Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A5-0459/2003), presentata dall’onorevole Struan Stevenson a nome della commissione per la pesca, sulla proposta di regolamento del Consiglio relativa alla conclusione dell’accordo in forma di scambio di lettere sulla proroga del protocollo che fissa le possibilità di pesca e la contropartita finanziaria previste dall’accordo tra la Comunità economica europea e la Repubblica della Costa d’Avorio sulla pesca al largo della Costa d’Avorio per il periodo dal 1° luglio 2003 al 30 giugno 2004 [COM(2003) 556 – C5-0458/2003 – 2003/0219(CNS)].
Nielson,Commissione. – (EN) Signor Presidente, ringrazio l’onorevole deputato per la relazione sulla proroga di un anno del protocollo di pesca, allegato all’accordo tra la Comunità e la Costa d’Avorio. Noto con piacere che il Parlamento condivide lo spirito della nostra proposta, poiché la Commissione – per motivi politici e sociali – si è vista costretta a procedere a una proroga del protocollo anziché al suo rinnovo.
Purtroppo, a causa della difficile situazione politica verificatasi nell’autunno 2002 e nella primavera 2003, non è stato possibile avviare negoziati. Il protocollo è importante per l’industria ittica dell’Unione europea, che utilizza il porto di Abidjan per scaricare il pesce catturato nell’intera regione, non solo nelle acque ivoriane, svolgendo quindi un’attività che va a beneficio della Costa d’Avorio. Il protocollo, inoltre, promuove la ricerca scientifica, che è irrinunciabile per garantire la sostenibilità della pesca e per sviluppare la capacità di amministrarla in quel paese.
Sulla base del protocollo precedentemente in vigore, le imprese europee del settore hanno compiuto investimenti in Costa d’Avorio. Attualmente sono operativi, nel porto di Abidjan, tre impianti di lavorazione ed inscatolamento del tonno destinato al mercato europeo, che danno lavoro ad oltre 30 000 persone del luogo. La proroga di un anno del protocollo prevede possibilità di pesca per 71 tonniere, nonché una piccola quota per la pesca demersale. Le misure specifiche rimangono le stesse e costituiscono il 71 per cento del contributo finanziario totale, il quale è a sua volta rimasto immutato, pari a 957 500 euro.
Considerato il buon livello di utilizzazione della pesca del tonno, da un lato, e l’impiego, da parte del ministero, delle misure specifiche atte a garantire una pesca sostenibile, dall’altro, la Commissione ritiene che la proroga darà buoni frutti per entrambe le parti interessate.
Comprendo il vostro disappunto per il fatto che la proroga, entrata in vigore il 1° luglio 2003, sia stata sottoposta al Parlamento solo il 23 settembre. Uno dei motivi di tale ritardo è che la lettera di proroga è stata sottoscritta dal ministro ivoriano della Pesca solo il 16 maggio 2003. Mi permetto però di aggiungere, in tutta onestà e sincerità, che ritardi di questo tipo non sono mai il risultato del comportamento di una sola delle parti in causa. Esprimo quindi il mio rammarico per questo ritardo. Se fossi un deputato al Parlamento europeo, nutrirei un certo scetticismo.
Ad ogni modo, mi fa piacere sapere che il 24 novembre avete ricevuto una relazione di valutazione sull’applicazione del protocollo che risponde ad alcuni degli interrogativi da voi sollevati in riferimento a futuri negoziati sul rinnovo del protocollo. La relazione presentata consiste in uno studio che ha analizzato gli stock ittici e l’applicazione del protocollo fino all’agosto 2003.
Per quanto concerne gli emendamenti nn. 1 e 2, la Commissione concorda pienamente sulla necessità di tenere il Parlamento al corrente dei vari aspetti correlati all’applicazione del protocollo. Va tuttavia precisato che la Commissione fornisce già ora questo tipo di informazioni, in conformità dei vigenti accordi interistituzionali e, in particolare, dell’accordo quadro concluso tra Commissione e Parlamento il 5 luglio 2000. La Commissione ritiene pertanto che i suddetti emendamenti non siano necessari.
Riguardo all’emendamento n. 3 va detto che l’accordo, ai sensi dell’articolo 3 dello stesso, potrà essere rinnovato per un periodo di tre anni, qualora nessuna delle parti comunichi per iscritto la volontà di rescinderlo. Tuttavia, il protocollo che fissa le possibilità di pesca e la contropartita finanziaria ha una validità di soli tre anni e quindi, alla scadenza di detto periodo, dovrà essere rinnovato. Se l’emendamento si riferisce al rinnovo del protocollo e non al rinnovo dell’accordo, è in contrasto con i principi sulla natura dei protocolli annessi agli accordi di pesca. Poiché i protocolli sono allegati agli accordi quadro, il loro rinnovo periodico non necessita di nuove istruzioni negoziali.
In merito all’emendamento n. 4, considerata l’importanza che l’accordo di pesca riveste per la Costa d’Avorio – basti pensare ai 30 000 posti di lavoro negli stabilimenti dell’Unione europea che lavorano il pescato ad Abidjan e al fatto che la contropartita finanziaria è destinata principalmente alla ricerca scientifica, al controllo e alla vigilanza – la mancata proroga dell’accordo avrebbe effetti disastrosi sulla Costa d’Avorio e comporterebbe altresì gravi difficoltà sia per i pescatori dell’Unione sia per gli investimenti europei in quel paese. Non rinnovare l’accordo significherebbe isolare la Costa d’Avorio, e questo non è il segnale che l’Unione europea vuole inviare a un paese che sta cercando di ritrovare la strada della pace.
Stevenson (PPE-DE), relatore. – (EN) Signor Presidente, ringrazio il Commissario per la sua esauriente presentazione. Uno degli aspetti più piacevoli connessi con l’incarico di presidente della commissione per la pesca è quello di venire qui a tarda notte per illustrare, di fronte a un’Aula vuota, gli accordi internazionali di pesca conclusi con i paesi degli angoli più sperduti del mondo. La discussione di stasera non fa eccezione.
Questo dibattito sulla Costa d’Avorio non è stato indetto per parlare delle questioni che si affrontano di solito in riferimento agli accordi di pesca con paesi terzi, ma è stato richiesto dai gruppi Verts/ALE ed ELDR, che hanno espresso le loro invero legittime preoccupazioni per la guerra civile in corso nel paese, nonché i loro timori quanto alla possibilità che i finanziamenti dell’Unione finiscano in una zona di conflitto e possano, addirittura, alimentarlo ulteriormente.
Come il Parlamento ben sa, lo scorso gennaio il più importante esercito di ribelli della Costa d’Avorio, autodenominatosi New Forces, ha firmato un accordo di pace con il Primo Ministro Seydou Diarra, grazie alla mediazione della Francia. Purtroppo, l’accordo ha perso parte della sua efficacia in settembre, quando il gruppo delle New Forces ha abbandonato il governo accusando il Presidente Laurent Gbagbo di accentrare il potere nelle proprie mani e di non voler applicare l’accordo di pace. Nel frattempo, il Presidente Gbagbo ha comunicato l’intenzione di liberare le zone in mano ai ribelli nella parte settentrionale e occidentale del paese qualora i ribelli delle New Forces si rifiutino di consegnare le armi. Questa è la situazione in cui si trova oggi la Costa d’Avorio.
Sullo sfondo di un contesto così poco favorevole, la mia relazione sulla proposta della Commissione ha lo scopo di prorogare di un anno il vigente accordo di pesca concluso tra la Comunità e quel paese. In realtà, il periodo di proroga è già iniziato lo scorso luglio, come il Commissario Nielson ha precisato, ovvero prima ancora che il Parlamento fosse consultato in materia. Il Commissario ha riconosciuto che tale circostanza può risultare sgradita ai deputati al Parlamento, e in effetti è così: è oltremodo sgradevole essere posti brutalmente e ripetutamente, da parte della Commissione, di fronte a un fatto compiuto. Nel caso in specie, il versamento della contropartita finanziaria alla Costa d’Avorio scade il 31 dicembre 2003, e dunque la questione dev’essere definita con una certa urgenza. Trovo deplorevole che la commissione per la pesca, ancora una volta, sia stata costretta ad accettare una situazione del genere; ad ogni modo, confido che la Commissione saprà apprezzare gli sforzi che abbiamo compiuto per accelerare la procedura al fine di onorare puntualmente questo impegno.
L’accordo che ci accingiamo a prorogare sarà il sesto protocollo consecutivo tra l’Unione europea e la Costa d’Avorio. La prima forma di partenariato nel settore della pesca tra l’Unione e questo paese risale al 1990; dopo di allora, i nostri rapporti sono continuati in uno spirito amichevole. Inevitabilmente, però – e il Commissario lo ha già detto –, l’instabilità politica di quell’area ci ha impedito di utilizzare alcune delle possibilità di pesca demersale che avevamo negoziato nel 2002; non appena la situazione si è stabilizzata, tuttavia, abbiamo potuto riprendere questo tipo di attività.
La pesca del tonno, che costituisce l’altro punto principale dell’accordo, non è mai stata pregiudicata dalla guerra civile e, dal punto di vista dell’utilizzazione delle possibilità negoziate nell’ambito dell’accordo, abbiamo continuato a operare in misura pari circa all’85 per cento. Come osservato dal Commissario Nielson, sono disponibili 71 licenze per tonniere, sebbene, come sempre accade in questi accordi di partenariato, oltre il 70 per cento della contropartita finanziaria sia destinato ad azioni specifiche, mirate a garantire la continuità e la sostenibilità della pesca e a promuovere misure di conservazione, la ricerca scientifica, il controllo e la vigilanza. La Commissione verifica attentamente l’utilizzo di questi fondi, allo scopo di garantire il rispetto degli obiettivi stabiliti nel protocollo. Se l’accordo non ci fosse, noi non potremmo garantire la sostenibilità della pesca anche in futuro e assisteremmo invece ad una liberalizzazione generalizzata della pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, che porterebbe alla distruzione totale delle risorse e al collasso del settore.
E’ importante che gli oppositori al rinnovo dell’accordo si rendano conto delle implicazioni che la loro posizione comporta. Il Commissario Nielson ha detto che ad Abidjan, grazie agli investimenti dell’Unione europea, operano tre impianti di lavorazione e conservazione del tonno. In quella città viene infatti scaricata buona parte del pesce catturato nelle acque dell’Africa occidentale e se, come proposto dai gruppi Verts/ALE ed ELDR, rescindessimo l’accordo, provocheremmo la scomparsa di 5 000 posti di lavoro diretti e di altri 30 000 indiretti, con conseguenze catastrofiche dal punto di vista sociale per la Costa d’Avorio, tali da destabilizzare gravemente il paese facendolo precipitare in nuovi, ulteriori conflitti. Pertanto, lancio un appello ai gruppi Verts/ALE ed ELDR invitandoli a riconsiderare la loro posizione e a ritirare gli emendamenti che hanno presentato, poiché non farebbero altro che aggravare una situazione già di per sé difficile.
Maat (PPE-DE). – (NL) Signor Presidente, come il presidente della commissione per la pesca anch’io mi sento onorato di prendere la parola a quest’ora tarda, e ho anche il privilegio di fare le veci del nostro coordinatore, l’onorevole Varela Suanzes-Carpegna. Mi associo alle parole pronunciate dal presidente della commissione per la pesca, anche in relazione alla complessità del tema che stiamo affrontando. Se si considera la situazione nelle zone costiere colpite da disordini interni e guerre civili, non è del tutto chiaro in quale modo, dopo che quella situazione sarà migliorata, potremo utilizzare la nostra politica per la pesca al fine di migliorare la situazione dell’intero paese. Posto che i fondi investiti negli accordi di pesca sono soldi ben spesi, l’Europa potrebbe svolgere un ruolo più attivo anche a tale riguardo.
A nome del gruppo del Partito popolare europeo (democratico-cristiano) e dei Democratici europei, esprimo il nostro disappunto per gli emendamenti presentati dal gruppo del Partito europeo dei liberali, democratici e riformatori. Avrei preferito una maggiore attenzione per le questioni sociali. Appoggio qualsiasi proposta possa contribuire a migliorare la situazione negli Stati africani in riferimento agli accordi di pesca. E’ però essenziale che tutti gli aspetti siano discussi approfonditamente. Anche su questo punto concordo con il presidente della commissione per la pesca; ho notato peraltro che le sue affermazioni sono ampiamente condivise. Chiedo alla Commissione, da un lato, di compiere un grandissimo sforzo a favore dei paesi africani, definendo anche un accorto piano di spesa per i fondi degli accordi di pesca, ma, dall’altro lato, di prendere in considerazione anche la componente sociale, che noi riteniamo abbia una grandissima importanza. Resto quindi in attesa della risposta della Commissione, nonché di quella del Parlamento.
Miguélez Ramos (PSE). – (ES) Signor Presidente, oggi il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione sul ruolo dell’Unione nella prevenzione dei conflitti in Africa e, in particolare, nell’applicazione dell’accordo Linas-Marcoussis nella Costa d’Avorio. Nella risoluzione il Parlamento si appella a tutte le parti in lotta affinché applichino scrupolosamente il suddetto accordo.
L’Unione europea ha una responsabilità per quanto riguarda la prevenzione dei conflitti; inoltre, le sue diverse politiche mirate a favorire le relazioni commerciali tra l’Europa e i paesi in via di sviluppo rappresentano una forma di prevenzione di questo genere di conflitti. Le relazioni commerciali e umane avvicinano i popoli, contribuiscono al loro sviluppo e allo sviluppo dei rispettivi settori economici. Per tali motivi, il mio gruppo è a favore dell’accordo di pesca, poiché ritiene che gli accordi e le relazioni commerciali tra i popoli promuovano la pace e, nel caso degli accordi di pesca, anche la crescita del settore ittico nei paesi in via di sviluppo.
Appoggiamo pertanto la relazione dell’onorevole Stevenson sulla proroga di un anno del protocollo attualmente in vigore, come pure gli emendamenti approvati dalla commissione per la pesca.
La Costa d’Avorio è un paese in preda alla guerra civile; dobbiamo aiutarlo a riprendere la strada della pace e del progresso economico. Il gruppo del Partito del socialismo europeo ritiene quindi che il messaggio che inviamo a quel paese con la proroga dell’accordo di pesca sia positivo.
La guerra non è un motivo valido per rescindere un accordo di pesca. Se lo facessimo, compiremmo un atto assurdo e aumenteremmo le sofferenze di quel paese; peraltro, seguendo questa stessa logica, dovremmo anche sospendere le importazioni dei suoi prodotti, come caffè, cacao e olio di palma, nonché interrompere lo sfruttamento appena iniziato dei giacimenti petroliferi e non comperare più i diamanti, il manganese, il ferro, il cobalto, la bauxite e il rame che quel paese produce.
Perché si insiste tanto, allora, solo sulla revoca degli accordi commerciali, nonostante essi avvicinino l’Unione europea ai paesi in via di sviluppo e favoriscano le loro esportazioni di prodotti agricoli, ad esempio, ma anche di minerali, petrolio e metano? A dispetto della guerra, l’esecuzione delle quote previste da questo accordo, come nel caso del tonno, è stata soddisfacente e le catture di specie demersali sono in aumento.
Il gruppo socialista crede che l’accordo apporti importanti benefici al porto di Abidjan, che è la più grande base di sbarco e lavorazione del tonno dell’Africa occidentale. Ad Abidjan, il pesce fornisce la materia prima a un’importante industria di lavorazione che rappresenta l’elemento chiave dello sviluppo economico dell’intero paese.
Penso che quello in discussione sia un buon accordo, che dimostra come, nel caso di un paese che deve affrontare gravi difficoltà, un accordo di pesca possa svolgere un ruolo positivo per entrambe le parti contraenti, ovvero sia per l’Unione europea sia per il paese in via di sviluppo che lo ha sottoscritto insieme a noi.
McKenna (Verts/ALE). – (EN) Signor Presidente, è interessante notare quanto sia cambiato, dal punto di vista linguistico, l’atteggiamento dei colleghi parlamentari e della Commissione da quando ho sollevato questo tema per la prima volta. La Commissione ha dichiarato di fronte alla commissione per la pesca: “Non esiste alcuna possibilità di negoziare un nuovo accordo, così ci limiteremo a una proroga di un anno”. I colleghi hanno osservato che lo scopo era quello di permettere ai pescherecci dell’Unione di continuare a pescare nonostante il conflitto in corso.
Ora state cercando di dare l’impressione che la nostra azione mira ad aiutare la popolazione della Costa d’Avorio; la realtà è invece un’altra: mira ad aiutare noi stessi. La Costa d’Avorio si trova di fatto in una situazione di guerra civile e il suo governo non è in grado di garantire i controlli e le ispezioni – che, peraltro, non sono mai state a un livello soddisfacente, neppure in tempi di pace.
In questo momento, dunque, i pescherecci dell’Unione europea possono fare quello che vogliono, senza essere assoggettati ad alcun tipo di controllo. La Commissione ha effettivamente promesso che assumerà un atteggiamento diverso riguardo agli accordi con paesi terzi, il che non fa presagire nulla di buono. A proposito della Costa d’Avorio, la Commissione ha precisato che quel paese si trova in grande difficoltà per quanto concerne il controllo e la sorveglianza delle sue acque territoriali. Lo stato dei controlli è stato definito come molto preoccupante.
La Commissione ha inoltre comunicato di non aver ricevuto alcuna informazione sulle catture effettuate da palangari di superficie e tonniere congelatrici, e ha altresì dichiarato che, stante le attuali disposizioni dei suoi accordi con paesi terzi, compreso quello con la Costa d’Avorio, è impossibile sapere se i fondi destinati alle cosiddette misure specifiche, come ispezioni e applicazione delle norme, siano stati spesi realmente per gli scopi stabiliti.
Abbiamo detto che tali fondi dovrebbero essere iscritti in un bilancio separato. Per quanto riguarda, poi, gli stabilimenti di lavorazione del tonno, proviamo un po’ a vedere dove vanno a finire la maggior parte dei profitti: su questo punto regna la massima ipocrisia. Nella Costa d’Avorio è in atto un conflitto e si ha l’impressione che lo scopo dell’Unione europea sia quello di permettere ai nostri pescherecci di continuare a pescare indisturbati, a dispetto del conflitto.
Questo è il peggior esempio che si sia mai visto di un accordo di pesca. La Commissione deve rispettare gli impegni assunti e mantenere la promessa di adottare un approccio diverso in materia di accordi di pesca qualora ciò sia nell’interesse dei paesi terzi, anziché nell’interesse della sovracapacità di pesca dell’Unione.
Nielson, Commissione. – (EN) Signor Presidente, non condivido l’accusa secondo cui quello con la Costa d’Avorio sarebbe il peggior accordo di pesca che abbiamo mai stipulato; in realtà, purtroppo, esistono molti accordi peggiori di questo. Stiamo procedendo al rinnovo e all’ammodernamento di tali accordi, dando loro maggiore importanza e incentrandoli di più sullo sviluppo sociale. Riconosco comunque che la vecchia generazione di questi accordi merita senz’altro una nota di biasimo. E’ quindi molto importante cambiare la situazione attuale, e lo stiamo facendo paese per paese.
Il conflitto in corso nella Costa d’Avorio non costituisce uno scenario molto favorevole per una rescissione dell’accordo. Dovremmo guardarci bene dal politicizzare la questione usando l’accordo per indurre il governo a impegnarsi a favore della pace e della riconciliazione. E’ molto difficile mettere sotto pressione, in questo modo, l’opposizione.
Per quanto concerne i controlli e la gestione delle risorse marittime, il conflitto in atto non si è esteso al mare e quindi mi pare pretestuoso mettere in rapporto i problemi all’interno del paese con la proroga dell’accordo. In Costa d’Avorio stiamo cercando di fare qualcosa di utile e, nel contempo, stiamo esercitando influenza su tutte le parti coinvolte per arrivare a un compromesso.
Se cominciassimo a politicizzare la nostra azione, lanceremmo un segnale sbagliato agli interessati. Mi permetto dunque di sollecitare il Parlamento a non continuare su questa strada. Va però riconosciuto che l’onorevole McKenna ha sollevato alcuni punti molto importanti. E’ stato avviato un processo che mira a incentrare maggiormente questi accordi di pesca sulla tematica dello sviluppo.