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Martedì 7 giugno 2005 - Strasburgo Edizione GU

27. Tutela delle minoranze e politiche contro la discriminazione in un’Europa allargata
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0140/2005), presentata dall’onorevole Moraes a nome della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sulla protezione delle minoranze e le politiche contro la discriminazione nell’Europa allargata.

 
  
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  Claude Moraes (PSE), relatore.(EN) Signor Presidente, la presente relazione sulla protezione delle minoranze e le politiche contro la discriminazione nell’Europa allargata ha una vastissima portata. Dal titolo, i colleghi parlamentari hanno potuto rendersi conto quasi immediatamente che, in sede di commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, abbiamo affrontato due tematiche molto ampie.

Innanzi tutto, ci siamo occupati di definire in maniera più estesa e approfondita cosa significhi essere una minoranza nell’Unione europea allargata, ma ci siamo dedicati anche a questioni rimaste in sospeso, esaminando la risposta al Libro verde sull’antidiscriminazione. Entrambe le aree sono molto vaste e probabilmente avremmo dovuto redigere una relazione per ciascuna di esse, ma abbiamo cercato di riunirle in un unico testo e mi auguro di avere affrontato i punti fondamentali, per quanto ostici possano essere stati.

Poiché si è trattato di un testo di difficile elaborazione, desidero ringraziare subito i relatori ombra e gli altri colleghi presenti in Aula oggi per gli sforzi profusi al fine di realizzarne gli obiettivi. E’ stato un compito arduo e restano ancora un paio di questioni da dirimere prima del voto di domani.

Permettetemi però di tornare alla sostanza della relazione. Mi sta particolarmente a cuore assicurare che vi sia una definizione del significato di minoranza nella nuova Unione europea allargata. Sappiamo che la protezione delle minoranze figurava tra i criteri di Copenaghen per l’allargamento dell’Unione europea, ma al contempo ci siamo resi conto che non esisteva un vero e proprio standard per i diritti delle stesse nell’UE e nelle politiche comunitarie. Pertanto, alla luce di tale lacuna, volevamo fare in modo che questo testo, cercando di fornire la suddetta definizione, costituisse almeno un passo avanti in tal senso.

Si tratta di una definizione molto ampia, che comprende tutte quelle tradizionalmente contemplate negli esistenti 15 Stati membri dall’articolo 13 del Trattato, relativo alle minoranze che vengono discriminate per motivi di handicap, età, religione, tendenze sessuali, razza e origine etnica. Nell’Unione europea allargata, però, dobbiamo anche capire che esistono minoranze tradizionali: minoranze linguistiche e minoranze nazionali.

E’ inoltre importante comprendere la natura mutevole dell’Unione europea. Da un dibattito svoltosi di recente in quest’Aula è emerso che i rom costituiscono probabilmente la più vasta minoranza dell’Unione europea e che occorre fornire una risposta rapida e profonda ai problemi con cui essi sono confrontati.

La relazione cerca pertanto di affrontare due questioni. Mi soffermerò su ciascuna di esse. Innanzi tutto, la risposta al Libro Verde e all’articolo 13. Nella mia relazione rilevo che l’attuazione e il recepimento delle direttive esistenti, proposte dalla Commissione e approvate dal Parlamento europeo, e il rafforzamento della legislazione relativa alle discriminazioni fondate sugli handicap, l’età, la religione, le tendenze sessuali, la razza o l’origine etnica sono stati caratterizzati da un’eccessiva lentezza. Troppi Stati membri non hanno applicato le direttive esistenti e, sebbene la legislazione sia ottima e alcuni di essi l’abbiano recepita, nell’Unione europea si registra un’insufficiente volontà a trasporre le disposizioni esistenti. Mi auguro che questa relazione permetta di compiere un altro passo avanti con la Commissione – e so che l’Esecutivo ha realizzato enormi progressi a tale proposito imponendo agli Stati membri di rendere conto del loro operato, ma spero che essi riescano a capire da soli i vantaggi che la trasposizione di questa normativa comporta.

Le misure basate sull’articolo 13, la direttiva sull’uguaglianza razziale e la direttiva sull’occupazione sono importanti perché, così come si applicano ai migranti delle minoranze etniche di seconda o terza generazione nel Regno Unito, in Francia e in Italia, possono valere anche per la minoranza rom. Il bello di questa legislazione è proprio questo: è facile da trasporre. Per attuarla, però, occorre la volontà politica degli Stati membri.

Riguardo alla definizione di minoranze, dobbiamo considerare seriamente la questione delle minoranze tradizionali, nazionali e linguistiche. Dobbiamo capire che nell’Unione europea vi sono molte persone che vogliono proteggere la loro diversità, ma si rendono conto di essere una minoranza e, di conseguenza, si sentono vulnerabili. Questa relazione cerca di prendere in considerazione queste categorie, non per imporre soluzioni agli Stati membri, ma per definire un criterio a livello di Unione europea che affermi che, nel caso in cui un individuo appartenga a una minoranza, costui è anche un cittadino dell’Unione europea degno di rispetto e di mantenere le proprie tradizioni culturali, la propria lingua o qualunque altra cosa.

Infine vorrei dire che si è trattato di una relazione difficile, ma dobbiamo capire che il trattamento che uno Stato membro riserva alle proprie minoranze è indice dell’effettivo progresso di quel determinato Stato. Questa è una prova molto importante. Lo abbiamo rilevato nei criteri di Copenaghen e dovremmo rilevarlo anche oggi: uno Stato membro può essere giudicato dal modo in cui protegge le sue minoranze, dal modo in cui protegge la diversità all’interno della sua popolazione. L’Unione europea dispone già di una legislazione a tal fine. Dobbiamo utilizzarla, ed elaborare una definizione di minoranza che possa essere accettata da tutti. In questa relazione le difficoltà non sono mancate, ma mi auguro che la definizione cui siamo giunti possa essere ampiamente accettata da tutti i deputati dell’Assemblea.

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione.(CS) Signor Presidente, onorevoli deputati, vorrei innanzi tutto ringraziare l’onorevole Moraes per l’ottima relazione e la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni e la commissione per l’occupazione per i loro inestimabili contributi.

La promozione dei diritti fondamentali e la lotta contro la discriminazione e per le pari opportunità rappresentano una priorità per la Commissione europea. Il Presidente della Commissione Barroso ha istituito, di sua iniziativa, un gruppo di Commissari incaricato di elaborare l’agenda politica dell’Unione europea in questi settori. La sua relazione, onorevole Moraes, ha richiamato la nostra attenzione sulla necessità di intraprendere ulteriori azioni per risolvere i problemi di discriminazione e sulla situazione in cui versano le minoranze nell’Unione europea. La Commissione condivide molti dei timori menzionati dall’onorevole Moraes e da altri deputati al Parlamento europeo.

Oggi le normative dell’Unione europea contro la discriminazione sono tra le più avanzate al mondo. Nel 2000 sono state adottate due importanti direttive che vietano la discriminazione fondata sulla razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, l’età, gli handicap e le tendenze sessuali. Tali direttive estendono l’ampia serie di normative comunitarie all’area della discriminazione fondata sul genere.

Come correttamente ha rilevato nella sua relazione, il nostro compito principale consisterà ora nel garantire l’efficace funzionamento di questi regolamenti nell’intera Europa allargata, ossia nel fare in modo che il processo di applicazione delle normative venga concluso a livello nazionale. Alcuni Stati membri, tuttavia, non hanno rispettato le scadenze stabilite. La Commissione prende molto sul serio il suo ruolo di custode dei Trattati in questo settore, e in diverse occasioni ha avviato azioni contro gli Stati membri che non hanno assolto i propri obblighi.

Analogamente, dobbiamo fare in modo che le persone siano consapevoli dei loro diritti e che siano in grado di trarne pieno beneficio. L’attività di sensibilizzazione è una priorità per la Commissione, e pertanto proponiamo che l’Unione europea designi il 2007 come Anno europeo delle pari opportunità per tutti. Questo anno europeo costituirà un’importante occasione per mobilitare tutti i partecipanti e per evidenziare i vantaggi che la diversità europea può apportare all’economia e alla società nel suo complesso. Mi auguro che potremo contare sul sostegno del Parlamento europeo per questa proposta e sulla vostra attiva partecipazione a questo anno europeo.

Nel 2004 la Commissione europea ha svolto un’ampia consultazione pubblica sul Libro verde sull’uguaglianza e la non discriminazione nell’Unione europea allargata. Abbiamo ricevuto oltre 1 500 risposte da parte di organi nazionali, organizzazioni che si occupano di uguaglianza, organizzazioni non governative, parti sociali e dal pubblico generale. Siamo molto soddisfatti di poter prendere in considerazione le opinioni e le reazioni del Parlamento europeo relativamente alle questioni affrontate nel Libro verde.

Per quanto riguarda il Libro verde, la Commissione ha adottato una comunicazione sulla non discriminazione e sulla parità di diritti per tutti. Questa comunicazione descrive una strategia quadro per le future attività che dovranno essere svolte in quest’area. Tale strategia va ben oltre la mera protezione dei diritti delle persone, ed esamina il modo in cui l’Unione europea può promuovere valide misure a sostegno dell’integrazione dei gruppi sociali la cui partecipazione alla società è ostacolata da notevoli impedimenti strutturali.

La Commissione valuterà anche il potenziale impatto e la fattibilità di nuove misure volte a integrare le attuali normative dell’Unione europea per la lotta alla discriminazione. Questo studio terrà conto dei rispettivi benefici delle misure legislative e non legislative e dei costi e dei benefici delle varie politiche alternative, nonché della necessità di fare in modo che non si apra una discussione sul quadro giuridico in vigore, che potrebbe indebolire l’attuale livello di protezione contro la discriminazione.

La Commissione è preoccupata in particolar modo per l’eccezionale gravità della situazione relativa all’esclusione e alla discriminazione delle comunità rom in tutta l’Unione europea, nonché nei paesi candidati e in quelli di recente adesione. L’Unione europea sta ora cercando di risolvere questi problemi, ricorrendo ad esempio alla propria legislazione sull’antidiscriminazione e all’uso mirato delle risorse finanziarie a sua disposizione. Questo, tuttavia, è un ambito in cui l’Unione non può agire da sola. E’ necessario uno sforzo congiunto da parte delle organizzazioni internazionali, degli organi nazionali degli Stati membri e dei rappresentanti dei gruppi dei cittadini. Tuttavia, convengo che dovremmo valutare il modo più efficace di utilizzare le politiche e i programmi politici dell’Unione per sostenere l’inclusione dei rom.

Come ha ribadito il Presidente Barroso, un gruppo di Commissari incaricato di occuparsi di diritti fondamentali, antidiscriminazione e pari opportunità esaminerà la questione in una prossima riunione.

 
  
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  Maria Matsouka (PSE), relatore per parere della commissione per l’occupazione e gli affari sociali.(EL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei innanzi tutto congratularmi con l’amico Claude Moraes per il suo audace approccio alla questione della discriminazione.

Come relatrice per parere della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, sarei lieta se oggi potessimo parlare di sviluppo, cooperazione, solidarietà, tolleranza e di una distribuzione equa e razionale della ricchezza generata.

Purtroppo, però, tutto questo ha più la parvenza di un approccio teorico alla realtà che, in ogni sua espressione, svela in maniera preoccupante sempre più forme di discriminazione. La realizzazione dell’ideale in cui crediamo trova un forte avversario ovunque.

La causa determinante dell’esasperazione delle disparità economiche è proprio la liberalizzazione economica, che promuove l’attività individuale a discapito della collettività sociale. Ed è proprio la liberalizzazione economica il principale fattore che rafforza le tendenze xenofobe, che stravolge le relazioni industriali e crea nuovi eserciti di disoccupati, che rinvigorisce una particolare forma di razzismo sociale contro gli anziani e i disabili. Quindi è la liberalizzazione economica a essere il più importante alleato della discriminazione, e la lotta contro di essa deve essere posta al centro della nostra pratica politica.

E’ inoltre evidente che dietro il recente rifiuto espresso da francesi e olandesi nei confronti del progetto di Trattato costituzionale si celano cause che sono strettamente correlate ad alcune delle attuali forme di discriminazione sociale, quali la disoccupazione, la povertà e l’ansia per il futuro dello Stato sociale.

In conclusione, al di là dei testi teorici, dobbiamo passare ai fatti concreti, alla pratica. Dobbiamo dare alle prossime generazioni una società in cui il colore della pelle, la religione, il genere, l’origine o le preferenze sessuali non siano motivo di discriminazione. Dobbiamo lottare per un’Europa sociale che metta al primo posto le persone, un’Europa della partecipazione che investa nell’istruzione, nella piena occupazione, nella qualità della vita e nell’eliminazione della povertà. Lo dobbiamo ai bambini del mondo intero.

 
  
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  Edit Bauer, a nome del gruppo PPE-DE. – (HU) In questo caso il lavoro del relatore è stato pionieristico e di ciò lo ringrazio. E’ vero che molte relazioni si occupano di antidiscriminazione, ma questa ha compiuto un ulteriore passo avanti rispetto alle precedenti. Per proteggere le minoranze non basta limitarsi a proibire la discriminazione, occorre che il pensiero politico si concentri maggiormente sulla creazione di pari opportunità. Tuttavia, se si considerano insieme i due aspetti, emergono diversi problemi, e per questo la relazione ha inevitabilmente finito per essere lunga; la questione è complessa e di conseguenza il testo esamina tutta una serie di nuove implicazioni.

La relazione si concentra innanzi tutto sulla protezione delle minoranze. Giacché i diritti delle minoranze costituiscono parte integrante dei diritti umani, e questi ultimi figurano tra gli indiscutibili valori fondamentali della regione europea, è indubbio che la questione in esame sia innegabilmente importante e inevitabile. In un’Europa in fase di allargamento, è più che logico che emerga la questione della duplicità di criteri riguardo a un problema come questo. Se da un lato i criteri di Copenaghen hanno chiaramente definito le aspettative dell’Unione europea in merito alla protezione delle minoranze, dall’altro finora gli Stati membri non sono stati obbligati ad adeguare di conseguenza la loro politica sulle minoranze. Nei nuovi Stati membri, che prima dell’adesione hanno allineato la loro politica sulle minoranze a quella dell’Europa, vi è il rischio che una recrudescenza del nazionalismo possa non solo arrestare questo processo, ma anche provocare un aumento degli atti di intolleranza contro le minoranze. Ecco perché è davvero necessario istituire un sistema di controllo.

I problemi specifici emersi durante la stesura della relazione – problemi relativi alla variegata situazione delle diverse minoranze, da un lato, e al carattere universale dei diritti umani, dall’altro – hanno dimostrato chiaramente che, all’interno dell’Unione, occorre proprio una politica come questa. Sostengo fermamente il paragrafo della relazione in cui si sottolinea che questa politica deve essere basata sui fondamentali principi europei della sussidiarietà e dell’autogoverno.

 
  
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  Martine Roure, a nome del gruppo PSE.(FR) Signor Presidente, una delle principali aspettative dei cittadini dell’Unione europea è una migliore protezione dei loro diritti. Per la verità sappiamo tutti che il diritto di parlare e scrivere liberamente, di eleggere i propri rappresentanti e di vivere nel modo prescelto non ha alcun senso per coloro che, nella vita di ogni giorno, sono privi dei mezzi materiali di cui dovrebbero disporre a garanzia della loro dignità.

L’inclusione della Carta dei diritti fondamentali nel Trattato costituzionale costituisce un notevole passo avanti per i cittadini europei. Dimostra che la protezione dei diritti dei cittadini è al centro dell’integrazione europea e l’articolo 1 ribadisce la primaria importanza della dignità umana. In questo modo la Carta assume anche un concreto significato giuridico. Speriamo che sia così.

La relazione del collega Moraes rileva l’importanza dei diritti fondamentali e, in particolare, della protezione delle minoranze in un’Europa allargata. Purtroppo constatiamo che l’articolo 13, che affida alla Comunità il compito di combattere tutte le forme di discriminazione, e i provvedimenti europei in materia sono stati scarsamente o parzialmente applicati dagli Stati membri. Innanzi tutto, dunque, è assolutamente necessario garantire un migliore recepimento, una migliore applicazione della legislazione europea in quest’ambito. Riteniamo anche che un’efficace lotta alla discriminazione vada di pari passo con una politica europea comune coerente in materia di integrazione.

Infine, la povertà e l’esclusione sociale sono una forma di discriminazione e l’eradicazione della povertà deve fare parte della politica di lotta alla discriminazione. Dobbiamo attuare meccanismi che consentano a chi è vittima dell’esclusione e della povertà di avere un accesso adeguato all’occupazione e all’alloggio, e che garantiscano la rappresentanza di queste persone in seno agli organi politici.

 
  
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  Sophia in ’t Veld, a nome del gruppo ALDE.(EN) Signor Presidente, desidero congratularmi con il relatore per l’enorme e talvolta esasperante lavoro che ha svolto. Si è occupato di questioni molto interessanti. Con l’Unione europea allargata stiamo assistendo al sorgere di problematiche assolutamente nuove. Personalmente mi sono resa conto che, se gli Stati Uniti sono un crogiolo di razze, l’Unione europea è un ricchissimo, colorito e magnifico mosaico di diversità. Questa è una caratteristica che va apprezzata e di cui bisogna andare fieri. Abbiamo compiuto i primi passi lungo la strada di un’importantissima discussione.

L’Unione europea deve rispettare i diritti delle minoranze, ma non dobbiamo dimenticare che, in ultima analisi, ogni cittadino è anche un individuo e, di conseguenza, ogni cittadino deve godere dei medesimi diritti; in secondo luogo, l’Unione europea deve rispettare l’identità culturale delle minoranze e, al contempo, dobbiamo fare in modo che questo non pregiudichi la piena integrazione e partecipazione alla comunità.

Riguardo alla questione della non discriminazione, purtroppo dopo tanti anni è ancora necessario tenere questo dibattito. Come ha già detto il precedente oratore, vi sono ancora molti gruppi, come le donne, che devono fare i conti con la discriminazione e che rimangono indietro.

Vorrei soffermarmi in particolar modo su un paragrafo che ha suscitato qualche preoccupazione: il paragrafo sui diritti degli omosessuali. Su questo punto dobbiamo essere onesti con noi stessi. I diritti fondamentali valgono per tutti i cittadini, non solo per alcuni gruppi. Se vogliamo davvero attenerci alla Carta dei diritti fondamentali, che afferma che non devono esistere discriminazioni fondate sulle tendenze sessuali, domani non possiamo assolutamente votare a favore dell’emendamento volto a rimuovere il paragrafo sull’omofobia e sugli ostacoli alla libera circolazione.

Stamani abbiamo parlato di terrorismo e del giusto equilibrio che deve esistere con i diritti fondamentali. Pertanto spero che domani l’Assemblea accorderà il proprio incondizionato sostegno a questa relazione.

 
  
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  Tatjana Ždanoka, a nome del gruppo Verts/ALE. – (EN) Oggi, quando la crisi del processo d’integrazione europea è ormai evidente, vorrei citare le seguenti parole di Yehudi Menuhin: “O l’Europa diventerà un’Europa delle culture oppure morirà”. Quest’affermazione risale al gennaio 1999 e fu pronunciata in occasione dell’apertura di una mostra dedicata alle minoranze europee. Tutti noi attraversiamo regolarmente la stanza in cui si tenne questa mostra e che ora reca il suo nome.

Oggi discutiamo e domani voteremo la relazione sulla protezione delle minoranze e le politiche contro la discriminazione, che è assolutamente fondamentale per il futuro dell’Unione. Questa relazione, nella forma in cui è stata adottata dalla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, è un ottimo testo che dimostra un’effettiva capacità di sviluppare l’Unione come un’area in cui i diritti fondamentali, compresi quelli delle minoranze, vengono realmente protetti. Ciononostante, questa relazione è stata sostenuta da poco più della metà dei membri della commissione. Sembra inoltre che l’intero Parlamento sia dominato dalla stessa divergenza di opinioni.

A cosa si deve questa situazione? Forse il motivo è che molti di noi hanno un parere diverso sui diritti delle minoranze o per la verità non ne hanno alcuno. Sorprendentemente, riusciamo a raggiungere un consenso su diverse risoluzioni che indicano a chi si trova al di fuori dell’UE come rispettare i diritti umani e sviluppare la democrazia, ma non siamo disposti a sostenere il testo in cui si afferma che tali diritti devono essere rispettati all’interno dell’Unione.

Perché restiamo in silenzio quando gli Stati membri ignorano lo spirito dei trattati internazionali che tutelano i diritti umani, quali ad esempio la Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali?

Credo che domani la maggioranza del Parlamento appoggerà il testo così com’è stato approvato dalla commissione, sostenendo quindi l’Europa delle culture.

 
  
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  Giusto Catania, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signor Presidente, onorevoli colleghi voglio ringraziare il collega Moraes per il buon lavoro nella preparazione di questo testo, perché in Europa abbiamo concretamente bisogno di proteggere le minoranze e di produrre iniziative attive contro le discriminazioni. Presumo che proprio in queste ore tutti i colleghi siano stati oggetto di vere e proprie azioni di lobby da parte di cittadini dell’Unione europea, che ci chiedevano addirittura di sopprimere alcuni paragrafi della relazione Moraes.

Ci diciamo spesso difensori delle minoranze, salvo poi dimostrare tanta ipocrisia quando si tratta di libertà religiosa o di riconoscimento della libera circolazione e dei matrimoni omosessuali. Alcuni temi sono tabù: è per esempio notizia di oggi che addirittura a Catania, città civile dell’Italia, è stata negata la patente a un cittadino italiano perché omosessuale. Credo che questo fatto la dica lunga anche sul livello di garanzia che dobbiamo attivare contro le discriminazione e che sia anche utile avviare un’iniziativa volta ad assicurare che, nei confronti delle minoranze, sia garantita una vera e propria azione di cittadinanza e non solo di tolleranza.

 
  
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  Johannes Blokland, a nome del gruppo IND/DEM.(NL) Signor Presidente, a suo tempo non ero favorevole all’inclusione dell’articolo 13 nel Trattato CE, non perché accettassi la discriminazione – anzi – ma perché non è auspicabile che questa materia venga disciplinata a livello europeo. Spetta agli Stati membri promulgare il giusto tipo di regolamenti. Non mi sorprende che, nella sua relazione, l’onorevole Moraes affermi che gli Stati membri applicano di malavoglia questa politica. Affrontare questo problema a livello europeo non sembra apportare alcun valore. Le convinzioni religiose non sono una questione personale: devono essere professate all’interno di una comunità e venire espresse nell’atteggiamento che ciascuno adotta nei confronti della vita. Suggerendo, come fa il paragrafo 22, che nel campo dell’istruzione la discriminazione sarebbe determinata da motivi religiosi, si ignora il significato che le convinzioni religiose rivestono per l’identità dell’istruzione.

Infine, ringrazio l’onorevole in ’t Veld per l’emendamento n. 4. La discriminazione contro i cristiani deve essere combattuta con la stessa tenacia con cui si contrastano altre forme di discriminazione.

 
  
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  Romano Maria La Russa, a nome del gruppo UEN. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, innanzitutto mi congratulo con la relatrice per l’impegno profuso nella stesura della relazione, che però ritengo ancora incompleta e sicuramente poco efficace. La protezione dei diritti fondamentali, che ha costituito un elemento cardine della costruzione europea, e la Carta dei diritti fondamentali, proclamata a Nizza nel 2000, ribadiscono l’importanza nonché la necessità di una politica coerente d’integrazione, volta a proteggere le minoranze e a favorire l’integrazione dei cittadini di paesi terzi, soprattutto alla luce del recente allargamento.

Noi tutti concordiamo nel dire che la discriminazione è un fenomeno da combattere, che tutti gli uomini debbono godere di uguali diritti e che nessuno debba sentirsi discriminato per motivi razziali, etnici, religiosi o altro. Tuttavia, ritengo che l’inclusione sociale degli immigrati, la protezione delle minoranze e delle diversità culturali – obiettivi prioritari della Costituzione europea – non debbano essere raggiunti sempre e comunque a qualsiasi prezzo. Consentitemi di esprimere i miei dubbi verso quelle comunità di immigrati che mostrano chiari segni di insofferenza – per non dire di disprezzo – nei confronti del paese ospitante, delle sue tradizioni, della sua storia, della sua cultura; verso coloro che rivendicano un’illegittima autonomia e ritengono loro diritto non rispettare le leggi dello Stato in cui soggiornano, spesso illegalmente. Sono loro i primi a non volersi integrare.

Occorre certamente regolarizzare gli immigrati, permettendo a chi è in regola di non essere discriminato, purché manifesti chiaramente la volontà di inserirsi e di contribuire attivamente allo sviluppo economico e sociale di chi li ospita. Garantendo, invece ad ogni costo, ogni sorta di diritto – sistematicamente e incondizionatamente – vi è il rischio che gli unici a sentirsi discriminati saranno i cittadini europei, che assolvono tutti gli obblighi fiscali e sociali nei confronti dello Stato, nel rispetto delle regole.

Infine, per quanto riguarda il paragrafo che tratta l’omofobia e le coppie omosessuali, debbo dichiarare, naturalmente, la mia totale contrarietà, ritenendo “famiglia” solo quella tradizionale: un papà maschio, una mamma femmina e i figli come vengono, maschi o femmine. Purtroppo, il tempo a mia disposizione è finito ma avrei voluto approfondire, come credo valga la pena, tali argomenti in quest’Aula.

 
  
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  Csaba Sándor Tabajdi (PSE).(FR) Signor Presidente, desidero congratularmi con l’onorevole Moraes per l’ottima relazione e, se i nazionalisti e gli omofobi l’attaccano, onorevole Moraes, non abbia alcun timore, perché questa sarà la prova della validità del testo che ha elaborato.

Come presidente dell’intergruppo per le minoranze nazionali tradizionali, vorrei sottolineare i seguenti punti. Innanzi tutto, l’Unione europea non dispone di alcun sistema per la protezione delle minoranze nazionali. Dobbiamo elaborare criteri giuridici e politici per la protezione delle minoranze nazionali e mettere a punto un sistema di controllo, come ha proposto l’onorevole Bauer nel suo parere.

In secondo luogo, dobbiamo distinguere tra le minoranze nazionali tradizionali cui fa riferimento l’onorevole Moraes nella sua relazione e le minoranze migranti definite dal Consiglio d’Europa. Ho proposto di identificare le minoranze migranti come le nuove minoranze. I diritti fondamentali sono indivisibili, ma gli obblighi dello Stato sono diversi: nel caso delle minoranze tradizionali, dobbiamo garantire la protezione della loro lingua e della loro identità; nel caso delle minoranze migranti, invece, dobbiamo fare in modo che esse vengano integrate nella società.

In terzo luogo, in seno all’Unione europea dobbiamo chiarire il rapporto esistente tra non discriminazione e discriminazione positiva. Disponiamo di alcune clausole antidiscriminatorie, ma la situazione non è chiara. Qual è il rapporto tra parità di trattamento e trattamento preferenziale? Non possiamo garantire i diritti delle minoranze nazionali senza trattamento preferenziale o discriminazione positiva. Onorevoli colleghi, vi chiedo di accordare il vostro pieno sostegno a quest’eccellente relazione.

 
  
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  Henrik Lax (ALDE).(SV) Signor Presidente, i nuovi Stati membri hanno portato con sé nuove minoranze linguistiche e nazionali nell’Unione europea, che è sempre più caratterizzata dalla diversità linguistica. Vengono avanzate nuove richieste nei confronti della politica UE sulle minoranze, e di questa tematica si è egregiamente occupata la relazione.

Attualmente sono già 46 milioni gli abitanti dell’Unione europea con una madrelingua diversa da quella che viene parlata nei loro paesi. Il fatto che il numero di eurodeputati per paese diminuisca quando nuovi Stati membri entrano a far parte dell’UE è un problema, perché in quel caso le minoranze linguistiche e nazionali sono le prime a scomparire dal Parlamento europeo. A seguito dell’ultimo allargamento sono scomparse quattro minoranze e questo processo è destinato a continuare, se non si adotterà alcuna misura. A essere in gioco è la base stessa della democrazia, perché tutti dovrebbero essere rappresentati, e riconosciuti, dall’organo alla cui legislazione sono soggetti.

Come afferma alquanto opportunamente il relatore, un prerequisito per un’inclusiva politica sulle minoranze è una rappresentanza adeguata all’interno del processo decisionale. Se si considera il modo in cui ora vengono pianificati gli allargamenti, se ne deduce che quasi tutte le minoranze saranno destinate a scomparire dal Parlamento, e questo non è auspicabile.

La questione si potrebbe risolvere se, ad esempio, l’Unione europea istituisse 30 seggi parlamentari destinandoli alle minoranze linguistiche nazionali. Ovviamente potrebbe essere difficile stabilire con esattezza il modo in cui essi dovrebbero essere definiti, ma non si deve ingigantire il problema. Nella maggior parte dei casi, si tratta di gruppi di popolazione di cui si è riconosciuto lo status nei loro paesi e che non sono né anonimi né invisibili.

Occorre dare visibilità alla diversità dell’Europa. Privare le minoranze dell’Europa dell’opportunità di ottenere una seppur fragile rappresentanza è un grave problema, che influisce sul modo in cui la stabilità può essere garantita sul nostro continente. In Europa molte guerre sono scaturite dall’oppressione esercitata dalle maggioranze nei confronti dei gruppi più piccoli. Mi auguro che il Parlamento e la Commissione si occupino di questo problema.

 
  
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  Jean Lambert (Verts/ALE).(EN) Signor Presidente, vorrei ringraziare anch’io l’onorevole Moraes per il lavoro svolto su questa complicatissima relazione, che, come alcuni hanno già rilevato, dimostra la crescente complessità dell’Unione europea.

Attualmente stiamo cercando di stabilire a chi appartenga l’Europa che stiamo creando, e questa relazione, insieme ad altre in discussione stasera, rimarca nettamente il fatto che deve trattarsi di un’Europa inclusiva, in cui le persone godano di pari opportunità per realizzare il loro potenziale. Dobbiamo combattere lo sviluppo di movimenti basati sull’odio e sull’esclusione, fenomeno che, per molti di noi, è assolutamente inammissibile in seno all’Unione europea.

Sono soddisfatto per il particolare riconoscimento accordato in questa relazione al lavoro svolto dalle autorità locali e da altre componenti della società, perché stiamo osservando una specie di cambiamento culturale destinato ad ampliare l’Unione europea. Mi associo alla dichiarazione dell’onorevole Moraes sulle direttive fondate sull’articolo 13. Mi auguro che questa sia una priorità della prossima Presidenza, in modo tale che almeno la legislazione possa essere in vigore quando nel 2007 celebreremo l’Anno europeo delle pari opportunità.

 
  
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  Mary Lou McDonald (GUE/NGL).(EN) Signor Presidente, tra la retorica UE sull’uguaglianza, l’inclusione e la diversità e la realtà dell’esperienza che si vive negli Stati membri esiste un abisso. Questa relazione afferma a ragione che alle questioni sui diritti delle minoranze non è stata accordata sufficiente priorità nell’agenda dell’Unione europea. Dalla relazione emerge anche l’imponente mole di lavoro che dobbiamo svolgere in quest’area se vogliamo colmare il divario che separa la retorica dalla realtà. Nel breve tempo che ho a disposizione unirò la mia voce a due richieste specifiche che sono state avanzate nella relazione.

Una condizione essenziale per l’affermazione e la protezione dei diritti delle minoranze è la volontà politica. A tale proposito riprendo l’invito della relazione a compiere rapidi progressi in merito alla decisione quadro del Consiglio sulla lotta contro il razzismo e la xenofobia. Altrettanto essenziale è la disponibilità di dati esaurienti, affidabili e scorporati sulla discriminazione. La relazione ritiene giustamente che quest’area debba essere oggetto di un’azione immediata.

Mi congratulo con l’onorevole Moraes e accolgo con favore il paragrafo della relazione in cui si afferma che la parità di trattamento è un diritto fondamentale, non un privilegio, e che i diritti umani sono indivisibili e non si possono né vendere né comprare. Per tutti noi la sfida consiste nel mettere in atto meccanismi, e soprattutto risorse, per realizzare questi obiettivi.

(L’oratore ha parlato in irlandese)

 
  
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  Ģirts Valdis Kristovskis (UEN).(LV) Onorevoli colleghi, bisogna riconoscere l’importanza degli obiettivi della relazione dell’onorevole Claude Moraes e rilevare il senso di responsabilità personale dimostrato dal relatore nella ricerca della verità, ma al tempo stesso va detto che il processo di elaborazione di questo testo ha ancora una volta chiaramente dimostrato che, nella creazione di una politica comune per le minoranze e l’antidiscriminazione in Europa, è assolutamente indispensabile e fondamentale tenere conto della specifica e unica situazione storica e politica di ogni paese; occorre rispettare l’importanza che per un paese riveste la preservazione della propria identità e della propria giurisdizione nella soluzione di problemi relativi alle minoranze e alla discriminazione di cui queste sono oggetto. Durante la stesura della relazione, è evidente che questo principio è stato violato più volte nelle proposte presentate dai singoli deputati che, a giudicare dalle ingiuste critiche rivolte alle politiche sulle minoranze attuate da Lettonia ed Estonia, su tale questione sono disinformati o prevenuti. Le loro rivendicazioni sono assurde, perché l’atteggiamento assunto dalla Lettonia nei confronti delle minoranze non è meno accomodante di quello che si riscontra in altri paesi.

Onorevoli colleghi, alla luce del protrarsi di questi aperti, ingiustificati e ininterrotti attacchi verso i due Stati che più di tutti sono stati vittime del regime totalitario sovietico, vi chiedo alfine di capire e riconoscere che, in casi diversi, non si deve cercare di dare una soluzione uniforme ai problemi, bensì elaborare una politica per le minoranze che si adatti alle caratteristiche individuali di ogni singolo paese. Così, per esempio, la collega Tatjana Ždanoka ha iniziato a cercare di inserire in tutte le possibili formulazioni della risoluzione la questione dei non cittadini che è tipica della Lettonia: ha tentato di evidenziare questa peculiarità e di intimorire l’Europa con gli oltre 400 000 non cittadini della Lettonia, finendo così col creare una situazione in cui, in diverse parti del testo della conclusione della relazione, vari termini giuridici e concetti sostanzialmente diversi quali minoranze etniche, immigranti, rifugiati, apolidi e non cittadini, che sono tutt’altro che la stessa cosa, vengono nondimeno confusi tra loro. Ne è derivata una diminuzione dell’obiettività e della qualità della relazione.

E’ giunto il momento di ricordare che la repressione e la distruzione delle nazioni indigene dei popoli baltici e l’afflusso di migranti economici sono i motivi per cui, durante l’occupazione di Estonia e Lettonia, la composizione etnica degli abitanti di questi Stati è cambiata significativamente, dando origine a un numero relativamente elevato di non cittadini con ideologie straniere. La Lettonia si è comportata in maniera molto equa e, da parte sua, la legislazione ha conferito diritti speciali alle persone che si trovavano sul suo territorio durante il periodo dell’occupazione – ovvero il diritto a essere naturalizzati in qualsiasi momento. Il fatto che molti non abbiano voluto usufruire di tale diritto deve essere considerato come l’espressione delle loro volontà individuali, e non come un atto di protesta nei confronti di tali paesi. Non solo il numero di cittadini, ma anche la loro lealtà, il loro rispetto per il paese, la sua lingua e i suoi valori devono essere i criteri per l’ottenimento della cittadinanza e il consolidamento della società. Bisogna evitare le esagerazioni e si deve capire che ad esempio, nel caso della Lettonia, se la cittadinanza venisse concessa a seguito di pressioni esterne, il valore di questo atto verrebbe scalfito e ciò costituirebbe una discriminazione nei confronti della nazione indigena, e la sua identità e l’esistenza dello Stato verrebbero seriamente pregiudicate.

 
  
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  Panagiotis Beglitis (PSE).(EL) Signor Presidente, la protezione delle minoranze non dovrebbe essere solo uno dei fondamentali criteri politici di Copenaghen per i paesi candidati, ma anche un indicatore dinamico della democratizzazione e del consolidamento delle Istituzioni democratiche. Da questo punto di vista, l’Unione europea deve ergersi a giudice e controllore severo della condotta di tutti i paesi candidati e deve agire in tal senso senza farsi influenzare da ragioni e calcoli selettivi che sono spesso dettati da interessi e motivi di convenienza politica a breve termine.

La questione delle minoranze non deve essere utilizzata per promuovere gli interessi nazionali o pregiudicare gli altri paesi. La filosofia della strategia dell’escalation, che usa le minoranze etniche e religiose come un ariete, è fonte di tensione e conflitto e alimenta la sfiducia reciproca che, in ultima analisi, finisce per andare a discapito delle minoranze stesse.

In Europa le minoranze possono fungere da ponte ai fini della cooperazione e del consolidamento della sicurezza. La relazione Moraes tenta di dare una definizione di minoranza etnica rifacendosi a quella fornita dal Consiglio d’Europa. Tuttavia, credo che alla sua relazione, specialmente al paragrafo 7 sulla definizione, debba essere aggiunto un chiaro riferimento ai trattati internazionali che disciplinano le questioni relative alle minoranze etniche e religiose.

Un trattato internazionale costituisce una solida base per proteggere i diritti delle minoranze e un quadro sicuro per invalidare le politiche che li sfruttano per altri scopi.

Con questa osservazione desidero congratularmi con l’onorevole Moraes per l’ottima relazione che ci ha presentato e credo che domani dovremmo esprimere voto favorevole su di essa.

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE).(EN) Signor Presidente, credo che il trattamento che riserviamo alle nostre minoranze rifletta la forza della nostra democrazia. Va detto che nessuno Stato membro è privo di difetti quando si tratta di dare forma concreta ai diritti umani fondamentali.

Unità nella diversità non è solo uno slogan, ma un’affermazione che deve essere messa in pratica in quanto è essenziale per il progresso umano nei nostri Stati membri e, oserei dire, per la sopravvivenza stessa dell’Unione europea. L’onorevole Moraes si è impegnato a fondo e ha prodotto una relazione ottima e ben equilibrata. In Irlanda non abbiamo ancora realizzato i progressi che dovremmo raggiungere in materia di parità femminile e diritti dei viaggiatori e degli omosessuali. So anche che altri Stati membri non concedono la piena cittadinanza alle minoranze e che questo è un problema particolarmente delicato in Lettonia e in Estonia. Questa relazione, però, non vuole essere critica, anzi, cerca di affrontare questi problemi in uno spirito di solidarietà, tentando di aiutare tutti gli Stati a rispettare i valori europei.

Esorto tutti i deputati e i gruppi politici al Parlamento europeo a sostenere questa relazione. Credo che si tratti di un ottimo testo.

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione. – (CS) Onorevoli deputati, ho ascoltato con interesse il vostro dibattito e, se possibile, vorrei soffermarmi solo su alcuni punti.

Penso che sia davvero importante sostenere e accelerare l’attuazione della legislazione europea nei singoli Stati membri. E’ evidente che resta ancora molto da fare, e voglio affermare a chiare lettere che la Commissione prende molto sul serio il suo ruolo di custode dei Trattati.

Vorrei anche porre l’accento sull’Anno europeo delle pari opportunità, che ci offrirà l’occasione di svolgere una campagna di sensibilizzazione su queste complesse e delicate questioni. Vorrei concludere affermando che sono convinto che la nuova strategia adottata dalla Commissione costituirà un quadro adeguato per l’adozione di future misure antidiscriminazione. E’ ovvio che occorre una combinazione di tutti gli strumenti disponibili, tra cui quelli legislativi, e che è assolutamente indispensabile concentrarsi soprattutto su quei gruppi che purtroppo non hanno ancora avuto la possibilità di partecipare a pieno titolo alla vita sociale ed economica.

Onorevoli deputati, desidero congratularmi ancora una volta con l’onorevole Moraes per la sua relazione. Vi ringrazio.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà mercoledì, alle 12.00.

 
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