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Resoconto integrale delle discussioni
Lunedì 21 febbraio 2005 - Strasburgo Edizione GU

14. Forum sociale mondiale, Forum economico mondiale
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la dichiarazione della Commissione sul Forum sociale mondiale e sul Forum economico mondiale.

 
  
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  Barroso, Presidente della Commissione. – (EN) Signor Presidente, forse questa sera sto contravvenendo alla direttiva sull’orario di lavoro!

Negli anni a venire la nostra azione comune potrà contribuire a plasmare il mondo in cui viviamo. Abbiamo la straordinaria occasione di far fronte a un fenomeno altrettanto straordinario; governare l’impatto della globalizzazione, in patria e nel mondo, rappresenta una sfida senza precedenti. Se riusciremo nel nostro intento, potremo offrire a miliardi di persone la possibilità di una vita dignitosa, lottando contro la povertà estrema, le malattie e la fame a favore del buon governo, dello sviluppo e dell’inclusione sociale, riuscendo a reperire le strutture e gli strumenti finanziari necessari. Se falliremo, perpetueremo le ingiustizie, le divisioni e l’instabilità. Ecco perché la Commissione ha proposto un programma che è importante sia per l’Europa, sia per i nostri partner in tutto il mondo: esso mira a una più diffusa prosperità, a una più compatta solidarietà e a una maggiore sicurezza.

Dobbiamo garantire una risposta interna ed esterna. All’interno dell’Unione europea dobbiamo stimolare la coesione ed esprimere il massimo potenziale degli allargamenti recenti e futuri. Mediante la nostra agenda sociale dobbiamo continuare a combattere contro l’esclusione sociale e la povertà; dobbiamo consentire a un maggior numero di persone di trovare un lavoro, in un’economia dinamica e in crescita; e dobbiamo cambiare atteggiamento e comportamento, adottando iniziative ambiziose a sostegno dello sviluppo sostenibile. All’esterno dell’Unione dobbiamo perseguire gli obiettivi di sviluppo del Millennio con inventiva ed energia rinnovate. Questo nuovo impulso rappresenta un obiettivo fondamentale nella nostra azione tesa allo sviluppo sostenibile, per garantire un miglior coordinamento delle nostre azioni interne ed esterne.

Come cittadini europei, i nostri valori e le nostre esperienze comuni possono costituire una forza impetuosa che migliorerà la qualità della vita di miliardi di persone in tutto il mondo. Il nostro modello di cooperazione – unico nel suo genere – è fonte di ispirazione per esperienze di cooperazione regionale, come lo sviluppo dell’Unione africana, e ci consente di far udire la nostra voce al momento di riformare le istituzioni internazionali.

La settimana scorsa è entrato in vigore il Protocollo di Kyoto. Esso rappresenta un buon esempio della nostra capacità di conferire una prospettiva europea agli eventi che si verificano a livello globale. Kyoto e gli obiettivi di sviluppo del Millennio mettono anche in evidenza il dilemma che dobbiamo affrontare: dobbiamo agire con efficacia a livello globale, ma dobbiamo anche raccogliere un ampio sostegno per l’azione che proponiamo agli altri paesi e alla società civile.

Questa è la nuova realtà del governo globale che sta prendendo forma; essa è il prodotto dalle nostre riunioni formali che hanno avuto luogo nell’ambito dell’OMC, della Banca mondiale e del G8 e degli incontri più informali tenutisi nel contesto del Forum sociale mondiale o del Forum economico mondiale. Per tale ragione il dibattito odierno mi sembra un fattore positivo.

Sia Porto Alegre che Davos sono i simboli di un effettivo beneficio prodotto dalla globalizzazione: la nostra capacità di impegnarci in un dialogo continuo a livello internazionale per definire il tipo di società che vogliamo. Questa possibilità consente a un numero maggiore di persone di plasmare il futuro. Sebbene tali riunioni non fissino necessariamente un’agenda politica, fanno da cassa di risonanza per gran parte dell’opinione pubblica.

Vorrei soffermarmi su Davos e Porto Alegre. Quest’anno ero presente a Davos e l’anno prossimo spero che la Commissione potrà unirsi alle 150 000 persone che hanno partecipato al Forum sociale mondiale. Fortunatamente, a Davos ho avuto la possibilità di parlare in maniera approfondita di Porto Alegre con il Presidente brasiliano Lula, mio buon amico; nutro profondo rispetto per la sua lungimiranza e per il suo impegno, volti a far funzionare la globalizzazione e a ridurre le sperequazioni sociali. Le nostre discussioni mi hanno dato il senso dell’atmosfera che regnava a Porto Alegre. Sono rimasto colpito soprattutto dal fatto che i programmi di entrambi i consessi tendevano a convergere. Davos non è quindi sinonimo di neoliberismo, come Porto Alegre non può essere concepito come una semplice manifestazione anti-Davos.

Tra le altre questioni, le discussioni si sono incentrate sulla lotta contro la povertà, sulla situazione dell’Africa, sul ruolo del commercio e del dinamismo economico nella diffusione di prosperità e opportunità, sulla necessità di un percorso sostenibile per lo sviluppo globale e sulle sfide poste alla sicurezza globale. Da ciò che ho sentito ho potuto trarre insegnamenti importanti.

In primo luogo non si può negare che, sebbene vi sia convergenza tra i programmi, coloro che hanno partecipato a questi due eventi considerano i problemi che sono stati trattati da due punti di vista diversi. Tuttavia, la partecipazione della società civile è in aumento per quanto riguarda il Forum economico mondiale e lo stesso vale per i partecipanti al Forum sociale mondiale.

Da Davos ho riportato due messaggi importanti: in primo luogo dobbiamo agire insieme per risolvere i problemi globali, dalla povertà e dallo sviluppo ai cambiamenti climatici. Ho constatato con soddisfazione che leader europei come Jacques Chirac, Tony Blair e Gerhard Schröder si sono dimostrati disponibili a fare l’andatura e hanno preso l’iniziativa di proporre alcune idee importanti.

In secondo luogo, dobbiamo ravvivare la fiamma del dinamismo economico per stimolare le riforme in tutto il mondo, non come obiettivo fine a se stesso ma come strumento più valido per offrire a un numero maggiore di persone la possibilità di una vita dignitosa. Possiamo volgere la globalizzazione a nostro vantaggio. La leadership europea deve affrontare le sfide generate dalla globalizzazione.

Infine, l’Europa può fare molto, ma potremo fare ancora di più agendo insieme ad altri partner per raccogliere le sfide globali. Questo è il messaggio che trasmetterò domani al Presidente Gorge Bush.

(FR) Signor Presidente, onorevoli deputati, dobbiamo trovare il modo di rendere fruttuoso l’impegno dei partecipanti al Forum economico mondiale e al Forum sociale mondiale; l’Europa dev’essere un punto di collegamento tra le diverse percezioni delle possibili conseguenze della globalizzazione. A questo proposito, vorrei formulare alcuni elementi di risposta.

Innanzi tutto l’Unione europea è e deve restare un attore ambizioso a livello mondiale; essa costituisce il più grande mercato integrato. Il suo prodotto interno lordo è il più alto al mondo ed essa è il principale attore mondiale nel commercio internazionale. Noi, come Unione europea, siamo al primo posto tra i donatori di aiuti internazionali e, come è stato dimostrato dalla tragedia dello tsunami, siamo pronti a dar prova di solidarietà. Siamo, soprattutto grazie all’euro, un partner chiave in materia di relazioni finanziarie internazionali. Dobbiamo utilizzare la nostra rete di rapporti bilaterali per favorire il progresso, incoraggiare i mutamenti e promuovere il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali.

Inoltre, se riconosciamo di essere un soggetto operante a livello mondiale e di avere l’ambizione di svolgere un ruolo determinante, dobbiamo sostenere un vero multilateralismo. Dobbiamo continuare a promuovere lo sviluppo di un ordine mondiale fondato sulle regole del diritto, ma queste non devono servire unicamente l’interesse dei ricchi paesi occidentali. Dobbiamo dar prova di solidarietà.

Ecco perché esprimiamo il nostro impegno nei confronti delle Nazioni Unite, la nostra determinazione a ricercare soluzioni internazionali creative per migliorare le prospettive dell’Africa – come ho già detto, l’Africa sarà la nostra priorità – e la nostra volontà di favorire la conclusione rapida del ciclo di sviluppo di Doha.

Infine, l’Unione europea deve mobilitare un’ampia gamma di strumenti politici destinati a migliorare la sorte dei nostri vicini nel mondo. Dobbiamo sfruttare al meglio le nuove opportunità che la Costituzione ci offrirà grazie alla creazione della carica di ministro degli Affari esteri e di un servizio europeo per l’azione esterna.

Tuttavia, dobbiamo anche concentrare la nostra attenzione sulle priorità e ottenere risultati concreti. Tali obiettivi si rifletteranno nelle iniziative che adotteremo, come la revisione degli orientamenti dell’Unione europea in materia di sviluppo sostenibile e la preparazione della revisione degli obiettivi di sviluppo del Millennio. Essi costituiscono già parte integrante del partenariato dell’Unione europea per la crescita e l’occupazione, che ho lanciato all’inizio di questo mese.

Mi accingo a concludere; l’Unione europea è un soggetto che opera a livello mondiale. Dobbiamo assumerci tale responsabilità, dobbiamo contribuire attivamente alla definizione del nuovo ordine mondiale e rafforzare un governo internazionale fondato sullo Stato di diritto. L’Europa può offrire un contributo specifico. Dobbiamo rafforzare l’Unione europea quale potenza civile; dobbiamo garantire la diffusione in tutto il mondo di idee quali la pace e la democrazia, e dei principi dell’economia di mercato: i principi delle società aperte. Disponiamo degli strumenti necessari per fare veramente la differenza.

Di conseguenza, l’Unione europea deve rispondere alle speranze riposte in noi dai nostri cittadini come dai nostri partner internazionali sia a Davos, sia a Porto Alegre.

 
  
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  Deva (PPE-DE), a nome del gruppo PPE-DE. – (EN) Signor Presidente, poco fa il Presidente della Commissione è intervenuto brillantemente sulla necessità di collaborare per fare dell’Europa l’entità più competitiva ed economicamente prospera del mondo. Adesso dobbiamo affrontare le sfide lanciate dalla Cina, dall’India, dal Brasile e da altri paesi. Il Presidente ci ha chiamato a raccolta e ci ha chiesto di abbandonare i vecchi modelli per trovarne dei nuovi che ci consentano di competere ad armi pari.

In tale contesto siamo d’accordo sul fatto che il Forum economico mondiale è stato un grande successo, in quanto i rappresentanti di governi, imprese e della società civile di diversi paesi del mondo sono riusciti a concordare una serie coerente di principi d’azione: associare il commercio globale allo sviluppo sostenibile. Molti di questi principi – come le misure concrete volte a liberalizzare il commercio ad accelerare gli aiuti ai paesi poveri – saranno di grande aiuto per conseguire gli obiettivi di sviluppo del Millennio. Colgo l’occasione per congratularmi con tutti coloro che hanno partecipato al Forum economico mondiale.

A questo punto, però, con minore diplomazia del Presidente Barroso, devo esprimere alcune osservazioni anche sul Forum sociale mondiale che, in confronto all’altro, è stato piuttosto deludente. La riduzione della povertà è il principale obiettivo di sviluppo del Millennio e quindi, essendo una delle priorità dei partecipanti al Forum sociale mondiale, ci saremmo aspettati che quest’ultimo fornisse alcune raccomandazioni concrete sul modo di raggiungere tale obiettivo.

Perfino i giornalisti che erano generalmente favorevoli al Forum sociale mondiale hanno dovuto ammettere che, nel timore di snaturare la diversità di opinioni, quest’evento non si è affatto proposto come scopo principale l’elaborazione di un documento unico in cui si proponessero idee concrete; le proposte avanzate contengono anzi varie contraddizioni. Noi, come Parlamento europeo, rispettiamo la diversità e siamo quindi disposti ad ascoltare i pareri degli esperti sociali di ogni parte del mondo, nell’ambito del nostro impegno a conseguire gli obiettivi di sviluppo del Millennio. Logicamente non possiamo fare una cosa e il suo contrario. Credo quindi che il Forum sociale mondiale dovrebbe presentare proposte più uniformi, nella speranza che sia possibile raggiungere tali obiettivi più rapidamente e senza sprecare altro tempo prezioso.

A questo riguardo, sono rimasto deluso anche dal fatto che, come ha rilevato il Presidente della Commissione, benché l’Unione europea sia la maggiore economia al mondo, ci fossero pochissimi rappresentanti del Parlamento europeo al Forum economico mondiale. Coloro che organizzano tali eventi non ritengono che anche i rappresentanti eletti dai cittadini europei siano elementi importanti nel processo decisionale del Forum economico mondiale?

 
  
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  Désir (PSE), a nome del gruppo PSE. – (FR) Signor Presidente, vorrei anzitutto esprimere la mia soddisfazione per il fatto che l’Assemblea, all’indomani del Forum sociale mondiale e del Forum economico mondiale, ospiti questo dibattito con la Commissione rappresentata dal suo Presidente. Credo che in questo modo il Parlamento europeo offra un giusto riconoscimento a quel Forum sociale mondiale che, al momento della sua creazione nel 2001, era stato presentato da molti come uno sterile movimento di contestazione della globalizzazione.

In realtà, i forum sociali e i movimenti che li animano hanno rivoluzionato il dibattito sulla globalizzazione; hanno divulgato numerosi temi e proposte positive che oggi vengono dibattute – con forza sempre maggiore – in tutte le istanze internazionali, fino a raggiungere il Forum economico mondiale di Davos. Penso per esempio all’accesso ai beni pubblici mondiali, alla creazione di imposte mondiali, alla cancellazione del debito o ancora alla riforma delle istituzioni finanziarie internazionali e alla loro necessaria trasparenza.

Uno dei risultati più importanti dei forum sociali è stato, a mio avviso, la capacità di radicare la contestazione della globalizzazione liberale, delle ingiustizie economiche e sociali che essa genera, dei suoi effetti – spesso distruttivi – sull’equilibrio ecologico del pianeta, non nell’illusoria ricerca di soluzioni nazionali o statali, non nel rifiuto dell’idea stessa di globalizzazione, bensì nell’obiettivo di trasformare la globalizzazione, le sue regole e le sue istituzioni, per consentire la nascita di un’altra globalizzazione, una globalizzazione di solidarietà, di conquiste democratiche, di diritti umani; una globalizzazione che garantisca i diritti di tutti i popoli allo sviluppo, alla giustizia, alla pace.

Per l’Unione europea questa nuova società civile globale costituisce un punto d’appoggio, perché le sue aspirazioni si ricongiungono agli obiettivi che la stessa Unione si è posta su scala internazionale. Non basta però compiacersi per il suo avvento; è necessario integrare concretamente, nelle nostre politiche e nelle nostre decisioni, le sue rivendicazioni e le sue aspirazioni. Dobbiamo perciò dimostrare che, come lei ha affermato, l’Europa fa la differenza. Dobbiamo dimostrare – e lo facciamo già in alcuni settori, per esempio con il Protocollo di Kyoto che lei ha ricordato – di essere veramente capaci di trasformare le politiche internazionali.

In campo sociale come in altri campi – quelli di cui stiamo parlando, per esempio – le dichiarazioni d’amore non bastano; servono prove d’amore. Fino ad oggi, ventuno Stati membri non hanno ancora mantenuto l’impegno di portare gli aiuti allo sviluppo allo 0,7 per cento del prodotto interno lordo. Oggi parliamo di imposte mondiali; me ne rallegro, e molti Stati membri hanno firmato la dichiarazione di New York del settembre 2004, ma purtroppo ci trinceriamo dietro il rifiuto di talune nazioni per non prendere alcuna decisione.

Propongo dunque che l’Unione, attraverso la Commissione, aiuti quegli Stati membri che vogliono impegnarsi, se necessario tramite una cooperazione rafforzata, affinché non restino bloccati dalla reticenza di alcuni a realizzare, fin d’ora, un’imposta dedicata al finanziamento internazionale dello sviluppo. Essa potrà servire alla lotta contro l’AIDS, perché un recente documento del Consiglio mostra che, se rimarremo inerti fino al 2010, in cinque dei paesi in via di sviluppo in cui la situazione è più grave, sparirà un quinto della popolazione attiva. Signor Presidente della Commissione, prenda l’iniziativa! Dimostri che l’Europa è davvero capace di passare dalle parole ai fatti.

 
  
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  Koch-Mehrin (ALDE), a nome del gruppo ALDE. – (DE) Onorevoli colleghi, il Forum economico di Davos ha avuto un grandissimo successo. Le élite mondiali della comunità economica, politica e accademica hanno riconosciuto pienamente le loro responsabilità per i problemi che investono il mondo e hanno dichiarato di essere pronte a intervenire. Bono, il leader del gruppo irlandese degli U2, ha reso l’idea in poche parole: se occorrono soldi e aiuto, ha detto, bisogna rivolgersi a coloro che possono prestare aiuti economici e assistenza. L’importanza di Davos risiede proprio nel fatto che riunisce questi interlocutori. Tuttavia non si può dire altrettanto per il Forum sociale, il cui esito, a mio parere, è molto più opinabile.

Forse i detrattori si sono sorpresi nel constatare che i temi principali discussi a Davos sono stati l’Africa, i problemi relativi all’aumento della povertà su scala mondiale, il modo in cui influire sul processo di globalizzazione affinché tutti ne traggano beneficio e come realizzare un commercio mondiale equo. Noi del gruppo ALDE siamo convinti che il libero scambio sia l’aiuto migliore per lo sviluppo. Il libero scambio aiuta i paesi che vogliono svilupparsi e motiva i paesi in via di sviluppo ad accrescere la propria competitività.

L’Unione europea dovrebbe assumere l’iniziativa in quest’ambito. In particolare, dovrebbe inserire il libero scambio nei propri programmi, soprattutto per le aree in cui esistono ancora barriere al commercio, ovvero le aree che rientrano nella politica agricola comune. Noi del gruppo ALDE, inoltre, ci opponiamo fermamente all’introduzione di un’imposta mondiale sulle transazioni finanziarie. Se ci impoveriamo usando questo strumento, non potremo certo aiutare i poveri ad arricchirsi. E’ altresì illusorio credere che la solidarietà possa essere incentivata introducendo nuove imposte, ovvero imponendo nientemeno che una sanzione finanziaria a coloro che in effetti vorrebbero prestare aiuto.

La solidarietà si crea cambiando la mentalità della gente a livello mondiale e, molto semplicemente, attraverso la disponibilità ad adottare altre misure di assistenza. Pertanto approviamo la priorità attribuita alla cancellazione del debito e riteniamo che sia un provvedimento del tutto sensato; crediamo infatti che i paesi che si stanno dirigendo verso la democratizzazione, e che si sono impegnati per instaurare un’economia libera e sostenibile, debbano avere diritto a una piena cancellazione del debito.

Queste forme di aiuto, tuttavia, non avranno alcuna ripercussione a lungo termine, se sono solo gesti sporadici. Per questa ragione desidero ribadire che il libero scambio è ciò di cui hanno più bisogno sia i paesi in via di sviluppo sia i paesi industrializzati; si tratta infatti di uno strumento che ci consentirà di progredire. Se vogliamo rendere più equo il commercio mondiale, il nostro obiettivo supremo deve essere quello di renderlo più libero.

 
  
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  Aubert (Verts/ALE), a nome del gruppo Verts/ALE.(FR) Signor Presidente, inutile dire che non condivido quasi nulla di quanto è stato detto dalla collega intervenuta prima di me e, come molti deputati di questa Assemblea, anch’io ho preso parte al Forum sociale mondiale di Porto Alegre. Adesso non è il caso di fare una gara per vedere chi è più capace di lottare contro la povertà; è invece il momento di guardare in faccia la realtà.

Da una parte, il Forum sociale mondiale ha avuto un enorme successo quest’anno: 155 000 partecipanti da 135 paesi, un risultato notevole; il Forum ha assunto anche un tono nuovo, poiché in effetti su una serie di tematiche – sociali, ambientali, economiche e finanziarie – è fiorita l’attività di molte reti, che hanno lavorato molto seriamente ed in maniera estremamente concreta proprio per definire una serie di proposte che, sebbene ancora in divenire, sono molto reali.

D’altro canto, il Forum sociale mondiale non rappresenta solo le ONG, ma anche i parlamentari – il Forum dei parlamentari – e gli esponenti politici eletti a livello locale, anche quest’anno numerosi, che hanno discusso le politiche dei comuni e delle autorità locali per rispondere alle sfide che ci troviamo davanti. Erano presenti anche moltissimi giovani, molto dinamici, molto entusiasti e molto impegnati; non credo che tale dinamismo e tale vitalità possano essere ignorati.

Il Forum sociale mondiale in realtà ha un duplice scopo. In primo luogo, mira a spiegare che il libero scambio non può costituire una risposta alle ineguaglianze sociali che vanno ampliandosi. Non si aggravano certo a causa di un problema caduto dal cielo, ma perché da anni vengono condotte politiche in materia di aggiustamenti strutturali e di riduzione della spesa pubblica che hanno aggravato le disparità e la povertà, e hanno accentuato il degrado ambientale e del pianeta nel suo complesso.

In secondo luogo, il Forum propone un’alternativa al modello attuale di sviluppo e respinge l’obiettivo del libero scambio mondiale inteso come panacea e soluzione miracolosa per tutti i mali. Palesemente non è così. Tutti gli organismi delle Nazioni Unite indicano un deterioramento generalizzato della situazione attuale.

Infine, a prescindere dal fatto che si tratti di Porto Alegre o di Davos, occorrono fatti concreti. Non dobbiamo più accontentarci delle parole, delle prese di posizione e delle immagini; occorrono impegni precisi e concreti e un piano di lavoro. Signor Presidente della Commissione, ci aspettiamo anche questo da lei: non solo le buone intenzioni e gli obiettivi del Millennio, ma anche proposte estremamente precise dalla Commissione, che insieme al Parlamento condivide il potere di prendere decisioni.

 
  
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  Pflüger (GUE/NGL), a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Innanzitutto devo dire che sono molto lieto che si tenga questo dibattito, perché credo che rivesta la massima urgenza. In Aula sono riecheggiate molte parole vuote, in particolare da parte del Presidente Barroso; devo dire che oggi va di moda usare frasi d’effetto, mentre in realtà si continuano a perseguire le stesse politiche di sempre. Questo genere di comportamento è tipico del Forum economico di Davos, per il quale il noto studioso Elmar Altvater ha coniato una denominazione molto adatta, cui mi rifaccio, definendolo un grande spettacolo, ma purtroppo uno spettacolo assai sterile.

Eppure è interessante osservare che è intervenuto un cambiamento nella terminologia utilizzata al Forum e nei temi che sono stati affrontati. Non sarebbe un’esagerazione affermare che sono sempre più i detrattori del Forum economico a determinarne il programma; essi si sono incontrati al Forum sociale mondiale di Porto Alegre, dove 150 000 persone hanno discusso e protestato contro le politiche neoliberiste e neoimperialiste.

Il movimento del Forum sociale è di fondamentale importanza come opposizione sia alla globalizzazione che alla guerra. Il Forum sociale mondiale è stato teatro di dibattiti molto concreti su temi che hanno spaziato dai diritti umani per tutti – non solo per gli abitanti dei paesi occidentali – fino alla tutela della proprietà pubblica; si sono poi svolti dibattiti di protesta contro i tagli nei servizi sociali, contro la guerra, contro il debito – in particolare sulla possibilità di cancellare il debito dei paesi colpiti dallo tsunami – e contro la povertà. Anche le questioni ambientali hanno avuto un posto di tutto rilievo; personalmente ho preso parte a un forum sulle risorse idriche.

Desidero precisare – ed è un punto che va sottolineato – che le critiche e le proteste dei partecipanti al Forum sociale mondiale non si sono levate solo contro la politica statunitense, ma anche contro le politiche della Commissione e del Consiglio europeo. Seguendo un percorso simile a quello tracciato dagli Stati Uniti – in altri termini seguendo le orme sbagliate – l’Unione europea sta perdendo sempre più credibilità in questi ambienti. I partecipanti al Forum sociale mondiale si sono rifiutati di prendere parte al gioco cui spesso si dedicano il Consiglio, la Commissione e moltissimi deputati di quest’Assemblea: guardare con sospetto agli Stati Uniti, ma esaltarne le politiche. Un’iniziativa come la direttiva Bolkestein può essere un’autentica alternativa alle politiche statunitensi? La risposta è senz’altro negativa, in quanto si tratta pur sempre di un programma neoliberista. Può essere un’autentica alternativa la scelta, sancita nel Trattato costituzionale, delle armi o dell’economia di libero mercato dominata dalla libera concorrenza? Anche in questo caso la risposta è senz’altro negativa.

Presidente Barroso, lei ha affermato che l’Unione europea è protagonista sulla scena mondiale, ma la prima domanda che dobbiamo porci è la seguente: di che tipo di protagonista si tratta? Bisogna affermare chiaramente che il libero scambio non è un metodo infallibile per reagire in maniera appropriata alle politiche perseguite attualmente. Occorre invece optare per la riduzione del debito; bisogna prendere le distanze dalle politiche neoliberiste e liberiste in campo economico, e separare l’intero processo dalla militarizzazione dell’Unione europea.

Vorrei concludere citando una dichiarazione adottata dal Forum, in cui si chiede il ritiro immediato dei militari dall’Iraq e si esprime sostegno per tutti gli sforzi profusi a tal fine: “Sosteniamo gli sforzi dispiegati per mobilitare i soldati, gli obiettori di coscienza e le famiglie dei militari contro la guerra. Sosteniamo la campagna contro il reclutamento e chiediamo che sia concesso asilo politico ai disertori”. Il messaggio non avrebbe potuto essere più chiaro.

 
  
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  Mann, Thomas (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, in un mondo ideale la globalizzazione sarebbe la soluzione perfetta per incrementare la competitività e la crescita e per migliorare le condizioni di vita della gente. Non solo in tempi recenti, però, la realtà si è rivelata ben diversa e quindi acquisiscono una rilevanza ancora maggiore il Forum economico mondiale di Davos e il Forum sociale mondiale di Porto Alegre, che sono chiamati a valutare periodicamente i metodi della globalizzazione e gli effetti che ne scaturiscono. Nel corso del recente Forum sociale mondiale sono state avanzate oltre 350 proposte sulla globalizzazione, anche se spero che saranno ridotte in modo da poter disporre di un numero minore di raccomandazioni, ma dotate di maggiore significato. Se vogliamo che gli interventi siano efficaci, dobbiamo definire i principi con assoluta chiarezza.

Al Forum economico mondiale sono state proposte tre priorità: la riduzione dei gas a effetto serra, l’aumento dei contributi per i paesi più poveri e l’abolizione delle barriere commerciali attraverso l’OMC. In questo elenco non figura la responsabilità sociale delle imprese di cui devono rispondere le aziende stesse. Infatti non conta solo il peso economico delle imprese, ma anche l’estensione delle loro attività sociali. Basti pensare che il fatturato delle principali multinazionali è maggiore del totale dei bilanci dei paesi membri delle Nazioni Unite.

E’ facile dire che se Josef Ackermann, il Presidente dalla Deutsche Bank – un istituto di credito che può senz’altro essere considerato di tutto rilievo sulla scena mondiale – avesse letto questa raccomandazione, non avrebbe annunciato nello stesso momento un utile del 16 per cento sul capitale e il taglio di oltre 6 000 posti di lavoro. Coloro che sono stati colpiti da questa “esternalizzazione intelligente” considerano questo atteggiamento come un misto tra un’ossessiva corsa ai profitti e l’irresponsabilità. L’esternalizzazione intelligente con tutta probabilità diventerà la parola più odiata del 2005.

Passando a una nota più positiva, entrambi i Forum sono importanti piattaforme di ispirazione per il dibattito. Ritengo pertanto che il Presidente del Parlamento europeo e i rappresentanti delle commissioni debbano prendere parte a questo genere di incontri in futuro. Ora più che mai le élite mondiali hanno bisogno dei rappresentanti della gente.

 
  
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  De Rossa (PSE).(EN) Signor Presidente, sono sgomento per il discorso che il Presidente Barroso ha pronunciato alla fine del dibattito sul programma della Presidenza, in particolare quando ha difeso il suo intervento nella politica portoghese. Presidente Barroso, lei non è più un politico portoghese, lei è un politico europeo, scelto dal Parlamento e dal Consiglio per rappresentare l’Europa. Lei non può intervenire sulla scena politica portoghese come se fosse un esponente politico nazionale, non è ammissibile. Se lei non comprenderà questo concetto, indebolirà la Commissione. Criticare questo comportamento non indebolirà la Commissione; i suoi interventi, invece, possono avere effetti deleteri.

Questo commento non è slegato dalla questione di cui stiamo attualmente discutendo in relazione al Forum sociale mondiale. Moltissime persone in tutto il mondo guardano all’Europa come all’unica Istituzione democratica transnazionale in grado di contenere le forze che ai loro occhi stanno distruggendo il mondo. Se lei non comprende il ruolo della Commissione, quale organismo che può trascendere la politica e i partiti nazionali in modo da dare voce alle speranze espresse al Forum sociale mondiale, allora stiamo perdendo il nostro tempo. La prego quindi di tenere presente che lei rappresenta l’Europa, non il Portogallo.

Prendiamo ad esempio la direttiva sui servizi; lei ha dichiarato il suo impegno a favore del modello sociale europeo. Noi crediamo fermamente alle sue dichiarazioni, ma non ci accontenteremo sempre di sole parole. Abbiamo bisogno di esempi concreti del suo impegno. L’unico modo, a mio giudizio, in cui lei può darne prova consiste nell’eliminare il principio del paese d’origine, che pregiudica il modello sociale europeo e compromette la solidarietà e l’approccio comunitario teso a sviluppare il mercato unico europeo.

Sono a favore del mercato unico dei servizi, ma non accetto il principio del “paese d’origine”, che abbasserà il livello dei servizi sociali e minerà la fiducia che milioni di persone al di fuori dell’Europa ripongono in noi, affinché ci assumiamo l’iniziativa di creare un mondo migliore.

 
  
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  Kułakowski (ALDE). (PL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, desidero ringraziare il Presidente Barroso per il discorso che ha tenuto in Parlamento. Senza addentrarmi nei dettagli, desidero affrontare una questione che ritengo molto importante, e che forse è la più significativa a livello politico.

Si sono svolti due Forum: uno economico nella ricca cittadina di Davos e uno sociale nella città di Porto Alegre, afflitta dalla povertà. E’ preoccupante però che al Forum economico non sia stata dedicata sufficiente attenzione alle tematiche sociali e che il Forum “sociale” si stia trasformando in uno strumento per mettere in discussione, o persino per contestare, il Forum economico. Si stanno profilando due approcci nella ricerca di soluzioni per i problemi del mondo moderno; il primo consiste nell’individuare i metodi più opportuni per sviluppare l’economia, il secondo nel riuscire a garantire il conseguimento degli obiettivi sociali, sebbene le due questioni principali siano strettamente legate. E’ infatti altamente fuorviante discutere separatamente delle questioni sociali e di quelle economiche. Ritengo pertanto che in futuro, invece di due iniziative mondiali che rivaleggiano l’una con l’altra, sarebbe meglio avere un unico forum economico-sociale mondiale. In questo ambito l’Unione europea, in particolare il Parlamento e la Commissione, possono svolgere un ruolo molto importante sostenendo tale iniziativa. Grazie per l’attenzione.

 
  
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  Schlyter (Verts/ALE). (SV) Signor Presidente, signor Presidente Barroso, in caso lei dovesse contravvenire alla direttiva sull’orario di lavoro, può consolarsi pensando che, in ogni caso, lo fa con la migliore delle intenzioni: stiamo infatti discutendo della giustizia globale e del ruolo della società civile.

A Porto Alegre ero tra i 155 000 delegati provenienti da 135 paesi. Parallelamente si riunivano a Davos 20 capi di Stato e 70 ministri. A questo punto ci chiediamo se Davos abbia prestato ascolto alle istanze di Porto Alegre. Forse da una teorica prospettiva europea si può credere che il libero scambio, il capitalismo e la liberalizzazione costituiscano la soluzione ai problemi dello sviluppo.

La teoria, però, non combacia con la vita quotidiana di milioni di persone e per noi è giunto il momento di adattare le teorie alla realtà, e non viceversa. E’ ora che il commercio diventi uno strumento al servizio degli esseri umani, e non viceversa. Dobbiamo smetterla di chiedere la liberalizzazione delle risorse idriche e di altri settori sensibili in cambio di un trattamento favorevole per i vari paesi.

Presidente Barroso, quanto incontrerà il Presidente Bush e i capi di governo dell’Unione europea, potrà ricordare loro la promessa, ormai trentennale, di devolvere lo 0,7 per cento agli aiuti. Tra l’altro tali aiuti non sarebbero nemmeno necessari, se una porzione maggiore dei profitti della produzione nei paesi in via di sviluppo rimanesse in tali paesi.

Lei è caldamente invitato a partecipare al prossimo Forum sociale mondiale che si terrà in Africa. Posso prestarle alcuni abiti del commercio equo e solidale, confezionati con materiali ecocompatibili, in modo che un giorno lei possa partecipare al Forum sociale in incognito, come un delegato qualsiasi, per assaporare la vera atmosfera che si respira in occasione di quell’evento senza l’interferenza delle guardie del corpo. Sono proprio quella gioia e quello spirito di cooperazione, senza strutture gerarchiche, condivisi da tutti al Forum sociale mondiale, a offrire speranze per il futuro.

 
  
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  Karas (PPE-DE).(DE) Signor Presidente della Commissione, onorevoli colleghi, è triste rilevare che il primo dibattito di oggi e quello che stiamo tenendo ora sono accomunati dallo scontro invece che dalla cooperazione. Vorrei che il Forum economico mondiale e il Forum sociale mondiale si unissero, consentendoci così di dialogare invece di parlare gli uni degli altri.

Signor Presidente della Commissione, lei ha dichiarato che l’Unione europea è una protagonista della scena mondiale, ma io credo invece che il ruolo di protagonista dobbiamo ancora conquistarlo; per il momento l’UE è un mero contribuente globale. Domani si compirà un passo importante nell’ambito di questo processo, e mi auguro che tutto vada bene. L’Unione europea è necessaria e ha delle responsabilità che condividiamo, pur affidandoci anche agli altri. Siamo sia artefici che spettatori degli eventi. La nostra idea delle libertà fondamentali e dei diritti umani, il nostro rifiuto della pena di morte, del lavoro minorile e di ogni genere di discriminazione, la nostra idea di umanità: questi principi non conoscono confini, né tra paesi né tra continenti, ed è in questo senso che abbiamo delle responsabilità per quanto accade nel resto del mondo.

La risposta alla globalizzazione non deve provenire unicamente dall’Europa; è necessario un dibattito sul modello di ordine mondiale. Abbiamo bisogno di un codice globale di etica e di principi globali di intervento, nonostante la diversità delle culture. Dobbiamo pertanto esprimerci a favore del multilateralismo e sostenere l’iniziativa di un piano Marshall mondiale; inoltre l’Unione europea dovrebbe ospitare una conferenza delle Nazioni Unite, e la nostra Assemblea dovrebbe convocare le chiese di tutto il mondo in un congresso ecumenico internazionale in modo da definire i principi comuni di intervento. Credo che il modello europeo di economia di mercato ecocompatibile possa diventare il segno distintivo dell’Unione europea sulla scena mondiale; in questo modo potremo contribuire a cambiare le regole ingiuste che attualmente disciplinano l’economia su scala globale.

(Applausi)

 
  
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  Ford (PSE).(EN) Signor Presidente, originariamente il Forum sociale mondiale è nato come contraltare al Forum economico mondiale di Davos nell’intento di inserire le tematiche sociali nel programma della globalizzazione. Questa edizione, la quinta, ha riunito oltre 150 000 partecipanti provenienti da 150 paesi e, tra centinaia di incontri, i rappresenti del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale per la prima volta si sono trovati ad affrontare direttamente i loro contestatori.

Queste due istituzioni vengono accusate di imporre un fondamentalismo economico neoconservatore ai paesi più poveri del mondo. Agli aiuti è abbinata anche la pillola velenosa della condizionalità, la quale prevede obbligatoriamente misure che vanno dall’apertura dei mercati alla privatizzazione dei beni statali oltre a rigide politiche monetariste. Questo approccio non ha alcuna attinenza con la realtà. Sfido infatti queste istituzioni a indicare un paese in difficoltà che, attuando l’apertura prescritta, sia riuscito a sviluppare l’economia.

Gli ultimi due casi positivi, che sono stati molto decantati, sono l’India e la Cina; nessuno di questi due paesi, però, ha seguito le prescrizioni che gli erano state imposte. Entrambi hanno protetto le loro giovani industrie in espansione fino a che sono state in grado di accedere al mercato globale. Anche l’India, peraltro, ha il suo lato negativo: l’economia è fiorente, ma la situazione della povertà rimane difficile. Nel 2003 sono stati censiti 11 000 nuovi milionari, mentre la disoccupazione colpiva 8 milioni di persone e 50 milioni vivevano con meno di un dollaro al giorno.

Cosa si deve fare? Nei prossimi dieci anni 45 milioni di bambini moriranno a causa di patologie legate alla povertà, in Africa saranno 12 milioni i bambini che rimarranno orfani a causa dell’AIDS, mentre 100 milioni di minori resteranno totalmente analfabeti. La Banca mondiale asserisce che sta semplicemente seguendo la volontà dei 147 Stati che la compongono – un magistrale espediente verbale. Infatti i paesi africani di certo non si autoimpongono la condizionalità e lo stesso vale anche per i paesi latinoamericani. Sono i paesi industrializzati del G8 che prendono le decisioni, molto spesso a seconda dei loro programmi egoistici.

Eppure, il fatto che il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale stiano tanto discutendo, senza però passare alle azioni concrete, suggerisce che le pressioni esercitate dalla società civile possono avere effetto. La Banca mondiale, infatti, sta includendo i programmi per la riduzione della povertà nei propri progetti ed esprime preoccupazione per paesi come la Tanzania, che spendono di più per ripagare gli interessi sul debito che per la sanità o l’istruzione.

Grazie alla Cina e all’India questi temi possono essere inseriti nell’ordine del giorno e, visto che l’Unione europea detiene più voti degli Stati Uniti in seno al Fondo monetario internazionale, forse è veramente possibile tradurre in pratica lo slogan del Forum sociale mondiale, “Un altro mondo è possibile”, ma solo attraverso la forza di volontà e l’impegno politico. Spetta infatti alle ONG e alla società civile dare il necessario sostegno ai politici dell’Europa.

 
  
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  Maaten (ALDE).(NL) Signor Presidente, a prescindere dal luogo che ha fatto da sfondo all’incontro, le montagne svizzere o la costa brasiliana, sono convinto che tutti i partecipanti alle conferenze di Davos e di Porto Alegre erano accomunati da un unico obiettivo: affrontare il problema della povertà e dello sviluppo economico. E’ quindi particolarmente gratificante constatare che sia a Davos che a Porto Alegre è stata riconosciuta la cruciale importanza del libero scambio. La crescita economica rappresenta la colonna portante dello sviluppo per i paesi poveri, sia in relazione al cambiamento climatico che agli sforzi profusi per garantire un buon livello di istruzione. Di conseguenza, non sottolineerò mai abbastanza la necessità di assicurare la riuscita del prossimo Vertice di Doha, in cui la Commissione e gli Stati membri sono chiamati a svolgere una funzione fondamentale. Se veramente vogliamo aiutare i paesi in via di sviluppo, non dobbiamo chiudere gli occhi dinanzi alle distorsioni esistenti a livello interno. A mio parere, le barriere tariffarie europee sono un esempio di quanto non dovrebbe accadere. Oltre agli aspetti positivi, si devono individuare anche gli aspetti negativi. Trovo infatti alquanto strani gli appelli a favore di un’imposta supplementare sulle transazioni finanziarie internazionali, la famosa tassa Tobin, e di un’imposta supplementare per le multinazionali; non intravedo infatti alcun vantaggio in questi provvedimenti. E’ come mettere il carro davanti ai buoi. Coloro che si battono per un commercio mondiale più libero non dovrebbero parallelamente imporre nuove norme.

Infine, sono sorpreso dalla proposta di cancellare il debito dei paesi in via di sviluppo in maniera incondizionata. Il mio gruppo trova inaccettabile che ciò possa avvenire senza imporre alcuna condizione. I paesi che si adoperano positivamente per perseguire la democrazia e il buon governo hanno diritto a un sostegno, ma la riduzione del debito non deve essere concessa se non si assume alcun impegno a rispettare questi principi. Le priorità liberistiche vertono su un commercio mondiale più libero e pongono l’accento sullo sviluppo economico; in tal modo si contrasta la povertà e, al contempo, si gettano le basi di una rete sociale efficace e sostenibile, riuscendo quindi a perseguire una politica più ecocompatibile. La questione si pone in questi termini: vogliamo abbandonarci a una solidarietà apatica, oppure vogliamo scegliere il dinamismo, l’innovazione e il progresso? Accolgo con gioia il Presidente della Commissione tra i sostenitori della seconda opzione. Presidente Barroso, questo è un ruolo politico e noi vogliamo che lei intervenga a livello politico. Ritengo assolutamente giustificabile la sua posizione nelle elezioni portoghesi, in quanto la sua assenza sarebbe oltretutto stata vista come un incomprensibile rifiuto delle sue radici portoghesi. Il suo coinvolgimento è molto valido, mi dispiace solo che non abbia procurato maggiori vantaggi al suo partito.

 
  
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  Kauppi (PPE-DE).(FI) Signor Presidente, signor Presidente della Commissione, onorevoli colleghi, ho avuto l’onore di prendere parte al Forum economico mondiale nell’ambito del programma “Young Global Leaders”. So che lei, Presidente Barroso, un tempo è stato un “Global Leader of Tomorrow” e ora diversi deputati europei sono coinvolti in questo programma per i giovani.

Il Forum economico mondiale ha mostrato chiaramente che in tutto il mondo le imprese intendono assumersi la responsabilità delle sfide globali che si profilano all’orizzonte. Nel giorno di apertura del Forum si è tenuta una discussione sulla comunità globale interattiva; si è trattato di un seminario in cui, a Davos, 700 rappresentanti con poteri decisionali hanno fissato le priorità relative ai problemi di proporzioni mondiali sulla base dei sondaggi Gallup e hanno discusso le sfide insite in tali problemi.

Considerando l’età, il genere, il luogo di residenza e le diverse professioni dei partecipanti, il risultato è del tutto sbalorditivo. Ad esempio, prendendo la categoria degli uomini tra i 40 e i 60 anni di età, provenienti soprattutto dall’UE e dall’America settentrionale, metà dei quali sono dirigenti d’impresa, quale pensate che siano secondo loro le grandi sfide della globalizzazione? I profitti generati dalle imprese, la flessibilità nell’occupazione, l’aumento del fatturato, o il fenomeno Cina? Niente di tutto ciò. Le sfide principali, secondo questo gruppo, sono l’eliminazione della povertà, una globalizzazione equa e la gestione del cambiamento climatico.

La responsabilità globale ha compiuto un progresso notevole, se adesso gli uomini d’affari sostengono che, per eliminare la povertà, occorre andare al di là del tradizionale modo di pensare, estendere i benefici della globalizzazione alle regioni più povere e creare una leadership globale per contrastare il cambiamento climatico. Vale inoltre la pena di rilevare che esiste un’autentica convergenza tra le opinioni espresse in Europa e in America settentrionale.

Alla fine la globalizzazione non sembra essere il fattore di divisione enunciato dalla sinistra di quest’Aula. In un’ipotetica conferenza di Amici della terra, figurerebbero all’ordine del giorno le stesse tematiche. Il Forum economico mondiale ha inoltre proposto interventi concreti e un calendario atto a rispondere alle sfide. Sono certa che vi sono anche iniziative del Forum sociale mondiale su cui le nostre opinioni convergono. Visto che gli obiettivi sono comuni, sarebbe più sensato perseguirli insieme anziché separatamente. La Commissione gode del nostro pieno sostegno in questo ambito.

 
  
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  Arif (PSE).(FR) Signor Presidente, signor Presidente della Commissione, onorevoli colleghi, alcuni di noi qualche giorno fa erano a Porto Alegre o in qualità di rappresentanti nazionali o in una veste più importante, ritengo, nel quadro del Forum parlamentare mondiale. In primo luogo desidero ringraziare i colleghi che sono stati a Porto Alegre – in particolare l’onorevole Harlem Désir – per il lavoro che da anni svolgono per consentire all’Europa di essere presente a questo grande incontro della società civile.

Molti commentatori e molti protagonisti temevano che il movimento si sarebbe smorzato, ma non è successo. Il movimento alternativo mondiale è stato in grado di riorientare la propria azione e di definire un nuovo metodo organizzativo che ha permesso a questo Forum sociale mondiale di non essere più solo un luogo di rivendicazioni, ma anche un luogo di proposte. D’altro canto, il fatto che il Forum economico di Davos si sia fatto carico di alcuni temi, indicati nei forum sociali mondiali, è la dimostrazione che le questioni emerse in tale sede ci fanno riflettere sul mondo che vogliamo.

Tuttavia, né il Forum sociale mondiale né il Forum economico di Davos sono gli interlocutori politici che da soli possono trasformare le rivendicazioni in decisioni politiche. Per tale ragione un’Istituzione quale il Parlamento europeo deve svolgere una funzione incisiva di collegamento e di sostegno per una serie di questioni, come la cancellazione del debito dei paesi poveri, l’aumento e il miglioramento degli aiuti pubblici allo sviluppo, l’introduzione di un’imposta mondiale, la riforma delle norme sul commercio internazionale, la lotta contro l’evasione fiscale e i paradisi fiscali, la difesa dei servizi pubblici.

Alcuni capi di Stato e di governo hanno già avviato iniziative. Altre proposte dovranno essere avanzate al G8. Siamo nel 2005, e quest’anno effettueremo una valutazione intermedia del conseguimento degli obiettivi del Millennio fissati dalle Nazioni Unite; oggi tutte queste misure appaiono positive, purché non rimangano promesse vacue. Ecco perché quest’anno oltre 100 organizzazioni, ONG, associazioni e sindacati lanceranno una campagna di mobilitazione e di consultazione a livello mondiale ed europeo. Tale campagna riguarderà soprattutto i temi del commercio e della povertà, e una delle prime tra le sue numerose iniziative sarà una settimana di azione mondiale per un commercio più equo, nel prossimo aprile.

Considerando l’andamento attuale, sappiamo già che gli obiettivi del Millennio non saranno realizzati. Spetta quindi a noi fare in modo che le promesse fatte molto tempo fa ormai da più parti siano mantenute, sostenendo queste iniziative e la campagna mondiale contro la povertà per affermare e dimostrare la nostra volontà di conseguire una distribuzione più equa della ricchezza in un mondo democratico e pacifico. In passato la politica ha deluso la gente e potrebbe deluderla ancora, ma in nessun caso dobbiamo accantonare l’idea che, attraverso la politica, si deve lottare per un mondo più giusto, traducendo questo ideale in atti concreti.

 
  
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  Barroso, Presidente della Commissione. (PT) Signor Presidente, il dibattito è stato molto interessante e si è svolto su tematiche importanti per il nostro futuro comune. I vostri interventi, onorevoli deputati, hanno confermato la ricchezza del dibattito, rivelando l’ampio ventaglio di opinioni che esiste sul tema della globalizzazione.

A questo punto desidero porre in evidenza un punto che credo sia stato sollevato anche nell’intervento dell’onorevole Désir in merito al grado di convergenza che, nonostante tutto, si sta profilando sulla globalizzazione. In un primo momento sembrava che ci fossero due posizioni estreme: una che vedeva solo il lato negativo della globalizzazione e l’altra, inizialmente espressa a Porto Alegre, che consisteva in una sorta di rifiuto complessivo della globalizzazione.

Oggi possiamo chiaramente constatare che al Forum di Davos si stanno compiendo degli sforzi verso la responsabilità delle imprese e sta acquisendo sempre più importanza il programma di un governo, o governance, mondiale. E’ inoltre emersa una certa apertura verso alcune delle preoccupazioni espresse da moltissime organizzazioni non governative e da molti dei protagonisti del movimento che all’inizio si era persino posto come movimento contro la globalizzazione.

Molti di coloro che originariamente facevano parte del movimento contro la globalizzazione hanno presto compreso che il fenomeno era ineluttabile. Oggi la globalizzazione non è il frutto di decisioni adottate da un determinato paese, o da un gruppo di paesi, non è nemmeno una cospirazione ordita da un gruppo di imprese. Oggi la globalizzazione si ricollega molto di più alle tendenze degli scambi internazionali e, in particolare, alla rivoluzione tecnologica che nessun governo può veramente controllare. Di conseguenza, anziché limitarsi a protestare contro la globalizzazione, molti degli esponenti di spicco di questo movimento hanno scelto – giustamente, a mio giudizio – di individuare una forma alternativa di globalizzazione, cercando di incorporarvi alcune delle loro preoccupazioni. Questa è anche la nostra posizione, e ne sono lieto, in quanto possiamo così trarre insegnamento sia da Davos che da Porto Alegre, sebbene non tutte le proposte avanzate nell’una o nell’altra sede siano degne di attenzione. Possiamo però trarre insegnamento da entrambi i processi.

Per quanto concerne l’Europa e la Commissione, cosa posso dirvi? A mio avviso, dobbiamo lavorare su questioni concrete sia da una prospettiva interna che da una prospettiva esterna. Da un punto di vista interno dobbiamo chiederci se siamo favorevoli o meno alla coesione. Io e la Commissione sosteniamo la coesione – economica, sociale e territoriale – e quindi oggi faccio appello a voi, onorevoli deputati, chiedendo il vostro aiuto affinché la Commissione possa assicurare che anche tutti i governi europei si adoperino per la coesione e siano pronti a offrire un contributo, ad esempio attraverso la prospettiva finanziaria in via di discussione, in quanto la povertà non riguarda solo i paesi dell’emisfero meridionale, ma colpisce anche l’Europa. Ora in Europa le disparità sono più che mai esasperate, specialmente dopo l’allargamento. Occorrono programmi più avanzati per contrastare l’emarginazione sociale. Pertanto, se vogliamo condurre una discussione coerente sulla coesione, dobbiamo cominciare cercando di metterla in pratica – sul piano economico, sociale e territoriale – qui in Europa. Tale iniziativa rientra nell’approccio rapido che è vitale per l’Unione.

Passando alla prospettiva esterna, come possono agire la Commissione e l’Unione europea sulla scena internazionale? In questo contesto sono due i settori che non devono essere visti come incompatibili o contraddittori: il commercio internazionale e gli aiuti allo sviluppo. Sono state formulate delle critiche contro gli scambi internazionali, in quanto il commercio internazionale sarebbe visto come l’incarnazione del modello neoliberista. Desidero ribadire che, nei colloqui che ho avuto con i leader dei paesi in via di sviluppo, la principale richiesta che quasi tutti hanno avanzato riguarda il settore del commercio: vogliono un maggiore accesso ai mercati dei paesi più sviluppati e quindi dobbiamo aiutare questi paesi anche in relazione al commercio. Di conseguenza, non si può affermare che il commercio e gli aiuti si escludono a vicenda; mi sembra evidente che possiamo e dobbiamo fare di più per i paesi in via di sviluppo in entrambi i settori. Però possiamo anche chiedere di più; dal momento che l’Unione europea e gli Stati membri stanziano aiuti cospicui – a livello mondiale l’UE è al primo posto tra i donatori di aiuti allo sviluppo – abbiamo anche il diritto di esigere il buon governo in questi paesi, e vogliamo sapere se il denaro stanziato viene usato in maniera adeguata e trasparente e se, effettivamente, sono in atto le riforme volte a integrare tali paesi nel commercio mondiale. Anche questa è una responsabilità condivisa.

La Commissione, però, vuole andare oltre. Vogliamo contribuire in maniera più sostanziale al conseguimento degli obiettivi del Millennio. Vista la situazione attuale, l’unico limite è costituito dalle risorse disponibili. Pertanto intendiamo continuare a lavorare con gli Stati membri e con il Parlamento per fissare un programma più ambizioso nel settore degli aiuti allo sviluppo, in particolare collocando l’Africa al vertice delle nostre priorità; infatti quel continente è afflitto da problemi strutturali che altre regioni, per certi versi, hanno già superato proprio grazie alla maggiore integrazione conseguita nel commercio internazionale. Desidero assicurarvi che la Commissione ed io siamo fautori di un atteggiamento più deciso e più impegnato verso gli obiettivi di un mondo globale, un mondo più giusto in cui l’Unione europea deve svolgere un ruolo di primo piano per favorire una gestione più responsabile delle risorse del nostro pianeta e per creare una società più giusta su scala mondiale.

Questi sono i nostri valori e siamo pronti a lottare per difenderli.

 
  
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  Presidente. Comunico di aver ricevuto, a conclusione della discussione, sei proposte di risoluzione ai sensi dell’articolo 103 del Regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì, alle 12.00.

 
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