di tutti i gruppi politici del Parlamento, sottolinea la posizione omogenea e coerente della nostra Assemblea, da sempre impegnata sul versante dei diritti dell’uomo, in generale, e nei confronti del popolo guatemalteco alla ricerca della pace, in particolare.
Le ultime sentenze, come quella riguardante l’omicidio di monsignor Gerardi, hanno messo in luce l’importanza del fatto che la giustizia e lo stato di diritto seguano il loro corso e funzionino normalmente, come in qualunque sistema democratico; non si possono tuttavia dimenticare le pressioni esercitate nel corso del processo.
Dobbiamo esprimere la nostra preoccupazione per la situazione di violenza, gli attacchi contro persone ed autorità giudiziarie che si sono verificati e che hanno prodotto notevole caos.
La logica delle ferite aperte per molto tempo è ingiustificabile; quanto prima la si abbandonerà, tanto più rapidamente il Guatemala potrà camminare verso la democrazia, il rispetto dello stato di diritto, lo sviluppo, la pace e il progresso sociale, così da conseguire la prosperità e creare quel clima di convivenza e rispetto che tanto auspichiamo per l’America centrale e il Guatemala.
Non intendiamo appoggiare l’emendamento della onorevole Frassoni sull’avvio di azioni concrete nei confronti dei comandanti militari. Riteniamo negativo il carattere indiscriminato di tale emendamento. Inoltre, ci troveremmo a svolgere il compito proprio dei tribunali, che dobbiamo invece sostenere nella loro importantissima missione di pacificazione e di ripristino dello stato di diritto.
Van den Berg (PSE) . – (NL) Signor Presidente, a nome del gruppo PSE, ricordo ancora una volta che quello splendido paese che è il Guatemala e il suo straordinario popolo hanno alle spalle un periodo assai buio, in cui la stragrande maggioranza della popolazione guatemalteca, formata da indigeni, è stata dominata e oppressa dai metodi razzisti di una minoranza di bianchi.
La storia del potere latifondista, dei capituleros, ha avuto però uno sviluppo temporale ben più ampio, il che spiega perché un paese che, dal punto di vista istituzionale, vanta un simile background faccia tantissima fatica, nonostante gli accordi di pace, a trovare le istanze, i valori, le norme e la capacità democratica necessari per fare i conti con il passato e per vedere negli accordi di pace l’occasione di una rinascita.
Rigoberta Menchu ha saputo esprimere le esigenze della popolazione indigena, che continua a vivere nella paura e che si rende conto di quanto sia dura l’opposizione. Credo tuttavia che il Presidente Portillo si comporti in maniera corretta e cerchi di intraprendere strade nuove.
Questo è il motivo per cui, a differenza del collega del gruppo PPE-DE, ritengo che l’emendamento abbia una sua ragion d’essere, perché spiega come anche gli ambienti che per lungo tempo si sono considerati e si sono sentiti al di fuori e al di sopra della legge - e che in parte sono tuttora convinti di esserlo - debbano fare i conti con la giustizia e non vi si possano sottrarre. Una persona come Rios Mont, con tutti i suoi familiari e conoscenti, fa senz’altro parte di tali ambienti. Mi auguro che la Commissione faccia sentire la sua voce, ma potrà farlo solo se riceverà un sufficiente sostegno internazionale. In detta ottica riveste grande importanza e significato quello che fa il Parlamento europeo. La risoluzione in esame riconosce che il Guatemala vive una fase nuova e riconosce la piena legittimità dell’attuale governo; spero che riconosca i meriti di Rigoberta Menchu.
Brogli elettorali in Ciad
Sylla (GUE/NGL). – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, ritengo che le elezioni in Ciad servano da esempio a chi, nel mondo intero, ricerca istruzioni per l’uso per organizzare pagliacciate elettorali. Innanzitutto, nel paese regna un clima di persecuzione contro gli oppositori; alcuni sindacalisti sono stati arrestati e le urne elettorali sono state gonfiate con un milione di voti.
A quanti non si rendono conto di cosa può rappresentare una politica neocolonialista, voglio dire che la comunità internazionale e, più precisamente, il mio paese, la Francia, sono responsabili di quanto avvenuto in Ciad. La Francia è presente militarmente nel paese sin dall’indipendenza. Sono i militari che hanno stampato le schede, realizzato le urne e trasportato il materiale nelle province più remote di questo immenso paese desertico.
Ritengo dunque che la responsabilità della Francia sia diretta e che la Francia sia implicata nella frode. La Francia vi ha contribuito, direttamente o indirettamente. Inoltre, il silenzio della comunità internazionale è dovuto alla recente scoperta nel paese di un enorme giacimento di petrolio.
Signor Commissario, la Commissione e l’Unione europea devono denunciare la responsabilità delle compagnie petrolifere internazionali che non si preoccupano dell’ambiente, degli interessi della popolazione e ancor meno della democrazia. Ritengo quindi che questo sia un esempio indiscutibile di quella che in Africa può essere ancora chiamata - vogliate scusarmi, onorevoli colleghi - politica neocoloniale.
(Applausi)
Van den Bos (ELDR). – (NL) Signor Presidente, il neoeletto Presidente Deby ha fatto grandi promesse al suo popolo, all’Unione europea e alla Banca mondiale. Ha annunciato che combatterà la corruzione, ampiamente diffusa, rispetterà i diritti umani e farà uscire il paese dalla spirale della povertà, grazie ai proventi del petrolio. Ma si rende conto che dovrà tener fede a tali promesse? La Banca mondiale non ha investito quasi quattro miliardi di fiorini nel progetto petrolifero per il solo piacere di farlo e anche i finanziamenti europei previsti dagli accordi di Cotonou non sono esenti da condizioni. Detti aiuti comportano degli obblighi, ma tutto lascia pensare che il Presidente Deby cercherà di sottrarvisi. Egli ha già utilizzato parte dell’anticipo milionario del consorzio petrolifero per comprare armi, violando la promessa fatta alla Banca mondiale, secondo cui avrebbe utilizzato quei soldi per combattere contro la povertà. Sembra che le elezioni siano state caratterizzate da gravi brogli. Le limitazioni alla libertà di stampa e gli arresti arbitrari di esponenti dell’opposizione dimostrano ancora una volta come la democrazia sia assente. L’Europa deve far comprendere al Presidente Deby che non può mancare impunemente alla parola data.
Bowis (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, lo scorso anno mi sono recato in Ciad, assieme alle onorevoli Maes e Carlotti, per verificare l’impatto dell’oleodotto in corso di progettazione sulla popolazione, le comunità locali e l’ambiente, nonché per valutare il livello di rispetto dei diritti dell’uomo in quel paese. Oggi, io e le colleghe abbiamo presentato una proposta di risoluzione perché le nostre preoccupazioni in materia di diritti dell’uomo sono aumentate in seguito ai dubbi avanzati sulla regolarità delle elezioni presidenziali. E’ giusto non saltare subito ad eventuali conclusioni ed è doveroso tenere conto del monitoraggio svolto dall’OUA, che riferisce di uno svolgimento generalmente regolare delle elezioni. E’ altrettanto giusto, tuttavia, dare rilievo all’opinione di altri osservatori e gruppi attivi nel campo dei diritti dell’uomo, secondo i quali le elezioni non sono state affatto regolari.
Il governo del Ciad deve rassicurarere l’opinione pubblica locale e internazionale promuovendo un’inchiesta pubblica e una indipendente circa i sospetti sollevati e l’Unione europea dovrebbe insistere perché ciò accada. Siamo tra i principali investitori in quel paese e dovremmo senz’altro considerare la possibilità che il Parlamento europeo invii propri osservatori in Ciad in occasione delle elezioni del parlamento locale che si terranno il prossimo anno. Ci sono, tuttavia, alcune domande alle quali esigiamo una risposta.
Primo: se gli elettori iscritti in Ciad sono quattro milioni e quelli registrati all’estero mezzo milione, com’è possibile che alle elezioni abbiano partecipato 5,6 milioni di elettori? E’ vero quanto riferito in merito a bambini in possesso di schede elettorali? Secondo: perché all’OUA e agli altri osservatori internazionali non è stato consentito di recarsi nel nord del paese? Terzo: perché gli scrutatori dei seggi elettorali nell’area settentrionale del paese sono stati sostituiti, a mezzogiorno, da altro personale militare e civile? Quarto: è stato detto che i voti totali registrati nell’area meridionale erano largamente favorevoli ai candidati dell’opposizione; in che modo si è giunti al risultato definitivo? Quinto: corrisponde al vero - come io ritengo che sia - che militari hanno sparato per disperdere una delegazione di donne che cercava di presentare una petizione all’ambasciatore francese? Sesto: è vero che sei candidati dell’opposizione sono stati arrestati dopo le elezioni e che uno di loro, il signor Yorongar, è stato picchiato e ferito? Avevo già incontrato il signor Yorongar in Ciad e, quando l’ho rivisto oggi pomeriggio, mi ha fornito le prove delle cure cui è stato sottoposto in un ospedale di Parigi. Queste domande devono trovare le dovute risposte e spiegazioni; tale richiesta viene non solo da noi, ma anche dal popolo del Ciad.
(Applausi)
Van den Berg (PSE) . – (NL) Signor Presidente,anche il gruppo PSE è assai preoccupato per la situazione creatasi in Ciad dopo la rielezione di Idriss Deby. Si parla di brogli elettorali, di arresti e torture ai danni di esponenti dell’opposizione, nonché di dimostrazioni sciolte con la violenza. Condanniamo energicamente queste violazioni dei diritti fondamentali.
Mi associo ai quesiti posti dal collega del gruppo PPE-DE e ne aggiungo un altro: Idriss Deby diventerà anche un nuovo dittatore del petrolio? Mi rendo conto che non è il modo più diplomatico di formulare la domanda, però tutto fa pensare che i proventi derivanti dall’estrazione del petrolio siano utilizzati per mantenere il Presidente al potere. Viene da chiedersi se il Ciad sia destinato a fare la stessa fine di paesi come Nigeria, Angola e Sierra Leone. Sappiamo bene quali effetti abbia avuto e abbia sui conflitti in atto in quei paesi l’estrazione di materie prime, come petrolio e diamanti.
Il progetto dell’oleodotto tra Ciad e Camerun è appoggiato dalla Banca mondiale e dalla BEI. Già nel gennaio 2000 il Parlamento europeo ha espresso le sue preoccupazioni riguardo al progetto e i recenti avvenimenti in Ciad sembrano, purtroppo, darci ragione. Il progetto è impostato in modo da garantire che i proventi siano impiegati per realizzare i programmi di sviluppo economico e sociale a favore dei poveri, ma l’instabilità della situazione in Ciad mette a repentaglio tali buone intenzioni, e ciò è inaccettabile. La Banca mondiale e l’Europa devono intensificare le pressioni sul Ciad affinché si rispettino maggiormente i diritti umani. Ritengo che, in tale ottica, si potrebbe arrivare al blocco dei finanziamenti. Allo stesso tempo, le aziende internazionali coinvolte nel progetto devono assumersi le loro responsabilità. Rinnovo l’appello, che ho già lanciato in precedenza per altri paesi africani, affinché le istituzioni internazionali e le multinazionali del petrolio si accordino su un codice di condotta che impegni le società interessate a comportarsi in modo socialmente responsabile. La firma di tale codice, che potrebbe avvenire su iniziativa dell’Unione europea o della Commissione, dovrebbe essere un presupposto minimo per consentire alle multinazionali di partecipare a progetti in paesi in via di sviluppo realizzati con fondi pubblici.
Maes (Verts/ALE) . – (NL) Signor Presidente, i colleghi hanno già illustrato ampiamente come siano state manipolate le elezioni in Ciad. Ancora una volta dobbiamo constatare che elezioni democratiche, o elezioni che avevano un intento democratico, non si sono svolte in maniera democratica. In Ciad si è verificato un vero hold up elettorale, un colpo di Stato che possiamo paragonare ad una farsa democratica. Come opinione pubblica straniera non possiamo immischiarci.
Abbiamo parlato con rappresentanti del Ciad, come già riferito dall’onorevole Bowis. Il popolo ciadiano non ha alcuna fiducia nelle sue istituzioni democratiche; si tratta di una sfiducia, a quanto pare, giustificata. Si cerca di convincerci del contrario mostrandoci testi legislativi che dovrebbero garantire che i proventi del petrolio saranno distribuiti correttamente alla popolazione e utilizzati per promuovere lo sviluppo del nord e del sud del paese.
Invece, già in passato la gente ci aveva messo in guardia dicendo che il Presidente Deby, rieletto in modo tutt’altro che democratico, avrebbe utilizzato i proventi del petrolio per rafforzare ulteriormente il suo potere militare, e in quel paese il potere militare ha preso il posto del potere democratico.
Dei sei milioni di abitanti, si sarebbero recati alle urne non meno di quattro milioni e mezzo. Le schede elettorali sono state distribuite, sono state vendute. Il numero degli abitanti della zona settentrionale del paese è stato artificiosamente gonfiato, quello della zona meridionale ridotto ad hoc. Per evitare che il numero dei voti espressi potesse essere superiore al numero degli abitanti, non sono stati conteggiati i voti dei cittadini ciadiani che hanno votato all’estero. In sostanza, le elezioni sono state una buffonata che non possiamo accettare.
Sembra che tutti i ricorsi presentati finora siano stati respinti dalle massime istanze e che il risultato delle elezioni sia stato dichiarato definitivo. Non possiamo approvare una cosa del genere: se lo facessimo, metteremmo in gioco la credibilità di noi stessi, dei nostri cittadini e delle nostre istituzioni democratiche.
Sollecito vivamente il governo francese a non sottrarsi alle sue responsabilità. Ogni volta che si va in un paese dell’Africa occidentale non si può fare a meno di notare quanto forte sia ancora oggi l’influenza francese, ma se tale influenza ha esclusivamente mire neocolonialiste, noi non possiamo approvarla!
E’ presente tra noi una vittima delle torture, il signor Yorongar, al quale rendo omaggio.
(Applausi)
Martínez Martínez (PSE).– (ES) Signor Presidente, ieri la commissione elettorale del Ciad ha confermato la rielezione del Presidente Deby e il risultato del 67 per cento dei suffragi ottenuto a suo favore nelle elezioni dello scorso 20 maggio. Tale percentuale non dovrebbe lasciare adito a dubbi sulla legittimità della sua elezione, se non fosse per le denunce di brogli avanzate dagli altri candidati e dall’organismo indipendente di monitoraggio elettorale.
Il Presidente Deby ha dichiarato ad autorevoli mass-media che le irregolarità sono abituali nelle elezioni e nelle democrazie africane, ma non serve farsi scudo del male generale per giustificare violazioni interne.
Non parliamo di problemi tecnici che possono verificarsi anche nelle democrazie più consolidate. Parliamo di violenze nei confronti dei candidati dell’opposizione, di limitazione alle libertà fondamentali che devono essere garantite in un processo elettorale; in definitiva, parliamo ancora una volta del funzionamento dello stato di diritto, che in quest’occasione sembra minacciato anche ai livelli più elementari.
Come in molti altri casi, il Parlamento europeo deve rivolgere un appello affinché le istanze dell’Unione europea responsabili delle relazioni esterne valutino, una volta confermato il risultato elettorale, se in Ciad la democrazia registri dei progressi. Alcuni dei fatti denunciati sono estremamente gravi e inammissibili nel XXI secolo. Occorre ribadire l’opportunità di ricorrere a tutti i mezzi a nostra disposizione, soprattutto quelli previsti negli accordi di Cotonou, ma anche nell’ambito della cooperazione con la comunità dei paesi ACP - nella fattispecie, con quelli africani -, per evitare e correggere comportamenti oltremodo dubbi, come adesso nel caso del Ciad.
Dobbiamo adoperarci per assicurare il successo di chi si impegna con rigore per il raggiungimento di un livello dignitoso di democrazia, libertà e progresso in questi paesi, presupposto per la stabilità e la prosperità sociale.
Il gruppo PSE chiede che si sostenga la sua risoluzione e invita la Commissione a farvi riferimento, affinché il governo del Ciad conosca la nostra preoccupazione e i settori sociali di quel paese emarginati dal processo elettorale sappiano di poter contare sulla nostra solidarietà.
Restano nuove opportunità, in particolare le elezioni legislative annunciate per il marzo 2002, che non devono trasformarsi in un insuccesso, allo scopo di creare un quadro di convivenza democratica in Ciad.
Egitto
Dupuis (TDI). – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, il caso della signora Saadawi e del signor Ibrahim riguarda un paese di cui si parla poco. Il nostro Parlamento preferisce dimenticare questo paese e gli altri che appartengono al “calderone” degli accordi euromediterranei di Barcellona.
Ciononostante, in Egitto si verificano strani episodi. Il caso della signora Saadawi, accusata di apostasia e minacciata di divorzio forzato, è emblematico. Mi auguro che i colleghi vogliano soffermarsi un po’ di più su questa consuetudine; la signora Saadawi rischia la condanna ad una pena detentiva. Ringrazio i cento colleghi che hanno firmato un appello, assieme a numerose personalità internazionali. Nei prossimi giorni, la onorevole Bonino e altri colleghi saranno presenti al Cairo per difenderla ed esserle accanto durante il processo. Ritengo che il nostro Parlamento debba reagire con fermezza.
La procedura da cui deriva tale condanna si chiama hisba e può essere avviata solo da uomini di confessione musulmana. Si tratta di una pratica in totale contrasto con la costituzione egiziana, in particolare con l’articolo 40. Chiedo dunque a tutti i colleghi di sostenere questa lotta che, credo, non terminerà oggi. Invito poi la Commissione ad appoggiare il signor Ibrahim che ha lavorato con fondi della Commissione ed è stato accusato di frode, quando è noto che la Commissione attua solitamente rigidi controlli. E’ quindi necessario che lo difenda con grande impegno.
Fraisse (GUE/NGL). – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, forse potremmo dire che la caccia alle streghe è di nuovo aperta in Egitto. Infatti, alcuni scrittori e altre personalità subiscono sono già sottoposti a censura e i loro diritti fondamentali sono minacciati.
Un diritto elementare potrebbe essere, ad esempio, quello previsto dall’articolo 7 della carta dei diritti fondamentali, appena approvata, che tutela la vita privata.
Se la signora Saadawi è accusata di apostasia, sapete che deve divorziare: sussiste dunque un pericolo per la sua vita privata. Si potrebbe ripercorrere la storia di questa pratica, ma, innanzitutto, occorre parlare di questa donna: nel 1972, ha avuto il coraggio di denunciare l’escissione. Lo ha fatto trent’anni or sono, in un’epoca in cui non era facile fare tale denuncia, soprattutto per i cittadini di quei paesi.
Da allora, ha continuato la sua lotta femminista attraverso giornali, articoli, libri e una presenza pubblica importante. Conosciamo bene questa donna e sottoporla all’odierno trattamento significa violare tutti gli impegni da lei presi. Forse bisognerebbe prestare attenzione al fatto che attualmente il procuratore consiglia di rinunciare alle imputazioni. Come ha ricordato l’onorevole Dupuis, il processo si svolgerà la prossima settimana. Forse grazie alla pressione internazionale – a questo proposito, ringrazio la onorevole Bonino per aver promosso l’appello che ho firmato – l’Egitto, come auspichiamo, ritornerà sulla propria decisione. Tuttavia vi ricordo che il divorzio...
(Il Presidente toglie la parola all’oratore)
Van den Bos (ELDR). – (NL) Signor Presidente, l’Egitto è un paese di importanza cruciale per la stabilità del Medio Oriente. Intrattiene importanti relazioni con gli Stati Uniti e con l’Europa; purtroppo, però, non ha ancora raggiunto la stabilità interna. Lo stato di emergenza proclamato nel 1967 non è stato più revocato. L’Egitto è ben lungi dall’essere una democrazia: mancano fondamentali libertà politiche e i diritti umani vengono violati. Il governo limita l’attività dei partiti politici, delle organizzazioni umanitarie, delle associazioni professionali e della stampa. La gente viene arrestata e torturata senza essere sottoposta a processi, mentre si continuano a celebrare processi farsa. La recente condanna del sociologo americano Ibrahim si inserisce alla perfezione in questo cupo quadro e dimostra come l’amministrazione della giustizia sia influenzata da fini politici e ingiusta. In quanto importante partner dell’Egitto, è nostro dovere protestare con forza contro tale situazione. Il processo di Barcellona non si metterà mai in moto se la democratizzazione resta bloccata da un’autocratica assenza di volontà politica. Stabilità non è sinonimo di vacanza del diritto.
Boumediene-Thiery (Verts/ALE). – (FR) La situazione dei diritti dell’uomo in Egitto diventa sempre più preoccupante.
Come già ribadito dai colleghi, il calvario di Nawal Saadawi è emblematico. E’ di oggi la notizia che dovrà presto comparire dinanzi ad un tribunale penale e rischia la prigione e il divorzio forzato. Molti altri fautori dei diritti dell’uomo subiscono analoghe vessazioni legislative e giudiziarie.
Lo stato di emergenza, la legge sulle associazioni, nonché il sistema giudiziario sono strumentalizzati per reprimere la libertà di espressione, il che rivela le violazioni del governo in materia di rispetto dei diritti dell’uomo, segnatamente la tortura e i maltrattamenti. Quanto ai carnefici, essi continuano ad agire nella più completa impunità.
Il governo non rispetta né gli obblighi del diritto internazionale né gli impegni internazionali assunti negli ultimi anni, come l’articolo 2 dell’accordo di associazione con l’Unione europea.
E’ pertanto necessario che le autorità egiziane condannino senza indugio tali violenze, veglino alla tutela dei cittadini adottando misure concrete – in particolare a favore delle donne, dei minori e dei detenuti – che garantiscano una giustizia indipendente, con inchieste e ispezioni, rinuncino a qualsiasi legislazione restrittiva della libertà di espressione e di associazione e non ricorrano più allo stato di emergenza per limitare le libertà democratiche e le attività di tutti i militanti dei diritti dell’uomo.
Martin, Hugues (PPE-DE). – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, in veste di relatore per l’accordo di associazione tra Unione europea e Repubblica araba d’Egitto, ricordo l’importanza che tale accordo riveste per la realizzazione di un partenariato globale, vale a dire non solo commerciale, ma anche politico e culturale, con uno dei principali attori del Medio Oriente. Si tratta – senza ombra di dubbio – dell’accordo del cuore con tale paese amico. I negoziati si sono conclusi nel giugno 1999. L’accordo di associazione dovrebbe essere firmato a breve e il Parlamento europeo si dovrà pronunciare sul testo.
Auspico che esso imprima nuovo slancio alle relazioni tra Unione europea ed Egitto e segni il rafforzamento degli scambi e della comprensione reciproca, giacché si tratta di uno degli obiettivi imprescindibili dell’accordo di associazione. Ritengo che non si tratti tanto di ricalcare i nostri modelli e i nostri concetti o di condannare senz’appello determinati atteggiamenti quanto di analizzare, comprendere, accompagnare, senza per questo tollerare l’inaccettabile. Ai miei occhi questa è la giustificazione della risoluzione di compromesso. Ringrazio i colleghi che hanno contribuito ad elaborarla e sostenerla, in particolare gli onorevoli Purvis e Dary.
La risoluzione si prefigge di dimostrare la continua attenzione da parte del mio gruppo e del Parlamento per il rispetto dei diritti dell’uomo nel mondo e, in particolare, nei confronti dei partner del Mediterraneo. E’ nostro compito dimostrarci intransigenti su tali questioni, pur incoraggiando coloro che intraprendono la strada giusta. L’indispensabile comprensione reciproca è uno dei messaggi che voglio lanciare oggi e le risoluzioni d’urgenza o di attualità non devono farlo dimenticare, anzi devono diventarne uno strumento privilegiato. So, per averne parlato a lungo con le autorità egiziane, che lo hanno compreso e che sono pronte. Questo è ciò che importa.
(Applausi)
Dary (PSE). – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, in materia di diritti dell’uomo, l’imminente firma di un accordo di partenariato tra Egitto ed Unione europea deve consentire di spianare le difficoltà che le associazioni che rappresentano tali diritti incontrano.
Per questo, non si deve cedere sistematicamente all’urgenza; ritengo che, nell’ambito di relazioni istituzionali di fiducia chiaramente stabilite tra Unione ed Egitto, sarebbe stato preferibile che i membri del Parlamento europeo innanzitutto si formassero un’opinione e facessero le proprie considerazioni sulle azioni che alcuni onorevoli hanno già intrapreso in Assemblea.
E’ il motivo per cui, a titolo personale – esprimo qui la mia libera opinione di deputato e non necessariamente quella del mio gruppo –, credo che la risoluzione sia prematura e che sia opportuno fare il punto sulla situazione dei diritti dell’uomo nella prospettiva di un miglioramento delle condizioni in tale campo in Egitto e nel quadro dell’accordo di associazione.
Bordes (GUE/NGL). – (FR) Signor Presidente, i deputati di Lutte ouvrière voteranno a favore della risoluzione per protestare contro un’inammissibile violazione della libertà di espressione. Denunciamo al tempo stesso le torture praticate in Egitto nei commissariati di polizia. I fatti riportati da Amnesty International, che ci ha segnalato tali pratiche, si riferiscono ad una serie di uomini, donne e perfino di bambini torturati, in alcuni casi fino alla morte. La polizia egiziana può ricorrere a tale pratica infame solo con la tacita autorizzazione del governo egiziano, se non addirittura per suo ordine, e non si può fare a meno di pensare che i dirigenti del regime sanno che le grandi potenze chiuderanno un occhio. Tuttavia, le grandi potenze, in particolare quelle dell’Unione europea, hanno notevoli mezzi di pressione sul regime egiziano, il quale gode di grosso sostegno da parte dell’Occidente.
Il Parlamento europeo dovrebbe prendere posizione contro le barbare pratiche del regime egiziano. In mancanza di una tale presa di posizione, ci facciamo ben volentieri interpreti dell’auspicio di Amnesty International affinché i deputati europei intervengano contro la tortura di Stato, magari con lettere di protesta personali da inviare alle autorità. Se non proprio a metter fine alle pratiche poliziesche, ciò contribuirà forse a salvare dalle mani degli aguzzini le loro attuali vittime.
Belder (EDD) . – (NL) Signor Presidente, nell’anno del Signore 2001 la situazione della libertà di espressione in Egitto si può riassumere come segue: l’associazione ufficiale degli scrittori radia un suo membro, Ali Selim. Quali sono i motivi di un’azione così devastante? Selim propugna la normalizzazione delle relazioni tra il suo paese e Israele. Per tale ragione aggiungo il suo nome a quelli citati nella risoluzione in esame.
La radiazione di Selim non giunge, peraltro, inattesa. Da quattro anni il comportamento di questo coraggioso e indipendente scrittore egiziano è una spina nel fianco per i suoi colleghi. Il motivo è presto detto: l’associazione degli scrittori egiziani vieta ai suoi membri qualsiasi rapporto diretto con Israele. A dispetto di tale divieto, finora Selim si è recato sette volte in Israele e, fedele alla sua vocazione, ha pubblicato le sue esperienze di viaggio in quel paese, che ovviamente non hanno trovato buona accoglienza da parte dell’associazione degli scrittori e sono state da questa recensite come “eccessivamente positive nei confronti di Israele”. Ma lo scrittore Selim non si è fermato qui: si è espresso pubblicamente a favore della fine dell’intifada in corso nei territori palestinesi, un invito che per l’associazione degli scrittori, che appoggia la cosiddetta aksa-intifada, è stato a quanto pare la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. In conclusione, Selim è stato radiato.
Contemporaneamente, altri undici scrittori, che la pensano come Ali Selim, hanno ricevuto una diffida. Il premio Nobel Mafouz, rispettato membro dell’associazione degli scrittori, ha protestato vivamente contro simili misure.
Vorrei che la Commissione intervenisse in questa vicenda. A ben guardare, appiattire le idee e propagandare idee antisemite è in contrasto con i valori e le norme che gli Stati membri dell’Unione europea affermano di divulgare. Inoltre, con il suo intervento l’Unione contribuirebbe ai tentativi di rianimare l’agonizzante processo di pace in Medio Oriente, un processo che è inconciliabile con le tesi politiche generali sostenute dalla stampa di Stato egiziana, che non perde occasione per diffondere le più inverosimili storie – o, per meglio dire, accuse – contro Israele e contro l’Occidente. Ad esempio, riguardo alla visita compiuta da Colin Powell “ai suoi padroni di Tel Aviv” sulle pagine dei giornali egiziani si legge: “Quando era in Israele, il Ministro degli esteri americano non ha avuto alcun timore di mostrarsi sottomesso. Lo si è visto in atteggiamento umile, con addosso un copricapo ebreo, davanti al monumento al (nota bene) fittizio olocausto degli ebrei durante la seconda guerra mondiale”. Non meraviglia, dunque, che l’ospite d’onore della Fiera del libro del Cairo, l’equivalente arabo della fiera di Francoforte, sia stato quest’anno Roger Garaudy, un uomo che la stampa europea ha definito come “una persona che a livello internazionale gode di dubbia fama e perseguitata perché nega l’olocausto”. L’interpretazione egiziana della libertà di espressione è, possiamo dire così, fortemente selettiva dal punto di vista politico. Anche a questo proposito la Commissione farebbe bene a chiedere spiegazioni alle autorità cairote.
Purvis (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, considero il presente dibattito d’urgenza inutile e inopportuno. Certamente esso è prematuro, come ha affermato l’onorevole Dary. E’ stato promosso dai radicali della onorevole Bonino e si basa su una serie di accuse false e tendenziose mosse al sistema giudiziario egiziano. Nella fase di discussione tra i gruppi, abbiamo esposto i fatti con i quali anche i radicali hanno dovuto concordare. L’esito è che la risoluzione di compromesso, così come proposta, non chiede nulla di più di quanto si potrebbe esigere da uno qualsiasi dei nostri Stati membri, affermanfdo che la libertà e i diritti dell’uomo sono elementi fondamentali della democrazia. A dispetto di tutto ciò, gli autori della mozione hanno continuato a muovere accuse vergognose e infondate nei loro interventi.
C’è, tuttavia, una domanda che vorrei porre al signor Commissario, dal quale mi aspetto una risposta senza ambiguità. Il paragrafo 4 della risoluzione esprime il nostro appoggio al Centro Ibn Khaldoun per la democrazia e chiede alla Commissione di continuare a fornire sostegno finanziario a tale organizzazione e alle sue attività. La domanda è la seguente: può la Commissione dirsi soddisfatta del modo in cui il Centro Ibn Khaldoun per la democrazia ha gestito e rendicontato i fondi propri e, in particolare, quelli ricevuti dall’Unione europea? E’ un punto sul quale è necessario discutere. Se la risposta sarà positiva, sarò lieto di sostenere il paragrafo in questione. Se la risposta sarà negativa o quantomeno dubitativa, ritengo sia giusto votare contro il paragrafo 4 fino a quando non potremo dirci soddisfatti; credo, inoltre, opportuno votare contro la risoluzione nel suo complesso, perché contiene il paragrafo in discussione. La prego di volermi dare una risposta, signor Commissario.
Malaysia
Haarder (ELDR). - (DA) Signor Presidente, ho seguito l’evoluzione in Malesia per alcuni anni attraverso visite e conoscenti che ci vivono. E’ deprimente vedere come il Primo ministro Mahatir violi in misura sempre maggiore i principi democratici assolutamente elementari e la comune dignità per eliminare i suoi rivali politici. Di questo Internal Security Act, ISA, viene fatto uso e abuso per eliminare i nemici politici e personali del Primo ministro come in una dittatura. Lo stesso vale per l’articolo della costituzione malese la cui finalità era quella di garantire la pace nel paese e tra i gruppi etnici, e che ora viene utilizzato ad uso e consumo del governo. L’ex Primo ministro, Tunku Abdul Rahman, già quattordici anni fa disse che sembrava che Mahatir si stesse dirigendo verso un governo autoritario. Si può tranquillamente dire che da allora ha continuato. Ciò è estremamente deplorevole, ma è positivo che al Parlamento oggi ci sia questo dibattito sulla necessità di ottenere una spiegazione chiara e precisa dal governo. La Malesia dovrà conoscere la verità quando ci incontreremo con i malesi in varie sedi nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.
Posselt (PPE-DE).– (DE) Signor Presidente, non si può parlare della Malaysia senza pensare al suo saggio fondatore Tunku Abdul Rahman che, rendendo giustizia a tutti, negli anni ’50 è riuscito a integrare e a trovare un intelligente punto di equilibrio tra popoli e religioni. Egli ci ricorda una figura della storia europea, l'imperatore Carlo IV, lussemburghese come la onorevole Lulling, che ha saputo integrare nel cuore dell'Europa tedeschi e cechi, francesi e italiani, e che con la bolla d'oro ha emanato per il Sacro romano impero la costituzione più moderna e più equilibrata del medioevo.
Il ruolo svolto in Europa da Carlo IV è stato assunto nella Malaysia del XX secolo da Tunku Abdul Rahman, che è riuscito a conciliare le esigenze di induisti, mussulmani, buddisti, malesi, tamil e cinesi all'interno di un assetto federalistico con nove diverse famiglie di sultani che si alternano, ad un ritmo definito con grande accortezza, alla guida di questo paese multietnico.
Tale fragile struttura è fondata sul rispetto della cultura altrui, sul rispetto del diritto e, in particolare, sul rispetto dello stato di diritto. Per questo motivo è fonte di gravi problemi la personalità accentratrice del Primo ministro Mahathir che da alcuni anni turba in misura crescente questo delicato equilibrio. Inizialmente egli non ha rispettato i singoli Stati, poi ha abusato della fede islamica perdendo progressivamente il rispetto per le altre religioni e ora turba anche l'equilibrio tra i vari gruppi etnici.
In tale contesto s’inserisce la cosiddetta legge sulla sicurezza interna, che mette a tacere anche i rivali all'interno del suo stesso partito e riduce ulteriormente lo stato di diritto im Malaysia. La situazione è assai preoccupante perché la Malaysia si colloca in una delicata posizione geopolitica, è un paese importante sotto il profilo economico, ma è soprattutto uno dei principali membri dell'ASEAN, la comunità dell'Asia sudorientale con cui intratteniamo rapporti di partenariato.
Dobbiamo pertanto adoperarci per far ritornare la Malaysia allo spirito di Abdul Rahman – o anche allo spirito dei lussemburghesi, che svolgono in modo eccellente il ruolo di promotori dell’integrazione nell’Unione europea. Credo che l'era di Mahathir sia giunta al termine e che, se si vuole che questo complesso equilibrio tra popoli e religioni non venga soffocato nel bagno di sangue causato da un eccesso di centralismo e di autoritarismo, il comando del paese debba essere assunto da nuove forze democratiche, che possano infondere nuova linfa allo stato di diritto.
(Applausi)
Schulz (PSE). –(DE) Signor Presidente, anche se non figuro sulla lista degli oratori, posso porre una domanda al collega Posselt? Ho ascoltato con grande attenzione il suo excursus storico, ma le critiche avanzate a Mahathir mi hanno molto stupito, perché in passato il professor Rinsche non si stancava di affermare che egli era il più grande statista asiatico. Evidentemente la posizione dei cristianodemocratici tedeschi è un po' cambiata. Onorevole Posselt, lei ha affermato che Carlo IV è un lussemburghese come la onorevole Lulling. Personalmente ho sempre pensato che la onorevole Lulling fosse una lussemburghese. Se l'ho fraintesa, la prego di illuminarmi!
Afghanistan
Dupuis (TDI). – (FR) Signor Presidente, non risponderò per fatto personale all’onorevole Purvis. Ritengo che il suo modo, molto selettivo, di percepire fatti che sono avvenuti e che si stanno tuttora verificando in Egitto sia opinabile. Purtroppo il futuro, così come già il passato, non gli darà ragione. Per quel che concerne l’Afghanistan, continuo a pensare che si possa essere francamente delusi dalla politica seguita dall’Unione e, in particolare dalla Commissione e dal Consiglio, nei confronti del Pakistan che, come ben si sa, è determinante per il futuro dell’Afghanistan.
Finché non vi sarà una politica decisa verso il Pakistan, i talebani continueranno a fare ciò che fanno da anni. La notizia è ancora fresca: i talebani hanno conquistato una città del centro dell’Afghanistan. La prima cosa che hanno fatto è quella stata di bombardare e radere al suolo l’ospedale e di distruggere il centro di aiuti umanitari. Ecco l’Afghanistan di tutti giorni, l’Afghanistan che appoggeremo indirettamente finché non avremo una politica determinata nei confronti di tutti gli Stati che continuano a sostenerlo, a partire dal Pakistan, senza tuttavia dimenticare l’Arabia Saudita e qualche altro paese.
Chiedo pertanto alla Commissione di fornire al Parlamento europeo elementi chiari e precisi sulle politiche che intende adottare rispetto agli Stati che aiutano questo regime rinnegato a restare al potere. I disastri che esso causa sono noti, in quanto se ne è parlato molto spesso in Aula, a cominciare dalla condizione delle donne; purtroppo, essi si spingono ben oltre: mi riferisco all’esclusione di tutta la gioventù afgana da qualsiasi forma di istruzione degna di tale nome. E’ risaputo che le scuole coraniche, nella loro versione afgana, non hanno niente a che vedere con l’istruzione. E’ giunto il momento di ottenere dalla Commissione e dal Consiglio - ancora una volta assente - risposte concrete.
Sörensen (Verts/ALE) . – (NL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, dopo il drammatico destino che è stato riservato alle donne afgane e alle statue di Buddha a Bamiyan, i talebani hanno compiuto un ulteriore passo sul loro cammino segnato da un fanatismo religioso che non risparmia niente e nessuno: hanno obbligato le minoranze sikh e indù a portare sui vestiti un contrassegno giallo.
Lo Human Rights Watch ha reso nota oggi la più recente atrocità che costella questa storia infinita: sessanta cittadini sono stati incarcerati e sono stati distrutti edifici ufficiali, residenziali e commerciali.
Quando l’attuale regime afgano salì al potere, dichiarò che si sarebbe caratterizzato per tre fattori: eliminazione del narcotraffico, lotta contro il terrorismo, rispetto dei diritti umani. L’unico successo che i talebani hanno ottenuto è stata la diminuzione della produzione di oppiacei. Essi sono convinti che non saranno mai riconosciuti dalla comunità internazionale e hanno scelto perciò la via dell’oppressione di massa, ovvero del genocidio del loro popolo. La prima conseguenza della loro politica di isolamento è che è diventata impossibile qualsiasi forma di trattativa; l’unico effetto che hanno avuto le sanzioni è stato quello di penalizzare un popolo allo stremo, cui non resta altro che la fuga in campi di raccolta nella speranza di raggiungere l’Europa. Non si tratta di stabilire se i talebani violino i diritti umani, bensì di decidere quali conclusioni si debbano trarre da questa realtà. In tal senso il nostro gruppo presenta due emendamenti supplementari. Se i talebani conquisteranno anche il Pandijr, si considereranno come i grandi vincitori dell’Occidente e dei russi, il che li spingerà a rifiutare qualsiasi compromesso con la comunità internazionale e forse anche a cacciare dal paese le ONG, che sono attualmente l’unica fonte di informazione. L’Europa potrebbe proporre di abolire le sanzioni, accentuando la pressione sul Pakistan, il che rallenterebbe l’avanzata dei talebani e soprattutto li ricondurrebbe al tavolo delle trattative. Tutto ciò potrà realizzarsi, però, solo se contemporaneamente si forniranno aiuti alle ONG che operano in loco nel tentativo di migliorare le condizioni di vita di donne, bambini e uomini.
Fraisse (GUE/NGL). – (FR) Signor Presidente, due giorni fa Médecins du monde ha lanciato una campagna informativa nelle città francesi e il Parlamento europeo tenta di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione in Afghanistan. Médecins du monde rimarcava peraltro che il bilancio della Comunità europea destinato alle ONG presenti in loco era in diminuzione, in netta diminuzione.
Mi chiedo come si possano ricevere rappresentanti della resistenza afgana e sostenere le donne afgane – azione cui plaudo – senza spingersi oltre e senza avere neppure gli strumenti per esprimere la nostra indignazione.
A mio parere, tale è il senso della risoluzione, che mi pare molto migliore rispetto a quella di due mesi fa – che trovavo molto debole per quel che concerne in particolare la discriminazione delle donne. Vedo che oggi si parla apertamente di crimini, di violazioni, di apartheid, di tutto ciò che corrisponde alla situazione delle donne di oggi.
La situazione odierna è difficile. Forse è addirittura peggiorata poiché sosteniamo il comandante Massud, le donne afgane e altri, nonché la popolazione afgana che sta morendo di fame. Tuttavia, se il nostro sostegno si traduce in un inasprimento delle sanzioni e nel fatto che si impedisce alle donne di guidare per le ONG che operano a favore delle donne o che si chiudono le panetterie che consentivano alle donne di lavorare, di nutrire se stesse ed altri, allora si deve fare di più, il Parlamento europeo deve fare di più. E fare di più, come è già stato ribadito, significa rivolgersi ai paesi che sostengono i talebani.
Credo che la Comunità europea, l’Unione europea, non debba soltanto fornire maggiori finanziamenti, bensì debba anche interpellare politicamente coloro che sostengono tale regime e che gli consentono di sopravvivere. E’ nella logica della nostra indignazione, è nella logica del nostro sostegno ed è nostra responsabilità.
Vorrei che smettessimo di limitarci a risoluzioni che, anche se ogni volta migliori, sono troppo modeste rispetto a ciò che si deve fare per la popolazione che soffre.
(Applausi)
Thors (ELDR).(SV) Signor Presidente, l’oratore che mi ha preceduto ha affermato che abbiamo condannato a più riprese le violenze in Afghanistan e le violazioni dei diritti dell’uomo che si verificano ogni giorno. Ma come dobbiamo reagire ad una situazione che va peggiorando per le donne e gli hazare? A gennaio sono stati mandati a morte 170 civili, come citato dall’onorevole Dupuis e da altri, e sono stati sferrati attacchi nella regione di Yakaolang. Che cosa dobbiamo fare?
Sappiamo che l’Unione europea, in seguito al Vertice di Tampere nel 1999, ha approvato una raccomandazione formulata da un gruppo di lavoro ad alto livello concernente l’atteggiamento da assumere nei confronti della situazione esistente in Afghanistan. Ritengo che tale strategia vada riesaminata con rigore, dobbiamo rivederla. I nostri ambasciatori in Pakistan come accolgono coloro che presentano domanda per entrare nei nostri paesi? Ho sentito dire che vengono trattate come criminali.
Apprendo con soddisfazione che stiamo valutando la possibilità di aprire un ufficio ECHO in Afghanistan, cosa che dovrebbe ripetersi. Dobbiamo inoltre garantire il nostro sostegno alle organizzazioni cristiane che nel silenzio fanno moltissimo per la popolazione afgana e che hanno bisogno del nostro sostegno. Dobbiamo poi, come hanno detto anche altri oratori, fare in modo che l’embargo sulle armi entri in vigore e che le Nazioni Unite abbiano accesso al paese per indagare sulle violenze perpetrate ai danni degli hazare.
Queste sono alcune delle misure da adottare. Non possiamo continuare a pronunciare condanne puntuali. Ci sentiamo impotenti. Dobbiamo dotarci di una politica più avveduta. L’esperienza nelle zone a noi vicine ha dimostrato come una presenza nel paese possa portare a risultati positivi e soprattutto sia giustificata dal punto di vista umanitario.
Mann, Thomas. –(DE) Signor Presidente, il regime afgano dei talebani detiene il triste record mondiale per quanto riguarda la violazione dei diritti dell'uomo. Come ricordavano i colleghi, le statue di Buddha di Bamiyan sono state distrutte alcune settimane or sono. L'integralismo dilaga. Le minoranze religiose – inizialmente gli indù, ora anche i non-afgani – sono obbligate a rendersi riconoscibili con un pezzetto di stoffa gialla che risveglia dolorosi ricordi al tragico regime nazista del mio paese.
Dopo l'ascesa al potere dei talebani la situazione in cui vive la popolazione civile ha conosciuto un drammatico deterioramento: donne e ragazze sono vittime di vessazioni sistematiche, sono obbligate a portare il velo, l'istruzione viene loro negata e, se commettono adulterio, rischiano la pena capitale. Le donne non possono più partecipare neppure alla distribuzione di pane operata dal programma alimentare dell'ONU. Non possono più guidare. L'attività delle organizzazioni internazionali è gravemente ostacolata. Gli uomini devono portare il fez e farsi crescere la barba. I ladri sono malmenati, si mozzano loro le mani in pubblico a scopo deterrente. La suprema guida spirituale islamica egiziana e di molti musulmani, Farid Wasil, nega che i talebani conoscano i veri valori e i principi del Corano e dichiara invalide le loro perizie religiose, le fatwa.
Signor Commissario, ci appelliamo al governo pakistano affinché prenda le distanze da ogni forma di sostegno – finanziario e morale - a questo regime.
Non sono state realizzate neppure le antiche promesse di distruggere le piantagioni di papavero o di oppiacee. Mercoledì della scorsa settimana alla frontiera tedesca è stato sequestrato un container proveniente dall'Afganistan che conteneva 6 chilogrammi di eroina e 64 chilogrammi di hashish per un valore complessivo di due milioni di euro. Le battaglie del fanatismo religioso e il terrorismo internazionale si finanziano con la vendita degli stupefacenti.
Bin Laden continua a soggiornare in questo paese che, invece di estradarlo, lo venera. Signor Commissario, le sanzioni dell'ONU devono essere mantenute fino a quando l'Afghanistan uscirà dal medioevo imposto dal mullah Omar per raggiungere l'era moderna, e con essa la democrazia e lo stato di diritto.
Vattimo (PSE). - Signor Presidente, non voglio ripetere tutto ciò che è stato già detto dai colleghi nel corso di questo dibattito, che mi sembra molto eloquente, ma ogni tanto ci troviamo a ridiscutere questo problema dell'atteggiamento dell'Europa e della comunità internazionale nei confronti dell'Afghanistan perché ogni volta sembra che il record precedente nella violazione dei diritti umani sia stato superato. Ultimamente - la cosa mi riguarda anche come italiano - un ospedale italiano di Kabul, uno dei pochi che funzionava decentemente e modernamente, ha dovuto essere chiuso perché il personale era minacciato di rappresaglie, in quanto il regime non ammetteva che le donne vi lavorassero in stretto contatto con medici e infermieri. E' stato già detto che ultimamente il regime ha anche imposto alle minoranze di indossare per strada vestiti specialmente marchiati, il che ricorda tristemente un uso nazista che speravamo fosse finito per sempre. Tutto questo ci mette nella condizione di non credere più alle pure condanne verbali e di porci il problema di quali possano essere i mezzi di pressione effettivi dell'Unione europea sull'Afghanistan. Allora, qui si tratta - com'è stato detto e la risoluzione comune lo sottolinea - di esercitare pressioni sui paesi che riconoscono diplomaticamente l'Afghanistan e lo sostengono anche economicamente - Pakistan, Arabia Saudita, eccetera - e di organizzare efficacemente delle forme di assistenza autonome, sia all'interno del paese, da parte dell'Unione europea per la fornitura e la distribuzione di aiuti umanitari, che fuori di esso, ai confini, dove ci sono campi di profughi e di rifugiati, come in India e in Pakistan.
Tutto ciò è estremamente urgente, e non solo per concorrere all'affermazione dei diritti umani in questo paese ma anche per evitare che i talebani contribuiscano a diffondere in Occidente un'immagine fanatica, sanguinaria dell'Islam, che andrebbe ad allearsi con quella che coltivano i nostri fondamentalisti e razzisti.
Tannock (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, martedì scorso a New York, Mohamed al-'Owhali è stato condannato all’ergastolo per la bomba all’ambasciata statunitense di Nairobi, mentre il mandante, Osama bin Laden, viene ospitato e protetto in Afghanistan dal regime talebano, che lo considera un eroe dell’Islam. I talebani costringono il paese in una cappa di integralismo medievale, tanto da bandire i sacchi di carta per evitare l’eventualità che contengano pagine riciclate del Corano e di imporre alle donne di indossare il velo e di vivere in un regime di totale separazione dagli uomini, senza alcuna possibilità di lavorare. Sono stati vietati, perché contrari alla regione islamica, persino gli scacchi e il volo degli aquiloni, nonostante vi siano molti studiosi islamici che contestano tale interpretazione del Corano. In effetti, le norme imposte dai talebani sembrano derivare, più che dal Corano, dalle tradizioni tribali secondo le quali il valore della donna è essenzialmente procreativo e economico.
Fino a poco fa, l’azione del regime talebano mirava per lo più a garantire che i musulmani si comportassero rispettando i principi dell’Islam. In marzo, tuttavia, in seguito all’acesa al potere tra i talebani della fazione oltranzista legata a Bin Laden, le straordinarie e meravigliose statue di Buddha di Bamiyan, risalenti al V secolo, sono state distrutte con la dinamite. Non si può non pensare alla Germania nazista quando si apprende dell’obbligo imposto ai membri del gruppo indu, di cui rappresento la comunità londinese composta da decine di migliaia di persone, di rendersi identificabili e visibili per mezzo di un contrassegno giallo.
Non voglio suggerire che un intervento diretto nel paese che ha sconfitto l’Armata rossa sia opportuno o fattibile. Al contrario, l’intervento negli affari interni di un altro paese da parte di soggetti esterni ha spesso l’effetto di esacerbare e prolungare il conflitto, come nei Balcani. Forse è il caso di attendere che gli eventi compiano il loro corso. Non si deve trascurare il fatto che attualmente gran parte dell’Afghanistan vive in pace.
Tuttavia, si deve ribadire chiaramente ai talebani che, se vogliono il nostro aiuto, devono dare ascolto alle preoccupazioni di chi, nel mondo, resta sconcertato e atterrito di fronte al carattere brutale del loro regime di stampo medievale.
Byrne,Commissione. – (EN) Signor Presidente, voglio occuparmi innanzitutto della discussione sulla situazione nel Guatemala. La Commissione segue con grande attenzione quanto accade in quel paese. Nell’Unione europea e nella comunità internazionale crescono le preoccupazioni per il grave deterioramento riscontrato in settori essenziali quali la tutela dei diritti dell’uomo, la giustizia e il buon governo.
Le maggiori priorità della Commissione in materia di relazioni con il Guatemala prevedono il sostegno all’attuazione degli accordi di pace del 1996, che dovrebbero condurre ad un maggiore rispetto dei diritti dell’uomo, alla promozione della modernizzazione del paese e al rafforzamento delle pratiche di buon governo. L’Unione ha svolto un importante ruolo di sostegno al processo di pace dal punto di vista sia politico sia finanziario. Il programma di cooperazione con il Guatemala ha lo scopo di fornire un sostegno adeguato al processo di pace. La Commissione ha concesso la propria assistenza alla società civile e alle organizzazioni statali per contribuire al processo di riconciliazione. Allo stesso tempo, prepara un programma per migliorare il sistema giudiziario. Il nostro impegno nell’attuazione del processo di pace trova ulteriore conferma nel memorandum d’intesa, firmato congiuntamente dalla Commissione europea e dal governo guatemalteco il 26 marzo 2001, che prevede la concessione di ulteriori finanziamenti per 93 milioni di euro nel periodo 2001-2006. La Commissione e gli Stati membri hanno utilizzato in maniera regolare lo strumento del dialogo politico con il Guatemala per ribadire l’importanza del rispetto dei diritti dell’uomo. Le azioni più recenti dell’Unione dalle quali si evince la preoccupazione per la situazione nel Guatemala sono la dichiarazione congiunta emessa lo scorso marzo in occasione della XVII riunione del dialogo di San José e la recente dichiarazione della Presidenza svedese in occasione del terzo anniversario dell’assassinio di monsignor Gerardi. La Commissione ha appreso con favore della recente sentenza emessa nell’ambito del processo per l’omicidio dell’arcivescovo e considera tale esito una prova incoraggiante dell’impegno con cui il settore giudiziario del Guatemala vuole migliorare la situazione dei diritti dell’uomo. Inoltre, nel corso di una visita in America centrale nel marzo 2001, il mio collega Patten ha rivolto al governo del Presidente Portillo la richiesta di avviare con urgenza un’azione per impedire che si produca una spirale negativa di eventi nel paese e dare nuovo impulso all’attuazione, attualmente in fase di stallo, degli accordi di pace.
La Commissione valuta con attenzione anche la situazione nel Ciad, dopo l’annuncio ufficiale dei risultati delle elezioni presidenziali del 20 maggio da parte della commissione nazionale indipendente per le elezioni. La calma con cui la popolazione ha vissuto la giornata elettorale e l’alta affluenza al voto hanno dimostrato un impegno civico che merita il giusto riconoscimento. Secondo gli osservatori internazionali, le procedure di voto si sono svolte nel rispetto della legalità, per quanto si siano riscontrate talune mancanze a livello organizzativo. La missione di osservatori ha riferito che i candidati dell’opposizione hanno elencato alcuni casi di irregolarità e di brogli che, a loro giudizio, avrebbero compromesso l’esito del voto. Il 12 giugno, il la Corte costituzionale del Ciad ha annunciato ufficialmente i risultati confermando che Idriss Deby ha ricevuto un secondo mandato con il 63 per cento dei voti. E’ stato riferito che il Consiglio ha annullato il voto di alcune sezioni elettorali. La situazione viene attentamente seguita in loco dai capimissione dell’Unione. Nello spirito dell’articolo 8 dell’accordo di Cotonou, la Commissione manterrà il dialogo politico in atto con il Ciad. Negli ultimi dieci anni, il paese ha avviato un processo di democratizzazione e tali sforzi consentono ora una migliore tutela dei diritti civili e dell’uomo. Tuttavia, si riconosce che i diritti e libertà non sono sufficientemente rispettati da tutte le parti. Perché il paese possa conseguire una pace duratura, è necessario affrontare tali questioni. La strategia di sostegno al Guatemala prevista nel quadro del nono FES, attualmente nella fase finale di preparazione, contiene un importante programma di sostegno alla società civile, rivolto anche alle organizzazioni attive nel campo dei diritti dell’uomo.
La recente condanna comminata al noto difensore dei diritti dell’uomo e della democrazia, il professor Saad Ibrahim, e ai suoi colleghi ha suscitato grande sconcerto nella comunità internazionale. Il processo intentato contro il professor Ibrahim e altri 28 coimputati del Centro Ibn Khaldoun e dell’organizzazione HODA è stato seguito con attenzione dalla Commissione europea e dagli Stati membri. Lo scorso anno, all’epoca dell’arresto - eseguito senza che venissero mosse accuse formali - l’Unione ha manifestato ai più alti livelli e con energia la propria preoccupazione in merito non solo all’arbitrarietà dell’atto, ma anche alla continua e negativa campagna di stampa scatenata contro l’imputato. Quando i capi d’imputazione sono stati finalmente resi pubblici - e tra questi vi è l’accusa di avere accettato senza autorizzazione fondi stranieri (ovvero provenienti dall’Unione) -, la delegazione della Commissione europea al Cairo ha ricordato alle autorità competenti che gli aiuti a fondo perduto alle organizzazioni della società civile erano perfettamente legittimi e previsti dalla convenzione quadro tra l’Unione europea e l’Egitto in materia di cooperazione finanziaria e tecnica. Il sostegno alla società civile, oltre ad essere parte integrante del processo di Barcellona, è uno degli obiettivi espliciti dell’accordo di Barcellona del 1995, sottoscritto dall’Egitto.
Le accuse riguardavano anche l’uso improprio dei fondi UE assegnati ai programmi a favore della democrazia attuati dal Centro Ibn Khaldoun e dall’organizzazione HODA. La dichiarazione rilasciata dalla Commissione europea a Bruxelles il 13 dicembre 2000 chiarisce senza possibilità di equivoci che i progetti oggetto di finanziamento erano sottoposti alle normali procedure di monitoraggio, che includono anche una verifica intermedia indipendente. In risposta alla domanda dell’onorevole Purvis, preciso che nel 1999 la Commissione ha ricevuto una serie di relazioni favorevoli in merito allo stato di avanzamento di entrambi i progetti; tali relazioni erano il frutto di una accurata verifica finanziaria condotta da soggetti indipendenti.
Le autorità egiziane non hanno finora presentato alcuna prova né informazione a sostegno delle accuse relative ai progetti finanziati dall’Unione. Gli osservatori UE hanno seguito tutto il processo e l’Unione stessa ha sempre manifestato con chiarezza di aspettarsi che prevalessero la giustizia e il rispetto delle procedure. Essa ha scrupolosamente evitato qualsiasi intervento che potesse pregiudicare tale aspettativa. Tuttavia, non era certo previsto - anzi è stato accolto con disappunto - che la sentenza venisse emessa un mese prima del previsto e senza alcun riguardo per la memoria difensiva presentata nell’ultimo giorno di dibattimento processuale; il disappunto si estende alla severità delle condanne, ovvero sette anni per il professor Ibrahim e pene più lievi, ma pur sempre pesanti per gli altri imputati.
La sentenza ha costretto la Commissione, con dichiarazione orale del 23 maggio, e la Presidenza, con dichiarazione del 25 maggio, a manifestare la propria profonda preoccupazione. L’Unione ha colto l’occasione per sottolineare l’importanza che essa annette allo sviluppo della società civile e ha ribadito che i programmi rivolti a tale fine erano parte integrante dei programmi bilaterali tra UE e Egitto. La Commissione europea continua a vigilare sul caso con attenzione. Il tribunale che ha emesso la sentenza ha l’obbligo di pubblicare entro un mese le motivazioni, che saranno analizzate con scrupolo. C’è la possibilità, sia pure limitata, di presentare appello. Il percorso giudiziario non è concluso e è auspicabile che l’esito finale possa riflettere le migliori tradizioni del sistema giudiziario egiziano. Le autorità egiziane sono ben consapevoli dell’attenzione internazionale sul caso in questione e delle implicazioni legate ad una conclusione che venga percepita come ingiusta.
Nawal el Saadawi, nota scrittrice femminista, è stata accusata di apostasia, ma la procura generale ha ritirato le accuse il 23 maggio. Tuttavia, il caso non sembra chiuso e le accuse possono ancora essere sollevate presso un altro tribunale. La situazione viene attentamente seguita dalla Commissione. I casi Ibrahim e Saadawi hanno dato luogo a profonde preoccupazioni, sebbene resti aperta la possibilità di avviare ulteriori passi legali e di sperare in un esito accettabile. La situazione generale è complessa e per nulla chiara, ma si riscontrano segnali di ottimismo in alcune aree, quali i diritti della donna, il controllo delle elezioni da parte del potere giudiziario, la legislazione in materia sociale, eccetera. Una fetta crescente della società egiziana condivide appieno l’opinione che sia necessario introdurre nel paese normative di elevato profilo e sta operando per raggiungere questo fine.
In relazione alla Malaysia, la Commissione ha seguito con attenzione gli eventi relativi all’arresto da parte della polizia malese di dieci militanti riformisti in base alla legge sulla sicurezza interna. Il fatto è avvenuto pochi giorni prima del secondo anniversario, che cade il 14 aprile, dell’arresto dell’ex Primo ministro Anwar Ibrahim. La Commissione deplora che il 2 giugno il Ministro degli interni abbia firmato l’ordine di detenzione per due anni di quattro dei dieci militanti dell’opposizione e che tre degli altri sei arrestati siano ancora sotto la custodia della polizia in forza delle legge sulla sicurezza interna. La Commissione ribadisce le preoccupazioni espresse in relazione a questi eventi, che considera contrari alla prassi democratica consolidata; essi rafforzano i timori formulati in passato sulla situazione generale in materia di diritti dell’uomo in Malaysia. La Commissione accoglie con favore la notizia che la commissione nazionale malese per i diritti dell’uomo ha sollevato eccezioni circa la fondatezza giuridica degli arresti e che rappresentanti del governo abbiano affermato di ritenere necessaria l’abolizione o almeno una riforma radicale della legge sulla sicurezza interna.
La Commissione accoglie positivamente il fatto che la Corte suprema della Malaysia, nel decretare il 30 maggio la liberazione di due detenuti ai sensi della legge sulla sicurezza interna con la procedura di habeas corpus, ha esortato il parlamento malese a rivedere la legge in questione. La Commissione è pronta a sostenere un’azione dell’Unione europea volta a sollecitare, in tutte le occasioni opportune, l’attenzione del governo malese sul tema dei diritti dell’uomo, in generale, e della suddetta legge, in particolare.
La Commissione, al pari del Parlamento, è profondamente delusa dal peggioramento inarrestabile della situazione umanitaria e politica in Afghanistan. Sul fronte umanitario, la Commissione, insieme agli altri partner, continua a fornire assistenza ai gruppi e alle popolazioni più deboli entro i confini afgani e ai profughi ospitati nei paesi confinanti. L’assistenza è destinata alle aree più bisognose del paese e viene fornita compatibilmente con le possibilità di accesso e le esigenze di sicurezza. Tale approccio è coerente con la posizione comune dell’Unione sull’Afghanistan, la quale fissa l’obiettivo di fornire un efficace aiuto umanitario sulla base di una valutazione imparziale dei bisogni. I rappresentanti della Commissione partecipano regolarmente alle missioni di valutazione e alle visite in loco in Afghanistan, in modo da accertarsi in prima persona delle condizioni esistenti e da garantire che l’aiuto venga diretto alle aree più bisognose.
Sul fronte politico, i rappresentanti della Commissione, operando quale parte della trojka UE, hanno cercato di convincere le due fazioni coinvolte nel conflitto a promuovere una soluzione pacifica. La trojka, formata dai rappresentanti diplomatici residenti a Islamabad, si è recata di recente a Kandahar e Feyzabad per chiarire la posizione comune dell’Unione ai talebani, ma ha rilevato una certa riluttanza a prendere in considerazione nuove iniziative di pace. Attualmente l’Unione, insieme ad altri partner, cerca di definire il modo più efficace per promuovere un processo di partecipazione.
In relazione al futuro dell’Afghanistan, due cose sono chiare. Primo: un intervento esterno nel conflitto afgano può solo avere l’effetto di prolungare il conflitto; ciò vale anche per il sostegno fornito alle parti in lotta da taluni paesi terzi, che perseguono propri obiettivi e promuovono i propri interessi nazionali. Secondo: la complessa situazione afgana non può trovare alcun giovamento in una soluzione militare. La storia del paese indica che nessuna fazione è in grado di imporre la propria concezione politica e culturale a tutto il paese. Ribadisco quanto dico - e rispondo in particolare alle affermazioni dell’onorevole Dupuis -, sottolineando che la Commissione non fornisce alcun aiuto alle fazioni in lotta. L’aiuto va a beneficio dei gruppi e delle popolazioni più deboli in linea con le loro necessità e compatibilmente con le possibilità di accesso e con le esigenze di sicurezza. Poiché i talebani controllano il novanta per cento del territorio, è evidente che gran parte dell’aiuto fornito dalla Commissione è indirizzato ad aree controllate dai talebani.
Per tali ragioni, l’Unione intende mantenere l’embargo sulle armi applicato a tutto il territorio afgano. Inoltre chiedere che cessi l’ingerenza di paesi terzi e, allo stesso tempo, appoggia gli sforzi di pace dell’ONU, sottolineando l’esigenza di un governo di larga coalizione per il paese.
Infine, in risposta all’intervento della onorevole Fraisse, i combattimenti tra talebani e forze dell’Alleanza settentrionale si sono intensificati dopo la sosta invernale e si prevede che i talebani cercheranno di espellere le forze dell’Alleanza dai territori che occupa, pari a circa il dieci per cento del paese, mentre il comandante dell’Alleanza settentrionale, Massud, e i suoi alleati tenteranno di allargare il conflitto alle aree attualmente controllate dai talebani.
Nel frattempo gli effetti della più grande siccità degli ultimi trent’anni continuano a pesare sulla popolazione, in particolare su quella delle regioni meridionali, centrali e occidentali. Un gran numero di cittadini afgani, per paura della carestia e del conflitto, è stato costretto ad abbandonare le proprie abitazioni ed è attualmente ospitato in appositi campi in Afghanistan oppure ha lasciato il paese per dirigersi in Iran o in Pakistan. Nel 2000-2001, un’ulteriore massa di 500.000 persone, tra sfollati e rifugiati, sarà costretta a fuggire dalla siccità e dal conflitto e l’intero paese dipende in misura vitale dagli aiuti alimentari, molti dei quali vengono forniti dagli Stati Uniti.
Dupuis (TDI). – (FR) Signor Presidente, volevo chiedere all’onorevole Purvis se intendeva presentare una mozione di censura contro la Commissione, alla luce delle false notizie e delle deliberate menzogne che il Commissario Byrne ha appena esposto ai deputati qui presenti.